Anno: 2016

  • Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    catino-genovaLa si attendeva da tempo. La mostra sul Medioevo genovese, recentemente inaugurata presso il Museo di Sant’Agostino, è quel che si suol dire “un lieto evento”, soprattutto per un città che di quel Medioevo conserva ancora molto, anzi, moltissimo. Certo, sarebbe stato meglio rendere il percorso espositivo più lineare perché chi entra nella chiesa di Sant’Agostino si trova un po’ in balìa di se stesso; qualche pannello, inoltre, riflette schemi storiografici piuttosto compassati, senza contare che, a dispetto del titolo – Genova nel Medioevo. Una capitale del Mediterraneo al tempo degli Embriaci – di Embriaci si parla, in fin dei conti, poco. Ma, in fondo, si tratta di sensazioni personali: nel complesso, si può dire che il lavoro effettuato sia, comunque, eccellente. Chiunque desideri conoscere i punti salienti della storia medievale genovese ha tutti gli strumenti a disposizione; soprattutto, ha di fronte a sé tutto ciò che serve per farsene, in certo qual modo, un’idea chiara: tessuti, oreficerie, marmi, monete, e poi quel Catino, solitamente conservato nel museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, che non manca d’attirare su di sé lo sguardo del visitatore, anche di quello più distratto. Nell’inaugurare questa mia piccola rubrica mensile, mi sono detto: perché non trattare brevemente di qualcosa che raccolga in se la “genovesità medievale” nel più ampio significato del termine? Ebbene: come si vedrà, il Catino fa esattamente al caso nostro.

    Memorie dannunziane

    Garneray-genova-800Sarebbe troppo lungo elencare tutti coloro che hanno tratto spunto dal Catino per trattare di un’epoca nella quale, per così dire, Genova iniziava a “insuperbirsi”. Mi riferisco a quel medioevo centrale, compreso grossomodo tra i secoli X e XIII, che vide i Genovesi dare abbrivio alla propria espansione sui mari. Tra tutti, ho scelto il mio preferito: quel D’Annunzio che tanta parte ha avuto nel raccogliere e rielaborare i caratteri di quel “medievalismo risorgimentalistico” (o, se si vuole, di quel “risorgimento medievalistico”), che aveva fatto del Comune medievale e della sua “sacra espansione” sui mari una delle proprie fonti d’ispirazione. Ebbene: nel corso della guerra italo-turca, egli unì la propria vena medievistica, d’ascendenza prettamente carducciana e, dunque, profondamente, civica, con i più ampi orizzonti mediterranei, producendo autentici capolavori quali la Canzone d’Oltremare, la Canzone del Sacramento o la Canzone del Sangue, contenute in Merope, ritenuto il quarto libro delle Laudi. Nella Canzone del Sangue, una copia della quale fu donata dal poeta stesso, nel 1911, al Consorzio autonomo del porto di Genova, D’Annunzio prende spunto dal Catino per cantare la potenza genovese nel Mediterraneo:

    In Cristo Re o Genova, t’invoco.
    Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo
    vento, gridarti che tu guardi il fuoco.

    Non Spinola né Fiesco né Grimaldo
    trae con la stipa. Il sangue del Signore
    bulica nella tazza di smeraldo.

    S’invermiglia a miracolo d’ardore
    il tuo bel San Lorenzo, come quando
    tornò di Cesarèa l’espugnatore.

    Tornò Guglielmo Embrìaco recando
    ai consoli giurati, in sul cuscino,
    tra la sesta e il bastone di comando,

    tra la coltella e il regolo, il catino
    ove Giuseppe e Nicodemo accolto
    aveano il sangue dell’Amor divino.

    Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
    quei che fece al Buglione il battifredo
    onde il vóto santissimo fu sciolto.

    Con le mani che diedero a Goffredo
    la scala invitta, sopra il popol misto
    levò la tazza. E il popol disse: “Credo”.

    E ribolliva il sangue ad ogni acquisto
    di Terrasanta; e n’eri tutta rossa,
    il popolo gridando: “Cristo, Cristo!

    Cristo ne preste grazia che si possa
    andar di bene in meglio”. E la Compagna
    incastellava cocca e galèa grossa.

    Quel Catino che merita una visita

    Come si vede, il Catino possiede un’intrinseca simbolicità. Ma di che si tratta? Che cosa sappiamo di questo piatto dalla forma esagonale e dal colore tanto particolare? In realtà, Caffaro, il primo cronista genovese, autore di un opuscolo espressamente dedicato alla partecipazione dei propri concittadini alla crociata, non ne parla affatto. È Guglielmo di Tiro, vissuto in pieno XII secolo, a citarlo per primo, riportando verosimilmente quanto circolava su di esso. A suo dire, i Genovesi erano soliti mostrarlo ai visitatori più illustri, sostenendone il carattere smeraldino, attestato, in realtà, soltanto dal colore. Verso la metà del Trecento, Francesco Petrarca lo dirà comunque meritevole di visita, e ciò a prescindere dal materiale di cui era fatto. E, certamente, il Catino merita d’essere visto, e studiato, anche solo per scoprire che è probabilmente di fattura islamica, databile al IX-X secolo. Ciò che colpisce il visitatore, a ogni modo (quantomeno quello più attento e preparato) è la connessione tra l’oggetto e le vicende graaliche. Intendiamoci: non è affatto certo che i Genovesi, o, quantomeno, che l’élite colta cittadina, credessero di possedere davvero il piatto utilizzato da Gesù nel corso dell’Ultima Cena (o da Nicodemo per raccogliere il sangue del Signore crocifisso); solo che era comodo farlo. Tali connessioni, sviluppatesi nel corso della seconda metà del Duecento, erano sfruttate per impressionare, per mostrare a prelati, diplomatici e ambasciatori in visita a Genova (sempre che questi si lasciassero impressionare) la gloria e la potenza della città. Nell’agosto del 1287, ad esempio, il Catino fu mostrato al vescovo nestoriano Rabban Bar Ṣaumā, proveniente dall’Oriente, che lo descrive come “un bacile di smeraldo a sei facce” nel quale “Nostro Signore aveva mangiato la Pasqua con i suoi discepoli e che era stato portato lì al tempo della presa di Gerusalemme”. Lo stesso Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova tra il 1292 e il 1298, lascia trasparire, tuttavia, nella sua Chronica civitatis Ianuensis, la sua incredulità al riguardo, preferendo discorrere della sua mirabile fattura: un oggetto tanto perfetto non poteva essere frutto dell’ingegno umano; ciò lo rendeva senz’altro degno di venerazione.

    Il Catino non è una reliquia

    Il Catino, del resto, non fu mai al centro di un culto specifico: mai fu utilizzato, ad esempio, nella liturgia del Giovedì Santo o nella solennità del Corpus Domini (anche se permangano tracce di un suo utilizzo al principio della Quaresima); mai assurse al ruolo di reliquia, tantomeno di reliquia cristica. Non fu mai, ad esempio, fomite di miracoli, né meta di pellegrinaggio; e ciò, nonostante, le possibilità offerte dalla cosiddetta “materia di Bretagna” (per intenderci: tutto ciò che concerne santi graal, belle dame e cavalieri seduti attorno a un tavolo. Rotondo, naturalmente). Nel 1319, anzi, il Comune giunse perfino a impegnarlo al cardinale Luca Fieschi, come garanzia per un prestito di 9.500 lire, necessario per difendere la città contro l’assedio della coalizione ghibellina. Si trattava, a detta dei più, di un oggetto di valore (che fosse di smeraldo o meno poco importava): di una sorta di tesoro, testimone d’un epoca gloriosa per il Comune genovese, che aveva visto la cittadinanza fuoriuscire da un periodo di lotte civili e riunirsi sotto l’egida della croce. Un raro momento di concordia cittadina da serbare nella memoria.

    Un oggetto di valore

    genova-nel-medioevoIl Catino, dunque, possedeva un altissimo valore simbolico; e ciò ne aumentava l’appetibilità. Non a caso, nel 1409, l’arcivescovo di Genova, Pileo De Marini, avrebbe accusato il governatore francese della città di volerlo rubare. E non sarebbe stato l’unico: nel 1518, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, si diceva preoccupato che l’oggetto – “il Sangradalo o il Catino dove mangiò Christo con li discipuli” – fosse sottratto e sostituito da una copia. Secondo Agostino Giustiniani, attento compulsatore delle memorie cittadine, nel corso del sacco di Genova del 1522 da parte delle truppe di Carlo V,

    [quote]il preciosissimo Catino con tutta la sacristia di San Lorenzo furono in gran pericolo di essere saccheggiati, perché un capitano Georgio Fereexperte, alamanno, tentò romper le porte et il muro di essa sacristia, ma i preti i quali erano serrati in quella fecero gran resistenza et i Padri del Comune, con riscatto di mille ducati, ottennero che il capitano alamanno si levassi dall’impresa.[/quote]

    Da quel momento in poi, il Catino fu mostrato poche volte. Ciò avrebbe alimentato le leggende, oltre che le descrizioni contrastanti. Pare, anzi, che ne fosse fatta una copia, di diversa misura, da tenere in bella mostra, serbando in un luogo segreto l’originale. Tali misure, a ogni modo, non impedirono a Napoleone di portarlo a Parigi. Era il 24 aprile del 1806. L’imperatore lo fece esaminare da alcuni esperti, che lo dichiararono di vetro. Tuttavia, le sue misure differivano da quelle rilevate, nel 1726, da uno dei suoi più illustri studiosi, il religioso Gaetano di Santa Teresa, che lo aveva detto alto 16 cm contro i suoi 9 cm attuali. Il Catino, a ogni modo, sarebbe stato restituito, anche se soltanto dieci anni dopo; per giunta rotto in undici pezzi, di cui uno mancante. Ed è così che è possibile ammirarlo, assieme al suo carico di rappresentazioni e, perché no, al dubbio che si tratti effettivamente dell’originale, esposto in bella mostra, nella chiesa di Sant’Agostino.


    Antonio Musarra

  • Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Bourbon Argos Rescue August 2015Giovedì 12 maggio, 50 stranieri irregolari, bloccati a Ventimiglia, sono stati trasportati in pullman a Genova, dove li ha attesi un volo charter, un aereo delle Poste, per il trasferimento coatto verso altri centri di identificazione. L’aeroporto è stato blindato per ore dalle forze dell’ordine. Sabato scorso il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva visitato il comune ligure, annunciando la chiusura del centro di accoglienza della Croce Rossa di piazza Cesare Battisti e il trasferimento forzato degli stranieri che vivono nella città frontaliera. Il piano del ministro si è concretizzato nel dispiegamento di 60 uomini della polizia e altrettanti dell’esercito, che si sono aggiunti alle forze dell’ordine già presenti sul territorio. La soluzione per risolvere l’emergenza che Alfano ha annunciato è già, quindi, in atto: nei giorni scorsi, i controlli della polizia si sono intensificati e, stando alle testimonianze di alcuni attivisti, anche i maltrattamenti. Un deciso colpo di spugna per cercare di risolvere la “questione migranti”: l’allontanamento coatto permette, forse, di nascondere il problema ma, di certo, non lo risolve. Ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i migranti. Si moltiplicano i tentativi disperati di passare il confine: martedì pomeriggio scorso, 40 persone hanno bloccato la ferrovia nei pressi del confine con la Francia, tentando di attraversarla in pieno giorno. Mercoledì mattina, gli agenti si sono recati sulla spiaggia di Ventimiglia per “sgomberare” un gruppo di stranieri che si era spontaneamente ritrovato sull’arenile per condividere qualche coperta e trovare riparo dal freddo notturno; secondo alcuni testimoni questo episodio avrebbe generato violenze: pare addirittura che un ragazzo eritreo, dopo aver subito percosse, abbia tentato di suicidarsi impiccandosi a un cavo elettrico. Secondo il ministro Alfano, questa è la fine dell’emergenza. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo sembra l’inizio di una tragedia ancora più grande.

    L’ordinanza Ioculano

    I fatti di questi giorni si inseriscono in un contesto che va avanti da mesi, complicato da un quadro normativo locale che non ha precedenti: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, già nel luglio scorso aveva vietato ai cittadini la distribuzione di cibo ai migranti. L’ordinanza 120/2015, “Divieto di somministrazione cibi nelle aree pubbliche ospitanti i migranti da parte di persone non autorizzate”, in vigore dal 2 luglio 2015, prevede che le persone non autorizzate, e quindi non in possesso dei requisiti igienico-sanitari, non possono dare da mangiare ai clandestini. Il provvedimento sottolinea che è la Croce Rossa ad essere incaricata della distribuzione di alimenti e considera anche che le alte temperature estive potrebbero danneggiare i cibi.

    Abbiamo cercato di capire il funzionamento e la reale applicazione dell’ordinanza andando direttamente in loco. Alcuni giorni fa, abbiamo assistito a Ventimiglia a una distribuzione di cibo, organizzata da alcuni cittadini della zona che, senza striscioni né forme di presidio permanente, stavano portando un po’ di riso bollito, verdure e cous cous ai migranti sulla spiaggia. L’intervento delle forze dell’ordine non si è fatto attendere e si è concretizzato con l’identificazione dei presenti. Due agenti hanno provato a illustrare la ratio della norma: si tratta, dicevano, di un problema igienico-sanitario che ha a che fare con il pericolo botulino, derivante dalla possibile mal conservazione degli alimenti. I poliziotti si sono appuntati i nomi di tutti i presenti (anche il nostro) e, successivamente, hanno trasmesso i dati alla centrale per un controllo. Gli identificati erano abitanti del Comune di Ventimiglia o di paesi limitrofi che portano, quando riescono, qualche pasto caldo o qualche alimento preconfezionato alle persone in spiaggia o alla stazione. Non temono la multa, perché, di fatto, è impossibile prenderla. L’ordinanza sindacale è fatta rispettare “solo” attraverso i controlli e le identificazioni da parte delle forze dell’ordine. È stato proprio uno dei due agenti a rimarcare il fatto quando gli veniva chiesto il perché non fossero state elevate sanzioni amministrative: «Noi non facciamo le multe, facciamo i fogli di via». In realtà, le misure sono più blande e si limitano, appunto, alle identificazioni, anche ripetute: uno degli attivisti presenti, infatti, era la sesta volta che finiva nella lista dei “cattivi”.

    Niente impronte, niente cibo

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceL’ordinanza è entrata in vigore l’estate scorsa, quando sulla spiaggia di Ventimiglia sorgeva ancora il presidio spontaneo nato dall’occupazione degli scogli da parte dei migranti, simbolo delle manifestazioni “No Borders”. All’epoca, questo provvedimento impediva agli attivisti di distribuire alimenti ai clandestini accampati sulla spiaggia, con il chiaro intento di arginare il fenomeno dell’occupazione e limitare i contatti fra la popolazione italiana e gli stranieri. L’ordinanza oggi rischia di ridurre alla fame le decine di persone che non ricevono i pasti dalla Croce Rossa ma solo un parco rancio della Caritas che, fino a qualche giorno fa, consisteva in quattro biscotti, una mela e una scatoletta di tonno, decisamente insufficienti a soddisfare le esigenze nutritive giornaliere di un adulto. La Croce Rossa, infatti, distribuisce i viveri solo ai migranti che sono stati già identificati. Chi si trova in strada, invece, rifiuta di fornire le proprie generalità, altrimenti non potrebbe più lasciare l’Italia. Lo dice il regolamento di Dublino, in vigore dal luglio del 2013, che impone agli immigrati di rimanere nel paese in cui vengono identificati: in altre parole, una volta forniti i propri dati, si deve attendere in Italia il giudizio della Commissione che si pronuncia sul permesso di soggiorno o sull’eventuale richiesta d’asilo. Ma l’obiettivo di molti, come è noto, è oltrepassare il confine con la Francia e, in alcuni casi, di andare in Inghilterra. Inoltre, non sono pochi i “clandestini” che dicono di non voler rimanere in un paese, il nostro, che potrebbe offrire loro un’accoglienza solo sommaria, in attesa di ricevere i documenti regolari che non sempre arriveranno. Peraltro, se tutti i migranti fossero identificati, il sistema di accoglienza italiano collasserebbe, come testimonia la ricerca di Medici Senza Frontiere, presentata pochi giorni fa a Genova.

    Solidarietà e attivismo come via d’uscita

    «L’attivismo è la soluzione». Questa è stata la conclusione di Giuseppe De Mola, il civil society officer di Medici Senza Frontiere, che sabato 7 maggio ha presentato a Palazzo Ducale “Fuori Campo”, il dossier sugli accampamenti informali che, in Italia, ospitano circa 10 mila immigrati rimasti fuori dal sistema di accoglienza. Secondo le stime di Msf, stando così le cose, nel corso della prossima estate sarà possibile sfamare e accogliere queste persone solo con l’aiuto di cittadini e associazioni di volontari. Le previsioni della ong sono state estese a Ventimiglia, dove, sempre secondo De Mola, si dovrà far fronte all’arrivo di un numero massiccio di migranti: un appello alla cittadinanza per nulla velato.

    Nonostante l’opinione espressa dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, la situazione, quindi, appare sempre più come un’emergenza umanitaria destinata a peggiorare nelle prossime settimane. Nella cittadina ligure, a pochi chilometri dal confine francese, arrivano profughi africani e asiatici: sono sudanesi, senegalesi, nigeriani, siriani, pakistani e non solo, intenzionati a passare la frontiera a ogni costo. Ci provano in treno o in auto, o con l’aiuto, pagato caro, dei passeur; ma anche a piedi, di notte, lungo la ferrovia. Sono uomini, donne (alcune anche incinte) e bambini disperati e affamati, che in testa hanno solo la fuga. E, negli occhi, la paura.

    Ilaria Bucca

  • Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    biblioteca-benzi-voltriSulla porta d’ingresso della biblioteca Rosanna Benzi di Voltri ci sono le sbarre. E un cartello che avvisa laconicamente “la biblioteca è ancora in manutenzione”, scusandosi per il disagio. I lavori sono in corso dal 14 marzo del 2015, quando la biblioteca venne chiusa pochi giorni dopo un’inaugurazione che aveva suscitato molto entusiasmo, ma che, col senno di poi, suona come un’ulteriore beffa per i cittadini del ponente genovese. A parte quella breve parentesi, Voltri attende la propria biblioteca ormai dal novembre del 2013, quando pesanti infiltrazioni dal soffitto ne resero inevitabile la chiusura.

    La biblioteca voltrese si affaccia su piazza Odicini, dove i bambini giocano sugli scivoli e gli anziani passano interi pomeriggi a chiacchierare seduti sulle panchine. Assieme al Teatro Cargo e alla Banda musicale voltrese costituisce il “cuore culturale” della delegazione, esempio positivo di riqualificazione dei capannoni ex-Ansaldo, che nei loro ampi spazi ospitano anche società sportive di pallavolo, bocce e tennis e un circolo Anpi. Proprio la longevità della struttura (costruita nel 1860) è stata causa di una situazione che, a fine 2013, è diventata insostenibile. Per qualche tempo la biblioteca ha tenuto aperto nei giorni di sole e chiuso in quelli di pioggia, ma era chiaro che non si sarebbe potuto andare avanti così a lungo.

    «C’erano pesanti infiltrazioni d’acqua dal soffitto – ci ricorda il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – per questo si è reso necessario un investimento da parte del Comune di 350 mila euro». I lavori coinvolsero architetti, dipendenti Aster, cassintegrati dell’Ilva e alcuni profughi coordinati dal Municipio per circa un anno e mezzo. Nel marzo del 2015, la biblioteca venne reinaugurata in pompa magna, con alcune novità come il punto allattamento per le mamme e spazi “morbidi” completamente dedicati ai più piccoli. Come abbiamo visto, però, la seconda vita della biblioteca Rosanna Benzi durò solo pochi giorni.

    Il blocco immediato dopo la riapertura

    biblioteca-benzi-voltri-cargoLa biblioteca era infatti stata appena riaperta, quando i Vigili del Fuoco segnalarono che i lavori non rispettavano una norma antincendio approvata 4 anni prima, il dpr 151 del 2011. Tra le altre cose, la relativamente nuova regolamentazione impone una maggiore omogeneità strutturale per strutture presenti nello stesso edificio.

    Si rese allora necessario un intervento di non poco conto sull’adiacente Teatro del Ponente gestito dalla compagnia Cargo. I lavori di ristrutturazione sono costati ulteriori 500 mila euro circa. Anche il teatro è rimasto forzatamente chiuso da novembre del 2015 al 24 aprile 2016, giusto in tempo per il tradizionale concerto dedicato alla Resistenza della Banda Musicale “Città di Voltri”.

    Sommando i soldi spesi per riparare il tetto della biblioteca e quelli per il teatro, si arriva a circa 850 mila euro. Una cifra non indifferente, in tempi di bilanci ristretti e di vacche magre per le casse degli enti locali. «Devo dire che il Comune ci ha dato una grossa mano – riconosce Avvenente – non è sempre scontato ricevere così tanti soldi per il territorio. C’è stata un’ottima sinergia tra le istituzioni». Certo, una maggiore attenzione e prevenzione negli anni passati avrebbe forse potuto risparmiare una spesa così pesante per le casse di Palazzo Tursi, chiamate a mettere una pezza su una situazione ampiamente compromessa. Ma, oggi, quello che interessa ai cittadini è soprattutto sapere quando potranno tornare a leggere e studiare nella loro biblioteca.

    «In due o tre mesi contiamo di riaprire dopodiché, avremo l’edificio più certificato della Liguria», chiosa con un punta di sarcasmo il presidente del Municipio. La previsione sulla riapertura è condivisa anche dall’architetto del Comune di Genova Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio e del Demanio, che ha avuto un ruolo importante nei lavori: «La settimana prossima – anticipa a “Era Superba” – contiamo di presentare il progetto definitivo».

    Le novità dopo la riapertura

    IMG_0755Quando riaprirà i battenti, la biblioteca dedicata alla scrittrice Rosanna Benzi, si presenterà con alcune significative novità. «Ci saranno dei miglioramenti – spiega la responsabile Sabina Carlini – il taglio della biblioteca sarà più tecnologico». Per la verità, la struttura voltrese è sempre stata all’avanguardia in termini di tecnologia. Come già scrivevamo 2 anni fa su queste pagine, la “Benzi” è stata la prima biblioteca comunale con un sistema di prestiti completamente automatizzato. La chiusura forzata non ha smorzato questa vocazione. «Abbiamo lavorato a un nuovo sistema anti-taccheggio, migliorato il sistema di prestiti e il back office – aggiunge la responsabile del personale del Municipio, Rosanna Garassino – inoltre, i sei dipendenti hanno fatto formazione sul mestiere del bibliotecario».

    Ancore poche settimane di attesa, dunque, e i voltresi potranno riabbracciare il proprio polo culturale. «La biblioteca ha un’utenza molto eterogenea – conclude la responsabile Carlini – dai bambini delle elementari e persino della materna che vengono a fare percorsi di lettura, a quelli delle medie, superiori e anche universitari che vengono qui a studiare, senza considerare gli avventori di tutte le età, specialmente anziani».

    Luca Lottero

  • Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    Architetture e autoritratti: Anna di Prospero alla Settimanale di Fotografia

    di-prospero-settimanale-fotografiaCon un percorso partito dalla pittura, passato attraverso lo studio della architettura contemporanea e approdato all’arte performativa, Anna Di Prospero negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé e delle sue foto, esposte nelle principali città europee. Non poteva, quindi, mancare nel programma della “Settimanale di Fotografia”, edizione 2016, che mercoledì 11 maggio, per la terza volta riempirà la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale.
    Dopo i ritratti di Guido Harari e il fotogiornalismo di Giovanni Troilo, sbarca a Genova l’eleganza della ricerca auto-ritrattistica della fotografa di Latina, classe 1987: scatti sofisticati, ricercati, che hanno creato uno stile unico e già famoso a livello internazionale.

    Era Superba, media partner dell’evento, ha intervistato in anteprima l’ospite di questo terzo appuntamento della “Settimanale”, che si preannuncia da “tutto esaurito”, come i precedenti.

    Anna, quando la fotografia da passione è diventata professione?
    «Ho iniziato a considerare seriamente la fotografia a 20 anni, finito il liceo, quando, seppur iscritta all’università, passavo le mie giornate a fare foto, invece di andare a lezione. Poi ho scoperto i siti web di condivisione, come Flickr, e lì ho iniziato a postare i miei scatti. Da quel momento è stato un susseguirsi di eventi: un giornalista ha notato i miei lavori ed è uscito un articolo su Repubblica.it; in breve sono arrivata alla mia prima mostra personale a Roma e ho vinto una borsa di studio per l’Istituto Europeo di Design, e ho studiato e portato avanti il mio percorso. Tanti eventi, un po’ di fortuna: in precedenza avevo studiato pittura, ma quando ho capito che con le foto riuscivo a esprimere quello che con le parole non riuscivo a dire, ho capito che la fotografia era la mia strada».

    Vista la tua età e il tuo percorso, ci si aspetta molto da te. Senti questa pressione? Come ti ci misuri?
    «Non gli do molto peso perché oggi per dimostrare il valore che hai in quello che fai devi avere costanza, quindi è troppo presto. Tutti siamo in grado di realizzare belle fotografie ma la costanza, l’impegno e il riuscire a realizzare delle serie fotografiche coerenti sono elementi che formano un fotografo serio. Sono 10 anni che faccio fotografie; sono tanti anni ma sono anche pochi: ne riparleremo quando ne avrò cinquanta, forse».

    Quali sono gli stimoli e le suggestioni che portano avanti il tuo lavoro, il tuo percorso?
    «Ho suddiviso il mio lavoro in tre progetti principali: “I am here”, tutto dedicato al rapporto tra le persone e il luogo; “With you” focalizzato sul rapporto tra persona e persona, alle interazioni e i legami tra queste; “Beyond the visible”, il più recente, dove porto avanti un discorso più intimo. Sono molto cosciente a livello fotografico di quello che c’è stato nel passato e di quello che c’è ora, sto attenta a quello che succede, a dove sta andando contemporaneo, cercando di non lasciarmi influenzare. Le mie più grandi ispirazioni arrivano dal cinema e dalle arti performative».

    Prendiamo un tuo lavoro: recentemente “Urban self portrait” è stato esposto a Parigi; come sei arrivata a questi “scatti”?
    «L’idea è nata nel 2009, quando, dopo tre anni che ero in casa a fotografare, mi sono decisa a volere crescere come fotografa. Per cui sono uscita e ho realizzato una prima mini serie nella mia città, Latina; ho poi progettato di fare la stessa cosa in città a me sconosciute, proseguendo in qualche modo il discorso iniziato a casa, relazionandomi con le architetture a me contemporanee. Ho cercato e studiato le foto dei luoghi, soprattutto quelle dei turisti o amatori, per capire quello che c’era attorno, e per provare le posizioni. Dopo questa fase sono andata a fotografare, adattando il loco il mio progetto. È un lavoro che sto continuando a portare avanti».

    Parliamo della “persona” ritratta: come nasce la composizione della foto?
    «Non sto fotografando me stessa, ma una figura femminile; l’autoritratto è più un approccio performativo, e lo stare davanti alla macchina fa parte del procedimento artistico. È iniziato come un gioco, ma poi ho capito che solo io potevo realizzare quello che avevo in mente: ho provato anche con delle modelle, ma non sono mai riuscita a far passare quello che volevo».

    Dove sta andando il mondo dell’immagine in cui siamo immersi, a fronte dell’evoluzione e diffusione tecnica, e tecnologica, in atto?
    «Secondo me ci sono dei settori che sentono maggiormente questo passaggio, come il reportage: quello che vediamo sui media o nei concorsi sta mettendo in crisi le “regole” classiche di questo specifico ambito fotografico. Poi sicuramente c’è un problema di educazione all’immagine, cosa che non va di pari passo al “bombardamento” visivo che si è sviluppato negli ultimi anni. Ognuno di noi è abituato a “scrollare” centinaia di immagini al giorno, delle quali poi ci dimentichiamo; tutte immagini destinate a scomparire. Se ci pensi, noi siamo cresciuti guardando le foto stampate dei nostri nonni e dei nostri genitori ma i nostri figli probabilmente non vivranno la stessa situazione, essendo il digitale volatile, immateriale».

    Quali saranno tuoi prossimi lavori?
    «Nel 2014 sono stata in Cina, ma in quel momento non mi stavo dedicando al progetto, e quindi devo recuperare. Ho sempre lavorato in città europee e americane, ma vorrei andare ad oriente, dove ci sono architetture straordinarie».

    Che cosa porterai a Genova?
    «Porterò tutte le mie serie fotografiche realizzate fino ad oggi, cercando di illustrare in maniera approfondita cosa c’è dietro ai miei lavori fotografici, cercando di spiegare alcuni particolari che spesso non sono così immediati. Poi vorrei allargare il discorso alla ricerca artistica fotografica in Italia, che rispetto ad altri paesi, soprattutto Stati Uniti, è ancora un settore molto emergente. Spero di poterne parlare con tutti i presenti».


    Nicola Giordanella

  • Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    CarcereUna convenzione che consente di svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Genova a coloro che siano ammessi al regime della messa alla prova è stata sottoscritta il mese scorso da Palazzo Tursi, Tribunale e Uepe (Ufficio per l’esecuzione penale esterna, che si occupa essenzialmente di gestire misure alternative alla detenzione, in collaborazione coi magistrati di sorveglianza e, se tali misure hanno per oggetto detenuti e non meri imputati, le dirigenze degli istituti penitenziari).

    Non è semplice scrivere un articolo riguardante un’innovazione nel campo di istituti giuridici assai tecnici e catturare l’attenzione del lettore comune e non solo agli “addetti ai lavori”. Tuttavia, questa convenzione, oltre che avere degli effetti pratici che influiscono sulla nostra vita come società, è foriero di riflessioni sociali prima ancora che giuridiche molto interessanti. L’accordo, in sintesi, ha stabilito che, durante il periodo di “messa alla prova” (map), un imputato potrà svolgere dei lavori di pubblica utilità (lpu) presso il Comune di Genova. Questa la notizia. Ma andiamo con ordine.

    Che cos’è la “messa alla prova”

    Nel 2014, la legge 67 ha introdotto, nel nostro ordinamento, la messa alla prova per gli imputati adulti. In sostanza, per persone sotto processo (quindi non ancora condannate) per reati punibili con non più di 4 anni di carcere e che sia la prima volta che hanno guai con la legge (l’istituto è escluso, dunque, per i recidivi) è possibile venga seguita questa strada, se l’imputato lo richiede e il giudice lo ritiene opportuno. In tal caso, il processo è sospeso e l’Uepe del territorio struttura e propone un programma, della durata massima di due anni, studiato per l’imputato. In questo periodo, il “messo alla prova” dovrà assolvere a degli obblighi, come riparare i danni cagionati a una persona e, soprattutto, svolgere lpu presso associazioni convenzionate, come quelle che si occupano di volontario. Se l’esito del progetto sarà giudicato positivo, il reato si considererà estinto e il procedimento penale nei confronti dell’imputato verrà chiuso.

    Nel 2015 sono state gestite 652 map (alcune a Savona, ma soprattutto qui a Genova) della durata media di 6-8 mesi, quasi tutte dall’esito positivo; un istituto, dunque, ampiamente utilizzato e con ottimi risultati.

    Il progetto del Comune di Genova

    Adesso, grazie alla convenzione stipulata ad hoc, nel programma della map possono essere inseriti anche lavori di pubblica utilità (altrimenti detti, socialmente utili) da svolgersi sotto il coordinamento del Comune di Genova. Così, per estinguere il proprio reato, un imputato con le carte in regola per aderire a questo percorso potrà, ad esempio, curare le aree verdi pubbliche o riordinare gli archivi degli uffici di Palazzo Tursi. Può stupire che siano stati necessari due anni per implementare la concretizzazione di questo istituto (prima d’ora le map potevano prevedere lpu solo in associazioni che accettassero di convenzionarsi a tale progetto, ad esempio organizzazioni di volontariato), ma in realtà è un tempo ragionevole se si pensa al complesso bilanciamento da effettuare tra l’interesse alla rieducazione dell’imputato e la salvaguardia degli interessi della collettività, stelle polari che questi progetti sotto l’egida delle istituzioni pubbliche devono seguire.

    A riguardo, è stata chiara l’assessore alla legalità, Elena Fiorini, che ci ha parlato della necessitò di «un’ottica complessiva al servizio del cittadino» contrapposta a un’azione miope e poco ragionata vista «soltanto come doverosa attuazione del principio costituzionale di rieducazione». Implementare questi istituti che tendono a evitare a un imputato una condanna è una soluzione interessante per evitare che, chi si macchia di reati tutto sommato di modesto allarme sociale (pensiamo al piccolo furto) per la prima volta, subisca la stigmatizzazione di una condanna penale che, segnando il casellario giudiziale, potrebbe minare seriamente la possibilità di un facile reinserimento sociale e lavorativo dell’imputato.

    Inoltre, trovare sistemi di punizione ma anche di reinserimento sociale alternativi alla detenzione sembra un ottimo sistema per far fronte a una situazione carceraria già posta sotto pesante stress: restando nella nostra città, come è agilmente rinvenibile sul sito del Ministero della giustizia, risulta che il carcere di Marassi ospita attualmente 667 detenuti a fronte di 450 posti regolamentari, quello di Pontedecimo invece 139 detenuti su 96 posti (senza contare anche i problemi di organico: Marassi conta 388 poliziotti penitenziari a fronte di 450 previsti, Pontedecimo invece ha 119 effettivi su 161).

    L’assessore Fiorini ha evidenziato come l’implementazione di questo tipo di rimedi penali alternativi alla condanna costituisca, nell’ambito della giustizia penale, una vera e propria «rivoluzione copernicana anche dal punto di vista culturale», andando a «scalzare l’idea che chi ha commesso un reato sia soltanto un peso per la società». Tenendo presente che si tratta, in questi casi, di reati di lieve entità (non si parla ad esempio di omicidi, per intenderci), è necessario considerare che i nostri padri costituenti operarono una scelta ben precisa con l’art. 27 della nostra Costituzione, il quale afferma, al terzo comma, che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Certo, chi commette un reato deve pagare per il suo crimine evitando che cagioni altri danni alla collettività ma il tutto deve mirare a un futuro reinserimento sociale del soggetto.

    Sul punto, la dottoressa Bianca Berio, direttrice dell’Uepe di Genova, ribadisce che le messe alla prova possono davvero aiutare l’imputato soprattutto a reinserirsi in maniera pacifica in quella società che aveva leso con comportamenti illeciti: soggetti fragili, cresciuti in situazioni limite e ineducati alla convivenza civile, possono trovare negli ambienti che frequentano per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità nuovi modelli di vita sana. Certamente, nelle associazioni di volontariato tese al miglioramento della salute collettiva con azioni dirette al miglioramento della qualità di vita della città ma, ora, anche presso gli uffici del Comune, per definizione orientati al servizio della collettività.

    Può essere utile, in conclusione, ragionare su un esempio concreto. Pensiamo a un diciottenne cresciuto in compagnie non proprio raccomandabili (ma che magari sono semplicemente ciò che il suo quartiere offre) che ruba una costosa consolle per videogiochi; per quanto qualcuno potrebbe sostenere che “il carcere lo raddrizzerebbe”, probabilmente varrebbe il contrario: un soggetto fragile come un giovane cresciuto in condizioni di disagio posto, anche per breve tempo, a stretto contatto con chi si è macchiato di colpe ben più gravi, potrebbe imparare molto più su come delinquere a livelli ben più preoccupanti che non a condurre una vita più socialmente sana. Misure come la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità possono, al contrario, usando le parole dell’assessore, dare a soggetti così un «contesto di riferimento» sano, inserire l’imputato in una condizione di vita civile retta svolgendo una mansione e investito della responsabilità di un lavoro, sopperendo magari a carenze educative. In questo senso, pur prestando molta attenzione a che questo approccio alla pena più rieducativo che sanzionatorio non si traduca in un’eccessiva morbidezza (che potrebbe far passare il messaggio che chi sbaglia non paga), misure come questa convenzione sembrano iniziative soddisfacenti per ricercare il giusto equilibrio tra necessità di sanzione e reinserimento sociale.


    Alessandro Magrassi

  • Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sabato in visita nel ponente ligure, ha annunciato l’imminente chiusura del Centro di Prima Accoglienza di Ventimiglia, aperto l’anno scorso per far fronte all’emergenza migranti. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, e dal sindaco Enrico Ioculano, che considerano questa decisione una grande vittoria politica per il territorio e la popolazione.

    Tutto ciò succedeva mentre a Genova, a Palazzo Ducale, Medici Senza Frontiere presentava il dossier “Fuori Campo: una ricerca che ha studiato e documentato le centinaia di insediamenti informali sorti in tutto il paese, in risposta alla mancanza di strutture predisposte e alla inefficienza burocratica.
    I dati raccolti riguardano il 2015 ma oggi, con la chiusura della cosiddettaRotta Balcanica” e la paventata blindatura delle frontiere interne alla UE (vedi Brennero), il rischio è quello di una situazione decisamente peggiore: «Negli anni scorsi – spiega Giuseppe de Mola, civil society officer di Msf, e autore della ricerca – il sistema di accoglienza italiano ha “retto” solo perché i grandi flussi migratori passavano da un’altra parte. Oggi il contesto è diverso, e stando così le cose, si rischia il collasso».

    La “macchina” dell’accoglienza istituzionale, infatti, si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza.

    Le dimensioni del problema

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balia della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.
    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015«Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – sottolinea Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero e con la Francia, avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Alla luce di ciò, quindi, è facilmente presumibile che questa estate a Ventimiglia si presenti nuovamente una situazione complicata e, a livello umanitario, molto grave; la decisione di chiudere il CPA appare quindi in contrasto con quanto nella realtà stia succedendo.

    Medici Senza Frontiere non risponde ufficialmente e direttamente al ministro, ma l’occasione della presentazione di “Fuori Campo” permette una riflessione più allargata: «Risulta evidente – risponde De Mola – come non ci sia una vera progettazione e programmazione da parte delle istituzioni. Si continua a agire in emergenza e con decisioni prese senza uno studio di lungo periodo, senza una prospettiva basata sulla realtà». Le stesse istituzioni che non sono state in grado di proteggere chi aveva veramente bisogno: secondo i dati di Msf solo l’anno scorso oltre 5000 minori non accompagnati sono scomparsi dai centri, e nessuno sa che fine abbiano fatto.

    In altre parole, nei prossimi mesi l’Italia potrebbe essere raggiunta da molte, moltissime persone e, come ha concluso Giuseppe De Mola, «dobbiamo essere pronti al peggio».


    Nicola Giordanella

  • Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    piazza-cernaia-centro-storico-casa-occupataI muri di Genova parlano spesso parole di buon senso. Troppa gente senza casa, troppe case senza gente, è una sintesi assai densa di un’inchiesta sull’emergenza abitativa nella nostra città, pubblicata lo scorso anno su questa testata. I numeri parlano chiaro: a fronte di migliaia di richieste inevase, le istituzioni liguri riescono a garantire un alloggio a poco più di un centinaio di nuove famiglie all’anno.
    Le ragioni, si dice, sono innumerevoli e complesse: crisi economica, graduatorie intasate, asfissianti requisiti, bandi mal pensati e peggio scritti, scarsità di alloggi, appartamenti in pessimo stato, fondi insufficienti, inquilini morosi, occupanti (illegali!). La verità è invece piuttosto banale. La politica non intende investire denaro pubblico per dare soddisfazione a un diritto fondamentale, ovvero il diritto a vivere con un tetto sulla testa.

    Non mi pare sia questo il contesto per enumerare le fonti normative (dalle dichiarazioni internazionali sui diritti umani alla tanto invocata Carta costituzionale, scendendo poi a precipizio per leggi ordinarie, regionali, regolamenti, e via discorrendo) in cui tale diritto, nelle sue molteplici forme, è riconosciuto a tutti e ognuno di noi, allorquando ci trovassimo in una situazione di indigenza, con un reddito minimo o inesistente, incapaci di provvedere al pagamento di un affitto a prezzi di mercato. Si tratta di solidarietà, cooperazione, condivisione di risorse.
    Fuori c’è il mondo reale. Quello in cui la politica non stanzia fondi sufficienti per affrontare l’emergenza abitativa. Non mi è dato sapere il perché. Immagino concause, forse monocolore. In quest’epoca in cui tutto è efficienza, un settore pubblico in perdita non è tollerabile. Soprattutto un settore che non costituisce un immediato bacino di voti, e che rischia di essere divorato dalla narrazione corrosiva dei media. Si odono voci dalla Regione Liguria, che vorrebbero vedere sanati i bilanci di A.R.T.E. (l’agenzia regionale che si occupa di edilizia pubblica). Dunque tagli e svendita del patrimonio immobiliare. E’ una logica liberista, una logica per cui il pubblico dovrebbe porsi gli stessi obiettivi del privato, ovvero il profitto. Dimenticando che il pubblico siamo noi, con le nostre tasse, versate per contribuire al benessere collettivo e la mutua assistenza, per garantirci servizi di eccellenza, dalla scuola alla sanità, sino alla casa, qualora ve ne fosse bisogno. E, dunque, ben venga un deficit di bilancio, se quel deficit ha consentito di rispondere alle nostre esigenze, alle esigenze di noi tutti, non solo di alcuni.

    Mi capita, frequentando le aule di tribunale, di partecipare quale avvocato alla celebrazione di processi per occupazione (rectius, invasione di terreni o edifici, art. 633 del codice penale). Si tratta di un reato che prevede una pena sino a due anni di reclusione. Imputate, più spesso di quanto si creda, persone in attesa di una sistemazione, regolarmente in graduatoria, o comunque in possesso dei requisiti previsti dalla normativa. Persone prive di reddito, sfrattate dal precedente alloggio poiché incapaci di provvedere all’affitto. Persone che piuttosto che vivere in strada, hanno deciso di occupare un appartamento di edilizia pubblica. Un appartamento vuoto, e se occorre specificarlo, astrattamente destinato a loro. Una di quelle centinaia (migliaia?) di case vuote che per l’inerzia della politica vuote rimangono.
    E mi capita altresì, nelle medesime aule di tribunale, di ascoltare strali sulla legalità, da persone che forse non sanno che detta parola (tanto abusata quanto male intesa) è vuota essa stessa, priva di contenuto, se non la si infarcisce di una vivificante iniezione di giustizia. Perché legalità significa aderenza alla regola. Niente di più. E qual è la regola? La regola è che non si può fare abusivamente ingresso e permanere in un immobile altrui. Ma, suggerisco, la norma, più ampiamente intesa, non vorrebbe altresì che gli aventi diritto ad un alloggio vedessero garantito tale diritto? E’ una legalità viscida quella invocata, prona all’affannosa ricerca di capri espiatori a buon mercato, a quella narrazione per la quale i poveri sono sempre colpevoli (migranti e rom, in particolare).
    E, ancora, mi è capitato, sempre in un’aula di giustizia, di sentir rimproverare l’imputato di turno, un anziano che non potendo aspettare per strada che la politica si decidesse a finanziare il settore abitativo, ha pensato bene di occupare una casa vuota, un appartamento fatiscente, con mura scrostate, infissi venati di spifferi, senza riscaldamento, senza luce, acqua e gas.
    Perché questo è un altro capitolo della guerra ai poveri che combattiamo in questo Paese. Con l’art. 5 del Piano Casa (2014) il governo Renzi ha chiarito che chi occupa non ha diritto alla luce, al gas, all’acqua. “Gli atti – recita la norma – aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”. In altre parole, ci è negato di ottenere l’erogazione di un servizio pubblico ed essenziale, se non abbiamo titolo legale per abitare un immobile. In poche righe abbiamo abdicato, tra gli altri, al principio di solidarietà. Ogni giorno, dall’entrata in vigore del Piano Casa, costringiamo migliaia di persone a vivere al freddo, con un fornello da campo per cucinarsi cena, e le bottiglie d’acqua per lavarsi. Tutto questo, ça va sans dire, è legale.
    All’occupante rimproverato si contestava, in particolare, non solo di non aver titolo per rimanere nell’immobile, ma di aver sottratto quell’appartamento a qualcuno più bisognoso di lui. E’ la vittoria di una narrazione tossica che colpisce solo i deboli, che guarda il dito per non veder la luna. Perché discutere di una politica abitativa volutamente fallimentare, che ha abbandonato a se stesse le persone in stato di necessità? Il problema sono gli occupanti. I numeri, come accennavo in premesse, dimostrano il contrario. E i numeri hanno la testa dura, diceva Lenin. Ma i numeri, parrebbe, interessano a pochi.

    Alessandro Gorla, 
    avvocato penalista

  • Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    profughiIn occasione della due giorni di Medici Senza Frontiere a Palazzo Ducale, Giuseppe De Mola, civil society officer della ong, presenta la sua ricerca “Fuori Campo”: un rapporto condotto su base nazionale, che fotografa la situazione dei rifugiati che, nel nostro paese, risiedono e gravitano intorno ai cosiddetti insediamenti informali.

    Se da un lato, infatti, il sistema di accoglienza emergenziale ha predisposto una serie di strutture per garantire assistenza a chi scappa dal proprio paese raggiungendo l’Italia, dall’altro lato questa “macchina” si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata, rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza, fuori dai meccanismi delle istituzioni.

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balìa della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.

    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    Negli insediamenti informali, però non ci sono solo persone in attesa della formalizzazione della richiesta di asilo, ma anche moltissimi migranti che dall’Italia vorrebbero solamente transitare, per poi raggiungere altri paesi europei: il problema, già da mesi al centro del dibattito comunitario, sta nel fatto che secondo le normative attualmente vigenti, nel paese dove si viene identificati, si deve rimanere in attesa che la burocrazia faccia il suo lungo, interminabile giro. Questo ovviamente porta molte persone a evitare l’accoglienza “istituzionale”, cercando sistemazioni alternative.

    Negli scorsi anni, inoltre, sono state fatte scelte politiche che hanno in qualche modo contribuito a creare questa situazione: «La prima emergenza, iniziata nel 2012, è stata dichiarata finita dal governo nel 2013, portando quindi alla chiusura delle strutture: in questo modo circa 20.000 persone si sono ritrovate in mezzo alla strada e – continua l’incaricato di Msf – durante il nostro lavoro abbiamo incontrato moltissime persone che provengono da quei contesti».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    «Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – conclude Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero (e la probabile richiusura del confine con la Francia, come successo l’estate scorsa a Ventimiglia, ndr), avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    immigratiVentimiglia, appunto. In mattinata il ministro Angelino Alfano ha dichiarato che il centro di accoglienza verrà chiuso, chiudendo in questo modo l’emergenza profughi anche se la situazione nel comune frontaliero non si è mai risolta: moltissimi migranti sono ancora in attesa di poter passare la frontiera per proseguire il proprio viaggio, cercando di sopravvivere (perché di questo stiamo parlando) giorno per giorno, potendo contare solamente sull’aiuto e la solidarietà di volontari e attivisti. Medici Senza Frontiere, ad oggi, non ha fatto partire progetti specifici a Ventimiglia. Le previsioni, però, sono chiarissime: questa estate, il Comune rivierasco potrebbe diventare la “nostra Idomeni”. Per questo motivo è in essere un monitoraggio specifico da parte di Msf.

    Una situazione emergenziale, quindi, che attraversa il paese e la nostra regione, e che si innesta su quella che, però, non può più essere considerata un’emergenza: i flussi migratori sono e saranno una componente ordinaria del nostro presente, come la storia dell’umanità ci ha insegnato con ripetute e spesso tragiche lezioni.


    Nicola Giordanella

  • Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    101-violoncelliNiente concerto bis dei 101 violoncellisti. L’evento che doveva rappresentare la chicca delle manifestazioni per il Capodanno scorso e che aveva ricevuto pesanti critiche per la pessima acustica, non verrà replicato. Al danno che avevano subito le 180 mila persone che avevano affollato piazza Matteotti per festeggiare l’arrivo del 2016, si aggiunge la beffa di un “risarcimento” in natura, anzi in arte e musica, atteso, pregustato e ora negato.

    L’annuncio, riportato dall’agenzia Dire, arriva dall’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, nel corso della Commissione bilancio dedicata all’analisi dei capitoli di spesa per il settore cultura e marketing della città. Era stata la stessa Sibilla a promettere, nei gironi immediatamente successivi al flop, che i genovesi sarebbero stati “rimborsati” con un concerto riparatore. Un concerto che non ci sarà più perché, spiega l’assessore, «la società organizzatrice ha già riconosciuto un rimborso economico al Comune. Replicare l’evento a costi totalmente sostenuti dallo stesso soggetto voleva dire correre rischi che l’organizzatore non fosse economicamente in grado di sostenerlo o che fosse costretta a organizzarlo al chiuso e non più all’aperto».

    Ufficialmente il flop di Capodanno era stato spiegato con un guasto elettrico all’impianto di amplificazione, anche se buona parte delle 180 mila persone presenti in piazza quella sera lamentavano soprattutto una cattiva organizzazione, con conseguente pioggia di critiche sui social network. Cosa che le parole odierne dell’assessore Sibilla sembrerebbero, almeno indirettamente, confermare.

    Il Comune aveva complessivamente investito circa 150 mila euro per gli eventi del Capodanno in piazza che, secondo quanto affermato in passato dall’assessore, avrebbero fruttato circa 6 volte tanto. Per quanto riguarda il concerto dei 101 violoncellisti, le spese sarebbero ammontate a circa 60 mila euro. Ma – e qui arriva la seconda beffa – il rimborso che Palazzo Tursi ha ricevuto dagli organizzatori è riferito solo a una parte dei costi per il servizio di amplificazione e diffusione sonora, principale imputato della scarsa riuscita qualitativa, e, secondo quanto ricostruito ma non confermato ufficialmente dall’assessore, si aggirerebbe solamente attorno ai 1.000 euro.

  • Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    Settimanale di Fotografia, arriva Giovanni Troilo: “Ogni immagine è ambigua”

    troilo-settimanaleMercoledì scorso, il primo appuntamento della “Settimanale di Fotografia” ha fatto registrare un’ottima affluenza di pubblico, giunto numeroso presso la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale. Dopo Guido Harari, che ha intrattenuto i presenti con le sue foto e i suoi approfondimenti ben oltre le due ore programmate, sbarca a Genova Giovanni Troilo, fotografo e regista, pubblicato su moltissime testate e riviste internazionali, come Der Spiegel, CNN, Wired oltre che collaborare con Rai, History Channel, Sky Arte e La7. Classe 1977, nato a Putignano in provincia di Bari, Giovanni Troilo fin da giovanissimo frequenta il mondo delle immagini, unendo la passione per la fotografia a quella per i video, due realtà per loro natura interconnesse. Questo mercoledì, dunque, si parlerà di foto e video giornalismo ed Era Superba, media partner della rassegna, anticipa i temi dell’incontro con il diretto interessato.

    Nei suoi anni di esperienza sul campo, come è cambiato il lavoro, relativamente all’avanzamento tecnologico degli strumenti per catturare immagini?
    «È cambiato fino ad un certo punto: nella prima fase registravo piccoli video con la mia macchina fotografica come per prendere appunti. Oggi, faccio lo stesso, ma nella fase esecutiva del lavoro, dopo la fase di studio, utilizzo lo strumento che meglio possa rendere l’idea che mi sono fatto: cinepresa, fotocamera analogica o digitale, a seconda del soggetto».

    Ma nei suoi lavori, che spaziano a 360 gradi sia per quanto riguarda il prodotto finito sia per quanto riguarda il soggetto, quale può essere il filo conduttore, la cifra stilistica?
    «Non posso parlare della mia cifra stilistica, sarebbe pretenzioso; spero che nei miei lavori sia riconoscibile uno sguardo, il mio approccio alle cose. In questo senso mi considero un outsider del fotogiornalismo perché stando all’approccio più ortodosso, oldschool, che vuole soggettivizzare lo spettatore, io invece cerco di far sì che chi guarda abbia un punto di vista preciso. Offrire un punto di vista sì parziale, ma quanto è parziale il soggetto. Mi sembra anche più onesto rispetto a chi cerca di restituire una verità oggettiva, cosa impossibile per un fotografo, che scegliendo cosa fotografare, compie già una selezione, avendo escluso tutto il resto».

    Ma allora è il contesto dove vengono pubblicate le foto, o i video, che fa la differenza?
    «Dobbiamo partire da un presupposto: ogni immagine è di per sé ambigua. Un’immagine non è la verità. A me piace lavorare su questa ambiguità perché chi guarda deve poterci vedere quello che sente in quel momento e deve poter riflettere perché una volta che dai un’immagine che si risolve da sé, di fatto non lasci spazio a nient’altro. Diventa quasi noioso. Il contesto può certo anche dare un ulteriore senso al lavoro ma non sempre è necessario per arrivare al dunque».

    Parliamo di uno dei suoi lavori più recenti e in qualche modo più noti: La Ville Noir, il reportage fotografico sulla cittadina belga di Charleroi.
    «Per me è stato ed è un treno straordinario, un mix di stratificazioni di storie: dalla famosa strage di Marcinelle al presente post industriale, ieri città di immigrati, oggi di disoccupati. Poi c’è una componente personale, visto che lì vive parte della mia famiglia: una realtà che quindi conosco benissimo, per cui mi sono sentito legittimato a dare il mio punto di vista. Un approccio che è il contrario di quel fotogiornalismo classico che pretende di raccontare un posto, una realtà, senza prima conoscerla, quasi che si trattasse di turismo dell’immagine».

    … e poi è al centro dell’Europa.
    «È un luogo simbolo di un’Europa a brandelli. Un cuore, malato: lo “scandalo” legato alle mie foto e al World Press Photo Contest è nato dalla lettera del sindaco di Charleroi, che diceva che gli scatti non davano la vera immagine della città e del Belgio intero. Oggi, con i fatti di questi mesi, nessuno sa veramente cosa sia questo Belgio. Credo, quindi, di aver violato una sorta di patto di non “raccontabilità” di questo posto».

    Quali sono le difficoltà del suo lavoro?
    «Parliamoci chiaro: spesso la polemica è su che cosa è e cosa non è fotogiornalismo. Ma se andiamo a vedere come viene sostenuto chi va a fare certi lavori, ci rendiamo conto che tutto questo si poggia sulle spalle volenterose dei fotografi. Come si fa a conoscere un luogo, una realtà, senza supporto? Spesso approfitto di lavori su commissione per portare avanti i miei progetti personali. “Ville Noire” è un lavoro su cui ho speso operativamente quasi un anno, recandomi sul posto molte volte: costi che nessun giornale potrebbe sostenere. Non è possibile che tutto debba essere a carico dei freelance».

    Si parla spesso di sovraproduzione di immagini: tanta quantità a fronte di una scarsa cultura ed educazione all’immagine. Secondo lei è così?
    «Secondo me è un falso problema. Un problema che riguarda i nostalgici che fanno fatica ad accettare i cambiamenti. Sono anni che invece noto un miglioramento del pubblico: siamo un po’ tutti fotografi e quindi siamo più attenti a come viene composta l’immagine e a quello che c’è dietro. È un fatto che ci siano anche molti più eventi, mostre, dibattiti sulla fotografia. Certo, mantenere il livello alto non è scontato ma credo che, tuttavia, il mondo dell’immagine sia solo che migliorato in questi anni: è un periodo straordinario per l’immagine. La corsa all’immagine eclatante può tagliar fuori tutto il discorso legato a tutto il corpo del lavoro che c’è dietro ma credo che sia solamente una fase».

    Di cosa ci parlerà alla “Settimanale”?
    «Guarderemo insieme le foto di “Ville Noir” e vorrei sviluppare il concetto per cui il lavoro fotografico può essere la fase di un progetto più ampio. Vi porterò un breve video, realizzato con gli altri scatti non pubblicati, da cui è nata l’idea di un documentario che andrò a realizzare nei prossimi mesi sempre a Charleroi. E poi vedremo altre foto e altri video, per parlare della commistione dei linguaggi della fotografia e dei video».

    L’appuntamento con Giovanni Troilo è, ancora una volta, da non perdere, per gli “addetti ai lavori”, ma non solo: un’occasione per discutere con un esperto su cosa sta dietro ad uno scatto o ad una sequenza e il messaggio che ne viene veicolato.


    Nicola Giordanella

  • Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    12819407_1741283152783247_7966858227818068557_oIl Laboratorio Buridda, ancora una volta, è a rischio sgombero, dopo che, due anni fa, fu costretto ad abbandonare lo stabile occupato in via Bertani. La sede attuale, l’edificio di corso Monte Grappa, ex sede di quella che un tempo si chiamata Facoltà di Scienze della Formazione, di proprietà dell’Ateneo genovese, presto sarà messa sul mercato. Così, sta per tornare al centro del dibattito cittadino il destino del centro sociale che, con i suoi laboratori e le sue attività culturali, in questi anni è diventato centro aggregativo importante per Genova e non solo. Nonostante questa “precarietà”, i ricercatori del Fab Lab Buridda, l’unico autogestito d’Europa, in questi giorni hanno collaudato con successo i primi impianti elettrici basati su fonti energetiche rinnovabili.

    Di pochi giorni fa, infatti, la notizia che l’Università degli Studi di Genova vuole vendere la struttura, attualmente occupata: «Il bilancio dell’ente possiamo considerarlo solido – spiega a Era Superba Luca Sabatini, portavoce dell’Ateneo – ma i continui tagli di settore, di cui soffrono tutte le università, ci pongono di fronte ad una gestione più parsimoniosa. Se un tempo ci si poteva permettere di mantenere un immobile, senza utilizzarlo, come investimento per il futuro, oggi è diverso». L’edificio, divenuto archivio successivamente al trasferimento della facoltà in corso Andrea Podestà, ad oggi necessiterebbe di essere messo a norma, affrontando un investimento importante a fronte del fatto che «quell’edificio non ci serve, abbiamo spazi a sufficienza», sottolinea Sabatini.

    Energia sostenibile, il Fab Lab installa il primo pannello fotovoltaico

    In precedenza, erano già state chiuse le utenze dell’edificio lasciando “al buio” il centro sociale: proprio questa decisione ha dato lo spunto ai giovani del Buridda, che occupano gli spazi, ad accelerare i progetti, già in essere, di risparmio energetico e di sviluppo di tecnologie sostenibili per la produzione di energia.
    Un lavoro che in queste ore sta portando i primi risultati tangibili: se, da un lato, gran parte dell’impiantistica interna è stata messa a punto per evitare sprechi e inefficienze, dall’altro lato i progetti legati alla produzione sostenibile di energia hanno fatto registrare i primi successi. Il primo impianto solare è stato messo in funzione, permettendo l’illuminazione di alcuni locali interni, attraverso l’installazione di un pannello fotovoltaico, collegato ad un sistema di illuminazione a led. Il tutto realizzato recuperando e aggiustando il materiale necessario.

    «L’idea è molto semplice – spiegano i responsabili del Fab Lab sulla propria pagina Facebook – prendere un po’ di luce del sole, infilarla in una scatola, e riusarla quando è buio». Questo è solo un primo passo: in fase di messa appunto anche una pala eolica verticale, costruita seguendo e adattando i più recenti progetti open-source disponibili. «Il nostro obiettivo non è quello di costruire pannelli fotovoltaici o pale eoliche – specificano ad Era Superba i makers del Buridda – ma di seguire un progetto più ampio di autonomia, aggregazione, condivisione e autogestione, alternativo alle logiche di mercato e di sfruttamento. Questo è il progetto Buridda, portato avanti da tutte le nostre attività». Un progetto di lungo periodo che passa inevitabilmente anche attraverso la gestione energetica e le sue problematiche che, in maniera sempre più evidente, sono problematiche di tutti, strutturalmente legate al nostro assetto sociale e produttivo.

    Come evitare un nuovo sgombero?

    street_parade_Buridda_Ge140614«Da parecchio tempo abbiamo avviato e consolidato i contatti con i ragazzi del Buridda – sostiene Luca Sabatini – e abbiamo cercato di trovare con il sindaco una soluzione alternativa, ma non abbiamo ricevuto nessuna “sponda”. Prossimamente incontreremo nuovamente i ragazzi per trovare una via per risolvere la questione, senza dover ricorrere ad altre modalità, cosa che non vogliamo assolutamente. Cercheremo fino in fondo un modo per arrivare ad una via d’uscita».

    Dal canto loro, gli autonomi del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, sanno che il progetto che portano avanti non dipende “dai muri” dentro i quali si sviluppano le attività: il Buridda non l’ex Magistero come non era via Bertani, ma le persone che lo vivono e lo fanno vivere, condividendo idee e pratiche sociali collettive, alternative all’impostazione legata alle logiche del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

    La palla, quindi, passa all’amministrazione comunale. Genova non può permettersi di perdere o di soffocare una realtà unica, che negli anni è diventata importante per il tessuto sociale cittadino e non solo. Volenti o nolenti, infatti, il Buridda è diventato un importante aggregatore di persone, culture, idee e ricerca. E il seguito che hanno quasi tutte le iniziative aperte a tutta la cittadinanza lo dimostrano. Avanguardie come il Fab Lab sono preziose per il futuro di Genova e non solo: se non si dovesse trovare una soluzione, la prima domanda che dovremmo porci è in che città vogliamo vivere oggi e in che società domani. I ragazzi del Buridda ci offrono una possibile risposta, che sarebbe quantomeno poco lungimirante non ascoltare.


    Nicola Giordanella

  • Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    radio19latinofotoredazione 1Da alcuni anni sono le nuove voci dell’informazione italiana. Voci che hanno contribuito a mettere in discussione gli stereotipi, gli automatismi linguistici, le generalizzazioni che caratterizzano il discorso pubblico sulle migrazioni, troppo spesso schiacciato su una logica di emergenza permanente che ci ha reso più difficile comprendere la recente trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Caratteristica ora di nuovo in crisi, con l’aumento dell’emigrazione degli italiani in altri paesi dell’UE alla ricerca di opportunità lavorative e la minore attrattività del nostro paese per i cosiddetti “migranti economici”. Voci preziose per indurci a riflettere su criticità e particolarità dell’informazione italiana, quali la forte rilevanza che assume la cronaca nera, e che hanno contribuito a ripensare norme e leggi scritte in un periodo storico nel quale non esisteva il web e la televisione trasmetteva con un unico canale analogico.
    Queste voci sono i giornalisti di origine straniera, iscritti all’Ordine dei giornalisti nelle diverse regioni di competenza e riuniti dal 2010 nell’ANSI (Associazione Nazionale Stampa Interculturale) gruppo di specializzazione della FNSI che, oltre al sostegno professionale agli iscritti, promuove la competenza interculturale nel giornalismo italiano e un’informazione responsabile sui temi inerenti le migrazioni. E’ composta da giornalisti che lavorano per le testate a larga diffusione e per i media multiculturali, le iniziative rivolte a un target di residenti di origine straniera e di madrelingua non italiana che si sono affermate negli ultimi anni anche nel nostro paese.
    E, nonostante la Liguria non sia fra le regioni più attive nella diffusione dei media multiculturali, nei quali molti dei soci ANSI hanno affinato la propria professionalità, è stata proprio una giornalista di origine peruviana di Genova, iscritta all’ordine dei giornalisti della Liguria, a contribuire ad abbattere uno degli ultimi simbolici “muri” che impedivano il pieno riconoscimento della professionalità dei giornalisti stranieri.
    Una lunga battaglia legale iniziata da ANSI (con il sostegno di ASGI- Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione e dell’organizzazione non governativa COSPE) nel 2011 per superare un comma dell’articolo 3 della legge 47 del 1948 sulla stampa che impediva ai giornalisti stranieri con passaporto straniero non comunitario – i comunitari sono stati ammessi nel 1996 – di assumere la qualifica di direttore responsabile di una testata.
    Una conquista fondamentale dal punto di vista pratico, perché permette di promuovere nuove iniziative senza essere costretti a ricorrere all’aiuto di colleghi italiani, e dal punto di vista simbolico, perché rendendoli “responsabili” nei confronti dei contenuti dei media ne riconosce la professionalità.

    Dall’estate 2015, Domenica Canchano è la nuova direttrice responsabile della testata online www.cartadiroma.org, espressione dell’associazione Carta di Roma di cui sono soci fondatori il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) con diverse associazioni della società civile e che ha la finalità di promuovere un’informazione corretta e responsabile sulle migrazioni in attuazione di un protocollo deontologico sottoscritto nel 2008.

    La storia professionale di Domenica, oltre ad essere un esempio di caparbietà e passione per la propria professione, è fortemente legata al territorio genovese e al processo di radicamento e integrazione della grande comunità latinoamericana che lo abita. È stata la protagonista di iniziative “rivoluzionarie” che hanno portato una ventata di novità nel panorama informativo cittadino e che sono diventati ben presto un punto di riferimento per i residenti latinoamericani di Genova e della Liguria.

    domenica-canchanoAllo stato attuale un altro giornalista con passaporto non comunitario potrebbe registrare automaticamente una nuova testata in qualsiasi tribunale italiano?
    «Ad agosto dell’anno scorso io e alcuni colleghi di ANSI abbiamo depositato la registrazione del sito online www.cartadiroma.org. Questa è da considerarsi la prima piccola apertura da parte di un tribunale italiano, il Tribunale di Roma. Negli anni passati avevamo già provato a registrare altre testate – in particolare nel 2014 il sito online Prospettive Altre promosso da ANSI E COSPE – nei tribunali di Genova e Torino, ma, in tutti e due i casi, la domanda non era stata accolta. Il comma dell’articolo di legge sulla stampa è ancora da modificare. Questa è un’altra battaglia che l’ANSI sta portando avanti».

    La stessa domanda, fatta dalla stessa persona e con gli stessi requisiti, potrebbe quindi accolta da un tribunale e respinta da un altro?
    «Sì, basta vedere il mio caso. Ogni tribunale ha la propria autonomia».

    radio19latinofotoQuali sono le tue esperienze lavorative nei media locali genovesi?
    «La prima esperienza, con cui ho iniziato più di dodici anni fa, è stata il Noticiero, il primo “notiziario” in lingua spagnola in onda dal 2002 al 2007 su TeleGenova. Lo spagnolo era stato scelto per fornire un migliore servizio a chi sapeva poco la lingua e aveva bisogno di conoscere meglio i propri diritti e i doveri….e più che un telegiornale vero e proprio era uno spazio di approfondimento, non ha mai fatto cronaca in senso stretto. In seguito, sono passata a collaborare con Metropoli, allora supplemento di Repubblica, e ho collaborato sempre con l’edizione genovese di Repubblica. Poi, ho iniziato a lavorare per Il Secolo XIX, curando la pagina bilingue, in spagnolo e italiano, Génova Semanal, una pagina di servizio per i latinoamericani. Ho lavorato contemporaneamente con la radio del Secolo, Radio 19, con la trasmissione Radio 19 latino, e per la cronaca locale del Decimonono».

    Su quale esigenza informativa non coperta dai media mainstream le iniziative in lingua rivolte ai residenti di origine straniera dovrebbero puntare di più?
    «La comunità latinoamericana ha sicuramente bisogno di informazione di servizio. Inoltre, pur essendo la maggior parte dei cittadini latinoamericani residenti a Genova e in Liguria presenti in Italia da molti anni, nei media in lingua spagnola ci dovrebbe essere sempre un occhio di riguardo per le notizie dei paesi di origine. I media mainstream non coprono sufficientemente l’area latinoamericana. E questa è una carenza che dovrebbe essere rivista».

    A Genova c’è uno spazio di mercato per prodotti mediatici interamente o prevalentemente in lingua spagnola? O in altre?
    «Génova Semanal è stato un apripista in questo mercato, ma c’è spazio e futuro per altri progetti, non solo in lingua spagnola. E questo perché cresce, e non solo a Genova ma in tutta la Liguria, la presenza di cittadini non comunitari per i quali integrazione non vuol dire rottura con il loro passato e le loro terre di origine. Il discorso, dunque, è duplice: da un lato queste nuove iniziative si propongono di portare a queste persone, nella loro lingua madre, notizie, servizi, informazioni, che possano aiutare la loro integrazione e al tempo stesso valorizzare il loro senso di appartenenza comunitaria. Ma c’è un altro aspetto importante: calare nella realtà locale notizie dei Paesi di origine che altrimenti andrebbero perdute. L’una come l’altra, sono esperienze giornalistiche di intelligente “servizio”».

    Secondo te, i contenuti dell’informazione in lingua rivolta a un pubblico di madrelingua spagnola possono interessare anche cittadini italiani o altri gruppi di cittadini immigrati? Sarebbe possibile proporli in forma bilingue come già in parte avviene per Génova Semanal?
    «Spero di sì. Anzi, proprio sulla base della mia esperienza, ritengo che sia una sfida che si può vincere. Questo interesse esiste e, se intelligentemente curato, può avere ricadute positive in termini di crescita di una cultura dell’integrazione che viva su una più completa conoscenza dell’altro da sé. Attraverso questi contenuti si può favorire non solo la comunicazione linguistica e la conoscenza reciproca, ma anche l’approfondimento delle usanze e delle problematiche più profonde, ad esempio sul piano sociale, che caratterizzano le diverse comunità».


    Andrea Macciò

  • Comune di Genova, Doria salva giunta e bilancio. Il sindaco: «Ora allargare la maggioranza»

    Comune di Genova, Doria salva giunta e bilancio. Il sindaco: «Ora allargare la maggioranza»

    doria-miceliDoria è salvo, anche questa volta. Il sindaco ha superato, non senza fatica, quella che nei fatti rappresentava una sorta di vero e proprio voto di fiducia nei suoi confronti. Se, infatti, la delibera di revisione della aliquote Imu-Tasi, dopo le modifiche volute dall’opposizione e approvate dal Consiglio comunale martedì scorso che avevano portato la giunta a dichiarare insostenibile il bilancio, non avesse trovato la maggioranza della Sala Rossa, sindaco e assessori avrebbero lasciato il posto a un commissario. Ma così non è stato, seppure di poco. Il provvedimento della giunta ha, infatti, incassato solamente 17 voti favorevoli, ovvero quelli su cui l’ormai “non più maggioranza” Pd-Lista Doria-Sel-Possibile può contare. Con la maggioranza ha votato anche Paolo Veardo che, invece, martedì scorso non aveva seguito la linea del suo partito, il Pd, sull’emendamento che abbassava le aliquote Imu alle case signorili. I contrari sono stati “solo” 15: alle tradizionali opposizioni di M5S, Lista Musso, Pdl e Lega Nord, si sono aggiunti i voti di Paolo Gozzi (Percorso comune, ex Pd) e dei due consiglieri di Federazione della Sinistra (Bruno e Pastorino). A conti fatti, a salvare il Comune di Genova dal commissariamento, che interverrebbe qualora Doria e i suoi si dimettessero a circa un anno dalle elezioni, sono state le astensioni e i presenti non votanti. A non esprimere alcun voto sono stati i due transfughi del Pd, Caratozzolo e Vassallo che con Gozzi completano Percorso comune; mentre le astensioni sono arrivate dal gruppo misto (Anzalone, De Benedictis e Mazzei), dall’Udc (Gioia e Repetto) e da Guido Grillo (Pdl). Assente dalla seduta solamente il vicepresidente Baroni (gruppo misto).

    L’aula ha anche respinto due emendamenti proposti da Federazione della Sinistra e Lista Musso che chiedevano una nuova modifica delle aliquote sui canoni concordati e l’eliminazione del requisito di anzianità per l’abbassamento dell’aliquota sulle abitazioni di pregio, con voto che ha seguito l’indicazione della giunta. Approvato, invece, un ulteriore emendamento proposto da M5S, Fds e Lista Musso, con parere favorevole della giunta, che impegna la giunta a sollecitare una revisione delle classificazioni catastali delle abitazioni in categoria A1 entro 30 giorni.

    Che cosa dice la delibera approvata

    consiglio-comunaleIl documento approvato oggi dall’aula salva 5,5 milioni di euro dal bilancio comunale e riduce il mancato gettito dai 7,7 milioni di euro, a cui si sarebbe arrivati con gli emendamenti dell’opposizione approvati martedì scorso, a “soli” 2,2 milioni.

    «Le modifiche apportate alla proposta di giunta martedì scorso, assolutamente legittime, hanno avuto una conseguenza oggettiva e misurata – ribadisce il sindaco – e cioè hanno ridotto la disponibilità di risorse da entrare fiscali del comune di Genova di 7,7 milioni. Una cifra insostenibile considerando che il gettito complessivo della tassazione sulla casa è di 189 milioni». Questo dato oggettivo, secondo il primo cittadino, ha una conseguenza chiara: «Se lasciamo le cose così – spiegava Doria ai consiglieri prima del voto – il taglio di 7,7 milioni si ripercuote sull’erogazione di servizi. Il bilancio di spesa del comune è fatto di spese che per legge non sono comprimibili e altre prestazioni che tecnicamente lo sono, ovvero i servizi e non solo il sociale. Dal punto di visto politico una compressione di questi servizi da parte del Comune non è sostenibile. Un comune che continua a ridurre l’erogazione di servizi non è il comune che ho in mente, pur avendo la possibilità legittima di recuperare risorse per non operare tagli oltre a quelli che siano stati costretti a fare per il venir meno di risorse a livello nazionale». Doria sostiene che la giunta non abbia “rigettato” lo stimolo del consiglio ma lo abbia «analizzato, producendo uno sforzo per dare una risposta di merito che tenga però conto degli equilibri di bilancio, una proposta economicamente gestibile che comporterà di partire da un punto più arretrato per andare avanti, che richiederà ulteriori sforzi con un confronto che dovrà essere chiaro, trasparente, con assunzione di responsabilità politica da parte di tutti noi».

    Per quanto riguarda il merito dei provvedimenti proposti dalla giunta, viene confermato sostanzialmente quanto anticipato nei giorni scorsi. L’aliquota per i canoni concordati passa da 0,85% a 0,78%. A questa riduzione, però, va applicata un’ulteriore diminuzione del 25% prevista dalla legge di stabilità, arrivando così a un’aliquota di 0,58% come richiesto dall’emendamento proposto dall’opposizione e approvato martedì scorso. Per quanto riguarda le dimore signorili che ricadono nella categoria catastale A1, la giunta limita la validità della riduzione dell’aliquota dallo 0,58% allo 0,29% solamente per proprietari ultrasettantenni e con reddito familiare non superiore ai 20 mila euro.

    I canoni concordati a Genova sono circa 19500. Con la prima versione dell’emendamento, il bilancio del Comune di Genova avrebbe dovuto rinunciare a 5 milioni di euro mentre con la definitiva modifica della giunta il “buco” si ferma a 1,5 milioni. Per quanto riguarda, invece, le dimore signorili, la nuova delibera prevede un ammanco di gettito pari a circa 6-700 mila euro a fronte dei 2,7 milioni a cui, invece, si sarebbe arrivati con l’emendamento di martedì. A Genova sono 4163 le abitazioni A1 ma di queste solo circa 2300 sono “prime case” e quindi soggette alle agevolazioni.

    La maggioranza che non c’è più

    consiglio-comunaleRisolta l’impasse resta il dato politico, noto ormai da tempo, che la maggioranza uscita dalla urne nel 2012 non è più tale in Consiglio comunale: su 41 consiglieri, sindaco compreso, solo 17, sindaco compreso, ormai appoggiano la giunta e le delibere delicate passano solo attraverso strategiche astensioni di consiglieri che da tempo hanno abbandonato la maggioranza stessa e che l’hanno sempre corteggiata.

    Il sindaco sostiene di conoscere perfettamente la realtà e che, la sua amministrazione, «per vivere tranquilla deve avere un consenso più ampio in Consiglio comunale. Quanto si è verificato in questi giorni deve farci riflettere molto perché è merso che è necessario rinsaldare una maggioranza più ampia, in una situazione in cui il ruolo del sindaco è quello di cucire i rapporti. Da questo punto di vista intraprenderò un’azione politica verso tutti i consiglieri che non hanno votato contro nella giornata odierna». Che cosa significhi nel concreto, non è dato saperlo. Difficile che Doria stia pensando a un rimpasto di giunta, a circa un anno dal termine del mandato. Più probabile che intensifichi il rapporto con i transfughi cercando di coinvolgerli nuovamente all’interno delle riunioni di maggioranza per concordare il comportamento sui temi più strategici della città. Una strada, quella del dialogo, già tentata a più riprese in precedenza ma non ha mai dato grandi frutti.

    Per una prova del nove, comunque, basterà attendere un paio di settimane, quando in Consiglio comunale approderà la votazione del bilancio. «Il Consiglio comunale – spiega Doria – avrà modo di verificare a breve in aula gli equilibri di bilancio, per poste in entrata e in uscita, compreso ciò che deriva anche da questa manovra». La delibera sul bilancio, infatti, inizia il proprio iter in commissione lunedì prossimo.

    Doria, però, scaccia con convinzione i fantasmi di un commissariamento che, a suo dire, sarebbe un prezzo troppo pesante da far pagare a un’amministrazione pubblica perché «un’istituzione commissariata ha capacità di azione limitata, è più lenta e meno capace di interloquire con i cittadini». E il sindaco porta anche un esempio a riguardo: «Oggi – spiega- il governo ha dato il proprio sostegno al Blue Print e ciò è stato possibile solo perché c’è un amministrazione comunale che opera, è attiva e non è paralizzata». Infine, il sindaco tiene a sottolineare che «la procedura che abbiamo attuato è assolutamente legittima perché si è chiamato un Consiglio comunale a pronunciarsi su una nuova proposta che prendeva atto di deliberazioni precedenti il cui impatto non era sostenibile. Non c’è stato alcun tipo di violenza fatta al Consiglio comunale: la giunta ha presentato una proposta diversa dal risultato di martedì ma anche dai nostri intendimenti iniziali, tenendo sempre in mente l’equilibrio del bilancio a fronte dei servizi da erogare».

  • Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Comune di Genova, ecco la “pezza” per salvare bilancio e giunta. Venerdì pomeriggio si vota in Consiglio

    Marco DoriaDa un buco di 7,7 milioni di euro a uno di “soli” 2,2 milioni da coprire con varie limature di bilancio che non incidano sensibilmente sull’erogazione dei servizi, in particolare nel settore sociale, scolastico e del trasporto pubblico. E’ questo l”obiettivo della delibera approvata mercoledì sera dalla giunta del Comune di Genova per rimediare ai due emendamenti critici presentati dall’opposizione e approvati dal Consiglio comunale martedì scorso per modificare le aliquote della tariffa Imu-Tasi. Il testo del nuovo provvedimento, diffuso dalla agenzia di stampa “Dire” dovrà ora essere approvato dalla seduta straordinaria di Consiglio comunale che si terrà venerdì pomeriggio alle 14.30. La data limite, imposta dalla legge, per approvare le aliquote sulla tassazione delle abitazioni è infatti sabato 30 aprile. Difficile che si arrivi ai 21 voti favorevoli, necessari per una maggioranza assoluta che significherebbe anche un ricompattamento politico attorno al sindaco, ma è più probabile che la delibera venga approvata a maggioranza relativa con qualche astensione strategica. «Se la proposta non passa – conferma il sindaco Marco Doria – ce ne andiamo tutti a casa».

    La controproposta della giunta

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Per quanto riguarda l”emendamento che proponeva di abbassare dallo 0,58% allo 0,29% l”aliquota per gli immobili A1 (dimore signorili) adibiti ad abitazione principale, che nel testo originario avrebbe provocato mancati gettiti per 2,7 milioni di euro, la giunta propone di limitarne la validità ai proprietari con età pari o superiore a 70 anni e con reddito familiare non superiore ai 20 mila euro. In tutti gli altri casi, l”aliquota resta dello 0,58%.

    Sull”emendamento che abbassava l”aliquota dallo 0,85% allo 0,58% per i proprietari che concedono in locazione immobili a canone concordato, che comporterebbe ammanchi al bilancio di Tursi per 5 milioni di euro, Doria e assessori propongono una riduzione più contenuta, dallo 0,85% allo 0,78%, pari cioè al 25% già concesso dalla legge di stabilità 2016, considerato anche che “tale agevolazione va ad aggiungersi a quella derivante dall”applicazione della ‘cedolare secca’ con cui viene tassato, nella percentuale del 10%, il reddito proveniente da tali contratti, determinando, per gli stessi, un regime particolarmente favorevole”.

    Ora si tratta di trovare i voti necessari per far passare la delibera: se il franco tiratore del Pd, Paolo Veardo, che aveva votato favorevolmente all’emendamento sulle abitazioni signorili, dovrebbe essere riportato nei ranghi dal partito, più incerto è il comportamento dei tre consiglieri (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi) transfughi dem che hanno dato vita al nuovo gruppo consiliare di Percorso comune, il cui voto potrebbe essere decisivo.

    Tagli insostenibili

    In una nota, la giunta ha comunicato che la modifica proposta tiene conto degli emendamenti voluti dall’opposizione ma introduce “meccanismi più selettivi e attenti agli effetti sociali e comunque tali da non incidere drammaticamente sul bilancio del Comune con tagli ai servizi per i cittadini che sarebbero ingiusti e insopportabili”. La riduzione imposta dai due emendamenti passati martedì, infatti, provocherebbe per le casse di Tursi già falcidiate dai tagli dello Stato (165 milioni in meno dal 2011), la necessità di scaricarne le conseguenze sulle tasche dei cittadini. L’amministrazione si dice anche “consapevole che, vista la particolare diffusione delle case A1 nella nostra città, ci possono essere persone anziane che, pur avendo basso reddito, per storia familiare o per altre circostanze, abitano in alloggi catalogati di lusso; però la questione non deve essere risolta attraverso una agevolazione estesa a tutti, indipendentemente dal reddito“. La diminuzione del gettito, inizialmente quantificata in circa 8 milioni, spiega palazzo Tursi, se non fossero accettate le modifiche della giunta “ricadrebbe in modo inaccettabile sui cittadini”. Sindaco e assessori ricordano che non ci sono ”sprechi” da tagliare, e sottolineano che “le spese per il personale sono scese di cinquanta milioni, sono costantemente diminuiti i dipendenti e l’indebitamento del Comune”. In queste condizioni, prosegue la giunta Doria, “l’abbassamento indiscriminato dell’aliquota sulle case classificate come A1 di lusso, così come previsto da uno degli emendamenti, si risolverebbe in una grave ingiustizia perché toglierebbe soldi ai servizi, in particolare per i meno abbienti, concedendo invece agevolazioni fiscali a famiglie di reddito più elevato” mentre “nel definire le aliquote di imposta e le tariffe l’amministrazione comunale si è sempre ispirata a criteri di equità sociale, pur nelle ristrettezze finanziarie e dovendo rispettare i vincoli di legge”.

    La mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle

    palazzo-tursi-putti-paolo-M5S-D2Intanto, su Doria e assessori, nelle prossime settimane, potrebbe gravare un’altra scure. Il Movimento 5 Stelle, infatti, con un lungo j’accuse, chiede al sindaco di «dimettersi perché non ne possiamo più. Della sua inconsistenza amministrativa. Della sua inerzia a tutela dei poteri forti. Del suo aristocratico distacco. Della sua debolezza politica (ed il Consiglio di martedì ne è l’ennesima cartina tornasole)». I grillini annunciano che se il sindaco «non si dimetterà, prepareremo una mozione di sfiducia. Servono 16 firme di consiglieri; noi siamo 5. Chi vuole starci sa dove trovarci. A tutti gli altri, evidentemente, va bene così».

    La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo M5S, è stata il comportamento del primo cittadino nella gestione dell”emergenza sversamento greggio nel Polcevera e a mare a seguito della rottura dell”oleodotto Iplom. «Non è colpa del sindaco se è scoppiato il tubo – dicono – ma è colpa del sindaco non aver fatto nulla in questi 4 anni per mitigare questo ed altri rischi per i genovesi. E’ colpa di Marco Doria aver spinto le grandi opere che aggiungono distruzione e dissesto proprio lungo la Val Polcevera. E’ colpa di Marco Doria non aver incontrato i cittadini lunedì sera (24 ore dopo l’accaduto)». E’ ancora «colpa del sindaco non aver gridato ai quattro venti cosa sta succedendo a Genova. E’ colpa del sindaco non aver preso il primo volo per Roma ed afferrato per il collo ministro (che solo martedì è arrivato in visita) e presidente del Consiglio affinché mettessero a disposizione tutti i mezzi disponibili. Mandano l’esercito per i no-global ma non per un disastro ambientale. Vengono in delegazione per tagliare i nastri ma non per affondare i piedi nel greggio. Il petrolio della Val Polcevera è la goccia (milioni di miliardi di gocce) che fa traboccare il vaso». L”accusa, dunque, si allarga a tutte le istituzioni che «adesso, mentre la melassa nera scorrazza allegra oppure e” affondata oppure e” aspirata oppure chissà dicono che l”emergenza e” finita. Sono stati tutti bravi, impeccabili, tempestivi, presenti. Hanno finito le parole. Invece ne vogliamo sentire ancora cinque: scusate, siamo inadeguati. Ci dimettiamo».

  • Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    Comune di Genova, l’opposizione “taglia” 8 milioni di euro. A rischio il bilancio 2016 e la giunta Doria

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7Un doppio colpo di mano dell’opposizione, sostenuta anche da tutti i transfughi del Pd e, almeno in un caso, da un consigliere che ancora appartiene alle fila dei dem, mette in crisi la tenuta del bilancio previsionale 2016 del Comune di Genova e, ancora una volta, quella della maggioranza (?) che sostiene (?) il sindaco Marco Doria.

    Imu-Tasi, l’opposizione taglia aliquote su canoni concordati e case signorili

    La notizia, ormai, è nota. Nel corso del Consiglio comunale di martedì 26 aprile la giunta Doria è andata due volte sotto sulla delibera che decide le aliquote e le detrazioni sulla tassazione Imu-Tasi sulla casa per il 2016. L’aula, con parere contrario dell’assessore al Bilancio, Francesco Miceli, ha infatti approvato due emendamenti che, secondo i primi calcoli, provocano mancanti introiti alle casse di Palazzo Tursi per circa 8 milioni di euro, rendendo il bilancio stesso praticamente insostenibile.
    Il primo emendamento, proposto dal Movimento 5 Stelle, fa scendere l’aliquota per i canoni concordati (l’anno scorso 19500 in tutto il Comune) dallo 0,85% allo 0,58% e provocherebbe minori introiti per circa 3,8 milioni: la modifica è stata accolta con 20 voti favorevoli (tutta l’opposizione, compresi i due consiglieri di Federazione della Sinistra e i tre di Percorso comune); contrari solo i 17 consiglieri, sindaco compreso, che rappresentano ormai a stretta maggioranza della giunta Doria che, nei fatti, maggioranza non è più.
    Il secondo emendamento, riguarda la decurtazione del 50% del canone per l’abitazione principale di categoria A1 (abitazioni di tipo signorile, l’anno scorso 4163 nel territorio comunale ma non tutte “prime case”), che passa da 0,58% a 0,29%. La modifica è stata proposta da tutta l’opposizione ed è passata con 19 voti favorevoli, compreso quello del franco tiratore del Pd, Paolo Veardo; contrari i restanti 16 consiglieri di maggioranza, sindaco compreso, e i due rappresentanti di Federazione della sinistra.

    Bilancio 2016 e giunta in crisi: i numeri che mancano

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2E dire che, poco prima del voto, lo stesso assessore Miceli aveva illustrato all’aula i conti previsionali per il 2016, in cui è necessario affrontare minori trasferimenti dallo Stato per altri 8 milioni di euro rispetto all’anno scorso.
    Dopo l’approvazione degli emendamenti, l’assessore molto scosso avrebbe pensato alle dimissioni. D’altronde, se il bilancio non trovasse l’equilibrio, sarebbe inevitabile l’arrivo di un commissario che, per prima cosa, alzerebbe tutte le aliquote e ridurrebbe tutte le agevolazioni per far quadrare i conti.
    In serata, però, lo stesso Miceli sembrava essere tornato a più miti consigli e volersi concentrare con gli uffici comunali per trovare una soluzione tecnica e politica possibile per salvare il bilancio. L’assessore ha però ricordato che «un emendamento che abbassa la tassazione sulle case signorili e rischia che venga intaccata la capacità di spesa per i servizi sociali e il trasporto pubblico è irresponsabile. Così si mette in discussione l’equilibrio di bilancio e si corre il rischio di togliere finanze ai cittadini più bisognosi».

    Per “metterci una pezza”, una strada potrebbe essere quella di portare in aula una nuova delibera che ripristini la situazione precedente all’approvazione degli emendamenti. Ma, al di là della fattibilità tecnica, Doria e assessori dovrebbero trovare i voti per far approvare dal Consiglio comunale una decisione in tal senso.

    A conti fatti, la maggioranza è ormai una minoranza. Sulla carta, compreso il proprio, i voti su cui il sindaco può contare sono solo 17 su 41, ovvero gli 8 consiglieri del Pd rimasti all’interno del gruppo e gli 8 di Rete a Sinistra (6 Lista Doria, 1 a testa Sel e Possibile). L’ago della bilancia, come ormai d’abitudine in Sala Rossa, è rappresentato dai 3 consiglieri di Percorso comune (Caratozzolo, Vassallo e Gozzi), gli ultimi ad aver abbandonato il Partito democratico, e dai 3 consiglieri del gruppo Misto ex Idv (Anzalone, De Benedictis e Mazzei). Poi, ci sarebbero anche i 2 rappresentati dell’Udc (Gioia e Repetto) che, pur essendo formalmente all’opposizione, in passato hanno spesso rappresentato un’importante ciambella di salvataggio per Doria; ma questo accadeva soprattutto prima che il centrodestra si insediasse in Regione con Giovanni Toti.

    Il bilancio previsionale 2016: da “lacrime e sangue” a “resistenza alla resa”

    tagli trasferimenti governo bilancio comune genovaIntanto, i documenti che riguardano il bilancio verranno esaminati da tutte le commissioni competenti a partire da lunedì prossimo. A differenza dello scorso anno, quello del 2016 non sarà più un bilancio in due tempi perché, almeno fino agli emendamenti dell’opposizioni, le entrate prevedibili erano pressoché certe. Se negli anni passati il bilancio preventivo del Comune di Genova era stato definito “drammatico” o di “lacrime e sangue”, per il 2016 l’assessore Francesco Miceli, presentandolo alla stampa, lo aveva sintetizzato come «di resistenza alla resa».

    «Questo è il quinto bilancio della nostra amministrazione – ricorda il sindaco Doria, il cui mandato era iniziato proprio con la gestione dei conti previsionali per il 2012 – in cui il Comune è in grado di presentare conti puliti, corretti, rispettando indicazioni e condizionamenti che la politica economica del governo ha dato ai Comuni italiani. Non abbiamo mi sforato il patto di stabilità, abbiamo progressivamente ridotto l’indebitamento Comune di Genova proseguendo il percorso già iniziato nel precedente ciclo amministrativo, dando un contributo notevolissimo a tenere in ordine i conti di un Paese a rischio di tracollo finanziario e che ha accollato ai Comuni i maggiori oneri per tenere in piedi il sistema della finanza pubblica».

    Come riportato dall’agenzia Dire, a livello complessivo, l’equilibrio si attesta attorno 1,668 miliardi di euro, che ne fanno il sesto bilancio comunale in Italia. La parte corrente, invece, si ferma a poco meno di 816 milioni di euro, con una contrazione di circa 12 milioni rispetto al bilancio preventivo del 2015. Le minori risorse sono dovute sostanzialmente a ulteriori tagli arrivati dal governo centrale per complessivi 7,75 milioni, compreso circa 1 milione di differenza da un mancato completo risarcimento degli introiti dall’eliminazione della tassazione sulla prima casa (circa 72 milioni nel complesso).

     «Dal 2011 a oggi – ha spiegato l’assessore Miceli – abbiamo ricevuto tagli complessivi per quasi 165 milioni di euro. Basti pensare che partecipiamo al Fondo di solidarietà comunale per 78 milioni ma ce ne tornano solamente 59».

    Non va dimenticato però che, l’anno prossimo, a Genova si andrà a votare per il rinnovo dell’amministrazione. Ecco, allora, che il sindaco Marco Doria la settimana scorsa annunciava che «spenderemo tutto quello che saremo in grado di poter spendere, nei limiti della sostenibilità di bilancio, senza aumentare il debito pubblico ma neppure senza premere sull’acceleratore per la sua riduzione». Tradotto, ci potranno essere nuovi investimenti, soprattutto sul capitolo manutenzioni, benché la possibilità dell’amministrazione di contrarre debiti sia limitata: «Non esiste più il patto di stabilità – spiega l’assessore Miceli – ma il bilancio del Comune deve stare comunque in equilibrio e dobbiamo sottostare ad altri vincoli come quello di indebitamento massimo di circa 70 milioni e adesso siamo attorno ai 56 milioni. E va considerato che una quota va sempre tenuta per eventuali somme urgenze». Le previsioni comunque parlano di un debito complessivo che scenderà sotto il muro di 1,2 miliardi di euro, con una contrazione di oltre 200 milioni nel giro di 12 anni. «E’ una cifra che va considerata non solo in valore assoluto – chiosa Miceli – ma per il suo valore anticicliclo. Mentre lo Stato aumenta il debito, gli enti locali pesano sulla spesa pubblica nazionale solo per 6-8% e il debito rappresenta solo 2% di quello complessivo».

    Per quanto riguarda gli investimenti, invece, nel complesso il Comune ha previsto per il 2016 circa 172 milioni di euro, tutti frutto di finanziamenti interni, tra tasse, avanzi di bilancio precedenti, indebitamenti e altre entrate.
    A proposito di entrate, la voce principale è naturalmente rappresentata dalle tasse pagate dai cittadini che contribuiscono per oltre 402 milioni, pari al 49,36% del gettito complessivo. Le direzioni comunali, invece, potranno spendere 82,7 milioni almeno finché non interverranno variazioni di bilancio. Il totale è di circa 7 milioni inferiore allo scorso anno.

    Prima dell’approvazione degli emendamenti sulle aliquote Imu-Tasi i tagli avrebbero inciso solo in minima parte sul sociale (900 mila euro in meno rispetto all’anno scorso) e sulle scuole (20 mila euro in meno). Rispetto al bilancio preventivo dell’anno scorso, nessun taglio dei contributi era previsto per Amt, anche se la cifra (86,8 milioni di cui 29,1 di contributo diretto del Comune) è inferiore di 2,4 milioni rispetto alla partita scritta nel bilancio consuntivo 2015 ma l’assessore Miceli aveva assicurato che nel corso dell’anno sarebbe stata garantita la continuità aziendale.
    A livello consolidato, sommando le capacità di spesa corrente e in conto capitale, e quindi anche il costo del personale, il settore in cui Palazzo Tursi spende di più è proprio quello relativo a trasporti, manutenzioni e mobilità (185 milioni in conto capitale, 137 milioni in parte corrente); segue lo sviluppo sostenibile e la tutela del territorio (36 milioni in conto capitale, 143 milioni di parte corrente), il cui dato è tuttavia inficiato dalla tariffa dei rifiuti. Al terzo posto le politiche sociali (17 milioni in conto capitale, 77 milioni in parte corrente).

    Ma il sindaco ricorda che «i bilanci vanno letti sia come preventivo che come consuntivo. le cifre che vengono spese sono da vedersi soprattutto a fine anno. Lo dico perché in quattro anni, tutte le volte, siamo stati costretti ad approvare un bilancio previsionale ad anno abbondantemente iniziato e poi operare in corso d’opera variazioni anche significative che ci consentivano di realizzare le nostre politiche. Questo perché, in anni di tagli, l’impegno dell’amministrazione comunale è sempre stato quello di garantire una spesa per i servizi sociali che non venisse falcidiata, massacrata perché la riteniamo politicamente qualificante».