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  • Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Storia di Genova: la Foce e piazza Rossetti

    Piazza Rossetti

    La Storia di Genova, Foce e Borgo Pila – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Punto d’approdo in epoca remota degli sbarchi dei mercanti detti i “focesi” (questa l’origine del nome del quartiere “Foce”, i focesi provenivano da una città greca della Ionia, Focea, dove oggi sorge la città di Foca in Turchia), quella piana formatasi sulla sponda sinistra alla foce del fiume Bisagno, l’attuale piazza Rossetti, ebbe un ruolo tutt’altro che marginale nella storia genovese.

    Spiaggia molto ampia, veniva utilizzata sin dai primissimi anni di sviluppo della città per l’approdo delle navi, terzo scalo per importanza dopo l’antico porto e la spiaggia di San Pier d’Arena (ai piedi della Lanterna), e già nel Medioevo l’approdo aveva funzione di cantiere navale.

    Inoltre, da lì partivano gli orti e i frutteti che si distendevano lungo il Bisagno e che fornivano frutta, verdure, erbe e spezie a tutta la città. Sulla spiaggia della Foce i carri ricolmi dei contadini e dei pescatori facevano bella mostra di sè ad ogni ora del giorno, e garantivano prosperità ai contadini e pescatori che abitavano quelle che Giustiniani negli Annali della Repubblica di Genova del 1537 descrive come “da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro…” .

    Un crocevia fondamentale dunque per l’economia cittadina, nei mesi estivi frequentato anche per la balneazione, anche se in numero decisamente inferiore rispetto alle spiagge che sorgevano sulla sponda destra (ai piedi delle mura dell’odierno corso Aurelio Saffi). Gli orti e i carri con il passare degli anni arretrarono per concentrarsi esclusivamente nell’attuale Val Bisagno, ma intanto, già nel XV secolo, l’attuale piazza conobbe la prima trasformazione, fu edificato un “lazzaretto” per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi (provenienti soprattutto dalle navi), cui approdarono i malati della pestifera epidemia del 1600,  di quella manzoniana del 1630 e la successiva del 1656, le quali determinarono la morte di ben 92000 abitanti. L’imponente edificio, più volte ampliato e modificato svolse la sua funzione fino alla metà dell’Ottocento, ospitò anche il filosofo francese Rousseau (esperienza di cui l’autore parla nelle “Confessioni“) nel 1743. Tra l’opzione di essere relegato a bordo di una nave, per 21 giorni, e l’ospitalità delle sinistre mura, così disagevoli da essere completamente sprovviste di mobili, allo scrittore toccò varcare la soglia del lazzaretto dove, dopo aver dato “la caccia alle pulci prese sulla feluca”, non gli rimase che farsi il giaciglio con i suoi stessi vestiti.

    Curiosi erano i rimedi suggeriti contro la peste ai tempi del Lazzaretto della Foce, o i segni ritenuti premonitori quali eclissi, comete, terremoti,  insieme all’aumento del numero dei topi, dei ranocchi, delle mosche. Come riporta il fisico e medico dell’Ospedale di Pammatone, Bartolomeo Alizeri,  oltre all’ovvia quarantena di merci e persone, infatti, le monete venivano purificate con aceto e profumi, le lettere copiate da persone fidate prima di inoltrarle al destinatario, si evitavano gli indumenti di lana, si  frizionava la regione cardiaca con olio di scorpione e per la dieta era raccomandato molto pesce perché, secondo Aristotele, questi animali erano immuni dal contagio. Infine, si ritenevano “efficacissime” le polveri ottenute da pietre preziose quali zaffiri e smeraldi, panacee per le quali si raccomandava, da buoni genovesi, il pagamento anticipato onde evitare spiacevoli “perdite”.

    Un altro sinistro edificio si ergeva, verso ponente, all’altezza dell’odierno corso Aurelio Saffi, il cui ricordo è testimoniato da una targa posta all’inizio della strada. Qui, dal 1602, vi era l’Oratorio delle Anime Purganti e il Cimitero dei Poveri (abbattuto dopo la costruzione di Staglieno): quest’ultimo era costituito da grandi fosse comuni, chiuse da grate a larghe maglie, in cui, durante le violente mareggiate, l’acqua poteva entrare liberamente facendo scempio dei poveri resti. Si dice che, nottetempo, questi luoghi, fossero frequentati da giocatori del lotto, speranzosi di ricevere qualche buona “indicazione” dalle anime dei defunti.

    Successivamente, con la spinta del governo napoleonico, venne demolito il Lazzaretto per fare spazio al “Cantiere Navale della Foce“, che conobbe nel XIX secolo grande sviluppo ed eccellenza in campo militare. Da quella spiaggia partirono anche due imbarcazioni della spedizione dei mille, l’altra metà, come sappiamo, salpò dallo scoglio di Quarto. Dopo la definitiva chiusura e demolizione del cantiere nel 1930, si iniziò a progettare per la storica piana della Foce un complesso di edifici destinati all’uso abitativo.

    L’architetto che ideò e progettò piazza Rossetti fu Luigi Carlo Daneri (ideatore del “Biscione”, cofirmatario del progetto dell’ospedale San Martino e del progetto urbanistico della Fiera di Genova n.d.r.). I lavori iniziarono già nel 1933 ma si fermarono per la Guerra Mondiale (i bombardamenti distrussero la chiesa di S.Pietro, ultima testimonianza del borgo della Foce) e la piana ebbe il tempo di cambiare veste per l’ennesima volta: sulle ceneri del cantiere navale e fra i nuovi palazzi ancora solamente “accennati”, sorse infatti il campo sportivo della Foce (i lettori più anziani se lo ricorderanno…), costruito dai soldati e cintato con le cortine militari.

    Lì nacque il Genoa Baseball Club, la prima società di “batti” e “corri”, successivamente nominato “palla base”. Fu un emigrato genovese, una volta rientrato in patria, ad iniziare la città di Genova a questo sport.

    Negli anni 50 ripresero i lavori per il completamento di Piazza Rossetti, diretti dallo stesso architetto Daneri, il campo sportivo lasciò spazio all’ampia piazza moderna e alla fontana. Si dice che l’attuale impianto d’illuminazione della piazza, caratterizzato dagli alti pali lato mare, sia rimasto pressochè lo stesso del campo sportivo… Un’immagine suggestiva, di cui però è difficile avere conferma.

    Ultimata nel 1958, piazza Rossetti ebbe grande risalto anche fuori dai confini nazionali e il caratteristico “quadrilatero chiuso dal mare” viene ancora oggi considerato uno dei capolavori del Razionalismo italiano.

  • Wi-fi gratis a Genova: le zone della città in cui si può navigare

    Wi-fi gratis a Genova: le zone della città in cui si può navigare

    Premessa: se vivessimo in un Paese civile, l’accesso libero e gratuito a Internet dovrebbe essere garantito ovunque e senza eccezioni. Non per nulla, uno dei primi provvedimenti di cui si chiacchiera a proposito del quasi-neo Governo Monti e delle misure per la crescita è proprio l’investimento sulla banda larga.

    In Italia siamo molto indietro su questo tema, non ci piove. Non solo perché esistono ancora aree dove la connessione veloce è un miraggio, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la presenza di isole wi-fi nelle città.

    Come siamo messi a Genova?

    Il wi-fi nostrano è partito in sordina un paio di anni fa con una connessione a macchie e a pagamento, grazie all’intervento dell’Associazione Cittadini Digitali. Sono state poi coperte altre due aree, sempre portafoglio alla mano: il Porto Antico (costo annuale 12 €) e la Biblioteca Berio (costo annuale 5 €).

    Solo negli ultimi mesi si è giunti a una, anzi due reti di isole wi-fi accessibili gratuitamente 24 ore su 24 facendo il login con il proprio numero di cellulare.

    Il progetto Rete Gratuita copre 150 hot spot in tutta la Liguria, a cura di Cittadini Digitali e del consorzio Vallicom, tra cui troviamo piazza De Ferrari e Matteotti, Porto Antico, Darsena, Ipercoop l’Aquilone e Fiumara, piazza delle Erbe e Giardini Luzzati: le ultime aree attivate in ordine di tempo sono in via Fiasella e a Porta Soprana, nei pressi della Casa di Colombo.

    A seguire le isole wi-fi gestite dal Comune di Genova, inizialmente con la possibilità di navigare gratis due ore al giorno, ma che dal 4 novembre (per garantire a tutti la possibilità di comunicare durante l’emergenza alluvione) sono accessibili 24 ore su 24. Queste le aree finora coperte dal servizio: Biblioteche civiche Brocchi, De Amicis, Lercari, Podestà e Campanella; stazioni ferroviarie di Principe, Brignole e Sampierdarena e piazze antistanti; Informagiovani e Palazzo Ducale, piazza De Ferrari e Matteotti; piazzale Kennedy, Loggia dei Banchi e parco di Villa Croce; via Sestri e Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Due progetti distinti – perché lavorare in rete è un concetto troppo evoluto, forse – e che prevedono in futuro l’attivazione di nuove aree in cui navigare gratis. Speriamo senza troppi inconvenienti tecnici.

  • Municipio centro-ovest: punto d’ascolto a Sampierdarena e San Teodoro

    Municipio centro-ovest: punto d’ascolto a Sampierdarena e San Teodoro

     

    Municipio centro ovestIl Municipio Centro-Ovest per favorire la comunicazione con i cittadini inaugura un infopoint itinerante.

    Un punto d’ascolto dove i rappresentanti del Municipio saranno a disposizione della cittadinanza per esporre nella maniera più trasparente possibile l’operato della circoscrizione e i progetti previsti.

    Queste le sedi dove gli abitanti potranno recarsi e porre le loro domande:

    SABATO 12 NOVEMBRE 2011 ORE 10:00
    C/O CIRCOLO A.R.C.I. AURORA ( CORSO MARTINETTI, 111/R)

    GIOVEDÌ 17 NOVEMBRE 2011 ORE 18:00
    C/O SALA RINALDI EX CIRCOLO SAN GAETANO (vicino a Via Rolando 15)

    MERCOLEDÌ 23 NOVEMBRE 2011ORE 18:00
    C/O CIRCOLO A.R.C.I. LA CICLISTICA (VIA W. FILLAK, 98R)

    MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE 2011ORE 18:00
    C/O SALA OTTAGONALE CENTRO CIVICO BURANELLO (VIA DASTE 9A)

    MARTEDÌ 6 DICEMBRE 2011 ORE 17:00
    C/O PARROCCHIA SAN BARTOLOMEO DEL FOSSATO (VIA S. B. FOSSATO, 71)

    MERCOLEDÌ 14 DICEMBRE 2011 ORE 18:00
    C/O A.N.P.I. ‘CIONCOLINI. – MUSSO’ (VIA CARLO ROTA 15R)

  • Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    "Il Ponte di Carignano" di Luigi Garibbo (1800)
    Dipinto di Luigi Garibbo, fine ‘700: “Il Ponte di Carignano”

    La Storia di Genova, Carignano – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Vi sono cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case…” Così scrivevano del “Colle di Carignano” agli inizi del ‘500.

    Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano, una collina coltivata ove gli orti si estendevano per lunghe distanze intorno alle ville. Fino al XIX secolo Carignano rimase poco più di un sobborgo (venne inclusa nelle mura dal 1320), a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”…

    Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine (detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria) o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

    La cima della collina era ed è occupata dalla basilica di Carignano fatta costruire dalla famiglia Sauli la cui prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552.

    La parte esterna fu completata nel 1890 e da allora sono in corso i lavori di restauro… proprio per questo motivo si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” per indicare una cosa lunga, che non finisce mai. La famiglia Sauli nel 1718 finanziò anche la costruzione del ponte di Carignano, pensato come via d’accesso alla grande chiesa. Il ponte fu inaugurato nel 1724, unisce il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, il mercante genovese Giulio Cesare Drago fece sbarrare i parapetti del ponte alla fine dell’800, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”

    Il quartiere è profondamente cambiato nell’800: piazza Carignano, villa Figari (fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius e ben visibile da corso Aurelio Saffi, un imponente loggiato sull’orlo del muraglione), via Fieschi, corso Andrea Podestà e via Corsica sono del XIX secolo.

    Gli orti e le ville hanno ceduto il passo ai lavori di modernizzazione della città voluti da Carlo Barabino. Fu lui nel 1825 a progettare il parco dell’Acquasola, pensato come passeggiata diurna fra gli ippocastani, impreziosito da un lago artificiale e un teatro.

    Per comprendere la trasformazione che subì il quartiere è sufficiente riportare un testo del 1887 dove via Corsica viene definita “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”.

    In quegli anni venne costruita anche villa Croce, oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di genova, a breve distanza dal bellissimo complesso del Sacro Cuore. Lo splendido parco della villa è da sempre aperto al pubblico e offre una suggestiva apertura sulla città.

  • Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    Storia di Genova: c’era una volta Via Madre di Dio

    I giardini Baltimora, qui si sviluppava il quartiere di via Madre di Dio

    La Storia di Genova: documentario sull’epoca fascista, la guerra e la speculazione edilizia, con uno speciale dedicato alla demolizione di via Madre di Dio  –  GuidadiGenova.it

    Dove oggi i giardini Baltimora sono abbandonati al silenzio e alla desolazione, circondati dal gelo dei casermoni della Regione e costeggiati da auto e moto, sorgeva l’antico quartiere Madre di Dio.

    Venne demolito interamente tra il 1969 e il 1973, una decisione che, a distanza di decenni, appare ai più avventata e ingiustificata. Via Madre di Dio era l’arteria principale, collegava la zona di Ponticello (poi piazza Dante) e, passando fra le arcate del ponte di Carignano, sfociava in corso Quadrio a pochi passi dal mare.

    Fra il sestriere del Molo e quello di Portoria, Madre di Dio era una delle zone più antiche del nostro Centro Storico, vicoli stretti, passi e scalinate la collegavano a via Fieschi, Campo Pisano e via del Colle. Al  nr. 38 di passo Gattamora, un vicolo del quartiere stretto fra Madre di Dio e via del Colle, il 27 ottobre 1782 nacque Nicolò Paganini: neanche quell’edificio fu salvato dalle ruspe.

    I sapori e gli odori che caratterizzavano la zona erano quelli delle case popolari, il pianto dei bambini, l’abbaiare dei cani e il denso cicaleccio delle comari. Ma era soprattutto il sonoro biancheggiare delle lenzuola e della biancheria stesa che regalava a via Madre di Dio l’aspetto di un fiume in piena verso il mare.

    Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli: “Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”

    Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

    Abbiamo ascoltato con piacere il racconto di un genovese nato in via Madre di Dio, il quale ricorda come una sera, dopo l’improvviso malore della nonna, senza la possibilità di telefonare, arrivò un medico in casa pochi minuti dopo, chiamato dai vicini che si erano accorti del problema.

    La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

    La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada…

    E, per finire, la curiosità: a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta in via Madre di Dio viveva la “Tina”, una donna quantomeno borderline… Quando si arrabbiava con qualcuno (spesso) usava aprire le persiane e mostrare le chiappe chiare a tutto il quartiere. La Tina abitava in cima alla strada, nella parte più in salita… Era dunque semplice per tutti comprenderne l’umore, giorno dopo giorno, chiappa dopo chiappa.

  • Storia di Genova: il borgo di Crevari

    Storia di Genova: il borgo di Crevari

    Crevari, Voltri

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    Le sue creuze si arrampicano sulle alture dell’estremo ponente genovese. Crevari, infatti, è insieme a Vesima il borgo che segna il confine fra Genova e Arenzano. Giunti a Voltri nel piazzale del capolinea della linea 1, basterà imboccare il bivio per

    Crevari e dopo neanche due chilometri raggiungerete la piazza “moderna” del borgo.

    La strada carrabile finisce qui, posteggiate, perchè adesso viene il bello…

    Dalla piazza partono le creuze che attraversano il borgo, percorribili a piedi o in bicicletta per chi ha i polpacci sviluppati.

    Durante il periodo natalizio il borgo di Crevari è caratterizzato dal celebre presepe meccanico allestito nel salone parrocchiale e visitabile dalla mezzanotte del 24 sino alla seconda domenica di febbraio. Pensate che i volontari iniziano i lavori per la costruzione del presepe (diverso di anno in anno) addirittura nel mese di agosto!

    Il borgo di Crevari è dominato dalla chiesa di S.Eugenio, ma l’edificio attuale non è quello originale. La chiesa venne costruita a cavallo fra gli ultimi anni del 1100 e i primi del 1200, la chiesa venne prima chiusa e dichiarata inagibile nel 1807 per poi crollare definitivamente nel 1824 a seguito dei lavori per l’apertura della via Aurelia verso ponente. Rimase in piedi soltanto il coro che divenne cappella del cimitero. Nel 1811 infatti erano già iniziati i lavori per la costruzione dell’attuale parrocchia.

    Una di queste antiche abitazioni è conosciuta come la “Cà delle anime“. Una leggenda vuole che questa costruzione, risalente al 1700, sia tuttora abitata dai fantasmi di due donzelle (madre e figlia) trucidate quasi tre secoli or sono da un viandante al quale le buone donne avevano concesso ristoro per una notte.Intorno alla chiesa tutto il paese sembra stringersi per non scivolare in mare, le costruzioni scendono a picco sul golfo di Voltri e seguono la conformazione della collina.

    Ma il fascino di Crevari è legato anche alla tradizione culinaria: le focaccette allo stracchino tipiche del borgo sono una vera e propria prelibatezza, vengono talvolta accompagnate con salumi e sono semplicissime da preparare.

    Non è finita qui, perché ogni anno nel mese di giugno Crevari si trasforma in un borgo in festa! L’occasione è il “Crevari Invade“, tre giorni di musica live con gruppi emergenti da tutta la regione, focaccette e ottima birra. Organizzata dagli stessi abitanti volontari, la piccola “Woodstock” di casa nostra ogni anno attira l’attenzione di tutta la città e devolve l’intero ricavato in beneficienza. Davvero niente male per un borgo di 1500 anime…

  • Aperitivi e dj set per la movida genovese a Galleria Mazzini

    Aperitivi e dj set per la movida genovese a Galleria Mazzini

    Galleria MazziniAperitivi e dj set per riportare agli antichi fasti Galleria Mazzini.

    A partire da venerdì 28 ottobre, ogni due settimane i commercianti del Civ Sestiere Carlo Felice, in collaborazione con Fiepet Confesercenti, organizzano  una serie di serate all’insegna della musica e del divertimento.
    L’obiettivo è quello di offrire un’alternativa nel panorama della notte genovese, a due passi dai tradizionali punti di ritrovo di Piazza delle Erbe e dei vicoli del Centro Storico.

    Si inizia venerdì, 28 ottobre, con un dj set in tema Campari a partire dalle ore 19 e gli aperitivi a base di cocktail esclusivi e gustosi stuzzichini serviti dai bar “Galleria”, “Mazzini” e “Piccapietra”, il tutto accompagnato da modelle e modelli che animeranno la serata e distribuiranno gadget ai partecipanti.

  • Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    Storia di Genova: fra i monti e il mare c’è la funicolare

    La funicolare di Granarolo
    La particolare orografia che stringe Genova tra mare e ripide alture, consegna alla città un territorio avaro di spazi e “faticoso” da vivere. Saliscendi continui superabili, spesso, solo con ardue scalinate o anguste erte, hanno spinto, gli organi preposti, a realizzare mezzi come le funicolari che, in sedi dedicate, fuori dal traffico cittadino e non inquinanti, offrono un prezioso servizio pubblico.
    La più antica è quella di Sant’Anna che da via Bertani scende a Portello. In 2 minuti copre un dislivello di 54m su un percorso di 370m. Prima dell’elettrificazione, era azionata da un sistema di contrappesi ad acqua: una vettura, zavorrata con un cassone pieno d’acqua, scendeva per forza di gravità, trascinando l’altra in alto. All’arrivo si svuotava il cassone e il ciclo riprendeva.
    La linea, a binario unico, doppio solo nella zona centrale per l’incrocio delle vetture, venne costruita nel 1891 e corre, per un ampio tratto, su un viadotto con arcate in pietra.
    Coetanea di questa è la funivia, o ancora meglio, la ferrovia a cremagliera di Granarolo, che dal Lagaccio, a lato dell’ex hotel Miramare, sale al capolinea dove i passeggeri vengono accolti da una struttura in stile liberty (oggi, si ferma in via Bari per restauro). L’impianto sfrutta il principio per cui una ruota dentata, applicata alla vettura, ingrana con i denti di una guida, trasformando il moto rotatorio in moto lineare, fu realizzato da privati, tra il 1898 e il 1901, lungo un percorso di 1136m e un dislivello di 194m. Questa“tranvia a dentiera”deve il nome al neologismo derivato dal francese “cremaillère” e, ancor prima, al latino “cremaculum”e al greco antico”kremaster”.
    Di maggiori dimensioni è la funicolare Zecca-Castellaccio che, superando un dislivello di 278m su un percorso di 1428m, raggiunge Righi sulle alture della città. Nasce nel 1895, su un progetto di due svizzeri, residenti a Genova, per conto delle FEF di Kerns e prevedeva due impianti distinti: il primo, in galleria, tra largo Zecca e la chiesa di San Nicola, il secondo allo scoperto fino al Righi. Tra i due tratti si effettuava il trasbordo dei passeggeri. In servizio dal 1912, negli anni 1963-1965 i due tronchi furono uniti per meglio servire le nuove aree abitative. Delle 7 stazioni, meritevole di sosta è quella della Madonnetta per vedere un presepe permanente con statuine della scuola del Maragliano. A corollario dei mezzi che salgono e scendono ci sono gli ascensori pubblici ma, questa è un’altra storia.
    di Adriana Morando
  • Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Storia di Genova: le antiche creuze di Sant’Ilario

    Sant'Ilario a Genova

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Con la costruzione da parte dei Romani della prima strada a mare nel 219 a.C., si assiste ad un primo sviluppo di centri abitati stabili sul litorale a levante di Genova, la litoranea romana, infatti, per superare l’austerità della costa saliva da Bogliasco e scendeva a Nervi: proprio lungo il tratto collinare si sviluppò il centro abitato di Sant’Ilario.

    Per buona parte della sua storia il piccolo Comune vive di pastorizia e del fitto commercio di agrumi con la Francia, nel Medioevo abbiamo notizia di una distinzione fra S.Ilario alto (abitato collinare) e S. Ilario Mare (lungo la via Aurelia), documenti risalenti al XIII secolo segnalano 154 famiglie insediate. Si definì dunque un fitto intersecarsi di creuze che, sopravvissute a migliaia di anni, conservano ancora oggi per lunghi tratti il tracciato originale.

    Partendo dai monti, la chiesa di San Rocco (1350), la parrocchia di Sant’Ilario (1170) con la più antica “chiesetta” di S. Nicolò e l’approdo al mare di Capolungo sono i “punti cardinali” di questi antichissimi sentieri immersi negli ulivi. Uno scenario incantevole che riporta a tempi lontanissimi, a pochi minuti a piedi dal traffico, nascosto dalle fronde dietro le ville di via Sant’Ilario, un paradiso bucolico fatto di piccole case in pietra, orti e silenzio… Piccole abitazioni isolate, raggiungibili solo a piedi lungo le tante creuze romane che collegano la spiaggia di Capolungo con la Chiesa di San Rocco a 250 metri sul livello del mare (il primo tratto “soffocato” nella città diventa quasi incontaminato una volta superata la parrocchia di Sant’Ilario).

    Questo, soprattutto questo, fa di Sant’Ilario tesoro esclusivo della città di Genova. Lo sviluppo delle ville e il turismo aristocratico iniziò a interessare il Comune a partire dalla prima metà del 700, ma non ebbe sviluppo tale da stravolgere le caratteristiche rurali di questo territorio. Basti pensare che nel 1870 era ancora privo di una strada carrozzabile (fu un gruppo di proprietari terrieri tre anni dopo a costruire una carrozzabile che collegasse la parrocchia con Nervi). Ciò nonostante il paese rimase collegato a Nervi con un servizio a cavalli sino ai primi decenni del 900.

    I cavalli partivano dalla stazione ferroviaria, proprio lei… la stazione di Sant’Ilario dove scese anni fa una certa “bocca di Rosa”. La vecchia stazione ferroviaria (attiva fino al 1959 oggi è abitazione privata) si trova a pochi passi dalla spiaggia di Capolungo.

  • Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Storia di Genova: Pegli e le colonie di Tabarca e Carloforte

    Tabarca, colonia pegliese
    L’isola di Tabarca, antica colonia pegliese

    La Storia di Pegli e delle sue colonie nel Mediterraneo – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Nel cuore della Pegli antica si trova Piazza Tabarca, la piazza è dedicata alla colonia pegliese che per secoli contribuì alla ricchezza della Repubblica di Genova. Nel 1540, infatti, l’isola di Tabarca in Tunisia, prospiciente la città omonima, venne data dal bey di Tunisi in concessione alla famiglia genovese dei Lomellini.

    L’isola era ricca di banchi coralliferi, e la concessione venne data come riscatto per la liberazione del corsaro Dragut, catturato dai Doria quello stesso anno. Dal 1540 per ben due secoli Tabarca rimase colonia di Genova. I coloni pegliesi vendevano per 4,50 lire/libbra il corallo a Genova… che lo rivendeva per 9,10 lire/libbra a tutta Europa!

    I Lomellini facevano parte dell’entourage di Andrea Doria che governava Genova ed erano legati per parentela alla famiglia Grimaldi. I Lomellini per colonizzare Tabarca invitarono alcuni gruppi di abitanti pegliesi (soprattutto commercianti) a stabilirsi sull’isola promettendo guadagni elevati e condizioni di vita migliori. Questi salparono da Pegli lo stesso anno, e nessuno di loro fece più ritorno in patria. Dopo più di un secolo di colonizzazione, nel 1738, un folto gruppo di genovesi tabarkini (per lo più figli di coloni, ma anche nuovi emigranti pegliesi che raggiunsero l’isola a più riprese) si trasferì in Sardegna a causa dell’esaurimento dei banchi corallini e del deterioramento dei rapporti con le popolazioni arabe. Fu Carlo Emanuele III regnante di Sardegna a invitare i coloni a stabilirsi sull’Isola di San Pietro, allora disabitata, per fondare un nuovo comune: Carloforte. Il nome di Carloforte fu scelto in onore del sovrano.

    A Tabarca rimasero pochi coloni e nel 1741 il Bey di Tunisi invase l’isola e fece prigionieri gli abitanti genovesi riducendoli a schiavi. La notizia in poco tempo raggiunse le corti di tutta Europa e la liberazione degli schiavi avvenne poco dopo grazie all’intervento del Papato, ma soprattutto dello stesso Carlo Emanuele III di Sardegna e di Carlo III di Spagna.

    Buona parte degli schiavi liberati raggiunsero Carloforte, altri diedero origine ad altre due comunità: Calasetta (nel 1770) nell’isola di Sant’Antioco in Sardegna e Nueva Tabarca sull’isola di San Pablo di Alicante in Spagna. In questo secondo caso i coloni genovesi si sono con gli anni integrati con la popolazione spagnola perdendo la propria identità, ma a Carloforte e a Calasetta i naviganti pegliesi e i “nuovi tabarkini” di orgine pegliese mantennero nel tempo integra la loro identità culturale sia nelle usanze che nella lingua. Ancora oggi il dialetto di queste due località, il cosiddetto tabarchino, è un dialetto ligure molto vicino per vocaboli e pronuncia al genovese, o meglio, al genovese di Pegli.

  • Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Storia di Genova: San Francesco d’Albaro

    Albaro, villa Saluzzo Bombrini

    Oggi quartiere residenziale  non distante dal centro cittadino, un tempo la collina di San Francesco d’Albaro era luogo di villeggiatura delle nobili famiglie genovesi. Le sue creuze chiamate “strade della solitudine” sono state percorse da personalità artistiche del calibro di Byron, Dickens, Nietzsche, Corazzini, Gozzano, De Andrè e Firpo.

     

     

     

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  • Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Nuova battaglia per il popoloso quartiere Cep di Genova

    Cep LavatriciUna nuova sfida per il Cep, il popoloso quartiere collinare genovese, alle spalle di Voltri e Prà, questa volta è pronto a mobilitarsi per il suo supermercato. Infatti da 4 mesi, era la fine del dicembre scorso, il punto vendita del gruppo francese Carrefour, ha chiuso i battenti e da allora gli abitanti sono stati privati di un servizio utile soprattutto per chi, come anziani e persone con problemi di deambulazione, è oggi costretto a scendere a valle per fare la spesa.

    L’elemento paradossale della vicenda è che Carrefour sta continuando a onorare il contratto d’affitto con Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) concordato fino al prossimo novembre. Inoltre la società ha chiesto e ottenuto dal Comune la sospensione della licenza e ora si considera legittimata a mantenere i locali vuoti. Le logiche del mercato spesso sfuggono all’uomo comune ma evidentemente è più conveniente continuare a pagare piuttosto che spalancare la porta alla concorrenza. Anche se si gioca sulla pelle dei cittadini. E nonostante ci siano già tre differenti operatori commerciali che scalpitano, pronti ad insediarsi non appena sarà possibile.

    “In soli due giorni abbiamo raccolto oltre 300 firme che mettiamo a disposizione del Comune per mettere maggiore pressione a Carrefour e ottenere il rilascio dei locali – spiega Carlo Besana, anima dell’Associazione Pianacci – Se la situazione non dovesse sbloccarsi agiremo secondo il nostro stile con proteste spiazzanti e fantasiose”. Si parla di azioni legittime che punteranno a contrastare la normale attività dei punti vendita Carrefour sparsi in città.

    Il Comune, sollecitato da abitanti e Municipio, tramite l’Assessore al Commercio Giovanni Vassallo, sta provando ad instaurare un dialogo con Carrefour affinché la questione si risolva nel più breve tempo possibile. Nel frattempo si prepara la mobilitazione, così come successe due anni fa, quando la minaccia di chiudere l’ufficio postale del quartiere portò i cittadini ad inventarsi “l’operazione tartaruga”, allo scopo di rallentare il lavoro negli altri uffici genovesi. Fu un successo che costrinse Poste italiane a cambiare repentinamente idea.

    Ma negli ultimi anni sono stati numerosi gli obiettivi raggiunti dalle realtà associative del Cep: in principio fu il centro sociale, nell’unica antica casa ligure sopravvissuta al diluvio di cemento degli alloggi popolari, poi vennero il campo da calcio in erba sintetica e i campi da bocce, il centro culturale islamico e i corsi d’italiano per stranieri, le attività motorie per gli anziani e infine il Palacep, come è stato soprannominato, con una pista di pattinaggio unica a Genova e tremila posti a disposizione per l’organizzazione di concerti e spettacoli dal vivo. Una comunità che è stata in grado di autodeterminarsi e costruirsi un’identità collettiva partendo dalle mille storie di disagio ed emarginazione confluite nel quartiere.

    Una piccola città di oltre 7000 anime che rappresentava fino a poco tempo fa una realtà altra nata dal nulla, oggi il Cep è diventato un simbolo del possibile riscatto sociale e un modello, studiato oltre i confini genovesi, da chi si trova ad operare in contesti simili ogni giorno. Eppure le difficoltà continuano a non mancare e Carlo Besana, nonostante l’organizzazione avesse tutte le carte in regola, è stato recentemente denunciato per disturbo alla quiete pubblica a causa della rassegna di spettacoli “Che estate alla Pianacci”, capace di portare al Cep ogni anno, circa  8000 spettatori.

    Matteo Quadrone

  • Progetto Ghettup casa di quartiere, inaugura Don Gallo

    Progetto Ghettup casa di quartiere, inaugura Don Gallo

    Don GalloUn progetto sociale in aiuto degli immigrati e dei soggetti disagiati del centro storico:  questo il progetto Ghettup – casa di quartiere, inaugurato da Don Gallo il 24 febbraio 2011.

    La casa di quartiere del Ghetto è una delle 5 azioni previste dal Contratto di quartiere del ghetto, ed è stata affidata, a seguito di un bando pubblico promulgato dal Municipio Genova I Centro Est, ad una rete di soggetti molto attivi sul territorio genovese, il cui capofila è la Comunità San Benedetto al Porto.

    Gli altri soggetti coinvolti nell’iniziativa sono  l’Ass. il Cesto, l’Ass. San Marcellino,la Coop. sociale La Comunità, La Coop. sociale Il Laboratorio, il Consorzio Sociale Agorà, la Coop. sociale La Lanterna, l’A.R.C.I. Genova, il Comitato provinciale A.R.C.I. Gay, l’Ass. Transgenere, l’Ass. Princesa, la U.I.S.P., l’Ass. Leonardi V-Idea, l’Ass. cinematografica progetto cine indipendente, il Progetto Melting Pot

    Il termine “Ghettup” proviene dall’ inglese “get up” che significa “alzati”; il progetto ha il fine di diminuire la situazione di degrado e di sviluppare una maggiore identità di quartiere, migliorando così la qualità delle relazioni .

    Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla donazione di 7 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture.

    Gli spazi utilizzati di Vico Croce Bianca 7 e 11 rosso, sono concessi in locazione dall’immobiliare pubblica Ri.GeNova e sono destinati ad offrire una gamma di servizi, sviluppati soprattutto a favore degli immigrati.

    Tra questi servizi molto importanti i corsi di alfabetizzazione, svolti nello spazio più grande: la Sala delle Culture. In uno spazio attiguo si è organizzato uno sportello di ascolto per gli abitanti italiani e stranieri del “Ghetto” e uno sportello Legale. Infine in uno spazio sottostante si è istituito un laboratorio video-multimediale.

    Dice Don Gallo riguardo al’iniziativa:«L’ immigrazione è un incontro di civiltà, non si può fermare, perché è un processo umano. L’Italia deve essere in grado di monitorare il fenomeno e di accogliere gli immigrati, ma la questione è anche europea e non ci si può tirare indietro.Noi crediamo che un nuovo mondo sia possibile».

    Nel “Ghetto” sarà  presente anche una casa di accoglienza per giovai madri, con 49 posti letto in 19 alloggi negli ultimi tre piani di un edificio che era rimasto inutilizzato.

    Infine si sono sviluppati anche momenti di animazione e mediazione per la comunità transessuale, che da sempre ha abitato il quartiere; si cerca così di risolvere i contrasti che si creano per esempio con delle comunità migranti, costruendo anche una RETE FRIENDLY che possa contribuire a diminuire i fenomeni di discriminazione.

    Sara Garau

  • Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Passeggiata VoltriIl 3 giugno 2011 è stato effettuato un sopralluogo nella passeggiata a mare di Voltri, al quale hanno partecipato il presidente della Regione Burlando, il presidente dell’Autorità portuale Merlo, gli assessori Margini (Comune), Briano (Regione) e Dagnino (Provincia), per definire le possibili opere di difesa dell’arenile e di conseguenza della passeggiata, dopo che violente mareggiate l’hanno pesantemente danneggiata.

    Attualmente gli uffici tecnici delle diverse amministrazioni, stanno lavorando congiuntamente, ognuno con le proprie competenze, per trovare delle soluzioni adeguate.

    Il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente dice “Noi ci auguriamo che si riescano a trovare le risorse necessarie per le opere di protezione, perché la passeggiata ha riscosso il gradimento dei cittadini, così come il riordino del litorale”.

    A dire il vero qualche perplessità iniziale era stata espressa da alcuni pescatori della zona, che suggerirono differenti soluzioni di carattere tecnico, ma che evidentemente, non vennero ascoltati a sufficienza.

    Il Presidente del Municipio ammette comunque un certo rammarico perché “Cinque anni fa non siamo riusciti a cogliere la palla al balzo, quando fu presentato un progetto dell’Autorità portuale, mai realizzato per mancanza delle risorse economiche necessarie, ma che avrebbe rappresentato la difesa definitiva del litorale”. La direzione tecnica dell’Autorità portuale propose allora un’opera faraonica, dal costo complessivo di oltre 15 milioni di euro, che prevedeva la realizzazione di due dighe soffolte: una nel tratto di litorale tra il torrente Leira e il torrente Cerusa, l’altra dal Leira fino al San Giuliano. “Oggi il progetto è più accessibile economicamente, – continua Avvenente, – ma allo stesso tempo, ci hanno garantito, ugualmente efficace”. Abbiamo chiesto all’ingegnere Andrea Pieracci, responsabile della direzione tecnica dell’Autorità portuale, maggiori dettagli “Stiamo lavorando d’intesa con Regione, Provincia e Comune. Abbiamo proposto un nostro piano progettuale che prevede degli interventi disgiunti da compiersi in diversi periodi“.

    In sostanza si tratta di tre operazioni: il prolungamento di circa 50 metri del pennello esistente a levante della passeggiata, di fronte a Piazza Gaggero; la creazione di un secondo pennello dalla parte opposta, all’altezza del capolinea della linea 1 dell’AMT ; la realizzazione di un ripascimento verso mare: 10 metri di superficie emersa e 20 metri di superficie sommersa.

    L’ingegnere Pieracci, spiega “Tecnicamente si chiama spiaggia sospesa. La spiaggia sarà allungata di 10 metri fruibili dai bagnanti e di 20 metri sommersi. Si verrà a formare una nuova linea di battigia, al piede della quale creeremo un muretto artificiale, per raccordarci con il fondale. Questa barriera avrà funzioni di contenimento e di ritenuta rispetto all’azione corrosiva del mare”.

    L’intenzione è di realizzare le opere di difesa dell’arenile in tempi brevi, per essere pronti a fronteggiare le eventuali mareggiate autunnali.

    “La Regione ha valutato positivamente la nostra proposta progettuale, – continua Pieracci, – l’intendimento tecnico sarebbe di partire con il prolungamento del pennello esistente e con la realizzazione di quello nuovo, prima della fine dell’estate. Per poi occuparci dell’allungamento della spiaggia e del ripascimento. Attendiamo che venga attivato il tavolo tecnico e non appena avremo l’assenso di tutti gli enti coinvolti, partiremo con i lavori”.

    Matteo Quadrone

  • Prà, ex stazione e “Parco Lungo”: il progetto per la riqualificazione

    Prà, ex stazione e “Parco Lungo”: il progetto per la riqualificazione

    PraSappiamo tutti quanto la realtà genovese sia frammentata, quanto ogni quartiere viva quotidianamente una storia a sé. Capita così che una vicenda capace di esasperare da anni gli abitanti di Prà, sia praticamente ignorata da tanti genovesi.

    Dopo lo spostamento a mare della linea ferroviaria nel 2006 e la recente inaugurazione della nuova stazione, i vecchi binari lungo l’Aurelia e l’antico muro che li separava dalla strada non sono mai stati rimossi.

    Dopo anni di battaglie portate avanti con passione e tenacia dal Comitato per Prà, nella primavera scorsa è arrivata la prima buona notizia: il progetto di riqualificazione ha ottenuto 13 milioni di finanziamento.

    Poi l’annuncio della disponibilità da parte di Ferrovie dello Stato a vendere le aree dismesse al Comune con la possibilità di intervento immediato.

    Infine il tanto atteso progetto preliminare, che se non fosse stato consegnato entro la fine di settembre 2009 avrebbe fatto saltare i finanziamenti.

    Le tavole mostrano una nuova Aurelia a quattro corsie e lato mare una estesa area verde pedonale denominata “Parco Lungo”.

    Dove ora sorge l’ex stazione Fs, il progetto prevede la realizzazione di un mercato a km 0 con ampio parcheggio e collegamento pedonale con piazza Bignami.

    L’arch. Marina D’Onofrio Caviglione ha poi inserito nel progetto  preliminare l’approdo al mare per la Nave Bus che attualmente collega solo Pegli e Caricamento e un nuovo assetto idrologico della foce del rio San Pietro.

    Adesso bisogna attendere l’ufficialità dell’acquisto dell’area da parte del Comune, punto di partenza imprescindibile. Poi si sa, dal progetto preliminare a quello definitivo le cose che cambiano sono sempre molte… Forse una sola cosa a questo punto è davvero certa: il restyling di Prà non è più una chimera.