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  • Selene Gandini, dal sogno del circo alla realtà del cinema. L’attrice-autrice della Genova che sa uscire dal cerchio

    Selene Gandini, dal sogno del circo alla realtà del cinema. L’attrice-autrice della Genova che sa uscire dal cerchio

     

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    ©Veronica Onofri

    Selene Gandini

    Selene Gandini, attrice, regista e autrice, inizia a studiare recitazione all’età di dieci anni. Lavora fin da piccola nella compagnia di Giorgio Albertazzi ed in seguito lavora con Dario Fo, Giuseppe Patroni Griffi, Arnoldo Foà, Elisabetta Pozzi, Enrico Brignano,Franco Nero. Accanto al teatro di prosa coltiva l’arte della clownerie con Mona Mouche a Parigi, dove ha lavorato per tre anni . Ha collaborato con Vladimir Olshanky (primo Clown del Cirque du Soleil e di Slava Polunin).Prima attrice nella compagnia del Teatro Ghione di Roma si impegna anche nell’attività di autrice e regista, fondando la compagnia Kinesisart , un gruppo al femminile che ha portato in questi anni sulle scene del panorama italiano diversi progetti , tra cui “Little women” e “ viaggio verso itaca “ , attualmente in tournée. Ha lavorato in “The Coast of Utopia” per la regia di Marco Tullio Giordana e in molti progetti teatrali con il regista Daniele Salvo , riscuotendo successo di critica e di pubblico per l’interpretazione del Fool nel “Re Lear” al Globe Theatre di Roma diretto da Gigi Proietti. Ultimamente ha lavorato nella compagnia di Andrei Michalkov Konchalovskij ne “ La Bisbetica Domata”, spettacolo che è andato in tournée in Italia e all’estero. Ha partecipato a serie televisive come Un posto al sole, La squadra, Centovetrine, Tempesta d’Amore, Le Tre Rose di Eva e trasmissioni di cultura per la Rai come presentatrice. Nel cinema ha preso parte a progetti di coproduzione italo-francese, come il film di Fabio Carpi “Intermittenza del cuore” e tra poco uscirà nelle sale il film “Rosso Istria” , che la vede come protagonista.

    Quando eri una bambina quali erano i tuoi sogni “da grande”? Quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Quando ero piccola sognavo di diventare un cartone animato. Volevo entrare in qualche disegno come nel film di Mary Poppins (ma quello l’ho visto molto dopo). La mia aspirazione era viaggiare nelle immagini dei cartoni e viverci. Non volevo abbandonare la realtà ma ero sicura che potevo vivere in entrambi i mondi e creare io i disegni. Per un po’ di tempo volevo entrare dentro il cartone animato di Dumbo ed ero sicura che sarei diventata un’equilibrista , mi allenavo anche sul letto. Crescendo poi, per salvare un gatto, sono finita su un tetto e soffro ora immensamente di vertigini. Per molto più tempo ho sognato di entrare nel cartone animato di Peter Pan , per raggiungere l’isola che non c’è e imparare a volare . Lo desideravo talmente tanto che non mi preoccupavo del fatto che “da grande “ non era assolutamente accettato in quella storia. Dopo aver capito finalmente che non potevo trasformarmi in un cartone animato (avevo ormai 10 anni), ho scoperto il teatro e da quel momento non l’ho più lasciato: non è un circo ma gli assomiglia molto e spesso si vivono storie immaginarie. Una volta mi hanno fatto anche volare con dei fili quindi il sogno in parte si è avverato. Per quanto riguarda incontrare il bambino vestito di verde che ti rapisce e ti porta sull’isola che non c’è non è mai stato un problema …..in teatro siamo tutti eterni Peter Pan!»

    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Il mio rapporto con Genova è sempre stato conflittuale. Un rapporto di amore e odio che mi ha portato sicuramente a lasciarla, ma anche a tornarci perché ne sentivo la mancanza. Quello che non mi piace è la chiusura verso il nuovo, la difficoltà a salutare quando ci si incontra, anche se ci si è conosciuti la sera prima, l’assoluta incapacità ad accogliere chi non è genovese ma anche chi genovese lo è, ma forse tutto questo riguarda le persone e non la città, che ti affascina con i suoi colori, la sua storia, le incantevoli scorci che diventano sempre nuovi, perché lei si fa scoprire sempre come se fosse la prima volta. Amo il suo profumo di mare e di collina, le sue salite e le sue discese, amo la sua lingua che diventa sempre canzone, amo il suo mistero e la sua magia , amo le sue notti e i giorni di sole e di pioggia, amo la sua imperfezione perché la rende ancora più bella, amo ritornarci sempre e sempre ancora, perché so che sarà il mio porto per tutta la mia vita.»

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Vivrei in un altro luogo di mare, probabilmente mi occuperei di quello che già faccio, ma sul mare sarebbe comunque tutta un’altra cosa. Purtroppo da anni non vivo a Genova costantemente. Per lavoro ho dovuto scegliere altri luoghi e mi sono trasferita a Parigi e subito dopo a Roma (dove il mare è inesistente e il fiume annoia), ma negli ultimi anni sono tornata sempre più spesso, forse perché alla fine è difficile resistere alle proprie radici e al proprio mare».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Sicuramente è falsa la nomea di città tirchia , ma anche questo riguarda le persone e non la “Superba”. Falso è anche il luogo comune che a Genova non ci sia nulla da fare: ci sono tante cose da fare ma non si sanno perché nessuno le fa sapere».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Sicuramente in Spianata Castelletto …….è lì che capisci tutto!».

    Tu sei un attrice, come sta lo scenario teatrale genovese?
    «Lavoro da molti anni come attrice e come regista a Roma e in altre parti d’Italia. Scenario teatrale genovese? Quel gruppo di persone che giocano da soli ? Il talento è indiscusso perché il teatro genovese ce l’ha nel dna ma a forza di suonarsela e cantarsela da soli i bravi si mescolano con i mediocri ed è un peccato. Per tornare alla realtà dei cartoni animati, lo scenario teatrale genovese mi ricorda molto la scena delle elefantesse di Dumbo: sono chiuse in cerchio, parlano tra di loro e non fanno entrare il piccolo elefantino, lo allontanano, lo respingono, perché ha le orecchie troppo grandi e loro non lo vogliono, preferiscono rimanere tra di loro non mettendo in discussione le proprie convinzioni e la loro “autoriferita” realtà. Chi non appartiene a certe cerchie non può entrare nello scenario teatrale genovese, ma può volare da altre parti, come ha fatto Dumbo».

    Veronica Onofri

  • Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    gondoliereLa chioma bionda accarezzata dal vento caldo primaverile, leggera come un panno di seta stesa al sole, sembrava mossa da una mano invisibile. Il suo vestito lilla danzava al ritmo insistente della brezza pomeridiana, solo poche nuvole disturbavano il sole, bianche e morbide come zucchero filato. Era a piedi scalzi sulle scale di un vecchio portone consumato dal sale, aggiustandosi i capelli in attesa che il ragazzo seduto davanti a lei scattasse una fotografia, aveva gli occhi intriganti di un attrice navigata ma i lineamenti di una bambina che gioca davanti allo specchio. Ho rubato quel momento etereo scattando una fotografia, poi è bastato voltarmi per non vederli più, forse spariti in un vicolo a o creati dalla mia immaginazione, erano andati via lasciando solo un piacevole ricordo.

    Il ponte di Rialto si specchiava sulle pozze d’acqua, residuo di un temporale notturno, il sole asciugava lentamente i marciapiedi e i moli, dove si posavano affamati gabbiani. Un gruppo di gondolieri discuteva animatamente davanti a un caffè, si parlava di chi aveva trasportato la ragazza più bella e di chi aveva guadagnato di più, un altro giorno era alle porte e i primi clienti cominciavano ad avvicinarsi.

    Camminavo senza una meta, attraversando ponti, piccole strade e strettissimi muri, spesso finivo in vicoli ciechi oppure dovevo ritornare sui miei passi trovandomi davanti alle acque di un canale, in quel labirinto galleggiante che è Venezia. Improvvisamente mi sono trovato circondato da antichi alti palazzi, il sole alle loro spalle formava un cono d’ombra che si stringeva con l’innalzarsi del sole, era il ghetto ebraico, uno dei luoghi storici e più travagliati della città. Un uomo, forse un ragazzo, la lunga barba folta ingannava l’età, sedeva su una panchina leggendo un libro, molto probabilmente religioso. Mi sono avvicinato per scattare un ritratto, ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche parola, era originario della Pensylvania, aveva viaggiato a lungo per ritrovare se stesso, aveva lo stretto necessario con lui, qualche libro e uno zaino, il resto era dentro di sé. Indossava una camicia bianca, una giacca scura e un cappello per ripararsi dal sole e sandali consumati, i piedi sporchi di chi aveva camminato a lungo e uno sguardo che infondeva pace e serenità, senza oggetti costosi o superficiali. Dopo avermi salutato con il cenno di una mano, quasi una benedizione, si è immerso nel suo libro e nel suo mondo, in quei momenti anche una città come Venezia può aspettare.

     

    Il vento, spazzate via le ultime nuvole, gonfiava i tendoni del mercato appena chiuso come vele di una nave, piccioni e gabbiani, intenti a rubare avanzi prima dell’arrivo dello spazzino con l’idrante, arrivavano a frotte, atterrando sul molo come su una pista di aeroporto. Piccole barche attraccate sui portoni delle case ondeggiavano sinuose, sui muri i segni delle maree sfumavano in colori sempre diversi, le imposte consumate dall’umidita si aprivano come gli occhi dopo un risveglio e un bambino uscito dalla finestra per curiosare salutava i passanti. Seguivo i cartelli sbiaditi dal tempo con le frecce che indicavano il percorso per piazza san marco, la città era affollata da centinaia di turisti da ogni parte del mondo, quella sera ci sarebbe stata la festa del Redentore e lungo i canali fervevano i preparativi.

    Camminando mi sono sentito chiamare da un tunnel, una donna con un fazzoletto lilla in capo mi sorrideva esortandomi a uscire dalla folla e avvicinarmi. Con sospetto sono entrato in quel tunnel umido e buio, ricoperto di vecchi poster e manifesti ingialliti, la donna mi guardava con occhi buoni, sosteneva di aver sentito il mio animo caritatevole in mezzo alla folla.            Sapevo essere un modo elegante per scucire qualche spicciolo, ma i suoi occhi trasmettevano bontà mista a paura, parlava poco l’italiano, tuttavia mi ha raccontato la sua vita con gli occhi pieni di commozione. Scappata dalla Siria dopo la morte del marito, con il figlio in braccio aveva superato le frontiere clandestinamente e dalla Turchia, in circostanze poco chiare, era arrivata in Italia. Nel suo paese aveva una dignità, cuciva e riparava abiti, lavorava e possedeva una casa, ora distrutta come il suo morale. Con una morsa al cuore le ho lasciato dei soldi, una bottiglia d’acqua e una mela, lei mi ha preso la mano ed è scoppiata a piangere, segno inequivocabile della realtà che stava vivendo.

    Il pomeriggio volgeva al termine, i bar preparavano spritz e cicchetti, la musica scorreva lungo le vie del centro e le maschere tipiche si mescolavano tra la folla che si muoveva come un onda inarrestabile. Piazza San Marco era gremita, al calare del sole centinaia barche, yacht e piccoli gozzi colorati per l’occasione erano ormeggiati di fronte alla Giudecca in attesa dello spettacolo pirotecnico mezz’ora prima della mezzanotte. C’era chi si piazzava nel punto migliore già la mattina presto, chi cucinava e chi prendeva il sole in attesa dei festeggiamenti. Il bacino di San Marco era perfettamente addobbato, le luci tracciavano un gioco di colori che seguiva le linee dei tetti, di campanili e guglie della città. La festa del Redentore risale alla fine del 1500 quando in seguito a una terribile pestilenza la popolazione scese in piazza per festeggiare la fine della malattia e ringraziare il Signore. Un tappeto di barche illuminato dai primi fuochi artificiali dondolava sul mare, tappi e gocce di spumante volavano in aria, la festa era cominciata. Piazza San Marco era gremita, abbracci e baci si distribuivano gratuitamente come il cibo, cicchetti e focacce venivano offerte dai bar e i ristoranti, la peste sembrava essere finita il giorno prima.

    In un angolo della piazza, seduta sullo scalino di una colonna, la donna siriana con cui avevo parlato nel pomeriggio, guardava i fuochi con gli occhi gonfi, non di certo per la fine della peste a Venezia, la storia per lei era molto più recente e nel presente non aveva nulla da festeggiare.

    Diego Arbore

     

  • Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    © Mustafa Sabbagh
    © Mustafa Sabbagh

    Il terzo incontro de “La Settimanale di Fotografia” porta a Genova un gigante della fotografia internazionale, che è al contempo un artista imprevedibile e provocatore. Nato in Giordania, da famiglia italo-palestinese, la sua fotografia è diventata fin da subito patrimonio mondiale per la moda e l’arte figurativa. La sua ricerca lo ha portato a stabilire che «La vera bellezza ferisce».

    Come è iniziata questa storia d’amore con la Fotografia?
    «È difficile dirlo, perché ognuno ha un suo linguaggio per parlare di certe cose. Forse la fotografia è stata sempre il linguaggio che mi apparteneva di più per parlare dei miei sentimenti verso il mondo. Certo, non sempre ci sono riuscito, ma per me ha la stessa valenza della parola. Quando ero piccolo, fotografavo per gioco, e quello che all’epoca avevamo a disposizione erano nelle polaroid, che sembravano per noi cose magiche: mi piaceva questa magia dell’immagine che appariva dopo una specie di pressione con il ditino. In realtà come tutti gli amori è difficile raccontarli e razionalizzarli».

     

    Ma c’è stato un momento in cui ti sei accorto che era diventata la tua vita
    «Ti dico la verità, non lo so neanche adesso, lo metto in dubbio sempre… come ogni storia d’amore, forse ha una data di scadenza, ma è scritta troppo piccola e non riesco a leggerla. Forse durerà all’infinito, o forse no, ma non vorrei darmi limiti, solo quando inizierò ad annoiarmi la lascerò, anche per rispetto della fotografia».

     

    Durante il percorso, fonte ispirazione particolare
    «Sono onnivoro, credo che un fotografo prima di tutto sia un accumulatore seriale, di cultura, immagini, film, suoni, sensazioni, incontro. Di questo ognuno fa la sua sintesi, lo spazio è quello che è, e si scarta quello che si ritiene superfluo. Prima o poi vengono fuori queste cose. Poi va detto che a me non piace razionalizzare, mi piace progettare, che vuol dire portare a termine delle idee. Ma devo dire che non mi piacciano neanche troppo gli obiettivi, perché potrebbero creare dei limiti, quando uno dovrebbe andare oltre ai suoi limiti».

     

    Esiste una scelta sbagliata che credi di aver fatto e che non riferisti?
    «Forse la mia troppa generosità: di fronte alla società io mi spoglio completamente, mi metto a nudo, e credo che sia un atto di generosità, e non di vanità. Questo mi è costato molta energia, ma ogni scelta che ho fatto la rifarei. Anche quelle sbagliate, perché ti lasciano qualcosa, costruiscono. Mi piace cambiare, e spesso quando vedo che i miei progetti stanno andando bene, mi viene da lasciarli li, perché credo che il peggior nemico di un creativo sia la noia. Per me è fondamentale trovare sempre tracce nuove, strade nuove. Per far capire agli altri che comunque puntare sempre sui punti migliori di se stesso, rischia di farti diventare come una fotocopiatrice».

     

    Come definiresti la tua fotografia, se si può definire ….
    «Forse sono egoista nel senso che io faccio sempre degli autoritratti anche quando “scatto gli altri”, forse in maniera onanistica, per un appagamento personale. Non penso che il mio dovere sia cambiare il mondo, il mio dovere è verso me stesso, cioè vedere il mondo attraverso di me. Mi piace il mondo com’è, anche con tutti i suoi problemi…».

     

    sabbagh-wpcf_390x500Parliamo della fotografia degli altri allora… oggi siamo bombardati da immagini..
    «Esatto, hai usato la parola giusta, siamo bombardati di immagini, non di fotografia. All’immagine manca il processo finale, rispetto alla fotografia che è un processo compiuto, dal pensarla fino a stamparla. Quelle che noi vediamo sono spesso immagini, che si fermano all’immateriale. A me interessa il processo finale, quello chimico… siamo bombardati di immagini ma conosciamo poco la fotografia».

     

    E cosa si potrebbe fare?
    «La quantità di informazione non è mai un difetto, dobbiamo solo allenarci a selezionare attraverso il nostro cervello qual è la parte più sana di quello che ci arriva. La fotografia è un processo democratico, tutti possono fotografare, ma come per le automobili, in molti hanno la patente ma in pochi finiscono a fare i piloti di formula uno. In realtà non cambia molto per il mondo della fotografia, e non credo sia pericoloso. L’unico pericolo che vedo è che chi si occupa di fotografia non sappia quello che sta facendo, il proprio ruolo e la profondità della materia».

     

    Sei un fotografo di fama internazionale, ma perché hai scelto proprio l’Italia da cui tutti scappano?
    «In questo momento storico credo che il mondo sia molto piccolo, non è importante dove hai il tuo armadio. Io posso spostarmi, e per una storia d’amore sono arrivato a Ferrara… il lato della vita privata è molto importante, e non voglio trascurarlo. In questo modo posso considerarmi fedifrago nei confronti della fotografia: io la tradisco sempre e lei non mi tradisce mai».

     

    Cosa porterai nel tuo workshop?
    «Farò lavorare loro, come ho sempre fatto. Non mi piace il fotografo vanitoso, che parla di sé, mi piacerebbe tirar fuori il meglio delle persone che ci saranno: sarà come una riunione di alcolisti anonimi, sarà un’orgia creativa. Ovviamente ho una specie di traccia nella mente, ma dopo poco, parlando con i ragazzi, avrà preso un’altra strada. Se non fosse così sarebbe falso. I cloni mi annoiano, e ce ne sono fin troppi in questa società, e non servono».

     

    Che consiglio vorresti dare ai chi vorrebbe diventare fotografo
    «Fammi questa domanda alla Settimanale, e vediamo cosa esce fuori…»

     

    Nicola Giordanella

  • Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Monica Bellucci @ Ferdinando SciannaNel secondo appuntamento de “La Settimanale di Fotografia” l’ospite è una colonna del fotogiornalismo, italiano e non. Parliamo di Ferdinando Scianna, classe 1943, che con le sue intuizioni, pratiche quanto istintive, ha segnato per sempre il modo di documentare la realtà, partendo da quella popolare a quella più legata alla cronaca.

    Ferdinando, la sua lunga carriera è partita quasi per caso, seguendo la passione e l’intuito, raccontando la realtà che lo circondava. Quando ha capito che la fotografia era diventata la sua professione, la sua vita?
    «Che fosse diventata una professione, l’ho capito con un certo ritardo. Quando ho incominciato, a 17 anni in Sicilia, senza nessun tipo di tradizione culturale che avesse a che fare con la fotografia; era più che altro un gioco, una passione, che non sapevo nemmeno potesse diventare un mestiere. Poi questa passione l’ho fatta diventare un metodo, una strada per trovare un sistema per fuggire dal destino preconfezionato che mi aspettava. Quindi ho iniziato a scattare in maniera più sistematica, guardandomi intorno… Dico sempre che ho incominciato a fotografare la Sicilia, perché la Sicilia era lì e io la potevo fotografare, e non il contrario, cioè era una realtà perché io la fotografavo. Da li è uscito il mio primo libro, che è servito come passaporto per emigrare come tanti dalla Sicilia, ma nel mio caso non sfuggendo dalla miseria ma inseguendo un sogno».

    Ma la sua tecnica, che ha influenzato e continua ad influenzare molti fotografi, avrà avuto uno spunto…
    «Ho molte domande inevase su questa faccenda, è difficile spiegarlo, ma quando ho incominciato non c’erano libri e poche riviste. Quando sono uscito con il primo libro, mi è stato detto che avevo forti influenze bressioniane: in realtà praticamente non lo conoscevo neanche; le prime stampe che ho visto, sapendo che fossero le sue, le ho viste anni dopo in casa del mio amico Sciascia. Leggevo quello che si poteva trovare nei pochi studi fotografici della regione. Quando ho preso il diploma liceale mi sono fatto regale una delle prime reflex in circolazione, con un solo obiettivo e il primo libro l’ho fatto così, sperimentando facendo. Non so se fu talento, io il talento non so cosa diavolo sia, e ho imparato le cose facendole… poi ho fatto il fotoreporter per l’Europeo, poi sono stato a Parigi come inviato, e nei 17 anni successivi ha sviluppato il mio stile».

    Uno stile che ha conquistato, e influenzato, anche il mondo della moda…
    «Negli anni 80, lasciando Parigi per tornare in Italia, è arrivata la richiesta imprevista e bizzarra di fare un catalogo di moda. Il mio approccio è stato quello del fotoreporter, perché era quello che sapevo fare, e la cosa ha incontrato i gusti del momento, ed ha funzionato».

    Si è trovato a disagio?
    «In precedenza avevo fatto delle prove, presentando dei provini per giornali di moda, ma erano talmente mediocri che la mia carriera di fotografo di moda sembrava finita li. Poi dopo tempo, avendo capito altre cose, sono stato capace di rispondere con un approccio diverso, istintivo, che ha funzionato».

    © Ferdinando SciannaLa sua fotografia, soprattutto quella che raccontato l’espressione popolare della religiosità siciliana, è diventata iconica. Tanto iconica che forse oggi certe realtà sono perfino “schiave” di questa narrazione. Cosa ne pensa?
    «Un pochino sento questa responsabilità, perché forse ho contribuito a trasformare quel tipo di indagine fotografica in una specie di luogo comune diffuso, soprattutto sulla tipologia “festa popolare”. Questa cosa, però, avveniva oltre 50 anni fa, cioè un’era geologica fa. Oggi è molto difficile oggi spiegare che il mondo di cinquant’ani fa, la passione per quello che mi circondava era maggiore della consapevolezza formale, una passione istintiva che poi ho dovuto digerire per farla diventare un linguaggio»

    Di quel mondo, oggi cosa è rimasto?
    «Il mondo di allora è diventato un luogo comune. La gente continua a fotografare quel mondo li escludendo quanto è successo nel frattempo, ricercando un passato che non c’è più, e la cosa rende tutto artefatto. In certe occasioni oggi ci sono più fotografi che processionanti».

    E secondo lei ha senso?
    «Rifarlo allo stesso modo non ha più senso, ci ho provato anche io anni dopo, ma andrebbe fatto contestualizzando nuovamente le cose che succedo, facendo capire che i riti sono diventati rappresentazioni: prima le processioni venivano fatteper se stessi, per ci si credeva, oggi si fanno più per turismo, per le foto, per promozione… ».

    Per chi ci prova ancora cosa potrebbe suggerire?
    «La professione di fotoreporter è in una crisi quasi mortale, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero. Non ci sono consigli che si possano dare se non di fare quello che veramente ci appassiona, di cercare di fotografare la realtà intorno, perché se sarà difficile camparci per lo meno starai facendo una cosa che ti piace».

    E allora un consiglio su cosa non fare?
    «Spesso me lo chiedono, ma dovrebbero essere loro a spiegarlo a me, a spiegare come muoversi oggi, nel mondo di internet, telefonini… nel senso che oggi il mondo è talmente diverso al mondo in cui mi sono mosso e ho fatto la mia storia, che non c’è più. Bisogna trovare altri strumenti, altri interlocutori, altre modalità».

    Scusi la domanda, ma nella sua carriera ha scattato migliaia di fotografie, ha una preferita?
    «Scattare la foto è schiacciare un bottoncino che apre una finestra sul mondo di una frazione di secondo; quindi, nella maggior parte dei casi, non funziona, perché quello che vedi non coincide con quello che hai visto in quell’istante. Con il passare degli anni si impara a riconoscere quell’istante ma comunque non può esistere una solo fotografia è come domandare alla madre quale figlio preferisce, che probabilmente c’è ma non lo dirà mai…».

    E allora le chiedo se secondo lei ci sono delle sue foto che sono state sopravalutate…
    «Una quantità enorme! Credo che tutto la mia notorietà nasca da una sopravalutazione, e io credo di intendermi di fotografia (ride, ndr)… Ognuno fa quello che può fare, e se lo fa ha già compiuto il suo dovere».

    A cosa sta lavorando oggi?
    Oggi di tanto in tanfo faccio lavori che implicano un approccio più riflessivo, faccio ritratti e paesaggi. Inoltre, avendo fatto moltissime fotografie, molte per lavoro e innumerevoli per necessità personale, oggi lavoro molto sugli archivi, selezionando, relazionando, aggiungendo storie e parole. Come diceva Gassman “abbiamo un grande avvenire alle nostre spalle”…».

    Nicola Giordanella

  • Nicolas Vigliotta, e una Genova che non sa di essere grande e (quasi) perfetta

    Nicolas Vigliotta, e una Genova che non sa di essere grande e (quasi) perfetta

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    ©Veronica Onofri

    Nicolas Vigliotta

    Nicolas Vigliotta è nato a Genova il 9 Maggio del 1982. Imprenditore, autore e conduttore televisivo ho collaborato dal 2011 ad oggi con alcune emittenti regionali  fra cui: TELEGENOVA, TELELIGURIA e TELENORD; ha ideato, scritto e condotto diversi format televisivi fra cui Zena Car and Restaurant attualmente in onda la domenica sera alle 22:30 su TELENORD canale 13 e SKY canale 845 con ospiti vip della tv come Serena Garitta o personaggi della musica italiana come Francesco Baccini, Vittorio De Scalzi, Zibba ed Ex- Otago.
    Nel 2014 è stato selezionato per partecipare a RDS ACADEMY in onda su sky in collaborazione con RDS Radio Dimensione Suono. Sempre nel 2014 ha collaborato col quartetto comico Ligure formato da Enrique Balbontin Andrea Ceccon Fabrizio Casalino ed Alessandro Bianchi i Pirati dei Caruggi con lo spettacolo Sotto a chi Ciocca. Oltre alla tv è sempre viva la passione per la musica infatti  oltre ad aver studiato batteria e percussioni, che è il suo strumento principale Nicolas fa “da spalla” a diverse band e suona la chitarra e Canta in un trio acustico.
    [quote]Con Nicolas ci siamo fatti un giro nel centro storico. E’ una persona molto simpatica, sembra molto sulle sue ma quando meno te lo aspetti con una battuta o un’osservazione ti fa morire dal ridere.[/quote]
    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Quando ero bambino non avevo sogni, mi preoccupavo di più delle mie passioni  dell’epoca. Studiavo batteria e passavo molto tempo ad ascoltare musica. Inoltre uscivo spesso e interagivo e mi confrontavo parecchio coi miei coetanei, cosa da non sottovalutare, visto che la mia è stata l’ultima generazione a vivere l’adolescenza senza il telefono cellulare; posso assicurare ai lettori più giovani che stare in una piazza tra amici a parlare senza messaggiare con chi non è presente, senza selfie o aggiornamenti di stato.. era davvero accrescitivo. In relazione ai sogni.. diciamo che cammin facendo, anno dopo anno, sto realizzando tutte le mete che durante la vita mi vien voglia di raggiungere. Sono felice»
    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Genova è una città di cui mi sono innamorato fin da subito. Più ne scopro angoli nascosti e più la amo. Ogni sestiere ogni palazzo ha così tanta storia su ogni mattone che non di rado mi trovo a passeggiare nel centro storico con gli occhi di un turista; sono particolarmente legato inoltre alla zona di levante. Mi emoziono ancora ogni volta che guardo il mare a Vernazzola o il lungomare di Quarto… Vivo bene a Genova. È una città a misura d’uomo. Vivo Lavoro in centro e mi sposto a piedi o al massimo in scooter. È un perfetto compromesso fra la grande città e una cittadina di provincia.  Spesso dimentichiamo che Genova è la 5ª/6ª cittá d’Italia con un’area metropolitana di circa 1 milione e mezzo di abitanti ma allo stesso tempo non servono 2 ore di coda in tangenziale per raggiungere il centro e in 10 min sei in spiaggia. Purtroppo come ogni luogo ha i suoi lati negativi e anche Genova ha i suoi. A mio avviso “Genova”  ha una mentalità molto provinciale a cospetto di un patrimonio artistico (parlo di risorse umane) enorme. Come dico spesso: POTENZIALMENTE SIAMO MIAMI, UFFICIALMENTE SIAMO BAGHDAD».
    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Bella domanda. Spesso mi pongo lo stesso quesito. Se dovessi andar via, dove andrei? Di certo una città di mare. Magari più piccola. A fare cosa? Davvero non saprei. Non ho in mente un posto o un lavoro in particolare. Se dovessi attuare un cambiamento beh lo farei radicale; cambierei regione, lavoro e vita».
    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Si esiste. Più che un luogo comune è una “sottovalutazione” della Superba. Spesso quando parlo con persone in giro per l’Italia non considerano minimamente la città. Capita non di rado che io posti delle foto sui miei profili social di scorci e spiagge del centro o del levante genovese e amici sparsi per l’italia che non hanno mai visto (o poco) la città mi scrivano: “ma quella è Genova?” Oppure “ma a Genova avete il mare cosi bello?”
    Ovviamente io rispondo NO cosi non vengono a intasarci le autostrade (scherzo) RISPONDO un po’  SECCATO: “CERTO!» Oppure viaggiando molto negli Stati Uniti mi dà molto fastidio dover dire: Genova.. 2 hours from Milan and 30 minutes from Portofino.

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? 
    «Dipende dalla stagione. Dipende da chi viene a trovarmi. Avere a disposizione una città cosi eclettica sotto l aspetto morfologico e artistico ti dà modo di poter scegliere un percorso ad hoc.  Potrei portare la persona nel centro storico e per musei, sul mare a Boccadasse per un pranzo, a vedere il panorama dalla Spianata di Castelletto per un gelato, a Nervi in passeggiata, al Porto Antico, potrei andare avanti per molte righe… dipende».
    Tu hai a che fare con molti personaggi genovesi, chi è il genovese che stimi o hai stimato di più?
    «Negli ultimi 7 anni soprattutto, e per collaborazioni a spettacoli e per trasmissioni televisive, credo d’aver parlato e trascorso momenti interessanti con scambio di opinioni e vedute diverse con quasi tutti i principali e famosi artisti genovesi. Non c’è n’è uno che stimo particolarmente di più di altri. Li stimo tutti. Diciamo che per una serie di circostanze ce ne sono alcuni che sento e vedo più spesso perché si è creato un rapporto d’amicizia. Altri con il quale difficilmente farei una vacanza»
    Veronica Onofri
  • La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

    La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

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    Umumalayika © Martina Bacigalupo

    Un percorso di ricerca continuo ma circolare, una storia fatta di passione e riflessione, militanza e sconforto, un alternarsi di azione e riflessione; fermarsi per poi ripartire. Questa è la produzione di Martina Bacigalupo, fotografa genovese oggi primo ospite degli incontri di Palazzo Ducale organizzati dalla “Settimanale di Fotografia”, quest’anno giunta alla terza edizione.

    Un viaggio che inizia da lontano: «Ho studiato letteratura e filosofia, per poi trasferirmi a Londra, dove ho iniziato a lavorare nell’ambito della fotografia creativa, con progetti molti intimisti, crescendo sotto la guida di Giorgia Fiorio, in un contesto un po’ fuori dal tempo, che consentiva spazi di riflessione molto ampi». Una quiete artistica che però presto subisce un’accelerazione improvvisa, quando Martina, nel 2007, raggiunge il Burundi, per documentare la realtà di quel paese prendendo parta alla missione di Mantenimento di Pace delle Nazioni Unite: «Un campo di lavoro con richieste e tempistiche molto diverse da quello a cui era abituata». Un salto scelto in base ad una necessità intima di fare di partecipare ad una battaglia fatta di testimonianza e documentazione «Laggiù mi sono riscoperta, lavorando per portare avanti la difesa dei Diritti dell’Uomo, della Donna, tra Burundi, Uganda e Congo, e l’ho fatto per dieci anni».

    Anni di grande militanza «anni in cui credevo fortemente che la fotografia avesse comunque un ruolo importante in questa lotta di civiltà». Una certezza che, negli anni, è erosa dalle domande. E già dall’inizio, durante l’esposizione di Umumalayika, reportage fatto nel 2009 sulla storia di una giovane donna burundese privata delle braccia dalla follia armata del marito, il velo si squarcia. «Mi sono resa conto che le foto che facevo – naïvement – con l’intento di denunciare crimini e, quindi, per aiutare in qualche modo delle persone, nei fatti, invece, rafforzavano l’idea dell’Africa costruita da noi negli ultimi 300 anni, per cui l’Africa è un continente di miseria e conflitto – senza spiegare cos’ha portato quella miseria e conflitto e chi io controlla ». Una situazione di grande disagio, che ha imposto a Martina la necessità di fermarsi, per riflettere sul senso e le finalità del proprio operato: «Oggi devo sciogliere quel nodo, e per farlo sono alla ricerca di un nuovo linguaggio, di una nuova narrazione, come molti di noi».

    I limiti che non ci sono più

    Una riflessione che non si ferma alla fotografia, ma che si allarga a tutto il mondo della comunicazione, anche giornalistica: «Il problema oggi è la stampa, che si è dimenticata di dover essere libera e indipendente, strumentalizzando la propria missione per arrivare all’unico obbiettivo della diffusione, della pubblicazione, del riconoscimento». Tanti sono gli esempi famosi e recenti: tra i più eclatanti c’è quello di Souvid Datta, il fotografo divenuto famoso per il suo reportage sui bordelli indiani (e per aver ammesso pochi giorni fa di aver manipolato ad arte alcune foto, inserendo immagini rubate ad altri) la cui determinazione nel fare clamore non lo ha fermato di fronte al crimine di uno stupro perpetuato da un uomo nei confronti di una bambina: «oggi non ci sono limiti per vendersi, per essere considerati, per vincere premi, lo scatto di Datta vale più del soggetto, vittima di un crimine atroce».

    Ma quali sono, quindi, i nuovi parametri del fotogiornalismo? Cosa è cambiato e cosa ancora può fare la differenza? «L’accesso alla tecnologia ha reso sempre più sfumata la differenza qualitativa dello scatto tra un amatore e un professionista, è un mondo che corre, e noi gli stiamo andando dietro, ma per fortuna c’è ancora qualcosa di più…». La differenza sta tra la potenzialità della documentazione in senso stretto, oggi allargata a dismisura grazie alle tecnologia mobile, e la capacità di intervenire con una narrazione, con una elaborazione: l’esempio che riporta Martina è una foto di James Nachtwey scattata durante l’11 settembre, nella quale una delle Twin Towers crolla immortalata dietro alla croce di una chiesetta di Manhattan: «Nachtwey ha intrecciato dei significati che vanno al di là della documentazione di quello che sta accadendo. Dietro a questo scatto ci sta un uomo che vede quello che accade, che sa che cosa sta accadendo, che conosce il senso di quello che accade e lo racconta. In questi termini il mezzo, lo strumento (che sia macchina, telefono o latro) è irrilevante».

    Ricerca

    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo
    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo

    Il lavoro di ricerca sulla narrazione e sulle sue modalità può avere esiti inaspettati: «La storia del mio ultimo progetto è fatta di raccolta, recupero e selezione di scatti fatti da altri». Parliamo di Gulu Real Art Studio, pubblicato nel 2013, «un progetto nato per caso quando ho scoperto un “archivio” di scarti fotografici di uno studio del nord dell’Uganda, su cui ho lavorato per tre anni». Una “storia” raccontata attraverso ciò che rimaneva delle centinaia di foto scattate per avere il ritaglio del volto nella dimensione della classica fototessera. «Ho recuperato tutto quello che “non c’è nella foto”, tutto quello che è stato tagliato dal motivo pratico di quegli scatti, trovando una narrazione nuova e inaspettata di quello che c’è al di là della posa e dell’intenzione del fotografo».

    Un passaggio che però non può eludere ancora il dubbio “dietro allo scatto”: «Vengo da tanto lavoro sul campo, e vorrei fare una pausa per capire che fotografia voglio fare e quale posso fare. Sto cercando un nuovo linguaggio, che sia giusto e sia giusto anche per me». Una ricerca, una lotta interiore che non fa prigionieri: «Essendo onesta con me stessa, e conoscendo il rapporto di potere che esiste tra il fotografo e il fotografato, non so se ce un modo di uscirne, mi rendo conto di fare parte di una dinamica per cui io che scatto sono quello che controlla; un controllo che, soprattutto nei paesi dove ho lavorato, deriva da un rapporto di forza squilibrato tra Europa e Africa che dura da secoli, una rapporto che la fotografia ha corroborato, almeno fino ad oggi».

     

    Non ci sono sconti, per nessuno, tanto meno per se stessi: «Non posso tornare a fare fotografia finché non avrò risolto questo nodo, mi sono fermata per capire cosa ci sarà dopo, per me e per la Fotografia».

    La solitudine del fotografo

    Ma se chi da tanti anni fa questo lavoro, e con risultati riconosciuti a livello internazionale, come Martina Bacigalupo, ha queste incertezze, intime quanto esplosive, come può l’aspirante fotografo approcciare a questa professione? «Se dovessi dare un suggerimento a chi volesse intraprendere questo “viaggio”, direi di chiedersi per prima cosa perché vuole farlo; e se la ragione è profonda e “tiene”, allora aggiungerei di stare attento, di cercare con ogni mezzo di mantenere la lucidità, imponendosi il senso dell’umano». Una missione difficile quanto preziosa, che restituisce l’importanza di questa potentissima arte: «Il fotografo è solo davanti a queste scelte; l’umanità bisogna tenersela stretta, perché è l’unica cosa che conta».

    Nicola Giordanella

     

  • Naim Abid e la “corsa nell’acqua” di Genova. Tra viaggi e ritorni, musica e spiritualità, “salti” e magia

    Naim Abid e la “corsa nell’acqua” di Genova. Tra viaggi e ritorni, musica e spiritualità, “salti” e magia

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    ©Veronica Onofri

    Naim Abid

    Uno dei più famosi crooner italiani” (Il Secolo XIX, dicembre 2016), “Voce accattivante” (La Stampa, gennaio 2017), “L’uomo-palco più travolgente di Genova, e non solo” (Era Superba, aprile 2017), Naim è showman e songwriter che passa con disinvoltura dallo swing al soul, dalla musica klezmer, allo ska, al pop. Vanta concerti in Italia e all’estero, dai blasonati festival nazionali ad eventi internazionali. Attualmente in studio sotto la direzione del famoso produttore Claudio Dentes a.k.a. “Otar Bolivecic” (Elio e le Storie Tese) con la sua band “Tuamadre”, Naim riesce a creare spettacoli sempre nuovi e coinvolgenti, grazie alla miscela unica di esperienza, talento ed estro, sostenuti da studi classici, una rigorosa formazione accademia e da un dottorato di ricerca in diritti umani. Dopo anni di attività, ha recentemente ripreso in mano le proprie composizioni originali: canzoni dal sapore pop, in bilico fra tematiche spirituali, giocose e personali, in un bislacco equilibrio fra contrasti apparenti. Artista completo e imprevedibile, con un incredibile e a mai celata showman e songwriter
    [quote]Con Naim ci siamo fatti una camminata per quasi tutto il centro storico, ha fatto lo scemo tutto il tempo, e ho mille sue fotoin cui salta e balla e ride, alla fine ho scelto l’unica foto in cui è serio[/quote]
    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Da bambino volevo fare l’archeologo. Qualche anno fa ho concluso un Dottorato di ricerca in Diritti umani e ne sono uscito come “storico”. Non è affatto come fare l’archeologo ma rimane nell’ambito della storia. Da adolescente ho scoperto la musica e quello è diventato il mio sogno. Oggi faccio il musicista e cantante a tempo pieno, dopo essermi domandato ogni giorno, per 16 anni, che ruolo avrebbe avuto la musica nella mia vita. Quindi sto vivendo il mio sogno. Non è stata una scelta facile, ma ora sono determinato a portarla avanti».

    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Ciò che amo è ciò che odio di Genova. Viviamo in una città dal grandissimo potenziale culturale e umano, eppure, vi è una scarsissima capacità e voglia di spingere sull’acceleratore della crescita. Genova è ricca di risorse, di luoghi meravigliosi e di talenti. Forse per un problema demografico, forse per una scarsa propensione culturale o forse per l’atteggiamento delle scorse generazioni, non c’è modo di fare di questa città un faro ed un polo della cultura in Italia. Genova è la città del grande potenziale sprecato. Lavorare qua (e spesso in giro per l’Italia) è come correre nell’acqua: si fa tantissima fatica, per muoversi pochi centimetri. Non sorprende, allora, la fuga dei cervelli. Il dato incoraggiante, però, è che negli ultimi 2 anni sono sorte diverse iniziative spontanee o coordinate, che puntano a cambiare la situazione, partendo dal basso. Vi sono in diversi ambiti e sono per lo più azionate da giovani. Questa cosa la amo e spero sia efficace, perché stiamo lottando contro un dato demografico sfavorevole, sotto questo punto di vista. E posso dire una cosa (che pare non c’entrare, ma c’entra)? A me il motto “Genova, more than this” piace. Lo trovo centrato».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Un anno e mezzo fa ho fatto un viaggio di “ricerca musicale” fra Toronto e NYC. E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, dei cui frutti godo ancora adesso. Non escludo che potrei essere li, se non fossi a Genova. Cosa farei? Quello che già faccio: musica, canto e spettacolo. Ho avuto modo di crearmi dei contatti concreti e non escludo nulla per il futuro. Ma il mio desiderio è poter avere un percorso significativo a Genova e in Italia coi Tuamadre, il mio gruppo di punta. Siamo prodotti da Claudio Dentes (produttore di Elio e le storie tese) e da due anni stiamo lavorando al nuovo disco al Nadir Music di Sestri Ponente, coordinati dal nostro manager Federico Gasperi. Sarà una bomba e speriamo possa farci fare il salto di qualità che cerchiamo da tempo. Quindi, ad oggi, sono qua e lavoro per questo».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Si dovrebbe aprire una premessa: i luoghi comuni nascono in un contesto storico e possono essere validi per un certo periodo. Molti dei detti hanno centinaia di anni ma, dalla metà dell’800 tutto sta cambiando molto velocemente. E negli ultimi 50 anni le cose sono cambiate ancor di più. Quindi, ad esempio, un detto come “I genovesi sono tirchi” è opinabile oggi come oggi. I genovesi sono stati inventori del sistema bancario moderno, ma questo è datato XVI secolo. E’ normale che in un contesto del genere possa essere venuto fuori un luogo comune sulla tirchieria, ma oggi mi sembra un po’ superato, soprattutto in relazione alle nuove generazioni».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Sicuramente, per il cibo, la porterei nei luoghi più spartani, dove si trova un po’ l’anima della Superba. Andremo a mangiare il fritto d’asporto in sottoripa e la focaccia coi grani di sale in zona vigne. Il gelato lo prenderemmo a Priaruggia e il tramonto sarebbe a Boccadasse. Vedremmo le botteghe dei mestieri ai Macelli e qualche sapore al Mercato orientale. Se facessimo notte, la porterei anche al mercato del pesce. E poi, da musicista, la porterei a vedere i locali e i teatri dove accade la magia del live, sicuramente. This is Genova for me».

    Tu sei un musicista, se scrivessi una canzone sulla tua città come inizierebbe?
    «Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi…. ah no! L’hanno già fatta :D».

    Veronica Onofri

     

     

  • Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    Settimanale di Fotografia, tutto pronto per la terza edizione. Reportage, fotografia di moda e ritrattistica d’autore

    locandina generale Lasett WEBDopo il successo delle due precedenti edizioni, torna La Settimanale di Fotografia, il grande contenitore di eventi legato al vasto mondo della fotografia, declinata in tutti i suoi aspetti. Cambia la formula: gli eventi quest’anno saranno condensati in dieci giorni, dal 9 al 19 maggio, tra conferenze, workshop, proiezioni e musica. Si rinnova, quindi, la possibilità di approfondire le tematiche legate alla fotografia direttamente con professionisti di livello internazionale: le dinamiche legate alla produzione dei reportage, il vasto e sofisticato mondo della fotografia di moda e la genesi dello scatto d’autore.

    La Settimanale di fotografia 2016: tutte le interviste di Era Superba

    Come di consueto, la sala del Munizioniere di Palazzo Ducale accoglierà gli incontri con tre fotografi di fama internazionale: si comincia venerdì 12 maggio alle 19 con Martina Bacigalupo, fotoreporter di origine ligure che oggi fa parte della nota agenzia VU di Parigi, si continua sabato 13 con Ferdinando Scianna, fotografo siciliano che ha fatto la storia della disciplina e si conclude domenica 14 con Mustafa Sabbagh, artista di origine giordana noto per le sue immagini forti e provocatorie. Dal reportage, quindi, alla fotografia di moda e alla ritrattistica d’autore. Era Superba documenterà questo grande evento genovese.

    La Settimanale di Fotografia è un’associazione che nasce con l’intento di sviluppare attività culturale legata alla fotografia, sempre più importante e costante a Genova. «Esistono molte realtà a Genova legate al mondo della fotografia, spesso portatrici di ottime iniziative – spiega Veronica Onofri, fotografa e presidente dell’associazione, già nota ai lettori di Era Superba grazie alla sua seguitissima rubrica fotografica “Con quella faccia un po’ così..”ma che tuttavia da sole non riescono a emergere come meriterebbero”. Cercando di interpretare un desiderio comune, l’idea è quella di creare una rete per mettere a fattor comune le forze e l’esperienza di tutti.

    «Eventi come la Settimanale di fotografia – continua Veronica – caratterizzati da contenuti di alta qualità e da ospiti importanti del panorama fotografico internazionale, vogliono essere un’occasione per incontrarsi, conoscersi e gettare le premesse per fare di Genova una protagonista della cultura fotografica». La Settimanale, quindi, oltre agli appuntamenti di maggio elabora un progetto più ampio e ambisce ad essere un punto di riferimento importante per gli appassionati di fotografia in città e in Italia.

    Il programma integrale del festival sarà presentato martedì 9 maggio alle ore 18.30 ai Giardini Luzzati, in un momento informale di aperitivo accompagnato da proiezioni, curiosità e musica dal vivo.

     

    IL PROGRAMMA IN SINTESI

    Martedì 9 maggio alle 18.30 ai giardini Luzzati
    Inaugurazione e presentazione del programma de La Settimanale 2017
    con proiezioni e musica dal vivo

    Mercoledì 10 maggio alle 19 al Feellove, stradone S.Agostino 17r
    Aperitivo-approfondimento sulle mostre fotografiche in esposizione a Palazzo Ducale (Henri Cartier-Bresson ed Elliott Erwitt) a cura di Gloria Viale, storica della fotografia

    Giovedì 11 maggio alle 19 al Kowalski, via dei Giustiniani 3r
    Inaugurazione della mostra Ucraina di Giuseppe Maritati e dibattito sulla professione del fotoreporter.

    Venerdì 12 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Martina Bacigalupo. Modera Maurizio Garofalo.

    Sabato 13 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Ferdinando Scianna. Modera Maurizio Garofalo.

    Domenica 14 maggio alle 19 alla sala del Munizioniere, Palazzo Ducale
    Incontro con Mustafa Sabbagh. Modera Maurizio Beucci.

    Lunedì 15 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Mapplethorpe: Look At The Pictures 3
    di Fenton Bailey, Randy Barbato, documentario, 108’, USA-Germania 2016.

    Martedì 16 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Obiettivo Annie Liebovitz
    di Barbara Leibovitz, documentario, 82′, USA 2007

    Mercoleldì 17 maggio alle 16, alle 19 e alle 21.15
    Sala Film club del Cinema Sivori, Salita Santa Caterina 12
    Dont blink. Robert Frank
    di Laura Israel, documentario, 82’, Canada-USA-Francia 2015

    Ingresso euro 5, ridotto euro 4 per i possessori delle tessere Campus, Cus, Young del Circuito Cinema Genova.

    Sabato 20 e domenica 21 maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Martina Bacigalupo
    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com

    Sabato 27 e domenica 28 Maggio
    Spazio Lomellini 17, via Lomellini 17/4
    Workshop con Mustafa Sabbagh

    per info e iscrizioni: lasettimanale@gmail.com
    Dove non diversamente specificato, le iniziative sono ad ingresso gratuito

     

    I PROTAGONISTI

    Martina BacigalupoMartina BACIGALUPO è nata nel 1978 a Genova. Dopo aver studiato letteratura e filosofia a Genova Martina studia fotografia al London College of Communication di Londra. Nel 2007 parte in Africa dell’Est, dove ha vissuto e lavorato per gli ultimi dieci anni come fotografa indipendente, prevalentemente sulle problematiche riguardanti i diritti dell’uomo, in collaborazione a varie organizzazioni internazionali (tra cui Human Rights Watch, Médecins Sans Frontières, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Amnesty International). Dal 2010 Martina è membro dell’Agence VU di Parigi. Il suo lavoro e’stato pubblicato su The New York Times, The Sunday Times Magazine, Liberation, Le Monde, Vanity Fair, Internazionale, Esquire, Jeune Afrique e esposto in varie fiere internazionali d’arte: Paris Photo (2013), Unseen (Amsterdam 2014), Aipad (New York 2014). Ha vinto il Premio CANON per la fotogiornalista dell’anno nel 2010 e il Premio FNAC per la creazione fotografica nel 2011. Nel suo ultimo lavoro, “Gulu Real Art Studio” (Steidl 2014) Martina esplora il ruolo della fotografia nel mondo contemporaneo e in particolare il suo ruolo di fotografa occidentale nel continente africano.

    Ferdinando SciannaFerdinando Scianna ha cominciato ad occuparsi di fotografica negli anni Sessanta, quando era studente di Lettere e Filosofia all’Università di Palermo: è allora che ha cominciato a lavorare sistematicamente sulla Sicilia e sui siciliani. Il suo reportage Feste Religiose in Sicilia del 1965, aggiudicatosi il Premio Nadar nel 1966, conteneva un saggio di Leonardo Sciascia, preludio di una fruttuosa collaborazione con molti celebri autori. Nel 1966 Scianna si sposta a Milano e l’anno seguente comincia a lavorare per il settimnale L’Europeo, inizialmente come fotografo e poi, dal 1973, come giornalista. Da allora ha scritto anche per Le Monde Diplomatique e di letteratura e fotografia per La Quinzaine Littéraire. Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens e La Villa Dei Mostri in Italia. In questo periodo incontra Henri Cartier-Bresson e nel 1982 entra a far parte della Magnum. Alla fine degli anni Ottanta comincia ad occuparsi di moda e pubblica la retrospettiva Le Forme del Caos (1989). Scianna torna ad indagare il significato dei riti religiosi con Viaggio a Lourdes (1995), due anni più tardi pubblica una collezione di immagini di persone addormentate: Dormire Forse Sognare. Nel 1999 pubblica una serie di ritratti dello scrittore argentino Jorge Luis Borges e nello stesso anno la sua mostra Niños del Mundo fa conoscere al mondo i volti dei bambini di tutto il pianeta. Nel 2002 Scianna portaa termine Quelli di Bagheria, sulla sua città natale in Sicilia, dove tenta di ricostruire l’atmosfera della gioventù attraverso scritti e immagini di Bagheria e delle persone che la abitano.

    Mustafa SabbaghMustafa Sabbagh è nato in Giordania, ad Amman, da famiglia italo-palestinese. Consegue la laurea in architettura all’Università IUAV di Venezia e si trasferisce a Londra, dove si forma come assistente di Richard Avedon, collaborando anche con il Central Saint Martins College of Art and Design. Al ritorno in Italia si stabilisce a Ferrara, ma è spesso impegnato in varie parti del mondo sia come docente in workshops fotografici, sia per la realizzazione di shootings pubblicati su diverse riviste – quali The Face, Vogue, Sport & Street. Dal 2005 si concentra sull’arte figurativa; le sue opere sono incentrate sulla pelle come “diario dell’unicità dell’individuo”, che spesso dipinge di nero come critica sociale e sfida tecnica, e su mises en scène atte soprattutto a contestualizzare nel contemporaneo le allegorie della storia dell’arte (principalmente fiamminga e barocca). Nel 2013, nella serie Fotografi di Sky Arte HD, è stato definito uno degli “otto artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo”. Secondo il curatore e storico dell’arte Peter Weiermair, Sabbagh è “uno dei cento fotografi più influenti al mondo”, e l’unico italiano fra i quaranta ritrattisti di nudo più importanti su scala internazionale. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei italiani e stranieri. Tra queste, risale al dicembre 2014 l’acquisizione di un suo dittico nella Collezione Farnesina.

  • Sant’Agata, una devozione che dura da quasi duemila anni. Il reportage fotografico della festa catanese

    Sant’Agata, una devozione che dura da quasi duemila anni. Il reportage fotografico della festa catanese

    senza titolo-19 Oggi a Genova si svolge la Fiera di Sant’Agata, un rituale cittadino legato al commercio di beni, sementi e un tempo anche di bestiame, in vista della primavera oramai alle porte. Pubblichiamo un reportage fotografico di Veronica Onofri e Giandomico Cosentino, che sono andati nella città natale della santa, Catania, per documentarne la devozione e i rituali unici. 

    L’amore e la devozione dei catanesi per Sant’Agata hanno trasformato la festa in suo onore in uno degli eventi religiosi più importanti al mondo. Dal 252, anno successivo a quello del martirio, il popolo catanese nutrì subito una grande devozione per la giovane martire ma i festeggiamenti, così come possiamo vederli oggi risalgono al 1126 quando ritornarono a Catania le spoglie della Santa che erano state trafugate. E’ questa l’origine di una festa civica che tutt’oggi caratterizza i festeggiamenti di Sant’Agata e che, fino quasi alla fine del ‘600, si svolgeva in una sola giornata, quella del 4 febbraio. Dal 1712, vista l’importanza crescente dell’evento, le giornate dei festeggiamenti divennero due, probabilmente perché la città si era espansa talmente tanto che non bastò più un solo giorno per il giro dei diversi quartieri. La festa ai giorni nostri dura dal 3 al 5 febbraio, concludendosi sempre più spesso nella tarda mattinata del 6.

    Oggi, la festa di Sant’Agata richiama migliaia di fedeli e curiosi da tutta Italia e da tutto il mondo. La città viene completamente agghindata con luci e fiori e le strade si riempiono di devoti instancabili di ogni età che seguono la sfarzosissima vara con il busto della Santa per tutta la città. Si mangia nelle innumerevoli bancarelle, si fa festa ma soprattutto si prega. Gli uomini e le donne più forti trascinano per le vie di Catania ceri che arrivano a pesare anche più di 100 Kg, senza sosta, per poi fermarsi e urlare in dialetto siciliano, davanti a tutti i cittadini, la propria devozione. I giorni della Festa dedicata alla Santa sono sicuramente uno dei modi migliori per conoscere Catania e percepire l’anima della Sicilia.

    Foto e testi di Veronica Onofri e Giandomenico Cosentino

  • Federico Gasperi, il “metallaro dolce” con in mano la musica di Genova, e non solo

    Federico Gasperi, il “metallaro dolce” con in mano la musica di Genova, e non solo

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    ©Veronica Onofri

    Federico Gasperi

    Federico Gasperi, general manager di Nadir Music, società che opera in ambito musicale in svariati settori di attività: recording & mastering studio, discografia, Artist management e music publishing. Ha lavorato con decine di importanti artisti nazionali e stranieri: tra gli altri Elio e le Storie Tese, Antonella Ruggiero e Mario Biondi. Gestisce il management e l’attività live di alcune note formazioni italiane: Sadist, GnuQuartet, i Tuamadre, nonché il Trio Bobo (Faso, Christian Meyer, Alessio Menconi) e La Drummeria (Ellade Bandini, Walter Calloni, Christian Meyer, Maxx Furian, Paolo Pellegatti). Ha prodotto svariati dischi incluso, di recente, il nuovo singolo di Francesco Baccini, attualmente in programmazione sui principali network radiofonici italiani.

    [quote]Federico è un ragazzo decisamente solare e simpatico, ma come ogni amante della musica metal ha una parte dentro di sé più dura e decisa, come una strana “contraddizione”: musica estrema ed estrema dolcezza. Mentre scattavo è venuto fuori il suo lato “metallaro”, ma con grande ironia[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Da bambino volevo fare il veterinario, che è pur sempre una valida alternativa ai classici evergreen astronauta/pompiere. Dopodichè, come molti, sulla mia personale “Via di Damasco” sono rimasto letteralmente folgorato dalla Musica, e non solo da quella suonata (per fortuna del mondo…) ma anche da quella lavorata, organizzata  e gestita».

    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Parto dal fondo: odio la diffidenza aprioristica, la lentezza nel fare e nel decidere che sfocia spesso nell’immobilismo tout court, la mancanza di audacia e la paura del rischio. Odio il “maniman” e il divano moschicida che incolla ed inghiotte chiunque, a casa, ci si sieda sopra dopo le 20:00. Tutto il resto lo amo alla follia».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «In Italia credo necessariamente a Milano, per mere esigenze professionali e perché è una città in cui ho vissuto e che mi ha dato molto. All’estero probabilmente in Inghilterra. Si lo so… Fossi figo (cit.) avrei dovuto rispondere “a pescare su un atollo in Polinesia o in Papua Nuova Guinea”, ma per fortuna non lo sono».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Vorrei provare a sfatarne tre in un colpo solo: il primo riguarda la mai troppa citata avarizia, che personalmente non ho mai avuto modo di constatare davvero tra le mie cerchie di amici e conoscenti. Il secondo è quello secondo il quale suppostamente noi genovesi ci nutriremmo di pasta al pesto o di cappuccino e focaccia quasi a titolo esclusivo. Non è assolutamente vero: io ad esempio amo molto anche i gianchetti. Il terzo è quello che ci vedrebbe ombrosi, imbronciati e schivi: dissento su tutta la linea… Pensate ad esempio a Paoli, De Andrè o Tenco: non vi sale già un mezzo sorriso?».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    Ho decine di luoghi (anche tralasciando Caruggi, Spianata e Lanterna) e di grandi ristoranti in mente. Ne cito uno al volo: La Locanda degli Adorno, in pieno centro storico. Un mix di ottima cucina ed impegno sociale. Top e consigliatissimo.

    Tu lavori nell’ambito della musica e dello spettacolo, come ti sembra Genova da questo punto di vista?
    «Alcuni blasonati decani dello show biz ed alcune nuove leve (nonchè amici) più che promettenti. Molte belle idee ma di contro ahimè pochi luoghi fisici per esprimerle davvero nella pratica e per sperimentarle concretamente sul campo. Penso ad esempio all’atavica mancanza di spazi adeguati per la musica live di qualità che fa però spesso il paio (va detto per onestà intellettuale) con l’altrettanto atavica e proverbiale pigrizia di molta parte del Pubblico cittadino che tende a muoversi in blocco solo per i grandi happening “patinati” e per le star da classifica trascurando invece gli eventi non prettamente mainstream ma spesso molto più stimolanti e interessanti artisticamente».

    Veronica Onofri

     

     

  • Lucia Pescio, una «mamma che lavora», innamorata di Genova e volto della Liguria

    Lucia Pescio, una «mamma che lavora», innamorata di Genova e volto della Liguria

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    © Veronica Onofri

    Lucia Pescio

    Lucia Pescio vive a Imperia ma è nata a Genova, città a cui  molto legata. Dopo aver lavorato molto tempo per Primocanale è arrivata al TG3 Liguria, facendo diversi servizi anche per l’edizione nazionale.

    [quote]E’ una di quelle donne che fa venire il nervoso perché anche conoscendola un po’ più a fondo si fa fatica a trovarle un difetto: è bellissima, intelligente, brillante, simpatica, madre di due figli e giornalista. L’ho ritratta in un locale del centro storico genovese, la tentazione era quella di metterla in posa da modella, tanto è fotogenica, ma alla fine, chiacchierando, ho pensato fosse meglio ritrarla in modo più completo, scattando una foto in cui fosse spontanea ma in cui si intravedesse la sua forza e la sua personalità.[/quote]

    Quando eri un bambina, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Tanti e sempre diversi, cambiavano spesso. C’è stato un periodo da piccola in cui volevo vivere a New York, che conoscevo solo in fotografia, e fare l’attrice di teatro, poi c’è stato il periodo della ginnasta (!), della scrittrice, della pittrice. Di certo, non ho mai sognato di fare la professoressa di matematica, sono una schiappa coi numeri. Poi, nella vita ho fatto tutt’altre scelte di cui non mi sono mai pentita. E oggi posso dirlo: ho la fortuna di fare il mestiere più bello del mondo».

    Cosa ami e cosa odi di Genova? 
    «Di Genova amo tutto: vicoli, piazze, colori, botteghe, così come amo i mugugni di chi la abita e quella sua aria un po’ immobile e austera. Mi piace, è molto rassicurante. Vivendo altrove, mi manca molto. Non odio nulla di lei, è e rimane la mia città. Punto».

    Non vivendoci più, cosa ti lega maggiormente a Genova? Riesci ad immaginare una vita diversa in un posto diverso?
    «Non vivo più a Genova da anni, ma vengo spesso per lavoro e ho ancora parte della famiglia e diversi amici qui. In fondo mi sono spostata solo di 100 km, ma non so immaginare una vita diversa da quella che faccio. O in un altro luogo che non sia la Liguria. In futuro, magari chissà…».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Perché? Circolano luoghi comuni su Genova? Naaa…».

    Cosa vuol dire essere madre e donna in carriera oggi? Rifaresti le stesse scelte?
    «Ho due figli di 10 e 13 anni, ho avuto la fortuna di averli da giovane e oggi questo mi aiuta anche sul lavoro. Non è facile incastrare tutto ma ho dei super nonni molto presenti e senza di loro davvero non ce la farei. Non mi sono mai considerata una donna-in-carriera ma una mamma-che-lavora, talvolta nemmeno troppo organizzata».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «La mia passeggiata del cuore: prima col naso all’insù per via Garibaldi poi nel marasma disordinato dei caruggi, da Porta Soprana a scendere, verso il mare. Con tappa d’obbligo alle “E Prie Rosse” per una tartare con uovo in camicia…ineguagliabile».

    Veronica Onofri

  • Giovanni Giaccone, giornalista galantuomo con Genova negli occhi e nel cuore

    Giovanni Giaccone, giornalista galantuomo con Genova negli occhi e nel cuore

    giovanni-giaccone
    © Veronica Onofri

    Giovanni Giaccone

    Giornalista e scrittore, Giovanni Giaccone è un volto noto ai genovesi: per lungo tempo infatti ha lavorato nella redazione dell’emittente televisiva genovese più conosciuta, quella di Primocanale. Genova è sempre stata protagonista e ispiratrice dei suoi articoli e dei suoi libri.

    [quote]Giovanni è un galantuomo, ironico e amante delle cose belle. Il ritratto è stato scattato in un locale di piazza Lavagna davanti a buon bicchiere di rosso, mentre guarda la sua Genova fuori dalla finestra.[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «A parte i primi anni di vita, in cui ero indeciso se diventare Batman, un calciatore o un ranger del parco di Yellowstone, verso i 9 – 10 anni ho cominciato a focalizzare l’attività di giornalista e scrittore come quello che mi sarebbe piaciuto fare. Determinanti sono stati due film: “Tutti gli uomini del presidente” con Robert Redford e Dustin Hoffman e “Chiamami aquila” con John Belushi. Nel secondo, ho idealizzato l’immagine del giornalista che vive e lavora a proprio agio nella giungla urbana, un po’ sregolato e anarcoide. Non ho toccato le vette dei protagonisti dei film alla fin fine, ma diciamo che sono entrato in quel mood…».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Di Genova amo le atmosfere notturne, i vicoli della città vecchia, quel sapore di clandestino, losco e misterioso che si respira attraversandoli. Le canzoni di De André, la spianata di Castelletto e certi scorci del porto, come i rimorchiatori che rientrano tra le banchine, le navi in rada, le furiose ondate che s’infrangono sulla diga foranea. Odio la pigrizia mentale e l’immobilismo decadente delle sue classi dirigenti attuali, l’atteggiamento rinunciatario mascherato da prudenza e saggezza che caratterizza tante (non) decisioni. Genova rischia di soffrire molto per questo».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Non lo so esattamente. Se dovessi sognare, direi a fare lo scrittore in California, magari anche gestendo un locale dall’atmosfera Tiki. Oppure a scrivere per un piccolo giornale cittadino a New York, vivendo in un appartamento tra Soho e Chinatown come William Hurt nel film “Smoke”».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Genova è una città complessa e molto cerebrale. Sono più le cose che “si pensano” di Genova di quante essa, effettivamente, ne contenga. Il luogo comune principale è quello dell’avarizia, che non mi sento di smentire del tutto. Ci sono delle attenuanti però: i genovesi nella loro storia hanno sempre dovuto fare i conti con un ambiente non particolarmente ricco in termini di fauna e flora e morfologicamente accidentato, con il mare che era più tiranno che amico. La principale fonte di sostentamento dei “genuati” è stata fin da subito il commercio ed è chiaro che nel fare affari con il passare del tempo diventassero abilissimi così come, nello stesso tempo, attenti e parsimoniosi nelle spese. E’ certamente un tratto che ci viene riconosciuto nei secoli e di fronte a così tante e numerose testimonianze bisogna pur ammettere».

    Tu sei uno scrittore. Genova ispira la tua creatività?
    «Sì. Genova è una città ricca di storie, misteri e eventi. Non è mai stata una città raccontata mirabilmente da un autore capace di identificarsi con la città stessa, come un Joyce per Dublino, un Kafka per Praga, un Pessoa per Lisbona, per fare alcuni esempi. Genova è stata più raccontata attraverso i poeti (Caproni, Campana, Sbarbaro) oppure attraverso le canzoni (Paolo Conte e Fabrizio De André). Un grande autore inglese come Joseph Conrad ambientò un romanzo nella Genova dei primi dell’800, si intitola “Suspense” però non riuscì a terminarlo. Nessun italiano, tra 1800 e 1900, il secolo dei romanzi, provò a cimentarsi in una storia su Genova e di Genova. Credo che in qualche modo i travagli politici della Superba e un suo declino d’importanza politica e economica, (nonostante il ‘900 sia stato per buona parte ancora di buon livello) successivi al processo unitario nazionale, abbiano avuto la loro importanza. Molte storie di Genova sono state dimenticate assieme alla sua effettiva grandezza nel passato. Prossimamente uscirà un mio libro edito da De Ferrari dove racconto alcune storie incredibili di questa città. Negli anni scorsi ho scritto due romanzi ambientati a Genova: uno, “La sparizione del violino” che è il ricalco di una classica avventura di Sherlock Holmes ambientata tra i vicoli, l’altro, “Satan’s Circus” che è anche ambientato a New York e Napoli è una storia molto “noir” negli scenari del risorgimento italiano. Nulla a che vedere con gli autori citati sopra, ma ci ho provato».

    Ultimamente ti sei dedicato alla storia dei Cocktails, come nasce questa passione? E dove vai quando vuoi bere bene in città?
    «Genova come dicevo è una città molto cerebrale, si pensa e si parla tantissimo. Non essendoci una vera e propria piazza, come nella stragrande maggioranza delle città italiane, dove la gente si incontra e si dà appuntamento, la meta preferita dei genovesi per vedersi e parlare è il bar, all’ora del cocktail, tra le 18 e le 20. Essendo io un gran chiacchierone ho fatto ben presto mia questa abitudine e mi sono incuriosito, negli anni, alla storia dei drink che bevevo. Nulla di ordinato e scientifico, solo sporadiche letture, fino a quando mi è stato chiesto di scrivere articoli sulla storia dei cocktail più importanti e così, quasi per gioco, ho cominciato a interessarmene con più rigore. Alla fine, per farla breve, ne sono usciti due libri “Cocktailsofia” e “L’arte di bere d’estate” che stanno andando alla grande. A Genova vado a bere nel centro storico, dove si preparano degli ottimi drink e circolano bartender di tutto rispetto. Anche nel centro cittadino, tra via XX settembre e il Quadrilatero, l’offerta di qualità non manca. Ottimi cocktail vengono serviti poi tra Pegli, Sampierdarena, Nervi sino ad arrivare a Camogli e Portofino… Insomma, abbiamo un po’ di problemi, ma possiamo dire di poterci consolare con degli ottimi drink».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? (un luogo, un ristorante, un percorso)
    «Sicuramente verso sera in spianata Castelletto, perché Genova vista da lì è da brividi. Poi farei un giro in sopraelevata e in corso Italia in auto perché così si possono godere incredibili panorami. Poi andrei a Boccadasse dove vale la pena farsi un gelato o bere qualcosa seduti in riva al mare. Più tardi, porterei il mio ospite a mangiare e quindi a bere un rum in qualche fumoso locale della città vecchia, dove s’incontrano personaggi unici e la musica dal vivo non manca mai… Alla fine, una passeggiata nei vicoli silenziosi e deserti di Genova è un must che tutti dovrebbero vivere almeno una volta nella vita».


    Veronica Onofri

  • La fontana di De Ferrari si colora con i Led. Crivello: “Il regalo di Natale alla città e ai turisti”

    La fontana di De Ferrari si colora con i Led. Crivello: “Il regalo di Natale alla città e ai turisti”

    luci-de-ferrari-01Dopo l’intesa opera di pulizia e restyling degli ultimi giorni, è finita l’attesa per vedere l’acqua della fontana di piazza De Ferrari, cuore di Genova, colorarsi grazie alla luce dei faretti led. Questa sera, gli operai di Aster hanno infatti provato il funzionamento della nuova attrazione voluta dal Comune di Genova che inaugurerà ufficialmente domani pomeriggio alle 17. Aster, la partecipata di Palazzo Tursi per le manutenzioni, ha installato 80 proiettori con sorgente led ad alta potenza in corrispondenza del getto centrale, dei getti posti lungo la circonferenza e nella vasca sotto il bacino per rendere ancor più attraente l’impatto per i genovesi e per i tanti turisti presenti in città. «Abbiamo lavorato insieme ad Aster per fare questo regalo di Natale a tutti i genovesi e ai turisti – commenta l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello – per rendere ancor più suggestivo l’effetto scenico in una piazza bellissima e frequentatissima».

    luci-de-ferrari-02La fontana si accenderà tutte le sere dalle ore 18 alle ore 22. «Cominceremo con il bianco e il rosso, i colori della bandiera genovese – afferma l’assessore alla agenzia Dire – ma le possibilità di dipingere la tavolozza sono molto variegate. Genova è una città che sta conoscendo un momento particolarmente positivo per quanto riguarda la presenza di visitatori italiani e stranieri e la fontana di piazza De Ferrari, diventato uno dei segni distintivi della nostra città, è tra i monumenti più fotografati». In realtà, il simbolo della piazza centrale del capoluogo ligure non è nuovo a colorazioni: soprattutto in occasioni di giornate nazionali e internazionali di sensibilizzazione, l’acqua della fontana negli ultimi anni è stata spesso colorata per attirare l’attenzione dei genovesi. Da domani si passerà dagli additivi alle luci.

  • Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini
    © Veronica Onofri

     

    Marco Guidarini

    Marco Guidarini, direttore d’orchestra. Marco Guidarini nasce a Genova. Oltre agli studi in lettere classiche e filosofia, studia violoncello al Conservatorio della sua città natale. La sua carriera si sviluppa rapidamente nei maggiori centri europei e dirige a Stoccolma, Copenhagen, Oslo, Ginevra, Bilbao, Valencia, Roma. Debutta alla Deutsche Oper di Berlino e allo Staatsoper di Monaco dirigendo Il Barbiere di Siviglia in entrambi i teatri. E’ particolarmente apprezzato in Francia per la sua conoscenza e interpretazione della musica di Verdi.

    [quote]Marco è un uomo elegante, dal sorriso sincero. E’ una di quelle persone che ascolteresti per ore perché ha tante cose da raccontare e ama raccontarle davanti a un bicchiere di vino bianco gelato. Raramente mi sono trovata a tavola con persone così piacevoli, interessanti e divertenti. Per il suo ritratto abbiamo scelto uno dei luoghi più belli del centro storico, il bar ristorante Cavo in vico Falamonica: un contesto perfetto per un grande direttore d’orchestra e che un po’ gli somiglia, un luogo elegante e raffinato nel cuore del centro storico più autentico.[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Sognavo di volare. Poi è diventato un sogno ricorrente, una melodia che riaffiora dalla memoria. Mi sarebbe anche piaciuto avere poteri magici. E una bacchetta magica. Da grande ho avuto la mia bacchetta, in qualche modo magica. Faccio il direttore d’orchestra: la musica è magia. E permette di volare a chi ascolta. Sogno realizzato».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Amo il colore del mare, quella sensazione blu dell’aria pulita quando il vento spazza via tutto. E il silenzio improvviso di certi luoghi, l’intimità misteriosa delle crêuze. Odio la mancanza di generosità, il suo fingersi vittima degli avvenimenti, il moralismo profondo. Genova è un gatto impossibile».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «A Parigi, dove ho anche vissuto a lungo. O forse a Barcellona, che somiglia a Genova ma è un gatto felice. Credo farei più o meno le stesse cose, ma con un po’ di nostalgia in più».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Che sia una città aperta verso il Mediterraneo. Non c’è niente di più falso. Di Mediterraneo ha solo il mare».

    Tu viaggi molto per lavoro, che cosa ti manca di più di Genova quando sei lontano? E che cosa credi che manchi a Genova relativamente al tuo lavoro?
    «Ho vissuto talmente a lungo lontano da Genova, da averne costruito un pezzo dentro di me. A me mancano soprattutto i volti delle persone, il suono delle loro voci. Relativamente al mio lavoro, credo che a Genova manchi il desiderio di scommettere su se stessa e sulle persone che la amano. Il desiderio di provare a volare, insomma».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Credo che non potremmo sfuggire a una camminata tra via Garibaldi e il Porto Antico, alla Genova dei vicoli e della nostalgia, appunto. Poi acciughe o cappon magro, pesto obbligatorio e un bianco freddissimo. La Genova degli amici segreti».


    Veronica Onofri

  • Anna Chieregato, la voce e il volto di Genova che arrivano da Venezia

    Anna Chieregato, la voce e il volto di Genova che arrivano da Venezia

    Anna Chieregato
    © Veronica Onofri

    Anna Chieregato

    Tutti a Genova conoscono Anna Chieregato, che per molti anni ha raccontato la nostra città: è stata, infatti, una delle giornaliste più apprezzate di Primocanale per diversi anni e la voce di Radio Babboleo.

    [quote]La sua bellezza nordica e glaciale può erroneamente portare a pensarla una donna fredda e austera, ma basta sedersi con lei in qualche bel locale dei vicoli, davanti a un buon prosecco, per capire quanto questa donna sia speciale. Anna è indubbiamente dotata di una personalità molto forte ma è allo stesso tempo molto dolce e passionale, oltre che un ottima padrona di casa.
    Questo foto l’ho scattata nella sua casa di Nervi dopo un pranzo a base di pesce, cucinato interamente da lei, che credo avrebbe fatto invidia ai più grandi chef del pianeta.[/quote]

    Quando eri una bambina, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Essere una scrittrice. Una scenografa. Una chef. Ed essere felice. Non esattamente in questo ordine. Forse. Da “grande”, ma sono già grande? Continuo a inseguire i sogni che avevo da bambina, raggiunti solo in parte: sono diventata una giornalista – mestiere ben lontano da quello di scrittrice, ci tengo a precisarlo anche se il concetto è chiarissimo – e sono quasi felice. Perché questo “quasi”? Perché non sono scrittrice, né scenografa, né chef. Sul resto ho la consapevolezza di essere privilegiata».

    Che cosa ami e che cosa odi di Genova?
    «Non sono genovese. Le mie origini appartengono a una città nel passato rivale a Genova: Venezia. Forse lo è ancora, tant’è che non esiste un treno diretto o un volo che le colleghi. E questa è una prima critica, ma non vale, è di parte. Ho un cuore gitano: amo e odio con la stessa intensità . Di Genova, Amo il labirinto dei suoi vicoli, il mare nel suo fondersi con il cielo, la luce e quel “cambiamento di umore” che ne modifica i colori: Genova grigia con la pioggia, Genova dorata quando è illuminata dal sole. Odio come i genovesi hanno smesso di amare Genova, maltrattandola. Vantandosi di doversene andare per realizzare altrove i propri sogni. Questo è vero, ma è la conseguenza del mugugno e dell’avere smesso di amare questa città , da cui si parte senza in fondo potersene andare. Perché poi è qui che un genovese torna sempre. L’ho fatto anch’io, che non sono genovese: andata nel 2004 e ritorno nel 2005».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Che domanda. Se non vivessi a Genova vivrei a Venezia. E sarei senz’altro chef! Chef e scrittrice. Bello. Un’ipotesi di vita altrove: bisogna sempre avere un piano B, e questo è il mio».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «No. (ride). Dico sul serio, non scherzo (ride di nuovo)».

    Oltre a essere una bravissima giornalista, sei anche un ottima cuoca: il tuo piatto genovese preferito?
    «Piatto preferito? Non so scegliere, sono un’eterna indecisa…facciamo cappon magro vs trofie al pesto».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Nei vicoli…abitudine veneziana, solo che qui mancano i famosi baccari, ma per fortuna avete importato lo spritz. A visitare qualche chiesa-gioiello come quella di San Luca. Mercato Orientale…il mio regno per la spesa. Passeggiata di Nervi, per sperimentare la sensazione di infinito, dove la linea dell’orizzonte scompare nella luce o nel buio lunare. A cena da Gian Paolo Belloni, che dal ristorante Zeffirino di via XX Settembre si è spostato a Pieve Alta. O da Cavo, in vico Falamonica, nel cuore del centro storico, con la bellezza del suo salone affrescato. Se la serata e la persona sono speciali, allora diventa inevitabile una cena al Marin , il ristorantino dentro Eataly. Per la vista mozzafiato sul Porto Antico, le luci accese nella notte come su un palco dove lo spettacolo è un concerto dal battito antico: la “musica” delle crocette suonate dal vento sulle barche a vela».

    Veronica Onofri