Tag: fotografia

  • Weekend a Genova con Beer Festival, Linux Day e Stefano Benni

    Weekend a Genova con Beer Festival, Linux Day e Stefano Benni

    Genova Beer FestivalAmanti della birra, quello alle porte è decisamente il vostro weekend: da venerdì 21 a domenica 23 ottobre, infatti, torna a Villa Bombrini il Genova Beer Festival. Un’edizione che quest’anno celebra i vent’anni della birra artigianale in Italia proponendo cento diverse spine, quindici tra i migliori birrifici, otto street food e cucine d’autore. Da non perdere nella giornata di sabato – rispettivamente alle 17 e alle 21 – le degustazioni guidate dagli esperti Simone Cantoni e Lorenzo “Kuaska” Dabove e la conferenza “Bevo quindi sono: l’alcol e i suoi effetti” a cura di Scientificast, sempre sabato alle 16. Domenica 23 tre nuovi birrifici liguri nati presenteranno i loro prodotti e alcuni ristoratori genovesi proporranno un piatto in abbinamento a una birra presente (ingresso a pagamento € 5, ore 17). Alle 19 chiusura d’antan con i racconti dei pub pionieri che hanno movimentato la scena genovese dagli anni ‘80 in poi.

    Per i più “nerd”, invece, l’appuntamento da segnare con un circoletto rosso è il Linux Day di sabato, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione. All’ombra della Lanterna l’iniziativa è organizzata dall’associazione Open Genova in collaborazione con Condiviso, network multidisciplinare con sede alla Darsena in Calata Andalò di Negro 16, dove dalle 10 alle 18 si susseguono sette relazioni con esperti, una tavola rotonda ed un corso di coding per bambini. Durante l’intera giornata ci sarà la possibilità di approfondimento e networking.

    A chi ha un debole per i vicoli consigliamo, invece, di fare un salto al N° 10 di piazza Lavagna, dove nella serata di venerdì inaugura la mostra fotografica di Diego Arbore, “L’uomo con la valigia”, che mette insieme un anno di scatti nei caruggi, ma anche a Righi, Foce e Nervi.

    stefano benniSabato sera, poi, Stefano Benni ci riprova: alle ore 21 al Teatro Modena di Sampierdarena va in scena “Ballate”, lo spettacolo rinviato la settimana scorsa a causa dell’allerta meteo, interamente intessuto sui testi dello scrittore bolognese. Siamo sempre nell’ambito delle celebrazioni per i trent’anni dell’Archivolto e a salire sul palco saranno gli ex Broncoviz Marcello Cesena, Mauro Pirovano, Carla Signoris; Angela Finocchiaro, Marina Massironi, Gabriella Picciau, Giorgio Scaramuzzino e, naturalmente, lo stesso Stefano Benni, accompagnto dalla giovane Dacia D’Acunto.

    Restando sul palcoscenico, proseguono fino a domenica al Teatro della Tosse le repliche di “Tropicana” e, fino al 9 novembre, de “La cucina” al Teatro della Corte e de “Il borghese gentiluomo” al Duse. A proposito delle iniziative collaterali organizzate dallo Stabile, lunedì alle 18 il secondo appuntamento con il ciclo di letture “Le grandi parole”, dedicato a “Shakespeare e La tempesta” con Masolino d’Amico, Giuliana Manganelli. Letture di Franco Branciaroli.

    Infine, le mostre: dalle Collezioni Tessili del Settecento esposte a Palazzo Bianco agli scatti di Helmut Newton a Palazzo Ducale, dall’“Antologia della pittura giapponese” al Museo di Arte orientale di Villetta Di Negro alle “Polaroid ad arte” a Castello d’Albertis, per finire con
    gli “Eroi del Calcio” ai Magazzini del Cotone e  “Genova tesori d’archivio” al complesso monumentale di Sant’Ignazio.

    Marco Gaviglio

  • Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte, il “Che Guevara dei vicoli” che scrive per i comici

    Matteo Monforte
    © Veronica Onofri

    Matteo Monforte

    Nasce a Genova nel 1976. Nella vita scrive per la tv e per il teatro, oltre ad avere pubblicato tre romanzi. Collabora con Zelig dal 2009 e ha scritto testi per i maggiori comici del momento. Convive tutto sommato bene con il suo reflusso gastrico.

    [quote]Non potevo non ritrarre Matteo Monforte pensando ai personaggi più rappresentativi di Genova. La sua genovesità traspare chiaramente dalla sua cinica ironia e dal suo modo di essere: puoi vederlo vestito in giacca e cravatta con un sigaro in bocca a bere un bicchiere di vino nei peggiori bar del centro storico, o vestito da liceale rivoluzionario ad ascoltare musica dal vivo nei locali più chic della città.
    Fisicamente ricorda un giovane Che Guevara e così l’ho voluto immortalare.[/quote]

     

    Quando eri un bambino, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistato cammin facendo?
    «Considerando che avrei voluto fare il calciatore e faccio lo scrittore e l’autore tv, direi che qualcosa è andata storta…
    A parte gli scherzi, fin da piccolo sapevo che non avrei mai potuto fare un lavoro “ordinario”, certe attitudini uno le ha dentro dall’infanzia. Ma i sogni non si conquistano mai fino in fondo, sennò non sarebbero sogni».

    Tu nasci come comico, così come molti altri genovesi, alcuni diventati molto famosi, come Luca e Paolo e tutti i Cavalli marci. Che tipo di comicità è quella genovese/ligure?
    «È una comicità cinica, arguta, disincantata e schietta. Come i genovesi».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «La amo talmente tanto che la odio. In tutto».

    
Se non vivessi a Genova, dove saresti e a fare cosa?
    «A Londra a fare il bassista di una rock band».

    
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Sì, che non ci sia mai nulla da fare. Genova è vivissima, soprattutto di arte e spettacolo. C’è sempre qualcosa da fare. In realtà, sono i genovesi il problema: non escono e rompono le balle».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova, dove la porteresti? (Un luogo, un ristorante, un percorso…)
    «La porterei a Cuneo e le direi: “Vedi che fortuna che ho avuto? Avrei potuto nascere qui”».

    Veronica Onofri

     

  • Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    penso settimanaleGiunta al termine della seconda edizione, la Settimanale di Fotografia, di cui “Era Superba” è media partner, chiude col botto: ospite del quinto incontro, infatti, Alessandro Penso, fotogiornalista internazionale che da mesi sta documentando la tragedia di decine di migliaia di migranti che scappano da guerre e sfruttamenti, raggiungendo un’Europa che si è fatta trovare in qualche modo impreparata ad un evento di simile portata. “Era” aveva già incontrato Alessandro Penso, in occasione della presentazione della ricerca di Medici Senza Frontiere “Fuori Campo”, a cura di Giuseppe De Mola: un lavoro che ha documentato le decine di accampamenti informali, sparsi per la penisola, in cui i migranti si auto organizzano, in attesa di ricevere assistenza, documenti, o semplicemente per necessità di sopravvivenza.

    Durante l’incontro, che, come di consueto, si terrà nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, si parlerà del difficile ruolo del fotografo in contesti delicati e ai margini, dove la professione spesso diventa missione e la foto ritorna a essere strumento potente di informazione globale. L’appuntamento di mercoledì 25 febbraio anticipa il workshop che Penso terrà il 28 e 29 maggio, sempre nell’ambito della “Settimanale”: una due giorni per parlare di fotogiornalismo e della fotografia documentaristica, entrando nel dettaglio del lavoro, dalla progettazione allo scatto, dall’editing alla preparazione delle didascalie e successiva presentazione dell’elaborato.

    Alessandro, partiamo dalla tua formazione: dalla tua biografia scopriamo che hai studiato psicologia clinica prima di intraprendere la strada della fotografia. Questo ha in qualche modo avuto un peso nel tuo percorso?
    «Tutto il vissuto che si ha, entra nel proprio lavoro, vale per tutti. Non posso certo dire che il mio rapporto con la fotografia sia come il rapporto tra paziente e psicoterapeuta: in questo caso, infatti, è la persona che ti cerca per poter trovare e risolvere dei problemi. Nella fotografia è il contrario, sei tu, fotografo, che vai dalle persone, per raccontare e documentare. Sicuramente posso dire che il mio percorso accademico mi ha dato degli strumenti di riflessione e delle strategie di approccio, fornendomi una metodologia».

    Molti dei tuoi lavori sono scaturiti in ambito umanitario; nell’ultimo anno hai documentato diversi luoghi toccati dai flussi migratori provenienti da Medio Oriente e nord Africa. Da dove nasce questa tua spinto?
    «In Italia viviamo la situazione attuale in prima persona, da sempre, e non solo come fotografi e giornalisti. Ho impresse nella mia memoria le immagini della nave “Vlora”, che portava i migranti dall’Albania e i racconti di mio nonno sulla guerra e sulla migrazione. Hanno generato in me la curiosità di capire e raccontare. Un percorso personale che è diventato un’esigenza professionale. Credo che ci sia sempre bisogno di raccontare e documentare certi fatti».

    Che cosa vorresti che le tue foto riuscissero a suscitare in chi le guarda?
    «Provo a dare un volto alle persone che sono in mezzo ai grandi eventi, ma vorrei anche che i miei scatti aiutassero a ricordare alle persone che, quando parliamo di migranti, il contesto è l’Europa, casa nostra; e questo, dal mio punto di vista, forse è ancora più importante che l’oggetto della foto in sé: in Europa, infatti, succedono cose molto simili a ciò che accade in paesi noti per guerre e disastri: abusi, sfruttamenti, affari sulla pelle delle persone, violenze…»

    Fotografando persone in contesti così particolari e drammatici, hai mai avuto il dubbio sull’opportunità di fare una determinata foto? Ci sono stati dei momenti in cui hai preferito non scattare?
    «Questo succede tante volte. In certe situazioni le foto che ti ricordi sono quelle che non hai scattato. Non esiste una regola, ovviamente, dipende tutto dalla persona. Dal mio punto di vista esiste un senso civico: mi è capitato molte volte di mollare la macchina fotografica per aiutare, intervenire, prendere le difese, protestare; la cosa mi ha creato anche problemi e ripercussioni sul lavoro. Dall’altro lato, però, esistono momenti in cui bisogna assolutamente scattare, per raccontare una storia che altre persone non potrebbero altrimenti conoscere; in quel momento, il tuo massimo aiuto è proprio quello».

    Durante la “Settimanale” si è discusso molto sullo stato di salute del fotogiornalismo. Qual è la tua lettura di questa particolare congiuntura?
    «Il fotogiornalismo subisce il momento di transizione della stampa. I giornali stanno cercando di capire come gestire la questione “internet”: alcune testate stanno riuscendo a fare questo passaggio mantenendo e investendo le risorse necessarie per portare avanti il fotogiornalismo di qualità. In Italia siamo indietro, soprattutto per quanto riguarda la copertura delle notizie di “estera”; molti ottimi giornalisti italiani lavorano per testate straniere ma hanno difficoltà in Italia. Sicuramente il fotografo deve sapersi adeguare ai nuovi linguaggi. Oggi girano meno soldi, senza dubbio, ma è anche meno costoso fare questo lavoro».

    Un altro tema ricorrente nei dibattiti è il problema quantitativo: oggi come non mai abbiamo accesso a centinaia di foto e immagini ogni giorno…
    «Tantissime persone hanno capito che possono essere il medium di loro stessi e, quindi, esistono flussi incredibili di immagini. La “questione migranti”, con la crisi scoppiata nel 2015, è stata sicuramente una “Eldorado” per molti fotografi o aspiranti tali: eventi di portata mondiale, praticamente in casa, senza nessun tipo di restrizione, facilmente raggiungibili. È anche comprensibile che succeda questo, io lo capisco. Ma bisogna rendersi conto che possono esserci dei problemi: dalla foto “rubata” senza porsi nemmeno il problema dell’opinione di chi veniva ritratto, al nervosismo di massa che si è creato nelle zone interessate, letteralmente invase da orde di fotografi. Questo riguarda anche molti professionisti: questa parola non deve ingannare, la fotografia è un po’ un “far west”».

    Era Superba sta seguendo la “questione migranti” legata a Ventimiglia. In base alla tua esperienza sul campo, qual è la situazione italiana rispetto ad altri paesi e come si evolverà nei prossimi mesi?
    «L’Italia ha una struttura ricettiva importante, cosa che non c’è in altri paesi. Il problema è che spesso non funziona, mescolata ad affari e malaffari. Purtroppo, poi, i cittadini spesso non sono informati su quello che realmente succede, venendo manipolati per convenienza politica. Quindi, alla fine, ci ritroviamo con una criticità ancora più grande. Con la chiusura della rotta balcanica, potrebbero esserci dei seri problemi: il sistema italiano potrebbe non reggere un ulteriore incremento del flusso migratorio. Però, è nella natura umana: finché ci saranno guerre, le persone scapperanno; questo è il problema».

    Quali sono i momenti critici e quali quelli esaltanti del tuo lavoro?
    «A ottobre 2015 ho attraversato una crisi mentre lavoravo in Grecia: vedevo tutti ad affannarsi a fotografare, in una situazione che mi sembrava ridicola; mi dicevo, infatti, “se siamo tutti qua, e siamo così tanti, lasciamo perdere le foto e facciamo qualcosa”. Questo mi ha spinto a farmi molte domande sul cosa stavo facendo e perché lo stavo facendo. Da queste crisi, però, può rinascere lo spirito e la determinazione giusta per andare avanti, meglio di prima. Dall’altro lato, definire cosa siano i momenti esaltanti mi mette in difficoltà: sono contento nel momento in cui sono sul campo e so che sto facendo il mio lavoro».

    Che cosa porterai a Genova? Il 28 e 29 maggio, sempre per la “Settimanale di Fotografia” terrai anche un workshop dedicato alla fotografia documentaria; cosa verrà trattato?
    «All’incontro spiegherò quello è successo in Europa, per quanto riguarda la crisi umanitaria legata ai flussi di migranti, cercando ci capire quello che c’è dietro alle leggi, ai provvedimenti, e come questo si stia concretizzando sulla pelle delle persone. Durante il workshop cercherò di dare gli strumenti per potersi muovere nel sistema, in base a quello che si ha intenzione di fare e in base agli obiettivi che ognuno si pone».


    Nicola Giordanella

  • Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Milano, Triennale, Renata FerriNata a Roma, milanese d’adozione, Renata Ferri è cresciuta assieme al giornalismo e all’editoria. Un percorso che da subito
    è stato accompagnato dalla fotografia. Oggi è tra i più importanti e influenti photo editor del nostro paese: un ruolo spesso sconosciuto ai non addetti ai lavori ma che “decide” il linguaggio fotografico di ciò in cui siamo immersi quotidianamente. Il quarto appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”, quindi, sarà l’occasione per allargare il discorso a tutto ciò che viene prima e dopo lo scatto, alla fase di studio, di
    scelta, di valutazione estetica. Era Superba, media partner della rassegna, anticipa in esclusiva i temi dell’incontro di mercoledì 18 maggio, parlandone direttamente con la protagonista.

    La professione del photo editor, sebbene cruciale per i meccanismi dell’editoria e dell’informazione, è spesso poco conosciuta tra i non addetti ai lavori: come spiegherebbe questo ruolo e la sua importanza?
    «Nel nostro Paese è una professione relativamente giovane. Solo nell’ultimo decennio i periodici italiani si sono preoccupati di avere il photo editor mentre i nostri quotidiani nazionali ancora non ne sentono l’esigenza. Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi. Come giustamente afferma nella domanda, è un ruolo cruciale nella produzione dei giornali poiché dalle immagini passano oggi moltissimi contenuti che generano informazione. La capacità di produrre e selezionare storie o singole fotografie è frutto di studio ed esperienza e, oggi, di fronte al flusso continuo delle immagini che provengono dalla rete e dai social, ancora più necessario per evitare di cadere nelle trappole digitali e nella facile estetica».

    Partiamo dalle origini della sua carriera: quali sono stati i passaggi che l’hanno portata a intraprendere la strada del giornalismo e della fotografia?
    «Penso che il giornalismo sia nel mio dna. Conoscere il mondo, indagarlo, essere ovunque contemporaneamente e una passione politica, se mi consente l’utilizzo di un termine desueto o mal interpretato, hanno animato tutta la mia carriera. La fotografia è stata un incontro del tutto casuale, col tempo è sbocciata la passione e oggi posso tranquillamente dire che è una lunga e corrisposta storia d’amore».

    La fotografia è uno dei pochi “mestieri” che possono essere imparati e affinati fino a livelli altissimi anche totalmente da autodidatti: secondo lei esiste una relazione tra questo e l’evoluzione della “società dell’immagine” in cui siamo immersi?
    «Esiste poiché siamo “immersi” nelle informazioni visive, avvolti dalle immagini del mondo reale e di quello costruito. Possiamo essere autodidatti fenomenali. Senza dimenticare però che senza passione e senza studio non c’è mestiere che s’impari».

    Qualità e quantità: durante i precedenti incontri della “Settimanale di fotografia” si è molto dibattuto sulla necessità di una “educazione all’immagine”; il suo punto di vista è sicuramente privilegiato, che cosa pensa della questione, se esiste?
    «Non abbiamo una cultura d’immagine. Non si studia la storia dell’arte e tantomeno della fotografia. Pochissimi i corsi universitari peraltro nati solo recentemente. Abbiamo un gap di decenni. Non ci sono finanziamenti pubblici e non c’è la cultura delle donazioni per fotografia e conoscere attraverso essa. Il risultato è che chi lavora nell’ambito fotografico spesso s’improvvisa ma alle spalle non ha una preparazione solida. Sta cambiando ma dobbiamo iniziare a pensare ai bambini. Da lì si deve partire. Le immagini sono il loro patrimonio più importante e immediato. Devono conoscerle, utilizzarle per il loro sapere».

    Lavorando in riviste di settore, in cui il lato estetico è spesso collegabile ai trend e alla diffusione di brand, secondo lei esiste una soglia, una questione “etica” sulla progettazione, realizzazione e successiva post-produzione delle foto?
    «Penso che l’etica oggi riguardi più i fotografi che non le testate».

    Fotogiornalismo. In una recente intervista parlava di fine del “colonialismo fotografico”: da che cosa dipende? È solo una questione di diffusione di strumenti tecnologici o esiste un cambiamento più profondo?
    «Esiste una maggiore consapevolezza e una migliore istruzione per le persone che abitano il pianeta. Oggi sono in grado di guardarsi intorno e di raccontare le loro tragedie e le loro meraviglie».

    Torniamo alla quantità. Secondo la sua esperienza, esiste il problema dell’assuefazione a determinati contenuti fotografici che mettono a rischio la qualità e la preziosità dell’informazione che veicolano?
    «Se passo un’ora su Instagram o su Facebook o se cerco qualcosa in Google il rischio di assuefarmi e nausearmi è altissimo e dunque anche la voglia di uscirne».

    La sua esperienza è vastissima e spazia praticamente a 360°; esiste però un progetto particolare che non è ancora riuscita a realizzare e vorrebbe assolutamente farlo?
    «Penso di aver fatto pochissimo e francamente nulla di rilevante, se non grandi avventure umane. Oggi cerco di fare il più possibile perché temo di non avere abbastanza tempo per fare e vedere tutto ciò che vorrei. Le cose migliori però, sono certa, non le ho ancora fatte».

    Per chiudere, che cosa “porterà” a Genova per l’appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”? Di che cosa parleremo?
    «Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno detto che si sarebbe trattato di un’intervista e così mi sono immaginata quelle brutte cose “una contro tutti”. La notte ho faticato a prendere sonno. Porterò a Genova me stessa con le poche certezze e la voglia di condividere con il pubblico i dubbi e la confusione di questo nostro tempo e, nello scambio, magari impareremo tutti qualcosa».


    Nicola Giordanella

  • Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    di-prospero-settimanale-fotografiaCon un percorso partito dalla pittura, passato attraverso lo studio della architettura contemporanea e approdato all’arte performativa, Anna Di Prospero negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé e delle sue foto, esposte nelle principali città europee. Non poteva, quindi, mancare nel programma della “Settimanale di Fotografia”, edizione 2016, che mercoledì 11 maggio, per la terza volta riempirà la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale.
    Dopo i ritratti di Guido Harari e il fotogiornalismo di Giovanni Troilo, sbarca a Genova l’eleganza della ricerca auto-ritrattistica della fotografa di Latina, classe 1987: scatti sofisticati, ricercati, che hanno creato uno stile unico e già famoso a livello internazionale.

    Era Superba, media partner dell’evento, ha intervistato in anteprima l’ospite di questo terzo appuntamento della “Settimanale”, che si preannuncia da “tutto esaurito”, come i precedenti.

    Anna, quando la fotografia da passione è diventata professione?
    «Ho iniziato a considerare seriamente la fotografia a 20 anni, finito il liceo, quando, seppur iscritta all’università, passavo le mie giornate a fare foto, invece di andare a lezione. Poi ho scoperto i siti web di condivisione, come Flickr, e lì ho iniziato a postare i miei scatti. Da quel momento è stato un susseguirsi di eventi: un giornalista ha notato i miei lavori ed è uscito un articolo su Repubblica.it; in breve sono arrivata alla mia prima mostra personale a Roma e ho vinto una borsa di studio per l’Istituto Europeo di Design, e ho studiato e portato avanti il mio percorso. Tanti eventi, un po’ di fortuna: in precedenza avevo studiato pittura, ma quando ho capito che con le foto riuscivo a esprimere quello che con le parole non riuscivo a dire, ho capito che la fotografia era la mia strada».

    Vista la tua età e il tuo percorso, ci si aspetta molto da te. Senti questa pressione? Come ti ci misuri?
    «Non gli do molto peso perché oggi per dimostrare il valore che hai in quello che fai devi avere costanza, quindi è troppo presto. Tutti siamo in grado di realizzare belle fotografie ma la costanza, l’impegno e il riuscire a realizzare delle serie fotografiche coerenti sono elementi che formano un fotografo serio. Sono 10 anni che faccio fotografie; sono tanti anni ma sono anche pochi: ne riparleremo quando ne avrò cinquanta, forse».

    Quali sono gli stimoli e le suggestioni che portano avanti il tuo lavoro, il tuo percorso?
    «Ho suddiviso il mio lavoro in tre progetti principali: “I am here”, tutto dedicato al rapporto tra le persone e il luogo; “With you” focalizzato sul rapporto tra persona e persona, alle interazioni e i legami tra queste; “Beyond the visible”, il più recente, dove porto avanti un discorso più intimo. Sono molto cosciente a livello fotografico di quello che c’è stato nel passato e di quello che c’è ora, sto attenta a quello che succede, a dove sta andando contemporaneo, cercando di non lasciarmi influenzare. Le mie più grandi ispirazioni arrivano dal cinema e dalle arti performative».

    Prendiamo un tuo lavoro: recentemente “Urban self portrait” è stato esposto a Parigi; come sei arrivata a questi “scatti”?
    «L’idea è nata nel 2009, quando, dopo tre anni che ero in casa a fotografare, mi sono decisa a volere crescere come fotografa. Per cui sono uscita e ho realizzato una prima mini serie nella mia città, Latina; ho poi progettato di fare la stessa cosa in città a me sconosciute, proseguendo in qualche modo il discorso iniziato a casa, relazionandomi con le architetture a me contemporanee. Ho cercato e studiato le foto dei luoghi, soprattutto quelle dei turisti o amatori, per capire quello che c’era attorno, e per provare le posizioni. Dopo questa fase sono andata a fotografare, adattando il loco il mio progetto. È un lavoro che sto continuando a portare avanti».

    Parliamo della “persona” ritratta: come nasce la composizione della foto?
    «Non sto fotografando me stessa, ma una figura femminile; l’autoritratto è più un approccio performativo, e lo stare davanti alla macchina fa parte del procedimento artistico. È iniziato come un gioco, ma poi ho capito che solo io potevo realizzare quello che avevo in mente: ho provato anche con delle modelle, ma non sono mai riuscita a far passare quello che volevo».

    Dove sta andando il mondo dell’immagine in cui siamo immersi, a fronte dell’evoluzione e diffusione tecnica, e tecnologica, in atto?
    «Secondo me ci sono dei settori che sentono maggiormente questo passaggio, come il reportage: quello che vediamo sui media o nei concorsi sta mettendo in crisi le “regole” classiche di questo specifico ambito fotografico. Poi sicuramente c’è un problema di educazione all’immagine, cosa che non va di pari passo al “bombardamento” visivo che si è sviluppato negli ultimi anni. Ognuno di noi è abituato a “scrollare” centinaia di immagini al giorno, delle quali poi ci dimentichiamo; tutte immagini destinate a scomparire. Se ci pensi, noi siamo cresciuti guardando le foto stampate dei nostri nonni e dei nostri genitori ma i nostri figli probabilmente non vivranno la stessa situazione, essendo il digitale volatile, immateriale».

    Quali saranno tuoi prossimi lavori?
    «Nel 2014 sono stata in Cina, ma in quel momento non mi stavo dedicando al progetto, e quindi devo recuperare. Ho sempre lavorato in città europee e americane, ma vorrei andare ad oriente, dove ci sono architetture straordinarie».

    Che cosa porterai a Genova?
    «Porterò tutte le mie serie fotografiche realizzate fino ad oggi, cercando di illustrare in maniera approfondita cosa c’è dietro ai miei lavori fotografici, cercando di spiegare alcuni particolari che spesso non sono così immediati. Poi vorrei allargare il discorso alla ricerca artistica fotografica in Italia, che rispetto ad altri paesi, soprattutto Stati Uniti, è ancora un settore molto emergente. Spero di poterne parlare con tutti i presenti».


    Nicola Giordanella

  • Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    troilo-settimanaleMercoledì scorso, il primo appuntamento della “Settimanale di Fotografia” ha fatto registrare un’ottima affluenza di pubblico, giunto numeroso presso la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale. Dopo Guido Harari, che ha intrattenuto i presenti con le sue foto e i suoi approfondimenti ben oltre le due ore programmate, sbarca a Genova Giovanni Troilo, fotografo e regista, pubblicato su moltissime testate e riviste internazionali, come Der Spiegel, CNN, Wired oltre che collaborare con Rai, History Channel, Sky Arte e La7. Classe 1977, nato a Putignano in provincia di Bari, Giovanni Troilo fin da giovanissimo frequenta il mondo delle immagini, unendo la passione per la fotografia a quella per i video, due realtà per loro natura interconnesse. Questo mercoledì, dunque, si parlerà di foto e video giornalismo ed Era Superba, media partner della rassegna, anticipa i temi dell’incontro con il diretto interessato.

    Nei suoi anni di esperienza sul campo, come è cambiato il lavoro, relativamente all’avanzamento tecnologico degli strumenti per catturare immagini?
    «È cambiato fino ad un certo punto: nella prima fase registravo piccoli video con la mia macchina fotografica come per prendere appunti. Oggi, faccio lo stesso, ma nella fase esecutiva del lavoro, dopo la fase di studio, utilizzo lo strumento che meglio possa rendere l’idea che mi sono fatto: cinepresa, fotocamera analogica o digitale, a seconda del soggetto».

    Ma nei suoi lavori, che spaziano a 360 gradi sia per quanto riguarda il prodotto finito sia per quanto riguarda il soggetto, quale può essere il filo conduttore, la cifra stilistica?
    «Non posso parlare della mia cifra stilistica, sarebbe pretenzioso; spero che nei miei lavori sia riconoscibile uno sguardo, il mio approccio alle cose. In questo senso mi considero un outsider del fotogiornalismo perché stando all’approccio più ortodosso, oldschool, che vuole soggettivizzare lo spettatore, io invece cerco di far sì che chi guarda abbia un punto di vista preciso. Offrire un punto di vista sì parziale, ma quanto è parziale il soggetto. Mi sembra anche più onesto rispetto a chi cerca di restituire una verità oggettiva, cosa impossibile per un fotografo, che scegliendo cosa fotografare, compie già una selezione, avendo escluso tutto il resto».

    Ma allora è il contesto dove vengono pubblicate le foto, o i video, che fa la differenza?
    «Dobbiamo partire da un presupposto: ogni immagine è di per sé ambigua. Un’immagine non è la verità. A me piace lavorare su questa ambiguità perché chi guarda deve poterci vedere quello che sente in quel momento e deve poter riflettere perché una volta che dai un’immagine che si risolve da sé, di fatto non lasci spazio a nient’altro. Diventa quasi noioso. Il contesto può certo anche dare un ulteriore senso al lavoro ma non sempre è necessario per arrivare al dunque».

    Parliamo di uno dei suoi lavori più recenti e in qualche modo più noti: La Ville Noir, il reportage fotografico sulla cittadina belga di Charleroi.
    «Per me è stato ed è un treno straordinario, un mix di stratificazioni di storie: dalla famosa strage di Marcinelle al presente post industriale, ieri città di immigrati, oggi di disoccupati. Poi c’è una componente personale, visto che lì vive parte della mia famiglia: una realtà che quindi conosco benissimo, per cui mi sono sentito legittimato a dare il mio punto di vista. Un approccio che è il contrario di quel fotogiornalismo classico che pretende di raccontare un posto, una realtà, senza prima conoscerla, quasi che si trattasse di turismo dell’immagine».

    … e poi è al centro dell’Europa.
    «È un luogo simbolo di un’Europa a brandelli. Un cuore, malato: lo “scandalo” legato alle mie foto e al World Press Photo Contest è nato dalla lettera del sindaco di Charleroi, che diceva che gli scatti non davano la vera immagine della città e del Belgio intero. Oggi, con i fatti di questi mesi, nessuno sa veramente cosa sia questo Belgio. Credo, quindi, di aver violato una sorta di patto di non “raccontabilità” di questo posto».

    Quali sono le difficoltà del suo lavoro?
    «Parliamoci chiaro: spesso la polemica è su che cosa è e cosa non è fotogiornalismo. Ma se andiamo a vedere come viene sostenuto chi va a fare certi lavori, ci rendiamo conto che tutto questo si poggia sulle spalle volenterose dei fotografi. Come si fa a conoscere un luogo, una realtà, senza supporto? Spesso approfitto di lavori su commissione per portare avanti i miei progetti personali. “Ville Noire” è un lavoro su cui ho speso operativamente quasi un anno, recandomi sul posto molte volte: costi che nessun giornale potrebbe sostenere. Non è possibile che tutto debba essere a carico dei freelance».

    Si parla spesso di sovraproduzione di immagini: tanta quantità a fronte di una scarsa cultura ed educazione all’immagine. Secondo lei è così?
    «Secondo me è un falso problema. Un problema che riguarda i nostalgici che fanno fatica ad accettare i cambiamenti. Sono anni che invece noto un miglioramento del pubblico: siamo un po’ tutti fotografi e quindi siamo più attenti a come viene composta l’immagine e a quello che c’è dietro. È un fatto che ci siano anche molti più eventi, mostre, dibattiti sulla fotografia. Certo, mantenere il livello alto non è scontato ma credo che, tuttavia, il mondo dell’immagine sia solo che migliorato in questi anni: è un periodo straordinario per l’immagine. La corsa all’immagine eclatante può tagliar fuori tutto il discorso legato a tutto il corpo del lavoro che c’è dietro ma credo che sia solamente una fase».

    Di cosa ci parlerà alla “Settimanale”?
    «Guarderemo insieme le foto di “Ville Noir” e vorrei sviluppare il concetto per cui il lavoro fotografico può essere la fase di un progetto più ampio. Vi porterò un breve video, realizzato con gli altri scatti non pubblicati, da cui è nata l’idea di un documentario che andrò a realizzare nei prossimi mesi sempre a Charleroi. E poi vedremo altre foto e altri video, per parlare della commistione dei linguaggi della fotografia e dei video».

    L’appuntamento con Giovanni Troilo è, ancora una volta, da non perdere, per gli “addetti ai lavori”, ma non solo: un’occasione per discutere con un esperto su cosa sta dietro ad uno scatto o ad una sequenza e il messaggio che ne viene veicolato.


    Nicola Giordanella

  • La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    settimio-benedusiI grandi nomi del mondo della fotografia contemporanea arrivano a Genova nel mese di maggio grazie all’evento La Settimanale di fotografia: quattro incontri dedicati al fotogiornalismo, alla fotografia di moda, all’editing e ritratto, per capire cosa significa essere un fotografo al giorno d’oggi e che cosa è cambiato nel mondo della fotografia.

    Ospiti della rassegna, il fotografo di moda Settimio Benedusi, il fotogiornalista di National Geographic Alessandro Gandolfi, il photoeditor di D di Repubblica Manila Camarini e il ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP Stefano Guindani.

    L’evento è organizzato dall’associazione fotografica Sacs, attiva dal 2013 sul territorio genovese. «Siamo un’associazione giovane senza fini di lucro molto attiva ed inserita nel panorama culturale della nostra città – ci racconta una delle socie Veronica Onofri – Il nostro scopo è quello di creare interesse per la fotografia e offrire l’occasione agli appassionati di fotografia come noi di approfondire la propria cultura fotografica attraverso incontri gratuiti con ospiti, genovesi e non, che raccontino le loro esperienze in campo fotografico e possano dare consigli utili a chi vuole fare fotografia. Sacs inoltre organizza corsi, trasferte legate alla fotografia, workshop con fotografi e photoeditor di alto livello. Chiunque voglia saperne di più e voglia partecipare può seguire la nostra pagina Facebook Sacs fotografia».

    L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio, che ambisce a creare a Genova un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. Uno dei principali obiettivi è infatti offrire un’occasione di incontro per tutte le realtà cittadine attive nel campo fotografico, creando una rete per mettere a fattor comune le forze. «Genova è un terreno fertile per tantissime cose, anche per la fotografia, addirittura potrebbe definirsi un terreno vergine, perché finora è rimasto impermeabile ad eventi che non riguardino direttamente la città, mentre crediamo sia fondamentale che Genova impari a guardare fuori dai propri confini – continua Veronica -. La nostra città è ricca di cultura e di bellezza, dobbiamo solo avere la voglia e la capacità di sfruttare queste qualità, e per farlo è necessario comunicarlo, all’Italia e al mondo. Il nostro sogno sarebbe quello di realizzare un Festival di fotografia nazionale o internazionale proprio qui, a Genova».

    L’evento cercherà di fare luce anche sullo stato attuale del mercato del lavoro nel campo fotografico. «Tra i nostri membri e collaboratori ci sono molti professionisti che lavorano nel mondo della fotografia e riportano spesso le loro difficoltàci racconta Veronica –. Durante gli appuntamenti a Palazzo Ducale analizzeremo anche questo tema: cosa significa essere un fotografo nell’era del digitale? La concorrenza è alta e la qualità si è abbassata notevolmente, sicuramente chi fa il fotografo oggi deve avere una grande passione, perché i compensi sono notevolemente diminuiti. Per quanto riguarda l’editoria è un mercato in forte cambiamento e in calo di vendite. I prezzi pagati dieci anni fa per un qualsiasi lavoro editoriale sono molto cambiati in tutto il mondo quindi se si vuole intraprendere questo tipo di percorso lavorativo le agenzie stampa possono essere un buon inizio e un’ottima gavetta, per quanto riguarda altre tipologie di editoria è più complesso ma il consiglio è sempre quello di dare giusto valore al proprio lavoro».

    Settimanale di fotografia a Genova, il programma

    Gli incontri si tengono tutti i mercoledì dal 6 al 27 maggio, dalle ore 19 alle ore 21 nella Sala Munizioniere di Palazzo Ducale di Genova, che ha sostenuto il progetto e messo a disposizione la Sala Munizioniere.

    Interlocutori, Maurizio Garofalo e Simone Lezzi.

    Ingresso libero fino ad esaurimento posti

    Mercoledì 6 maggio

    Settimio Benedusi, fotografo di moda – La fotografia è facile per tutti eccetto che per i fotografi

    Settimio Benedusi fa il fotografo professionista a Milano. Ha lavorato, unico italiano, per sette anni per l’edizione internazionale di Sports Illustrated, fotografando nelle più belle spiagge del mondo: dopo questa esperienza ha importato la formula in Italia, contribuendo all’apertura di Sportweek Dreams, che realizza in esclusiva negli ultimi quattro anni, fotografando così in spiagge ancora più belle e ancora più esotiche. Usa la sua macchina fotografica, che a volte può anche essere un semplice iPhone, per raccontare storie: è particolarmente orgoglioso di quelle che racconta per il Corriere della Sera, che due volte all’anno, a Natale e a Ferragosto, gli lascia libertà in un’intera pagina dedicata al racconto fotografico. D’altronde è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2000. Si diverte ad insegnare, l’ha fatto in innumerevoli workshop e allo IED di Milano. Ha tenuto, per l’AFIP, una Lectio Magistralis alla Triennale di Milano, grazie all’infinita generosità di Giovanni Gastel, di cui si sente orgogliosamente Amico. E’ anche orgogliosamente Amico di Toni Thorimbert. La Lectio Magistralis l’ha tenuta vestito da Pinocchio, insieme al suo Amico Fabio vestito da Lucignolo. Ha un blog costantemente aggiornato dal 2003. Gli piace definirsi “collaudatore di attimi”.

    Mercoledì 13 maggio

    Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic – La figura del fotogiornalista oggi

    Nasce come giornalista di Repubblica, ma passa presto dal raccontare storie con la penna a raccontarle con la macchina fotografica. Autodidatta, si forma come fotoreporter quando, da giornalista, si trova a lavorare insieme ai photoeditor di grandi testate per scegliere le foto che supporteranno i suoi articoli. Inizia, così, a collaborare per le più importanti testate nazionali ed internazionali tra cui il National Geographic. Insieme ad alcuni colleghi fonda, nel 2007, l’Agenzia fotografica Parallelozero, con l’intento di condividere e far conoscere attraverso la fotografia storie da tutto il mondo, convinto che solo così si possano smantellare gli stereotipi e dare a tutti la possibilità di cambiare la loro prospettiva sulle cose.

    Mercoledì 20 maggio

    Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica – La fotografia, una questione di scelta

    Una delle più importanti photoeditor italiane, inizia a lavorare collaborando con alcuni tra i maggiori quotidiani italiani tra cui Panorama, Travel Mondadori, Traveller Condè Nast. Dal 2003 lavora come photoeditor per il settimanale femminile D di Repubblica occupandosi principalmente di fotogiornalismo. La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto ed un giornalista che non scrive”.

    Mercoledì 27 maggio

    Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP – Il ritratto in fotografia

    Stefano Guindani fotografo di celebrities e moda internazionale, nutre una forte passione per i reportage urbani e sociali. Giovanissimo muove i primi passi nel mondo della fotografia scattando foto di danza e foto di scena in teatro. Nel 1998 fonda la sua agenzia, SGP Stefano Guindani Photo, una realtà giovane, un team di trenta persone che unisce alla produzione editoriale servizi per le aziende operanti nel settore moda e lusso. Affermatosi come fotografo di moda, backstage e celebrities, fotografo ufficiale dei principali stilisti italiani, negli ultimi anni ha approfondito il suo interesse per il reportage, prima in Cina, con DonatellaVersace, poi, ancor prima del tragico terremoto, ad Haiti. Quest’ultima esperienza ha lasciato un segno così profondo da spingerlo a tornare sull’isola più volte per documentare le condizioni di vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza. Recentemente è stato coach e giudice di Scattastorie NX Generation, il primo talent televisivo dedicato al mondo della fotografia.

    Manuela Stella

  • “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    “L’Oro Blu. Progetto H2CO3”, mostra itinerante: quando la fotografia diventa solidarietà

    oro-blu-india-orfanotorofioUna storia che inizia con un hobby che evolve in passione e successivamente in studio e in lavoro, per arrivare alla sua migliore espressione attraverso un gesto di umana solidarietà.
    Così può essere sintetizzata l’esperienza di Martina Lazzaretti, le cui fotografie in queste settimane e in quelle a venire saranno in giro per sedi varie a Genova e zone limitrofe con una mostra il cui ricavato è destinato interamente a un progetto di beneficenza. Insieme alle foto di Martina sono esposti gli scatti di Giuseppe Grillone, suo compagno in questa lodevole avventura.

    Tutto comincia per Martina nel 2007 quando inizia a frequentare i corsi di fotografia di Federica De Angeli e Sandro Ariu, mettendosi alla prova con una prima mostra realizzata col gruppo di lavoro e avendo l’opportunità di conoscere il fotografo di reportage Ivo Saglietti e di partecipare ad alcuni suoi workshop. Tra il 2010 e il 2012, sotto consiglio dello stesso Saglietti, Martina si specializza in fotografia e fotogiornalismo, prima a Madrid e poi in Danimarca.
    Per la sua tesi di laurea sceglie di documentare la storia di sua zia Graziella Trovato, intorno alla quale ruotano tre tematiche inscindibilmente legate tra loro (tra cui quella che ha portato alla realizzazione della mostra attualmente in allestimento): un cancro al seno, una distrofia alla retina e un’adozione a distanza.

    Racconta Martina: «La distrofia alla retina è una malattia ereditaria che porta alla perdita della vista, per questo motivo abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio: per dare l’opportunità a mia zia di conoscere Megha (la bambina che ha adottato, ndr), e per completare la mia tesi». La meta della spedizione è stato dunque l’Orfanotrofio delle Suore della Divina Provvidenza nella regione di Palakkad in India. La Casa Madre dell’ordine, che si trova a Genova Sampierdarena, è quella cui Graziella si è appoggiata per l’adozione. Un’altra sede si trova a Bogliasco.
    Al viaggio hanno partecipato anche «Sandro, il mio ragazzo, che mi accompagna nelle mie avventure, mia madre Paola – che scettica sul tema adozioni si è dovuta ricredere – e il suo compagno Giuseppe, all’inizio della sua esperienza fotografica (anche lui allievo dei corsi di De Angeli e Ariu, ndr)».

    oro-blu-india-orfanotorofio-2Aggiunge Giuseppe: «Per me il viaggio in India è avvenuto quasi per caso, mi piace viaggiare e mi sono aggregato, era un’occasione in più per allenare l’occhio e avere sotto mano colori e situazioni diversi dal solito. Non avevo obiettivi specifici ma mi ero organizzato per fare foto di ogni genere seppure con un filo logico prestabilito: quando siamo arrivati lì però tutta l’organizzazione mentale è saltata, stravolta dal contatto con la realtà del luogo, dell’ambiente e delle persone che ci siamo trovati davanti. Condizioni di vita totalmente diverse da ciò a cui siamo abituati».

    Già all’arrivo in aeroporto tutto questo si è palesato con netta evidenza e, ancora prima che decidessero coscientemente di seguire un filone narrativo preciso,  la realtà stessa è entrata nei loro scatti: «Per quanto mi riguarda mi piace dire – racconta Giuseppe – che quello che abbiamo fotografato si è presentato ai nostri occhi semplicemente senza che noi lo avessimo cercato. C’era talmente tanto che ci sarebbe da fare una mostra per ogni tematica, dalla risaia dove abbiamo trovato una realtà che nella nostra società non esiste più, alla religione indù che detta ancora i tempi della vita delle persone, dal lavoro artigianale, manuale e arcaico, allo sfruttamento della donna, dalle tradizioni legate a una forte superstizione alla concomitante presenza delle tecnologie moderne come internet. Nello specifico il tema dell’orfanotrofio porta alla luce tematiche come la prostituzione minorile e il traffico dei corpi da cui le bambine ospitate dalle suore vengono salvate».

    Lo scopo della mostra, dal titolo L’ Oro Blu. Progetto H2CO3” (la formula chimica dell’acqua piovana) è raccogliere i fondi per installare un serbatoio di raccolta d’acqua piovana presso l’orfanotrofio in questione, che si trova in una condizione – come succede d’altronde in tutta l’India – di carenza d’acqua potabile e di problemi d’apporto di acqua, dal momento che è fornito di un solo raccoglitore del tutto insufficiente durante il periodo estivo (si raggiungono punte di 49 gradi all’ombra), soprattutto ultimamente con l’aumento del numero di bambine ospitate.

    L’idea di dare il via a questa raccolta fondi e di farlo attraverso le fotografie scattate durante il viaggio è venuta a Martina e Giuseppe alla fine della loro permanenza presso l’orfanotrofio: «Era l’ultimo giorno del nostro soggiorno in India – dice Martina – e le suore ci hanno invitato a passare con loro la giornata all’orfanotrofio visitandolo in tutti i suoi spazi. Così abbiamo scoperto che il solo serbatoio presente è da 12.000 litri e non riesce affatto a sopperire al fabbisogno».

    Aggiunge Giuseppe: «Noi abbiamo cercato di portare un sorriso a queste bambine, ma abbiamo in realtà ricevuto da loro molto più di quello che abbiamo dato, e durante le nostre visite si sono sviluppate emozioni che non ci aspettavamo. Non potevamo non cercare di aiutarle in qualsiasi maniera fosse per noi possibile, e ragionando con Martina e gli altri la mostra fotografica ci è sembrata la via più percorribile. Abbiamo scattato in bianco e nero a rullino con macchine analogiche: quando abbiamo sviluppato i negativi e ci siamo confrontati sulle immagini risultanti abbiamo notato che gli scatti avevano preso da sé un certo indirizzo, così abbiamo infine preso la decisione».

    Ancora Martina: «La cosa che più mi è rimasta impressa di questa esperienza è stata l’accoglienza che abbiamo ricevuto dalle bambine e l’affetto che ci hanno trasmesso. Nonostante la loro povertà hanno una ricchezza dentro che riesce a regalarti molto più di un semplice dono materiale, come quelli che abbiamo portato noi a loro. Spero che le nostre immagini possano riuscire a rendere le emozioni che loro ci hanno fatto provare. Abbiamo scelto l’orfanotrofio come punto chiave della mostra, circondato dai vasti paesaggi e dal tema del duro lavoro per sensibilizzare le persone. Volevamo far percepire la diversità dei due mondi, l’orfanotrofio cattolico, dove le bambine crescono al meglio, contrapposto alla vita quotidiana che si vive a Palakkad».

    Per la scelta delle foto da esporre Martina e Giuseppe si sono avvalsi del prezioso contributo di Federica De Angeli in veste di photo editor, che li ha aiutati selezionando gli scatti migliori.
    La mostra, già ospitata a Bogliasco e presso Arte in Campo a Genova, prosegue il suo itinerario attraverso aperitivi di beneficenza e allestimenti presso associazioni coinvolte e a breve sarà ospitata proprio dalle Sorelle della Divina Provvidenza a Sampierdarena. Tutti gli aggiornamenti si trovano sul sito del progetto per il serbatoio, projectbluegold.jimdo.com, dove tra l’altro chi volesse contribuire con una donazione può farlo seguendo le istruzioni per il versamento. Quando la cifra sufficiente sarà raggiunta il gruppo si recherà nuovamente in India per seguire la costruzione del serbatoio e i due fotografi documenteranno la nuova tappa di questa avventura.

     

    Claudia Baghino

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    Caserma Gavoglio, le immagini in mostra al Ducale. Il gigante del Lagaccio si apre alla città

    gavoglio de angeli-36Fino al 4 aprile è possibile visitare, presso lo Spazio 46 Rosso di Palazzo Ducale, la mostra fotografica di Federica De Angeli sulla caserma Gavoglio al Lagaccio. L’esposizione fornisce un’eccellente panoramica su quest’enorme area urbana le cui sorti hanno sempre suscitato particolare interesse e preoccupazione nei residenti (qui l’ approfondimento di Era Superba).

    Le associazioni di quartiere, che si sono prestate attivamente alla creazione del comitato “Voglio la Gavoglio” per il recupero della zona e per la sua restituzione alla collettività, hanno finalmente visto un punto di svolta il 20 marzo con la cessione a titolo gratuito, da parte del Demanio al Comune, di un primo lotto degli oltre 60.000 metri quadrati dell’area (qui maggiori informazioni), precisamente della parte più antica, tra l’altro sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza in quanto bene culturale.
    A latere si è tenuta, sempre a Palazzo Ducale, una conferenza sul tema, dal momento che l’area – se riconvertita e recuperata – potrebbe essere la chiave di volta per la riqualificazione di un quartiere penalizzato da decenni di edilizia selvaggia, da una viabilità pessima e dalla mancanza di servizi essenziali.

    La Gavoglio è solo un tassello del grande mosaico genovese di luoghi abbandonati da restituire alla comunità: il lavoro fotografico documentario di Federica De Angeli sta progressivamente mettendo insieme le numerose tessere di questo mosaico (la scorsa tappa è stata la mostra fotografica su Valletta Carbonara presso l’Albergo dei Poveri, ndr). Le tappe «sono state tante in questi anni: il mercato di Corso Sardegna, il Parco dell’Acquasola, Ponte Parodi, Calata Gadda, gli Erzelli, ma uno dei più importanti è il progetto che si è concluso dopo tre anni di lavoro sulla bonifica dell’area di Cornigliano dal titolo Ilva Cornigliano 2006-2008 con una mostra a Palazzo Rosso nel marzo 2012 e un catalogo a testimonianza. Il lavoro l’ho condiviso con Ivo Saglietti, grande maestro dell’immagine» racconta Federica.

    A volte il lavoro viene portato avanti a quattro mani dunque, altre volte sono stati messi insieme gruppi di lavoro più numerosi che hanno fornito diversi punti di vista, questa volta invece la fotografa ha lavorato da sola: una macchina fotografica e 60.000 metri quadri da percorrere in lungo e in largo alla ricerca dell’inquadratura giusta. «Sono curiosa, da tanto tempo pensavo a quell’area semiabbandonata, inaccessibile e proibita alla gran parte della popolazione. Per anni ho cercato di avere i permessi per fotografare, finalmente l’anno scorso qualcosa si è mosso e ho ottenuto l’autorizzazione. La motivazione è sempre quella di lasciare traccia documentale di un luogo che non sarà mai più».

    gavoglio de angeli-32Per questo tipo di lavori la fotografa parte sempre «da un progetto personale, dall’individuazione di aree che possano essere di interesse pubblico e faccio una ricerca. Nessuna commissione da parte di enti, di associazioni e comitati. Devo essere libera di testimoniare con il mio punto di vista. Il taglio è rigoroso, lavoro con il cavalletto, in pellicola BN proprio per evidenziare il lavoro documentaristico. Chiaro che racconto come vedo, non faccio cronaca ma racconto attraverso il mio punto di vista».

    L’intenzione di dare un taglio prettamente documentaristico non impedisce comunque a molte di queste immagini di essere anche evocative e poetiche, come per esempio l’istantanea di una stanza abbandonata con tanto di scrivania vuota, telefono impolverato e sedia. A tal proposito impressiona particolarmente l’aspetto di “interruzione” che emerge da questi luoghi abbandonati: nonostante i locali siano per lo più vuoti, alcune stanze è come se fossero state lasciate all’improvviso – invece che per un processo di dismissione – e le loro soglie mai più varcate: «Sì, è vero, ho avuto la sensazione di una fuga più che un abbandono. Infatti speravo ingenuamente di trovare all’interno della caserma tracce “militari”, invece non ho trovato nulla che mi riportasse alla vita di caserma, di officina militare. Tutto ripulito meticolosamente, tranne qualche rara traccia negli alloggi degli ufficiali o come lo chiamo io: “il monumento al proiettile” che spicca appena varcato il primo cancello, a memoria, a perenne ricordo».

    Per eseguire il lavoro Federica ha percorso meticolosamente corpi di fabbrica, cortili, giardini e viali: «Nelle immagini della mostra sono ripresi tutti i luoghi “fotografabili”, ho dovuto lasciare fuori gli edifici dove ancora risiedono la Marina Militare e il deposito della Guardia di Finanza, inaccessibili per divieto militare e un deposito della Croce Rossa Italiana. Alcuni di questi edifici sono ristrutturati (quelli occupati), altri in stato di abbandono e degrado».

    Formato 6×6 e bianco e nero conferiscono all’insieme omogeneità e rigore, a tutto vantaggio della funzione documentale. La fotografa ci spiega il suo modus operandi: «Lavoro anche in digitale ma prediligo la pellicola soprattutto per i lavori di documentazione, è una sorta di valenza in più. Lavoro con l’Hasselblad e il banco ottico (in questo caso con Hasselblad), mi “gusto” l’inquadratura con molta cura, la foto che viene stampata la ri-conosco da subito. In pratica la scelta delle immagini è a monte, in fase di ripresa e non in fase di stampa o di lettura del provino. Le fotografie di questa mostra sono stampate a mano ai sali d’argento su carta baritata, mi sono avvalsa della preziosa professionalità del laboratorio De Stefanis di Milano».

    La mostra permette a tutti perciò di conoscere per immagini una realtà cittadina preziosa e ricca di possibilità per la comunità. Finanziata dall’Ordine degli Architetti di Genova, rimarrà presso la loro sede una volta terminato l’allestimento a Palazzo Ducale ma – aggiunge Federica – potrebbe essere esposta in occasione di altri eventi.

     

    Claudia Baghino

  • Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Genova città di mercanti, Genova città di marinai. Ma i genovesi davvero conoscono il mare, il porto, i mestieri ad esso legati e la realtà che vi gravita attorno? Probabilmente no. Attualmente quale genovese, ad esclusione degli addetti ai lavori, saprebbe davvero descrivere cosa succede in una giornata di lavoro in porto o su una nave? Il rapporto tra la città e il mare, anticamente così naturale, è stato interrotto dalle trasformazioni del progresso, e la maggior parte di noi verosimilmente non sa proprio nulla della vita di un marinaio dei nostri giorni.

    Ecco un’occasione per conoscerne e capirne qualcosa di più: il Mu.Ma Galata Museo del Mare ospita fino al 9 marzo la mostra fotografica “Animanauta”, una collezione di immagini scattate da Fabio Parisi, ufficiale di coperta della Marina Mercantile e fotografo. Il mare, insomma, visto attraverso gli occhi di chi quella realtà la conosce, la vive, la respira tutti i giorni e, trovandosi ad avere una propensione innata per l’espressione artistica, cerca di rendere le tante sfaccettature di quella realtà con una macchina fotografica in mano, nonostante «sia molto difficile descrivere e sintetizzare un mondo così complesso e articolato che oltretutto è distantissimo, sia in senso fisico che figurato, dalla vita di terra, e per quanto da anni ci si arrovelli nel cercare una riposta esaustiva, questa non si è ancora trovata».

    Dedicatosi per diverso tempo interamente alla musica, Fabio, classe ’79, ha iniziato ad avvicinarsi alla fotografia nel 2004: «nello scatto vedevo la possibilità di ampliare la mia espressività. Le navi sono arrivate qualche anno dopo. Il concept Animanauta ha iniziato a prendere forma nel 2011».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Le foto, scattate per lo più in navigazione tra Oceano Indiano, Mediterraneo, Atlantico e Caraibi, presentano un comune denominatore che conduce il visitatore attraverso l’esposizione: una dominante rossa molto accesa (tramonti, fianchi delle navi…) che si contrappone a fondi plumbei, metallici, con un effetto meravigliosamente stridente.
    «Come in un concept album (vedi The Wall dei Pink Floyd tanto per citarne uno a caso) c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le canzoni, per Animanauta ho seguito la stessa logica: volevo che ci fosse un filo conduttore che legasse le foto tra di loro. Quando scatto non parto con un’idea precisa, ho un approccio assolutamente istintivo e non credo che potrebbe essere altrimenti. Nella postproduzione invece vengono fuori tutte quelle azioni necessarie ad esaltare le emozioni catturate negli scatti e quello è sicuramente un lavoro più razionale e tecnico».

    L’essenza del lavoro della Marina Mercantile è «il trasporto di merci e persone da un punto all’altro del globo. Questo trasporto avviene per mezzo di giganteschi vettori: le navi». Il ruolo che Fabio ricopre è carico di responsabilità tavolta, come ammette lui stesso, pesanti e scomode: «L’ufficiale è il responsabile della vita dei membri dell’equipaggio, della nave e del suo carico nonché dell’ecosistema marino. Nello specifico delle mie competenze, ad oggi sono stato delegato alle pianificazioni dei viaggi in tutti i suoi aspetti, quindi tracciare e calcolare le rotte di volta in volta più sicure e convenienti; la preparazione dei documenti necessari per arrivi e partenze dai vari porti e infine la tenuta della farmacia e dell’ospedale di bordo. Attualmente lavoro su navi reefer che portano ananas e banane; andiamo a prendere i carichi in centro america, nei caraibi e le portiamo in Europa. Il viaggio dura 28 giorni e normalmente faccio 3 viaggi a bordo e tre a casa».

    Nella vita quotidiana a bordo i ritmi sono scanditi «dalla tenuta di guardia sul ponte, dove convergono tutti i sistemi di monitoraggio della nave e della navigazione (dai radar ai pannelli d’allarme antincendio). In porto si seguono le operazioni commerciali». Ed è proprio nello spazio limitato della nave che «vive un microcosmo con ruoli e deleghe precise. Ogni componente dell’equipaggio, dal comandante al mozzo, lavora nel comune intento di portare a termine con successo quella che ancor oggi viene chiamata “spedizione”».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Un termine scelto non a caso, che già da solo evoca difficoltà, distanze, intemperie, fatica, dedizione, coraggio. Tutte cose che emergono nei primissimi piani su mani e braccia di uomini al lavoro, con una preferenza per i dettagli che tralascia il volto e concentra tutta l’attenzione sul gesto, astraendolo in qualche modo dal contesto e rendendolo simbolo universale del fatto che il lavoro reca con sé fatica, una fatica nobile, carica di dignità e di una bellezza che si riflette direttamente nelle immagini. Chiunque può immedesimarsi in quelle mani al lavoro, eppure Fabio assicura «non pensavo a quello mentre scattavo. Ero semplicemente affascinato dall’arte marinaresca dei miei colleghi. Fondamentalmente le foto hanno immortalato ciò che in quei momenti attirava la mia attenzione e mi emozionava. È comunque molto gratificante quando una foto (così come una canzone o un quadro) attiva qualcosa nel cervello delle persone, al di là di ciò che passava per la testa dell’esecutore».

    Anche per questo le immagini sono mute per scelta dell’autore, che non ha voluto apporre alcuna didascalia: «per quanto aiutino l’autore a portare i terzi nella direzione della sua opera, vincolano o condizionano l’interpretazione che una persona può dare o non dare». Ciò detto, l’intenzione principale era quella di trasmettere «rispetto e ammirazione per i colleghi e per il loro lavoro».

    Posto che il fotografo deve avere la capacità di creare un filo di contatto con il soggetto ritratto, le foto suggeriscono un legame più forte del solito, questo perché gli uomini immortalati, intenti a svolgere «per lo più lavori di manutenzione ordinaria, atti a mantenere la nave entro determinati standard di sicurezza ed operatività» sono persone con cui l’autore lavora, con cui quindi esiste grande confidenza. Va ricordato infatti che il mestiere implica la convivenza sulla nave per mesi e la condivisione quindi di ogni momento della giornata: «Non avrei mai potuto fare un lavoro del genere se alla base del rapporto che ho instaurato con alcuni miei colleghi non ci fosse stato un forte rispetto per loro come individui e poi come naviganti. Va anche detto che non imbarco come fotografo, a bordo sono prima di tutto uno che lavora. Confesso che mi piacerebbe fare un imbarco in cui mi dedico fisicamente e mentalmente solo a raccontare con foto, video e musica quello che succede a bordo, ma d’altro canto credo che come “estraneo” potrei non entrare in sintonia con le persone».

    Come ultima cosa, Fabio ci racconta un aneddoto carico di poesia sull’origine del titolo della mostra: «Quando ho iniziato a capire che il “progetto” si stava concretizzando ho avuto la necessità di dargli un nome. Dopo parecchio tempo a pensare ad un degno titolo, e quasi deciso a rinunciare, un anziano bevitore mi disse che avrei dovuto usare qualcosa di molto semplice come “vita da marinai”. Ovviamente non mi piaceva affatto, ma mi ha dato lo spunto per andare a vedere che “suono” potesse avere in altre lingue… in latino anima vuol dire “vita” e nauta “marinaio”: Animanauta altro non è che vita da marinaio. Mi piace molto, lo trovo forte, intenso e ampio».

    Claudia Baghino

  • Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valetta San Nicola, di Antonietta Preziuso
    da “La Valletta in Piazza” di Antonietta Preziuso

    A brevissimo giro di posta dal nostro ultimo aggiornamento sulla situazione della Valletta dell’Albergo dei Poveri (meglio conosciuta come Valletta Carbonara o San Nicola) e sulle iniziative portate avanti dall’associazione Le Serre di S.Nicola – che si batte per un futuro sostenibile e condiviso di questa area verde – arriva una mostra fotografica, “La Valletta in piazza”, a tenere ulteriormente viva l’attenzione su questo luogo. Le fotografie sono state realizzate da un gruppo di lavoro guidato dai fotografi Federica De Angeli e Sandro Ariu, ideatori del progetto e della mostra. L’esposizione, realizzata con il patrocinio e il sostegno economico del Municipio I Centro Est, è diffusa ed itinerante: inaugurata ieri (14 ottobre) presso il ristorante Maniman, si estende per tutte le vetrine degli esercizi commerciali di S.Nicola fino al 27 ottobre per poi trasferirsi a Palazzo Tursi, dove resterà in allestimento dal 4 al 17 novembre. Ecco la nostra intervista a De Angeli e Ariu.

    Quando e perché avete cominciato a interessarvi a questo argomento e avete deciso di occuparvene?

    «La scelta di fotografare lo spazio della Valletta di San Nicola fa parte di uno dei nostri progetti fotografici rivolti alla ricerca di luoghi della città in via di riconversione, di posti che possono e/o potrebbero nel tempo cambiare destinazione d’uso. Orientiamo ormai da una decina di anni i lavori finali della scuola di fotografia in buona sostanza alla memoria dei luoghi, in maniera tale da avere un archivio storico della città di Genova. Ci siamo occupati del Mercato della frutta di Corso Sardegna, del mercato del pesce di piazza Cavour, il Parco dell’Acquasola, del Trenino di Casella, di Calata Gadda, di Ponte Parodi e ultimo lavoro ancora in mostra al Museo del Centro Basaglia: l’Ex Manicomio di Quarto. Nel caso delle fotografie della Valletta, si tratta di un workshop che abbiamo condotto con un gruppo di allievi scelti che in passato hanno frequentato i nostri corsi di fotografia , quindi non alle prime armi» .

    Come è stato svolto il lavoro di documentazione, secondo quali criteri? Cosa avete cercato di mettere in luce?

    «Ecco, proprio  lavoro di documentazione si tratta! Il criterio è stato  quello di documentare, di raccontare lo stato attuale di quello che abbiamo visto, senza troppe interpretazioni, cercando di riportare all’esterno quello che abbiamo visto. L’intento è proprio di far conoscere un luogo che non è accessibile a tutti e che è oggetto di cambiamento.  L’area ha un valore estetico singolare, direi unico non solo a Genova ma forse in Italia».

    Perché una mostra fotografica può dare un contributo effettivo a una gestione sostenibile dell’area?

    «L’incontro e la conoscenza con L’Associazione Le Serre è stato perfetto:  loro avevano bisogno della forza di buone immagini (l’Associazione in questi anni  ha usato  prevalentemente parole, scritti e atti amministrativi per la sua battaglia) noi di dare giusta destinazione al lavoro fotografico per non lasciarlo fine a se stesso».

    Lo stato in cui versa attualmente la valletta non è affatto dei migliori, non temete l’effetto opposto? Che la gente pensi che se tanto è stata così trascurata finora, sarà così anche in futuro (come spesso purtroppo accade negli spazi verdi pubblici, ridotti a latrine e abbandonati a se stessi) e tanto vale farci dei parcheggi?

    «No, le foto non denunciano, ma attraverso la nostalgia invitano la gente a sognare nella valletta, a due passi dal centro storico, un’oasi di buone pratiche. Il futuro non è indicato dalle foto (che danno testimonianza attuale) ma dagli atti concreti che Le Serre sta portando avanti».

    In che modo l’associazione Le Serre è stata coinvolta in questo progetto?

    «Noi abbiamo svolto il lavoro in autonomia perché l’argomento ci interessava parecchio e successivamente siamo venuti in contatto con l’associazione e ci è sembrata perfetta la collaborazione».

    Scopo principale è stimolare la partecipazione della cittadinanza, quindi chi volesse impegnarsi attivamente cosa può fare e a chi si può rivolgere?

    «Si può rivolgere a Le Serre, che ha operato come comitato fino al 4 settembre u.s. quando è diventata un’associazione di volontariato. La mostra è l’occasione per stimolare la partecipazione e l’adesione all’associazione».

    Questo lavoro fotografico avrà un seguito?

    «Certo, ora più che mai, si possono progettare tante altre iniziative di collaborazione!».

    Le fotografie esposte sono di Ettore U. Chernetich, Danilo Ciscardi, Ornella Corradi, Stella Ingrassia, Vittoriana Mobili, Fabio Parodi, Lucia Pinetti, Antonietta Preziuso, Chiara Saitta.

     

    Claudia Baghino

  • Figosa, progetto made in Zena: la tracolla che fa il giro del mondo

    Figosa, progetto made in Zena: la tracolla che fa il giro del mondo

    FigosaUn progetto tutto genovese, frutto della passione di due giovani artigiani amanti della fotografia e delle macchine fotografiche da collezione. “Figosa” è una tracolla di cuoio, adatta soprattutto per macchine fotografiche analogiche o per moderne mirrorless, che i nostri due trentenni, Andrea e Laura,  producono artigianalmente nel loro studio.

    «L’idea nasce dalla necessità di avere alcune tracolle in stile vintage per la nostra collezione di vecchie macchine fotografiche. Per poter rendere infatti le nostre macchine antiche utilizzabili – racconta Andrea – oltre al cercare i rullini giusti, serviva una cosa fondamentale: delle tracolle che potessero essere adeguate, confortevoli e con il giusto stile!»

    Ed è proprio da qui che nasce Figosa (il nome deriva da una citazione dal film Zoolander):  «Il progetto è ai primi passi, ma stiamo ricevendo sempre più riscontri positivi sia dai nostri fan sia dai nostri clienti. Non ci saremmo mai aspettati un simile seguito!»

    Il risultato che sono riusciti a ottenere Andrea e Laura è andato di gran lunga oltre le aspettative. Sul web si trovano decine di ottime recensioni da parte di blog e riviste online del settore, sia nazionali che internazionali. «Abbiamo quindi dato vita al nostro shop online e siamo rimasti subito colpiti dai risultati. Le vendite sono all’ordine del giorno e questo ci riempie di orgoglio. Attraverso il web abbiamo venduto diverse tracolle in tutto il mondo, dall’Australia agli Stati Uniti d’America». Ma guai a parlar loro di e-commerce come soluzione per il futuro… «Siamo artigiani e la vendita online è stata ed è una parentesi per farci conoscere e muovere i primi passi. Le nostre tracolle si possono trovare da qualche tempo nei negozi di fotografia e speriamo sia sempre maggiore il loro interesse, in modo da eliminare la nostra vendita diretta online. Io mi auguro di tutto cuore che i “negozi fisici” ritornino in auge, come era prima dell’avvento dell’e-commerce. I rapporti personali sono troppo importanti per essere soppiantati a causa di un prezzo più basso che si può ottenere su internet».

    Per ogni Figosa spedita in giro per il mondo, i ragazzi allegano una lettera al cliente invitandolo a scattare foto con la Figosa “in uso” e a seguire il progetto sui vari social network. «Ci piace allacciare rapporti umani con tutti coloro che usano una nostra tracolla. Ci piace sapere che quella macchina fotografica rimasta per tanto tempo su una mensola a prendere polvere, ora grazie a Figosa viene portata in giro quotidianamente. Per questo pensiamo che Figosa possa essere d’aiuto agli amanti della fotografia analogica, può ridare vita a una macchina fotografica che era diventata un semplice soprammobile. Da questo nasce anche il nostro slogan “Don’t leave it at home!”… non lasciarla a casa!».

    Viene naturale, infine, considerata la passione di Laura e Andrea per la fotografia “old style”, chiedere… Quale futuro per la fotografia analogica? «Noi non pensiamo che l’analogico possa riprendersi lo spazio rubato dal digitale… Noi ne siamo certi! Ci sono diversi articoli che fanno riferimento a statistiche da cui si evince che le pellicole stiano avendo una seconda giovinezza. Il fascino della fotografia analogica non ci ha mai abbandonati. E’ stata messa in ombra dal digitale, questo è vero, ma a differenza di molti altri strumenti non ha mai cessato di vivere».

     

     

  • Fotografia: storia, teoria e pratica, iscrizioni aperte al corso

    Fotografia: storia, teoria e pratica, iscrizioni aperte al corso

    fotografia-concorso-DISono aperte le iscrizioni per La foto sulla schiena, corso di fotografia in 12 lezioni che partirà il 30 ottobre presso il ristorante Il Balcone di salita Pollaiuoli, nel centro storico di Genova.

    Il corso – tenuto dalla fotografa genovese Giusi Lorelli – verterà sulla storia della fotografia, con attenzione alle principali correnti dal ’900 ad oggi, e sugli aspetti tecnico – stilistici di questa arte. Ciascuna lezione sarà divisa in due parti, la prima riguardo i principi fondamentali della pratica (luce, esposizione, obiettivi, attrezzatura da studio ecc.) e la seconda sulla discussione di grandi opere del passato e contemporanee, commentandone insieme gli elementi strutturali, i punti di forza e il contesto in cui sono state prodotte.

    Le lezioni si svolgeranno fino al 29 gennaio 2014, ogni mercoledì dalle 18 alle 19.30. Il corso è 300 €, iscrizioni aperte sul sito web Fotocarascio.

    [foto di Diego Arbore]

  • Architettura: concorso fotografico sui luoghi abbandonati

    Architettura: concorso fotografico sui luoghi abbandonati

    centro-storico-vicoli-architettura-d12UPDATE! Bando prorogato al 7 ottobre 2013.

    Il Laboratorio Recycle, che ha sede presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Genova, organizza il concorso fotografico Forgo(at), un bando finalizzato a mettere in risalto gli spazi abbandonati o dimenticati della nostra città.

    Il concorso nasce dal significato originario del termine riciclare, ovvero il rimettere in circolazione, riutilizzare materiali di scarto, elementi che hanno perso valore e/o significato. Un tema molto caro anche a noi di Era Superba, che ogni giorno ci impegniamo a segnalare luoghi abbandonati e che meriterebbero nuova vita (vedi per esempio l’ex mercato di corso Sardegna o le aree di Multedo e del Silos Hennebique).

    La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, senza limiti di età e nazionalità. Ogni partecipante dovrà inviare una fotografia, realizzata con qualsiasi formato o tecnica (b/n o colori), corredata da un titolo e una descrizione di almeno 500 battute. Le immagini dovranno essere recapitate sia su carta sia su Cd-rom in formato .jpeg o .tiff – unitamente al modulo di iscrizione – entro le ore 12 di sabato 20 settembre 2013 (a mano o via posta) a Prof. Mosé Ricci, Laboratorio Recycle, c/o Facoltà di Architettura, Stradone Sant’Agostino 37 16123 Genova.

    Si dovrà inoltre inviare una comunicazione di iscrizione alla mail recyclegenova@gmail.com, con oggetto “Nome, cognome, iscrizione al concorso fotografico forgo(a)t”.

    Verranno selezionate 20 fotografie per l’esposizione nella mostra collettiva Forgo(at), evento promotore della ricerca su scala nazionale Recycle Italy che si occupa di rifunzionalizzare spazi urbani dimenticati.