Anno: 2016

  • Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    amt-bus-trasporto-pubblicoOgni giorno a Genova circa 700 autobus escono dalle rimesse per trasportare su e giù per la città i genovesi; o perlomeno ci provano. Con una media di circa 5 mila guasti all’anno (secondo le stime dei sindacati di settore), non passa giorno senza qualche intoppo, dai più banali a quelli più distruttivi. La causa di questa “strage” è l’anzianità dei mezzi, tra i più vecchi d’Europa, e la continua riduzione delle risorse pubbliche investite nel settore: se questa congiuntura non cambierà, il servizio di trasporto pubblico nella nostra città rischia di collassare in tempi brevi.

    Questo è quanto si ricava dalla relazione di Stefano Pesci, direttore generale di Amt Genova, pubblicata sul primo numero di Omnibus, il periodico di Amt tornato alle pubblicazioni pochi giorni fa, dopo alcuni anni di stop.

    I numeri, come spesso accade, parlano chiaro: l’anzianità del parco mezzi dell’azienda di trasporto pubblico genovese si attesta sui 14 anni di media, contro i 12 anni calcolati su base nazionale. Il confronto diventa schiacciante se si guarda al di là delle Alpi: la media europea, si ferma, infatti, a 7 anni; esattamente la metà dei bus di casa nostra. Entrando nel dettaglio, scopriamo che circa il 6,5% dei bus, cioè una quarantina di mezzi, ha più di 25 anni, mentre il 36% (vale a dire 250 unità) è antecedente alla normativa Euro 3, entrata in vigore nel lontano 1999. «Una tale vetustà ha inevitabilmente prodotto l’aumento del numero dei guasti in linea e dei fermi bus in rimessa per riparazioni» spiega Pesce, sottolineando che questo «incrementa progressivamente l’incidenza dei costi di manutenzione sul bilancio aziendale, ma conduce anche a preconizzare un possibile collasso del sistema di trasporto locale su gomma, stante l’impossibilità di far circolare mezzi sempre più difficilmente riparabili, anche per la problematicità di reperire sul mercato i pezzi di ricambio per veicoli così arcaici».

    Nel 2013, a seguito dello sciopero del personale Amt che bloccò la città per diversi giorni, Regione Liguria siglò un accordo per l’acquisto di 400 nuovi bus, di cui 200 destinati all’azienda genovese. Ad oggi, però, le gare bandite da Ire s.p.a., la società designata dalla Regione come appaltante, hanno portato all’assegnazione di 62 mezzi, di cui solo 48 sono stati già ordinati, sulla base delle risorse regionali messe effettivamente a disposizione. Uno stallo che potrebbe portare nei prossimi 3 anni a un ridimensionamento considerevole del servizio offerto, già pesantemente ridotto in questi anni di vacche magre.

    Per tamponare la situazione, nel il 2016 Amt ha previsto un investimento di 8 milioni di euro per l’acquisto di nuovi mezzi, attingendo a risorse interne; una spesa che troverà l’eventuale copertura finanziaria solo a seguito di una corposa vendita degli asset immobiliari dell’azienda, a cui comunque dovrebbe aggiungersi una considerevole iniezione di liquidità da parte di Comune di Genova. Uno scenario tutt’altro che sicuro.

    La situazione italiana

    grafico-anfia-busNella sua relazione, Stefano Pesci definisce la situazione genovese come paradigmatica per tutto il panorama italiano. I dati sul sistema del trasporto pubblico a livello nazione, infatti, non sono rassicuranti: in un solo anno, l’anzianità media del parco autobus è aumentata del 10%, arrivando alla soglia dei 12,21 anni, cifra che catapulta l’Italia tra i primi posti in questa poco virtuosa classifica. Questa situazione ha le sue radici nei mancati investimenti in questo settore: se nel quadriennio 1997-2001, infatti, furono spesi oltre 2,3 miliardi di euro, nel periodo 2012-2015 le risorse messe a disposizione sono crollate a 110 milioni di euro. Circa un ventesimo. Questa situazione ha spinto il governo ad accantonare per il settore nuove risorse: per il periodo 2015-2022 un totale di 1,2 miliardi, distribuiti su base annuale secondo quote evidenziato nel grafico elaborato da Omnibus (qui a fianco). Secondo Pesci, però, questo non sarebbe sufficiente a garantire il rientro negli standard europei: «I 485 milioni previsti per il quadriennio 2015- 2018 non sono bastevoli neanche per sostituire tutti i bus Euro 0 che in base alla Legge di Stabilità 2015 non potranno più circolare a far data dal 1 gennaio 2019». Per rottamare i circa 8500 mezzi che ricadono in questa categoria sarebbero necessari, secondo le stime di Anfia (Associazione nazionale fra industrie automobilistiche), nei prossimi 4 anni, circa 1,9 miliardi di euro.

    Secondo il direttore Amt, inoltre, il mancato investimento in questo settore sta facendo da volano negativo per tutto l’indotto industriale a cui è legato: la produzione nazionale di settore ha subito una contrazione del 91,64% rispetto al 2005, con tutte le relative ricadute occupazionali e sociali.

    Il futuro del trasporto pubblico locale

    Nello studio Anfia sono ipotizzati tre scenari futuribili: il primo, quello tendenziale, cioè che segue il mantenimento dei livelli attuali di investimento, prevede il collasso del sistema di trasporto pubblico quando il parco mezzi raggiungerà l’età media di 20 anni, cioè fra 8 anni su base nazionale. A Genova, come abbiamo visto, questo potrebbe succedere molto prima. Il secondo scenario, quello conservativo, prevede un investimento statale di 3,8 miliardi nei prossimi 8 anni per mantenere l’età media dei bus sui 10 anni; il terzo, che farebbe rientrare l’Italia negli standard europei, stima per lo stesso periodo un investimento di 7,2 miliari di euro, per l’acquisto di 34 mila nuovi mezzi. Cifre molto lontane da quelle messe sul piatto da Roma.

    Il grido di allarme di Amt, quindi, deve essere preso sul serio dagli enti locali e dal governo: la sopravvivenza stessa del servizio di trasporto pubblico locale è appesa a un filo e dovrebbe essere studiato e realizzato un piano di intervento massiccio e il più possibilmente rapido. Ogni giorno che passa è un giorno di ritardo: domani i nostri autobus potrebbero essere arrivati davvero al capolinea.


    Nicola Giordanella

  • Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscine a ponente, per la Mameli c’è il progetto. Ma la Nico Sapio è ancora ferma al palo

    Piscina Mameli, VoltriDestini paralleli, quelli della piscina comunale di Voltri e della Nico Sapio di Multedo. Entrambe con una gloriosa storia alle spalle, entrambe chiuse negli ultimi anni, travolte da una crisi che ha reso insostenibili i costi di gestione degli impianti. La chiusura della Sapio prima (2011) e della Mameli poi (2012) ha lasciato un vuoto importante nel ponente genovese, solo parzialmente colmato dall’impianto all’avanguardia di Pra’.

    Oggi, per entrambe le piscine si parla di possibilità di riapertura, anche se con aspettative sui tempi molto diverse. Se, infatti, per la piscina di Voltri c’è già un progetto definitivo, per quella di Multedo ancora si attendono offerte concrete oltre alle semplici dichiarazioni d’interesse.

    Piscina di Voltri: Regione e Comune ci mettono i soldi, la Mameli il progetto

    A far tornare l’impianto di Voltri agli antichi splendori potrebbe essere la storica società Nicola Mameli, entrata a far parte del consorzio Utri Mare. Della Mameli (che ha già vissuto in prima persona la chiusura dell’impianto nel 2012) è, infatti, il progetto definitivo per la rimessa in moto della struttura, pesantemente compromessa. Già al momento della chiusura, infatti, erano stati rinvenuti livelli di amianto oltre i limiti consentiti. Gli anni di inattività hanno peggiorato la situazione. «La piscina – avverte il vicesindaco del Comune di Genova, con delega agli impianti sportivi, Stefano Bernini – in questo momento è persino pericolosa, vista anche la vicinanza con la passeggiata a mare». Per questo, il progetto presentato da Mameli e Utri Mare è diviso in due lotti: il primo prevede la messa in sicurezza della struttura, il secondo la ristrutturazione degli spogliatoi e alcuni acquisti necessari come il pallone invernale.

    Il costo totale dell’intervento sarà di circa 1,5 milioni di euro
    , frutto di un cofinanziamento tra Regione Liguria e Comune di Genova. «Il ruolo maggiore è quello della Regione – ammette Bernini – che ha stanziato i soldi nel corso della precedente amministrazione». Palazzo Tursi, dal canto suo, ha previsto circa 500 mila euro, già inseriti nel piano triennale dei lavori pubblici. «Inoltre – aggiunge il vicesindaco – abbiamo presentato un progetto preliminare al Coni che ha ricevuto dal governo un fondo di 100 milioni di euro per gli impianti sportivi nelle periferie».

    Per quel che riguarda il futuro dell’impianto, l’agonismo continuerà a rivestire un ruolo importante: «A Voltri c’è un’importante tradizione pallanuotistica – afferma Bernini – senz’altro ci sarà spazio per gli allenamenti, ma anche per attività più ‘classiche’ come l’accoglienza delle scuole o la libera balneazione».

    Per la Nico Sapio si attendono offerte concrete

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2Più lunga, invece, sembra essere la strada per la riapertura della “Nico Sapio” di Multedo, come riconosce il presidente del Municipio VII – Ponente, Mauro Avvenente: «Circa 2 anni fa – ricorda – i Nuotatori Rivolesi Genovesi vinsero il bando per il concorso ma poi si sono ritirati». Come allora testimoniato da “Era Superba”, intorno all’impianto si sono spese tante parole, ipotesi e proposte. Ma, nonostante il gran fermento della cittadinanza, ad oggi pochi passi avanti sembrano essere stati fatti. «Il vicesindaco Bernini ha chiesto risorse per seguire un progetto al riguardo – spiega ancora Avvenente – ma, ad oggi, da parte di soggetti privati non si è andati oltre le dichiarazioni d’interesse».

    Tra le ipotesi in campo, nell’ottica di una maggior “sostenibilità” dell’investimento, quella di ridurre la dimensione della vasca e aggiungere un centro di riabilitazione sportiva. Ma nell’area dei giardini Lennon non c’è solo la fatiscente piscina. Il Comune spera, infatti, che qualcuno si faccia avanti anche per gestione dei campetti da tennis e calcetto: «Siamo in attesa di un’offerta ampia» chiosa, stringato, Bernini.

    Luca Lottero

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    giacomo-montanariEsattamente dieci anni fa, l’Unesco conferiva al sito “Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” il proprio riconoscimento ufficiale. Per l’occasione, quest’anno la città ha triplicato l’appuntamento con i Rolli Days, le giornate in cui è possibile frugare il naso all’interno di alcune tra le più belle dimore aristocratiche genovesi, in gran parte appartenenti a privati. L’appuntamento del 28 e 29 maggio non fa che confermare una linea di tendenza positiva, che ha visto, nella tornata precedente del 2 e 3 aprile, sfiorare le 90.000 presenze, con ampie ricadute sulla città: economiche, ma anche, e soprattutto, culturali (e, perché no, d’immagine). Per l’occasione, sono andato a ricercare, nelle vie del nostro centro storico, una delle anime del progetto Rolli Days: Giacomo Montanari, trentaduenne, storico dell’arte, tra i massimi esperti del Cinque-Seicento genovese e del rapporto tra letteratura e arti figurative, autore del recentissimo Libri, dipinti, statue. Rapporti e relazioni tra raccolte librarie, collezionismo e produzione artistica a Genova tra XVI e XVII secolo, edito dalla Genova University Press.

    In poche parole, per chi se lo fosse perso… che cosa sono i Rolli?
    «I Rolli non sono altro che liste di palazzi. Si tratta di palazzi aristocratici, nobiliari; dunque privati, che svolgevano, però, un importante ruolo pubblico: quello di accogliere, nel quadro delle relazioni internazionali della Repubblica, coloro che, in visita a Genova, potevano portare prestigio, commercio, affari».

    palazzo-rosso (10)Un singolare connubio tra pubblico e privato. In che periodo storico siamo?
    «Siamo nel famoso Siglo de los Genoveses (il secolo dei Genovesi) compreso grosso modo tra 1530 e 1630: cento anni in cui Genova, sotto l’ala della monarchia spagnola, celebra il suo più grande successo internazionale. I Rolli nacquero per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica, diventata, però, ago della bilancia nei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici».

    Quest’anno ricorre il decennale della dichiarazione Unesco. I Rolli non sono solamente un patrimonio cittadino (men che meno privato) o nazionale; sono tutelati in quanto “patrimonio dell’Umanità”. Ebbene, quali sono le novità dei Rolli Days per quest’anno così importante?
    «Si tratta, in effetti, di un riconoscimento che proietta questi beni in una dinamica internazionale, che, tradizionalmente, come genovesi, tendiamo in parte a disconoscere. Ma qualcosa sta cambiando. Questo anche grazie ai Rolli Days. Per sottolineare l’importanza del decennale, quest’anno l’edizione si è triplicata e il pubblico ha risposto abbondantemente.
    Su un altro piano, maggiormente attinente all’organizzazione, devo dire che si sta consolidando il rapporto tra il coordinamento didattico dell’Università, del quale faccio parte, e le istituzioni comunali, non solo con l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica della città, bensì di legare tale offerta ai risultati della ricerca scientifica, da noi perseguita con passione e dedizione. Non sempre, tali risultati sono comunicati al pubblico. Attraverso questa manifestazione, la ricerca diventa divulgazione, e, cioè, patrimonio comune, interesse della città.
    Scendendo ancora di più nello specifico, siamo riusciti, in questa edizione, a ottenere l’apertura del palazzo di Giovanni Battista Grimaldi, situato al numero 4 di via San Luca, a fianco dell’omonima chiesa, nel cuore della Città Vecchia: un palazzo che risale ai primi anni del Seicento, che conserva alcuni splendidi affreschi settecenteschi di Lorenzo De Ferrari. Da vedere!»

    palazzo-bianco (6)La divulgazione scientifica ha un compito eminentemente sociale. E’ il tramite tra lo studioso e la società civile. E non deve essere trascurata. Hai parlato di coordinamento didattico. Qual è il tuo ruolo?
    «In questi anni, mi sono occupato, assieme a due colleghe, Valentina Fiore e Sara Rulli, di valorizzare e consolidare il ruolo dell’Università nell’ambito del tavolo del comitato scientifico della gestione del patrimonio Unesco, mutandolo in qualcosa di più operativo e, cioè, nell’offerta degli aggiornamenti ultimi della ricerca scientifica agli operatori turistici del territorio; nella didattica rivolta agli studenti universitari, che prepariamo per svolgere le visite guidate; nella formazione, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, degli studenti dei licei genovesi, che svolgono un compito essenziale nell’accoglienza del pubblico».

    La collaborazione col Comune funziona?
    «Sì, funziona. Naturalmente, qualcosa può essere migliorato. Sarebbe bello, ad esempio, che il progetto fosse ulteriormente strutturato, visto il successo straordinario dell’iniziativa, e stiamo lavorando per questo. Basti pensare che nel 2009, quando è stato lanciato il primo Rolli Days, le presenze si attestavano sulle 15.000. Oggi siamo a quasi 100.000 solo nel primo week-end del 2016. Ci aspettiamo di arrivare a 500.000 per l’intero anno. Il lavoro effettuato è stato importante, e la formula vincente: visite gratuite, ragazzi disponibili e preparati. Energie fresche, desiderose di confrontarsi con il pubblico e raccontare il patrimonio. Un’opportunità unica per chi visiti la città in questi giorni».

    palazzo-lomellini-patrone (4)Una tale fiumana di persone avrà senz’altro una ricaduta economica importante sulla città, soprattutto sugli esercizi commerciali. Dunque, “con la cultura si mangia”?
    «Tecnicamente sì, ma non è questo l’obiettivo. Qui è in gioco il valore stesso della cultura. Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa creare quelle necessarie condizioni di benessere che possono portare una città – e, a maggior ragione, una città come Genova – a diventare un luogo dove è bello stare: un luogo di opportunità, un luogo di sinergie positive, che comunica voglia di mettersi in mostra, generare del nuovo, far emergere i giovani. Insomma, che dia la possibilità a tutti di vivere in uno spazio decisamente più accogliente. Questo è il valore della cultura. E allora sì, si mangia: perché sarà sempre più bello sedersi a tavola a Genova, accogliere chi viene da fuori, creare e fare del nuovo in una città che si riscopre».

    Un’ultima domanda. Per te, Giacomo Montanari, che valore hanno – se me lo consenti – sentimentalmente i Rolli?
    «I Rolli sono un rapporto che dura da tanto tempo. Si tratta di un rapporto duplice: da un lato, hanno attinenza con la mia professione, quella di storico dell’arte; dall’altro, sono intimamente legati al mio essere genovese. Si tratta di due cose che sento mie: l’appartenenza a un territorio e a una professione. I Rolli sono un’occasione per vivere assieme a tutta la città un momento straordinario di cultura e di comunità».


    Antonio Musarra

  • Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    carabinieri antisommossa ventimigliaGiornate convulse a Ventimiglia: la “questione Migranti” sta prendendo in queste ore una dimensione nazionale. Dopo l’auto-sospensione dal Pd del sindaco Enrico Ioculano, oggi la firma dell’ordinanza che predispone lo sgombero del campo sul Roja; il documento, notificato alle 13 di oggi, prevede 48 ore di tempo per liberare l’area. Dopo poche ore la prefettura di Ventimiglia, attraverso un comunicato stampa, fa sapere che “qualora non venissero rispettate le prescrizioni sindacali, si darà corso con immediatezza al piano di allontanamento e trasferimento in apposite strutture dei migranti”. Che, visto l’assenza di centri di accoglienza in loco, vorrebbe dire il ricollocamento coatto dei circa 200 migranti in strutture di accoglienza e identificazione sparse sul territorio italiano, come già avvenuto in precedenza a seguito della visita in loco del Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

    Il quadro politico

    La questione migranti, inoltre, ha aperto una crisi politica che travalica i confini del comune ligure e della nostra regione. Ieri l’auto-sospensione dal Partito democratico da parte del sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha smosso le acque: «Nonostante le nostre continue richieste – commenta il primo cittadino – da Roma non è arrivata nessuna risposta. Il mio gesto, mio e dei consiglieri compagni di partito, vuole essere un segnale per far capire che così non possiamo andare avanti, perché è a rischio la salute stessa dei migranti e l’incolumità dei cittadini». Le dimissioni dall’incarico, invece, non sono mai state prese in considerazione: «La solidarietà del Pd Ligure si è fatta sentire – prosegue Ioculano – e mi ha incoraggiato a dare continuità alla amministrazione, soprattutto in una fase di emergenza come questa».

    Anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, è tornato sulla questione, ricordando come il “piano Alfano” prevedesse tre step: «Il primo – come riporta l’agenzia Dire – era la chiusura del centro accoglienza, uno scandalo nel cuore della città; il secondo doveva provvedere ad un dislocamento diverso dei migranti presenti; il terzo passaggio avrebbe dovuto garantire controlli su treni e strade in modo tale che su Ventimiglia si alleggerisse il tema dei migranti. Spero che il problema possa essere risolto nelle prossime ore, altrimenti saremmo costretti a dire che le cose non hanno ancora una volta non funzionato». Sulle polemiche sollevate dalla Lega Nord, che puntavano il dito sulla presenza del presidente della Regione alla “passerella elettorale” del ministro Alfano, Toti risponde ammettendo che: «Rixi mi aveva sconsigliato di andare, ma ritengo sia un dovere del presidente della Regione andare a informarsi e vedere che cosa succede se il ministro dell’Interno viene sul proprio territorio. Mi auguro che per una volta il governo colga il grido di dolore di una città e di una regione e si comporti efficacemente di conseguenza».

    La situazione al campo

    Nonostante la notizia dell’ordinanza, nell’insediamento informale sul fiume Roja la situazione, al momento, sembra essere tranquilla: al campo i migranti continuano con le loro solite attività. Le persone accampate lungo il fiume con l’aiuto di alcuni solidali hanno costruito una cucina da campo. Sotto a un tendone di plastica sono stati posizionati due bracieri, pentole e altri utensili. In mattinata si è fatto vedere per una breve visita anche il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, senza rilasciare commenti alla stampa.

    Alcuni ragazzi chiedono assistenza ai medici volontari accorsi per prestare aiuto; uno di questi, genovese, che ci ha chiesto l’anonimato, racconta che spesso le visite sono anche momenti di testimonianza: un ragazzo sudanese di 25 anni, infatti, gli ha riportato di essere stato sorpreso dalla polizia francese al di là del confine, e quindi riconsegnato alle autorità italiane. Durante il fermo in caserma, pare abbia subito percosse tali da lesionargli il timpano: il trauma è stato refertato da Antonio Curotto, dottore della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, ai medici del Pronto Soccorso di San Remo. Un ragazzo eritreo, in coda per farsi medicare la caviglia slogata, racconta di aver pagato il viaggio sul barcone verso l’Italia 1500 euro, e di aver lavorato cinque anni in Libia per raccimolare quella cifra. Se dovesse essere espulso, tutto sarebbe perduto.

    Emergenza, confusione e diritti

    notifica ordinanzaCome abbiamo visto, la gestione della situazione appare confusa e spesso lasciata all’arbitrio di chi deve poi gestirla nei fatti. Alessandra Ballerini, avvocato che da anni si occupa di diritti umani e migranti sottolinea come l’applicazione delle più basilari norme di diritto sia continuamente in balìa della volontà dei singoli: «Ai migranti non viene spiegato che hanno la possibilità di fare domanda di asilo – ci racconta  l’avvocato – e il decreto di espulsione, redatto in francese, inglese e italiano, non viene tradotto nella loro lingua, che spesso è solo l’arabo». Un difetto di forma, quello dell’assenza di un interprete, che è una causa invalidante del procedimento stesso. 

    L’ultimatum dello sgombero

    A partire dalle 13 di oggi sono scattate le 48 ore entro le quali le zone occupate dovranno essere liberate. Scaduto il termine, la Prefettura ha già chiarito che ci sarà un immediato sgombero coatto. Nelle prossime ore, quindi, la tensione è destinata a salire. Molte sono le questioni aperte, soprattutto una, della quale nessuno sembra poterne trovare la giusta soluzione: che cosa ne sarà di queste persone?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    notifica ordinanzaDopo la movimentata giornata politica di ieri, durante la quale il sindaco di Ventimiglia si è autosospeso dal Partito democratico insieme con altri undici tra assessori e consiglieri, oggi la notizia dell’ordinanza di sgombero delle aree utilizzate come campo informale da parte di quasi 200 migranti: l’accampamento sulle sponde del fiume Roja, all’altezza del cavalcavia dell’autostrada, e alcuni ricoveri di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria.

    Alla pubblicazione del provvedimento ha fatto seguito la notifica, tramite affissione di avvisi pubblici su transenne collocate in loco: l’ultimatum di 48 ore, disposto per liberare le zone in questione, scadrà quindi alle 13 di domenica 29 maggio.

  • Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    Settimanale di Fotografia: Alessandro Penso, la missione e il senso civico del fotografo

    penso settimanaleGiunta al termine della seconda edizione, la Settimanale di Fotografia, di cui “Era Superba” è media partner, chiude col botto: ospite del quinto incontro, infatti, Alessandro Penso, fotogiornalista internazionale che da mesi sta documentando la tragedia di decine di migliaia di migranti che scappano da guerre e sfruttamenti, raggiungendo un’Europa che si è fatta trovare in qualche modo impreparata ad un evento di simile portata. “Era” aveva già incontrato Alessandro Penso, in occasione della presentazione della ricerca di Medici Senza Frontiere “Fuori Campo”, a cura di Giuseppe De Mola: un lavoro che ha documentato le decine di accampamenti informali, sparsi per la penisola, in cui i migranti si auto organizzano, in attesa di ricevere assistenza, documenti, o semplicemente per necessità di sopravvivenza.

    Durante l’incontro, che, come di consueto, si terrà nella Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale, si parlerà del difficile ruolo del fotografo in contesti delicati e ai margini, dove la professione spesso diventa missione e la foto ritorna a essere strumento potente di informazione globale. L’appuntamento di mercoledì 25 febbraio anticipa il workshop che Penso terrà il 28 e 29 maggio, sempre nell’ambito della “Settimanale”: una due giorni per parlare di fotogiornalismo e della fotografia documentaristica, entrando nel dettaglio del lavoro, dalla progettazione allo scatto, dall’editing alla preparazione delle didascalie e successiva presentazione dell’elaborato.

    Alessandro, partiamo dalla tua formazione: dalla tua biografia scopriamo che hai studiato psicologia clinica prima di intraprendere la strada della fotografia. Questo ha in qualche modo avuto un peso nel tuo percorso?
    «Tutto il vissuto che si ha, entra nel proprio lavoro, vale per tutti. Non posso certo dire che il mio rapporto con la fotografia sia come il rapporto tra paziente e psicoterapeuta: in questo caso, infatti, è la persona che ti cerca per poter trovare e risolvere dei problemi. Nella fotografia è il contrario, sei tu, fotografo, che vai dalle persone, per raccontare e documentare. Sicuramente posso dire che il mio percorso accademico mi ha dato degli strumenti di riflessione e delle strategie di approccio, fornendomi una metodologia».

    Molti dei tuoi lavori sono scaturiti in ambito umanitario; nell’ultimo anno hai documentato diversi luoghi toccati dai flussi migratori provenienti da Medio Oriente e nord Africa. Da dove nasce questa tua spinto?
    «In Italia viviamo la situazione attuale in prima persona, da sempre, e non solo come fotografi e giornalisti. Ho impresse nella mia memoria le immagini della nave “Vlora”, che portava i migranti dall’Albania e i racconti di mio nonno sulla guerra e sulla migrazione. Hanno generato in me la curiosità di capire e raccontare. Un percorso personale che è diventato un’esigenza professionale. Credo che ci sia sempre bisogno di raccontare e documentare certi fatti».

    Che cosa vorresti che le tue foto riuscissero a suscitare in chi le guarda?
    «Provo a dare un volto alle persone che sono in mezzo ai grandi eventi, ma vorrei anche che i miei scatti aiutassero a ricordare alle persone che, quando parliamo di migranti, il contesto è l’Europa, casa nostra; e questo, dal mio punto di vista, forse è ancora più importante che l’oggetto della foto in sé: in Europa, infatti, succedono cose molto simili a ciò che accade in paesi noti per guerre e disastri: abusi, sfruttamenti, affari sulla pelle delle persone, violenze…»

    Fotografando persone in contesti così particolari e drammatici, hai mai avuto il dubbio sull’opportunità di fare una determinata foto? Ci sono stati dei momenti in cui hai preferito non scattare?
    «Questo succede tante volte. In certe situazioni le foto che ti ricordi sono quelle che non hai scattato. Non esiste una regola, ovviamente, dipende tutto dalla persona. Dal mio punto di vista esiste un senso civico: mi è capitato molte volte di mollare la macchina fotografica per aiutare, intervenire, prendere le difese, protestare; la cosa mi ha creato anche problemi e ripercussioni sul lavoro. Dall’altro lato, però, esistono momenti in cui bisogna assolutamente scattare, per raccontare una storia che altre persone non potrebbero altrimenti conoscere; in quel momento, il tuo massimo aiuto è proprio quello».

    Durante la “Settimanale” si è discusso molto sullo stato di salute del fotogiornalismo. Qual è la tua lettura di questa particolare congiuntura?
    «Il fotogiornalismo subisce il momento di transizione della stampa. I giornali stanno cercando di capire come gestire la questione “internet”: alcune testate stanno riuscendo a fare questo passaggio mantenendo e investendo le risorse necessarie per portare avanti il fotogiornalismo di qualità. In Italia siamo indietro, soprattutto per quanto riguarda la copertura delle notizie di “estera”; molti ottimi giornalisti italiani lavorano per testate straniere ma hanno difficoltà in Italia. Sicuramente il fotografo deve sapersi adeguare ai nuovi linguaggi. Oggi girano meno soldi, senza dubbio, ma è anche meno costoso fare questo lavoro».

    Un altro tema ricorrente nei dibattiti è il problema quantitativo: oggi come non mai abbiamo accesso a centinaia di foto e immagini ogni giorno…
    «Tantissime persone hanno capito che possono essere il medium di loro stessi e, quindi, esistono flussi incredibili di immagini. La “questione migranti”, con la crisi scoppiata nel 2015, è stata sicuramente una “Eldorado” per molti fotografi o aspiranti tali: eventi di portata mondiale, praticamente in casa, senza nessun tipo di restrizione, facilmente raggiungibili. È anche comprensibile che succeda questo, io lo capisco. Ma bisogna rendersi conto che possono esserci dei problemi: dalla foto “rubata” senza porsi nemmeno il problema dell’opinione di chi veniva ritratto, al nervosismo di massa che si è creato nelle zone interessate, letteralmente invase da orde di fotografi. Questo riguarda anche molti professionisti: questa parola non deve ingannare, la fotografia è un po’ un “far west”».

    Era Superba sta seguendo la “questione migranti” legata a Ventimiglia. In base alla tua esperienza sul campo, qual è la situazione italiana rispetto ad altri paesi e come si evolverà nei prossimi mesi?
    «L’Italia ha una struttura ricettiva importante, cosa che non c’è in altri paesi. Il problema è che spesso non funziona, mescolata ad affari e malaffari. Purtroppo, poi, i cittadini spesso non sono informati su quello che realmente succede, venendo manipolati per convenienza politica. Quindi, alla fine, ci ritroviamo con una criticità ancora più grande. Con la chiusura della rotta balcanica, potrebbero esserci dei seri problemi: il sistema italiano potrebbe non reggere un ulteriore incremento del flusso migratorio. Però, è nella natura umana: finché ci saranno guerre, le persone scapperanno; questo è il problema».

    Quali sono i momenti critici e quali quelli esaltanti del tuo lavoro?
    «A ottobre 2015 ho attraversato una crisi mentre lavoravo in Grecia: vedevo tutti ad affannarsi a fotografare, in una situazione che mi sembrava ridicola; mi dicevo, infatti, “se siamo tutti qua, e siamo così tanti, lasciamo perdere le foto e facciamo qualcosa”. Questo mi ha spinto a farmi molte domande sul cosa stavo facendo e perché lo stavo facendo. Da queste crisi, però, può rinascere lo spirito e la determinazione giusta per andare avanti, meglio di prima. Dall’altro lato, definire cosa siano i momenti esaltanti mi mette in difficoltà: sono contento nel momento in cui sono sul campo e so che sto facendo il mio lavoro».

    Che cosa porterai a Genova? Il 28 e 29 maggio, sempre per la “Settimanale di Fotografia” terrai anche un workshop dedicato alla fotografia documentaria; cosa verrà trattato?
    «All’incontro spiegherò quello è successo in Europa, per quanto riguarda la crisi umanitaria legata ai flussi di migranti, cercando ci capire quello che c’è dietro alle leggi, ai provvedimenti, e come questo si stia concretizzando sulla pelle delle persone. Durante il workshop cercherò di dare gli strumenti per potersi muovere nel sistema, in base a quello che si ha intenzione di fare e in base agli obiettivi che ognuno si pone».


    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    migranti-ventimiglia-campo-improvvisatoDopo l’attuazione del piano Alfano, non potendo più dormire in spiaggia, un centinaio di migranti ha trovato riparo sotto al ponte dell’autostrada, lungo il fiume Roya, a Ventimiglia; meno di una decina di tende, un accampamento piccolo, ma destinato a crescere, stando alle previsioni per la prossima estate. Un posto che solo il rispetto nei confronti di queste persone, che lottano perché la loro dignità di esseri umani sia riconosciuta, impedisce di definire squallido. Mentre nei palazzi si discute sul come gestire l’emergenza migranti, Era Superba è andata a verificare e documentare quello che sta succedendo in uno dei tanti luoghi di confine fra legalità e clandestinità che stanno sorgendo nel nostro Paese.

    I migranti, per paura di possibili ripercussioni, lasciano malvolentieri l’accampamento. Mangiano una volta al giorno il pasto della Caritas e dormono per terra, sui sassi, perché le tende non bastano per tutti. Alcuni abitanti del quartiere si fermano a osservare dalla strada, ma non si avvicinano. Ci sono alcuni solidali che cercano di aiutare, organizzando distribuzioni di cibo, di vestiti e di coperte, e accompagnando chi ha bisogno al Pronto Soccorso. Fra i pochi italiani che incontriamo, un giovane medico di Torino, che ha deciso di trascorrere una giornata all’accampamento per visitare chi ha bisogno di cure: si tratta per lo più di ragazzi con disturbi poco gravi, problemi gastrici legati alla cattiva alimentazione o influenze e raffreddori dovuti al clima freddo. C’è anche qualcuno che lamenta dolori alle articolazioni, raccontando di percosse subite da alcuni agenti di polizia.

    Anche il dottor Antonio Curotto e la dottoressa Amelia Chiara Trombetta, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), hanno visitato l’accampamento. Anche se in Italia gli stranieri hanno diritto all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha presentato la richiesta d’asilo ha solo una tessera per straniero temporaneamente residente (Tsp), che dà diritto alle cure e all’assistenza a malattie croniche. La dottoressa ci spiega anche che la SIMM si batte perché gli stranieri in transito abbiano gli stessi servizi di tutte e altre categorie, anche perché il “transito” di queste persone copre un periodo di tempo lungo e il viaggio da cui sono reduci è traumatico. In Italia non esiste un regolamento che affronti questa emergenza: la situazione è variegata e solo alcuni ospedali si sono dotati di Uffici per stranieri, gestiti da volontari. «I medici del pronto soccorso – afferma la dottoressa – non possono rifiutarsi di curare gli stranieri. Qualche anno fa era stato paventato da parte del governo l’obbligo di denuncia degli irregolari, provvedimento osteggiato dai vari ordini nazionali di categoria: la norma non venne successivamente approvata ma provocò comunque un crollo di accessi al Pronto Soccorso». Tuttavia, il servizio di pronto soccorso non risulta essere adeguato a una situazione del genere: la Asl locale dovrebbe farsi carico di quella che Trombetta definisce come una «piccola emergenza sanitaria: le persone vivono in situazioni precarie, esposte all’umidità del luogo e alle intemperie, non possono cambiarsi i vestiti, cosa grave nel caso in cui si diffondessero infezioni. Sono molto probabili le infezioni semplici, per esempio alle vie urinarie, per l’assenza di bagni, e l’eventuale contagio di altre già in atto e derivanti dal viaggio. Ci sono ragazzi, madri, bambini a cui noi impediamo il movimento e non garantiamo il diritto alla prevenzione e alla protezione della salute, che è garantito e tutelato non solo dalle leggi nazionali, ma dalle normative comunitarie e dall’ONU. Le istituzioni europee parlano della salute come di un diritto fondamentale, i parametri determinanti il livello di salute sono l’abitazione, l’acqua, l’accesso alle cure e alle infrastrutture: queste persone non hanno, o quasi, accesso a nessuna di queste cose».

    I migranti che si trovano all’accampamento sono per lo più uomini, si contano meno di una decina di donne e due bambini piccoli. Tra loro sono presenti due famiglie: un papà e una mamma eritrei, con un piccolo di 9 mesi, e tre sorelle, una delle quali incinta, accompagnate dal marito di una di loro e dalla loro bambina di un mese. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana: per attraversare il deserto, raccontano, hanno dovuto pagare dei passeur e dopo una settimana, o più, di viaggio in jeep, sono arrivati in Libia, dove li attendeva la prigione. Clandestini e senza documenti, vengono trattenuti in carcere per un anno: raccontano di percosse e maltrattamenti dei secondini locali. Una volta fuori, ricominciano il viaggio: ancora passeur e ancora denaro per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia.

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Tra le storie più commoventi, quella di R. un ragazzo pakistano di 30 anni: partito per la prima volta dalla regione di Sialkot nel 2007 e sbarcato a Lampedusa. Dopo il suo trasferimento a Crotone e il respingimento della domanda di asilo, ha ricevuto il foglio di via ed è stato rimpatriato. Ma non si è arreso: nel 2015 è partito di nuovo per andare in Libia e, da lì, con un barcone, in Sardegna. Dopo un altro diniego di asilo, è stato incarcerato a Oristano: 6 mesi e 15 giorni di cui non ha voluto raccontare nulla, se non che in carcere non gli era concesso telefonare e che lavorava 4 ore al giorno, 6 giorni alla settimana per 212,12 euro mensili. Ci ha mostrato una foto, fatta in occasione della prima identificazione: sulla fototessera, si vede un ragazzo giovane, con i capelli folti, lo sguardo fiero. L’uomo che ci siamo trovati davanti è dieci anni più vecchio e soprattutto stanco, triste e spaventato.

    La gestione sanitaria in essere, o meglio, questa “non gestione” da parte delle istituzioni che abbiamo documentato, nell’immediato futuro potrebbe portare a conseguenze gravi, soprattutto se le previsioni numeriche dei flussi migratori dell’estate oramai alle porte si concretizzassero. L’assenza delle istituzioni mette centinaia di persone a serio rischio, negando di fatto il diritto alla salute; in questi accampamenti, e in tutta l’enorme questione dei migranti, sempre meno si riesce a riconoscere quell’Europa dei diritti di cui crediamo di fare parte.


    Ilaria Bucca

  • “Buona noia e sogni d’oro”

    “Buona noia e sogni d’oro”

    lettere-dalla-luna-quaderno-3Noia. Passaggi di tempo a vuoto, nudo e crudo. Assenza di bisogni e doveri di qualsiasi sorta, soggetti ed oggetti da attenzionare o a cui prestare attenzione. Non è depressione, non è apatia, non è spleen, non è pigrizia. Priva il nostro sguardo di filtri protettivi, la noia. La sua presenza frantuma le nostre armature. Ci mette in crisi perché ci pone al di qua, dove stanno gli artisti.
    Ma il mondo non è fatto di artisti e il vuoto non è il nostro habitat. E così ci scopriamo incapaci di vivere i naturali momenti di noia che la vita propone, incapaci di restare fermi e in silenzio davanti al muro senza nulla da fare.

    Immagini la noia e provi sensazioni negative. Addirittura l’etimologia rimanda all’”avere in odio” qualcosa o qualcuno. Compagna fedele dell’uomo, si è evoluta sino al calderone di significati e interpretazioni del nostro tempo, imbevuta ormai come è di oscurità, grigiore, malessere, ci abbiamo riversato di tutto.

    Eppure che motore stupefacente! E che ali giganti!

    Per noia abbiamo giocato, imparato, sognato, rincorso – i bambini lo sanno – abbiamo provato a cambiare quel che non ci piaceva. La noia muove, insegna agli uomini a viaggiare, a immaginare, a desiderare. È il seme della scoperta, la causa dell’opera d’arte.
    Pensiamo che non ci serva. Siamo convinti che scongiurarne la presenza sia buona cosa. Ce ne sbarazziamo, faremmo di tutto pur di tenerla lontana e appena ne avvertiamo i sentori reagiamo immediatamente accendendo qualsiasi cosa a portata di dito, la nostra vita è ricolma di antidoti con effetto immediato. Questa fobia ci rende facili prede e ci ha fatto accettare compromessi che altrimenti forse neanche i più furbi si sarebbero sognati di proporre.

    “Dove scappi?” potesse parlare direbbe “rimani”.

    E tu per una volta non scappare, non avere paura. Tieni a bada quel dito. Perché se la vita è azione, argilla da plasmare, inalazione e assorbimento, la noia è la sua punteggiatura. Per prendere respiro, prima di capire cosa fare, cosa dire, cosa leggere, cosa scrivere.

    Sarà anticamera, pertugio, feritoia.
    Buona noia e sogni d’oro.


    Gabriele Serpe

  • Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    sanita-lavoratori-mediciDopo l’accorpamento del Sert (servizio per le tossicodipendenze) in Valbisagno con quello di Quarto, anche la struttura di Sampierdarena è stata chiusa, spostando i servizi nei locali di Rivarolo. Ma dopo l’allarme lanciato dai sindacati, Asl3 rassicura che entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata.

    La notizia risale a qualche giorno fa: lo stabile che ospitava il Sert di Sampiedarena, già da anni in condizioni precarie, è divenuto inagibile, rendendo impossibile il proseguimento delle attività al suo interno. La struttura è di proprietà di Autorità Portuale, che dovrebbe restaurarla; al momento, però, questo intervento non è ancora stato programmato. Di conseguenza, l’Asl è stata costretta a spostare i suoi uffici territoriali, che al momento sono stati ricollocati nei locali dell’ospedale Celesia.

    Questo accorpamento però si aggiunge ad un’altra situazione critica: dal 2014, causa alluvione, il Sert Valbisagno di corso De Stefanis è stato spostato e temporaneamente unito con quello di Quarto. Tutti gli uffici, quindi, sono rimasti attivi; sono stati “solamente” spostati, cosa che comunque potrebbe rappresentare un problema per quanto riguarda l’utenza. In un percorso già difficile come quello della lotta contro la dipendenza, un elemento di ulteriore difficoltà, in questo caso, “geografica”, potrebbe inficiare il delicato lavoro di recupero. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’importanza del presidio territoriale di strutture del genere, che ospitano decine di gruppi di auto-aiuto e sono al centro di reti formative che lavorano sulla prevenzione diffusa.

    A questa notizia si sono mossi anche i sindacati di categoria, pronti ad intervenire perché questa criticità si innesta sulla mancanza cronica di risorse: «Il disagio sociale si allarga, ma il personale non è più sufficiente a soccorrere l’emergenza crescente – ha spiegato Mario Iannuzzi, Fials le scuole ci chiamano per fare attività di prevenzione, ma non possiamo più andare».

    «Questa amministrazione (al cui vertice risiede il commissario straordinario di Asl3, Luciano Grasso, ndr) conosce l’importanza dei Sert – commenta ad “Era Superba” Giorgio Schiappacasse, direttore dei Sert di Asl3e vuole assolutamente investire il più possibile in questo settore. Il discorso degli accorpamenti è, infatti, solo momentaneo: siamo in un’emergenza logistica che non dipende dall’azienda sanitaria, ma stiamo già lavorando per assicurare entro un anno il ripristino delle unità territoriali».
    Dal punto di vista dei servizi, Asl rassicura che il momentaneo accorpamento delle strutture non sta creando problematiche sostanziali: «Non esistono particolarità e diversità territoriali così marcate – sostiene Schiappacasse – le dipendenze sono presenti, purtroppo, in maniera omogenea su tutto il territorio cittadino, cosa che la dice lunga sulla riflessione che deve essere fatta sull’argomento».

    La questione del Sert di corso De Stefanis si è complicata per via di una causa legale in corso, ma, secondo Asl, dovrebbe risolversi a breve. L’azienda, inoltre, ha assicurato che sono già al vaglio ipotesi alternative, sia per la Valbisagno che per Sampierdarena. Proprio per quest’ultima, Schiappacasse sottolinea che si sta lavorando per arrivare allo storico scorporo dei servizi distrettuali: da sempre, infatti, i Sert di Medio-Ponente e Val Polcevera sono uniti in una sola unità logistica, ma in un prossimo futuro «arriveremo ad avere un Sert per ogni distretto».

    EroinaSul tema della carenza di personale e risorse sollevata dal sindacato, Schiappacasse risponde che «purtroppo è un problema diffuso su tutto il settore pubblico, e che quindi colpisce anche noi. Bisogna però ricordarsi che la qualità dei servizi è altrettanto importante, e su questo l’azienda da anni sta lavorando, facendosi carico della costruzione di una “rete” sul territorio finalizzata ad ottimizzare gli interventi, rendendoli più efficaci e duraturi». La lotta alle dipendenze, infatti, non si ferma agli uffici e agli ambulatori dei Sert, ma inizia e prosegue anche fuori: dalle scuole alla strada. «Passata l’emergenza Aids degli anni ottanta e novanta – sottolinea il direttore dei Sert – l’attenzione della società su certi problemi è calata sensibilmente, lasciando spazi ai messaggi ambigui della pubblicità e del consumismo. Oggi dobbiamo confrontarci con dipendenze emergenti, come la ludopatia e quelle legate all’abuso tecnologico, e con le vecchie dipendenze che stanno risalendo la china, come l’alcolismo e l’uso di sostanze stupefacenti di ogni tipo, come l’eroina, tornata di moda tra i giovani e i giovanissimi». A colpire, infatti, è la tendenza degli ultimi anni che vede l’età di approdo all’utilizzo di sostanze sempre più precoce: «È necessario fare rete – conclude Schiappacasse – lavorando sulla prevenzione diffusa, ma non solo: anche l’informazione sull’argomento deve essere efficace e indipendente». Asl3 vuole implementare questo fondamentale lavoro, e, se tutto va bene, entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata. Nel frattempo, resta focale l’appello alla società civile a non sottovalutare il rischio di dipendenza: i problemi di oggi potrebbero essere le tragedie di domani.


    Nicola Giordanella

  • Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Comune, il voto sul bilancio tiene a galla Doria. Ma c’è qualcuno che lo vuole veramente mandare a casa?

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaPuò tirare un sospiro di sollievo il sindaco Marco Doria. Il bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova, da cui sostanzialmente dipendeva la sua permanenza a Palazzo Tursi, è stato approvato in Consiglio comunale con 19 voti favorevoli (Pd, Rete a Sinistra, Stefano Anzalone del gruppo misto e Guido Grillo, Forza Italia), 15 contrari (2 Lista Musso, 4 Movimento 5 Stelle, 3 Pdl, Alfonso Gioia – Udc, 1 Lega, 2 Federazione della Sinistra, Franco De Benedictis – fittiano del gruppo misto, e Gozzi – Percorso comune ed ex Pd) e 2 astenuti (Salvatore Caratozzolo e Gianni Vassallo di Percorso Comune). Evitato il commissarimento, fosse solo per il bilancio o per tutto l’ultimo, lungo anno di amministrazione che ci separa dalle elezioni del 2017. Sospiro di sollievo, si diceva ma non certo bottiglie di spumante da stappare. D’altronde, è lo stesso Doria a dire, pochi minuti dopo la votazione, che non «c’è nessun tono trionfalistico ma la soddisfazione di aver portato a casa un bilancio delicato e l’impressione che questa giunta, secondo larga parte del Consiglio comunale, deve continuare a governare la città. La voglia di metterci sotto scacco è probabilmente il desiderio solo di qualche consigliere comunale, minoritario e inconciliabile con noi».

    Tutti i soccorsi a Doria

    I motivi sono molteplici. Intanto perché, nonostante le smentite del caso, negli ultimi giorni i corridoi di Tursi erano molto più simili alle strette vie di un suq che alla sede del municipio. Forse, come mai prima d’ora, quello che in molti hanno definito “il mercato delle vacche” è il tema che ha tenuto più banco nell’agenda politica del Comune nelle ultime ore. E il sindaco, suo malgrado, ha dovuto trasformarsi in abile mercante per portare a casa le astensioni di Vassallo e Caratozzolo ma, soprattutto, il sì di Stefano Anzalone che potrebbe garantire un prezioso sostegno anche per il futuro della giunta Doria. Un sostegno non proprio gratuito. Dopo un sostanzioso emendamento sugli impianti sportivi accolto la scorsa settimana con l’approvazione del Piano triennale dei lavori pubblici, infatti, sono sempre più insistenti le voci che vedrebbero promessa (e restituita) all’ex membro della giunta Vincenzi, la delega allo Sport, da sottrarre all’assessore Pino Boero. Niente rimpasto di giunta, però. Boero resterebbe al proprio posto per quanto riguarda la gestione delle scuole e delle politiche giovanili, mentre Anzalone verrebbe promosso sul campo a consigliere delegato.

    Certo ad aiutare la giunta, non si sa quanto solamente in maniera causale, sono state anche e soprattutto le 5 assenze dell’opposizione che si sarebbero facilmente potute tradurre in altrettanti, e questa volta sì decisivi, voti contrari: Mauro Muscarà (Movimento 5 Stelle), Mario Baroni (gruppo misto, ex Pd e vicepresidente del Consiglio), Pietro Salemi (capogruppo Lista Musso), Salvatore Mazzei (gruppo misto in “quota Fitto”), Paolo Repetto (Udc).

    musso-malatestaNel corso della giornata che ha portato alla votazione conclusiva del bilancio, per un momento, è sembrato che addirittura un aiuto impensabile a Doria sarebbe potuto arrivare anche dall’ex rivale di campagna elettorale, Enrico Musso. La giunta, infatti, oltre a 9 emendamenti della maggioranza (7 Pd e 2 Lista Doria) e 1 di M5S, ne ha accolti ben 8 del già senatore. Ma il “salto della quaglia” non c’è stato. Anche se lo stesso Musso ha sottolineato di aver «accolto con favore e sorpresa questa apertura della giunta» e ha dato atto «pubblicamente al sindaco che questo accoglimento non è stato frutto di alcun tentativo di captatio benevolentiae». Il professore persino ha anche aggiunto di sperare che «in qualche modo, le manovre di questi giorni siano servite al sindaco per rinforzare la maggioranza: non è un controsenso, perché ho davvero a cuore l’interesse della città che non passa certo per un commisariamento».

    Un tema ripreso anche dallo stesso Doria. «Non ci sono stati scambi politici – ha detto, dopo il voto, il primo cittadino – ma un rapporto trasparente e un confronto serio e aperto con consiglieri comunali che non hanno un atteggiamento pregiudizialmente contrario alla nostra maggioranza». Il sindaco ha ribadito, poi, che non intende farsi «mettere sotto scacco da nessuno. Ci sono cose che una giunta ha il dovere di accettare in un confronto trasparente con il Consiglio, discutendo interventi puntuali che possano riguardare investimenti o stanziamenti di parte corrente compatibili con la mia idea di città».

    L’incredibile appoggio di Guido Grillo

    Nei fatti non ha aiutato Doria, perché i numeri lo hanno reso ininfluente, ma ha destato sicuramente grande scalpore, il voto favorevole del decano del Consiglio comunale, ovvero Guido Grillo, Pdl in quota Forza Italia, che si è anche visto accogliere dalla giunta 62 ordini del giorno. Benché i colleghi di partito non abbiano grande interesse a privarsi della collaborazione di un instancabile produttore di documenti per il Consiglio comunale, nessuno ha preso bene il “tradimento”. La sua capogruppo, Lilli Lauro, pochi minuti dopo la votazione si è detta «molto arrabbiata» e ha annunciato anche la possibilità della convocazione di un coordinamento metropolitano del partito per valutare persino l’espulsione di Grillo. «Il voto positivo di Grillo – ha detto ancora la Lauro – significa sostanzialmente che apprezza il bilancio e si adegua alla linea di centrosinistra, andando contro alle idee dell’opposizione e a quello che sta facendo la Regione con la giunta Toti. Votare un bilancio, vuol dire mettersi nell’ottica di seguire una linea politica e, allora, approviamo la scelta di dove mette i soldi Doria? Io no di certo. Non si fa così, fosse solo per rispetto dei colleghi di partito e degli elettori».

    Dal canto suo, Guido Grillo non fa un passo indietro e, all’agenzia Dire, attacca duramente proprio la sua capogruppo: «La Lauro non credo che possa emettere giudizi o sentenze: per farlo avrebbe dovuto partecipare ai lavori delle Commissioni, approfondire il bilancio, preparare documenti da sottoporre alla votazione del Consiglio e valutare se fossero stati approvati o meno». Così ha fatto il consigliere Grillo e, dopo essersi visto approvare 62 ordini del giorno sui 65 presentati (con i 3 restanti dichiarati inammissibili dalla segreteria generale), ha deciso di sostenere il bilancio. «Mi sono ritenuto soddisfatto – prosegue il consigliere – in quanto il mio contributo è stato recepito. Ora si tratta di gestire e verificare l’attuazione di questi documenti, ma i miei prevedono tutti un controllo entro l’annualità del bilancio». Grillo ricorda anche che «non approvare un bilancio a fine maggio, significherebbe che l’ente non sarebbe in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini, soprattutto dei ceti più deboli e più bisognosi delle politiche di welfare». Inoltre, c’è un aspetto politico che il consigliere non vuole sminuire: «Provocare le dimissioni di Doria – sostiene – sarebbe un grande regalo al Pd che ha già dimostrato più volte di mal sopportare il personaggio sindaco e ha tutto l’interesse che questi se ne vada, evitando di ritrovarselo candidato per il prossimo mandato, con le conseguenti spaccature, con o senza primarie. E, io, regali al Pd non ne voglio fare». Per Grillo «se, secondo il Pd, il sindaco opera male e non affronta i problemi, deve avere il coraggio di sfiduciarlo o votare contro delibere importanti come quella del bilancio» ma, soprattutto, «non può utilizzarlo per far passare privatizzazioni di servizi pubblici come Amiu o Amt che, invece, a settimane voteremo in Consiglio comunale».

    Alzi la mano chi vuole mandare Doria a casa

    consiglio-comunale-sala-rossaInsomma, è in quello che dalle nostre parti definiremmo “grande bailamme” che il sindaco si appresta ad affrontare il suo ultimo anno di mandato. Nessuno sembra veramente intenzionato a mandarlo a casa anticipatamente: intanto perché un commissariamento (non ci sarebbero i tempi tecnici per andare alle urne prima della scadenza regolare del mandato) difficilmente farebbe il bene della città; e, poi, perché nessuno, in fin dei conti, sarebbe già pronto ad affrontare una campagna elettorale. Il Pd perché non sa ancora (e, almeno fino al referendum costituzionale di ottobre, difficilmente lo saprà) da che parte è girato; la sinistra perché, come da tradizione, è sempre più divisa tra maggioranza, opposizione e contrasti tra reti comunali e regionali; l’Udc che in Regione si è ormai definitivamente riunita con il centrodestra ma a Tursi ha più volte lanciato una ciambella di soccorso alla giunta Doria; il centrodestra stesso che sta cercando di riorganizzarsi seguendo il grande appeal del governatore Toti ma che deve fare i conti con le divisioni nazionali che potrebbero compromettere definitivamente il rapporto con la Lega; e, last but not least, il Movimento 5 Stelle, alle prese con i contrasti tra “cittadini” del Comune, della Regione e del Parlamento che, peraltro, in caso di nuove elezione, al momento non pare potrebbero ricandidarsi.

    D’altronde, lo ha giustamente sottolineato la capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, ieri chi voleva mandare a casa Doria ha perso una grande occasione. «Non possono mancare 5 consiglieri di opposizione sulla delibera più importante dell’anno. Si poteva dare un segnale forte alla città mandando a casa il sindaco. Chi vuole fare opposizione deve stare saldato sulla sedia». Già, ma chi voleva veramente mandarlo a casa?

    Una domanda che molto presto potrà trovare una nuova riposta. Con il reintegro di Anzalone, la maggioranza potrebbe tornare a contare su 18 voti dei 41 totali: ancora troppo pochi per poter guardare con tranquillità al futuro. Ecco, allora, che sulle delibere più delicate, quindi, saranno sempre decisive assenze e astensioni di chi, opposizione o ex maggioranza, in fin dei conti, non vorrà porre fine anticipatamente a questo ciclo amministrativo. D’altronde, l’ha chiarito ancora una volta il sindaco che per portare a casa le prossime delibere delicate su Amiu e sull’attuazione del Blue Print «c’è bisogno di un confronto serrato con il Consiglio comunale, trovando anche un consenso più ampio di quello raggiunto oggi». La consapevolezza è un buon punto di partenza ma, a circa un anno da nuove elezioni, rischia di essere anche un punto di arrivo.


    Simone D’Ambrosio

  • Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Settimanale di Fotografia: Renata Ferri e l’importanza della cultura dell’immagine

    Milano, Triennale, Renata FerriNata a Roma, milanese d’adozione, Renata Ferri è cresciuta assieme al giornalismo e all’editoria. Un percorso che da subito
    è stato accompagnato dalla fotografia. Oggi è tra i più importanti e influenti photo editor del nostro paese: un ruolo spesso sconosciuto ai non addetti ai lavori ma che “decide” il linguaggio fotografico di ciò in cui siamo immersi quotidianamente. Il quarto appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”, quindi, sarà l’occasione per allargare il discorso a tutto ciò che viene prima e dopo lo scatto, alla fase di studio, di
    scelta, di valutazione estetica. Era Superba, media partner della rassegna, anticipa in esclusiva i temi dell’incontro di mercoledì 18 maggio, parlandone direttamente con la protagonista.

    La professione del photo editor, sebbene cruciale per i meccanismi dell’editoria e dell’informazione, è spesso poco conosciuta tra i non addetti ai lavori: come spiegherebbe questo ruolo e la sua importanza?
    «Nel nostro Paese è una professione relativamente giovane. Solo nell’ultimo decennio i periodici italiani si sono preoccupati di avere il photo editor mentre i nostri quotidiani nazionali ancora non ne sentono l’esigenza. Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi. Come giustamente afferma nella domanda, è un ruolo cruciale nella produzione dei giornali poiché dalle immagini passano oggi moltissimi contenuti che generano informazione. La capacità di produrre e selezionare storie o singole fotografie è frutto di studio ed esperienza e, oggi, di fronte al flusso continuo delle immagini che provengono dalla rete e dai social, ancora più necessario per evitare di cadere nelle trappole digitali e nella facile estetica».

    Partiamo dalle origini della sua carriera: quali sono stati i passaggi che l’hanno portata a intraprendere la strada del giornalismo e della fotografia?
    «Penso che il giornalismo sia nel mio dna. Conoscere il mondo, indagarlo, essere ovunque contemporaneamente e una passione politica, se mi consente l’utilizzo di un termine desueto o mal interpretato, hanno animato tutta la mia carriera. La fotografia è stata un incontro del tutto casuale, col tempo è sbocciata la passione e oggi posso tranquillamente dire che è una lunga e corrisposta storia d’amore».

    La fotografia è uno dei pochi “mestieri” che possono essere imparati e affinati fino a livelli altissimi anche totalmente da autodidatti: secondo lei esiste una relazione tra questo e l’evoluzione della “società dell’immagine” in cui siamo immersi?
    «Esiste poiché siamo “immersi” nelle informazioni visive, avvolti dalle immagini del mondo reale e di quello costruito. Possiamo essere autodidatti fenomenali. Senza dimenticare però che senza passione e senza studio non c’è mestiere che s’impari».

    Qualità e quantità: durante i precedenti incontri della “Settimanale di fotografia” si è molto dibattuto sulla necessità di una “educazione all’immagine”; il suo punto di vista è sicuramente privilegiato, che cosa pensa della questione, se esiste?
    «Non abbiamo una cultura d’immagine. Non si studia la storia dell’arte e tantomeno della fotografia. Pochissimi i corsi universitari peraltro nati solo recentemente. Abbiamo un gap di decenni. Non ci sono finanziamenti pubblici e non c’è la cultura delle donazioni per fotografia e conoscere attraverso essa. Il risultato è che chi lavora nell’ambito fotografico spesso s’improvvisa ma alle spalle non ha una preparazione solida. Sta cambiando ma dobbiamo iniziare a pensare ai bambini. Da lì si deve partire. Le immagini sono il loro patrimonio più importante e immediato. Devono conoscerle, utilizzarle per il loro sapere».

    Lavorando in riviste di settore, in cui il lato estetico è spesso collegabile ai trend e alla diffusione di brand, secondo lei esiste una soglia, una questione “etica” sulla progettazione, realizzazione e successiva post-produzione delle foto?
    «Penso che l’etica oggi riguardi più i fotografi che non le testate».

    Fotogiornalismo. In una recente intervista parlava di fine del “colonialismo fotografico”: da che cosa dipende? È solo una questione di diffusione di strumenti tecnologici o esiste un cambiamento più profondo?
    «Esiste una maggiore consapevolezza e una migliore istruzione per le persone che abitano il pianeta. Oggi sono in grado di guardarsi intorno e di raccontare le loro tragedie e le loro meraviglie».

    Torniamo alla quantità. Secondo la sua esperienza, esiste il problema dell’assuefazione a determinati contenuti fotografici che mettono a rischio la qualità e la preziosità dell’informazione che veicolano?
    «Se passo un’ora su Instagram o su Facebook o se cerco qualcosa in Google il rischio di assuefarmi e nausearmi è altissimo e dunque anche la voglia di uscirne».

    La sua esperienza è vastissima e spazia praticamente a 360°; esiste però un progetto particolare che non è ancora riuscita a realizzare e vorrebbe assolutamente farlo?
    «Penso di aver fatto pochissimo e francamente nulla di rilevante, se non grandi avventure umane. Oggi cerco di fare il più possibile perché temo di non avere abbastanza tempo per fare e vedere tutto ciò che vorrei. Le cose migliori però, sono certa, non le ho ancora fatte».

    Per chiudere, che cosa “porterà” a Genova per l’appuntamento con la “Settimanale di Fotografia”? Di che cosa parleremo?
    «Non ne ho la più pallida idea. Mi hanno detto che si sarebbe trattato di un’intervista e così mi sono immaginata quelle brutte cose “una contro tutti”. La notte ho faticato a prendere sonno. Porterò a Genova me stessa con le poche certezze e la voglia di condividere con il pubblico i dubbi e la confusione di questo nostro tempo e, nello scambio, magari impareremo tutti qualcosa».


    Nicola Giordanella

  • Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata BorgheseScalinata Borghese, quando partono i lavori? Questo si chiedono gli abitanti del quartiere di Albaro quando pensano alla palazzina in stile liberty che occupa la terrazza più alta della gradinata costruita a inizio Novecento in piazza Tommaseo. Già da diversi anni la struttura dovrebbe essere oggetto di un’operazione di restauro e messa in sicurezza ma, ad oggi, nulla sembra muoversi.

    Per anni zona di spaccio di stupefacenti e ricovero di fortuna per i senza tetto, Scalinata Borghese è ritornata sotto gli occhi dei riflettori grazie alle azioni di diversi comitati di quartiere e dell’associazione “Riprendiamoci Genova” che hanno realizzato alcuni eventi con lo scopo di attirare l’attenzione di cittadini e istituzioni sull’ennesimo vuoto urbano.

    Queste iniziative hanno fatto sì che l’area, ormai poco frequentata dagli abitanti di Albaro per questioni legate alla sicurezza, come la scarsa illuminazione e il decadimento delle strutture, tornasse a far parlare di sé e della sua situazione sospesa nel limbo degli interventi di manutenzione, “imminenti” ormai da troppi anni per essere ritenuti tali e credibili.

    Sulle pagine di Era Superba abbiamo denunciato questa situazione già nel 2014 ma, in questi due anni, nulla sembra essersi mosso.

    Dal progetto allo stallo

    scalinata-borghese-d5Ufficialmente l’inizio della rivalutazione del manufatto risale al 2004, anno in cui la Progetti e Costruzioni s.p.a., società di proprietà del gruppo Viziano, presentò un progetto di recupero e riqualificazione attraverso lo strumento del project financing.

    I lavori, che prevedevano la costruzione di un ristorante con terrazza, sale per eventi e piccoli congressi, non hanno mai preso il via. La crisi economica e gli iter burocratici intrapresi per avere il nulla osta della Sopraintendenza ai Beni Culturali, sono gli elementi che, stando alle parole dell’ingegner Davide Viziano, hanno fatto sì che la situazione di Scalinata Borghese restasse immobile per oltre un decennio.

    Il canale utilizzato per ottenere la concessione dell’immobile, come detto, è stato quello del project financing, una forma di finanziamento, tramite cui le pubbliche amministrazioni possono ricorrere a capitali privati per la realizzazione di progetti e infrastrutture ad uso della collettività. Il funzionamento di questo strumento è semplice: i soggetti promotori propongono alla Pubblica amministrazione la proposta di finanziare, eseguire e gestire un’opera pubblica, il cui progetto è stato già approvato, o sarà approvato, in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa generati da un’efficiente gestione dell’opera stessa. L’impostazione classica di questo strumento prevede un’equa ripartizione del rischio tra il soggetto promotore (la cosiddetta “quota di equity” o “capitale di rischio”) e le banche (prestito obbligazionario) ma, sulla carta, il rischio viene prevalentemente assunto dal soggetto promotore.

    La società di Viziano ha assunto il ruolo di sviluppatore (soggetto promotore), prendendo in gestione la struttura e manlevando di fatto il Comune dagli interventi di manutenzione, con l’intento di trovare un gestore in grado di far fronte alle spese per la realizzazione del progetto e in grado di versare il capitale di rischio. Un gestore che a quanto pare è difficile da trovare visto il lungo periodo di stallo del progetto.

    Per mantenere il ruolo di soggetto promotore il gruppo dell’imprenditore edile versa al Comune di Genova 1.000 all’anno e nel contempo resta in attesa di trovare un gestore: questo si concretizza nel fatto che l’area resti inutilizzata. Mancando il gestore, i lavori non si muovono. La Progetti Costruzioni non ha interesse a utilizzare la struttura direttamente bensì quello di trovare un terzo a cui affidarla e per cui probabilmente realizzare i lavori di ripristino. Tali interventi, ad oggi, avrebbero un costo di circa 2 milioni di euro. Questi elementi inducono a pensare che per la Progetti e Costruzioni Scalinata Borghese sia più un investimento a costo minimo dal quale ricavare un grosso guadagno in futuro. Il Comune, dal canto suo, sembra non avere fretta di chiudere la pratica per non riprendersi nelle mani la cosiddetta “patata bollente”.

    Il rinnovo del progetto e le ipotesi di utilizzo

    scalinata-borghese-d4«Quest’anno non c’è stato alcun rinnovo – spiega l’ing. Davide Viziano – dopo tanti anni ci è stato rilasciato dalla Sopraintendenza dei Beni Culturali il permesso di costruire e di mettere mano alla struttura. Nel frattempo, però, le cose sono cambiate e la crisi, da cui il Paese stenta ad uscire, ha fatto allontanare molti soggetti che erano interessati all’operazione. Oggi i ristoratori sono molto più cauti nel fare investimenti così onerosi». La situazione sembra così tornare a un punto morto, anche se Viziano, come d’altronde succedeva due anni, continua a dirsi fiducioso: «Le cose si stanno muovendo, vedo più ottimismo giro attorno; nonostante la città sia ancora in affanno, due gruppi di ristorazione sembrano essere interessati al progetto. La nostra priorità resta comunque quella di trovare soggetti affidabili che siano in grado di rispettare gli impegni in modo da poter dar via all’operazione il prima possibile».

    Stando alle parole del costruttore, inoltre, esisterebbe anche la possibilità che ad occupare gli spazi della struttura liberty siano gli studenti del Conservatorio Paganini, attualmente “costretti” in pochi spazi per provare ed esibirsi. «In città non esiste una sala da concerto che possa contare su due o trecento posti – precisa Viziano – abbiamo quindi preso contatti con il Miur per trovare un accordo e tramutare gli spazi interni della palazzina in un auditorium per musica da camera».

    Ma dal Conservatorio non sembrano arrivare conferme alle dichiarazioni dell’ingegnere. Il direttore del Paganini, Roberto Iovino, ci informa di non avere particolari dettagli a riguardo: «Il Conservatorio da anni è alla ricerca di spazi aggiuntivi. In passato si era richiesto l’utilizzo della struttura di Scalinata Borghese e a tutt’oggi quell’edificio è di nostro interesse. Ma oltre a questo non esiste nulla di concreto se non, ripeto, un nostro interesse più volte espresso dai miei predecessori e anche, recentemente, dal sottoscritto».

    A quando una proposta concreta?

    scalinata-borghese-d6Come risulta evidente, a mancare non sono i buoni propositi ma le azioni concrete, la cui assenza sta tramutando la questione della scalinata in un’odissea dai connotati grotteschi. Nelle prossime settimane, la Costruzioni S.p.a dovrebbe consegnare nuovamente la documentazione, rivista e aggiornata, del project financing con la speranza che si presenti un soggetto gestore solido a cui affidare la struttura.
    Così non fosse, secondo i comitati di quartiere e anche secondo il presidente del Municipio Medio Levante, Alessandro Morgante, sarebbe auspicabile che il Comune riprendesse in carico la struttura interrompendo questo percorso per mettersi alla ricerca di un altro soggetto a cui affidare lo sviluppo di un progetto. Nel contempo, sarebbe importante portare avanti alcuni piccoli interventi di manutenzione di cui la zona necessita, come l’aumento dell’illuminazione notturna e la cura periodica degli spazi esterni alla struttura liberty.

    Ma, almeno per il momento, l’assessore ai Lavori Pubblici e Manutenzioni, Gianni Crivello, sembra voler lasciare la palla a Viziano: «Non si possono più prorogare i tempi. Siamo in attesa delle documentazioni dell’ingegner Viziano, imprenditore che riteniamo serio ed affidabile. La crisi l’abbiamo sentita tutti e anche per questo i tempi si sono allungati, ma contiamo di trovare un accordo entro le prossime settimane. Scalinata Borghese deve ritornare a essere un’area di pregio per la città». Una rinascita auspicata anche dagli abitanti di Albaro e non solo. Per il momento, però, la realtà parla di una Scalinata Borghese terra di confine tetra ed isolata.


    Andrea Carozzi