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Scopri Genova e la Liguria, la sua storia, la tradizione, la cucina e le curiosità.

  • San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    San Donato e i graffittari d’altri tempi, la conoscenza del passato è la chiave per la tutela del patrimonio storico

    san-donato-graffiti-02In principio fu Santo Stefano – l’antico monastero incombente mutolo e serioso su via XX Settembre –; poi, uno dei più bei palazzi della centralissima via San Lorenzo, il sei-settecentesco Centurione-Gavotti; ora, i pilastri della facciata della bella San Donato: nonostante i rifacimenti del D’Andrade, uno dei migliori esempi di romanico genovese. Writers, vandali o graffittari che dir si voglia hanno colpito ancora, deturpando il volto storico di Genova. Che fare? Ronde, telecamere e condanne ai lavori forzati? Educazione al bello? La partita è aperta. A lungo mi sono interrogato sul problema. E la mia conclusione è che non possumus. Sì. Non possiamo rinunciare a educare. Non possiamo – in quanto anime pensanti – abdicare a una funzione che è nostra peculiare, che è quella di tentare – per quanto è nelle nostre possibilità – d’allevare giovani consapevoli del fatto d’essere parte d’una storia. Insomma, nati o adottati da questa città, non possiamo ignorarne il passato. Negarne l’esistenza è un tratto caratteristico dei tempi d’oggi: non solo della gioventù, che fa di tutto per divincolarsi da quella gabbia 2X3 in cui si sente stretta (senza sapere bene dove andare), ma anche del cosiddetto mondo adulto. Il crescente individualismo è direttamente proporzionale al taglio d’ogni ponte col passato. Le generazioni che ci hanno preceduto – quelle generazioni che hanno eretto San Donato, per intenderci – hanno ormai poco da dire. Sapete qual è la verità? La verità è che un graffito su una colonna medievale non scandalizza più nessuno. O, meglio, scandalizza solo quei pochi che sentono, fortissimamente sentono il senso di questa tradizione e il dovere morale della sua trasmissione. Che fare, dunque?

    Graffitti medievali

    san-donato-graffiti-03Ebbene: è in queste situazioni che lo studioso – o l’aspirante tale –, il divulgatore ma anche il semplice amante del passato acquisisce un ruolo eminentemente sociale: comprendere, conservare e trasmettere la memoria. Lasciate, dunque, che offra il mio contributo. Ai graffitari d’oggi farà, forse, piacere sapere che il loro gesto non è affatto rivoluzionario. Provate a entrare in San Donato e osservate con attenzione la prima colonna alla vostra sinistra. Noterete due grandi imbarcazioni tracciate probabilmente per grazia ricevuta 7-800 anni fa. Quella più in alto raffigura una navis di XII-XIII secolo. Si tratta d’una nave mercantile a due alberi, probabilmente a vela latina, dotata di timoni laterali a remo, d’un cassero di poppa e d’un rudimentale castello sopraelevato sulla prua. Più sotto è rappresentata un’altra navis, questa volta più tarda – probabilmente una caracca di XV secolo –, dotata di due alberi a vela quadra, cassero e timone centrale, completa di bandiera genovese e – se si osserva bene – perfino d’un paio di marittimi aggrappati al sartiame. Poco più in là, sulla colonna dirimpettaia, si trova, invece, una torre curata nei minimi particolari, e poi figure di animali e teste umane.

    Tutti i graffitti di Genova

    Non è, questo, l’unico caso. Genova è piena di graffiti. Pare, ad esempio, che, tra XVIII e XIX secolo, uno dei passatempi preferiti fosse quello d’incidere il gioco del filetto su marmi e gradini. A ben vedere, è possibile imbattersi in immagini del genere un po’ ovunque: sulla scalinata di San Lorenzo; sui gradini d’ingresso al Battistero; sulle colonne del loggiato interno del palazzo arcivescovile; sugli scalini della chiesa dei santi Cosma e Damiano; lungo le mura delle Grazie e le mura della Marina; sui muretti d’accesso a Campopisano; su un sedile del porticato di Palazzo San Giorgio; presso il loggiato superiore di palazzo Tursi; sulla balaustra di via Prè sottostante Palazzo Reale; su un sedile del sagrato del santuario della Madonnetta… Che la cerca abbia inizio! Ancora più diffusi, d’altra parte, sono i graffiti di carattere devozionale: oltre alle imbarcazioni, che hanno probabilmente il carattere di ex-voto marinareschi, croci – presenti, ad esempio, nel chiostro di San Matteo, sugli stipiti di Palazzo Doria-Quartara, nella piazza antistante, e su quelli dell’abbazia di Santo Stefano – e invocazioni, come nel caso del Dei Gratia inciso sul gradino del portale della Chiesa del Santo Nome di Maria di Piazza delle Scuole Pie. Infine, un terza grande categoria comprende tutti quei graffiti lasciati dai soldati di stanza in città dal Cinquecento in poi, generalmente d’origine teutonica, e dai carcerati, numerosissimi in entrambi i casi nel Palazzetto Criminale di via Tommaso Reggio, dove è possibile trovare nomi, simboli araldici, simboli religiosi, un’altra imbarcazione (verosimilmente un galeone) e perfino la rappresentazione d’un paio di villaggi montani con tanto di chiese bene in vista; ma si pensi anche alla Villa del Principe, e ai graffiti tracciati direttamente sugli affreschi della Loggia degli Eroi – quale affronto! – dalla guardia di palazzo, contemplanti una varietà di soggetti: nomi, date, imbarcazioni, pesci, uccelli… Per non parlare della Villa Centurione-Doria di Pegli, dove è possibile imbattersi perfino in un quadrato magico (SATOR).

    san-donato-graffiti-04Insomma, da che mondo e mondo, i Genovesi – di nascita o d’adozione – si sono divertiti a “deturpare” i propri beni architettonici. E quei graffiti sono ora parte integrante dei nostri monumenti. Quale, dunque, la differenza coi graffittari d’oggi? A pensarci bene, anch’essi sono, in un certo senso, Storia. È così: si tratta soprattutto d’una questione di prospettiva. Il graffito è, in certo qual modo, lo specchio d’una società. Ex-voto, croci, nomi, date, giochi, pesci, uccelli, imprecazioni rappresentano efficacemente lo spirito dei tempi. Il problema, semmai, è un altro: quando, il graffito si tramuta in atto vandalico? Ora, Codice penale a parte, la domanda non può che rimanere aperta. La mia modesta risposta – che propongo come ipotesi di lavoro – è la seguente: quando il gesto è vuoto, depauperato d’ogni significato al di fuori di quello d’ottenere i classici 5 minuti di notorietà: la propria “ora d’aria, di gloria”, ultima àncora cui aggrapparsi in questa società d’anonimi. Così, se ieri si graffittava per ringraziare d’essere scampati da una tempesta, oppure per divertirsi al gioco del filetto, oggi s’inneggia alla rivoluzione senza bene sapere che diavolo significhi fare la Rivoluzione. Sarà che i tempi sono cambiati, e che certe parole non hanno più il significato che possedevano anche solo qualche decennio fa. Fatto sta che i graffittari d’oggi – quelli che hanno deturpato Santo Stefano, San Donato e Centurione-Gavotti – hanno, purtroppo, ben poco da dire. Ma, d’altronde, cosa volete farci: ogni secolo ha i graffittari che si merita. Con questo non voglio certo dire che, qualora veicolassero concetti, graffiti del genere siano del tutto leciti. È l’autoregolamentazione che difetta. Quanto uno più conosce il proprio passato, quanto più lo apprezza e lo ammira perché parte d’una tradizione, tanto più sarà spinto a tutelarlo. È questa, dunque, la sfida. Si tratta d’una sfida eminentemente educativa che non può essere appannaggio soltanto della scuola. È la sfida d’un’intera società. La partita è aperta.

    Antonio Musarra

     

  • Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    CLOCKIl tassista, un uomo polacco di mezza età visibilmente alticcio, guidava distrattamente lungo la strada che collega l’aeroporto al centro di Amburgo, voltandosi di tanto in tanto per raccontare la storia dei suoi cani da caccia e di come aveva perso il pollice della mano sinistra durante una battuta di cinghiali. Il volto sorridente di Papa Wojytila ciondolava incastonato dentro una sorta di amuleto appeso allo specchietto retrovisore, la radio, interrotta dal gracchiare del centralino, passava una canzone pop tedesca, i sedili di pelle color cammello impregnati di quel fastidioso odore di nicotina e polvere erano macchiati di caffè e rammendati come consuetudine con le maglie sgualcite.

    Il termometro segnava sei gradi sotto lo zero ma il sole incendiava il cielo tramontando dietro agli alberi spogli sui cui rami si distinguevano le sagome nere dei corvi appollaiati per la notte. Il viale che conduceva al mio appartamento era illuminato soltanto dalla luce delle grandi finestre dei salotti che si mostravano in tutta la loro eleganza, quasi a voler gareggiare su quale fosse il più bello. Un bambino, dopo aver appeso gli ultimi addobbi sull’albero di natale davanti a un caminetto scoppiettante e sotto l’occhio vigile del padre, si avvicina al vetro appannato della finestra e con la manina forma un cerchio per guardare fuori. Il buio calava il suo nero mantello sulla città e il freddo coglieva l’occasione per pungere ancora più forte, il bimbo appoggiando il naso sul vetro come la punta di un compasso, ruotava gli occhi alla ricerca di qualcosa fino a quando comincia a saltare e dimenarsi lasciando il segno della bocca sulla finestra. Una bicicletta con una giovane donna bionda in sella con un elegante cappotto marrone si ferma davanti all’uscio posteggiando il mezzo, era arrivata la mamma. L’appartamento si trovava nel mio stesso palazzo, secondo le indicazioni di Jones avrei dovuto trovare le chiavi sotto lo zerbino, proprio come nei fumetti.

    Sono entrato seguendo la donna e sono salito all’ultimo piano, la chiave era nascosta come da accordi, la porta vecchia e screpolata stonava con quelle blindate del condominio e la serratura girava a fatica, accolto da un gelido vento, mi sono accomodato accendendo la luce a tentativi. Jones, un amico fotografo, mi aveva lasciato gentilmente il suo appartamento per qualche giorno, era negli Stati Uniti per lavoro, ma non avendo preso accordi prima della sua partenza aveva spento il riscaldamento e dimenticato una finestra aperta. Ho seguito le istruzioni per accendere il termostato in un brogliaccio lasciato sul tavolo e sono uscito in attesa che si riscaldasse l’ambiente. La temperatura esterna invece era scesa ancora e segnava otto gradi sotto lo zero, le strade deserte e ghiacciate parevano di plastica, i canali riflettevano la luce delle finestre come tante piccole stelle mentre sui tetti il fumo dei camini saliva in alto per poi dissolversi nel vento.

    La luce di un pub brillava attraverso una leggera foschia, avevo fame e quella era la soluzione più comoda e veloce per evitare l’ipotermia. Sulle pareti del locale, sopra una vecchia e ammuffita tappezzeria, erano appese le fotografie dei gruppi rock più famosi, mentre in un angolo tra due poltrone, c’era un vero e proprio santuario sui Beatles, è stato facile scegliere dove sedermi. Le persone si contavano sulle dita di una mano, oltre al barista e qualche faccia poco interessante, due anziani signori battevano il piede sulle note di “Lokomotive Breathe” dei Jethro Tull, avevano tutta l’aria di chi la sapeva lunga in fatto di musica.

    Finito gli ultimi bocconi di salmone gratinato, buttato giù con un ultimo sorso di birra, ho cominciato a curiosare tra le foto e i gadget sulle pareti. Con il permesso del barman, ho preso la chitarra, cominciando a strimpellare tanto per passare il tempo nel locale semideserto, in quell’angolo non avrei dato fastidio a nessuno. Senza accorgermi ero riuscito a risvegliare i due signori anziani che sedevano al banco tanto da farli avvicinare e accomodare al tavolo con tre birre, cantavamo “Hey Jude” dei Beatles e altri pezzi tra i più famosi. Toni, uno dei due signori, dopo essersi alzato per chiedere l’ennesima pinta, era tornato con un’altra chitarra in mano presa chissà dove, abbiamo cominciato a cantare e suonare, coinvolgendo anche le poche persone presenti nel locale.

    Dopo aver salutato i miei nuovi amici, con la promessa di ritrovarci per la mia ultima sera, mi sono avviato verso casa lasciando Toni e gli altri a cantare sotto gli effluvi dell’alcol. La temperatura era scesa ancora di un grado, l’aria ghiacciava nei polmoni e camminare anche per un isolato diventava estenuante e faticoso. La notte, passata senza che me ne accorgessi, sembrava non voler lasciare il posto alle prime luci del mattino, dicembre è un mese buio e freddo al nord, non adatto ai meteoropatici.

     

    Il porto di Amburgo è una dei luoghi più visitati della città, si estende sul fiume Elba, subito dopo il controverso quartiere di St.Pauli dove tutto o quasi è concesso. Intorno agli alberi delle navi mercantili, stormi di gabbiani volano in cerchio in attesa di una preda per colazione, il rumore dei container come spari di fucile li fa volare per poi tornare al loro posto svanita la paura. Un manto di nuvole bianche e geometriche come una trapunta invernale copriva il cielo e bloccava la neve che sembrava non voler scendere mai.

    Il centro era reso ancora più elegante dagli addobbi e mercatini natalizi, nascosti dietro ogni angolo, i canali ricordano lo stile olandese mentre i palazzi costruiti con i classici mattoni rossi inglesi traspirano il carattere british dei suoi abitanti. Amburgo è una città risorta dalle ceneri dell’operazione Gomorrah, il grande bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale che rase al suolo uno dei centri più industrializzati della Germania nel ‘900. Dal dopoguerra in avanti la popolazione si è saputa reinventare ricostruendo, non solo la parte architettonica della città, ma soprattutto la cultura e la mentalità di un popolo che si ritiene diverso e indipendente dal resto della nazione.

    treeL’ultima sera, dopo aver fatto i bagagli per il mattino seguente, tornato al pub, vuoto come tutte le sere ma ricco di umanità e musica, ho chiesto di Toni al barman che, sconsolato mi dice che era ricoverato in ospedale per alcuni problemi sopraggiunti la sera prima. Con grande dispiacere nel cuore ho salutato tutti, ero già sulla porta quando il barman mi chiede di tornare indietro afferrandomi il braccio indica una cornice sulla mensola dietro al bancone, con un sorriso mi chiede se riconoscevo i due personaggi raffigurati nella fotografia.

    Era un bianco e nero dei primi anni 60, su un palco di un pub stracolmo di gente riconoscevo un giovanissimo Paul McCartney imbracciare un basso con la mitica impugnatura mancina, al suo fianco un ragazzo con i capelli biondi impugnava un chitarra acustica con un inconfondibile stile rimasto intatto cinquant’anni dopo, era Toni, che accompagnava uno dei mostri sacri della musica mondiale.

    Diego Arbore

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    «Sentirsi straniera è un’illusione». Alla scoperta della danza orientale con Anahita Tcheraghali

    Anahita Tcheragali 1Per le persone cresciute fra due culture, come Anahita, il sentimento di non appartenere a nessun luogo, che in età giovanile crea disagio, è in realtà una fonte di maggiore libertà e apertura mentale. Le danze orientali che pratica e insegna sono il risultato della felice contaminazione tra le tradizioni popolari dei paesi mediorientali e le regole sceniche della danza classica occidentale. Negli ultimi anni in molte città italiane l’interesse per le danze orientali e antiche è cresciuto in maniera significativa. Ad oggi sono molte le scuole non solo di danze orientali, nelle sue diverse forme, ma anche di danze rinascimentali e barocche della tradizione occidentale. Attività che permettono di ricercare la connessione tra benessere fisico e spirituale che lo stile di vita contemporaneo rende sempre più difficile.

    Sei nata in Italia o sei arrivata con la tua famiglia?
    «Sono nata in Italia, a Milano, da genitori iraniani che vivevano già all’estero per motivi di studio, prima in Austria, dove è nato mio fratello, e poi in diverse città italiane. Sei mesi dopo la mia nascita, in Iran c’è stata la rivoluzione islamica e i miei genitori hanno deciso di tornare a vivere là, sperando in un cambiamento positivo. Siamo rimasti là due anni, ma, vedendo che tutto era molto diverso da come speravamo, la mia famiglia ha deciso di tornare a vivere in Europa, quando avevo quattro anni. Ci siamo stabiliti a Genova; mio padre in seguito ha aperto un’attività in Austria. La mia famiglia si è sparpagliata, è rimasta vagabonda; io a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere radici e le ho messe qua, a Genova. Con i genitori entrambi persiani, nell’adolescenza ho sempre sentito una forte dualità culturale, non è stato facile. In Iran i parenti mi chiamavano “Anahita la straniera”. Il mio persiano è parlato, non lo leggo né lo scrivo, ma la mia famiglia in Italia ha sempre festeggiato il Capodanno persiano. Questa dualità non mi faceva appartenere a nessun luogo, ero straniera ovunque io fossi».

    Quando hai iniziato ad appassionarti alla danza?
    «Ho cominciato a far danza prestissimo, a 10-11 anni, classica, jazz, contemporanea. Mi sono appassionata alla danza e all’idea di cercare dei ritmi più consoni alla mia cultura di origine. Intorno ai 20 anni ho trovato un corso di danza orientale, l’unico allora a Genova, mi sentivo portata per quello, sentivo di “averlo nel sangue”. Mi sono appassionata sempre di più e, facendo un po’ di ricerche in internet, ho cominciato a frequentare nei weekend corsi formativi in danza orientale a Torino e a Milano, pur studiando Conservazione dei Beni Culturali e lavorando in un bar. E senza neanche averlo programmato, è diventato il mio mestiere: mentre il bar stava chiudendo è scoppiata la moda della danza orientale. Di recente ho organizzato a Genova, assieme a un’amica, un Festival Internazionale. Abbiamo fatto 10 workshop in 2 giorni, con maestri da tutto il mondo».

    Qual è la motivazione che spinge le persone ad avvicinarsi alla danza orientale?
    La passione per la danza in generale e per le culture orientali. Le allieve sono quasi tutte donne, alcune arrivano già dal mondo della danza, con il desiderio di cambiare, e si appassionano alla danza orientale. Alcune si sono avvicinate al Festival Suq, scoprendo che non è, come credevano, una forma di intrattenimento destinata a un pubblico maschile. Quella che si pratica oggi è una forma occidentalizzata di intrattenimento scenico, con molti elementi mutuati dal teatro e regole che non appartengono alla danza orientale, dove tutto è improvvisazione. Come accade per molte danze antiche, non sappiamo in realtà di preciso come fosse in origine quella orientale. Sappiamo che tutte le danze del Mediterraneo sono state contaminate dalle danze gitane dell’India e che esistevano danze sacre legate alla maternità. Quella che facciamo oggi si rifà alle danze popolari di vari paesi, principalmente a quelle egiziane; allo stile Baladi in particolare, contaminato con la danza accademica occidentale. Le ballerine classiche praticano un passo, l’arabesque, derivato dalle danze orientali.

    L’insegnamento della danza orientale è la tua attività principale?
    «Si, vivo di questi corsi, che tengo io, in una palestra di Via Cairoli, e collaboro con altre scuole di danza e con altri Festival».

    Senti ancora oggi il disagio per la “dualità culturale” che hai percepito nel periodo adolescenziale?
    «Direi che è stata superata, in un periodo di crisi della mia vita personale, che è stato un’opportunità per scoprire che la casa non era un luogo, non era il luogo in cui ero, e che sentirsi straniera non è che un’illusione. Prima ho dovuto risolvere i miei problemi burocratici, sono diventata cittadina italiana con il matrimonio, ma ora non mi sento di appartenere a nessun luogo. Crescere tra due culture ti permette di essere molto più espansa.

    Hai mai vissuto personalmente il pregiudizio verso le persone di origine straniera?
    «L’immigrazione in genere è vista come qualcosa di invasivo. L’immigrato è visto come portatore di problemi, delinquenza o quantomeno “sfiga”. Per gli iraniani forse è un po’ diverso, non stanno fuggendo dalla guerra, là c’è una brutta situazione, ma chi viene qua di solito viene per studiare, sono medici e professionisti percepiti in maniera più benevola. Certo il pregiudizio c’è. Conosco persone che mi dicono: “non è giusto che in Iran le donne occidentali si debbano velare!” Ma obbligare le persone a velarsi non è giusto, a prescindere. Molte persone non si rendono conto che nelle elezioni iraniane si candidano solo religiosi, non è possibile votare i laici, e che chi lascia il paese nella maggioranza dei casi dissente con il regime politico in vigore!»

    Andrea Macciò

  • Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Jakub Schikaneder, "Murder in the House"
    Jakub Schikaneder, “Murder in the House”

    A causa dei frequenti (purtroppo) fenomeni di violenza sulle donne, si è  nostro malgrado reso sempre più necessario l’intervento del legislatore,  che tramite lo strumento della decretazione d’urgenza, ha apportato una serie di doverose e sostanziali modifiche al codice penale. In particolare mi riferisco al decreto legge del 14 agosto 2013 nr.92 convertito in legge 10 ottobre 2013 nr. 119, conosciuto comunemente come legge sul femminicidio.

    Questa spinta alla modifica legislativa è avvenuta non solo in risposta alle vicende di cronaca e di allarme sociale, ma altresì grazie alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro le violenze nei confronti delle donne e violenza domestica (legge nr.77 del 2013).

    Prima di analizzare nel dettaglio le modifiche della legge sostanziale, appare opportuno capire che cosa sia il femminicidio, non solo sotto il profilo giuridico ma altresì come fenomeno sociologico partendo da un dato di non poco momento: non esiste, anche in seguito alla modifica legislativa, alcuna definizione giuridica per questa tipologia di crimine. Detto termine invero, è stato prima mutuato dalla letteratura criminologica, per divenire poi utilizzata nel linguaggio comune.

    Svolta questa premessa, volta a chiarire fin da subito che nel nostro sistema penale non esista il delitto di femminicidio (così come, a dire il vero, non esiste in nessun altro paese del civil law), analizziamo questa fattispecie. Per femminicidio deve intendersi non solo la donna vittima di omicidio, ma soprattutto, e sono le situazioni più comuni, le vicende sociali genericamente intese che vedono coinvolte le donne come vittima di violenza. Si parla di femminicidio nella letteratura criminologica ogni qual volta vi sia una forma di aggressione, fisica o verbale, di discriminazione, nei confronti della donna, ovvero nel contesto famigliare lavorativo, nonché in ogni ambito della vita di relazione.

    Alcuni dati nazionali (fonte Istat aggiornata a giugno 2015) dai quali si comprende la portata del fenomeno e le forme in cui si manifesta:

    • 6 milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale di cui il 12,3% attraverso minaccia di violenza fisica, 11,5% aggressioni come spinte tirate per i capelli, 15,6% molestie fisiche e sessuali;
    • 31,5% delle donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni;
    • 12% di queste donne non ha denunciato la violenza subita.

    Questi dati hanno inevitabilmente portato, unitamente alle spinte di derivazione comunitaria e internazionale, alle modifiche del codice penale da prima con la legge del 2013 e da ultimo con il d.lgs. 19 gennaio 2017 nr.6.

    Il codice penale ad oggi prevede delle aggravanti all’omicidio tout court ex art 575 c.p. e in particolare :

    • art 576  n. 5:  se il delitto di omicidio è uno commesso in occasione dei reati quali i maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale (art 572 e 609 bis ss)
    • art. 576 n. 5.1 se il delitto di omicidio è stato commesso dall’autore del delitto di atti persecutori ex art 612 bis c.p.

    Questa scelta politico-criminale, di aver previsto delle mere aggravanti e non uno specifico delitto nella legge sostanziale, è condivisibile alla luce dei principi costituzionali vigenti nel nostro sistema giuridico. Mi riferisco specificatamente al principio di uguaglianza e ragionevolezza ex art 3 Cost: non sarebbe infatti corretto, non solo sotto il  profilo sostanziale ma altresì sanzionatorio dare dignità giuridica al solo omicidio di un essere umano di sesso femminile e non di sesso maschile.

    I primi effetti delle modifiche legislative si possono già cogliere da un primo dato importante: il femminicidio è in calo. Certo è che dovrebbero essere solo casi isolati, ma non è ancora così. La strada è ancora lunga.

    Sara Garaventa

  • “Vivere senza farlo apposta”

    “Vivere senza farlo apposta”

    letteredallaluna-quaderno2Forse ho immaginato di trovarmi un giorno pulito, in ordine, compiuto? Come ho potuto pensare simili sciocchezze? Non si arriva mai da nessuna parte, è solo un’illusione. Siamo quadrati senza angoli, forme imperfette, cerchi che non si chiudono. E mentre le erbacce invadono lo stomaco e l’edera e i rovi si arrampicano sulle sue pareti viscide, dovremmo occupare la mente e le giornate per disboscarci e non per abituarci alle infestanti. Ma quanto è difficile vecchio mio.

    Bisognerebbe vivere senza farlo apposta, senza farlo sul serio, senza prendersela a cuore. Così mi dicevi. “Diffida degli integralisti portatori di princìpi, dai loro in cambio il caos che porti dentro e tira dritto”.
    Bisognerebbe non fare mai nulla di giusto né di sbagliato, vestire i panni del giudice ed assolversi sempre. Ma quanto è difficile vecchio mio.
    Eppure ci deve essere un modo per eludere il continuo tiro alla fune, da una parte la coscienza indotta, il giudizio che così precocemente assopisce, incollato alle nostre anime e non c’è modo di andare là dentro a strapparlo, a scollarlo. Dall’altra la coscienza nata spontanea, gagliarda, come i fiori nelle spaccature della roccia, fra le macerie. Resiste quanto può.

    Mi ripetevi che avrei dovuto presto imparare a disobbedire, perché poi avrei trovato lungo il cammino modo di eludere ed ignorare le conseguenze, il domani. “Alle tue spalle, invece, sarà sempre come uscire di casa e dimenticare il gas acceso senza poter tornare indietro a chiuderlo. Tutto può esplodere, in ogni momento. Ma non avere paura di ciò a cui non puoi porre rimedio e da cui è impossibile fuggire, è così stupido…”

    “Approfitta di quello che c’è, di quello che trovi. Costruisci ogni tanto e ogni tanto distruggi. E cerca di non farti distrarre dai rumori troppo udibili, quelli che sovrastano. Dai e prendi alla cieca come se vivessi chiuso in una gigantesca dark room”.

    Vorrei essere capace di respirare a pieni polmoni sull’orlo di questo precipizio e non sentire più la paura di cadere. Ma quanto è difficile vecchio mio.

     

    Gabriele Serpe

  • Federico Gasperi, il “metallaro dolce” con in mano la musica di Genova, e non solo

    Federico Gasperi, il “metallaro dolce” con in mano la musica di Genova, e non solo

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    ©Veronica Onofri

    Federico Gasperi

    Federico Gasperi, general manager di Nadir Music, società che opera in ambito musicale in svariati settori di attività: recording & mastering studio, discografia, Artist management e music publishing. Ha lavorato con decine di importanti artisti nazionali e stranieri: tra gli altri Elio e le Storie Tese, Antonella Ruggiero e Mario Biondi. Gestisce il management e l’attività live di alcune note formazioni italiane: Sadist, GnuQuartet, i Tuamadre, nonché il Trio Bobo (Faso, Christian Meyer, Alessio Menconi) e La Drummeria (Ellade Bandini, Walter Calloni, Christian Meyer, Maxx Furian, Paolo Pellegatti). Ha prodotto svariati dischi incluso, di recente, il nuovo singolo di Francesco Baccini, attualmente in programmazione sui principali network radiofonici italiani.

    [quote]Federico è un ragazzo decisamente solare e simpatico, ma come ogni amante della musica metal ha una parte dentro di sé più dura e decisa, come una strana “contraddizione”: musica estrema ed estrema dolcezza. Mentre scattavo è venuto fuori il suo lato “metallaro”, ma con grande ironia[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Da bambino volevo fare il veterinario, che è pur sempre una valida alternativa ai classici evergreen astronauta/pompiere. Dopodichè, come molti, sulla mia personale “Via di Damasco” sono rimasto letteralmente folgorato dalla Musica, e non solo da quella suonata (per fortuna del mondo…) ma anche da quella lavorata, organizzata  e gestita».

    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Parto dal fondo: odio la diffidenza aprioristica, la lentezza nel fare e nel decidere che sfocia spesso nell’immobilismo tout court, la mancanza di audacia e la paura del rischio. Odio il “maniman” e il divano moschicida che incolla ed inghiotte chiunque, a casa, ci si sieda sopra dopo le 20:00. Tutto il resto lo amo alla follia».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «In Italia credo necessariamente a Milano, per mere esigenze professionali e perché è una città in cui ho vissuto e che mi ha dato molto. All’estero probabilmente in Inghilterra. Si lo so… Fossi figo (cit.) avrei dovuto rispondere “a pescare su un atollo in Polinesia o in Papua Nuova Guinea”, ma per fortuna non lo sono».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Vorrei provare a sfatarne tre in un colpo solo: il primo riguarda la mai troppa citata avarizia, che personalmente non ho mai avuto modo di constatare davvero tra le mie cerchie di amici e conoscenti. Il secondo è quello secondo il quale suppostamente noi genovesi ci nutriremmo di pasta al pesto o di cappuccino e focaccia quasi a titolo esclusivo. Non è assolutamente vero: io ad esempio amo molto anche i gianchetti. Il terzo è quello che ci vedrebbe ombrosi, imbronciati e schivi: dissento su tutta la linea… Pensate ad esempio a Paoli, De Andrè o Tenco: non vi sale già un mezzo sorriso?».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    Ho decine di luoghi (anche tralasciando Caruggi, Spianata e Lanterna) e di grandi ristoranti in mente. Ne cito uno al volo: La Locanda degli Adorno, in pieno centro storico. Un mix di ottima cucina ed impegno sociale. Top e consigliatissimo.

    Tu lavori nell’ambito della musica e dello spettacolo, come ti sembra Genova da questo punto di vista?
    «Alcuni blasonati decani dello show biz ed alcune nuove leve (nonchè amici) più che promettenti. Molte belle idee ma di contro ahimè pochi luoghi fisici per esprimerle davvero nella pratica e per sperimentarle concretamente sul campo. Penso ad esempio all’atavica mancanza di spazi adeguati per la musica live di qualità che fa però spesso il paio (va detto per onestà intellettuale) con l’altrettanto atavica e proverbiale pigrizia di molta parte del Pubblico cittadino che tende a muoversi in blocco solo per i grandi happening “patinati” e per le star da classifica trascurando invece gli eventi non prettamente mainstream ma spesso molto più stimolanti e interessanti artisticamente».

    Veronica Onofri

     

     

  • Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Da Génova a Genova, incontro con Angela Balbin tra musica e sapore di caffé

    Angela-balbinNei nostri incontri con i nuovi genovesi abbiamo avuto già occasione di conoscere il legame profondo tra Genova e il mondo latino-americano. Pochi sanno, però, che esiste un’altra Génova. Si trova in Colombia, nel dipartimento del Quindio, nel cuore della regione del caffè, la cosiddetta zona cafétera. Fondata nel 1903 da un gruppo di coloni, ha assunto il nome di Génova nel 1937, in omaggio alla città natale di Cristoforo Colombo. L’economia della città è ancora oggi fondata prevalentemente sulla coltivazione del caffè. Ed è proprio il caffè il punto d’incontro tra la città produttrice colombiana e la nostra Genova: il capoluogo ligure, infatti, è da sempre importante porto di approdo del caffè colombiano e latinoamericano, ed è al centro del gemellaggio che Angela Balbin sta organizzando per il prossimo mese di Maggio con l’associazione La Mela di Vetro.

    Angela è arrivata in Italia quando era già una cantante lirica affermata, soprano per la precisione, esperta nei più diversi generi teatrali, ed è approdata a Genova proprio per perfezionare ulteriormente la sua professionalità nel settore del canto lirico frequentando i corsi per cantanti lirici, direttori d’orchestra e pianisti accompagnatori dell’associazione Spazio Musica. Una delle molte eccellenze artistiche e culturali della città, attiva dal 1979 e riconosciuta e patrocinata dalla sua nascita dal Ministero dello Spettacolo. Nel racconto della sua esperienza artistica abbiamo incontrato anche un genere poco conosciuto in Italia: la Zarzuela. E’ un genere musicale che alterna scene cantate, danze e scene parlate, non di rado comiche e interpretate da una coppia. La Zarzuela, come l’opera, raggiunse nell’ottocento il periodo di massimo splendore, ma in Spagna e nei paesi latinoamericani è tutt’oggi molto diffusa e popolare, ed ha rappresentato per molti noti artisti e cantanti lirici la prima esperienza musicale.

    In Colombia avevi già avuto esperienze nel settore del canto e del teatro lirico? Quando hai deciso di trasferirti a Genova?
    «Quando sono arrivata in Italia, 2013, avevo alle spalle una lunga esperienza ventennale come cantante lirica, soprano, in Colombia, soprattutto a Bogotà, la città dove sono nata. Ho lavorato con diverse compagnie liriche di Opera e Zarzuela. Fra le altre, ricordo la compagnia di zarzuela del maestro Jaime Manzur, il teatro Bellas Artes di Bogotà, il Coro Filarmonico di Bogotà, l’Opera de Colombia, la Fundacion Carmiña Gallo, Teatro Lirico de la Habana e Fundacion Arte Lirica de Colombia. Ho deciso di trasferirmi a Genova nell’estate del 2013 per motivi legati alla mia attività artistica, iscrivendomi al corso di Alto Perfezionamento in Canto Lirico dell’Accademia Spazio Musica tenuto dalla maestra Gabriella Ravazzi».

    Mi potresti raccontare le tue esperienze e il tuo lavoro in ambito artistico a Genova?
    «A Genova ho partecipato a diversi concerti con la mia accademia di canto, Spazio Musica, attiva non solo nella didattica, ma anche nell’organizzazione di manifestazioni musicali di alto livello. Inoltre ho cantato in diversi concerti di musica ispano-americana e lirica in diversi eventi sia di rilevanza regionale, sia nell’ambito latinoamericano, come il Festival “RiscopriAmo Latinoamerica”, organizzato nel maggio 2016, al Castello De Albertis, in occasione della Notte dei Musei. Molti eventi sono stati realizzati in collaborazione soprattutto con i consolati di Colombia ed Ecuador».

    Ci potresti descrivere in che cosa consiste il genere teatrale della zarzuela, non molto conosciuto in Italia e quale è la caratteristica che la distingue dall’opera o dall’operetta?
    «La Zarzuela può essere considerata il tipico genere lirico spagnolo. Assomiglia molto all’operetta italiana, perché racconta delle storie “locali” non solo con il canto, ma anche attraverso la recita e il ballo. Si distingue quindi dall’opera non solo per la presenza di scene recitate, ma anche per il forte legame con le tradizioni regionali e popolari. La Zarzuela inoltre è molto più allegra dell’opera, e trasmette il sentire, il tipico atteggiamento spagnolo, il “sentimento” spagnolo verso la vita».

    Oltre all’attività in ambito artistico a Genova sei anche attiva in ambito associativo come responsabile per la Colombia per l’associazione La «Mela di Vetro. Ci puoi parlare degli eventi e delle attività che hai organizzato in ambito associativo?
    Da poco più di un anno, sono referente per la Colombia dell’associazione culturale per il dialogo internazionale La Mela di Vetro. Per il prossimo 27 di Maggio, stiamo organizzando”Un abbraccio al gusto di caffè”, inizialmente previsto per il 14 Ottobre del 2016. Questo evento per me è particolarmente importante, perchè nell’occasione ci sarà un gemellaggio tra Génova nel Quindio (una regione nel cuore della zona “caffettiera” della Colombia) e Genova, il porto dove arriva il caffè colombiano, si trasforma nelle torrefazioni per poi arrivare nei più diversi e importanti caffè storici della città di Genova. Il caffè è oggi la bevanda principale della vita italiana. Accompagna le persone nella vita quotidiana, il gesto di prendere il caffè è legato a significati sociali, culturali, economici che vanno oltre la semplice bevanda Il caffè è il filo conduttore che unisce due città lontane, che condividono due nomi uguali: Genova».

    Andrea Macciò

  • Il phishing, una modalità per commettere reati e la normativa italiana

    Il phishing, una modalità per commettere reati e la normativa italiana

    phishingAd inizio giornata, molti di noi, nell’aprire la propria casella di posta elettronica capita di notare  mail con il seguente seguente contenuto: “vuoi guadagnare 2000 euro al mese comodamente da casa tua? Se sei interessato/a rispondi a questa mail”, oppure “abbiamo tentato di recapitarle una spedizione al suo indirizzo. Prego contattarci in orari di ufficio al numero 89.988.0868 per una nuova consegna”.

    Se non fossi un avvocato penalista, probabilmente risponderei. “L’uomo delle strada” invero non sa che questa mail è inviata dal phisher, colui che tenta di “pescare” dati ovvero è alla ricerca del financial managerVi starete chiedendo chi sono questi soggetti.

    E’ opportuno preliminarmente un breve inquadramento del fenomeno che ci si accinge a spiegare. Lo sviluppo delle tecnologie digitali ha aperto la strada a diverse nuove fattispecie di reato, prima sconosciute dal nostro legislatore sennonché, come ogni fenomeno sociale ed economico, ha portato alla nascita di nuove esigenze di regolamentazione giuridica. Il Codice Penale è stato novellato mediante l’inserimento di molte nuove fattispecie di reato ed anche la Giurisprudenza della Corte di Cassazione è sempre più spesso portata ad esprimersi in materia di reati informatici e non solo. Il Phishing, reato di nuova generazione non ancora compiutamente disciplinato dalla normativa italiana, è stato oggetto di molti studi, non solo giuridici ma anche sociologici, volti a comprendere questo fenomeno sempre più vasto.

    Il phishing è una tecnica di social engineering, ossia una metodologia di comportamento sociale indirizzata a estorcere informazioni personali e riservate oppure abitudini e stili di vita. L’etimologia rivela un’origine incerta, poiché essa deriverebbe dall’unione delle parole “harvesting”, “raccolta”, con “password”, oppure con “password” e “fishing” o, ancora, quest’ultima con “phreaking”.

    Ritornando all’esempio iniziale, chi sono quindi i soggetti che inviano le mail? E soprattutto che cosa cercano? Con il phishing attack (l’invio di mail), l’utente è indotto a fornire dati o informazioni personali, riguardanti nella massima parte le credenziali di autenticazione per l’accesso ad aree informatiche esclusive o a servizi finanziari o bancari on line, i numeri di carte di credito e di pagamento, gli identificativi per ottenere l’accesso a siti di diverso genere, gli userid e le password di accesso diretto alla movimentazione di conti correnti bancari.

    Le e-mail di phishing, spedite ad un numero imprecisato di ignari correntisti bancari e che sembrano apparentemente provenire da enti, istituti di credito o società che forniscono servizi a mezzo internet, contengono una serie di messaggi, immagini e informazioni che ricordano alla perfezione sia la veste grafica del messaggio di posta elettronica dell’ente o della banca, sia il linguaggio di una comunicazione standard. Tutto questo viene fatto al fine di influenzare la psicologia dell’utente ed indurlo, così, a seguire il link indicato nel messaggio di posta elettronica per fare in modo che si connetta non alla pagina web legata a quell’istituto di cui si legge nell’ e-mail, ma ad una di un sito web creato ad arte per consentire al phisher di sottrarre e di memorizzare le informazioni fornite dagli inconsapevoli utenti, i quali inseriranno così i loro dati riservati nei form predisposti dall’agente.

    Il phisher dunque cosa fa per porre in essere il reato? Ecco i passaggi che portano al furto di dati identificati e riservati, con l’unico scopo, in un secondo momento, di aggredire il patrimonio della vittima che ha ricevuto le mail.

    a) Invio di un messaggio di posta elettronica contenente il link di indirizzamento alla pagina web non autentica, diretto ad indurre un soggetto utente o fruitore di un servizio on line a rivelare informazioni personali;

    b) Raccolta dei dati riservati del soggetto utente o fruitore del servizio on line tramite tale sito, oppure attraverso un form contenente le stringhe corrispondenti alle informazioni personali richieste;

    c) Utilizzo delle informazioni raccolte per accedere abusivamente ai servizi on line, o per utilizzare indebitamente carte di credito, realizzando un ingiusto profitto.

    Una volta che il phisher si è impossessato delle credenziali, nasce il problema di come riscuotere le somme: viene effettuata così la richiesta, nella maggior parte dei casi diffusa da messaggi di posta elettronica provenienti da non meglio identificate società estere, di “collaborazione” indirizzata a soggetti terzi, i c.d. financial manager.

    Questi soggetti, aprono dietro compenso un conto corrente nello stesso Paese delle vittime di phishing, oppure ne utilizzano uno già aperto, sul quale il phisher effettuerà i bonifici on line. Questi soggetti vengono scelti attraverso migliaia di mail spedite: al soggetto terzo si offre un’opportunità di lavoro, poiché egli deve solo possedere un computer collegato in rete. Quello che deve fare il financial manager è trasferire piccole somme di denaro dal suo conto corrente a quello di un terzo beneficiario. Infine, il financial manager preleverà dal suo conto corrente la somma che gli è stata accreditata dal phisher, ne ricaverà la propria provvigione ed il resto verrà trasferito ad un terzo beneficiario, attraverso i servizi di money transfer, che rendono difficilmente tracciabile il denaro trasferito. Questa fase è necessaria perché al phisher, spesso straniero, non è consentito effettuare bonifici all’estero, senza essere autorizzato dalla banca.

    Queste le tecniche del phisher e le sue modalità di azione. Ma quale sanzione penale prevede il nostro ordinamento? Come detto in Italia non esiste una normativa specifica sul phishing, ma le varie fasi dell’attacco, poc’anzi descritte, trovano una copertura legislativa nel nostro sistema penale, con l’utilizzo di diverse fattispecie. Innanzitutto la condotta del phisher viene punita grazie alla previsione del reato di cui all’art. 494 c.p..(sostituzione di persona), ovvero induzione in errore della persona offesa, sostituendosi illegittimamente al raggirato. Successivamente, nella fase di raccolta dati, si applica l’art. 615 quater c.p., che punisce la condotta di chi detenzione abusivamente i codici di accesso a sistemi informatici). Nella terza fase ovvero l’accesso abusivo e il conseguimento profitto, si applicherà l’art. 615 ter c.p. (accesso abusivo di un sistema informatico), allorquando vengono utilizzati i dati “pescati” che permettono l’accesso alle informazioni riservate. Anche il financial manager risponde per la condotta tenuta, in concorso con il phisher nel reato di cui all’art. 640 c.p. oppure di un autonomo titolo di reato, in ipotesi ricettazione (art. 648 c.p.) o riciclaggio (art. 648 bis c.p.).

    Appare chiaro che la normativa italiana non si sia ancora adeguata al fenomeno dilagante del phishing, o in generale delle evoluzioni digitali, ma i Giudici, come spesso accade, sono usciti dall’imbarazzo dettato dalla lacuna normativa con l’utilizzo delle norme penali sopra citate.

    Sara Garaventa

     

    Foto: Edwind Richzendy Contreras Soto, pubblicata sotto licenza Creative Commons

  • La corsa alla poltrona di sindaco, «e se tornassimo al dogato?» Viaggio nella “bagarre elettorale” del medioevo

    La corsa alla poltrona di sindaco, «e se tornassimo al dogato?» Viaggio nella “bagarre elettorale” del medioevo

    simone-boccanegra-palazzo-san-giorgioCi siamo. La corsa sta per iniziare. E ciò, nonostante vi sia ancora parecchia incertezza circa i corridori. Ebbene sì: la situazione è ancora piuttosto brumosa A pochi mesi dalla nomina del nuovo sindaco di Genova non si è ancora fatta chiarezza su chi siano effettivamente i candidati o i “papabili”. Non voglio dilungarmi, ma noto soltanto una sorta d’indecisione generale nell’avanzare candidature condivise, quasi che le rinunce facciano più notizia delle proposte. Nulla di strano. Far politica significa sì lavorare per la cosa pubblica (quando va bene), ma anche attirarsi odi e rancori, talvolta del tutto ingiustificati. Forse che la poltrona di sindaco non sia poi così comoda? Può darsi. Fatto sta che la città ha bisogno d’una guida. Anzi, d’una guida forte, che la traghetti con decisione verso quella che ormai potremmo definire la sua “riconversione” in “monumento del tempo”.

    Per fare questo, però, v’è bisogno d’idee chiare (e v’è bisogno anche di conoscerne la storia). Inutile negarlo: abbiamo bisogno di un cambio di passo. Ma verso dove? Beh, la butto lì: è se tornassimo al dogato? Voglio dire… il governo nobiliare l’abbiamo provato… Le abbiamo provate un po’ tutte, per la verità. E se tornassimo a quella particolare forma di “dittatura costituzionale rappresentativa” (passatemi la forzatura) ch’era il dogato nel XIV secolo? Beninteso, siamo nel campo delle provocazioni. Quindi, tutto è permesso (facilonerie comprese). Ma d’altronde le abbiamo provate tutte.

    Che sia doge, dunque, e maschio e ghibellino!

    Ex Oriente “Dux”

    Ma quando nasce il dogato genovese? Ebbene: tutto ha inizio a Savona. Siamo nel 1339. Alcuni moti, conseguenti al mancato pagamento del soldo da parte di Filippo VI di Francia – ch’era andato reclutando sulle coste liguri diverse imbarcazioni per sostenere lo scontro in atto con Edoardo III d’Inghilterra –, si propagano velocemente sino a lambire il capoluogo, dove il clima è già teso per altri motivi. Nel corso del recentissimo conflitto con la corona d’Aragona, i capitani del popolo – un Doria e uno Spinola: nobili a servizio di quella vasta “borghesia” nota come populus (cui erano aggregati anche i ceti inferiori) – erano andati arrogandosi la nomina dell’abate, la magistratura deputata a rappresentare i populares nel governo cittadino. Di fronte al crescente malcontento e alle voci circolanti sui moti savonesi, i capitani scendono a patti, permettendo, il 23 settembre, l’elezione ad abate di Simone Boccanegra, membro d’una famiglia influente, che aveva fornito alla città il primo capitano del popolo (un popolare). Questi, tuttavia, rinuncia alla carica – forse perché eccessivamente legata all’assetto precedente –, facendosi acclamare col titolo di dux, sino ad allora inaudito nel contesto cittadino.

    Ora, ciascuno potrà notare come nella scelta d’adottare tale titolo, il Boccanegra non faccia altro che richiamarsi all’assetto veneziano. Non a caso, il secondo doge, Giovanni di Murta, dichiarerà di voler governare «ad modum Venetiarum ducis» (“secondo il modo del doge di Venezia”), e, cioè, sottoponendosi a Regulae precise, volte a limitarne costituzionalmente l’operato. In realtà, tra i due modelli sarebbero andate cumulandosi profonde differenze. In entrambi i casi, ad esempio, la carica dogale (mantenuta a vita, anche se pochi saranno coloro che riusciranno ad arrivare vivi alla fine del mandato), sarebbe stata sempre espressione del ceto mercantile; tuttavia, se a Venezia l’oligarchia mercantile al potere era riconoscibile nel ceto aristocratico, a Genova, nobili e popolari partecipavano senza differenze alle attività commerciali.

    Mercatores e artifices

    Statua di Simone Boccanegra - Museo Sant'Agostino © Pierpaolo Rinaldi
    Statua di Simone Boccanegra – Museo Sant’Agostino © Pierpaolo Rinaldi

    D’altra parte, quella del Boccanegra non fu, affatto, la vittoria di tutto il populus, bensì della sua parte più eminente: i cosiddetti mercatores, arricchitisi con l’esercizio d’attività mercantili, navali e finanziarie, alcuni dei quali avrebbero precocemente assunto stili di vita affini a quelle della nobiltà. Questo gruppo esercitava una sorta di protettorato sugli artifices, i membri delle arti – oltre a notai, banchieri e armatori (che costituivno sostanzialmente un ceto a parte), maestri, lanaioli, drappieri e speziali – ma anche nullatenenti e immigrati, il cui peso politico era nettamente inferiore. Ma ciò che più importa, per diverso tempo sarebbero riusciti a tenere a bada i nobili, che si videro estromessi da tutte le magistrature. Questi ultimi, tuttavia, avrebbero seguitato a mantenere incarichi diplomatici e a porsi a capo della flotta, riuscendo a imporre una sorta di controllo indiretto sulla politica cittadina. Talune famiglie, ben assestate nel territorio ligure, riusciranno, anzi, a far pendere l’ago della bilancia per questo o quel partito, determinando molte scelte; e ciò, con buona pace del populus, illuso d’averne neutralizzato le prevaricazioni.

    Ora, tutto questo guazzabuglio medievale ha ben poco da spartire quello odierno. Ma, forse, può aiutarci a riflettere su un aspetto, che possiamo sintetizzare richiamandoci alle pieghe meno appariscenti del dibattito politico. Chi v’è dietro chi? E’, questa, una domanda legittima, che ognuno di noi dovrebbe farsi nell’accostarsi al voto. E questo per non cadere nell’assurdo di quei due vecchietti del bar di piazza Matteotti che mi è capitato di sentire stamattina, forse ignari delle beghe genovesi di XIV e XV secolo, ma sicuri delle proprie affermazioni: «No conta chi staià in sciâ pötroña do scindico. Tanto a governâ saià delongo quarchedun atro».

    Antonio Musarra

  • Lettera aperta al sindaco: «Via i new jersey dalle nostre strade. Creare paura è un gioco pericoloso»

    Lettera aperta al sindaco: «Via i new jersey dalle nostre strade. Creare paura è un gioco pericoloso»

    Foto di A.Gorla
    © A. Gorla

    Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta, indirizzata al sindaco di Genova, Marco Doria, scritta dall’avvocato penalista Laura Tartarini. L’argomento è la presenza nelle nostre piazze e nelle nostre strade dei new jersey antiterrorismo, collocati in seguito all’attentato di Berlino dello scorso 19 dicembre: una riflessione attenta sui significati e le conseguenze di certe scelte, che apre una discussione fondamentale sulla nostra libertà, sulla paura e la sicurezza, sulla difesa dei nostri diritti e sulla giustizia sociale.

     

    Caro sindaco,

    la sua voce sarà determinante al Comitato di sicurezza pubblica che prenderà decisione sulla rimozione dei new jersey dalle nostre strade cittadine.

    Sono pertanto a chiederle di farla sentire, questa voce, salda e forte.

    Il signor questore ha pubblicamente chiesto se tali misure siano mal o ben tollerate dai cittadini. Quasi fosse una prova: a quanta libertà, bellezza, ragionevolezza sono disposti a rinunciare i nostri concittadini per un poco di asserita sicurezza in più?

    E’ una vecchia questione, quella che contrappone libertà e sicurezza. Un tempo era risolta, senza dubbio alcuno, in favore della libertà. Ma, si sa, erano tempi eroici. Oggi invece, per salvarci dall’orrore del terrorismo e dalla sicura morte saremmo disposti a cedere qualunque cosa, figuriamoci beni volatili ed eterei come i principi!

    Dal 30 dicembre mi sveglio ogni mattina e, scendendo verso piazza Matteotti, immagino come debba essere vivere a Ramallah, ad Aleppo, a Kobane e nelle altre centinaia di città dove DAVVERO l’emergenza, purtroppo, è di casa. Pensavo, ingenuamente, che le barriere fossero un effimera misura di sicurezza relativa al festeggiamento del capodanno in piazza. Ho poi scoperto che analoghe barriere deturpavano altresì via Garibaldi, via Sestri ed altri luoghi.

    L’impressione, a Genova, è quella di una sorta di prova generale. Di tentativo di saggiare, appunto, quanto siano “tollerate” alcune misure impopolari, o quantomeno molto brutte, come quelle in questione. Da anni ci siamo abituati a veder circolare nelle nostre città alpini e militari in divisa bellica. Oggi ci vengono imposti i cavalli di Frisia. Tuttavia, l’unica guerra che davvero quotidianamente tutti affrontiamo è quella contro l’impoverimento, la barbarie culturale, la cancellazione dei diritti più elementari, l’incapacità di fronteggiare ogni crisi senza perdere di vista alcuni principi saldi e fondamentali, la solitudine.

    Esiste una vera e propria architettura della paura che costruisce muri nel vano tentativo di proteggere uno stile di vita, una supposta ricchezza, una dichiarata tranquillità. Quelli che troviamo sparsi per le nostre strade sono di certo “muretti”, ma identica è la logica che li sostiene e ne consente l’esistenza.

    La creazione della paura o l’implementazione della stessa è però un gioco pericoloso e che di certo non giova al benessere di una comunità.

    Alla retorica del “non ci faremo intimorire!” si affianca, al contrario, più o meno consapevolmente, una quotidiana diffusione di notizie (false o vere) che oscillano dalla micro delinquenza, al contagio sanitario, al terrorismo, le quali tutte hanno come conseguenza diretta la riduzione dei contatti sociali, della vita libera, dell’assembramento festoso, della riunione pubblica, della frequentazione dell’agorà.

    E’ di pochi giorni fa l’indagine del Censis che quantifica in più di 8 milioni gli italiani “contagiati dalla paura” (Il 65,4% degli italiani ha modificato le abitudini per timore di attacchi terroristici. Più nel dettaglio, il 73% evita di fare viaggi all’estero, in particolare in Paesi a rischio attentati. Più di tutti rinunciano i giovani tra i 18 e i 34 anni (il 77%). Il 53% evita luoghi simbolo, potenziali bersagli di attentati, come monumenti, stazioni ferroviarie e piazze. Il 52,7% si tiene alla larga da cinema, teatri, musei, concerti. Il 27,5% non prende più la metropolitana, il treno o l’aereo. Il 18% evita addirittura di uscire la sera”. Poi ci sono i ‘terrorizzati’: ben 8,3 milioni di persone che hanno stravolto la proprie abitudini, ridefinendo percorsi, luoghi del tempo libero, modalità di trasporto”).

    Le strade deserte sono certamente più sicure. Ma per chi? Una collettività terrorizzata di certo risulta più governabile, più tollerante alle scelte imposte. Ma di certo abdica al proprio ruolo di comunità di cittadini, responsabile e consapevole, orgogliosa di scegliere e di rischiare, per la propria libertà e per i propri principi, anche qualche sicurezza.

    In nome della guerra al terrore abbiamo rinunciato al dispiegamento di garanzie giudiziarie, abbiamo tollerato prevalenze di poteri di Polizia e di controllo, abbiamo giustificato posizioni etiche e politiche aberranti fino a trovarle trasformate in mostruosità nel giardino del vicino di casa.

    L’abitudine all’emergenza non è che lo stagno ove nuotano le creature deformi dell’intolleranza, del rancore e dell’odio sociale. In quello stesso stagno, però annaspano ed annegheranno, di certo, i nostri valori migliori.

    Non saranno i new jersey a proteggerci dal terrore ma il lavoro, la cultura, la dignità, l’allargamento della partecipazione alla cosa pubblica, l’azione finalizzata alla pratica di diritti, la giustizia sociale. A noi il compito di rammentarlo e ricominciare a lottare per ricostruire libertà, dignità e anticorpi alla barbarie che avanza.  A Lei il compito di proteggerci in questo frangente dalla costruzione della paura e lasciarci nuovamente circolare, liberi, nelle nostre bellissime piazze.

    Laura Tartarini

  • Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Il mondo in un piatto. Cultura e sapori latinoamericani e liguri si intrecciano nella cucina di Anilda

    Anilda-vargas-braceGastronomia e partecipazione. Queste sono le parole chiave dell’incontro con la nuova genovese di oggi, Anilda Vargas, arrivata a Genova negli anni Novanta, dopo un breve soggiorno in Francia, da un Perù attanagliato in quel periodo da fenomeni di terrorismo interno.
    La partecipazione alla vita sociale e culturale della città, secondo Anilda, è fondamentale per sentirsi davvero cittadini e non solo ospiti.
    Il progetto che ha orientato tutta la sua attività a Genova è stato quello di valorizzare il cibo e la cultura gastronomica come perno dell’identità culturale delle persone immigrate e occasione di incontro e scambio fra cittadini provenienti da paesi e mondi diversi.
    Mangiare da sempre è un atto non solo alimentare, ma anche sociale: la condivisione della tavola facilita, infatti, lo scambio e la relazione umana. La gastronomia permette, più facilmente della parola, di avvicinarsi ad altre realtà geografiche, sociali e culturali abbattendo le barriere linguistiche.

    A Genova, Anilda si è adoperata per realizzare questa sua filosofia in ambito associativo e gastronomico. Lasciato un lavoro nel settore pubblico in Perù, ha trasformato la passione per la cucina in un lavoro, prima come cuoca, sia in Francia sia in Italia e poi, dal 2007 al 2010, come titolare di un negozio di produzione gastronomica da asporto italiana e sudamericana, gestito con la figlia.
    La sua è una nouvelle cuisine latinoamericana, nel pieno rispetto della tradizione, ma con un occhio ai piatti della tradizione genovese e ricca di proposte fusion dove si sposano sapori latinoamericani e liguri.
    Oggi il suo lavoro è rivolto al mondo dell’associazionismo: è responsabile del Laboratorio Gastronomico “Il mondo in cucina” del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat) e organizza per l’associazione Encuentro de 2 Mundos diverse attività legate alla diffusione della cultura gastronomica e alla connessione tra cibo e cultura.
    Come è emerso nei nostri incontri con i “nuovi genovesi”, in molte persone un forte interesse, una passione a volte non vissuta in maniera piena nel paese di origine (l’arte, la cucina, la poesia, il teatro….) ha assunto un posto centrale nella nuova vita italiana e genovese, trasformandosi a volte in un lavoro, a volte in un’esperienza nel mondo della cultura e dell’associazionismo, a volte in uno spazio individuale di espressione della propria personalità.
    Quasi sempre questa passione – per Anilda, la gastronomia – è stata il primo passo per comunicare con altre persone, allacciare relazioni sociali, vivere pienamente la città, superare le difficoltà linguistiche che tutti incontrano nei primi anni della nuova vita in un diverso paese.

    DSCF0168-1BQuando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Perù ho studiato per conseguire il diploma di amministratore d’impresa. Prima di arrivare a Genova, lavoravo come segretaria di un ente pubblico del settore pensionistico, simile all’Inps italiano. Ero già appassionata di cucina e avevo frequentato diversi corsi. La situazione politica del mio paese era molto instabile e c’erano stati diversi attentati terroristici. Avevo 3 figli che erano ancora dei ragazzini ed ero spaventata. Ho deciso di provare a trasferirmi in Europa. Sono stata un periodo in Francia, con visto turistico; qualche tempo dopo, consigliata da un’amica, ho scelto l’Italia e Genova.
    Dopo alcuni anni di fatica e di nostalgia per la mia famiglia, ho regolarizzato la situazione lavorativa, fatto tutti i documenti necessari e sono riuscita a far arrivare qua mio marito e i miei figli, che ora sono tutti sposati. Da subito mi sono impegnata a fondo nel mondo dell’associazionismo.
    Nel 1992 sono stata fra i soci fondatori dell’Associazione culturale Encuentro de 2 Mundos di cui oggi sono referente per i progetti e i laboratori di degustazione gastronomica. Nel 1994 sono stata socia fondatrice del Colidolat (Coordinamento Ligure Donne LatinoAmericane) e oggi sono la referente del Laboratorio gastronomico “Il Mondo in cucina”. Già in Perù ero interessata, oltre alla cucina, al mondo dell’associazionismo: dal 1989 al 1992 ho presieduto un’associazione culturale di Lima, che si proponeva di valorizzare le danze, i balli e le altre forme del folklore peruviano, organizzando scambi culturali con la Francia.
    Credo che un immigrato, per essere davvero un nuovo cittadino, dovrebbe partecipare alla vita sociale e culturale della città in cui vive. Chi lavora, guadagna e basta, senza partecipare alla vita della comunità, non si sente un cittadino, si sente un ospite. Io invece vorrei far parte della vita di questa città. Si parla spesso dei migranti come di un problema, come se fossero persone che non valgono niente. E, invece, il migrante può essere una persona con molto da raccontare, da insegnare. Anche un paese povero può avere molto da dimostrare a livello culturale, sociale, gastronomico. Chiudere la porta a queste persone, secondo me, è totalmente ingiusto».

    cucina-perù-patateQual è stata l’idea guida, il progetto che ha portato alla creazione del “Laboratorio Gastronomico”?
    «Il progetto alla base del mio lavoro è quello di recuperare e valorizzare l’identità delle comunità di immigrati, attraverso la promozione dei loro piatti più caratteristici.
    Per i migranti, l’alimentazione ha un ruolo molto importante, per esprimere se stessi e non perdere contatto con la propria identità, le proprie tradizioni, anche in un paese diverso. Le modalità di preparazione di un piatto sono importanti almeno quanto gli ingredienti. Il cibo, però, oltre che un mezzo per recuperare la propria identità, è anche uno strumento di comunicazione e mediazione fra persone provenienti da mondi diversi. Un buon piatto è il miglior punto di partenza per scoprire luoghi, usi e costumi, somiglianze e differenze tra i popoli. Una ricetta ti può ricordare persone incontrate in luoghi lontani.
    L’idea guida del nostro laboratorio è di far conoscere a più persone possibile i prodotti della tradizione latinoamericana, attraverso piatti gustosi. In questi anni abbiamo sperimentato in cucina e fatto conoscere la quinoa, l’amaranto, molte varietà di riso e tante spezie profumate e colorate.
    Abbiamo contribuito a far conoscere in Italia il pisco, un distillato d’uva tipico del Perù, dove è considerato bevanda nazionale, molto utilizzato soprattutto per i cocktail».

    Come si svolge la vostra attività?
    «Il Laboratorio Gastronomico è un lavoro di squadra, ha rappresentato un’occasione di lavoro per alcune donne e un punto di riferimento per la promozione della pari opportunità sul territorio.
    Io sono la responsabile, ci occupiamo di organizzare aperitivi ed eventi culturali legati al cibo e alla degustazione. E’ specializzato non solo in cucina peruviana: prepariamo piatti dell’Ecuador, del Venezuela e di altri paesi dell’America Latina.
    Tutte noi abbiamo imparato la cucina italiana e ligure: c’è stato uno scambio molto bello. Proponiamo anche piatti fusion, che mettono insieme prodotti della tradizione latinoamericana e prodotti liguri, come la quinoa alla mediterranea. E, poi, con l’associazione “Encuentro de 2 Mundos” da molti anni partecipiamo inoltre al Festival Suq con uno stand di cucina peruviana».

    cucina-perù-uovaQual è la caratteristica principale della cucina peruviana?
    «La cucina peruviana è una cucina “meticcia” nella quale si fondono la tradizione indigena con la tradizione spagnola. In Perù è molto conosciuta anche la cucina italiana, è apprezzata e considerata una delle migliori, anche se tutti credono che la propria cucina sia la migliore. Per la mia esperienza in Francia e in Italia, direi che i francesi sono più propensi a sperimentare cucine diverse, provano di tutto. I genovesi e gli italiani a volte sono più chiusi, più restii, ma oggi vedo che sempre più genovesi apprezzano e chiedono una cena esotica».

    Andrea Macciò

  • Lucia Pescio, una «mamma che lavora», innamorata di Genova e volto della Liguria

    Lucia Pescio, una «mamma che lavora», innamorata di Genova e volto della Liguria

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    © Veronica Onofri

    Lucia Pescio

    Lucia Pescio vive a Imperia ma è nata a Genova, città a cui  molto legata. Dopo aver lavorato molto tempo per Primocanale è arrivata al TG3 Liguria, facendo diversi servizi anche per l’edizione nazionale.

    [quote]E’ una di quelle donne che fa venire il nervoso perché anche conoscendola un po’ più a fondo si fa fatica a trovarle un difetto: è bellissima, intelligente, brillante, simpatica, madre di due figli e giornalista. L’ho ritratta in un locale del centro storico genovese, la tentazione era quella di metterla in posa da modella, tanto è fotogenica, ma alla fine, chiacchierando, ho pensato fosse meglio ritrarla in modo più completo, scattando una foto in cui fosse spontanea ma in cui si intravedesse la sua forza e la sua personalità.[/quote]

    Quando eri un bambina, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Tanti e sempre diversi, cambiavano spesso. C’è stato un periodo da piccola in cui volevo vivere a New York, che conoscevo solo in fotografia, e fare l’attrice di teatro, poi c’è stato il periodo della ginnasta (!), della scrittrice, della pittrice. Di certo, non ho mai sognato di fare la professoressa di matematica, sono una schiappa coi numeri. Poi, nella vita ho fatto tutt’altre scelte di cui non mi sono mai pentita. E oggi posso dirlo: ho la fortuna di fare il mestiere più bello del mondo».

    Cosa ami e cosa odi di Genova? 
    «Di Genova amo tutto: vicoli, piazze, colori, botteghe, così come amo i mugugni di chi la abita e quella sua aria un po’ immobile e austera. Mi piace, è molto rassicurante. Vivendo altrove, mi manca molto. Non odio nulla di lei, è e rimane la mia città. Punto».

    Non vivendoci più, cosa ti lega maggiormente a Genova? Riesci ad immaginare una vita diversa in un posto diverso?
    «Non vivo più a Genova da anni, ma vengo spesso per lavoro e ho ancora parte della famiglia e diversi amici qui. In fondo mi sono spostata solo di 100 km, ma non so immaginare una vita diversa da quella che faccio. O in un altro luogo che non sia la Liguria. In futuro, magari chissà…».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Perché? Circolano luoghi comuni su Genova? Naaa…».

    Cosa vuol dire essere madre e donna in carriera oggi? Rifaresti le stesse scelte?
    «Ho due figli di 10 e 13 anni, ho avuto la fortuna di averli da giovane e oggi questo mi aiuta anche sul lavoro. Non è facile incastrare tutto ma ho dei super nonni molto presenti e senza di loro davvero non ce la farei. Non mi sono mai considerata una donna-in-carriera ma una mamma-che-lavora, talvolta nemmeno troppo organizzata».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «La mia passeggiata del cuore: prima col naso all’insù per via Garibaldi poi nel marasma disordinato dei caruggi, da Porta Soprana a scendere, verso il mare. Con tappa d’obbligo alle “E Prie Rosse” per una tartare con uovo in camicia…ineguagliabile».

    Veronica Onofri

  • “Quei due” e l’omosessualità prima del pride, in scena al Teatro della Corte fino al 15 gennaio

    “Quei due” e l’omosessualità prima del pride, in scena al Teatro della Corte fino al 15 gennaio

    que-due-teatro-corte-dapporto-solenghiCharles Dyer (G.B. 1928), attore ed autore, scrive soprattutto sul tema della solitudine e delle maniere di affrontarla: famosa la sua “Trilogia della Solitudine”, composta da tre commedie a due personaggi. “Mother Adam”, un rapporto fra una madre possessiva e suo figlio, “ Rattle of a simple man”, la storia di un uomo che si avvicina ai quarant’anni ancora vergine, e “Staircase” ovvero “Il Sottoscala” (titolo originario di “Quei due”), una delle prime commedie che rappresenta  con umana  partecipazione il tema dell’omosessualità.

    Due attori, che sentiamo molto “nostri”, si misurano spalleggiandosi nei non facili panni dei partners omosessuali, e si propongono al pubblico in un testo garbato che si snoda tra tante divertenti trovate di vita quotidiana: entrambi ci offrono tutta la loro esperienza di scafati padroni della scena, Massimo Dapporto, nei panni del più tosto e “macho”, e Tullio Solenghi, più femmineo e sottomesso, interpretato sempre strizzando l’occhio all’esperienza cabarettistica. Il pubblico è colpito in pieno dalla credibilità ed umanità dei personaggi sbozzati dai due interpreti: per dirla con le loro stesse parole «nessuno meglio di un eterosessuale può interpretare un omosessuale».

    In un giorno di riposo due barbieri si occupano del reciproco benessere estetico, non senza incollare un orecchio malevolo alla parete che rivela la spensierata vita sessuale della vicina. Charlie si è lasciato alle spalle un passato di vita “normale”, con una moglie (e una figlia, che sta per rivedere), alla quale ripensa con un mix di odio/amore: apparentemente non è del tutto convinto del suo rapporto con Henry, che infatti accusa di averlo sedotto in un negozio di pasticceria, complici due bignè, e che tradisce appena può, senza pentimenti. In realtà Charlie non perdona all’amico di essersi lasciato travolgere in un rapporto non in linea con il consenso sociale, con il quale è stato ed è tuttora pesantemente costretto a confrontarsi. Henry invece interpreta in pieno la parte femminea della coppia, da ultimo anche nel fisico che tende ad arrotondarsi, nella golosità, nei sentimenti e negli atteggiamenti:è infatti lui quello costantemente insicuro, che teme di essere lasciato.

    La condizione omosex è vissuta dai due con la stessa consapevolezza di essere “fuori” e con identica rassegnazione al ruolo di esclusi, solo in parte dovuta  ai tempi, siamo  negli anni sessanta, e comunque bene al di fuori di quell’orgoglioso “pride” che pare caratterizzare i tempi attuali.

    Indovinata  la colonna sonora, che ci porge, fra l’altro, un sorprendente e gustoso pezzo del “Barbiere di Siviglia”, offertoci da un Dapporto in piena forma vocale.

    Elisa Prato

    + “Quei due” di Charles Dyer, al Teatro della Corte fino al 15 gennaio
    Una produzione Star Dust Show Productions, regia di Roberto Valerio, con Massimo Dapporto e Tulio Solenghi.

  • Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    foto di Salah2ola
    foto di Salah2ola

    Fuori d’ogni retorica. Quel che è accaduto e ancora sta accadendo ad Aleppo non può non scuotere le coscienze. La battaglia e l’evacuazione di Aleppo – la più popolosa città della Siria, più ancora di Damasco – è una pagina nera della storia recente. Pare che del milione e mezzo (e oltre) di persone da cui era popolata, 40.000 siano ancora intrappolate al suo interno, in attesa d’un qualche corridoio umanitario. Ben magra consolazione per una delle città più antiche al mondo dove i morti non si contano. Aleppo la “bigia”, patrimonio dell’UNESCO dal 1986, eletta nel 2006 a capitale della cultura del mondo islamico; Aleppo musulmana e Aleppo cristiana (i cristiani sono – erano – circa 300.000, appartenenti a dieci confessioni diverse) – è, oggi, un cumulo di macerie intrise del sangue dei suoi abitanti: sangue di uomini, donne e bambini. Non vi sarà Natale, per i bambini di Aleppo. Così come non v’è stato alcun Mawlid al-Nabī – il Natale del Profeta –, celebrato quest’anno il 12 dicembre. Ma non ad Aleppo.

    Una lunga storia

    Non è questa la sede per discorrere di come si sia giunti a questo punto. Credo sia più utile cercare di convincere il lettore del fatto che la tragedia di Aleppo non possa – non debba – lasciarci indifferenti. E credo che non vi sia moto migliore del ripercorrerne la storia (alla quale, come si vedrà, i Genovesi non sono affatto estranei). Perché conoscere la storia di un luogo contribuisce a renderlo un po’ più nostro, un po’ più vicino.

    Nell’arco degli ultimi millenni Aleppo ha conosciuto dominazioni diverse, documentate a partire dal 2000 a. C., quando la città diventa la capitale degli Amorrei, prima d’esser conquistata dagli Ittiti, quindi, nel VIII secolo a. C., dagli Assiri, presto scalzati dai Babilonesi, seguiti dai Persiani. Per comprendere la grandezza di Aleppo basterebbe fermarsi qui; e pensare al solo fatto che ciascuno di questi popoli ha lasciato tracce di sé. Aleppo, dunque, è sorta da un crogiuolo di culture accatastatesi le une sulle altre. Conquistata da Alessandro Magno nel 333 a.C., occupata dalle truppe di Pompeo nel 64 a. C., distrutta da Cosroe I nel 540 e ricostruita poco dopo da Giustiniano, la città entra velocemente nell’orbita dei califfi omayyadi, che la trasformano in un gioiello d’architettura musulmana. E’ in questo periodo che è edificata la Moschea di Zaccaria, che conserva – così si ritiene – i resti del padre di Giovanni Battista, profeta anche dell’Islam; seguita, qualche tempo dopo, dalla possente cittadella, che poteva ospitare sino a 10.000 persone in caso d’assedio, contro la quale si infrangeranno gli eserciti crociati nel 1098 e nel 1124, decisi a fare della città un avamposto strategico nell’immediato retroterra di Alessandretta, suo porto naturale. In quel frangente, Aleppo assume chiaramente il ruolo di principale difesa contro l’invasore. Soltanto i Mongoli la violeranno, nel 1260; dopodiché, sarà occupata dalle truppe di Tamerlano, al principio del Quattrocento, prima d’entrare a far parte – nel 1516/1517, dopo la sconfitta mamelucca – dell’impero ottomano.

    Tra Genova e Aleppo

    Foto di Gianfranco Gazzetti
    Foto di Gianfranco Gazzetti

    E’ a questo periodo che risale il suo bel Caravanserraglio, dove, nel 1539, i Veneziani avrebbero installato un proprio fondaco. Ma la città era frequentata dai mercanti occidentali già da tempo; e, tra di essi, soprattutto dai Genovesi. Numerosi sono, infatti, i contratti notarili conservati nell’Archivio di Stato di Genova che citano esplicitamente viaggi compiuti «per terram Solie usque ad Halep» o «per riveriam Solie usque ad Halep», dove «Solie» sta naturalmente per «Siria». Ciò era un portato dell’ottenimento di nuovi privilegi commerciali: nel 1205, il principe di Antiochia, Boemondo IV – imparentato, peraltro, con gli Embriaci, ormai stabilitisi a Gibelletto – concesse ai Genovesi protezione nei propri territori, oltre alla conferma dei diritti da loro goduti in Antiochia, dietro la corresponsione di 3000 bisanti e del servizio di due galee e trecento armati. Il commercio tra la latina Antiochia, la musulmana Aleppo, il regno di Gerusalemme – che aveva capitale ad Acri nel golfo di Haifa –, e l’Egitto ayyubide avrebbe rappresentato per qualche tempo un utile sostitutivo della rotta per Costantinopoli, dal 1204 in mano veneziana. Fu così che Aleppo si avviò a divenire una delle piazze commerciali musulmane maggiormente frequentate dai latini; forse già a motivo del suo famoso sapone, com’è noto prodotto con olio d’oliva e profumato con olio d’alloro, alla base di molti prodotti simili europei (ad esempio, del sapone di Marsiglia); senza dubbio, del suo allume – quel minerale così importante in età medievale in quanto necessario, tra le altre cose, per fissare il colore sui panni –, prima che il genovese Benedetto Zaccaria desse avvio allo sfruttamento delle miniere di Focea, sulla costa anatolica.

    Aleppo, dunque, acquisì, tra Medioevo e prima età moderna, un ruolo particolare nello scacchiere vicino-orientale quale punto nodale per le comunicazioni e gli scambi. Se ieri rappresentava uno dei terminali occidentali delle cosiddette “vie della seta”, oggi non è altro che un ponte tra il Mediterraneo, da cui dista meno di 150 km, la Turchia, a nord, e il resto della Siria. Di qui, la sua rilevanza geopolitica.

    La vittoria di Assad – se di vittoria si può parlare, in una guerra che in circa sei anni ha guadagnato alla coscienza dell’umanità oltre 400.000 vittime – rappresenta un punto di svolta nel conflitto. Il controllo di Aleppo permetterà alle truppe governative di volgersi più decisamente verso Raqqa’. E poi?

    Antonio Musarra

  • Giovanni Giaccone, giornalista galantuomo con Genova negli occhi e nel cuore

    Giovanni Giaccone, giornalista galantuomo con Genova negli occhi e nel cuore

    giovanni-giaccone
    © Veronica Onofri

    Giovanni Giaccone

    Giornalista e scrittore, Giovanni Giaccone è un volto noto ai genovesi: per lungo tempo infatti ha lavorato nella redazione dell’emittente televisiva genovese più conosciuta, quella di Primocanale. Genova è sempre stata protagonista e ispiratrice dei suoi articoli e dei suoi libri.

    [quote]Giovanni è un galantuomo, ironico e amante delle cose belle. Il ritratto è stato scattato in un locale di piazza Lavagna davanti a buon bicchiere di rosso, mentre guarda la sua Genova fuori dalla finestra.[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «A parte i primi anni di vita, in cui ero indeciso se diventare Batman, un calciatore o un ranger del parco di Yellowstone, verso i 9 – 10 anni ho cominciato a focalizzare l’attività di giornalista e scrittore come quello che mi sarebbe piaciuto fare. Determinanti sono stati due film: “Tutti gli uomini del presidente” con Robert Redford e Dustin Hoffman e “Chiamami aquila” con John Belushi. Nel secondo, ho idealizzato l’immagine del giornalista che vive e lavora a proprio agio nella giungla urbana, un po’ sregolato e anarcoide. Non ho toccato le vette dei protagonisti dei film alla fin fine, ma diciamo che sono entrato in quel mood…».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Di Genova amo le atmosfere notturne, i vicoli della città vecchia, quel sapore di clandestino, losco e misterioso che si respira attraversandoli. Le canzoni di De André, la spianata di Castelletto e certi scorci del porto, come i rimorchiatori che rientrano tra le banchine, le navi in rada, le furiose ondate che s’infrangono sulla diga foranea. Odio la pigrizia mentale e l’immobilismo decadente delle sue classi dirigenti attuali, l’atteggiamento rinunciatario mascherato da prudenza e saggezza che caratterizza tante (non) decisioni. Genova rischia di soffrire molto per questo».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Non lo so esattamente. Se dovessi sognare, direi a fare lo scrittore in California, magari anche gestendo un locale dall’atmosfera Tiki. Oppure a scrivere per un piccolo giornale cittadino a New York, vivendo in un appartamento tra Soho e Chinatown come William Hurt nel film “Smoke”».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Genova è una città complessa e molto cerebrale. Sono più le cose che “si pensano” di Genova di quante essa, effettivamente, ne contenga. Il luogo comune principale è quello dell’avarizia, che non mi sento di smentire del tutto. Ci sono delle attenuanti però: i genovesi nella loro storia hanno sempre dovuto fare i conti con un ambiente non particolarmente ricco in termini di fauna e flora e morfologicamente accidentato, con il mare che era più tiranno che amico. La principale fonte di sostentamento dei “genuati” è stata fin da subito il commercio ed è chiaro che nel fare affari con il passare del tempo diventassero abilissimi così come, nello stesso tempo, attenti e parsimoniosi nelle spese. E’ certamente un tratto che ci viene riconosciuto nei secoli e di fronte a così tante e numerose testimonianze bisogna pur ammettere».

    Tu sei uno scrittore. Genova ispira la tua creatività?
    «Sì. Genova è una città ricca di storie, misteri e eventi. Non è mai stata una città raccontata mirabilmente da un autore capace di identificarsi con la città stessa, come un Joyce per Dublino, un Kafka per Praga, un Pessoa per Lisbona, per fare alcuni esempi. Genova è stata più raccontata attraverso i poeti (Caproni, Campana, Sbarbaro) oppure attraverso le canzoni (Paolo Conte e Fabrizio De André). Un grande autore inglese come Joseph Conrad ambientò un romanzo nella Genova dei primi dell’800, si intitola “Suspense” però non riuscì a terminarlo. Nessun italiano, tra 1800 e 1900, il secolo dei romanzi, provò a cimentarsi in una storia su Genova e di Genova. Credo che in qualche modo i travagli politici della Superba e un suo declino d’importanza politica e economica, (nonostante il ‘900 sia stato per buona parte ancora di buon livello) successivi al processo unitario nazionale, abbiano avuto la loro importanza. Molte storie di Genova sono state dimenticate assieme alla sua effettiva grandezza nel passato. Prossimamente uscirà un mio libro edito da De Ferrari dove racconto alcune storie incredibili di questa città. Negli anni scorsi ho scritto due romanzi ambientati a Genova: uno, “La sparizione del violino” che è il ricalco di una classica avventura di Sherlock Holmes ambientata tra i vicoli, l’altro, “Satan’s Circus” che è anche ambientato a New York e Napoli è una storia molto “noir” negli scenari del risorgimento italiano. Nulla a che vedere con gli autori citati sopra, ma ci ho provato».

    Ultimamente ti sei dedicato alla storia dei Cocktails, come nasce questa passione? E dove vai quando vuoi bere bene in città?
    «Genova come dicevo è una città molto cerebrale, si pensa e si parla tantissimo. Non essendoci una vera e propria piazza, come nella stragrande maggioranza delle città italiane, dove la gente si incontra e si dà appuntamento, la meta preferita dei genovesi per vedersi e parlare è il bar, all’ora del cocktail, tra le 18 e le 20. Essendo io un gran chiacchierone ho fatto ben presto mia questa abitudine e mi sono incuriosito, negli anni, alla storia dei drink che bevevo. Nulla di ordinato e scientifico, solo sporadiche letture, fino a quando mi è stato chiesto di scrivere articoli sulla storia dei cocktail più importanti e così, quasi per gioco, ho cominciato a interessarmene con più rigore. Alla fine, per farla breve, ne sono usciti due libri “Cocktailsofia” e “L’arte di bere d’estate” che stanno andando alla grande. A Genova vado a bere nel centro storico, dove si preparano degli ottimi drink e circolano bartender di tutto rispetto. Anche nel centro cittadino, tra via XX settembre e il Quadrilatero, l’offerta di qualità non manca. Ottimi cocktail vengono serviti poi tra Pegli, Sampierdarena, Nervi sino ad arrivare a Camogli e Portofino… Insomma, abbiamo un po’ di problemi, ma possiamo dire di poterci consolare con degli ottimi drink».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? (un luogo, un ristorante, un percorso)
    «Sicuramente verso sera in spianata Castelletto, perché Genova vista da lì è da brividi. Poi farei un giro in sopraelevata e in corso Italia in auto perché così si possono godere incredibili panorami. Poi andrei a Boccadasse dove vale la pena farsi un gelato o bere qualcosa seduti in riva al mare. Più tardi, porterei il mio ospite a mangiare e quindi a bere un rum in qualche fumoso locale della città vecchia, dove s’incontrano personaggi unici e la musica dal vivo non manca mai… Alla fine, una passeggiata nei vicoli silenziosi e deserti di Genova è un must che tutti dovrebbero vivere almeno una volta nella vita».


    Veronica Onofri