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  • Rischio idrogeologico, convegno al Ducale: “il mini-scolmatore non basta”

    Rischio idrogeologico, convegno al Ducale: “il mini-scolmatore non basta”

    alluvione3-DI«Nessun intervento può garantire la messa in sicurezza assoluta. Un rischio residuo rimane sempre». Così Giorgio Roth, direttore del Dipartimento di Ingegneria civile, chimica e ambientale dell’Università di Genova, è intervenuto sabato al Ducale durante il convegno “Dal dissesto idrogeologico un’opportunità per la città”, organizzato da WWF e associazione Amici di Ponte Carrega, con il contributo di altre realtà di cittadinanza attiva quali il Comitato per la salvezza di Bosco Pelato (San Fruttuoso), il Comitato di Terralba e l’associazione Vivere in Collina (Quezzi).

    La realizzazione del mini-scolmatore del Fereggiano, panacea di tutti i mali secondo alcuni, intervento la cui effettiva utilità è ancora tutta da dimostrare secondo altri, è stata una delle questioni più calde al centro del dibattito.
    «Quest’opera risolve un problema di sicurezza in un’area circoscritta –  spiega Roth – ma per tutta la zona a valle di Brignole non cambia niente. Il mini-scolmatore deve essere integrato con l’intero scolmatore del Bisagno e va completato il rifacimento della copertura del torrente. La speranza è che con tutte queste opere il rischio residuo diminuisca».

    Per quanto riguarda l’ipotesi ventilata, anche dal Comune, della possibilità di allentare i vincoli all’edificabilità che – dopo l’alluvione 2011 – sono stati posti a valle nel bacino del Bisagno, vedi ad esempio nell’area dell’ex mercato di Corso Sardegna, gli esperti parlano quanto meno di ipotesi scorretta: «Solo dopo che si sarà completato il rifacimento della copertura del Bisagno e si sarà realizzato l’intero scolmatore, occorrerà verificare quali sono i rischi di esondazioni in tali aree e quindi valutare se le norme vadano modificate», sottolinea il professor Roth.

    Il genovese Renzo Rosso, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia al Politecnico di Milano, autore del libro di prossima uscita “Bisagno. Il fiume nascosto”, punta il dito contro l’assenza di pianificazione complessiva «Si procede con interventi spot, sulla base dei finanziamenti disponibili» e liquida con una battuta il progetto dell’amministrazione comunale che prevede la demolizione dello storico Ponte Carrega per risistemare gli argini del Bisagno «A Firenze nessuno immagina di buttare giù il Ponte della Carraie».

     

    Matteo Quadrone

  • Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    Varenna, alluvione ’93: vent’anni dopo, cosa è stato fatto e cosa bisogna fare

    val-varennaA distanza di vent’anni dalla tragica alluvione che nel settembre 1993 colpì la Val Varenna – ambiente di pregio del ponente genovese, sia per valori naturalistici (geologici, idrici, vegetazionali e faunistici), sia insediativi (ambiente di villa del nucleo di Granara, antiche cartiere e mulini) e infrastrutturali (viadotti della linea ferroviaria Genova-Ovada, ponti stradali in pietra) – l’omonimo torrente fa ancora paura. «Negli ultimi tempi siamo stati fortunati soltanto perché le grandi calamità, quali le ormai tristemente note “bombe d’acqua”, non hanno colpito il nostro territorio – racconta Elio Bottaro, presidente del locale comitato di cittadini – Sennò ci saremmo ritrovati nella medesima situazione del 1993».

    Nell’ottobre 1999 venne approvato un dettagliato Piano di bacino – successivamente modificato a partile dall’aprile 2002 (l’ultima modifica risale al maggio 2012)- che prevedeva la messa in sicurezza dell’alveo, dei versanti e degli impluvi che insistevano sull’intero bacino del Varenna, compresi i propri affluenti.
    Sulla rete web sono reperibili alcuni documenti che confermano la realizzazione di una serie di interventi di messa in sicurezza e consolidamento di frane e paleo frane. Tuttavia, i problemi di instabilità ed erosione restano un nodo tuttora aperto, vedi l’evento franoso che nel 2010 colpì l’ex sito di compostaggio dell’Amiu in località Carpenara, da allora mai più ripristinato.
    Inoltre, le risorse individuate hanno consentito di liberare i fornici laterali del ponte ferroviario, prima ostruiti da orti e baracche abusive, recuperando cosi spazio al letto naturale del torrente e di risistemare ampi tratti degli argini e dell’alveo, anche attraverso la demolizione di vecchi edifici.
    Infine, in questi anni si è proceduto alla progressiva dismissione delle attività di coltivazione delle attività estrattive delle cave denominate Coleol e Pian di Carlo, quest’ultima trasformata in discarica di materiali inerti.
    Ma l’azione più importante, portata finalmente a termine nell’autunno del 2011, è stato lo spostamento della sottostazione Enel, una piastra in calcestruzzo costruita sopra il letto del corso d’acqua, che fin dagli anni ’60 ha costituito una pericolosissima barriera per il deflusso dell’acqua, giocando un ruolo decisivo nell’alluvione del 1993.

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    Attualmente, però, a destare preoccupazione è l’assenza di manutenzione costante, con particolare riguardo alla pulizia dell’alveo del Varenna e dei suoi affluenti. Oltretutto con la consapevolezza che gli enti locali hanno sempre meno denaro in cassa per approntare soluzioni adeguate. «Oggi gli alberi ad alto fusto, che rappresentano la criticità maggiore, stanno infestando gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti», sottolinea Bottaro. Nel torrente principale della vallata ponentina, infatti, confluiscono le acque di numerosi rivi – tra gli altri rio Gandolfi, rio Vaccarezza, rio Cantalupo, rio Pomà, rio del Grillo, ecc. – che, nel caso di piogge persistenti, rendono la portata del primo assai impetuosa. Vista la presenza di numerosi ponti stradali (alcuni dei quali di antica fattura) «Tronchi e ramaglie di vario genere vengono trascinate verso valle dalla forza dell’acqua e possono facilmente incastrarsi sotto queste strutture con il conseguente rischio di un effetto diga», aggiunge il presidente del Comitato Val Varenna.

    La tragica alluvione del 1993

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    La Val Varenna, nel settembre del 1993, fu sconvolta da un evento meteorologico di carattere estremamente intenso. Le località più colpite furono la strada per Lencisa, Camposilvano, S. Carlo di Cese, Carpenara, Chiesino, Novagette, Tre Ponti, Cantalupo e la foce del Varenna, con parte dell’abitato di Pegli. La furia dell’acqua causò il crollo della casa abitata da una coppia di anziani che così persero la vita.
    Il centro abitato di S. Carlo di Cese ed altre frazioni rimasero isolate per diversi giorni. Il bilancio finale dell’alluvione ammontò a diversi miliardi di lire di allora.
    Nel settembre di quest’anno il comitato di cittadini ha voluto rendere omaggio alle vittime con una mostra fotografica presso il chiesino della Val Varenna «L’iniziativa è sorta anche con l’intento di sensibilizzare le istituzioni – ricorda Bottaro – Insomma, in mezzo a tante emergenze, non vogliamo che il nostro territorio venga dimenticato».

    Il volontariato: una risorsa preziosa

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    Negli ultimi anni gli abitanti hanno instaurato una proficua collaborazione con l’Amiu, soprattutto in merito alla pulizia della strada principale, una via stretta e ripida dalla quale continuano a transitare parecchi camion e mezzi pesanti, con inevitabili disagi per l’intera zona. «Ci siamo occupati di eliminare la vegetazione ingombrante – racconta il presidente del comitato – E adesso stiamo trattando affinché alcuni fondi siano messi a disposizione per continuare l’opera e migliorare le sinergie anche sul fronte della raccolta dei rifiuti».

    Per quanto riguarda il torrente Varenna, i cittadini non sono stati con le mani in mano, anzi «Siamo intervenuti da maggio a settembre, ogni week-end, per pulire la parte alta, tra Campo Silvan e Cian de Vì, in pratica fino al confine con Ceranesi – continua Bottaro – È una situazione molto critica. Ma stiamo già organizzando un’ulteriore fase di lavori».
    Altra significativa criticità è quella relativa al rio Pomà, uno degli affluenti del Varenna. «Anche qui recentemente abbiamo realizzato una pulizia dell’alveo – aggiunge Bottaro – E ancora sul rio Cantalupo che è il maggiore affluente. L’anno scorso siamo intervenuti in particolare alla confluenza del Cantalupo con il Varenna. Gli alberi, però, crescono fin troppo velocemente e noi, solo con i nostri mezzi, di più non riusciamo a fare».

    Va dato atto alle istituzioni locali di aver eliminato la famigerata piastra Enel a valle del torrente ma, nello stesso tempo, va anche detto che ciò è stato fatto con un notevole ritardo «Sanando una situazione di estremo pericolo generata da scelte scellerate compiute anni addietro dai rappresentanti politici dell’epoca», sottolinea Bottaro. Nei pressi della Foce del Varenna «In effetti qualche intervento è stato eseguito – continua Bottaro – a monte, invece, ricordiamo soltanto un’operazione di pulizia del greto, realizzata qualche anno fa dalla Provincia».

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    Secondo il comitato, in questa parte del ponente genovese, le tematiche della sicurezza idraulica e della prevenzione dal rischio idrogeologico, sono state pressoché abbandonate. «Noi rappresentiamo un presidio del territorio e vogliamo svolgere un’azione preventiva – spiega il presidente – Impegnandoci in prima persona ma soprattutto sensibilizzando gli enti locali. Perché non basta la buona volontà dei cittadini se al loro fianco non si schiera una guida pubblica in grado di fornire un aiuto concreto in termini di competenze, capacità e mezzi».
    L’assessorato comunale ai Lavori pubblici «Ci ha confermato che, a breve, svolgerà un sopralluogo in vallata – aggiunge Bottaro – per vedere da vicino lo stato del torrente». Staremo a vedere se tale promessa avrà un seguito positivo. «Nella parte a monte noi abbiamo iniziato l’opera che adesso, però, va completata – conclude Bottaro – Sappiamo bene che, per un’adeguata messa in sicurezza, sarebbero necessarie risorse sostanziose finalizzate a interventi strutturali. Ma i soldi non ci sono. Quindi, almeno cerchiamo di monitorare attentamente gli alvei del Varenna e dei suoi affluenti. Perché è altrettanto vero che è meglio spendere prima in prevenzione, piuttosto che spendere dopo, magari pure il doppio, per ripristinare gli eventuali danni generati da una carente manutenzione».

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Ponte Carrega, demolizione o riqualificazione? Futuro ancora incerto

    Ponte Carrega, demolizione o riqualificazione? Futuro ancora incerto

    Ponte CarregaDemoliamo Ponte Carrega. Anzi no, riqualifichiamolo. Il futuro del viadotto costruito nel 1788 è approdato ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 promosso dai consiglieri di opposizione Grillo (Pdl) e Rixi (Lega). Da un lato, la volontà dei cittadini di tenere in vita un pezzo di storia della nostra città, dall’altro la necessità dell’amministrazione di mettere in sicurezza il bacino del Bisagno e riqualificare l’intera valle.

    «L’associazione Amici di Ponte Carrega – ha ricordato il decano del Consiglio comunale, Guido Grillo – ha partecipato al concorso indetto dal Fai per il finanziamento a fondo perduto dei lavori di riqualificazione dei cosiddetti “luoghi del cuore”. Per partecipare al bando era necessario acquisire il nulla osta dell’amministrazione comunale, che è arrivato ma con una puntualizzazione che dà luogo a incertezze. Viene, infatti, specificato che il Comune non si assume nessun impegno in ordine al mantenimento del ponte, in quanto il piano di bacino per la messa in sicurezza del Bisagno ne imporrebbe l’abbattimento. Tuttavia – conclude Grillo – il valore storico del ponte è stato riconosciuto anche dalla Soprintendenza e una legge del 2004 impedisce la demolizione di questi beni e impone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione». Come si risolve questa dicotomia legislativa?

    Questione delicata, tanto che la risposta arriva direttamente dal sindaco che non ha sgomberato definitivamente il campo dai tanti dubbi. «Nel nulla osta che ci è stato richiesto e abbiamo concesso in tempi rapidissimi – spiega Marco Doria – non potevamo non far presenti alcuni dati di fatto derivanti da atti amministrativi che in qualche modo riguardano il bene». Il sindaco ha, poi, ripercorso le tappe che hanno portato alla realizzazione del piano di bacino che si occupa della sicurezza complessiva del Bisagno per evitare il rischio esondazione e alla redazione del progetto preliminare per la realizzazione del nuovo asse infrastrutturale per il trasporto pubblico nella valle. «La demolizione dei ponti Feritore, Guglielmetti, Carrega, Veronelli e Bezzecca e la loro sostituzione con due nuovi viadotti – ha sottolineato il primo cittadino – è indispensabile per la messa in sicurezza idraulica del torrente. In particolare, Ponte Carrega rappresenta il maggior rigurgito di acqua e conseguentemente è causa del maggior flusso potenziale di esondazione del Bisagno».

    Certo, l’opera di messa in sicurezza del torrente è iniziata con i lavori sullo “scolmatorino” del Fereggiano, in cui sono stati assorbiti i 25 milioni di finanziamento statale, pari a un decimo di quanto sarebbe necessario per la sistemazione idrogeologica dell’intero bacino. «Il problema della messa in sicurezza di tutto il Bisagno resta vivo – riconosce il primo cittadino – e nella zona più a monte rispetto agli interventi programmati, cioè quella in cui insiste ponte Carrega, dobbiamo fare riferimento alle indicazioni provenienti dagli studi effettuati nel 2010 e 2011 che vanno in direzione di una demolizione del ponte. Naturalmente, se nel futuro emergessero valutazioni tecniche di diverso avviso ne terremo conto».

    In sintesi: non ci sono i soldi per discutere di tutto il Bisagno, ma qualora dovessero essere stanziate le opportune risorse dal governo dovremo sottostare agli studi tecnici effettuati fino al momento che prevedono l’abbattimento di Ponte Carrega.

    ponte-carrega-valbisagno-lavori-volontariE la tutela del bene imposta dalla Soprintendenza? Ancora Doria: «Siamo in presenza di processi che riguardano la messa in sicurezza idraulica, da un lato, e la tutela dei beni culturali, dall’altro. Questi ultimi potrebbero entrare in conflitto con le prime. In tal caso l’amministrazione rispetterà le valutazioni fatte dagli organi dello Stato superiori in ordine all’interesse generale». Decide lo Stato, dunque, che a rigor di logica dovrebbe far prevalere le norme sulla sicurezza idrogeologica con il definitivo addio al viadotto.

    Ma secondo l’Associazione Amici di Ponte Carrega le cose non stanno proprio così, come ci spiega Fabrizio Spiniello: «La messa in sicurezza del Bisagno non comporta necessariamente l’abbattimento dei cinque ponti e, in particolare, di Ponte Carrega. Certo, bisognerà mettere in sicurezza l’area e intervenire con alcune migliorie comunque non strutturali sul ponte. Ma se davvero si vuole fare lo scolmatore sul Bisagno, Ponte Carrega potrà continuare ad esistere. A meno che non vi siano altre logiche speculative dietro». A dirlo non sono solo i cittadini che hanno preso a cuore il futuro di un pezzo di storia di Genova, ma soprattutto alcuni esperti del Politecnico di Milano chiamati in causa dalla stessa associazione. «Sappiamo che ci sono molte possibilità di sopravvivenza di Ponte Carrega e riteniamo che sia grave che l’amministrazione comunale si sia barricata su questa sua convinzione. Tra l’altro, l’abbattimento del ponte di per sé non risolverebbe la situazione perché il restringimento del Bisagno in questo punto, a cui si andrebbe in contro con la realizzazione della nuova viabilità nella valle, sposterebbe semplicemente i problemi di esondabilità più a valle».

    Per discutere di queste problematiche e, più in generale, dell’assetto idrogeologico e del futuro della Valbisagno, gli Amici di Ponte Carrega organizzeranno due giorni di workshop venerdì 8 e sabato 9 novembre, culminanti nella seconda giornata con un seminario a Palazzo Ducale.

    Intanto, il progetto di conservazione e riqualificazione di Ponte Carrega è stato accolto dal Fai, che ora valuterà la copertura economica richiesta (circa 10mila euro) a fronte di tutte le altre proposte giunte dal territorio nazionale. Già a luglio, i cittadini della zona erano intervenuti con alcune operazioni di manutenzione come la riverniciatura della storica ringhiera in ferro battuto e la pulizia della struttura dalle piante infestanti, grazie all’intervento di sponsor privati. Ora, il progetto prevedrebbe una risistemazione dell’illuminazione, la ricollocazione dell’edicola votiva della Madonnina del ponte nella sua posizioni originaria e la realizzazione di spazi verdi per dar vita a nuovi centri di aggregazione e orti urbani. L’obiettivo è quello di evitare che il quartiere assuma un aspetto «eccessivamente commerciale o industriale» in seguito agli ultimi interventi edilizi approvati.

    «Naturalmente – chiosa Spiniello – non sarà semplice ottenere i finanziamenti, anche perché oltre al nulla osta del Comune sarebbe stata opportuna una manifestazione di interesse da parte dall’amministrazione. Invece, le specificazioni del sindaco rischiano di metterci i bastoni tra le ruote. Ma, in ogni caso, non ci fermeremo qui. Abbiamo raccontato la nostra storia a Marco Paolini la settimana scorsa e lo faremo ad Ascanio Celestini quando anche lui sarà allo Stabile. E poi abbiamo già 11 realtà associative disposte a darci una mano e una serie di ditte private che potrebbero procedere alle opere di riqualificazione».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Molassana, ex Italcementi: necessaria messa in sicurezza rii Mermi e Torre

    Molassana, ex Italcementi: necessaria messa in sicurezza rii Mermi e Torre

    ponte carrega centro commerciale 2Un’eredità dell’ex Giunta Vincenzi, confermata dall’amministrazione Doria e poi scarsamente vigilata dalle istituzioni preposte, nonostante si tratti di un’operazione di cementificazione impattante su una valle – quella del torrente Mermi e del contiguo rio Torre a Molassana, pesantemente colpita dai tragici eventi alluvionali del novembre 2011. I lavori della società Coopsette per la costruzione di un enorme edificio a destinazione commerciale nell’area del cementificio dismesso Italcementi – circa 216000 metri quadrati sulla sponda sinistra del Bisagno a 200 metri da Piazzale Adriatico e Ponte Carrega – zona considerata esondabile, sono da poco ripresi dopo un lungo stop conseguente ad un ricorso al Tar, promosso da un’altra realtà del settore preoccupata dalla concorrenza. Il nuovo manufatto multipiano (come da noi preannunciato in un articolo dell’anno scorso) ospiterà una grande struttura di vendita “Bricoman” per il “fai da te”, ma al suo interno troveranno spazio anche ulteriori attività produttive e commerciali.

    Il cantiere è ubicato proprio all’interno della valletta dove il rio Mermi scorre in un greto seminascosto dalla vegetazione per poi confluire nel Bisagno dopo aver attraversato un tratto coperto. Oggi qui spicca un enorme scheletro di cemento incompleto, lungo 300 metri e alto una quarantina, che ha rimpiazzato gli orti urbani caratteristici di questa porzione di Molassana. Lo stato di emergenza idrogeologica è sempre confermato, visto che alcune famiglie sono soggette al divieto di permanenza nelle loro abitazioni in caso di allerta meteo di tipo I e II. Comunque sia, Coopsette ha proceduto ai lavori di sbancamento della collina nel medesimo bacino idrografico, anche se finora non sono state eseguite le contestuali opere di sistemazione idraulica del vicino corso d’acqua.
    Nel frattempo la stagione delle piogge si avvicina e con essa cresce la paura degli abitanti. Comprensibile timore accresciuto dal fatto che all’interno dell’area di cantiere, ormai da mesi, giacciono abbandonati laterizi, terre di scavo e materiale edile che – nella malaugurata eventualità si verificassero intensi episodi piovosi – probabilmente potrebbero scivolare a valle, ostruendo ulteriormente il pericoloso torrente.

    La situazione del cantiere

    ponte carrega centrocommercialeCome detto i lavori sono ripresi «Ufficialmente da giugno, ma in realtà solo adesso sono entrati a regime – racconta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici Ponte Carrega – A breve dovrebbero partire con le opere di urbanizzazione, ovvero la sistemazione della viabilità di Lungo Bisagno. Noi, però, ci aspettiamo che comincino anche i lavori di messa in sicurezza del torrente Mermi». Soprattutto nel tratto finale, oltre a quello di competenza di Coopsette. «Quest’ultima, infatti, ha realizzato qualche piccolo lavoro esclusivamente nella parte di rivo interno all’area di cantiere, poca cosa rispetto agli interventi necessari. Nel tratto finale del rio Mermi, quello che va dal cantiere alla confluenza nel Bisagno, il corso d’acqua è tombinato e la società costruttrice dovrà scoperchiare la copertura per metterlo in sicurezza».

    A destare preoccupazione, dunque, è l’aumentato rischio idrogeologico in zona, conseguenza di scelte non condivise con gli abitanti del luogo. «Noi cittadini siamo stati esclusi dalle decisioni in merito alle sorti di quest’area – continua Spiniello – È stata un’occasione persa perché l’amministrazione ha permesso di costruire un ecomostro davanti alle nostre case. Oggi, almeno, vogliamo sollecitare i responsabili, pubblici e privati, riguardo alla sicurezza del rio e chiediamo di fare chiarezza al più presto sui tempi di esecuzione». Secondo gli Amici di Ponte Carrega, la società costruttrice avrebbe perpetrato un’operazione scellerata «Sbancando la collina e scoprendo due rivi affluenti del Mermi che adesso confluiscono in una piana di cemento. In precedenza, invece, la presenza di numerosi orti curati dalla gente del posto garantiva, dal punto di vista idraulico, un contenimento del rischio». Lo scorso 26 agosto con la caduta delle prime piogge si sono verificati degli allagamenti «Quindi è evidente come lo sbancamento abbia peggiorato la situazione», sottolinea Spiniello.

    Inoltre, Coopsette ha recentemente presentato una variante per realizzare ulteriori 6000 metri quadrati di parcheggio in struttura impalcata, di fronte al piazzale della ex cementifera. In sostanza un raddoppiamento rispetto alle previsioni iniziali, probabilmente al fine di vendere più facilmente l’area.
    «Ai cittadini sono state promesse delle opere di compensazione, quali la piantumazione di alberi ad alto fusto per coprire l’edificio e ridurre in parte l’inquinamento ambientale e acustico prodotto dai mezzi privati diretti al nuovo centro commerciale – spiega Spiniello – Il sindaco Doria e l’assessore Bernini hanno affermato di essersi trovati dinanzi ad un intervento già approvato e di non avere alcuna intenzione di peggiorarlo ulteriormente. Invece, se approveranno la variante per il nuovo parcheggio, il carico di cemento sarà sempre più pesante. Noi rivendichiamo con forza l’area verde prevista a favore del quartiere. Su questo punto, però, non abbiamo risposte da un anno».

    L’interrogazione in Regione

    Il 30 luglio scorso, il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti), ha presentato un’interrogazione per chiedere alla Regione un’attenta verifica dell’assetto idrogeologico nella zona di Ponte Carrega. «Ho invitato gli assessori all’Ambiente e all’Urbanistica a recarsi in sopralluogo urgente, insieme ai tecnici degli uffici competenti del Comune – spiega Pellerano – Da quando il cantiere è stato aperto, secondo le testimonianze di alcuni abitanti, la situazione si è aggravata. Inoltre, mi risulta che le opere di messa in sicurezza non siano state ultimate, mentre nel tratto del rio Mermi compreso tra l’area di intervento e lo sbocco sul Bisagno, neppure sono cominciate».

    «L’ufficio Assetto del territorio non ha competenze in merito alle previsioni urbanistiche edilizie in oggetto – così ha risposto l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano, il 16 settembre – Il Dipartimento è intervenuto, in qualità di ufficio di supporto all’Autorità di bacino regionale, nella procedura relativa alla definizione dello stato di pericolosità idraulica del rio Mermi, della progettazione e della relativa sistemazione idraulica. Poiché il rio è stato soggetto ad alcune esondazioni nell’ambito degli eventi alluvionali del 4 novembre 2011, è stata richiesta innanzitutto una verifica delle previsioni progettuali, alla luce della ricostruzione dell’evento avvenuto, che è stata eseguita».
    Briano ha poi proseguito «Nel gennaio-febbraio 2012, il Comitato tecnico di bacino ha espresso parere favorevole con alcune prescrizioni da riscontrare da parte della Provincia, nell’ambito delle procedure di autorizzazione idraulica, circa gli interventi di sistemazione proposti, nonché sull’aggiornamento delle fasce di inondabilità allo stato attuale del rio Mermi e del rio Torre. La Provincia di Genova, l’11 luglio 2012, ha approvato la variante al Piano di bacino del torrente Bisagno, relativamente all’inondabilità allo stato attuale del rio Mermi e del rio Torre, tutt’oggi vigente, nonché la riperimetrazione preventiva delle facili inondabilità stesse, dando atto che tale riperimetrazione entrerà in vigore solo a seguito della completa realizzazione e verifica degli interventi idraulici previsti». Infine, l’assessore sottolinea come la normativa di Piano di bacino «Prevede la possibilità di approvare uno strumento urbanistico attuativo anche in aree a pericolosità idraulica, a condizione che sia prevista nello stesso strumento la realizzazione di opere idrauliche atte a ricondurre le condizioni di pericolosità a livello compatibile con l’intervento edilizio».

    In pratica, l’assessorato regionale all’Ambiente afferma che i lavori edilizi potevano iniziare, ma contestualmente con la messa in sicurezza. «Purtroppo, però, non dice nulla sullo situazione di rischio alluvionale che incombe oggi sulle nostre teste – sottolineano gli Amici di Ponte Carrega – evadendo la domanda e rimbalzando la competenza sulle condizioni realizzative e di sicurezza alle materie di competenza del Comune. Emerge così che, soltanto con la fine dei lavori, si potrà avere una sicurezza idraulica. Tuttavia, non viene data risposta al nostro quesito riguardo l’aumento della situazione di rischio durante lo svolgimento degli stessi».
    Per quanto riguarda il Comune «Da noi già interpellato più volte – ricorda Spiniello – ha sempre sostenuto che la responsabilità dell’esecuzione spetta a Coopsette, mentre l’amministrazione comunale ha il compito di vigilare. Francamente, si tratta di una risposta fin troppo evasiva».

    L’iniziativa del Municipio Media Valbisagno

    Proprio per richiamare l’attenzione delle istituzioni, la maggioranza del Municipio Media Valbisagno è intenzionata a presentare, al prossimo consiglio municipale, una mozione congiunta. «Un paio di giorni fa abbiamo incontrato i rappresentanti consiliari della Media Valbisagno per integrare il documento con le nostre indicazioni – spiega Spiniello – La mozione solleciterà la giunta di Municipio ad impegnare l’amministrazione comunale affinché sia trasmessa una dettagliata informazione in merito allo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza del rio Mermi».
    «L’iniziativa è finalizzata a stimolare una maggiore sensibilità da parte dell’amministrazione pubblica chiamata a tenere sotto controllo la situazione, in generale su tutta la zona, in particolare sugli interventi previsti sui rivi Mermi e Torre – spiega Gian Antonio Baghino, consigliere Pd e assessore all’Assetto del territorio del Municipio Media Valbisagno – il nuovo centro commerciale, infatti, porterà dei posti di lavoro, ma anche inevitabili disagi per la popolazione».
    Secondo Baghino, la sistemazione idraulica del torrente Mermi sarà avviata entro fine anno «Così ci ha garantito Coopsette». Ma la realizzazione di queste opere non sarebbe dovuta partire contestualmente alla costruzione del manufatto? «La società costruttrice non si occuperà direttamente dei lavori perché ha deciso di affidarli tramite gara, dunque i tempi si sono allungati – risponde il consigliere municipale – L’assegnazione dell’appalto dovrebbe avvenire entro il mese di ottobre. E si partirà dal tratto finale del rio, quello più critico che desta preoccupazione negli abitanti di Ponte Carrega».
    In merito al contiguo rio Torre, invece «La pratica attualmente è in Provincia e si attende l’autorizzazione necessaria da parte dell’ente – continua Baghino – Poi, anche in questo caso, occorrerà aspettare la gara ed il successivo affidamento, quindi è ipotizzabile che la concreta realizzazione non avvenga prima della primavera 2014».

    Gli Amici di Ponte Carregga, inoltre, chiedono al Comune puntuali informazioni sul futuro piano di emergenza per fronteggiare gli eventi alluvionali, che gli uffici di Palazzo Tursi stanno approntando in questi giorni. «Si ipotizza di bloccare il traffico evitando così gli spostamenti delle persone su mezzi privati nelle zone esondabili – afferma Spiniello – Questo sarebbe un bel passo avanti rispetto a prima. Siamo anche ansiosi di vedere superata l’ordinanza del sindaco (provvedimento N. 2012-POS-274 del 28/08/2012) che prevede un generico sgombero per gli abitanti che vivono in aree dichiarate a rischio in caso di allerta meteo 1 e 2, ma non prevede, ad esempio, la chiusura della Coop Val Bisagno che pure si trova sotto il livello del torrente Bisagno».

    Infine, conclude Spiniello «Stiamo discutendo proficuamente con la Protezione Civile, con la quale abbiamo concordato di attivare un percorso informativo e partecipato con la popolazione di Ponte Carrega e Piazzale Adriatico sulla gestione delle allerte e l’auto-protezione, percorso che porteremo avanti a partire dal mese di novembre».

    Matteo Quadrone

    [Foto tratte dal sito web dell’associazione “Amici di Ponte Carrega”]

  • Costruzioni sui torrenti: leggi regionali in contrasto con le norme nazionali

    Costruzioni sui torrenti: leggi regionali in contrasto con le norme nazionali

    torrenti-bisagno-rischio-idrogeologicoL’argomento è importante quanto delicato perché in un territorio come quello ligure, soggetto ad alto rischio idrogeologico, la normativa regionale in materia di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua – soprattutto riguardo alla distanza delle costruzioni dai torrenti e alla realizzazione di tombinature e discariche o abbancamenti di materiali inerti – dovrebbe essere improntata alla massima prudenza. La Regione Liguria, invece, nel corso degli anni ha inserito tra le pieghe delle leggi, eccezioni e deroghe spesso in palese contrasto con le norme nazionali, come ha rilevato lo stesso Ministero dell’Ambiente.

    A sollevare il caso per prima è stata la sezione Tigullio di Italia Nostra, come racconta il presidente, Annamaria Castellano «Noi abbiamo cominciato a lavorare su questo fronte nel 2009 perché nel Comune di Chiavari era previsto un progetto per la realizzazione di una discarica di inerti nella valle del Rio Campodonico: un riempimento della valletta con oltre 1 milione e 700 mila metri cubi di materiale che ha rischiato di essere, in Liguria, il primo di una lunga serie di scempi ambientali ai danni del già compromesso sistema idrogeologico».
    Oggi la buona notizia è che il rischio dovrebbe essere stato sventato. «La sezione Tigullio di Italia Nostra ha presentato delle osservazioni sul progetto di Chiavari, accolte positivamente dal Ministero dell’Ambiente – sottolinea Castellano – In seguito è saltato fuori un progetto analogo nel Comune di Sori, nella valle del Rio Cortino, contrastato da un comitato spontaneo di cittadini. Ma altri simili interventi riguardano anche le provincie di Imperia e Savona».

    Rio Campodonico

    Nel gennaio 2010, preparando un primo documento molto circostanziato contro il progetto nella valle del Rio Campodonico «Ci siamo accorti che il Piano di bacino della Provincia di Genova presentava una discrepanza assai grave con il Codice dell’ambiente», ricorda Castellano.
    Il D.Lgs. 03-04-2006 n. 152 “Norme in materia ambientale”, all’articolo 115 (tutela delle aree di pertinenza dei corpi idrici), infatti, recita: «Al fine di assicurare il mantenimento o il ripristino della vegetazione spontanea nella fascia immediatamente adiacente i corpi idrici, […] di stabilizzazione delle sponde e di conservazione della biodiversità […] le regioni disciplinano gli interventi di trasformazione e di gestione del suolo e del soprassuolo previsti nella fascia di almeno 10 metri dalla sponda di fiumi laghi stagni e lagune, comunque vietando la copertura dei corsi d’acqua che non sia imposta da ragioni di tutela della pubblica incolumità e la realizzazione di impianti di smaltimento dei rifiuti».
    L’art. 9 delle “Norme di attuazione del Piano di Bacino della Provincia di Genova”, invece, afferma: «Non sono consentite nuove tombinature o coperture […] salvo quelle dirette ad ovviare a situazioni di pericolo, a garantire la tutela della pubblica incolumità e la tutela igienico sanitaria, nonché quelle necessarie per consentire la realizzazione delle discariche di rifiuti solidi urbani e di inerti».
    Bisogna prestare attenzione alle singole parole perché è proprio tramite le sottigliezze linguistiche che la Regione Liguria aggira le norme nazionali. «La congiunzione “e” diventata “nonché” capovolge di fatto il significato e lo spirito della Legge, chiaramente volta a conservare il più possibile la naturalità dei corsi d’acqua e la sicurezza idrogeologica – spiega Castellano – Così facendo, in Liguria si consente la possibilità di creare discariche previo tombinamento di rivi e torrenti».
    Va detto che la Provincia di Genova, nella formulazione della norma in questione, si è attenuta ai criteri ricevuti dalla Regione Liguria. Effettivamente, con Deliberazione di Giunta regionale del 23/3/2001 n.357, la Regione ha approvato alcuni “Criteri per la redazione della normativa di attuazione dei Piani di Bacino” in cui, all’art. 9, sono vietate le tombinature e le coperture salvo «quelle necessarie per consentire la realizzazione delle discariche di rifiuti solidi urbani e di inerti».
    La sezione Tigullio di Italia Nostra decide allora di indirizzare una segnalazione in merito, chiedendo la rettifica delle disposizioni regionali e provinciali onde adeguarsi alla legge nazionale, a tutti gli enti preposti: Regione, Provincia, Ministero dell’Ambiente, senza ricevere alcuna risposta. A questo tentativo, dimostratosi vano, fa seguito nel marzo 2011, una diffida, redatta dall’avvocato Ardo Arzeni e firmata dalla presidente nazionale dell’associazione ambientalista, Alessandra Mottola Molfino.
    Seppure con molto ritardo, il 12 luglio 2011, finalmente arriva la risposta del Ministero dell’Ambiente che riconosce la giustezza delle osservazioni di Italia Nostra, riscontra la difformità tra l’art. 115 del D.Lgs 152/06 e l’art. 9 del Piano di Bacino della Provincia di Genova ed invita le amministrazioni regionale e provinciale a «fornire ogni utile chiarimento al riguardo a questo Ministero e quindi ad apportare le pertinenti modifiche atte ad assicurare che i piani di stralcio in oggetto risultino conformi con la citata normativa nazionale».

    Rio Cortino

    Il progetto dell’amministrazione comunale di Sori – di cui si parla già da alcuni anni – prevede il riempimento, con circa due milioni di metri cubi di detriti e rocce da scavo, dell’intera vallata percorsa dal Rio Cortino, allo scopo di bonificare l’area dal rischio di dissesto idrogeologico. Le opere di riempimento e di messa in sicurezza della valle del rio, però, hanno anche un’altra finalità, ovvero la lottizzazione edilizia con la creazione di spazi commerciali e artigianali, l’ampliamento degli impianti sportivi e la costruzione di nuove residenze.
    «La messa in sicurezza di un’area a rischio idrogeologico verrebbe così barattata con lo sconvolgimento di parte del territorio soggiacendo a logiche affaristiche – sottolinea il comitato di residenti – Tale progetto non rappresenta la messa in sicurezza del sito, bensì creerebbe un grave danno alla salute ed alla viabilità del territorio per tutti gli abitanti di Sori e delle sue frazioni, in particolare quelle di Teriasca e Cortino». Il riempimento della Valle del Rio Cortino, secondo il comitato, provocherà «Danni all’ecosistema e desertificazione della valle, inquinamento acustico prodotto dal continuo via vai dei mezzi che trasporteranno il materiale di riempimento (più di 100 camion al giorno), inquinamento da polveri sottili per la movimentazione del materiale di risulta, alta probabilità di inquinamento da sostanze nocive provenienti da materiali non controllabili che rimarranno nel sito (amianto nel migliore dei casi) con il concreto pericolo di contaminazione delle falde acquifere, del torrente Sori, fino a compromettere la vivibilità della spiaggia, rischio di infiltrazioni mafiose per il succoso giro d’affari, inizio lavori per opere di discutibile interesse pubblico con il ricavato della svendita della nostra terra, sconvolgimento urbanistico del territorio». L’intera vallata percorsa dal Rio Cortino con la sua estensione di fitta macchia mediterranea «Per noi rimane parte di un patrimonio comune da difendere – concludono i cittadini – Fermo restando che il problema della messa in sicurezza va comunque risolto, il nostro scopo è a quello di valutare e proporre una soluzione alternativa che meglio rispetti l’ambiente».
    Di diverso avviso è il sindaco di Sori, Luigi Castagnola, che sulle pagine del “Secolo XIX” nel 2012 parla di «Progetto che metterà in sicurezza tutto il paese dal rischio alluvionale. La zona di Sori è in una situazione di dissesto idrogeologico e l’area del rio Cortino è tutt’ora una spada di Damocle sopra l’abitato».

    Regolamento regionale 14 luglio 2011 N.3 

    I tempi sono curiosi perché nel luglio 2011, appena due giorni dopo la risposta del Ministero dell’Ambiente, la Regione Liguria approva un nuovo “Regolamento recante disposizioni in materia di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua” – R.R. 14 luglio 2011, n. 3 – in cui «La norma incriminata esce dalla porta e rientra dalla finestra – spiega Castellano – Una vera e propria legge col trucco». A questo punto «Abbiamo cercato di instaurare un dialogo con i rappresentanti regionali, non trovando disponibilità da parte loro». E così Italia Nostra, insieme a WWF e Legambiente, presenta ricorso al Tar Liguria. «In particolare su due punti – espone Castellano – Le tombinature funzionali alla realizzazione di discariche e abbancamenti; la distanza minima delle costruzioni dalle sponde di rivi e torrenti».

    Borzoli. rio Figoi3

    Partiamo da quest’ultimo aspetto. Con il nuovo regolamento, infatti, la Regione consente di ridurre la fascia di inedificabilità, in ambito urbano, fino a soli 3 metri dai corsi d’acqua. Nell’art. 4 (Fasce di tutela) del R.R. 14 luglio 2011, n. 3, comma 1, si legge: «A fini di tutela e miglioramento dell’ambiente naturale delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua e di contestuale garanzia di mantenimento di aree di libero accesso agli stessi per l’adeguato svolgimento delle funzioni di manutenzione degli alvei e delle opere idrauliche nonché delle attività di polizia idraulica e di protezione civile, sono stabilite fasce di tutela».
    Il comma 3 prosegue: «Per i corsi d’acqua ricadenti nel reticolo idrografico di primo, secondo e terzo livello è stabilita una fascia di inedificabilità assoluta pari a 10 metri, articolata nei termini di seguito indicati: a) all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica, la fascia può essere ridotta, previa autorizzazione idraulica provinciale ex R.D. 523/1904, fino a: 5 metri per i corsi d’acqua di primo livello; 3 metri per i corsi d’acqua di secondo livello; b) per i corsi d’acqua compresi nel reticolo idrografico di terzo livello la fascia può essere ridotta, previa autorizzazione idraulica provinciale ex R.D. 523/1904, fino a: 5 metri all’esterno del perimetro del centro urbano; 3 metri all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica».
    L’art. 5 (Interventi nelle fasce di in edificabilità assoluta), comma 1, precisa: «Nella fascia di inedificabilità assoluta, articolata secondo quanto previsto dall’articolo 4, non sono ammessi interventi di nuova edificazione».
    Ma il comma 3 prevede: «In casi di notevole acclività del versante interessato, esterno al perimetro del centro urbano, possono altresì essere ammessi, previa autorizzazione della Provincia, interventi di nuova edificazione con le stesse modalità previste all’art. 4 all’interno dei centri urbani […]».
    Il comma 4 aggiunge: «A seguito dell’approvazione di progettazioni di livello almeno definitivo di messa in sicurezza idraulica di un corso d’acqua, che, nell’ambito di un contesto di sistemazione complessiva, comportino la demolizione di volumi edilizi esistenti in fregio al corso d’acqua, può essere autorizzata dalla Provincia, la ricostruzione, anche non fedele, di tali volumi a distanze inferiori a quelle previste all’articolo 4, a condizione che ricadano in tessuti urbani consolidati e che: a) gli interventi idraulici da realizzare siano finalizzati alla messa in sicurezza […] b) si tratti di insediamenti produttivi e sia dimostrato che non sia possibile prevederne la ricostruzione a maggiore distanza dal corso d’acqua […]».

    «La Regione, rispondendo alle nostre contestazioni, ha sostenuto l’esigenza di uniformare il quadro normativo – racconta il presidente della sezione Tigullio di Italia Nostra, Annamaria Castellano – Ma la Legge nazionale (D.Lgs. 03-04-2006 n. 152) stabilisce in tutti i casi la distanza minima di 10 metri dalle sponde dei corsi d’acqua per la realizzazione di edificazioni. Pur volendo lasciare per buone alcune situazioni esistenti, dove oggi la distanza è addirittura pari a zero, almeno per le nuove costruzioni è necessario rispettare la fascia di inedificabilità assoluta pari a 10 metri».

    torrente-fereggiano

    Proseguiamo nell’analisi del regolamento regionale. L’art. 7 (interventi negli alvei dei corsi d’acqua), comma 1, sancisce : «[…] negli alvei dei corsi d’acqua non sono consentiti i seguenti interventi, fatti salvi quelli necessari ad ovviare a situazioni di pericolo ed a tutelare la pubblica incolumità: a) interventi che comportino ostacolo o interferenza al regolare deflusso della acque di piena, […] nonché il deposito di materiali di qualsiasi genere; b) interventi di restringimento o rettificazione degli alvei […]; c) plateazioni o impermeabilizzazioni continue del fondo alveo dei corsi d’acqua di origine naturale, salvo il caso in cui siano previsti come misura necessaria […] alla messa in sicurezza del corso d’acqua, in tratti ricadenti in contesti di tessuto urbano consolidato […]; d) reinalveazioni e deviazioni dell’alveo dei corsi d’acqua, salvo il caso in cui siano previsti come misura necessaria in un progetto […] finalizzato alla messa in sicurezza […]».
    Il comma 2, però, ammette delle eccezioni: «Non rientrano nei divieti di cui alla lettera d) del comma 1 gli interventi di reinalveazione dei corsi d’acqua inseriti nell’ambito: a) della realizzazione di abbancamenti di materiale litoide sciolto superiori a 300.000 mc e di discariche di rifiuti, purché previsti nei piani di settore, a condizione che il nuovo tracciato d’alveo sia mantenuto a cielo libero, e sia dimostrata la funzionalità idraulica ed il deflusso senza esondazioni della portata di piena duecentennale con adeguato franco; b) dell’ampliamento di abbancamenti esistenti il cui volume complessivo risulti superiore a 300.000 mc o di discariche di rifiuti in esercizio, nel rispetto delle stesse condizioni di cui alla lettera a), purché sia contestualmente adeguato il sistema di allontanamento delle acque della porzione esistente».
    Mentre all’art. 8 (Tombinature e coperture), comma 1, si legge: «Sui corsi d’acqua del reticolo idrografico regionale, ad esclusione del reticolo minuto, non sono ammesse le tombinature e coperture dei corsi d’acqua, non inquadrabili tra i ponti o gli attraversamenti, né l’estensione di quelle esistenti, salvo il caso, previa autorizzazione della Provincia, di quelle dirette ad ovviare a situazioni di pericolo, e a garantire la tutela della pubblica incolumità […]».
    Il comma 2 puntualizza: «E’ fatta salva la realizzazione di tombinature provvisorie, adeguatamente dimensionate, in fasi transitorie costruttive o in situazioni di emergenza, che, se del caso, possono essere mantenute come canali di drenaggio delle acque, in caso di realizzazione di discariche o abbancamenti».

    Come vediamo, in taluni casi, la Regione evita accuratamente di citare la parola tombinatura. «L’escamotage consiste nel parlare prima di reinalvazione (che in pratica vuol dire incanalare le acque in un alveo artificiale) del corso d’acqua – spiega Castellano – Quindi dopo, se il torrente è già stato deviato, a norma di regolamento non si tratterebbe più di una tombinatura».

    A distanza di pochi mesi dall’approvazione del R.R. 14 luglio 2011 n. 3, la Liguria è stata colpita dai tragici eventi alluvionali che hanno portato morte e distruzione a Genova e nelle 5 Terre. «In quell’occasione, Italia Nostra ha ribadito con forze che le opere di tombinamento hanno sicuramente peggiorato la situazione», sottolinea Castellano. Ma tant’è, in barba alle norme nazionali, la Regione ha continuato a legiferare su temi così delicati in maniera quasi occulta, inserendo ulteriori deroghe all’interno di disposizioni a carattere finanziario che apparentemente nulla c’entrano.
    Per ottenere opportune delucidazioni in merito, abbiamo provato a contattare l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano, via telefono e tramite posta elettronica, ma la sua segreteria ci ha gentilmente risposto che, causa numerosissimi impegni, sarebbe stato impossibile parlare con il responsabile delle politiche ambientali.

    Arriviamo così alla primavera del 2013, quando, grazie alla legge regionale 14 maggio 2013 n. 14 “Disposizioni di adeguamento e modifica della normativa regionale”, l’amministrazione guidata dal presidente Claudio Burlando, introduce all’art. 5 la possibilità di derogare in maniera indefinita alle norme sulla tutela dei corsi d’acqua in caso di attività produttive o di attività estrattive. «[…] la Giunta regionale […] definisce […] criteri puntuali per le attività produttive esistenti, non altrimenti localizzabili, anche in deroga alla disciplina regionale delle fasce di tutela dei corsi d’acqua, purché siano assicurate le condizioni di sicurezza idraulica, fermo restando il nulla osta idraulico. […] Alle attività estrattive come definite dalla legge regionale 5 aprile 2012, n. 12 (Testo unico sulla disciplina dell’attività estrattiva) e successive modificazioni ed integrazioni e previste nella pianificazione si applicano le deroghe per le discariche».
    Infine, nell’agosto 2013, con Delibera di Giunta Regionale n. 965 del 01/08/2013, viene approvato il seguente criterio specifico: «Per attività produttive esistenti, non altrimenti localizzabili, per le quali sia dimostrata, al fine del mantenimento delle proprie attività, la necessità di procedere all’attuazione di interventi di tipo urbanistico edilizio interferenti con le fasce di tutela delle aree di pertinenza dei corsi d’acqua di cui all’art. 4 del regolamento regionale n. 3/2011 […] è possibile ridurre la fasce di rispetto prevista per i corsi d’acqua di primo livello all’interno del perimetro dei centri urbani, e ad esclusione dei tratti di corso d’acqua ricadenti nelle aree a valenza naturalistica, fino a 3 m dai limiti dell’alveo».

    La posizione del Ministero dell’Ambiente

    L’associazione ambientalista Italia Nostra ha scritto nuovamente al Ministero dell’Ambiente che «Per ben due volte ci ha risposto dando ragione alle nostre contestazioni – sottolinea Castellano – Inoltre, è tuttora pendente il ricorso al Tar». In sostanza il dicastero dell’Ambiente «Ha detto no all’impianto del Rio Cortino, così come a tutte le opere pubbliche o private che prevedano la copertura dei corsi d’acqua – continua il presidente della sezione Tigullio di Italia Nostra –E ha ribadito il carattere tassativo del divieto di realizzare, in alveo e nella fascia di pertinenza fluviale compresa entro i 10 metri dalle sponde del corso d’acqua, interventi di copertura, salvo casi imposti dalla tutela della pubblica incolumità, nonché di impianti di smaltimento dei rifiuti, chiedendo altresì di provvedere per mettere fine alle difformità con la legge nazionale».
    Nella ultima missiva, datata 8 agosto 2013 e indirizzata a Regione Liguria, Comune di Sori e Autorità di bacino regionale, il Ministero afferma «Non appare chiaro in cosa si sostanzi l’intervento di sistemazione idraulica del Rio Cortino […] infatti nell’avviso del Comune di Sori, pubblicato in Gu n. 32 del 15 marzo 2013, si legge che il Comune ha ricevuto una proposta da parte di un operatore economico “… avente ad oggetto interventi per la progettazione definitiva ed esecutiva, realizzazione e gestione delle opere di completamento della sistemazione idrogeologico di Rio Cortino, attraverso un riempimento con terre e rocce da scavo …”, intervento questo che sembrerebbe del tutto in contrasto con le finalità di mitigazione del rischio idraulico ed idrogeologico del rio e che si segnala alla competente Autorità di bacino. […] Considerato che la Divisione IV di questa Direzione generale, con nota 34012 del 30 aprile 2013, si è già espressa sulla questione in argomento e considerato che gli ulteriori elementi forniti non appaiono sufficienti a chiarire i contenuti dell’intervento da realizzare, si ritiene che nelle more del contenzioso pendente innanzi al Tar Liguria, gli enti in indirizzo dovrebbero astenersi dall’emanare atti o provvedimenti che autorizzino le tipologie di intervento oggetto di contestazione».

    Matteo Quadrone

  • Mini scolmatore Fereggiano, c’è chi dice no: costi e dubbi sull’utilità

    Mini scolmatore Fereggiano, c’è chi dice no: costi e dubbi sull’utilità

    foto-alluvione-genova-via-fereggiano-novembre-2011-3La logica è quella di sempre: la grande opera – anche se stavolta paradossalmente in versione “mini” – lava le coscienze e dà l’unica risposta possibile al problema. Il nodo del contendere è soprattutto politico, prima di essere una questione di ingegneria idraulica. Parliamo del progetto per lo scolmatore del Fereggiano presentato in pompa magna giovedì scorso presso il Municipio Bassa Valbisagno dal Sindaco Marco Doria e dall’Assessore comunale ai Lavori Pubblici Gianni Crivello.
    Una galleria di 3,7 Km che risalirà la città da Corso Italia fino a Quezzi (precisamente in via Pinetti – altezza via Ginestrato) per intercettare l’acqua del torrente Fereggiano e convogliarla a mare. La soluzione progettuale prescelta è quella del prolungamento di circa 2,8 Km della galleria rimasta incompiuta del vecchio progetto per il “deviatore” del Fereggiano – poco più di 900 metri sviluppati in direzione monte a partire dall’altezza dei Bagni Benvenuto, lavori realizzati negli anni ’90 e poi stoppati dalla Magistratura – che sarà dunque utilizzata a fini idraulici per la captazione della portata di morbida e di piena dei rivi Fereggiano, Rovare e Noce.
    Inizialmente, però, sembrava che i progettisti fossero orientati a sostenere la soluzione che prevedeva la realizzazione di una nuova galleria di 3,3 Km parallela a quella esistente e che avrebbe rappresentato un vero e proprio primo lotto dello scolmatore definitivo. La scelta di Comune, Regione e Provincia (l’unico ente ad aver espresso dubbi in merito), invece, è stata diversa. Tuttavia, se mai un giorno dovessero rendersi disponibili le risorse per costruire l’agognato scolmatore del Bisagno del quale si parla da tempo immemorabile – costo che oscilla tra i 230 e i 265 milioni di euro secondo le ultime valutazioni – la galleria che si intende realizzare sarà destinata a diventare una galleria di servizio (a fini di manutenzione) rispetto a quella principale.

    Costo complessivo e copertura finanziaria

    La copertura finanziaria dell’opera desta qualche perplessità: i 45 milioni di presunto costo complessivo arriveranno dal finanziamento del Piano Città dell’ex Governo Monti (25 milioni), dalla Regione Liguria (5 milioni) e dal Comune di Genova (15 milioni mediante l’accensione di un mutuo). Occorre sottolineare che tali fondi, sulla carta, dovrebbero garantire solo la captazione dell’acqua del Fereggiano. «Con il ribasso d’asta potremmo riuscire ad avere margine anche per costruire le opere di presa del Noce e del Rovare», dichiara l’assessore Crivello. Vale a dire due mini tunnel che capteranno l’acqua dei due rivi attraverso dei pozzi: costo altri 14 milioni (dunque per un totale di 59 milioni e non 45) che al momento non ci sono.
    L’iter approvativo – partito l’8 agosto scorso con la Conferenza dei Servizi in seduta referente – proseguirà con la presentazione delle osservazioni entro il 6-7 settembre, una delibera del consiglio comunale per la variante al PUC, l’accensione del mutuo entro dicembre e, per la prima metà di gennaio 2014, l’approvazione del progetto definitivo del primo lotto del canale scolmatore del Bisagno. Seguirà la gara d’appalto e l’amministrazione conta di poter partire con i lavori – che dureranno 4-5 anni – nell’ottobre 2014. Nel frattempo il progetto ha incassato il sì del consiglio municipale della Bassa Valbisagno – con l’eccezione del voto contrario di Rifondazione Comunista che mette in bilico la sua posizione nella maggioranza e del Movimento 5 Stelle per l’opposizione – mentre questa settimana tocca al Municipio Medio Levante che sarà maggiormente interessato dalla cantierizzazione.

    torrente-bisagno«La Val Bisagno aspetta da tantissimi anni che si approntino strumenti adeguati per risolvere una questione drammatica come quella della sicurezza del territorio – afferma il Sindaco Marco Doria – Questa amministrazione ha avuto una grande opportunità poco dopo essersi insediata con l’importante stanziamento del Piano Città destinato a progetti di riqualificazione del territorio cittadino. Noi abbiamo pensato a progetti immediatamente cantierabili, individuando una sola porzione: la Val Bisagno. A livello politico la nostra iniziativa è stato un successo. Ma la partita è complicata anche dal punto di vista tecnico. Questo è stato il lavoro dei tecnici chiamati a valutare diverse opzioni. Vogliamo realizzare un’opera che raggiunga un obiettivo e non un’incompiuta. Adesso ci siamo messi in cammino. Da domani avremo degli impegni precisi: monitorare i tempi di gara e di realizzazione. E controllare i costi».

    Le voci fuori dal coro

    In Municipio Bassa Valbisagno si è registrato un coro unanime di approvazione, da sinistra a destra. Uniche due voci stonate quelle di Rifondazione Comunista e del M5S.
    I grillini dall’opposizione hanno puntato il dito sui costi «Nel documento che abbiamo ricevuto pochissimi giorni fa per valutare il progetto è completamente assente il quadro economico», spiega Iliana Pastorino, consigliere M5S. «I 45 milioni necessari per il primo stralcio del primo lotto saranno sufficienti per “scolmare” solo il Ferregiano – aggiunge Cosimo Gastaldi, consigliere M5S – Mentre per il Noce e il Rovare servono altri 14 milioni che al momento non sono stanziati. Manca qualsiasi previsione di copertura finanziaria del secondo stralcio del primo lotto che è parte integrante di quest’ultimo. Insomma, stiamo approvando un progetto di cui non conosciamo neppure i dati economici completi».

    «Il mini-scolmatore del Fereggiano è una cosa ben diversa dallo scolmatore del Bisagno il cui costo era stimato in 153 milioni dal progetto definitivo del 2008 (più 100 milioni destinati alle opere generali di riqualificazione idraulica e paesistica dell’alveo e del bacino), che aveva ricevuto l’assenso preventivo del Consiglio superiore dei lavori pubblici nel marzo dello stesso anno – spiega Giuseppe Pittaluga, consigliere Rifondazione Comunista – un intervento diverso nell’origine del finanziamento, nei costi, negli obiettivi. E soprattutto nella reale effettiva utilità. Viene proposta l’idea di convogliare il Fereggiano verso Corso Italia attraversando il sottosuolo sconosciuto di un territorio vasto ed in equilibrio assai precario, con un tubo dalle dimensioni ridotte, che non riceverà i due rivi Rovare e Noce. Sono diverse le criticità riscontrate nel progetto da analizzare e approfondire. Ad esempio la sottostima dell’apporto di materiale solido trasportato dal Fereggiano che potrebbero intasare la “presa” dello scolmatore. I due rivi che determinano il flusso del torrente, infatti, scorrono a valle di ripide e franose pendici, dove si contano almeno una decina di grossi smottamenti e da dove tonnellate di pietre, terra, rocce e alberi vengono trascinate violentemente a valle dalle piogge. La piena del 2011 ha alzato il livello del greto del Fereggiano di almeno 50-70 centimetri: decine di tonnellate di legni e detriti sono stati in seguito asportati. Per non parlare di un intero versante a picco costituito dai materiali di risulta della Cava e contenuto da muri costruiti negli anni ‘40».

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    Secondo Pittaluga, per provare a risolvere una situazione così drammatica occorre attuare il Piano di Bacino, compreso il grande scolmatore del Bisagno. Mentre l’operazione oggi in discussione «Ha come obiettivo prioritario la possibilità di “vendersi”, per buone, le aree interessate dal problema e da questo vincolate, in primis l’ex mercato di Corso Sardegna. È una pura illusione quella di risanare centinaia di situazioni esasperate tramite un azzardo che vede poche possibilità di riuscita con i finanziamenti messi in gioco: i costi sono destinati ad aumentare con le criticità in corso d’opera, che già s’intravedono. Del resto, anche nella recente Conferenza dei Servizi i pareri erano discordanti: la Provincia, ente che ha maggiore competenza e conoscenza delle problematiche, si è espressa criticamente».

    La principale accusa rivolta all’amministrazione è quella di aver sottovalutato le alternative al mini-scolmatore previste dal Piano di Bacino. «Si potrebbe ottenere un risultato migliore continuando l’intervento iniziato dalla regione con l’allargamento dell’alveo del Fereggiano – spiega Pittalugaè necessario proseguire l’allargamento oltre Largo Merlo, raddoppiando la portata del torrente sia in via Fereggiano che in via Monticelli e permettere l’affluenza al Bisagno modificandone lo sbocco in esso. I costi sarebbero compatibili, compresa la realizzazione degli interventi diffusi, dai crinali, ai versanti, sino agli argini del rio. Distribuendo lavoro, risorse e miglioramenti in tutto il territorio della valle».

    La contrarietà al progetto nella sua versione minimale viene espressa con forza dagli ambientalisti. «Noi siamo contrari a questo mini-scolmatore – afferma Andrea Agostini di Legambiente Concordiamo, invece, con la posizione del Commissario straordinario della Provincia di Genova (Piero Fossati) che ha espresso dubbi in merito. Secondo noi i costi dell’opera proposti dal Comune non sono per niente realistici. Con 45 milioni di euro non mettiamo in sicurezza il Fereggiano».
    Inoltre, nel caso in cui in futuro si liberassero le risorse necessarie per costruire il vero canale scolmatore del Bisagno «Lo scavo oggi previsto sarà pressoché inutile e si dovrà realizzare un altro scavo per la galleria principale – continua Agostini – in pratica, stiamo per spendere 45 milioni per una galleria di manutenzione, mi sembra una scelta folle».
    Sulla stessa lunghezza d’onda è anche la sezione genovese del WWF, per voce di Vincenzo Cenzuales «Diciamo no al mini-scolmatore innanzitutto perché l’intervento non è completamente finanziato. L’approccio è sbagliato. Si spaccia la grande opera quale unica soluzione al problema. Si tratta di una scelta politica miope».

    I maggiori dubbi riguardano il tracciato sotterraneo del mini-scolmatore con tutte le incognite che potrebbero spuntare. «Non sono stati eseguiti nuovi carotaggi – spiega Agostini – Il progetto si basa su quelli eseguiti anni fa. In pratica, là sotto nessuno sa che cosa c’è. Ammesso e non concesso che si arrivi con gli scavi a Terralba, visto che quella è una zona alluvionale e inquinata da attività pluridecennali, sarà molto difficile, se non impossibile, poter scavare con dei mezzi meccanici. Si dovranno usare molte cautele negli scavi e tutto ciò farà aumentare i costi: i 45 milioni non basteranno».
    Dal punto di vista tecnico Legambiente sottolinea la vistosa assenza di alcuni elementi fondamentali. «Non esistono analisi attuali sulla situazione statica dei palazzi e delle costruzioni al di sotto dei quali dovrebbe passare il tunnel. Manca una conoscenza dello stato in essere dei terreni oggetto di possibile escavazione. Di conseguenza non conosciamo quale tipologia di terreno e quali eventuali ostacoli ci troveremo di fronte. Se il terreno è a rischio di cedimento o meno. Se saranno necessarie opere di consolidamento dei palazzi esistenti oppure no. I carotaggi risalgono ad almeno 10-15 anni fa. Nel frattempo è successo di tutto: nuove costruzioni, eventi alluvionali, modifiche urbanistiche. Ma non è disponibile nessuno studio recente in merito».

    Insomma, con queste risorse economiche a disposizione, sarebbe più utile garantire una concreta e immediata sicurezza agli abitanti, tramite altre soluzioni. Per i prossimi anni, invece, non ci saranno fondi in questo senso. Se il Comune si indebita, infatti, non potrà spendere denaro per liberare l’alveo del torrente dalle indecenti costruzioni che ostacolano il naturale deflusso dell’acqua.
    «La messa in sicurezza del Fereggiano passa attraverso interventi meno costosi e realizzabili in pochi mesi, anziché in anni – spiega Agostini – come la demolizione degli edifici situati nell’alveo (e la ricollocazione delle persone in posti più sicuri), l’abbassamento del letto del torrente in via Pinetti ed altri interventi di questo genere, ad esempio la revisione idraulica delle decine di caditoie presenti, ma completamente ostruite, in tutta la valle del Fereggiano». Il WWF è favorevole agli interventi alternativi «Come il rifacimento della copertura del Fereggiano fino all’imbocco nel Bisagno – aggiunge Cenzuales – 1-2 anni di lavoro invece di 4-5, con una spesa inferiore ai 25 milioni. E poi la riqualificazione dei versanti montuosi, ad esempio in zona Quezzi e Pedegoli. Inoltre, gli interventi diffusi sul territorio potrebbero rimettere in moto l’economia».

    Il mini-scolmatore, secondo Agostini «È una grande opera che non risolve nulla. Meglio puntare su opere minori ma subito realizzabili a costi inferiori. In primavera abbiamo manifestato di fronte al civico 2b di via Fereggiano nelle cui cantine 4 persone sono morte per annegamento nel 2011. A distanza di 2 anni i sotterranei di quello e di altri palazzi a rischio inondazione non sono ancora stati messi in sicurezza nonostante questi interventi siano scritti nero su bianco in documenti ufficiali, precedenti e successivi alla tragica alluvione del 2011. Questo vale per tutta una serie di lavori in alcuni palazzi che non sono mai stati eseguiti. Oggi, se si verificasse un altro evento alluvionale, bisogna sperare che nessuno sia presente all’interno degli scantinati sennò sarebbe inevitabile il ripetersi di quei drammatici accadimenti».

    Senza dimenticare che, come detto, il progetto non prevede, almeno inizialmente, la captazione dell’acqua dei rivi Noce e Rovare. L’amministrazione, infatti, pensa di completare l’opera con i ribassi d’asta. «Francamente mi sembra un’ipotesi allucinante che non è detto si concretizzerà – sottolinea Agostini – Così non si mette in sicurezza la zona di San Fruttuoso, abitualmente allagata da Noce e Rovare che continueranno ad esondare con tanto di violente esplosioni, come accaduto in via Donghi».
    E così non si mette in sicurezza il Bisagno e l’area di Corso Sardegna. Insomma «Se parliamo di salvare vite umane, sono altre le priorità – continua Agostini – Non c’è nessuna volontà reale in questo senso. Piuttosto siamo dinanzi al solito business appannaggio di pochi».

    Per quanto riguarda i costi, Legambiente si domanda: come verranno spesi nel dettaglio i 45 milioni? «Non è stata fatta un’accurata analisi econometrica dell’opera – conclude Agostini – I dati di costo previsti sono riferibili a studi fatti alcuni lustri fa e superati dall’avanzamento dei procedimenti tecnici, dei costi e delle conoscenze. Pertanto non vi è nessuna certezza scientificamente fondata che l’opera proposta possa essere completata con le disponibilità messe in campo da Stato, Regione, Comune. Se così sarà chi pagherà la differenza?».

    Matteo Quadrone

  • Rio Fegino, messa in sicurezza: mancano soldi per interventi a monte

    Rio Fegino, messa in sicurezza: mancano soldi per interventi a monte

    Fegino. rio. passerella abusiva1A breve partiranno i lavori per la realizzazione del nuovo ponte di via Ferri e la messa in sicurezza – parziale – del rio Fegino, in Val Polcevera, uno dei corsi d’acqua nostrani che desta maggiore preoccupazione perché, più di una volta (l’ultima nell’ottobre 2010), ha causato disagi e danni a persone e cose. Ma gli interventi previsti fanno già discutere gli abitanti di quello che un tempo era un borgo di campagna, ospitante decine di botteghe artigiane circondate da vasti appezzamenti di terreno coltivati, progressivamente trasformatosi – con l’avvento dell’industrializzazione – nell’ennesimo quartiere periferico soffocato da innumerevoli servitù.
    La gara da 1 milione e 366 mila euro si è conclusa ai primi di maggio e l’appalto se l’è aggiudicato l’impresa edile Edil due s.r.l. di Sestri Ponente “…con un’offerta al ribasso del 37% – scrive “Il Secolo XIX” (09/05/2013) – assicurando di riuscire ad eseguire le opere richieste utilizzando 926 mila euro complessivi”. Stiamo parlando dell’adeguamento idraulico del ponte di via Ferri sul rio Fegino e del primo tratto di rio a monte del ponte stesso.
    Dagli uffici comunali spiegano che a valle si è già intervenuti in due fasi, l’ultima circa 2 anni fa: dal ponte di via Ferri in direzione della confluenza del rivo nel torrente Polcevera. «Solitamente si parte dalla foce per poi risalire il corso d’acqua – aggiunge Sergio Abbondanza, segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – Adesso dobbiamo adeguare il ponte per permettere di alzarlo e raddoppiare le carreggiate. Inoltre, abbasseremo l’alveo del rio a partire dal ponte di via Ferri in direzione monte fino all’altezza del traliccio dell’Enel (poco prima del ponte ferroviario di via Borzoli)».
    In pratica la vecchia struttura sarà demolita e ricostruita a fianco, in versione più alta e più larga. «Garantiremo il mantenimento del doppio senso di marcia – assicura il segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici – realizzando prima il nuovo ponte dove sarà spostato il traffico veicolare. Dopodiché abbatteremo il vecchio».
    Il progetto contempla ben 2 anni di lavori – con i conseguenti disagi per la viabilità – ma pare che la ditta vincitrice della gara si sia impegnata a garantire tempi più ristretti che lo stesso assessorato ai Lavori Pubblici ritiene «Impossibili da rispettare».

     

    RIO FEGINO, DIGHE GALANO, RIO FIGOI: LE CRITICITÀ SONO A MONTE

    I principali affluenti del torrente che attraversa Fegino sono il rio Figoi, che scende dal versante montuoso di Borzoli e due rivi minori: il Galano ed il Bordello che declinano dalla costiera di Fegino per poi ricongiungersi a valle di Salita Pianego e confluire nel rio Fegino nei pressi dei Giardini Montecucco.
    La presenza di tre antiche digheuna lato Borzoli, sopra quello che fino ad una cinquantina di anni fa era il Lago Figoi (dove oggi si trova l’impianto sportivo comunale) e due sul versante di Fegino, lungo il rio Galano – garantiva il regolare deflusso delle acque.
    La zona tra Borzoli e Fegino ha sempre fatto i conti con i numerosi ruscelli che corrono sia in superficie che nel sottosuolo. Una costante dell’intera Val Polcevera. Il buon senso di una volta ha partorito soluzioni lungimiranti, quali il sistema di dighe che, storicamente, ha svolto egregiamente il proprio ruolo. Oggi, però, tali strutture sono circondate da foltissima vegetazione spontanea e necessitano di adeguata manutenzione. Le fotografie documentano, in maniera inequivocabile, come il tutto sia pressoché abbandonato a se stesso, in attesa di periodi più floridi.
    «A monte non siamo più intervenuti – conferma l’assessorato ai Lavori Pubblici di Palazzo Tursi – Ad eccezione di un intervento di somma urgenza dopo l’alluvione del 4 ottobre 2010». Lavori per lo sgombero del trasporto vegetale dagli invasi delle dighe Galano e Figoi: circa 22 mila euro per una pulizia sommaria realizzata in una decina di giorni. Poi più nulla.

    Fegino.diga Galano2Borzoli. diga Figoi1

     

     

     

     

     

     

     

    Tornando al rio Fegino, la popolazione non sembra convinta della bontà delle prossime operazioni. «Così non risolveranno un bel niente!– accusa Franco Traverso, residente e portavoce del Comitato per la riqualificazione di Fegino – La messa in sicurezza riguarderà solo la prima parte del torrente su via Borzoli, pressappoco fino all’altezza dell’impresa Alpitel. Il tratto più importante, quello che occorre sistemare con urgenza, non sarà toccato».
    In merito all’allargamento del ponte, secondo gli abitanti, esso è utile soprattutto per migliorare la viabilità dei mezzi pesanti. Sono note, infatti, le difficoltà di circolazione dei camion che quotidianamente transitano per via Ferri e via Borzoli.
    Ai fini della protezione dal rischio idraulico «Abbiamo chiesto di ripristinare la ringhiera di protezione sull’argine del torrente, ma non sappiamo se saremo ascoltati», sottolinea Traverso.
    A destare preoccupazione, in particolare nei commercianti, sono anche le inevitabili ripercussioni sul traffico veicolare, durante l’esecuzione dei lavori. «Il Comune sta ragionando su quest’aspetto? – si domanda Maurizio Braga del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino, proprietario di un forno in Salita al Lago – Prima di dare il via agli interventi almeno dovrebbero confrontarsi con noi».

    Fegino. rio. passerella abusiva2Risalendo il rio Fegino in direzione Borzoli, la situazione, già a vista d’occhio, appare pericolosa. Una foltissima vegetazione riveste il letto del torrente e deborda addirittura dagli argini. In poche centinaia di metri sono presenti 3-4 passerelle che, in caso di piena, rischiano di trasformarsi in dighe artificiali. In particolare una di queste, un vero e proprio ponte con un franco idraulico di neppure mezzo metro, situato dinanzi alla ditta Euro Blinda. «È una struttura palesemente abusiva che va immediatamente eliminata – spiega Franco Traverso – Noi lo abbiamo segnalato agli uffici competenti ma finora nessuno è intervenuto».

     

    Salendo ancora, nei pressi dei Giardini Montecucco e Salita al Lago – alla confluenza degli affluenti nel rio Fegino – il quadro non migliora. Soprattutto il rio Figoi, capace di causare pesanti devastazioni nell’ottobre 2010, necessita di una messa in sicurezza. O perlomeno di una costante pulizia.
    «Il corso d’acqua non è curato, in particolare a monte – spiega Braga – in caso di forti piogge scendono massi, arbusti e tronchi d’albero. È qui che dovrebbero intervenire, piuttosto che a valle. Sono anni che non si esegue alcuna manutenzione, neppure sui 2 rivi che scendono dalla costiera di Fegino, il Galano e il Bordello».

    Borzoli. diga Figoi2Borzoli. rio Figoi3

     

     

     

     

     

     

     

    In cima a Salita al Lago, a fianco della “creuza” di via Burlo, costruzioni lasciate a metà sono l’impronta del tentativo di cementificazione a due passi dal rivo. I lavori, fortunatamente, sono stati bloccati. Ora rimane lo scempio di edifici abbandonati a se stessi, forse nella speranza di una futura approvazione dell’intervento.
    «Il cantiere è stato sequestrato e da oltre 1 anno è abbandonato», sottolinea Maurizio Braga. Non c’è un cartello e nessun controllo sull’area, recintata ma facilmente accessibile da chiunque. È evidente il tentativo di speculazione edilizia per realizzare nuove residenze, in pratica con le fondamenta sull’acqua, dove anni orsono sorgeva un antica casa di pietra dotata di mulino.

    Borzoli. Salita al Lago2Borzoli. Salita al Lago1

     

     

     

     

     

     

     

    Chi sperava in un secondo lotto di lavori – perlomeno sulla parte a monte del rio Fegino –  rimarrà deluso. «Ad oggi sono esclusi altri lavori – risponde Sergio Abbondanza, segretario dell’assessore ai Lavori Pubblici – Purtroppo non ci sono risorse sufficienti. Dobbiamo spiegarlo ai cittadini. I no, magari se motivati, possono anche essere accettati dalla popolazione». Confermando così l’intenzione del Comune di organizzare un momento informativo con i cittadini.
    Il refrain è sempre lo stesso: i soldi sono quelli che sono. Ovvero sempre meno.
    «Venerdì scorso si è svolto un incontro con il Municipio Ponente – racconta Abbondanza – A Sestri Ponente si sta formando un gruppo di volontari che hanno manifestato la volontà di occuparsi della manutenzione di alcuni rivi minori della zona. Stiamo cercando di capire come coordinarci per fare sistema – conclude il segretario dell’assessore Gianni Crivello – Questa potrebbe essere una soluzione anche per i quartieri di Fegino e Borzoli. L’unico modo per affrontare e risolvere i problemi del territorio, passa da una stretta collaborazione tra istituzioni e cittadini».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

  • Sestri, Chiaravagna: demolizione e ricostruzione del ponte di via Manara

    Sestri, Chiaravagna: demolizione e ricostruzione del ponte di via Manara

    aeroporto-sestri-ponente-dProseguono i lavori per la messa in sicurezza del torrente Chiaravagna. Giovedì prossimo approderà in Giunta la delibera promossa dal vicesindaco Bernini per la demolizione e ricostruzione del ponte di via Manara a Sestri e l’ampliamento dell’alveo all’altezza del palazzo di Elsag, per cui il Comune è dovuto intervenire con un esproprio dei terreni necessari e un’inevitabile modifica della destinazione d’uso dell’area in cui, attualmente, sorge parte delle fondamenta dell’azienda con sede a Sestri.

    Il tempo previsto per la durata dei lavori è di circa un anno, durante il quale saranno inevitabili alcuni disagi al traffico e alla mobilità. Disagi che riguarderanno principalmente l’accesso a via Borzoli e il percorso degli autobus diretti in via Siffredi. «Speravo si potesse intervenire per lotti separati – spiega Bernini – ma pare sia necessario operare in un’unica soluzione. Tuttavia, è un disagio che dobbiamo sopportare in virtù di un bene maggiore, ovvero l’adeguamento della portata del torrente che consentirà di evitare futuri rischi di esondazioni, anche di fronte a quantità d’acqua improvvise ed elevate come quelle del 2010».

    alluvioneSecondo quanto illustrato dal vicesindaco, il costo complessivo dell’opera rientra nell’ordine dei 2 milioni di euro, coperti in parte da finanziamenti europei destinati ai Por, in parte da fondi del Comune di Genova e in parte da trasferimenti straordinari legati all’emergenza post alluvione.

    «Intanto – prosegue Bernini – stiamo già lavorando in previsione dell’intervento successivo che riguarderà la zona Piaggio – aeroporto . In questo caso, per poter allargare l’alveo si dovrà procedere con la demolizione della cabina di verniciatura dell’azienda che attualmente risiede sul torrente. Per questo disagio produttivo, Piaggio verrà indennizzata da parte dell’Autorità portuale». Intanto, la nuova cabina è già in fase di progettazione.

    Solamente quando anche questa tranche di lavori sarà completata, si potrà finalmente intervenire con la definitiva demolizione del ponte di via Giotto, completando così la messa in sicurezza della zona “a mare” del Chiaravagna, così come previsto dal Piano di bacino. Il tutto, dovrà avvenire entro il 2015 per non perdere la disponibilità dei finanziamenti. Entro il 2016, invece, dovrebbero terminare anche i lavori sul tratto “a monte”. Un traguardo assolutamente, raggiungibile, assicura Bernini, dato che si può contare su una progettazione in larga parte già effettuata e che necessita solo dei tempi tecnici di attesa relativi ai bandi e, naturalmente, al completamento dei lavori.

    Come si evince, il cronogramma degli interventi sul Chiaravagna, dalla demolizione del palazzo di via Giotto fino a scendere alla foce in zona aeroporto, è stato studiato in maniera minuziosa per non andare a creare nuove criticità in seguito alla rimozione di quelle passate. «Se si fosse proceduto con la demolizione del ponte su via Giotto contestualmente al palazzo – spiega il vicesindaco – il problema dello smaltimento delle acque si sarebbe potuto ripresentare più a valle, ad esempio all’altezza del ponte di via Manara. L’ordine dei lavori è stato organizzato in maniera strategica proprio per evitare tutto ciò».

    Simone D’Ambrosio

  • Pulizia dei torrenti: i detriti alzano il livello del Polcevera

    Pulizia dei torrenti: i detriti alzano il livello del Polcevera

    campi-valpolcevera-ikeaIl letto del Polcevera è salito di un metro e mezzo negli ultimi dieci anni. La notizia giunge dopo i rilievi effettuati dai tecnici della Provincia di Genova, i materiali solidi trasportati durante le piene del Polcevera e dei suoi affluenti, soprattutto nel 2002, 2010 e 2011, si sono accumulati presso la foce.

    «È necessario un piano complessivo e condiviso delle manutenzioni programmate e costanti per l’alveo del Polcevera
    – spiega il commissario provinciale Piero Fossati – che coinvolga la stessa Provincia, l’Autorità Portuale, il Comune di Genova, frontisti, concessionari e gli altri Comuni del bacino, nel cui territorio si trovano affluenti come il Riccò, il Secca, il Sardorella o il Verde e versanti da cui scendono molti materiali alluvionali che si depositano e causano l’innalzamento dell’alveo».

    Intanto un primo passo è stato fatto, alla Regione è stata richiesta l’elaborazione di uno studio del trasporto solido del Polcevera dal quale partire per stabilire le quantità di materiali da rimuovere dall’alveo ogni anno.
    La Provincia ha investito della questione anche la conferenza dei servizi per la nuova strada a mare in costruzione tra lungomare Canepa e Cornigliano. Il progetto Anas è stato aggiornato con un innalzamento degli argini previsti per la nuova viabilità.

    «Un solo soggetto non può sostenere tutto l’impegno delle manutenzioni – continua Fossati – si deve agire congiuntamente, per unire sforzi e le ridotte risorse disponibili a favore del bene comune. La Provincia, che sul Polcevera ha le competenze del vecchio consorzio idraulico di III categoria, l’Autorità Portuale, i frontisti come il Comune di Genova e Anas, l’azienda ferroviaria Rfi che è concessionaria sul torrennte e i numerosi oleodotti (Erg, Sigemi, Sipad, Snam tra i
    principali) che lo utilizzano devono ripartire quote e oneri degli interventi in un piano integrato, sulla base degli studi regionali sul trasporto solido del Polcevera e delle quantità di materiali da rimuovere
    ».
    Un esempio per tutti: l’Autorità Portuale ha ripulito, nelle operazioni di dragaggio, anche la cosiddetta ‘vasca della loppa’ alla foce, «ma non può accollarsi da sola la manutenzione del vascone dove si deposita materiale alluvione da tutto il bacino del Polcevera…», conclude Fossati.

  • Val Bisagno: duemila firme al Fai per salvare Ponte Carrega

    Val Bisagno: duemila firme al Fai per salvare Ponte Carrega

    Ponte Carrega, ValbisagnoOltre 2000 firme, raccolte in soli due mesi, per salvare lo storico Ponte Carrega, destinato alla demolizione – al pari di altri 4 ponti (Bezzecca, Feritore, Guglielmetti, Veronelli) – secondo un progetto del Comune di Genova che prevede la risistemazione degli argini del Bisagno e l’allargamento della strada per 1,8 Km sulla sponda destra del torrente, tra Staglieno e Gavette, in vista del potenziamento del trasporto pubblico (busvia e, forse, un giorno, tramvia). Per realizzare l’operazione, l’amministrazione di Palazzo Tursi ha chiesto al Governo una quota dei finanziamenti del Piano delle Città.

    Cittadini e associazioniin prima fila il “Comitato Amici di Ponte Carrega” – venerdì scorso hanno consegnato le firme alla delegazione del Fai di Genova e così lo storico manufatto della Val Bisagno è entrato nell’albo dei “Luoghi del cuore del Fondo Ambiente Italiano”. Inoltre, il Fai ha contattato la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria e sta conducendo un’azione di sensibilizzazione nei suoi confronti, in merito al destino del ponte.

    «Noi abbiamo un’altra idea di periferia e di città, dove contano anche la storia e l’identità dei luoghi – spiega il Comitato Amici di Ponte Carrega – Per questo diciamo NO ad un’altra via Madre di Dio».
    Un riferimento preciso allo scempio perpetrato tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, quando venne volutamente cancellato un quartiere cittadino «Nella zona di Ponte Carrega, a Montesignano, in Piazzale Adriatico, furono “deportati”, alla fine degli anni ’60, gli abitanti di via Madre di Dio – spiega il Comitato – Adesso queste persone hanno a cuore il territorio in cui vivono e Ponte Carrega fa parte di questo territorio. Lo dimostra il fatto che in due mesi abbiamo raccolto più di duemila firme solo grazie al passaparola».

    «Piuttosto che di allargamento della strada noi preferiamo parlare di restringimento di 5 metri dell’alveo del Bisagno – spiega il Comitato – Un’operazione dal costo significativo: ben 24 milioni di euro. Ma l’aspetto più grave è che l’amministrazione comunale spaccia tutto questo come un progetto per la messa in sicurezza del Bisagno, mentre non è così e sappiamo tutti che la tramvia non si farà mai perché non ci sono i soldi necessari. Abbiamo contattato un legale e, insieme al WWF, stiamo lavorando ad una controperizia dello studio idraulico che era stato commissionato dal Comune di Genova all’ingegnere Renato Misurale». Lo studio, infatti, aveva considerato il progetto fattibile, dando il via libera all’intervento (ma per attuarlo concretamente si attende la decisione del Governo in merito alla distribuzione del finanziamento relativo al Piano delle Città).
    Nel frattempo, per stimolare il dialogo e chiedere alle istituzioni pubbliche un’ulteriore riflessione, il Comitato sta organizzando un dibattito pubblico al quale è stato invitato il geologo Mario Tozzi.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Val Bisagno: interventi sul Rio Finocchiara, piazza Martinez e Terralba

    Val Bisagno: interventi sul Rio Finocchiara, piazza Martinez e Terralba

    Marassi, Bassa ValbisagnoSono 4 gli interventi inclusi nella proposta del programma triennale dei lavori pubblici per l’area della bassa Val Bisagno, illustrati la settimana scorsa dall’assessore comunale competente, Gianni Crivello, al fine di ascoltare il parere del consiglio municipale.

    La priorità del piano triennale – come dichiarato dall’amministrazione di Palazzo Tursiè il risanamento del territorio e del dissesto idrogeologo. Ma, secondo Rifondazione comunista- Federazione della sinistra «Gli interventi previsti hanno, in realtà, poco a che fare con la questione idrogeologica, pur essendo la nostra una delle aree ad interesse nazionale».

    «Sono ininfluenti, almeno sul piano idrogeologico – spiega Giuseppe Pittaluga, consigliere Rc-Fds del Municipio Bassa Valbisagno – Noi non siamo contro l’intero programma, alcuni lavori crediamo siano urgenti e utili, per questo al momento della votazione ci siamo astenuti».

    La proposta di piano – come in tutti gli altri 8 municipi – è stata approvata dal consiglio della Bassa Valbisagno.

    Vediamo nel dettaglio i singoli lavori:

    opere propedeutiche alla realizzazione dello Scolmatore (costo stimato in 59 milioni di euro). Parliamo del cosiddetto “mini-scolmatore”, primo stralcio funzionale dell’opera (costo complessivo circa 230-260 milioni), ovvero il prolungamento della galleria di servizio dello scolmatore, in grado di captare l’acqua da tre affluenti del Bisagno (Fereggiano, Noce e Rovare), rendendola funzionale già prima della completa costruzione dello scolmatore.
    «Non abbiamo capito che cosa sarebbe, o meglio, che lavori si effettuerebbero con quella cifra apparentemente stanziata, non abbiamo visto un progetto e neppure un disegno – continua Pittaluga – Non abbiamo neanche chiaro se quel che si propone “scolmerebbe” alla fine l’acqua o sarebbe solo propedeutico all’opera principale».

    Ammesso e non concesso che davvero sia realizzabile la deviazione della piena del Fereggiano con quella cifra, si domanda Rc- Fds «Dove sono i 59 milioni di euro? Dipendono dallo stanziamento richiesto per il Piano-Città, per il quale Genova ha presentato progetti tutti cantierabili, per un totale di circa 120 milioni. Pur sommando ad essi i cinque milioni promessi dal Comune ed i cinque messi dalla Regione, il totale dei fondi non consentirebbe di realizzare lo scolmatore ».

    Allo stato attuale, infatti, il denaro disponibile concretamente, è pari a 10 milioni di euro.
    «Noi chiediamo che, realisticamente e non in contrasto con l’opera prevista ma in misura complementare, questi soldi siano spesi per i lavori previsti dal Piano di Bacino – conclude Pittaluga – interventi diffusi come la regimentazione idraulica e naturalistica delle acque sui versanti trasformati in fiumare improvvise e assassine dall’impermeabilizzazione; puntando nell’immediato sull’allargamento, realizzabile in breve periodo, dell’alveo del Fereggiano da Largo Merlo al Bisagno. Coscienti che questo non ci salverebbe dalla piena di 1200 m3, ma sanerebbe l’abitabilità, il commercio e l’esistenza di un’ampia area e ci permetterebbe di sopravvivere».

    -copertura del mercato di Terralba, per cui sono stanziati circa 600 mila euro, lavori improcrastinabili, visto che stiamo parlando di locali comunali. «Se io pago l’affitto il mio padrone di casa è tenuto a far si che il tetto non mi caschi in testa – sottolinea Pittaluga – Si è detto che Terralba è il secondo mercato di Genova. Ma se davvero si volesse salvaguardare la piccola rete commerciale, importante sotto diversi aspetti, incentivandone uno sviluppo capillare, non si sarebbe asservita l’intera area e gli abitanti alla logistica privata della grande distribuzione, concentrando quattro o cinque supermercati in zona. Siamo in tempo per rimediare, se l’intervento sul tetto del mercato Terralba auspica questa direzione».

    piazza Martinez, intervento di restylingdalle caditoie al selciato – costo previsto circa 250 mila euro. Si tratta nuovamente di un intervento per così dire “dovuto” «in quanto, se non altro riparatore per il pregresso e di prevenzione civile per il futuro», spiega Pittaluga.
    Però, occorre sottolineare «Nulla c’entra con le piene e le alluvioni – continua il consigliere Rc-Fds – Nonostante che 250 mila euro siano davvero pochi la nostra aspettativa è che il municipio riesca a coordinare le realtà interessate in un processo di urbanistica partecipata, impostazione della quale il nostro presidente da tempo si rende promotore. Pensiamo ad un coinvolgimento della facoltà di Architettura, così come dei plessi scolastici vicini. Piazza Martinez era e potrebbe essere un aggregatore di socialità, quindi cerchiamo di andare in questa direzione».

    Rio Finocchiara e via omonima, rifacimento argini ed interventi di risanamento idraulico, spesa circa 500 mila euro.
    Questo è l’unico lavoro previsto che tocca da vicino il tema idrogeologico. Parliamo di un punto davvero critico, il rio Finocchiara, infatti, è uno dei due torrenti affluenti del Fereggiano in cui la piena del novembre scorso ha preso forma, alimentata in seguito dalle fiumare provenienti dai versanti.
    «Con 500 mila euro si interviene sugli argini del rio, nel segmento ancora abitato interno alla piccola valle – spiega Pittaluga – Innanzitutto occorre la massima attenzione per non favorire la creazione di nuovi parcheggi abusivi lungo il corso del Finocchiara. E poi bisogna tenere conto della naturalizzazione del torrente. Si parla di ingegneria naturalistica, bene, ma ci chiediamo se questo non fosse un lavoro organico ad un’operazione più ampia che prevedesse di bloccare la frana dal Poligono di tiro e di risolvere la questione dei muraglioni di contenimento di materiali della Cava dei Ratti che sono accumulati a partire dagli anni ‘40: una spada di damocle sulla testa degli abitanti. Diversamente anche qui si sbaglia – conclude il consigliere Rc-Fds – è come sistemare lo zoccolo di una casa con tetto e pareti pericolanti».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera: interventi contro il rischio idrogeologico

    Val Polcevera: interventi contro il rischio idrogeologico

    Messa in sicurezza dell’area a rischio idrogeologico in località Cesino e del fronte franoso in località Brasile (Bolzaneto), realizzazione del 3° lotto dell’adeguamento idraulico del Rio Fegino. Sono queste le zone della Val Polcevera in cui il programma triennale dei Lavori pubblici 2013-2014-2015 prevede gli interventi più importanti.

    Le altre opere previste sono: un percorso pedonale e orti urbani tra via Maritano e via Chechov (quartiere Diamante), la riqualificazione energetica della Diga del Diamante (Progetto Europeo R2 Cities), la messa in sicurezza del chiostro di Certosa, un intervento sulla tratta della metropolitana Brin-Canepari.

    La Giunta municipale ha proposto l’esecuzione di una serie di opere urgenti, considerate esigenze prioritarie per il territorio, da inserire nelle voci del programma. Parliamo di manutenzioni straordinarie su numerosi edifici scolastici nei quartieri di Teglia, Rivarolo, Pontedecimo, Certosa, Trasta, Murta, sui cimiteri Cabona (Rivarolo) e Biacca (Bolzaneto) e sul mercato comunale di Certosa (rifacimento copertura tetto a causa di infiltrazioni).

    Il consiglio del Municipio Valpolcevera, nella seduta di giovedì scorso, ha espresso parere favorevole (a maggioranza) alla proposta del programma.

    «C’è stata una discussione animata in merito alla proposta dei lavori pubblici – spiega Davide Ghiglione, consigliere Fds – Alcuni interventi sono molto significativi e dovrebbero dare una risposta al rischio idrogeologico: messa in sicurezza del rio Fegino che in passato ha causato criticità al quartiere, dell’area di Cesino e la riduzione del fronte franoso in località Brasile (Bolzaneto). E poi le manutenzioni straordinarie in diverse scuole tra cui Villa Sanguineti a Trasta (rifacimento tetto) diventata il simbolo della lotta contro il Terzo Valico».

    Inoltre, con deliberazione della Giunta comunale n. 249 del 4 ottobre 2012 ad oggetto “Nota di variazione ai documenti previsionali e programmatici 2012/2014”, sono stati approvati per l’annualità 2012 i lavori di riqualificazione dei locali di Passo Torbella 12 quale nuova sede per l’ATS 41; un intervento che consentirà di liberare i locali di Certosa (via Borsieri) offerti alla ASL 3 (con decisione di Giunta del Municipio Valpolcevera il 22 ottobre 2012), quale sede degli ambulatori e del Cup, attualmente ubicati in via Canepari e di cui è prevista la chiusura.

     

    Matteo Quadrone

  • Scolmatore del Bisagno: esclusa l’emissione di bond per finanziarlo

    Scolmatore del Bisagno: esclusa l’emissione di bond per finanziarlo

    Ponte CarregaPer finanziare il primo stralcio funzionale dello scolmatore del Bisagno – l’opera pubblica di cui tanto si parla per dare finalmente una risposta al rischio idrogeologico che incombe sulla Val Bisagno, ma finora rimasta solo sulla carta, visti i costi astronomici per la sua realizzazione (circa 230-260 milioni di euro) – Giunta e Consiglio comunale (a maggioranza) bocciano la proposta di emettere obbligazioni di scopo comunali, i cosiddetti “bond”.

    La richiesta è stata avanzata ieri in Sala Rossa dalla Lista Musso con un ordine del giorno presentato nell’ambito della discussione sulla mozione (anch’essa respinta) con la quale il Pdl sollecitava la realizzazione dello scolmatore chiedendo, tra l’altro, di audire in consiglio l’assessore regionale alle Infrastrutture (Paita), i parlamentari e gli eurodeputati liguri per verificare lo strumento dei bond. Bocciata anche la richiesta, sempre del Pdl, di vendere le farmacie comunali per destinare il ricavato allo scolmatore.

    «L’emissione di prestiti obbligazionari deve essere garantita da un apposito patrimonio che resta vincolato per tutta la durata del prestitoha spiegato l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli – Considerando che il costo dello scolmatore è stimato in circa 230-260 milioni di euro e che il prestito dovrebbe durare 30 anni, il primo effetto sarebbe quello di bloccare, per tutto questo tempo, un patrimonio di tale valore. Inoltre, i prestiti obbligazionari sono equiparati all’indebitamento, quindi aumenterebbe l’indebitamento del comune e, per circa 30 anni, la spesa corrente aumenterebbe di circa 10-15 milioni all’anno necessari a pagare gli interessi. Diverso sarebbe se il Governo liberasse questa forma di indebitamento dai vincoli del debito ordinario».

    L’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, invece, ha ripercorso la recente storia «Il Piano per le Città previsto dal Governo è un’opportunità per Genova. Quando si è stabilito che le risorse complessive sarebbero state circa 240 milioni di euro (per tutta Italia, da suddividere tra i progetti selezionati) abbiamo deciso di indicare come priorità la Val Bisagno. Nei giorni scorsi io, il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando e gli assessori regionali Paita (Infrastrutture) e Briano (Ambiente), ci siamo recati a Roma per incontrare i responsabili della cabina di regia incaricati di valutare e scegliere i progetti che godranno di una quota del finanziamento. Abbiamo avuto modo anche di parlare con il Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, per sensibilizzare e sostenere la proposta dello scolmatore quale unica risposta al rischio idrogeologico nella nostra città».

    Il costo dell’operà, però, è pari a 265 milioni di euro, di conseguenza «Il denaro che il Governo potrebbe indirizzare verso Genova non sarebbe comunque sufficiente a coprire la spesaspiega Crivello – Ma per intervenire non possiamo attendere di avere a disposizione 265 milioni di euro. Chiediamo con forza al Governo di sostenerci, con una quota dei fondi del Piano per le Città, nella realizzazione del primo stralcio funzionale dello scolmatore (il cosiddetto “mini scolmatore”, ndr), costo stimato in 59 milioni di euro. Comune e regione sono pronti a metterci 5 milioni a testa quindi la cifra da recuperare scende a 49 milioni». 

    Crivello mostra una maggiore apertura rispetto alla possibilità di finanziare il “mini-scolmatore”, ovvero il prolungamento della galleria di servizio dello scolmatore, in grado di captare l’acqua da tre affluenti del Bisagno (Fereggiano, Noce e Rovare), rendendola funzionale già prima della completa costruzione dello scolmatore.

    «Per 49 milioni di euro l’indebitamento sarebbe inferiore – conclude l’assessore ai Lavori pubblici – ma prima di valutare la possibilità di ricorrere ai bond credo che valga la pena di aspettare le risposte che arriveranno da Roma visto che i finanziamenti del Piano per le Città dovranno essere decisi entro l’anno».

     

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

  • Torrenti Genova: lungo elenco di rivi ad alto rischio idraulico

    Torrenti Genova: lungo elenco di rivi ad alto rischio idraulico

    Ponte CarregaA Genova è ancora lungo l’elenco dei corsi d’acqua ad alto rischio idraulico. La conferma arriva dai tecnici degli uffici di Palazzo Tursi che mercoledì scorso, in occasione della seduta della Commissione consiliare Territorio, hanno consegnato ai consiglieri comunali una dettagliata scheda.

    Nel documento – firmato dal direttore settore Manutenzione, infrastrutture, verde e parchi del Comune di Genova, Stefano Pinasco – i torrenti sono stati divisi in due categorie: ad elevatissimo rischio idraulico oppure ad elevato rischio idraulico.

    Nella prima, quella che rappresenta le situazioni che destano maggiori preoccupazioni, troviamo il Chiaravagna ed il Ruscarolo. Entrambi presentano «elevatissime criticità per estrema insufficienza delle sezioni d’alveo nel tratto a valle del viadotto autostradale».

    Per quanto riguarda il torrente Chiaravagna sono stati avviati una serie di interventi e recentemente sono partiti anche i lavori per la demolizione del palazzo di via Giotto.

    Ma ad elevatissimo rischio viene considerato anche il Bisagno per il quale il 29 novembre si attende il verdetto del Tar per sapere se potranno proseguire i lavori per la risistemazione del secondo lotto dell’alveo, con annesso rifacimento della copertura, mentre attualmente sono in corso gli interventi per la messa in sicurezza della frana nell’ex area delle Brignoline sull’affluente Fereggiano.

    Situazione ad altissimo rischio anche per i rivi Noce, Rovare e Casaregis.

    Nella seconda categoria, quella dei corsi d’acqua a rischio elevato, invece, troviamo: il Cerusa ed i suoi affluenti a Voltri, il Branega ed i suoi affluenti a Prà, i rivi Molinassi e Cantarena nel quartiere Sestri Ponente, il Vernazza a Sturla.

    Per il Molinassi è stato approvato il progetto preliminare per adeguare il tratto urbano del rivo, da piazza Clavarino alla foce, nell’ambito del ribaltamento a mare di Fincantieri, anche se ancora si attende la conferma del finanziamento, mentre sono in fase di progettazione degli interventi su aree di frana.

    Per il Cantarena ed il Vernazza allo stato attuale non c’è nessun finanziamento disponibile ma sono previsti dei progetti di intervento. Infine, per quanto riguarda Cerusa e Branega, ancora non ci sono progettazioni in corso.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

     

     

  • Lettera alla città di Genova del sindaco Marco Doria

    Lettera alla città di Genova del sindaco Marco Doria

    Marco Doria«Mi rivolgo a tutti i genovesi, in particolare agli abitanti della zona del Fereggiano, della Valbisagno, di Sestri Ponente, di Sturla e dei quartieri che negli ultimi anni sono stati colpiti da alluvioni. Mi rivolgo alle persone che hanno dovuto abbandonare la casa o hanno patito danni fisici e materiali.
    Dodici mesi fa, il 4 novembre, avvenne l’ultima, più grande, tragedia: Shpresa Djala e le sue bimbe Gioia e Janissa, Serena Costa, Angela Chiaramonte e Evelina Marina Pietranera furono travolte dall’onda del torrente.
    Genova le ricorda con commozione, unendosi al dolore dei familiari, e anche con rabbia per quanto è accaduto e non doveva accadere. Nel quartiere resta viva la preoccupazione perché, lì come altrove, si è ancora costretti a convivere con il rischio.

    Renderò omaggio alla targa che ricorda le vittime del Fereggiano, facendomi interprete del sentimento di tutti i genovesi. So bene, però, che non è tempo di cerimonie. Bisogna continuare il lavoro per ridurre i pericoli nell’immediato e fare quanto possibile per reperire i finanziamenti necessari alla effettiva messa in sicurezza del territorio. Questo è l’impegno dell’Amministrazione.

    Comprendo l’apprensione degli abitanti e ritengo pienamente giustificabile la loro vigilanza e la denuncia di qualsiasi mancanza, anche quando si accompagna ad una certa diffidenza. C’è bisogno di chiarezza e di verità.

    La verità è che occorrono ingenti investimenti, fuori dalla portata del Comune, e che la sicurezza idrogeologica dovrebbe essere ai primi posti nella spesa pubblica nazionale. Abbiamo valorizzato questo obiettivo nelle richieste al governo per i finanziamenti e opereremo in tutti i modi per poter realizzare le opere più urgenti. Nel frattempo non siamo stati con le mani in mano. L’Amministrazione, pur tra molte difficoltà, si sta adoperando per investire le poche risorse disponibili, come nel caso dell’abbattimento del palazzo sul Chiaravagna a Sestri; per assicurare la pulizia dei torrenti, su cui sono giustamente puntati gli occhi di tutti, e per garantire un sistema efficiente di protezione civile.

    Da mesi, prima che esplodesse il caso giudiziario sull’alluvione del 2011, abbiamo ripensato l’organizzazione dell’emergenza per renderla più snella e con responsabilità ben definite. Il meccanismo è scattato nei giorni scorsi in occasione dell’allerta per piogge intense che fortunatamente hanno poi risparmiato la nostra città, ma non le zone vicine. Qualcuno ha ritenuto eccessivi i provvedimenti adottati. Non è così. Per scongiurare altre sciagure il Comune e i cittadini devono abituarsi a riconoscere il rischio e attrezzarsi per tempo, senza mai sottovalutarlo.

    Di fronte all’indagine della magistratura, cui l’amministrazione comunale dà la sua piena collaborazione, sento di dover riaffermare che l’accertamento di eventuali responsabilità di singole persone non deve tradursi in una sfiducia generalizzata verso l’apparato del Comune, i suoi tecnici, le sue preziose risorse umane che vanno invece valorizzate in una migliore organizzazione.
    Con lo stesso spirito voglio ringraziare ancora, a nome della Città, i tanti volontari che proseguono il loro impegno in aiuto alla popolazione».

    Marco Doria​
    Sindaco di Genova​