Anno: 2016

  • Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    IMG_3542La nostra esperienza di affido familiare è iniziata con un pizzico di spavalderia e parecchia improvvisazione. Siamo in quattro in famiglia, abbiamo due ragazzi ormai grandi: una volta, parlando dell’argomento a tavola, ci siamo detti che avremmo, perché no, potuto farcela, eccome.
    Ho continuato a pensarci su e alla fine ho deciso di provarci: andando in Comune e consegnando la domanda, sono scattate tutte le incombenze burocratiche necessarie; ho dato la disponibilità per l’accoglienza in casa. A questo punto eravamo coinvolti tutti e quattro: abbiamo sostenuto dei colloqui psicologici, noi adulti prima singolarmente poi come coppia, e i ragazzi sia da soli, sia assieme a noi.
    Una volta superati i colloqui, ci sono stati gli incontri a domicilio: gli assistenti sociali, visitando l’abitazione, hanno visto che non avevamo ancora una cameretta pronta per il nuovo arrivato. Fermi tutti, come mai non avete previsto una camera? Semplice, credevamo di essere noi l’offerta, non la cameretta. Ci guardano colpiti e…«ok, un bambino arriverà da voi, siete idonei».

    Felicità, stupore, ansia: sono passati solo 5 mesi dalla domanda e ci comunicano che il bimbo è già stato individuato. Ha qualche problema e ci convocano nell’ufficio competente per darci le istruzioni del caso. In quel momento ci invitano a ripensarci, a prenderci del tempo se ne abbiamo bisogno, ma noi siamo ormai decisi e ansiosi di averlo con noi.

    Quando ci avvisano della data in cui lo avremmo conosciuto, ci comunicano anche che verrà direttamente a vivere con noi senza passare dalla Casa Famiglia e per questo siamo felici. Non sappiamo però nulla se non l’età, approssimativamente, nessuna foto, niente. Prepariamo un corredino di varie taglie, pappe ciucciotti e biberon, prendiamo tutti vacanza per essere presenti in questa giornata fatidica.
    Non dimenticheremo mai il momento in cui hanno suonato alla porta ed è entrato l’educatore con lui in braccio: piccino, piccino, silenzioso e tranquillo, tutto “mangiare e dormire”. Solo più tardi mi avrebbero spiegato che i bambini provenienti da storie di disagio, non reagiscono al distacco con pianti e urla, ma imparano a stare in silenzio.

    Oggi, i suoi problemi di salute ci impegnano molto, ma vediamo anche dei rapidi progressi: i primi passi, le prime parole, gli abbracci infiniti, che non sono scontati come quelli dei figli biologici, ma conquiste da meritarsi giorno dopo giorno.
    Sono passati ormai cinque anni da quel giorno, che sembra ieri e un secolo fa nello stesso momento; cinque anni, fatti di passeggini, biciclette, braccioli e piscina, pappe asilo e cartoni animati. Sia io che mio marito ci siamo tuffati nuovamente in questo mondo che pensavamo superato e, anche se a volte faticosamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato di poterci risparmiare in qualche modo. I nostri figli più grandi hanno messo in campo un entusiasmo e una partecipazione che, lo ammetto, neanche io avrei creduto.

    Una volta al mese ci incontriamo con l’educatore, nello spazio famiglia, con i suoi genitori. Noi non ne siamo gelosi, non abbiamo nessun timore e il bambino percepisce questa tranquillità, non gli diamo “istruzioni” su che cosa dire o fare, né interrogatori su quello che è stato fatto o detto. Dopo qualche mese che il piccolo era con noi abbiamo anche conosciuto la nonna, una bella signora, molto gentile e dignitosa, ovviamente ferita da quello che era successo nella vita del bambino, ma sempre gentile ed estremamente disponibile con noi. Tuttora ha un bel rapporto con il nipote, si vogliono bene, si vedono e si sentono spesso, lei ha sempre cercato di colmare il vuoto affettivo che il bimbo ha provato; ricordo quando mi chiese se sentirmi chiamare mamma da lui mi emozionava, le risposi che io mi sento la sua mamma e ciò mi sembra normale.

    Ci siamo commossi molto la prima volta che, arrivando sotto casa, ha detto «finalmente a casa mia!», e quando all’asilo ha preparato il regalino di Natale per i suoi genitori, pensavo lo portasse all’incontro nello spazio famiglia e, invece, lo ha portato in casa nostra e ha detto «questo l’ho fatto per voi!».

    Quando abbiamo annunciato a parenti e amici che saremmo diventati nuovamente genitori, tutti hanno reagito ricordandoci l’età non proprio giovanissima, il rischio insito nel mettersi in gioco nuovamente e il dolore che ci avrebbe causato il rientro del bambino in famiglia. Oggi, invece, con l’affetto così palese che viceversa intercorre tra noi, più nessuno si mette a discutere sull’opportunità di quello che è stato, e quando ci viene prospettata la possibilità che il bambino un domani ci lasci per tornare dai genitori, rispondiamo sempre dicendo che anche lui, come tutti i figli, percorrerà la sua vita, perché l’amore è un legame ma non una catena. Il fatto di averlo aiutato a crescere, ad andare avanti con le sue gambe sarà stato, proprio come con i figli biologici, un grande successo.

    In questi giorni di grandi polemiche sulle adozioni, personalmente penso che si dovrebbe spingere di più sugli affidi: nessun figlio, neanche quello adottato, diventa nostro e a diciotto anni andrà dove la sua storia lo porterà. Stiamo comunque parlando di bambini con vissuti difficili, che, altrimenti sarebbero con la propria famiglia, per cui in realtà il ritorno a casa è spesso improbabile, talvolta escluso.
    La burocrazia degli affidi, molto più semplice e rapida rispetto all’adozione, la sua accuratezza e l’assistenza post affido, rendono questo istituto uno strumento molto valido e tempestivo, che può intervenire prima che i minori abbiano subito danni importanti.

    Noi possiamo solo dire di essere felici di aver fatto questa scelta, non tanto o non solo per quello che abbiamo potuto fare per lui, ma per quello che lui, senza saperlo, ogni giorno ci regala.

    Elisabetta, casalinga genovese, 48 anni, mamma di 3 figli
    *la storia di Elisabetta è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Foto adozione internazionaleSono una ragazza single e, quasi sempre, penso che mi va benissimo così. L’idea, però, che per motivi di età, ad un certo punto, dovrò rinunciare al desiderio di avere un figlio, non è piacevole. Durante una serata in cui con le amiche ci si lamentava delle sempre più scarse probabilità di diventare mamme, una di loro mi parlò di una signora, ligure, mamma di 5 figli, tutti adottati o in affido; una figura che mi colpì molto e che decisi di conoscere.
    Incontrandola ho scoperto una persona molto speciale, per la quale non esistono rinunce ma scelte, e che mi ha parlato di tanti modi diversi di essere madre, incoraggiandomi ad iscrivermi ai seminari che periodicamente vengono organizzati per spiegare, sotto i vari aspetti, l’istituto dell’affido.

    Partecipando a questa serie di incontri, ho conosciuto casi concreti di persone affidatarie, e avuto informazioni e notizie di cui ero completamente all’oscuro. Ho imparato, ad esempio, che esiste l’affido near limitato al tempo in cui ci si prende cura di un minore in stato di abbandono mentre i servizi sociali completano le formalità per renderlo adottabile. C’è l’affido omoculturale quando una famiglia straniera, con figli che non riescono ad integrarsi, viene affidata ad altra famiglia culturalmente omogenea ma già inserita nel nostro contesto. L’affido può essere “d’appoggio” , in aiuto a un minore che ha almeno un genitore e una casa, oppure residenziale, quando il bambino entra per un periodo anche molto lungo in una famiglia; quest’ultima tipologia è concessa a nuclei in cui preferibilmente ci siano già dei figli naturali.
    Va detto, comunque, che lo strumento dell’affido è molto elastico, può essere adattato alle varie situazioni che via via si presentano, sempre ovviamente con l’obiettivo di tutelare il minore, mentre l’adozione è un istituto molto più rigido, definito e circoscritto nei tempi e nelle formalità.

    Passato qualche mese, sono andata in vacanza, senza pensare molto a questa possibile scelta e sarebbe forse rimasto tutto così se non avessi ricevuto una chiamata dai servizi sociali del Comune: avevano capito che ero interessata, non ero in lista ma sembravo adatta per dare il mio aiuto a una situazione di difficoltà che si era venuta a creare. Davvero non volevo saperne di più? Mi hanno spiegato che, con l’aiuto della mia famiglia, avrei potuto partecipare ad un affido “di appoggio”: sarebbe arrivato un minore, la cui situazione del momento richiedeva un sostegno, anche pratico, abitativo, ma forse limitato nel tempo.
    Senza rifletterci troppo sopra, lo devo ammettere, mi sono buttata in questa avventura che mi ha cambiato profondamente la vita; mi sono sottoposta ai controlli, colloqui e visite domiciliari (anche i “nonni”, i miei genitori, sono stati ovviamente coinvolti) e alla fine è arrivata questa bimba con la sua mamma. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro: la mamma seduta sulla scalinata di San Lorenzo con la testolina di lei, della “mia” bimba allora piccolissima, che faceva capolino dietro la sua spalla. E’ stato amore a prima vista.

    Il mio è un affido consensuale, ottenuto cioè con il consenso del papà e della mamma, in questo caso non si passa attraverso il Tribunale perché c’è appunto questa doppia approvazione. Inizialmente, la mia disponibilità era di due weekend al mese, per aiutare la madre quando lavora nel fine settimana, ma ora ,dopo due anni, i rapporti sono molto più semplici, le diamo una mano ogni volta che serve: ora per esempio sono 10 giorni che la bimba è da me perché la madre aveva problemi. Siamo come due nuclei familiari fusi in uno solo: passiamo le feste assieme, guardiamo le partite in tv e ci organizziamo insieme per le vacanze. Le differenze culturali ci sono, a volte bisogna stare attenti a non urtare sensibilità che a noi sono estranee ma, con l’affetto e la voglia di stare insieme, le differenze si riescono sempre a superare.
    Ci sono stati anche momenti difficili: inutile negare che, a volte, mi sono trovata in mezzo a questioni che forse non mi competevano strettamente, ma ho cercato di affrontarle con i mezzi che avevo a disposizione, sempre con l’obiettivo di proteggere la bambina. Qualche volta certamente mi sono esposta troppo, ho rischiato ma per fortuna è andata bene; ho imparato a non sottovalutare le differenze di formazione e di cultura perché mi sono resa conto che il negarle ne evidenzia la profondità. Certo, a volte il pensiero che la mamma potrebbe tornare nel suo paese con la bimba (che non sarà cittadina italiana fino ai 18 anni, perché da noi vale lo ius sanguinis e non lo ius soli) mi procura un’ansia che però devo controllare, sapendo che si tratta di una persona che in ogni caso mette in primo piano il bene della figlia.

    La mia vita è cambiata molto ed ora è molto più impegnativa ma più ricca. Vedere la bambina che cresce bene, la sua mamma che è serena perché sa di poter contare anche sul nostro appoggio e tutto il surplus di affetto che questa situazione nuova ha creato è il miglior regalo che potevo farmi.


    Francesca, funzionario pubblico, 39 anni, single
    *la storia di Francesca è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    La fontana di Piazza De Ferrari blu per la giornata dell'autismoNel 2007 l’assemblea delle Nazioni Unite decretava che il 2 aprile di ogni anno si sarebbe celebrata la “Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema e promuovere le politiche necessarie per superare le innumerevoli problematiche che ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo devono affrontare.
    Milioni, esattamente. Recenti studi, infatti, stimano che un bambino ogni 100, in media, nasce all’interno del cosiddetto “Spettro Autistico”. Dobbiamo subito fare chiarezza, per chi non fosse avvezzo all’argomento: quando si parla di autismo, non si parla di una “malattia”, bensì di un disturbo neuro-psichiatrico che interessa lo sviluppo delle funzioni cerebrali. Non ci si ammala di autismo e, quindi, non si guarisce. Questa condizione presenta una tale varietà di sintomatologie, che rende difficile fornire una definizione clinica coerente e generalizzabile. Da qui la necessità di introdurre la locuzione più corretta di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA), che comprende un’ampia gamma di patologie e sindromi, aventi come denominatore comune caratteristiche comportamentali tipiche: problematiche legate al linguaggio e al suo sviluppo, isolamento sociale, azioni e comportamenti stereotipati e fuori contesto, comportamenti ossessivi. Il tutto declinato in diverse misure e livelli: ogni persona autistica è una combinazione unica, con il suo mix di queste caratteristiche.
    L’aumento del tasso di incidenza registrato negli ultimi anni è legato all’aggiornamento delle diagnosi che sono diventate maggiormente precoci ma al momento non trovano riscontro nel supporto di una struttura sociale adeguata, e adeguatamente informata, che possa seguire e valorizzare questo percorso. Il senso di questa giornata risiede anche qui: portare avanti il discorso, allargarlo, sensibilizzando persone, enti e istituzioni, al fine di creare quella rete diffusa che sappia accogliere, potenziare e includere una parte così grande della popolazione.

    Diverse le iniziative a Genova, organizzate da Angsa Liguria (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e dal Gruppo Asperger Liguria, assieme a Comune di Genova e Università degli Studi, e con il patrocinio di Regione Liguria. Il convegno dal titolo “Autismi e integrazione scolastica: formazione, buone pratiche e prospettive verso un protocollo di intesa” è l’occasione per fare il punto sulla situazione nelle scuole della regione: proprio nelle classi, infatti, l’integrazione e la socialità dei ragazzi può essere messa a dura prova da pregiudizi e mancanza di preparazione specifica del corpo docenti: «Le buone pratiche – ci spiega Maria Teresa Borra, presidente di Gruppo Asperger Liguria – sono per prima cosa la formazione specifica degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, ma non solo: consapevolezza da parte delle famiglie, che devono essere informate e formate sul problema per poter garantire la continuità dell’intervento una volta fuori dalle aule». Il percorso riabilitativo, infatti, deve essere condiviso da una rete di soggetti (scuola, famiglia, operatori) che permettano al ragazzo autistico di portare aventi il suo percorso verso le autonomie in maniera costante, senza fare passi indietro. «Il ministero ha attivato per il 2016 il primo ciclo di formazione specifica degli insegnanti – continua Borra – mentre già da anni associazioni come la nostra portano avanti percorsi simili per le famiglie perché è fondamentale fin dalla prima diagnosi sapere su cosa lavorare e come».

    Una volta terminati gli studi, quando il bambino autistico diventa adulto, che cosa succede? «Iniziano altri problemi – ci spiega Anna Milvio, presidente di Angsa Liguria – perché non esistono percorsi strutturati che possano continuare il lavoro fatto e spesso i nostri ragazzi rimangono a casa o “parcheggiati” in qualche struttura». In questo modo, quanto fatto faticosamente negli anni precedenti rischia di andare perduto: «Il percorso deve ricevere una costante “manutenzione” – sottolinea Milvio – altrimenti il rischio è quello di tornare indietro, irrimediabilmente».

    Il primo passo che le istituzioni potrebbero fare è quello di misurare il problema. Ad oggi, infatti, in Italia, non esiste uno studio numerico del fenomeno: si procede a stime su statistiche calcolate su base mondiale (seguendo le quali si potrebbe ipotizzare per la Liguria circa 6000 soggetti, con o senza diagnosi). Un metodo sicuramente non adeguato alla tipologia fenomenologica dei DSA, per la loro variabilità, la loro complessità e l’unicità di ogni singolo caso. Per questo motivo la notizia, datata dicembre 2015, dell’attivazione da parte di Regione Liguria del “Tavolo sull’Autismo” è stata ben accolta dalle associazioni di settore. Un primo passo, che non deve rimanere l’unico. «Anche nel programma elettorale di Hilary Clinton esiste un progetto molto dettagliato per l’autismo – segnala Anna Milvio – e noi oggi vogliamo rinnovare il percorso insieme alle istituzioni, alle scuole, all’università e agli operatori di settore: se oggi è un costo, l’efficienza di domani sarà comunque un risparmio per tutta la società».

    Oltre al convegno, sono tanti gli appuntamenti oggi in città: la mostra fotografica, allestita nei locali di Palazzo Ducale (fino al 3 aprile) e i concerti in piazza De Ferrari. «Questa giornata è una festa per noi e per tutti – precisa Maria Teresa Borra – la cui base deve essere l’integrazione e il supermento dei pregiudizi. In questi giorni gira in televisione e in rete uno spot che pubblicizza questa ricorrenza utilizzando l’immagine di un bambino dentro una bolla, su un pianeta solitario. L’animazione si risolve, in apparenza positivamente, con il bambino non più solo ma insieme a una figura materna, seduti di spalle, però ancora su quel pianeta isolato: ecco, questo è il contrario di quello che vorremmo, perché le famiglie devono poter essere integrate nella società, senza rimanere isolate dal mondo. Questo è il livello di pregiudizio e informazione contro cui stiamo lottando».

    Non è un caso, quindi, se per simboleggiare questa giornata sia stato scelto il blu (lo stesso blu che ha colorato, infatti, la fontana in piazza De Ferrari): fin dai tempi antichi questo è il colore dell’introspezione e dell’infinito ma anche della sicurezza e della conoscenza. E, se alziamo lo sguardo, capiamo che il blu è anche il colore del cielo, sotto il quale noi tutti, insieme, viviamo.

    Nicola Giordanella

  • Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    immagine-adozioni-bambinoDare una dimensione numerica ad adozioni e affidi a Genova non è facile. Le richieste per l’adozione di minori stranieri sono in diminuzione, le famiglie disponibili ad adottare rimangono tante mentre i minori dichiarati adottabili sono pochi. I dati che ci arrivano dalla Regione dicono che i minori che hanno trovato una famiglia a Genova nel 2015 sono 44, 11 italiani e 33 stranieri. Ci rendiamo conto che un unico dato, peraltro non confrontabile con gli anni precedenti, di certo non aiuta a chiarire la reale situazione di affidi e adozioni nella città. Ma le informazioni fin qui fornite da Asl 3, ente di riferimento sul tema, sono piuttosto carenti a riguardo.

    Il percorso che porta all’adozione è lungo e inizia un anno, per finire, nel caso di procedimenti “veloci”, dopo quasi due; tre sono gli anni minimi per le adozioni internazionali. Le indagini che portano a sentenza di adottabilità e quelle che riguardano le famiglie che hanno fatto domanda di adozione, invece, richiedono alcuni mesi mentre l’affido pre-adottivo dura almeno un anno prima di diventare adozione. Ecco perché è impossibile considerare realmente rappresentativi i dati annuali di adozioni e affidi.

    I numeri genovesi, quando abbiamo iniziato questa inchiesta, pareva fossero disponibili: come detto, è la Struttura Semplice Tutela Affido e Adozioni dell’Asl 3 genovese ad occuparsi della questione e ad avere, di conseguenza, i dati più aggiornati. Il servizio prende in carico il procedimento e segue minori e coppie nel percorso adottivo dal momento in cui il minore è dichiarato adottabile. Le stesse informazioni, però, sono diventate “misteriosamente” indisponibili in corso d’opera per “colpa” di un trasferimento di sede e di un’inaugurazione imminente (che onestamente non capiamo come possa avere direttamente a che fare con la reperibilità dei numeri) del servizio dell’ente. Ci ripromettiamo di tornare sui dati (e su questo pezzo), appena gli stessi saranno nuovamente disponibili.

    Adozioni e affidi Tribunale Minori GenovaProviamo a raccontare comunque, con i numeri del Tribunale per i minorenni di Genova, quale sia la situazione regionale, o meglio ligure e in piccola parte toscana visto che il territorio di competenza del Tribunale genovese comprende le provincie di Genova, Imperia, Savona, La Spezia e Massa.

    Le domande di adozione, nel 2014, sono state 492; le adozioni perfezionate di minori italiani sono state 35, mentre arrivano a 88 quelle di ragazzi stranieri. In 24 casi, i minori sono stati adottati dal coniuge; 4 famiglie hanno accolto minori stranieri per un affido finalizzato all’adozione, mentre risultano 30 le famiglie che hanno in affido un minore nato in Italia. I minori dichiarati adottabili, con genitori noti, sono in maggioranza rispetto a quelli senza genitori: 24 nel primo caso, 5 nel secondo.

    Percorrendo i dati che il Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della Giustizia mette a disposizione, negli ultimi 4 anni si è registrata una diminuzione delle domande da parte delle famiglie alla disponibilità ad adottare, scendendo dalle 641 del 2010 alle 492 del 2014, mentre sono più costanti i dati degli affidi, che rimangono fra i 30 e 40 nei 4 anni presi a riferimento. Le adozioni, infine, si aggirano fra i 200 e i 170 circa per lo stesso periodo.

    Ci sono, poi, i numeri dell’affido familiare (affido temporaneo di un minore presso una famiglia, finalizzato al reinserimento nella famiglia di origine una volta superate le criticità): il Comune ogni anno si occupa in media di 300 affidi temporanei di minori che riguardano casi particolarmente problematici di orfani o bambini con genitori alle prese con difficoltà non estemporanee, tra cui la tossicodipendenza, e che sono destinati a diventare successivamente adottati a tutti gli effetti.


    Claudia Dani

  • Foto e nuova proposta di legge, Genova festeggia i 120 della Camera del lavoro metropolitana

    Foto e nuova proposta di legge, Genova festeggia i 120 della Camera del lavoro metropolitana

    camera-lavoro-120-anniUn’ode fotografica al lavoro, attraverso gli scatti in bianco e nero di Uliano Lucas che, a distanza di 20 anni da una prima raccolta, rientra nei luoghi della fatica genovese nei quali, secondo lo stesso autore, «ormai è difficilissimo entrare». E l’apertura ufficiale, il 9 aprile, della raccolta firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare che riformi lo Statuto dei lavoratori. Iniziano così le celebrazioni per i 120 anni della Camera del lavoro metropolitana di Genova, nata ufficialmente il 31 maggio 1896, presentate questa mattina a Palazzo Ducale a Genova.

    Come riporta l’agenzia Dire, gli eventi celebrativi cominceranno nelle sere di venerdì 1 e sabato 2 aprile con la facciata di Palazzo Ducale che dà su piazza Matteotti che si trasformerà in un maxischermo su cui verranno proiettati in anteprima gli scatti di Lucas, con la colonna sonora realizzata dall’orchestra del Teatro Carlo Felice. Le stesse immagini, raccolte nel volume Il tempo dei lavori, saranno poi presentate ufficialmente mercoledì 6 aprile alle 16.30 nel corso di un incontro dal titolo Il sindacato davanti alla modernità a cui, tra gli altri, prenderanno parte il sindaco di Genova, Marco Doria, e il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. Un secondo libro verrà presentato martedì 31 maggio alle 16.30 alla Commenda di Prè dedicato a Il naufragio del vapore Sirio. Una tragedia mediterranea dell’emigrazione italiana. Infine, giovedì 30 giugno alle 17 a Palazzo Ducale, nel giorno del 56° anniversario dello sciopero generale cittadino proclamato contro il congresso nazionale dell’Msi a Genova e il sostegno fascista al governo Tambroni, verrà presentato il terzo volume della storia della Camera del Lavoro cittadina che ricostruisce il periodo proprio dal 30 giugno 1960 al 24 gennaio 1979, giorno dell’assassinio di Guido Rossa da parte delle Brigate Rosse. Anche in questa occasione sono previste le partecipazioni del sindaco Marco Doria e del segretario della Cgil, Susanna Camusso.

    La scelta di ripubblicare e aggiornare un’opera fotografica dedicata al lavoro arriva in un momento particolarmente significativo, secondo lo storico e presidente della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, Luca Borzani, «un momento in cui il mondo del lavoro è segnato da una sorta di invisibilità sociale». Per Borzani «noi non abbiamo più immagini di lavoro ma di produzione che sembra dematerializzata: sembra non esistere più il rapporto tra corpo e lavoro». Ecco allora i motivi del sostegno di Palazzo Ducale alle celebrazioni del sindacato«I 120 anni fanno della Camera del lavoro l’associazione democratica con impianto di massa, più antica e più storica della città – spiega ancora il presidente – e sono molto felice della scelta del sindacato di non realizzare una serie di eventi legati alla classica retorica commemorativa. Certo, si parte dalla storia, ma si cerca di fare in modo che non sia qualcosa di antiquariale». D’altronde, secondo lo storico, se «il sindacato nasce come risposta a una fase in cui si definivano gli orizzonti della prima modernità, quella della rivoluzione industriale» oggi ci si trova di fronte a «una nuova modernità che non è più accompagnata dal tema del progresso, anzi spesso vuol dire arretramento sociale, crisi della cittadinanza e della democrazia».

    Così le fotografie di Uliano Lucas, realizzate appositamente per l’occasione nei luoghi più o meno noti del lavoro genovese, solleveranno discussioni «strettamente collegate al presente e non solo rivolte agli iscritti al sindacato ma centrali per la citta” e da condividere con tutti». E la grande sfida delle immagini, secondo Borzani, sarà quella di misurarsi con una doppia invisibilità«quella degli stranieri che lavorano all”interno di un mondo e di un’immagine di lavoro che sono diventati essi stessi invisibili». Passato e presente, dunque, strettamente connessi, come ricorda anche Ivano Bosco, segretario generale della Camera del lavoro metropolitana di Genova: «A noi rievocare il passato serve per capire che cosa è successo, rievocare la memoria e dare slancio al futuro. Ci dobbiamo misurare con la modernitàcogliere i cambiamenti e non arrenderci all’assenza dei diritti, del diritto al lavoro e dei diritti all’interno del mondo del lavoro». Ecco perché la celebrazione dei 120 anni sarà l’occasione per iniziare a raccogliere le firme per presentare un disegno di legge che riscriva lo Statuto dei lavoratori. «In questi mesi – spiega il sindacato – la Camera del lavoro metropolitana ha chiamato il propri iscritti a esprimere un parere sulla Carta universale dei diritti del lavoro: le assemblee sono state 681 e hanno coinvolto 24.326 iscritti che al 95% si sono espressi favorevolmente alla carta». Così, la nuova proposta di legge vuole rimettere al centro dell’agenda politica del Paese il valore del lavoro, la sua unificazione, la sua dignità, i diritti che devono accompagnarlo: in una parola, la cultura che il lavoro porta con sé. Una cultura che Bosco sottolinea essere sempre stata al centro della missione del sindacato: «Se in questi 120 anni sono sono nati e finiti partiti e altre forme di associazionismo ma noi resistiamo, forse vuole anche dire che abbiamo sempre tenuto ben presente il nostro scopo, ovvero la salvaguardia dei diritti del lavoro coniugati con valori imprescindibili come pace, solidarietà e uguaglianza. Se siamo ancora qui nonostante gli errori, vuol direi che i lavoratori ci riconoscono quantomeno che la faccia ce la mettiamo».

  • Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    AdozioniIl decreto legge Cirinnà, apparentemente, non ha fatto felice nessuno, perlomeno nessuno che non si accontentasse. Un suo merito, però, è stato quello di riaprire il dibattito sulla situazione generale delle adozioni in Italia. La questione, infatti, è decisamente complessa e non è semplice fare chiarezza, vista anche la scarsità di dati aggiornati e dettagliati e la loro non omogeneità. Cercheremo di farlo rispondendo alle domande che noi per primi ci siamo posti, grazie anche al prezioso aiuto della professoressa Gilda Ferrando, ordinaria di Diritto di Famiglia all’Università di Genova, autrice di diversi libri sulla materia, la cui collaborazione è stata molto preziosa per tentare di ricostruire un quadro più completo possibile.

    L’evoluzione delle norme sull’adozione e il diritto del bambino alla propria famiglia

    Partiamo dalla norma. Così recita l’articolo 1 comma 1 della vigente legge n. 184/1983: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. La legge n. 149/2001 ha in parte modificato il testo, introducendo un capitolo specifico sul “Diritto del minore ad una famiglia”.

    Capire e conoscere l’evoluzione dell’istituto “adozione” è importante per pesare le parole che sono state spese da molti per dire che il bambino deve stare al centro del dibattito sulle adozioni. L’argomento è tornato all’attenzione di tutti con gli scontri sulla stepchild adoption (o, in italiano, adozione del configlio) proposta dal ddl Cirinnà sulle unioni civili, poi stralciata. Solo dal 1967, infatti, il bambino viene considerato un soggetto di diritti con la legge che introduce l’adozione speciale. Questa, nello specifico così chiamata per distinguerla dall’adozione ordinaria a cui si ricorreva per una questione di successione ereditaria del patrimonio e del cognome – vuole dare al minore il diritto a una famiglia.

    Con la legge del 1983 si scinde nettamente l’adozione del maggiorenne dall’adozione del minore. Si introduce anche l’affidamento familiare, visto come uno strumento di sostegno per la famiglia d’origine. Questo dovrebbe idealmente arrivare dopo altre forme di sostegno, per esempio quello economico (art. 2). È una premessa di cui tenere conto quando si considerano le difficoltà che riscontrano le coppie che sono in lista d’attesa per l’adozione.

    L’affidamento, la strada per l’adozione e i “casi particolari”

    Il presupposto per l’intero processo di adozione è che il bambino sia in uno “stato di abbandono morale e materiale”. Prima di decidere che la natura dell’abbandono sia definitiva, lo Stato, tramite gli enti locali come i servizi sociali, deve assistere la famiglia di origine nell’interesse del bambino: in un mondo ideale la povertà non dovrebbe essere una discriminante per condurre una vita degna con la propria famiglia.

    Mentre l’adozione è intesa a dare una nuova famiglia, in maniera irreversibile, a un bambino in stato di abbandono, l’affidamento è inteso come un supporto temporaneo al bambino e alla famiglia di origine, a cui dovrebbe fare ritorno. La distinzione mira a tutelare ancora una volta il diritto del minore “alla propria famiglia”.
    Ma chi può prendere in affidamento un minore? Abbiamo due possibilità: una famiglia (preferibilmente con figli minori) o una persona singola in grado di assicurarne il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive. Da sottolineare anche che, giudicando esclusivamente l’interesse del minorenne, ci sono alcune sentenze che hanno concesso l’affidamento anche a coppie omosessuali. Nei casi in cui l’affido familiare non sembra possibile, inoltre, il minore può essere affidato a una comunità.

    Quando i problemi della famiglia d’origine sono considerati non risolvibili, cioè quando si è concretizzato lo stato di abbandono morale e materiale, il minore viene dichiarato adottabile. Anche in questo caso, le strade da percorrere possono essere due. L’interpretazione più rigida della legge porta a cercare una coppia di coniugi disponibili all’adozione e compatibili con quel bambino, per poi procedere all’affidamento preadottivo, della durata di un anno con possibilità di proroga per altri 12 mesi e al cui termine si può procedere all’adozione vera e propria, in genere in una famiglia terza rispetto a quella naturale e quella affidataria. La seconda strada è quella dell’adozione in casi considerati particolari: se durante l’affidamento prolungato il minore è dichiarato adottabile e la famiglia affidataria chiede di adottarlo, il tribunale ne tiene conto, sempre nell’interesse del bambino e può concedere l’adozione senza interrompere il rapporto con la famiglia d’origine.

    Una riforma dell’affido familiare è stata fatta con la legge n. 173/2015 “Sul diritto delle bambine e dei bambini alla continuità delle relazioni affettive”. Rimane la valutazione del giudice caso per caso, a sottolineare che l’affidamento prolungato non determina a priori la scelta dell’adottante, ma l’interesse di quel bambino. La giurisprudenza racconta anche di alcuni casi in cui i giudici non hanno tenuto conto dell’affidamento familiare, per i quali l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo. La recente riforma ha introdotto l’obbligo di sentire gli affidatari nel procedimento di adozione, che devono comunque avere i requisiti per l’adozione piena o possono tentare di ricorrere all’adozione in casi particolari.

    Sono interessanti i dati del Rapporto del 2014 del Gruppo CRC (gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) sugli affidamenti in Italia: “Il 56,7% dei minorenni – si legge – è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari”. Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, cioè non richiesto dai genitori ma disposto dalla magistratura preposta; in testa la Liguria con il 94,8%. Il Rapporto lamenta invece la mancanza di dati sui tempi di permanenza in comunità. Lo strumento dell’affido, cioè l’allontanamento dalle famiglie d’origine, è concepito come ultima risorsa, preceduta da altri interventi.

    Adozioni nazionali: chi può adottare?

    Quando parliamo di adozioni, abbiamo un’ulteriore distinzione da fare, in base all’origine del minore. Per quanto riguardo quelle nazionali, possono adottare i coniugi (va da sé che per la legge debba essere una coppia sposata, dunque, per il nostro ordinamento, eterosessuale) che abbiano richiesto ed ottenuto il decreto di idoneità dal tribunale dei minori. I requisiti per presentare domanda di disponibilità all’adozione sono quelli di essere sposati da almeno 3 anni (può essere considerato anche un periodo di convivenza prima del matrimonio, se dimostrabile), di non essere separati, di poter provvedere economicamente al mantenimento del figlio, di avere una differenza di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 45 per uno e 55 per l’altro coniuge rispetto al bambino (requisiti che possono variare in presenza di un figlio minore e per chi intende adottare due o più fratelli).
    I requisiti per ottenere l’idoneità all’adozione sono valutati dai giudici analizzando la documentazione presentata e tramite colloqui con gli aspiranti genitori e relative indagini finalizzate ad accertare la loro capacità a mantenere, crescere ed educare il minore. Questi ultimi due passaggi sono affidati ai servizi sociali presenti nella zona di residenza dei coniugi che invieranno una relazione dettagliata al giudice. Qualora fossero considerati idonei all’adozione, si guarda tra i minorenni in stato di adottabilità quello adatto alla coppia e viceversa. Dopo un anno di affidamento preadottivo (ossia quell’affidamento inteso a concludersi con l’adozione vera e propria e non come periodo di passaggio per sostenere difficoltà temporanee della famiglia d’origine) e sentiti i diretti interessati, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione.

    Adozioni internazionali

    adozioni-internazionaliPer adozioni internazionali si intendono tutte quelle in cui il minore non sia cittadino italiano e ancora più genericamente quelle in cui adottante (la coppia di coniugi) e adottando (il minore) abbiano nazionalità diverse. Il caso più frequente e dibattuto è l’adozione da parte di italiani di un minore che risiede all’estero. La Convenzione dell’Aja, a cui la legge 183 si richiama nell’articolo 29, demarca le responsabilità dei due paesi eventualmente coinvolti nell’adozione. Al paese d’origine spetta decidere dell’adottabilità del bambino, mentre il paese di accoglienza decide dell’idoneità degli aspiranti genitori. Il raccordo è dato dalle autorità centrali e dagli enti autorizzati, che fungono da tramite per i due paesi.
    In Italia si svolge la prima fase con la dichiarazione di disponibilità all’adozione e l’idoneità. La seconda parte del lungo processo inizia nel paese d’origine del minorenne, con la sentenza di adozione disposta delle autorità, e si conclude con il trasferimento. Prima della sentenza di adozione si può ricorrere a un periodo di affidamento preadottivo, come nel caso dell’adozione nazionale. In Italia l’adozione piena prevede che non ci siano più contatti con la famiglia e deve esserci il consenso dei genitori naturali del minorenne, previa, ovviamente, omogeneità della giurisdizione in materia tra i due paesi.

    Un’altra possibilità sussiste quando una coppia o una persona singola residente all’estero abbia adottato un minore in questo paese. Una volta in Italia si presenta l’esigenza di riconoscere il provvedimento del paese di origine: adozione a tutti gli effetti o adozione ”particolare”, secondo l’articolo 44 della legge 184? In queste situazioni, la magistratura decide caso per caso.

    L’adozione in casi particolari: da dove arriva la stepchild adoption?

    L’adozione in casi particolari è disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 e, come sottolinea la professoressa Ferrando, «si è prestata a garantire la formalizzazione di situazioni familiari di fatto nell’interesse del bambino».
    Le situazioni particolari si presentano quando non ci sono tutte le condizioni proprie viste in precedenza ma il minorenne ha comunque bisogno di un’altra famiglia che lo accolga. I casi eventuali sono indicati nello stesso articolo, come l’adozione da parte del coniuge di un genitore, previo consenso dell’altro genitore del bambino: si aggiunge, infatti, un adottante alla precedente situazione famigliare e si formalizza una cogenitorialità già esistente. Altra situazione è quella del bambino orfano di entrambi i genitori ma con parenti disposti a occuparsi di lui o persone con cui è già legato significativamente come amici di famiglia, insegnanti o il convivente di uno dei genitori defunti. Con un’adozione piena, il minore perderebbe ogni legame anche con i restanti membri della famiglia di origine, come i nonni, che invece l’adozione speciale conserva. C’è, infine, l’ipotesi in cui “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”: è la situazione più flessibile, ideata per poter formalizzare situazioni familiari di fatto, in cui il bambino è già legato ad altre persone.

    Come ricorda la professoressa Ferrando, prima che ci fosse la legge 40 del 2003 sulla procreazione assistita, la gestazione per altri, o maternità surrogata, non era vietata in Italia. Era proprio l’istituto dell’adozione in casi particolari a dare una formalizzazione giuridica a queste situazioni, con il marito, padre genetico, che riconosceva il figlio, e la moglie con la quale aveva condiviso il progetto di genitorialità. Questo strumento è stato usato anche per coppie omosessuali dalle Corti di Appello di Milano e Roma con sentenze motivate sempre dall’interesse del bambino, come prescritto dalla legge.

    La futura riforma della legge sulle adozioni

    Di che cosa non si occupa la nuova legge? Degli affidatari che non hanno i requisiti per l’adozione piena, vedi le persone single o non coniugate. La riforma dovrebbe andare in questa direzione rendendo la legge adatta ad una realtà più fluida e particolareggiata. La flessibilità richiesta potrebbe trovare il suo perno proprio nell’articolo 44 della legge vigente, quello sulle adozioni particolari. Un eventuale intervento dovrebbe certamente rispondere alle richieste della Convenzione Europea che l’Italia ha sottoscritto, normando le adozioni da parte di singoli e da parte di coppie omosessuali (anche se a livello comunitario questo aspetto è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati). Cirinnà o meno, quello che il legislatore dovrebbe tutelare, sono tutte le situazioni particolari che sono subentrate in questi anni, come quelli che di fatto saranno nuovi nuclei familiari.


    Kamela Toska

  • La crisi delle società sportive genovesi, tra fondi tagliati dalla Regione e nuovo regolamento comunale

    La crisi delle società sportive genovesi, tra fondi tagliati dalla Regione e nuovo regolamento comunale

    Piscina SciorbaDa una parte la ritirata degli sponsor privati a causa della crisi economica, dall’altra sempre meno contributi dagli enti pubblici. In fondo sono tutte qui le cause della crisi delle società sportive genovesi, che ciclicamente riempie le pagine della stampa locale. «A partire dal 2008 circa c’è stata una forte riduzione di contributi del Comune – riconosce l’assessore allo Sport del Comune di Genova, Pino Boero – il motivo sono questioni di bilancio oggettive, anche se ovviamente spiacevoli». Nel 2015 Palazzo Tursi ha investito in questo settore solo circa 180 mila euro. Una cifra quasi dimezzata rispetto ai 300 mila di non troppi anni fa. Come se non bastasse, il regolamento comunale varato nel 2010 ha spostato sulle spalle delle società l’onere della manutenzione straordinaria degli impianti, fino a quel momento a carico dell’amministrazione. Le società si ritrovano allora alle prese con manutenzioni dai costi proibitivi, a causa delle pessime condizioni in cui versavano molti degli impianti genovesi, di cui si sarebbe dovuto occupare il Comune negli anni precedenti. «Quel regolamento ha avuto un grande merito – chiarisce però Boero – ovvero quello di mettere ordine in una situazione fino a quel momento fortemente difforme da caso a caso». Ed è proprio sulle orme di questa normativa che sta prendendo forma un nuovo regolamento, che dovrebbe vedere la luce nel prossimo mese di aprile.

    Il nuovo regolamento: due punti fondamentali

    villa-gentile-sport-atleticaConcessioni più lunghe e maggior chiarezza nella distribuzione degli oneri sono i due pilastri, indicati dall’assessore Boero, di quella che sarà la nuova disciplina comunale. «Ad oggi – spiega ancora l’assessore – manca il parere di 2 dei 9 municipi, che dovrebbe arrivare a giorni. Dopodiché il provvedimento passerà in Commissione e in Consiglio, dove mi auguro verrà approvato nel mese di aprile». Con l’attuale normativa, le società sportive dispongono degli impianti per 10 anni mentre la proposta di nuovo regolamento prevede concessioni più lunghe, di 20 o addirittura 30 anni, a seconda dell’entità degli investimenti messi sul tavolo dalla società in sede di gara d’appalto.

    Chi preme per una rapida approvazione del regolamento è Enzo Barlocco, presidente di My Sport, un consorzio che gestisce numerosi impianti, tra cui la piscina Sciorba. «Al momento – dice – abbiamo l’impianto della Sciorba in concessione per altri 7 anni, un periodo troppo breve per richiedere mutui per investimenti a lungo termine. Il nuovo regolamento prevede concessioni di 20 o 30 anni per chi ha fatto investimenti importanti e noi riteniamo di far parte a pieno titolo della categoria». L’impianto Sciorba, tra l’altro, è citato dallo stesso assessore Boero come esempio di gestione virtuosa. «Abbiamo deciso di impostare la piscina come un’azienda perché era l’unica soluzione possibile – sostiene Barlocco – questo vuol dire massima attenzione a costi, bilanci e consumi, oltre che investimenti coraggiosi ma mirati». Quella della Sciorba è una delle strutture più grandi d’Italia nel suo settore, con 2 vasche da 50 metri, una da 25 e gradinate con 1000 posti a sedere. Negli anni, l’impianto si è dotato di tecnologie all’avanguardia come un fondo mobile (in grado di variare la profondità della vasca da 2 metri a zero) e un tetto telescopico ad apertura variabile, elemento non così comune. Dotazioni simili richiedono una manutenzione continua e costosa, possibile grazie anche al fatto che la Sciorba è uno dei pochi e fortunati impianti a ricevere ancora un finanziamento dal Comune. Ma i 500 mila euro annuali non bastano neppure a coprire interamente la spesa energetica. I costi di manutenzione, quinidi, rimangono a carico della società.

    Proprio una più chiara divisione degli oneri sulla manutenzione è il secondo pilastro su cui si basa il nuovo regolamento comunale: «Le manutenzioni sono attualmente indicate a carico del concessionario – spiega l’assessore Boero – con il nuovo regolamento le spese saranno discusse nell’atto di concessione tra Comune e concessionario. Questo farà sì che si instauri un rapporto di piena consapevolezza». Una sorta di velata retromarcia da parte di Tursi? Difficile, in realtà, visto il contesto economico.

    La funzione sociale ed economica

    sport_disabili_bigUn punto su cui insiste molto l’assessore Boero è la ricaduta economica delle attività sportive sul territorio: «Il mese scorso la manifestazione della Marassi Judo ha portato allo Stadium 105 di Fiumara atleti da tutta Italia e dalla Francia – cita a titolo d’esempio – che hanno riempito alberghi, bed and breakfast e ristoranti. Le società sportive e il Coni si sono rese conto dell’impatto di manifestazioni del genere, mentre da parte di alcune categorie commerciali c’è ancora un po’ di sordità». Per questo, i fondi che ancora il Comune riesce a mettere in campo vengono incanalati in due direzioni: le grandi manifestazioni sportive e i servizi alle categorie più deboli, come i disabili. «Il contributo che riceviamo dal Comune per la Sciorba – conferma Barlocco – serve a ricompensare le tariffe vantaggiose che applichiamo a disabili e scuole».

    Ma i problemi di bilancio di Tursi sono ogni anno in costante aumento. «Mi auguro che i 180 mila euro ricevuti nel 2015 non vengano tagliati nel prossimo bilancio – riflette Boero – e, in ogni caso, spero che non vengano modificate le linee guida per cui questi soldi vengono spesi».

    I tagli al fondo di garanzia

    Un ulteriore ostacolo sulla difficile via delle società sportive genovesi e ligure potrebbe arrivare dalla Regione. Con un duro comunicato stampa, il Partito democratico ligure ha accusato la giunta Toti di aver voltato le spalle al mondo dello sport ligure. Una visione condivisa anche da Barlocco: «A novembre abbiamo organizzato il tradizionale Trofeo Nico Sapio, una grande manifestazione che attira atleti anche olimpionici da tutto il mondo. Nel 2014 la Regione aveva contribuito con 9 mila euro, negli anni passati addirittura con 13 mila. L’ultima volta il contributo è stato di 2.800 euro, una cifra misera».

    In particolare, l’attuale giunta regionale è accusata di aver interrotto il finanziamento del fondo di garanzia per le associazioni sportive, uno degli ultimi atti varati dall’amministrazione Burlando. Il fondo, come dice la parola stessa, sarebbe dovuto servire da garanzia per la richiesta di prestiti alle banche. «Altrimenti – spiega Barlocco – gli istituti chiedono ai presidenti delle società di impegnarsi personalmente. Una follia». Il presidente di MySport non si è limitato ad osservare passivamente gli eventi, ma rivendica un ruolo attivo (suo e di altri gestori di impianti) nella richiesta per la riattivazione del fondo. «Ho partecipato alla riunione con i capigruppo in Consiglio regionale in cui è stata portata la polemica – conclude – l’unica cosa che ci siamo sentiti rispondere è che mancano i soldi: la verità è che i soldi vengono spostati da altre parti per una mera volontà politica». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche l’assessore comunale Pino Boero, per cui il mantenimento del fondo sarebbe uno strumento essenziale alle società per fare investimenti: «Spero in una soluzione – dice – altrimenti a rimetterci sarebbero le società che su quel fondo contavano».


    Luca Lottero

  • Teatro, ricerca e sperimentazioni tornano a riempire il palco dell’Akropolis dal 23 marzo

    Teatro, ricerca e sperimentazioni tornano a riempire il palco dell’Akropolis dal 23 marzo

    Cia Qudus Onikeku - My Exile in My HeadIl sipario si alza e l’arte prende vita sul palco del Teatro Akropolis di Genova Sestri Ponente. Lo scettro del regno artistico lo detiene la sperimentazione. Una corona difficile da portare, a volte pesante e non sempre garante di successo. Eppure, per il settimo anno consecutivo, è proprio la sperimentazione artistica a tornare più forte che mai: dal 23 marzo al 6 maggio il teatro apre le porte a “Testimonianze ricerca azioni”, la rassegna che condensa in un mese e mezzo il cuore dell’operato dell’Akropolis.
    Una manifestazione che nel corso del tempo è cresciuta, lo dimostrano i numeri: 90 artisti ospiti, provenienti da 6 nazioni, su un calendario di 44 giorni, per un totale di 28 eventi (sul sito del teatro, il programma completo), tra cui 13 spettacoli, 4 residenze artistiche, 4 incontri, 3 workshop pratici, 2 seminari e una giornata di studi.

    La prima novità di quest’anno è rappresentata dalla danza, che avrà molto più spazio rispetto alle passate edizioni. Ma non solo. «I punti chiave saranno legati all’aspetto più fisico del teatro – spiega David Beronio, direttore artistico dell’Akropolis – attraverso lo spettacolo sulla Boxe di Civilleri/Lo Sicco, oppure attraverso l’ampia programmazione di danza. Abbiamo compagnie importantissime come la “compagnia C&C” di Chiara Taviani e Carlo Massari, ma anche il danzatore nigeriano Qudus Onikeku, esponente di livello internazionale che verrà affiancato da Imre Thorman, uno dei più importanti danzatori di Bhuto».

    Fragile outInsomma, stile e “specialismo” banditi per favorire uno spettro più ampio delle diverse forme d’arte. Ma, come sempre accade, ogni forma d’arte porta con sé messaggi lanciati dal palco: «Creare uno spazio in cui sia possibile entrare all’interno dei processi artistici è l’obiettivo finale – prosegue Beronio – noi programmiamo serate di spettacolo ma privilegiamo il fatto che gli artisti si fermino all’Akropolis per aprire il proprio lavoro attraverso seminari, workshop, momenti di condivisione e di discussione. L’aspetto poetico viene spesso subordinato all’aspetto performativo, invece è un tema fondamentale che vale la pena di rinnovare nell’analisi».

    Ce ne sarà per tutti i gusti e si andrà avanti per un mese e mezzo. Tra gli altri ospiti: il gruppo Nanirossi, vincitore dell’edizione 2015 di Intransito con lo spettacolo, realizzato per grandi e piccini, “Sogni in scatola”. Dal Teatro Valdoca, la straordinaria poetessa e drammaturga Mariangela Gualtieri e, infine, Bernardo Casertano con un lavoro attento tanto al corpo quanto alla parola.

    012Parte integrante della manifestazione, come sempre, è il volume che ogni anno viene realizzato: all’interno del libro “Testimonianze ricerca azioni” vengono infatti raccolti gli interventi e le riflessioni di artisti e intellettuali sul proprio lavoro. Sette anni di artisti che si sono susseguiti sui palchi, sette anni che hanno segnato una crescita importante sia per la manifestazione sia per il Teatro Akropolis: «Abbiamo iniziato come teatro neonato sulla scena genovese che offre una ricchissima programmazione – continua Beronio – abbiamo cercato di veicolare quelle realtà che erano la punta della ricerca in Italia e all’estero con un occhio di riguardo a quelle che erano le tradizioni della ricerca stessa. Il pubblico ci ha seguito sin dal primo anno anche perché siamo andati a riempire un vuoto che si era creato in questa città. Alla settima edizione abbiamo un riscontro più forte con il territorio – conclude Beronio – questo è il traguardo che abbiamo raggiunto e che cercheremo di implementare».


    Michela Serra

  • Banca Carige e la speranza di una città. La tutela della Bce per guarire dalla malattia

    Banca Carige e la speranza di una città. La tutela della Bce per guarire dalla malattia

    banca-carigeIl 31 marzo, l’assemblea dei soci ratificherà l’insediamento del nuovo consiglio d’amministrazione del gruppo Banca Carige e lo farà, probabilmente, dando fiducia al team proposto da Vittorio Malacalza, azionista di maggioranza relativa. Un appuntamento importante, che sicuramente segnerà il destino dell’istituto. A rendere ancora più febbrile questa attesa, la storia degli ultimi mesi: in un contesto decisamente sfavorevole per il comparto bancario italiano, zavorrato da un debito pubblico in costante aumento e stressato dalle nuove normative comunitarie, i titoli Carige in borsa sono crollati arrivando a sfiorare valori dimezzati rispetto a quelli del 2015. A completare il quadro, la consistente riduzione del risparmio, la contrazione del flusso di credito per il territorio e gli interventi diretti da parte degli organi comunitari.

    La paura del bail-in e la concorrenza di Poste italiane

    L’evoluzione normativa ha complicato la situazione. L’1 gennaio 2016 è entrata in vigore la direttiva europea pensata per prevenire e gestire eventuali crisi di banche e imprese di investimento; una norma in risposta al fatto che i diversi paesi dell’Unione, in passato, sono intervenuti in ambito bancario in maniera disordinata e non coordinata, edulcorando il mercato, al fine di proteggere gli istituti di casa, facendo però ricadere il costo della crisi sui contribuenti.
    Tra le novità introdotte dalla “Banking Resolution and Recovery Directive”, la principale è senza dubbio il “Bail-In”: un dispositivo che norma il “salvataggio interno” delle banche, attraverso l’utilizzo dei fondi privati di azionisti e investitori, ma anche attraverso il prelievo forzoso dai conti. Si parla, però, esclusivamente di depositi che superano i 100 mila euro, a cui si accederebbe solo come ultimissima spiaggia, se l’eventuale liquidità ricavata da patrimonio, soci, azioni, titoli subordinati, obbligazioni e passività varie non fosse sufficiente per arginare l’eventuale default.

    Questa novità, come prevedibile, ha spaventato i correntisti, che si sono affrettati a ritirare i risparmi dalle banche. Il fenomeno ha investito anche Carige, come ci racconta una qualificata fonte interna di Era Superba: «Molti storici e anziani clienti sono corsi nella propria filiale per chiedere di chiudere il conto, anche se era al di sotto della soglia».
    Ad accresce i timori, il pesante tonfo in Borsa dell’11 gennaio, culmine di un trend passivo che aveva portato nei mesi precedenti a un ribasso complessivo del 46%. Questo combinato disposto ha portato a una fuga di depositi, come confermato dal recente ritocco del passivo di bilancio passato da 44,6 a 101,7 milioni per via del ricalcolo sull’avviamento residuo, causato da una restrizione della raccolta diretta.

    A beneficiare di questo esodo bancario, Poste Italiane. L’azienda di servizi, controllata al 60% dallo Stato, in questi ultimi mesi ha messo sul mercato prodotti finanziari e di risparmio molto competitivi, muovendosi come una vera e propria banca, grazie anche al fatto che non essendo tale a tutti gli effetti può godere di un regime fiscale agevolato. Questa posizione ibrida ha permesso a BancoPosta di assorbire il reflusso del mercato bancario, compromesso sia a livello finanziario che di immagine.

    Il bastone e la carota della Bce

    europa-bceDopo lo shock di inizio anno, il 19 febbraio è intervenuta la Banca Centrale Europea con una lettera indirizzata alla dirigenza dell’istituto in cui si chiede di predisporre entro il 31 marzo un nuovo piano di finanziamento ed entro il 31 maggio un nuovo piano industriale e un nuovo piano strategico per adeguarsi ai requisiti di vigilanza. Ma non solo. Indiscrezioni della stampa di settore, confermate dalla nostra fonte, parlano della richiesta da parte di Francoforte di comunicare quotidianamente il grado di solvibilità della banca (oltre a Carige, osservata speciale è anche Monte dei Paschi). Carige ha risposto sottolineando come il proprio Liquidity Coverage Ratio sia superiore al 100% (per ammontare di oltre 2 miliardi di euro solvibili), oltre dunque al minimo richiesto dalle normative comunitarie fissato al 90%.

    Se la risposta dei mercati è stata ancora una volta pesante, questa stretta sul monitoraggio del gruppo potrebbe portare, nel medio periodo, giovamenti notevoli: «Avere un controllo quotidiano – sottolinea la nostra fonte che chiede di rimanere anonima – è la migliore garanzia per dimostrare di essere “guariti”, e che si sta uscendo definitivamente dal contagio in cui invece rimangono altri istituti». Probabilmente, con questa mossa, la Bce vuole inoltre tutelare la banca stessa da eventuali speculazioni esterne e interne, come il caso Berneschi insegna.

    Appuntamento con il destino

    soldi pubbliciLa storia della banca dei genovesi è nelle mani di Vittorio Malacalza: la sua lista di candidati per gli incarichi del nuovo consiglio d’amministrazione, che sarà deciso il prossimo 31 marzo, parla chiaro. Nomi importanti che potrebbero rigenerare l’immagine della banca e metterne al sicuro il futuro economico e finanziario.
    Candidato presidente è Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato: un nome di alto prestigio, essenziale per provare a ripulire dal fango delle inchieste il nome del gruppo e a dare fiducia ai risparmiatori, oltre che al mercato.
    Come vicepresidente si candida lo stesso Vittorio Malacalza: un ruolo più defilato ma che garantisce un impegno vero del primo azionista, che è, innanzitutto, un imprenditore navigato che sicuramente lavora per i suoi interessi; e, se questi coincidono con quelli dell’istituto, tanto meglio per Carige.
    La figura chiave è però quella dell’amministratore delegato: il nome del candidato per questa carica è quello di Guido Bastianini, figura vicina a Bankitalia e attuale presidente di Banca Profilo, attiva da anni anche sul territorio ligure. Il suo compito sarà il più importante in assoluto: far quadrare i bilanci, assorbendo le passività e progettare il futuro della banca, gestendo un mercato, quello bancario, mai come oggi agguerrito e spietato, e ottemperando gli obblighi imposti da una sempre più occhiuta Banca Centrale Europea.

    Tutto questo cercando di non dimenticare Genova e la Liguria: la politica del contenimento dei costi (leggi tagli al personale e rimodulazione, in negativo, di retribuzione) e della razionalizzazione della presenza sul territorio (leggi chiusura di filiali e sportelli), ha incrinato profondamente il rapporto di Carige con la città in cui però affondano profondamente le radici vitali del gruppo bancario. Non considerare questo elemento, senza valorizzarlo e coltivarlo, potrebbe essere l’ultimo errore, quello fatale.

    Nicola Giordanella

  • Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    Il Punto Emergenza Prè raddoppia: non solo pacchi e viveri ma anche assistenza medica e sociale gratuita

    punto-emergenza-pre«Il bisogno è aumentato, servono più competenze». Lo dice la signora Bruna, giochicchiando distrattamente con una penna. Bruna Doglio è a capo dell’associazione Punto Emergenza Prè, eccellenza del volontariato genovese che in passato abbiamo già incontrato e raccontato sulle pagine di Era Superba. E il bisogno è talmente aumentato che stanno per essere avviati i lavori per il nuovo traguardo del Punto Emergenza, un progetto ad ora chiamato “Il Punto Emergenza a casa del Re” perché trova spazio in alcuni locali un tempo facenti parte del complesso di Palazzo Reale (sulla cui storia si vogliono anche organizzare alcune piccole lezioni per i bambini del Punto Emergenza a cura degli inservienti del Palazzo). Al numero 75 di via Prè, a fianco all’attuale sede, c’è l’intenzione di aprire un piccolo servizio materno-infantile in grado di rispondere alle crescenti esigenze degli strati più deboli della popolazione, immigrati o italiani che siano con l’obiettivo di garantire nuove assistenze pediatriche, oculistiche, dentistiche, psicologiche e consulenze legali e di orientamento al lavoro.
    «È di questo che c’è bisogno, meno parole e più fatti», riprende Bruna mentre si muove nel magazzino per preparare l’ennesimo pacco viveri, aiutata dal marito Giancarlo e dagli altri volontari.

    La storia del Punto Emergenza

    punto-emergenza-pre-2Da più di vent’anni sono nel vicolo. Il primo embrione di quello che sarebbe diventato il Punto Emergenza era un centro di distribuzione di beni per bambini frequentanti la scuola elementare San Giuseppe di Prè, legato alla Caritas. Successivamente, gli aiuti si sono estesi grazie al Banco Alimentare, poi è iniziata una collaborazione coi centri di ascolto parrocchiali del quartiere (sostanzialmente quelli delle chiese della Maddalena, di San Siro e del Carmine). Infine, quando si è capito che si stava costruendo qualcosa di nuovo e importante, nel 2009 è nata l’associazione autonoma. Nello stesso periodo sono arrivati i pediatri, medici che prestavano servizio di volontariato in un piccolo ambulatorio nel vicolo per bambini senza permesso di soggiorno e senza cure.

    Oggi il Punto Emergenza è una realtà nota, i cui interventi coprono i centri d’ascolto di tutta la città, in un’ottica sinergica di supporto materiale alle famiglie in difficoltà, concentrandosi specialmente sul nucleo famigliare madre-figlio. Sostanzialmente, si tratta di pacchi per bambini fino al primo anno di età con beni di prima necessità di vario genere (pannolini, bagnoschiuma, omogenizzati, vestiti…); poi, volta per volta, se la condizione di emergenza per la famiglia non è terminata, al compimento del dodicesimo anno del bambino, si valuta se proseguire l’assistenza attraverso la distribuzione di pacchi viveri per adulti.

    Il futuro del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèIl nuovo progetto, che si affiancherà al lavoro già svolto di assistenza materiale, è un ulteriore salto di qualità. Negli anni, ci dice Bruna, si sono affinate le abilità dei volontari, si è cominciato a capire come dare un supporto anche morale oltre che materiale, quello che spesso serve di più alle persone in difficoltà. Parliamo di famiglie in gravissime condizioni economiche e con storie diversissime alle spalle, tutte terminate però nella grave indigenza. Famiglie italiane che sono state stroncate dalla crisi economica, ragazze-madri straniere che sono venute qui a studiare per costruire un futuro per sé e i propri cari, ex prostitute, vittime di violenze e via dicendo.

    Col passare del tempo l’utenza muta, seguendo i corsi e ricorsi storici: inizialmente molti degli assistiti erano italiani meridionali che abitavano nei vicoli, successivamente soprattutto ecuadoriani, ora per lo più mediorientali e africani oltre che, nuovamente, nostri concittadini colpiti dai problemi finanziari del nostro Stato.
    Chi per sfortuna, chi per scelte errate, tutte queste persone si sono ritrovare con la necessità di avere un aiuto. I volontari del Punto Emergenza hanno capito, col tempo, che questo aiuto non doveva limitarsi al mero pacco viveri.

    I “fatti” di cui parla Bruna sono questi, assolutamente necessari, ma sono anche il dialogo, la comprensione per capire come aiutare al meglio l’assistito: in una parola, l’accoglienza. I fatti devono essere orientati dalla conoscenza di chi si ha di fronte, della sua situazione e delle sue reali problematiche, per essere davvero efficaci. Un proverbio antico recita “se vuoi aiutare un uomo che ha fame, non dargli solo un pesce ma insegnagli a pescare”. Questa è diventata la politica del Punto Emergenza, non limitarsi a essere un bancomat ma diventare un luogo in cui chi attraversa un periodo difficile può trovare, oltre a una borsata di beni di prima necessità, parole di supporto per rialzarsi e consigli da parte di chi conosce un certo tipo di realtà. Per questo, il nuovo Punto Emergenza in casa del Re è importante, per implementare il dialogo con le famiglie avvalendosi anche dell’aiuto di esperti (tutti volontari), in grado di dare assistenza, pareri e consigli frutto delle proprie capacità professionali.

    Il presente del Punto Emergenza

    Il Punto Emergenza PrèQuesta è la vera accoglienza, quella che non si ferma alle sole parole né si limita alla mera distribuzione ma che unisce i due aspetti, egualmente fondamentali. D’altra parte, facendo un giro nel Punto Emergenza e nel suo fornitissimo magazzino in cui tutto è frutto di donazioni, pare che dopotutto l’accoglienza sia un campo in cui il popolo del mugugno eccella. «La gente ci crede, ci scommette» afferma Bruna. La realtà del Punto Emergenza si basa sulla carità dei cittadini ed effettivamente, sebbene si possa sempre fare di più, gli aiuti dei genovesi non mancano mai. La politica dell’associazione è che da volontari si è doppiamente responsabili: una volta verso i propri assistiti, per i quali bisogna fare tutto ciò che è considerato il meglio (anche quando questo significa dire dei no), un’altra verso i benefattori, chiunque siano, verso i quali ci si assume la responsabilità di usare al meglio le loro donazioni.

    Oggi, il Punto Emergenza Prè si occupa di più di 1600 interventi all’anno rivolti a 13 diverse etnie, italiani, senegalesi, ecuadoriani, marocchini e via dicendo. Un luogo in cui si dà valore alla persona a prescindere dalle sue origini e che insegna molto anche agli stessi volontari. Anche per questo, negli ultimi anni si sono avviati progetti per coinvolgere i giovani in questa straordinaria realtà di volontariato, perché da un lato possano offrire la loro energia per una giusta causa e, dall’altro, imparino sulla propria pelle cosa significhi “accoglienza” maturando una migliore comprensione delle culture e del mondo.

    Mentre parliamo con Bruna, una donna camerunense si affanna per sistemare in profondità nella sua borsa i pannolini. «Al mio paese va così» ci spiega un po’ in imbarazzo «pannolini e assorbenti si nascondono, non sta bene mostrarli». I volontari rispondono con un sorriso e delle bonarie prese in giro, come si fa con un amico piuttosto che con un cliente, strappando una risata anche alla signora.
    In questo luogo, che si apre sul vicolo con ampie vetrate illuminate e addobbate di giocattoli e vestitini, pare davvero che si concretizzino quelle tanto sbandierate (e troppo spesso nei fatti trascurate) forme di accoglienza e integrazione necessarie per far fronte al meglio ai nuovi melting-pot culturali che si stanno creando nelle nostre città, a causa delle fughe di intere popolazioni da quei devastanti conflitti che ben conosciamo.
    Se, in un momento socio-politico tanto critico una realtà come il Punto Emergenza sta crescendo, non può che essere un buon segno. Lasciandoci andare a un po’ di romanticismo, viene da pensare a un piccolo ma tenace fiore che riesce a crescere tra le fessure del selciato, ingrandendosi e colorando la strada.


    Alessandro Magrassi

  • Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    Fiera di Genova, quale destino per aree e dipendenti di una società pubblica in liquidazione?

    vista su corso aurelio saffiLa Fiera è morta, viva la Fiera. Il declino dello spazio espositivo più ambito della nostra città è noto ormai da anni ma per capire come si sia arrivati al punto di dover mettere in liquidazione la società (decisione che dovrebbe essere definitivamente sancita dall’assemblea dei soci del prossimo 31 marzo), partecipata da Comune di Genova, Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità portuale, è necessario risalire la linea del tempo per riflettere sulle scelte passate degli amministratori e sullo scarso controllo dei soci.
    Simbolo e causa più evidente di questo declino è il padiglione Jean Nouvel, quello blu per intenderci. Inaugurati nel 2009, i suoi 20 mila metri quadrati, che hanno avuto anche non poche criticità strutturali, sono costati oltre 40 milioni di euro e non sono mai stati effettivamente ammortizzati finendo per schiacciare la società Fiera con un debito insanabile.

    Salvare le aree, salvare le manifestazioni

    Ma a questo punto della storia, l’interrogativo riguarda il destino di tutte le aree fieristiche e, di conseguenza, di tutte le manifestazioni che ospitano ogni anno. Come salvarle? Gli attori di questa tragedia sono molti. Tra questi, il presidente Ariel Dello Strologo, già a capo della Porto Antico Spa. La sua nomina a piazzale Kennedy sembrava il preludio per una fusione tra i due enti ma, ben presto, a tutti è apparsa chiara la follia di addossare un carrozzone finanziariamente disastrato come la Fiera sulle spalle di un ente che, se non virtuoso, quantomeno riesce a stare in piedi con le proprie gambe. Per cui, finché la situazione di Fiera non verrà in qualche modo sanata, la Porto Antico spa ne resterà alla larga.
    Altro attore primario è il famoso Blue Print di Renzo Piano che dovrebbe ridisegnare il waterfront e sistemare definitivamente l’assetto delle aree che si affacciano sul mare cittadino. Ma di questo “spin off” del racconto Fiera ci siamo già occupati approfonditamente altrove.
    Il terzo protagonista, ancora senza un volto preciso, dovrebbe entrare sulla scena nel prossimo mese di aprile. Si tratta del commissario liquidatore a cui sarà affidata la mission: impossible di valorizzare l’asset fieristico e far rinascere piazzale Kennedy a vita nuova.

    Padiglione della Fiera di GenovaA fare le spese di tutta questa situazione, come spesso accade, ci sono i lavoratori, 39 dipendenti della Fiera che, per scongiurare il licenziamento e la disoccupazione, dovranno essere ricollocati in altre realtà proprietà dei soci. Ma un grosso carico del fallimento di piazzale Kennedy cadrà anche sui cittadini, non solo per l’ormai inevitabile refrain di spreco di denaro pubblico, ma anche per l’incerto futuro di tutte quelle kermesse che vedevano nella Fiera di Genova la propria casa e che portavano sotto la Lanterna interessi commerciali e turistici: su tutte, il Salone Nautico, la Fiera Primavera ed Euroflora.

    Ecco, allora, che tutti gli attori protagonisti tornano a intrecciarsi sul palcoscenico. Una volta messa in liquidazione la società a fine mese, infatti, il Comune di Genova potrebbe lanciare il bando di gara internazionale fondamentale per la valorizzazione delle aree. Una “sfida” con lo scopo di portare nel capoluogo nuovi investitori privati nel solco del percorso tracciato dall’attualmente utopico Blue Print. Secondo le prime, ottimistiche stime, il passaggio dalla penna dell’archistar genovese alla realtà del waterfront genovese costerà 150 milioni di euro: l’Autorità Portuale si è detta disponibile a “elargire” 70 milioni provenienti dai fondi non utilizzati per la riqualificazione di Cornigliano e delle aree ex Ilva ma, anche se così fosse, resterebbe comunque una fetta consistente di denari da coprire. Da qui, l’esigenza di far confluire a Genova investitori privati, come ha sempre sostenuto il sindaco Marco Doria. Le aree interessate a questo processo sono quelle del levante cittadino: punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere l’abbattimento del palazzo ex Nira e dei padiglioni fieristici vuoti e ormai desueti; poi si passerebbe alla realizzazione di nuove costruzioni da destinare a servizi, attività e, in parte, nuove abitazioni; infine, toccherebbe alla creazione del nuovo canale di calma che, affiancato da un nuovo percorso ciclopedonale in quelle che attualmente sono aree portuali, collegherà punta Vagno, la foce del Bisagno e piazzale Kennedy con calata Gadda e il Porto Antico, staccando di fatto dalla terraferma tutte le aree industriali del porto, comprese quelle delle riparazioni navali. Ma, per il momento, è tutto poco più che un disegno blu che potrebbe risultare inutile se le istituzioni non riuscissero a fare quadrato per tenere a Genova alcuni appuntamenti fieristici che, oramai, sono tutt’uno con la storia della città.

    Salone Nautico: danno e beffa arrivano da Napoli

    Fiera di GenovaL’ultima beffa, infatti, riguarda il Salone nautico e arriva da Napoli. Le parole del presidente della Regione Campania, Vicenzo De Luca, hanno colpito il cuore di una delle kermesse più importanti del capoluogo ligure: «Nauticsud è ripartito ed ha già superato Genova per la presenza di espositori» ha detto il governatore partenopeo. Difficile capire quanto l’uscita di De Luca sia reale o benaugurale, resta il fatto che la manifestazione che caratterizza ogni autunno sotto la Lanterna dal 1962, ha progressivamente perduto il titolo di fiera più importante del mondo nel settore nautico, passando a evento di rilevanza europea fino a doversi accontentare di dominare sul Mediterraneo, dopo essere stato abbondantemente superato dal salone di Dusseldorf.

    Che cosa resta oggi, dunque, del Salone Nautico? Difficile individuare come un castello sia stato smontato mattone per mattone ma, di sicuro, l’anno in cui ha avuto inizio il decadimento dell’impero è il 2009. All’epoca scoppiò la bolla della crisi economica che tuttora attanaglia il paese. Ma, se su questa prima debacle nulla si poté fare, il ragionamento sugli anni successivi avrebbe dovuto essere di diversa natura. Responsabilità interne, il “divorzio” tra Fiera di Genova e Ucina (storica co-organizzatrice della kermesse), la Confindustria Nautica e la perdita da parte di quest’ultima di quasi tutti i cantieri nautici nazionali. Ucina ha, tra l’altro, annunciato anche il “Salone bis” che in primavera si terrà a Venezia. Gli esperti del settore hanno pochi dubbi: Salone Nautico e Genova non rappresentano più un binomio inscindibile.

    I dipendenti della Fiera e la partita del ricollocamento

    fiera-genova-kennedy-DICome detto in precedenza, c’è una categoria che rischia di pagare più di tutte le altre lo scotto del baratro in cui si trova immersa la Fiera di Genova. Un percorso scandito a date e a striscioni, il cui più esplicativo recita: “Ci volete tutti morti”. Dopo interminabili commissioni nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dopo proteste in Consiglio regionale e riunioni senza risultati concreti, la partita sui 39 dipendenti della Fiera potrebbe concludersi il 15 marzo. Una vera e propria corsa contro il tempo per chiudere la questione e trovare una ricollocazione ai lavoratori. Lunedì 7 marzo, infatti, sono scaduti i primi 45 giorni dall’inizio della procedura di messa in mobilità dei lavoratori prima della liquidazione dell’azienda e non essendo state sufficienti le trattative sindacali, la palla è passata alla Regione che da quel momento ha ancora 30 giorni di tempo per risolvere la vertenza. Se anche quest’ultimo mese dovesse essere infruttuoso, i dipendenti sarebbero tutti licenziati e andrebbero in mobilità con le relative indennità per due anni. Ecco perché il 15 marzo, il nuovo incontro in Regione potrebbe essere la chiave di volta di tutta la vicenda, pur in un contesto piuttosto inconsueto in cui il regista delle operazioni, ovvero la Regione, è anche una della parti in causa chiamata a trovare una soluzione, essendo uno dei soci di Fiera.

    L’esito della trattativa non è per nulla scontato. La soluzione proposta dal Comune di Genova non soddisfa le esigenze di tutti i lavoratori che, secondo Tursi, potrebbero essere ricollocati nelle aziende partecipate Amiu, Aster, Asef e Spim. Sono i 24 lavoratori che, secondo l’ipotesi di accordo, sarebbero destinati all’Amiu, a dire un secco no. Il problema non è difficile da individuare, basta porre una semplice domanda: può un contratto a 18 ore a settimana con uno stipendio di circa 600 euro al mese essere sufficiente per vivere? La risposta è no. «Il nostro scopo è quello di avere garanzie sull’occupazione – ha detto Silvia Avanzino, della Fisascat Cisl – ma questo non dev’essere slegato da quella che è l’attività fieristica e da tutta la partita Fiera. Ricordo che a oggi è in corso una procedura di cessazione dell’attività». Insomma, non se ne fa certo una questione di tipologia di lavoro, ma di reddito. Va anche detto che il Comune di Genova è stato l’unico dei soci pubblici a farsi avanti, mentre Regione Liguria, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità Portuale non hanno ancora dato disponibilità a farsi carico dei dipendenti. La strada delle partecipate per ora sembra essere l’unica percorribile ma la proposta dovrà essere rimodulata.


    Michela Serra

  • Cornigliano, la lunga strada verso la rinascita. Il punto sugli interventi della Società pubblica creata ad hoc

    Cornigliano, la lunga strada verso la rinascita. Il punto sugli interventi della Società pubblica creata ad hoc

    Enrico Da Molo, direttore Società per Cornigliano Quando nei primi anni duemila l’Ilva di Cornigliano abbandonava la produzione siderurgica a caldo fu da subito chiaro che per il quartiere si stava chiudendo un’era e che quello che era stato uno dei cuori del vertice basso del triangolo industriale avrebbe dovuto parzialmente cambiare identità. Fu anche da subito chiaro che non sarebbe stato uno scherzo. Proprio per gestire quel delicato passaggio, la legge 448 del 2001 sancì la nascita della Società per Cornigliano, che prenderà forma due anni più tardi con la partecipazione della Regione Liguria (45%), del Comune di Genova (22,5%), della Provincia alla stessa percentuale (oggi passata alla Città Metropolitana di Genova) e di Invitalia Partecipazioni (10%), una partecipata del ministero dell’Economia indicata dallo Stato. Tra il 2006 e il 2007, la società diventa proprietaria dell’area dismessa dall’Ilva pari a 266840 mq. Da quel momento inizia un intenso lavoro di riqualificazione del quartiere, innanzitutto dal punto di vista della bonifica del territorio, duramente provato da decenni di industria pesante.

    Di quei quasi 267 mila metri quadrati, oggi, ne restano da bonificare circa 18 mila, in corrispondenza dell’area “ex sot”, chiamata così perché ospitava i sottoprodotti dell’ex cocheria. «In realtà – spiega a “Era Superba” il direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – la soluzione per la messa in sicurezza permanente l’avremmo trovata da tempo».

    La bonifica di suolo e sottosuolo: l’ostacolo è una falda acquifera

    La stabilimento Ilva a CorniglianoQuella della bonifica del suolo e del sottosuolo è una delle sfide più impegnative. «Come si fa in tutto il mondo – riprende Da Molo – vorremmo mettere una membrana impermeabile che isoli la parte contaminata, in modo che nessuno entri in contatto con essa e poi aggiungere una copertura in cemento che possa sostenere carichi pesanti». Che cosa ostacola i piani della Società? La presenza di una falda acquifera, anch’essa gravemente contaminata, esattamente al confine fissato nel 2005 della zona di competenza dell’ente partecipato. La legge dice che prima di fare qualsiasi altro tipo d’intervento, la falda dev’essere bonificata, in quanto l’acqua può essere utilizzata per irrigare i campi o dare da bere agli animali. «Non è evidentemente il caso della nostra falda – precisa il direttore – che dopo pochi metri finisce nel Polcevera. Tuttavia, gli enti hanno ritenuto di tenere un atteggiamento molto formalista al riguardo». A complicare ulteriormente il quadro, il fatto che la falda contaminata si trovi al confine di un’area ancora utilizzata dall’Ilva. Di fronte alla rigidità degli enti, la società ha tentato in diversi modi di bonificare la falda acquifera, incontrando però difficoltà di varia natura: in questo momento si sta lavorando a un’ipotesi di “capping” (applicazione di una membrana impermeabilizzante) che coinvolge però anche terreni limitrofi a quelli di proprietà di Società per Cornigliano. Il costo previsto per questo intervento si aggira attorno ai 5-6 milioni di euro, ma prima ci vuole l’approvazione del progetto da parte degli enti preposti, un iter che si prevede lungo e complicato. «Devo dire che non abbiamo trovato grande collaborazione da parte degli enti pubblici – ammette Da Molo – probabilmente perché siamo noi stessi un soggetto pubblico. Penso che se fossimo un privato avremmo incontrato molta più comprensione».

    Le infrastrutture

    Genova Cornigliano - cantiere costruzione strada a mareTra gli obiettivi principali che hanno portato alla creazione di Società per Cornigliano c’è anche e soprattutto la riqualificazione dal punto di vista infrastrutturale della delegazione ponentina, ovvero la parte più costosa e dagli effetti più visibili. Complessivamente, la Società ha a disposizione circa 70 milioni di euro da investire sul territorio.

    «Abbiamo ultimato la strada a mare, a breve inizieranno i lavori di Lungomare Canepa – elenca con orgoglio Da Molo – e abbiamo bandito la gara d’appalto per il raccordo tra la strada a mare e il vincolo autostradale, il cosiddetto “lotto 10″». C’è poi il progetto delle due strade di sponda per collegare la strada a mare con la Val Polcevera ma, anche qui, i tempi saranno purtroppo lunghi: se per via Tea Benedetti (sponda a scendere) è stato presentato il progetto definitivo, si aspettano ancora risposte da Roma per quanto riguarda quello di via Perlasca (sponda a salire). «L’approvazione per il progetto di Lungomare Canepa richiese 15 mesi – ricorda Da Molo – speriamo questa volta ne bastino meno».

    Secondo il direttore, l’opera che ha richiesto il maggior sforzo è stata la realizzazione della Strada a mare che sta provando a cambiare radicalmente il volto della viabilità di Cornigliano e per cui sono stati investiti circa 70 milioni di euro, di cui i 2/3 a carico della Società e 1/3 a carico di Anas. «Un’opera difficile – la definisce Da Molo – realizzata in tempi relativamente corretti». “Relativamente” perché, come abbiamo avuto modo di raccontare più volte su Era Superba, l’impresa che aveva vinto il bando (la Carena) era fallita e il procedimento per far subentrare altre aziende ha portato a un ritardo di 12 mesi a cantieri quasi aperti, e i 36 mesi previsti sono diventati 48. Per il raccordo tra la Strada a mare e lo svincolo autostradale di Genova Aeroporto, il famoso “lotto 10”, la spesa stimata è invece di 20 milioni circa.

    È rimasta invece indietro (per ammissione dello stesso Da Molo) la riqualificazione dell’area ex gasometri, anche a causa delle continue giravolte dell’amministrazione regionale sulla volontà di dedicare quell’area al futuro “Ospedale del Ponente”. «Se devo dire la mia, penso che un ospedale lì non ci stia – suggerisce Da Molo – soprattutto se parliamo di una struttura da 600-800 posti letto come si è detto». Ma l’Ospedale di Ponente sembra sempre più destinato a rimanere una chimera, sia a Villa Bombrini che sulla collina di Erzelli, perché non ci sono fondi a sufficienza. Per l’area in passato occupata dai gasometri, allora, Società per Cornigliano sta pensando alla realizzazione di un parco pubblico con una palestra o alla possibilità di attrarre aziende dell’elettronica o che fanno videogiochi, sull’onda del successo di iniziative sul tema organizzate in collaborazione con Film Commission. Un progetto che, se mai vedrà la luce, si stima costerà intorno ai 5 milioni di euro.

    La riqualificazione del quartiere

    Via CorniglianoMa la riqualificazione del territorio non è solo infrastrutture. «Abbiamo riacquistato Villa Bombrini e l’abbiamo rivitalizzata da due punti di vista – ricorda Da Molo – quello culturale e quello economico». Le sale interne d’inverno e il parco pubblico esterno in estate ospitano spettacoli, concerti, mostre e ogni tipo di iniziativa culturale, realizzata spesso in collaborazione con le associazioni attive sul territorio. Inoltre, la due giorni dedicata ai videogiochi realizzata in collaborazione con la Film Commission, l’anno scorso ha conosciuto un ottimo successo di pubblico, proveniente anche da fuori Liguria. Dal punto di vista economico, l’ex palazzina direzione della villa oggi ospita il “videoporto”, un progetto che riunisce una cinquantina di imprese del settore audiovisivo, da Telegenova a piccole aziende che producono videogame. Al videoporto, Da Molo è legato in modo particolare: «Quando abbiamo acquistato la villa nel 2008 ci lavoravano 8 persone, oggi ce ne sono più di cento e si tratta di aziende giovani e creative, con prospettive di sviluppo per loro e per il territorio».

    La Società si è poi impegnata nella sistemazione di Villa Serra e dei giardini Melis, ha realizzato 2 aree di parcheggio pubbliche (una presso l’ex mensa Italsider in via Bertolotti e una in via San Giovanni d’Acri) e rimesso a nuovo i campetti di calcio di via Minghetti e dell’area ex Dufour. La lista va avanti con l’emanazione di due bandi per la ristrutturazione delle facciate di edifici prospicienti a luoghi pubblici, cui hanno aderito 50 condomini su 200 per un totale di 80 facciate circa, e la riqualificazione di via Verona, via Bertolotti e via Vetrano, il cuore storico di Cornigliano nonché uno degli ultimi posti in cui faticosamente sopravvivono realtà commerciali “di prossimità”, messe in ginocchio dalla crisi e dalla concorrenza della grande distribuzione. Per la ristrutturazione di via Cornigliano, infine, è stato indetto un concorso internazionale, vinto da un team guidato dall’architetto genovese Pinna: per ristrutturare l’arteria principale della delegazione, la spesa prevista è di circa 10 milioni di euro.

    Società per Cornigliano darà anche il contributo a questioni non di propria più stretta competenza come lo spostamento del depuratore da via Rolla, per cui fornirà un supporto dal punto di vista giuridico. «Inoltre – conclude Da Molo – ci siamo fatti portatori di altre due questioni molto sentite dal Municipio, ma che non dipendono da scelte nostre: lo spostamento della rimessa degli autobus e quello della stazione ferroviaria. In questi casi, la palla passa a Amt e alle Ferrovie dello Stato». Senza dimenticare i fondi impiegati per i lavori socialmente utile dei dipendenti dell’Ilva in contratto di solidarietà, ma questa è una storia che abbiamo già raccontato.


    Luca Lottero

  • Perché la fusione tra La Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX potrebbe non essere una buona notizia

    Perché la fusione tra La Repubblica, La Stampa e Il Secolo XIX potrebbe non essere una buona notizia

    giornaliNon è un caso se la notizia della prossima fusione tra Itedi e il gruppo Espresso sia stata riportata da subito nelle sezioni economiche delle testate interessate: il nuovo assetto societario creerà il gruppo editoriale più grande e solido in Italia, tra i primissimi in Europa, con un fatturato aggregato, calcolato sul 2015, di oltre 750 milioni di euro. Qui si fermano, però, rischiano di fermarsi le buone nuove. Tutto il resto potrebbe, e dovrebbe, far paura.
    Paura per chi crede che il pluralismo dell’informazione sia un assetto essenziale per il buon giornalismo: i tre grandi quotidiani, infatti, nel 2015 hanno raggiunto nel giorno medio i 4 milioni di lettori (dati 2015 Audipress), su un totale di circa 18 milioni; cifre che farebbero sforare quella soglia del 20% su base nazionale che dovrebbe spingere l’autorità garante a intervenire per posizione dominante.
    Numeri a parte, i dubbi sono evidenti: senza la sana e robusta concorrenza, che spinge qualità (a volte) e quantità (sempre) del lavoro di una testata giornalistica, che cosa succederà nelle redazioni? Come cambierà il processo di notiziabilità? Come saranno impostate le “regole di ingaggio” nei confronti dei fatti? Verrà data priorità all’informazione o alla “famiglia” editoriale? Partito unico e informazione unica, una contingenza poco promettente.

    Ma la paura non riguarda solo la pluralità delle voci: il nuovo gruppo vedrà protagonista all’11% FCA, attuale socio di maggioranza di Itedi con il 77% delle azioni, che ha già annunciato la cessione delle azioni RCS in dotazione, cioè il 16% del gruppo editoriale che controlla Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. I dettagli di questa cessione, ad oggi, non sono noti e lasciano molti interrogativi (si è parlato di cessione ai soci ma nulla più). Questo nuovo gigante dell’editoria, inoltre, vedrà Cir (leggi Carlo De Benedetti, socio di maggioranza del Gruppo Espresso) con il 43% del pacchetto azionario, la famiglia Perrone con il 5%, Exor (leggi Famiglia Agnelli, già socio di maggioranza relativa di FCA) con un altro 5% e il rimanente flottante, cioè disponibile per la negoziazione in borsa. Insomma, una bella mischiata al mazzo, che porterà grandi interessi industriali al controllo del più grande bacino editoriale di informazione del paese.

    Fino ad oggi la situazione non era troppo diversa, certo, ma la dimensione dell’operazione dovrebbe far riflettere sull’evidente pericolo. Un eventuale scandalo simil-Wolkswagen, declinato in chiave italica, da chi verrebbe raccontato? Che risposte sarebbero divulgate se non incentivi e, ancora, incentivi al consumo di prodotto? Se certi industriali dovessero varcare il soglio della politica, chi li metterebbe alle strette? O se i politici cercassero consensi in determinate lobby di potere, chi avrebbe la possibilità di fare le domande giuste al momento giusto? Oggi non è il paradiso, senza dubbio, ma il futuro potrebbe essere anche peggio.

    Paura, dicevamo. Per chi lavora in queste testate, la paura dovrebbe essere il sentimento prevalente in queste ore. Le grandi firme quasi certamente non verranno scomodate, ma che cosa ne sarà dei “piccoli” giornalisti? I collaboratori freelance? I precari e i redattori periferici, già gestiti a consumo? Tutte categorie che oggi tirano avanti la baracca – grazie a un lavoro che definire spesso “mal pagato” non rende certo onore al merito di chi viene retribuito con una scarna manciata di euro a fronte di articoli che riempiono testate cartacee, web e non solo – ma che domani potrebbero ricevere il ben servito, in ossequio alle esigenze di accorpamento. Non bisogna essere dotati di chi sa quale fantasia per capire quali siano i rischi occupazionali di questa operazione, che sì, renderà il gruppo più solido, ma che sicuramente reciderà i germogli di una professione sempre più a rischio museo egizio. La Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha convocato i dirigenti del futuro gruppo editoriale: vedremo quali parti prenderà il sindacato dei giornalisti, da anni in perenne ritardo sull’evoluzione della professione.

    Esiste poi, un’altra paura, che tocca in particolar modo i genovesi: con la fusione tra Il Secolo XIX e La Repubblica, quale sarà il futuro che attende l’informazione locale? Nell’anno del suo 130esimo compleanno, Il Secolo XIX annacquerà, mai come prima, la sua genovesità: altro che paura, dovremmo essere a lutto. Dopo la dipartita del Corriere Mercantile e il passaggio dello stesso “Decimonono” nelle mani della Stampa, questa nuova operazione rischia di compromettere definitivamente l’editoria giornalistica ligure, quantomeno quella mainstream. Auguri a tutti noi e ai nostri colleghi, ne abbiamo bisogno!

    Forse, però, una buona notizia, in tutto questo tormento, esiste. Alla fine di questi giochi di potere e denaro, a “vincere” potrebbero essere le piccole realtà giornalistiche. Libertà e indipendenza sono condizioni preziose e, mai come oggi, uniche: scomode e faticose, rimangono fuori dai grandi gruppi industriali ed editoriali (se qualche differenza tra i due ancora esistesse). Il sudore e la fatica, che da sempre impregnano l’informazione, non hanno mercato (purtroppo) e quotazioni in borsa (per fortuna): poter scrivere, criticare, fare domande, o semplicemente riflettere, senza dover tendere l’orecchio a Piazza Affari è un privilegio sempre più per pochi. Era Superba ha ricominciato da qui, da questo deserto, con la speranza, l’ambizione e forse un pizzico di presunzione di poter far rinascere una piccola oasi. Le impercettibili termiti, fin dal primo morso, sanno che il grande albero malato cadrà grazie al loro incessante lavoro quotidiano: questa è anche la nostra determinazione.


    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoLa notizia potenzialmente più impattante arriva direttamente da Roma: lo scorso 15 gennaio è stato licenziato il testo del decreto della presidenza del Consiglio dei ministri sulla disciplina del trattamento di terre e materiali rocciosi provenienti dagli scavi che, al fine di evitare una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea, ha aggiornato le procedure per lo smaltimento dei rifiuti di scavo, cercando di armonizzare la normativa italiana con quella comunitaria. Tra le novità principali, l’abbassamento da 1000 a 100 millilitri su chilogrammo della soglia riguardante la presenza di fibre di amianto nella roccia, sopra la quale la terra di scavo dovrebbe essere considerata come rifiuto speciale e quindi da trattare come tale, stoccandola in siti dedicati, con procedure particolarmente complesse, finalizzate in primis alla tutela dei lavoratori ma necessarie anche per evitare un pericoloso rilascio ambientale in fase di lavorazione. Questo cambiamento comporterebbe un immediato innalzamento dei costi per le operazioni di estrazione, trasporto e stoccaggio dello smarino nella “grande opera” del Terzo Valico dei Giovi che, secondo alcune stime, potrebbero aumentare anche di 300 milioni di euro, cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 6 miliardi e 200 milioni di spesa previsti dal progetto finale. Ma non solo. Oltre ai costi operativi, le tempistiche di cantiere potrebbero triplicare, diventando necessarie procedure più elaborate per mettere in sicurezza il materiale di risulta e il suo trasporto. I cantieri potrebbero quindi fermarsi nuovamente, dopo le diverse sospensioni avvenute nei mesi scorsi, come quella di luglio imposta dall’Asl 3 per quanto riguarda lo scavo della galleria di Cravasco, seguita al ritrovamento di ingenti quantità della temuta fibra cancerogena. Un cambiamento che ha messo in allarme anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, il quale, durante la visita a Genova dello scorso 17 febbraio del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti sui cantieri di messa in sicurezza idrogeologica della città, ha fatto pressione per arrivare ad una modifica del testo scatenando la polemica sulla priorità data dalla politica alla realizzazione ad ogni costo del manufatto, a discapito della salute dei cittadini. Il ministro, da parte sua, ha assicurato che il governo proverà a rivedere la norma, ma le direttive europee non lasciano margini a riguardo.

    Il cantiere di via Coni Zugna

    terzo valico3In attesa di notizie da Roma, Cociv, società di Impregilo general contractor di Rfi per i lavori del Terzo Valico, potrebbe essere costretta a fermare un altro cantiere, questa volta a seguito di una decisione del Tar della Liguria: stiamo parlando del sito di via Coni Zugna, a Pontedecimo, dove è in costruzione un by-pass i mezzi pesanti diretti in Val Verde. La vicenda ha inizio il 18 febbraio 2015, quando i tecnici del consorzio depositarono la documentazione dell’avvenuto accesso per l’esproprio di un giardino attiguo all’argine del Polcevera, nonostante le notifiche fossero indirizzate a persona defunta e, quindi, irricevibili. Questo esproprio ha permesso ai lavori di partire: il 9 giugno scorso, gli operai sono entrati nel terreno dell’attuale proprietario, avviando la cantierizzazione. Dopo pochi giorni, ecco arrivare il ricorso al Tar, che il 17 dicembre 2015 ha dichiarato nullo l’atto, con sentenza immediatamente esecutiva. Nonostante ciò, i lavori sono andati avanti a piè sospinto e al danno si è aggiunta anche la beffa. Oltre ai 34 metri quadrati previsti dalle carte, il cantiere ha “sforato” inglobando altri 42 metri quadrati. Per quest’ultimo fatto è stata intrapresa causa civile che dovrebbe arrivare a sentenza il prossimo di aprile e potrebbe essere decisiva per i destini di questo cantiere.

    La querela al vicesindaco Bernini

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 smallA questa vicenda è anche legato un ulteriore “fronte” più squisitamente politico: durante il consiglio comunale del 16 giugno 2015, infatti, interrogato sui fatti dal consigliere comunale Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle e noto attivista No Tav, il vice sindaco di Genova, Stefano Bernini, si espresse in Consiglio comunale definendo la difesa del terreno da parte del legittimo proprietario come un’occupazione “manu militari. La dichiarazione considerata diffamatoria da parte del diretto interessato è stata quindi oggetto di querela, sulla quale adesso il tribunale dovrà esprimersi.

    A riguardo, il vice sindaco risponde a “Era Superba” smorzando i toni e dichiarando di non aver ricevuto nessuna informativa o notifica: «Era evidentemente una battuta, battuta su una questione che vede un interesse privato, anzi, privatissimo, scontrarsi con l’interesse di una intera comunità. L’opera di cui stiamo parlando da anni viene richiesta dai cittadini di Pontedecimo e l’amministrazione l’ha fatta inserire come opera compensatoria, approfittando dei grandi lavori per il valico». Come proseguirà la vicenda è ancora da capire: senza dubbio, un’eventuale sentenza a favore del querelante, pur non cambiando direttamente le sorti della grande opera, potrebbe aggiungere una nota politica importante per saggiare la distanza tra il mondo politico – amministrativo, che appoggia l’opera, e la sempre più numerosa parte di cittadinanza che invece vi si oppone.

    In sintesi, nei prossimi mesi sono attese tre decisioni molto importanti che incideranno in maniera profonda sui già complicati destini del Valico dei Giovi, un’opera che, da anni, sta scavando, e non solo in senso figurato, una voragine sempre più profonda tra modelli diversi di sviluppo, di crescita del territorio e di approccio politico alla risoluzione dei conflitti. Una primavera calda, quindi, che potrebbe essere il preludio per un’estate torrida.


    Nicola Giordanella