Mese: Gennaio 2014

  • Coronata Villa Guelfi, ecco il nuovo complesso residenziale: a giorni la consegna degli alloggi

    Coronata Villa Guelfi, ecco il nuovo complesso residenziale: a giorni la consegna degli alloggi

    Villa Guelfi, CoronataNel corso della conferenza stampa tenuta a margine della seduta di Giunta in Regione dal presidente Claudio Burlando, è stato presentato il nuovo complesso residenziale del quartiere di Coronata. Si tratta dell’operazione di recupero dell’antica Villa Guelfi in via del Boschetto 6, una ristrutturazione commissionata da ARTE Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) che è costata oltre 3,5 milioni di euro, finanziata per metà da fondi regionali e l’altra parte grazie a fondi di ARTE.

    Nell’occasione, oltre all’operazione di Coronata, sono stati presentati anche altri tre progetti riguardanti le province di Savona, Imperia e La Spezia per l’edilizia popolare. «Si tratta in parte alloggi di ERP (edilizia residenziale pubblica) ma anche alloggi a canone moderato e concordato, di edilizia sociale, verso cui ci si orienta di più e che in un momento di questo genere costituiscono un aiuto significativo specialmente per le realtà a più alta tensione abitativa», ha detto il governatore Burlando in conferenza stampa.

    L’intervento genovese – come specificato nella nota stampa diffusa dalla Regione – fa parte del Piano di Recupero Urbano (PRU) di Cornigliano e riguarda la ristrutturazione della villa settecentesca, vincolata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. “La progettazione ha rispettato le caratteristiche architettoniche dell’edificio, mantenendo, dove possibile, le pavimentazioni e altri elementi costruttivi e decorativi originari. L’intervento strutturale ha comportato il consolidamento delle volte, dei solai lignei e il recupero della copertura; l’impiantistica, pur tenendo conto dei vincoli architettonici dell’edificio, si è adeguata alle massime prestazioni energetiche e agli standard di maggior rendimento. Sono stati realizzati 13 appartamenti tra i 28 e i 76 metri quadrati, su 3 piani e con ascensore interno; l’appartamento al piano terra è stato realizzato rispettando l’abbattimento delle barriere architettoniche e sarà destinato a un portatore di handicap. Nelle aree circostanti, oltre a un parcheggio con 13 posti auto, è stato realizzato il ripristino di alcuni manufatti e il recupero del verde circostante”.

  • Pesca sportiva, addio licenza: proposta per rilanciare l’attività nei laghi e nei fiumi liguri

    Pesca sportiva, addio licenza: proposta per rilanciare l’attività nei laghi e nei fiumi liguri

    Lago delle Lame, RezzoaglioLa Giunta regionale ha varato questa mattina una nuova normativa che modifica la legge attualmente in vigore in materia di pesca sportiva in Liguria. La licenza non sarà più necessaria (sarà mantenuto solo il modello A per la pesca professionale), basteranno le ricevute di pagamento delle tasse di concessione.

    Non è tutto. La normativa (che dovrà ora essere approvata dal Consiglio regionale) prevede anche agevolazioni sui balzelli per gli ultrasessantacinquenni, gli under 16 e per i disabili, per le manifestazioni di pesca organizzate dalle scuole per finalità di beneficienza e solidarietà. È bene sottolineare che il disegno di legge fa riferimento solo alle acque interne, ovvero i fiumi e i laghi della Liguria.

    Una decisione presa “per sostenere lo sviluppo ecosostenibile, migliorare la gestione della pesca sportiva nelle acque interne liguri, semplificare le procedure e incrementare le risorse alle Province e alle associazioni pescasportive”, si legge nella nota stampa diffusa dalla Regione.

    La proposta è arrivata dall’assessore all’Ambiente Renata Briano: “Negli ultimi dieci anni l’attività di pesca sportiva nelle acque interne liguri ha segnato un sensibile calo – si legge nella nota – nel 2000 i pescasportivi in Liguria erano circa 10 mila, sono scesi nel 2012 a poco meno di seimila, con pesanti contraccolpi per l’economia locale, a cominciare dagli agriturismi, le locande, le trattorie e gli altri esercizi commerciali”.

  • Lagaccio, Caserma Gavoglio: in fase di elaborazione il progetto del Comune

    Lagaccio, Caserma Gavoglio: in fase di elaborazione il progetto del Comune

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Partiamo da un dato di fatto: esiste la certezza – affermata pubblicamente dal Sindaco di Genova, Marco Doria – che si sta pensando ad un progetto di riqualificazione per l’ex caserma Gavoglio al Lagaccio. Un’area di circa 60 mila metri quadrati, abbandonata da 40 anni nel cuore di un quartiere privo dei più elementari servizi e congestionato dall’eccessiva urbanizzazione e da un sistema di viabilità particolarmente critico. «Per acquisire dal Demanio l’ex caserma Gavoglio, il Comune di Genova dovrà presentare dei progetti che rispondano ai bisogni della città, ma anche economicamente sostenibili. Non possiamo promettere sogni ai cittadini se non abbiamo la capacità di renderli concreti», ha sottolineato lo scorso ottobre il Sindaco Doria.

    «È dovuto, utile e opportuno che questi percorsi di progettazione e queste idee siano rese pubbliche, implementate e discusse – spiega Enrico Testino, uno dei portavoce della rete “Voglio la Gavoglio”Noi cittadini al Lagaccio stiamo individuando alcuni criteri, idee, progetti. Li diremo pubblicamente. Le istituzioni hanno pensato a un luogo, un ufficio, un percorso pubblico dove possiamo portarle? C’è abbastanza urgenza. Anche per evitare scenari tragici. Lo avevamo detto anche nelle audizioni pubbliche a marzo 2013, prima della frana di via Ventotene. Non siamo veggenti, siamo semplicemente realistici».
    La rete “Voglio la Gavoglio” unisce realtà associative e semplici cittadini in occasione della proposta di progetto preliminare del nuovo PUC (Piano Urbanistico Comunale) – redatto dall’ex Giunta Vincenzi – che prevede un aumento delle aree edificabili pari al 130% del costruito esistente dentro l’area dell’ex caserma. “Voglio la Gavoglio”, proprio per contrastare tale ipotesi, ha presentato 450 osservazioni al PUC, alle quali attende ancora risposta.

    Com’è noto, da mesi si parla della possibilità, da parte del Comune, di acquisire dal Demanio a titolo non oneroso – la proprietà dell’ex caserma Gavoglio (qui l’approfondimento di Era Superba). Parte del complesso, però, è vincolato dalla Soprintendenza (in particolare la porzione di Piazzale Italia, adiacente all’ingresso), dunque, la procedura di trasferimento potrebbe risultare più lunga. «Abbiamo appurato che l’iter non può essere quello del “Decreto del Fare” ma sarà quello per i beni vincolati – spiega il Vicesindaco, Stefano Bernini Stiamo elaborando con Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) un progetto di riqualificazione dell’area, già concordato con l’Agenzia del Demanio, per l’acquisizione. Il progetto è stato affidato ad Arred che lavorerà congiuntamente con Rigenova (società, di cui Arred detiene il 25%, avente ad oggetto la promozione e l’attuazione di interventi di recupero edilizio e riqualificazione urbana nel territorio del Comune di Genova, ndr)».
    Tuttavia, Bernini non si sbilancia in merito alle linee guida della riqualificazione «Nel progetto, probabilmente, sarà prevista una parte destinata a funzioni residenziali, mentre una parte sarà destinate ad altre funzioni. Comunque, per adesso non ci sono precise linee di indirizzo delineate dall’amministrazione. Ne discuteremo con il territorio e con il Municipio Centro-Est.  Apriamo il percorso con una progettazione condivisa».
    Qualche indizio in più è ricavabile dalle passate dichiarazioni rilasciate dallo stesso Vicesindaco ai quotidiani locali «Visto che non dobbiamo più pagare al Demanio 4,5 milioni di euro per acquisire la Gavoglio, nel nuovo PUC possiamo davvero ridurre l’indice di edificabilità nell’area dell’ex caserma e lasciare più spazio a verde e servizi per i cittadini».

    Resta il nodo principale da sciogliere, ovvero quello delle ingenti risorse economiche necessarie per il concretizzarsi di qualsiasi operazione. Il fatto di mantenere all’interno del perimetro pubblico (quindi delle società partecipate da Regione Liguria e Comune di Genova) la progettazione della futura area Gavoglio, induce a ipotizzare che le strade per realizzare una riqualificazione economicamente sostenibile siano sostanzialmente due: la valorizzazione del bene immobiliare per incrementarne il valore patrimoniale, in modo da ottenere prestiti da banche o altri istituti di credito; oppure l’accesso al canale dei finanziamenti europei.

    Come detto in apertura, nell’autunno scorso il Sindaco Doria ha annunciato che il Comune sta pensando a dei progetti per il futuro della Gavoglio. Il primo cittadino, però, è rimasto molto sul vago, senza chiarire quali sono le reali intenzioni di Palazzo Tursi. La rete “Voglio la Gavoglio” – che ormai da tempo sta con il fiato sul collo dell’amministrazione – dopo vari incontri con il Vicesindaco Bernini, numerose iniziative per mantenere alta l’attenzione sull’ex caserma e la presentazione delle osservazioni al PUC, oggi lamenta di non essere stata ancora ufficialmente contattata «Noi chiediamo formalmente al Comune di salire al Lagaccio e organizzare un incontro pubblico per fornire le dovute spiegazioni alla cittadinanza».

    L’inquietante ipotesi “smarino”

    gavoglioAnche perché, in caso contrario, ha gioco facile la diffusione di voci incontrollate. In tal senso è emblematica l’indiscrezione circolata in questi ultimi mesi e apparsa per la prima volta sul “Secolo XIX” del 18 ottobre scorso. In sintesi, si tratta dell’ipotesi di trasformare – almeno una porzione dell’ex caserma – in “contenitore” per le terre di scavo (il cosiddetto “smarino”) provenienti dalle Gallerie del Nodo ferroviario e da altre opere in programma sul territorio genovese (ad esempio la galleria Borzoli-Erzelli, opera di compensazione del Terzo Valico). L’audace proposta, avanzata da un tecnico (presumibilmente un consulente) in sede regionale, appare decisamente inquietante vista l’ubicazione della Gavoglio – nel cuore di un quartiere popoloso come il Lagaccio – e per l’impatto ambientale generato da un simile stoccaggio del materiale di risulta (che potenzialmente potrebbe contenere anche terre amiantifere). Secondo il principale quotidiano genovese, la possibilità è – o perlomeno è stata – al vaglio di entrambe le amministrazioni, comunale e regionale, perché darebbe risposta a due fondamentali esigenze: in primis, quella di trovare siti destinati al conferimento delle terre di scavo, oggi carenti nell’area genovese; inoltre, questo riempimento alzerebbe la quota altimetrica, riducendo i dislivelli che contraddistinguono l’attuale conformazione dell’ex caserma, facilitando così la successiva costruzione di nuovi edifici. Vincolando il Comune affinché poi, sopra al riempimento con terre di scavo, costruisca davvero qualcosa di funzionale per il quartiere. In sostanza, la creazione di una sorta di “base” per effettuare i lavori di riqualificazione, consentirebbe un risparmio di risorse – altrimenti destinate alla demolizione di alcuni edifici fatiscenti (non vincolati), alla messa in sicurezza di altri e alla bonifica dell’amianto – ma anche una migliore connessione con il resto del quartiere, tramite una completa riconfigurazione del sistema di viabilità rispetto a quello attuale.

    Questi sono i presunti vantaggi. Ma probabilmente, assai più numerose, sono le criticità. «È un progetto che, sulla carta, potrebbe anche funzionare, ma nella pratica rischia di tradursi in 10 anni di lavori e di presenza, per altrettanto tempo, di una discarica a cielo aperto al centro del quartiere», sottolinea il portavoce di “Voglio la Gavoglio”, Enrico Testino. Per il riempimento, infatti, sarebbero necessari circa 150 mila metri cubi di terra. Considerando che un singolo camion può trasportare circa 8 metri cubi, è evidente che il Lagaccio si troverebbe a fare i conti con il transito di centinaia di camion e i conseguenti disagi.
    «Questa soluzione per noi di “Voglio la Gavoglio” è improponibile – raccontano alcuni residenti – Non rappresenta neppure un’idea minima di recupero. Eppure, per iniziare a riqualificare una porzione dell’ex caserma, esistono delle soluzioni decisamente più fattibili. Innanzitutto, in breve tempo e con risorse ridotte, si potrebbe mettere in sicurezza larea vincolata intorno a Piazzale Italia, gli appartamenti sopra e gli spazi sotto le ampie navate, in modo tale da trasformarli in luoghi funzionali alla delegazione del Lagaccio. Per gli altri edifici sottoposti a vincoli di diverso grado, intanto occorre preservarli. Per quanto riguarda, invece, le strutture non vincolate, molte delle quali fatiscenti, si può ipotizzare anche la loro demolizione. Resta il fatto che noi vogliamo risposte. E le chiederemo ufficialmente. Faremo sentire la nostra voce. Il vero paradosso è mantenere il segreto su un’area che si accinge a diventare pubblica».

    In merito al riempimento, il Vicesindaco Bernini è tranchant «Guardi questa è una cosa che dovrebbe chiedere alla Regione. All’assessore alle Infrastrutture, Raffaella Paita, e ai suoi tecnici. Francamente, sono affermazioni indice di insufficiente conoscenza della città e dei suoi quartieri. Comunque, posso dirle con certezza che il Comune non ha mai preso in considerazione questa ipotesi. Per me si tratta di una semplice boutade. Devo anche aggiungere, però, che la richiesta di collegare con una migliore viabilità, attraverso la caserma, la parte alta e bassa del quartiere Lagaccio, è partita dagli stessi abitanti. Quindi, l’indiscrezione del riempimento potrebbe essere scaturita anche così. Ma voglio ribadire che nessuno ha mai presentato un disegno progettuale basato su tale ipotesi».
    Ma la carenza di siti destinati al conferimento dello “smarino”, rimane pur sempre un problema reale. «Intendo essere chiaro – risponde Bernini – esistono dei piani che stabiliscono i siti di conferimento e non mi risulta che il Lagaccio sia mai stato nominato. Soprattutto per quando riguarda il Terzo Valico. Ma neppure per il Nodo ferroviario». A onor del vero, però, il Piano di utilizzo rocce e terre di scavo relativo al Terzo Valico, approvato dal Ministero dell’Ambiente, non è ancora stato approvato dalla Regione Liguria.

    Bernini conclude assicurando il coinvolgimento del territorio e dei suoi abitanti nella fase di progettazione «Nell’incarico affidato a Rigenova, come sempre, è compresa la partecipazione della cittadinanza. Basta vedere quello che è stato fatto per il progetto della nuova via Cornigliano (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), con l’indizione di un’assemblea pubblica per decidere la definizione del bando. Sicuramente, anche nel caso dell’ex caserma Gavoglio, ci sarà un processo partecipato».

    La posizione del Municipio Centro-Est

    lagaccio-caserma-gavoglioIl Presidente del Municipio Centro-Est, Simone Leoncini, sottolinea la complessità della questione Gavoglio, ma è intenzionato a dire la sua in merito al futuro dell’area «Da quel che mi risulta, al momento, non ci sono ancora progetti concreti. L’idea del Comune è acquisire l’area, a titolo gratuito, dal Demanio, per poi progettarne la riqualificazione. In tal senso, la mia proposta politica è: ragioniamo su un finanziamento europeo. Stiamo cercando di capire come funzionano i PON (Programmi Operativi Nazionali), strumenti finanziari della Comunità Europea (simili ai POR) studiati per le città metropolitane».
    Secondo Leoncini «Il discorso diventerebbe particolarmente interessante se riuscissimo ad ottenere un cospicuo finanziamento, sul modello dei POR di Sampierdarena, Maddalena, ecc. Io penso che sia utile provare ad avvallarsi della progettazione europea per ridisegnare il quartiere partendo dalla Gavoglio che ne è il suo cuore. Credo sia giusto che, questa volta, sia la Valletta del Lagaccio a beneficiare di un ridisegno complessivo, da via Bartolomeo Bianco fino a Principe. E la cittadinanza deve essere coinvolta attraverso un processo di urbanistica partecipata».

    Il problema maggiore, però, rimane quello di reperire le risorse economiche necessarie per realizzare l’operazione «Con quale denaro si interviene? – è la domanda retorica del Presidente Leoncini – Parliamo di milioni di euro. Probabilmente un primo esame di fattibilità economica sarà affidato ad Arred. Ma l’unica soluzione, a parer mio, sono i finanziamenti comunitari. Anche perché, su quell’area, abbiamo espresso l’intenzione di escludere tutto ciò che è speculazione edilizia. Non si può immaginare di aggiungere nuovi volumi, i cittadini e il Municipio, lo hanno ribadito con chiarezza. Insomma, non può essere contemplato un aumento di volumetrie. Anzi, se possibile, occorrerebbe prevedere una riduzione di esse».
    In ogni caso, secondo Leoncini «Non si può ipotizzare la costruzione di nuove residenze. A quali soggetti privati potrebbe interessare, vista la difficile congiuntura del mercato immobiliare, impegnarsi nella realizzazione di nuove case? Noi, comunque, siamo pronti a manifestare la nostra contrarietà a simili iniziative. L’idea delle residenze è una cosa vecchia che ormai non ha più alcun aggancio con la realtà».

    Per quanto concerne, invece, la voce sul riempimento di parte dell’ex caserma Gavoglio con terre di scavo, il Presidente la considera «Un’ipotesi effettivamente circolata, ma sulla quale non c’è nulla di concreto. Insomma, nessuno ha mai avanzato un progetto ufficiale. Per altro, sarebbe un’operazione molto complicata e senza dubbio di forte impatto sul quartiere».

    Per la Gavoglio, Leoncini auspica ben altre funzioni «Verde pubblico, parcheggi per i residenti, servizi per il territorio. E magari un disegno più complessivo. Bisogna immaginare qualcosa di attrattivo, un parco urbano, oppure servizi per il turismo. Certo, prima si tratta di capire se ci sono le condizioni per un progetto sul Lagaccio inteso nella sua totalità, quindi a partire dalla collocazione geografica di un quartiere, considerato periferico, eppure vicino alla Stazione Marittima, al centro storico, ma pure al Porto Antico. In questo caso, se ci fosse l’opportunità di un intervento economicamente massiccio, grazie a fondi europei che partono dai 10 milioni di euro in su, per l’ex caserma Gavoglio penso ad una vocazione che sia coordinata con le principali funzioni turistiche della città».

    Matteo Quadrone

  • Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Matteo RenziTorniamo sulla legge elettorale. Ora Renzi ha un accordo con Berlusconi. Se riesce a superare le resistenze interne al suo stesso partito (cosa, per altro, non scontata), la legge ha la strada spianata. A quel punto “Don Matteo” potrebbe benissimo far saltare il governo e riportare tutti al voto per capitalizzare al massimo il buon gradimento e i timidi accenni di ripresa economica.

    Se i sondaggi hanno ragione, infatti, con l’Italicum il PD potrebbe portarsi a casa, al secondo turno, la maggioranza assoluta dei seggi (327 su 630 alla Camera). Questo risultato, però, può essere incassato solo se Renzi vince la sua guerra, schiacciando quelli che gli si oppongono dentro il partito e disciplinando definitivamente le truppe, in nome di una nuova legislatura che possa finalmente “fare” (ma fare che? Boh…).

    La strategia è brutale ma semplice, e la chiave di tutto è la riforma elettorale: o il PD vota subito una legge all’insegna della “governabilità”, oppure si prende la responsabilità di mettere in discussione il neo-eletto segretario, consegnando il governo all’incertezza. E se il partito alla fine si piegherà, non solo darà al sindaco di Firenze la possibilità di blindarsi dentro Palazzo Chigi per cinque anni, ma rimarrà anche definitivamente impiccato a tutti i mantra della “responsabilità” e della “stabilità” che servono a giustificare questa riforma: e a quel punto ogni contestazione sarà di fatto impossibile. Si potrà sempre discutere, ma il premier saprà che nessuno si azzarderà a contraddirlo al momento del voto.

    È la “governabilità”, bellezza: niente più mal di pancia nel partito (decide Renzi per tutti); niente più intese, né larghe né strette; niente più finte prove di dialogo con il Movimento 5 Stelle. Il PD diventa maggioranza e governa: tutti gli altri vanno in minoranza e stanno a guardare. Fine della trasmissione: ci si aggiorna tra cinque anni.

    Tutto questo piano deve essere condotto e portato a termine a velocità di blitzkrieg, come una guerra lampo. Viceversa, se si attende troppo, l’immobilismo del governo Letta potrebbe offuscare l’immagine che Matteo Renzi si è dato di uomo forte e condottiero deciso che fa le “cose concrete” (ma quali cose? Boh…). Per di più a fine maggio ci sono le europee e cosa succederà dopo questa cruciale scadenza elettorale nessuno lo sa: per cui bisogna sigillare il governo del paese per tempo, nell’eventualità che una tempesta di euro-scetticismo renda incerto il percorso politico del vecchio continente, mettendo in crisi i vari esecutivi.

    Rimangono da limare alcuni dettagli. Ad esempio, bisogna capire come la prenderà Napolitano. Teoricamente, stando a quello che lui stesso aveva dichiarato, se saltano le larghe intese e si va al voto, dovrebbe dimettersi. Ma forse, anche senza troppa fatica, potrebbe essere convinto a restare. È fatta dunque? Non proprio. Purtroppo per Renzi, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Innanzitutto, c’è Berlusconi. Davvero il Cavaliere vuole regalare al PD una maggioranza assoluta? E cosa ne ricaverebbe in cambio: forse una qualche forma di impunità o di “agibilità” politica? Ma qualora Renzi arrivasse a Palazzo Chigi con i seggi che vuole, potrebbe anche permettersi di non rispettare i patti (evitando tra l’altro le accuse di contiguità con il nemico). Davvero questa è la volta in cui Berlusconi si è rimbambito e soccombe di fronte a un avversario giovane e scaltro?

    Bisogna considerare la possibilità, allora, che Berlusconi abbia in serbo qualcosa. Magari punta ad arrivare al ballottaggio; e a quel punto, chissà, rimasto da solo contro Renzi, potrebbe anche cercare di accaparrarsi il voto degli elettori a cinque stelle con qualche proposta shock… In ogni caso è difficile immaginarselo fermo a guardare mentre lo fanno fuori: è più probabile pensare che si sia fatto i suoi conti.

    Poi c’è il partito di Grillo, del quale tutto si può dire tranne che non si sia rivelato “combattivo” (come dimostra la tormentata approvazione del decreto IMU-Bankitalia e la richiesta di impeachment a carico di Giorgio Napolitano). In un’ipotetica nuova legislatura a trazione PD integrale, quindi, c’è da aspettarsi che i parlamentari del M5S diventino, se possibile, ancora più agguerriti e ancora più motivati a rendere la vita difficile all’esecutivo, con ogni mezzo lecito e senza esclusione di colpi.

    Tuttavia, se quello che ho descritto fin qui è davvero il disegno di Renzi, allora esso non tiene in conto il punto più importante: che fuori dalla politica c’è tutto un mondo. Asserragliarsi dentro il Palazzo d’Inverno, ammesso che sia possibile farlo, non impedisce che al di fuori continui ad andare in scena una realtà del tutto diversa: e anche se questa classe dirigente si rifiuta di ammetterlo, non per questo potrà evitare che il mondo esterno, presto o tardi, faccia breccia. Quando questo accadrà – e accadrà sicuramente – allora quelli come Renzi si renderanno conto che il mondo non stava andando dove pensavano loro: ma in direzione ostinata e contraria.

    Andrea Giannini

  • Liguria, Agenzia unica trasporto pubblico. Frenano Savona e Imperia, la partita è aperta

    Liguria, Agenzia unica trasporto pubblico. Frenano Savona e Imperia, la partita è aperta

    amt-trasporto-pubblico-d1Sembrano tornare turbolente le acque intorno al Trasporto Pubblico Locale in Liguria e, in particolare, per quanto riguarda l’istituzione della nuova Agenzia Unica Regionale del Tpl, presentata dal governatore della Regione Liguria Claudio Burlando  (qui l’approfondimento) in quei tumultuosi giorni di novembre che avevano bloccato la città di Genova.

    Nei giorni scorsi dal salone di rappresentanza del Comune di Albenga sono arrivate come un macigno sulle coronarie di Vesco e Burlando i primi timidi passi indietro delle province di Savona e Imperia, dopo l’adesione formale avvenuta nelle prime settimane dell’anno (insieme a Genova e, ultima, La Spezia). Le due provincie chiedono sostanzialmente garanzie, quella dei presidenti Vaccarezza e Sappa è una provocazione politica che solleva dubbi, però, per quanto riguarda l’unione dei bacini provinciali del Tpl (con integrazione ferro-gomma) e l’incidenza delle istanze dei singoli territori e relativa ripartizione delle quote azionarie con la paura, per nulla celata, di uno strapotere genovese. “Si all’Agenzia, no a scatola chiusa” è nei fatti il messaggio lanciato da Angelo Vaccarezza, presidente della Provincia di Savona. La Regione ora dovrà adoperarsi per limare le posizioni delle varie realtà territoriali se si vogliono rispettare i tempi, ovvero costituzione dell’Agenzia in primavera e conseguente pubblicazione del bando di gara per l’assegnazione del contratto di servizio per il trasporto pubblico regionale entro il 2014.

    A margine della seduta di Giunta, il governatore Burlando ha precisato che le garanzie sulla legge non possono più essere richieste in quanto già approvata “con il benestare anche di Cal (Consiglio Autonomia Locali, ndr) in rappresentanza di Comuni e Province”. Per quanto riguarda invece le quote azionarie “avevamo già raggiunto un’intesa”.

    Le principali linee guida del Piano industriale 2014-2019 dell’Agenzia Tpl, illustrate dall’assessore regionale Enrico Vesco alle organizzazioni sindacali durante l’incontro del 28 gennaio, vengono così riassunte in una nota stampa diffusa nella giornata di oggi dai sindacati: “[…]Il Piano industriale comprende: il percorso, il soggetto giuridico, il recupero certo dell’IVA, la forma giuridica dell’Agenzia Regionale (Società per Azioni) partecipata dalla Regione e dagli Enti Locali con capitale interamente pubblico. Il CdA, composto da tre o cinque componenti (senza remunerazione) con poteri limitati rispetto ai soci. Le quote azionarie, 40% la Filse il restante 60% gli Enti locali aderenti, ripartite secondo il criterio dei Km di servizi effettuati. Gli enti hanno dato formale adesione tramite comunicazione scritta, entro i prossimi 90 giorni bisognerà completare l’iter previsto dalla legge regionale, i Consigli Comunali e Provinciali dovranno approvare le delibere in merito, l’approvazione da parte dei soci dello Statuto, dei patti para-sociali, le quote azionarie, il regolamento e firmare l’atto notarile, tutto ciò entro la metà di aprile. […] L’organico sarà composto da otto persone: un direttore, tre amministrativi, tre tecnici e una segretaria. Le risorse disponibili, 201,5 milioni di euro provenienti dal Fondo nazionale, 29 milioni dalla Regione Liguria, 47 milioni dagli Enti Locali per un totale di 277,5 milioni”.

    Esiste dunque un margine minimo per rivedere alcuni aspetti riguardanti in particolare il discorso relativo alla ripartizione delle quote. Tuttavia, i segnali che giungono dalla Regione non lasciano trasparire ampi spazi di trattativa: “La battuta d’arresto che si è registrata sulla nascita dell’agenzia regionale dei trasporti – ha spiegato Vesco in una nota – è legata ad una presa di posizione imprevista da parte della due province che rimettono in discussione tutto il percorso, adducendo motivazioni frutto di una discussione passata, così come le accuse nei confronti di Genova e della sua azienda. Si tratta di una riforma sulla legge del trasporto fondamentale per la sua sopravvivenza, a cominciare dal recupero dell’Iva e di risorse aggiuntive, con l’obiettivo di dare stabilità al sistema, ai suoi occupati, agli occupati delle aziende e soprattutto ai diritti e alle aspettative dei cittadini sulla mobilità. Mettere in discussione il percorso ora significa non poter lasciare le cose invariate, ma mettere a rischio la stessa sopravvivenza delle aziende stesse e del sistema. Non dimentichiamo che la stessa RT di Imperia ha aperto da tempo la procedura per 43 licenziamenti, proprio per il passivo costante e pesante di bilancio e quindi non trova alternativa alla riduzione del personale”.

     

  • Scarpino, comunicazione Arpal: nessun mistero, consegnati i dati sui metalli pesanti

    Scarpino, comunicazione Arpal: nessun mistero, consegnati i dati sui metalli pesanti

    ScarpinoIeri Arpal ha diffuso con una nota stampa chiarimenti sull’emergenza ambientale (qui l’approfondimento di Era Superba) innescatasi per il territorio della Val Chiaravagna e per l’intera città di Genova dopo i continui e incontrollati sversamenti nel rio Cassinelle di percolato proveniente dalla discarica di Sarpino 1.

    Arpal precisa che “Tutti gli aspetti sanitari, compresi quelli relativi a eventuali sintomatologie, sono stati trattati da rappresentanti della Asl, in quanto non di competenza Arpal”. Tuttavia, “al fine di smorzare le recenti polemiche – spiega nella nota il direttore generale Arpal Roberto Giovanetti – comunico che si stanno esaurendo i tempi tecnici necessari all’analisi dei parametri ricercati, compresi i metalli pesanti. Così come avvenuto nei giorni scorsi, gli ultimi risultati stanno per essere trasmessi alla Procura e, successivamente, ad Asl e Comune: non c’è alcun mistero, ma solo la necessità di aspettare i tempi delle analisi e di rispettare il vincolo del segreto istruttorio, cui siamo tenuti in quanto ufficiali di polizia giudiziaria. Mi auguro che la professionalità dei nostri tecnici contribuisca a rafforzare in tutti la fiducia nei confronti degli enti di controllo, al di là delle polemiche di questi giorni”. 

    Pochi minuti fa, è arrivata la conferma dell’invio ufficiale in Prefettura dei dati completi, tra cui i valori riguardanti i metalli pesanti che sono insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni (cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici) presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.

    “Arpal conferma di aver inviato in Procura gli esiti completi delle ultime analisi disponibili, che integrano con vari parametri (metalli pesanti, etc.) quanto precedentemente trasmesso, e di aver anticipato valori di possibile interesse sanitario dei campioni prelevati il 23 e 24 gennaio. […] Gli stessi risultati sono stati tempestivamente inviati ad Asl e Comune di Genova per le rispettive competenze”.

    “Arpal informa che, a seguito di valutazioni finalizzate all’attività del Pubblico Ministero, la frequenza dei campionamenti è stata ridotta a due prelievi a settimana”.

  • Via Buozzi, lavori fermi per parcheggio interrato e deposito metro. Si rischia l’impasse

    Via Buozzi, lavori fermi per parcheggio interrato e deposito metro. Si rischia l’impasse

    via-buozzi-san-teodoro-lavoriCi siamo già occupati del cantiere eterno di Via Buozzi (qui il punto della situazione risalente ad agosto) per la costruzione di un deposito sotterraneo per la metro e un parcheggio di interscambio in superficie. Il cantiere è stato aperto nel 2010 e la chiusura era prevista entro un paio d’anni. Dopo vari ritardi, da ultimo la fine dei lavori era prevista per marzo 2013, ma ancora nel mese di agosto l’Assessore alla Mobilità e Traffico del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, prevedeva una proroga a inizio 2014. Oggi a che punto siamo?

    Allo stato attuale la situazione è più complicata del previsto. Infatti, la ditta appaltatrice, la Carena S.p.A., sarebbe da qualche mese in difficoltà e quindi costretta a fermare i lavori all’interno del cantiere, tra il disappunto dei cittadini e la perplessità delle istituzioni, che -dicono- a questo punto hanno “le mani legate”. Lo scorso novembre, la ditta avrebbe presentato al tribunale domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo, con i dipendenti pronti per la cassa integrazione.

    Oggi il cantiere è bloccato: ce lo confermano i cittadini riuniti nel comitato di San Teodoro, i negozianti e l’assessore Anna Maria Dagnino: «La situazione al momento è ferma per motivi concernenti la ditta Carena e non è più un nostro problema. Per ora non si sa quali saranno le prospettive future: prima di parlare di risarcimento o di un cambio dell’impresa appaltatrice, bisogna attendere che si svolga l’iter legale intrapreso dalla Carena e che ci sia una pronuncia del Tribunale».

    Tutto fermo, dunque, con l’accumularsi del ritardo nella chiusura del cantiere e con l’impazienza dei genovesi alle stelle. I lavori, infatti, avrebbero dovuto alleggerire il traffico nel nodo di San Benigno e giovare alla zona di San Teodoro, nonché a tutto il Ponente. La realizzazione di un parcheggio (con circa 200 posti, tra auto e moto) in una zona strategica come quella compresa tra Di Negro e San Teodoro, potrebbe favorire sia chi arriva dal casello autostradale e si dirige verso il centro città (turisti e residenti), sia i commercianti della zona, fortemente penalizzati in questi anni dal lungo cantiere. Inoltre, il progetto prevede addirittura la realizzazione di una passerella pedonale che colleghi da un lato parcheggio e Passeggiata Imperiale, fino alla Stazione Marittima, per collegarsi così direttamente alla Lanterna; dall’altro, parcheggio e centro città, verso Caricamento. Inoltre, anche il collegamento tra park e sottostante livello ferroviario.

    Così commenta Dagnino: «Un ulteriore ritardo che non ci voleva: ero pronta a far inserire la fermata AMT provvisoria che i cittadini chiedevano da tempo, in sostituzione di quella soppressa (servita da ben 8 linee, ndr) a causa dell’apertura del cantiere».

    Inoltre, nel corso di #EraOnTheRoad siamo stati sul posto e ne abbiamo parlato con i residenti. Qui, molto sentita la problematica legata alla diminuzione del passaggio in zona: non ci sono parcheggi, non c’è spazio per la sosta, la zona non è servita dai bus. E tutto ciò ha finito, come già accennato, per penalizzare drasticamente i commercianti, molti dei quali sono stati costretti alla chiusura, mentre quelli ancora in vita resistono a prezzo di forti sacrifici. «Questi cantieri infiniti sono nati allo scopo di riqualificare il territorio ma si trasformano in pietre al collo per cittadini e operatori commerciali della zona – commenta Aurora Mangano portavoce del comitato cittadino di San Teodoro –  Non migliora la mobilità, come era stato promesso, e ne conseguono piuttosto problemi economici e il blocco inspiegabile della mobilità per mesi e mesi».

    Elettra Antognetti

  • Canone Rai, come richiedere l’esenzione al pagamento del balzello “incostituzionale”

    Canone Rai, come richiedere l’esenzione al pagamento del balzello “incostituzionale”

    televisioneGentili lettori, con il 2014 ritorna “Consulenza Online” la rubrica dedicata ai lettori e alle piccole grandi problematiche quotidiane che invadono la nostra vita. Se pensate che inizi con un “buon anno!”, beh, vi sbagliate…

    In questo periodo, tra i tanti balzelli statali, vi è quello del Canone Rai; esso si rifa ad un Regio Decreto del 21 febbraio 1938… In quanto regio decreto e non legge propriamente fascista (!!!) non è stato abolito dalla Costituzione e dal nuovo regime democratico. Qualcuno mi potrà obiettare: “regime democratico?” Avete letto bene: l’Italia della democrazia apparente in realtà è figlia di una dittatura mediatica senza confini; l’italia “dipende” dalla TV, sia essa network a pagamento, sia essa quella di stato.

    C’è però una situazione agevolante di cui nessuno (o quasi) parla: le esenzioni dal pagamento dell’incostituzionale canone Rai, che resta tale anche se la Suprema Corte lo ha dichiarato legittimo, in quanto viola palesemente il diritto all’informazione, checché se ne dica.

    Tornando a noi, chi può non pagare il canone Rai? Sono esonerati dal pagamento solo alcuni soggetti, ovvero gli anziani di età pari o superiore a 75 anni. A stabilirlo è l’art. 1, comma 132 della L. n. 248/2007. I requisiti specifici indicati dalla norma sono i seguenti:

    – avere compiuto 75 anni entro la scadenza del pagamento del canone (cioè al 31 gennaio dell’anno corrispondente);
    – conviventi solo con il coniuge e non con altri soggetti diversi da quest’ultimo;
    – essere titolari di un reddito complessivo (quindi sommato a quello del coniuge) non superiore ad € 6.713 annui (quindi essere percettori di assegno e/o pensione mensile non superiore ad € 516,00).

    Sono esclusi dalla somma complessiva del reddito familiare, i redditi esenti dal calcolo Irpef (ovvero indennità Inail, pensione di guerra, o assegni per invalidi civili); la rendita relativa alla prima abitazione; le somme percepite per il trattamento di fine rapporto (Tfr).

    L’esenzione può essere richiesta anche per gli anni precedenti (5 anni) purché già allora si possedessero i requisiti anagrafici e di reddito sopraelencati: quindi chi avesse corrisposto il pagamento negli anni precedenti può richiedere il rimborso rivolgendosi ad un ufficio dell’Agenzia delle Entrate o chiamando il seguente numero 848.800.444. La domanda può essere presentata inviando una raccomandata all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate sede di Torino, sportello S.A.T., oppure consegnata direttamente presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate, sottoscrivendo una dichiarazione sostitutiva, che può essere scaricata dal sito dell’Agenzia delle Entrate o, sempre, richiesta presso uno sportello dell’Agenzia.

    Due osservazioni mi si consentano:

    1. Quanti di voi lettori erano informati di questa cosa?

    2. Un pensionato che abbia un reddito di € 520.00 deve pagare il canone, ossia a gennaio deve riuscire a vivere con € 415,00.

    Alla faccia dell’esistenza dignitosa di cui parla la Costituzione. Intanto nel 2016 scade la convenzione tra Stato e Rai: speriamo bene.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

  • Premio Giovanni Rebora 2014: concorso tra letteratura e gastronomia

    Premio Giovanni Rebora 2014: concorso tra letteratura e gastronomia

    Poesia poeti scrittura Sono aperte le iscrizioni per la terza edizione del Premio Giovanni Rebora, intitolato al docente genovese studioso di storia dell’economia e dell’alimentazione.

    Tre le categorie di racconti in concorso: la prima è rivolta alle opere che trattino la storia, la letteratura, il costume, l’economia connesse alla gastronomia e alla civiltà della tavola; il secondo è un premio alla carriera e il terzo è un premio al giovane autore della miglior tesi di laurea, incentrata su argomenti inerenti la storia, la letteratura, l’economia, legati al settore gastronomico e alla civiltà della tavola.

    Le premiazioni sono in programma nel mese di maggio 2014, in occasione della serata finale nella cornice del ristorante Manuelina a Recco.

    Il Comitato Organizzatore individuerà i finalisti della sezione “autori” e della sezione giovani ricercatori i cui nomi verranno annunciati alcune settimane prima della finale.

    Una giuria composta da intellettuali, gastronomi ed esperti indicherà i vincitori del Premio Giovanni Rebora, articolato nelle tre sezioni, cui verrà consegnato un ‘testo’ in rame (la tipica teglia nella quale si usa cuocere la focaccia di Recco col formaggio) con incise le motivazioni del premio.

    Per partecipare al concorso sezione autori, è necessario registrarsi al sito  www.premiogiovannirebora.it e inviare una sola opera letteraria, in 5 copie, con allegata una nota che indichi indirizzo, numero telefonico ed e-mail dell’autore.

    I testi in concorso devono necessariamente trattare argomenti inerenti la storia, la letteratura, il costume, l’economia legati al settore gastronomico e alla civiltà della tavola nel suo insieme.

    Per la sezione giovani ricercatori occorre registrarsi sul sito e inviare copia dell’elaborato in formato pdf con allegata una nota che indichi indirizzo, numero telefonico ed e-mail dell’autore. Gli elaborati in concorso devono necessariamente trattare argomenti inerenti la storia, la letteratura, il costume, l’economia legati al settore gastronomico e alla civiltà della tavola nel suo insieme.

    La partecipazione è gratuita e i risultati del concorso verranno pubblicati sul sito del concorso www.premiogiovannirebora.it

  • Gronda: il Pd spinge per la grande opera. Disinformazione sull’ok del Ministero

    Gronda: il Pd spinge per la grande opera. Disinformazione sull’ok del Ministero

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    La Gronda per il Pd non è più un tema politico. «Il percorso è già tracciato: la decisione è stata presa già da tempo ed è frutto di un dibattito condiviso, sul modello francese, a cui hanno avuto modo di partecipare tutti i cittadini. Ora che si hanno le necessarie autorizzazioni ministeriali, si tratta di convocare la Conferenza dei servizi, azione che spetta al Ministero delle Infrastrutture e a Società Autostrade». Chiaro e sintetico il messaggio lanciato ieri da Alessandro Terrile, segretario provinciale del Partito democratico.

    Destinatario ancora una volta, anche se mai direttamente esplicitato, il sindaco Marco Doria accusato di eccessivi tentennamenti e di una mancata presa di posizione chiara e definitiva su un’opera che al primo cittadino, e non solo, solleva in realtà grandi perplessità (qui l’inchiesta di Era Superba che precedeva la VIA del Ministero, ndr).

    «In Conferenza dei servizi – ha proseguito Terrile – Regione e Comune dovranno arrivare con una posizione unitaria che è quella di far partire i cantieri il prima possibile. Il problema allora non è più politico ma, tutt’al più tecnico: si dovrà, cioè, far capire al territorio quali saranno i disagi necessari e inevitabili e come contenerli al minimo negli anni di costruzione della Gronda».

    Secondo il Pd, dunque, i giochi sarebbero sostanzialmente fatti. Ma la realtà non è poi così semplice. Innanzitutto, bisognerebbe capire chi saranno i rappresentati del Comune che prenderanno attivamente parte alla Conferenza dei servizi. Se si trattasse di un’anima democratica, allora l’unità di intenti con la Regione, fortemente caldeggiata dai fautori dell’opera, potrebbe essere cosa semplice. Diverso, invece, il panorama che potrebbe aprirsi se i dubbi del sindaco Doria dovessero farsi “ufficiali”. In questo caso, al primo cittadino non mancherebbe il sostengo di tutte quelle associazioni e movimenti che, per buona parte, hanno contribuito al suo successo elettorale.

    Le autorizzazioni ministeriali, VIA (Valutazione Impatto Ambientale): facciamo chiarezza

    È proprio sulle prescrizioni del Ministero inserite all’interno della VIA che punta chi la Gronda non la vede proprio così di buon occhio: «Le prescrizioni sono osservazioni in gran parte già emerse nel corso del dibattito pubblico – dice Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e il tempo che è intercorso da allora non fatto altro che produrre un peggioramento di queste situazioni dal punto di vista idrogeologico. Insomma, se il Ministero dell’Ambiente ha imposto 43 prescrizioni, comprese alcune che riguardano la tutela monumentale e archeologica del paesaggio, non è vero che non c’è impatto ambientale, anzi. Poi – conclude Pignone – dal punto di vista ingegneristico, come gli ingegneri insegnano, tutto è possibile: infatti, è talmente tutto possibile che crollano ferrovie, vengono giù i monti e le persone perdono la vita a seguito delle alluvioni».

    >> Qui il documento integrale del Ministero con le 43 prescrizioni sul progetto Gronda

    Pignone è anche uno dei più noti “Amici del Chiaravagna” che sulle pagine del proprio sito sottolineano un aspetto per nulla secondario proprio rispetto alla Valutazione di Impatto Ambientale:

    [quote]A causa della “Legge Obiettivo” la VIA non può che concludersi positivamente, ovvero con un assenso eventualmente corredato da prescrizioni. Questo succede perché, sempre per legge, la commissione VIA non può valutare l’utilità di una opera quando questa è stata dichiarata strategica dal Governo, come nel caso della Gronda.[/quote]

    In sintesi, il fatto che la VIA sia stata positiva non va salutato come un grande successo né tantomeno vuole dire che l’opera sia utile quanto, tutt’al più, fattibile nel rispetto di una lunga serie di prescrizioni. Che, se davvero rispettate alla lettera, sembrerebbero poter mettere seriamente a rischio la realizzabilità dell’opera. Un esempio? «Ne citiamo solo una – si legge in una nota stampa rilasciata dal Coordinamento Comitati No Gronda che punta il dito contro lo spreco di risorse da investire piuttosto per la messa in sicurezza del territorio – viene richiesto che la velocità del vento non debba superare i 5 m/s, pena il blocco del cantiere. Per carità, ci dicono, sarà tutto a tenuta stagna, non esisterà nessun rischio “amianto” per la popolazione e per la verdura del mercato ortofrutticolo, vicino al quale sarà stoccato il materiale di scavo, ma allora perché il Ministero ha ritenuto necessaria questa gravosa condizione? Osservando i dati della stazione meteo di Genova-Rivarolo, nel 2013, la misurazione della velocità dei picchi del vento è rimasta al di sotto della soglia indicata dal Ministero solo per 45 giorni dell’intero anno».

    Verso la Conferenza dei servizi, il Pd vuole l’unione di intenti

    Secondo quanto spiegato dal capogruppo del Pd Simone Farello, in Consiglio comunale la partita Gronda potrebbe tornare solo per due motivi, ovvero qualora dalla Conferenza dei servizi uscissero modifiche sostanziali all’accordo di programma sottoscritto da tutti gli enti interessati o che incidessero sugli strumenti della pianificazione urbanistica del Comune di Genova. «La Gronda – ha proseguito Farello – è un’opera di interesse nazionale per cui ci aspettiamo che in Conferenza dei servizi ci sia un ruolo attivo e forte non solo di Regione Liguria e Comune di Genova ma anche di Società autostrade perché deve mettere in pratica alcune richieste del territorio votate dal Consiglio comunale il 18 settembre 2012, come il declassamento dell’attuale tratto autostradale A10».

    La chiave di tutto, secondo Farello, sta nella necessità di far tornare centrale il tema degli investimenti: «Poi Possiamo avere la legge elettorale più bella di questo mondo ma se la gente non ha il salario non andrà a votare, sosterrà i movimenti dei forconi o tutt’al più continuerà a votare M5S. Per questo spero che si concluda velocemente la discussione della legge elettorale perché il Parlamento deve dedicarsi all’obiettivo primario del governo Letta ovvero investire nella crescita di questo Paese». Come si collega questo alla questione Gronda? «Se non si fanno gli investimenti – ancora Farello – non esiste la possibilità dello sviluppo né tantomeno di uno sviluppo sostenibile. La linea del Partito democratico che alcuni con disprezzo chiamano “sviluppista” è in realtà puramente realista. Se un Paese non investe, chi avrà investito a un certo punto ti sostituirà: prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e, in questo caso, i nodi sono quelli delle non scelte. Oggi, a fronte delle certezze della Valutazione d’Impatto Ambientale sarebbe sciagurato rimandare ulteriormente un investimento che poi saremmo costretti a rimpiangere».

    Simone D’Ambrosio

  • Demolizione del relitto della Costa Concordia: Genova si candida, anche se in ritardo

    Demolizione del relitto della Costa Concordia: Genova si candida, anche se in ritardo

    Naufragio Costa ConcordiaPiombino o Genova. E visto che Piombino molto probabilmente non riuscirà a raggiungere in tempo i requisiti tecnici richiesti, la scelta non potrà che ricadere su Genova. È questa, in sostanza, la posizione del Partito democratico sulla città che dovrà “ospitare” la demolizione del relitto della Costa Concordia, su cui la compagnia è chiamata a decidere entro il prossimo marzo. I democratici hanno presentato ieri pomeriggio in Consiglio comunale una mozione passata a larga maggioranza. Nel testo si impegnano sindaco e giunta ad “attivare di concerto con l’Autorità portuale ogni utile iniziativa nei confronti dei diretti interessati, affinché le attività di demolizione del relitto della Costa Concordia vengano effettuate nel porto di Genova”.

    «Nulla di campanilistico e nessun egoismo territoriale – ha spiegato il capogruppo Pd, Simone Farello – in quanto siamo i primi a sostenere che Piombino sia la scelta naturale per la vicinanza territoriale e come forma di risarcimento per gli effetti negativi del tragico evento. Se però non ci fossero le condizioni oggettive per far ricadere la scelta sul porto toscano, a questo punto si dovrebbero abbandonare tutte le valutazioni politiche e puntare esclusivamente sul porto industriale che presenta le condizioni tecniche migliori per la realizzazione del lavoro».

    Di quale porto stiamo parlando? Ovviamente di Genova. Secondo i promotori della mozione, infatti, il nostro sistema portuale presenta già le infrastrutture adeguate per accogliere quello che dalla normativa viene definito un vero e proprio rifiuto speciale e il cui trasporto dovrà essere autorizzato dalla Provincia di Grosseto e dalla Regione Toscana. «Non si tratta solo di un’operazione economica – ha aggiunto Farello – ma si tratta di verificare che il territorio che si aggiudicherà i lavori presenti un sistema produttivo efficace. E Genova può puntare su una serie di piccole e medie imprese che, assieme alla spinta del settore pubblico, possono creare un sistema vincente».

    Ma quali sono i parametri che verranno presi in considerazione da Costa? Sicuramente l’aspetto economico ma anche la vicinanza perché la compagnia si è già fatta carico di un investimento di 30 milioni per affittare una nave in grado di trasportare il relitto nel porto prescelto. Benché sicuramente più economici, i porti esteri sembrano quindi svantaggiati da questo punto di vista, come anche alcune destinazioni italiane. Va tenuta presente anche la rapidità, non tanto di esecuzione dei lavori quanto di disponibilità ad accogliere il relitto perché l’Isola del Giglio vuole le acque libere per la prossima stagione balneare. E, in questo senso, allora Piombino partirebbe svantaggiata per la necessità di alcuni adeguamenti strutturali al porto, per cui tra l’altro il governo avrebbe previsto uno stanziamento ad hoc. Ma probabilmente i soldi non arriveranno per far partire i lavori in tempo utile.

    «Se la scelta non potrà essere Piombino per ragioni tecniche – ha chiosato Farello – è chiaro che interverrà il mercato, ma allora toccherà alle istituzioni fare pressione affinché il sistema territoriale agisca nel suo complesso». Sperando magari che un po’ di quel sentimento territoriale che lega Costa alla nostra città alla fine possa dare la spinta decisiva.

    porto-corso-saffi-DIUna linea in tutto e per tutto condivisa anche dal sindaco, Marco Doria: «Costa si era assunta una sorta di impegno morale per svolgere i lavori a Piombino a titolo di risarcimento. Ma probabilmente quell’area non riuscirà a dimostrare nei tempi necessari di essere attrezzata per queste lavorazioni. Le Autorità portuale e marittima hanno realizzato le condizioni di accessibilità dello spazio acqueo di competenza del settore di riparazioni navali per inoltrare un’offerta adeguata. L’amministrazione non può far altro che dare pieno sostegno e sottolineare la qualità industriale della nostra città in questo settore, che deve essere valorizzato a prescindere dall’esito sul relitto della Concordia».

    C’è, inoltre, un aspetto più politico messo in campo da Farello: «Qualche anno fa in molti non avrebbero scommesso un “citto” sulla cantieristica navale e il tema delle riparazioni era considerato desueto. Ma il mantenimento a Genova di tutta la filiera marittima, compresa quella industriale, è tata una scelta vincente: la dimostrazione che se non investi oggi per fare le cose che servono, prima o poi ne paghi le conseguenze». Frecciatina neanche troppo mascherata su altre tematiche all’ordine del giorno, come la gronda e l’emergenza Scarpino.

    Tornando alla Concordia, certamente una commessa di tal genere, che coinvolgerebbe soprattutto i grandi privati del settore (Mariotti e San Giorgio), avrebbe comunque un impatto positivo su tutto l’indotto navalmeccanico genovese: «Stiamo parlando di 1700 addetti ai lavori, un’opportunità enorme per il tessuto economico della nostra città» sostiene il consigliere democratico Alberto Pandolfo.
    Più basse le stime di Enrico Pignone, secondo cui i lavoratori coinvolti direttamente sarebbero circa 200 ma per almeno 2 anni di opere. Ma anche il capogruppo di Lista Doria è convinto che un’eventuale assegnazione della demolizione a Genova rappresenterebbe «un riconoscimento dell’adeguamento del nostro distretto industriale non solo a livello italiano ma anche mondiale. È necessario, infatti, che Costa nella sua scelta non tenga solo conto dei costi di manodopera ma anche della sicurezza e dei diritti dei lavoratori che verrebbero impegnati».

    Come detto, il sostegno alla mozione è arrivato anche dalle opposizioni. «Anche se ci si è mossi tardi – ha detto il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – è giusto sostenere quest’enorme opportunità per la nostra città. E mi appello anche al ministro dell’Ambiente Orlando perché mi sembra assurdo dare 150 milioni di euro a Piombino quando a Genova abbiamo già tutto il necessario per riuscire a lavorare su questa nave».

    Da registrare una spaccatura all’interno del M5S. A favore della mozione hanno votato i consiglieri Boccaccio e De Pietro, mentre si sono astenuti i colleghi Burlando e Muscarà. Contrario, unico in Sala Rossa, il capogruppo Paolo Putti, che ha motivato così la sua scelta: «Avrei voluto che nel testo fosse esplicitato un richiamo alla richiesta di assegnazione a Genova in quanto città più brava e più competente e non perché ha la lobby più potente. Inoltre, vorrei evitare di prestarmi a eventuali marchette di qualche gruppo politico».

    Ma, oltre Piombino, Genova avrà di fronte fior fior di contendenti, 7 estere e 4 italiane (Civitavecchia, Napoli, Taranto e Palermo), che hanno giocato con largo anticipo. A livello nazionale ci sono stati alcuni atti parlamentari di deputati del Pd di Civitavecchia e del Movimento 5 Stelle di Palermo, mentre il Sole 24 Ore ha riportato come il relitto della Concordia sia stato motivo di diatriba tra il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Erasmo d’Angelis, sostenitore della candidatura di Piombino, e Simona Vicari, sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, sostenitrice di Palermo, sua città natale. Sul fronte ligure, invece, per il momento tutto tace. Tuttavia, come sostiene il consigliere democratico Vassallo «anche Napoli e Palermo non hanno le condizioni impiantistiche necessarie e neppure quell’indispensabile mix di professionalità e rapporti tra forniture e sub forniture che a Genova, invece, è già consolidato».

    «È bene che l’iniziativa parta dal Consiglio comunale – ha dichiarato il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile – perché è un segnale che il porto di Genova è, in generale, pronto a gestire la demolizione di navi, settore in cui la normativa europea ci impone di investire e che, invece, ultimamente era stato snobbato dall’Occidente».

    L’unica difficoltà che potrebbe riscontrare Genova è quella della necessità di alcuni dragaggi per consentire al relitto della Concordia di essere ospitato nello specchio acqueo destinato alle riparazioni navali. «Ma – assicura Vassallo – si tratta di un lavoro realizzabile in pochissimi giorni». «D’altronde – prosegue il collega Alberto Pandolfo – navi dalle dimensioni simili a quelle della Concordia entrano già nel porto di Genova, seppure non destinate alla zona delle riparazioni navali».

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Scarpino, percolato nel torrente
    Il rio Cassinelle sulle alture di Sestri

    Finalmente i primi dati. Richiesti a gran voce dai consiglieri già nelle scorse settimane e anticipati ieri mattina dall’edizione genovese di Repubblica, ecco arrivare i risultati ufficiali delle prime analisi di Arpal sul percolato di Scarpino. Purtroppo, però, mancano gli elementi più importanti, quelli che riguardano gli eventuali metalli pesanti – insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni, cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici – presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.

    «Il Comune di Genova – commenta Andrea Agostini di Legambiente – è nelle condizioni che se un matto versa del cianuro in un fiume, dopo una settimana non è in grado di sapere che cosa sia stato sversato mentre la gente nel frattempo si ammala». Fuor di metafora, di fronte a un disastro ambientale come quello di Scarpino, il problema non è più tanto la capacità delle vasche di raccolta del percolato ma piuttosto quello di capire da che cosa sia realmente composto questo percolato. «Finora – prosegue Agostini – si sta parlando solo di acqua sporca e puzzolente, con un po’ di ammoniaca che comunque si diluisce. Ma noi vorremmo anche che si cercasse di capire se ci sono dei veleni. D’altronde, Pericu era già stato indagato per la presenza di pcb e idrocarburi policiclici aromatici provenienti da Scarpino 1. Ci sono ancora? Se così fosse il percolato non potrebbe andare al depuratore né tantomeno nel rio Secco o nel Cassinelle, ma le acque velenose andrebbero smaltite in zone sicure. Perciò abbiamo fatto un esposto alla procura affinché si faccia luce rapidamente su questi elementi e su quella che definirei “innocenza criminale” dell’amministrazione». Nel frattempo, sono arrivati anche i primi tre indagati: si tratta del direttore degli impianti di smaltimento di Scarpino, del responsabile della qualità e dei laboratori di analisi e di un tecnico, tutti dipendenti di Amiu.

    Oltre ai dati sui metalli pesanti, mancano anche le analisi sulle percentuali di BOD (domanda biologica di ossigeno) che indica la potenziale riduzione di ossigeno disciolto nell’acqua con conseguenti possibili effetti ambientali negativi.

    «Arpal – ha detto l’assessore all’Ambiente, Valeria Garottami ha anticipato che le analisi mancanti dovrebbero arrivare entro fine settimana. A quel punto indiremo una conferenza stampa congiunta per spiegare nel dettaglio quanto sarà trovato perché il Comune in questo caso è l’anello debole. Oggi, infatti, posso solo fornire i dati così come mi sono stati inviati, ovvero senza nessun supporto tecnico esaustivo a commento».

    «Arpal e Asl3 – attacca Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria e storico membro dell’associazione “Amici del Chiaravagna” – si sono nascoste dietro un ipotetico e inesistente veto della Procura alla diffusione dei dati. Forse perché Asl si è accorta di non essere intervenuta finora ma che lo avrebbe dovuto fare già da tempo? Perché, se non c’è pericolo per l’incolumità delle persone, questi dati non sono stati resi pubblici subito? Che cosa vogliono nascondere?». Da qui i sospetti anche sui ritardi riguardo le analisi più importanti. Che sia stato trovato qualcosa di non proprio “regolare”? O che Arpal non sia in grado di fare direttamente queste analisi? «D’altronde – spiega Agostini – si tratta di studi piuttosto complessi e costosi per cui Arpal non riceve finanziamenti dalla Regione Liguria, limitati alle sole analisi biologiche che non nulla hanno a che vedere con quelle chimiche necessarie in questo caso».

    I dati del disastro ambientale

    Percola to da Scarpino nel rio CassinelleA proposito di dati, eccone alcuni. Innanzitutto la quantità di percolato. Dal 16 gennaio, secondo quanto riportato in aula consigliare dall’assessore Garotta, mediamente da Scarpino 1 arrivano 4600 metri cubi di percolato al giorno. Nel 2011 la media era di 1800 mentre, negli ultimi due anni, dopo gli interventi di messa a regime del percolatodotto, erano scesi a 1500 mq al giorno. Ma la capacità attuale del percolatodotto si attesta sui 3000 mq/giorno: dunque, finché non si riuscirà a riportare il livello di liquami sotto questa soglia, continueranno gli sversamenti dal momento che non sono state evidenziate soluzioni tecniche (autobotti, teli impermeabilizzanti) utili e sufficienti a fronteggiare l’emergenza.
    A questo punto è indispensabile analizzare i dati – almeno quelli finora disponibili – riguardanti i corsi d’acqua che subiscono questi sversamenti. Partiamo dalla presenza di azoto ammoniacale, l’elemento più fastidioso all’olfatto. La legge n. 152/2006 anche nota come “Testo unico ambientale” prevede un limite di 15 mg/l, ma alla confluenza tra il rio Cassinelle e il rio Bianchetta i dati di Arpal parlano di valori altalenanti tra i 2 e gli 83 mg/l. In particolare, nell’ultimo rilevamento compiuto, la quota registrata è stata di 53 mg/l: ben oltre i limiti di legge.
    Gli altri numeri riguardano la COD (domanda chimica di ossigeno) che misura la quantità di ossigeno utilizzata per l’ossidazione di sostanze organiche e inorganiche contenute: un valore alto comporta una ridotta capacità di autodepurazione dell’acque e quindi la difficoltà a sostenere forme di vita. Il limite per la vita dei pesci sarebbe di 1 mg/l, ma in questo caso i valori registrati oscillano tra i 10 e 365 mg/l, con l’ultimo rilevamento assestato a 110 mg/l. Siamo, dunque, rientrati nei parametri di legge che fissano il limite a 160 mg/l ma… poveri pesci.

    Su queste analisi, Asl3 sostiene che non ci sia alcun pericolo per la salute dei genovesi e che non sia dunque necessario prendere ulteriori misure precauzionali da parte dell’amministrazione. Pur senza voler creare inutili allarmismi, va sottolineato però che siamo di fronte a una valutazione incompleta finché non verranno resi pubblici tutti i dati, metalli pesanti compresi.
    C’è un ulteriore elemento su cui sarebbe necessario fare chiarezza. L’assessore Garotta, riferendosi alle comunicazioni di Asl, ha parlato di «valutazioni su rilevamenti Arpal fino al 22 gennaio». Ma il 22 gennaio è passato da una settimana: che cosa è successo nel frattempo? E perché si è aspettato così tanto per rendere pubblica questa informazione?

    Il lungo dibattito in Consiglio comunale

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sulla stessa linea anche gli interrogativi di diversi consiglieri che, in sala Rossa, hanno dato vita a un dibattito piuttosto infuocato, sfociato nella richiesta da parte delle opposizioni delle dimissioni dei vertici Amiu e dell’assessore Garotta (e c’è stato persino chi – Alfonso Gioia, Udc – ha suggerito il possibile sostituto: Raphael Rossi).

    «Da preoccupazione che il territorio ha sempre manifestato verso la discarica di Scarpino – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Enrico Pignone – la situazione si sta trasformando in un vero e proprio incubo. Ed è ancora più preoccupante che i dati sulle analisi, che sembra parlino di valori di veleni 50 volte superiori rispetto alla norma, arrivino prima ai giornalisti che ai consiglieri».

    Antonio Bruno, capogruppo della Federazione della Sinistra, porta invece la sua esperienza personale: «Amiu ha continuato a negare lo sversamento che io stesso avevo visto con i miei occhi finché non abbiamo pubblicato le foto sul web. Solo allora è arrivata la conferma ufficiale. Ma se non c’è nulla da nascondere perché i cittadini non sono stati informati?».

    Molto articolato l’intervento del Movimento 5 Stelle a cura del consigliere Stefano De Pietro. I grillini, dopo una dettagliata ricostruzione delle situazioni che hanno portato all’emergenza di oggi, chiedono: «Che fine ha fatto il progetto Amiu di “strippare” l’ammoniaca a Scarpino per distillazione, usando il biogas prodotto dalla discarica? Forse è meglio, per Amiu, potersi fregiare di produrre energia elettrica dallo stesso gas, invece che pensare ad un problema di salute pubblica. E dove finisce adesso tutto questo? In mezzo alle barche del porto turistico di Sestri, tra le case di recente costruzione, in un’area che si chiude su se stessa per la presenza di dighe e moli, quindi con il pericoloso effetto di una possibile concentrazione in zona di metalli pesanti sul fondo e di miasmi in aria».

    Salemi (Lista Musso) fa, invece, un salto nel passato e ricorda come già 17 anni fa, l’allora assessore regionale all’Ambiente, sostenesse che la situazione di Scarpino fosse «precaria perché sono necessari interventi di risanamento e perché si tratta di una discarica che non potrà avere una lunga vita».

    Più politica la polemica sollevata da Lilli Lauro, capogruppo PdL: «L’ex sindaco Vincenzi è nelle grane per non avere dimostrato responsabilità nella gestione della salute dei cittadini, io chiedo a lei, sindaco Doria, che responsabilità abbia in questo caso, visto che nelle sue linee programmatiche non si fa cenno alcuno a Scarpino».

    L’argomento, affrontato nelle more di un articolo 55, ha visto un intervento per ogni gruppo politico e ha messo sul piatto tante domande che restano ancora senza risposta. A queste, il legambientino Agostini ne aggiunge un’altra: «Possibile che quest’acqua di falda incontrollata che causa un aumento a dismisura del percolato sia venuta fuori solo oggi, quando dal 2010 Arpal ha tra i suoi consulenti il professor Renzo Rosso, ordinario di ingegneria idraulica del Politecnico di Milano? Possibile che Rosso, che si è occupato dei lavori di regimentazione delle acque di Scarpino 2, non si sia mai accorto di nulla in quattro anni?».

    Il capogruppo del Pd, Simone Farello, dopo aver sottolineato come tutti debbano prendersi le proprie responsabilità, «perché l’unico modello del ciclo dei rifiuti a Genova è sempre stato basato sulla discarica in proroga e in continua deroga e non è mai stato ottenuto alcun risultato su questo piano perché si è assistito a un continuo cambiamento di linee programmatiche», ha evidenziato come spetti alla giunta indicare una soluzione strutturale del problema, al di là dell’emergenza. «Non possiamo continuare a tenerci la discarica perché non siamo d’accordo con i piani industriali presentati da Amiu» ha concluso l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi.

    Gli sversamenti inquinanti proseguono: e adesso?

    È davvero difficile, al momento, capire come uscirne. Anche perché lo stesso sindaco Marco Doria ha ricordato che «se fosse ipoteticamente chiusa Scarpino 2, gli sversamenti continuerebbero in quanto provenienti dalla discarica di Scarpino 1, chiusa da anni. È, dunque, indispensabile come prima cosa intercettare i flussi d’acqua sotterranei che arrivano da Scarpino 1». E in questa direzione sta intervenendo Amiu, come ha spiegato l’assessore Garotta: «Sono in corso gli studi idrogeologici per valutare come intercettare l’acqua a monte delle vasche di raccolta del percolato. Abbiamo poi chiesto ad Amiu di migliorare l’impermeabilizzazione superficiale di Scarpino 1 e studiare la realizzazione di nuove vasche, dal momento che non è strutturalmente possibile alzare quelle vecchie. Inoltre, il nuovo depuratore (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), che avrà sede nell’area ex Ilva, dovrà essere in grado di trattare una quantità maggiore di percolato rispetto a quella attuale, con l’eventualità della realizzazione di un piccolo depuratore per il trattamento del percolato direttamente nel polo impiantistico di Scarpino. Infine, abbiamo chiesto ad Amiu di avviare la progettazione definitiva per la realizzazione dell’impianto di trattamento dell’umido con biodigestione e compostaggio nella nuova parte a freddo di Scarpino: solo così potremmo concretamente potenziare anche la raccolta differenziata dell’umido».
    Per raggiungere tutti questi obiettivi il più rapidamente possibile, l’assessore sottolinea che «tutti dovremo fare la nostra parte: cittadini, Comune, Amiu ma anche la Regione affinché una parte dei fondi europei strutturali siano dedicati alla realizzazione dell’impianto dell’umido».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mu.MA, dati musei 2013: per il Galata è record nazionale. Si difende la Commenda, un po’ meno il Navale

    Mu.MA, dati musei 2013: per il Galata è record nazionale. Si difende la Commenda, un po’ meno il Navale

    galata-museo-del-mareL’Istituzione Mu.MA gestisce a Genova tre musei di primaria importanza per la città di Genova come il Galata Museo del Mare, la Commenda di Prè e il Museo Navale di Pegli. Con una nota stampa sono stati diffusi i dati sulle presenze per l’anno 2013. Il Galata chiude il 2013 con un bilancio oltre 172.000 visitatori, “museo che con una percentuale di paganti pari al 74% rappresenta un record nazionale”, si legge nella nota.

    La Commenda di Prè chiude l’anno registrando 31.00 visitatori, dato non così negativo se si confronta con altri musei cittadini come ad esempio il polo museale di Nervi e impreziosito da un incremento del 32% rispetto all’anno precedente.

    Superano di poco le 10.000 unità, invece, i visitatori del Museo Navale di Pegli, portando così a sfiorare i 214.000 visitatori totali per i tre musei gestiti da Mu.Ma.

     

  • Amiu, nuovo piano industriale: le decisioni del Cda immediatamente operative

    Amiu, nuovo piano industriale: le decisioni del Cda immediatamente operative

    RifiutiCome abbiamo già visto qualche settimana fa, Amiu (qui il quadro delle attività dell’azienda) si appresta a mettere in pratica le linee guida del nuovo piano industriale in concomitanza con l’approvazione del Piano di Gestione dei Rifiuti da parte della Regione Liguria (qui l’inchiesta integrale di Era Superba). Ieri, lunedì 27 gennaio, si è riunito il Consiglio di Amministrazione della società partecipata, sotto pressione in questi giorni per l’emergenza Scarpino e per le indagini svolte dall’Autorità Giudiziaria sull’operato di AMIU e dei suoi dipendenti. Il CdA ha approvato una serie di prescrizioni urgenti e immediatamente operative. I provvedimenti riguardano tematiche diverse, dal percolato di Scarpino (di cui ci occuperemo nelle prossime ore con uno specifico approfondimento, ndr) all’area finanza, dalla differenziata sino a gare e appalti.

    Con una nota stampa AMIU ha voluto riassumere i punti principali riguardo alle decisioni del Cda. Per quanto riguarda l’area finanza e controllo di gestione l’Azienda “dovrà allinearsi alle nuove prescrizioni contenute nel sistema di controllo delle società partecipate del Comune entro l’approvazione del bilancio 2013”. Con il Comune AMIU intende avviare già nell’immediato il percorso di confronto con Tursi per la determinazione della tariffa 2014.

    Qualche novità per quanto riguarda le strutture operative, in particolare il laboratorio AMIU per il servizio di campionamento e analisi. Nella nota stampa Amiu indica come punti principali l’ “avvio immediato del percorso per ottenere (nel più breve tempo possibile) la Certificazione formale che consenta di ottemperare alle necessarie e richieste caratteristiche di “terzietà” (indipendenza, ndr) per il Laboratorio AMIU appoggiandosi nel transitorio ad un laboratorio esterno.” Inoltre il Cda vuole predisporre e avviare entro la fine dell’anno “un piano di qualificazione professionale per gli addetti alla Direzione Tecnica di AMIU, sulla base di un adeguato screening degli attuali profili professionali e dell’individuazione delle competenze funzionali necessarie in relazione all’attuale e futura dotazione impiantistica della Società”.

    Gare, approvvigionamenti e acquisti

    Il tema, dopo le notizie apparse di presunte tangenti per gli appalti durante l’alluvione del 2011, è delicato per i vertici Amiu. Si legge nella nota:  “Utilizzo in via stabile e definitiva della Stazione Unica Appaltante del Comune di Genova sia per l’espletamento delle gare “sopra soglia” che per tutti gli acquisti e approvvigionamenti dell’Azienda”. E precisa:  “entro un mese dovrà essere realizzata (di concerto con la Stazione Unica Appaltante del Comune di Genova) una revisione integrale del Regolamento Acquisti AMIU, sulla base delle nuove disposizioni (per quanto attiene l’operatività della relativa area funzionale si stabilisce la dislocazione di 2 risorse AMIU presso la SUAC del Comune di Genova) […] Si ribadisce peraltro che codesto CdA (con delibera assunta il 5 dicembre 2013) aveva già nominato un Organismo di vigilanza composto da esperti esterni alla Società”.

    In ultimo, per il raggiungimento degli obiettivi di legge in tema di raccolta differenziata: “dovrà essere avviata entro due mesi una campagna di comunicazione verso i cittadini per incentivare ad una migliore raccolta differenziata”.

     

  • San Fruttuoso, silos Bosco Pelato: Tursi chiede modifiche al progetto per poter costruire

    San Fruttuoso, silos Bosco Pelato: Tursi chiede modifiche al progetto per poter costruire

    san fruttuoso 4L’iter per la costruzione del maxi auto-silos a 5 piani nell’area verde di Bosco Pelato tra Piazza Solari e via Amarena a San Fruttuoso, che nel giugno scorso pareva avviato verso una conclusione favorevole alla realizzazione dell’operazione immobiliare, subisce un brusco stop: l’amministrazione comunale, infatti, ha inviato ai proponenti del progetto – la Fondazione Contubernio D’Albertis, proprietaria dell’area – un preavviso di diniego dell’autorizzazione a costruire per “eccesso di volumetrie”. Dunque, se il progetto non sarò modificato con una riduzione di volumi, il Comune non rilascerà il permesso di costruire.

    Si tratta della prima – seppur parziale – vittoria per il Comitato di abitanti da tempo mobilitato contro l’ipotesi di realizzazione del parcheggio a scapito dell’ultimo polmone verde del quartiere (il cosiddetto Bosco Pelato). I residenti contestano soprattutto l’impatto ambientale del silos sul delicato equilibrio idrogeologico di una zona, quella di San Fruttuoso, già ampiamente cementificata. Per sostenere le ragioni del no all’intervento, nell’estate 2013, il Comitato aveva sottoposto all’esame degli uffici comunali ulteriore documentazione relativa agli aspetti geologici e di inquinamento ambientale.

    La decisione di inviare il preavviso di diniego è frutto degli approfondimenti effettuati dagli uffici comunali all’edilizia privata, come spiega il Vicesindaco Stefano Bernini:

    [quote]Tra gli elementi sollevati dal Comitato soltanto uno assume particolare rilevanza, ovvero quello relativo al fatto che il progetto prevede una costruzione non completamente interrata. In pratica, un intero piano dell’auto-silos risulta fuori terra.[/quote]

    Adesso, se la Fondazione Contubernio D’Albertis vorrà ottenere il permesso di costruire, dovrà necessariamente modificare il progetto: «I proponenti hanno tempo 15 giorni per presentare delle osservazioni o per presentare una nuova soluzione progettuale – continua Bernini – In caso di modifica gli uffici daranno il loro assenso». Anche alla luce dell’esistenza, per Bosco Pelato, di una norma speciale in materia urbanistica approvata dal passato ciclo amministrativo (quello guidato dall’ex Sindaco Marta Vincenzi) che affermava la possibilità di realizzare l’auto-silos. Per evitare che ciò avvenga il Consiglio comunale dovrebbe rivedere tale norma speciale. «Ma oggi modificare una norma speciale già approvata dal Consiglio vuol dire esporsi anche civilmente – sottolinea il Vicesindaco – aprendo la strada ad eventuali ricorsi».

    A proposito di controversie giudiziarie, Giovedì 30 gennaio è prevista l’udienza del Tar in merito alla causa che la Fondazione Contubernio D’Albertis ha promosso contro il Comune, citandolo per danni, per non averle ancora rilasciato il permesso di costruire.

    Comunque sia, sul tavolo restano diverse incognite che fanno ben sperare il Comitato di cittadini. Interrogativi legati all’opportunità o meno di realizzare l’operazione immobiliare da parte di committenti ed esecutori (Codelfa, impresa controllata dal Gruppo Gavio che ha acquisito l’area dalla Fondazione).
    Senza dimenticare che, nonostante le necessarie modifiche, il progetto dovrà garantire le previste opere pubbliche di compensazione – vale a dire il campetto polivalente e, soprattutto, l’ascensore inclinato di collegamento tra Piazza Solari e via Amarena – opere per le quali è già stata firmata una convenzione con il Comune. Con un piano in meno, quindi minori parcheggi, staremo a vedere se i soggetti privati riterranno ancora fattibile l’investimento.
    L’amministrazione comunale attende la risposta dei proponenti e poi deciderà come procedere.

    Matteo Quadrone