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  • Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    alluvione3-DITorna di nuovo a suonare la campanella per il Consiglio comunale di Genova. Il primo giorno di lavori dopo la pausa estiva non presentava all’ordine del giorno discussioni particolarmente calde, in attesa delle patate ben più bollenti che giungeranno in Sala Rossa con l’arrivo dell’autunno (una su tutte: la ventilata ipotesi di privatizzazione di Amiu). Ma, a proposito di autunno, inizia a crescere l’attenzione su uno dei temi più cruciali per la fragilità del nostro territorio ovvero il suo assetto idrogeologico e la situazione dei grandi e piccoli lavori di manutenzione nelle zone critiche della città e negli alvei dei torrenti. La stagione delle grandi piogge è quasi alle porte e il timore dei genovesi è che, al di là degli annunci politici, ancora poco o nulla sia stato fatto per evitare il tragico ripetersi di eventi a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. La ripresa dei lavori del Consiglio comunale ha così offerto l’opportunità all’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello, per fare il punto della situazione sui cantieri aperti e i lavori pronti a partire, rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo (PD). «L’amministrazione – ha detto l’assessore – non ha alcun interesse a nascondere informazioni o eventuali criticità che dovessero sorgere rispetto agli interventi previsti. C’è la massima disponibilità, com’è già stato fatto in alcuni casi, a incontrare la cittadinanza per spigare i lavori e, qualora fosse possibile, anche ad accogliere qualche utile suggerimento».

    scolmatore-fereggiano-tracciatoPartiamo dallo Scolmatore del Fereggiano, un intervento di cui a lungo abbiamo parlato sulle pagine di Era Superba, voluto a suo tempo con grande forza dall’amministrazione genovese che temeva di vedere esclusivamente come una chimera l’arrivo dei finanziamenti statali per completare le opere di messa in sicurezza anche del Bisagno. Con il cantiere già allestito qualche settimana prima del previsto, l’area è stata formalmente consegnata nelle mani della ditta appaltatrice il 4 luglio. I lavori, dunque, dovranno terminare contrattualmente entro il 4 agosto 2018. «Sul Fereggiano – assicura Crivello – stiamo procedendo con regolarità: l’area di cantiere è stata approntata e al momento si stanno realizzando le strutture di sostegno per la costruzione dell’armatura dello scolmatore. Entro la prossima settimana inizierà anche lo spostamento della condotta fognaria». Tutti i lavori al momento sono in corso di esecuzione all’interno della galleria che passa sotto Corso Italia.

    Procedono anche i cantieri del secondo lotto/secondo stralcio sulla copertura del Bisagno. L’area era stata consegnata alla ditta appaltatrice lo scorso 14 aprile e i lavori dovrebbero concludersi entro agosto 2017. L’allestimento del cantiere ha creato qualche difficoltà di troppo agli esercizi commerciali, come abbiamo letto nelle scorse settimane. «Abbiamo incontrato alcuni commercianti – spiega l’assessore – e stiamo cercando di mitigare le difficoltà: certo, azzerarle sarà impossibile ma dobbiamo tenere conto che gli interventi che si stanno facendo, una volta portati a termine, azzereranno qualsiasi rischio di alluvione e allegamento nella zona». Attualmente sono in corso di realizzazione i lavori preliminari per lo spostamento di tutte le sottoutenze («Un lavoraccio» commenta Crivello) mentre la demolizione e la ricostruzione della copertura (così come avvenuto per il primo lotto, nella zona più prossima alla Foce) inizieranno nel 2016. In parallelo, è partita lunedì la Conferenza dei servizi per l’approvazione del progetto esecutivo del terzo stralcio del secondo lotto, quello in zona stazione Brignole e che comprenderà, tra le altre cose, anche l’abbattimento del Bruco. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere tutto pronto per lanciare il bando («E sarebbe un gran bel risultato» chiosa Crivello).

    Torrente Bisagno

    Terzo grande intervento è quello che riguarda lo Scolmatore del Bisagno. La Regione sta ultimando le procedure per l’estensione dell’incarico di progettazione in seguito ai necessari adeguamenti per il progetto esecutivo. Intanto, rispondendo alle paure dei cittadini della zona che hanno scritto all’amministrazione di non essere disposti a sopportare il benché minimo disagio, i progettisti hanno mitigato la previsione di impatto dell’area di cantiere che sorgerà nel centro sportivo della Sciorba. Il quartiere generale sarà ospitato in un grande prefabbricato sulla cui copertura verranno ripristinati le attuali area verde e spiaggia con piscina per i bambini. Inoltre, si sta studiando la possibilità di lasciare il prefabbricato a servizio dei cittadini anche una volta terminati i lavori, ad esempio per adibirlo a posteggi o palestra. I progettisti, inoltre, escludono che gli interventi di scavo possano arrecare danni agli edifici limitrofi. Se tutto procede per il verso giusto, la Conferenza dei servizi potrebbe essere convocata tra la fine dell’anno e l’inizio del 2016.

    C’è poi una serie di interventi più periferici ma non per questo meno importanti. A iniziare dalla messa in sicurezza del torrente Chiaravagna. È in corso la gara di appalto per i lavori che riguardano il tratto d’acqua prospiciente lo stabilimento dell’Ilva mentre si attende da Roma l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di un passante sotto l’area Piaggio. Intanto, sono stati ultimati i lavori del primo stralcio sul ponte di via Manara e l’allargamento dell’alveo all’altezza dell’Elsag e sono state parzialmente consegnate le aree di cantiere per il secondo stralcio. Infine, l’assessore Crivello assicura che entro la fine del 2015 si riuscirà a lanciare l’appalto per il rifacimento del ponte stradale di via Giotto, dove è stato demolito il palazzo triste simbolo dell’alluvione dell’ottobre 2010.

    Per quanto riguarda Fegino, invece, è in corso la Conferenza dei servizi per il secondo lotto dei lavori, nel tratto tra la cabina dell’Enel e i giardini Montecucco: «Si tratta di un intervento complesso – spiega Crivello – perché il sedime stradale è molto limitato e si sta cercando di capire come mitigare l’impatto del cantiere per la viabilità della zona».

    A Levante, infine, procedono i lavori sullo Sturla. Appaltato ad agosto l’adeguamento idraulico del tratto tra l’edificio universitario e via Franchi, sono in corso le Conferenze di servizi per i lavori tra via Franchi e via Apparizione e per lo scolmatore del rio Chiappeto.

    Ci sono poi altri importanti lavori che l’amministrazione spera di poter iniziare a programmare in un futuro non troppo lontano. «Speriamo che il governo possa dare economicamente seguito anche alle promesse fatte in maniera più diffusa per la messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico della città. Non senza difficoltà, stiamo cercando di proseguire un lavoro di mappatura dei tantissimi rivi minori che non vanno assolutamente sottovalutati». Inoltre, l’assessore sta cercando di capire se esita la possibilità di intervenire con denaro pubblico per la messa in sicurezza di zone private ma abbandonate: «Molti frontisti (proprietari di zone limitrofe ai corsi d’acqua, ndr) spesso non sanno neppure che la manutenzione dell’alveo prospiciente alle proprietà è loro compito. Non sono rari i casi in cui mi dicono “faccia lei” magari perché si tratta di terreni abbandonati su cui non esiste alcun interesse: il problema è che se il Comune agisse potrebbe essere citato per danno erariale perché interverrebbe con fondi pubblici in area privata».

    Ad ogni modo, il Comune di Genova quest’anno ha investito 2 milioni di euro solo per la pulizia degli alvei, 1,2 milioni in più rispetto allo scorso anno. E qualcosa potrebbe arrivare anche dalla Regione viste le recenti aperture dell’assessore Giampedrone. Grazie a questi interventi, il rischio alluvione sarà mitigato anche se le grandi opere di messa in sicurezza idrogeologica sono ancora lontano dall’essere terminate. Non c’è forse il timore che i grandi cantieri creino ulteriori difficoltà dal punto di vista della sicurezza, almeno fino alla loro ultimazione? Sul tema l’assessore Crivello non ha esitazioni: «Naturalmente tutti i lavori vengono svolti in assoluta sicurezza e gli stessi progettisti prendono in considerazione queste situazioni limite. Per quanto riguarda l’incolumità dei lavoratori, poi, già oggi con allerta 2 sospendiamo tutti i cantieri e la situazione sarà ancora più restrittiva con il nuovo sistema di allertamento regionale in attesa della definitiva entrata in vigore».

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    Nuovo piano comunale di emergenza: protezione civile, sistema di allerta, scuole e zone esondabili

    bisagno-alluvione-DIGiallo, arancione e rosso. Com’è noto, tra qualche mese saranno questi i livelli di allerta progressiva con cui la Regione Liguria sostituirà l’allerta 1 e 2 – a cui, purtroppo, siamo stati a lungo abituati negli ultimi anni – per omologarsi al quadro nazionale.  Come cambieranno le cose per i cittadini? Difficile dirlo al momento, anche perché prima di entrare in vigore sull’intero suolo regionale, il nuovo sistema di allerta meteo deve essere recepito da tutti i comuni liguri e relative prefetture.

    Per non farsi cogliere impreparato, il Comune di Genova nel frattempo ha presentato il nuovo Piano comunale di emergenza, con cui tra l’altro si prova a rispondere ad alcune carenze evidenziate dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale di Genova in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011 (qui l’approfondimento). La revisione del piano vigente, in realtà, era già pronta da qualche mese tanto il sindaco Marco Doria avrebbe dovuto ricevere le nuove linee guida proprio a ridosso delle tragiche alluvioni dello scorso ottobre. Adesso, finalmente, la delibera è stata approvata in giunta giovedì scorso e può iniziare il suo inter in Commissione e Consiglio comunale prima di entrare in vigore.

    In attesa di capire come si muoverà la Regione, le novità introdotte nel piano, la cui elaborazione è iniziata nel 2013 grazie alla stretta collaborazione con la Fondazione Cima, riguardano soprattutto l’organizzazione tecnica dell’amministrazione per il monitoraggio del territorio e la gestione della protezione civile, non solo in stato di attenzione o allerta.

    «Si tratta – sintetizza l’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello – di una riorganizzazione ed efficientamento di tutto il sistema, attraverso l’inserimento nel piano di emergenza di una serie di ordinanze emanate ad hoc negli ultimi anni e la revisione e potenziamento di alcune strutture di protezione civile e di gestione delle allerte».

    Entrano, dunque, a far parte del piano comunale di emergenza l’immediata chiusura delle scuole in caso di allerta 2 e l’imposizione di tenere gli alunni nell’edificio se, con allerta 1 e quindi a scuole aperte, l’evento dovesse peggiorare. Stessa sorte per le ordinanze sulle zone esondabili, anch’esse non più singoli provvedimenti ma ricomprese in maniera più organica nel piano, ad eccezione di quelle che verranno sistemate nel breve periodo con interventi di ingegneria idraulica (ad esempio, via Shelley).

    Al momento il nuovo piano di emergenza prevede i comportamenti della macchina comunale in funzione del sistema di allerta vigente (1 e 2) ma, almeno secondo quanto assicurato dai tecnici, sarà anche in grado di declinare le nuove azioni che scatteranno quando la Regione darà via alle “allerte colorate”. Eppure i tecnici stessi sono incerti nel rispondere a una semplice domanda: quando scatterà il nuovo piano regionale, con quale colore di allerta si chiuderanno le scuole? Con tutta probabilità, la chiusura automatica arriverà con l’allerta rossa ma non è detto che non possa avvenire anche con l’arancione.

    La difficoltà nella risposta non è tanto dovuta alla fase di transizione dal sistema di allertamento numerico a quello colorato, quanto al fatto che il modello di intervento per gli enti pubblici è organizzato secondo tre fasi operative (attenzione – preallarme – allarme) che non sempre si integrano bene con il sistema di allertamento per la popolazione (a proposito, il Comune sta sviluppando anche un’app per smartphone che andrà ad integrare i canali già esistenti).

    «Non si tratta certamente di un lavoro che finisce qui – ammette Crivello – e nel medio e lungo termine sarà soggetto a modifiche perché oltre 91 mila genovesi abitano attualmente in aree esondabili ma la mappatura – si spera – cambierà con i grandi interventi di ingegneria idraulica a cui assisteremo nei prossimi anni, come gli scolmatori del Fereggiano e del Bisagno».

    Coc, il tavolo per gestire l’emergenza: «nessuno potrà più bussare ed entrare…»

    Le vere innovazioni introdotte dal piano comunale, tuttavia, riguardano soprattutto la messa in moto e il funzionamento della struttura amministrativa, in caso di necessità e non solo. Intanto, viene snellito il Centro operativo comunale (Coc), struttura tecnica a supporto del sindaco per la gestione delle criticità meteorologiche: si tratta sostanzialmente di un tavolone nel cuore del Matitone, attorno a cui vengono prese le decisioni più delicate. Dalle 9 unità attuali (quasi mai rispettate in passato, soprattutto nel 2011 quando attorno al tavolo del Coc gravitavano decine e decine di persone con compiti non sempre chiarissimi) si passa a 6 («e nessuno potrà bussare alla porta ed entrare» assicura Crivello), oltre al sindaco coadiuvato dall’assessore alla protezione civile, per permettere una maggiore rapidità d’azione. Il comitato sarà composto da: direttore generale del Comune, rappresentante dell’area tecnica, rappresentante dell’area servizi, comandante di Polizia Municipale, direttore di Protezione civile e rappresentante dell’area staff e Municipi. Amiu, Aster e Amt siederanno a un altro tavolo, poco distante, assieme ai rappresentati di tutti gli altri servizi e settori del Comune di Genova che dovranno rendere operative le decisioni del Coc.

    Confermate anche le Unità di Crisi dei singoli Municipi che entrano in vigore per la gestione dell’emergenza, la struttura del Coc che monitora 24h su 24 e 365 giorni l’anno il territorio, il presidio permanente di Protezione civile e le 4 pattuglie di polizia municipale come primo strumento di presidio territoriale attivato anche solo in stato di attenzione.

    Qualche nuovo accorgimento riguarderà anche il cosiddetto “stato di pace”, ovvero in situazione ordinaria senza attenzioni, allarmi o allerte. Viene, infatti, individuato un rappresentante di protezione civile per ogni direzione del Comune: «Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione alle riunioni e comunicazione con i vertici del settore – spiega Crivello – ma anche della necessità di una maggiore sensibilizzazione sul tema all’interno della struttura amministrativa».

    Tursi, in sostanza, cerca di aprirsi sempre più la strada verso l’autonomia gestionale dalla Regione, nei limiti del possibile e del legalmente consentito, per evitare il ripetersi di critiche impasse come quella dello scorso ottobre quando l’Amministrazione fu costretta a convocare, un po’ fuori dai canoni, il Centro operativo comunale nonostante la mancata emanazione dello stato di allerta da parte di via Fieschi. «La macchina comunale – spiega la neo responsabile di Protezione Civile del Comune di Genova, Francesca Bellenzier – non si attiverà solo su input della Regione ma anche, se necessario, dall’osservazione diretta degli effetti al suolo». Anche perché, in un contesto idrografico come il nostro, caratterizzato da corsi d’acqua ripidi e con breve distanza tra la fonte e linea del mare, aspettare l’evoluzione dell’evento può essere un errore irreparabile.

     

    Simone D’Ambrosio

  • “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    bisagno-adamoliNel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arriva a Genova per benedire la ripartenza dei lavori di rifacimento della copertura del Bisagno, tocca a Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche all’interno del progetto “Italia Sicura”, fare il punto sui lavori che da qui a fine novembre 2021 dovrebbero mitigare definitivamente i rischi da dissesto idrogeologico in città e non solo.

    «Genova – ha detto D’Angelis – si appresta a diventare la città europea in cui si investe di più per la prevenzione e la messa in sicurezza idrogeologica». Un ammontare che viene stimato attorno ai 419 milioni di euro, di cui 379 di risorse statali e 40 di fondi del Comune, per un totale di 15 cantieri che entro la fine dell’anno partiranno in tutta la Città Metropolitana (qui l’elenco di tutti gli interventi e le richieste di finanziamento). «Con Genova – ricorda il coordinatore di Italia Sicura – parte il piano di sicurezza che coinvolgerà tutte le 14 Città Metropolitane, per un importo complessivo di 1,2 miliardi di euro che saranno investiti entro la fine dell’anno. Genova fa la parte del leone perché ha le progettazioni già pronte per andare in cantiere».

    Come abbiamo ampiamente raccontato la scorsa settimana (qui l’approfondimento), due sono i cantieri già partiti (scolmatore del Fereggiano e seconda parte della copertura del Bisagno dalla Questura a corso Buenos Aires), mentre altri 13 saranno avviati entro la fine dell’anno. «Non si tratta più di discorsi e progetti – ha commentato il sindaco Marco Doria – ma di opere e cantieri concretamente partiti. Per Fereggiano e rifacimento della copertura del Bisagno parliamo di oltre 150 milioni di spesa che daranno un contributo significativo per la messa in sicurezza del bacino».
    Con il completamento del rifacimento della copertura del Bisagno (fine del secondo lotto entro maggio 2017, cantieri del terzo lotto aperti entro il 2015 per una durata dei lavori attorno ai 3 anni) si arriverà a una portata di 850 metri cubi al secondo con un metro di spazio tra il pelo dell’acqua e la copertura, e 950/1000 metri cubi in situazione di pressione (l’ultima tragica alluvione ha toccato i 1100 metri cubi al secondo, ndr). Con lo scolmatore del Bisagno (qui l’approfondimento), la cui gara dovrebbe concludersi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, la portata dovrebbe essere in grado di affrontare anche la piena duecentennale che il piano di bacino prevede in 1300 metri cubi al secondo.

    «Il destino di Genova – sottolinea D’Angelis – non sono le alluvioni ma la prevenzione delle alluvioni. Come ha detto il ministro Delrio, questa per noi è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia. E Genova ci ha dato una mano con la cosiddetta “norma Bisagno” inserita nello Sblocca Italia che consentirà di non bloccare più i cantieri in caso di ricorso ma portare l’opera a compimento fino al collaudo». Un’importante opera di sburocratizzazione che potrebbe anche accorciare i tempi di consegna di tutti i lavori, che con il completamento dello scolmatore del Bisagno sono fissati entro la fine del 2021.

    Tutti cantieri, assicurano i responsabili di Italia Sicura, saranno trasparenti e legali al 100%: sul sito del governo (e probabilmente anche su quello del Comune) tutti i cittadini potranno seguire il corso dei lavori. E sarà proprio il Bisagno ad essere oggetto di un progetto pilota, sempre a cura della struttura governativa di Italia Sicura, di cura del verde, delle foreste e dei rivi sui versanti montani.

    «Si tratta di interventi straordinari, fatti non parole – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che assieme al consolidamento di una cultura di Protezione civile (che verrà potenziata anche con la sperimentazione di nuovi sistemi di autodifesa, ndr), contribuiranno in maniera significativa a mitigare il rischio». Un rischio che, soprattutto in una città come Genova con 88 rivi che superano il chilometro di cui 28 tombati e altre centinaia sotto il chilometro, e oltre 90 mila abitanti che vivono in zone esondabili, non potrà mai essere azzerato (qui l’elenco fornito dal Comune degli interventi di adeguamento idraulico realizzati dal 2012 ad oggi).

    Oltre al bacino del Bisagno, saranno interessati da significativi lavori di messa in sicurezza anche il Chiaravagna (per oltre 22 milioni di euro), lo Sturla (10 milioni), il Fegino (3 milioni), il Belvedere (5 milioni). Ma nel piano di Italia Sicura non rientra solo la città di Genova. Il pacchetto di lavori comprende anche interventi importanti a Rapallo, Santa Margherita, Chiavari e Lavagna. «La sicurezza e il contrasto al dissesto idrogeologico – ha commentato Doria in vista di sindaco della Città Metropolitana – sono la priorità di chi governa il Paese e la città e lo sta facendo in modo molto coordinato. Stiamo parlando di un’inversione radicale di rotta politico-culturale perché ribaltiamo un approccio che ha dominato per decenni in cui il problema sicurezza non veniva assolutamente considerato, dato che dopo la copertura del Bisagno nel ’29 e soprattutto dopo l’alluvione del ’70 non è mai stato fatto alcun intervento significativo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    bisagno-fereggiano-marassi-monticelliDal dopoguerra e fino al 2011 il Bisagno aveva rotto gli argini ogni ventennio, ora lo ha già fatto due volte in tre anni. Il primo torrente cittadino è una bomba ad orologeria, così come i suoi affluenti e come gli altri principali corsi d’acqua genovesi, per non parlare delle condizioni dei rii minori che scendono dalle alture, spesso terreni abbandonati e quindi maggiormente esposti al rischio frane. La situazione genovese è un’emergenza nazionale.
    Da Roma sono arrivate le prime promesse ufficiali, per ora solo parole, ma quantomeno confortanti. Nei prossimi cinque anni lo Stato, nell’ambito del Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico, si impegnerebbe a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese. E, tra le opere da finanziare, ecco comparire quello che fino a poco tempo fa era considerato un progetto “irrealizzabile”: lo scolmatore del Bisagno.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Il progetto risale al 2007 e si basa sulle stime del Piano di bacino che indicano in 1300 mc/s (metri cubi al secondo) la portata massima del torrente con tempo di ritorno di duecento anni (la stima ai tempi del fascismo che portò ai lavori di copertura fu di 500 mc/s, ndr). Attualmente il Bisagno è in grado di “resistere” fino a 700 mc/s, portata elevabile tra gli 800 e i 900 mc/s con i lavori di adeguamento idraulico dell’attuale copertura di via Brigate Partigiane.

    Lo Scolmatore del Bisagno è un canale sotterraneo di 9,5 m di diametro in grado di “sottrarre” acqua al torrente in caso di piena alzando la portata di 417 mc/s rispetto ai livelli attuali (mettendo quindi il corso d’acqua in sicurezza). La galleria, lunga quasi 7 km dal ponte Ugo Gallo (altezza Sciorba) sino ai bagni Squash in corso Italia, andrebbe anche ad intercettare le portate dei torrenti Fereggiano, Rovare e Noce (ognuno dei rii con relativa galleria di collegamento a quella principale). Costo totale 230 milioni (qui il Quadro Economico) , di cui 153 di lavori, i restanti 80 circa fra Iva, spese tecniche, indagini, collaudi ecc. «In questi giorni, avendo il Comune bandito l’appalto per la costruzione dello scolmatore del Fereggiano – spiega Simone Venturini, ingegnere idraulico, dirigente di Technital S.p.A e co-firmatario del progetto – abbiamo rivisto il computo del progetto del 2007 dal quale abbiamo stralciato le opere già inserite nel progetto definitivo dello scolmatore Fereggiano (il cui primo stralcio è in via di aggiudicazione) e abbiamo aggiornato i prezzi unitari.
    Ne deriva che l’importo residuale dei lavori (ovvero quello che resterebbe da fare, mantenendo l’opera già progettata nel 2007 senza modifiche né “alleggerimenti”) che serve per realizzare lo scolmatore del Bisagno è pari a circa 145 milioni e il finanziamento lordo si può aggirare sui 165-182 milioni circa (a seconda che lo Stato voglia applicare l’Iva al 10%, come per lo scolmatore Fereggiano andato in gara, o al 22%)».

    Come è noto, dopo gli eventi alluvionali del 2011, il Comune ha deciso di stanziare le risorse a disposizione (45 milioni) per realizzare una parte del progetto del 2007, ovvero il cosiddetto “mini-scolmatore”, la galleria di scolmo del Fereggiano (che capta le acque dell’affluente, ma non incide sulle piene del Bisagno). Una scelta che aveva attirato non poche critiche (il progetto è stato “rimandato” in un primo momento dal Consiglio nazionale dei Lavori Pubblici) principalmente per l’incertezza sulla copertura economica (i 45 milioni coprono solo il primo stralcio e lasciano fuori le opere di presa e collegamento per Rovare e Noce) e la necessità di aggiornare studi, stime e rilevazioni. Tuttavia, se davvero dovessimo assistere ad improvvise accelerazioni dell’iter per la realizzazione dello Scolmatore del Bisagno, sia la galleria che lo sbocco a mare del mini–scolmatore sarebbero perfettamente integrabili con la galleria principale. E se l’avvio dei lavori per il grande scolmatore dovesse arrivare prima di aver terminato il mini – scolmatore (dicembre 2020) «i due cantieri si integrerebbero molto bene ed anzi si ridurrebbe il disturbo all’area di spiaggia».
    La durata dei lavori per lo scolmatore Fereggiano è stimata in cinque anni, sono invece sei gli anni previsti per la realizzazione di quello del Bisagno.

     

    Gabriele Serpe

    L’articolo integrale su Era Superba #57

  • Ancora alluvione, Genova incredula

    Ancora alluvione, Genova incredula

    alluvione-polceveraDalla tragedia del 10 ottobre scorso la città non si era ancora ripresa, e sarebbe stato impossibile ipotizzare il contrario. L’allerta 1 e 2 dei giorni scorsi aveva portato con sé l’alluvione del chiavarese e nuovi allagamenti nella zona di Staglieno. In città i genovesi hanno tenuto costantemente gli occhi al cielo, negli uffici, nei bar, nelle stazioni, serpeggiava la paura, perché adesso tutti noi sappiamo di essere in pericolo, ad ogni forte temporale, una intera città in pericolo. E, puntualmente, l’incubo è tornato.

    Danni già alle prime ore del mattino di oggi, l’ennesima giornata segnata dallo stato di massima allerta. Il primo a fare paura è stato il Cerusa a Voltri, che è esondato all’altezza di via delle Fabbriche portando al crollo parziale di una casa, fortunatamente senza conseguenze per l’inquilini.

    Poi a rompere gli argini è stato il Polcevera, nel quartiere di Pontedecimo. Negozi e strade sott’acqua. A ruota i rii minori della Val Polcevera, danni e allagamenti a Certosa, Rivarolo e Fegino.

    I forti temporali nel primo pomeriggio hanno travolto anche la Val Bisagno e il levante cittadino. Via Adamoli e piazza Adriatico ancora una volta allagata per l’esondazione del rio Torre (stesso destino per il Ca’ de Rissi a Molassana), rompono gli argini anche il Sant’Antonino a Staglieno (e siamo a tre allagamenti in un mese) e il Rovare a San Fruttuoso, in ginocchio la zona di Via Manuzio che si ritrova sott’acqua come avvenne nel 2011.

  • Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Via Shelley«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.

    Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.

    Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.

    Via Shelley, Quarto

    Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.

    Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».

    Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati.  Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.

    Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • PUC di Genova: discussione finale in Comune, riflessioni su rischio idrogeologico

    PUC di Genova: discussione finale in Comune, riflessioni su rischio idrogeologico

    Illustrazione di Mariagiovanna Figoli

    L’ultima fase di discussione sul nuovo Puc (Piano urbanistico comunale), che andrà in scena prossimamente nelle aule del consiglio di Palazzo Tursi, è anche l’ultima occasione per porre al centro del dibattito sul futuro assetto del territorio l’attenzione prioritaria agli aspetti idraulici ed idrogeologici. Scopo della pianificazione locale, infatti, dovrebbe essere quello di ridurre il livello di rischio della popolazione, tramite la messa in sicurezza dell’abitato esistente, proposte di delocalizzazione di abitazioni ed altri fabbricati dalle aree considerate pericolose, il coerente adeguamento alle norme di salvaguardia dettate dalla pianificazione di bacino. Eppure – come rimarcato più volte dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica (“Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva Vas) – le scelte urbanistiche alla base del progetto di Puc del Comune di Genova non contemplano sufficienti riflessioni in tal senso, anche per quanto riguarda gli effetti negativi conseguenti a nuove impermeabilizzazioni del suolo nelle zone in cui, pur non vigendo un vincolo di inedificabilità, susssite già un pesante carico insediativo.
    La Giunta di Palazzo Tursi lunedì 6 ottobre ha approvato le controdeduzioni alle osservazioni presentate al progetto preliminare di Puc negli anni e nei mesi scorsi. «Adesso si aprirà il confronto all’interno delle commissioni consiliari – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale di maggioranza (Lista Doria) – che porterà all’approvazione del progetto definitivo da parte del Consiglio comunale. L’obiettivo era chiudere il Puc definitivo entro l’anno, ma probabilmente sarà necessario arrivare ai primi giorni del 2015».

    Ma facciamo un passo indietro. La Regione aveva chiesto al Comune di adeguare il Piano urbanistico alla Vas (Valutazione Ambientale Strategica), in pratica ponendo all’amministrazione comunale una serie di prescrizioni. «Qualche mese fa si è sviluppato un proficuo dibattito tra sensibilità diverse – sottolinea Pignone – Grazie all’ascolto delle istanze della cittadinanza, espresse in sede di commissione da una rete di comitati e associazioni, a parer mio abbiamo raggiunto buoni risultati in merito ad una maggiore attenzione all’ambiente, alla difesa del suolo, al rischio idrogeologico».
    Il 4 marzo scorso il Consiglio comunale ha approvato la delibera di indirizzo modificata per ottemperare alle richieste avanzate dalla Regione attraverso la Vas. «Avremmo desiderato delle modifiche più incisive, capaci di condizionare in modo chiaro e definitivo lo sviluppo di Genova dei prossimi anni nel senso della messa in sicurezza del territorio, della salute dei cittadini, della valorizzazione delle aree agricole come risorsa pregiata per il rilancio del lavoro e di produzioni locali di qualità – così commentava allora la rete genovese del movimento “Salviamo il paesaggio” – Apprezziamo il cambiamento di consapevolezza che ha accompagnato il dibattito, così come la disponibilità del Consiglio a confrontarsi con il Coordinamento di reti e comitati contro il consumo di suolo sui contenuti puntuali degli emendamenti. Li avremmo voluti più coraggiosi, pur riconoscendo che alcune richieste sono state recepite. Vigileremo territorio per territorio perché i principi apparentemente condivisi non vengano traditi»

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno la Giunta regionale ligure, però, ha sottolineato di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di Vas sul progetto preliminare del Puc di Genova” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, delibera del Consiglio comunale n. 6 del 4 marzo scorso, di fatto rinviando all’approvazione definitiva del Puc anche il suo verdetto di ottemperanza alla Vas.
    Come spiega l’architetto e urbanista Giovanni Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi quali suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione non ha ancora dato il suo via libera al Puc proprio perchè lo considera reticente su questi aspetti».
    Il consigliere Pignone, tuttavia, precisa «La Vas regionale è stata interpretata da più parti come una “bocciatura” del Comune. In realtà si tratta di un processo circolare che dovrebbe servire a migliorare, con il contributo di differenti competenze, l’analisi di un territorio ai fini della pianificazione. Il problema è che la redazione di Puc e Vas doveva procedere in parallelo, invece è stato realizzato prima il preliminare di Puc e solo successivamente è partito il procedimento Vas. In questi ultimi mesi gli uffici comunali della Direzione Urbanistica si sono mossi per adeguare il piano alle modifiche da noi apportate in seguito alla Vas, quindi con un aggiornamento puntuale di documenti e mappe. Ora si aprirà di nuovo il dibattito in commissione. Poi la Regione darà il suo parere, e noi in Consiglio andremo a configurare il piano definitivo pezzo per pezzo».

    Puc Genova, riflessioni su rischio idraulico e idrogeologico

    fereggiano-marassiMa la pianificazione comunale – domandiamo all’urbanista Spalla – è lo strumento consono per ipotizzare interventi quali demolizioni e delocalizzazioni di manufatti ubicati in aree a rischio? «Sicuramente mettere in sicurezza è una delle prerogative del piano regolatore. All’interno del quale si può prevedere la demolizione di un edificio, l’eventuale ricostruzione da un’altra parte, oppure la sua sostituzione con spazi verdi. Il Puc potrebbe specificare nel dettaglio come intervenire attraverso dei piani particolareggiati. Ad esempio per la zona del Fereggiano, dove si sono commessi dei veri e propri crimini, sono presenti edifici nel letto del torrente, e si è costruito tutto intorno, comprese le coperture del corso d’acqua con annessi parcheggi. Il Puc lo può fare, indicando demolizioni ed eventuali ricostruzioni, predisponendo anche norme cautelative a protezione del patrimonio edilizio attiguo alle aree di intervento». E poi prevedendo la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua «Iniziando finalmente a “stappare” i torrenti genovesi – continua Spalla – La rinaturalizzazione sarà l’azione di risanamento ambientale più importante nei prossimi anni. Ebbene, nel Puc di Genova non c’è nulla di tutto ciò. Spiace dirlo, ma la concezione di sviluppo del Sindaco Doria e della sua Giunta, purtroppo, sembra essere la stessa delle amministrazioni precedenti».

    Il piano urbanistico, insomma, non si concentra abbastanza sull’obiettivo di diminuire la popolazione esposta a rischio, in primis attraverso la demolizione delle costruzioni che tuttoggi insistono sui greti dei torrenti. D’altronde, l’unica azione concreta in tal senso è rappresentata dal recente abbattimento del palazzo di via Giotto, le cui fondamenta da mezzo secolo poggiavano tranquillamente nell’alveo del Chiaravagna, demolizione eseguita soltanto dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010.
    Secondo Spalla non bisogna mai dimenticare che la pianificazione locale deve integrarsi puntualmente con la pianificazione di bacino: «I piani di bacino, che hanno una loro autonomia, sono prevalenti sui piani regolatori. Se il piano di bacino afferma che un’area è esondabile, il piano urbanistico ne deve tenere conto. Pensiamo all’ex mercato di Corso Sardegna, che si trova esattamente sull’area inondabile dal Bisagno. Qui addirittura erano previsti dei box sotterranei (poi cancellati dopo l’alluvione del 2011, nda). Adesso si prevede di realizzare un piazzale asfaltato, tramite la distruzione della recinzione storica dell’ex mercato. Insomma, nuovo cemento, nuova impermeabilizzazione, invece di risistemare il suolo trasformandolo a verde».

    Altro nodo intricato è la prevista trasformazione in funzione residenziale della rimessa Amt della Foce, progetto non attuabile secondo i livelli di rischio evidenziati dal piano di bacino. «Se il Puc di Genova fosse veramente integrato con la pianificazione di bacino queste contraddizioni non esisterebbero – conclude l’architetto Giovanni Spalla – Il Puc semplicemente nomina i piani di pacino, sottolineandone il loro valore prevalente. Ma una reale integrazione significa che se un edificio è considerato incompatibile dal piano di bacino, allora il piano urbanistico ne deve prevedere l’eliminazione».

    Le criticità sopracitate sono le medesime evidenziate dalla Regione nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica del progetto preliminare del Puc: “… l’approccio adottato per la definizione della struttura del Puc, che assume dai piani di bacino il solo quadro vincolistico, e non utilizza il quadro delle propensioni d’uso del territorio definito dagli studi geologici allegati al piano per la definizione delle scelte urbanistiche, non è condivisibile. Tali strumenti, dovrebbero infatti, più propriamente, “essere integrati” come elemento fondativo delle scelte urbanistiche […] Tra le scelte strategiche proposte non compaiono effettivi interventi di messa in sicurezza dell’abitato in aree caratterizzate da alti livelli di pericolosità, o proposte di rilocazione di elementi a rischio in aree più sicure. […] è opportuno che il Puc preveda l’assunzione di tutte le misure per ridurre il rischio per la pubblica incolumità, da promuovere anche attraverso incentivi e da attivare prioritariamente per le strutture altamente vulnerabili, come, ad esempio, i locali interrati. […] è necessario almeno stabilire modalità costruttive compatibili con la condizione di inondabilità (assenza di volumi interrati, limitazioni di utilizzo del piano terra)”.

    Per il consigliere comunale Pignone il Puc di Genova rappresenta un tassello della strategia complessiva di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico da attuare su scala regionale. «Per delocalizzare case o attività commerciali occorrono adeguate risorse economiche. A livello europeo c’è la possibilità di accedere a fondi destinati a tali azioni. Ma ancor prima va superato un deficit culturale. Oggi quasi nessuno è disponibile a ragionare seriamente su questi aspetti. La politica, e quindi tutti gli strumenti tecnici come i piani urbanistici, hanno accumulato pesanti ritardi nell’approccio al problema. Stesso discorso vale per la demolizione degli edifici ubicati nei letti dei torrenti. Parliamo di interventi già previsti nella pianificazione di bacino. Nonostante ciò ci sono voluti vent’anni per abbattere il palazzo di via Giotto a Sestri Ponente. E la situazione è effettivamente migliorata, anche se rimangono altri edifici che insistono sul Chiaravagna».

     

    Matteo Quadrone

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  • Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (15)Quest’alluvione non è come tutte le altre. Questa volta è diverso. Dal dopoguerra fino alla settimana scorsa le esondazioni del torrente Bisagno hanno avuto questa scadenza: 19 settembre 1953 (insieme al Trebbia); 7 e 8 ottobre 1970 (insieme a Polcevera, Leira e Chiaravagna); 27 settembre 1992 (insieme allo Sturla); 4 novembre 2011 (insieme a Fereggiano, Sturla e Scrivia).

    È evidente che rovesci talmente abbondanti da far esondare il torrente raramente avevano luogo: e comunque mai più di una volta ogni ventennio. Ma questo tragico “appuntamento fisso” con i drammi umani e i danni economici è stato anticipato giovedì scorso, a distanza di soli tre anni dall’ultima rottura degli argini. Inoltre, in questo stesso arco di tempo, altri fenomeni distruttivi si erano già abbattuti su zone della costa più o meno vicine: 4 ottobre 2010, Sestri Ponente e territorio spezzino; 25 ottobre 2011, Cinque Terre e Lunigiana; 11 novembre 2012, Massa e Carrara.

    Una simile frequenza non sembra trovare riscontro nel ventennio precedente (di cui si ricordano solo l’alluvione del 1993 sul ponente genovese, quella del 2000 su Imperia e Savona e quella del 2003 nelle provincie di Massa e Carrara). Sembra confermata, inoltre, anche la diversa natura dei fenomeni: tant’è che per la repentina e inattesa violenza sono già entrate nel linguaggio comune espressioni quali “bomba d’acqua” o “temporale auto-rigenerante”.

    L’altro punto che segna un deciso “salto di qualità” nel rapporto tra l’uomo e la calamità naturale è il fallimento della prevenzione. Da un lato, infatti, la scienza non ha saputo lanciare un allarme nemmeno quando il disastroso rovescio era in corso; dall’altro la politica, accusata spesso di muoversi solo a “disgrazia avvenuta”, stavolta non si è mossa nemmeno dopo che la disgrazia era avvenuta per davvero, non potendo mostrare alla cittadinanza, a tre anni dai morti del Fereggiano, nemmeno una singola misura concreta presa a riduzione del rischio (ed è da considerarsi una “fortuna” che la tarda ora notturna della piena abbia contenuto il numero delle vittime).

    C’è di peggio. Anche se i lavori per l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno nel tratto che va dalla Questura al tunnel di via Canevari fossero stati completati, l’esondazione del torrente non sarebbe stata comunque evitata, ma solo ridotta in portata: segno che la presunta “soluzione” di tutti i problemi non sarebbe in realtà che l’ennesimo “tapullo”, di cui si fa gran parlare solo per non ammettere l’enorme dissesto idrogeologico che coinvolge non solo la zona del Bisagno, ma tutta la regione. Discorso simile per il mini-scolmatore del Fereggiano (qui l’approfondimento) da non confondere con l’unico intervento che davvero sarebbe in grado di mettere in sicurezza la Val Bisagno e il centro città, ovvero il famoso scolmatore del Bisagno, opera da oltre 260 milioni di euro che, a causa del suo costo, rientrerebbe nella categoria “opere impossibili”.

    La lezione che questa alluvione nel suo insieme ci consegna è dunque spaventosa: non siamo al sicuro e non sappiamo cosa fare. Il quadro non è semplicemente quello della “calamità naturale complicata dai ritardi burocratici”: è molto peggio. È un mix di più fattori, quali appunto: progressiva tropicalizzazione del clima, fallimento dei modelli meteorologici predittivi, crisi della  rappresentanza politica e una tradizione radicata di sfruttamento edilizio del territorio.

    Quello che non bisogna fare in un simile frangente è negare la realtà, solo perché essa appare talmente disperata da non lasciare intravedere soluzioni realistiche. Per quanto complicato, al contrario, il problema deve essere preso di petto: non solo per la memoria di quelli che sono morti e per scongiurare nuove stragi, ma proprio perché altrimenti Genova rischia di morire.

    Se non ci si può fidare del meteo, dell’amministrazione pubblica e delle allerte degli esperti, allora è meglio mettersi al riparo da soli. Il rischio concreto, insomma, è che tutta la zona del Bisagno, da Molassana fino alla Foce, da Quezzi a Brignole, subisca un progressivo abbandono, con conseguente deprezzamento degli immobili residenziali e commerciali: cosa che comporterebbe la trasfigurazione del cuore pulsante della città in un malfamato ghetto fantasma.

    Come se ne esce? Bisogna essenzialmente che la cittadinanza capisca cosa chiedere e come fare pressione. Le immediate reazioni di chi è stato colpito nella casa o nel lavoro, per un’elementare forma di rispetto, non si possono e non si devono sindacare. Ora però, passata una settimana, dovrebbe essere tornato il sangue freddo almeno per capire dove occorre incanalare la rabbia.

    Dovrebbe essere il momento di dire che nessuno nega che la giustizia debba seguire il suo corso: ma certo non è portando alla sbarra un’altra Marta Vincenzi che le cose cambieranno. Purtroppo l’abbiamo già sperimentato. Allo stesso modo non è invitando Grillo o Renzi a spalare il fango che il rischio di una nuova esondazione sarà scongiurato. Bisogna, al contrario, che ognuno faccia la sua parte: compresa la cittadinanza e l’opinione pubblica.

    Quest’ultima, in particolar modo, dovrebbe smettere di cavalcare proteste magari anche sacrosante, ma sostanzialmente inutili, contro quel “burocrate” o quel “politico”, senza spiegare alla gente la complessità del problema da affrontare. Semplificando le cose, infatti, si ottiene l’unico risultato di fornire alibi all’inattività di questa classe politica, che è ben contenta di cavarsela solo con il reperimento, da parte del governo, dei fondi necessari a ultimare l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno.

    Bisogna dire, invece, come le cose vanno fatte: mentre si accertano le responsabilità individuali, parallelamente si procede a un piano per la messa in sicurezza della zona. Si trovano esperti che, sulla base di modelli aggiornati, si assumano la responsabilità di definire pubblicamente la piena massima del torrente; dopodiché interviene l’amministrazione pubblica, stabilendo la necessità di un ulteriore margine di sicurezza, per scongiurare le conseguenze di fenomeni anche più violenti di quelli della settimana scorsa. E così via anche per gli altri torrenti a rischio. A quel punto si potranno programmare le necessarie opere pubbliche.

    L’ampiezza della zona interessata e i costi del piano non devono spaventare. Dobbiamo ritornare a ragionare sulla base dell’idea che è la pubblica utilità a definire la spesa, non la capacità di spesa a definire gli interventi utili. Questa logica contabile ragionieristica, per cui si fa solo quello che si ha in tasca in quel determinato momento, è contraria al principio stesso del capitalismo, che invece si basa sul prestito e sul debito, con l’idea che una spesa non sia solo un costo, ma possa essere anche un investimento.

    Altrimenti non si capisce come possano essere stati realizzati nel passato interventi imponenti che oggi paiono quasi impossibili. Parigi nel pieno del XIX secolo è stata sventrata dai boulevards di Hausmann: un’operazione che allora arricchì gli speculatori (come ci ricorda un famoso romanzo di Émile Zola), ma che ha regalato alla Parigi di oggi un’attrazione unica. Nel dopoguerra anche Genova ha conosciuto imponenti demolizioni: se è stato possibile abbattere una zona storica, seppure martoriata, come Via Madre di Dio solo per realizzare un vero e proprio obbrobrio socio-urbanistico, a maggior ragione si possono ampliare e riqualificare gli argini dei torrenti. A Valencia, in tempi più recenti, il rio cittadino, che esondava come il Bisagno, è stato deviato: al suo posto sorgono oggi i Giardini del Parco Turia.

    Tutto questo per dire che le cose si possono fare: basta volerlo. È per questo che su questa rubrica ho insistito tanto sull’idea che lo Stato recuperi la sua autonoma capacità di collezionare e di allocare le risorse non sulla base delle regole contabili di Bruxelles, ma sul rispetto dell’interesse dei suoi cittadini. Perché si arrivi a questo, però, è importante che la cittadinanza sappia che non è sbagliato, anzi, è doveroso mettere la sicurezza davanti al pareggio del bilancio. Quando si ragionava così, non è vero che si sperperavano risorse: al contrario l’economia cresceva e il debito si ripagava.

    È anche importante esigere di non essere presi in giro: siamo adulti e dobbiamo pretendere che ci vengano dette le cose come stanno. L’ARPAL, il Comune e la Regione devono prendersi la responsabilità di dire in pubblico se le opere da realizzarsi metteranno in totale sicurezza le zone a rischio rispetto all’intensità degli eventi atmosferici ai quali abbiamo assistito; in caso negativo, devono spiegare come mai non vengono progettati interventi più incisivi.

    Non limitiamoci a scagliarci contro il primo che passa, perché facciamo solo il gioco dei nostri politici. Tutto dipenderà, piuttosto, da come sapremo tenere il fiato sul collo della pubblica amministrazione e della stampa; da come sapremo pretendere, senza compromessi, che Genova torni ad essere una città sicura e prospera. Se vogliamo farci chiamare davvero “superbi”, questo è il momento di dimostrarlo.

     

    Andrea Giannini

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  • Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (48)Al di là della mancata emanazione dello stato di “allerta” da parte della Regione Liguria, e di conseguenza dell’inevitabile ritardo nel lesto avvio del sistema di Protezione civile comunale, delle opere infrastrutturali sul torrente Bisagno non realizzate anche a causa della lentezza della giustizia amministrativa, non va dimenticato, però, il ruolo che le amministrazioni locali dovrebbero giocare nella pianificazione delle strategie di emergenza.
    Innanzitutto va puntualizzato che i previsori del centro meteo-idrologico di Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, sotto accusa per non aver previsto la drammatica escalation degli eventi che ha portato ai disastri della serata di giovedì 9 ottobre) in questa occasione avevano prodotto un messaggio di “avviso” per temporali forti, evidenziando quindi un livello di criticità, seppure il meno grave, che avrebbe comunque potuto far scattare – a discrezione di ogni singolo Comune – opportune contromisure di protezione, a maggior ragione nella città di Genova, notoriamente soggetta ad episodi alluvionali spesso di notevole gravità, e dove da lungo tempo sono palesi le forti problematiche che affliggono determinate aree a rischio del territorio.

    Tuttavia, trincerandosi dietro l’impossibilità di agire in assenza dell’allerta, l’amministrazione comunale sembra voler nascondere le carenze di un piano di emergenza comunale approvato nel 2009, e giudicato inadeguato sia dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale genovese in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011, sia dall’apposita Commissione consiliare incaricata di fare luce sui medesimi episodi del 2011. Destino vuole che le linee guida del nuovo piano – come aveva anticipato ad Era Superba l’assessore alla Protezione civile Gianni Crivello – dovevano essere illustrate al Sindaco Marco Doria proprio nel fine settimana appena trascorso, per proseguire il proprio iter prima in commissione e poi in Consiglio comunale, ma i tragici eventi hanno avuto il sopravvento.
    Infine, non va dimenticato il ruolo della Regione Liguria che dovrebbe vigilare sulla realizzazione dei piani di emergenza comunale e sulla conformità alla normativa di quelli realizzati. Ebbene, in una terra considerata tra le più fragili d’Italia soltanto 172 Comuni liguri (su 235 complessivi) sono dotati di tali piani.

    «Il vigente piano di emergenza, approvato del 2009, è troppo generico – afferma Alfonso Bellini, consulente della Procura della Repubblica del Tribunale di Genova – È evidente la mancanza di una serie di azioni pre-determinate, dunque di un’attenta pianificazione eseguita a “bocce ferme”. Inoltre, il piano non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Pur avendo dato prova, più volte, della sua pericolosità, non è previsto alcun piano di emergenza di dettaglio per l’area del Bisagno. Eppure, esiste un preciso impegno in questo senso, fin dal lontano 1998, con la firma di un protocollo di intesa tra Regione, Provincia e Comune di Genova. Impegno finora disatteso. Pianificare strategie di prevenzione e protezione è l’unico modo per convivere con il rischio».

    [quote]La nostra città ha accumulato un pesante debito sul fronte idrogeologico, quindi dovremo scontare un simile handicap per almeno altri venti o trent’anni, prima che siano effettivamente realizzate le opere infrastrutturali necessarie a mitigare la pericolosità dei corsi d’acqua genovesi».[/quote]

    Le carenze del piano comunale di Genova

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (43)Il piano di emergenza (o di protezione civile) rappresenta il progetto di tutte le attività coordinate e di tutte le procedure che dovranno essere adottate per fronteggiare un evento calamitoso in modo da garantire l’effettivo ed immediato impiego delle risorse necessarie al superamento dell’emergenza.
    Per quanto riguarda le emergenze meteo-idrologiche, le zone di Genova soggette ad eventi potenzialmente dannosi sono contenute nella “Carta di criticità ad uso di Protezione civile” contenuta nel D.G.R. 746 del 09/07/2007, comprendente le varie situazioni di potenziale dissesto idrogeologico derivate dai Piani di bacino. “Carta che ben segnala le aree di esondazione su tutto il territorio comunale”, sottolineano i consulenti del Tribunale nella relazione tecnica relativa al processo per l’alluvione del 2011.
    I piani comunali devono definire gli scenari di rischio “Evidenziando e descrivendo le aree caratterizzate da importanti livelli di pericolosità (legata ai fenomeni attesi) e contestualmente dalla presenza di elementi vulnerabili e/o strategici – continua la relazione – Solo in questo modo risulta possibile pianificare le azioni da intraprendere nelle situazioni di emergenza. Azioni che devono essere specifiche per ogni area a rischio, affinchè siano efficaci”. Ad esempio indicando esattamente dove devono essere chiuse le strade potenzialmente allagabili, come verrano chiuse, chi se ne occuperà, ecc. Ma lo “Schema operativo per la gestione delle emergenze meteo-idrologiche”, documento che fa parte del “Piano comunale di emergenza” del Comune di Genova (approvato con delibera consiliare n. 13 del 19-02-09) “Non contiene nessun riferimento di pianificazione degli interventi specifici per le aree del territorio comunale riconosciute come zone potenzialmente a pericolo di esondazione“, sanciscono i periti del Tribunale.

    Insomma, sono completamente assenti i piani di dettaglio, come spiega il geologo Alfonso Bellini «Il documento non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010 l’amministrazione si è improvvisamente accorta della fragilità idraulica di tale area, quindi nel 2011 ha redatto un piano di dettaglio che prevede determinate azioni. Dopo l’alluvione del 2011 hanno fatto lo stesso con un’ordinanza specifica sulla zona di via Ferregiano».
    A integrazione del “Piano di emergenza di dettaglio per la zona di Sestri Ponente”, il 4 agosto 2011 la Giunta comunale ha adottato una delibera riguardante la procedura operativa. Quest’ultima prevede che, in seguito ad un messaggio di attenzione o avviso di temporali “vengano attivate procedure di pronta reperibilità di personale e mezzi per la rimozione di ristagni di acqua superficiale, segnalazioni di aree allagate, interdizioni e/o deviazioni di traffico”. Delibera che identifica con precisione sia la zona oggetto di intervento, sia il numero e la tipologia di persone e mezzi di pronta reperibilità messi a disposizione dai diversi enti coinvolti (Protezione civile, Amiu, Aster, Polizia municipale, Municipio, ecc.).
    Il 2 marzo 2012 il Sindaco Doria ha emesso l’ordinanza n. 33/2012 riguardante “Misure di sicurezza a tutela della pubblica incomunità della popolazione per la zona di via Fereggiano e vie limitrofe, interessate dall’evento alluvionale del 4 novembre 2011, da attivare in caso di emergenza idrogeologica”, che prevede, nel caso di avviso di temporali o della dichiarazione di stato di allerta 1 e 2, la messa in atto di una serie di prescizioni cautelative. “Tale documento, seppur sotto forma giuridica diversa, rappresenta di fatto un’integrazione al piano comunale di emergenza, così come lo è stata quella fatta per Sestri Ponente dopo l’alluvione del 2010“, scrivono i consulenti del Tribunale. Integrazioni che certificano la scarsa affidabilità dello stesso piano comunale.

    «Il Bisagno, quando si trova di fronte a coperture insufficienti, esce costantemente in sponda destra o sinistra – spiega Bellini – Questa situazione di rischio è stata pesantemente evidenziata fin dall’alluvione del 1970. La pianificazione di dettaglio, però, è stata fatta solo per Sestri e la zona di via Fereggiano, sempre in seguito a tragici eventi alluvionali. I piani di dettaglio prendono come riferimento il livello di allerta massima (allerta 2), ma prevedono una serie di specifici adempimenti in qualsiasi caso di emergenza».
    Già nel Piano di bacino del Bisagno (fascicolo 2, volume 2), si riporta che “Spetta al Comune elaborare un piano operativo di protezione civile per il bacino da attivarsi con urgenza”. Attività considerata talmente strategica da essere inserita nel protocollo di intesa Regione, Provincia e Comune di Genova, firmato il 5 ottobre 1998.

    Il piano di Genova risulta alquanto generico o totalmente mancante sulla parte più importante: gli scenari di rischio che riportano le informazioni sulla tipologia del rischio specifico e sulla vulnerabilità a persone, cose, servizi, edifici strategici, viabilità; e poi manca la carta del modello di intervento (presente nel piano per Sestri Ponente), che specifica l’ubicazione di centri operativi, aree di emergenza, l’indicazione di vie di fuga, presidi di forze dell’ordine e volontari, ecc. Queste mancanze rendono molto difficile affrontare con efficacia l’emergenza”, conclude la relazione tecnica del Tribunale.
    Carenze individuate non solo dal Tribunale, ma anche dalla Commissione consiliare (istituita con delibera di Consiglio n. 81 del 22/11/2011) incaricata di fare luce sugli eventi del 2011. «I Venti consiglieri comunali hanno concluso anch’essi che il piano era inadeguato», chiosa Bellini.

    Realizzazione e conformità alla normativa dei piani di emergenza: la Regione non controlla

    Palazzo della RegioneAffinché i piani siano realmente efficaci “Risulta strategico che vi sia un organo di controllo superiore di validazione che ne possa giudicare i contenuti in termini di qualità e conformità alla normativa vigente – scrivono i consulenti del Tribunale – Va rilevato che tale organo di controllo in Liguria non esiste. Pertanto ogni Comune si dota del proprio piano autoapprovandolo”.
    Organismo di controllo che, secondo logica, dovrebbe essere rappresentato dalla Regione stessa. La normativa vigente in questo contesto, infatti, è opera dell’amministrazione regionale, la quale ha stabilito regole e modalità di esecuzione dei piani con la D.G.R. 746 del 09-07-2007, senza poi preoccuparsi della valutazione di tali documenti. Eppure, già l’articolo 3 della L.R. n. 9/2000 riporta che alla Regione “spetta di raccordare a livello regionale le risultanze dei piani locali (comunali e provinciali)”.
    Questa mancanza di controllo “Ha portato come ulteriore grave conseguenza che in Liguria esistano ancora molti Comuni che non hanno un piano di protezione civile – sottolineano i periti del Tribunale – Va osservato che la Legge regionale di riferimento per la protezione civile è del 2000 e che la delibera di Giunta regionale che ha pubblicato le linee guida per l’esecuzione dei piani di emergenza, con le annesse Carte di criticità, è del 2001, con aggiornamento nel 2007″.
    Tutto ciò porta squilibri che si ripercuotono sulla stesura dei piani, per i quali “I singoli comuni (almeno quelli che fanno il piano), in mancanza di controlli qualitativi, si possono dotare di piani incompleti, contenenti procedure generali che lasciano ampio margine alla soggettività dei comportamenti personali, salvo poi modificare e migliorare le cose quando vengono colpiti da eventi calamitosi“, concludono i consulenti. In tal senso il caso del piano comunale di Genova è esemplare.

     

    Matteo Quadrone

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  • Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    alluvione2-DIRiskNet, Proterina Due, e prima ancora Res-Mar, nomi che ai più non diranno granché, sono progetti europei con relativi fondi comunitari, dai quali negli ultimi anni, perseguendo un chiaro disegno strategico, la Regione Liguria ha coerentemente attinto risorse – non parliamo di cifre astronomiche, il finanziamento complessivo arrivato in Liguria si aggira su circa 1 milione e mezzo di euro – per sviluppare, in collaborazione con Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure) e Liguria Ricerche, una serie di azioni volte a migliorare le modalità di gestione dei rischi naturali da parte delle istituzioni, gli strumenti di comunicazione dell’allerta alla popolazione, nel contempo incrementando nei cittadini la coscienza del pericolo e dei comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità, insomma favorendo in tutte le componenti della società la nascita di una cultura di protezione civile partecipata, secondo il nuovo approccio alla prevenzione introdotto dalla direttiva UE relativa alle alluvioni.

    Nella nostra regione il fabbisogno formativo rispetto a tali tematiche è emerso con evidenza nel 2012, durante un percorso di confronto e scambio di buone pratiche con amministratori e tecnici di 26 Comuni (nonché funzionari di Regione, Protezione civile, Arpal, e ricercatori della Fondazione Cima) – reso possibile dalla disponibilità di fondi in seno al progetto europeo del programma “Maritime Res-Mar”, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo – in cui tali soggetti si sono interrogati su come rendere più efficiente il sistema, soprattutto dopo gli eventi alluvionali del 2010-2011. In quelle drammatiche giornate, infatti, alle segnalazioni di allerta meteo-idrogeologiche non seguirono interventi di prevenzione efficaci a livello locale.

    L’approvazione del progetto europeo RiskNet, cofinanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione transfrontaliera Alcotra e capofilato dalla Regione Valle d’Aosta, ha permesso di dare parziale risposta alla necessità di formazione palesatesi in Liguria. Avviato a gennaio 2013 e prossimo a concludersi a fine 2014, il progetto RiskNet intende diffondere le conoscenze raggiunte nell’ambito di RiskNat – progetto strategico (terminato nel 2012) che ha sviluppato azioni per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali, coinvolgendo Francia, Svizzera e Italia (interessando a livello ligure le provincie di Imperia e Savona) – e sensibilizzare il grande pubblico attraverso azioni partecipate e strumenti di comunicazione innovativi.

    Le tre attività principali sono: realizzazione di seminari formativi rivolti a tecnici ed amministratori dei Comuni e di altri enti competenti in materia di protezione civile; innovazione e miglioramento degli strumenti di comunicazione, tra i quali lo sviluppo del sistema di allerta meteo via web con l’avvio del nuovo sito “www.allertaliguria.gov.it”, a cui l’Arpal sta lavorando con la Protezione civile regionale, accompagnato dall’aggiornamento dell’Osservatorio meteo-idrologico della Regione Liguria (Omirl); sensibilizzazione dei cittadini ed avvio di un percorso di pianificazione partecipata presso alcuni Comuni dell’entroterra della provincia di Imperia.

    Formazione e aggiornamento sulla cultura del rischio

    alluvione6-DIIl progetto di cooperazione transfrontaliera ALCOTRA-RiskNet, dunque, si articola su più versanti. Serena Recagno, funzionario Arpal, ha seguito la parte relativa alle attività formative/educative, quindi corsi rivolti ad amministratori pubblici (soggetti chiave dal punto di vista normativo e di gestione del territorio), ed insegnanti (figure fondamentali per sviluppare percorsi educativi sulla cultura del rischio nei confronti delle nuove generazioni). Corsi finalizzati a supportare gli amministratori per la redazione dei piani di emergenza comunali e la comunicazione ai cittadini dei contenuti degli stessi. Rispetto agli insegnanti, invece, i corsi miravano a dare un inquadramento generale delle problematiche legate ai rischi naturali, fornendo elementi e materiali per la progettazione educativa da sviluppare con gli studenti.
    «Il programma formativo per referenti comunali di Protezione civile e volontari si è svolto nel 2013 in alcuni Comuni della Province di Imperia e Savona – racconta Recagno – L’attenzione è stata focalizzata sugli aspetti più operativi della fase di pre-allerta, allerta ed emergenza: previsioni metereologiche, lettura bollettini, comunicazione e coordinamento tra operatori, organizzazione dei presidi territoriali, dinamiche psicologiche in emergenza. Inoltre, i corsi hanno previsto un’esercitazione pratica in cui i partecipanti sono stati invitati a simulare il “chi fa cosa, e come” in situazioni specifiche di pre-allerta, allerta ed evento in atto».
    Sempre nel corso del 2013 «Sono stati organizzati i corsi di formazione per insegnanti – continua Recagno – che hanno coinvolto pure gli amministratori pubblici degli enti locali in cui risiedevano le scuole, ad esempio Riva Ligure, San Lorenzo al Mare, Alassio». Comunque, sottolinea Recagno «Lo stesso approccio formativo è stato da noi utilizzato anche al di fuori dell’ambito territoriale di RiskNet (che interessa solo le province liguri più vicine al confine con la Francia), ovvero per attività formative organizzate, ad esempio, a Genova. Senza dimenticare che la Regione Liguria ha sviluppato e sta sviluppando in modo integrato più progetti europei, quali Res-Mar, Proterina C e Proterina Due, che negli ultimi anni ci hanno consentito di approfondire le tematiche legate ai rischi naturali, non soltanto quello idrogeologico, ma anche quelli legati agli incendi ed ai terremoti».

    Adesso, per quanto riguarda la Liguria «Gli obiettivi prefissati con il progetto RiskNet sono stati raggiunti – conclude Recagno – ma si continuerà a capitalizzare le esperienze fatte in altri territori. Si proveranno inoltre a replicare alcune delle buone pratiche che abbiamo visto sviluppare dai partner stranieri, come il campus universitario internazionale realizzato a Bordighera dal Centre Méditerranéen de l’Environnement (di Isle sur la Sorgue, vicino ad Avignone) per la stesura e messa online di una topoguida nella Valle del Fiume Roja»

    La situazione generale dei progetti europei dedicati alla prevenzione ambientale

    regione-liguriaIl processo di rafforzamento del sistema di prevenzione dei rischi naturali, in Liguria, è partito in seguito ai tragici eventi alluvionali del 2010-2011. «In parte finanziato da RiskNet, in parte da altri progetti europei, mentre la Fondazione Cima ha fornito un prezioso contributo scientifico – spiega Daniela Minetti, responsabile comunicazione e marketing di Arpal – La Regione Liguria ha dimostrato di saper attuare un’intelligente integrazione dei fondi UE provenienti da fonti diverse, perseguendo un disegno strategico chiaro e condiviso. Come tante tessere che compongono un puzzle. Regione, enti locali, Arpal, Protezione civile, hanno fatto uno sforzo comune per affrontare le criticità del sistema a livello regionale e locale, sia per quanto riguarda la filiera delle procedure tecniche, sia per quel che concerne gli strumenti di comunicazione, compresa l’azione di sensibilizzazione rivolta a cittadini, amministratori pubblici, funzionari, tecnici, insegnanti, in merito ai comportamenti corretti da tenere prima e durante l’emergenza».

    Laura Muraglia, funzionaria della Regione Liguria, settore Ambiente, aggiunge «Risknet è un progetto tutto sommato piccolo, che finirà a breve. La Liguria ha ricevuto in totale circa 150 mila euro, dedicati in gran parte alle attività promosse da Arpal. Proterina Due (che coinvolge i territori di Liguria, Corsica, Sardegna e Toscana) è un progetto contemporaneo a RiskNet, aperto da maggio 2013, si chiuderà a maggio 2015. Parliamo di circa 436 mila euro per la nostra regione, di cui circa 350 mila euro destinati alle realizzazione delle opere». Per la Liguria si tratta del potenziamento della rete delle infrastrutture di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici. «Arpal, infatti, ha aggiornato le centraline meteo, aumentando di fatto la sua capacita di previsione degli eventi – continua Muraglia – Inoltre, sempre nell’ambito di Proterina Due, si è lavorato a livello dei Comuni per la diffusione di pratiche di pianificazione partecipata, con il coinvolgimento dei cittadini, in materia di protezione civile».
    Il progetto RiskNet, invece «Ha permesso di svuluppare un importante lavoro soprattutto in termini di formazione, comunicazione e sensibilizzazione – sottolinea Muraglia – amministratori, tecnici, referenti di Protezione civile, e volontari, avevano manifestato l’esigenza di potenziare le conoscenze sulle tematiche connesse ai rischi naturali. In tal senso è proseguita anche la parte relativa alla pianificazione dei piani di emergenza comunale. Infine, Arpal sta agendo per rinnovare il sistema di allerta meteo online, un processo che deriva anche dalle indicazioni del dipartimento centrale di Protezione civile».
    Comunque, tutte queste iniziative «Nascono da una sorta di progetto “padre”, Res-Mar, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo, partito nel 2010 e chiuso nel 2013 – conclude Muraglia – Alla Regione complessivamente sono arrivati circa 944 mila euro, dei quali circa 237 mila euro per l’azione di sistema E “modello di prevenzione dinamiche da dissesto idrogeologico”. Così sono iniziati i tavoli di lavoro per comprendere le reali esigenze dei Comuni, alle quali provare a dare risposta con i successivi progetti, Proterina e RiskNet».

    «Noi riteniamo fondamentale il coinvolgimento, e soprattutto la responsabilizzazione dal basso, che chiami in causa molteplici soggetti – racconta la responsabile comunicazione di Arpal, Daniela Minetti – Pensiamo all’alluvione genovese del 2011, in particolare alla fallimentare gestione dell’emergenza nelle scuole. Per questo abbiamo cercato di individuare, per le diverse categorie interessate, un determinato livello di responsabilità all’interno del processo di allertamento e messa in atto delle misure di autoprotezione, individuali e collettive. In questi anni si è lavorato per sensibilizzare i cittadini, tramite numerosi strumenti di comunicazione e materiali informativi diffusi su vari supporti, rispetto ai comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità. Incontri ed occasioni formative sono state organizzate in molti Comuni liguri, non soltanto all’interno di scuole e contesti istituzionali, ma anche presso altri luoghi di aggregazione, ad esempio i centri commerciali. Per quanto riguarda le scuole si è lavorato tanto anche a Genova, dove un ruolo di primo piano l’hanno giocato il Comune e la Protezione civile comunale. Da questo processo discendono delle precise scelte operative: mi riferisco al fatto che oggi con lo stato di allerta 2, il grado più alto di allerta, le scuole genovesi saranno sempre chiuse».

    L’associazione Legambiente Liguria, pur possedendo comprovate competenze in materia di prevenzione ambientale, non figura tra i partner dei progetti di cui stiamo parlando. Nonostante ciò, per voce del presidente regionale, Santo Grammatico, riconosce l’importanza di tali iniziative. «Legambiente ha partecipato ad alcuni momenti formativi nell’ambito di Proterina. Senza dubbio si tratta di progetti di valore, perchè effettivamente informazione, formazione, e sensibilizzazione, destinate non solo agli amministratori pubblici ma piuttosto all’intera cittadinanza, sono gli strumenti che riteniamo necessari per convivere con i rischi naturali. Fortunatamente la Comunità Europea mette a disposizione un bacino economico dedicato a questi temi, quindi ben vengano le iniziative promosse dalla Regione negli ultimi due anni. La partecipazione della Fondazione Cima è una garanzia in termini di esperienza. Noi auspichiamo che si prosegua su questa strada perchè c’è bisogno di continuo aggiornamento. Parliamo di progetti che finalmente si attuano con la vera consapevolezza del pericolo. Purtroppo quando le tragedie sono già avvenute, comunque, meglio tardi che mai. Per la prima volta l’anno scorso sono state realizzate delle esercitazioni pratiche di protezione civile sul rischio idrogeologico in alcune scuole, ad esempio nel Comune di Genova e nel Comune di Quiliano (Provincia di Savona)».

    Potenziamento strutture misurazione dati meteo e nuova codificazione allerta

    Il Bisagno in pienaLa parte tecnica dei progetti europei legati alla prevenzione ambientale in Liguria è stata seguita dal servizio di protezione civile della Regione Liguria, e dal Centro Funzionale meteoidrologico di ARPAL. «Proprio in questi giorni, abbiamo realizzato un aggiornamento della rete osservativa presente su tutto il territorio ligure – racconta Elisabetta Trovatore, dirigente del centro meteo-idrologico – Sto parlando della rete Omirl composta da quasi 200 centraline di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici: pioggie, livello di fiumi e torrenti, misurazione vento, umidità, ecc. Fino ad ora le centraline trasmettevano i dati via ponte radio. Adesso, invece, gli strumenti sono stati aggiornati per trasmettere in Gpsr (in sostanza tramite onde radio). Ciò significa la possibilità di inviare dati in continuazione. Sul sito della Regione “www.allertaliguria.gov.it” sono consultabili i dati in tempo reale. Prossimamente, una volta sistemato il sito, saranno disponibili i dati aggiornati con maggiore frequenza, ogni 10 minuti, rispetto ai circa 30-40 minuti di prima. È un passo avanti notevole, reso possibile dal progetto Proterina Due. Teniamo conto che durante le emergenze i centri operativi presenti nei Comuni e nelle Prefetture prendono decisioni anche basandosi sulla lettura di questi strumenti».

    Grazie a RiskNet, invece, Arpal oggi sta lavorando per rinnovare sistema di allerta meteo, in particolare gli aspetti relativi alla messaggistica e alla codificazione dell’allerta. «Con la futura adozione del nuovo codice colore naturalmente cambieranno anche i messaggi, e di conseguenza il sito web – spiega Trovatore – Arpal gestisce il centro funzionale che quotidianamente elabora il bollettino di vigilanza meteo. Nel caso sussistano dei rischi naturali il bollettino diventa un avviso meteo, che descrive i fenomeni metereologici, al quale si associa un avviso di criticità idrogeologica, stilato dai nostri tecnici sulla base di una modellistica che permette di prevedere gli effetti dovuti a pioggie intense sul livello dei corsi d’acqua. A questo punto subentra un messaggio di allerta di protezione civile. A breve tali messaggi di allerta verranno rimodulati con la nuova codifica a tre colori: giallo, arancione e rosso».
    A livello nazionale, infatti, si sta discutendo la revisione dei meccanismi di definizione dell’allerta meteo secondo un codice colore uniforme su tutto il territorio italiano. «Allo stato attuale da Roma non è ancora stata ufficializzata la descrizione concordata dei tre scenari di rischio, giallo, arancione e rosso – continua Trovatore – tuttavia pensiamo sia questione di pochi mesi. In Liguria stiamo chiudendo la definizione delle procedure, mentre i messaggi sono quasi pronti».
    Sembra, però, che la Regione ritenga opportuno effettuare il passaggio dopo la stagione autunnale, notoriamente la più critica. «Occorre che tutti i soggetti e gli operatori coinvolti facciano propria la nuova codificazione – continua Trovatore – Nel frattempo bisogna cominciare a rapportare gli attuali livelli di allerta con i nuovi codici. La Protezione civile sta già effettuando degli incontri con Prefetti e referenti comunali, in modo da presentare il nuovo sistema, e raccordare tutte le componenti prima di renderlo operativo. È un percorso complicato ma virtuoso».
    Complicato perchè, rispetto ad altre regioni che ci circondano – ad esempio Toscana e Piemonte – le quali hanno già tre livelli di criticità tutti associati alla parola “allerta”, e dunque hanno codificato facilmente il codice colore giallo, arancione, e rosso, la Liguria ha anch’essa tre livelli di criticità, ma non tutti sono attualmente collegati alla parola “allerta”. «Nella nostra regione esiste l’allerta 2, la più grave, che sarà associata al colore rosso, l’allerta 1, che sarà accomunata al colore arancione, e l’avviso per temporali forti, che si trasformerà nella futura allerta gialla – conclude il dirigente del centro meteo-idrologico regionale, Elisabetta Trovatore – In Ligura c’è da superare questo problema, un passaggio in apparenza banale, ma che in realtà modifica il sistema di allertamento regionale, quindi è piuttosto delicato. Comunque, già dalla prossima eventuale allerta, si inizierà gradualmente a comunicare l’associazione con il relativo codice colore. L’idea è quella di passare al nuovo sistema nei primi mesi del 2015».

    Matteo Quadrone

  • Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, QuartoDovrebbe finalmente essere arrivata a una svolta decisiva l’ormai ultratrentennale vicenda che riguarda la realizzazione di alcuni nuovi edifici residenziali in via Shelley. Rispondendo, infatti, ad alcuni obblighi imposti da sentenze della giustizia amministrativa e da un’operazione di polizia idraulica della Provincia di Genova, la Giunta comunale ha dato il via libera a un processo a catena che potrebbe portare all’avvio definitivo dei lavori entro la fine dell’anno. Ma la situazione è piuttosto intricata perché unisce, da un lato, la necessità di ammodernare la canalizzazione del rio Penego per una definitiva messa in sicurezza in caso di forte piogge, dall’altro, il completamento del nuovo collegamento stradale tra via Monaco Simone e corso Europa.

    La situazione è spiegata meglio dalle parole del vicesindaco, Stefano Bernini: «Abbiamo l’obbligo – dice l’assessore all’Urbanistica – di realizzare una modifica alla tombinatura del rio Penego perché quella fatta dagli abitanti di via Shelley negli anni ‘60-‘70 è piccola e ha creato diversi disagi in seguito a forti piogge. A monte, invece, il lavoro è stato fatto correttamente ma, nel tratto di congiungimento tra le due tubature, l’acqua che arriva non riesce a essere recepita dal vecchio scolmatore, che fa tappo e provoca i conseguenti allagamenti».

    L’intervento, però, viene anche considerato tra le opere propedeutiche alla realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e Apparizione (qui l’approfondimento), che il Comune aveva inserito negli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro residenziale in via Shelley. In questo contesto, è inevitabile che le due situazioni si siano intrecciate indissolubilmente. Da un lato, gli abitanti della valle del Penego sono soddisfatti perché finalmente si realizzano la tombinatura e, soprattutto, la nuova strada che decongestiona il traffico di via Tanini e via Posalunga a Borgoratti; dall’altro, gli attuali abitanti di via Shelley si oppongono a nuovi insediamenti residenziali, facendosi forti della bandiera del no alla cementificazione scriteriata e sollevando diversi dubbi sulla necessità di revisione alla tombinatura del rio Penego, grazie anche all’appoggio di alcuni ambientalisti.

    «È un conflitto che si sana solo facendo una scelta o un’altra» ammette Bernini, dalle cui parole ben si intuisce come l’amministrazione la propria scelta l’abbia già fatta. «I residenti di via Shelley hanno comunque il peso di aver fatto male, a suo tempo, la tombinatura del Penego a cui dovrebbero rimediare a proprie spese. Quanto alla nuova urbanizzazione, bisogna sfatare alcuni falsi miti: innanzitutto non è vero che si fa fuori dalla linea verde ma è un intervento che ricade dentro l’area urbana. Naturalmente l’opera, ben ponderata, impone a chi si fa carico dei nuovi palazzi anche il mantenimento del verde circostante». Non si tratta, dunque, di una vera e propria speculazione da parte di qualche imprenditore edile ma piuttosto dello sviluppo di un progetto che esiste da decadi e che è stato realizzato da una cooperativa di abitanti futuri. «Non siamo di fronte al classico “mettere le mani sulla città” – assicura il vicesindaco – da parte di imprenditori che vogliono costruire sulle colline. Ma si tratta di un progetto per cui tra l’altro il Comune ha già incassato gli oneri di urbanizzazione ma non ha ancora fatto nulla».

    Rio Penego a Genova QuartoChe cosa c’entri il Comune con la realizzazione del nuovo centro residenziale è presto detto. «Nell’accordo con il Consorzio cooperative Rio Penego (il soggetto interessato alla costruzione del nuovo centro residenziale, NdR) – spiega Bernini – è previsto che i lavori possano iniziare una volta realizzata la strada necessaria all’insediamento del cantiere. È, dunque, ragionevole che mentre il Comune mette in sicurezza il rio, possa allargare leggermente la strada soprastante che servirà come base per dar via ai lavori dei tre blocchi di edifici previsti dal piano regolatore e della strada di collegamento come onere di urbanizzazione. Da lì, infatti, il Consorzio potrà fare la cantierizzazione e utilizzare il movimento terra per completare il collegamento tra corso Europa e Apparizione». Una strada che dovrebbe costare circa 5 milioni di euro che però il Comune non ha a direttamente disposizione, tanto da averla appunto “addebitata” al Consorzio.

    In realtà su questo progetto insisterebbe anche un veto del Tar. Ma, come ci racconta il vicesindaco, la sentenza del Tribunale amministrativo fa riferimento esclusivamente a una sorta di vizio di forma: «Il progetto del nuovo alveo tombinato del Rio Penego e della base su cui realizzare le altre opere è stato chiuso dalla Conferenza dei servizi quando il commissario nominato dal governo era già scaduto. È su questo aspetto che la giustizia amministrativa ha imposto di iniziare nuovamente il percorso: la Conferenza dei servizi, dunque, dovrebbe ripartire perché è stata chiusa in sede deliberante quando non aveva più il commissario. Ma il progetto nel suo contenuto non ha avuto nessuna eccezione: la colpa è dei tempi burocratici che, come spesso accade in queste situazioni, si sono dilatati a dismisura provocando un avvicendamento di diversi commissari per una piccola questione. Ad ogni modo, se il ricorso al Consiglio di Stato non dovesse avere successo, si tratterebbe solo di riacquisire i pareri già acquisiti e riformalizzare la deliberazione».

    Il Comune, dunque, interverrà con urgenza sulla tombinatura del rio Penego. La messa in sicurezza riguarda, tuttavia, un tratto limitato di 120 metri a partire dall’impianto di via Monaco Simone che risponde alle misure stabilite dal piano di bacino. La canalizzazione, però, non sarà completata: restano ancora 370 metri insistenti su aree demaniali e private, tra cui quelle del Consorzio stesso, che potranno essere messi in sicurezza solo nel corso dei lavori di completamento della nuova viabilità tra corso Europa e Apparizione.

    Insomma, l’obiettivo è quello di prendere tre piccioni con una fava: mettere in sicurezza il rio Penego, completare il collegamento tra via Monaco Simone e corso Europa e iniziare i lavori per il nuovo insediamento residenziale che attende il via libera dal 1981. E tutto sembra muoversi in questa direzione visto che anche il consiglio di Municipio IX – Levante ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno che sprona l’amministrazione comunale a proseguire definitivamente il percorso.

    Simone D’Ambrosio

  • Il Mini Scolmatore Fereggiano e la bocciatura del Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici

    Il Mini Scolmatore Fereggiano e la bocciatura del Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici

    fereggiano2Il progetto per il mini scolmatore del Fereggiano è stato bocciato dal Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici. Questa la notizia circolata già nei giorni scorsi e confermata da 64 pagine di osservazioni (qui il pdf completo) che ufficializzano un parere tecnico il cui esito negativo era prevedibile già qualche mese fa, nonostante la presentazione in pompa magna del progetto (qui l’inchiesta di Era Superba di settembre che anticipava le problematiche relative al mini scolmatore).

    L’Assemblea sottolinea nel documento innanzitutto l’incompatibilità della definizione di “1 Lotto dello Scolmatore del Bisagno” con il progetto del mini scolmatore: “Il progetto presentato, per le soluzioni adottate, prevede una configurazione di opere con variazioni rispetto all’originario progetto generale; pertanto rappresenta un progetto a sé stante, anziché costituire il 1 Lotto del progetto definitivo (dello Scolmatore del Bisagno)”, si legge nel documento. Le osservazioni del Consiglio si soffermano poi sia sugli aspetti idrologici che su quelli idraulici, ma anche quelli legati alla copertura finanziaria, oltre agli ambientali, urbanistici, impiantistici ecc.

    In particolare viene richiesto l’aggiornamento dello studio idrologico fermo a oltre trent’anni fa, evidenziando che: “La portata di dimensionamento dell’opera è stata definita in maniera convenzionale senza sviluppare un apposito studio idrologico riferito ai bacini idrografici di interesse.” E ancora: “Essendo basate su serie idrologiche aggiornate alla fine del secolo scorso, le stime del tempo di ritorno della portata di progetto definiscono probabilmente in modo non sufficientemente preciso il rischio residuo di inondazione per incapacità dell’opera di scolmo di convogliare la portata in arrivo da monte”.

    Una delle critiche è quella di non aver preso in esame eventuali soluzioni alternative prima di sviluppare il progetto definitivo: “[…] l’Assemblea rileva che il criterio guida, che ha condizionato il progetto in esame ed il piano degli interventi, è riconducibile alla ristretta disponibilità delle forme e fonti di finanziamento. Peraltro, la soluzione sviluppata dal Progetto Definitivo in esame non è stata selezionata tra diverse alternative, ma piuttosto è stata ritenuta l’unica realizzabile con il finanziamento disponibile, senza supportare la soluzione prescelta con una sommaria stima economica del costo di una soluzione diversa che non prevedesse quale condizione il reimpiego della tratta di galleria esistente, con una galleria unica, sia per il Fereggiano – Rovare – Noce, che per il Bisagno”.

    Osservazioni tecniche specifiche, inoltre, per quanto riguarda il funzionamento della galleria Fereggiano; lo sbocco a mare e gli accessi per la manutenzione; le opere di presa e le vasche di dissipazione al sotto dei pozzi a vertice.

    “Come insieme di associazioni e comitati – si legge in una nota congiunta diffusa da WWF Genova, Associazione Amici di Ponte Carrega, Comitato Protezione Bosco Pelato, Associazione Vivere in Collina Quezzi, Comitato NoCementificazione Terralba  Genova – abbiamo cercato di indicare strade diverse con il nostro evento dello scorso 8 e 9 Novembre ed in particolare durante il convegno a Palazzo Ducale abbiamo proposto un’idea progettuale alternativa allo scolmatore del Fereggiano, bellamente accantonata dagli assessori presenti seppur ritenuta interessante da uno dei Professori intervenuti. L’assessore Garotta ha detto che si applicava il Piano di Bacino in quanto era il primo lotto dello scolmatore del Bisagno, mentre l’assessore Crivello ha detto che c’erano da prendere i soldi del “Piano Città” grazie a questo progetto definitivo”.

     

  • Pulizia dei torrenti fai da te, adesso si può: via libera a privati cittadini e associazioni

    Pulizia dei torrenti fai da te, adesso si può: via libera a privati cittadini e associazioni

    Via Romana Castagna, GenovaEra un regio decreto del 1904 l’intoppo burocratico che impediva a liberi cittadini e associazioni di impegnarsi in prima persona per la pulizia dei piccoli corsi d’acqua (bacino inferiore a 1 km quadrato). Parliamo di piante pericolanti che proliferano sulle sponde dei rii e  dei torrenti della provincia di Genova e che talvolta diventano causa di problematici ostacoli per il regolare deflusso delle acque.

    Da oggi sarà possibile effettuare di propria spontanea volontà queste operazioni di pulizia, purché manuali, ovvero senza l’ausilio di mezzi meccanici come pale o escavatori. In passato era obbligatoria l’autorizzazione alla Provincia, con questo nuovo provvedimento basterà dare all’ente comunicazione che si intende procedere al taglio, senza dover sborsare denaro in oneri di istruttoria.

    “Questo snellimento amministrativo, che risponde a una logica di buon senso, è previsto dal nuovo ‘regolamento di polizia idraulica’ che la Provincia di Genova ha approvato pochi giorni fa cogliendo l’opportunità data da un regolamento regionale (n. 7, ‘Disposizioni per il rilascio delle concessioni ai fini dell’utilizzo delle aree del demanio idrico’ pubblicato sul B.U.R.L. n. 15 del 16/10/2013). La Provincia di Genova, infatti, dal 2001 è delegata dalla Regione Liguria, con la legge regionale. n. 18/99, a svolgere le funzioni di gestione del demanio idrico fluviale”, si legge nella nota stampa diffusa dall’ente.

  • Rio Fegino, lavori già fermi: necessaria una rivisitazione del progetto?

    Rio Fegino, lavori già fermi: necessaria una rivisitazione del progetto?

    Fegino. rio1Da almeno tre mesi i lavori sono fermi. «Dopo Ferragosto – raccontano alcuni abitanti di Fegino – gli operai sono scomparsi». I lavori per l’adeguamento idraulico del ponte di via Ferri e del primo tratto del rio Fegino a monte dello stesso, dunque, subiscono un brusco stop.
    «Hanno tirato su delle paratie protettive lungo gli argini del torrente – continuano i residenti – e hanno cominciato a segnare i punti dove dovranno passare le tubature. Poi più nulla».

    L’intervento, illustrato nel dettaglio da Era Superba, prevede la demolizione del vecchio ponte stradale e la ricostruzione di una nuova struttura in versione più alta e più larga. Ma soprattutto – per rispondere al rischio idrogeologico – si procederà all’abbassamento dell’alveo del rio Fegino a partire dal ponte di via Ferri in direzione monte, fino all’altezza del traliccio dell’Enel (poco prima del ponte ferroviario di via Borzoli).

    «La ditta esecutrice ha riscontrato dei problemi con le sottoutenze – risponde l’assessore comunale ai Lavori Pubblici, Giani Crivello – Quelle minori sono state fatte. Il rallentamento dei lavori è dovuto ad un’ulteriore verifica sull’impianto progettuale, in particolare per quanto riguarda via Borzoli».
    In altri termini, bisogna capire se sarà necessaria una parziale modifica del progetto. In questo caso sarebbe pressoché inevitabile uno stop prolungato dei lavori.
    «Speriamo davvero che tale situazione non si verifichi – conclude Crivello – Noi comunque solleciteremo i responsabili affinché l’intervento possa ripartire in breve tempo».

     

    Matteo Quadrone