Anni fa era conosciuta come San Paolo Riscossioni, poi è diventata Gest Line. Sembrava una linea aerea pronta a traspostare passeggeri morosi… Allora si è pensato di creare Equitalia (Polis prima, Sestri in un secondo tempo e Nord adesso) con tanto di legge parlamentare ad hoc.
Visto il nome, uno si aspettava qualcosa di equo, appunto, di giusto, ma così non è stato. Innanzitutto vale la pena ricordare che sono gli Enti pubblici (Comuni, Regioni, Inps, Agenzia delle Entrate ad esempio) i soggetti che incaricano Equitalia di riscuotere dei presunti debiti contratti dai cittadini – contribuenti. Quindi, se pensate che una bolletta non pagata ad un gestore telefonico vi faccia portare via la casa, vi sbagliate: questo non potrà mai accadere, anche se in italia si sa, tutto sembra possibile.
Tornando a bomba, chiunque può essere d’accordo sul fatto che i debiti vanno pagati, se è il caso con i dovuti interessi, ma nessuno potrà mai concordare sul fatto che un contribuente debba trovarsi per strada per debiti assolutamente non dovuti o comunque già saldati.
Tanti dicono: “Ho perso i bollettini, non trovo più le ricevute, ecc, ecc.” Male! Bisogna conservare con cura i documenti comprovanti l’estinzione di un debito, almeno per il periodo di prescrizione del medesimo. Ricordiamo che la prescrizione altro non è che il momento in cui un creditore perde la possibilità di vantare un diritto.
Sulle specifiche prescrizioni torneremo presto, perchè quello è il nocciolo della questione e, spesso, è il nocciolo di un frutto amaro.
Per fare un esempio pratico, vi è mai capitato di recarvi presso gli sportelli di Equitalia e, dopo avere richiesto un estratto conto della vostra posizione, avete trovato amare sorprese? Cartelle dagli importi esigui (qualche Euro…), cartelle notificate quindici anni prima, cartelle già oggetto di ricorso vinto presso il Giudice di Pace con tanto di sentenza. E l’impiegato che sta allo sportello vi dice che non ci può fare niente perchè se il terminale gli dice così, così è.
Così è se vi pare… i malcapitati di turno passano dalla sorpresa all’arrabbiatura in men che non si dica: devono scrivere una raccomandata all’ente impositore il quale deve dare l’ok a Equitalia per estinguere il debito inesistente. E passano mesi…
La domanda finale è: sono errori che capitano o errori… che non si vuol correggere? In questo secondo caso, potendo dimostrarlo, si può ipotizzare un’azione penale nei confronti di Equitalia.
Aggiungo io: chi paga il danno da perdita di tempo, stress, disagio? Purtroppo nessuno, a meno che non si inizi a fare qualcosa di pratico che nessun politico o politicante finora ha fatto. Per concludere, non possiamo e non vogliamo dire che Equitalia sia una banda di delinquenti, anzi. Ci limitiamo a dire che i contribuenti sono milioni e quindi la gestione di milioni di pratiche richiede un’organizzazione perfetta che Equitalia certamente non ha. Se poi ci aggiungiamo l’organizzazione imperfetta degli enti pubblici abbiamo ottenuto una imperfezione altamente organizzata, meravigliosa alchimia a danno di tutti.
Alberto Burrometo
Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.
Come promesso la settimana scorsa, ritorno a discutere dell’operato del governo, cercando questa volta di rispondere alla domanda: che cosa avrebbe dovuto fare Monti? E’ implicita in questa questione l’idea, condivisa da molti, che il premier non avesse alternative rispetto alla strada che ha scelto di imboccare. Secondo questa interpretazione, se guardiamo con realismo alla difficilissima situazione finanziaria, economica, politica e culturale in cui si trova il paese e vogliamo porvi rimedio in modo responsabile, siamo costretti ad ammettere che Monti non aveva possibilità di operare in modo molto diverso. Io invece la penso in modo opposto.
Monti doveva si fare una riforma delle pensioni e varie altre cose; ma tutto questo, pur gravando pesantemente sui lavoratori e sui contribuenti, non basta ad arginare la crisi, come ci mostrano i dati negativi sulla disoccupazione, il mercato dell’auto e l’andamento del PIL. Con il rigore che ci impone l’Europa, lo Stato non può investire: e senza investimenti non possiamo promuovere lo sviluppo e interrompere la spirale recessiva. Per parlare chiaro, se vogliamo tornare a crescere dobbiamo convincere la Merkel ad allentare i cordoni della spesa europea. Se tutto quello che Monti ha fatto finora (pensioni, liberalizzazioni, articolo 18, eccetera) sarà utile a questo scopo, allora i sacrifici che la gente ha dovuto fare non saranno del tutto vani.
Il problema però è che Monti non ha ancora ottenuto un bel niente. E la realtà è che, se dobbiamo vedercela con la crisi da soli, armati unicamente delle riforme fatte, non faremo molta strada. E’ chiaro che adesso la situazione è un po’ bloccata per via delle imminenti elezioni in Francia e Germania: può darsi che, se verranno rieletti, Merkel e Sarkozy avranno le mani libere e potranno permettersi di cambiare atteggiamento verso i paesi in crisi. Ma se non lo faranno, Monti avrà vita dura a dimostrare che «la crisi è superata» e che «l’Italia adesso è solida». Come scrissi tempo addietro, incrociamo le dita.
Certo che c’era anche un’altra strada percorribile. Quando a novembre Monti si insediò al governo e pronunciò per la prima volta la parola “equità“, mi ero illuso che avesse capito qual’è il primo problema dell’Italia. O meglio: qual’è il secondo, perché il primo problema dell’Italia è culturale e riguarda la nostra mentalità e il nostro atteggiamento generale. Ma è ovvio che su questo punto, su cui magari avrò occasione di tornare in futuro, non è possibile ottenere risultati profondi in poco tempo: ci vogliono i tempi della Storia e Monti aveva a disposizione poco più di un anno.
Tuttavia, se non poteva né doveva mettersi ad educare gli Italiani, poteva però andare ad incidere sul cancro del paese, che non è le mafie (130 miliardi di fatturato illegale ogni anno), né la corruzione (che ci costa 60 miliardi) e neppure l’evasione fiscale (120 miliardi). Questi fenomeni prosperano grazie ad un altro fattore, su cui bisognava calare la mannaia: vale a dire la classe dirigente italiana. E’ infatti il blocco politico, industriale e finanziario che governa l’Italia ad essere la principale causa del mancato sviluppo con cui stiamo facendo i conti.
Anche laddove la criminalità organizzata non c’entra direttamente, sono certi imprenditori che prosperano grazie ai soldi di certe banche e ai legami con una certa politica ad ingessare il paese in un sistema di relazioni tipicamente mafioso. Questa metastasi non è ovunque, ma è certo sufficientemente estesa per impedire che si prendano quelle decisioni che ci incanalerebbero lungo un cammino virtuoso, spezzando gli equilibri consolidati che fanno la fortuna di chi presiede posizioni di potere sfruttandole per il proprio interesse. Che le cose stiano in questi termini è facile da intuire. Basta accorgersi che coloro che siedono al vertice, che si tratti di centri di potere economici o politici, ormai da molti anni a questa parte sono quasi sempre le stesse persone.
Nemmeno Tangentopoli, al contrario di quanto viene spesso propagandato, ha rinnovato la classe dirigente. Prima la caduta del muro di Berlino e poi la tempesta giudiziaria del ’92 avevano messo in discussione gli assetti economici e politici in essere, portando anche la mafia dei Corleonesi a muoversi piazzando bombe in giro per l’Italia. Ma il processo andò per le lunghe, perse slancio e così ritornarono i vecchi affari, con i reduci della prima Repubblica e i loro figliocci ancora ben saldi sul ponte di comando. Al contrario un paese civile e democratico si dovrebbe basare sul principio che il potere logora: quindi deve passare di mano. Chi governa deve passare il testimone per legge; chi è ricco, invece, può restare tale, purché questo avvenga per merito personale e non per rendite di posizione.
Tant’è che negli Stati Uniti ci sono tasse di successione molto alte: i figli, anche se hanno il diritto di godere del lavoro dei padri, devono però essere incentivati a non sedersi sugli allori e a guadagnarsi per proprio conto una posizione sociale. L’Italia invece per mentalità, consuetudine e regole è più vicina ad un ordinamento feudale. Se oggi si hanno serie difficoltà a far pagare le tasse e a condannare gli evasori e gli amici dei mafiosi, questo lo si deve al fatto che chi ha il potere non permette che si vadano a scardinare quegli equilibri su cui basa la propria sopravvivenza. Detto questo, è anche vero che il clientelismo ha dato lavoro a molti italiani: abbiamo circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e questo significa che 1 italiano su 20 vive grazie alle tasse che versano (quando li versano) i restanti 19, senza contare che in questo numero molti sono bambini, studenti, pensionati e disoccupati. Anche questa è una situazione non sostenibile sul lungo periodo.
Eppure è stato proprio Monti a dimostrare che le riforme impopolari si possono fare. Quelle che non si possono fare, invece, sono le riforme sgradite al blocco di potere che tiene in mano le redini. Dal nostro premier, che è andato a condurre il gioco in un momento di estrema eccezionalità parlando di “equità”, mi sarei aspettato come prima cosa un pacchetto di norme contro la casta: regole stringenti per ridurre e rendere trasparenti i finanziamenti ai partiti, riduzione drastica di stipendi e privilegi, codice etico per la pubblica amministrazione, norme draconiane contro la corruzione, il traffico di influenze, il favoreggiamento alla criminalità e l’abuso d’ufficio, e infine il ripristino del falso in bilancio.
In questo modo si spezzavano i legami della politica con la parte marcia dell’imprenditoria, che avrebbe così perso i suoi appoggi e si sarebbe ritrovata isolata. Certo, questa classe politica non avrebbe mai votato di sua volontà una cosa del genere. Ma la scommessa andava fatta con un voto di fiducia: o il Parlamento approvava, oppure si prendeva la responsabilità davanti all’opinione pubblica di far fallire in partenza l’estremo tentativo politico per salvare il paese dalla bancarotta, rischiando a quel punto di ritrovarsi davvero i forconi sotto casa. D’altra parte è la minaccia che si sente fare Bersani e il PD a proposito dell’articolo 18. Se avesse vinto, Monti avrebbe avuto carta libera. Altro che pensioni, liberalizzazioni e mercato del lavoro: l’opinione pubblica gli avrebbe concesso questo e altro, perché nessuno avrebbe potuto accusarlo di essere forte con i deboli e debole con i forti.
Invece così non è stato. E visto che ora è troppo tardi, dato che tra lui e uno spread a 330 non c’è dubbio per cosa opterebbero i politici, Monti prosegua pure per la strada che ha scelto: che è poi quella di farsi garante del sistema esistente, non di scardinarlo. E speriamo che possa vincere l’indispensabile battaglia europea, rimettendo la battaglia per un paese a migliore nelle mani di chi verrà dopo di lui. Ma almeno ci risparmi una cosa: la smetta di citare la parola “equità”.
Lorenzo Caselli, professore emerito e titolare della cattedra di etica economica e responsabilità sociale delle imprese alla facoltà di economia e commercio dell’università di Genova, chiude il ciclo Sopravvivere alla crisi. Cause ed effetti dello tsunami economico con un incontro a Palazzo Ducale giovedì 5 aprile alle ore 17.45 sul tema Il bene oltre il benessere. Un’altra economia è possibile?
L’economista affronta le grandi questioni della povertà, della pace, dell’ambiente e delle generazioni future in rapporto alle risposte insufficienti del mercato economico considerato troppo spesso come supremo regolatore anche di relazioni umane e affettive.
Vice presidente della sezione italiana di EBEN (European Business Ethics Network) e membro del comitato scientifico e direttivo di vari istituti, centri e riviste scientifiche e culturali, Caselli è autore di numerose pubblicazioni in tema di teoria dell’impresa e dell’organizzazione; economia e organizzazione del lavoro, relazioni industriali e sindacali; settore non profit ed economia sociale.
Continuano gli appuntamenti con le mostre dei giovani artisti alla Sala Dogana nell’ambito della rassegna Giovani Idee in transito.
Dal 5 al 15 aprile la sala di Palazzo Ducale ospita la mostra So Long Ago a cura di Irene Pacini, allieva della scuola di musica e nuove tecnologie del Conservatorio di musica Nicolò Paganini.
Associando la forza drammatica della voce a immagini di intenso impatto emotivo, l’artista indaga sull’espressività del corpo umano, mettendone in luce di volta in volta la tensione o il silenzio che si cela al suo interno.
Come un’eco della memoria, affiorano elementi di un mondo infantile, che non rinuncia ad esprimere la sua magia, la sua intensità, la sua forza propulsiva nell’atto stesso del venire al mondo. L’elaborazione sonora è elemento imprescindibile e nello stesso tempo fondante dell’immagine video.
dal 5 al 15 aprile – tutti i giorni, compreso lunedì 9, ore 15.00-20.00
inaugurazione giovedì 5 aprile ore 18.00
Nel 2010 in Italia hanno perso la vita 614 pedoni e più di 20.000 sono rimasti feriti. Mentre il numero di vittime della strada in Italia si sta riducendo negli ultimi anni il numero di vittime tra i pedoni non sta seguendo la stessa tendenza. Dietro a tante tragedie non c’è la fatalità o il caso ma il mancato rispetto delle regole e del buon senso, basti pensare che circa un terzo dei pedoni morti vengono falciati mentre attraversano sulle strisce. Molti di quelli che chiamiamo impropriamente “incidenti” sono quindi evitabili. Siamo tutti “utenti deboli”: i bambini, gli anziani, i portatori di handicap, i genitori con i passeggini, i ciclisti, tutti coloro che soffrono – anche momentaneamente – di una ridotta capacità motoria ed i pedoni.
Un pedone investito a 30 km orari ha solo il 50% di possibilità di sopravvivere. Il 10% di possibilità se investito a 50 km orari. Oltre i 60 km orari non ha speranza. Il rispetto dei limiti di velocità nei centri abitati consentirebbe di diminuire significativamente il numero delle vittime. Sulle strade urbane infatti si verifica quasi l’80% di tutti gli incidenti e si registra il 73% dei feriti e il 44% dei morti totali. Nelle città dove si è riusciti a far rispettare i limiti di velocità il numero dei morti è diminuito fino al 90%. Nel 2010 è stata introdotta una modifica importante nel codice della strada italiano che, finalmente, si è allineato a quello degli altri paesi europei. Le auto devono fermarsi non solo quando il pedone è già in mezzo al la strada, ma anche quando è ancora sul marciapiede in attesa di attraversare. Si tratta di una novità importante e a lungo attesa. La sfida è ora riuscire a far sì che questo cambiamento legislativo diventi anche e soprattutto un cambiamento culturale. Insomma che non rimanga lettera morta.
Anche per questo torna nel 2012 la campagna “Siamo tutti pedoni”. La campagna vuole parlare a tutti per richiamare l’attenzione sulle tragedie che coinvolgono il più debole utente della strada, con lo scopo di far crescere la consapevolezza che questa strage può essere drasticamente ridotta: facendo rispettare le regole, educando ad una nuova cultura della strada, rendendo strutturalmente più sicure le strade, attuando un’azione preventiva e repressiva più intensa ed incisiva, suscitando un protagonismo diffuso a favore di questa impresa civile nelle istituzioni, nelle scuole e nella società civile.
La campagna, resa possibile grazie al contributo decisivo di tutti i sindacati pensionati, vuole anche sottolineare il valore del camminare non solo per la mobilità ma anche per la salute e l’ambiente. I protagonisti sono tanti soggetti diversi, istituzioni, scuole, associazioni, perché la sicurezza dei pedoni è un tema trasversale che coinvolge campi diversi e che richiede quindi un’azione coordinata da parte del la società nel suo complesso. In continuità con le precedenti edizioni si prevede il patrocinio da parte del Presidente della Repubblica, della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome,di ANCI e UPI .
“Siamo tutti pedoni” si svolgerà nel periodo aprile-maggio 2012 con appuntamento nazionale il 18 aprile. I promotori locali potranno autonomamente decidere altre date in cui attuare l’iniziativa. Il cuore comunicativo della campagna èun libretto di 32 pagine a colori che avrà come filo conduttore l’ironia delle più importanti matite italiane che con le loro vignette, oltre a strappare sorrisi amari, inviteranno chi guida alla riflessione e all’adozione di comportamenti più responsabili sulle strade. Insieme alle vignette, foto di personaggi con messaggi, testi letterari e scientifici ed anche un manifesto.
Una maglietta della campagna servirà a rendere riconoscibili i volontari protagonisti delle azioni di sensibilizzazione. Sono previsti alcuni spot video ed audio con protagonista Piero Angela che inviterà gli automobilisti ad un maggiore rispetto dei pedoni.
Inoltre sarà allestita la mostra “Siamo tutti pedoni”: vignette, fotografie con personaggi associati a messaggi, pannelli con testi scientifici e divulgativi. I pannelli della mostra sono visibili sul sito www.siamotuttipedoni. it
Martedì 3 aprile alle ore 18 presso la Sala Chiamata del Porto di piazzale San Benigno la Comunità di San Benedetto al Porto presenta “Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo – La Fiat, il sindacato, la sinistra assente”, un libro di Maurizio Landini con Giancarlo Feliziani.
“Essere di sinistra per me significa guardare il mondo da un certo punto di vista: la giustizia sociale, il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza. Per anni siamo andati a rimorchio di una certezza: che alla globalizzazione non ci fosse rimedio e che il problema fosse al massimo quello di limitare i danni. Ecco, io credo che sia giunto il momento di uscire da questa logica e da questo ragionamento”, afferma Landini in uno dei passaggi del libro.
Su queste tematiche dibatteranno Maurizio Landini, segretario generale Fiom, Don Andrea Gallo, Comunità San Benedetto, Marco Doria, candidato sindaco per il centro sinistra a Genova, Sergio Cofferati, già segretario generale Cgil.
Il libro, edito da Bompiani, raccoglie una lunga intervista realizzata da Giancarlo Feliziani, caporedattore e inviato del Tg La7, e ripercorre le vicende che hanno segnato il sistema contrattuale, il diritto del lavoro e le libertà sindacali nel settore metalmeccanico, nell’arco dell’ultimo anno e mezzo: da Pomigliano, passando per il referendum di Mirafiori, fino ai fatti accaduti dopo l’estate. Un libro di grande attualità che affronta il dibattito sul lavoro “in presa diretta”.
Sono aperte fino al 15 maggio 2012 le iscrizioni per la prima edizione del concorso letterario RacCorti in Noir, organizzato da Mentelocale e MilanoNera in collaborazione con Il Giallo Mondadori.
Il concorso è aperto ad autori e autrici di qualunque età, l’unico requisito è che i racconti siano inediti e in lingua italiana. I partecipanti possono scrivere un testo di lunghezza massima dieci cartelle e appartenente al genere letterario giallo, thriller, noir o mystery.
Si possono inviare i propri elaborati a Mentelocale – Palazzo Litta, corso Magenta 24 – 20123 Milano con i dati personali dell’autore (nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, e-mail) e la ricevuta di versamento di 15 € come quota di iscrizione (conto corrente bancario n.00006077220 della Banca Carige – IBAN: IT89V0617501400000006077220 intestato a Mentelocale srl indicando nella causale iscrizione concorso RacCorti in Noir).
Una giuria valuterà le opere e selezionerà cinque finalisti. Il racconto vincitore sarà premiato nel mese di ottobre 2012 e pubblicato all’interno della collana Il Giallo Mondadori in edicola ad aprile 2013.
I lavori per le infrastrutture preparatorie – il cosiddetto primo lotto dei sei complessivi – stanno per partire. Parliamo del famoso Terzo valico dei Giovi, un’opera fortemente voluta dalle istituzioni locali che la ritengono essenziale per aprire Genova alla Pianura Padana e all’Europa ma fortemente contrastata da alcuni abitanti delle zone interessate tra Liguria e Basso Piemonte.
Il 6 dicembre scorso il Cipe – il Comitato Interministeriale Programmazione Economica – ha sbloccato 1,2 miliardi di euro per la seconda tranche dei lavori di realizzazione della tratta ad alta velocità ed alta capacità Genova – Milano che si sono andati ad aggiungere ai 500 milioni già assegnati nel 2009. Oggi quindi il totale dei finanziamenti disponibili è di circa 1 miliardo e 700 milioni di euro sui 6,2 complessivi .
Il cantiere del primo lotto comprende per il 90% interventi per la viabilità funzionale ai cantieri, di interconnessione e di accesso ai siti di conferimento dello smarino (il materiale di risulta proveniente dagli scavi). In pratica opere funzionali all’attività di scavo della galleria principale. Si partirà dalla apertura degli uffici e dei campi base. I primi interventi riguarderanno la messa in sicurezza ed il monitoraggio ambientale delle opere di cantiere. Quindi la bonifica da possibili ordigni bellici, siti inquinati, demolizioni per eliminare le interferenze, ovvero quelle barriere che sono all’interno delle aree di cantiere, ma anche indagini storico – archeologiche. Attività particolarmente delicate che prevedono una serie di espropri – oltre una cinquantina nei comuni di Genova, Campomorone e Ceranesi – di abitazioni ed attività commerciali, industriali ed agricole (Il Programma Regionale Intervento Strategico stabilisce un indennizzo per ogni nucleo sfrattato pari a 40 mila euro).
L’elemento cruciale è la realizzazione delle strade per raggiungere i vari cantieri. Alcuni di questi verranno predisposti in particolare in Val Polcevera, in Val Lemme, a Serravalle (zona di Libarna) ed in adiacenza agli ingressi ed uscite del tunnel, comprese le finestre di Arquata, Voltaggio e Fraconalto. Per quanto riguarda la Liguria le strade per far viaggiare camion e ruspe saranno le seguenti: innanzitutto la galleria che collegherà lo svincolo dell’aeroporto con Borzoli e uscirà in corrispondenza della galleria di Scarpino con deviazione dei mezzi fino al raggiungimento di Fegino dove avrà sede il cantiere dal quale inizieranno gli scavi, bypass di Pontedecimo, adeguamento strada provinciale 6 Comune di Ceranesi, bypass Isoverde Comune di Campomorone, adeguamenti strada di Castagnola Comune di Ronco Scrivia. In Val Polcevera sono ben 7 i cantieri previsti: 2 a Fegino (cantiere di servizio e cantiere operativo), Trasta (campo base con dormitorio), Bolzaneto (campo base con dormitorio), San Quirico (cantiere operativo), infine altri 2 a Cravasco (campo base con dormitorio e cantiere di servizio).
E sette sono anche gli anni di lavoro – termine previsto nel 2019 – per la realizzazione dell’opera, una galleria che forerà gli Appennini per uscire nella piana di Libarna fra Serra Valle Scrivia e Tortona, 53 km in totale di cui 39 in galleria.
Un’opera che fa discutere gli abitanti delle zone interessate dalla cantierizzazione (sono recenti le polemiche relative al cantiere di Trasta con il previsto “sfratto” della scuola Villa Sanguineti). Ma vediamoquali sono i nodi principali del contendere tra favorevoli e contrari. Sostanzialmente le ragioni dei contrari sono tre: le ripercussioni sull’ambiente, l’effettiva utilità dell’opera, i costi eccessivi.
AMBIENTE
In primis l’impatto ambientale: il fatto che la linea sia in gran parte in galleria creerà numerose conseguenze. «Oltre al tunnel principale infatti ci saranno tante gallerie minori di servizio, trasversali a quella principale con altrettanti cantieri a ridosso dei centri abitati – spiegano i No Terzo valico – Quindi deforestazioni, rumore, polveri ed inquinamento con il passaggio di centinaia di camion, giorno e notte. Con pericolo di prosciugamento di molte falde acquifere come peraltro avvenuto per le gallerie tav nel Mugello».
E poi il pericolo amianto: è infatti accertata la presenza di rocce amiantifere nel tratto Voltri – Val Lemme. Nel corso di una conferenza dei servizi in merito ad impianti fra la Val Lemme e Ronco Scrivia, la Provincia di Alessandria ha effettuato dodici campionamenti. Nel novembre 2011 ne ha reso noti i risultati: «Le analisi, con una sola eccezione, hanno evidenziato concentrazioni di amianto tra i 1430 e 250.000 mg/kg, non conformi ai limiti tabellari. Ulteriori analisi hanno appurato che in nove pozzi su dieci i valori di amianto sono superiori al limite massimo nell’ordine di decine o addirittura di centinaia di volte». La presenza di amianto è accertata anche sui versanti montuosi della Val Polcevera. Autostrade per l’Italia in merito al progetto Gronda ha dovuto riconoscere le problematiche relative alla gestione di terre e rocce contenenti fibre d’amianto che potrebbero essere disperse nell’ambiente circostante.
«I milioni di metri cubi di smarino contenente amianto costituirebbero un grave rischio per i lavoratori, per le popolazioni interessate dal passaggio di camion e dalle discariche», sottolineano i No Terzo valico.
Le Regioni hanno già indicato dove dovrebbe finire questo materiale frantumato, sia in Liguria, che nei paesi dell’Appennino o nelle varie cave dell’Alessandrino. La Regione Liguria ha individuato questi siti: Porto di Voltri (820 mila metri cubi); Ribaltamento Fincantieri (500 mila mc); Calata Libia – Canepa (450 mila mc); Riempimento terrapieno area Scarpino (800 mila mc); Cava Castellaro – Cravasco (2.222 mila mc); Cave Buzzi Unicem/Vecchie Fornaci (Sestri ponente, un milione di metri cubi). Inoltre chiede, per quanto riguarda l’avvio dei lavori, la priorità delle finestre di Polcevera e Val Lemme, la galleria di Linea Campasso e la predisposizione degli imbocchi di galleria di valico (nord e sud) e dell’imbocco della finestra Cravasco.
UTILITA’
Ma è sull’effettiva utilità dell’opera che i pareri diventano assai discordanti. Se per le istituzioni locali – in particolare l’Autorità portuale genovese – il Terzo valico è un’opera imprescindibile per far crescere economicamente la città, per gli oppositori esistono alternative valide con minor impatto ambientale e costi più contenuti.
La linea alta velocità viene concepita inizialmente – siamo negli anni 90’ – come funzionale al trasporto passeggeri. «La Genova – Milano servirà a spostare in 50 minuti circa 50 mila passeggeri al giorno», dichiarano le autorità. Nel 1994 si corregge il tiro e si sostiene che vi sarà un utilizzo misto passeggeri e merci soprattutto in chiave di rilancio del porto, con una riduzione di 15 minuti tra Genova e Milano. Oggi infatti la linea è denominata AV/AC, alta velocità ed alta capacità di trasporto merci.
«L’utilità per i pendolari è praticamente nulla – ribattono gli oppositori – il 95% dei pendolari ferroviari utilizzano i treni su percorsi brevi ma per questo genere di trasporto viene utilizzata una percentuale piccolissima degli investimenti. Tutti i finanziamenti vengono invece concentrati verso l’Alta Velocità che ha pochi passeggeri. Inoltre ci raccontano che la linea in questione sarebbe mista passeggeri-merci, cosa impossibile da realizzare come dimostra il fatto che non esiste una linea del genere in nessuna parte del mondo».
Veniamo ora ai dati sui traffici del porto di Genova per comprendere se è davvero necessaria una nuova linea di valico per superare gli Appennini. Nel 2011 – secondo i dati dell’Autorità portuale – lo scalo di Genova si conferma il secondo d’Italia per movimentazione container (dopo Gioia Tauro), raggiungendo quota 1 milione e 847 mila TEUS (unità di misura del container che corrisponde ad un pezzo da 20 piedi). Un risultato che si avvicina a quello del 2007, ultimo anno prima della grande crisi. Il problema principale del porto è la carenza di infrastrutture e la difficoltà nell’usare il treno per la movimentazione delle merci. Attualmente sono tre le linee di valico esistenti che collegano Genova con la pianura padana: la Genova – Ovada – Alessandria, la Genova – Torino dei Giovi, la Succursale dei Giovi. Oggi le linee esistenti vengono utilizzate al minimo delle loro potenzialità.
Il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo, da noi contattato per cercare di capire come stanno le cose e quali siano le prospettive future, spiega «Oggi su rotaia viaggia il 12% circa dei container ma il nostro obiettivo è raggiungere il 30% entro il 2015». Obiettivo ambizioso che vorrebbe dire un salto decisivo dalla gomma – il sistema di trasporto maggiormente utilizzato e più costoso – al ferro. Il progetto di incremento del trasporto su rotaia fa leva sull’opportunità che sta nascendo oltre Appennino: Alessandria è il partner più stretto di Genova e attende con trepidazione la realizzazione del terzo valico che farà dell’alessandrino un punto di riferimento insostituibile per tutta l’economia del trasporto genovese. Al di la dei Giovi, a Rivalta Scrivia, si lavora alacremente per realizzare il principale parco ferroviario del nord ovest, che sarà la base certa per il retro porto di Genova: un’area di 265 mila metri quadrati che nel 2014 sarà completamente operativa, un hub della logistica che sarà in grado di movimentare 304 mila container con un transito di oltre 10 mila treni all’anno.
La cifra del 30%, precisa Merlo «È una stima potenziale legata al rafforzamento delle infrastrutture interne al porto, lavori già partiti per la realizzazione di linee e binari per la movimentazione delle merci che consentiranno nel futuro prossimo di facilitare il trasporto dei container sui treni».
Anche a livello di previsione dei traffici futuri, il presidente dell’Autorità portuale spiega che «Grazie a questi lavori gettiamo le basi per una crescita dei traffici, ovviamente intrinsecamente legata all’andamento del mercato, chepotrebbe portare a superare quota 3 milioni di teus nel 2015 e raddoppiare il risultato odierno in 5 anni, quindi nel 2017, arrivando a circa 3 milioni e 700 mila teus».
A questo punto è necessario fare due conti: nel 2011 sul totale di 1 milione e 847 mila container sono stati trasportati su ferro il 12%, ovvero circa 221 mila container. Una percentuale modesta che le attuali linee di valico garantiscono senza nessun problema. Secondo le previsioni più ottimistiche dell’Autorità portuale nel 2017 potremmo raggiungere una quota di container doppia rispetto all’attuale, quindi circa 3 milioni e 700 mila container. L’obiettivo è trasportarne su ferro il 30%, vale a dire circa 1 milione e 110 mila container.
Oggi, secondo gli oppositori dell’opera, le 3 linee attuali genovesi – sfruttando appieno le loro potenzialità con semplici ammodernamenti e cioè senza raddoppi – hanno una capacità residua di: Linea Succursale 70 treni da 57 TEUS = 3990 TEUS/g x 280 gg/a = 1.117.200 TEUS/anno; Linea dei Giovi 80 treni da 54 TEUS = 4320 TEUS/g x 280 gg/a = 1.209.600 TEUS/anno; Linea Ovada 30 treni da 60 TEUS = 1800 TEUS/g x 280 gg/a = 504.000 TEUS/anno. In pratica un totale di 2 milioni e 800 mila TEUS all’anno.
«Ciò dimostra che il Terzo Valico è una opera inutile ancor prima che impattante sull’ambiente – ribadiscono i No Terzo valico – Le previsioni di traffico dei progettisti finora si sono rivelate errate. Si basano sul concetto della crescita infinita. La linea attuale, secondo le stime doveva essere satura già dal 1998, la cosa non è affatto avvenuta. La crescita continua non esiste e il trasporto di merci voluminose diminuisce costantemente, diminuendo di conseguenza le necessità di trasporto. Per arrivare al recupero del 15% delle spese sostenute, tutte a carico dello Stato e quindi di noi tutti, si dovrebbero movimentare almeno 4 milioni di teus all’anno».
L’autorità portuale considera il miglioramento delle linee storiche un fattore positivo ma non sufficiente a cambiare lo stato delle cose, mentre il Terzo Valico rimane un’opera imprescindibile. «Le vecchie linee presentano delle criticità oggettive – spiega Merlo – tutte e 3 sono caratterizzate dauna discreta pendenza, una conformazione difficile con la presenza di ostacoli (passaggi a livello, numerose curve, alcuni tratti a binario unico) ed inoltre sarebbe difficile, per problemi di orari e frequenze di passaggio, riuscire a coniugare il traffico merci e passeggeri».
COSTI
Gli oppositori del Terzo Valico puntano il dito anche contro i costi dell’opera ed in particolare la loro moltiplicazione, verificatesi nelle tratte di Alta velocità già realizzate.
«Il costo preventivo dei 54 km di terzo valico è di 6 miliardi e 200 milioni ossia 115 milioni di euro a Km – spiegano i No Terzo valico – almeno tre volte in più rispetto ai costi medi francesi secondo un’inchiesta del Sole 24 ore». Senza dimenticare il pericolo di infiltrazioni di organizzazioni criminali mafiose, presenti sia in Liguria che in Piemonte, capaci di infilarsi nelle pieghe di appalti e subappalti gestiti con un sistema che appare troppo “lasco”, come riconosciuto dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp).
Quest’ultima nell’autunno 2011 ha diffuso le conclusioni di un’indagine avviata nel 2007 sugli interventi gestiti da Tav Spa e Rfi, e da Fiat e Cepav Uno, per la costruzione dell’Alta velocità in Italia. I risultati sono chiarissimi: nella costruzione dell’opera, almeno per quanto riguarda le tratte già realizzate, c’è stata una «violazione sistematica e sistemica dei seguenti principi: libera concorrenza e non discriminazione, in quanto in tutte le tratte conferite al general contractor è stato registrato il mancato affidamento dei lavori da parte di quest’ultimo a imprese terze con procedure a evidenza pubblica nella misura stabilita dalle convenzioni (60% del valore totale dell’appalto); economicità del sistema di realizzazione (…) efficacia dello stesso essendo confermati lunghi tempi di esecuzione delle opere, rilevanti incrementi di costo rispetto alla stima inizialmente ipotizzata, nonché onerosi contenziosi».
Nel 1991, quando fu dato il via all’Alta velocità, l’Italia adottò il sistema dei general contractor che prevedeva l’affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico degli appalti per la realizzazione dell’opera. L’affidamento diretto senza gara ad un general contractor ha comportato un risultato di non economicità: un’opera che doveva essere terminata anni fa è ancora in corso di realizzazione ed i costi nel frattempo sono ampiamente lievitati. L’Unione europea nel 1993 ha emanato una direttiva che stabilisce dei principi a tutela della concorrenza e del libero mercato. La stessa UE ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per non aver garantito – nell’assegnazione degliappalti per la realizzazione dell’Alta velocità – l’apertura al mercato e alle imprese. Nel 2005 il nostro Paese negoziò con Bruxelles un compromesso “all’italiana”: l’Europa rinunciò alla penale inflitta al nostro Paese per aver affidato gli appalti ai general contractor senza gara pubblica ed in cambio l’Italia si impegnò a far sì che questi ultimi affidassero il 60% dei lavori ancora da realizzare a terzisti attraverso gare pubbliche.
Infine le ricadute occupazionali sul territorio. Il Terzo valico potrebbe rappresentare una grande opportunità per il comparto produttivo dell’edilizia che attraversa un drammatico periodo di crisi.
Come detto in precedenza il general contractor – il Cociv, consorzio di imprese incaricato della realizzazione, composto al 54% da Impregilo, Condotte 21%, Technimont 20% e Civ 5% – potrà dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale.
Ebbene, per accorciare i tempi delle operazioni, i lavori del primo lotto saranno compresi tutti nel 40% di affidamento diretto. In pratica sarà il general contractor a decidere a chi affidare la gestione dei lavori. Probabilmente società controllate, ma esiste anche la facoltà di scegliere ditte locali “affidatarie con procedure negoziate”.
La scorsa settimana si è svolta una riunione a Roma per presentare il piano dell’opera a cui hanno preso parte i vertici di Ance Genova e Ance Alessandria nonché rappresentanti del livello nazionale e territoriali di Fillea (Cgil), Filca (Cisl), Feneal (Uil). In calendario è già previsto un secondo incontro, all’inizio di maggio, per scendere nei dettagli.
«Abbiamo trovato una buona disponibilità nel voler coinvolgere ditte e manodopera del luogo – spiega Maurizio Senzioni, presidente di Ance Genova (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili) – Una grande opportunità in un momento di crisi massima». Ma garanzie – formali o informali che siano – non esistono. E tutti i presunti posti di lavoro nell’area genovese per ora rimangono un dato empirico. Un dato di fatto è invece la realizzazione di 3 strutture dormitorio a Trasta, Bolzaneto e Cravasco che potranno ospitare circa 300 operai ciascuna: sicuramente non genovesi.
«Sono strutture destinate a ditte specializzate che si occuperanno dei lavori successivi – conclude Senziani –Noi comeditte locali ci giochiamo gran parte delle possibilità nei lavori del primo lotto, dove possiamo dire la nostra. Speriamo si tratti di procedure accessibili anche per le piccole imprese».
Uno speciale percorso che unisce la visita all’Acquario di Genova con l’escursione in battello sulle rotte dei cetacei : questa è CrocierAcquario, l’iniziativa organizzata da Costa Edutainment e Acquario di Genova nell’ambito del progetto di ricerca Delfini Metropolitani.
Dal 7 aprile fino al 30 settembre i visitatori delle vasche dell’Acquario possono approfondire la conoscenza dell’ambiente marino acquisita lungo il percorso espositivo con un’esperienza diretta in mare aperto: un’escursione di mezza giornata, realizzata in collaborazione con il WWF, sulle rotte dei mammiferi marini tra Genova e Portofino, nel cuore del Santuario dei Cetacei.
Ad accompagnare il pubblico, un biologo marino dell’Acquario di Genova e del WWF sveleranno tutti i segreti degli animali che si incontrano e illustreranno il codice di comportamento corretto per l’avvistamento Cetacei.
La partenza è prevista dal molo sotto l’Acquario ogni sabato alle ore 13 con rientro alle ore 18.30 circa; a luglio e agosto, doppia partenza settimanale ogni martedì e ogni sabato.
Per informazioni e prenotazioni, contattare Incoming Liguria, tel. 0102345.666.
Il biglietto comprende la visita dell’Acquario e l’escursione di mezza giornata. Questi i prezzi:
Adulti 42 euro – Ridotto 41 euro
Bambini (0/3 anni) gratis – Ragazzi (4 anni) 13 euro
Ragazzi (5/12 anni) 21 euro – Ragazzi (13/14 anni) 29 euro
Come ogni anno si rinnova l’appuntamento che mette in contatto gli studenti iscritti all’Università degli Studi di Genova con le grandi aziende presenti sul territorio genovese e ligure. Sono soprattutto grandi catene (Leroy Merlin, Costa Crociere e così via) a prendere parte ai periodici appuntamenti del Career day, una sorta di speed date professionale dove i candidati passano da un tavolo all’altro per un rapido colloquio di lavoro con le aziende presenti.
La prossima edizione si terrà nel Sottoporticato di Palazzo Ducale mercoledì 18 e giovedì 19 aprile 2012, dalle 9.30 alle 17.30: studenti e laureati potranno incontrare i rappresentanti delle aziende, fare brevi colloqui conoscitivi, consegnare il proprio curriculum vitae, insomma conoscere in modo più dettagliato le opportunità di inserimento professionale offerte, i profili ricercati e le competenze richieste.
Tutte le informazioni sulle aziende partecipanti saranno aggiornate periodicamente sul sito dell’Ateneo. Per partecipare è necessario pre-iscriversi online.
Dopo il grande successo del 2011, i Negramaro tornano a girare l’Italia con il “Casa 69 tour”, che riparte il 30 aprile proprio da Genova.
Un’occasione per ascoltare i brani più famosi della band pugliese guidata dal carismatico vocalist Giuliano Sangiorgi, da “Mentre tutto scorre”, “Nuvole e lenzuola”, “Cade la pioggia”, alla cover di “Meraviglioso” e ai più recenti “Sing-hiozzo” e “Londra brucia”, tratti da “Casa 69”, album uscito nel 2011 che ha debuttato direttamente in cima alle classifiche di vendita.
La pillola dei 5 giornidopo ha fatto ieri il suo esordio nelle farmacie italiane. “Ellaone“, questo il nome con cui viene commercializzata, è prodotta dalla HRA Pharma già produttore della “sorella minore” NorLevo, meglio conosciuta come pillola del giorno dopo.
Si tratta di un medicinale già in commercio in oltre venti Paesi del mondo, acquistabile, in Italia, solo dopo aver effettuato un test di gravidanza preventivo anche con un semplice stick sulle urine reperibile nelle farmacie. Una condizione richiesta espressamente dalla commissione tecnico scientifica dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), anche se non in linea con quanto avviene negli altri Paesi dove non è richiesta la prescrizione medica nè tantomeno il test di gravidanza.
Ellaone ha un costo di 34,89 euro a confezione (una pillola – 30 mg di Ulipristal acetato) e agisce entro le 120 ore (5 giorni) dal rapporto mediante rallentamento dell’ovulazione, rendendo quindi l’utero non accessibile.
Il PRECEDENTE
Aprile 2011: nel corso di una conferenza stampa il Comune di Genova – in collaborazione con la Fondazione Cultura Palazzo Ducale – lancia Creatività 2011, un macro-progetto finalizzato a sostenere, promuovere e finanziare i progetti creativi dei giovani della città.
Un progetto che si sviluppa anzitutto in due concorsi di idee, Giovani per i giovani e Sottopassi e Dintorni: divisi nei nove municipi e dunque volti a coprire l’intero territorio cittadino, invitano i ragazzi tra 18 e 35 anni a tirare fuori le loro proposte e tentare di vederle realizzate.
IL PRESENTE
Un anno è passato da quell’annuncio: il bando è stato pubblicato e sono stati annunciati i progetti vincitori. Il Comune ha stabilito alla fine di gennaio che “si stanno raccogliendo i materiali per realizzare la pubblicazione di supporto e promozione delle attività.Si prevede la conclusione delle attività per almeno i 2/3 dei progetti per i primi mesi del 2012“. Questo prima della mancata approvazione del bilancio del Comune, che potrebbe causare – fra gli altri disagi – l’impossibilità di realizzare molti degli eventi culturali più noti della nostra città.
La domanda appare pertanto legittima: quei progetti vedranno mai la luce? Sarà interessante tenere d’occhio gli sviluppi di ciascuno di essi per capirlo.
Di certo il futuro di questo concorso di idee dipenderà molto dal fatto che aiuto morale e (soprattutto?) materiale continuino a esserci, ma anche dalla forza di volontà di giovani che vogliono davvero fare la differenza. Come recita il titolo di un libro recentemente edito da Mondadori e scritto dal giornalista Federico Fubini, Siamo noi la rivoluzione.
Dal 17 marzo al 20 aprile, presso l’OpenLab Gallery di Vico Giannini 1 a Genova, è aperta la mostra personale di Alessandro Ligato, vincitore della prima edizione del concorso “Art Is Clear As Clouds Are” rivolto a giovani artisti emergenti e organizzato in collaborazione con il Balla Coi Cinghiali Festival.
Alessandro Ligato, classe 1980 e una formazione tutta artistica tra Dams di Brescia e Accademia di Brera, si esprime attraverso il mezzo della fotografia d’arte e presenta a Genova “Urbana Nostalghia”… quando il cielo stellato è il protagonista che non si vede…
Il lavoro che presenti in mostra è molto particolare. Puoi spiegarlo?
«Il progetto che presento presso l’Open Lab Gallery nasce due anni fa e parte dall’idea che la città è di chi la vive, e che al suo interno si può e si deve vivere tutta la gamma dei sentimenti immaginabili. La nostalgia, la malinconia e la contemplazione sono legati a un immaginario bucolico, io rivendico con questo progetto il diritto di viverli anche nell’urbanità; urbanità che di notte perde la sua frenesia e si dispone come la natura ad esserti vicina e confidente.
La modalità di operazione è stata performativa: comunicavo ai miei soggetti con una settimana di anticipo di scegliere un luogo che potesse metterli in questo stato d’animo, quando scendeva il buio loro si sdraiavano a guardar le stelle e io documentavo quel che succedeva; quindi primariamente lo scopo era di far vivere ai miei nostalghici un’esperienza sensoriale di confronto con se stessi e quel che li circonda; al contempo il mio scopo era quello di rendere visibile l’invisibile, ovvero loro vivono movimenti e paesaggi interiori e io col mio mezzo fotografo loro e quel che hanno attorno come rappresentazione visiva di quel sentire; il mondo fuori fotografato come specchio del loro mondo interiore.
La fotografia è per me un’arte magica e alchemica, il mio fotografare è racchiudere un mondo in un rettangolo che sia significativo ed evocativo anche di quel che ho escluso dal rettangolo; il cielo è negato nella fotografia perché solo vivendo l’esperienza è possibile perdersi a guardarlo.
Fin dall’inizio ho capito che l’installazione di questo lavoro in galleria doveva essere pienamente conforme all’esperienza vissuta dai miei soggetti, è per questo che in galleria ho installato le fotografie su lightbox, le sale sono buie con la proiezione del cielo sul soffitto, ci sono materassi e cuscini per sdraiarsi, in modo che lo spettatore in una mimesi possa sdraiarsi e condividere -anche se in piccola parte- l’esperienza dei soggetti da me fotografati.»
"Urbana Nostalghia" di Alessandro Ligato
Nell’osservare le tue foto la prima reazione è stata cercare di riconoscere il luogo, in seconda battuta il forte rimando alla prosecuzione dello spazio oltre il rettangolo dell’immagine, verso un cielo che non vediamo ma che sappiamo essere lì e dispiegarsi immenso agli occhi della persona sdraiata, fa venire voglia di entrare nella foto e sdraiarsi accanto al tuo soggetto. C’è una chiave di lettura precisa per queste immagini? Un messaggio per il fruitore?
«Ognuno è libero di sentire quel che vuole, quello che mi preme è che non sia un vedere ma appunto un sentire… non un’esperienza legata solo alla vista ma che muova sensazioni interiori legate al vissuto personale di ogni visitatore».
Ho visto che lavori con la fotografia analogica e in particolare col banco ottico. I tempi e i modi di questa tecnica sono antitetici all’immediatezza e alle peculiarità della fotografia digitale. Come nell’annosa disputa tra fautori dell’mp3 e cultori del vinile, quando si tratta di contrapposizione analogico-digitale di solito si creano fazioni tra loro inconciliabili. Appartieni a una di queste o lavori con entrambe le tipologie? Cosa hai scelto per le foto in mostra e perché?
«Io lavoro sempre con la fotografia analogica, come nella musica c’è chi suona il pianoforte e chi il sintetizzatore, uno non è meglio dell’altro; semplicemente è radicalmente diverso. Per me il fatto di lavorare in analogico risponde al bisogno di fotografia come oggetto fisico: poiché cerco sempre di cogliere sfumature, sentimenti, insomma ciò che non è visibile, ho bisogno che ciò sia documentato su un supporto fisico cioè sulla pellicola. Lavorare in analogico col medio e grande formato è da sempre per me legato a una fotografia intesa come visione e pensiero, il clic finale è l’1% del lavoro; è un lavorare per sottrazione e non per sovrabbondanza: il digitale ti fa fotografare e poi scegliere, io sono conformato per scegliere e poi fotografare. Lavorare in analogico significa anche avere tempi di latenza in cui l’immagine non è visibile e visionabile, è solo immaginabile, cosa che trovo bella ed educativa a livello progettuale; queste macchine fotografiche di grande importanza fisica mi danno anche la possibilità di vivere non solo con un dito il fotografare e il luogo in cui sono, ma anche di sentirne il peso e l’anima attraverso la fatica, questo credo ti metta in una posizione di maggior ascolto del luogo o della persona che ti sta attorno».
Oggi chiunque possieda una reflex digitale e Photoshop si dichiara fotografo, apre un account su Flickr e inonda il web di scatti rielaborati. È la caratteristica di internet, democratizzare le cose e renderle accessibili a tutti. In questo modo però c’è una proliferazione incontrollata e pochissimo filtro. Cosa pensi di questa realtà? È un bene o un male? Stimola le idee e la concorrenza o rischia di oscurare persone meritevoli nel mare magnum della rete?
«Non credo che la rivoluzione digitale si possa definire come una democratizzazione, ha dato sì la possibilità a tutti di fotografare ma spesso ciò implica e ha implicato il fatto che queste persone non inizino a fotografare per rispondere a un forte bisogno interiore. Oggi ci sono più fotografi che medici o fruttivendoli e ciò un po’ mi inquieta soprattutto perché più bella è la reflex minore è l’umiltà del fotografo che si crede un professionista solo per il fatto di aver tra le mani 5000 euro; credo che per dare un giudizio sul digitale dovremmo aspettar una decina d’anni e veder cosa resta di tanto strepitare e fotografare come pioggia nei monsoni. Ci sono però realtà notevoli che sono nate e si sono diffuse attraverso internet e i social network; io per esempio ho imparato a fotografare, sviluppare e stampare in analogico su Flickr in un gruppo che si chiama “Fotografia analogica- italia”; nella massa di immagini da cui siamo inondati si trovano anche moltissime di qualità; anche se abito in provincia posso seguire blog di fotografia scandinava ovvero non fermarmi a quel che il mainstream mi impone come idea di fotografia, ma andare a scavare ovunque e scoprire micro realtà notevoli. Credo che tutto ciò sia molto positivo; insomma il problema non è il digitale o il web ma le mani e le menti che lo usano».
Quali sono i tuoi prossimi progetti? «Per il futuro ho in mente più progetti di quanti ne possa materialmente realizzare, ma quotidianamente con rigore li porto avanti, per me fotografare non è una cosa diversa dal vivere, risponde a un mio bisogno di analizzare e riflettere sulla realtà. In particolare in questo momento sto portando avanti un progetto di arte pubblica sul quartiere del Carmine a Brescia, tra mille difficoltà economiche continuo a far quel che sento con la ferma convinzione che condividere i propri mondi interiori sia alla base di una vita sociale degna di questo nome».
Roberto Delogu, dipendente Amiu responsabile dei servizi integrativi con il Comune, un passato da consigliere comunale eletto con Rifondazione Comunista nel 1996, poi fuoriuscito per aderire al Partito dei Comunisti Italiani (pdci), nel 2009 l’ennesima scissione a sinistra ha portato la federazione genovese del Pdci verso ilPartito Comunista-Sinistra popolare organizzazione politica fondata da Marco Rizzo, di cui Delogu nel 2010 diventa segretario regionale ligure ed oggi è il candidato sindaco alle prossime elezioni amministrative.
Su cosa puntate per differenziare la vostra proposta politica rispetto alla coalizione di centro sinistra?
Il fatto di essere presenti al di fuori dello schieramento del centro sinistra è una novità. Abbiamo fatto una scelta radicale nel 2010 che ci ha portato a staccarci dal Pdci. Oggi dentro alla nostra formazione politica ci sono compagni che non sono mai stati iscritti a Rifondazione Comunista e neppure al Pdci ed altri provenienti da questi partiti. Noi riteniamo esaurita la fase di collaborazione con Ds, Margherita ed ora Partito Democratico. Sono evidenti le scelte che il Pd ed i suoi alleati stanno facendo nei confronti di cittadini e lavoratori. Parlo della scelta del liberismo, del pensiero unico, del mercato tout court. Vorrei ribadire che noi non siamo di sinistra, siamo comunisti che è una cosa diversa.
Riguardo alla proliferazione delle liste civiche in questa competizione elettorale, che idea si è fatto?
È la dimostrazione lampante che il nostro non è un Paese bipolare, bipartitico, bensì un Paese che ha una moltitudine di idee e dunque necessita di diverse forme di rappresentanza che attualmente i partiti maggiori non sono in grado di assicurare. Io credo che una seria legge elettorale debba partire da un sistema proporzionale puro. Ogni testa un voto, come sostenevamo all’epoca del PCI al 30%, secondo me è un concetto che deve valere ancora oggi.
In merito alla questione Lavoro, quali strumenti può mettere in campo un Sindaco per difendere i posti di lavoro rimasti in città e favorire nuova occupazione?
Innanzitutto le aree industriali e produttive devono rimanere tali. Basta con la proliferazione di centri commerciali che non portano occupazione duratura. Ci vuole il coraggio di dire no ai gruppi di potere che fino ad oggi hanno agito indisturbati. Bisogna difendere i dipendenti del Comune di Genova, lavoratori spesso bistrattati e che invece occorre far crescere dal punto di vista professionale. E poi vanno tutelate tutte le aziende pubbliche che garantiscono posti di lavoro. Inoltre il Comune deve esigere che vengano rispettati gli impegni presi. Ad esempio l’accordo di programma delle acciaierie di Cornigliano: mi risulta che ad oggi Riva non lo rispetti mentre invece se l’accordo fosse rispettato potrebbe permettere un incremento occupazionale.
Come si può fare a diminuire la mobilità privata e nello stesso tempo migliorare l’efficienza del trasporto pubblico locale?
È necessario fare scelte drastiche. Chi decide di muoversi con i mezzi pubblici va privilegiato in tutti i sensi.Ci vuole un aumento delle corsie preferenziali. Ma senza vedere le prese in giro di questi ultimi anni. Faccio un esempio concreto. 15 giorni fa la corsia gialla che va da via Bobbio a via Canevari è stata ampliata anche nella fascia oraria pomeridiana. Scelta giusta perché è un’ora di punta. Peccato però che in via Canevari, tra Corso Montegrappa ed il tunnel di Brignole, la striscia gialla non valga perché sono presenti le strisce blu di Genova Parcheggi ed eliminare i posti auto non è possibile. Occorre andare in direzione dell’azienda unica regionale ed il Comune deve porsi come fermo interlocutore nei confronti della Regione. La metropolitana, soprattutto quando giungerà fino a Brignole, dovrà essere aperta fino a mezzanotte. Non è concepibile avere la metropolitana più corta del mondo e con orari così ristretti. La Valbisagno rappresenta il nodo maggiore: parliamo di una vallata da anni dimenticata dai mezzi pubblici. Finché non si potrà realizzare un sistema su rotaia anche qui vanno ampliate le corsie gialle cordolate.
Considerando la carenza di risorse diretta conseguenza dei tagli agli enti locali, si riuscirà nel futuro prossimo a garantire i medesimi servizi alle stesse persone, penso ad esempio ai servizi sociali?
Intanto mi piacerebbe conoscere con precisione i conti. C’è infatti chi sostiene che esiste un buco di bilancio mentre il sindaco in carica, Marta Vincenzi sostiene che non è vero. Detto questo è evidente che più aumenta il degrado sociale e la disoccupazione, maggiore è la richiesta di servizi sociali efficaci. Va rimesso tutto in discussione. Bisogna verificare i costi reali e come effettivamente vengono utilizzate le risorse economiche. Il Comune ha perso un’occasione di controllo: troppi servizi sono stati dati in appalto a cooperative/associazioni senza un reale controllo dell’ente. Inoltre il denaro può essere recuperato tagliando spese completamente inutili. Penso alle consulenze e soprattutto all’autorità dei servizi pubblici che costa alla cittadinanza una cifra spropositata, circa 500 mila euro all’anno, senza nessun beneficio se non per le tasche di chi fa parte dell’authority. In questo modo si possono recuperare risorse importanti per i servizi pubblici. Ma anche la politica deve svolgere un ruolo dicendo basta ai tagli agli enti locali. Il Pd sostiene il Governo Monti che per l’ennesima volta ha ridotto i fondi ai comuni. E nello stesso tempo il medesimo partito, a livello locale, lamenta la carenza di risorse. Oggi i cittadini sono stanchi di questo dualismo portato avanti dalla coalizione di centro sinistra.