Mese: Aprile 2014

  • Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    asilo-nido-maddalena-2Entro fine estate gli infiniti cantieri del nuovo asilo nido all’incrocio tra vico Rosa e via della Maddalena dovrebbero essere conclusi. Lo ha assicurato ieri pomeriggio l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello, rispondendo un’interrogazione a risposta immediata della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella.

    Va ricordato che i lavori sarebbero dovuti terminare a dicembre 2012 ma il ritrovamento di una cisterna prima, le infiltrazioni della rete fognaria e la scarso dimensionamento delle fondamenta perimetrali poi, hanno allungato a dismisura i tempi e aumentato i costi di realizzazione di questa nuova struttura che dovrebbe ospitare una trentina di persone tra bambini e personale di servizio. Gli ultimi intoppi riguardano il tema della prevenzione incendi e dell’abbattimento delle barriere architettoniche in un contesto territoriale assolutamente «compresso e complesso» come lo stesso assessore Crivello ha definito quello di vico Rosa.

    Per questo motivo resta ancora da completare la messa a punto della piattaforma elevativa e della via di esodo di sicurezza, ovvero la scala di collegamento tra il primo e il secondo piano della struttura. «Mi prendo l’impegno assoluto – ha assicurato Crivello – che sul nido della Maddalena in questi ultimi mesi opereremo come abbiamo fatto per la scuola di piazza delle Erbe (tra l’altro la ditta appaltatrice è la stessa, come anche per quanto riguarda l’asilo del Campasso e la riqualificazione di Palazzo Senarega, ndr), staremo sempre sul pezzo con frequenti controlli al cantiere affinché almeno questi tempi siano rispettati».

    Entro settembre la fine dei lavori. Poi un anno senza bambini?

    Ma la sensazione è che, nonostante il fiato sul collo che l’amministrazione metterà alla ditta appaltatrice, il rischio che l’asilo non apra effettivamente i battenti prima dell’anno scolastico 2015-2016 sia molto alto. A confermarlo è lo stesso assessore alla Scuola, Pino Boero: «Andando verso l’estate e visti i precedenti ritardi di questo cantiere non possiamo assumerci la responsabilità di aprire le iscrizioni per il prossimo anno, innanzitutto perché se la consegna dovesse slittare ancora rischieremmo di dover poi rimandare a casa dei bambini e, secondariamente, perché difficilmente ci sarebbero i tempi per poter indire la gara per l’affidamento dei servizi». Una situazione deprecabile dal momento che si avrebbe la nuova struttura finalmente agibile ma inutilizzata per diversi mesi, senza considerare gli inutili costi di manutenzione. E un’apertura ad anno in corso è ipotesi da scartare a priori? «Sarebbe una situazione da studiare con molta attenzione – ci risponde l’assessore Boero – perché, posto che si trovi qualcuno disposto ad aprirlo a metà anno scolastico, bisognerebbe capire quali bambini sarebbero coinvolti: si potrebbe forse pensare a quelli esclusi dalle altre strutture ma non potremmo prendere in considerazione trasferimenti in corso d’opera perché altrimenti si aprirebbe un problema per gli istituti di provenienza che andrebbero a perdere utenti».

    Asilo nido Maddalena. La gara per l’affidamento dei servizi

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27A proposito di affidamento dei servizi, secondo quanto sostenuto da Nicolella, la concessione a una cooperativa del nuovo asilo andrebbe contro gli accordi presi dall’amministrazione precedente con i cittadini della Maddalena: «L’asilo non ha solo la funzione ovvia di riqualificare il quartiere – ha sottolineato la consigliera di Lista Doria – ma l’idea che stava a monte era quella di installare una presenza costante, viva e fattiva dell’istituzione comunale attraverso una funzione pubblica che affiancasse i cittadini nella quotidiana lotta alle infiltrazioni malavitose. D’accordo che ci sono questioni economiche da preservare, ma il primo obiettivo deve rimanere la promozione della presenza del Comune accanto ai cittadini».

    Fabio Caocci dei “Liberi cittadini della Maddalena” prova a spiegarci meglio come stanno le cose: «Nel progetto iniziale – parlo di oltre cinque anni fa – sarebbe dovuto sorgere uno spazio gioco indefinito, ma come cittadini abbiamo portato avanti l’idea che se si fosse voluto rilanciare il territorio lo si sarebbe dovuto fare in modo che chi lo frequenta avesse il maggior interesse possibile a tutelarlo. E quale interesse è più grande dei nostri bambini? Così ci siamo impegnati direttamente affinché fosse trasformato in un asilo nido, tanto caratterizzato dal punto di vista edile che nel futuro non potesse essere piegato ad altri interessi economici».

    Con una serie di incontri progettuali all’allora Hop Altrove nacque così un accordo con gli assessori Margini e Corda che prendesse anche in considerazione un efficiente sistema di gestione. «Pensavamo a un sistema simile a quello che è stato adottato per piazza delle Erbe – prosegue Caocci – trasferendo nella nuova struttura asili già esistenti ma in edifici fatiscenti, limitando così al minimo l’aumento di costi di gestione e del personale. Questa amministrazione, però, si è subito lanciata sul bando perché questa è la cultura della giunta attuale: ma allora perché anche i ruoli di assessori non vengono assegnati con bando?».

    «La scritta “asilo comunale” che troviamo sul muro dell’edificio – replica l’assessore Boero – non ha nessuna pertinenza con la legislazione odierna. Le complesse problematiche economiche e di gestione di queste strutture di proprietà comunale fanno sì che in molti casi ci si affidi alla concessione a cooperative che hanno sempre dato garanzie di qualità, soprattutto se il Comune è costantemente presente con i propri controlli».

    E in questa direzione l’amministrazione si sta muovendo anche per il nido del Campasso in via Pellegrini che, a differenza di quello della Maddalena, dovrebbe riuscire ad aprire i battenti già per il prossimo anno scolastico. «Trovo molto positivo – commenta l’assessore Boero – che dopo l’apertura delle Erbe sia in via di consegna anche il nido di via Pellegrini e che, comunque, abbiamo finalmente un tempo definito per vico Rosa. Si tratta di tre strutture molto belle su cui l’amministrazione precedente aveva puntato attraverso investimenti molto oculati per creare importi presi sul territorio, in un contesto nazionale di edilizia scolastica tutt’altro che solido».

    «Noi non ce l’abbiamo con il privato sociale o convenzionato – conclude Caocci – ci mancherebbe altro. Ma in un territorio come il nostro abbiamo bisogno di qualcuno che essendo istituzione rimanga aperto sempre e comunque. Se il privato parte e dopo un anno non riesce a reggersi sulle proprie gambe ci troviamo con un asilo non aperto, un’azienda fallita e un’enorme soddisfazione per chi ha sempre ostacolato il progetto».

    Quindi, ben vengano anche i privati purché solidi? «Non ci interessa la polemica sterile, non abbiamo preconcetti ideologici ma naturalmente abbiamo delle preferenze. Il pubblico avrebbe avuto una garanzia assoluta, ancor di più se si fosse trattato del trasferimento di qualcosa di esistente. Lo fa il privato? Bene ma deve essere garantito e accompagnato dal Comune che non può affidare l’asilo e poi abbandonarlo sul modello “va avanti tu che mi scappa da ridere” che troppo spesso abbiamo visto alla Maddalena».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, respinto il ricorso presentato da Autostrade. Ora la Conferenza dei servizi

    Gronda, respinto il ricorso presentato da Autostrade. Ora la Conferenza dei servizi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opere“Oggi il Tar ha respinto l’istanza di sospensiva presentata dalla Società Autostrade per l’Italia contro il decreto del Ministero dell’Ambiente di pronuncia di compatibilità ambientale”, così si legge sulla nota stampa diffusa dalla Regione Liguria.

    Il ricorso era stato inoltrato da Società autostrade con lo scopo di dirimere i conflitti in essere tra le prescrizioni del Ministero (qui l’approfondimento) e le valutazioni di Regione Liguria.
    La decisione del Tar della Liguria potrebbe dunque scongiurare il rischio impasse e dare quindi nuovo slancio all’iter della grande opera per il traffico su gomma.
    I tanti nodi ancora da sciogliere verranno dunque affrontati in Conferenza dei servizi.

    L’approfondimento >> Gronda, i passi indietro di Autostrade

    Il progetto >> Gronda di Ponente, di che cosa si tratta?

  • #EraOnTheRoad al Festival del Giornalismo di Perugia, seguici su Twitter

    #EraOnTheRoad al Festival del Giornalismo di Perugia, seguici su Twitter

    Festival Giornalismo di Perugia 2014#EraOnTheRoad varca i confini genovesi e sbarca nel capoluogo umbro in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo che si svolge a Perugia dal 30 aprile al 4 maggio 2014.
    Incontriamo gli ospiti per approfondire i temi trattati nei numerosi appuntamenti previsti dal cartellone (qui il programma completo dell’evento).

    La diretta (qui lo storify) è solo il primo assaggio. Seguiranno focus e interviste nei giorni a seguire, per cercare di raccontare ai genovesi un appuntamento importante che vede coinvolte personalità e testate giornalistiche da tutto il mondo.

     

    Per segnalazioni e domande scrivi a redazione@erasuperba.it

    #EraOnTheRoad, cosa ti sei perso? >> Qui le precedenti puntate

  • Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Lorenzo Costa e il suo Garage: una storia iniziata quaranta anni fa. La nostra intervista

    Teatro GarageIl Teatro Garage nasce a Genova negli anni ’70, prima con altre denominazioni e sotto forma di cooperativa teatrale. Dal 1981 è diventato Teatro Garage, così come lo conosciamo ancora oggi. Nel corso degli anni tante le modifiche: ad esempio, ha smesso di girovagare da una sede all’altra e ha trovato stabilità in Via Paggi, nel quartiere di San Fruttuoso, a due passi da Villa Imperiale, Piazza Martinez e Piazza Terralba.

    Il teatro propone produzioni ed eventi teatrali: nel tempo ha messo in scena numerosi spettacoli e partecipato a varie rassegne promosse dal Comune di Genova. Oggi si dedica perlopiù al genere del cosiddetto ‘docu-teatro‘ (un teatro documentario, di parola e basato sul racconto) e mantiene una spiccata propensione per la drammaturgia contemporanea, in controtendenza con un mercato che chiede sempre più di ridere con commedie di vario genere.

    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo andati negli uffici amministrativi del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lo “storico” direttore artistico Lorenzo Costa.

    Torniamo indietro nel tempo, agli anni ’80: la genesi del Teatro Garage e i suoi primi anni.

    lorenzo-costa-small«Il teatro è stato fondato come cooperativa teatrale nel 1974: non ci chiamavamo ancora Teatro Garage, nome che abbiamo assunto dal 1981. Per i primi tempi siamo stati nomadi, ma negli anni ’80 era normale: erano anni di fermento, delle botteghe teatrali. Gli artisti si rifugiavano nelle cantine, e tutto era più semplice. Genova era una città silente e per fare teatro bastava avere delle buone idee da realizzare. Tutto era possibile: anche l’atteggiamento dell’amministrazione era diverso, dava impulso e favoriva i giovani artisti, chiedendo loro di rinvigorire il panorama culturale della città. Abbiamo cambiato sede varie volte, ma siamo rimasti sempre fedeli al quartiere di San Fruttuoso: per qualche anno siamo stati anche in Via Donghi, poi ci siamo stabiliti in una vecchia sala sopra ad un garage in disuso. C’era ancora la grande insegna ‘GARAGE’ a caratteri cubitali, perciò abbiamo deciso di chiamarci così: bastava solo aggiungere la scritta ‘Teatro’ sopra all’insegna, e il gioco era fatto. Siamo rimasti qui circa 6 anni, poi siamo stati cacciati: c’era stata la tragedia del Cinema Statuto di Torino, in cui morirono molte persone a causa di un incendio, perciò furono chiuse le botteghe teatrali e le sale non a norma. Dopo essere stati un po’ in giro per la città senza fermarci, nel 1988 l’Amministrazione Comunale ci ha affidato in gestione la Sala Diana, un piccolo teatro ricavato dalla galleria dell’ex cinema omonimo: una vecchia sala di circa 1000 posti, in Via Paggi, che Coop aveva già acquisito dal Comune di Genova per farne un supermercato. A distanza di ormai 30 anni, quella è ancora la nostra sede».

    Il Garage oggi: cosa è cambiato?

    «Una cosa non è cambiata: oggi come allora, svolgiamo un lavoro costante per la città di Genova e soprattutto il territorio di San Fruttuoso, in cui siamo molto radicati. I nostri spettacoli nascono qui, poi girano l’Italia: insomma, il quartiere è fonte di ispirazione, in qualche modo. In questi 20 anni, però, siamo anche cambiati molto: quello che abbiamo creato si è trasformato in un lavoro vero e proprio, e non è più solo un divertimento. Siamo rimasti gli stessi dall’inizio e ora siamo un gruppo solido, attento e dinamico. Inoltre, altra cosa ad essere cambiata è il pubblico: mentre prima c’erano soprattutto persone che venivano da fuori, oggi il 50% degli spettatori sono della zona; mentre prima eravamo snobbati, oggi il nostro lavoro è apprezzato».

    A proposito di pubblico, che tipo di spettatori sono quelli che vengono al Teatro Garage?

    «Come dicevo, un buon pubblico, con una forte componente locale, attento e curioso, ma con qualche pecca (se così vogliamo chiamarla): in generale ci sono pochi giovani, l’età media supera i 45 anni e l’80% sono donne. Ci siamo trovati a fare dibattiti a fine spettacolo, con 60 donne e 20 uomini, che raccontavano di essere lì solo perché trascinati dalla moglie o dalla fidanzata. La risposta che ci siamo dati è che le donne sono più propense ad avvicinarsi al teatro perché è un campo per cui è necessario avere una sensibilità particolare, che di norma appartiene più all’universo femminile e meno agli uomini. Sono tendenze che accomunano molti teatri in Italia, non sono una prerogativa del Garage: c’è una disaffezione generale. Ad esempio, molti ragazzi pensano ancora che il teatro sia un posto vecchio e ‘incartapecorito’, ma è importante ribadire che non è più (o sempre) così».

    Parliamo invece di voi: la vostra compagnia è composta da persone fisse o cambiano ad ogni spettacolo?

    «Quattro persone fanno parte dell’organico del teatro con un contratto a tempo indeterminato e si occupano di amministrazione, casse, ufficio stampa e direzione artistica (lo stesso Costa, n.d.r.), mentre gli altri cambiano in ogni spettacolo, anche se spesso collaboriamo con gli stessi artisti assunti con contratto a progetto. Per ogni spettacolo ci sono decine di persone che ruotano attorno alla produzione».

    Che tipo di produzioni preferite: qual è il vostro ‘genere’, se di genere si può parlare?

    lorenzo-costa-small-2«Nel tempo il nostro atteggiamento è cambiato: negli anni ’70 pensavamo che dovevamo fare quello che ci piaceva, anche se il pubblico non lo capiva (tipico atteggiamento snobistico dell’intellettuale di quegli anni). Poi ci siamo cimentati in produzioni diverse, a cicli e fasi alterne: dopo gli inizi con il teatro dell’assurdo, è arrivato il giallo; poi ci siamo avvicinati da ultimo alla drammaturgia contemporanea e al docu-teatro, più parlato e raccontato, per emozionare e mai fine a se stesso (un esempio, lo spettacolo “Io, Giacomo e Leopardi” o “La Grande Guerra”, per commemorare i 100 anni dallo scoppio della prima Guerra Mondiale). Sono scelte impopolari, in un momento in cui il pubblico chiede di ridere e vuole vedere commedie. Sono generi che non pagano in termini di pubblico e incassi, e non sono richiesti nelle programmazioni: per sopravvivere, nel 2014 ci siamo aperti per la prima volta alla commedia e stiamo portando in scena “Sinceramente Bugiardi”, con Debora Caprioglio. Il nome di spicco dell’attrice e la commedia tratta da Alan Ayckbourn ci hanno garantito già un discreto successo. A me però non piace, e ho affidato la regia a un collega romano. Al contrario, lo spettacolo “Girotondo” tratto da Schnitzler non gode dello stesso successo. Insomma, produrre lavori più ‘leggeri’ è un piccolo prezzo da pagare per fare cassa e riuscire a concentrarci su quello che ci piace».

    A proposito di questo, quanto è difficile oggi fare teatro? Come sopravvivete e come reperite finanziamenti?

    «Oggi fare questo mestiere è difficile, spesso si hanno crediti che non vengono corrisposti e debiti da retribuire: ci sono difficoltà di natura economica dovute al momento storico. Prima avevamo sovvenzioni esterne fino al 50%, ora i fondi si sono ridotti a circa il 10% e il resto dobbiamo trovarlo da soli. Abbiamo 15 mila euro di spese di gestione degli spazi (nonostante si tratti di un piccolo teatro con circa 105 posti) e da quando è arrivato l’euro non riceviamo più il FUS (fondo unico per lo spettacolo, n.d.r.). Siamo obbligati, come dicevo, ad aprirci a commedie e produzioni che portano maggiore liquidità; inoltre curiamo la programmazione teatrale per alcuni comuni liguri, soprattutto nel Ponente (Loano, Finale Ligure, Ventimiglia)».

    Avete da qualche tempo dato avvio a un’iniziativa: la biblioteca teatrale. Di cosa si tratta?

    «Si chiama biblioTGteca’, un servizio gratuito rivolto a teatri e compagnie teatrali che collaborano con noi, allievi ed ex-allievi dei nostri corsi, abbonati alla stagione in corso, universitari. Permette di consultare e prendere in prestito testi teatrali, monografie e manuali sul teatro, e cercare copioni sia fisici che in rete, in formato digitale».

    Genova e il teatro: un rapporto tormentato?

    «A Genova c’è una antica e prestigiosa tradizione di teatro ‘tradizionale’, quella che si identifica con il Teatro Stabile, ma anche una tradizione amatoriale, con decine di compagnie che lavorano in modo professionale e che hanno background misti. C’è fermento, voglia di stare sul palco e fare teatro, ma meno voglia di guardare e andare a teatro. Un problema da risolvere…».

    Qualche anticipazione: le novità per il 2015?

    «L’idea è quella di puntare su un settore in cui c’è al momento un mercato buono e per cui sentiamo una vocazione: gli spettacoli per bambini. Vogliamo iniziare un ciclo di racconti di fiabe davanti al braciere, o al caminetto, come si usava una volta. Potrebbe chiamarsi “Il nonno racconta”: un modo per insegnare a nonni e genitori a raccontare storie, e per insegnare ai bambini ad ascoltarle».

     

    Elettra Antognetti

  • Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    Giorgia Marras, Munch before Munch. La graphic novel della giovane artista genovese

    munch-marras-particolareSe amate la figura e l’opera di Edvard Munch, o se avete visitato la mostra a Palazzo Ducale e vorreste scoprire di più sull’inquieto artista, è appena uscito un libro perfetto per voi: “Munch before Munch”, graphic novel scritta e illustrata dalla giovane Giorgia Marras, che ha dato vita a un’opera interamente dedicata alla figura adolescente del tormentato artista: «Innanzitutto con Silvia Pesaro, editrice di Tuss, volevamo dare vita a un’opera che riguardasse Munch» racconta Giorgia. «All’inizio avevamo pensato a un libro illustrato, ma la mia passione per le biografie storiche, combinata al linguaggio del fumetto a me più familiare, ci hanno portato a optare per una graphic novel su Edvard Munch. Forse molti non lo sanno ma Edvard scriveva tantissimo. Teneva molti diari in cui annotava pensieri, situazioni, ricordi, dialoghi. Ecco, credo che una delle cose che mi ha affascinata di più da subito siano state le sue parole, il suo speciale sguardo verso le cose del mondo». La coincidenza con la mostra genovese «è stata una felice casualità e una buona occasione per presentare questo lavoro partendo da Genova. Gli stimoli più grandi in realtà sono stati due: la ricorrenza del 150° anniversario della nascita di Edvard Munch e il bisogno di scavare negli aspetti della sua persona ancora poco conosciuti qui in Italia».  

    munch-marrasMa come funziona il lavoro quando sei a un tempo illustratore e romanziere? Dare vita a una storia non solo attraverso la trama ma pensandone anche ogni singola immagine è un lavoro complesso e faticoso eppure proprio per questo molto più appagante, una volta che il risultato comincia a prendere forma: «È stato difficile, ma questo è il tipo di lavoro che preferisco in assoluto, quindi è stata una fatica “sana”. Solitamente parto da immagini o scene che considero importanti e belle, che immagino e che lascio “maturare” nella mia testa. Dopodiché realizzo una scaletta, tenendo conto della struttura della storia e poi passo ai dialoghi:  li scrivo di getto, li butto, li riscrivo… forse è uno dei momenti più delicati. Infine disegno uno storyboard per rendermi conto delle inquadrature, dei ritmi e delle esigenze visive della storia e, per ultimo, concludo con i definitivi». Parlando della tecnica usata per le sue tavole in bianco e nero, Giorgia spiega: «Ho scelto una tecnica che potesse in qualche modo rimandare ai lavori grafici di Munch (molti dei quali sono sconosciuti ai più). Ho utilizzato della carta a grana ruvida e un pennarello-pennello molto popolare tra i fumettisti, il Pentel-Brush Pen, che usato in una certa maniera conferisce al tratto un segno “graffiato”. Ho completato il tutto con della matita nera sfumata, per i mezzi toni».

    Sullo squisito sfondo di una perfetta ed evocativa ambientazione d’epoca, ricreata nei minimi dettagli dalle strade alle architetture, dalle acconciature agli abiti di fine Ottocento, «protagonisti sono gli anni di formazione di Munch, ovvero da quando ha circa diciassette anni e decide di abbandonare gli studi d’ingegneria per intraprendere una carriera artistica fino ai suoi trentacinque anni, quando per la prima volta ottiene un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese. La vita di Munch è stata densa di avvenimenti e anche altri fasi della sua esistenza sono degne di essere raccontate, ma ho scelto di focalizzarmi sui primi anni – precisa l’artista – perché affrontano delle tematiche a me più care, forse anche perché anche io mi trovo in un momento di crescita/formazione».

    munch-marras-2Ambientare il racconto in Norvegia non è stata cosa facile per Giorgia, dal momento che non ci ha mai vissuto né l’ha visitata personalmente, ma ha investito grandi energie per ovviare a tale mancanza, documentandosi in ogni modo possibile: «La difficoltà maggiore credo sia stata quella di provenire da una cultura totalmente diversa da quella scandinava. Diciamo che quando disegno e scrivo scene ambientate a Parigi o in Germania mi sento più a mio agio perché ho vissuto in quei paesi e ho assorbito un certo modo di fare. Ho un grande repertorio visivo, d’atmosfere. Ecco, io non ho avuto la possibilità di vivere un po’ la Norvegia, d’incontrare e interagire con norvegesi. Allora ho cercato di compensare con le preziose indicazioni di Silvia (Pesaro, editrice di Tuss, ndr), che si è recata ad Oslo per documentarsi e per intervistare la curatrice della Galleria Nazionale e il responsabile dell’Archivio dei diari di Munch presso il Munch Museet. Inoltre ho letto tutte le pubblicazioni possibili riguardanti Munch, ho visto film norvegesi, ho cercato foto d’archivio di quell’epoca».

    La lettura dei diari dell’artista, dalla nota personalità depressa e nevrotica, è stata fondamentale per carpire più informazioni possibili sul suo carattere e riuscire poi a farle riemergere nei disegni: «Uno su tutti “Frammenti sull’arte”, una selezione di scritti di Munch tradotti dal norvegese dallo psichiatra Marco Alessandrini. Questa è stata una delle poche documentazioni trovate in italiano. Per il resto solo documenti in inglese e francese, come il dettagliatissimo libro di Atle Næss, “Munch, les couleurs de la névrose”».

    Ed ecco che l’Edvard adolescente ha preso lentamente forma, le parole dei suoi stessi diari venendo assorbite e poi filtrate dalla penna e dalla fantasia dell’artista: «Ho cercato di essere il più fedele possibile agli scritti in mio possesso, ma credo che scrivere una storia biografica acquisti senso nel momento in cui va oltre un elenco oggettivo di fatti accaduti. Ho provato molta empatia nei confronti di Edvard, leggendo i suoi diari, i suoi pensieri, le sue annotazioni. Ho cercato di capire quali sentimenti potesse provare in determinate situazioni, che gesti avrebbe compiuto, che tipo di fisicità avrebbe posseduto. Da lì sono partita per creare il “mio” Edvard che ha una base di veridicità storica ma anche delle sfumature che appartengono al mio mondo».

    Gestazione e realizzazione del libro sono avvenute in diverse città, il che dà un sapore molto “europeo” a questo lavoro: «Il lavoro di ricerca, scrittura e storyboard l’ho realizzato a Genova; in Austria, a Linz (dove Giorgia ha vinto una residenza artistica nell’ambito di un programma della Commissione Europea) ho realizzato i definitivi. L’esperienza a Linz di per sé è stata davvero arricchente perché ho vissuto in mezzo ad artisti contemporanei molto in gamba provenienti da tutta Europa. Vivere con loro ha significato scambiarsi opinioni, pensieri, modi di pensare e di lavorare. Essendo io la più piccola ho cercato di assorbire come una spugna tutti gli input che mi venivano dati».

    Il piacere della lettura sta soprattutto nel riuscire a immedesimarsi in ciò che si legge, e il protagonista di questa storia, con tutte le sue paure, le sue ossessioni, la sua inclinazione alla depressione, ben riflette le angosce esistenziali che attraversano i nostri tempi: «Questo è un nodo focale che mi ha guidato fin dal primo momento della creazione della storia. Mi sono subito chiesta: che senso ha raccontare di una persona morta da settant’anni, che non ho mai conosciuto e che appartiene a una cultura e un’epoca lontana dalla mia? Io credo che tutto questo acquisti un senso nel momento in cui si cerca di raccontare la complessità dell’animo umano (e l’animo umano non resta forse sempre lo stesso, nelle sue caratteristiche fondamentali, nonostante lo scorrere delle epoche?) di Edvard, dei suoi problemi, delle sue angosce e delle sue aspirazioni, così tanto simili a un qualsiasi giovane che ha un sogno e  che lotta per esso con tutte le proprie forze. Per esempio, Munch ci ha messo quindici anni per ottenere un riconoscimento dall’ambiente culturale norvegese, che lo ha criticato aspramente e ha ottenuto un grandissimo successo e importanti commesse prima in Germania e solo molto tempo dopo nel suo paese natio. Questa situazione non è attualissima, oggi?».

     

    Claudia Baghino

  • Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    imageEra stato inaugurato il primo marzo 2013, ai Magazzini del Cotone di Genova. All’epoca era stato salutato benevolmente da tutti (noi di Era Superba ne avevamo parlato qui, e anche sul numero 45 della nostra rivista), soprattutto dalle autorità di Porto Antico S.pA. e dal gruppo Costa Edutainment. Ma a distanza di nemmeno un anno, Wow! Science Center, polo scientifico-culturale del Porto Antico promosso dalla fondazione Edoardo Garrone, è già chiuso, costretto a cedere alle pressioni economiche, alla mancanza di fondi e alla carenza di visitatori, molto inferiori rispetto al previsto.

    E la cosa, naturalmente, non rallegra nessuno: uno dei pochi poli culturali a presidiare un’area satura di esercizi commerciali, di ristorazione e uffici amministrativi: poco prima della sua inaugurazione ne avevamo parlato con Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico S.p.A. in una lunga intervista in cui si cercava di capire come l’inaugurazione di Wow! e il concomitante rinnovamento del Museo dell’Antartide potessero cambiare volto a una zona strategica della nostra città.

    Il perché della chiusura di Wow! Science Center

    Chiusi i battenti dopo soli dieci mesi di attività: questo, in sintesi, il bilancio dell’esperienza di Wow!, il museo interattivo voluto da Riccardo Garrone e a lui dedicato che ha contato solo la modica cifra di 40 mila visitatori (32 mila paganti), a fronte dei 300 mila stimati nell’arco di un anno. Numeri che non sono sembrati sufficienti: le cause dell’insuccesso, nonostante il fervore con cui era stato salutato, sono riconducibili alla crisi interna al sistema scolastico cittadino (e italiano), in cui – scarseggiando i fondi – sono stati operati tagli su gite e uscite didattiche: proprio agli alunni e alle scolaresche, infatti, si rivolgeva Wow!.
    Inoltre, il format impiegato, da rivisitare in base alla richiesta dei visitatori, non ha funzionato.

    «Wow! Genova Science Center è chiuso dall’inizio di gennaio – commenta la Dott.ssa Gardella, portavoce della Fondazione Edoardo Garrone – la motivazione principale della chiusura è la crisi del mercato delle gite scolastiche, le scuole sono infatti uno dei target principali per il centro di divulgazione scientifica dedicato in particolare ai più giovani, una crisi legata ovviamente alla più generale crisi economica e dei consumi. Come dichiarato non molto tempo fa da Antonio Bruzzone, Amministratore Delegato della società Science Expo Center Genova, “I numeri registrati in realtà ci incoraggiano ad andare avanti, ma al tempo stesso ci suggeriscono di affrontare un ripensamento per meglio adeguarci alle esigenze delle scuole e dei visitatori, profondamente mutate negli ultimi anni».

    “Il centro è chiuso per motivi tecnici e riaprirà non appena possibile”, si legge sulla vetrina di Wow!, e il cartello fa ben sperare in una riapertura, non appena arriveranno tempi migliori. Una soluzione transitoria e non permanente, dunque, che tuttavia farà riflettere organizzatori e promotori sulla necessità di ripensare le dinamiche messe in atto finora, per evitare un ulteriore flop. Chissà che in autunno Wow! non torni a meravigliare ragazzi, bambini, famiglie, genovesi e turisti, con nuove mostre e percorsi didattici.
    È possibile? Lo chiediamo ad Alberto Cappato, Direttore Generale di Porto Antico S.p.A: «Wow! ha chiuso addirittura a fine 2013. Purtroppo, nonostante l’idea fosse estremamente interessante ed innovativa, la risposta del pubblico non ha rispettato le aspettative degli organizzatori dell’iniziativa. Probabilmente sarebbe stato necessario un maggior investimento in promozione. Va considerato che per iniziative di questo genere i primi due anni di vita sono molto complessi e sono necessari ingenti investimenti. Mostre che cambiano ogni tre mesi necessitano un imponente sforzo in termini di comunicazione. La chiusura di WOW! con la formula attuale è definitiva, ma a brevissimo (primi di maggio) vi saranno novità interessanti relative all’utilizzo degli spazi».

    L’attività di Wow!

    imageWow! era stato pensato per inserirsi nel progetto Genova Science Center: promosso dalla Fondazione Garrone, era amministrato dalla società costituita ad hoc nel 2013, la Science Expo Center Genova Srl. Originariamente la sua offerta prevedeva, ogni anno, tre mostre interattive di 4 mesi ciascuna con effetti speciali e riproduzioni in 3D, selezionate tra la migliore produzione internazionale di intrattenimento formativo e presentate per la prima volta in Italia. Lo scopo era quello di educare e divertire, con un marcato intento didattico che si rivolgeva perlopiù ai più giovani (bambini, famiglie, alunni delle scuole primarie e secondarie). Wow! ha trovato spazio all’interno dei Magazzini del Cotone, nel primo modulo, proprio nel complesso che già ospita la Città dei Ragazzi e la Biblioteca De Amicis, allo scopo di creare un continuum con queste realtà. Uno spazio di 1500 mq in cui la divulgazione scientifica fosse un tutt’uno con cultura, esperienza e divertimento. Non a caso lo slogan di Wow! Genova Science Center era proprio “La scienza è uno spettacolo”: non si sarebbe potuta trovare una “dichiarazione di intenti” più esplicita di questa. Anche il nome Wow! non era casuale, bensì scelto per richiamare l’idea di stupore e meraviglia da un lato, e l’aspetto ludico dall’altro. Genova, insomma, sembrava ad ogni effetto la città adatta ad ospitare un’iniziativa del genere, che si inseriva nel solco tracciato negli ultimi dieci anni da un evento scientifico dalla portata internazionale, come il Festival della Scienza, la cui tradizione è ormai ben consolidata.
    La presenza costante e duratura di Wow! avrebbe permesso di dare continuità lungo tutto l’anno alla manifestazione temporanea del Festival, contribuendo a fare del Porto Antico un museo a cielo aperto, tra Acquario, Museo dell’Antartide e Science Center, per incentivare il turismo culturale. Non a caso era stato proprio il Festival della Scienza a battezzare anticipatamente gli spazi in cui doveva sorgere Wow!, durante la decima edizione, quella del 2012: nei locali era stata allestita la mostra I giochi di Einstein, e Ginowa, hiar 2492 (Genova, anno 2492).

    Ad aprire l’attività dello Science Center, la mostra ‘Brain, the world inside your head’, da marzo a giugno 2013, prodotta da Evergreen Exhibitions e incentrata sugli sviluppi della ricerca scientifica sul cervello: un viaggio all’interno del cervello umano tra allestimenti interattivi e riproduzioni 3D. Successivamente, in autunno era stato il turno di ‘ABISSI – Missione in fondo al mare’, sempre di Evergreen Exhibitions: viaggio in tre stazioni alla scoperta delle profondità dell’oceano. Infine, ‘2050’ dal 16 novembre al 9 febbraio 2014: mostra ideata dal Science Museum di Londra, in cui si cerca di rispondere ad alcune importanti questioni scientifiche e tecnologiche che hanno un effetto determinante sul presente e sul futuro della nostra esistenza.
    Inoltre, laboratori per le scuole ed eventi collegati a mostre di arte contemporanea allestite nello stesso periodo a Villa Croce, per rinforzare l’interazione con le varie realtà cittadine, non solo con il Porto Antico. L’obiettivo dichiarato dalla Fondazione Garrone, all’epoca, era arrivare a produrre gli eventi direttamente a Genova, da esportare anche fuori.

     

    Elettra Antognetti

  • Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    Crisi edilizia e misure Governo Renzi: focus su Genova e Liguria

    erzelli-edilizia-progetti-dCon l’approvazione del Documento di Economia e Finanza 2014 da parte del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile scorso, il Governo Renzi ha definito il cronoprogramma strategico che dovrebbe contenere le “misure di impatto immediato che si inscrivono in un piano di riforme strutturali”. Questo è l’obiettivo dichiarato del cosiddetto DEF che definisce i tre pilastri della riforma: istituzioni, economia e lavoro. Oltre alle proposte strutturali – riforma delle istituzioni (riforma elettorale, abolizione delle Province, revisione delle funzioni del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione), riforme economiche (revisione della spesa pubblica, riduzione del cuneo fiscale, accelerazione del programma di privatizzazione di alcune società statali e di parte del patrimonio immobiliare, pagamento dei debiti commerciali arretrati da parte delle Amministrazioni pubbliche, semplificazione del rapporto tra imprenditore e amministrazione), riforma del lavoro (Jobs Act) – sono state inserite misure immediate, volte a dare risposte concrete ai cittadini, in particolare: piano scuola, destinando circa 2 miliardi di risorse per la messa in sicurezza degli edifici scolastici; fondo di garanzia con 670 milioni di risorse aggiuntive nel 2014 e complessivamente oltre 2 miliardi nel triennio per le piccole e medie imprese; piano casa (del quale abbiamo recentemente parlato su queste pagine) con 1,3 miliardi per interventi destinati all’acquisto o alla ristrutturazione; fondi strutturali che serviranno alla programmazione immediata di interventi contro il dissesto idrogeologico e la tutela del territorio.
    Il Presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), Paolo Buzzetti, si è dichiarato soddisfatto per le indicazioni su scuole e dissesto idrogeologico contenute nel Def «Perché finalmente vanno nella direzione da tempo auspicata dall’Ance», tuttavia non nasconde forti perplessità sulla scelta di tagliare ancora per i prossimi tre anni 2,7 miliardi di investimenti, in continuità con quanto fatto dai precedenti governi. Inoltre, Buzzetti si appella a maggiore chiarezza sul fronte dei ritardati pagamenti della Pubblica Amministrazione «Se non si cambia la normativa sul Patto di Stabilità, il debito accumulato dalla P.A. verso le aziende continuerà a salire».

    I conti della crisi nel settore delle costruzioni

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EDopo 15 anni di crescita costante – di cui però il sistema delle imprese non ha approfittato per rafforzarsi e crescere in dimensione – sul settore delle costruzioni si è abbattuta la più grave crisi dal dopoguerra. Il sindacato Fillea Cgil (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) in occasione del suo congresso nazionale (2-3 aprile 2014) ha fatto i conti della perdurante congiutura economica negativa. Il calo degli occupati si registra a partire dal 2008 ma è in progressiva accelerazione a partire dal 2010. “Diminuisce in modo molto consistente il personale a tempo pieno ed aumenta il tempo parziale – sottolinea la Fillea – In questa tendenza si può rintracciare un tentativo di eludere parzialmente gli obblighi contributivi. Per quanto riguarda il profilo professionale, nel 2013 meno della metà degli occupati erano operai, un altro terzo lavoratori in proprio”.
    A fine 2013 i posti di lavoro persi nell’intera filiera delle costruzioni sono 745 mila, di questi, 480 mila solo nell’edilizia, mentre è triplicato il numero di ore autorizzate della CIG (Cassa integrazione guadagni). Secondo i dati Cnce (Commissione nazionale paritetica per le Casse Edili), in Liguria nel dicembre 2010 il numero di operai superava le 14 mila unità per 3374 imprese, le ore lavorate erano 1.350.406. Nel dicembre 2013, invece, gli operai sono scesi a 10.879 (-23%), le imprese a 2.073 (-20%) e le ore lavorate a 1.076.030 (-20%).

    Per la Fillea Cigl uscire dalla crisi significa ridisegnare il modello di sviluppo: “Passando da un modello che non fa i conti con il consumo illimitato delle risorse, ad un modello ancorato fortemente alla sostenibilità energetica e ambientale. Territorio, casa, energia: queste sono le nuove priorità del Paese; costruire altro e diversamente: questa è la strategia per dare risposte a quelle priorità; ridifenire di conseguenza il modello industriale: i sistemi di produzione, gli strumenti, i materiali, il prodotto, il lavoro stesso e la sua qualità”.

    Innanzitutto, però, è prioritario regolare il mercato e il sistema degli appalti, contrastando la crescita di illegalità e irregolarità. «Più volte abbiamo denunciato la carenza di regole nel mercato degli appalti – spiegava nel dicembre scorso Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil – ll sistema attuale di aggiudicazione degli appalti, infatti, ha creato un mercato in cui regna la catena dei subappalti ed un sistema in cui vincono imprese caratterizzate dalla poca qualità». Una situazione presistente alla crisi che, inevitabilmente, ha amplificato i problemi. «Oggi la mancanza di liquidità apre la strada alle infiltrazioni criminali – sottolinea il leader della Fillea – Le conseguenze ricadono sui lavoratori e sui cittadini. I dati delle Casse edili ci dicono che aumentano lavoro nero e false partite Iva, senza dimenticare che la poca qualificazione di chi opera nel settore delle costruzioni si riversa nella bassa qualità di quello che viene costruito». Per curare un settore ormai “malato” «Occorre partire dall’abolizione del sistema di massimo ribasso e dalla valorizzazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa – conclude Schiavella – Inoltre, bisogna puntare sull’accentramento degli appalti, dove possibile, presso le stazioni appaltanti».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippoAltre azioni fondamentali per invertire la tendenza e rilanciare tutto il comparto sono: “Favorire ed incentivare la capitalizzazione delle imprese e la crescita qualitativa attraverso la ricerca, l’innovazione, la formazione – scrive la Fillea Cgil – Sostenere la qualità del made in Italy e le aggregazioni di imprese, consorzi, partnership, ecc., finalizzati all’innovazione e ad ampliare il bacino dell’export; estendere la responsabilità penale dei caporali anche alle imprese che utilizzano la manodopera illegale fornita; tutelare il lavoro con l’estensione di tutele sociali, pensioni e ammortizzatori, in particolare per il lavoro edile caratterizzato da forte discontinuità”.

    Le sette proposte sostenibili, invece, riguardano: riassetto idrogeologico (oggi 5,8 milioni di persone risiedono in aree a rischio idrogeologico elevato); riduzione del consumo di suolo con l’obiettivo di scendere a 30 ettari al giorno nel 2020 (attualmente siamo a quota 100 ettari consumati al dì); riqualificazione urbana (aggiornare la mappatura del territorio e dare più risorse per il Piano Città); riqualificazione energetica (il mercato potenziale delle riqualificazioni energetiche degli edifici pubblici e privati esistenti in Italia potrebbe creare 600 mila posti di lavoro entro il 2020 ed attivare investimenti per quasi 45 miliardi di euro); energie rinnovabili (l’utilizzo di fonti alternative porterebbe in 10 anni benefici per circa 48 miliardi); prevenzione sismica (oggi 6 milioni di edifici e 12 milioni di abitazioni si trovano in zone ad alto o medio rischio sismico); infrastrutture materiali (68 miliardi impegnati per le infrastrutture strategiche nel periodo 2013-2015). A queste si aggiunge un’ottava proposta, quella di una nuova stagione di case popolari. La Fillea ritiene che “Il pubblico (Stato, Regioni, Province e Comuni) debba, senza tentennamenti, ricominciare ad alimentare il patrimonio pubblico abitativo producendo atti concreti verso: la ristrutturazione/ricostruzione dell’attuale patrimonio; l’acquisto, e non la costruzione ex novo, di nuovi appartamenti già presenti sul mercato e allocati in zone urbane non periferiche; l’utilizzo commerciale degli immobili sequestrati o confiscati alla criminalità e alle mafie (al marzo 2013 sono 51.660 gli immobili sequestrati e 4.880 quelli confiscati); la realizzazione di eventuali nuovi alloggi esclusivamente in aree già impermeabilizzate e possibilmente di proprietà pubblica; questi atti contemplano anche il definitivo abbandono dell’infruttuosa fase di vendita delle abitazioni pubbliche”.

    Infine, ecco le richieste immediate della Fillea al governo Renzi: “Sblocco selettivo del Patto di stabilità per i Comuni virtuosi; apertura dei cantieri entro giugno, almeno per un terzo degli stanziamenti previsti per l’edilizia scolastica; pagamento debiti alle imprese a partire da luglio”.

    Crisi edilizia: la situazione a Genova e in Liguria

    Lavori in corso a San MartinoA Genova ed in Liguria, così come altrove, la fase di profonda depressione dell’edilizia non sembra prossima a passare, anzi, come denunciato da Ance, la tendenza è addirittura peggiorativa. «Stiamo registrando forti cali di occupazione e fatturato, ed il 2014 manterrà lo stesso andamento – ha spiegato Federico Garaventa, presidente di Ance-Assedil Genova, durante la presentazione del rapporto sull’edilizia (il 13 marzo scorso) – Rispetto al resto del Nord Italia siamo una delle città meno performanti e non è detto che la cassa integrazione venga finanziata, vista la mancanza di fondi. Le nostre imprese sono piccole e dunque più vulnerabili». Inoltre, il rappresentante dei costruttori ha accusato direttamente il Comune di Genova, il quale «Celandosi dietro alla legittima difesa della concorrenza, sta tenendo delle politiche negli appalti pubblici che penalizzano le imprese edili locali».

    Sul finire di marzo l’amministrazione comunale e Ance Genova hanno avviato un percorso di confronto allo scopo di analizzare le criticità del sistema e proporre le soluzioni più opportune per «Creare lavoro sul territorio assicurando le migliori scelte – ha dichiarato il Sindaco Marco Doria – e garantendo l’assoluta trasparenza nell’assegnazione dei lavori». Durante il primo incontro del 31 marzo scorso, in cui sono stati presi in esame i diversi aspetti tecnici delle procedure per lo svolgimento delle gare, i rappresentanti delle imprese hanno sottolineato l’esigenza di misure per valorizzare la partecipazione delle aziende del territorio, sempre nel rispetto della legge.
    «La situazione a Genova è tal quale a quella di alcuni mesi fa – spiega Garaventa – L’attuale normativa incentiva le aziende provenienti da fuori città. Il Comune, nella persona del primo cittadino, ha preso degli impegni in questo senso, ma credo dovremo faticare per ottenere dei risultati».

    via-ortigara-edilizia-begato-d8In merito agli annunci del Governo Renzi – in particolare su scuole e dissesto idrogeologico – il presidente di Ance-Assedil vede delle prospettive positive? «Direi proprio di no – risponde secco Garaventa – Gli appalti si possono assegnare oppure non assegnare. Sinceramente non so di che cosa stiamo parlando. Queste sono solo chiacchiere. Il contrasto al dissesto idrogeologico è diventato un mantra. Mentre il piano scuola sembra un annuncio da campagna elettorale. In Italia abbiamo bisogno di far ripartire gli appalti e, invece, finora ciò non è avvenuto. Nel frattempo, le imprese continuano a chiudere, lasciando a casa i lavoratori. Ma io sono stufo di una classe politica che si riunisce per fare il Ddl Lavoro senza neppure chiamare le imprese e le realtà produttive. Ormai siamo arrivati al paradosso. Così è difficile far ripartire un Paese che ha necessità di essere completamente riformato». Ma Garaventa non fa sconti neppure alla Regione Liguria «Anche l’abusato discorso di riqualificare l’esistente, è appunto soltanto un bello slogan. La revisione della Legge urbanistica regionale, attualmente in fase di studio (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), non parla di riqualificazione e non fornisce nessuno strumento concreto in tal senso. Novità concrete all’orizzonte, insomma, non se ne vedono, al di là delle tante parole».

    Anche il sindacato di categoria della Cgil sembra piuttosto freddo rispetto alle presunte novità proclamate dall’attuale Esecutivo «Da tempo Fillea sostiene che per far ripartire il settore delle costruzioni è necessario puntare sul recupero edilizio, riducendo drasticamente il consumo di suolo – spiega Fabio Marante, segretario generale Fillea Cgil Genova e Liguria – Quindi, se davvero il Governo Renzi deciderà di andare in questa direzione, al di là dei proclami, ben venga. Ma finora non c’è nulla di concreto. Il messaggio è ovviamente condivisibile. Tuttavia, vogliamo valutare soltanto i fatti».

    Prendendo ad esempio la situazione di Genova e del suo patrimonio immobiliare pubblico, il segretario genovese della Fillea Cgil ricorda «Un buon 65% degi edifici non residenziali pubblici è stato costruito tra anni ’60 e ’70, dunque risponde a logiche costruttive obsolete con l’utilizzo di materiali poco compatibili ambientalmente che causano una gran dispersione energetica. Oggi esiste l’opportunità, che secondo noi deve essere adeguatamente incentivata, di ricostruire tale patrimonio con nuove tecniche, consentendo un notevole risparmio di energia. Rimodernizzare scuole ed ospedali quindi avrebbe un impatto positivo sul costo energetico pagato da tutti i cittadini».

    via-ortigara-edilizia-begato-d6A livello normativo, invece, la Fillea è d’accordo sul semplificare le norme «Ci stiamo confrontando con la Regione Liguria all’interno della discussione sulla riforma della Legge urbanistica – continua Marante – Pensiamo sia utile fare sinergia per alleggerire gli odierni lacci e lacciuoli. E poi bisogna allentare il Patto di stabilità, superando i vincoli, almeno per i Comuni virtuosi».
    Tuttavia, serve il massimo impegno anche da parte delle piccole medie imprese territoriali. «Siamo convinti che la ripresa dell’occupazione possa avvenire solo obbligando le aziende a riqualificarsi, soprattutto per innalzare la qualità – continua il segretario Fillea – Noi parliamo di qualificazione delle imprese. Che potrebbero cogliere i nuovi sbocchi formativi anticipando i processi edilizi più innovativi. In Italia siamo ancora molto indietro. O le pmi capiscono che devono cambiare pelle, oppure saranno spazzate via dalla concorrenza estera».

    Resta da affrontare il nodo degli appalti pubblici, un sistema da ripensare sia a livello centrale che a livello locale. «Dopo tante gare d’appalto al massimo ribasso, siamo riusciti ad ottenere un bando per offerta economicamente più vantaggiosa con l’appalto di Genova Reti Gas – racconta Marante – Questa modalità per circa il 60% tiene in considerazione gli aspetti qualitativi (utilizzo di materiali locali, parco mezzi, ecc.). Un bando del genere comporta maggior lavoro per la committenza e tempi più lunghi, però, consente di premiare davvero le aziende virtuose. Con la logica del massimo ribasso spesso i lavori non vengono eseguiti a regola d’arte e quindi devono essere aggiustati in corso d’opera o addirittura rifatti nuovamente, con il conseguente aggravio dei costi. In altri casi le opere sono realizzate con materiali scadenti che si deteriorano più facilmente, rendendo inevitabile un nuovo intervento. Oggi la concorrenza si fa sul costo del lavoro (a scapito dei lavoratori con contestuale aumento del lavoro nero, utilizzo di finte partite Iva e contratti non del comparto) e su quello dei materiali. L’attuale sistema, in assenza dei necessari controlli, in qualche modo invita le imprese a ragionare in questo modo – conclude il segretario genovese Fillea Cigl – Un circuito perverso che non porterà ad alcuna crescita. Un modello che va assolutamente cambiato, puntando sulla legalità e premiando le imprese sane».

     

    Matteo Quadrone

  • La Clematis: un rampicante filiforme, scomposto ed “aristocratico”

    La Clematis: un rampicante filiforme, scomposto ed “aristocratico”

    1Questa settimana ci occuperemo di una pianta, appartenente alla famiglia delle Ranuncolaceae, dalla fioritura spettacolare, la Clematis. Essa cresce, allo stato spontaneo, in molti paesi del mondo, soprattutto in quelli a clima temperato. In natura ha talvolta portamento di arbusto ma, nella maggior parte dei casi, si sviluppa come rampicante, avviluppandosi ad alberi, steccati ed altre piante. Il portamento è elegantissimo, sebbene spesso alquanto disordinato: la Clematis produce rami sottili, filamentosi, verdi brunastri. Le foglie non sono

    2numerosissime e spuntano soprattutto nella parte alta del rampicante, i fiori sono spettacolari. Di grandi dimensioni, con sei o sette petali, hanno una forma esotica e sembrano veramente sproporzionati, per dimensioni e fattezze, rispetto alla complessiva, aristocratica leggerezza della Clematis. In generale, all’atto dell’acquisto si consiglia di scegliere piante che siano vigorose e ben strutturate, prima di fiorire saranno comunque necessari almeno due anni. Per fioriture

    3copiose dovranno però trascorrere varie stagioni e la Clematis si dovrà acclimatare al suo nuovo ambiente ed alle diverse condizioni. Questa pianta preferisce, di massima, suoli ricchi, ben drenati che abbiano un PH neutro o leggermente alcalino. La peculiarità però che la caratterizza è che deve essere piantata con le radici in un terreno posto all’ombra mentre la chioma crescerà e si svilupperà meglio al sole (in zona preferibilmente esposta alla luce diretta per almeno sei ore al giorno). Per ottenere questo risultato, la Clematis viene generalmente collocata tra arbusti ed

    4erbacee perenni nei bordi misti. Nei vasi (meglio se di grandi dimensioni), si posizioneranno alla base del rampicante piante annuali o verdi per rendere le condizioni migliori per il suo sviluppo. Nella fase di posizionamento nelle aiuole o nei vasi, si consiglia di trattare la Clematis con estrema attenzione: le radici sono infatti estremamente fragili e mal sopportano i trasferimenti da un luogo ad un altro.
    Infine, siccome vi sono varietà che fioriscono sulle

    5ramificazioni dell’anno precedente ed altre su quella che si sviluppa nella stagione primaverile, si consiglia (per evitare di apprendere tecnicismi eccessivi e per non sbagliare) di potare la pianta solo a fioritura avvenuta.
    Poco utilizzata in Italia, dove fino a qualche anno fa, era persino semi sconosciuta, la Clematis merita davvero maggiore attenzione. Non è una pianta facile, non si

    6adatta a tutti i luoghi e neppure a tutti i proprietari: sente ed apprezza il polso del giardiniere “esperto”. Come tutte le cose complicate, il risultato finale è però davvero appagante. Se la pianta si adatta e cresce spontanea, le fioriture saranno abbondantissime, coloratissime (i toni variano da bianco puro, al rosa, al viola, al verdastro e persino al giallo) ed estremamente particolari. Una pianta questa un po’ da intenditori e soprattutto da veri appassionati, che va, al tempo stesso, curata caparbiamente, con costanza, ma anche lasciata sapientemente “indisturbata”.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

                                                           Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    joseph-stiglitzIn questi giorni circola la notizia che i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, tradizionalmente critici verso il progetto di unificazione monetaria, si sono espressi a favore di quella che per comodità chiamiamo la posizione del «più Europa»: ossia maggiore integrazione fiscale, bancaria e legislativa in risposta ai difetti dell’attuale assetto. La notizia è vera. In particolare ci sono pochi dubbi che i due, quando parlano di «manipolazione che sta avvenendo in alcuni discorsi in Francia e in altri paesi europei», stiano pensando proprio a Marine Le Pen e Beppe Grillo.

    Naturalmente la citazione è stata subito ripresa sul web da chi aveva bisogno di un modo per zittire gli euro-scettici e le loro velleità. Ma forse prima di dare pareri affrettati occorre attendere. Per esempio potremmo lasciare parlare lo stesso Joseph Stiglitz, al quale, qualche mese fa, durante un incontro organizzato da UBS a Basilea, è stata rivolta questa esplicita domanda:

    «Lei sembra suggerire che non c’è nulla che non possa essere risolto con più solidarietà europea: e a livello speculativo sono d’accordo con lei. Tuttavia, a voler essere politicamente realisti, non penso che questa soluzione sia imminente. Non vedo grandi assegni firmati da politici tedeschi per finanziare, ad esempio, i disoccupati spagnoli o greci. Per cui, se pensiamo in questa prospettiva e ci caliamo nei panni di un capofamiglia trentenne spagnolo o greco senza prospettive di occupazione, non sarebbe meglio se tutti i paesi insieme lasciassero l’eurozona?».

    Ecco la risposta di Stiglitz:

    «Come ho detto nel corso del mio discorso, la realtà è che, se le riforme che ho descritto fossero realizzate, la Germania non avrebbe bisogno di firmare grossi assegni. È più probabile, anzi, che debba pagare un costo maggiore non facendole, queste riforme. Tuttavia penso che la descrizione della realtà che lei ha fatto, a proposito del modo in cui il dialogo è portato avanti in Germania, sia assolutamente corretta: ed è una delle ragioni per cui sono un po’ pessimista, se penso al futuro dell’Europa. Sarà una faticaccia persuadere la Germania a fare queste riforme, anche se le costerebbero di meno. E questo conduce la Spagna e la Grecia ad affrontare un dibattito cruciale, una questione politica: cosa fare se la realtà è che queste riforme non ci saranno mai?

    L’Europa rimarrà appesa alla speranza che Spagna, Grecia e gli altri paesi periferici continuino a pensare: “Stanno per arrivare ad aiutarci!”. Rimarrà appesa alla speranza che la gente non voglia lasciare l’euro; ma in pratica ci saranno così poche riforme che non accadrà mai nel breve periodo che i paesi emergano dalla depressione. Dunque il mio consiglio si dovrebbe muovere lungo le linee cui lei accennava. Probabilmente dovrebbero affrontare la realtà: non ci saranno riforme politiche che rendano l’euro percorribile per la periferia; la svalutazione interna non funzionerà; lasciare l’euro sarà doloroso, ma restarci sarebbe ancora più doloroso. Tra gli economisti circola una soluzione più facile, ipotizzata da molte persone: è la Germania che dovrebbe uscire. Se la Germania uscisse, il valore dell’euro andrebbe giù e la competitività dei paesi del sud sarebbe salirebbe sostanzialmente». [Il video e la trascrizione inglese li trovate qui].

    Il pensiero di Stiglitz non è equivocabile: la crisi è colpa dell’euro, perché crea squilibri di competitività dai quali si può uscire solo o con riforme che portino a trasferimenti di finanziamenti dai paesi più competitivi (soluzione preferibile, ma non probabile) o con una uscita dall’unione (soluzione non preferibile, ma probabile), meglio se attuata attraverso l’adozione di un nuovo marco da parte della Germania (un’ipotesi, questa, di cui si è discusso giorni fa anche al convegno dell’associazione «Asimmetrie» e in cui per ora non occorre addentrarci).

    L’analisi è assolutamente condivisibile. C’è solo un punto da chiarire: per quale motivo sarebbe preferibile un’unione di trasferimento, rispetto alla dissoluzione dell’eurozona? A questo riguardo bisogna notare che è evidente lo scetticismo dello stesso Stiglitz circa le reali possibilità di una maggiore integrazione, visti i pochissimi progressi che si sono registrati: e già questo basterebbe per concludere che la questione è puramente accademica o d’immagine. Tuttavia per amore di discussione chiediamoci pure: perché dovremmo desiderare «più Europa»?

    Un primo motivo è che certamente, in astratto, sarebbe la soluzione più semplice. In fin dei conti l’eurozona potrebbe funzionare già così com’è, senza nemmeno bisogno di modificare i trattati, se solo esistesse un po’ di solidarietà reciproca: e questa sarebbe indubbiamente una via molto più agevole che mettersi a studiare soluzioni per reintrodurre monete nazionali. Ciò non implica, tuttavia, che una dissoluzione ordinata sia impraticabile. Al contrario, secondo Stiglitz dividersi potrà anche essere doloroso; ma non più doloroso di quello che stiamo patendo ora, restando dentro l’euro a queste condizioni. Pertanto, anche se è comprensibile il fastidio di un mite economista per il fatto di essere sempre tirato in ballo dal leader della destra francese, dall’altra parte non si può nemmeno criticare Marine Le Pen perché non cita Checco Zelone quando risponde a quei giornalisti convinti che uscire sia “impossibile”.

    Altre motivazioni per auspicare «più Europa» se ne possono trovare: ma non potranno che essere motivazioni politiche. Il buon senso economico, infatti, ha già indicato chiaramente quale è la strada che oggi dobbiamo seguire: unirsi, altrimenti uscire. Da questo punto in poi, però, ogni decisione per stabilire se vogliamo davvero stare insieme o meno, se e quanto credito concedere ancora al progetto di unificazione, se dobbiamo desiderare una grande realtà federale europea; ebbene questa decisione dipenderà esclusivamente da ragionamenti politici: e questo Stiglitz lo riconosce molto onestamente. Dunque, in definitiva, il processo di integrazione non è una strada imposta dalle inoppugnabili ragioni della scienza economica: è un cammino che ha senso percorrere solo se si condivide una visione e una precisa volontà politica.

    Ora, quanto alla visione politica, non c’è dubbio che Stiglitz, come tanti altri, sia favorevole a una maggiore integrazione. Tuttavia il suo parere in questo senso è molto meno rilevante, perché è evidente che un conto sono le convinzioni scientifiche degli economisti, un altro conto i loro giudizi politici. Oltretutto a un’analisi più approfondita rischiano di venire a galla condizionamenti e pregiudizi radicati. In particolare è difficile sfuggire all’impressione che da quella sponda dell’Atlantico guardino ai nascenti Stati Uniti d’Europa come se fossero gli Stati Uniti d’America con 200 anni di ritardo: e dunque, per definizione, un progetto intrinsecamente buono. Se così fosse, però, sarebbe una visione politica a dir poco naif. Per quel che mi riguarda la realtà è un’altra, ben più complessa e con pesanti ombre sulla presunta “bontà” complessiva del progetto e sulla sua sostenibilità. Non nego a priori che possano esistere alti ragionamenti geopolitici in merito all’idea di fare un’Europa federale: ma registro il fatto che fino ad oggi non se sono sentiti molti. Quanto invece alla volontà politica, parlando con il dovuto il rispetto, non è una questione che possa essere appaltata a Stiglitz o altri: quando bisogna stabilire cosa fare, infatti, è ancora e sempre una questione di democrazia.

    L’Europa unita si può fare: il problema è che bisogna volerlo. E per sapere se lo vogliamo davvero non c’è bisogno di un referendum. Basta porsi una banale domanda: perché non si dice che è solo una scelta politica e non si chiamano i popoli a esprimersi? Perché nei giornali o in televisione non si ammette che fuori dall’euro non ci sono le sette piaghe d’Egitto e che possiamo tranquillamente commerciare con la Cina anche rimanendo nei vecchi confini nazionali? Perché non si dice ai popoli che sono liberi di scegliere quello che vogliono? La risposta è facile: e la conoscete già. È lo stesso motivo per il quale grandi economisti come Alesina e Giavazzi fanno terrorismo sulle pagine del Corriere delle Sera. È lo stesso motivo per cui Stiglitz può piccarsi per essere stato tirato in ballo a sproposito da Marine Le Pen; ma non può vantarsi – guarda un po’ – di essere stato chiamato a testimone dai sostenitori dell’euro. Perché questa unificazione europea è un progetto elitario che sopravvive grazie alla menzogna.

    Solo raccontando ai popoli che non hanno altra scelta, solo minacciando il terzo conflitto mondiale, solo spacciando liberi pareri personali per verità inoppugnabili, solo sopprimendo le più banali conquiste scientifiche, solo confondendo e spaventando questo progetto può restare in piedi. Ma in un contesto realmente democratico, dove alla gente non venisse nascosto sistematicamente quello che Stiglitz tranquillamente ammette, ossia che l’attuale disastro economico è colpa è dell’euro e che è possibile tornare indietro, questo sistema non sarebbe mai esistito.

     

    Andrea Giannini

  • AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    GiovaniBen 124 Paesi in tutto il mondo, oltre 86 mila iscritti, 8 mila partner, 500 conferenze nel mondo, 2.400 università, 65 anni di attività: questi sono i numeri di AIESEC. Vi sarà capitato – soprattutto ai più giovani – di leggere questa sigla su cartelloni e poster che tappezzano la città, ma soprattutto le aule universitarie. Per chi ancora non sapesse cos’è e cosa fa, si tratta di un network internazionale gestito da studenti universitari per “creare un impatto positivo attraverso esperienze di sviluppo della leadership” (www.aiesec.it), favorire attraverso scambi internazionali lo sviluppo di competenze pratiche ai fini di un inserimento nel mondo del lavoro, proprio all’interno del mondo accademico, spesso tacciato di astrattezza.

    L’associazione esiste in varie città italiane, tra cui Genova: qui il comitato direttivo organizza attività che interessano tutti gli studenti della regione, senza vincoli di background accademici: chiunque può partecipare. In particolare, dallo scorso anno AIESEC Italia ha dato vita al programma Make in Italy, per valorizzare il potenziale del nostro Paese e insegnare ai giovani a far fruttare le materie prime di cui disponiamo.

    «Abbiamo iniziato a interrogarci sul perché della fuga dei cervelli in un Paese ricco di eccellenze che lo rendono famoso in tutto il mondo – racconta Michele Bassetto della Facoltà di Economia di Genova, vice presidente di AISEC Italia Local Committee of Genoa – perché il potenziale che abbiamo non è sfruttato? Perciò abbiamo pensato a questo nome legato a un punto di snodo così importante per l’Italia come il “made in Italy”: vogliamo dire ai ragazzi di “svegliarsi”, di aver voglia di fare, di essere curiosi, agire per cambiare ora. Era una contraddizione che l’associazione si occupasse prevalentemente di scambi all’estero e non facesse nulla per valorizzare le risorse di cui disponiamo» 

     Cos’è AIESEC

    Si tratta di un’organizzazione globale, apolitica, indipendente, no-profit gestita interamente da studenti universitari e neolaureati di età media 23 anni. I soci sono studenti di norma interessati alle grandi questioni globali, alla leadership e al management. “Pace e sviluppo del potenziale umano” è la loro mission, come si può leggere sul loro sito. Attualmente AIESEC Italia è presente in 16 città, ha 18 sedi locali e coinvolge 30 tra le migliori università della penisola: oggi l’associazione conta un totale di 1000-1500 membri solo nel nostro Paese.

    Tra le principali finalità che si propone, quella di fare in modo che che i membri acquisiscano “skills” come leadership, efficienza, responsabilità sociale, internazionalismo, autocoscienza. Ad esempio, gli iscritti all’associazione hanno l’opportunità di guidare team in diverse aree tematiche e realizzare progetti. Inoltre, attraverso i programmi di scambio e l’interazione online, gli studenti lavorano a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, imparano a lavorare in ambienti diversi e ad acquisire una prospettiva globale: un percorso che di solito li aiuta a fare chiarezza sulla strada da intraprendere in futuro.

    AIESEC a Genova è presente da oltre 60 anni: nata intorno alla fine degli anni ’50 è una delle prime sedi in Italia. Anche qui, nel comitato locale, l’attenzione è rivolta all’etica, al team work, alla sostenibilità, all’innovazione. Si legge proprio sul sito di AIESEC: “Siamo un’associazione globale con una vasta gamma di programmi e progetti gestiti interamente dai nostri membri. Questi investono tra le 10 e 20 ore settimanali in AIESEC, parallelamente alla vita universitaria, alla famiglia, agli amici e alle loro altre attività. Imparano quindi a gestire il tempo e le priorità simultaneamente”.

    I programmi di AIESEC: Move, Play, Make in Italy

    Due i programmi principali dell’associazione, Move e Play. Il primo permette ai giovani studenti italiani di svolgere dalle 6 alle 8 settimane di lavoro in progetti all’estero. I ragazzi vengono supportati nella ricerca dello stage e seguiti passo passo nell’acquisizione di “soft skills” che favoriscano il posizionamento sul mercato del lavoro. 

    Play, invece, permette di entrare a far parte dell’organizzazione e lavorare all’interno di un comitato locale, “per mettere in pratica quello che si studia sui libri attraverso un’esperienza concreta fatta di impegno e crescita professionale”. Mentre Move è un programma internazionale, questo ha carattere spiccatamente più nazionale: chi aderisce, diventa parte attiva nell’aiutare altri giovani a partire per un’esperienza all’estero.

    All’interno di Play, da qualche tempo AIESEC ha lanciato il progetto Make in Italy. L’iniziativa è nata nel 2013 da un’idea di AIESEC Italia e offre ai giovani l’opportunità di imparare, fare esperienza di ciò che studiano solo in teoria, allargare i propri orizzonti a contatto con culture e prospettive diverse. Il nome del programma è una storpiatura del più noto “made in Italy” e non a caso l’iniziativa è fortemente collocata a livello nazionale: il suo scopo è valorizzare le potenzialità di cui dispone l’Italia (moda, manifattura, industria, artigianato, insomma il “made in Italy”) e aiutare i giovani a sfruttare queste eccellenze, invogliandoli a restare in Italia piuttosto che fargli sognare di emigrare già a 18 anni, in cerca di un Eldorado chissà dove.

    Make in Italy si rivolge ai ragazzi di quella che è stata definita la “generazione Erasmus” – persone in movimento, che si spostano, si impegnano in attività di volontariato e professionali, vivono esperienze multiculturali in vari ambiti -, e proprio a loro dice che andarsene via può essere un momento di formazione costruttiva, ma non deve essere una decisione inderogabile: Make in Italy è un imperativo concreto e immediato, un invito a fare, ad attivarsi per la costruzione del futuro dei giovani ventenni e trentenni di oggi, che sappiamo affrontano grosse difficoltà. Il programma cerca di coinvolgere ogni anno sempre più giovani per mettere da parte lo slogan dei “cervelli in fuga” e tornare a credere che i giovani possono ancora portare uno stravolgimento in positivo.

    “Perché con le nostre azioni e attività vogliamo dimostrare che tutto è possibile, anche in Italia. Perché i giovani che entrano in AIESEC sono stanchi degli stereotipi e vogliono dimostrare al mondo che gli italiani non sono solamente pizza, spaghetti e mafia. Perché AIESEC è fatta da una generazione di giovani che vuole sentirsi fiera di essere italiana”, tratto da  http://aiesec.it/lc/trento/.

     

    Elettra Antognetti

  • Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    bassa-valbisagno-marassi-stadio-ferrarisOltre 540 mila euro di perdita, ogni anno. A tanto ammonta il fardello degli impianti sportivi comunali sulle tasche dei cittadini genovesi secondo i dati illustrati un paio di settimane fa dall’assessore Boero in una seduta di commissione che aveva l’obiettivo di fare luce sulla situazione delle strutture rientrate nella gestione di Tursi a seguito della liquidazione di Sportingenova. Ma, naturalmente, l’occasione è stata ghiotta per fare il quadro su tutto il panorama cittadino: salvo alcune rarissime eccezioni, dal 2008 il Comune ha deciso di non dare più contributi diretti ai suoi 96 impianti, secondo quanto previsto anche dal Regolamento dello sport licenziato nel 2010 dal Consiglio comunale. Tra queste rarissime eccezioni, però, vi sono i 5 cinque grandi impianti che fino a pochi mesi fa erano gestiti dalla partecipata creata ad hoc e miseramente fallita per bilanci costantemente in rosso. Villa Gentile, Lago Figoi, Luigi Ferraris, Sciorba e Carlini.

    Per queste strutture, ereditando concessioni stipulate nel passato e difficilmente rivedibili fino a naturale scadenza, Palazzo Tursi versa ogni anno 1,33 milioni di euro e incassa 790 mila euro di canone. La differenza tra le due cifre rappresenta, appunto, la perdita strutturale per le casse pubbliche. «Ma si tratta anche sostanzialmente dell’unico “investimento” che il Comune sostiene nel settore dello Sport – ha spiegato in Sala Rossa l’assessore Boero – visto che dal bilancio dell’anno scorso ho ottenuto solo 86 mila euro per i disabili e 100 mila euro a dicembre come manovra di assestamento». Una situazione che, se si dovesse riverificare nelle prossime settimane per quanto riguarda le previsioni di spesa per il 2014, potrebbe mettere a serio rischio la possibilità di partecipazione a diversi bandi regionali dedicati alla manutenzione degli impianti sportivi per cui è richiesta una compartecipazione economica del Comune per il 30% del totale delle somme erogate.

    Tra questi finanziamenti rientrerebbero anche quelli per l’efficientamento energetico, quantomai indispensabili dato che buona parte del debito degli impianti è causato da utenze non pagate. «Una previsione disastrosa – sostiene Boero – perché non possiamo ricaricare ai gestori anche le manutenzioni straordinarie per cui sarebbero necessari mutui pluridecennali. Ma nel bilancio triennale 2014-2017 il Comune di Genova ha previsto di investire per lo sport solo 150 mila euro». Un quadro ancora più nefasto se si considera che il personale della direzione sport che dovrebbe controllare il rispetto di tutte le concessioni in essere può contare su un organico ridotto all’osso: «L’ufficio – ha detto ancora Boero – ha solo tre impiegati e un tecnico semi esterno a fronte di un lavoro che non riguarda direttamente solo le funzioni sportive ma anche quelle patrimoniali perché si tratta di salvaguardare beni pubblici per diverse centinaia di milioni di euro».

    A queste cifre piuttosto critiche se ne deve aggiungere ancora una. Non va dimenticato, infatti, che i cinque impianti rientrati dalla liquidazione di Sportingenova, fissata definitivamente il 31 marzo scorso, si portano in dote un debito di 8,3 milioni di euro che sarà ammortizzato entro il 2017 con un ripianamento di circa 2 milioni di euro all’anno. La cifra deriva principalmente da utenze non pagate relative agli impianti di Lago Figoi, Sciorba e Ferraris dato che i debiti di Villa Gentile e Carlini erano già stati estinti attraverso la permuta dell’ex palazzo delle poste a Borgo Incrociati.

    Ma vediamo, nel dettaglio, come sono gestite le cinque “grandi” strutture e che rapporto economico hanno con Palazzo Tursi.

    Villa Gentile

    Partiamo dalla situazione più critica ovvero Villa Gentile, in concessione fino a metà 2029 alla società “Quadrifoglio” che dovrebbe realizzare una serie di investimenti per migliorare gli impianti. Il canone di concessione è di 2240 euro all’anno: una cifra assolutamente irrisoria se si considera che per la pista di atletica e le strutture annesse, compreso il giardino pubblico presente tra via dei Mille e via Era, il Comune versa ogni anno fino a 40 mila euro, ad eccezione del primo per cui sono stati impegnati 27 mila e 500 euro. Ma riguardo al giardino pubblico sono sorte alcune problematiche che potrebbero addirittura portare a una revoca della concessione. Trattandosi di uno spazio libero per i cittadini, infatti, l’accesso dovrebbe essere privo di ostacoli ma non è stato agevolato dalla società concessionaria secondo quanto previsto dal contratto stipulato con Sportingenova. «La società concessionaria – spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella – ha abbattuto una barriera che separava il campo dal giardino pubblico e ne ha sostanzialmente interdetto l’accessibilità ai cittadini per questioni di sicurezza a causa dell’adiacenza all’impianto sportivo. Ma nel nostro piano urbanistico la superficie degli impianti sportivi viene calcolata nel novero delle aree verdi attrezzate per cui il libero ingresso a tutti cittadini deve assolutamente essere garantito».

     «Abbiamo fatto partire una lettera che intima la pacificazione della situazione secondo quanto richiesto giustamente anche da un comitato di cittadini» ha replicato l’assessore Boero, che ha anche aggiunto: «Nella stessa lettera chiederemo alla società una verifica degli impegni presi per l’ammodernamento della struttura: io ho l’impressione che sia stato fatto pochino e a quel punto potremmo capire se ci sarà la possibilità di intervenire revocando la concessione, come già successo per la piscina Sapio di Multedo».

    Stadio Carlini

    Radicalmente diversa la situazione dello stadio Carlini, affidato direttamente al Cus anche grazie all’intercessione del rettore dell’Università di Genova che si è fatto garante degli impegni di socialità e tariffazione previsti dalla concessione. Inoltre, la società si è impegnata a non sfrattare le polisportive che gestivano i diversi impianti ai tempi dei precedenti accordi siglati con Sportingenova e a non aumentarne i subcanoni. Lo stadio con velodromo, la palestra di scherma, il poligono di tiro, il campo sintetico di calcio a 5 e quello per il baseball resteranno al ramo sportivo dell’Ateneo fino a metà 2029, previo canone annuale di 10 mila euro e contributo comunale complessivo di 300 mila euro da erogare lungo i primi 5 anni. L’Università per ora ci mette nulla di tasca propria: solo circa 1 euro a studente, derivante però dalle tasse pagate dagli stessi iscritti.

    Lago Figoi

    Il Lago Figoi, invece, è stato affidato a “My Sport 2” attraverso una gara europea con una concessione decennale che scadrà a metà 2022: 5 mila euro di canone per una piscina da 33 metri, un palazzetto dello sport, una palestra di arrampicata su corda e il parco circostante. Esorbitante il contributo della Civica Amministrazione anche se i lavori di manutenzione straordinaria erano particolarmente ingenti: quasi 229 mila euro per il primo anno e 248 mila a partire dal secondo.

    Luigi Ferraris

    Ben nota la situazione del Luigi Ferraris: lo stadio di Marassi a fine 2012 è stato affidato per dieci anni al consorzio Stadium che versa un canone di 310 mila euro. Gli introiti dovrebbero essere assicurati principalmente dagli affitti di Genoa e Sampdoria, anche se non sempre i pagamenti sembrano essere puntuali, in particolare per quanto riguarda il club di Villa Rostan.

    La Sciorba

    Infine, la struttura più variegata, l’impianto polisportivo della Sciorba, composto da diverse strutture e oggetto di quattro differenti affidi. Le piscine per nuoto e pallanuoto con due vasche olimpioniche e una terza da 25 metri, una per attività neonatali e un’ultima più ludica sono state affidate con gara europea al consorzio “My Sport” con concessione decennale a partire da febbraio 2013. 10 mila euro il microscopico canone annuo, controbilanciato da un sostanzioso contributo pubblico: 463 mila euro per il primo anno, 522 mila a partire dal secondo.

    L’attiguo stadio, che comprende anche un campo sintetico di calcio a 5 e una pista di atletica, è stato affidato in trattativa privata a seguito del fallimento di due bandi: 30 mila euro il canone richiesto per la concessione che scadrà a fine aprile 2023 e che si scontra con la cifra decisamente più modesta delle piscine anche in virtù delle strutture a disposizione.

    Scadrà, invece, a fine agosto 2021 la concessione per la palestra di arrampicata per cui l’associazione sportiva dilettantistica Kadoinkatena versa al Comune poco più di 2 mila euro all’anno. Stesso canone ma scadenza a fine del 2015 per la meno conosciuta palestra indoor dedicata al salto con l’asta, affidata all’ASD “The Tube”.

    football«Il nostro obiettivo – commenta l’assessore Boero – è quello di intensificare i controlli per verificare il rispetto di tutti i punti delle concessioni: dalle clausole sociali a quelle che prevedono sostanziosi impegni manutentivi. Non bisogna dimenticare poi gli aspetti economici perché si devono salvaguardare i beni e il patrimonio del Comune, garantendo le funzioni pubbliche previste dai contratti».

    Ma questi non sono gli unici contratti con cui il Comune deve avere a che fare.

    Come molti consiglieri di tutti i colori politici hanno avuto gioco facile a sottolineare, c’è un’estrema necessità di chiarezza ed equità. «Nel momento in cui l’amministrazione civica ha strutture sportive e deve darle in gestione esterna perché non è più in grado di farsene carico – ha tuonato il consigliere Salvatore Caratozzolo, PD – deve farlo con un criterio uguale per tutti. Non ci possono essere trattamenti difformi che vedono, da un lato, concessioni per 16, 20 anni accompagnate da contribuzioni economiche a diversi zeri a fronte di canoni di poche migliaia di euro e, dall’altro, impianti molto più piccoli assegnati senza nessun sostegno economico, con necessità di importanti opere di manutenzione e previo pagamento di canoni molto più onerosi». Per il consigliere democratico bisogna, inoltre, evitare che poche holding si accaparrino diversi impianti in città senza mantenere gli impegni economici e sociali pattuiti con il Comune: «Ci sono società – ha proseguito Caratozzolo – che non hanno speso un centesimo mentre altre si indebitano in proprio per valorizzare il patrimonio comune, magari tenendosi in piedi solo grazie al volontariato. Ora basta, bisogna intervenire».

    «Il sistema – rincara la dose Enrico Musso – di per sé sarebbe anche sano nel principio ma non può tenere se una società che prende denari dal mercato restituisce di norma al Comune in termini di concessione meno di quanto riceve come contributo soprattutto perché, oltre allo sbilancio, spesso il cittadino si trova di fronte a servizi e pagamenti non molto dissimili dall’offerta di impianti interamente privati».

    «Le società sportive non dovrebbero arricchirsi in maniera spropositata – prosegue il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino – ma ciò succede perché esistono veri e propri rapporti clientelari consolidati nel tempo tra alcune di queste società e la civica amministrazione».

    Ma è lo stesso assessore Boero che, per primo, vorrebbe fare ordine in questa giungla: «Al di là dei cinque grossi impianti, la situazione è molto complessa perché il regolamento del 2010 non consente grandi manovre in fase di rinegoziazione delle concessioni. Per questo ho chiesto che nella Consulta dello sport fossero inseriti anche 3 rappresentanti dei consiglieri comunali e altrettanti dei consiglieri municipali affinché si possa capire come rimettere mano al regolamento stesso. Non si tratta di andare verso una liberalizzazione assoluta ma non si possono neppure avere vincoli eccessivi che blocchino ogni trattativa. L’obiettivo è, infatti, quello di giungere a pochi format di contratti precisi e uguali per tutti, cercando anche di andare incontro alle società virtuose perché se e vero che dal 2008 abbiamo tolto buona parte dei contributi diretti e anche vero che a carico dei gestori restano gli obblighi di manutenzione».

    Un esempio? Lo storico campo da calcio del Branega che sta lentamente tornando alla luce: come previsto dal regolamento non riceverà alcun contributo ma la società che si è aggiudicata la concessione decennale, oltre a 5 mila euro di canone annuo, dovrà farsi carico di circa 300 mila euro di lavori di manutenzione per disseppellire il terreno da anni di incuria. Non basta? Diamo uno sguardo allora alla piscina Massa di Nervi: per riaprire i battenti nella prossima stagione estiva il Comune ha messo a disposizione 36 mila euro per la copertura delle utenze a fronte di un canone complessivo di 400 euro. Ma di questo tema e delle piscine più in generale parleremo in maniera approfondita prossimamente.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mercato Corso Sardegna: procedono i lavori di bonifica, nel 2015 l’apertura dei cancelli. Il nostro sopralluogo

    Mercato Corso Sardegna: procedono i lavori di bonifica, nel 2015 l’apertura dei cancelli. Il nostro sopralluogo

    Mercato Corso SardegnaEx mercato di Corso Sardegna: a che punto eravamo rimasti? Nel corso del tempo vi abbiamo raccontato gli sviluppi della situazione e da ultimo, in un nostro articolo di qualche mese fa, avevamo descritto nel dettaglio le ultime vicende legate alla storica struttura in abbandono, ovvero  il via libera alla demolizione del tetto e alla realizzazione di una piazza multifunzionale. Coadiuvati dal presidente del CIV Umberto Solferino, dal presidente del Municipio III Massimo Ferrante e da alcuni tecnici, siamo tornati sul posto durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad per verificare di persona lo stato delle cose.

    Il progetto della Rizzani-De Eccher, ormai si sa, è definitivamente accantonato: è stato bloccato da Comune e Regione, dopo anni di attesa del via libera per iniziare i lavori. Prima esecutivo, il progetto è stato poi stoppato nel 2011 quando, dopo l’alluvione del 4 novembre, Comune di Genova e Regione Liguria sono stati chiamati a rivedere i parametri di esondabilità nel territorio della Val Bisagno: l’area di Corso Sardegna è stata classificata come “zona rossa”, a forte rischio idrogeologico, e l’’intervento per la costruzione dell’autosilo interrato (previsto dalla Rizzani) non è stato giudicato a norma con il piano di bacino del Bisagno. Il Piano impedisce anche il cambio di destinazione d’uso dell’area, che deve restare commerciale almeno fino alla messa in sicurezza del Bisagno.

    La demolizione del tetto in amianto

    mercato-corso-sardegna-tettoIl Comune, come vi avevamo già anticipato, si è attivato per realizzare in questi mesi alcuni piccoli interventi di messa in sicurezza e conseguente riapertura dell’area alla cittadinanza, in attesa degli eventi che nei prossimi anni potrebbero sbloccare in via definitiva il futuro dell’ex mercato: ovvero, mini-scolmatore del Fereggiano (che sbloccherebbe i veti attualmente imposti dal Piano di Bacino) e definitiva chiusura delle vicende giudiziarie fra Comune e De Eccher con in ballo i famosi 11 milioni di risarcimento richiesti dalla ditta.

    Innanzitutto, procedono i lavori per la demolizione del tetto in amianto (9 mila mq), realizzata da Amiu Bonifiche, ditta partecipata del Comune di Genova. Un impegno che Tursi ha preso assieme al Municipio III per conformarsi alla legge ed evitare danni alla salute dei cittadini, e per cui ha stanziato 200 mila euro. I lavori, conferma Massimo Ferrante, presidente del Municipio, procedono e, stando ai report periodici, sembra che sarà rispettata la deadline di settembre 2014 per la fine dei lavori.

    La demolizione degli edifici

    Inoltre, la giunta comunale ha messo sul piatto altri 500 mila euro (con un investimento totale, dunque, pari a 700 mila) per la demolizione degli edifici nella parte retrostante del mercato: si tratta degli unici fabbricati non soggetti al vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici. Il resto della struttura non può essere abbattuto e si dovrà procedere al restauro: un esempio su tutti, la facciata antistante e l’area rialzata all’interno, in posizione centrale, esempio di commistione tra lo stile Liberty e il Decò dei primi decenni del ‘900.
    La proposta di demolizione non è stata, però, ben accolta da molti. Oltre alla titubanze del CIV, anche quelle di cittadini e tecnici. Ecco come commenta l’architetto Matteo Marino: «Il vincolo sulla struttura è dovuto al suo valore artistico e architettonico: si pensi che si tratta del primo mercato in Italia realizzato in cemento armato e vetro, mentre prima di questo tutti gli altri venivano realizzati in ferro e vetro. È un bene monumentale importante, di valore. Noi ci opponiamo alla demolizione, sarebbe un po’ come chiedere di demolire una parte del Colosseo, per capirci. Non vogliamo che vengano buttati giù volumi: questa struttura è simile a quella del Mercato Orientale di Via XX Settembre, tra le poche rimaste a Genova. Perché non creare un continuum una linea immaginaria che colleghi il centro città alla Val Bisagno?»

    Dal CIV chiedono il mantenimento della struttura perimetrale attuale, senza alcuna demolizione: «Gli interventi non porterebbero vantaggi per la riqualificazione del quartiere e anzi priverebbero la città di edifici di valore storico. Inoltre, mantenerli consentirebbe la chiusura del complesso nelle ore notturne e di conseguenza il decoro e pulizia dell’area».

    Il restauro della facciata e l’apertura degli ingressi

    Oltre a questo intervento di demolizione, dal Municipio propongono un altro intervento: l’eliminazione dei ponteggi dalla facciata principale, lì da oltre un ventennio, e la messa in sicurezza dei cornicioni pericolanti. La misura sarebbe attuabile grazie alla disponibilità del Municipio, che dice di voler attingere una somma (ancora da stabilirsi) dal suo conto capitale (in totale pari a 300 mila euro). In conseguenza a questa messa in sicurezza, anche l’apertura di un varco tra Via Varese e Corso Sardegna, misura che incontra il favore anche del CIV e dei cittadini. Questi ultimi, infatti, avanzano la proposta di aprire gli ingressi dell’ex mercato, per collegare San Fruttuoso a Marassi e poi al centro: si creerebbe un collegamento, dice sempre l’architetto Marino, tra i vari quartieri, ripercorrendo il percorso dell’antica Via San Vincenzo e seguendo l’itinerario della Via Antica Romana che collega Levante e Ponente. Per la misura sarebbe necessaria anche la messa in sicurezza dei percorsi di viabilità pedonale e ciclabile, e un accesso potrà essere predisposto per il traffico veicolare (a pochi metri di distanza la nuova piazza sull’antica via romana, qui l’approfondimento).

    L’agorà gestita dal CIV

    Si parla anche di supplire alla lentezza istituzionale e alla mancanza di un progetto con alcune iniziative organizzate da CIV e Municipio. Anche se per ora non c’è nulla di certo e si è ancora in fase decisionale – una volta ultimati gli interventi di bonifica – il CIV dovrebbe prendere in gestione il vecchio bar all’interno del mercato, situato proprio nell’area rialzata centrale. Questo sarebbe possibile per il fatto che, trattandosi di una struttura sopraelevata, non sarebbe a rischio di inondazioni e allagamenti e non è soggetta ai vincoli imposti dalle norme idrogeologiche in questa zona.
    Commenta Ferrante, dal Municipio III: «La nostra idea sarebbe quella di trasformare il mercato, in futuro, in un luogo che accolga start up e imprese artigianali, per rendere viva la zona. Un’area di aggregazione giovanile, in cui si possa costruire sul costruito ed evitare di aggiungere altro cemento in una zona che ne è già satura. Però, prima di pensare a proposte di questo tipo, è necessario attendere il completamento del mini-scolmatore. Intanto, le misure di messa in sicurezza della facciata serviranno a ridare dignità al luogo e arginare il degrado su Corso Sardegna»
    In attesa della messa in sicurezza idraulica del Fereggiano, Civ e Municipio vorrebbero realizzare un polo agroalimentare a chilometro zero, gestito dai commercianti che già operano nei negozi limitrofi e una piazza, un’agorà per l’aggregazione degli abitanti fornita di apposito arredo urbano. Il tutto, da realizzarsi con arrendi ed elementi facilmente rimovibili, in quanto si tratta, appunto, di una soluzione estemporanea (e non definitiva!), voluta fortemente da CIV, cittadini e con il consenso del Municipio. Diciotto mesi è il tempo previsto per finire la piazza.

    Le misure sono state attuate per ovviare allo stallo e ridare un po’ di attrattiva un’area che altrimenti morirebbe, e il cui abbandono sta già facendo morire il commercio delle aree limitrofe, riducendo Corso Sardegna da naturale prosecuzione del centro, a periferia senza appeal.
    La scelta del mercato a km 0 ha vinto sulle altre proposte, dal momento che – come dicevamo – il piano di bacino impedisce il cambio di destinazione d’uso dell’area, che deve restare commerciale. Qui, la piccola agorà che nascerà sarà a completa disposizione dei cittadini del quartiere, che oggi lamentano la mancanza di spazi aggregativi e la totale assenza di panchine e arredi urbani lungo Corso Sardegna. Il CIV, da parte sua, propone anche la fruizione di spazi aperti con aree verdi, da utilizzare per manifestazioni e mercatini rionali, e l’introduzione di impianti sportivi con installazione di tensostrutture a copertura dell’area (visto che il tetto sarà demolito e che non si possono inserire strutture permanenti).

     

    Elettra Antognetti

  • San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    San Fruttuoso, borgo di Sant’Agata: il progetto del Civ, nuova piazza sull’antica via romana

    imageA due passi da Corso Sardegna, dietro all’ex mercato ortofrutticolo, da qualche giorno sono partiti i lavori di riqualificazione parziale di Largo Giuseppe de Paoli: una piazza dall’alto valore storico, che oggi fa parte del piccolo nucleo dell’antica Val Bisagno, sopravvissuto agli stravolgimenti urbani. Un progetto del 2010 proposto dal CIV (che è anche committente dei lavori), finanziato al 70 per cento con fondi europei: si tratta del secondo progetto proposto dal comitato che partecipa a un bando regionale, vincendo e ottenendo accesso a finanziamenti pari a 150 mila euro, stanziati dall’Unione Europea. Prima era stata la volta della riqualificazione di Piazza Manzoni, che vi avevamo già raccontato qui.

    Stando alle proposte del comitato di cittadini, la piazza – su progetto degli architetti Dario Kuglievan e Roberto Martinelli – si trasformerà in un’isola pedonale, un’oasi felice per i cittadini chiusa tra via Giacometti e il complesso di Sant’Agata. Gli interventi, ora in corso, dovrebbero concludersi a fine estate e riguarderanno la riorganizzazione dei posti auto su Via Giacometti, la risistemazione del tratto che unisce la via con il complesso storico di Sant’Agata, l’introduzione di reti fognarie bianche e nere. Inoltre, un arredo urbano consono alle esigenze degli abitanti della zona, con panchine, stalli per le biciclette, nuove fonti di illuminazione (5 pali della luce), telecamere per la videosorveglianza dell’area.

    Racconta Umberto Solferino, presidente del CIV: «Una soddisfazione: siamo al nostro secondo progetto finanziato al 70% dalla UE grazie alla partecipazione al bando regionale. Questo significa che il CIV è un interlocutore fondamentale per il Comune e l’amministrazione civica. Il nostro intervento in Piazza Manzoni, ad esempio, è oggi fiore all’occhiello della zona. Come CIV dovremo intervenire anche economicamente per ultimare i lavori in Largo de Paoli: a nostro carico, ad esempio, l’inserimento di telecamere».

    imageIl progetto prevede inoltre l’incremento della cartellonistica e la pedonalizzazione dell’area vicina all’allaccio dell’antico Ponte di Sant’Agata, con collegamento al ciottolato storico della piazza. Ci svela sempre Solferino che da qualche giorno la ditta appaltatrice che sta seguendo i lavori ha preso contatti con la madre superiora del convento di Sant’Agata e sembra ci sia un accordo per il rifacimento della pavimentazione anche nel tratto privato, di proprietà del convento, che affaccia sulla via principale.

    Gli interventi mirano a rilanciare il turismo e a creare un tutt’uno con il complesso dell’ex mercato di Corso Sardegna, che a breve sarà interessato da interventi di recupero a fruizione della cittadinanza.
    L’importanza di questi lavori è data dal fatto che, come si diceva, si tratta di un sito dall’alto valore storico: la pavimentazione originaria è quella della Via Antica Romana, che seguiva il tracciato del Ponte di Sant’Agata e univa Levante e Ponente. In questa prima fase dei lavori, si sta smantellando l’antico ciottolato in pietra, ma in un secondo tempo sarà restaurato e valorizzato. Così commenta l’architetto Matteo Marino, cittadino da sempre attivo nella promozione culturale della zona e attento alla valorizzazione del sito di Sant’Agata: «Questi lavori daranno la possibilità di rilanciare la zona sotto il profilo turistico: si potrebbe creare un percorso lungo la Via Antica Romana, in cui i cittadini possono passeggiare liberamente o andare in bici».

    Gli interventi sono volti al miglioramento generale della zona, ma soprattutto serviranno a ridare dignità a una piazza oggi relegata al rango di “slargo”, che affaccia sulla più trafficata Via Giacometti e offre qualche posteggio agli automobilisti perlopiù diretti in Corso Sardegna. «Purtroppo Genova – commenta Solferino – è la città del “mugugno” libero: spesso i nostri interventi seppur positivi, non sono così sentiti dalla popolazione, noi vogliamo che il nostro quartiere sia decoroso, assumendoci anche oneri in termini monetari; o ancora, organizziamo eventi per ridare slancio alla zona: certe volte ci arrabbiamo con il territorio nel non vedere riconosciuto il nostro lavoro».

     

    Elettra Antognetti

  • Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    centro-storico-castello-vicoliLa questione casa è senza dubbio l’argomento più caldo del momento (qui l’inchiesta di Era Superba relativa al territorio genovese), capace di richiamare in piazza una moltitudine di persone – giovani e meno giovani, italiani e stranieri – per chiedere al Governo risposte concrete a favore di chi è rimasto senza un tetto e non soltanto repressione contro le occupazioni abusive di alloggi sfitti portate avanti in questi mesi dal Movimento di lotta per la casa sorto in numerose città italiane, tra cui Genova.
    La drammatica situazione odierna è il risultato della prolungata assenza di politiche strutturali per l’abitare e di finanziamenti stabili ad hoc per l’edilizia residenziale pubblica (Erp). Ma pure il modello di gestione degli alloggi pubblici – attualmente disimogeneo sul territorio nazionale, frammentato com’è nei diversi enti casa territoriali che hanno sostituito gli Iacp (Istituti autonomi per le case popolari) – andrebbe completamente ridisegnato, visto che finora esso non si è dimostrato socialmente efficace e neppure economicamente sostenibile.

    «Le case popolari rischiano il default – lancia l’allarme Emidio Ettore Isacchini, presidente di Federcasa (federazione di 114 enti che, in tutta Italia, costruiscono e gestiscono abitazioni sociali) – Troppi i nodi da tempo irrisolti dei quali la politica non sembra volersi fare carico: dalla confusione sul pagamento dell’Imu, alla mancanza di risorse per il settore, all’assenza di agevolazioni sotto il profilo energetico. A tutto ciò si aggiunge la necessità di individuare norme precise che indichino la missione degli enti gestori».
    Senza dimenticare, però, gli esempi di malgestione degli stessi ex Iacp, sovente utilizzati per effettuare operazioni finanziarie che certamente non rientrano tra le loro primarie finalità. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Arte Genova (una delle 4 aziende territoriali per l’edilizia controllate dalla Regione Liguria), indebitatasi di circa 76 milioni di euro per acquistare – tra 2012 e 2013 – alcuni immobili di proprietà delle Asl liguri (tra i quali l’ex ospedale psichiatrico di Quarto) allo scopo di ripianare il buco nel bilancio sanitario regionale. Beni in seguito messi all’asta per 116 milioni ma ad oggi rimasti invenduti. La Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sul trasferimento del debito dalla Regione Liguria ad Arte, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiesto chiarimenti alla Giunta guidata da Claudio Burlando.

    A tal proposito, nella relazione ministeriale si legge: “Dalla lettura dei dati di bilancio emerge come l’azienda (Arte Genova, ndr) non avesse la liquidità per far fronte alla compravendita di immobili e che le necessarie risorse finanziarie siano state procurate attraverso il ricorso al sistema bancario. Questa operazione ha permesso all’azienda regionale di surrogare il debito verso la regione in un debito verso il sistema bancario (nello specifico Banca Carige) con l’accollo degli oneri conseguenti all’indebitameto. Va inoltre evidenziato che le eventuali plusvalenze che Arte dovesse conseguire dalla cessione dei predetti immobili dovranno essere rigirate alla Regione Liguria […] Il piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare approvato dalla Regione è certamente legittimo […] Tuttavia, le modalità di dismissione destano qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità economica dell’operazione da parte di Arte Genova”.

    Il dissesto finanziario degli enti casa riguarda pure altre realtà territoriali – come ad esempio Aler Milano e le aziende Ater del Lazio – con bilanci in profondo rosso soprattutto a causa del ricorso a costose consulenze e all’impiego di strutture spesso elefantiache, oltre al pesante fardello rappresentato da una morosità – in particolare quella incolpevole – costantemente in crescita.

    Enti case popolari, la posizione di Federcasa

    «Premesso che non conosco nel dettaglio la condizione di Arte Genova – spiega Isacchini – comunque, purtroppo, questo non è l’unico caso in Italia. In realtà la missione delle aziende territoriali è quella di costruire, acquistare e gestire case popolari per le fasce meno abbienti della popolazione. Al contrario simili operazioni, non frutto di scelte autonome ma piuttosto legate a particolari esigenze delle singole regioni, mettono in estrema difficoltà gli enti casa esponendoli al pubblico lubridrio come fossero tutti dei carrozzoni parastatali indebitati. Teniamo conto che i finanziamenti pubblici destinati al settore Erp si sono praticamente azzerati. Dal ’98 ad oggi, da quando sono stati eliminati i contributi Gescal, le risorse sono calate progressivamente fino all’esaurimento attuale. La conseguenza è che in Italia non riusciamo ad aumentare il parco Erp nonostante la forte richiesta di case popolari». Secondo il presidente di Federcasa anche «Le politiche fiscali sono diventate ormai insostenibili e devono essere oggetto di revisione affinché le politiche abitative possano avere il giusto respiro». La criticità principale è relativa alla definizione di “alloggio sociale”, nella quale, in base alla Legge di Stabilità approvata a dicembre 2013, non rientrano gli alloggi popolari. Secondo la legge vigente, infatti, gli enti casa sono tenuti al pagamento dell’Imu come seconda casa, un esborso non sopportabile che potrebbe provocare il dissesto dei bilanci delle varie realtà territoriali. «Ogni anno dobbiamo battagliare con l’amministrazione statale – continua Isacchini – Proprio in questi giorni sono stato in audizione al Senato. E le posso dire che se ci obbligheranno a pagare l’Imu dovremo dichiarare l’impossibilità a svolgere il nostro ruolo».

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNel frattempo, il Governo Renzi, con il decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 intitolato “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015“, prevede di investire nel comparto abitativo un miliardo e 741 milioni di euro con tre obiettivi: sostenere gli affitti con la formula della cedolare secca, allargare i vani destinati alla residenza pubblica, e favorire la sua maggiore diffusione sul territorio. In linea generale viene istituito un Piano di recupero immobili Erp da 400 milioni di euro destinati a 12 mila alloggi che andrà ad agevolare la riqualificazione energetica, antisismica o impiantistica dell’immobile. 68 milioni saranno, invece, indirizzati al recupero di 2 mila e 300 vani per categorie in particolare stato di difficoltà, come le famiglie con reddito sotto i 27mila euro lordi, i portatori di handicap, malati terminali, nuclei con over 65, ecc. Inoltre, nasce il Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp; soprattutto chi usufruisce di un alloggio di edilizia residenziale popolare come abitazione principale e appartiene a fasce di reddito particolarmente basse potrà vedersi riconosciuta una detrazione di 900 euro se il reddito è inferiore a 15.493,71 euro oppure di 450 euro per redditi complessivi sotto i 30.987,41 euro.

    «Si parla di 12 mila interventi destinati al recupero di alloggi che attualmente non possono essere affittati perché fuori norma – sottolinea Isacchini, presidente di Federcasa – Sono troppo pochi rispetto alla reale necessità. Abbiamo una lista d’attesa inevasa di almeno 700 mila persone, i numeri sono eloquenti. Quella del Governo, dunque, è una risposta piuttosto limitata, che per di più potrà effettivamente esplicarsi solo in tempi lunghi».
    Secondo il presidente Isacchini, anche i piani di vendita delle case popolari agli inquilini «In questi anni hanno fornito risultati negativi. Le persone oggi hanno sempre minori possibilità di acquistare un’abitazione e sono disincentivate a farlo a causa della fiscalità elevata che si è concentrata sulla casa». D’altra parte gli alloggi Erp, come ammette Isacchini «Stanno cadendo nel degrado, visti i bassi affitti che gli enti casa percepiscono a cui si somma la morosità crescente. Insomma, le nostre aziende non possono più svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria. Questa è una situazione di difficoltà generale in tutta Italia». Inoltre, circa il 90% delle case popolari (oltre 600 mila abitazioni in tutto il Paese) necessita di lavori straordinari di efficientamento energetico. «Chiediamo al ministero dell’Ambiente e all’Esecutivo di individuare le soluzioni necessarie all’ammodernamento di un patrimonio oltremodo datato, a partire dall’estensione alle aziende casa della detrazione del 65% sulle spese sostenute» afferma Isacchini, presidente di Federcasa, che aggiunge «Occorre una vera politica nazionale dell’abitare. Lo sappiamo bene che le casse dello Stato sono pressoché vuote, però, il ruolo della politica è quello di reperire le risorse, anche in altri modi».
    Invece, a proposito del social housing, molto in voga negli ultimi anni, la posizione di Federcasa è chiara: «Si parla di numerosi progetti social housing, ma gli immobili realizzati in realtà sono pochissimi – sottolinea Isacchini – Le aziende al momento non sono in grado di promuovere queste iniziative che, peraltro, si rivolgono ad una fascia di popolazione che non è quella abitualmente destinataria dell’edilizia residenziale pubblica. Social housing è di sicuro una bella parola, un’ipotesi che può anche essere importante, soprattutto nelle grandi città, per calmierare il mercato privato e favorire il ceto medio. Tuttavia, non credo proprio che sia questa la risposta di cui hanno bisogno le famiglie». Per Federcasa, infatti, è necessario «Puntare su recupero, riqualificazione, risparmio energetico, interventi di carattere strutturale – conclude il presidente Isacchini – sono azioni fondamentali che consentono l’opportunità di accedere ai Fondi europei. Noi auspichiamo che tali risorse vengano destinati al settore Erp, soltanto così sarà finalmente possibile aumentare il parco di case popolari in Italia».

    Le proposte dei sindacati inquilini

    I sindacati degli inquilini – Sicet Cisl (Sindacato inquilini casa e territorio), Sunia Cgil (Sindacato unitario nazionale inquilini ed assegnatari) e Uniat Uil (Unione nazionale inquilini ambiente e territorio) – sono stati recentemente auditi (il 16 aprile scorso) dalle Commissioni 8 “Lavori pubblici, comunicazioni” e 13 “Territorio, ambiente, beni ambientali” del Senato proprio in merito al disegno di legge n. 1413 – Conversione in legge del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47, recante “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”.
    Per le 3 sigle sindacali che hanno sottoscritto un documento unitario “Il disegno di legge rappresenta un segno di discontinuità rispetto alla grave assenza di attenzione ai problemi legati alla locazione… la decisione di alimentare con risorse aggiuntive, sia l’intervento statale per l’aiuto preventivo agli inquilini (FSA) che quello per la morosità incolpevole, risulta particolarmente positiva, anche se il dimensionamento economico è di gran lunga inferiore alla domanda rappresentata da oltre 350 mila famiglie”.
    Sicet Sunia e Uniat, però, sottolineano “È improrogabile un’offerta immediata di edilizia residenziale pubblica attraverso azioni di recupero, con interventi leggeri su alloggi degli enti gestori attualmente non assegnabili. La programmazione del recupero va sostenuta e incoraggiata, con procedure di estrema semplificazione per raggiungere l’obiettivo in tempi rapidi e certi. Questa azione non è realizzabile come previsto dal decreto, con linee di finanziamento dilatate nei prossimi sei anni e con una dotazione per il 2014 di soli 5 milioni di euro”.
    Oltre a queste misure, il provvedimento contiene ancora una volta interventi normativi di agevolazioni fiscali ed urbanistiche nei confronti del social housing, che lasciano molto perplessi i sindacati “Innanzitutto perché una norma sull’emergenza, con risorse limitate, dovrebbe indirizzare i propri sforzi verso priorità dettate della domanda che non è il social housing – scrivono Sicet, Sunia e Uniat – poi perchè il risultato prodotto da questo insieme di interventi tramite i fondi immobiliari ha cantierato solamente in 5 anni 1684 alloggi in locazione”.
    Inoltre, il disegno di legge prevede delle norme per favorire la vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a prezzi legati al livello dei canoni corrisposti e con agevolazioni sui mutui. “L’ennesimo tentativo di dismissione generalizzata dell’Erp – sottolineano i sindacati inquilini – dopo il fallimento di tutti i propositi simili messi in atto dalla 560/93 in poi, denota come l’edilizia popolare sia considerata erroneamente un problema e non un’opportunità”. Infine, secondo Sicet, Sunia e Uniat “Va affrontato il problema degli ex Iacp, sia rispetto all’efficacia del modello di gestione, con particolare riferimento alla sostenibilità sociale ed economica, sia alla governance. Anche in questo caso l’occasione può essere rappresentata dalla riforma del titolo V della Carta Costituzionale per una giusta ed equilibrata collocazione delle competenze e della definizione dei livelli essenziali in materia di Erp”.

    Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, spiega: «Stiamo elaborando un documento che porteremo all’attenzione delle altre organizzazioni sindacali con l’intento di condividerlo. La premessa necessaria è la seguente: la riforma Bassanini ha messo tutto il carico dell’edilizia residenziale pubblica sulle spalle delle Regioni, ma oggi l’80% dei bilanci regionali è rappresentato dalle spese per la sanità ed il trasporto pubblico, mentre per le case popolari rimangono soltanto le briciole. Dunque, occorre ripensare l’organizzazione di livello regionale. Abbiamo chiesto un incontro all’assessore alle politiche abitative della Regione Liguria, Giovanni Boitano e anche al governatore Claudio Burlando che non ha ancora detto una parola sul tema». Per quanto concerne il livello centrale «Il primo principio della proposta che stiamo elaborando è la necessità di una legge quadro di indirizzo nazionale, che noi chiediamo da tempo e non è mai stata realizzata, con un finanziamento stabile per l’Erp. Invece, ormai da anni, in particolare da quando sono finiti i contributi Gescal (circa 3000 miliardi di vecchie lire all’anno provenienti dai lavoratori dipendenti), le case popolari ricevono soltanto dei finanziamenti a spot che ogni volta dobbiamo conquistarci con le unghie. Le Regioni, terminate le proprie risorse residue, oggi non hanno più finanziamenti dedicati ai piani Erp e da sole non saranno mai in condizione di affrontare questa importante partita». Secondo Salvetti «Spetta allo Stato determinare i livelli essenziali in materia di Erp da garantire su tutto il territorio. La definizione di alloggio sociale, soggetto a finanziamento pubblico, è fondamentale per indirizzare le risorse centrali. I pochissimi aiuti di Stato devono essere destinati esclusivamente all’Erp e non al social housing che non rappresenta una risposta per le fasce meno abbienti. Parliamo di progetti di cofinanziamento pubblico-privato, molti dei quali rimasti solo sulla carta. Con l’housing sociale gli affitti si attestano su circa 400-500 euro al mese più le spese di amministrazione. In Italia, invece, servono vere case popolari con affitti sui 100-150, massimo 200 euro al mese. Così sarebbe possibile aumentare il parco Erp disponibile, dapprima puntando sul recupero degli immobili e poi sulla trasformazione edilizia dell’esistente».

    Il secondo principio della proposta del Sicet riguarda il modello di gestione degli alloggi pubblici. «In Italia occorrono dei criteri uniformi – spiega Salvetti – Attualmente, invece, a livello gestionale regna una gran confusione. Esistono aziende regionali, realtà che ancora hanno gli ex Iacp, chi mantiene la potestà in capo ai Comuni, ecc. Noi in generale proponiamo di costituire delle “agenzie pubbliche del welfare” con un amministratore unico. Ma soprattutto ci vuole un organo di sorveglianza esterno: un consiglio di indirizzo che assicuri la partecipazione di tutti i soggetti, Regione, Comune, sindacati inquilini, ecc., deputati a svolgere un ruolo di controllo delle azioni svolte e di verifica dei risultati ottenuti. Per la Liguria immaginiamo un’unica agenzia che si dirama in unità operative di decentramento, al posto delle odierne quattro aziende».

    In merito alle misure previste dal Governo, il giudizio di Salvetti è sostanzialmente negativo: «I 400 milioni di euro per 12 mila alloggi da ristrutturare sono briciole. Nel piano di Renzi ci sono delle evidenti contraddizioni. Da un lato si destinano risorse al recupero degli immobili. Dall’altro si cerca di incentivare la vendita di alloggi. Ma in Italia non dobbiamo neppure ipotizzare di vendere le case popolari che già sono numericamente poche rispetto agli altri paesi europei. Con una percentuale pari al 4%, infatti, siamo la nazione con la minore quota di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a fronte del 36% dell’Olanda, del 22% del Regno Unito e del 20% della media comunitaria. Al contrario l’iniziativa privata ha continuato a proliferare senza dare alcuna risposta alle persone bisognose di un tetto».

    Matteo Quadrone

  • “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    europa-bceOvviamente si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto; per cui c’è poco da stupirsi, se oggi in tema di Europa ci ritroviamo a commentare, anziché critiche e proposte, uno stucchevole spot elettorale.

    È infatti in onda in questi giorni sulle reti RAI, realizzata dalla stessa azienda di Stato (non si capisce bene a che titolo), una vera e propria pubblicità commerciale in stile “Mulino Bianco”, la cui “trama” è la seguente: all’inizio, mentre scorrono scene di guerra, rovine e distruzione, vengono ricordati i morti di due guerre mondiali; poi, a un certo punto, come per magia, immagini in bianco e nero di firme e strette di mano; la musica cambia, la voce fuori campo ripercorre le epiche tappe dell’integrazione, manifestanti di varie nazionalità reggono cartelli a favore dell’Europa e infine si affaccia un tripudio di mamme e bambini sorridenti, anziani sicuri, abbracci affettuosi, sicurezza, pace e prosperità. Non manca la morale della favola: Bruxelles a volte ci delude, ma non dobbiamo dimenticarci a cosa ci serve l’Unione Europea.

    Purtroppo, nonostante il motto riportato nella schermata finale sia “per informare, non influenzare”, è evidente che la realtà sta esattamente all’opposto. Excusatio non petita, accusatio manifesta: proprio perché è evidente che si tratta di propaganda di bassa lega, devono scrivere che è “informazione”, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno.

     L’argomento sostenuto è sempre lo stesso e l’abbiamo già smontato: l’Europa si è autoproclamata “antidoto contro la guerra”, ma ascrivere il merito degli ultimi settant’anni di pace al processo di integrazione non solo comporta avallare un falso storico: più banalmente comporta anche credere a un’idea davvero stupida. E spiace constatare che il nostro Presidente della Repubblica non sia più in grado di ravvedersi da questo clamoroso abbaglio, per cui in generale si continua a confondere “euro”, “Unione Europea” ed “Europa”, che sono tre concetti diversi; e si pretende di definire le dinamiche globali a partire da una banale questione terminologica (semplicemente perché “unirsi” è un termine con valenza positiva e “dividersi” ha valenza negativa).

    La costanza di queste bugie mi costringe a ripetermi. Nessuno nega che i padri fondatori avessero intenzioni nobili; ma resta il fatto che è difficile sostenere che i loro sforzi nel dopoguerra abbiano pesato di più dell’equilibrio nucleare tra USA e URSS. La realtà è che la Germania era occupata militarmente e divisa in due blocchi; la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna erano subordinate agli Stati Uniti; l’est Europa era in mano sovietica: impossibile che potesse muoversi anche un solo carrarmatino del Risiko senza che le due superpotenze lo volessero. Allo stesso modo è del tutto priva di fondamento l’idea che due guerre mondiali siano da attribuirsi essenzialmente a non meglio precisati “egoismi nazionali”, la cui logica sarebbe insita anche nel principio stesso del ripristino di valute nazionali (evidentemente per via dell’aggettivo comune). Questa propaganda fatta di “iper-inflazione”, “carriole” da Repubblica di Weimer e “nazifascismo” è però chiaramente smentita da Giorgio Gattei, docente di Storia del Pensiero Economico a Bologna, che scrive:

    “La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!)”.

    Questo passo ha il merito di riportare la discussione su binari di minimo buon senso. I popoli non si fanno la guerra solo perché non condividono lo stesso Stato: altrimenti non esisterebbero le guerre civili. Al contrario, si può restare in pace anche senza unirsi dentro entità più grandi, come dimostra il caso della Svizzera, che è neutrale dal 1515 (e difatti si è ben guardata dall’adottare l’euro o dall’entrare nell’Unione Europea).

    Inoltre si finge di non vedere che all’inizio delle due guerre mondiali c’erano sì fermenti nazionalisti, ma a dettare l’invasione militare come strumento di politica estera furono piuttosto le ragioni dall’espansionismo: Austria-Ungheria, Germania e Giappone condividevano infatti una visione politica tardo-imperialista, per la quale la forza di uno Stato è data dalla vastità dei territori controllati, che a loro volta si traducono in uomini in armi e campi da coltivare (il “Lebensraum” hitleriano). Oggi questo retaggio non esiste più: a parte – s’intende – tra i sostenitori del «più Europa», per i quali – guarda un po’ – dobbiamo diventare più grandi proprio per rivaleggiare con la Cina (come ci suggerisce quest’altro bello spot dai toni molto “pacifici”). Tra le persone normali, tuttavia, nessuno si azzarderebbe a sostenere che nel mondo di oggi per scambiarsi merci e servizi si debba essere per forza “grandi”; né si può sostenere che senza l’Unione Europea a qualcuno verrebbe in mente di invadere i partner commerciali per diventare più ricco!

    In realtà, come suggerisce il passo di Gattai, le guerre non dipendono dal fatto che ci sono i nazionalisti cattivoni: più verosimilmente guerre e nazionalismi aggressivi dipendono dalle idee stupide. E se c’è un’idea stupida, anzi addirittura «orribile» secondo il premio nobel Amartya Sen, questa idea è proprio l’euro.

    La “propaganda” a favore dell’euro, perciò, non può che essere definita tale anche se viene da insigni economisti. Il problema è che – al netto dei mistificatori di professione – siamo stati tutti vittime di questo gigantesco luogo comune, che si è trasformato in una sorta di ricatto morale implicito. “Essere contro l’Europa è essere contro la pace”, perché è tecnicamente innegabile che, se tutti accettassero di vivere sotto un unico stato, non ci sarebbero più stati separati che si fanno la guerra tra loro (peccato solo che frustare la gente a colpi di deflazioni salariali non sia esattamente la migliore idea per entusiasmarla).

    È tale, ad esempio, la posizione di un critico dell’euro come Paul Krugman, che in questo articolo si chiede perché non lasciare che la moneta unica si rompa: “La risposta, credo, è soprattutto politica. Non del tutto così – una rottura dell’euro sarebbe estremamente dirompente, con costi puntualmente alti di “transizione”. Inoltre, il costo duraturo di una rottura dell’euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio che ho descritto all’inizio di questo discorso – un progetto che ha reso al mondo un gran bene, e che nessuno che non sia cittadino del mondo vorrebbe vedere fallire”.

    Dunque, a parte gli alti costi di transizione (che però con gli anni stanno diventando irrisori, a fronte della devastazione che stiamo subendo, e che comunque avrebbero evidentemente una fine, una volta compiuta la transizione stessa), è chiaro che per Krugman il problema è politico: e con questo anch’egli mostra di cadere preda del mito “Unione Europea = bene”, benché nessuno riesca a esemplificare in concreto come questi benefici abbiano superato le privazioni economiche patite.

    C’è poi un ricatto ancora più grosso: “chi è contro l’euro non vuole che l’Europa funzioni”. Con questo argomento implicito si accolgono con freddezza e fastidio tutti i critici, che ovviamente, non potendo sostenere di prevedere il futuro, sono costretti a dare una chance al progetto. Curiosamente, però, se parliamo dell’Italia questa indulgenza non vale: cioè, bisogna dire che l’Europa funzionerà anche se non ha mai funzionato, mentre bisogna dire che l’Italia non funzionerà, anche se ha funzionato.

    È l’argomento usato, tra gli altri, da Luigi Zingales: “Avere la flessibilità di usare il cambio solo in alcuni momenti, è un grande vantaggio; è un grande vantaggio che noi abbiamo dato via, ma abbiamo dato via a ragione perché l’abbiamo usato male, e non avevamo la credibilità di usarlo solo bene”.

    Insomma: siamo inferiori e l’euro ce lo meritiamo, anche se è la cosa sbagliata. Il fatto che questa idea sia insultante per gli italiani, al punto di non ammettere nemmeno la più piccola possibilità di un ravvedimento, non fa sorgere in nessuno il sospetto che in realtà gli Zingales non vogliano che l’Italia abbia successo e lavorino perché diventi preda di potentati economici stranieri: cosa che io non credo – sia chiaro –, ma che è esattamente quello che si fa con chi critica la moneta unica quando lo si definisce “nazionalista”. Alla prova dei fatti, dunque, chi davvero mette a repentaglio il contributo positivo dell’Unione Europea è solo chi si rifiuta di separarlo da quello negativo dell’euro.

     

    Andrea Giannini