Tag: riqualificazioni

  • Pra’ e Centro Civico Culturale con biblioteca e museo multimediale, tra sogno e incertezze sui fondi

    Pra’ e Centro Civico Culturale con biblioteca e museo multimediale, tra sogno e incertezze sui fondi

    Un centro civico multimediale nel cuore della delegazione, con tanto di biblioteca, mostra permanente del basilico e un museo sulla storia locale degli ultimi 50 anni del quartiere. Questo l’ambizioso progetto di riqualificazione della vecchia stazione di Pra’, proposto ormai più di un anno fa dalla Fondazione Primavera e fatto proprio (almeno, per ora, sul piano delle intenzioni) da Municipio e Comune. «La speranza – ci spiega il consigliere del Municipio VII – Ponente, Claudio Chiarottiè di mettere a bilancio il progetto entro la fine dell’attuale amministrazione, in modo che chiunque venga dopo si trovi la strada tracciata». Parliamo, dunque, di un intervento da terminare entro l’anno prossimo.

    Primo passo: la messa in sicurezza

    Le idee e i progetti su cosa fare dell’edificio che fino al 2006 ospitava la stazione ferroviaria sono molte, e stimolano la fantasia di un quartiere che da sempre soffre la mancanza di un centro civico e di altri luoghi d’aggregazione. Prima, però, viene la meno entusiasmante ma altrettanto necessaria messa in sicurezza dell’esistente. «C’è un problema di tenuta dell’acqua dal tetto – spiega Chiarotti – che rende necessario un pesante intervento di copertura. Inoltre, è intenzione della Civica Amministrazione punteggiarla e ricoprirla, perché non sia più agibile dalla più varia umanità». Il riferimento è alle numerose occupazioni abusive che hanno interessato lo stabile negli anni scorsi, e che hanno generato non poche polemiche. Oggi quel problema sembra risolto, se non altro perché la zona è diventata area di cantiere. «Ma c’è la preoccupazione – sottolinea Chiarotti – che possa ripresentarsi una vola terminati i lavori, qualora lo stabile venisse abbandonato a sé stesso. Anche senza arrivare alle occupazioni abusive bastano i piccioni a degradare i saloni interni lasciati vuoti».

    Ottimismo e sinergie, ma ancora niente fondi

    Nonostante il consigliere Chiarotti tenga per prudenza a precisare che non ci sia ancora «nulla di ufficiale», sul fatto che alla fine qualcosa si farà sembra esserci ottimismo diffuso. I primi a provare questo sentimento sembrano essere gli ideatori del progetto. «Ormai – afferma il presidente della Fondazione Primavera, Guido Barbazza è più di un’idea. In passato si erano ipotizzati altri utilizzi della struttura, come renderla sede della Polizia Municipale, ma non ci sono spazi sufficienti».

    La vecchia stazione di Pra’, costruita nel 1856, è, come molti edifici antichi, pregevole dal punto di vista architettonico, oltre a fare ormai parte della storia della delegazione. Questa sua caratteristica, oltre alla cronica mancanza di un centro culturale, ha spinto l’associazione praese a presentare idee e progetti per la sua riqualificazione. «La nostra intenzione – continua Barbazza – è stata sin da subito quella di creare una biblioteca e un centro culturale, insieme a un museo sulla storia del quartiere, ma di non farlo in modo conformista. Vogliamo attirare un pubblico giovane, e pensiamo di riuscirci, anche grazie alla posizione centrale e assolutamente visibile dall’Aurelia della struttura».

    L’ottimismo di Barbazza deriva dall’ampia condivisione di intenti intorno al progetto. «L’idea del Cccp (Centro civico culturale praese ndr) è piaciuta subito molto all’assessore Crivello e al Municipio, oltre che al Psa (la multinazionale che gestisce il porto di Pra’), alla fondazione Muvita e ad Amiu». La municipalizzata della nettezza urbana dovrebbe partecipare attivamente al progetto con una sala dedicata alla sensibilizzazione sul tema del riciclo. Idee chiare su cosa fare, dunque, meno sui fondi da investire: «Pensiamo di trovare le risorse necessarie – spiega Chiarotti – da Amiu, il Psa o le attività commerciali sul territorio. Queste le indicazioni di massima, ma c’è il problema delle coperture finanziarie, che bisogna trovare tra gli sponsor disponibili e che comunque richiederanno uno sforzo dalla civica amministrazione, perché quella parte di finanziamento che “avanza” dai Por e interessava solo 1/3 a Levante dell’edificio per il mercato a km 0 non basta a mettere in sicurezza l’edificio».

    Azzardato, al momento, anche fare previsioni su quanto il tutto verrà a costare. L’unica certezza, condivisa da Municipio e realtà del territorio, è che qualcosa vada fatto: «Non è possibile – dicono con una sola voce Chiarotti e Barbazza – lasciare la situazione così com’è, con un edificio in stato d’abbandono nel cuore di un quartiere che, con i Por, si è riqualificato in modo così esteso nell’ultimo periodo».

    Luca Lottero

  • Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Ilva CorniglianoSono 65 milioni di euro i fondi rimasti nelle casse di Società per Cornigliano destinati alla riqualificazione dell’omonimo quartiere. Dopo oltre dieci anni dall’Accordo di Programma, firmato nel 2005, si torna a parlare del progetto per riqualificare Cornigliano. «Molti interventi, negli anni, sono già stati fatti – dice il vicesindaco, nonché vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – e il Miglioramento della qualità della vita dei cittadini del quartiere sta progressivamente avanzando».

    Alcuni interventi, però, non bastano per far rifiorire Cornigliano. Dopo il restauro di Villa Bombrini e di Villa Serra e il rifacimento delle facciate dei palazzi di via Cornigliano, realizzato anche grazie alle tasche dei cittadini, sono da risolvere problemi che si trascinano da tempo. All’appello per portare a termine il progetto manca ancora la risistemazione di via Cornigliano, che secondo il programma dovrebbe diventare una strada pedonale in stile rambla, il raccordo tra la nuova strada a mare e dell’uscita della A10 Genova aeroporto, il ripristino dell’area ex gasometri intorno a Villa Bombrini, il completamento delle due sponde del Polcevera e la riqualificazione dell’ex mercato comunale, ad oggi ferma. Da risolvere anche la questione delle rimessa Amt di via San Giovanni D’Acri che, secondo i primi accordi avrebbe dovuto trasferirsi a Campi, in un’aerea che però di recente è stata venduta.

    Secondo il Direttore di Società per Cornigliano, Enrico Dal Molo i fondi in cassa sono già stati suddivisi e destinati a ogni voce rimasta in sospeso: «Venti milioni vanno per il raccordo tra strada mare e l’autostrada A10, altri venti per la bonifica dell’ex area sottoprodotti, dieci per riqualificare l’area ex gasometri, circa cinque per la messa a nuovo di Via Cornigliano e cinque rimangono in cassa, destinati ai lavori di pubblica utilità». Si spera che a questa somma il governo restituisca, come promesso, cinque degli undici milioni investiti tra il 2014 e il 2016, per mantenere attiva la cassa integrazione degli operai dell’Ilva. Nonostante una serie d’intoppi il progetto dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, che secondo la Società per Cornigliano dovrebbe poi essere messo bando per il completamento dei lavori. Ma i problemi per il quartiere non finiscono qui, «Benissimo il progetto di riqualificazione strutturale del quartiere, ma cosa ci si mette dentro? – dice Paolo Collu, del Gruppo lavoro per Cornigliano – Oggi via Cornigliano e il resto del quartiere è quasi morto dal punto di vista di esercizi commerciali, questo è un aspetto importante da non sottovalutare».

    Mercato Comunale CorniglianoRimessa Amt Cornigliano e l’ex mercato comunale 

    Il progetto approvato dal consiglio Comunale nel 2008 prevedeva lo spostamento della rimessa San Giovanni d’Acri di Cornigliano in un’area in zona Campi. Eppure i primi di agosto la stessa area di Campi che era destinata a diventare la nuova rimessa Amt è stata venduta dal Comune a Spinelli. Un’informazione che non era arrivata al municipio «In attesa che venisse smantellata la rimessa Amt San Giovanni d’Acri – dice il presidente del municipio Medio Ponenete, Giuseppe Spatola – scopriamo che quell’area nella quale doveva essere spostata la struttura era già stata venduta a privati; non siamo nemmeno stati informati direttamente, ma lo abbiamo scoperto».

    Un’altra patata bollente passata nelle mani del municipio nell’estate del 2015 è stata la questione dell’ex mercato comunale di Cornigliano, ormai, da anni, in completo disuso: «Se non ci sono certezze sulla riqualificazione, non sappiamo cosa farcene dell’ex mercato comunale, potremmo assegnarlo con il prossimo bando, ma solo se siamo certi che arrivino i finanziamenti», conclude Spatola.

    Area ex gasometri

    L’area adiacente a Villa Bombrini, rimane uno dei punti dolenti nel progetto di riqualificazione del quartiere di Cornigliano. Una location definita “papabile” per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ma rimasta inattiva e in disuso vista l’impossibilità tecnica di portare a compimento tale progetto. Dopo lunghe attese, il destino del nuovo ospedale di ponente ha cambiato “direzione” e la speranza degli abitanti del quartiere di avere un nuovo ospedale vicino a Villa Bombrini è venuta meno: sul piatto, infatti, è stata messa l’opzione Erzelli, anche se, come è noto, tutta l’operazione legata a quella zona della città è contrassegnata da numerose incognite e inconcludenze. Una decisione presa dopo che l’Enav, società nazionale per l’assistenza la volo, ha definito l’area ex gasometri non adatta dal punto di vista della sicurezza per costruire un ospedale, vista la vicinanza con la pista di atterraggio dell’Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Cornigliano, in un tempo neanche troppo lontano, era una nota località balneare, capace di attirare migliaia di turisti. Oggi il quartiere è alle prese con un lungo tentativo di riqualificazione dopo gli anni delle industrie e del lavoro: qualcosa si sta muovendo, ma l’identità di questa parte della città è ancora lontana dall’essere ritrovata.

    Elisabetta Cantalini

  • Maddalena, il Comune vuole “dare un posto al disordine” coinvolgendo polizia e cittadini

    Maddalena, il Comune vuole “dare un posto al disordine” coinvolgendo polizia e cittadini

    maddalenaDare un posto al disordine” è il progetto che mira a riqualificare il sestiere della Maddalena. Il nome la dice lunga sull’obbiettivo che l’assessorato a Legalità e Diritti vuole raggiungere: migliorare la vivibilità di un’area del centro storico genovese considerata delicata e problematica.

    «Con questo progetto il Comune di Genova affronta ancora una volta la sfida dell’analisi di fenomeni complessi della città – sostiene l’assessore Elena Fiorini – e realizza interventi che, da un lato promuovano il rispetto delle regole, il controllo e la sanzione, ma dall’altro creino partecipazione, inclusione e collaborazione».

    Ad agire nel sestiere è un team multidisciplinare, composto da operatori sociali e polizia municipale, che interviene, dopo aver ricevuto una formazione mirata, con un’attività di mediazione e dialogo. Un progetto, quindi, che non nega o limita, ma promuove la legalità per far rifiorire uno dei quartieri storici della città. «Vogliamo prima avvicinarci e poi affrontare il problema del disordine che è evidente in questa zona», spiega Anna Alessi, responsabile dell’Ufficio Legalità e Diritti del Comune di Genova. «L’approccio sarà quello della partecipazione, vogliamo collaborare con gli abitanti, i commercianti, le associazioni che operano nel quartiere, per arrivare a far rispettare le regole».

    Il primo step che il Comune ha realizzato per cominciare a “riassettare” il disordine e contrastare il degrado è stato la presentazione ufficiale del progetto all’intero sestiere, rendendo partecipi e coinvolgendo tutti, dagli abitanti, ai commercianti, alle associazioni. Una comunicazione biunivoca che crea una collaborazione, evita conflitti e mira a risolvere la situazione. «Ora stiamo lavorando sull’ascolto, stiamo parlando con gli abitanti, con i negozianti e con chi vive quest’aerea per capire nello specifico i problemi»,  continua Alessi. «Solo con una comunicazione diretta e il feedback di chi vive il quartiere potremmo agire nel miglior modo».

    Si passerà poi all’occupazione “virtuosa” delle aree interessate da parte dei cittadini come lo slargo di via della Maddalena, vico Rosa, vico Mele, piazza Cernaia valorizzando e promuovendo iniziative di animazione del territorio. A collaborare attivamente al progetto saranno le associazioni La Comunità, Arci, Coop. Il Laboratorio, A.Ma., Ass.Med.Com, che realizzeranno laboratori per grandi e piccini e iniziative per coinvolgere gli abitanti e allontanare il degrado.

    Premio nazionale del Forum italiano di sicurezza urbana

    maddalena-2Il progetto “Dare un posto al disordine” del Comune di Genova si è aggiudicato il primo posto della prima edizione del Premio nazionale del Forum italiano di sicurezza urbana (FISU). Un’iniziativa definita della giuria presieduta da Rosella Selmini, presidente della Società europea di criminologia, innovativa per la collaborazione sistematica proposta tra polizia locale ed operatori sociali, volta a risolvere rilevanti problemi di disordine urbano.

    L’idea che interessa la zona della Maddalena, una delle aree più critiche del Centro storico, è stata pensata e realizzata dall’assessorato Legalità e Diritti, in collaborazione con il comando della Polizia Municipale e l’Ambito Territoriale Sociale del Municipio Centro Est, grazie a un’attenta analisi del territorio. L’intervento è stato realizzato grazie al co-finanziamento della Compagnia di San Paolo, co-progettato con un vasto raggruppamento di soggetti di Terzo Settore sociali quali la Coop. La Comunità, Arci, Coop. Il Laboratorio, A.Ma., Ass.Med.Com, sostenuto dalle principali realtà del territorio, con il supporto tecnico dell’Associazione Amapola.
    Tra le iniziative del progetto ci sarà anche il supporto dell’amministrazione e la valorizzazione del territorio e l’avvio iniziative di animazione. Il Forum italiano per la sicurezza urbana fornirà consulenza tecnica e logistica, sostenendo le spese, fino a un massimo di 5.000 euro, per l’organizzazione di un evento internazionale a Genova finalizzato alla promozione dell’esperienza di progettazione sulla sicurezza urbana partecipata.

     

     

  • Ex Caserma Gavoglio, entro la fine dell’anno la firma per l’accordo di valorizzazione

    Ex Caserma Gavoglio, entro la fine dell’anno la firma per l’accordo di valorizzazione

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Un nuovo, piccolo passo verso il recupero dell’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, è stato fatto oggi con l’approvazione, da parte della giunta comunale, dell’ampliamento della superficie a disposizione della “Casa di Quartiere del Lagaccio” aperta lo scorso anno. Si tratta di alcuni locali all’interno del cortile della struttura e di ulteriori nuovi spazi che ospiteranno attività di ricerca, studio di progetti, divulgazione, partecipazione a progetti nazionali ed europei, in collaborazione tra Università e le associazioni dell’artigianato.

    Una riappropriazione graduale degli spazi pubblici, quindi, in attesa del definitivo recupero della struttura che passa per la sua acquisizione da parte del Comune. Come è noto, infatti, la vecchia caserma è ancora di proprietà del Ministero della Difesa, che già da alcuni anni si è impegnato a cedere gratuitamente l’area all’amministrazione comunale a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo e dettagliato, che convinca lo Stato a dare il via libera all’operazione.

    «Entro la fine dell’anno contiamo di arrivare alla firma dell’accordo di valorizzazione tra Comune, Demanio e Sovrintendenza, vale a dire il passaggio definitivo del progetto che darà lo sbocco all’acquisizione del compendio», assicura Emanuele Piazza, assessore al Patrimonio comunale non abitativo. «Solo una volta che avremo la disponibilità del bene, infatti, potremo avviare gli interventi sugli edifici, che andranno a privilegiare la restituzione degli spazi verdi al quartiere fermi restando, naturalmente, i paletti imposti dalle Belle Arti sugli immobili vincolati».

    Due sono le alternative al vaglio del Consiglio comunale per quanto riguarda il programma di valorizzazione: un primo progetto da 69 milioni di euro con una preponderanza di spazi liberi, e un secondo progetto da 78 milioni con un maggior volume di costruzioni. In entrambi i casi, come confermato dallo stesso Piazza, è intenzione del Comune accogliere la richiesta dei residenti che, da sempre, chiedono la creazione di un parco pubblico.

    Marco Gaviglio

  • Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    por-pra«L’obiettivo, alla fine, è non avere più nemmeno un centimetro quadrato di area degradata». Claudio Chiarotti, consigliere del Municipio VII Ponente delegato al Por di Pra’, ha le idee chiare sul progetto che negli ultimi anni ha cambiato il volto del quartiere. Un intervento costato complessivamente quasi 20 milioni di euro, stanziati nel pacchetto di fondi comunitari per i Por 2007-2013, poi derogati a livello nazionale fino al 2015. Fine dei lavori prevista tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017. Nel concreto, per la delegazione il Por significa, tra le altre cose, più verde, un’Aurelia allargata da 2 a 4 corsie e un traffico rivoluzionato con numerose rotonde al posto dei vecchi incroci. I cittadini, dopo un po’ di scetticismo e polemiche iniziali dovute soprattutto all’allargamento della strada, sembrano in maggioranza apprezzare i cambiamenti, ma ancora non si sono spente le voci critiche. Il Comitato per Pra’, per esempio, nel novembre del 2015 organizzava un tour chiamato ironicamente “Por delle meraviglie”, e a quasi un anno di distanza non sembra aver cambiato idea: «Una careggiata da quattro corsie non è sicura, non a caso il numero di incidenti è aumentato nell’ultimo anno – attacca Emanuele Strina – inoltre, le rotonde sono mal progettate. A lavori finiti, verrà fuori da sé che l’intervento non è funzionale».

    Che cos’è e quanto è costato il Por

    Approvato dalla Commissione Europea con la decisione 5905 del 27/11/2007, il Por-Fesr Liguria (Piano operativo per l’utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale) 2007-2013 (poi derogato al 2015 a livello nazionale) ha messo a disposizione della Regione risorse per un totale di 530 milioni di euro da investire in due settori principali: quello imprenditoriale e il territorio, in maniera complementare. Il programma si è sviluppato su 5 priorità strategiche, dette “assi”: innovazione e competitività, energia, sviluppo urbano, valorizzazione delle risorse naturali e culturali e assistenza tecnica.
    Per il Por di Pra’, l’Unione Europea ha stanziato 12,5 milioni di euro, la cui amministrazione è poi passata alla Regione Liguria. Il Comune di Genova ha messo invece sul tavolo 2,5 milioni, a cui se ne sono aggiunti poi altrettanti per coprire spese inizialmente non previste. «Devo dire che il Comune ha dedicato grande attenzione al progetto, e al nostro Municipio in generale – sottolinea Chiarotti – personalmente non ricordo tanti interventi di riqualificazione come questo negli ultimi 40 anni».

    L’obiettivo generale dell’intervento era rendere la delegazione più a misura di cittadino. Fulcro del Ponente genovese industriale, negli ultimi decenni Pra’ ha infatti pagato pesanti servitù in termini di vivibilità, dovute soprattutto alla vicinanza al porto e alla struttura urbana. Da un lato, le abitazioni davano (e in parte ancora danno) direttamente sull’Aurelia, con gli autobus che passavano letteralmente sotto le finestre e i panni stesi. Dall’altro lato della strada, invece, separata fisicamente da un muro, si spandeva una sorta di terra di nessuno, degradata, in cui aveva trovato spazio anche un campo rom abusivo, con la nuova stazione e il recente impianto sportivo che sorgevano come isolate cattedrali nel deserto. Gli interventi sull’Aurelia e la realizzazione del Parco Dapelo (che include anche una pista pedonale e ciclabile) avevano anche l’obiettivo di migliorare queste due criticità.

    Gli interventi: modifiche in corsa e ritardi

    E’ lo stesso consigliere Chiarotti a ricordare i punti principali su cui si snoda l’intervento: «Innanzitutto la riqualificazione di piazza Sciesa, poi la messa in sicurezza del rio S. Pietro, il progetto “Pra’-to-sport” per gli impianti sportivi del Parco di Levante, la realizzazione del nuovo attracco per la Navebus e infine il cosiddetto “Parco lungo”». Quest’ultimo è stato ed è l’intervento più oneroso, che comprende la riorganizzazione dell’Aurelia e i lavori parchi, ed è stato diviso in due lotti: il primo che va da via Taggia a via Cordanieri e il secondo da via Cordanieri alla zona delle Ferriere di Pra’. «Contiamo di terminare il lotto A entro dicembre – promette Chiarotti – mentre il lotto B dovrebbe chiudersi circa 2 mesi dopo, a causa di un ritardo nella fase iniziale».

    Non sono mancate le difficoltà. «Il progetto ha subito pesanti variazioni nel tempo – ricorda il consigliere – infatti, nelle prime fasi della realizzazione, l’amministrazione rivelò una forte presenza di amianto sotto la massicciata della vecchia ferrovia, la cui bonifica avrebbe drenato praticamente tutte le risorse. Convocammo allora un tavolo tecnico con Regione, Comune, Municipio e cittadini per trovare una soluzione alternativa». Risorse per un totale di 5 milioni vennero allora spostate dai fondi previsti inizialmente per alcuni interventi sul parco di ponente e per una “bretella” che avrebbe regolato il traffico e spostati su interventi a levante non previsti nel piano originario, cominciati con la demolizione dell’ex pizzeria S. Pietro, un edificio costruito abusivamente negli anni ’80. Nella stessa area, si è poi intervenuti sull’isola ecologica e sul “Palamare”, e sono stati realizzati un parco da skateboard e una pista d’atletica.

    Gli ultimi interventi riguarderanno ancora soprattutto l’Aurelia, dove permangono diversi cantieri: «Nonostante le criticità, anche ora, a lavori non conclusi, i flussi di traffico mostrano miglioramenti – afferma Chiarotti – anche se ancora in certe aree non concluse la fermata degli autobus costringe alla sosta tutte le vetture in coda. Secondo l’amministrazione, una corsia dell’autobus permanente sarebbe una buona soluzione per il traffico, ma vogliamo prima confrontarci con la cittadinanza su questo».

    Resta la questione su come garantire una manutenzione adeguata alle nuove aree verdi. «In effetti, la cura di quanto realizzato era ed è una preoccupazione – ammette il consigliere – ma abbiamo trovato una straordinaria risposta da parte di imprese praesi e non solo, per prendersi a carico una rotonda o un’aiuola, con modalità diverse. Il parco, invece, sarà a carico di Pra’ Viva, che ha persino aumentato il proprio impegno». L’associazione che gestisce lo spazio in co-concessione con il settore Lavori Pubblici del Comune di Genova e Aster, arriverà a impegnare circa 36 mila euro tra verde e impianto elettrico della zona.

    Le critiche del Comitato per Pra’

    por-praMolto diversa è la posizione di Emanuele Strina del Comitato per Pra’. Innanzitutto, differente è la versione del coinvolgimento effettivo della cittadinanza ai tavoli tecnici, convocati a inizio lavori: «In realtà, riuscimmo a farli convocare dopo che scoprimmo che i lavori per il Por erano di fatto fermi, senza che il Comune dicesse nulla – rivela Strina – poi, però, ci fecero capire che avrebbero fatto comunque di testa loro, e che il lavoro di quei mesi sarebbe stato inutile. Decidemmo allora di abbandonare il tavolo, e iniziammo un lavoro con la cittadinanza».

    Nel mirino del Comitato, come detto, soprattutto l’Aurelia a 4 corsie: «Un’autostrada in mezzo alle abitazioni non può essere una cosa positiva – afferma senza mezzi termini Strina – infatti, nell’ultimo anno c’è stato un aumento di investimenti di pedoni, sempre negli stessi punti (all’altezza della piscina), evidentemente non sicuri. La nostra proposta era di mantenere la strada a due corsie nell’area ferroviaria, e di rendere pedonabile o semi-pedonabile l’area tra la vecchia ferrovia e l’abitato. A quel punto avremmo avuto 10-15 metri tra la prima fila di case e la strada».
    «Inoltre – aggiunge – sono 4 corsie per circa un chilometro e mezzo, da via Taggia alla Biomecal. Oltre questo spazio, la strada non potrà mai essere allargata nello stesso modo: verso Pegli c’è un pilone in cemento, verso Voltri 6 corsie ferroviarie in costruzione. Chi userà quattro corsie in un tratto così breve che, tra l’altro, verrà tempestato di semafori per garantire la sicurezza?».

    Insomma, per il Comitato ben poco sarebbe da salvare del progetto. «Purtroppo, ad oggi la gente sembra distratta dalla bellezza del nuovo parco, e il “mugugno” iniziale si è molto affievolito – riconosce Strina – ci si accontenta del fatto che vengano spesi dei soldi per Pra’, senza però considerare che vengono spesi male. Chi invece è contrario, spesso è rassegnato, visto che gli interventi sono ormai quasi ultimati. Dal canto nostro, a questo punto attendiamo la fine dei lavori per nuove manifestazioni, quando sarà chiaro che gli interventi non miglioreranno la vita dei cittadini praesi».


    Luca Lottero

  • Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    manicomio-quartoA Vienna un giovane Sigmund Freud stava sperimentando l’uso dell’ipnosi nella psicoterapia quando in Italia si emanavano le prime leggi sui manicomi, intesi come luoghi entro i quali rinchiudere “i matti” perché fossero protetti tutti gli altri, quelli che erano fuori, i “normali”.
    In ogni caso, il manicomio era un mezzo perfetto per togliere dalla circolazione nemici o parenti scomodi, contando sull’appoggio di chi gestiva le strutture, quasi sempre enti benefici privati. Quindi un uso più politico che sanitario, tanto è vero che i ricoverati erano considerati praticamente dei detenuti: quasi mai era prevista una cura e raramente la dimissione.
    Ci volle quasi un secolo, e l’onda lunga del ’68, perché il manicomio fosse finalmente e definitivamente messo sotto accusa come strumento di alienazione dell’individuo. Nel 1978, anno in cui venne alla luce la legge 180, detta Legge Basaglia, si decretò la chiusura degli ospedali psichiatrici in quanto tali, ricercando sul territorio le sedi più appropriate per l’intervento terapeutico e riabilitativo del paziente.
    Nello stesso anno, a Quarto arrivò come direttore dell’Ospedale proprio un allievo e collaboratore di Basaglia, il professor Antonio Slavich, che rappresentò una vera svolta per la gestione della struttura. Con impegno e grazie a collaboratori altrettanto volenterosi, lavorò a lungo e caparbiamente per far accettare la propria visione della psichiatria, diventando infine a Genova un punto di riferimento per i servizi di salute mentale del territorio.

    Non vogliamo qui addentrarci nelle molte luci ed ombre di quella che fu una vera rivoluzione (l’unica reale rivoluzione del ’68, è stato detto) per l’approccio alla malattia psichiatrica in Italia, ma quello che ancora oggi troviamo all’interno di queste mura parte da qui. Gli esterni, invece, gli edifici e il parco, risalgono al 1892, anche se nel 1933 i padiglioni furono ampliati fino a decuplicare la superficie originaria.
    Forse, proprio per la presenza dei numerosi ricoverati, che in parte ancora oggi vivono nella struttura, il complesso fu risparmiato dalla speculazione edilizia e tuttora rappresenta uno spazio inaspettato nell’affollata mappa cittadina di Genova.
    Questo luogo, infatti, ha qualcosa di magico, nel suo essere respingente eppure riuscire in qualche modo ad attrarre sempre, a chiamare a sé. Qui ogni mattina arrivano i dipendenti della Asl 3 ad aprire gli uffici dei vari ambulatori, i cittadini che si fanno visitare o sbrigano pratiche burocratiche, i malati che si ritrovano nei centri riabilitativi.

    Potrebbe sembrare semplicemente un polo sanitario e amministrativo, ma non è solo questo.

    Il polo culturale

    A Quarto, infatti, si può andare anche per cercare arte, quella che non è chiusa dentro una galleria. Antonio Slavich nel 1988 diede vita all’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, per promuovere e divulgare, attraverso varie forme espressive come teatro, pittura, musica ed altro, l’incontro fra le diverse abilità e creatività espressive. Lo scopo era di ottenere maggiore conoscenza per migliorare l’integrazione sociale e la comprensione della diversità esistente fra gli individui.

    Grazie sia alla fattiva collaborazione di Gianfranco Vendemiati che al contributo dell’artista Claudio Costa, si diede vita a un progetto di “arteterapia” decisamente innovativo per quegli anni. Numerosi furono gli artisti del panorama genovese, e non solo, che volentieri accettarono di incontrarsi per lavorare nel laboratorio con i pazienti e con Costa, che collaborò all’iniziativa fino al 1995, anno in cui improvvisamente morì.
    Proprio alla sua memoria è dedicato il “Museattivo Claudio Costa” ricco di opere nate da questa collaborazione tra pazienti e artisti, fra cui Caminati, Degli Abbati, Fieschi e tantissimi altri. Particolare importante, nel Museo si è scelto di non mettere il nome dell’autore vicino agli oggetti esposti, volendo proprio ribadire che chiunque, creando un’opera, può comunicare qualcosa del proprio mondo interiore.

    Un’isola nell’isola, insomma, della quale si potrebbe parlare a lungo e che da sola vale la visita. Poi, ci sono i libri della biblioteca, storici e quasi tutti a tema psichiatrico e psicopatologico. Oltre a tutto questo, c’è anche una cooperativa sociale che qui organizza laboratori e ospita persone in difficoltà. E c’è il Centro riabilitativo Basaglia, oltre a un’imponente raccolta di documentazioni storiche e sanitarie, ed altro ancora.

    L’ex OP e la riqualificazione bloccata da anni

    manicomio-quarto-D3Il Comune ha accolto, questo occorre riconoscerlo, le pressioni di tanta parte della società genovese affinché il complesso non fosse svuotato, venduto e lottizzato, ma il meccanismo ad un certo punto sembrava essersi inceppato, proprio per i conflitti fra le varie amministrazioni.

    Ricapitoliamo brevemente le tappe: nel 2013 è stato firmato un accordo di programma tra Regione Liguria (giunta Burlando), Comune di Genova (giunta Doria), Asl 3 Genovese e Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) per una  ristrutturazione del complesso orientata alla riqualificazione urbana e al recupero degli spazi per inserire servizi, una Casa della Salute, verde urbano e, in parte, residenze.
    L’anno successivo, siamo al 2014, si insedia il Collegio di Vigilanza presieduto dal sindaco Doria: il Comune si impegna a gestire le procedure urbanistico-edilizie in maniera più celere e snella, e a trovare collocazione adeguata per il trasferimento temporaneo del centro sociale, dei libri, quadri e archivio storico. In attesa dei Progetti Urbanistici Operativi di Arte e Asl.
    A febbraio 2015, con una conferenza stampa, il sindaco Doria presenta i contenuti con cui “riempire” l’accordo stesso, scaturiti dal confronto pubblico anche attraverso la collaborazione del Municipio Levante. «Ribadiamo l’impegno a ricollocare nell’area funzioni che non solo garantiscano la memoria del luogo, ma ne promuovano usi nuovi, capaci di rompere le mura che lo separano dalla città» diceva il primo cittadino.

    Fino a qui sembrava essere funzionato tutto, con il coinvolgimenti di molte parti sociali: semplici cittadini, comitati, associazioni che hanno presentato proposte, progetti, iniziative. Utilizzando spazi della struttura, si sono rilanciati incontri, cene e dibattiti. L’anno scorso sono andati avanti i laboratori di ceramica per costruire piastrelle, statuette da presepe, piatti decorati. Sull’esempio dell’Imfi (Istituto per le materie e forme inconsapevoli), si sono abilmente integrati pazienti psichiatrici, persone con disabilità diverse e cittadini della zona, spesso aiutati da artisti come Bocchieri, Sturla, Degli Abbati. “Chi siano i matti e chi siano gli artisti, ad un certo punto non conta più granché, tutti sono concentrati nel processo creativo che unisce e coinvolge. Gli oggetti migliori sono poi venduti per finanziare le nostre attività qui dentro”.

    Parallelamente, l’Asl 3 porta avanti e definisce con il Comune l’ambizioso progetto della “Casa della salute”: non un semplice insieme di ambulatori medici ma un’organizzazione dei servizi, in grado di offrire risposte ai bisogni nell’ambito territoriale, facilmente raggiungibili dai cittadini per essere orientati nei percorsi di cura. Quindi, una parte dedicata alla sanità, una parte al quartiere e in generale alla città, infine una parte dedicata a opere di urbanizzazione non estrema ma ragionata e responsabile.

    Il progetto, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti Investimenti, proprietaria di una parte degli spazi, prevede che l’area maggiore (23.147 mq) sia suddivisa in 4 settori destinati per un quarto al mantenimento delle attività sanitarie, un altro a servizi pubblici e spazi verdi, e ben due a funzioni urbane. Negli spazi restanti, 4 padiglioni per oltre 3.000 mq, verrebbe ricollocato il Museattivo Claudio Costa, il Centro Basaglia e un “luogo della memoria” e polo culturale dove raccogliere la numerosa e storica documentazione presente in biblioteca.

    Nel frattempo, in Regione cambiano gli interlocutori per il Comune, che forse avrebbe dovuto “portare a casa” qualcosa di concreto prima delle elezioni regionali. Così Palazzo Tursi rimarca che non si riesce a partire se Arte non presenta i PUO (ancora loro, i Progetti urbanistici operativi). Vengono istituiti ulteriori gruppi di lavoro, è stato presentato il portale www.scipuemmu.it creato attraverso il Municipio Levante per documentare il percorso che sarà portato avanti e si definiscono ulteriori contenuti ed eventi nell’attesa del passaggio di consegne.

    Arriviamo a giugno 2016.  Il Comune ha bussato ad Arte, reclamando il trasferimento in comodato degli spazi per iniziare i lavori previsti dall’accordo. Doria dichiara di aver scritto a Toti per sollecitare il rispetto dei patti e di non aver ricevuto alcuna risposta. Il clima fra i due enti è sempre più freddo, anche a causa dei rimpalli sul presunto credito di Arte nei confronti del Comune.
    Intanto, il migliaio di volumi della preziosa biblioteca, dopo essere stati catalogati, grazie anche al lavoro di numerosi volontari, sotto la supervisione di Sovrintendenza, Regione e Ministero, sono stati trasferiti alla Biblioteca Lercari di Villa Imperiale. Forse, i padiglioni saranno sgombrati entro tempi relativamente brevi; Asl 3 organizza il trasferimento di alcuni uffici interni, ma poco altro si muove. A luglio i consiglieri regionali Lunardon, Rossetti, Ferrando (Pd) e Pastorino (Rete a Sinistra) hanno presentato due interrogazioni per sapere se la giunta Toti condividesse o meno il progetto portato avanti sino a qui e se non fosse il caso di accelerare le pratiche per trasferire il comodato d’uso al Comune.

    Ma nella seduta di Consiglio regionale del 6 settembre scorso, l’assessore all’edilizia Marco Scajola ha rimbalzato la responsabilità alla giunta comunale per non aver deciso in merito al PUO che Arte, invece, aveva puntualmente presentato nel 2015 ma che, stando a Palazzo Tursi, non poteva essere ammesso. Anche l’assessore alla Sanità, Sonia Viale, ha detto che sicuramente gli impegni presi saranno mantenuti, ha ripetuto di credere fermamente nel progetto della “Casa della salute” ma che comunque il comodato d’uso che il Comune reclama non è indispensabile per iniziare i lavori.

    Scambio di accuse piuttosto sconfortante, specialmente dopo tre anni di lavoro sul progetto. Ma una parola di speranza giunge da Amedeo Gagliardi, portavoce del Coordinamento per Quarto: «Abbiamo saputo, per ora in via ufficiosa, che in questi giorni il Collegio di Vigilanza si è riunito e sembra stiano preparando il comodato d’uso che occorre al Comune per iniziare le opere previste; aspettiamo ovviamente le conferme ufficiali ma siamo più ottimisti di un mese fa, un cauto ottimismo, come si dice in questi casi» sorride. Aggiunge anche: «I tempi sono lunghi, è vero, estremamente lunghi e dilatati, ma bisogna essere onesti: non sono cose che si possono decidere in poco tempo, solo la lettura degli atti prende chissà quanto tempo. Importante è che abbiano superato il momento di stasi e si siano accordati. Se siamo preoccupati da un eventuale cambio di giunta in Comune?  Una cosa per volta, a suo tempo ci penseremo e affronteremo, eventualmente, anche questo problema».

    Eppur si muove…

    quarto-ex-opPer ascoltare chi di questo progetto, e soprattutto di questo luogo, conosce ogni respiro, abbiamo cercato Gianfranco Vendemiati e Massimo Casiccia, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Imfi. Anche loro confermano un nuovo clima positivo attorno al progetto: «Si sono già stabiliti alcuni trasferimenti per iniziare i lavori, ci hanno assegnato ufficialmente gli spazi per il Museattivo e per l’Imfi, il laboratorio invece dovrebbe rimanere qui» dice Casiccia. Che aggiunge: «Il trasferimento dei volumi alla biblioteca Lercari in realtà non mi piace molto, avrei voluto che fossero catalogati e lasciati qui: ma appena avremo lo spazio inizieremo a chiederli indietro. Il progetto di un Museo che contenga tutta la documentazione storica, volumi, cartelle e reperti vari per fortuna interessa anche al nuovo direttore generale dell’ Asl 3, Luigi Carlo Bottaro, quindi è un progetto che vogliamo realizzare».

    Mentre parliamo, Vendemiati e Casiccia mi mostrano le opere create anni fa da pazienti ed artisti utilizzando le cartelle cliniche in bianco degli anni ’50 e mi spiegano il funzionamento di un antico proiettore per conferenze di inizio secolo. Ma non pensano al passato, per quanto significativo sia stato: al centro di ogni loro discorso c’è un progetto, un’ idea nuova o il miglioramento di quanto già stanno facendo, che non è poco.
    In vista c’è una collaborazione con l’istituto “Marco Polo” per portare i ragazzi ad avvicinarsi ad un’arte che dev’essere tutt’altro che remota; c’è il progetto di creare una sorta di laboratorio delle manualità per le persone che vogliano imparare a riusare, a creare, a riparare, dando anche delle possibilità di lavoro o quantomeno uno spazio dove provare idee per nuove professioni in ambiente protetto. «Noi vorremmo che le persone venissero qui senza pensare più che ci sono le mura, che ci sono i matti – spiega Casiccia – a parte che, una volta iniziata la ristrutturazione, qui muri non ce ne dovranno proprio più essere».

    Vendemiati precisa: «Le persone vengono se fai delle cose concrete, qui con il Centro Basaglia passa parecchia gente, in futuro dovrà essere un centro riabilitativo nel senso più ampio del termine, sia psicologico che fisico. Ma idee ne abbiamo molte, e molti sono i progetti già sicuri: certamente si dovrà fare un auditorium, nel levante esistono solo quelli privati; noi vorremmo uno spazio dove poter alternare usi diversi, teatrali ma non solo. Ci sono tante associazioni che si appoggiano qui, e questa è una cosa bellissima, ci sono corsi aperti a tutta la città, noi vorremmo aggiungere eventi come cene culturali e artistiche, film e concerti, incontri con autori aperti a chiunque. Da un po’ di tempo stiamo collaborando con il Conservatorio e ci piacerebbe aprire dei laboratori per insegnare a riparare gli strumenti musicali, in città mancano queste cose, e anche un discorso sulla musica che da noi finora è stata un po’ tenuta ai margini».

    «Sono entrato in queste mura nel 1975 per la prima volta – racconta Casiccia – allora era un vero e proprio manicomio, tutto chiuso con doppi e tripli giri di chiavi. Muri alti, ambiente ostile. Noi cercavamo già allora di fare attività con i pazienti, era tutto molto difficile, ma alla fine siamo arrivati alla svolta. Anche adesso l’atteggiamento è lo stesso, non stiamo certo con le mani in mano ad aspettare che le cose capitino. L’anno scorso abbiamo collaborato con un’associazione che si chiama “Lamaca gioconda” che ha girato qui un film, “Uargh!” che uscirà ai primi di novembre. Per dire che non abbiamo grossi problemi nell’accettare progetti, se sono interessanti, meritevoli».

    «Noi cento ne facciamo e una ne pensiamo» concludono sorridendo allegri.

    E si esce dall’ex manicomio pensando che sì, ci torneremo ancora, perché a volte, dalla città dei matti, il panorama è migliore.


    Bruna Taravello

  • Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    Pra’, tra il nuovo monumento dedicato al basilico e un’identità andata perduta

    pra-basilico-mortaioLa Terra del Basilico. Questa l’iscrizione che campeggia sul mortaio di granito posto al centro della nuova rotatoria che si incontra sull’aurelia entrando a Pra’, provenendo da Voltri. C’è anche un grande pestello e un cespuglio di basilico: l’amministrazione comunale prova a dare una nuova veste all’identità del borgo di ponente, ma la riqualificazione non è ancora terminata e i problemi che vessano i cittadini sono ancora molti.

    La storia del lungo mare praese è lunga e complicata: da sempre coricata sul mare, Pra’ e la sua lunga spiaggia è stata per secoli destinazione balneare di molti genovesi e non solo. Negli anni 60, però, il porto di Genova entra in crisi, dovendo fare i conti con la strettezza degli spazi, zavorra insormontabile per la competitività nel mercato del commercio navale: la decisione, quindi, di allargare a ponente la zona portuale, per rilanciare il capoluogo ligure nella corsa internazionale della movimentazione dei container. I lavori partono sul finire del decennio, e sono costellati di ritardi e criticità: si riempie il mare, cancellando spiagge, stabilimenti, scogli e l’identità del borgo. La prima nave ad attraccare alle banchine del nuovo bacino arriva solo nel 1994, dopo quasi trent’anni di cantieri. Le polemiche non si fermano: le infrastrutture nascono già vecchie, con due soli binari di ingresso e uscita, uno svincolo autostradale inadeguato ai numeri, una diga troppo vicina che impedisce alla navi più grandi manovre fluide con un fondale tutto sommato basso per gli standard internazionali.

    Oggi è in corso una riqualificazione del lungo mare, iniziata già da qualche anno: un nuovo parco e una nuova viabilità per dare respiro al quartiere. «A breve incominceranno i lavori per la costruzione di nuovi impianti sportivi – rileva il presidente del Municipio VII, Mauro Avvenenteche completeranno la parte di levante. Oggi, con l’inaugurazione di questo monumento al basilico si avvera un sogno, cioè quello di dare lustro ad una eccellenza del territorio». L’unica rimasta. Anche l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Genova, Giovanni Crivello, ricorda come questa riqualificazione non sia terminata: «Oggi abbiamo fatto solo un piccolo passaggio, frutto di un percorso comunque non facile, che sarà terminato nei prossimi mesi»

    rio-branega-pra'Tra passato e presente

    La cerimonia di presentazione alla città di questi nuovi manufatti è completata da un piccolo rinfresco, ovviamente a base di pesto e focaccia; ma non tutti sono contenti. Alcuni cittadini presenti riferiscono come i rumori del porto siano insopportabili, soprattutto di notte, e come l’aria sia spesso appesantita dagli scarichi delle navi e dei mezzi pesanti: «Ricordo quando la brezza del mare profumava casa mia, quando aprivo le finestre di casa – racconta Maria, praese doc, che risiede da sempre in un appartamento “sul mare” – oggi non possiamo stare con le finestre aperte. Mio marito lavorava in uno stabilimento balneare, oggi mio nipote è disoccupato». A pochi metri dalla rotatoria del mortaio, un’aiuola spartitraffico è dedicata allo Scoglio dell’Oca, pittoresco masso che caratterizzava il litorale, ancora nel cuore di molti, nonostante sia stato “affogato” nel cemento: finito il brindisi, alcune signore si radunano attorno alla bacheca che racconta questa storia e ricordano di quando si poteva stare in spiaggia fino a tardi, e dei tuffi che i bambini facevano da quella pietra. Di quella Pra’ non è rimasto nulla.

    Un bilancio difficile

    Oggi è difficile fare i conti: il grande Porto di Pra’ ha sicuramente permesso lo sviluppo dell’economia cittadina, ma non tutto ciò che il porto “produce” ricade sul territorio, tanto meno nei quartieri più periferici. Oggi si discute di allargare ancora le strutture portuali genovesi, ma guardando “a terra” si vede un territorio fragile e in pericolo: a pochi metri dal parco Dapelo il rio Branega è una selva, come il rio San Pietro, pronto a gonfiarsi d’acqua con le piogge autunnali. La riqualificazione non riporterà il mare a lambire le case di Pra’, ma è comunque necessaria e, anzi, doverosa: la strada, però, è ancora lunga, e sicuramente un mortaio di pietra non può bastare.

  • Beni confiscati alla mafia, parte la riqualificazione degli immobili Canfarotta

    Beni confiscati alla mafia, parte la riqualificazione degli immobili Canfarotta

    unknown-8-225x300Tracciare un “percorso sinergicoper disegnare un progetto di recupero dei “beni Canfarotta” confiscati definitivamente alla mafia nel febbraio 2014 nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia (Direzione investigativa antimafia) balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. E’ quanto emerso ieri in Prefettura a Genova durante la riunione del Nucleo di Supporto dell’Agenzia Nazionale beni sequestrati alla criminalità organizzata. Gli immobili che compongono il patrimonio sottratto dalle mani mafiose sono più di 100, quasi tutti dislocati nel centro storico genovese. Si tratta della più grande confisca del nord Italia, per un valore complessivo di quasi 4 milioni di euro, suddiviso in 115 beni immobiliari, di cui 96 nel territorio genovese, attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati.

    Viene dunque ufficializzata l’opportunità alla cittadinanza di riappropriarsi di spazi e luoghi a lungo utilizzati per finalità illecite, nonché l’occasione per favorire il recupero di un contesto territoriale connotato da elementi di disagio e degrado. E dopo più di due anni di attesa è stata messa in atto la legge 109/96, che stabilisce che “i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati”. Saranno, infatti, cittadini e associazioni le parti attive del progetto di recupero del centro storico genovese.

    Per accorciare i tempi e rendere rapida l’attuazione dell’utilizzo del patrimonio confiscato, verrà a breve convocato un tavolo tra Prefettura, Regione, Città Metropolitana e Comune di Genova dove sarà redatto il progetto di recupero. Si comincerà dallo studio di fattibilità tecnica su circa la metà dei beni per poi attribuire una destinazione diversificata a ogni unità immobiliare. Alcune saranno a uso commerciale, altre per fini socio-abitative e culturali, tutte imprescindibilmente idonee a promuovere la riqualificazione dell’area interessata. Un progetto che costituirà la base per accedere ai fondi di finanziamento comunitario.

    centro-storico-vicoli-finestra-d4-300x200A luglio scorso si era anche parlato di trasformare alcuni immobili in un albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, per un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Secondo le prime ipotesi la realizzazione di questo progetto include: la riqualificazione di 7 locali a piano terra per un costo di 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per un totale di 14 beni immobiliari e un investimento complessivo di oltre 1 milioni di euro. Non solo, il Comune di Genova aveva già manifestato l’intenzione di acquisire 46 immobili tra la Maddalena e piazza delle Erbe.

    Durante la riunione in Prefettura è stata anche decisa una collaborazione tra l’amministrazione genovese e le iniziative già in atto nel centro storico per privilegiare la messa a punto dei progetti esecutivi di più immediata realizzazione. In questa fase saranno coinvolte anche le realtà che operano nei settori della lotta alla criminalità organizzata e della promozione della legalità, del contrasto al degrado e della promozione della riqualificazione urbana, nonché del sostegno alle categorie disagiate.

    E.C.

  • Ex Caserma Gavoglio, i bandi di Tursi alla prova della progettazione partecipata e trasparente

    Ex Caserma Gavoglio, i bandi di Tursi alla prova della progettazione partecipata e trasparente

    gavoglio-puc 2La chiave di volta per la riqualificazione dell’ex caserma Gavoglio nel quartiere del Lagaccio, sta nella scrittura dei bandi. «Se non sono condivisi, si rischia il flop»: il monito è di Enrico Testino, membro di “Progettare la città”, una delle numerose associazioni che si occupano di promuovere i percorsi di valorizzazione della Gavoglio. Se da una parte finalmente si è partiti con i progetti per restituire l’area del Lagaccio alla cittadinanza, lo scivolone potrebbe essere dietro l’angolo. Scenario da evitare, è evidente, ma che può essere arginato proprio con la condivisione di tutte le realtà nel mettere insieme quelle parole che porteranno a un progetto complessivo vero e proprio.

    Andiamo con ordine: intorno a metà luglio il Comune di Genova ha depositato presso Soprintendenza e Demanio il programma di valorizzazione, necessario per avere il via libera per consegnare l’area a titolo gratuito a Tursi. La strada per la riqualificazione della Gavoglio è molto lunga, e non a caso il programma è un corposo documento da oltre cinquecento pagine. Per questo motivo da “Progettare la città” arriva un messaggio forte e chiaro: se il Piano Urbanistico Operativo e i bandi non saranno scritti in modo condiviso e trasparente, il rischio è che proprio quei bandi cadono nel vuoto. Tornando al programma di valorizzazione, gli scenari che si prospettano sono due e con due diversi impegni economici. Il primo vale 69 milioni di euro e prevede più spazi liberi, mentre il secondo, che vale circa 78 milioni, prevede più volumi relativi a costruzioni. Quello che ad oggi appare sicuro, è lo spazio dedicato ad un parco pubblico, che tutto il quartiere ha chiesto con forza sin dall’inizio. Sarà il Consiglio comunale a decidere quale sarà l’opzione da seguire; l’obiettivo, naturalmente, sono i finanziamenti europei da intercettare.

    Gli elementi del progetto

    Secondo il progetto di valorizzazione dell’ex caserma, ci sono alcuni elementi certi che restano uguali in tutti e due gli scenari previsti: un parco urbano nella parte centrale dell’area e nella valletta del rio Cinque Santi, il recupero degli edifici sottoposti a vincolo, la riqualificazione dei percorsi e degli spazi storici interni al compendio, il recupero delle cortine murarie storiche che delimitano l’area, il mantenimento e la riqualificazione di una parte degli edifici, il potenziamento dei percorsi pedonali interni e di raccordo con l’area del parco del Peralto e la demolizione dei due capannoni in uso all’istituto idrografico della Marina Militare. Nel frattempo qualcosa si muove: nei giorni scorsi il Comune di Genova ha promosso due eventi aperti alla cittadinanza proprio all’interno del compendio. Non tutti, però, sono contenti di come sono andate le cose: «In uno dei due eventi è stato invitato a parlare un esperto di condivisione – spiega Testino – ma Tursi ha invitato solo le dodici associazioni di Rete Casa Gavoglio. Questa non è vera condivisione, anzi siamo di fronte a un paradosso”.

    Una lacerazione tra realtà territoriali che potenzialmente potrebbe danneggiare il percorso di condivisione con tutta la città fatto fino ad oggi: «Non credo che questo sia uno stop finale alla partecipazione – conclude Enrico Testino – piuttosto penso che si sia solo arenata». Le speranze che si torni a essere uniti ci sono ancora, l’occasione è proprio la scrittura dei bandi: «Potrebbe essere questa una nuova, entusiasmante esperienza».

    Michela Serra

  • Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Panchine recupero Città di GenovaUn regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura, la gestione e la rigenerazione in forma condivisa dei beni comuni urbani. E’ quanto si appresta a licenziare il Consiglio comunale di Genova su proposta dei consiglieri Nadia Canepa (Pd), Barbara Comparini (Lista Doria), Luciovalerio Padovani (Lista Doria) e Monica Russo (Pd). Come riportato dall’agenzia Dire,  il provvedimento, in attesa dei pareri dei Municipi per poter essere discusso nel dettaglio, è stato illustrato questa mattina in un’apposita seduta di Commissione a Palazzo Tursi e andrà a sostituire l’ormai vetusto “Regolamento sugli interventi di volontariato” risalente al 1999. Si tratta di una nuova iniziativa nella direzione di aumentare la partecipazione dei cosiddetti cittadini attivi, che si pone nello stesso solco tracciato dalle delibere di iniziativa popolare, già presentate in passato su “Era Superba”.

    «E’ una proposta consiliare di grande interesse – spiega il vicesindaco, Stefano Bernini – perché va a coprire alcuni vuoti nella capacità dell’amministrazione di rispondere ad alcune esigenze e ad attivare risorse umane e intellettuali presenti nei territori e che non trovano spesso la giusta attenzione nel dialogo con l’amministrazione». Il regolamento, una volta approvato, riprenderà in parte le funzioni un tempo svolte dall’ufficio centrale del volontariato, ora non più attivo, e il cui servizio era stato demandato ai Municipi con alterne fortune ma, soprattutto, senza uniformità d’azione. «Cambia il rapporto tra amministrazione comunale e cittadini attivi – evidenzia Bernini – perché il cittadino che ha un’idea e la vuole sviluppare spesso si trova di fronte a un percorso burocratico che scoraggia. Il regolamento cambia la filosofia: l’amministrazione deve compiere tutti gli sforzi affinché l’idea dei cittadini possa avere gambe e mettersi a disposizione del cittadino per collaborare, sviluppando convenzioni e accordi, naturalmente con la dovuta trasparenza».

    Recupero Risseu Cittò di GenovaIl regolamento segue l’esperienza iniziata a Bologna nel 2014 ed estesa ad altre città di grandi dimensioni come Torino. Nella prima versione redatta, viene esplicitata anche la possibilità di utilizzare questo strumento come “forma di riparazione del danno nei confronti dell’ente ai fini previsti dalla legge, ovvero quale misura alternativa alla pena detentiva e alla pena pecuniaria”, come progetto di servizio civile, di inclusione per migranti, per la riqualificazione dei beni confiscati alla mafia e in relazione a emergenze meteo. Esclusa l’erogazione diretta di contributi economici dal Comune ai cittadini ma sono previste alcune agevolazioni a partire dall’esenzione del canone di occupazione di suolo pubblico, qualora richiesto dal tipo di progetto proposto, fino alla messa a disposizione di materiale o personale comunale. Tra le altre agevolazioni possibili: l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale e l’attribuzione all’amministrazione delle spese relative alle utenze e alle manutenzioni.

    «Il rapporto tra cittadini e Comune avverrà attraverso un patto di collaborazione quasi di natura privatistica – spiega la consigliera Monica Russo, tra le ideatrici del regolamento – un patto paritario, non standard perché verrà modulato a seconda degli obiettivi che i cittadini vogliono perseguire, senza molti degli scogli burocratici che i cittadini oggi devono affrontare». I patti di collaborazione, che normalmente non supereranno i cinque anni, saranno di due tipi: ordinari, con interventi semplici e diretti, di modesta entità e anche ripetuti nel tempo sui medesimi beni comuni; complessi, su spazi e beni comuni di maggiori complessità, che vedono coinvolti enti diversi o che hanno caratteristiche di valore storico, culturale, economico o dimensioni significativi. Potrà essere direttamente anche il Comune a individuare alcuni beni come possibile oggetto di amministrazione condivisa: «Sarà istituito un ufficio che si occuperà di amministrazione condivisa – spiega ancora Russo – in una logica di collaborazione con tutti i Municipi. Dopo l’approvazione in Consiglio, è prevista una sperimentazione di 6 mesi a cui seguirà un eventuale aggiustamento in corso d’opera».

  • Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    canfarottaUn albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, con un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Come riportato dall’agenzia “Dire”, è questa la prima di sette linee di intervento progettata da Ire – Ri.Genova nell’ambito dello studio comminato dal Comune di Genova per la riqualificazione dei beni Canfarotta, confiscati definitivamente nel febbraio 2014 nell’ambito nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. Si tratta della più grande confisca del nord Italia per un valore di circa 5 milioni di euro, per 115  beni, di cui 96 insistenti sul territorio genovese e attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati (ANBSC). Il 78% di questi è situato in centro storico, con punte fino al 100% per negozi e magazzini: a essere interessato è, in particolar modo, il sestiere della Maddalena con il 55% dei beni confiscati presenti nel centro storico, il 43% del totale e ben due terzi delle abitazioni. Ed è proprio sul sestiere che si concentra lo studio presentato oggi dal Comune in Commissione: non sono stati presi in esame tutti gli immobili ma solo 42 unità alla Maddalena e altre 4 in piazza delle Erbe. Cinque le diverse finalità individuate per le riqualificazioni: magazzini, usi temporanei, laboratori, usi per i residenti; commercio, servizi, uso associativo; residenziale sociale o specialistico, soprattutto per studenti; uffici; ricettività diffusa.

    Oltre ai 14 beni che andrebbero a costituire il già presentato albergo diffuso, lo studio prevede: riqualificazione di 7 locali a piano terra, prevalentemente magazzini e fondi commerciali, per 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per 1,1 milioni di euro complessivi.

    Secondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.
    «Il processo di restituzione alla collettività dei beni confiscati – sottolinea l’assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – sconta una complessità giuridico-normativa che lo rende lento e farraginoso». Processo reso ancor più ad ostacoli dallo stato di estremo degrado dei beni e degli immobili in cui sono collocati e che, di conseguenza, necessitano di onerosi interventi di ristrutturazione di cui il pubblico non può farsi carico, quantomeno interamente.

    Numerose le associazioni del territorio intervenute in Commissione che, da anni ormai, si interrogano su come poter restituire il prima possibile ai cittadini questi spazi e che denunciano come alcuni immobili siano ancora abusivamente occupati da familiari e persone legate alle famiglie mafiose Canfarotta – Lo Re. «Non ha senso che restino in capo alla comunità i costi di questi beni che non vengono assegnati – accusa Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalitàbisogna rovesciare la logica dei beni confiscati: o sono utilizzati per attività istituzionali e, allora, ci sta che l’ente pubblico intervenga direttamente con la ristrutturazione, oppure l’ente pubblico non deve sovvenzionare né dare contributi alle associazioni e ai privati a questo scopo, altrimenti si creano sacche di interesse perverso che fanno rovesciare anche le realtà più belle dell’antimafia. Stabiliamo che non vengano dati contributi a chi gestisce il bene: l’antimafia sociale si fa senza soldi pubblici». 

    Per rendere concreto un coordinamento tra le associazioni e gli enti pubblici, nelle prossime settimane si riunirà il nucleo di supporto per l’assegnazione dei beni presso la Prefettura, come previsto dalla legge. Intanto, già entro la fine del mese di luglio, annuncia l’assessore Elena Fiorini, potrebbe arrivare «la prima delibera da parte del Comune di Genova per richiedere l’assegnazione di una parte dei beni all’ANBSC nell’ambito di una strategia che tutta la città svolge assieme per l’acquisizione dei beni». Si tratterebbe di una prima decina di immobili, quelli il cui costo di ristrutturazione risulta più contenuto.

  • Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    Nervi, ex piscina “Mario Massa” diventa un campo da beach volley? Forse, ma solo temporaneamente

    piscina-massa-nerviAlla fine una quadra sulla vicenda della piscina “Mario Massa” di Genova Nervi, si sarebbe trovata: una mozione che prevede la soluzione temporanea d’utilizzo, dopo tutte le verifiche tecniche del caso e l’impegno della giunta a spronare la Regione Liguria nello sblocco di quei fondi europei che sarebbero serviti per rimetterla in sesto. Fin qui tutto bene ma, per capire a fondo la vicenda, bisogna fare un passo indietro.

    Lo scontro politico

    Per arrivare a questo risultato ci sono voluti tanti mal di pancia, abbastanza da lasciare l’amaro in bocca per parecchio tempo. Un accordo trovato dopo una commissione e una riunione capigruppo in Municipio IX Levante, di fuoco. Perché dietro all’inutilizzo della piscina, ormai chiusa da tempo, si è aperto lo scontro dal sapore politico tra Partito democratico e sinistra radicale. «Difficile pensare il contrario» aveva ammesso pochi giorni fa l’assessore municipale del Pd, Michele Raffaelli. Uno scenario che ricorda fin troppo bene quello della Sala rossa di Palazzo Tursi, dove il sindaco arancione, Marco Doria, spesso si trova tra i due fuochi. Lo stesso si può dire del presidente del Municipio, Nerio Farinelli, anche lui “arancione” e di cui, per questa vicenda, sono state addirittura chieste le dimissioni.

    La proposta del Municipio

    Dopo anni di chiusura e dopo tante proteste da parte dei residenti del quartiere, l’assessore Raffaelli aveva proposto di trasformare la Mario Massa in un campo da “beach volley” in attesa del via libera ai lavori di ristrutturazione da parte della Regione Liguria. Niente da fare: proposta bocciata, nonostante ci fosse il sostegno delle associazioni sportive, nonostante i 7 mila euro che il Municipio avrebbe potuto stanziare. A scrivere il necrologio del campo da beach volley, è stato lo stesso assessore, che ha affidato a Facebook e al gruppo di quartiere il proprio disappunto: «È con rammarico che comunico l’esito della commissione municipale odierna, dove si discuteva una mia proposta che riguardava un utilizzo temporaneo della Piscina Massa. La mia proposta prevedeva una partecipazione del Municipio con €. 7.000,00 alla cifra totale richiedendo al Comune l’impiego dei fondi relativi alla parte restante».

    Il fronte dei no

    Se per qualcuno il “no” è stato determinato da uno scontro politico, per altri non è affatto così. Lo scrive il consigliere Municipale Federico Bogliolo, di Progresso Ligure, che sui social spiega le sue ragioni: nessuna certezza che si tratti di una soluzione temporanea, con il timore di far sparire la pallanuoto da Nervi e i costi troppo elevati sia per realizzare il campo che per smaltire i rifiuti che al momento si trovano nella struttura. Bogliolo risponde anche a chi lo aveva accusato di essere contrario alla riapertura della piscina: «Sono nato a Nervi, sono cresciuto in quella vasca. Le prime ragazze che ti venivano a vedere durante gli allenamenti, i compagni di squadra, le serate ad allenarsi, i corsi nuoto quando non sapevo ancora nuotare, insomma, tutta la mia vita. Datevi delle risposte».

    Verso una soluzione?

    Anche la sinistra più radicale si è opposta al progetto già finanziato, accusando il Pd di non aver condiviso nulla. Dopo un paio di giorni di stallo, in cui si è gridato allo scandalo, la svolta: prima una visita al Matitone per alcune verifiche tecniche, poi una maggioranza in cui si era aperto uno spiraglio e, infine, la capigruppo durante la quale si è finalmente trovata la quadra con l’utilizzo temporaneo dell’area.

    Pace fatta per il bene del quartiere? Non esattamente, perché tra i corridoi del Municipio si dice che dietro alla mozione sulla destinazione temporanea d’uso si nasconderebbe ancora il campo da beach volley, non morto come un vampiro, e che la quadra l’abbia trovata solo il Pd. E, questa volta la mozione potrebbe passare, tra il malumore generale, perché non esistono altri progetti temporanei. D’altra parte, «piuttosto che vedere ancora la storica “Mario Massa” in quelle condizioni avrei preferito farla demolire», dice ancora l’assessore Raffaelli. Insomma, la lite sulla piscina di Nervi è di nuovo dietro le porte e sembra che per questa struttura non ci sia pace.
    E gli abitanti di Nervi? Alla fine sono proprio loro i più affezionati alla piscina e davvero non ne possono più di vederla ridotta a una vasca vuota, melmosa e maleodorante. Altro che antichi fasti. Per questa ragione è stato organizzato un presidio in costume per sabato 16 luglio: “NOI vogliamo questa piscina!”. Alla faccia di qualsiasi lite politica, resta l’amarezza per le promesse fatte in campagna elettorale e siamo già alle porte di quella per le Comunali 2017.


    Michela Serra

  • Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    mameli-voltri-piscinaUn grande progetto, che potrebbe riqualificare e rilanciare un intero quartiere, quello di Voltri, da anni in attesa di vedere la propria piscina tornare a vita nuova. Era Superba ha intervistato l’architetto Marco Pesce, incaricato dal Comune di Genova di realizzare il nuovo progetto della struttura, per farsi raccontare nel dettaglio il futuro dell’impianto. Pesce è vicepresidente dell’Associazione “Utri Mare”, al cui interno ha trovato spazio la società “Mameli” (che ancora formalmente esiste, ma al momento senza tesserati).

    A vederla oggi non si direbbe, ma per la Piscina Comunale di Voltri esiste un grande disegno di riqualificazione; scopriamo insieme i dettagli: dove oggi c’è la ghiaia a dividere la struttura dalla passeggiata a mare voltrese, in futuro potrebbe sorgere un solarium e un bar. Nel “lato nord” della struttura (dove prima c’era il circolo della “Mameli”) sorgeranno gli uffici del futuro gestore dell’impianto e, sopra di essi, una palestra affacciata sulla vasca. Al posto del cantiere che occupa ormai da tempo il lato di levante troveranno posto invece i locali del magazzino, della caldaia e di tutto ciò che serve al funzionamento dell’impianto, mentre a ponente saranno rimessi in piedi gli spogliatoi per gli atleti, costruiti secondo le più recenti norme di sicurezza. La vasca (allargata di 2 metri e mezzo per andare incontro alle direttive del Fim e del Coni) sarà inoltre coperta da una chiusura completa, apribile nella sua parte centrale nella bella stagione. Nell’ottica di un maggior risparmio, il fondale (che attualmente è profondo 2 metri nella prima metà della vasca e poi scende a 4 metri e mezzo nella seconda) verrà uniformato a 2 metri per avere meno acqua da scaldare.

    Un’opportunità di rilancio per tutto il quartiere

    L’Associazione “Utri Mare” raccoglie al suo interno diverse associazioni che si occupano del lungomare voltrese, dalle baracche di pescatori che si affacciano sulla passeggiata, alla stessa “Mameli”. Uno degli obiettivi dell’associazione è la riqualificazione del litorale della delegazione, che in estate accoglie centinaia di persone ma che offre servizi spesso non all’altezza. A titolo d’esempio, il vicepresidente Pesce cita che in tutta la passeggiata c’è un solo bar e un solo bagno, una biblioteca momentaneamente chiusa e la carcassa dell’ex Coproma. Uno scenario che non invoglia certo a investire, mentre una riqualificazione dell’area comporterebbe un potenziale ritorno economico. In questo progetto di rilancio è compresa a pieno titolo la rinascita della piscina e, nel tratto di spiaggia di fronte, Pesce immagina una spiaggia libera attrezzata, gestita da chi prenderà in consegna l’impianto.

    L’idea era già venuta alla stessa “Mameli”, che contava di raccogliere da questa attività almeno parte dei soldi con cui finanziare la ristrutturazione dell’edificio: «L’ultimo direttivo e l’allora presidente Cola fecero di tutto per raggiungere questo risultato – ricorda Pesce – ma mancarono i presupposti di legge o, comunque, la burocrazia al riguardo era troppo complessa. Un peccato, perché oggi, nel 2016, ci ritroviamo senza spiaggia attrezzata, senza società e senza impianto». Importante il ruolo giocato dall’ultimo direttivo della “Mameli” che traghettò la società all’interno di “Utri Mare”: «Un passaggio burocratico fondamentale per arrivare al punto in cui siamo oggi».

    La messa in sicurezza dell’impianto

    Ricordando le “tappe d’avvicinamento” alla situazione attuale, Pesce parla dell’abbattimento dei vecchi spogliatoi (avvenuto nel 2012) come di una “mazzata” per una società che già navigava in pessime acque. La Mameli si trovò infatti privata di spazi di cui aveva fino ad allora usufruito, senza la possibilità di costruirne nuovi. La misura (pagata coi soldi dell’Autorità Portuale, proprietaria della zona) si era resa necessaria dopo l’intervento dell’Asl, che aveva rilevato la presenza di amianto negli spogliatoi. Inoltre, la copertura degli spogliatoi realizzata con carpiate metalliche non era a norma, e andava sostituita. «Ci tengo a precisare – sottolinea Pesce anche in risposta al nostro precedente articolo – che oggi non c’è più amianto nella struttura, se non nella canna fumaria, che non è considerabile pericolosa». I prossimi interventi sulla struttura, naturalmente, terranno conto di tutti i requisiti di sicurezza richiesti dalle normative. La copertura e i soffitti saranno “coibentati”, ovvero rivestiti con pannelli isolanti che vengono interposti alla copertura vera e propria, per permettere la regolazione tra temperatura esterna e temperatura interna. In questo modo viene risparmiata una gran quantità di energia.

    Il balletto sui costi

    L’impegno di spesa generale dell’appalto è intorno ai 4 milioni di euro, mentre l’importo dei lavori si avvicina ai 3 milioni e 500 mila euro. Di questi, circa 500 mila sono stati impegnati dal Comune di Genova in collaborazione con “Utri Mare”. Palazzo Tursi si sta inoltre impegnando per trovare finanziamenti da ulteriori enti come la Regione Liguria o il Coni. Non cita, Pesce, il co-finanziamento da parte della Regione, di cui pure anche Era Superba aveva parlato su queste pagine. «Al momento – chiarisce – non mi risulta che la Regione abbia indirizzato dei fondi verso questo progetto». La precedente giunta regionale aveva detto al Comune di essere disposta a investire circa 1 milione di euro, a patto che venisse presentato un progetto preliminare. Il progetto venne approvato ma, prima che diventasse definitivo, i fondi regionali vennero a mancare. «Io sono un tecnico – sottolinea l’architetto – quindi non so dire perché la disponibilità sia venuta meno. So che ad oggi non c’è nulla che attesti una volontà della Regione di intervenire. L’ultimo documento al riguardo, stilato nel 2015, dice che i fondi per la piscina di Voltri mancano, e io mi attengo a quello».

    Attualmente, il progetto è stato valutato “immediatamente eseguibile”, quindi una volta arrivati i fondi mancanti i lavori potrebbero partire immediatamente. La proprietà dell’impianto resterebbe al Comune, mentre per la gestione sarà emanato un bando. A vincerlo potrebbe essere un soggetto interno a “Utri Mare” ma anche esterno. Chiediamo all’architetto Pesce se a vincere potrebbe essere la Mameli, che a Voltri ha legato il proprio nome al punto che è la piscina stessa a essere spesso chiamata semplicemente “la Mameli”. Lui scuote la testa:  «Non credo – ammette con onestà – in questo momento non ne vedo la possibilità».

    Luca Lottero

  • Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoUn tempo straripante di carri, animali da soma, merci e mercanti, oggi, piazza Caricamento è quotidianamente affollata di persone, soprattutto turisti, caricati e scaricati dai pullman che raggiungono la nostra città. Un brulicante flusso umano che, spesso, deve fare i conti con la follia del traffico moderno, fatto di ingorghi, soste selvagge, rumore, manovre azzardate e smog. Per restituire una maggiore vivibilità a una delle piazze più belle di Genova, l’amministrazione comunale sta lavorando a un intervento di razionalizzazione degli spazi della parte carrabile, lato ponente.

    Ad anticipare a “Era Superba” il progetto, operativo nei prossimi mesi, è l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino: «L’intento principale è quello di fare un po’ di ordine in una delle piazze più trafficate della nostra città: un progetto che stiamo finendo di mettere a punto con la collaborazione di Amiu, presente in loco con un’area importante di raccolta rifiuti».

    Come sarà la “nuova” piazza Caricamento: spariscono i vespasiani

    Il primo nodo da sciogliere per partire con la sistemazione della piazza è legato alla presenza, lato ponente, dei “vespasiani”: «Spesso sono il primo scorcio genovese che si presenta davanti allo sguardo del turista appena sceso dal pullman – sottolinea l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile – la nostra idea è quella di eliminare dalla piazza questo impianto e, per fare ciò, stiamo cercando una locazione alternativa». L’intento sarebbe quello di conservare il servizio, utilizzato e “apprezzato” da moltissimi cittadini e, in quanto gratuito e aperto a tutti, considerabile alla stregua di un presidio di civiltà pubblica: tra le alternative papabili, una struttura di Amiu all’interno della poco distante area del Porto Antico.
    A proposito di nettezza urbana, anche l’area adiacente ai servizi igienici, che attualmente ospita dodici cassonetti, verrà riconfigurata: «Con Amiu stiamo lavorando a un mutamento della logistica per la raccolta dei rifiuti in loco – spiega Porcile – e, probabilmente, i bidoni standard oggi in uso saranno sostituiti da altri più capienti, in modo da mantenere i volumi di raccolta, permettendo una diversa razionalizzazione degli spazi della piazza».

    Statua di RubattinoUna volta messa a punto la logistica della nettezza urbana, saranno definiti i dettagli del progetto che prevede essenzialmente una diversa organizzazione della sosta dei pullman: i bestioni d’acciaio, che stazionano ogni giorno sotto lo sguardo severo e immobile dell’effige di Raffaele Rubattino, saranno solo un ricordo rumoroso e disordinato: «Predisporremo un’area dedicata davanti al Galata, dove i pullman potranno sostare dopo aver “scaricato” i passeggeri in piazza». Una mezza dozzina di posti che si aggiungeranno ai 14 stalli recentemente predisposti in via di Francia. L’accesso carrabile, quindi, sarà mantenuto, come anche l’assetto logistico del servizio pubblico di trasporto, che non sarà modificato. Nel nuovo disegno, inoltre, l’area riservata ai taxi sarà spostata al centro del piazzale, forse separata dal resto con un nuovo marciapiede, e al posto della collocazione attuale saranno tracciati alcuni stalli merci, preziosissimi per la zona.

    In definitiva, al posto del piazzale così come lo vediamo oggi, sarà predisposta una carreggiata che attraverserà ad arco la zona carrabile, abbastanza grande e larga da permettere la percorribilità dei mezzi oversize per il trasporto persone e degli autobus snodati. All’interno di questa “curva” l’area taxi, in parte al posto dello spazio attualmente occupato dai vespasiani. I posteggi moto, argomento scivoloso per l’amministrazione, soprattutto se si pensa alla prossima riorganizzazione della sosta nella zona di piazza Dante, non saranno toccati: «Conosciamo la loro importanza per la zona e, quindi, le aree di sosta dedicate alle due ruote non saranno ridotte» assicura l’amministrazione.

    Un’anima da preservare

    Un progetto, quindi, che sulla carta potrebbe migliorare la vivibilità degli spazi, mantenendo intatta l’anima della piazza e la sua “missione” storica di arrivo e partenza di cose e persone. C’è ovviamente da augurarsi che il disegno che sarà messo a punto sappia tener conto anche di quel margine di elasticità che la vita di una città come Genova necessita e che non è tracciabile a tavolino: bastano pochi minuti trascorsi a Caricamento per capire quanto un certo tipo di caos sia strutturale all’equilibrio mutevole di questo importantissimo spazio urbano. Il fascino autentico di una città come Genova è anche questo.


    Nicola Giordanella

  • Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscina Mameli, VoltriDestini paralleli, quelli della piscina comunale di Voltri e della Nico Sapio di Multedo. Entrambe con una gloriosa storia alle spalle, entrambe chiuse negli ultimi anni, travolte da una crisi che ha reso insostenibili i costi di gestione degli impianti. La chiusura della Sapio prima (2011) e della Mameli poi (2012) ha lasciato un vuoto importante nel ponente genovese, solo parzialmente colmato dall’impianto all’avanguardia di Pra’.

    Oggi, per entrambe le piscine si parla di possibilità di riapertura, anche se con aspettative sui tempi molto diverse. Se, infatti, per la piscina di Voltri c’è già un progetto definitivo, per quella di Multedo ancora si attendono offerte concrete oltre alle semplici dichiarazioni d’interesse.

    Piscina di Voltri: Regione e Comune ci mettono i soldi, la Mameli il progetto

    A far tornare l’impianto di Voltri agli antichi splendori potrebbe essere la storica società Nicola Mameli, entrata a far parte del consorzio Utri Mare. Della Mameli (che ha già vissuto in prima persona la chiusura dell’impianto nel 2012) è, infatti, il progetto definitivo per la rimessa in moto della struttura, pesantemente compromessa. Già al momento della chiusura, infatti, erano stati rinvenuti livelli di amianto oltre i limiti consentiti. Gli anni di inattività hanno peggiorato la situazione. «La piscina – avverte il vicesindaco del Comune di Genova, con delega agli impianti sportivi, Stefano Bernini – in questo momento è persino pericolosa, vista anche la vicinanza con la passeggiata a mare». Per questo, il progetto presentato da Mameli e Utri Mare è diviso in due lotti: il primo prevede la messa in sicurezza della struttura, il secondo la ristrutturazione degli spogliatoi e alcuni acquisti necessari come il pallone invernale.

    Il costo totale dell’intervento sarà di circa 1,5 milioni di euro
    , frutto di un cofinanziamento tra Regione Liguria e Comune di Genova. «Il ruolo maggiore è quello della Regione – ammette Bernini – che ha stanziato i soldi nel corso della precedente amministrazione». Palazzo Tursi, dal canto suo, ha previsto circa 500 mila euro, già inseriti nel piano triennale dei lavori pubblici. «Inoltre – aggiunge il vicesindaco – abbiamo presentato un progetto preliminare al Coni che ha ricevuto dal governo un fondo di 100 milioni di euro per gli impianti sportivi nelle periferie».

    Per quel che riguarda il futuro dell’impianto, l’agonismo continuerà a rivestire un ruolo importante: «A Voltri c’è un’importante tradizione pallanuotistica – afferma Bernini – senz’altro ci sarà spazio per gli allenamenti, ma anche per attività più ‘classiche’ come l’accoglienza delle scuole o la libera balneazione».

    Per la Nico Sapio si attendono offerte concrete

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2Più lunga, invece, sembra essere la strada per la riapertura della “Nico Sapio” di Multedo, come riconosce il presidente del Municipio VII – Ponente, Mauro Avvenente: «Circa 2 anni fa – ricorda – i Nuotatori Rivolesi Genovesi vinsero il bando per il concorso ma poi si sono ritirati». Come allora testimoniato da “Era Superba”, intorno all’impianto si sono spese tante parole, ipotesi e proposte. Ma, nonostante il gran fermento della cittadinanza, ad oggi pochi passi avanti sembrano essere stati fatti. «Il vicesindaco Bernini ha chiesto risorse per seguire un progetto al riguardo – spiega ancora Avvenente – ma, ad oggi, da parte di soggetti privati non si è andati oltre le dichiarazioni d’interesse».

    Tra le ipotesi in campo, nell’ottica di una maggior “sostenibilità” dell’investimento, quella di ridurre la dimensione della vasca e aggiungere un centro di riabilitazione sportiva. Ma nell’area dei giardini Lennon non c’è solo la fatiscente piscina. Il Comune spera, infatti, che qualcuno si faccia avanti anche per gestione dei campetti da tennis e calcetto: «Siamo in attesa di un’offerta ampia» chiosa, stringato, Bernini.

    Luca Lottero