Mese: Aprile 2014

  • Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    Scuola digitale, la situazione degli istituti genovesi. Tablet e lavagne interattive, finanziamenti e iniziative

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (1)La scuola genovese compie passi decisi verso la digitalizzazione. Sono molti gli istituti che hanno già raggiunto buoni risultati e altrettanti si apprestano a farlo, forti dei finanziamenti ricevuti, ma anche e soprattutto della buona volontà delle persone che ci lavorano. Tante scuole si sono mosse prima di vedere i soldi accreditati e altre lo hanno fatto di loro spontanea iniziativa, aiutate dai genitori.

    Sul sito del MIUR leggiamo che l’intento è fare in modo che l’innovazione digitale “rappresenti per la scuola l’opportunità di superare il concetto tradizionale di classe, per creare uno spazio di apprendimento aperto sul mondo nel quale costruire il senso di cittadinanza e realizzare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”.

    LIM, cl@ssi 2.0,WIFI e rete LAN sono le sigle più in voga fra i dirigenti scolastici. Che cosa significano?

    LIM, lavagna interattiva multimediale

    LIMLa lavagna interattiva multimediale (LIM) è lo strumento che dovrebbe far sparire gessetti e ardesia che, diciamocelo, fanno molto scuola nell’immaginario della maggior parte di noi. La LIM, insieme ad un video proiettore e un pc permette di ampliare le possibilità di insegnamento per gli insegnanti e l’interazione con gli studenti. In parole povere sulla LIM si può scrivere, gestire immagini, vedere video e navigare in rete, ma soprattutto si possono fare video lezioni, creare ambienti virtuali nei quali far agire gli studenti. Le potenzialità sono molte e gli insegnati genovesi formati dai corsi previsti dal Ministero o auto-formatasi sembrano volerle sfruttare. Proprio di questi giorni l’invio di una circolare dell’Ufficio Scolastico Regionale che invita i vari istituti ad eleggere a capofila una singola scuola per chiedere e acquistare i dispositivi digitali in modo da poter avere un contenimento dei costi.

    Le lavagne multimediali si possono acquistare all’interno del MePA, il mercato elettronico della Pubblica Amministrazione, questo dovrebbe garantire costi inferiori al normale mercato. Pare però che il MePA non sia visto così di buon occhio da tutti gli istituti. Ad esempio ci raccontano dall’istituto Comprensivo Centro storico (gli istituti comprensivi riuniscono scuola materna elementare e media)  che non è così di facile utilizzo e la direttrice scolastica del comprensivo di S. Fruttuoso aggiunge che a volte si trovano fornitori vantaggiosi al di fuori del MePA, che poi si dovranno comunque accreditare al suo interno.

    Ad ogni modo, che sia MePa oppure no, una volta acquistata la LIM viene spontaneo chiedersi se tutti gli insegnanti sappiano come utilizzarla per questo sono stati pensati dei corsi di formazione ad hoc.

    Chi tiene i corsi di formazione per l’utilizzo della LIM?

    In una prima fase, con le prime assegnazioni di fondi per la scuola digitale, cioè tramite l’accordo del settembre 2012 fra Miur, Ufficio Scolastico Regionale e Regione Liguria,  erano stati individuati tutor con competenza specifica per formare i docenti. Ad oggi ci racconta Dino Castiglioni Referente per la Scuola digitale dell’Ufficio Scolastico Territoriale – c’è la possibilità di manifestare la propria disponibilità da parte dei docenti che hanno loro competenze specifiche per essere i prossimi formatori. «A livello regionale – continua – abbiamo 20 docenti con le competenze giuste e di questi una dozzina sono a Genova. A loro le scuole potranno rivolgersi per la gestione della formazione al digitale».

    Le cl@ssi 2.0

    Con il termine, molto digitale, cl@ssi 2.0si fa riferimento ad ambienti/classi ricavate all’interno degli istituti scolastici, attrezzate per i nuovi dispositivi didattici e per ottenere il fine ultimo di un più efficace apprendimento. Le classi 2.0 sono sperimentazioni partite già nell’anno scolastico 2008/09 e si assegnano tramite bando regionale. Gli ultimi bandi del 2012 stanno erogando ora i finanziamenti. Secondo i dati dell’ufficio regionale scolastico (in aggiornamento) a Genova le classi sperimentali sono 29.

    Anche qui ritroviamo insieme al finanziamento pubblico l’intervento diretto della scuola, che si muove in autonomia. Citiamo ancora una volta l’esempio dell’istituto Comprensivo Centro Storico che, grazie all’appoggio di una dottoranda in Architettura, riesce ad allestire le cl@ssi 2.0. Anche l’istituto Comprensivo di Pegli si è mosso con anticipo sperimentando i nuovi dispositivi grazie allo sforzo di genitori e insegnanti insieme, che hanno comprato i tablet ai propri figli.

    I finanziamenti pubblici

    Sono stati realizzati diversi bandi nel corso degli anni, tutti partiti da un accordo fra Miur Regione Liguria e Ufficio Scolastico Regionale, i cui fondi sono in corso di erogazione in questi mesi. I fondi sono destinati all’acquisto di LIM, alle sperimentazioni nelle classi 2.0 e all’ampliamento o creazione di reti LAN e di WiFi all’interno degli istituti.

    Inoltre, quest’anno, l’Assessorato alla formazione Liguria ha organizzato una serie di incontri sul territorio per definire i desideri e i progetti del sistema scolastico regionale. Il risultato di questi lavori lo vedremo il prossimo ottobre in occasione della Conferenza Regionale sulla scuola. Per i prossimi finanziamenti aspettiamo le decisioni  dell’autunno.

    Supporto di Regione, Ufficio Scolastico e Miur a parte, diamo un’occhiata a che cosa succede in alcune scuole. Perché ciò che conta è sicuramente avere i dispositivi digitali finanziati, ma ancor di più conta che questi vengano sfruttati al meglio delle proprie capacità. Quello che è emerso dalle nostre telefonate è che l’intenzione della maggior parte degli istituti genovesi è muovere passi significativi verso una scuola digitale indipendentemente dal fatto che i finanziamenti arrivino o meno. E soprattutto che, con un modo di dire efficace in questo caso, le azioni ‘a macchia di leopardo’ delle singole scuole possono e devono portare alla creazione di linee guida e vanno utilizzate come buone pratiche da istituzionalizzare.

    Questo è anche il futuro che auspica l’assessore regionale al bilancio e alla formazione Sergio Rossetti: «vogliamo arrivare ad ottobre (Conferenza regionale sulla scuola 8-9 ottobre 2014 ndr) con la messa a sistema di tutto quello che fino ad oggi è stato fatto, sia grazie ai finanziamenti pubblici che in autonomia dagli istituti. Dobbiamo capire anche come fare a delegare e sostenere le autonomie scolastiche, inoltre punteremo molto sul fondo sociale europeo per reperire risorse contro la dispersione scolastica che in Liguria è aumentata fino al 17%». Anche Alessandro Clavarino, direttore del settore sistema scolastico regionale, ci conferma che va fatto «un ragionamento di sistema come regione, da un lato come media education e dall’altro come scuola digitale».

    Dal Comprensivo di Pegli la direttrice racconta con entusiasmo un percorso – che definisce affascinante – con docenti competenti che stanno utilizzando i tablet per coinvolgere maggiormente gli studenti nelle varie fasi dell’apprendimento. In questo caso la sperimentazione digitale è partita spontaneamente con la collaborazione dei genitori. «Nel nostro caso è stata scelta la tecnologia android, meno dispendiosa e più duttile rispetto ad apple». Ma il messaggio che ci ha colpito nel racconto della direttrice è che la cosa importante è valutare cosa è veramente compatibile con la didattica, cosa può essere modulato sulle esigenze della singola classe. È valsa molto l’esperienza diretta degli insegnanti in classe che hanno verificato cosa fosse fattibile e cosa no.

    Anche il Comprensivo Pontedecimo conferma che il metodo LIM funziona e che i docenti le utilizzano con successo. C’è poi il caso dell’istituto Pertini che sta progettando una struttura di rete fisica e wifi in parte finanziata. A proposito del wifi la sua distribuzione è abbastanza diffusa, ci ha confermato l’ufficio scolastico, alcune scuole se ne sono dotate in autonomia altre con accordi con il comune, altri ancora si attiveranno grazie ai fondi. Il dato di distribuzione generale va oltre il 70/75%.

    Concludiamo questa breve panoramica condividendo le parole di Castiglioni «è importante il fatto che la Regione Liguria ponga particolare attenzione al voler contribuire alla distribuzione in maniera omogenea su tutto il territorio dei finanziamenti».

    Insomma la scuola digitale anche a Genova compie passi importanti verso il futuro, istituto dopo istituto si è inserita correttamente nei tempi che il Ministero per primo ha dettato e ora, in parte con iniziative autonome, si è mossa verso l’innovazione. Ora non resta che attendere la Conferenza regionale di ottobre, l’auspicio è che gli esempi virtuosi possano diventare linee guida per tutta la provincia di Genova e per la Liguria e che i finanziamenti per il 2015 non tradiscano le attese.

     

    Claudia Dani

  • La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoSta circolando la notizia che la giunta regionale, in una parte di seduta non coperta dalla consueta diretta streaming, la scorsa settimana abbia dato il via libera al progetto per la realizzazione del nuovo ospedale Galliera seppure in maniera non ancora del tutto ufficiale. Il progetto, ridimensionato rispetto a una prima stesura che avrebbe richiesto 180 milioni di investimenti, prevede il mantenimento della funzione sanitaria per buona parte dell’attuale ospedale che verrà completato da una nuova struttura con un profondo radicamento nel sottosuolo. I posti letto saranno nell’ordine di grandezza di 400, anziché i 500 inizialmente previsti, ma dovrà essere liberata un’area di circa 20 mila metri quadrati da destinare a nuove funzioni abitative. Un passaggio imprescindibile per cofinanziare gli investimenti necessari.

    La situazione, naturalmente, è monitorata con grande attenzione anche dalle parti di Palazzo Tursi, ove iniziano a registrarsi le prime reazioni. Su tutte, quella di Lista Doria che, oltre alle questioni edilizie, vorrebbe porre l’attenzione su alcune urgenti problematiche di carattere sanitario. «In mancanza di un Piano Sanitario Regionale – sostiene la consigliera Clizia Nicolella, dirigente medico presso Villa Scassi – e stanti le attuali direttive nazionali che mirano al superamento dell’assistenza ospedaliera tramite l’articolazione di un sistema territoriale che preveda anche l’installazione di costruzioni dedicate alla salute (si veda ad esempio la piastra sanitaria in Valpolcevera, ndr), pensare a un intervento spot su un ospedale, senza un’analisi del bisogno del territorio, getta sull’opera quantomeno il dubbio che possa essere realizzata per interessi che esulano dalla salute pubblica».

    In parole più semplici, che servizi vorrebbe inserire il Galliera nel nuovo padiglione? «I soldi vanno investiti dove c’è bisogno – sostiene in maniera sensata ma anche un po’ lapalissiana Nicolella nel suo intervento sul sito di Lista Doria – e il Galliera deve specificare gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso un ingente investimento economico». Se le attività previste potessero essere svolte nella struttura esistente con adeguati interventi di ristrutturazione o se si trattasse di servizi già offerti ad esempio dall’IRCCS San Martino – è la sintesi di quanto sostenuto da Nicolella – il progetto di un nuovo ospedale non avrebbe senso e non dovrebbe essere finanziato.

    A proposito di finanziamenti, la cifra necessaria dovrebbe aggirarsi attorno ai 135 milioni di euro: 48 milioni dovranno provenire dalla già citata parziale vendita degli spazi attualmente occupati dall’ospedale; 53 milioni, invece, arriveranno da fondi nazionali e regionali, in funzione anche di un debito pregresso che via Fieschi ha contratto con l’ente ospedaliero; al Galliera, infine, toccherà accendere un mutuo trentennale per i restanti 34 milioni.

    Ma è sulla compartecipazione alle spese da parte delle Regione che a Tursi si storce il naso. Il timore, infatti, è che la cifra destinata a finanziare l’ente presieduto dall’arcivescovo Angelo Bagnasco venga sottratta dalle risorse per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ritenuto decisamente più urgente e strategico del Galliera bis.

    Le questioni aperte o, meglio, da aprire sembrano ancora molte e parecchio sostanziose. C’è, ad esempio, il capitolo che riguarda l’iter urbanistico di un progetto presentato nel 2009 e non sottoposto a procedura di valutazione ambientale, all’epoca non ancora introdotta dalla Regione Liguria. Ma siccome le pietre devono ancora essere posate, il nuovo Galliera è comunque soggetto a Vas? E ancora: verrà inserito nel nuovo Puc? Per questo motivo pare che gli stessi consiglieri di Lista Doria siano intenzionati a presentare un’interrogazione a risposta immediata al vicesindaco Bernini nella prossima seduta ordinaria di Consiglio comunale, prevista per martedì 29 aprile. Se ciò non bastasse è anche pronta la richiesta di un’interrogazione a risposta scritta sempre indirizzata al vicesindaco per mettere nero su bianco quali siano le competenze e le intenzioni dell’amministrazione genovese a riguardo. In ballo, infatti, c’è la necessità di una variante urbanistica che preveda il cambio di destinazione d’uso per i padiglioni del Galliera attualmente per servizi sanitari ma che diventerebbero a funzione abitativa. «Tale variante – dicono ancora i consiglieri di Lista Doria – è stata bocciata dal Tar e riabilitata dal Consiglio di stato: il Comune intende mantenerla o modificarla? La modifica a tale variante urbanistica deve passare in Consiglio comunale?».

    Insomma, come sempre accade con l’avvicinarsi delle elezioni (non solo europee ma anche quelle per il rinnovo di via Fieschi, previste il prossimo anno) le notizie sull’accelerazione di opere grandi, medie e piccole rimaste al palo per anni si moltiplicano tanto quanto i campi di confronto e scontro politico. Solo il tempo potrà dire quante delle molte parole che stanno iniziando a circolare si tramuteranno in fatti, cantieri e opere compiute.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    Abbattimento delle barriere architettoniche, linee guida del Comune: priorità alle scuole

    palazzo-tursi-D7Il diritto di accesso e libera mobilità a tutti i cittadini è una delle sfide più importanti intraprese dalla civiche amministrazioni di tutta Italia negli ultimi dieci anni. L’abbattimento delle barriere architettoniche è un processo ancora in atto, in qualunque zona della penisola, da nord a sud. A Genova, specialmente, considerata la particolare conformazione geografica caratterizzata anche dalla presenza di un vasto centro storico con strutture architettoniche di tipo monumentale.

    La Giunta comunale ha approvato oggi i criteri di ripartizione e le linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche. Il documento è il risultato del lavoro coordinato dall’assessorato Legalità e ai Diritti con l’Ufficio Accessibilità e la Consulta Comunale per i Diritti degli Handicappati, insieme alle Direzioni rappresentate nella Commissione Barriere, per la ridefinizione dei “criteri di ripartizione e alla formulazione delle linee guida per l’utilizzo dei fondi destinati all’abbattimento delle barriere architettoniche e localizzative, per opere, edifici ed impianti di competenza comunale, secondo un ordine di priorità necessariamente imposto dalla limitatezza delle risorse accantonate”.

    “La Commissione, istituita con decisione della Giunta comunale n.94 del 22 marzo 2001, esamina, approva ed eventualmente finanzia i progetti per rendere accessibili strade ed edifici pubblici sul territorio comunale, attingendo dalle risorse disponibili ogni anno e provenienti dall’accantonamento del 10% degli oneri di urbanizzazione accertati e riscossi. L’accantonamento di questa quota parte di oneri è specificatamente previsto dalla legge 13/1989, secondo le indicazioni del DPR. 503/1996. La Commissione assegna i fondi necessari per interventi di abbattimento di barriere architettoniche esistenti per costruzioni antecedenti l’11 agosto 1989, data dell’entrata in vigore della normativa in materia, presupponendo che tutte le costruzioni successive dovrebbero essere già di per sé completamente accessibili”.

    “L’Amministrazione si è attivata prevedendo per tutti i progetti di opere e lavori pubblici e opere o lavori privati ad uso pubblico, l’acquisizione del parere dell’ufficio Accessibilità espresso di concerto con la Consulta nelle fasi preliminari di realizzazione del progetto ed in ogni caso prima dell’approvazione definitiva”. I maggiori sforzi saranno incentrati sulle scuole “dove possono trovarsi i nostri piccoli cittadini disabili, eliminando, per quanto si riuscirà con le risorse disponibili, le barriere ancora presenti, per consentire di accedere, frequentare e vivere quei luoghi affrontando meno ostacoli possibili. Ma anche tutti gli altri cittadini con difficoltà motorie sono presi in considerazione nelle linee di finanziamento dei progetti, dai giovani agli anziani, dalle mamme che spingono passeggini, alle persone che subiscono un incidente, una malattia e provvisoriamente incappano nel limite della loro mobilità ridotta”.

    Nella nota stampa diffusa nel primo pomeriggio, il Comune di Genova riporta l’elenco degli interventi relativi all’ultimo triennio, resi possibili grazie all’utilizzo degli oneri di urbanizzazione:

    – Via Garibaldi: rifacimento totale della pavimentazione in lastre di pietra, previa asportazione e riutilizzo delle stesse, nonché rifacimento completo di tutte le utenze presenti nel sottosuolo;
    – Palazzo Comunale: realizzazione di una rampa interna a Palazzo Tursi, previe opere di scavo e sottomurazione, al fine di eliminare il vetusto impianto servo scala e permettere l’accessibilità diretta a Palazzo Albini, sede degli Uffici del Comune di Genova;
    – Palazzo Bianco: è in fase di realizzazione un collegamento tramite rampa che permetta l’accesso da via Garibaldi a Palazzo Bianco, previa creazione di un nuovo varco porta e rampa interna in metallo;
    – Biblioteca Berio: è stata realizzata una rampa in acciaio, posta nel cortile interno della biblioteca, che permette l’accesso diretto al palco della sala conferenze ed ai servizi igienici;
    – Scuola De Scalzi: è in fase di realizzazione un servizio igienico per disabili, al piano terra, dove si trovano la palestra e i laboratori;
    – Scuola Da Passano: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Materna Bacigalupo e Cantore Via Reti C. Ovest: è stata finanziata la fornitura e messa in opera di nuovo impianto ascensore;
    – Scuola Gallino:  è in fase di cantierizzazione la realizzazione di un nuovo impianto ascensore;
    – Abbattimento delle barriere presso il centro giovani polivalente di via Pellegrini;
    – Adeguamento dei locali di piazza Americhe: sportello vittime di reato- Centro est;
    – Fornitura e posa in opera di mappe tattili per non vedenti presso il MuMa, a Castelletto e a Principe
    – Creazione di un tavolo tattile girox a Palazzo Bianco per non vedenti;
    – Realizzazione di un impianto di induzione magnetica nella sala Linnea per non udenti;
    – Realizzazione di impianto di induzione magnetica nell’auditorium della biblioteca De Amicis per non udenti.

  • Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    istanbul-notte-panorama-portoUna sera, durante una cena speciale, ho ricevuto un libro in regalo con sopra una dedica, un dono inaspettato, semplice e sincero, uno di quelli che arrivano dal cuore. Il libro parla di una città magica aldilà dei Balcani dove oriente e occidente si fondono nelle acque increspate dei suoi due mari sempre in movimento, come il popolo che ne abita le rive fin dai tempi antichi. Chiamatela Bisanzio, Istanbul o Costantinopoli, la sua storia è impregnata nella terra intrisa di sudore e sangue, l’eco delle millenarie battaglie viaggia nell’aria come polline in primavera trasportato dal vento che soffia sul Bosforo. Incuriositi e felici abbiamo riempito la valigia di entusiasmo e siamo saliti su un aereo, direzione Turchia.

    A Instanbul era una fresca e limpida serata di marzo, la strada per raggiungere il centro dall’aeroporto Ataturk costeggia il porto e dal finestrino del taxi passavano rapidi i fotogrammi della vita quotidiana. Grandi palazzi trasandati e malconci sembravano cadere da un momento all’altro, facevano da scenografia ad un palco che alternava locali e ristoranti a piccole aree verdi dove gruppi di persone sedevano di fronte ad un fuoco. Il tassista, un tipo poco raccomandabile e di poche parole, zigzagava nel traffico a velocità sostenuta non curandosi di avere due passeggeri a bordo, teneva la radio ad alto volume e ascoltava un’incomprensibile canzone araba, dopo improvvise frenate e pedoni sfiorati siamo entrati a Sultanahmet, la città vecchia.

    istanbul-aran-bazarHo pagato il taxi lasciando una piccola mancia e mi sono voltato per raccogliere le valigie, Arianna stava accarezzando un gatto, era grande e ben curato nonostante fosse un randagio, aveva un pelo folto e maculato di bianco e di nero. I gatti di Istanbul sono considerati sacri, i suoi abitanti li coccolano e li nutrono lasciandoli liberi di vagare per la città indisturbati passando silenziosi tra le gambe dei turisti riposando sulle panchine facendosi accarezzare dai passanti. Questo amore nasce da un antico racconto riguardante la gatta che Maometto teneva sempre in grembo, essa lo aiutò a cacciare un serpente che era entrato nelle sue vesti salvando la vita al profeta islamico.

    Il primo impatto con il cuore di Sultanahmet è stato il canto del Muezzin proveniente dalla Moschea Blu, la sua voce nascosta tra i rumori della città  volteggiava in aria tra i gabbiani arrivando a chiamare i fedeli per la preghiera lasciando ammaliati chi come noi la ascoltavano per la prima volta. Abbiamo attraversato il piccolo Aaran Bazar, tessuti e spezie coloravano il nostro cammino illuminato da variopinte lampade poste fuori dalle vetrine, alla fine del mercato si vedevano piccole nuvolette di fumo provenienti da un bar all’aperto. Attirati dal profumo di quei vapori ci siamo seduti e abbiamo ordinato un succo di carota e uno di melograno assaporando il fumo del tabacco alla mela che usciva dal narghilè, un cameriere passava di tanto in tanto a sostituire il carbone nel braciere e ci siamo rilassati osservando queste usanze così insolite dalle nostre parti.

    istanbul-derviscioIl locale era molto spartano ma affascinante, i tavoli in legno erano bassi e le poltroncine foderate di una stoffa rossa simile ai tappeti persiani, tre uomini suonavano dal vivo musica turca e sul palchetto si esibiva un Derviscio con la sua danza roteante, un rito che porterebbe a raggiungere un’estasi mistica. Gli altri tavoli erano occupati da uomini che giocavano a backgammon e dama, alcune donne con indosso un Niquab ridevano di gusto nascondendo il loro sorriso sotto il velo. Si beveva principalmente tè servito in piccoli bicchieri panciuti, poi caffè turco e succhi di frutta, gli alcolici non sono previsti dall’Islam e difficilmente vengono serviti nei locali. Nel cuore di Sultanahmet, venivamo avvolti dal profumo di castagne e pannocchie che rosolavano sulla brace degli ambulanti nella passeggiata notturna ai piedi della Basilica di Santa Sofia e della Moschea Blu.

    La mattina seguente di buonora centinaia di gabbiani volavano sopra le guglie dei minareti, corvi e piccioni si spostavano frenetici da un terrazzo all’altro dove i gatti aspettavano sornioni una loro distrazione camminando silenziosamente sui tetti. Le navi in porto si scambiavano i saluti sotto un soffitto di nuvole bianche e i pescherecci ormeggiavano sulla banchina scaricando le casse del pescato della notte sui carretti già pronti per le prime consegne ai ristoranti. Il caffè turco ha una preparazione più lunga e accurata rispetto a quanto avviene dalle nostre parti, viene servito dentro una variopinta tazzina riempita fino al bordo, sul fondo giace un sedimento di finissima polvere che secondo gli anziani servirebbe a predire la sorte, noi quella polvere la raccoglievamo con il cucchiaino lasciando ben poco per leggere il nostro futuro.

    Santa Sofia e la Moschea Blu

    Come prima tappa ho scelto l’imponente basilica di Santa Sofia, dapprima nata come chiesa cattolica, in un secondo tempo diventata moschea e successivamente museo. La sua travagliata storia parla di terremoti e guerre, del suo passaggio all’Islam e, in particolare, di leggende da mille e una notte, storie poco credibili ma sicuramente affascinanti. Sotto di essa nascono le cisterne, le più grandi della città, un vasto spazio sotterraneo costituito da dodici file da ventotto colonne tra le quali scorre acqua un tempo proveniente dalla foresta di Belgrado grazie ad un antica ed efficientissima rete idrica.

    La bellezza immortale della Moschea Blu ha ispirato scrittori e registi, tra i quali Ian Fleming che fece recitare il suo James Bond nelle cisterne in dalla “Russia con amore”. Avevamo tolto le scarpe e Arianna doveva coprire il capo con un velo per entrare. Sul pavimento un grosso tappeto rosso occupava ogni spazio e alcuni fedeli si raccoglievano in preghiera.

    Il Gran Bazar

    istanbul-lampade-bazarI turchi sono abili mercanti, amano portare a termine lunghe ed estenuanti trattative e non sono disposti a vendere senza arrivare ad un punto d’incontro sul prezzo di partenza. Il Gran Bazar è il regno del commercio di Istanbul, al suo interno si possono acquistare tessuti e tappeti, dolciumi e merce contraffatta, ci sono anche diverse botteghe artigiane di pellami, gioielli e prodotti tipici. Collane e orecchini brillano come stelline nelle vetrine dei negozi, i profumi di curry e cannella si aggirano con circospezione tra i piccoli passaggi del bazar, mentre un ragazzino schizzava tra la folla portando un vassoio per il Tè legato a tre catene, la forza centrifuga permetteva ai bicchieri di non cadere, ma le sue doti da circo rimanevano innegabili.

    Abbiamo chiesto il prezzo di una borsa ad uno dei più loschi individui che potevamo trovare, ci invitava a seguirlo per vedere altri modelli in magazzino e in pochi secondi siamo finiti fuori dal bazar, in un cortile ricavato da alcuni scantinati e piccole abitazioni ammassate senza alcun principio architettonico, un alberello era cresciuto proprio al centro e un uomo era appoggiato sul tronco, osservava un pollo che passeggiava inconsapevole del suo destino. Il compare del nostro venditore stava preparando la brace sotto una griglia, era scuro di fuliggine e indossava un camicia marrone sbottonata, sotto aveva una canottiera bianca e in testa un basco nero, una perfetta comparsa per un film di Kusturica. Intanto, il barbiere chiacchierava con un cliente fuori dalla sua bottega, vestiva un camice bianco da macellaio, ci guardava incuriosito ed io rispondevo con lo sguardo di chi non si sarebbe fatto accorciare neanche le basette. Abbiamo preferito non salire in magazzino aspettando in cortile, il mercante scendeva le scale tenendo la borsa sotto braccio con aria di sfida. Ognuno era fermo sulla sua posizione e la trattativa non si sbloccava, la situazione intorno a noi si faceva sempre più calda, il pollo ormai era allo spiedo e non volevamo fare la stessa fine…

    Suggestioni. Nonostante la faccia da serial killer, i turchi sono persone affabili e dai modi gentili, così ci siamo accordati sul prezzo scendendo a meno della metà da quello di partenza. I soldi risparmiati sono stati investiti poco dopo al mercato delle spezie dove montagne colorate di polveri facevano da sfondo a vallate di dolciumi e campi di tisane di fiori.

    Attraversati i bellissimi giardini dei palazzo Topkapi ci siamo trovati nella piazza sottostante al ponte Galata, il giro turistico era finito, adesso volevamo vivere le emozioni della vera Istanbul inoltrandoci nelle vie meno battute.

    Una donna sedeva pensierosa sui gradini della piazza, indossava uno chador rosso papavero, i suoi occhi erano fermi,  davanti a lei tutto si muoveva, eppure il suo sguardo sembrava non osservare nulla. I piccioni rissavano per accaparrarsi i semi venduti per poche lire da alcune signore anziane sedute dentro una baracchetta, sui loro visi notavo i segni di un carattere austero e di una vita noiosa, avevano lo sguardo schivo e non si lasciavano fotografare, la cultura islamica sostiene che ogni fotografia porti via una parte di anima, ho cercato di rubare molte anime in quei giorni e ognuna di essa riempie quella di chi la osserva.

    La vita a Istanbul scorre frenetica, le persone si muovono come formiche calpestandosi tra di loro, quindici milioni di abitanti sono tanti e non si può vivere di stenti o aspettando la fortuna. Ogni persona ha un suo compito e chi non ha lavoro si inventa qualcosa, c’è chi vende pellicce dentro il cofano di un anacronistico Mercedes e chi ripara tv seduto sul marciapiede, alcuni raccolgono spazzatura da riciclare, altri riportano alla luce vecchi mestieri come il lustrascarpe e qualche nostalgico vende bandiere di Ataturk per le manifestazioni di piazza Taksim.

    istanbul-tramonto-bosforo

    Per arrivare al quartiere di Beyoglu abbiamo attraversato il ponte Galata che collega il corno d’oro al quartiere Europeo, è stato impossibile trovare spazio per affacciarsi ad osservare il mare, ogni centimetro era occupato da pescatori della domenica intenti a tirare su pesci di piccola taglia e scarpe bucate, la destinazione del pescato non era certamente la tavola di uno dei numerosi ristoranti sottostanti. Beyoglu distribuisce vita lungo tutte le sue arterie ricche di locali e negozi, saltimbanco e musicisti di strada, Istiklal Caddesi è la sua aorta, tre chilometri di negozi, ristoranti, cinema e teatri, confluisce in piazza Taksim, il suo cuore che non cessa mai di battere. La torre Galata sovrasta il quartiere, era parte integrante dell’omonima fortezza costruita quando Genova vantava diritti commerciali con l’imperatore bizantino, oggi è uno dei simboli più significativi della città oltre che una delle attrazioni turistiche più importanti.

    Quel pomeriggio, i tram rossi per piazza Taksim passavano di continuo in mezzo alla folla, dietro di loro una coda di ragazzini cercavano un passaggio gratuito o un semplice divertimento, si aggrappavano al finestrino scatenando le ire del tramviere e rendendo quasi ridicola la scena.

    Il sole calava dietro le moschee specchiandosi sul bosforo, l’ombra dei minareti contrastava il giallo del cielo profilando perfettamente i contorni della città, le acque adesso erano calme e la gente era ferma a contemplare quella luce che sembrava giungere da un abat-jour posta dietro la collina.

    Diego Arbore

     

  • Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei Poveri, aspettando il campus universitario. Il punto sul ventennale progetto di riqualificazione

    Albergo dei PoveriAcquistato dall’Università di Genova nel 1991 grazie ad un accordo con l’azienda proprietaria ASP Brignole che prevedeva l’acquisto del diritto di superficie a 50 anni, l’Albergo dei Poveri è interessato dal 2003 da un progetto di riqualificazione complessivo per la costruzione di un campus e il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche. Il trasferimento è quasi ultimato, ma per la fine degli interventi complessivi si dovrà attendere il 2019.

    Albergo dei Poveri, la storia

    L’edificio di Piazza Emanuele Brignole, a Castelletto, è stato costruito nel 1652 per volere proprio di Emanuele Brignole, che fu investito dalla Repubblica di Genova del compito seguire la costruzione di un nuovo ricovero per i poveri della città. Ma solo quattro anni dopo questa data i lavori furono interrotti dall’epidemia di peste che colpì la città molto duramente: la sospensione ormai definitiva fu interrotta da una donazione dello stesso Brignole (pare 100.000 lire dell’epoca), che permise di riprendere i lavori. Tra molte vicissitudini, l’Albergo fu ultimato solo duecento anni dopo, nel 1835, a causa di vari ampliamenti svolti nel corso degli anni.

    In un primo momento l’edificio venne utilizzato anche come rifugio per i rappresentanti della Repubblica genovese e conteneva importanti beni pubblici (dal Tesoro di San Lorenzo alle ceneri di San Giovanni Battista); alla fine del XX secolo è stato convertito unicamente all’assistenza agli anziani bisognosi, fino a quando in tempi recenti, dismessa la sua funzione, ha ospitato la Facoltà di Scienza Politiche.

    Il 20 novembre 1991, dopo le trattative condotte fra le parti nel corso di una quindicina d’anni, l’Istituto Brignole, proprietario dell’Albergo, formalizza con l’Università di Genova un’intesa programmatica per il trasferimento a quest’ultima del diritto di superficie per 50 anni dell’edificio. Successivamente 4.500 studenti hanno fatto il loro ingresso nella nuova struttura, grazie all’intervento dell’architetto Enrico Bona, che ha riadattato gli spazi per utilizzo didattico. I 490 pazienti ancora ricoverati dell’Albergo sono stati traslocati in residenze per anziani in vari quartieri della città.

    Il progetto dell’Università di Genova

    Si tratta di un progetto ambizioso per la creazione, entro il 2019, di un campus universitario che ospiti 7 mila studenti e si estenda su 48 mila metri quadrati. Accanto a questo progetto, anche il trasferimento della Facoltà di Scienze Politiche, che ha iniziato anni fa ad abbandonare le aule di Via Balbi 5 (che occupava assieme alla Facoltà di Giurisprudenza): dal 2012-2013 è iniziato il trasferimento in massa della maggior parte dei dipartimenti e oggi è pressoché ultimato. Inoltre, sempre nel 2012 anche l’inaugurazione del Centro Studi Bibliotecari “Enrico Vidal” e dell’aula magna, rispettivamente al secondo e primo piano.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politiche-2Per realizzare questo progetto è stato necesserio un investimento di ben 80 milioni di euro stanziati dall’ateneo: l’obiettivo è dare vita non solo a un polo con facoltà e campus, ma a una vera e propria “città” universitaria con bar, negozi, cartolerie, librerie, tutto pensato in funzione delle esigenze degli studenti. Qui si cerca di valorizzare il polo umanistico e il progetto fa da contraltare a quello del trasferimento della Facoltà di Ingegneria sulla collina degli Erzelli.

    I lavori che sono già stati portati a termine. In primis il recupero delle aule per la didattica (3300 mq) al piano terra; altre aule e l’aula magna di Scienze Politiche e Giurisprudenza sono state già risistemate e rese operative anche al primo piano (per un totale di 4115 mq); proseguendo, al secondo piano è attiva la biblioteca, il CSB Enrico Vidal (2535 mq). La biblioteca merita un commento a parte: inaugurata a giugno 2012, è situata nell’ala est dell’edificio e ospita oltre 240 posti sui suoi circa 2500 metri quadrati di spazio, e contiene 45 mila volumi. Al terzo piano, invece, sono stati recuperati gli spazi che ospitano dipartimenti e centro linguistico di ateneo (rispettivamente 1200 e 350 mq); al quarto e al quinto, ancora dipartimenti per 2740 mq totali.

    E questo è quanto. Ma quali sono i lavori che devono essere portati a termine? Procedendo ancora per piano, tra gli spazi da recuperare ci sono i depositi (3675 mq), servizi vari (portineria, dipartimenti, disaster recovery, 740 mq) e negozi, senza contare il tunnel di 2200 mq che andrà a costituire un percorso museale storico-botanico, con accesso sulla parte anteriore, ovvero la Valletta San Nicola e le serre storiche gestite dal Comune. Al primo piano, sono ancora da terminare il bar-caffetteria, la mensa, un museo e laboratorio didattico, altri dipartimenti, la parte relativa alla chiesa di S. Immacolata e l’antichiesa che sorgono al centro del complesso dell’Albergo dei Poveri, nella parte posteriore. Qui troveranno spazio anche gli uffici amministrativi di ASP Brignole, cui si accederà da un ingresso posto nella facciata antistante del complesso, adiacente a quella riservata all’Università. Proseguiamo: secondo piano, aule studio e dipartimenti ancora da completare (3100 mq); al terzo, quarto e quinto, oltre alle aule per la didattica, residenze per studenti e foresteria: 90 posti letto, con cucine, lavanderia, ristorante, aule multimediali, spazi creativi e archivio. Al sesto, anche una palestra.

    In totale, la superficie già recuperata è pari a quasi 11 mila mq. Quella che ancora dovrà essere soggetta a recupero invece è pari a oltre 23.300 mq.

    Valletta San Nicola

    Valletta Carbonara San NicolaIl progetto si inserisce all’interno di un altro progetto importante per la zona, quello del recupero di Valletta San Nicola (qui l’approfondimento di Era Superba), che coinvolge sempre ASP Brignole, Comune, Regione, cittadini e appunto Università. Ciascuno dei soggetti, come già scritto più volte su Era Superba, ha intenzione di acquisire parte dei 27 mila mq a disposizione per dar vita a progetti diversi: la cura delle felci storiche per il Comune; la creazione di orti urbani e spazi aggregativi per i cittadini; infine, il campus universitario, altro grande progetto dell’ateneo genovese assieme a quello degli Erzelli.

    Proprio per parlare del futuro della Valletta oggi, giovedì 16 ore 14.30, è convocata una commissione consigliare in cui si cercherà l’accordo tra i soggetti coinvolti, in attesa dell’imminente (pare) firma definitiva dell’accordo di programma e della successiva spartizione dei territori.

    Il Museo, o meglio, l’area didattica…

    «Museo è una parola grossa – aveva precisato ad Era Superba Enzo Sorvino, commissario straordinario di ASP Brignole – che comporta costi difficili da sostenere, sia per noi che per Tursi. Tuttavia, abbiamo intenzione di dare vita a un’area didattica ed educativa, che attiri visitatori sia da Genova che da fuori e che contribuisca a far conoscere i tesori lasciati in eredità dai Brignole e le bellezze della Valletta San Nicola».

    Si tratta di una proposta dall’associazione di cittadini Le Serre ben accolta dall’Istituto Brignole, dal Comune e dall’Università. L’idea è quella di creare un percorso che parta dal Porto Antico e termini nella Valletta, passando per Via Balbi. Il museo sarà, appunto, di stampo storico-botanico e collegherà l’interno dell’Albergo (la galleria che un tempo portava ai reparti) alla Valletta: un tunnel congiungerà gli interni con giardini e serre di felci storiche all’esterno.

    La collaborazione con gli studenti di Architettura

    Oggi all’interno del corridoio al primo piano dell’Albergo dei Poveri si possono consultare tavole appese alle pareti prodotte dagli studenti della Facoltà di Architettura (Corso di Laurea Magistrale in Restauro e Recupero Edilizio, V anno, a.a. 2011-2012, e Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici), che hanno avanzato tutte queste proposte progettuali di recupero della struttura, in via di attuazione. Si tratta nello specifico di una proposta che è stata oggetto di un Accordo Quadro di collaborazione tra il Dipartimento Grandi Opere Progettazione e Sicurezza e la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Un primo accordo attuativo tra Ateneo e scuola per la presentazione di un vero e proprio masterplan con indicazioni su assetto distributivo del complesso, definizione degli usi futuri rispetto alle necessità di ateneo e città. Gli studenti e i docenti hanno collaborato con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria e la Direzione Regionale per i Beni Culturali, e hanno svolto insieme studi e accertamenti sulla fattibilità degli interventi. Un lavoro che, come dicono gli stessi studenti coinvolti, contribuisce a “far conoscere fuori dalla aule universitarie e ben oltre la sola Genova, il valore e le potenzialità di questo straordinario complesso monumentale di scala urbana”.

     

    Elettra Antognetti

  • Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    ponte-autostrada-valpolceveraPiastra, palazzo o casa della salute che sia, il Consiglio comunale ha espresso ieri la sua ferma volontà affinché il presidio sanitario della Valpolcevera possa diventare realtà il prima possibile. Ieri, infatti, è stata approvata una mozione che impegna sindaco e giunta a definire entro un mese un accordo con Asl 3 circa i servizi da allocare nei nuovi spazi che saranno finanziati dalla Regione. Dopo un lungo dibattito, il documento ha avuto il via libera con 32 voti favorevoli, nessun contrario e 7 astenuti (M5S e Udc) per questioni di metodo più che di merito e qualche rivendicazione politica.

    Come molti consiglieri di opposizione, e non solo, hanno avuto modo di sottolineare, sul progetto vige ancora molta incertezza. «Sarà un caso – ha detto Mauro Muscarà (M5S) – ma nel 2010 si era tagliato il nastro dell’ospedale di Pontedecimo, oggi con l’approssimarsi delle elezioni europee torniamo a parlare della piastra in Valpocevera e, magari, la posa della prima pietra avverrà in piena campagna elettorale per le regionali». A rincarare la dose il suo capogruppo, Paolo Putti: «Figuriamoci se posso essere contrario a un provvedimento che riguarda direttamente il miglioramento di un’area in cui vivo e in cui vivono le mie figlie, ma mi sembra che ci stiamo impegnando a fare cose che non sono di nostra competenza. Si parla già di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera a partire dal 2015 ma non sappiamo ancora che cosa vogliamo metterci, dove vogliamo farla, quanto ci costerà l’area, a fronte di quali oneri di urbanizzazione per realizzare che cosa e che tipo di bonifica sarà necessaria».

    Per lungo tempo si è parlato dell’area ex Mira Lanza come luogo destinato a ospitare il nuovo presidio sanitario ma gli eccessivi oneri di urbanizzazione che avrebbero previsto la concessione ai privati di circa 12/13 mila metri quadrati di terreno da sfruttare dal punto di vista commerciale sono stati ritenuti irricevibili per il territorio da parte del Municipio Valpolcevera. In mancanza di aree pubbliche da poter sfruttare, la scelta sembra allora essersi orientata su un’area di circa 3500 metri quadrati, sempre in zona Teglia, in via Fratelli Bronzetti, di proprietà Houghton ma attualmente dismessa e che comporterebbe oneri di urbanizzazione decisamente minori.

    «Si tratta di un’area ex industriale in cui veniva effettuato trattamento di olii esausti – ha spiegato il vicesindaco, Stefano Bernini – e che è proprietà attuale di una compagnia indiana che ha dismesso l’attività ed è interessata a nuove realizzazioni. Bisogna, dunque, capire se, fatti i lavori di bonifica a carico dei proprietari, sia possibile ritagliare una porzione da utilizzare, cambio oneri, per la realizzazione della nuova piastra sanitaria». Destinazione che sembrerebbe gradita anche ad Asl che, stando a quanto riportato dal vicesindaco, avrebbe espresso la propria preferenza per aree edificabili ex novo che consentano la realizzazione di economie di scala e maggiori libertà di movimento più difficilmente ottenibili rispetto a uno spazio già costruito e sottoposto a vincoli della Sovrintendenza com’è quello dell’ex Mira Lanza.

    La mozione approvata in Consiglio comunale

    La mozione di ieri, in ogni caso, ha soprattutto lo scopo di fissare alcuni paletti imprescindibili per un iter procedurale che non può più subire rallentamenti dal momento che la Regione deve fissare entro giugno gli investimenti in edilizia sanitaria da inserire nei fondi Fas 2014-2020. «Il documento – spiega la prima firmataria Cristina Lodi (Pd) – è frutto di un lavoro complesso portato avanti da Municipio, Comune e Regione e scandisce un tempo utile e necessario entro cui dovrà muoversi la Asl per non perdere i finanziamenti che la Regione stessa è disponibile a dare. Non si può più perdere tempo in Commissione, nel senso che i lavori preliminari rispetto alla piastra della salute in Valpolcevera erano già stati ampiamente affrontati in quella sede, anche dalla giunta precedente».

    Anche il sindaco Doria ha espresso il proprio sostegno alla mozione: «La giunta – ha detto il primo cittadino nel suo intervento in aula consiliare – è favorevole perché questo documento dà l’indicazione all’amministrazione di occuparsi attivamente, entro i propri limiti, alla soluzione dei problemi che riguardano la realizzazione della piastra sanitaria in Valpolcevera. Condivido l’indicazione politica che ne scaturisce di definire, in tempi utili, che cosa si debba fare».

    Ma chi è chiamato a decidere e a non perdere ulteriore tempo prezioso? «La programmazione deve essere congiunta tra le istituzioni e la Asl» spiega la consigliera Lodi, presidente della commissione Welfare. «La definizione dell’area spetta al Municipio e al Comune, tenendo presente quanto previsto dal Puc e senza dimenticare le necessità del contesto in cui la nuova realtà andrebbe inserita. La Asl, invece, deve entrare nel merito della progettazione della piastra decidendo cosa metterci e la Regione deve investire economicamente, dov’è possibile anche con un cofinanziamento comunale. Si tratta, dunque, di un sistema intricato ma la mozione di oggi ha proprio lo scopo di porre alcuni vincoli a un processo di programmazione che è alle porte».

    Una mozione appoggiata anche dall’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi: «Apprezzo la mozione perché tenta di far coincidere percorsi che per natura non hanno coincidenza. Lo sforzo è mettere insieme la riqualificazione di uno spazio cittadino come previsto dal Puc con l’utilizzo di fondi Fas della Regione ai fini del miglioramento delle strutture per l’assistenza socio-sanitaria dei cittadini».

    Accanto alla mozione sono anche stati votati all’unanimità due ordini il giorno. Il primo, presentato dal Movimento 5 Stelle, richiede un approfondimento in Commissione sulla scelta della nuova area e sulla tipologia degli oneri di urbanizzazione da concedere alla proprietà. Il secondo, proposto dalla Lista Doria, mira ad ampliare lo sguardo all’intero sistema socio-sanitario genovese per garantire il principio di equità di accesso alle cure. «Voglio sottolineare – ha detto il consigliere Pierclaudio Brasesco – che è necessario che il Comune consolidi l’interlocuzione con la Asl nell’ottica di una più efficace integrazione socio-sanitaria».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    rubinettoLo ammettiamo: fino a ieri non avevamo mai sentito parlare di “bocche tassate o tarate”. E, mossi da questa nostra ignoranza di fondo, con curiosità abbiamo deciso di soffermarci sull’articolo 54, interrogazione a risposta immediata, con cui il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia, ha chiesto chiarimenti all’assessore Garotta in merito a questa particolare tipologia di fornitura di acqua ai condomini della città, che crediamo sia noti a pochi non addetti ai lavori.

    Per chi, come noi, si fosse avvicinato per la prima volta al termine, dunque, specifichiamo che si sta parlando di un sistema di tariffazione flat, un po’ come quello dei cellulari, che non tiene in considerazione il consumo effettivo del bene pubblico ma prevede un pagamento forfettario a fonte di una fornitura giornaliera in misura fissa. Questa tipologia di impianto veniva installata a Genova fino agli Settanta e prevede una vasca di accumulo condominiale che vada ad alimentare i serbatoi dei singoli appartamenti. L’acqua erogata ma non consumata confluisce in una vasca di riserva e, da qui, direttamente alle fogne anche se si tratta di acqua ancora pulita. Con uno spreco immane. «Secondo i dati forniti dalle associazioni condominiali – ha detto Gioia – a un condominio a bocca tarata vengono erogati mediamente 5200 metri cubi di acqua all’anno mentre uno con il contatore ne consuma circa 2300». Ne deriva che ogni bocca tassata spreca ogni anno 2 milioni e 900 mila litri di acqua. Ma quanti sono i condomini che utilizzano questo sistema sprecone?

    «Sulle 47 mila utenze di tutto il Comune di Genova – ha specificato l’assessore Garotta – solo 2500 sono interessate da questa tipologia di fornitura». Proseguendo i nostri calcoli, le “bocche tassate” comporterebbero per tutto il territorio comunale uno spreco pari a 7 miliardi e 250 milioni di litri di acqua pulita ogni anno! Un vero e proprio disastro ambientale, senza considerare la ricaduta economica. «Siamo di fronte a uno spreco non più tollerabile – aggiunge Gioia – se pensiamo anche che a Genova l’acqua è tra le più care d’Italia, con una differenza che oscilla tra il 10 e il 20 per cento rispetto al costo medio italiano. Ma a questa diversità di costi non corrisponde né una qualità elevata di servizi né tantomeno una quantità importante di investimenti».

    Possibile, dunque, che non si possa fare nulla per eliminare definitivamente tutti gli impianti di questo genere? «Il problema di questi impianti – spiega Garotta – è che non possono essere riconvertiti perché non sarebbero in grado di sopportare le pressioni normali dal momento che sono stati concepiti per un flusso costante a pressione ridotta». Negli anni passati alcuni condomini hanno superato questo sistema ma i lavori, di norma, vengono fatti nel quadro di una più complessiva ristrutturazione che consente una più facile ammortizzazione per gli inquilini. «Sono d’accordo che questo sistema vada superato – ha ammesso l’assessore – e la precedente amministrazione aveva anche approvato una mozione che consentiva l’abbattimento del canone di occupazione suolo in carico al condominio che si fosse adoperato per il superamento della “bocca tassata”. Tuttavia, si tratta spesso di costi che i condòmini non sono disposti a sostenere, neppure di fronte agli incentivi proposti dalla Regione qualche tempo fa».

    «Non basta essere d’accordo – ha replicato il consigliere Gioia – ma mi aspetterei che l’amministrazione prendesse un’iniziativa concreta per risolvere queste problematiche. Anche perché, se capisco l’aspetto dal punto di vista del privato che può essere spinto a intervenire solo attraverso una cospicua incentivazione, non capisco come si possa continuare a fare nulla per le 800 utenze a bocca tassata (1/3 del totale, ndr) che risultano in capo al Comune». Insomma, proviamo a parafrasare Gioia, com’è possibile che una giunta che si è sempre schierata a tutela dei beni comuni fin dalla campagna elettorale, si renda partecipe dello spreco annuale di miliardi di litri di “oro blu”?

    Sarà probabilmente per colpa dei tempi ristretti imposti dal regolamento alla trattazione degli articoli 54, ma su questo punto l’assessore Garotta non si è espressa. Qualche parola, invece, è stata spesa sulla questione delle tariffe salate. «Dopo decenni di attività – ricorda l’assessore – a partire dai primi anni 2000 Genova sta sostenendo investimenti fondamentali e da sostenere quasi esclusivamente con le tariffe del servizio idrico in assenza di fondi europei o altre forme di finanziamento a fondo perduto. E molto terreno abbiamo ancora da recuperare se si pensa, ad esempio, al depuratore in previsione per la nuova area centrale genovese (qui l’approfondimento di Era Superba)».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    street-art-skater-D1Ancora una volta il Consiglio comunale torna a parlare del Por di Prà (qui l’approfondimento di Era Superba). Dopo aver analizzato nel dettaglio la situazione del “Parco Lungo” a inizio anno, ieri è stata la volta del progetto Prà-to-sport, che coinvolgerà la zona più a levante della delegazione.

    Lo spunto è stato fornito dai consiglieri del Movimento 5 Stelle, Boccaccio e Burlando, che riportando le istanze raccolte sabato scorso durante una manifestazione sul territorio, hanno chiesto all’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, di fare chiarezza su come verranno spesi i 2,180 milioni di euro messi a bilancio per questo intervento. «All’interno del Piano triennale dei lavori pubblici, che potremmo anche definire desaparecido visto che ha fatto un passaggio “a manetta” nei municipi perché arrivasse subito in Consiglio ma non se n’è saputo più nulla, ci sono una trentina di voci che riguardano il Por di Prà – ha detto in Sala Rossa Andrea Boccaccio – e in particolare una che si riferisce a interventi relativi a un’area pubblica per sport all’aperto. Vorremmo sapere nel dettaglio di che tipo di interventi si tratta e come si fa ad arrivare a una cifra tale».

    Nella sua risposta, Crivello ha ricordato che si tratta di un’area di circa 20 mila metri quadrati che, come previsto dalla Conferenza dei servizi ambientali, necessita di bonifica e di un ricarico del fondo esistente per circa un metro di terra su tutta la sua estensione. «Inoltre – ha proseguito Crivello – si dovrà provvedere alla regimentazione delle acque, alla recinzione e all’illuminazione dell’area. Restano poi ancora 150 mila euro per restituire lo spazio pubblico ai cittadini il prima possibile».

    Ma non è tutto. Per l’allestimento sportivo è, infatti, previsto l’impiego di altre risorse provenienti dal ribasso d’asta dell’intero Por, un’economia che ammonta a circa 1 milione e 250 mila euro, con cui verrà realizzato quasi sicuramente uno skate park. Sul tema, si era espresso anche il sindaco Marco Doria, proprio in Consiglio comunale lo scorso gennaio: «I ribassi d’asta del Por – aveva detto il primo cittadino – verranno utilizzati per realizzare interventi che siano apprezzati, che rispondano alle esigenze di risistemazione dell’area e che possano essere funzionali anche a implementazioni future ma che nell’immediato consentano un primo utilizzo dell’area». Niente più palazzetto dello sport, dunque, che sarebbe di gran lunga più oneroso rispetto ai fondi a disposizione. «Lo skate park – ci aveva spiegato il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è una promessa presa dall’amministrazione già tre anni fa a fronte di una richiesta di alcuni giovani praesi. Con i soldi restanti valuteremo le altre proposte di campetto polivalente e pista di atletica».

    Nel suo complesso, il Por di Prà è stato finanziato con 17 milioni e 324 mila euro, di cui 11,5 milioni provenienti da fondi regionali ed europei e 5,8 milioni dalle casse di Tursi. «Parte degli interventi – ha ricordato l’assessore Crivello – è già stata effettuata: nel 2010 è stato messo a punto l’accesso al parco di Ponente, nel 2012 è stata terminata piazza Sciesa e l’anno scorso abbiamo completato il riassetto idrogeologico del rio Sampietro. Ma c’è ancora molto da fare. Come il Parco Lungo, i cui lavori dovrebbero partire a settembre/ottobre di quest’anno e concludersi nell’ottobre del 2015. Per dare un’accelerata definitiva (e non perdere i finanziamenti del Por che vanno rendicontati entro la fine del 2015, ndr) la giornata lavorativa sarà di un turno e mezzo, dalle 7 alle 20».

    Insomma, dopo 7 tavoli ufficiali, 5 assemblee pubbliche, un consiglio monotematico trasformato in assemblea pubblica con la presenza di Crivello e del sindaco, 15 incontri tra consigli e commissioni municipali e comunali solo negli ultimi mesi, oltre agli innumerevoli sopralluoghi e a due ipotesi di progetto presentate e dibattute pubblicamente, i praesi possono finalmente intravedere la luce in fondo al tunnel.

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele orlandi]

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    I Tre Allegri Ragazzi Morti sul palco dello Zapata: il racconto della serata

    tre-allegri-ragazzi-morti-2C.S.O.A. Zapata, quarta tappa delle dieci date del tour dei Tre Allegri Ragazzi Morti per celebrare i 20 anni di attività. I luoghi scelti per l’esclusività degli eventi non sono casuali: ripercorrono infatti, come si legge sul loro sito, le loro stesse orme, “nei posti dove suonavano, quelli che sono rimasti, nelle città che per prime hanno risposto all’urlo di Mai come voi’”. La formazione è rimasta praticamente immutata da vent’anni, raro esempio di alchimia vincente nel panorama musicale italiano, scevro da personalismi interni e immune da discordie artistiche. D’altronde la coerenza e la dignità intellettuale di Davide Toffolo -chitarra e voce-, Enrico Molteni -basso- e Luca Masseroni -batteria- non è messa in discussione, e questo rende il gruppo un caso più unico che raro.

    A riprova di questo c’è il voto della band di non svendere la propria immagine ai media, proteggendo la propria individualità, spesso mercificata dalle regole dell’industria discografica, con un’arma più appuntita di una lancia e più esplosiva di un missile: la matita di un fumettista di rilievo come Davide. E così le maschere dei teschi sono, fin dalle origini, un simbolo del gruppo, anticipando una tendenza che significa, paradossalmente, il contrario nello stesso periodo, quando i Daft Punk ne fanno un motivo di marketing per alimentare la trovata discografica di impersonare musicisti cyborg venuti dal futuro.

    Nati dall’esperienza punk della Pordenone fine anni’70 e dal movimento denominato Great Complotto, i TARM (come spesso viene abbreviato il nome della band) toccano uno dei punti più alti del punk e del rock indipendente italiano, diventando capostipiti di una nuova concezione musicale, autoprodotta e dichiaratamente live, dimensione prediletta rispetto a quella in studio.

    tre-allegri-ragazzi-mortiI primi lavori, “Mondo Naif” del 1994, “Allegro Pogo Morto” del 1995 e l’EP “Si Parte” dell’anno successivo, sono i manifesti di questa loro filosofia. Il tour Aprile1994 intende ripercorrere proprio questi album. E, questo è importante sottolinearlo, non solo riproporli. Tra le spesse mura dello Zapata, infatti, viene annunciato un esperimento spazio temporale, un virtuale viaggio a ritroso dal 2014 al 1994, per dare la possibilità a chi ancora non c’era di assistere a come sarebbe stato uno dei primi concerti marchiati TARM, e a chi c’era di rinfrescarsi i ricordi. Quei ricordi che, come suggerisce l’esperimento stesso, sarebbe più importante imprimere nella mente, invece di fissarle nella tecnologia che ormai sembra sostituire il nostro cervello. Oltre a questo, lo scopo è anche molto più pratico. I Tre Allegri Ragazzi Morti, infatti, proprio come alle origini suonano senza maschera. E le fotografie sono bandite. Naturalmente rispettiamo la decisione per il rispetto dovuto alla loro scelta artistica. Così ci facciamo piombare addosso un concerto di puro punk, come, forse, non ne abbiamo mai sentiti. L’impatto sonoro è poderoso: le casse sparano al massimo e le loro vibrazioni, con la complicità di centinaia di persone che saltano, fanno addirittura scalcinare pezzi di intonaco dalle pareti!

    >> Ascolta su Spotify i brani eseguiti dai Tre Allegri Ragazzi Morti al CSOA Zapata

    La scarica di adrenalina e di nostalgia che riescono a infondere versi come “non saremo mai come voi, siamo diversi: puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi” di Mai come voi; o “sessanta milioni di topolini davanti alla tivù non dimenticheranno mai il facile du du du” di 1994 (riprendendo il motivo dell’inno di Forza Italia) scatenano quel pogo profetico. Profetico perché anticipa il capitolo successivo di Allegro Pogo Morto, da cui spiccano pezzi del calibro di Dipendo da te, Una cosa speciale e Quindici anni già con “tutta la noia di sua madre e tutte le bugie di suo padre”. L’esperimento si conclude con l’epitaffio di Sono Morto dall’EP “Si parte”: “non sarà il fumo di marijuana, la febbre al fine settimana, sarà che sono disperato o che mi sono consumato: ma sono morto!”. Un concerto fatto di memoria e sudore, e -come direbbe un altro maestro del punk new wave- una bella “botta di energia del rock”.

    concerto-zapataLo Zapata permette anche di assistere al concerto nel salone del bar, grazie a un proiettore che trasmette il palcoscenico su un telo gigante. Rindossate le maschere, i TARM tornano al 2014, proponendo alcune tra le loro più belle canzoni degli ultimi anni, tra cui “Francesca ha gli anni che ha”, “La mia vita senza te”, “Il mondo prima” e “Alle anime perse”. Una menzione particolare è dovuta al gruppo di spalla, i Numero6: la formazione ligure di indie rock capitanata da Michele Bitossi (qui l’intervista di Era Superba), a nostro parere, merita sempre attenzione.

    Nicola Damassino

  • Piazza Matteotti pedonale: la battaglia dell’associazione di quartiere AssEst

    Piazza Matteotti pedonale: la battaglia dell’associazione di quartiere AssEst

    Palazzo Ducale entrataPiazza Matteotti pedonale, dotata di arredi urbani e valorizzata in tutto il suo splendore, in continuità con Piazza De Ferrari: un biglietto da visita per tutti, genovesi doc e turisti, che arrivano nel centro storico. È quello per cui si battono da anni i rappresentanti di AssEst, associazione di quartiere che sta portando avanti varie battaglie, dalla valorizzazione del complesso di Santa Maria di Castello e Torre Embriaci, al controllo della movida sregolata. Nel corso di #EraOnTheRoad abbiamo incontrato il presidente dell’associazione, Giancarlo Bertini, che ci ha illustrato le problematiche e le proposte per il futuro.

    Per prima cosa, sono state chieste alcune modifiche alla situazione corrente: ad esempio, si vorrebbe che le auto del commissariato di Polizia che affaccia sulla piazza e su Via San Lorenzo siano posteggiate altrove, liberando la piazza. Si parlava, una volta chiuso il cantiere che oggi occupa la parte sud di Matteotti, di trasformare quell’area in un piccolo parcheggio riservato alle auto di servizio. Tuttavia, il cantiere, aperto ormai dal 2010, rischia di andare per le lunghe e ancora non si intravede una soluzione in questo senso. «Prima la colpa del ritardo era del cantiere di Piazza delle Erbe, ma ora che  la scuola è stata completata il cantiere è rimasto. Quanto ancora si andrà avanti?», commenta Bertini.

    Inoltre, la proposta di AssEst prevede una risistemazione complessiva dei posteggi per i residenti del centro storico, così da assicurare la sosta agli abitanti: a ciò, deve seguire il divieto di sostare per tutte le altre macchine e l’introduzione di un sistema di monitoraggio di ingressi e uscite, l’aumento dei controlli da parte della Polizia Municipale e l’inasprimento delle sanzioni per chi infrange la legge. Discorso a parte per chi esibisce apposito contrassegno di disabilità, naturalmente legittimato a sostare. «Quando ci sono manifestazioni a San Lorenzo qui è tutto pieno di macchine – continua Bertini – Noi vorremmo semplicemente che la Piazza Matteotti fosse libera e dotata di un arredo urbano consono a una piazza così importante e centrale, biglietto da visita per la città non meno di Piazza De Ferrari. Cosa pensano i turisti arrivando in centro e scoprendo questa situazione? È uno scandalo non riuscire a valorizzare un luogo così centrale e strategico».

    Confermano da AssEst che, in tutto questo tempo in cui hanno continuato a portare avanti la loro battaglia (di fronte all’Amministrazione civica, negli uffici, nelle riunioni di quartiere, perfino sui social: su Twitter hanno lanciato l’hashtag #matteottipedonale), hanno trovato sempre buon riscontro da parte di Tursi, che si è sempre detto pronto al dialogo e concorde in questa battaglia per la pedonalizzazione della piazza. «Abbiamo il loro appoggio, certo – continua Bertini – ma in concreto cosa hanno fatto e cosa fanno? Poco o niente. C’è stato un incontro con Elena Fiorini (Assessore a Legalità e Diritti, n.d.r.), con l’assessore allo Sviluppo Economico Oddone e attendiamo di incontrare soprattutto Anna Maria Dagnino (Politiche relative alla Mobilità, alla Logistica ed al Trasporto pubblico, al Trasporto su ferro e metropolitana, n.d.r.), che può darci una risposta. Anche in passato abbiamo avuto ottimi interlocutori all’interno della giunta Vincenzi (l’ex assessore alla Mobilità Simone Farrello), che sposavano in toto la nostra causa, ma che poi hanno di fatto rinunciato ad attuare qualsiasi cambiamento».

    Non solo Tursi: AssEst interagisce anche con la Polizia Municipale, cui manda periodicamente fotografie della piazza che denunciano situazioni anomale e contro la legge, e cerca un dialogo anche con le forze di Polizia di Stato, la cui sede affaccia sulla piazza: «Il questore ci ha ascoltati e ci ha dato più volte ragione, ma di fatto anche lui non fa nulla: vedere che proprio loro non rispettano le norme è un deterrente anche per tutti gli altri cittadini. Non sappiamo più a chi rivolgerci per farci ascoltare, ma siamo determinati ad andare avanti con questa battaglia per restituire Piazza Matteotti ai cittadini. La situazione qui è simile a quella di Corso Quadrio, anche quella tragica: lì un tempo c’erano parcheggi per i residenti, ora la zona è da tempo occupata da un cantiere, ormai chiuso da anni, e il Comune non fa niente per liberare l’area e restituirla ai residenti, nonostante le tante sollecitazioni. Il paradosso è che lo spazio è usato dalla carrozzeria lì vicina, privatamente, come deposito delle auto. Per quanto riguarda Matteotti, poi, c’era stata anche una delibera nel 2011, che non è mai stata messa in essere».

    Insomma, “non si muove nulla ma continuiamo a protestare”: di questo sono convinti i rappresentanti di AssEst, che aspettano il fatidico incontro con l’assessore Dagnino e sono determinati a risolvere l’impasse proponendo poche chiare, valide idee concrete: posteggi per la Polizia al posto dell’attuale cantiere, aumento della segnaletica, sistema di sorveglianza, appunto. Tutte misure attuabili a costo pressoché zero, solo ottimizzando la situazione attuale.

    Elettra Antognetti

  • Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    Porto, sistema telematico: la situazione genovese, E-port e il modello Amburgo

    porto-imbarchi-DIIn un contesto in cui assistiamo ad un graduale spostamento degli equilibri economici mondiali, sempre più sbilanciati a favore dell’Estremo Oriente – Asia in primis, con la Cina destinata a sostituire gli Stati Uniti, forse già nel 2018, come maggiore potenza economica del pianeta – tendenza che si riflette nei flussi economici (i dieci porti maggiori a livello globale sono nella stessa Cina e nel Middle East, mentre i tre più grandi porti europei movimentano complessivamente meno container rispetto a quanto faccia lo scalo di Shanghai da solo), l’Italia non è riuscita ad approfittare del vantaggio derivante dalla propria posizione geografica che ne dovrebbe fare l’approdo europeo naturale per le merci provenienti e destinate al Far East.

    “Considerando il volume di merci con origine/destinazione in Italia che transitano per i porti del Nord Europa, emerge come, con volumi superiori a 440 mila teus, il Northern Range possa essere considerato, in un certo senso, l’ottavo porto container italiano – scrivono Spediporto (la più importante associazione italiana delle “case di spedizione” protagoniste del mercato dell’import/export e del trasporto delle merci) e Assagenti (associazione agenti raccomandatari mediatori marittimi agenti aerei) in una relazione congiunta – La chiave di questa minore competitività sta nel concetto di rispetto dei tempi pianificati. Rispetto a Germania, Francia e Regno Unito i principali punti di debolezza del sistema logistico italiano appaiono quelli relativi alle infrastrutture e alla puntualità dei servizi. Il rapporto della World Bank colloca l’Italia al 24o posto nel ranking mondiale per performance logistica. La stessa classifica conta tra le prime dieci posizioni sei Paesi che aderiscono all’Unione Europea. Secondo alcune stime questa bassa collocazione in classifica costa all’Italia 40 miliardi di inefficienza logistica, un valore intorno al 2,5% del PIL”.
    Lo studio AT Kearney-Confetra che approfondisce il tema del vantaggio geografico dell’Italia per la movimentazione di container lungo la rotta Far East-Europa è in tal senso emblematico: “Considerando un’ipotetica tratta Singapore-Milano, nelle due varianti via Genova e via Anversa, emerge come, nonostante la posizione geografica favorevole del porto di Genova, che consentirebbe un risparmio di quasi 800 miglia marine (4 gg di navigazione), il transito attraverso lo scalo italiano implichi una maggiore variabilità nel tempo stimato per il trasporto (compreso fra 20 gg e 28 gg), rispetto allo scalo belga (minimo 25 gg, massimo 27 gg). In particolare, l’elemento discriminante, oltre alla tratta terrestre, sembra essere l’attraversamento del porto, che rappresenta un elemento di fragilità del sistema: attraversamento del porto di Genova (3 gg -11 gg); attraversamento del porto di Anversa (3 gg – 5 gg)”.

    porto-ferrovia-binari-containerCertezza e miglioramento dei tempi di uscita delle merci dal porto, dunque, sono gli elementi chiave sui quali focalizzare l’attenzione puntando ad una forte sburocratizzazione delle procedure ed alla de-materializzazione della documentazione a favore di sistemi informatici evoluti. «Gli operatori privilegiano sistemi logistici più efficienti anche qualora questo dovesse tradursi in tempi maggiori, purché certi – spiega Gian Enzo Duci, presidente Assagenti – Questa scelta consente loro una migliore e più efficace programmazione logistica. La telematizzazione del porto di Genova può aiutare il sistema ad essere più efficiente, oltre a ridurre del 75% i tempi di uscita delle merci dallo scalo. Abbiamo stimato che un abbattimento di questa portata equivalga a una moltiplicazione degli spazi fisici, quindi banchine e piazzali, di quasi un terzo rispetto alle strutture oggi esistenti a Genova».

    Spediporto e Assagenti si candidano per gestire direttamente il sistema telematico del porto di Genova “E-Port”

    Il sistema telematico del porto di Genova, il cosiddetto “E-port” dell’Autorità Portuale (AP) genovese, è una piattaforma informatica trasversale – affidata in gestione attraverso gara al gruppo AlmavivA (leader italiano nell’Information & Communication Technology) il quale si avvale della collaborazione di realtà esperte nel settore come ad esempio la Hub Telematica (partecipata, tra gli altri, da Spediporto e Assagenti) – che mette a servizio di soggetti terzi operanti in ambito portuale una serie di importanti funzionalità. Il primo modulo è stato inaugurato nel 2005, in seguito si sono sviluppati diversi componenti operativi di supporto che hanno fatto di E-port un progetto di rilevanza nazionale. Nel resto d’Europa il modello organizzativo prevalente prevede che simili sistemi informatici portuali siano gestiti da società in cui le varie categorie professionali sono soggetti attivi e partecipanti. Adesso Assagenti e Spediporto propongono di gestire loro in maniera diretta (con i conseguenti oneri economici a carico degli stessi privati) il sistema telematico portuale. «Pensiamo sia giunto il momento che le categorie dell’utenza portuale compiano un passo in avanti e sulla base di consolidati modelli gestionali affermati in Nord Europa si candidino alla gestione del sistema telematico del Porto di Genova – spiega Maurizio Fasce, presidente Spediporto – Negli anni abbiamo constatato difficoltà da parte di Autorità Portuale, che comunque rimarrebbe proprietaria di E-Port, a individuare soggetti gestori che sapessero associare alla manutenzione del sistema un’efficace capacità di sviluppo sempre allineata alle esigenze del mercato. La nostra proposta guarda all’Europa, ai suoi modelli e alle esigenze della merce, e vuole responsabilizzare direttamente le categorie ponendole in cabina di regia del sistema telematico, nulla di strano se si guarda a quello che avviene in Olanda e Germania dove già da decenni le associazioni dell’utenza portuale si vedono assegnare questo ruolo».
    «E-port rimarrà un sistema di proprietà pubblica (AP) gestito da un soggetto, noi immaginiamo di tipo consortile, che raccoglierà intorno a sé le migliori esperienze e le competenze specifiche patrimonio delle varie categorie professionali aggiunge Giampaolo Botta, direttore generale Spediporto – Spedizionieri e agenti marittimi ma in futuro auspichiamo che anche i terminalisti, con i quali abbiamo portato avanti buona parte dell’iniziativa, e gli autotrasportatori, entrino a far parte del disegno complessivo di riorganizzazione telematica del porto».

    D’altra parte, se il resto d’Europa viaggia spedito sotto il profilo della capacità di adattamento tecnologico alle esigenze di operatività delle merci «È perché molti Paesi hanno adottato dei modelli organizzativi più agili – sottolinea Botta, Spediporto – Qui in Italia, invece, se l’AP di Genova intendesse sviluppare in tal senso E-port dovrebbe prima affidare uno specifico incarico alla società gestrice, la quale a sua volta sarebbe tenuta ad avviare accertamenti e verifiche con tutte le realtà coinvolte, per arrivare alla redazione di un progetto ed infine alla sua autorizzazione. Insomma tempi piuttosto lunghi che si potrebbero evitare con un soggetto gestore consortile in grado di tradurre immediatamente le indicazioni in azioni concrete».

    Telecamera su GenovaIl modello è quello di Amburgo dove esiste da oltre trent’anni una società privata (Dakosy) – partecipata da tutte le componenti operative del porto – che ha saputo divenire dapprima elemento di sintesi tra operatori pubblici e privati, per poi proporsi come società a cui è stato affidato il compito di implementare sulla comunità portuale di Amburgo strumenti informativi e servizi tra operatori strettamente connessi all’efficientamento del modello operativo. «Oggi esistono diversi software scollegati uno dall’altro che inficiano la funzionalità del sistema informatico della Port Community System – spiega Duci, Assagenti – Grazie alla nostra gestione diretta di E-port sarà possibile eseguire tutte le operazioni burocratiche, amministrative e commerciali su un’unica piattaforma che consentirà la connessione tra tutti gli operatori portuali. L’onere economico di tale innovazione peserà su noi privati. Ma riteniamo che la comunità commerciale sarà disposta a pagare il prezzo per un sistema talmente innovativo».

    «Quanto si accinge a fare il porto di Genova è un esempio importante di sussidiarietà, un modello che vale per l’Italia – così il presidente dell’AP, Luigi Merlo, ha accolto il modello di gestione E-Port presentato da Assagenti e Spediporto (ANSA) – Sono contento che ci sia una comunità portuale che si candida a gestire il futuro. L’Autorità Portuale deve essere un soggetto facilitatore, non gestore. Se si vuole mettere al passo con l’Europa, l’Italia deve puntare su un modello per cui l’Autorità Portuale sia un soggetto più di governance e meno gestione. Purtroppo nel nostro Paese solo 4-5 porti oggi sono in grado di ragionare così».

    Le premesse alla proposta che agenti e spedizionieri hanno messo sul tavolo comprendono le esperienze attualmente in essere nel campo dell’IT portuale: preclearing o meglio lo “sdoganamento in mare”; Sportello Unico Doganale, con le sue programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate al Ped (punto di entrata designato) e al Peddino; telematizzazione delle procedure in uscita delle merci (dallo svincolo telematico all’informatizzazione dei varchi portuali) ed in entrata (preavviso di arrivo da parte dell’autotrasporto, procedure di accreditamento al varco, imbarco ed emissione polizza); per giungere infine ad un rinnovato sistema telematico E-port che sia sintesi, non solo operativa ma anche processuale, tra i sistemi di matrice privata e pubblica, come Aida (Agenzia delle Dogane), PMIS2 (Capitaneria di Porto), ecc.

    «Siamo partiti da un’iniziativa recentemente avviata come il preclearing – racconta Duci, Assagenti – in sostanza lo sdoganamento in mare traduce proceduralmente la necessità degli operatori economici e degli operatori portuali di vedere quanto più possibile anticipata la fase di presentazione/accettazione della dichiarazione doganale. Parliamo di una sperimentazione portata avanti da Agenzia delle Dogane e Capitaneria di Porto, sfruttando i sistemi satellitari di monitoraggio esistenti, che sta dando un forte impulso alla progressione del sistema portuale italiano verso un’ottimizzazione dei tempi di importazione delle merci, un’opportunità che le categorie intendono cogliere e sfruttare».
    Un altro strumento fondamentale che favorirà una ulteriore accelerazione delle procedure di importazione delle merci, una volta superata la fase autorizzativa doganale, sono gli svincoli telematici. Questo sistema, infatti, consentirà alle case di spedizione di stampare in house il buono di consegna ottemperando in tempo reale al pagamento di quanto dovuto all’agenzia marittima. «Si tratta di una sperimentazione che porterà alla completa de-materializzazione dei documenti cartacei a favore di supporti elettronici – continua Duci, Assagenti – Finora è un continuo passaggio di documentazione da un soggetto all’altro, ad esempio dall’agente marittimo (che ha in custodia la merce) allo spedizioniere, con un inevitabile allungamento dei tempi di uscita delle merci dal porto. La pratica degli svincoli telematici accorcerà i tempi e soprattutto li renderà sicuri. Anche attraverso la possibilità di eseguire pagamenti bancari elettronici».

    Il ruolo dell’Agenzia delle Dogane: servizi per l’interoperabilità e Sportello Unico Doganale

    porto-notte-DICome detto in precedenza il rinnovato E-port che si candidano a gestire spedizionieri e agenti marittimi è una soluzione che in tutte le sue molteplici sfaccettature si pone l’obiettivo di essere complementare agli altri sistemi telematici pubblici quale elemento di sintesi tra il momento pubblico e il momento privato. L’Agenzia delle Dogane, ad esempio, ha un proprio sistema di gestione delle dichiarazioni doganali – il sistema Aida – che abbina le attività di operatori, sia portuali sia del territorio, con le operazioni doganali, e consente delle procedure di accesso e colloquio con il singolo operatore coinvolto. «E-port si collegherà con il sistema doganale – spiega Claudio Monteverdi, Agenzia delle Dogane, responsabile ufficio di Genova – però è auspicabile che esso comprenda tutti gli operatori. Attualmente non è così. Alcuni soggetti utilizzano altri sistemi che comunque devono rapportarsi con l’Agenzia delle Dogane. In ottica futura l’accoppiamento dei nostri servizi per l’interoperabilità (Aida) con la nuova piattaforma E-port potrebbe fornire l’informazione più corretta possibile sull’esatta posizione della merce, garantendo una velocizzazione dei tempi di uscita dal porto».

    Tuttavia, il vero salto di qualità per ridurre i tempi di svincolo delle merci e i costi a carico di enti pubblici e imprese, sarà la completa realizzazione dello Sportello Unico Doganale, del quale si parla da anni ma ancora si attende di vederne l’effettiva funzionalità. Oggi per effettuare un’operazione di import/export gli operatori debbono presentare, oltre alla dichiarazione doganale, fino a 68 istanze ad altre 18 amministrazioni, trasmettendo ad ognuna informazioni e dati spesso identici, o simili nella sostanza, per ottenere le autorizzazioni, i permessi, le licenze ed i nulla osta necessari, nella grande maggioranza dei casi rilasciati su carta. Per queste ragioni, già nel 2003, l’Agenzia delle Dogane propose la norma istitutiva dello Sportello Unico Doganale, inserita poi nella legge finanziaria per il 2004. Lo Sportello Unico Doganale è stato attivato a luglio 2011 con le modalità transitorie previste dal decreto attuativo dello Sportello Unico Doganale (DPCM 242/2010), in attesa del completamento del “dialogo telematico” tra tutte le amministrazioni coinvolte nel processo di sdoganamento che dovrà concludersi entro luglio 2014. Il DPCM di fatto obbliga le 18 amministrazioni ad integrare i processi di competenza, di cui rimangono titolari, per offrire alle imprese un’interfaccia unitaria che, a regime consentirà: la richiesta, il controllo e lo “scarico” delle certificazioni/nulla osta/autorizzazioni per via telematica (art. 3); la “digitalizzazione” dell’intero processo di sdoganamento, compresi i segmenti di controllo di cui sono titolari amministrazioni diverse dall’Agenzia delle Dogane (art. 4). Finora è stata avviata l’interoperabilità tra l’Agenzia delle Dogane e il Ministero della Salute – considerato che i controlli sanitari e veterinari rappresentano circa l’80% del totale – ma lo strumento dovrà essere al più presto utilizzato anche dagli altri 17 enti coinvolti, a vario titolo, nelle verifiche delle operazioni di import/export.

    Lo Sportello Unico Doganale si affaccia – sebbene in versione limitata – all’interno dello scenario del porto di Genova grazie al protocollo di intesa siglato tra Agenzia delle Dogane, USMAF (Uffici Sanità Marittima Aerea e di Frontiera, strutture direttamente dipendenti dal Ministero della Salute dislocate sul territorio nazionale) e PIF (Posti di Ispezione Frontaliera), divenuto effettivo a partire dall’11 dicembre 2013. Per assicurare il massimo della sua efficienza operativa, però, sono necessarie le seguenti condizioni, come scrivono Spediporto e Assagenti nella loro dettagliata relazione: “Estensione a tutti gli uffici di Presidio del coordinamento operativo e funzionale che ad oggi vede l’esclusivo coinvolgimento di USMAF e Veterinario; realizzazione delle programmate evoluzioni strutturali di eccellenza legate nel Porto di Genova al Ped (Porto Vecchio) ed al Peddino (Porto di Voltri); garanzia di uniformità operativa degli orari degli uffici di presidio e dell’Agenzia delle Dogane al fine di garantire, in fase di verifica, il contemporaneo controllo di tutte le autorità chiamate per legge alla fase ispettiva”.
    «Lo Sportello Unico Doganale è lo strumento che sta a monte dello svincolo delle merci e può incidere in maniera significativa sulla velocità dell’intero processo logistico – sottolinea Monteverdi, ufficio dell’Agenzia delle Dogane di Genova – Allo stato attuale lo sportello funziona a regime ridotto. Ci sono alcune problematiche relative al Ministero della Salute, in particolare per quanto concerne gli orari di apertura degli uffici, oggi incompatibili con quelli doganali. La Sanità Marittima ha tempi più stretti e risorse limitate di personale. E gli operatori privati lamentano la mancata corrispondenza tra queste due attività».
    «Quello che stiamo scontando è l’assenza dello Sportello Unico Doganale – afferma Botta, Spediporto – è un disegno positivo di cui si stanno costruendo soltanto i primi pezzi. Lo sportello prevede un coordinamento operativo e gestionale, anche sotto il profilo informatico, che coinvolge numerose amministrazioni pubbliche chiamate a cooperare. Ad oggi non è ancora funzionale perché gli enti pubblici difendono le proprie singole peculiarità ostacolando così l’evoluzione del progetto».
    Eppure un’iniziativa quale lo sdoganamento in mare – adeguatamente collegata allo Sportello Unico Doganalepotrebbe essere decisiva in prospettiva futura. «Con il preclearing la dichiarazione doganale può essere presentata fino a 48 ore prima dell’arrivo della nave – spiega Monteverdi, Agenzia delle Dogane – L’operatore conosce già il tipo di controllo doganale al quale sarà sottoposto e sa come organizzarsi per una determinata verifica. Insomma ha due giorni di tempo per organizzare il trasporto e di conseguenza il ritiro della merce. Dal punto di vista del Ministero Salute, però, lo sdoganamento anticipato complica le loro operazioni. Secondo le norme che regolano la Sanità Marittima, infatti, la merce deve essere in banchina per concludere i controlli. Questi tempi in alcuni casi vanificano l’utilità delle 48 ore guadagnate».
    «Lo sdoganamento in mare è un esempio calzante del mancato coordinamento tra amministrazioni e dell’assenza di obiettivi condivisi tra pubblico e privati – accusa Botta, Spediporto – Parliamo di un processo volto a facilitare il business con benefici oggettivi per tutta la filiera. Peccato che essi siano vanificati quando la Sanità Marittima, deputata ai singoli controlli per il rilascio del nullaosta sanitario (elemento che precede la dichiarazione doganale), è soggetta al vincolo della presenza della nave in porto affinché sia possibile completare la procedura».
    Il nodo delle tempistiche diverse, dunque, va risolto a livello politico. La Sanità Marittima è il punto più importante perché assume la rilevanza dei controlli in molti campi. Un rallentamento sulle verifiche sanitarie significa un rallentamento generale. Il problema è anche numerico visto che nel porto di Genova la presenza in loco di medici e tecnici fitosanitari è ridotta al lumicino, e spesso il personale sanitario deve partire da uffici dislocati per eseguire le proprie mansioni sulle banchine di Sampiardarena o Voltri.
    «La soluzione individuata per risolvere tali criticità è la realizzazione di un centro unificato di verifica portuale, sia nel porto di Sampierdarena sia nel porto di Voltri, i cosiddetti Ped e Peddino – spiega ancora Monteverdi, Agenzia delle Dogane – La filosofia è quella di far confluire, in un contesto unico, tutte le verifiche sulle merci: doganali, sanitarie, ambientali, ecc. Così un container potrà essere aperto una volta soltanto per eseguire i controlli necessari». Il progetto, finanziato da AP e Regione Liguria, dovrebbe essere già in fase di redazione. Per gli operatori “È urgente pervenire alla fase di realizzazione strutturale e di definizione delle linee analitiche da importare all’interno della struttura – scrivono Spediporto e Assagenti – Sul punto le categorie chiedono maggiore incisività all’azione dell’Autorità Portuale che pare in difficoltà nella fase di messa a cantiere dell’opera“.
    «Quando tutti questi tasselli andranno al loro posto per l’intero processo logistico del porto di Genova i miglioramenti saranno evidenti – conclude Botta, Spediporto – E finalmente potremo colmare il gap con il resto d’Europa».

     

    Matteo Quadrone

  • Il Crocus: la pianta da cui si trae una preziosa spezia, lo zafferano

    Il Crocus: la pianta da cui si trae una preziosa spezia, lo zafferano

    1Il Crocus è una bulbosa (qualcuno parla di bulbotubero), appartenente alla famiglia delle Iridaceae, coltivata in Asia Minore e in molti paesi del bacino del Mediterraneo, è assai diffusa in natura e poco impiegata nei giardini e nella coltivazione in vaso.
    Questa pianta è molto facile da coltivare, basta infatti interrare, in qualche centimetro nel terreno, i bulbi in autunno e questi germineranno, senza alcuna difficoltà, in primavera. Dal suolo spunteranno ciuffetti di foglie verdi, dalla costolatura grigiastra, sottili, dal centro delle quali trarrà origine il fiore. In generale è

    2meglio che il terreno non sia troppo compatto e risulti piuttosto drenante ma il Crocus cresce quasi ovunque: limitandoci all’Italia, dai prati delle Alpi fino alle colline o all’Appennino Ligure. Le colorazioni dei fiori sono poi molto varie: si passa dal bianco puro, all’azzurro, al viola, al rosa, al giallo, dai toni uniformi fino a quelli profondamente screziati.
    Da un punto di vista progettuale, il risultato migliore si ottiene emulando quanto già avviene in natura. Piantando un grande numero di bulbi in prati e terreni (preferibilmente in luogo

    3piuttosto luminoso), questi cresceranno e si moltiplicheranno creando delle incredibili macchie di colore. Nel giro di pochi giorni ed al primo aumento della temperatura, il terreno brullo verrà ricoperto di tenere foglie. In tardo inverno ed inizio primavera il risultato è eccezionale, tra la neve residua, l’erba che inizia a germogliare ed i rami ancora secchi degli arbusti, dal terreno spuntano velocissimi infiniti gruppetti di fiori colorati. Sin da tempi remoti, si sono

    4sempre utilizzati questi bulbi nei giardini, insieme ed alternati ad esempio a narcisi e giacinti vengono lasciati inselvatichire nei campi. Dall’inizio della primavera fino alla sua fase più avanzata, il suolo si coprirà di onde di fiori di forme e colori diversi, che si adatteranno al variare delle settimane ed all’aumentare delle temperature.
    Il Crocus cresce benissimo anche nei vasi, dove germina in pochissima terra. Può essere quindi agevolmente inserito nelle cassette sulle finestre.

    5Frammisto ad edera, felci, capelvenere o piccoli arbusti verdi, permette di ottenere, in pochissimo spazio, ottimi risultati, anche in zone poco luminose.
    Infine, proprio da una particolare varietà della bulbosa, il Crocus sativus, viene tratto lo zafferano, proveniente dai pistilli giallo ocra dei vistosi fiori viola porpora. Spettacolari sono le distese in cui vengono coltivati questi bulbi in modo estensivo. All’epoca della fioritura, il terreno brullo si copre di un effimero manto violaceo che si perde all’orizzonte, dilatando gli spazi pianeggianti in cui la pianta viene coltivata.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Economia, finanzeAlla discussione sull’euro sta partecipando anche il Corriere della Sera (o quello che ne resta), ospitando interventi assolutamente autorevoli: la lettera di Bini Smaghi, Saccomanni, Fitoussi & Co, collaboratori della Luiss School of European Political Economy, i quali sostanzialmente rigettano l’idea che uscire sia una soluzione; e l’editoriale del duo Alesina & Giavazzi, che al solito invitano a battere con più lena la strada su cui già siamo.

    Si tratta di contributi che vale la pena prendere in esame, perché danno una buona idea di quali siano le argomentazioni dei sostenitori della moneta unica e del perché il dibattito non si possa definire, al fondo, un “dibattito economico”. Basta uno sguardo un po’ più attento, infatti, per accorgersi che spesso, accanto a motivazioni tecniche [a proposito delle quali, se proprio ci tenete, vi invito a leggere contributi come questo o questo], vengono addotte anche motivazioni che non dipendono da valutazione scientifiche “oggettive”, ma da considerazioni soggettive astratte, spesso di natura politica o morale, sulle quali si potrebbe e (si dovrebbe) discutere in modo laico.

    La lettera al Corriere della Sera

    Partiamo dalla lettera al direttore De Bortoli dei Bini Smaghi e dei Fitoussi, i quali scrivono: “Chi propone l’uscita dall’euro vuole in realtà tornare a quel modo di governare l’economia che la storia ha già condannato come fallimentare. I vantaggi dell’autonomia monetaria si rivelerebbero illusori. Al fine di contenere brusche fluttuazioni del cambio e di evitare fughe precipitose dei capitali, i responsabili delle politiche economiche italiane sarebbero infatti costretti a inseguire le politiche scelte dalle aree dell’euro e del dollaro”. È un autorevole parere, non c’è dubbio: ma non è un parere tecnico. C’è scritto, infatti, che fuori dalla moneta unica troveremmo solo l’instabilità finanziaria e che non ci sarebbe soluzione, se non quella di ancorarsi a una moneta forte. Ora, è impossibile che esperti tanto accorti vadano in giro a predicare, in generale, una simile idiozia. Tutti sappiamo che il mondo è pieno di paesi felicemente industrializzati che hanno la loro bella valuta pur senza poter vantare il peso economico degli Stati Uniti o della Cina. Un esempio? Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Canada, eccetera. Bisogna pensare, dunque, che i firmatari si stiano riferendo nello specifico all’Italia: noi italiani non saremmo in grado di fare quello che altri popoli fanno con successo.

    Naturalmente è possibile; ma per sostenere questo punto di vista gli esperti della Luiss non evocano ragioni economiche. E questo per un motivo molto semplice: che non ce ne sono e non ce ne possono essere. Quale ragione scientifica, infatti, potrebbe spiegare perché una soluzione praticabile e già praticata non si può praticare? Evidentemente lo si può sostenere solo a patto che – è questo il punto – si evochino considerazioni politiche, morali o addirittura razziali, che dunque per loro natura sono opinabili. Neppure – benché i firmatari evochino una fantomatica “condanna della storia” – si può dire che esistano particolari ragioni desumibili dal nostro passato: al contrario, il fatto è che l’Italia repubblicana, fuori dallo SME e dall’euro, è stata praticamente sempre in crescita sostenuta (tradotto: avevamo dei problemi, ma meno di oggi).

    Un altro giudizio ricorrente: “Il passaggio dall’euro alla lira non risolverebbe i problemi strutturali che da anni attanagliano l’economia italiana“. Anche in questo caso non siamo difronte tanto ad un’affermazione tecnica, quanto piuttosto a una banale tautologia. Quali economie non hanno problemi che si potrebbero definire “strutturali”? In linea di principio tutti hanno dei difetti da migliorare. E ancora: come si può pensare che ogni problema si risolva uscendo dall’euro? Ovviamente non si può: ad esempio, se il mio problema fosse lo scarso successo con le donne, evidentemente le cose non cambierebbero, se avessi la lira in tasca. Ma questo discorso non dice nulla su quale delle due soluzioni (restare o uscire) sia in effetti più conveniente.

    Altro esempio: “Ritenere che si possa uscire dall’euro e al contempo rimanere a far parte a pieno titolo dell’Unione è una pura illusione. […] L’Italia verrebbe emarginata e isolata”. Pure questa è una valutazione politica; una valutazione che, tra l’altro, esprime una logica contraria al diritto internazionale (per cui ogni Stato ha diritto di scegliersi la propria moneta) e sembra particolarmente supportata da precedenti storici.

    L’editoriale che ti aspetti

    Anche i fondi di Alesina e Giavazzi sono un esempio cristallino di come persone molto esperte possano fare confusione tra le loro personali convinzioni e le conquiste della scienza. Dopo aver ammesso placidamente che nella fulgida era dell’euro pure la Germania ha già sforato la soglia del 3% del deficit, i due spiegano quale è il vero senso di questa imposizione proveniente dall’Europa: “Il 3% sarà anche una regola stupida, ma è l’unica forza che si oppone all’aumento delle spese, vista la nostra incapacità a contenerle”. Cioè, dobbiamo incatenarci a un parametro che ci strozza, non perché abbia un senso economico, ma perché siamo “incapaci” (naturalmente in relazione al fare quello che, nella visione dei due economisti, è indubbiamente un bene).

    Siamo così di fronte all’ennesimo giudizio morale, sempre che – si capisce – gli autori non abbiano voluto sintetizzare in questo modo una loro analisi politica (sicuramente interessante, ma di cui si potrebbe discutere) o un’evidente risultanza storica. Tuttavia questa “evidenza” è tutta da dimostrare, dato che – lo ribadisco – in generale l’Italia con l’autonomia monetaria ha avuto performance nettamente migliori dell’Italia vincolata da accordi di cambio. Per cui si fatica a capire il punto del ragionamento: cosa c’è che non va in noi italiani? È il cibo che mangiamo? L’aria che respiriamo? Il troppo sole e il troppo mare? O forse i baffi neri e il mandolino?

    Il fatto è che Alesina e Giavazzi hanno occhi solo per un fattore: l’abbassamento della spesa pubblica. Per i due economisti in questo momento sarebbe giustificata addirittura una dose da cavallo di tagli per 50 miliardi, perché: “l’Italia non si riprende senza uno choc”.

    Ora, a parte il fatto che qui è ricalcata la solita idea che all’asino serva la cura del bastone (cosa che ricorda molto da vicino il metodo di governo descritto da Naomi Klein), e a parte il fatto che mi sembrava si fosse stabilito che di austerità ne avessimo avuta abbastanza, faccio notare che sono gli stessi Alesina e Giavazzi nel loro articolo a ricordare che ci siamo affacciati alla crisi del 2007 con un debito in discesa (al 100% del PIL, contro il 113% del 1998): dunque è dura scorgere la correlazione tra spesa pubblica e crisi economica. A smentire questo accostamento, poi, è già intervenuto lo stesso vice-Presidente della BCE Vítor Constâncio, il quale ha affermato che: «Gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori». Per cui si ha un bel da fare a cercare di dimostrare che tutti i mali si concentrano sulla nostra spesa: al contrario, è in tutti i dati, oltre che sulla pelle della maggioranza della gente (esclusi i super-ricchi, naturalmente), che non siamo mai stati così male come da quando abbiamo cominciato a dare retta agli Alesina e ai Giavazzi!

    Forse giova citare, a questo punto, la ricostruzione fatta dal Prof. Claudio Borghi (ad esempio in questo video) a proposito del dibattito precedente lo sganciamento dell’Italia dallo SME. Borghi dimostra che anche allora le stesse persone (un esempio su tutti: Mario Monti) con le stesse identiche considerazioni di oggi profetizzavano sventure che puntualmente, quando poi effettivamente uscimmo nel settembre del ’92, non solo non si verificarono, ma furono anzi rimpiazzate da considerevoli effetti benefici che dovettero essere ammessi (anche dallo stesso Monti).

     Non farsi smetire per avere sempre ragione

    Il problema vero – e qui ritorniamo al punto – è che certe tesi apparentemente rispettabili hanno in realtà davvero poco di scientifico, perché non possono essere smentite. Per tanto che si tagli la spesa pubblica, essendo fisicamente impossibile ridurla a zero, essa sarà sempre troppo alta per chi ha una fede incrollabile nel principio che il peccato originale stia tutto lì. E quando un domani, abbandonato questo approccio, andremo a stare meglio, diranno che è stato merito loro; oppure diranno che, se avessimo continuato ancora per poco sulla strada che ci indicavano, saremmo andati a stare ancora meglio.

    Ecco perché nonostante tutto, certi esperti, che pure hanno portato e portano considerevoli contributi scientifici, non cambieranno mai idea: perché al fondo sono ancorati a teorie generali indimostrabili o a visioni politiche e morali del tutto personali. È insomma quell’atteggiamento che Paul Krugman ha definito: “Ti continuerò a picchiare finché non mi dirai che stai bene”.

     

     Andrea Giannini

  • Valletta San Nicola: verso il percorso partecipato e la firma dell’accordo di programma

    Valletta San Nicola: verso il percorso partecipato e la firma dell’accordo di programma

    Valletta Carbonara San NicolaValletta San Nicola o Carbonara – 27 mila mq nel cuore di Castelletto, tra Corso Firenze e Corso Dogali – una situazione ormai nota alla maggior parte dei genovesi (qui l’ultimo approfondimento di Era Superba): da anni i comitati di quartiere si battono affinché il più grande spazio verde del centro, di proprietà di ASP Brignole, sia restituito alla città per attività di vario tipo (da turistiche a imprenditoriali, didattiche, ecc.).

    A giugno 2013 in Comune è stata approvata una mozione che definisce quest’area come agricola all’interno del nuovo PUC e esclude la possibilità di costruire park e villette, come nelle intenzioni dei proprietari. Ma la questione non è così semplice. Il quadro si complica se si pensa che i soggetti coinvolti sono molti, e tutti vogliono spartirsi a ragione i 27 mila mq, cercando di trovare un accordo: oltre ai proprietari dell’ASP Brignole, anche Comune e Regione, i cui rappresentanti siedono nel consiglio di amministrazione del Brignole, e Università di Genova, che ha acquisito dal Brignole il diritto di superficie degli spazi dell’Albergo dei Poveri per 50 anni allo scopo di trasferire qui la ex Facoltà di Scienze Politiche e realizzare un campus universitario. Infine, non dimentichiamo i cittadini di Castelletto che, riuniti nell’associazione Le Serre, da tempo si battono per avere un ruolo costruttivo all’interno del processo decisionale e un futuro attivo nella gestione della Valletta.

    Mercoledì è in programma a Tursi una commissione consiliare alla presenza di tutti i soggetti coinvolti per iniziare un percorso condiviso, in attesa che i vari enti sottoscrivano un accordo di programma. Durante #EraOnTheRoad siamo andati alla Valletta a parlare con i membri de Le Serre. Ecco il quadro completo della situazione.

    Verso la suddivisione dell’area e l’assegnazione degli spazi

    Di recente è stato redatto dal commissario straordinario del Brignole Enzo Sorvino un accordo di programma, da sottoscrivere tra i quattro soggetti in questione (ASP Brignole, Comune, Regione e Università). L’accordo è ora al vaglio dell’avvocatura e sembra “manchi davvero poco” (a quanto confermano fonti ufficiose) alla firma definitiva. Si è svolto da poco un incontro tra Comune (con vicesindaco Bernini e Assessore all’Ambiente Valeria Garotta), Regione e Municipio per parlare della “valorizzazione” dell’area e della sua restituzione a tutta la città, non solo al quartiere di Castelletto.

    «L’idea dell’accordo di programma è stata mia: ho deciso di procedere alla stesura perché si tratta di un problema che interessa tutti – commenta Sorvino – Avrei potuto tranquillamente disfarmene perché si tratta di un bene non valorizzabile dal punto di visto economico, ma ci tenevo a condividere idee e proposte con cittadini e soggetti coinvolti. Certo, non può essere trasformato tutto in orti urbani, come vorrebbero alcuni, ma l’idea è quella di introdurre orti a rotazione, laboratori didattici, un’area per le serre del Comune da ristrutturare, con le felci storiche. Infine, un’area spetterà ad Aster come magazzino, e poi ci sarà il campus universitario e la foresteria dell’Albergo dei Poveri. Sono 27 mila mq: c’è spazio per tutti, non le pare?».

    Dopo la stesura dell’accordo, si dovrà attendere che il Comune proceda alla regolarizzazione del rapporto contrattuale con il Brignole per le aree che ancora sono scoperte, e che si faccia una stima del valore degli spazi per l’acquisto del diritto di superficie (a 50 o 99 anni, dato ancora da decidersi), come già avvenuto negli anni scorsi per l’Università di Genova. Serve una quantificazione in questo senso, dal momento che si tratta di un bene inalienabile.

    Stabilite anche queste ultime cose, il Comune sarà capofila del progetto di ripensamento della Valletta, affiancato dal Brignole, che dovrà controllare che l’eredità dell’azienda sia conforme alle volontà testamentarie del suo fondatore e venga utilizzato come risorsa (non sostantiva, visto che si parla di verde pubblico) per la popolazione. Commenta ancora Sorvino: «I soggetti nella cabina di regia saranno due, noi e il Comune, quest’ultimo scelto come promotore, dal momento che avrà più facilità degli altri ad accedere a fondi europei, mediante partecipazione ad appositi bandi».

    Da ultimo, in attesa della suddivisione degli spazi tra soggetti in questione, ieri (10 aprile, ndr) si è svolto l’ incontro tra Associazione Le Serre e Ufficio Partecipazione del Comune, per cercare un dialogo tra enti pubblici e cittadini del quartiere (i quali restano purtroppo esclusi da alcune fasi decisionali). Per ovviare a questo problema, era stato presentato poco tempo in fa in Consiglio comunale un articolo 54, che chiedeva di tenere conto della volontà dei cittadini. Da qui, nasce questo incontro con l’Ufficio Partecipazione, uno dei punti forti del programma del sindaco Doria al momento della sua elezione (nei quartieri di Prà, Lagaccio, Castelletto, Quarto), e già sperimentato con successo nel caso della ex caserma Gavoglio.

    Ci spiega Franco Montagnani de Le Serre: «Ho richiesto l’incontro per le vie brevi in quanto ho ritenuto che si dovesse concordare con gli uffici comunali una strategia di partecipazione, a cui seguirà un percorso adeguato. Di norma, nei tavoli decisionali non siamo presenti e, pur rappresentati da Municipio e Orto Botanico, vogliamo costruire un percorso in prima persona con l’Ufficio Partecipazione e diventare parte attiva nel processo di suddivisione degli spazi, per evitare che tutto quello che abbiamo fatto negli anni sia vanificato e ci venga dato solo un “contentino”».

    Inoltre, come detto, mercoledì 16 ore 14.30 a Tursi è in programma la Commissione consiliare  “Valletta Carbonara, esiti del tavolo di lavoro tra Comune di Genova, Regione Liguria, Istituto Brignole e Università – Audizioni dei soggetti partecipanti al tavolo”: un appuntamento non tanto per illustrare il progetto, già presentato da Le Serre e dagli altri soggetti lo scorso anno sempre in Commissione consiliare (e da cui poi è scaturita la mozione del 25 giugno), quanto perché i soggetti che fanno parte dell’accordo di programma (in particolare il Comune, tramite il vicesindaco Bernini) aggiornino i consiglieri sullo stato dell’arte.

    «Noi saremo naturalmente presenti – continua  Montagnani  – e punteremo molto sull’unitarietà del progetto e il conseguente utilizzo congiunto ed unanime delle aree da parte di tutti i soggetti. Avanzeremo anche la proposta di “affido” anticipato, come già fatto ai Giardini Pellizzari: abbiamo chiesto al commissario Sorvino di prendere in gestione da subito l’area per iniziare un’azione di pulizia e metterci alla prova, soprattutto per coordinarci e vedere se saremo in grado in futuro di gestire gli spazi. Lo slogan sarà “Puliamo la Valletta”, abbiamo già raccolto l’adesione di circa 200 persone: i cittadini sono stufi dei proclami e dei tempi lunghi della politica, e hanno voglia di fare qualcosa di concreto per la zona. Dopo i nostri sforzi per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti e dopo una mostra fotografica per far conoscere il luogo, ora abbiamo voglia di fare, armati di zappa. Se non ci daranno il permesso, c’è il rischio che le persone, oggi entusiaste, si disaffezionino alla causa».

     La posizione dell’associazione Le Serre e il progetto di recupero dell’area

    Il testo della già citata mozione consigliare dello scorso giungo (qui il pdf), espone sinteticamente le linee fondamentali del Progetto de Le Serre (qui l’approfondimento di Era Superba). Anche la piantina della Valletta (qui il pdf), con una suddivisione ipotetica delle aree da destinare ai vari soggetti, riesce bene a rendere idea delle enormi potenzialità del luogo. «Sono tanti i progetti che troveranno spazio nell’area – continua Montagnani – ma alla fine dovrà essere un unico grande “progetto di progetti”, integrato: il Progetto unitario di Riqualificazione dell’intera area come bene comune dei cittadini. A nostro avviso, la divisione e la frammentazione segnerebbero la morte della Valletta perciò, siccome abbiamo tutti – pur nella diversità – una volontà comune, ci sembra giusto dialogare e proseguire assieme».

    Si terrà conto del fine turistico e didattico, con il coinvolgimento di scuole e degli studenti universitari, per dare la possibilità ai ragazzi di entrare in contatto con le nozioni botaniche e gli scenari naturali, come un giardino comune nel centro della città. Altro fine, quello sociale, per l’aggregazione di anziani, pensionati, bambini, giovani, persone libere che vogliono leggere il giornale o prendere il sole. Si parla anche di imprenditoria giovanile under 35, con progetti e attività di coltivazione e produzione di piante autoctone, sfruttando le strutture già esistenti nella valletta, come le serre, e le attrezzature: si parla di nuove linee nella produzione, al passo con le nuove tendenze in voga in città come New York, Roma, Milano, anche i vista di Expo 2015. Nella parte in fondo alla valletta, a ridosso dell’Albergo dei Poveri, uno spazio per concerti, eventi, manifestazioni culturali. Al centro, un’agorà, per lo scambio e l’interazione tra diversi soggetti del luogo, sempre per promuovere l’integrazione.

    Già sappiamo che una parte diventerà campus universitario: affiancato all’Albergo dei Poveri – nuova sede di Scienze Politiche – entro il 2019 ospiterà 7 mila studenti in 48 mila metri quadri, con 90 alloggi dotati di tutti i comfort (lavanderia, palestra, aule studio e quant’altro), per un investimento di 80 milioni di euro. ASP Brignole, invece, nei suoi edifici darà vita a un percorso museale storico-botanico che collegherà Porto Antico, Via Balbi e Corso Dogali: all’Albergo dei Poveri sarà presente, nella galleria che un tempo portava ai reparti, un tunnel che collegherà direttamente alla valletta e si potranno visitare giardini e serre storiche. Non sarà un vero museo perché, dice Sorvino, mancano i fondi per la gestione, ma comunque si cercherà di inserire il percorso all’interno del circuito museale cittadino. Il Comune, per la sua parte, continuerà a gestire le serre con le felci storiche, che saranno ristrutturate; Aster infine continuerà a occuparsi della manutenzione del tutto. Sarà creato anche un osservatorio per la tutela delle aree verdi cittadine.

     

    Elettra Antognetti