Anno: 2015

  • Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Bitcoin a Genova, in via Pré l’apparecchio per cambiare le banconote in denaro digitale

    Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)
    Bitcoin, che cosa significa? Si tratta di una forma di denaro digitale. Una rete decentralizzata di pagamento “peer-to-peer” (volgarmente senza server fissi), gestita dai suoi utenti senza autorità centrale o intermediari. “Dalla prospettiva di un utente – dal sito bitcoin.otg – Bitcoin è per la maggior parte denaro liquido che circola in internet”. Sono 6 gli esercenti che a Genova accettano pagamenti in bitcoin. Potete vedere quanti sono in Italia su Coinatmradar (http://coinatmradar.com/)

    In Liguria abbiamo il 25% degli apparecchi ATM di bitcoin presenti sul territorio nazionale. Uno di questi è a Genova, in via Prè e un altro a Chiavari. Ad oggi inItalia ce ne sono solo 8: 2 a Roma, 1 in Emilia Romagna, 2 a Milano, 1 Verona e 2 in Liguria.

    A che cosa serve un ATM di bitcoin? A chi è venuto in mente di installarlo? Ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori del progetto, un gruppo di amici. «È una scommessa e siamo perfettamente consapevoli che potrebbe non portare a nulla o a poco ritorno. In fondo vogliamo fare cultura» ci racconta Andrea Rossi uno degli ideatori del progetto e socio e amministratore di Viva!, la società che ha in carico gli apparecchi sia a Genova che a Chiavari. L’ATM si trova all’interno dell’agenzia di viaggi Viva Viajes (parte di Viva! srl) in via Prè 129r, si occupano di money transfer e viaggi per stranieri. Insieme a lui Paolo Rebuffo nato a Genova, attualmente vive in Svizzera,  si occupa di investimenti  e cura un blog (http://www.rischiocalcolato.it/) «in Svizzera è una valuta riconosciuta ufficialmente e per lavoro sono entrato in contatto con un’azienda che produce queste macchine (gli ATM) che permettono di cambiare soldi contanti (euro ad esempio) in bitcoin, ne ho parlato ad Andrea ed è nato il progetto. In questa fase si tratta di aiutare la rete a diffondere l’esistenza e le possibilità di utilizzo dei bitcoin. È una fase pionieristica. Noi crediamo molto nel significato di bitcoin e nelle sue caratteristiche di essere auto-generata, non manipolabile dalle banche centrali, ne inflazionabile».

    «Ci sembra un’opportunità, è uno strumento molto vicino al business del moneytrasfer, oltre che un buon risparmio rispetto ad altri servizi esistenti» aggiunge Rossi.

    Bitcoin: la moneta di domani?

    Risponde Rebuffo: «proprio come nelle intenzioni attuali delle banche, tendiamo ad un mondo in cui non si ha più bisogno di contanti, i soldi girano dentro ai computer come impulsi elettronici. Questo accade con i bitcoin che sono immagazzinati in database mantenuti da pc distribuiti nel mondo e sono milioni in rete, ma, rispetto alla situazione attuale,  non esiste un ente centralizzato (una banca) che possa inibire l’accesso ai soldi di ognuno, cosa che può succedere oggi per motivi giustificabili o meno con la presenza delle banche».

    «Non esiste una banca centrale e la quantità di bitcoin che è in circolo nel mondo è precisamente stimabile in qualsiasi momento, ad esempio ora, mentre parliamo, ci sono 13 milioni 733 mila di bitcoin. In questo modo si ha la certezza che non esista nessun comitato di banchieri  centrali che possa creare inflazione monetaria, cioè aumentare la quantità di monete in circolo».

    Altro aspetto da sottolineare quello legato all’anonimato: «non è vero che bitcoin sia anonimo; è possibile, in qualsiasi momento, vedere da sito pubblico tutte le transazioni fatte da quando bitcoin è nato. I bitcon sono legati a un indirizzo, una serie di numeri e lettere che è il “posto” nel quale si possono ricevere e dare via bitcoin, nel nostro linguaggio bancario corrisponde all’IBAN bancario, queisto dato è visibile, è pubblico. Non si sa a chi appartiene però è pubblico. Esistono modi, tramite gli indirizzi IP, per accedere all’identità che corrisponde a quell’indirizzo bitcoin. Questo per dire che bitcoin non nasce per evadere il fisco, il suo scopo è avere un sistema monetario non inflazionabile e non controllabile dalle banche. Oggi, in Italia, e nel mondo, bitcoin non è ancora una moneta e non è ancora abbastanza stabile ma, secondo me, lo sarà».

    In questo momento i bitcoin si scambiano tramite wallet, si tratta di app per smartphone (https://play.google.com/store/search?q=bitcoin%20wallet)  e pc (https://bitcoin.org/en/choose-your-wallet)  che permettono di ricevere e dare bitcoin, ma la semplicità d’uso per il cosiddetto “uomo della strada” al momento non c’è ancora. Proprio applicazioni come queste interagiscono con gli apparecchi ATM come quello in via Prè, tramite qrcode semplicemente inserendo gli euro nella macchinetta. In altre parole inserisco gli euro che diventano una quantità in bitcoin. L’ATM non funziona nel senso inverso, «a noi non interessa, diventerebbe uno strumento di cambio-valute e al momento il bitcoin non è una valuta, è una questione di cultura non si tratta di cambiare i bitcoin per avere euro. Va usato per una delle mille possibilità: abbonarsi ad un giornale, comprare software in rete… L’ATM serve per entrare nel mondo bitcoin e scoprirlo».

    Claudia Dani

  • Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    je-suis-charlieDella terribile vicenda di Parigi molto è ancora da chiarire. Ci sono almeno due punti, tuttavia, che appaiono davvero incontestabili: e su questi possiamo provare a fare alcune considerazioni. Il primo riguarda la provenienza degli assalitori, francesi di seconda generazione. Questo aspetto, apparentemente sconvolgente, non è inedito: anche negli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (52 morti) si scoprì che molti degli arrestati erano nati e cresciuti nel paese che avevano attaccato. Pare dunque che gli Stati europei dove più il multiculturalismo è stato predicato e praticato (grazie anche ad un ingombrante passato da potenze coloniali) abbiano pagato il prezzo più salato: il che dovrebbe indurci non certo a chiedere di separare con rigide barriere le razze e le religioni, ma quantomeno a sottoporre ad un minimo di critica il paradigma di integrazione che il mondo occidentale ha finora perseguito.

    In effetti non si può non concordare con Jacques Sapir quando scrive: «Una parte dei giovani figli di immigrati non riescono a integrarsi perché non esiste niente a cui integrarsi». Negli ultimi anni, infatti, siamo andati progressivamente distruggendo le comunità nazionali e le loro identità, che pure avevamo costruito con fatica, per perseguire il sogno ad occhi aperti degli Stati Uniti d’Europa, che invece un’identità non ce l’hanno e probabilmente non l’avranno mai. Come avevo già avuto modo di scrivere a marzo dell’anno scorso, questa tanto agognata unità politica non ha una vera anima: quella che chiamiamo “identità europea” è in realtà la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, dove a dominare è la logica del libero profitto. In questo contesto il “multiculturalismo” è solo un compromesso pilatesco, che oltretutto spinge i perdenti della corsa al successo a ripiegare in direzione delle vecchie origini, siano esse un nazionalismo demodé o il fanatismo religioso.

    E d’altronde quale sia il volto reale di questa “integrazione” lo può vedere chiunque sia andato a visitare Parigi, magari sbarcando all’aeroporto e poi raggiungendo la città con la RER, il servizio di treni regionali integrato con la metro della capitale. Se il viaggiatore non è troppo distratto dal tentativo di connettersi con lo smartphone, guardando fuori dal finestrino noterà che ci sono fermate, in corrispondenza delle banlieue meno rinomate, dove, tra magrebini, camerunesi e ivoriani, praticamente non si scorge un volto bianco. Nel centro della capitale, invece, dove un metro quadrato può costare facilmente più di 10.000 euro, i neri sono una minoranza. Il che ci dovrebbe dare qualche indizio su quale sia il ruolo dell’immigrazione ai fini della distribuzione della ricchezza prevista nella nostra società.

    Il secondo punto ha a che fare con le motivazioni degli assalitori, che sembrerebbero agire per conto dello Stato Islamico e della divisione yemenita di Al-Qaida. Nell’operato di queste due organizzazioni, contrariamente a quello che sostiene il sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova, non sono estranee pesanti responsabilità da parte dell’Occidente. Il governo degli Stati Uniti ufficialmente nega di avere mai finanziato Al-Qaida e Osama Bin Laden: ma è chiaro che quest’ultimo fosse visto di buon occhio, fintanto che era impegnato a combattere i Sovietici negli anni ’80. Più difficile è negare che, contro la Siria di Assad, i guerriglieri del Califfato non abbiano ricevuto armi e addestramento dagli USA.

    C’è di più. Al di là dei singoli errori, dalla caduta dell’URSS a oggi l’America e i suoi alleati europei hanno dato vita ad una gestione dello scenario mediorientale pressoché disastrosa. Dall’assurda guerra in Afghanistan, passando per l’Iraq, la Libia, la Siria fino al sempreverde conflitto israelo-palestinese, ogni volta che gli occidentali hanno abbracciato le armi la regione è diventata più instabile, le sofferenze delle popolazioni sono aumentate e nuovi nemici si sono fatti avanti, sempre più spietati e sanguinari.

    A questo punto, quando anche i risultati dimostrano inequivocabilmente che non abbiamo esportato la civiltà e la democrazia, ma solo aggiunto morti ad altri morti, occorre che la nostra civiltà torni ad interrogarsi sui suoi valori e sul modo in cui sono stati applicati. È vero che esistono culture che non conoscono la tolleranza religiosa, il rispetto per la donna e talvolta anche quello per la vita umana: ma se la nostra reazione comporta uccidere, non stiamo tradendo in questo modo gli stessi valori che diciamo di voler difendere?

    Inoltre questi popoli, così intolleranti a parole, spesso sono la parte debole nei confronti militari: per cui la pretesa del forte di usare la forza, legittimandola con le minacce del debole, diventa un po’ un atto di bullismo. È il caso delle ragioni che spingono gli israeliani a dure reazioni contro i palestinesi. È vero che, tra questi ultimi, una parte non accetta lo Stato ebraico e vorrebbe la sua eliminazione dalla faccia della terra; ma è anche vero che non sono stati fatti molti “progressi” in questo senso. Anzi, dalla sua fondazione a oggi, Israele non ha fatto altro che espandersi a danno dei territori palestinesi.

    Certo, rimane il fatto che le minacce ci sono e non devono essere sottovalutate. Mi chiedo però se tali minacce dipendano interamente dal fatto che c’è un lato intollerante e bellicoso nella religione islamica, o se avesse ragione Marx, quando scriveva che «il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita»; ossia, nel caso del Medio Oriente, che la religione è l’effetto, non la causa dell’attuale stato di cose.

    In questo caso potrebbe emergere che donne infibulate e bambini soldato, in fin dei conti, fanno comodo a noi cittadini occidentali: perché sono un ottimo modo di lavarsi la coscienza, lasciandoci sprofondare nell’illusione che non siamo di fronte all’ennesima guerra fatta per i soliti scontati interessi economici.

     

    Andrea Giannini

  • Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Una vita da Pacs: intervista a Giacomo e Arnaud, coppia di fatto unita dal “patto civile di solidarietà”

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Innanzitutto, che cos’è il Pacs? Si tratta del “patto civile di solidarietà” stipulato fra i componenti di una coppia di fatto (omosessuale o eterosessuale) che regola l’unione dal punto di vista giuridico ed economico. Un’alternativa concreta all’istituto giuridico del matrimonio, così come i matrimoni gay e le unioni civili (tutte pratiche non contemplate in Italia a differenza della quasi intera Europa e di buona parte degli USA).
    Incontro Giacomo e Arnaud in una piovosa serata genovese. Due ragazzi sui trent’anni sorridenti e forse un filo imbarazzati per essere al centro dell’attenzione: sì, sono contenti di essersi sposati, se no non lo avrebbero fatto; certo, se ne parlava già da un po’ di tempo, visto che sono cinque anni che stanno insieme. E no, non sanno ancora se faranno una festa ma forse sì, almeno una bella cena con gli amici probabilmente si farà. Giacomo è ligure, nato nella Riviera di levante, Arnaud è un francese del Sud. Abitano a Genova, quindi la prima domanda è d’obbligo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Proviamo a partire proprio dall’inizio: come avete fatto ad arrivare al Consolato? Avete avuto bisogno dell’assistenza di qualche organizzazione, di un legale, o qualcosa del genere?
    Arnaud: (mi guarda perplesso, forse ignora la nostra assuefazione alle tortuose pratiche burocratiche) «ma no, perché? È stato semplice: ho chiamato il Consolato, mi hanno detto quali certificati servivano, e quando è stato tutto pronto nel mio giorno libero siamo partiti per Milano».
    Giacomo: «non avevamo la sensazione di fare qualcosa di eccezionale, praticamente non lo abbiamo detto a nessuno; anche il Console appena ci siamo presentati ci ha solo chiesto: questo è un Pacs d’amore o di convenienza? E noi gli abbiamo detto che sì, era d’amore».

    Ma perché scusate, ci sono anche quelli di convenienza?
    Arnaud: «in Francia ci sono tre livelli di legame. Uno è molto semplice, chiunque lo può contrarre semplicemente per difendere un interesse di tipo economico, oppure avere la possibilità di assistere in ospedale e poco altro; anche fratello e sorella possono farlo. Poi c’è il Pacs appunto, che è una sorta di matrimonio attenuato. Ti cambia lo stato civile, c’è l’obbligo di sostentamento e di cura reciproci e dopo tre anni vengono applicati gli sgravi fiscali e le norme a difesa del reddito, se spettano. Spetta anche il ricongiungimento familiare, però non si deve essere parenti (per evitare che si firmi solo per poter rifiutare trasferimenti di lavoro o per far entrare extracomunitari), non si può cambiare la cittadinanza e neanche adottare bambini: per fare queste cose occorre il vero matrimonio, che Hollande ha istituito anche per le persone dello stesso sesso, poco più di un anno fa».

    Ecco, sulle adozioni come la pensate voi? Rientra nei vostri sogni, o progetti?
    Giacomo: «vista la nostra precarietà economica, per ora niente è più lontano dell’idea di adottare un bimbo. In ogni caso per farlo dovremmo sposarci, ma per ora ci accontentiamo di sognare una casetta nostra, compreso mutuo e giardino, e dei gatti a farci compagnia. In linea generale, ovvio che se concedi il matrimonio alle persone devi anche accettare che vogliano un figlio, è un’esigenza che ad una coppia non si può negare per principio».

    Voi siete in un certo senso un “caso di cronaca”: state insieme da cinque anni, vi volete bene e avete deciso di rendere pubblico il vostro legame. Come vi sentite rispetto a questo, orgogliosi di poter essere utili alla causa oppure sentirvi dei pionieri vi infastidisce?
    Arnaud: «pionieri? Nel 2014? No, scusa, io non sono infastidito, ma certo non mi sento un pioniere o un difensore di chissà quale causa. Sono 15 anni che queste cose in Francia sono normali e sono cresciuto con la consapevolezza di avere queste possibilità davanti a me».

    In conclusione: Arnaud per la legge italiana è un francese celibe; per la legge francese è coniugato; vivendo qui però non ha nessun diritto nei confronti di Giacomo, né ovviamente nessun dovere; Giacomo per l’italia è celibe, non potrebbe chiedere la cittadinanza francese in virtù del Pacs ma, se vivessero in Francia, sarebbero un nucleo familiare con tutti i diritti e doveri che questo comporta. E anche lui sarebbe coniugato, ma solo per la Francia.
    Come garbuglio di status e norme non è male, speriamo che una normativa in grado di armonizzare i diritti riconosciuti nel resto d’Europa semplifichi la vita dei cittadini comunitari.
    Salutando Giacomo ed Arnaud, provo a caldeggiare l’inserimento nel registro delle Unioni del Comune di Genova: in ogni caso, è un documento ufficiale che attesta il vincolo affettivo che li unisce e la loro volontà di stare insieme. Volontà che, di questi tempi, qualunque istituzione dovrebbe proteggere ed incoraggiare.

     

    Bruna Taravello

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7843 ordini del giorno, 63 emendamenti e 111 emendamenti a ordini del giorno. Sono questi i numeri dell’ostruzionismo messo in campo dai consiglieri detrattori della Gronda. Numeri che raccontano i documenti presentati soprattutto da M5S, Federazione della Sinistra e parte di Sel per ritoccare, modificare e riorientare la delibera sugli interferenti dal passaggio della nuova infrastruttura autostradale, la cui approvazione darebbe la possibilità di dichiarare la pubblica utilità dell’opera nella Conferenza dei Servizi convocata il prossimo 23 gennaio.

    Un ostruzionismo largamente preannunciato e fortemente limitato dalla Conferenza dei Capigruppo, l’organo del Consiglio comunale sovrano sulla decisione dell’organizzazione dei lavori. «Il nostro obiettivo – ci raccontava il capogruppo M5S, Paolo Putti – è quello di protrarre la votazione finale sulla pratica fino al 23 gennaio. Oltre alla presentazione di ordini del giorno ed emendamenti, abbiamo in serbo qualche altra sorpresa. Siamo pronti a tanti giorni di durissimo lavoro». Un lavoro che ha costretto i consiglieri grillini agli extra fin da subito, dato che la Conferenza capigruppo, a maggioranza e non all’unanimità diversamente dalla consuetudine, ha deciso intorno alle 20 l’applicazione di una sorta di “ghigliottina” alla genovese: un’ora complessiva di interventi per ciascun gruppo consiliare per la presentazione dei documenti e le dichiarazioni di voto ma, soprattutto, la dead line delle 22.30 per la presentazione di ulteriori ordini del giorno ed emendamenti che, di norma, potrebbero essere presentati fino all’inizio delle operazioni di dichiarazione di voto. «Hanno provato a fregarci in questo modo – commenta a caldo Putti – e noi risponderemo con una valanga di documenti perché sul numero di ordini del giorno ed emendamenti presentabili non possono metterci ostacoli».

    Al momento della pubblicazione dell’articolo (pochi minuti dopo la mezzanotte, ndr), difficile immaginare quando si potrà arrivare alla votazione finale. Perché se è vero che i tempi sono stati contingentanti è altrettanto vero che ogni singolo documento sarà votato separatamente con operazioni di voto che, per quanto veloci, potrebbero aggirarsi attorno al minuto e mezzo per ogni documento ammissibile.
    Possibile, allora, che la seduta venga aggiornata e riconvocata nei giorni seguenti (Aggiornamento: la seduta si è chiusa all’1.30 e riprenderà giovedì 15 alle 9.30).

    Come ampiamente raccontato, l’esito della votazione con l’approvazione della delibera è piuttosto scontato dato il sostegno delle cosiddette larghe intese. Non scontata, invece, è la tenuta della maggioranza.
    È nota, infatti, la posizione del Partito democratico che ha minacciato la crisi di “governo” se per far approvare la delibera si dovesse ricorrere ai voti dell’opposizione (che a parte il M5S dovrebbe comunque votare a favore). Il capogruppo PD, Simone Farello, è apparso piuttosto fiducioso: «La maggioranza di centrosinistra ha dimostrato una maturità all’altezza della situazione, lavorando molto seriamente su una delibera tecnica di cui non tutti condividono l’oggetto di fondo. Mi auguro che la volontà di circoscrivere le discussioni sul merito dei documenti, come abbiamo fatto in questo caso, si possa verificare anche per le prossime sfide cruciali che affronteremo come Puc, bilancio e altre situazioni contingenti come il tema rifiuti. Se c’è la stessa volontà di lavorare nel merito dei problemi potremo dare alla città la risposta che merita». Per quanto riguarda la sopravvivenza della giunta, Farello ha commentato: «A volte non è necessaria l’unanimità ma l’autosufficienza è indispensabile».

    Quali sono, allora, questi voti necessari per l’autosufficienza della maggioranza?
    Data per acquisita la spaccatura di Sel, con il consigliere Chessa che dovrebbe votare a favore della delibera e il capogruppo Pastorino che conferma la propria posizione contraria (sconfessando i dirigenti locali del suo partito che gli chiedono quantomeno l’astensione per la buona tenuta della giunta), tutto ruota attorno al comportamento di Lista Doria.

    Ma non tutti i 6 consiglieri della lista civica legata direttamente al sindaco hanno definitivamente deciso che tasto schiacciare. A favore sicuramente il capogruppo Pignone, rischia di verificarsi una spaccatura di genere: alla fine potrebbero votare sì anche Padovani e Gibelli mentre più agguerrite appaiono le tre rappresentanti femminili, Nicolella, Bartolini e Pederzolli. Da non escludere neppure un più clamoroso 1 sì e 5 no. Secondo i nostri conti, comunque, sarebbero almeno 4 i voti favorevoli necessari da Lista Doria per l’autonomia della maggioranza: 12 i consiglieri del Pd, 1 il sindaco, 1 Chessa (Sel), 3 De Benedictis, Anzalone e Mazzei (Gruppo Misto ma eletti nella maggioranza e inizio ciclo) fa 17 e per arrivare ai 21 della maggioranza assoluta mancano, appunto, 4 consiglieri.

    Eppure, secondo quanto circolato nei corridoi di Tursi, il sindaco pare aver chiesto un voto di fiducia a propri consiglieri, minacciando addirittura le dimissioni se la maggioranza non dovesse risultare autosufficiente. Uno scenario, a nostro avviso, che difficilmente diventerà concreto ma che non è comunque possibile escludere a priori. Chi resterà al fianco del primo cittadino? In ballo c’è soprattutto una questione di immagine: se, infatti, è vero che la delibera in oggetto è soprattutto tecnica e non riguarda nel merito il tracciato dell’opera, già approvata dallo scorso ciclo amministrativo e su cui solo la Conferenza dei Servizi può pronunciarsi, è altrettanto vero che si tratta della prima vera votazione sul tema Gronda per questa amministrazione e votare sì alla per chi si è da sempre dichiarato contrario all’opera potrebbe essere alquanto indigesto. La notte porterà consiglio?

     

    Simone D’Ambrosio

  • “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    letteredallaluna-testo-sfocatoImmagino il suono del piede, breve, intenso e dolcissimo, la luce negli occhi, il sorriso accennato quanto basta a griffare il volto, penso al primo passo di un uomo subito dopo avere compiuto una scelta.

    Il primo passo deciso dopo mesi di ragionamenti contorti ed intensi, figli di un’intuizione che tante volte arriva mentre si è impegnati a fare dell’altro; dapprima fulminea, poi gravida e pesante nel posarsi al centro dello stomaco.

    La scelta fatta è un seme grezzo da covare con coraggio, perché possa sbocciare, completarsi, verificarsi; è l’atto che più si avvicina alla parola libertà. Scegliere insegna a scegliere, non scegliere insegna a subire.

    Muovere un passo deciso in funzione di una precisa volontà dettata dal proprio corpo e dalla propria mente è l’espressione della vita, è un atto divino. Perché non esiste scelta al mondo incapace di produrre effetto e, allo stesso tempo, sono pochi gli effetti inconvertibili; tutto è in gioco, sempre, ogni giorno.

    Combattere la paura di fallire, la sensazione che “tanto non serve a niente”, non essere inermi. Miei cari guerrieri spennati, che la vostra rivoluzione abbia inizio.

     

    Gabriele Serpe

  • Strada a mare Cornigliano, da febbraio via libera al traffico. Cosa cambia e cosa cambierà

    Strada a mare Cornigliano, da febbraio via libera al traffico. Cosa cambia e cosa cambierà

    Genova Cornigliano - cantiere costruzione strada a mare«Dal primo febbraio spero di poter risparmiare 80 centesimi di autostrada al giorno». Con una battuta in pieno stile genovese, il vicesindaco Stefano Bernini conferma la consegna dei lavori della Strada di scorrimento a mare del Ponente entro la fine del mese: «Sviluppo Genova – ribadisce Bernini che è anche presidente nominato di Società per Cornigliano – ha concluso un accordo con il consorzio delle aziende interessate ai lavori, per la consegna della strada carrabile il 31 gennaio». Resteranno le finiture e tutti lavori da completare al di sotto del nuovo ponte sulla foce del Polcevera, comprese le rotatorie in corrispondenza della Fiumara e via San Giovanni d’Acri che dalla viabilità urbana a raso consentiranno di raggiungere la Strada a mare attraverso apposite rampe d’accesso.

    Da febbraio, dunque, il tratto principale del viadotto sarà finalmente transitabile. L’opera architettonica più complicata, come sottolineato anche dalla stessa Società per Cornigliano creata allo scopo di gestire finanziamenti e interventi per la riqualificazione delle aree ex Ilva (qui l’approfondimento), è stata la realizzazione del nuovo ponte sulla foce del Polcevera a causa soprattutto dell’intercettazione dei binari ferroviari sottostanti.

    Nell’accordo, ratificato anche dai cda della stessa Società per Cornigliano e Anas, sono stati messi nero su bianco tutti i maggiori costi (sull’ordine di grandezza dei 4 milioni di euro dovuti prevalentemente a bonifiche post belliche) che, nonostante gli infiniti imprevisti, consentiranno un ribasso d’asta sul valore fissato per la gara (poco più di 150 milioni di euro) attorno al 30% (la gara era stata aggiudicata per la cifra di 65 milioni di euro al netto degli oneri per la sicurezza, pari a un ribasso d’asta del 34,12%).

    strada a mare 2Così, da Lungomare Canepa si potrà finalmente giungere in maniera rapida e diretta in piazza Savio: 1,6 km con tre corsie per senso di marcia (che diventeranno quattro all’altezza del nuovo ponte sul Polcevera, lungo circa 100 metri, per consentire il collegamento con le rotatorie previste nella sottostante viabilità ordinaria) che consentiranno di decongestionare dal traffico via Pieragostini ed eviteranno l’attraversamento di via Cornigliano, ponendo fine ai cantieri aperti ormai quattro anni fa con un ritardo sulla conclusione dei lavori che si aggira attorno ai 6 mesi.

    I cantieri aperti dopo l’apertura della strada

    Le sponde del Polcevera

    Il ponte di CorniglianoC’è ancora tempo però prima che gli abitanti di Cornigliano possano cantare definitiva vittoria. Il completamento della Strada a mare è solo il primo, importante tassello di una complessiva riqualificazione dell’area che dovrebbe culminare con il restyling della stessa via Cornigliano. Restando, però, sul tema viabilità, cruciali risultano i lavori di rifacimento delle sponde destra (via Tea Benedetti, ovvero il collegamento tra la zona commerciale di Campi e il ponte di via Pieragostini) e sinistra (in direzione monte, verso l’isola ecologia di Amiu) del Polcevera su cui punta forte il vicesindaco: «Sto cercando di accelerare il più possibile questi interventi perché solo con il loro completamento Cornigliano potrà definitivamente risentire dell’effettivo positivo della Strada a mare».

    Lavori non molto complicati per quanto riguarda la sponda destra, che consentirà di alleggerire il traffico di corso Perrone e piazza Massena per l’immissione in via Cornigliano nonché di quello di via Tea Benedetti per il collegamento al ponte di via Pieragostini. Con un costo complessivo di circa 11 milioni, che prevede anche il rifacimento dell’argine del Polcevera come si può ben vedere dall’attuale restringimento di carreggiata all’altezza del semaforo che immette sul ponte di Cornigliano, l’intervento una volta completato vedrà la realizzazione di due corsie di marcia in direzione sud, una nuova rampa d’accesso a via Pieragostini e il sottopassaggio dello stesso ponte.

    Più complessi i lavori relativi alla sponda sinistra, che interessano la riqualificazione di via Perlasca, a causa della copresenza di ferrovia, viabilità ordinaria e problematiche di carattere idrogeologico. Il progetto definitivo è ancora in fase di redazione ma anche in questo caso sono previste due corsie di marcia, ovviamente in direzione nord. Con un costo di circa 18 milioni di euro che, come per la sponda destra, prevede anche il rifacimento dell’argine del Polcevera, i lavori dovrebbero interessare lo spostamento della linea ferroviaria a servizio del porto e la realizzazione di una galleria che consentirebbe il decongestionamento del traffico di Sampierdarena, in particolare delle vie Avio, Molteni e Pacinotti.

    Il collegamento con l’aeroporto

    ilva-corniglianoPer completare il quadro, resta ancora il famoso “lotto 10”: si tratta del collegamento diretto tra la Strada a mare, il casello autostradale di Genova Aeroporto e lo stesso scalo Cristoforo Colombo all’altezza di piazza Savio, che consentirà di evitare interferenze con la viabilità urbana. Non senza un discreto livello di miopia, questi lavori non erano stati inseriti nel bando del bypass a mare e, prima di poter partire, si dovrà attendere la consegna formale del tratto principale del nuovo viadotto. «Stiamo chiudendo la questione degli espropri – ci aggiorna Bernini, che un primo tempo aveva invano sperato di poter far rientrare l’opera come adeguamento imprevedibile dei lavori appaltati per la Strada a mare – e dovremmo andare a gara nel corso del 2015. Ci vorranno 9 mesi per l’assegnazione e circa 18/20 mesi per la realizzazione dei lavori». Ovvero ancora due anni e mezzo, tre per vedere realizzato anche questo nuovo tratto di viabilità che prevede due nuove rampe di accesso a due corsie ciascuna sopra il tracciato ferroviario. Un’opera che, secondo quanto riportato sul sito della Società per Cornigliano, dovrebbe avere una base d’asta attorno ai 22 milioni di euro.

    Riqualificazione di Lungomare Canepa

    Contemporaneamente al lotto 10, verrà messa a gara anche la sistemazione definitiva di Lungomare Canepa. «Su questo punto – conclude il vicesindaco – stiamo formalizzando la consegna di una prima parte delle aree di proprietà di Autorità portuale, quelle che riguardano gli edifici da demolire. Per quanto riguarda, invece, le parti di contorno che dovrebbero diventare di proprietà comunale, potremo procedere con più calma nei prossimi mesi». Così anche l’accesso di levante alla Strada a mare sarà risistemato: tre corsie per senso di marcia, per un costo che si dovrebbe aggirare attorno agli 8 milioni di euro. Una grande opportunità per chi deve attraversare tutta la città, considerato anche il rifacimento del nodo di San Benigno e la crucialità dell’accesso alla Sopraelevata. Almeno finché non prenderà vita (se mai prenderà vita) il tunnel subportuale.

    Simone D’Ambrosio
    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    L’antipasto è servito. Come ampiamente annunciato, martedì prossimo il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere sulla Gronda. Una delibera di per sé tecnica che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, le problematiche degli interferiti, i cittadini genovesi (famiglie e attività produttive che siano) interessati dalla costruzione e dal passaggio del nuovo nodo autostradale. Una delibera chiesta al Comune di Genova dalla Conferenza dei Servizi che attende un parere positivo sul tracciato definitivo dell’opera per proclamarne la pubblica utilità e dare il via libera agli espropri. Il problema nasce dal fatto che il tracciato definitivo della Gronda (approvato nel ciclo amministrativo Vincenzi) è sì contenuto nel nuovo Puc, che dovrebbe essere approvato entro un mese, ma non nel Puc attualmente vigente, in cui invece è stato inserito un percorso ormai superato (che prevede il raddoppio della A7 e un passaggio sul Polcevera a fianco al ponte Morandi).

    «Nel momento in cui diamo il parere sugli interferiti e si arriva alla Conferenza dei servizi – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – la Conferenza stessa diventa pianificatrice dal punto di vista urbanistico, sovraordinata rispetto agli enti locali: può dare la pubblica utilità all’opera e procedere agli espropri. Per cui non è necessaria una variante al Puc vigente che, comunque, entro i primi di febbraio sarà sostituito dal nuovo Puc in cui il tracciato della gronda è aggiornato». Resta il fatto che il primo punto della parte esecutiva della delibera in esame chiama in causa l’espressione di “parere favorevole” per quanto attiene alla “compatibilità e agli effetti sul Puc del 2000 dell’inserimento del tracciato dell’infrastruttura autostradale Gronda di Ponente in coerenza con il progetto all’esame della Conferenza dei Servizi”.

    L’obiettivo della seduta odierna di Commissione (aggiornata a martedì mattina) era esclusivamente quello di ascoltare i comitati no Gronda, Società Autostrade, i rappresentanti dei cittadini interferiti e i Municipi interessati al passaggio del nuovo nodo autostradale.
    Il dibattito si è aperto tra le polemiche per la mancata audizione di Paolo Gozzi, rappresentante dei Consiglieri comunali nell’Osservatorio cittadino per la Gronda che ha tuttavia rassegnato le proprie dimissioni dall’organismo a metà dicembre, e l’assenza dei Municipi ad eccezione del Medio-Ponente.
    L’occasione è stata utile ai comitati “No Gronda” per ricordare l’impatto gravoso dell’opera sul territorio. In sintesi: 11 milioni di metri cubi di terre da scavo che verranno movimentati di cui 6 milioni contenti amianto in varie percentuali, 55 chilometri di scavo per realizzare le gallerie necessarie, 3,2 miliardi di euro di costo preventivato, almeno 8 anni di tempo per la costruzione, aumento del 15,11% del pedaggio autostradale su tutta le rete nazionale per finanziare l’opera, 1 milione di mezzi pesanti che complessivamente transiteranno sulla viabilità urbana genovese a cantieri aperti e 60 sorgenti acquifere a rischio.

    La risposta arriva direttamente da Società Autostrade, per bocca dell’ingegner Alberto Selleri: «Il progetto dal nostro punto di vista è definitivo ed è stato approvato anche dal Ministero dell’Ambiente, con una serie di ben note prescrizioni (poche rispetto a progetti di portata simile a questo come il San Gottardo o la Variante di Valico) su cui vorremmo fare chiarezza in sede di Conferenza dei Servizi possibilmente prima di arrivare alla fase esecutiva. Si tratta di un progetto studiato nel miglior modo possibile, limitando tutti gli impatti ambientali e cercando di validare le promesse fatte nel corso del dibatto pubblico. Ma si tratta di un progetto unico: non esiste la possibilità di spezzarlo in lotti perché funziona solo nella sua interezza».

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DUn’affermazione che apparentemente potrebbe far crollare tutti i tentativi di mediazione all’interno della maggioranza di Tursi. Ma, come ricorda il vicesindaco Bernini, la decisione ultima non è di Autostrade ma spetta al ministero delle Infrastrutture e quindi al governo: «Se Lupi decide che non è il caso di fare tutta la Gronda perché siamo in grado di sostenere economicamente solo il primo lotto, così si dovrà fare. Il ministro ha chiaramente detto che non è possibile dirottare per 10 anni tutti gli introiti nazionali degli aumenti di pedaggio solo per finanziare la Gronda e ha pure scartato la possibilità di incrementare tali aumenti. Una terza strada sarebbe quella di chiedere alla Comunità europea una proroga sui 10 anni di concessione del tratto autostradale a Società Autostrade per allungare i tempi di rientro dall’investimento economico. Ma è ancora tutto da vedere e il Comune deve essere parte attiva all’interno di questo confronto. Anche perché dal punto di vista della fattibilità in lotti tutto è possibile. La gronda di ponente da Bolzaneto a Voltri può essere fatta in unico lotto, come unico lotto è il collegamento Genova ovest – Bolzaneto (raddoppio a7): quindi, almeno due lotti sono possibili dal punto di vista tecnico».

    «Immaginare di far partire prima un lotto di un altro – replica Selleri di Autostrade – vuol dire allungare i tempi e generare un nuovo impatto ambientale. Se il ministero decidesse di abbandonare il vecchio progetto è ovvio che dovrebbe essere fatta tutta una serie di studi sulle eventuali nuove soluzioni».

    Le decisioni esecutive, comunque, spetteranno alla Conferenza dei servizi (un tavolo successivo a quello del 23 gennaio che, invece, sarà chiamato a esprimersi solamente sulla pubblica utilità dell’opera e sui conseguenti espropri) che, paradossalmente, vedendo la piega che stanno prendendo le cose e l’ormai nota perdita di interesse da parte di Società Autostrade per l’opera potrebbe anche portare a decisioni clamorose. Tutto, o quasi, dipenderà dalla volontà del governo.
    Anche perché la vera utilità dell’opera, secondo i suoi principali detrattori, è ancora tutta da verificare dato che si basa su studi trasportistici e di traffico veicolare ormai superati da anni. Sul tema anche il vicesindaco si lascia sfuggire una battuta: «L’attuale tracciato della Gronda non può risolvere tutti i problemi di mobilità generati soprattutto dal sovraccarico di traffico sul ponte Morandi e nel nodo di Genova Ovest. Anche con la nuova opera, se arrivo da Ventimiglia e devo andare al Porto, induco i camion comunque a uscire a Genova Ovest. Le cose sarebbero state diverse se avessimo avuto il braccio che portava verso Cornigliano, differenziando i traffici e decongestionando il centro città. Certo si potrebbe sempre intervenire con una riqualificazione strutturale del Morandi che però al momento non sembra essere all’orizzonte».

    Insomma, siamo vicini alla battaglia finale, in attesa di capire quanto la maggioranza riuscirà a essere ancora compatta. La mediazione per convincere i consiglieri di Lista Doria, Sel e Fds a votare con il Pd è però ancora in corso. In questi giorni, e sarà così fino a martedì prossimo, i telefoni sono bollenti. Gli uffici dell’Urbanistica stanno lavorando alacremente alla produzione di modifiche al testo della delibera già passata in giunta che possano accontentare i più: l’obiettivo degli esponenti più a sinistra all’interno della maggioranza è quello noto di ottenere la realizzazione del solo primo lotto dell’infrastruttura, ovvero il raddoppio della A7.
    «Visto che il tracciato è già stato deciso dall’amministrazione precedente – commenta il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – l’unica cosa che possiamo fare è sfruttare il ritorno della questione in Consiglio comunale, seppure per via traverse, per ottenere risultati utili alla città inserendo elementi finora mai considerati».
    Ecco allora che nella delibera spunterà la richiesta di inserire il Comune di Genova all’interno del Comitato nazionale di controllo e vigilanza sull’opera che al momento contempla solo Arpal, Regione Liguria e ministero dell’Ambiente. Ma l’aspetto più delicato e ancora in fase di discussione è un richiamo a una rivalutazione dell’opportunità dell’opera alla luce delle recenti alluvioni: certo, il Pd non potrebbe mai accettare una posizione così esplicita ma proprio qui si stanno giocando tutte le carte interne alla maggioranza. È lo stesso vicesindaco ad ammettere aperture: «L’accento va posto sul fatto che il Comune deve per forza di cose poter partecipare alla discussione sulla regolamentazione dei corsi d’acqua e verificare che i calcoli fatti in passato risultino corretti anche in funzione dei nuovi fenomeni atmosferici che, ahinoi, si verificano ormai con regolarità».
    Rispetto al passato, dunque, il vicesindaco sembra essere molto più conciliante verso i detrattori dell’opera, cercando di portare a casa da questo confronto qualche frutto positivo per il prosieguo della giunta Doria e della variegata maggioranza. «Capisco la posizione di chi vorrebbe concentrarsi esclusivamente sul raddoppio della A7 – dice il vicesindaco – sulla cui necessità siamo tutti convinti a prescindere dall’impatto ambientale che verrebbe mitigato dai notevoli vantaggi ottenuti dalla città. Ma per me è strategica tutta l’opera, anche dal punto di vista ambientale, perché toglierebbe traffico pesante dalla viabilità urbana e dalla parte più vicina alla case».

    Difficile, comunque, un voto unanime anche se dovessero essere accolte tutte le richieste delle sinistre. Il compromesso, comunque, sembra ancora possibile. Anche perché il Partito Democratico ha più volte annunciato che un’eventuale maggioranza sulla delibera diversa da quella uscita dalle urne potrebbe aprire una grave crisi di governo della città. «Ma si tratta soprattutto di una questione di immagine – chiosa Bernini – perché gran parte delle rivendicazioni di chi si oppone al progetto sono già state evidenziate dalle prescrizioni della VIA. Non posso essere tranquillo sull’esito della votazione di martedì perché sono molto sensibile ai voti secondo coscienza e posso capire che qualche consigliere che ha da sempre espresso contrarietà radicale all’opera non se la senta di votare neppure una delibera tecnica, pur con tutti gli adeguamenti del caso».

     

    Simone D’Ambrosio

  • ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    giorgio-napolitano“Eraclito biasima il verso del poeta: «possa estinguersi la contesa, via dagli dei e dagli uomini». Difatti non vi sarebbe armonia se non vi fossero l’acuto e il grave, né vi sarebbero animali senza la femmina e il maschio, che sono contrari”. (Aristotele, Etica Eudemia, 1235 a 25-28)

    Talvolta i commentatori sono talmente occupati a scrivere, persi dietro il percorso dei loro stessi pensieri, da non accorgersi che i lettori non riescono a seguirli. Premesse o concetti considerati scontati, spesso non lo sono affatto: e l’incapacità di rendersi conto di questo aspetto può pregiudicare la comprensione di analisi altrimenti anche raffinate.

    Nel mio caso, non potendo contare su una grande originalità e dovendo puntare tutto sulla semplicità e la linearità d’espressione, ritenevo, se non altro, di non aver tralasciato nulla: pensavo cioè che la mia esposizione fosse magari non condivisibile, ma almeno chiara; che non occorresse preoccuparsi di definire nozioni ancora più elementari.

    Tuttavia, quando discuto con altre persone di quello che tratto nei miei articoli, mi rendo conto che spesso, alla base di un’incomprensione, sta la mancanza di un qualche concetto di base; anzi, per essere precisi, che la difficoltà a capire dipende da certe menti fini e dalla loro abilità di inquinare il dibattito pubblico con analisi complesse, allo scopo preciso di far perdere di vista delle verità semplici. (E dunque attenzione agli “esperti”: è vero che ci vuole molta competenza per trattare temi difficili; ma è anche vero che chi è competente può prendere facilmente in giro chi competente non è. La competenza non è una garanzia assoluta di affidabilità).

    Cercando di recuperare alcuni concetti fondamentali nel modo più semplice possibile, direi allora che la politica esiste grazie a due verità elementari: la prima è che c’è sempre qualcuno che cerca di fregarci; la seconda è che non esistono “buoni e cattivi”.

    Il primo punto è piuttosto scontato: lo impariamo da bambini, quando la mamma ci ricorda di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, e lo sperimentiamo da grandi, quando ad esempio l’operatore del call-center si prende il disturbo di telefonarci per farci conoscere una grande promozione riservata solo a noi. Naturalmente questo non significa che non ci siano persone di cui ci si possa fidare ad occhi chiusi:  significa solo che ci sono anche quelle che si vogliono approfittare di noi. Ed è giusto preoccuparsi di riconoscerle.

    Il secondo punto può sembrare un po’ meno scontato, anche se ci si potrebbe aspettare che, passata l’adolescenza, i più abbiano metabolizzato il lutto per il fatto che la realtà non è quella dei cartoni animati giapponesi o dei film americani più scadenti. Ma se per caso non aveste passato questa fase, dove i buoni sono sempre super-buoni e i cattivi super-cattivissimi ansiosi di distruggere ogni forma di vita nell’intero universo (evidentemente perché amano la quiete e vogliono solo essere sicuri che nessuno li disturbi); ecco, se siete ancora convinti che le cose stiano in questo modo, che la realtà non sia più complicata, ebbene non vi sto a dire di andarvi a recuperare tutta la tradizione politica e filosofica dall’illuminismo ad oggi, o di leggere un Beccaria o un Victor Hugo. Vi invito piuttosto a far caso ad un’altra cosa: che quelli che ragionano con queste categorie hanno poi interesse a pensare di essere loro stessi dalla parte giusta, mentre tutti gli altri, quelli che mostrano un orientamento diverso, che si oppongono o che la pensano diversamente, vengono messi nella parte sbagliata.

    Quelli convinti di essere i “buoni”, poi, hanno idee molto diverse tra loro di cosa sia questa presunta bontà che li rende speciali; col che si dimostra non solo che un criterio univoco non esiste, ma anche quale sia la reale funzione di questa contrapposizione: non certo l’idea filosofica di ciò che è buono e giusto, ma la contrapposizione stessa.

    Da che mondo è mondo i buoni servono per sconfiggere i cattivi, ma se la bontà e la malvagità non sono il punto in questione, allora di questo discorso non rimane che un’idea: la sconfitta dell’altro. Questa distinzione è dunque funzionale a una logica di lotta, di annichilimento dell’avversario, che viene prima delegittimato e poi abbattuto. Nella storia essa è servita sempre ad identificare un nemico, a compattare il consenso, a reprimere il dissenso o a galvanizzare le truppe – tant’è che possiamo mantenerla ancora oggi, per comodità, quando parliamo di cose o persone che è tutto sommato inevitabile contrastare (come la pederastia, il nazismo o gli assassini seriali).

    Se siamo d’accordo su questi due punti, talmente elementari che non dovrebbero suscitare molte obiezioni, allora basta metterli insieme: ne consegue che abbiamo spesso a che fare con gente che tenta di fregarci, ma che non per questo possiamo delegittimare; che non tutti quelli che perseguono fini diversi o contrari ai nostri possono essere criminalizzati. Il che comporta una conseguenza evidentemente non così banale come credevo da principio: il conflitto è una parte ineliminabile della vita sociale.

    Le persone sono diverse, perseguono obiettivi diversi e questi obiettivi spesso entrano in contrasto: questa è una cosa che non può essere eliminata da nessuna concezione della società elaborata finora, o che possa essere elaborata in futuro. I conflitti sociali – che non sono necessariamente le guerre, ma rivendicazioni per ottenere assetti favorevoli per sé – sono una parte integrante delle società umane: e la politica è lo spazio di attività dove i conflitti cercano un punto di equilibrio.

    Questo implica, però, che esistano almeno due parti con interessi diversi e legittimi. Ecco perché in passato ho polemizzato con chi sostiene che il conflitto destra-sinistra sia superato: perché questi in qualche modo immaginano una società utopica in cui non sia necessario dividersi e contrapporsi per rivendicare le proprie istanze. Per lo stesso motivo ho polemizzato anche con la destra e la sinistra che hanno dominato la scena politica italiana: perché per vent’anni e fino ad oggi hanno perseguito obiettivi politici del tutto identici.

    In questo senso Napolitano è uguale a Grillo: entrambi infatti rappresentano visioni della società nelle quali non occorre dividersi più di tanto. Per Napolitano destra e sinistra devono agire insieme per il bene del paese: e per questo motivo tende o a minimizzare le differenze, riducendole a mere “sensibilità”, o a stigmatizzarle, definendole “egoismi di parte”. Grillo, dal canto suo, pensa che la differenza principale sia quella tra il suo movimento, che difende una concezione della politica moderna, aperta e trasparente, e la vecchia politica, ancorata a una concezione antiquata, chiusa e opaca. Entrambi pensano che sia possibile fare “la cosa giusta” in senso assoluto, e che distinguere tra una “cosa di destra” e una “cosa di sinistra” sia una questione di principio assurda. Al fondo sta la concezione della politica come semplice amministrazione, comune anche ad opinionisti del calibro di Marco Travaglio.

    Nella realtà tuttavia non esiste qualcosa come “la cosa giusta”: esistono invece soluzioni più favorevoli a certi gruppi sociali o ad altri. Le cosiddette situazioni “win-win”, dove tutte le parti in gioco “vincono”, sono estremamente rare. È molto più frequente il caso in cui soluzioni favorevoli ad una parte vengano spacciate come soluzioni favorevoli a tutti. Si prenda ad esempio l’idea moderna di società orientata allo sviluppo economico, al benessere: si pensava, dopo la caduta del comunismo, che questo fosse un obiettivo sufficientemente inclusivo per superare i conflitti di classe nel nome di un interesse superiore. Ne è venuto fuori che il neo-liberismo è diventato il paradigma dello sviluppo generale e la sperequazione è aumentata paurosamente, con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

    Con questo esempio si dimostra che è una grande ipocrisia quella di raccontare alla gente che il conflitto non esiste, che c’è sempre una soluzione che vada bene per tutti. Purtroppo le cose non sono così facili. Tuttavia accettando l’esistenza di contrapposizioni fisiologiche, come il conflitto distributivo, si può metabolizzare il problema e gestirlo: al contrario ostinarsi a negarlo serve solo a farlo deflagrare con conseguenze molto più gravi per tutte.

    Andrea Giannini

  • Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    Sicurezza sul lavoro, dati preoccupanti in Liguria. Pochi tecnici per i controlli, futuro incerto

    sicurezza-lavoro-edilizia-operai-DI
    Foto di Diego Arbore

    Mentre in Italia l’occupazione continua a calare e gli impieghi sono sempre più precari, neppure ai margini del dibattito politico compare un aspetto fondamentale, a maggior ragione in tempi di crisi e di attacco alle residue tutele dei lavoratori: la sicurezza sul lavoro.
    I controlli in materia di sicurezza del lavoro, prevenzione infortuni ed igiene sono attribuiti in via generale alle Aziende Sanitarie Locali (ASL), che li esercitano attraverso i servizi Psal – Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro. Di alcune specifiche attribuzioni sono invece titolari i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro (controllo e verifica del rispetto delle normative che regolano i rapporti di lavoro) e le rappresentanze sindacali. Per la tutela della salute dei lavoratori, le ASL sono dotate di particolari poteri, tra i quali rientrano la prescrizione ad adempiere in caso di accertamento di contravvenzioni, ed il potere di accesso e di disposizione, cioè il potere, rispettivamente, di visitare in ogni parte ed in qualunque ora del giorno aziende, cantieri, opifici, laboratori, ecc., nonché i dormitori e refettori annessi agli stabilimenti, e di imporre al datore di lavoro un determinato comportamento, al fine di colmare eventuali vuoti normativi. Anche i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.
    In tutta Italia sono meno di 2000 i tecnici della prevenzione dei servizi Psal – operatori della sicurezza sul lavoro, così come definito dal D.Lgs 758/94 (Organo di Vigilanza con qualifica di Ufficiali di Polizia Giudiziaria) – che dovrebbero garantire i controlli per la sicurezza sul lavoro nei confronti di una platea complessiva di circa 3-4 milioni di aziende. Troppo pochi per svolgere adeguatamente un compito così delicato, mentre l’importanza del loro ruolo spesso non viene riconosciuta sia all’interno delle Aziende Sanitarie Locali sia nella pianificazione regionale, come vedremo nel dettaglio per quanto concerne la Regione Liguria.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    L’unico vero organo di vigilanza in tema di sicurezza negli ambienti/luoghi di lavoro, come detto, sono i tecnici della prevenzione delle Asl, deputati a controllare aziende e cantieri tramite visite ispettive, comminare sanzioni in caso di inadempienze, comunque agendo sempre in via prioritaria a fini preventivi, piuttosto che repressivi. Agli operatori Psal è attribuita la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria.

    Il servizio Psal dell’Asl genovese denota gravi carenze di personale e di organizzazione del lavoro. «Quest’anno siamo arrivati addirittura allo sciopero del 3 aprile scorso (ma la vertenza sindacale va avanti da almeno 7 anni, nda) – spiega Vincenzo Cenzuales, tecnico della prevenzione Psal-Asl 3 di Genova, delegato del sindacato autonomo Fials) – penso che il nostro sia l’unico caso in Italia». Nel 2008 l’organico Psal contava 35 tecnici e 13 dirigenti. All’inizio del 2014 il numero dei tecnici è sceso a 29, quello dei dirigenti a 9. La Regione Liguria tra 2008 e 2009 aveva sottoscritto degli accordi con le organizzazioni sindacali (Protocollo 4 Luglio 2008, recepito dalla Delibera di Giunta 97/08; Protocollo 6 Maggio 2009, recepito dalla delibera di Giunta 722/09), assumendo dei precisi impegni in direzione del “…rafforzamento delle strutture regionali deputate allo svolgimento delle attività di vigilanza e controllo sia con l’incremento degli organici, sia con iniziative continue di aggiornamento e formazione, sia con la valorizzazione delle figure professionali…”, impegni rimasti tuttora disattesi. Nel frattempo l’Asl 3 genovese ha chiesto alla Regione delle “deroghe” al blocco assunzioni, una delle quali è stata finalmente concessa nel corso del 2014 (dopo lo sciopero e l’arrivo della Costa Concordia per le operazioni di demolizione), mentre nel prossimo futuro i tecnici della prevenzione Psal dovrebbero raggiungere nuovamente quota 35 (rispetto alla richiesta dei sindacati di una dotazione organica minima pari a 40 operatori).

    Il LEA (Livello Assistenziale di Assistenza stabilito quale obiettivo dalla Regione) prevede per il servizio Psal l’obbligo di visitare almeno il 5% delle aziende presenti su territorio (parliamo di un accesso per ogni azienda). «Se da una parte il numero di infortuni e di ditte da visitare sono diminuiti a causa della crisi economica – spiega Cenzuales – dall’altra sono aumentati i cantieri da ispezionare (secondo indicazioni regionali), e ci sono state attribuite nuove competenze sulla vigilanza delle cave e sul Reach (regolamento sulle sostanze chimiche). A ciò si aggiunge la mole di lavoro per la trattazione delle comunicazioni sugli infortuni gravi che ci arrivano direttamente dall’Inail, a seguito della sottoscrizione del Protocollo Infortuni per iniziativa della Procura della Repubblica».

    La Liguria, terra di industrie pesanti, cantieri navali, porti, edilizia e agricoltura (tutte attività considerate ad alto rischio), compare in testa alle classifiche nazionali relative agli indici infortunistici sui luoghi di lavoro. Secondo i dati che siamo riusciti a visionare – numeri non ufficiali, va detto, ma risultato di comunicazioni pervenute al servizio Psal-Asl 3 da vari enti, di conseguenza sottostimati – a Genova nel 2012 gli infortuni sul lavoro denunciati sarebbero stati circa 7.000, di cui circa 2.000 gravi (ovvero con più di 40 giorni di prognosi e perciò procedibili d’ufficio). Nel 2013 il servizio Psal genovese avrebbe ispezionato circa 700 cantieri temporanei mobili (edilizia), e visitato circa 2.000 aziende, poco più del 5% di quelle presenti. La Legge prevede che, in caso di infortuni con prognosi superiore ai 40 giorni, il procedimento parta d’ufficio. Considerando come abbastanza indicativo il rapporto 2000 infortuni gravi su 7000 complessivi in un anno – dai quali vanno sottratti gli infortuni avvenuti in itinere (tragitto casa-lavoro), quelli stradali, gli infortuni che riguardano i titolari, ed altri casi limitati, in pratica poco meno del 50% – gli appena trenta tecnici della prevenzione Psal-Asl 3 dovrebbero eseguire indagini per accertare l’esistenza di eventuali responsabilità relative a circa un migliaio di casi procedibili all’anno. È del tutto evidente come ciò sia impossibile.

    I fondi provenienti dalla sanzioni non investiti per migliorare l’attività di prevenzione

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7I servizi che si occupano di sicurezza sul lavoro comminano sanzioni amministrative secondo il meccanismo previsto dal D.Lgs 758/94. Gli introiti di tali sanzioni sono rimasti a disposizione delle varie ASL – senza chiari e definiti vincoli di spesa – fino all’entrata in vigore del D.Lgs 81/08. Il comma 6 dell’articolo 13 del Decreto 81, infatti, recita: “L’importo delle somme che l’ASL, in qualità di organo di vigilanza, ammette a pagare, integra l’apposito capitolo regionale per finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro svolta dai Dipartimenti di Prevenzione delle ASL”.
    In Liguria fino al 2010 la norma è stata ignorata, e le somme sono state totalmente incamerate dalle Asl. Eppure la Regione con la già citata delibera di Giunta 722/2009 aveva dato alcune indicazioni per promuovere l’utilizzo delle risorse da sanzioni irrogate dagli Psal quali fonti incentivanti agli operatori per svolgere attività preventive.  La delibera, secondo il sindacato Fials, contiene numerosi elementi di criticità, in primis l’indicazione: “…è altresì possibile destinare parte delle risorse al personale interno dell’ente, purché ciò… non costituisca frazione rilevante dell’ammontare del progetto”. I progetti della Asl 3, inoltre, sono criticabili perché non contengono, se non in misura modesta, indicatori di risultato. L’unico obbligo previsto è quello di effettuare le attività come prestazioni aggiuntive. «Nel concreto i progetti si riducono ad un finanziamento sostitutivo dello straordinario – sottolinea Cenzuales – Altro aspetto critico riguarda il fatto che il resto dei soldi viene investito in attrezzature (software, automobili, hardware, fonometri, ecc.) per lo più non “integranti” ma “fondanti” le normali attività. Le risorse economiche vengono così usate per comprare arredi (sedie, armadi e scrivanie) e persino indumenti e DPI (dispositivi di protezione individuale!)». In parole povere, gli addetti ai controlli se non fosse per i proventi delle multe entrerebbero loro per primi nei cantieri senza protezione…

    Per capire di quali cifre stiamo parlando ecco alcuni dati relativi all’azienda sanitaria locale genovese: nel 2011 l’Asl 3 ha versato 436.127 € e ottenuto 372.000 (di cui 144.000 per il personale interno); nel 2012 ha versato 281.882 € ottenendo 140.000 (di cui max 70.000 per il personale); nel 2013 ha versato 338.134 € e la Regione esprime la volontà di trattenere per altre incombenze le somme nel frattempo versate per l’anno 2012, mentre a novembre ai lavoratori viene addirittura ventilata la possibilità di un blocco per quattro annualità dello stanziamento dei fondi.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #57

  • La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    1Ho letto, con curiosità, l’altra sera un interessante articolo relativo ad un notissimo paesaggista italiano. Devo dire la verità, ne sono rimasto affascinato, profondamente. Non sono un neofita, ho visto i principali giardini d’Europa e del mondo. Ho letto molto, tanto gli autori inglesi (maestri nel campo) quanto gli scritti dei principali architetti italiani, qualcosa dei francesi e persino dei belgi… Ho addirittura comprato un volume sul “Landscape design” in Svezia ma devo essere onesto, ho ceduto di fronte all’impossibilità di comprensione linguistica. In un certo senso, sinora ho però solo capito di non sapere. Come opera e chi è veramente il paesaggista?

    2In fondo in tanti articoli che si sono succeduti nella nostra Rubrica non abbiamo mai definito questa figura. Ebbene leggendo quel brano e soprattutto ragionando sul tema forse ho in parte compreso. Non è un architetto, non è un artista, non è un botanico o un ingegnere, non può neppure essere definito un giardiniere. E’ un insieme di tutte queste cose, unite ad una indomita passione per il viaggio, alla sbigottita ed ingenua meraviglia di fronte allo spettacolo della Natura ed alla bizzarra fantasia dell’alchimista.

    3Il paesaggista deve possedere le doti del pittore, la sensibilità del poeta, deve capire il mondo naturale, distinguere le specie vegetali, percepire le leggi non scritte che regolano la vita delle piante… Deve essere un tipo “straordinario”, nella sua accezione di fuori dell’ordinario. Deve muoversi con sapienza tra rigide norme (architettoniche e botaniche) senza il rispetto delle quali crollerebbero i muri dei parchi, cederebbero gli argini dei torrenti, morirebbero le piante senza mai acclimatarsi, poter crescere o fiorire.

    4Deve però essere in grado di violare le regole e di sapere esattamente quando ciò deve essere fatto. Senza questo innato talento, il progetto sarebbe sterile, lineare e privo di quella aura vitale che solo la natura solitamente infonde. Il paesaggista deve rispettare il contesto ma saperlo, al tempo stesso, piegare docilmente al suo volere senza che ciò sia percepito o risulti mai percepibile. Il giardino apparirà così come parte del verde circostante, mera porzione del tutto, rispetterà il “genius loci” e, nell’impalpabile distaccarsene, lo esalterà.

    5I cespugli che sono costati ore di sapienti potature sembreranno così naturali e soltanto frutto di crescite regolari e continue. Gli alberi faranno da cortina al tutto come se fossero stati sempre lì, spuntati in basi alle casuali leggi della natura. I prati si perderanno tra i boschi, si confonderanno con i laghetti ed i ruscelli, avranno contorni smussati e si caratterizzeranno per una attenta e studiata trascuratezza. Il paesaggista deve quindi capire l’esistente, rispettarlo e sapersi imporre su di esso impercettibilmente e leggiadramente. Per questo pochi sono i progetti veramente riusciti, in cui il talento innato dell’autore spicca. A prescindere dai suoi titoli accademici. Per fare tutto questo è necessario un lungo percorso di studi, di viaggi, di curiosa visita a parchi e giardini di tutte le epoche e di tutti i paesi ma anche una lenta e profonda crescita professionale, personale ed umana. Serve acquisire una peculiare e non immediata sensibilità, un rispetto profondo per le cose e gli esseri viventi, animali e vegetali.

    Per tutti questi motivi ho conosciuto molti paesaggisti ma pochi sono effettivamente all’altezza di tale nome in quanto questi soli sanno incidere nel contesto senza cedere alla naturale tendenza di apparire e di dominare la scena. Possono spontaneamente riuscire nel non facile compito di riprodurre il paesaggio senza copiarlo. Sono in grado di esaltarlo semplicemente, attraverso sapienti e mirate variazioni sul tema.
    Come le fotografie qui riprodotte ben dimostrano forse per fare questa professione bisogna essere, al tempo stesso, innatamente poeti, avventurosi viaggiatori, artisti estrosi ed avere uno Studio, dall’apparente caotico disordine di una “wunderkammer”, simile a quello di un moderno alchimista!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

    stampa stemma piccolo

    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Comunità di San Benedetto, orfani del Don. Incontro con il “Megu” Domenico Chionetti

    Don GalloEra l’8 dicembre 1970 quando don Federico Rebora accoglieva nella canonica di San Benedetto al Porto don Andrea Gallo, allontanato da pochi mesi dalla “sua” parrocchia del Carmine. La storia della Comunità iniziava così, 44 anni fa, con una Messa: è una storia fatta di accoglienze, di vita al fianco degli ultimi, di giorni vissuti nel territorio. Un territorio che si è allargato a macchia d’olio in città, nel basso Piemonte e persino nella Repubblica Dominicana.
    Parlare e soprattutto scrivere della Comunità di San Benedetto qui, a Genova, non è mai facile. Il rischio di cadere nella solita retorica o nel ricordo di un passato che – ahinoi – non c’è più, è sempre dietro l’angolo. Ma se la Comunità, anche con qualche inevitabile zoppicatura, è riuscita a sopravvivere oltre un anno e mezzo senza il suo punto di riferimento, significa che i tanti semi lanciati lungo il cammino da don Andrea Gallo hanno trovato terreno fertile.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Nata dall’esigenza di accogliere i più reietti degli emarginati, ovvero i tossicodipendenti abbandonati nella strada da quella che allora era la nuova piaga dell’eroina, la Comunità apre ben presto le porte a chiunque bussasse in cerca di accoglienza. Quella che era una canonica diventa presto una casa. Il filo rosso era rappresentato dal lavoro: lavoro che operatori e accolti svolgevano fianco a fianco, nel tentativo di ridare dignità a chi l’aveva persa e, naturalmente, di autosostenersi dal punto di vista economico.
    Anche don Gallo nei primi anni lavorava come fattorino. A metà degli anni ’90 arrivano i fondi pubblici e la collaborazione con Asl e Sert: la Comunità può così ampliare i propri orizzonti, le proprie strutture, dal ristorante alle cascine, dalla libreria al centro di recupero di scarti alimentari fino a diventare una fucina di progettualità.

    [quote]Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse.[/quote]

    Come se la passa oggi la Comunità di San Benedetto al Porto? Ne abbiamo parlato con Domenico Chionetti, noto a tutti come “Megu”,  storico portavoce. «La Comunità è un luogo dove ci sono legami naturali, paritari, tra persone profondamente diverse tra loro: d’altronde questo è lo scopo dell’accoglienza. Al nostro interno non ci sono zizzanie, solo i normali problemi che possono derivare dall’autogestione. Ma questo esisteva anche quando c’era il Gallo, soprattutto negli ultimi anni: fino alla fine degli anni ’90 girava per tutte le strutture ed era presente a tutte le riunioni ma col passare del tempo, anche un po’ per la grande esplosione pubblica e mediatica che ha avuto, ha iniziato a smuovere le coscienze in giro per l’Italia. Ma le cose qui non potevano certo stare ferme: per questo il metodo è sempre stato quello dell’autogestione. Andrea non dava ordini: era un riferimento che noi cercavamo. Lui non dava direttive, non era un impositivo».
    L’autogestione, dunque, sembra essere lo strumento principale che ha aiutato la Comunità a sopravvivere al suo fondatore, unica via per dimostrare che don Gallo forse non aveva proprio tutti i torti nel portare avanti il suo messaggio. Quindi sono false quelle vocine che mettono un po’ in dubbio l’armonia all’interno della Comunità e la funzionalità della Comunità stessa dopo la scompare di don Gallo? «La cosa più complessa per noi, e forse quella che rischia di dare addito alle malelingue, è l’impossibilità di essere così inclusivi come lo eravamo quando c’era Andrea. La sola presenza del “Gallo” – se lo vedevi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi – ti bastava per essere corrisposto e quasi incluso nella Comunità di San Benedetto. La sua figura garantiva molta più relazione con il territorio: la vera sfida per noi è mantenere l’eredità sconfinata delle sue relazioni e questo vale più di qualsiasi struttura, qualsiasi progetto. Ed è molto difficile farlo con l’umanità che ogni giorno è sempre più sofferente e sempre più incazzata».

    Ma non vi stanca il continuo paragone tra presente e passato, tra quello che era la Comunità con don Gallo e quello che è San Benedetto oggi? «Non è tanto questo che mi stanca quanto soprattutto il peso di non riuscire ad avere quella presa di voce che prima si aveva su tantissimi temi, dalla politica alla cristianità. Non riusciamo ad essere più quei catalizzatori di indignazione e di forte riflessione che il Gallo riusciva a concentrare su di sé. E credo che non sia una cosa che pesa solo sulle nostre spalle. Credo che quel senso di ebollizione che abbiamo vissuto al funerale di Andrea fosse proprio dovuto a questo, alla rabbia e alla paura che quella libertà, quella forza e caparbietà di opinione andassero disperse».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’intervista integrale su Era Superba #57

  • Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    Scolmatore del Bisagno, la grande opera per la messa in sicurezza del primo torrente cittadino

    bisagno-fereggiano-marassi-monticelliDal dopoguerra e fino al 2011 il Bisagno aveva rotto gli argini ogni ventennio, ora lo ha già fatto due volte in tre anni. Il primo torrente cittadino è una bomba ad orologeria, così come i suoi affluenti e come gli altri principali corsi d’acqua genovesi, per non parlare delle condizioni dei rii minori che scendono dalle alture, spesso terreni abbandonati e quindi maggiormente esposti al rischio frane. La situazione genovese è un’emergenza nazionale.
    Da Roma sono arrivate le prime promesse ufficiali, per ora solo parole, ma quantomeno confortanti. Nei prossimi cinque anni lo Stato, nell’ambito del Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico, si impegnerebbe a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese. E, tra le opere da finanziare, ecco comparire quello che fino a poco tempo fa era considerato un progetto “irrealizzabile”: lo scolmatore del Bisagno.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 57 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Il progetto risale al 2007 e si basa sulle stime del Piano di bacino che indicano in 1300 mc/s (metri cubi al secondo) la portata massima del torrente con tempo di ritorno di duecento anni (la stima ai tempi del fascismo che portò ai lavori di copertura fu di 500 mc/s, ndr). Attualmente il Bisagno è in grado di “resistere” fino a 700 mc/s, portata elevabile tra gli 800 e i 900 mc/s con i lavori di adeguamento idraulico dell’attuale copertura di via Brigate Partigiane.

    Lo Scolmatore del Bisagno è un canale sotterraneo di 9,5 m di diametro in grado di “sottrarre” acqua al torrente in caso di piena alzando la portata di 417 mc/s rispetto ai livelli attuali (mettendo quindi il corso d’acqua in sicurezza). La galleria, lunga quasi 7 km dal ponte Ugo Gallo (altezza Sciorba) sino ai bagni Squash in corso Italia, andrebbe anche ad intercettare le portate dei torrenti Fereggiano, Rovare e Noce (ognuno dei rii con relativa galleria di collegamento a quella principale). Costo totale 230 milioni (qui il Quadro Economico) , di cui 153 di lavori, i restanti 80 circa fra Iva, spese tecniche, indagini, collaudi ecc. «In questi giorni, avendo il Comune bandito l’appalto per la costruzione dello scolmatore del Fereggiano – spiega Simone Venturini, ingegnere idraulico, dirigente di Technital S.p.A e co-firmatario del progetto – abbiamo rivisto il computo del progetto del 2007 dal quale abbiamo stralciato le opere già inserite nel progetto definitivo dello scolmatore Fereggiano (il cui primo stralcio è in via di aggiudicazione) e abbiamo aggiornato i prezzi unitari.
    Ne deriva che l’importo residuale dei lavori (ovvero quello che resterebbe da fare, mantenendo l’opera già progettata nel 2007 senza modifiche né “alleggerimenti”) che serve per realizzare lo scolmatore del Bisagno è pari a circa 145 milioni e il finanziamento lordo si può aggirare sui 165-182 milioni circa (a seconda che lo Stato voglia applicare l’Iva al 10%, come per lo scolmatore Fereggiano andato in gara, o al 22%)».

    Come è noto, dopo gli eventi alluvionali del 2011, il Comune ha deciso di stanziare le risorse a disposizione (45 milioni) per realizzare una parte del progetto del 2007, ovvero il cosiddetto “mini-scolmatore”, la galleria di scolmo del Fereggiano (che capta le acque dell’affluente, ma non incide sulle piene del Bisagno). Una scelta che aveva attirato non poche critiche (il progetto è stato “rimandato” in un primo momento dal Consiglio nazionale dei Lavori Pubblici) principalmente per l’incertezza sulla copertura economica (i 45 milioni coprono solo il primo stralcio e lasciano fuori le opere di presa e collegamento per Rovare e Noce) e la necessità di aggiornare studi, stime e rilevazioni. Tuttavia, se davvero dovessimo assistere ad improvvise accelerazioni dell’iter per la realizzazione dello Scolmatore del Bisagno, sia la galleria che lo sbocco a mare del mini–scolmatore sarebbero perfettamente integrabili con la galleria principale. E se l’avvio dei lavori per il grande scolmatore dovesse arrivare prima di aver terminato il mini – scolmatore (dicembre 2020) «i due cantieri si integrerebbero molto bene ed anzi si ridurrebbe il disturbo all’area di spiaggia».
    La durata dei lavori per lo scolmatore Fereggiano è stimata in cinque anni, sono invece sei gli anni previsti per la realizzazione di quello del Bisagno.

     

    Gabriele Serpe

    L’articolo integrale su Era Superba #57