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  • PUC, fase finale: le proposte di comitati e associazioni genovesi

    PUC, fase finale: le proposte di comitati e associazioni genovesi

    genova-centro-veduta-panoramaCi siamo quasi. L’iter di approvazione del PUC (Piano Urbanistico Comunale) approda alla fase finale. Il Comune di Genova si appresta ad approvare le controdeduzioni alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) presentata dalla Regione Liguria che, pur emettendo un parere finale non negativo, ha espresso una serie di rilievi – di carattere sia generale, sia particolare – sul progetto preliminare di PUC.
    «La VAS ha recepito molte delle osservazioni depositate dalle varie associazioni, adottando la politica della riduzione del consumo di suolo – spiega Andrea Bignone, portavoce del comitato genovese Salviamo il Paesaggio, che raggruppa oltre 50 realtà associative – Al contrario, il Comune continua a prevedere indici di urbanizzazione un po’ ovunque, in ambito urbano e agricolo». Insomma, nonostante le alluvioni, la consapevolezza dell’eccessiva urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo «Gli amministratori della città si ostinano a voler prevedere nuove aree edificabili», sottolinea Bignone.

    L’11 novembre il Forum Salviamo il Paesaggio ha partecipato all’audizione dei comitati civici e delle associazioni, presso la commissione comunale V Territorio, in merito alle osservazioni della VAS. In tale occasione il comitato genovese ha rilevato che «A fronte di un trend demografico negativo (-3,87% in 10 anni), di 15.000 abitazioni vuote, di edifici abbandonati, vi siano previsioni di crescita demografica e di nuovi volumi». Per l’amministrazione comunale «È stato possibile basarsi su dati urbanistici del 2001 (12 anni fa!) per fare una previsione pianificatoria che dovrebbe riguardare i prossimi 10 anni. La nostra proposta (come quella della Regione e del Ministero) è di compilare il questionario sul Censimento del cemento, che abbiamo inviato a Palazzo Tursi, per avere una situazione aggiornata ed oggettiva dell’espansione urbanistica del Comune».
    La rete Salviamo il Paesaggio ha ricordato come «La demolizione e ricostruzione in altro sito su suolo permeabile comporta un raddoppio di impermeabilizzazione, in quanto il suolo si forma con una velocità di circa 1-2 cm ogni 100 anni, quindi non recuperabile in tempi brevi. Pertanto “demolizione” non è direttamente proporzionale a “permeabilità” del suolo. Abbiamo quindi proposto di permettere le perequazioni solo su terreni già impermeabilizzati».
    Infine, il comitato genovese ha messo in guardia da eventuali scorciatoie «La messa in sicurezza con il nuovo piccolo scolmatore, non deve essere il grimaldello per cementificare l’area di Terralba (parco ferroviario) e permettere così nuove costruzioni, ma piuttosto per avviare dei progetti partecipati con la cittadinanza di gestione di un “nuovo bosco in città”, sulla base dell’esperienza milanese».

    «Numerose sarebbero state ancora le nostre osservazioni – racconta il portavoce Andrea Bignone – Purtroppo, però, il tempo concessoci era limitato. E allora ci chiediamo se c’era davvero la volontà di ascoltarci, oppure limitarsi alla comparsa partecipativa, visto che un tema così complesso richiede necessariamente tempi più lunghi di una semplice delibera. Il nostro obiettivo di riduzione del consumo di suolo è entrato nelle agende politiche di Governo e Regioni (siamo stati auditi alla Camera dei deputati per discutere le Proposte di Legge in discussione sul tema del consumo di suolo), ma pare che non sia nell’agenda del Comune».

    monte-moro-A2Il Forum Salviamo il Paesaggio propone «Uno stop al consumo di territorio che preveda anche una sospensione dell’efficacia dei vigenti strumenti di pianificazione urbanistica ,che individuino interventi di qualsivoglia natura, sulle superfici agricole e aree verdi urbane». Secondo la rete di associazioni «Il volano dell’economia non è più il cemento, ma il recupero, il riuso, le ristrutturazioni, l’incentivazione al vero presidio agricolo, che è solo fatto da chi la terra la coltiva per produrre il cibo che consumiamo. I presidi che non prevedano un’attività agricola produttiva non garantiscono alcuna sicurezza del territorio, anzi rischiano nel tempo di diventare un boomerang, con l’abbandono dei muretti a secco e delle terre».

    La richiesta di fermare il consumo di territorio nel PUC viene avanzata anche con una raccolta di firme da presentare al Comune. L’appello, intitolato “La città che vogliamo: Stop alle nuove costruzioni”, è il seguente: «Considerato l’alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l’alto numero di edifici vuoti e l’andamento demografico decrescente, io cittadino genovese, chiedo che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio».

    Inoltre, mercoledì 4 dicembre, a Palazzo Tursi (salone di rappresentanza), dalle ore 17:15, si svolgerà una tavola rotonda sul nuovo Piano Urbanistico Comunale con un pool di esperti urbanisti e amministratori che dello stop al consumo di suolo hanno fatto il perno dei piani regolatori dei propri comuni. I relatori sono: Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell’architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano); Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura). Parteciperà Giovanni Barbagallo, assessore all’agricoltura della Regione Liguria, mentre per il Comune di Genova è stato invitato il Sindaco Marco Doria.
    L’interessante confronto “La pianificazione territoriale, come affrontare il tema del consumo di territorio” è promosso dalla rete di oltre 50 associazioni genovesi che dicono “No al consumo di territorio” e chiedono alle giunte e ai consigli comunali, in primis quelli del capoluogo ligure, di adeguare i propri piani regolatori a un principio che ormai sta consolidandosi a livello teorico e pratico, come dimostrano esempi sempre più frequenti in tutta Italia.

     

    Comitati, reti e associazioni che hanno avviato la campagna di raccolta firme

    Rete if, tavolo agricoltura; Forum salviamo il paesaggio, Genova; Acli Liguria; Aiab Liguria; Amici del Chiaravagna onlus; Amici di Pontecarrega; Arci Genova; Attac; Circolo arci barabini di trasta; Circolo arci belleville; Circolo arci culturale Fegino; Circolo arci erba voglio; Circolo arci futuro primitivo; Circolo arci pianacci; Circolo arci zenzero; Comitato acqua bene comune Genova; Comitato acquasola; Comitato contro la cementificazione di Terralba; Comitato protezione Bosco pelato; Coordinamento gestione corretta rifiuti della Liguria (gcr Liguria); Fair; Gestione corretta rifiuti Genova (gcr genova); Italia Nostra; Legambiente LIguria; Le serre di San Nicola di Castelletto; Libera Genova; Liguria biologica; Mdc Genova; Medicina democratica; Medici per l’ambiente (i.s.d.e.); Movimento consumatori Liguria; Movimento decrescita felice Genova; Slow food Liguria; Terra! onlus; Vivere in collina; Wwf Genova; Wwf Italia sezione regionale Liguria; Y.e.a.s.t. youth europe around sustainability tables; GasaGenova; A.s.c.i. Liguria; Circolo nuova ecologia; Circolo arci lavoratori sturlesi accipicchia; Slow food Genova; Comitato genitori istituto comprensivo Pra’, Mfe Genova; rete Voglio la Gavoglio; arci Primo Maggio; Genova Bene Comune; Ingegneria senza frontiere; Anemmu in bici a Zena.

     

    Matteo Quadrone

  • Navebus Porto Antico Pegli: il futuro è in mano alla Regione

    Navebus Porto Antico Pegli: il futuro è in mano alla Regione

    Navebus GenovaUn finanziamento regionale di 350 mila euro in bilico fino alla fine dell’anno. Il futuro della Navebus, il servizio di trasporto pubblico via mare che in meno di 30’ porta da Pegli (Molo Archetti) al Porto Antico di Genova, è appeso a una sottile linea rossa. Ne sono ben consapevoli i cittadini del ponente che stanno promuovendo una raccolta di firme per sensibilizzare la Regione a mantenere in vita il servizio. Un’operazione già compiuta qualche anno fa, con oltre 18 mila adesioni raggiunte in un mese, e che diede i frutti sperati.

    «Recentemente – spiega il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente, tra i principali sostenitori della Navebus – ho incontrato l’assessore regionale ai Traporti, Enrico Vesco, il quale mi ha assicurato che entro la fine dell’anno sarà presa una decisione. Inutile dire che il Municipio si schiera compatto al fianco dei cittadini per difendere con le unghie e con i denti il servizio. Tagliare il finanziamento vorrebbe dire rinnegare un vettore comodo, pulito, puntuale, non inquinante, tipico di una città di mare e utile sia per i cittadini che per i turisti. Insomma, non avrebbe proprio senso».

    Non dello stesso avviso sembra essere Anna Maria Dagnino, assessore alla Mobilità del Comune di Genova, che si è lasciata scappare un alquanto sintetico ma molto emblematico «per me potrebbe anche chiudere». Certo Dagnino ha ben altre gatte da pelare riguardo il futuro e il presente di Amt, ma considerato che dall’azienda non filtrano altri commenti, è facile intuire che i “ponentini” non avranno grande sostegno nella loro battaglia da parte di Palazzo Tursi.

     

    Ma perché la Regione dovrebbe porre fine alla vita di Navebus?

    «Bisogna sfatare un mito» torna alla carica Avvenente. «Non è vero, come sembra circolare da più parti, che la chiusura definitiva di Navebus comporterebbe il risanamento delle casse di Amt. L’azienda in tutta quest’operazione non ci mette il becco di un centesimo di euro e non è assolutamente detto che, in caso di eliminazione del servizio, la Regione sarebbe disposta a convogliare i 350 mila euro nella casse di Amt, che già riceve un finanziamento diretto da piazza De Ferrari. Semmai da questo servizio, gestito sì come trasporto pubblico locale ma curato dalla Cooperativa battellieri del Porto di Genova, Amt non ha altro che da guadagnarci».

    Attraverso un accordo che risale a circa tre anni fa, infatti, in seguito al dimezzamento dei fondi previsti nei primi anni per il servizio Navebus, pur di mantenere in vita questa modalità di trasporto, i battellieri concordarono nel suddividere equamente con Amt tutti i proventi superiori ai 300 mila euro. «Non sono cifre da capogiro – chiosa Avvenente – ma Amt dovrebbe avere tutto l’interesse a far sì che il vettore rimanesse attivo perché, pur non costando nulla, porta comunque qualcosa nelle casse».

     

    Navebus, risorsa per residenti e turisti: i numeri e le corse

    Lungomare di Pegli

    Effettivamente, rinunciare a un servizio così caratteristico per il trasporto pubblico genovese sarebbe un peccato. Secondo le ultime cifre, rese note dalla Compagnia dei battellieri, ogni anno sono circa 350 mila gli utenti della Navebus. Numeri un po’ inferiori rispetto al boom iniziale del servizio (nato il 1° agosto 2007) a causa della diminuzione delle corse dovuta al drastico taglio dei finanziamenti. Attualmente, gli orari di servizio vengono rimodulati ogni cambio di stagione. Nel periodo invernale, si punta prevalentemente sull’utenza urbana, con 8 corse totali negli orari pre e post lavorativi, e 4 viaggi nei villa-pallavicini-pegli-d1weekend. In primavera e autunno, quando l’afflusso turistico non è ancora al top, vengono aggiunte 2 corse sia in settimana che al sabato e alla domenica. D’estate, infine, si punta molto sul fascino turistico di Genova vista dal mare con 14 corse feriali e 8 sabatali e festive.

    Come succede in tutti i porti turistici, Venezia compresa, anche le tariffe sono differenziate a seconda dell’utilizzo. I pendolari residenti a Genova possono fare affidamento su tutti gli abbonamenti Amt e sullo speciale biglietto integrato a 1,60€, acquistabile a bordo, che consente un viaggio su Navebus più un’ora di tragitto sugli autobus cittadini. Per i turisti, invece, la singola corsa costa 3€.

    Il battello pubblico non è vitale solamente per i pendolari ma mette in atto un meccanismo virtuoso che consente di includere nei percorsi turistici anche le bellezze del ponente.

    «Per noi ponentini – spiega il presidente Avvenente – si tratta di un’occasione importantissima di promozione e di sviluppo per iniziative di riqualificazione come sta avvenendo per Villa Duchessa di Galliera, i restauri di Villa Pallavicini e Villa Doria, la Fascia di Rispetto, il Museo Navale, quello di Archeologia. Anche grazie alla Navebus, il ponente può proporsi come punto di aggregazione della popolazione e offrire la possibilità di visitare eccellenze del nostro territorio finora rimaste un po’ nascoste. Penso ad esempio alle Terme e al Museo di Acquasanta. Ci sono tanti elementi che in concorrenza tra loro ci fanno pensare che sarebbe davvero un delitto cancellare questo servizio in nome del salvataggio di un’azienda che in realtà dalla chiusura di Navebus non trarrebbe nessun vantaggio».

    I discorsi potranno essere rivisti una volta che sarà finalmente disponibile la tanto agognata metropolitana di superficie, che nel ponente coinvolgerà ben 6 stazioni (Voltri, Palmaro, Pra’, Pegli – Lido, Pegli e Multedo). Ma prima bisogna quantomeno attendere la fine dei lavori del nodo ferroviario di Genova. «Anche allora, però – conclude Avvenente – non si dovrà dimenticare il valore aggiunto di un’eccellenza di carattere turistico che sarebbe un peccato cancellare. Genova deve decidere che cosa vuole fare da grande: non può più contare solo sulla grande industria ma si deve definitivamente aprire al turismo. Questa città ha tutte le caratteristiche per proporsi come luogo d’arte. Ma il nostro caratteraccio di genovesi chiusi ci fa tenere segregata una quantità enorme di eccellenze e unicità. Dobbiamo diventare sempre più consapevoli di questo nostro patrimonio anche per poterlo sfruttare economicamente. E, soprattutto, dobbiamo essere più orgogliosi di vivere in un posto come questo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Donne in guerra, Teatro Cargo: appello per lo spettacolo permanente

    Donne in guerra, Teatro Cargo: appello per lo spettacolo permanente

    Donne in guerraIL PRECEDENTE

    Luglio 2008: il Teatro Cargo di Voltri debutta sul Trenino di Casella con Donne in guerra: scritto e diretto da Laura Sicignano, lo spettacolo ripercorre vicende reali e testimonianze degli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale attraverso la storia di sei donne.

    Le sei attrici recitano sui vagoni del trenino, a pochissima distanza dal pubblico, alternandosi da un vagone all’altro così che ciascuna ripete due o tre volte la medesima scena, ogni volta davanti a spettatori diversi. Una prova d’attore di grande intensità, unita al panorama montano dell’entroterra genovese e alla valorizzazione dello storico mezzo di trasporto.

    Lo spettacolo è stato realizzato dal Teatro Cargo in collaborazione con Provincia di Genova e Fondazione Carige.

    2009: Donne in guerra viene replicato e riceve una segnalazione al Premio Ubu, istituito alla fine degli anni Settanta e considerato il più prestigioso riconoscimento in Italia per chi lavora nel teatro.

    Maggio 2012: Era Superba assiste a Donne in guerra sul Trenino di Casella (guarda le riprese dello spettacolo) e incontra Laura Sicignano, per una chiacchierata sullo spettacolo e sul percorso che il Teatro Cargo ha attraversato in questi anni nel quartiere e in città.

    In questo stesso periodo un gruppo di frequentatori abituali del Trenino si attiva per scongiurarne la chiusura, sia attraverso un gruppo Facebook sia tramite incontri dedicati alla pulizia collettiva delle singole fermate.

    IL PRESENTE

    Maggio 2013: come ogni anno il Teatro Cargo invia le prime comunicazioni relative a Donne in guerra e alla possibilità di acquistare i biglietti. Il comunicato stampa che noi e le altre redazioni abbiamo ricevuto titolava Quinta e ultima edizione, specificando che «le difficoltà economiche in cui versa il Cargo ci rendono difficile proseguire. Speravamo che “Donne in Guerra” potesse diventare un’attività istituzionale della città, visto il legame con il suo patrimonio materiale e immateriale, l’indubbio richiamo turistico e l’assoluta originalità a livello nazionale. Ma ad oggi non abbiamo avuto risposte concrete. Quindi iniziamo col salutare “Donne in guerra”: per chi volesse vedere questo unico spettacolo (molti tornano più volte, molti hanno già prenotato dallo scorso anno), suggeriamo di contattarci presto».

    Lo scorso 16 giugno si sono dunque concluse le repliche 2013 di Donne in guerra. L’intento di Laura Sicignano e di chi lavora al Teatro Cargo è tentare ogni via possibile per proseguire, sia per la qualità artistica dello spettacolo (che ha avuto ogni anno un forte successo di pubblico ed è stato anche portato in tournèe, per esempio al Teatro Metastasio di Prato) sia per le opportunità di valorizzazione turistica e culturale del Trenino di Casella.

    Marta Traverso

  • Teatro dell’Ortica: stop allo sfratto, rinvio al Consiglio Comunale

    Teatro dell’Ortica: stop allo sfratto, rinvio al Consiglio Comunale

    palazzo-tursi-D3Questa mattina alle 9.30 a Palazzo Tursi si è svolta una riunione congiunta delle Commissioni Welfare e Cultura del Comune di Genova, alla presenza degli Assessori Pino Boero (scuola) e Carla Sibilla (cultura), che aveva come unico punto all’ordine del giorno la situazione del Teatro dell’Ortica.

    Come vi abbiamo raccontato alcuni giorni fa, il teatro della Val Bisagno ha ricevuto un avviso informale di sfratto da parte della Provincia: un mese dopo il rinnovo del contratto di concessione degli spazi (previsto fino al 2015), è stato infatti annunciato il trasferimento dell’Istituto Marsano negli spazi di via Allende a partire dal prossimo anno scolastico.

    L’assemblea di questa mattina ha visto anzitutto ampia partecipazione e solidarietà da parte di operatori sociali e teatrali, come spiega il presidente Mirco Bonomi: «Erano presenti alcuni membri di Tilt, insegnanti della scuola Daneo con un bambino che ha preso la parola e letto un testo in nostro sostegno, operatori e utenti della Salute Mentale che presto avvieranno una raccolta firme. Abbiamo insomma percepito la solidarietà fattiva di tutte le realtà con cui lavoriamo».

    I due Assessori si sono mostrati molto attenti alla situazione del teatro, di fatto scongiurando l’eventualità di un cambio sede in tempi brevi, anche perché manca la “contropartita” di altri spazi di proprietà di enti pubblici sui quali avviare un ragionamento.

    La situazione del Teatro dell’Ortica sarà all’ordine del giorno in una delle prossime sedute del Consiglio Comunale, a seguito della quale partiranno i lavori congiunti fra Comune e Provincia. Prosegue Bonomi, «Gli interventi dei politici non sono stati solo di solidarietà “a parole”, ma era evidente la volontà concreta di aiutare e difendere il teatro. In particolare, a quanto ci è sembrato, nei prossimi mesi si cercherà non tanto di trovare un nuovo spazio per noi – è ancora in piedi il dialogo con Coop per un eventuale trasferimento alle ex Officine Guglielmetti, ma non sarà possibile che fra qualche anno – quanto di trovare una soluzione differente e più idonea per il trasferimento dell’Istituto Marsano».

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Stop all’apartheid dei Rom: campagna per il superamento dei campi nomadi

    Una campagna nazionale per dire “Stop all’apartheid dei Rom”. L’ha lanciata all’inizio di ottobre l’Associazione 21 luglio Onlus – che si batte per la tutela dei diritti umani e dell’infanzia – rivolgendosi a quanti nella società civile italiana ancora credono che i diritti dei rom rappresentino i diritti di ogni cittadino e che solo partendo dalla tutela dagli “ultimi” della scala sociale sarà possibile costruire un nuovo Paese.

    All’interno della campagna saranno previste una serie di azioni per condannare e denunciare le politiche praticate in diverse città italiane e segnate dalla discriminazione istituzionale, per individuare e proporre le alternative migliori e per sostenere a coloro i quali, anche in campagna elettorale, avranno la forza e il coraggio di parlare di politiche nuove, che prevedano la restituzione di una cittadinanza effettiva a ogni rom.

    I “campi nomadi”, costruiti e gestiti da molte amministrazioni locali, sono il simbolo più evidente del recente “apartheid”. Per tale ragione, come prima azione della campagna viene lanciato un appello con raccolta firme indirizzato agli amministratori nazionali e locali che guideranno il nostro Paese e le nostre città dopo le prossime elezioni.

    Ad essi viene chiesto un impegno concreto: l’attuazione di nuove politiche per il superamento definitivo dei “mega campi monoetnici”, caratterizzati dalla discriminazione e dalla segregazione. Un gesto che rappresenta un primo impegno concreto per affermare: Stop all’apartheid dei Rom!

    Negli ultimi decenni le politiche nazionali e locali rivolte alle comunità rom e sinte sono state contrassegnate dall’esclusione, dalla segregazione, dalla discriminazione, da costanti violazioni dei diritti umani. Famiglie rom allontanate verso il margine della città, azioni di sgombero, proclami minacciosi e violenti: sono questi i segnali più evidenti di un fiorente antiziganismo che ha colpito in diverse città italiane le comunità rom e sinte.

    La petizione è firmabile all’indirizzo web http://www.21luglio.org/

     

  • Ridateceli: appello per la confisca dei beni dei corrotti

    Ridateceli: appello per la confisca dei beni dei corrotti

    Cittadinanzattiva lancia una petizione affinché il Parlamento inserisca la confisca dei beni dei corrotti e l’uso sociale degli stessi – come già previsto per la legge Antimafia – nel prossimo disegno di legge Anti-corruzione, attualmente in discussione al Senato dopo il via libera della Camera dei Deputati. Si può firmare all’indirizzo www.change.org e sul blog dedicato http://ridateceli.tumblr.com/

     

    Chiediamo al Parlamento l’approvazione degli emendamenti al disegno di legge anticorruzione sulla confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti

    Parlamento Italiano: Appello per la confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti
    Questa petizione sarà consegnata al Ministro della Giustizia

    In particolare, chiediamo che
    • la confisca sia estesa a qualsiasi tipo di vantaggio patrimoniale ottenuto dall’autore del reato contro la pubblica amministrazione
    • si proceda alla confisca dei beni anche in caso di estinzione del reato e, in particolare, nei casi in cui il reato è caduto in prescrizione
    • i beni così confiscati ai corrotti siano poi restituiti alla comunità e utilizzati a fini sociali, anche attraverso l’iniziativa e il coinvolgimento delle organizzazioni civiche, come già accade nel caso dei beni della mafia
    • i beni confiscati ai corrotti siano attribuiti alla medesima Agenzia che gestisce i beni della mafia al fine di semplificare il più possibile i processi di assegnazione e garantirne l’effettiva destinazione a fini sociali

    Restituiamo alla collettività il “maltolto”!

  • Genova, Fnac: sciopero dei dipendenti in difesa del posto di lavoro

    Genova, Fnac: sciopero dei dipendenti in difesa del posto di lavoro

    Oggi i dipendenti italiani della catena mondiale Fnac scioperano per difendere il proprio posto di lavoro, messo a repentaglio dalle scelte del gruppo proprietario Ppr, che non intende più investire sull’Italia ed è alla ricerca di un compratore interessato ai suoi 8 punti vendita presenti nel nostro Paese (due a Torino, poi a Milano, Verona, Genova, Firenze, Roma e Napoli).

    Nel frattempo online si è attivata anche una raccolta firme all’indirizzo http://firmiamo.it/salviamo-fnac

    «NE ABBIAMO IL DIRITTO E IL DOVERE:
    SALVIAMO FNAC, FIRMA ANCHE TU LA PETIZIONE ONLINE SU firmiamo.it BASTA UN MINUTO PER CONTRIBUIRE ATTIVAMENTE ALLA CAUSA DI MOLTISSIMI DIPENDENTI: COSA ASPETTI?»

  • #30 e lode: petizione dei ciclisti per strade più sicure

    #30 e lode: petizione dei ciclisti per strade più sicure

    Bciciletta in città2.556 ciclisti e 7.625 pedoni: è questo il bilancio delle persone morte per incidenti stradali negli ultimi dieci anni, e che qualche mese fa ha spinto chi sceglie la bicicletta come mezzo per gli spostamenti quotidiani a creare sul web il movimento #salvaiciclisti.

    Un gruppo molto attivo, che nei giorni scorsi ha lanciato una petizione indirizzata ai presidenti di Camera e Senato e al presidente della Commissione Trasporti alla Camera. L’obiettivo? Ridurre fino a 30 km/h il limite di velocità nei centri urbani (escluse le strade a scorrimento veloce).

    Una scelta necessaria per rendere più sicure le strade che i ciclisti percorrono ogni giorno, in città dove spesso il limite dei 50 km/h è trasgredito dagli automobilisti e dove non sempre ci sono corsie specifiche per chi viaggia su due ruote.

    Una proposta non nuova al movimento, che dopo aver raccolto numerose adesioni sul web, ha portato lo scorso febbraio il senatore del Partito Democratico Francesco Ferrante a presentare un disegno di legge che riguarda proprio la riduzione del limite di velocità a 30 km/h, oltre all’introduzione di semafori dedicati per i ciclisti e all’obbligo di destinare il 2% del budget per la gestione di strade e autostrade alla realizzazione di piste ciclabili.

    La petizione può essere rintracciata e firmata sul sito change.org e ha per titolo “Obiettivo #30eLode: Riduciamo la velocità sulle strade delle nostre città“.

    Un’iniziativa molto importante anche in vista della Settimana Europea della Mobilità, che si terrà dal 16 al 22 settembre prossimi.

    Marta Traverso

  • L’Italia è migliore senza i Cie: petizione on line per chiuderli

    L’Italia è migliore senza i Cie: petizione on line per chiuderli

    Una petizione per chiedere a gran voce la chiusura di quelle che sono delle vere e proprie carceri, i centri di identificazione ed espulsione, strutture dedicate al trattenimento degli stranieri extracomunitari irregolari destinati all’espulsione. L’obiettivo dei centri è evitare la dispersione degli immigrati senza regolare permesso di soggiorno sul territorio e consentirne il rimpatrio. Ma sempre più spesso, nonostante sia quasi impossibile entrare in contatto con i reclusi, si sente parlare di violazione dei diritti e sono numerose le denunce di abusi e violenze a danno delle persone rinchiuse nei Cie.

    Attivazione di un tavolo di monitoraggio, abrogazione della Bossi-Fini e chiusura dei Cie in tutta Italia: è quanto chiede la Rete Primo Marzo che ha lanciato una raccolta di firme on line su http://www.petizionepubblica.it/

    A Modena nel 2002 la raccolta di firme dei cittadini, favorì l’apertura dell’allora CPT, trasformato in CIE nel 2008. Oggi, dopo averne messo in evidenza tutta l’inefficacia dal punto di vista umano, economico e culturale, la Rete Primo Marzo si rivolge ai cittadini per chiedere, attraverso una petizione popolare, la chiusura dei CIE a Modena e su tutto il territorio nazionale.

    «Chiediamo l’abrogazione della legge “Bossi Fini” (L. 189/2002 ), attraverso una legislazione che garantisca il rispetto della Costituzione Italiana e della Carta dei Diritti Fondamentali, che sappia individuare procedure burocratiche idonee a far fronte a tutte le dinamiche legate al fenomeno dell’immigrazione, che sappia sviluppare una cultura politica basata sulla giustizia, sull’accoglienza, sulla libera circolazione, sulla integrazione e solidarietà tra tutte le persone».

    «Per noi la cancellazione della legge firmata a suo tempo dall’attuale presidente della Camera e dall’ex segretario della Lega è un punto prioritario – ha spiegato Kyenge Kashetu, Rete Primo Marzo – per combattere il razzismo istituzionale e favorire un cambiamento di approccio alle tematiche relative all’immigrazione».

    «Ogni persona, senza esclusione, ha il diritto di spostarsi liberamente dalla campagna verso la città, dalla città verso la campagna, da una provincia verso un’altra. Ogni persona ha il diritto di lasciare un qualsiasi Paese per andare in un altro e di ritornarci.
    Le persone migranti devono essere uguali davanti alla legge, allo stesso titolo dei nazionali e dei cittadini dei paesi di residenza o di transito. Nessuno deve essere sequestrato, imprigionato,deportato o vedersi limitare la propria libertà», dalla Carta Mondiale dei Migranti.

     

    Matteo Quadrone

  • Passo della Scoffera: raccolta firme contro la chiusura dell’ufficio postale

    Passo della Scoffera: raccolta firme contro la chiusura dell’ufficio postale

    In località Scoffera, frazione del Comune di Davagna, entroterra di Genova sulle alture della Valbisagno, divampano le polemiche per la paventata chiusura dell’ufficio postale di zona.

    I residenti, preoccupati per la sparizione di quello che ritengono un presidio essenziale, si sono organizzati in un comitato locale ed hanno avviato una raccolta firmeoltre 400 quelle già raccolte – per scongiurare che ciò accada. Anche se gli indizi lasciano pensare che il destino sia ormai segnato considerato che il servizio, prima ridotto a 3 giorni alla settimana, da circa un paio di mesi, addirittura si limita ad una sola apertura settimanale, nella giornata di sabato.

    Quindi nel prossimo futuro, per svolgere qualsiasi semplice operazione postale, i cittadini dovranno necessariamente recarsi a Bargagli, Torriglia o Davagna. Con gli inevitabili disagi, ad esempio per gli anziani, dovuti a spostamenti spesso non agevolati da un adeguato servizio dei mezzi di trasporto pubblico.

    Un volantino, che circola in questi giorni per la vallata, spiega «Gli abitanti di Scoffera sono indignati e sperano che l’ufficio postale non chiuda i battenti. Vogliamo far presente che nella piazza dove sorge l’ufficio postale, non a caso, negli ultimi anni sono stati aperti un supermercato, una macelleria, un bar, un tabacchino, un panificio, un ristorante, tutti locali molto frequentati anche da chi proviene dai paesi vicini».

    La preoccupazione, infatti, coinvolge anche gli esercizi commerciali della zona come ricorda la titolare del Supermercato Piccola Baita «Qui al Passo della Scoffera abbiamo creato un centro vitale, con diversi negozi che, nonostante le difficoltà, intendono tenere le serrande aperte. Certo però, se davvero chiuderanno l’ufficio postale, per noi sarà un colpo tremendo perchè a morire sarà tutto il tessuto commerciale, visto che i cittadini saranno costretti a fare la spesa nelle altre località della vallata».

    «Noi lotteremo affinché rimanga aperto un servizio pubblico utile per chi paga le tasse – spiega Adelma Mantelli, una delle promotrici della mobilitazione – La raccolta firme che stiamo portando avanti sarà recapitata al Direttore delle Poste di Genova ed alle istituzioni interessate. Vogliamo che l’ufficio postale non venga chiuso».

     

    Matteo Quadrone

  • Lotta al gioco d’azzardo: la petizione popolare parte da Genova

    Lotta al gioco d’azzardo: la petizione popolare parte da Genova

    Una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per bloccare, una volta per tutte, la proliferazione della sale dedicate al gioco d’azzardo (slot, videoolottery, ecc.) nelle città italiane. L’iniziativa, annunciata dal Sindaco Marta Vincenzi, parte da Genova con l’obiettivo di porre all’attenzione del Parlamento, la gravità del problema. Questa settimana il Comune incontrerà le associazioni, ad esempio Acli ed il Centro anti usura, i partiti e le realtà sociali interessate alla mobilitazione.

    La petizione poggerà su tre pilastri: il riconoscimento della ludopatia come una vera e propria malattia che necessita dei relativi percorsi di cura; occorre vietare qualsiasi forma di pubblicità del gioco d’azzardo; bisogna cambiare la legge attuale e conferire ai comuni il potere decisionale in merito all’apertura di sale slot e videolottery.

    E proprio su quest’ultimo punto, il Sindaco ha spiegato «Attualmente le autorizzazioni obbligatorie per l’apertura delle sale da gioco vengono rilasciate dalle questure e non dai comuni. Tutta colpa di una legge del 2010 dell’allora governo Berlusconi. In questi anni abbiamo assistito alla moltiplicazione di simili locali che spesso hanno sostituito i tradizionali negozi di quartiere. Il Comune di Genova finora ha avuto le mani legate, siamo riusciti a mettere qualche vincolo nel Puc (Piano urbanistico comunale) ma ciò non è sufficiente».

    Una volta raccolte le firme, la petizione sarà inviata alle competenti Commissioni di Camera e Senato. «Cercheremo di fare in fretta, diciamo entro l’estateha aggiunto Marta Vincenzi – Non dobbiamo perdere altro tempo. A Rivarolo, in via Vezzani, è prevista la realizzazione di una sala slot proprio di fronte ad una scuola ed a pochi passi da un asilo. Proprio quello che vogliamo evitare. Sarebbe bello se tutte le forze politiche, nonostante il periodo di campagna elettorale, aderissero a questa battaglia».

     

    Matteo Quadrone

  • Salva il trasporto pubblico ligure: petizione on line del forum del tpl

    Salva il trasporto pubblico ligure: petizione on line del forum del tpl

    Il Forum Ligure del Trasporto pubblico locale – che raggruppa tutti i comitati che difendono il diritto ad usufruire di un tpl degno di questo nome – lancia una petizione on line all’indirizzo http://www.salvailtpl.it/forum/

    Abbiamo bisogno anche della tua firma per cercare di salvare il trasporto pubblico ferroviario e locale in Liguria:

    Più risorse per i treni e i bus liguri; Pianificazione e riorganizzazione del servizio ferroviario tenendo conto delle diverse esigenze di mobilità (treni suburbani, treni regionali, treni regionali veloci); Velocizzazione dei tempi di percorrenza; Integrazione tariffaria regionale e sovraregionale fra treni e bus; Materiale rotabile nuovo; Penali e bonus chiari e solleciti

    Per un trasporto pubblico efficiente e a misura dei pendolari e dei cittadini liguri firma anche tu la petizione al Presidente della Regione Liguria Claudio Burlando

    Egr. Sig. Presidente Regione Liguria – Piazza De Ferrari, 1 – Genova

    Oggetto: richiesta di incontro urgente sui temi del trasporto pubblico regionale.

    Egregio Presidente,

    come lei sa, la Liguria è una delle regioni italiane in cui maggiormente è utilizzato il trasporto pubblico. Per quel che riguarda il trasporto ferroviario ci troviamo addirittura di fronte a percentuali eccezionali rispetto alla media italiana.

    Questo trova anche una sua rispondenza logica in una regione dagli spazi così ristretti, che vede una naturale propensione dei suoi cittadini verso il mezzo pubblico.

    Eppure, nonostante questi elementi positivi, ci troviamo di fronte non solo alle tariffe più care d’Italia (e questo vale sia per il ferro sia per la gomma) ma ad uno dei servizi più carenti in termini di: qualità dei mezzi – eclatante nel caso del servizio ferroviario – copertura del territorio, velocità media, pianificazione del servizio ed informazione e servizi all’utenza nel suo complesso.

    Ricerche a carattere nazionale dimostrano come, in rapporto al bilancio, la Liguria sia inoltre una delle regioni che spenda di meno per il trasporto pendolare – anche in confronto ad altre in cui la percentuale di utenti è inferiore – ma contemporaneamente destini considerevoli quote di bilancio ad interventi stradali e viari, spingendo altresì per la realizzazione di opere dagli ingentissimi costi a fronte di dubbi benefici e rilevanti ricadute ambientali.

    In questi giorni abbiamo appreso attraverso la stampa genovese dell’intenzione della Giunta Regionale di elaborare un Disegno di Legge sul Tpl che delineerebbe nuovi scenari che comprenderebbero anche l’ipotesi di una Azienda unica (ferro e gomma) per il trasporto pubblico ligure.

    La preoccupante situazione delle risorse e la profonda convinzione che sia inderogabile una svolta radicale nelle scelte della regione Liguria sul trasporto pubblico nel suo complesso, ferroviario e su gomma, spinge chi scrive, per la prima volta rappresentando tutte le associazioni di pendolari e dei consumatori oltre che le associazioni ambientaliste operanti sul territorio regionale, a richiederle con urgenza un incontro.

    Per le ragioni precedentemente esposte e nell’imminenza della presentazione del Disegno di Legge di riorganizzazione del Tpl ligure, gli scriventi ritengono necessario che Ella nella sua qualità di Presidente della Giunta si impegni quanto prima:

    a riconsiderare le priorità di investimento relative al trasporto pubblico nel suo complesso, affinché vengano ad esso riservate quelle risorse necessarie, anche in considerazione del così alto numero di cittadini coinvolti, a garantire la copertura del servizio eliminando gli aumenti tariffari e i tagli effettuati;

    a far svolgere alla Regione in modo forte e competente il proprio ruolo di ente pianificatore, impostando una programmazione coerente del trasporto nella sua totalità, che rimetta in sinergia ferro e gomma, attivando al più presto un processo di gestione unificata della mobilità ed attuando una revisione dei contratti di servizio con Trenitalia (questa volta in un ambito di reale confronto con l’utenza) e con gli altri gestori del tpl;

    a mettere in campo i necessari passi per un efficientamento della rete e dei servizi ed arrivare in tempi breve ad una effettiva integrazione modale e tariffaria tra tutti i soggetti operanti non solo a livello regionale ma anche extraregionale.

  • Legge di iniziativa popolare per tassare le bevande alcoliche

    Legge di iniziativa popolare per tassare le bevande alcoliche

    La difesa della salute dei consumatori è al centro della proposta di legge di iniziativa popolare sulle bevande alcoliche, preparata da Assoutenti Liguria e Società Italiana di Alcologia-sezione ligure.

    Un testo articolato in 4 punti, intitolato “Informazione all’uso e tassazione delle bevande alcoliche”, che propone in primis, a partire dal 1 gennaio 2013, di tassare gli alcolici sulla base del contenuto di etanolo espresso in gradazione alcolica.

    Al punto 2, sempre da inizio 2013, per quanto riguarda la correttezza delle informazioni fornite al consumatore, si sollecita di imporre l’obbligo al produttore di riportare in maniera chiara e visibile su tutti i contenitori di bevande alcoliche, la dicitura “l’alcol nuoce gravemente alla salute e provoca il cancro.

    L’articolo 3 invece promuove un’imposta aggiuntiva su qualsiasi forma di pubblicità delle bevande alcoliche, pari al 3% del fatturato prodotto. Infine al punto 4 l’iniziativa popolare richiede, a partire dal 1 gennaio 2022, di vietare qualunque pubblicità relativa agli alcolici.

    I primi firmatari sono stati Gianni Testino, Vicepresidente Associazione Italiana di Algologia e Furio Truzzi, Vicepresidente Assoutenti Liguria.

    Da inizio settimana, in giro per la città, saranno presenti i banchetti per la raccolta firme.
    Sembra che l’iniziativa abbia già suscitato l’adesione informale e trasversale di alcuni parlamentari liguri che potrebbero fornire il loro appoggio per portare avanti la proposta di iniziativa popolare quando quest’ultima giungerà in Parlamento.
    Ma l’impresa non è semplice perché per far sì che il testo approdi a Roma, prima occorrerà raccogliere ben 50 mila firme.

     

    Matteo Quadrone

  • Taglia le ali alle armi: una campagna contro i cacciabombardieri F35

    Taglia le ali alle armi: una campagna contro i cacciabombardieri F35

    Sbilanciamoci, Tavola per la pace, Rete Disarmo e Unimondo lanciano la campagna “Taglia le ali alle armi” e promuovono un mese di mobilitazione per tutto febbraio. L’obiettivo, dire no agli F35, risparmiando 15 miliardi di euro con cui si potrebbero creare 4.500 nuovi asili nido comunali, mettere in sicurezza oltre 12mila scuola, creare più di 100mila posti di lavoro.

    Il decreto sulle liberalizzazioni, pubblicato il 25 gennaio in Gazzetta Ufficiale, salva i poteri forti (banche, assicurazioni, petrolieri), colpisce i servizi pubblici locali, costringendo le amministrazioni locali a privatizzare e solo marginalmente dà qualche sforbiciata alle rendite di posizione di corporazioni come quelle degli avvocati, dei farmacisti, dei tassisti. Che tutto questo, come ha detto Monti, faccia aumentare il Pil del 10% in 10 anni è abbastanza fantasioso.Tra le corporazioni nemmeno sfiorate dal provvedimento c’è quella dei militari, che continuano a spendere e a sprecare una gran quantità di soldista scritto sul sito di informazione economica e sociale www.sbilanciamoci.info –  Come è noto, solo per la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F35 si prevede di spendere 15 miliardi di euro: più o meno la stessa cifra che gli esperti del governo stimano (anche qui in modo fantasioso) nel breve periodo come possibili risparmi per i cittadini dall’impatto del provvedimento sulle liberalizzazioni. Uno spreco, quello degli F35, di cui beneficiano i militari e il colosso della Finmeccanica, classico caso – a proposito della propaganda neoliberista antistato – di impresa lautamente assistita dai soldi pubblici, legata alla politica ed invischiata in opache vicende giudiziarie.

    Per mettere uno stop alla costruzione degli F35 la campagna Sbilanciamoci, la Tavola per la pace, la Rete Disarmo e Unimondo hanno promosso un mese di mobilitazione che si concluderà alla fine di febbraio con manifestazioni in 100 piazze italiane e con la consegna di decine di migliaia di firme contro gli F35 al governo italiano.

    In un momento di grave crisi per tutto il Paese troviamo fuori luogo che il Ministro-Ammiraglio Di Paola nei suoi monologhi televisivi continui imperterrito a difendere l’F-35, promettendo al massimo qualche sforbiciata – precisa Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo – Parlare di un programma di elevato valore operativo, tecnologico e industriale vuol dire non tenere in considerazione i rilievi negativi dello stesso Pentagono ed i ripensamenti di molti paesi partner nel progetto”.

    Gli stessi soldi stanziati per i caccia potrebbero essere impiegati in mille altri modi più utili sia economicamente che socialmente. “Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45mila asili nido pubblici, creando oltre 200mila posti di lavoro – sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! – oppure mettere in sicurezza le oltre 13mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio“.

    Il primo obiettivo di questa nuova mobilitazione è spingere il Parlamento e ogni singolo parlamentare a discutere in modo aperto e trasparente sugli F-35. L’appello lanciato dalla Marcia Perugia-Assisi dello scorso 25 settembre non deve cadere nel vuoto – ricorda Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Il Parlamento deve impedire innanzitutto che si crei il fatto compiuto. L’Italia non può permettersi oggi di impegnare ulteriori 15 miliardi di euro, oltre ai quasi 3 già spesi, per l’acquisto e il mantenimento di questi bombardieri, senza che ci sia un chiaro e onesto dibattito pubblico sulle esigenze e le priorità a cui dobbiamo rispondere”.

  • Acqua bene comune, appello “giù le mani dall’acqua e dalla democrazia!”

    Acqua bene comune, appello “giù le mani dall’acqua e dalla democrazia!”

    Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

    Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.

    Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.

    A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.

    Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

    Noi non ci stiamo.

    L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.

    I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.

    Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

    Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.

    Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.

    Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

    Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

     

     

    Si firma su www.acquabenecomune.org