Autore: erasuperba

  • Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Quando sono sceso dal treno e ho messo il piede per la prima volta ad Amsterdam in un freddo mattino di fine dicembre l’aria pungeva il viso come piccole spine e le sparute foglie gialle e arancioni di un autunno ormai svanito lasciavano spazio al Generale inverno che avvolgeva con il suo bianco mantello la città e i suoi canali.
    Con un disco di Otis Redding acquistato in aeroporto, camminavo oltre la stazione sulle note di “Sittin’on the dock of the bay” attraversando splendidi canali e piste ciclabili in una città tra le più tranquille e pulite che abbia mai visto.

    Amsterdam è sempre stata vittima di luoghi comuni, tuttavia le sue trasgressioni sono limitate ai luoghi predisposti come i famosi Coffe Shop situati prevalentemente vicino alla stazione centrale e nel piccolo Red Light District, il resto è solo ordine ed eleganza.
    Come primo alloggio avevo un enorme dormitorio adiacente a Vondel Park che utilizzai anche per il secondo viaggio mentre per le successive volte optai per un albergo e la comodità di un bellissimo B&B gestito da una coppia gay di mezza età.

    Il primo viaggio fu in occasione del Capodanno 2000, partimmo in dieci persone da Genova con tappa a Torino e Parigi per giungere a destinazione il mattino seguente su un treno paragonabile a quelli per il trasporto bestiame.
    Da ragazzo è facile lasciare Amsterdam senza visitare le attrazioni culturalmente più importanti, ma con i viaggi successivi mi sono rimesso in pari…
    Dopo la faticosa esperienza in treno sono passato all’aereo per il viaggio successivo partendo da Genova con la compagnia aerea Transavia, questa volta in agosto e con un clima decisamente piacevole che mi ha permesso di affittare una bicicletta per muovermi attraverso i canali e vedere cose che il freddo dell’inverno nasconde.

    Una di queste è il museo di Van Gogh dove ho ammirato dal vivo i quadri del pittore olandese ripercorrendo la sua vita in tutte le sue fasi travagliate e contorte, attraverso i suoi dipinti si viene posseduti dal suo stato d’animo immergendosi nei colori al contrario vivaci delle sue tele; tra le opere più famose presenti ci sono “I Mangiatori di Patate, La Stanza di Vincent ad Arles, e uno dei Girasoli.

    Tra un museo e una passeggiata tra gli splendidi negozi del centro si può gustare un ottimo the o cioccolata calda in uno dei bellissimi Coffe Shop, il mio preferito è l’Abraxas, situato in un vicolo di Kalverstraat, la via principale che sfocia in piazza Dam, al suo interno oltre all’ottima musica si trovano numerosi servizi tra cui una postazione internet e il wi-fi gratuito. Un altro Coffe Shop speciale è il The Doors, scoperto una sera di agosto del 2005 quando con un mio amico eravamo alla ricerca di un buon caffè, situato alla destra della stazione, si distingue per la facciata in legno dipinto di rosso e la scritta viola sopra l’ingresso. L’interno è piccolo ma accogliente e il legno scuro e i divanetti creano un ambiente rilassante.
    Ricordo ancora quando sono entrato per la prima volta in questo locale, pochi faretti e una palla stroboscopica rimbalzavano sul fumo che saliva lento, dalle casse usciva “Pledging my time” di Bob Dylan e come tante altre volte all’estero mi sono chiesto come mai non sento mai pezzi di questo livello nei locali in Italia.

    Per chi volesse impegnare il tempo in maniera spensierata e divertente, ci sono attrazioni come la succursale olandese del Madame Tussaut, il famosissimo museo delle cere di Londra situato in piazza Dam oppure il Dungeon, una riproduzione teatrale itinerante dei migliori romanzi e film horror della storia dove attori in carne e ossa sono pronti a farvi saltare dalla paura.

    Girando per la città saltano all’occhio costruzioni storte e variegate, non vi preoccupate, non siete in preda ai fumi dei coffe shop…! In passato infatti le case venivano tassate in proporzione alla loro larghezza, pertanto si costruivano palazzi molto alti e stretti che lasciavano imperfezioni nelle forme e nelle linee, ma proprio questa caratteristica aggiunta ai diversi colori di ogni abitazione rende Amsterdam così originale.
    La città è costruita su una rete di canali che si estende per oltre cento chilometri, comprende 90 isole e 1500 ponti, il mezzo di trasporto principale è la bicicletta e molte strade sono pedonali e i tram sono elettrici, questo favorisce un ambiente silenzioso e rilassante.
    In alcune zone si possono ascoltare le campane di chiese distanti interi quartieri e passeggiare lungo i canali in compagnia di qualche Airone Cenerino che si gode il dondolare delle barche.

    Tutto ruota intorno a piazza Dam, un grande obelisco dalla forma fallica padroneggia nel centro, intorno centinaia di biciclette passano a velocità sostenuta non curandosi della strada umida e delle viscide rotaie dei tram.
    Proprio dietro la piazza si trova uno dei luoghi più discussi al modo, il già citato Red Light District, un piccolo quartiere situato su tre canali dove le vetrine illuminate formano file di curiosi e i teatri attendono i turisti allettati da fotografie degli spettacoli e prezzi comitiva.

    Uno dei miei appuntamenti fissi riguarda la passeggiata mattutina a Vondel Park, il più grande parco della città.
    Situato in pieno centro permette di praticare attività fisica e immergersi nel verde passeggiando lungo i piccoli laghetti frequentati da innumerevoli specie di uccelli e piccoli scoiattoli, magari ascoltando un po’ di buona musica e scattando qualche bella fotografia.

    Nei miei viaggi, soprattutto quelli in solitaria, amo camminare alla scoperta di luoghi inaspettati e fuori dagli schemi come il quartiere Jordaan di Amsterdam.
    Nato nel secolo d’oro olandese, ovvero intorno al XVII secolo come quartiere popolare dedito ad ospitare lavoratori che migrarono da tutte le parti del mondo in cerca di fortuna, divenne in pochi anni sovrappopolato e igienicamente scarso, questo portò coloro che potevano permettersi un posto migliore ad abbandonare il quartiere che divenne disabitato agli inizi del 900 quando rischiò pure di essere demolito.
    Salvato dalle proteste per il patrimonio storico che rappresenta, negli anni ’70 è stato ripopolato da una generazione di artisti che, grazie agli affitti economici, si stabilì in quello che è diventato il più caratteristico quartiere di Amsterdam. Personalmente ho scoperto la sua esistenza dopo aver visitato il mercato dell’usato che ogni lunedì e sabato si stabilisce nella piazza della chiesa di Noorderkerk, sono rimasto colpito dalle costruzioni irregolari ricavate da spazi angusti arredati in maniera artistica e moderna nonostante le antiche facciate in legno facciano pensare al contrario.
    In una delle vacanze ho avuto anche la fortuna di soggiornare in quello che è considerato “il più brutto albergo del mondo”, l’Hans Brinker Hotel.
    Le camere spoglie e fredde senza nessun tipo di comfort sono arredate solo da una branda e uno stipetto di metallo, il bagno presenta l’essenziale e la doccia in comune è presente solo in alcuni piani.
    La particolarità di questo albergo è proprio il vanto di essere considerato il più brutto del mondo, le pubblicità sono simpatiche e richiamano le imperfezioni presenti nell’albergo riuscendo a strappare il sorriso soprattutto a chi c’è stato.

    Durante le passeggiate notturne sono sempre rimasto affascinato dalle grandi finestre illuminate e prive di tende degli appartamenti, i salotti infatti sono in bella esposizione quasi fosse una competizione di bellezza. Molte abitazioni invece sono vere e proprie barche ormeggiate lungo i canali umidi e sempre in movimento.
    E’ difficile trovare popolazioni con una mentalità aperta come gli abitanti di Amsterdam, una città dove la trasgressione si nasconde dietro uno stile unico e inimitabile.

     

    Diego Arbore

  • Festival della Scienza 2013: bando di concorso Fame Lab

    Festival della Scienza 2013: bando di concorso Fame Lab

    Festival della Scienza di GenovaFame Lab è un bando di concorso internazionale di divulgazione scientifica, una competizione che si tiene in 24 Paesi del mondo ed è riservata a studenti e professionisti che vogliono lavorare in discipline legate alla scienza, di età compresa tra i 18 e i 41 anni.

    Il concorso si articola in selezioni locali, che si terranno in sette città italiane (tra cui appunto Genova): verranno poi scelti 14 finalisti che parteciperanno a FameLab Masterclass, un workshop di formazione in comunicazione della scienza, in vista della finale nazionale del 3 maggio 2013 a Perugia.

    L’Associazione Festival della Scienza ospita le selezioni locali di Genova: per partecipare è necessario scaricare il modulo di partecipazione a FameLab 2013 e inviarlo a genova@famelab-italy.it. Si riceverà in seguito comunicazione di data e luogo della selezione locale.

    La selezione locale avverrà in due sessioni, mattutina e pomeridiana: ogni partecipante dovrà proporre una presentazione di tre minuti da sottoporre alla giuria; i selezionati della sessione mattutina dovranno proporre una diversa presentazione nel pomeriggio; infine saranno scelti i due vincitori che parteciperanno alla Masterclass.

  • Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Sono ancora tempi biblici quelli che devono attendere le imprese artigiane per riscuotere i propri crediti con la Pubblica amministrazione. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Ufficio Studi di Confartigianato che ha calcolato il tempo medio di pagamento a 127 giorni, con un incremento di 32 giorni negli ultimi sei mesi e un danno economico per le imprese artigiane di circa 2,5 miliardi di euro.

    «Auspichiamo che questo malcostume, tutto italiano, possa essere superato vista l’entrata in vigore dal 1° di gennaio della normativa che fissa a 30 giorni il termine ordinario dei tempi di pagamento», dichiara Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria.
    Il decreto legislativo n. 192 del 9 novembre 2012, che recepisce la direttiva comunitaria (2011/7/UE) sui pagamenti, è stata salutato come un autentico toccasana dalle imprese artigiane all’entrata in vigore col nuovo anno. Infatti, la nuova normativa fissa il termine di pagamento a trenta giorni ed è derogabile nelle transazioni tra imprese solo tramite pattuizione che, per termini superiori a 60 giorni, dove essere espressa. Se il debitore è una pubblica amministrazione, il prolungamento del termine di pagamento oltre i 30 giorni deve sempre essere espresso e, in ogni caso, non può superare i 60 giorni.

    «Ora è necessario che questi paletti siano rispettati dalle Pubbliche amministrazioni affinché la nuova normativa non rimanga lettera morta – dice Grasso – Ricordo che l’incremento dei ritardi dei pagamenti determina un costo in termine di maggiori oneri finanziari per tutta la filiera. Infatti, l’impresa che vede ritardare il pagamento è costretta a scaricare, almeno in parte, i costi sulle imprese fornitrici, o, peggio, indebitarsi con il sistema bancario, con un conseguente effetto domino che sta strozzando tutto il sistema delle micro e piccole imprese».

    Il rapporto di Confartigianato evidenzia che la Pubblica amministrazione in Italia ha accumulato debiti commerciali per 79 miliardi di euro nei confronti dei fornitori di beni e servizi. Di questi, la voce più importante, ben 35,6 miliardi, è riferita a debiti verso le imprese fornitrici del sistema sanitario nazionale (Asl, Aziende ospedaliere e Ircss).

    I peggiori pagatori si registrano nel Centro-Sud con tempi record di 793 giorni per il saldo di una fattura in Campania, di 755 in Molise e di 661 in Campania. La Liguria si posiziona al di sotto della media italiana (286 giorni) con un ritardo medio di 170 giorni.

    «Conforta il tasso di diminuzione di 102 giorni tra il 2007 e il 2010, decisamente uno dei migliori a livello nazionale – commenta Grasso –Tuttavia, occorre sottolineare che l’obiettivo dei 30 giorni è ancora ben lontano e a farne le spese sono ancora una volta le imprese sulle quali ogni giorno di ritardo è un macigno insostenibile sulle spalle».

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Palazzo Ducale Genova: incontri su religione e potere

    Palazzo Ducale Genova: incontri su religione e potere

    Porticato di Palazzo DucaleIniziano lunedì 14 gennaio 2013 una serie di incontri a Palazzo Ducale sul tema Autorità Sacra – Il potere nelle religioni, a cura del Centro Studi Antonio Balletto e che vedranno come relatori storici, teologi e intellettuali che affrontano il problema del rapporto tra le varie confessioni religiose, le forme di legittimazione dell’autorità e il mondo del potere.

    I convegni si terranno tutti i lunedì fino al 25 febbraio 2013, con orario 17.45 e ingresso libero.

    Tema degli incontri.
    L’autorità è il principio teoretico e organizzativo proprio di tutte le religioni? Come funziona nelle varie confessioni cristiane, nelle diverse religioni del mondo il potere? Che rapporto c’è tra la struttura del potere interno a una religione e la dottrina teologica di riferimento?

    Chi decide, su che cosa, attraverso quali mezzi, uffici, in quali circostanze? Come si è arrivati alle odierne forme di legittimazione e di gestione del potere interno? Quali cambiamenti ci sono stati nei secoli?

    In quali ambiti si esercita il potere: dottrinale?, morale?, liturgico?, politico? Ci sono variazioni ad essi connesse? C’è (c’è stato) un nesso tra forma del potere interno e rapporti con i poteri esterni (politici, economici ecc.)?

    Programma dettagliato degli incontri.

    14 gennaio: Il potere nel Cristianesimo
    con Vito Mancuso, teologo

    21 gennaio: Chiese cristiane antiche e orientali
    con Paolo Bettiolo, storico dell’Università di Padova

    28 gennaio: Chiesa cattolica moderna
    con Adriano Prosperi, storico di Università di Bologna e Scuola Normale di Pisa

    4 febbraio: Chiese protestanti
    con Paolo Ricca, teologo alla Facoltà Teologica Valdese di Roma

    11 febbraio: Chiesa cattolica contemporanea
    con Marco Ansaldo, giornalista

    18 febbraio: Tradizioni e comunità islamiche
    con Ida Zilio Grandi, islamista all’Università Ca’Foscari di Venezia

    25 febbraio: Sette antiche e nuove
    con Giovanni Filoramo, storico delle religioni all’Università di Torino

  • Galata Museo del Mare: mostra di arte dal Giappone

    Galata Museo del Mare: mostra di arte dal Giappone

    hokusaiAperta al pubblico fino a giovedì 31 gennaio 2013 la mostra che al Galata Museo del Mare interpreta l’arte del Giappone attraverso le opere di 63 artisti contemporanei.

    Titolo della mostra è La Grande Onda. Omaggio ad Hokusai, a cura di Adelinda Allegretti: oltre 80 opere realizzate ad hoc da artisti italiani e stranieri che operano nei diversi linguaggi visivi (pittura, scultura, computergrafica, ceramica, installazione) e che hanno rivisitato le opere di Hokusai tenendo conto del proprio stile e della propria ricerca.

    La mostra è allestita per tutto il percorso museale fino alla terrazza panoramica “Mirador” ed è possibile visitarla negli orari di apertura del museo.

    Artisti in mostra: Livia Balu (CH-Svizzera), Emanuela Battista (I), Ettore Battista (I), Raffaella Benetti (I), Eléonore Bernair (B-Belgio), Sergio Boldrin (I), Franco Bratta (I), Philippe Bruneteau (F-Francia), Regina Bucher (D-Germania), Agnese Cabano (I), Virginia Cafiero (I), LeoNilde Carabba (I), Fabio Castagna (I), Enrico Challier (I), Conte (I), Laurence Courto (F-Francia), Luigia Cuttin (I), Corrado de Ceglia (I), Elisa Donetti (I), Marianne Em¬menegger (D-Germania), Kenneth Engblom (S-Svezia), Beniamino Fabiano (I), Maria Fatjó Parés (E-Spagna), Sergio Fava (I), Feofeo (I), Monica Frisone (I), Annamaria Gagliardi (I), Anna Gatto (I), Alessio Gessati (I), Marco Giovanni Gianolio (I), Paolo Ielli (I), Antonella Iovinella (I), Iu¬kàri (I), Nadia Larosa (I), Lorella Lion (I), Maria A. Listur (RA-Argentina), Cristina Mantisi (I), Serafina Marranghino (I), Mauro Martin (I), Paola Mascherin (I), Mira Maria Meiler (A), Claudia Melotti (I), Nika! (PL-Polonia), Rosanna Orsini (I), Lucia Pasini (I), Mario Pasqualotto (E-Spagna), Amedeo Pedaletti (I), Gianmario Quagliotto (I), Lorenzo Quinn (I), Mariella Relini (I), Brigitta Rossetti (I), Maria Cristina Sammarco Pennetier (I), Matteo Seghezza (I), Martin Sendlak-Rinkwitz (D), Elisabetta Serafini (I), Patrizia Simonetti (I), Nancy Sofia (I), Mariagrazia Stoppa (I), Laura Tarabocchia (I), Roberto Tigelli (I), Elisa Traverso Lacchini (I), Laura Venturi (I), Elena Verri (I).

    La curatrice
    Adelinda Allegretti nasce a Roma nel 1969 e qui si laurea presso l’Università degli Studi “La Sapienza” in Storia comparata dell’arte dei paesi europei col Prof. Enzo Bilardello, affrontando una tesi di ricerca sul pittore italo-spagnolo Bartolomé Carducho, vissuto in Spagna a cavallo tra il 1500 ed il 1600.
    Iscritta all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, dal 1999 cura mostre in spazi pubblici e gallerie private, sia in Italia che all’estero. Nel 2004-2005 completa la sua formazione curatoriale frequentando il Master in “Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, dove torna nel 2007 in veste di Tutor del Master curatoriale in “Landscape Design”. Vive tra Roma e la provincia di Como.

  • Via del campo 29 Rosso: il libro “Un caruggio e una bottega”

    Via del campo 29 Rosso: il libro “Un caruggio e una bottega”

    Via Del Campo De AndrèSabato 12 gennaio 2013 (ore 17) si terrà presso l’emporio-museo Viadelcampo29rosso la presentazione del libro Un caruggio e una bottega di Ivaldo Castellani.

    Insieme all’autore intervengono Giorgio Guerello – Presidente del Consiglio Comunale di Genova e gli attori Andrea Grimaldi e Sara De Martino della Compagnia del Teatro Govi, che leggeranno alcuni brani del libro.

    Questa una presentazione del testo da parte dell’autore.
    “In molti e molto spesso diciamo che Genova è “provinciale”. In effetti sotto diversi aspetti è innegabile che qui domini un certo tipo di mentalità e di abitudini: il genovese non si trova a proprio agio in una dimensione metropolitana, ma è altrettanto innegabile che per contro qui è più facile (o
    meno difficile) incontrarsi rispetto ad altre grandi città.

    Dentro a quel gran paese che è Genova, ce n’è un altro che, seppur racchiuso nel primo è pur sempre il più vasto d’Europa: il centro storico. Dalla sua frequentazione sporadica in anni giovanili a quella quotidiana da diverso tempo e a tutt’oggi, sono nate e cresciute sensazioni, emozioni, conoscenze.

    “Un carruggio e una bottega” parla proprio di questo paese dentro al paese, ma di come era fino a qualche tempo fa, con la sua umanità variegata e pragmatica, che lentamente, ma inesorabilmente ha lasciato il posto ad un’altra umanità, senz’altro ancor più variegata, ma che ha perso e ha fatto perdere alla città vecchia la personalità unica e inimitabile che aveva una volta.

    Non c’è rimpianto su ciò che era allora, non c’è nostalgia, ma c’è il desiderio, questo sì, di raccontare com’erano quei carruggi, perché se rimpiangere può essere tempo perso, non dimenticare può a volte servire a meglio capire, ad amare. Bighellonando attraverso queste pagine, ci si imbatte in personaggi ed eventi storici, ma anche anonimi, il mugugno e l’ironia possono intrecciarsi con il dramma, la verità storica con l’immaginazione, la realtà con il sogno.

    Qualcuno parla in prima persona, altri parlano di qualcuno o di qualcosa e a volte sono proprio le cose, i vicoli e gli animali ad avere voce, la voce di chi ne ha viste e ne ha vissute tante e all’autore è piaciuto immaginare che abbia voluto raccontargliene qualcuna”.

  • Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Da alcuni anni ormai sentiamo spesso ripetere la formula magica del “per uscire dalla crisi dobbiamo essere più produttivi”. Nell’immaginario collettivo l’essere più produttivi potrebbe suonare come una semplice esortazione a rimboccarsi le maniche. Ma sarà proprio così?
    La produttività può essere misurata in diversi modi, ma uno degli indici più spesso utilizzati per confrontare la produttività italiana con quella degli altri paesi è il “Costo unitario del lavoro”, in inglese “Unit labour cost” (ULC). Come viene calcolato questo indice?

    Prendiamo in esame un caso molto semplice: un’azienda che produce bulloni. Il costo unitario del lavoro è il rapporto tra il compenso totale di un singolo lavoratore (inclusi tutti i contributi pagati dal datore di lavoro come quelli pensionistici, eventuali benefit, ecc.) e il numero di bulloni che produce. Il risultato è un numero che rappresenta il costo del lavoro per produrre un singolo bullone. Tanto più è alto questo numero tanto più è alto il costo che il datore di lavoro deve sostenere per la remunerazione del dipendente a parità di bulloni prodotti. All’aumentare dell’indice produrre diventa sempre meno conveniente e quindi la produttività diminuisce.

    Ovviamente sarebbe molto difficile effettuare questo calcolo per ogni azienda e poi combinarne i risultati per ottenere un costo unitario del lavoro medio rappresentativo di un intero paese. Per questo, per calcolare un indice medio globale, si procede così: si calcola il rapporto tra il costo del lavoro totale e il prodotto interno lordo reale, cioè la ricchezza prodotta in un paese depurata dall’inflazione. Un aumento di questo indice rappresenta una ricompensa maggiore per il contributo del lavoro alla produzione, tuttavia, se questa aumenta troppo rispetto al prodotto interno lordo reale, il costo unitario del lavoro aumenta e la competitività del paese ne risente.

    Pensate cosa succederebbe ad un paese A dove il costo unitario del lavoro rimanesse pressoché costante e un paese B dove invece questo indice salisse, anche se lentamente. Col passare del tempo il paese B diventerebbe sempre meno competitivo e sarebbe sempre più conveniente comprare le merci dal paese A. Sostituite al paese A la Germania e al paese B i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e avrete un quadro completo di quello che è successo a partire dal 2000 in Europa. Il quadro risulta ancora più chiaro se si guarda l’andamento del costo unitario del lavoro (ULC) dal 2000 a oggi:

    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

    In questo grafico viene posto a 100 il costo unitario del lavoro di ogni paese nel 2000. Valori superiori a 100 indicano un aumento dell’ULC rispetto al 2000, mentre valori inferiori una diminuzione. Forse non è sorprendente vedere come l’andamento del costo unitario del lavoro tedesco si discosti così tanto da quello PIIGS.  È un po’ più sorprendente vedere come neanche la virtuosa Francia abbia un andamento dell’ULC assimilabile a quello tedesco.

    Ma come avrà fatto la Germania per essere così produttiva, anche più degli altri paesi “virtuosi”? Sarebbe interessante saperlo visto che da più parti ci viene detto di seguire il suo esempio. Vi do un indizio: il costo unitario del lavoro, essendo il rapporto di costo del lavoro e produzione, può essere abbassato diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore. I nostri cugini tedeschi hanno agito prevalentemente sul primo, comprimendo i salari. La prossima settimana vedremo come…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Quezzi, Molinetto: manifestazione e sopralluogo delle istituzioni

    Quezzi, Molinetto: manifestazione e sopralluogo delle istituzioni

    Sabato 12 gennaio (ore 9 appuntamento in Largo Merlo) si svolgerà la manifestazione autoconvocata dagli abitanti di via del Molinetto in località Pedegoli, sulle alture di Quezzi, per ribadire la necessità di ripristinare l’accesso pedonale alla creuza, interdetto ormai da 13 mesi con inevitabili disagi per i residenti, in particolare anziani e diversamente abili.

    Qualcosa, però, finalmente si muove: Lunedì 14 gennaio, infatti, alle ore 14:30, è previsto un sopralluogo istituzionale a cui parteciperanno il Commissario Delegato per il Fereggiano (nonché Presidente della Regione), Claudio Burlando, l’Assessore comunale ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, l’Assessore regionale all’Ambente, Renata Briano, il presidente del Municipio, Massimo Ferrante, referenti della Provincia e tecnici di Elpis s.r.l., la società di Coop 7 che concretamente realizzerà la nuova rampa di accesso a via del Molinetto.
    Seguirà, alle ore 15:00, un’assemblea pubblica presso i locali del circolo “Amici di Pedegoli” in via Daneo.

    Quest’ultima iniziativa, reclamizzata su un volantino affisso lungo le strade del quartiere e firmato Pd, suscita una polemica politica «Il Partito Democratico vuole passare come l’artefice della soluzione – tuona Giuseppe Pittaluga, abitante di via del Molinetto e consigliere Rc-Fds in Municipio – per altro quella meno logica e che non convince alcuni cittadini, ossia la nuova rampa carrabile alternativa al ponte. Eppure tale situazione di empasse è stata causata dallo stesso Pd e dai suoi rappresentanti che siedono nell’amministrazione comunale: nei mesi scorsi, infatti, il Comune avrebbe potuto realizzare almeno un intervento provvisorio, una passerella salvavita del costo di poche migliaia di euro, che avrebbe permesso il passaggio degli abitanti e dei piccoli mezzi agricoli».
    Al contrario «Adesso raggiungeranno il loro scopo – continua Pittaluga – ovvero trasformare un percorso pedonale in carrabile, quindi accessibile alle automobili. È facile immaginare che in futuro allargheranno la creuza e magari costruiranno qualche parcheggio lungo il rivo».
    Smorza i toni il Presidente del Municipio Bassa Valbisagno, Massimo Ferrante, che rassicura «L’opera si atterrà scrupolosamente al Piano di bacino e dovrà anche provvedere a mettere in sicurezza da possibili allagamenti le abitazioni costruite lungo il rio Molinetto. L’accesso rimarrà, anche alla fine dei lavori, ad uso esclusivo dei pedoni e per il passaggio dei soli mezzi agricoli, com’era in origine. È importante conservare le caratteristiche architettoniche e rurali del territorio senza stravolgimenti».
    il consigliere Pittaluga, però, non si fida «Il progetto originario che, in via informale, sono riuscito a vedere, prevede una rampa larga 2,5 metri e pure un allargamento del primo tratto della creuza. Ricordiamo che il ponte era largo solo 1,90 metri».

    Entro la fine di questo mese, presso il Municipio Bassa Valbisagno, si terrà un’assemblea pubblica in cui i cittadini potranno osservare il progetto, esporre le loro opinioni e apportare eventuali modifiche.
    Ma rimane ancora un nodo non secondario da sbrogliare. Parliamo dei tre magazzini (uno abusivo) che dovranno essere abbattuti per consentire la realizzazione della rampa. I proprietari, a breve, dovranno cedere tali immobili. Qualcuno ha parlato di esproprio ma Pittaluga sottolinea «E chi espropria? Coop 7? Semmai si può parlare di una trattativa tra soggetti privati».

    «Il magazzino rappresenta un valore aggiunto della mia abitazione – spiega la signora Debora Vidali, proprietaria di uno degli immobili destinati alla demolizione – Finora non ci è stato comunicato nulla di preciso. Soltanto che sarebbe passato un geometra comunale, come in effetti è avvenuto».
    Nel frattempo, mentre chiacchiero con la proprietaria del magazzino, un tecnico comunale dell’ufficio espropri è intento a prendere misurazioni «Ci hanno parlato di un approccio amichevole ma in realtà non c’è margine di manovra – continua Vidali – Si potrà trattare esclusivamente sul prezzo. Ormai è deciso: i magazzini devono sparire».
    Il disagio dei proprietari, però, non è limita alla perdita degli immobili. C’è preoccupazione anche per l’incolumità delle persone «La rampa sbucherà proprio di fronte all’ingresso di casa mia – conclude la signora Vidali – Prima i mezzi agricoli passavano a velocità limitata. In futuro, invece, le automobili si muoveranno a maggiore velocità. Inoltre, siamo sicuri che l’abbattimento di questi manufatti e la realizzazione dell’opera, non comporteranno problemi di allagamento lungo via del Molinetto?».

     

    Matteo Quadrone

  • Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    Centro storico, il punto sui selciati dopo le polemiche in via Garibaldi

    La situazione dei selciati del centro storico genovese è balzata agli onori della cronaca in occasione degli interventi sulla pavimentazione di via Garibaldi, tuttora in via di esecuzione, suscitando la mobilitazione di semplici cittadini ma anche di tecnici (veri o presunti, occorre sottolinearlo) che, soprattutto sul web, si sono confrontati sul tema. Sono nati gruppi e movimenti di opinione che hanno allargato il campo, evidenziando le criticità che affliggono altri percorsi della città vecchia: via Chiossone, via Scuole Pie, via dei Macelli di Soziglia, via Canneto il Lungo, via Canneto il Curto, via Luccoli, via 25 Aprile, via Fontane Marose, solo per citarne alcuni. Zone meno chiacchierate da cittadini e media – rispetto alla celebre Strada Nuova – sulle quali Era Superba ha provato ad approfondire la questione.

    Per comprendere le problematiche nel dettaglio abbiamo chiesto un parere al Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico – un gruppo di archeologi, restauratori e storici dell’arte che dalla propria pagina Facebook, aperta al contributo degli utenti con fotografie, rassegna stampa e segnalazioni – si è fatto portavoce delle istanze di salvaguardia di un patrimonio comune «Il nostro intento è informare su quanto sta avvenendo, mettendo a disposizione le competenze che abbiamo: da anni sono in atto opere di rifacimento dei selciati nel centro storico, se ne parla solo adesso che i lavori riguardano via Garibaldi, perché è una strada più “esposta” e frequentata. Quello che vogliamo è andare oltre l’aspetto emozionale, che troppo spesso determina la comunicazione sui media e sugli stessi social network, e illustrare la situazione con un approccio professionale».

    La prima campagna di sostituzione delle pavimentazioni del centro storico risalirebbe agli anni ‘90, mentre quella odierna sarebbe la seconda. Una tendenza che non interessa solo Genova, ma pure, ad esempio, Trieste e Bologna. «Via Garibaldi è la punta dell’iceberg che oggi permette di portare alla luce le operazioni condotte arbitrariamente ed in modo scellerato su altri vicoli – racconta un archeologo del Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, che preferisce non essere citato per nome – Le pavimentazioni storiche in “arenaria di La Spezia” sono state progressivamente sostituite con “arenaria cinese” scadente ed esposta a deterioramento veloce».

    La domanda sorge spontanea, per quale motivo sono state cambiate le lastre? «Secondo noi non sussiste una ragione tecnica per giustificare tali operazioni – continua l’archeologo – Inoltre ho pesanti perplessità anche in merito all’esecuzione degli interventi. In piazza Lavagna, vico Lavagna e via Scuole Pie, ad esempio, le piastre sono state posate in malo modo. I lavori, insomma, non sono stati eseguiti a regola d’arte».
    Il secondo quesito irrisolto, invece, è il seguente: dove sono finite le pietre originali? «Sarebbe interessante sapere qual è stato il loro destino – spiega l’archeologo – So che in precedenti occasioni erano state stoccate lungo il torrente Bisagno ma poi sono scomparse. Voci di corridoio parlano di alcune pietre del ‘700 miracolosamente riapparse in giardini privati».

    Al fine di ottenere delucidazioni a proposito degli interventi di sostituzione delle pavimentazioni antiche nel centro storico, nell’ottobre 2012, il comitato ha scritto una lettera all’architetto Luisa Maria Papotti, Soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria. Così recita l’incipit della missiva «Siamo molto preoccupati per quanto sta avvenendo ed è avvenuto alle pavimentazioni di alcune delle vie del centro storico di Genova. Abbiamo constatato, infatti, che in via dei Macelli di Soziglia e in via David Chiossone le vecchie pietre in arenaria quarzosa, spesse almeno 13 cm, tagliate a mano e provenienti da cave liguri, sono state sostituite con lastre di esiguo spessore, lavorate a macchina ed importate dalla Cina. Abbiamo notato anche che alcune di esse sono già in via di ammaloramento, probabilmente perché il tipo di arenaria scelto ha scarsa resistenza Ci chiediamo come sia possibile che in un centro storico di altissimo pregio come quello di Genova si sia permesso un tale scempio». Purtroppo, però, dalla Soprintendenza non è giunta alcuna risposta.
    Anche la sezione genovese di Italia Nostra ha inviato una lettera all’amministrazione comunale e alla Soprintendenza in cui ha espresso il proprio totale dissenso a modificare la storica pavimentazione di Strada Nuova. Inoltre, l’associazione sta preparando un dossier fotografico sui numerosi casi di incongrua e caotica ri-pavimentazione che ha caratterizzato alcuni recenti interventi nel centro cittadino.

    Secondo il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico, la medesima situazione riguarda pure via Canneto il Lungo e via Canneto il Curto «In via Canneto il Lungo sono censiti 5 palazzi dei Rolli soggetti a vincolo – sottolinea il gruppo – anche in questo caso, però, recentemente la pavimentazione è stata completamente rifatta. Eppure quella precedente era più pregiata, più resistente e ancora in buone condizioni. Adesso Canneto il Lungo sembra una corsia della Coop».

    A questo punto diviene fondamentale ascoltare la voce della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici della Liguria per chiarire una volta per tutte la questione. L’architetto Giuliano Peirano, funzionario di zona della Soprintendenza, accetta di parlare, ma prima vuole fare quella che ritiene una premessa necessaria «Su questa vicenda si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto, mai basandosi su dati oggettivi».
    «Il progetto di via Garibaldi è rimasto tale e quale a quando, circa un anno e mezzo fa, è stato approvato dalla Soprintendenza – racconta Peirano – Si tratta di lavori propedeutici alla sostituzione delle sottoutenze (di fine ‘800), quindi rispondono ad un’esigenza tecnica di sostituzione che non ha nulla a che fare con la pavimentazione. Interventi commissionati da Genova Reti Gas e Comune sotto la nostra stretta sorveglianza. Una volta rifatte le sottoutenze, infatti, la pavimentazione verrà riposta con le medesime pietre e nelle stesse modalità in cui si trovava».
    Nel frattempo «È emersa l’esigenza della Consulta per l’Handicap, la quale ha chiesto di agevolare il passaggio dei disabili –continua Peirano – la Soprintendenza ha ascoltato le loro proposte, ritenute, però, non idonee. Così si è optato per una soluzione che, tramite una superficie priva di sali-scendi, consenta un passaggio agevole. I basoli di granito di strada Nuova sono stati prelevati, numerati e oggi sono custodi in un magazzino con tutte le accortezze necessarie».

    In merito alla presunta sparizione delle pietre storiche (ai fini di un’altrettanto presunta vendita), il giudizio del funzionario della Soprintendenza è tranchant «Questa è una leggenda metropolitana nata da un episodio risalente a una trentina di anni fa, quando in Galleria Mazzini venne sostituita la pavimentazione di basoli in arenaria, in seguito trasferiti in Toscana. Da allora, ogni volta che si tocca una strada, si dice che i basoli vengono venduti, ma tutto ciò non corrisponde assolutamente al vero».

    Gli interventi eseguiti o in corso d’opera negli altri vicoli del centro storico, secondo il funzionario della Soprintendenza, non comportano la sostituzione di lastre storiche «In via Macelli di Soziglia è stata sostituita una pavimentazione recente, risalente a venti anni fa e sicuramente priva di valore storico – sottolinea Peirano – In questa strada le pietre di La Spezia non ci sono, va detto con chiarezza. In via David Chiossone esistono alcuni tratti di pavimentazione storica e sono stati conservati. La parte di selciato sostituita risaliva a venti anni fa».
    Su una cosa, però, il funzionario della Soprintendenza concorda con il Comitato SOS Genova via Garibaldi e Centro Storico «Sulla scelta dei materiali possiamo parlarne. Il problema è che la Soprintendenza non possiede la facoltà di determinare la qualità delle pietre. Gare e appalti sono commissionati da Genova Reti Gas. Noi possiamo esclusivamente campionare del materiale che il committente ci presenta».

    Nel caso di strade in cui, invece, sia ancora presente l’arenaria storica «Le lastre vengono tirate su e riposizionate dov’erano prima, senza alcuna sostituzione delle pietre – continua il responsabile di zona della Soprintendenza – Ad esempio in Piazza Fossatello sono stati eseguiti dei piccoli lavori e nessuna pietra è stata sostituita».
    Circa l’80-90 per cento dei lavori sono conseguenti al rinnovo delle sottoutenze «Comunque i rifacimenti delle strade devono sempre ottenere l’autorizzazione della Soprintendenza che ha anche un compito di controllo che esplica attraverso sopralluoghi, prima durante e dopo gli interventi», precisa Peirano.
    Bisogna sottolineare che non esiste un censimento delle pavimentazioni e neppure dei vincoli specifici «Le pavimentazioni in quanto tali non sono vincolate – continua Peirano – Le “creuze”, gli antichi percorsi pedonali, alcune strade, ecc., hanno un vincolo “ope legis”. Ovvero per legge deve seguire una verifica d’interesse. In sostanza, il Comune dovrebbe realizzare una mappatura dei percorsi poi la Soprintendenza potrebbe decretarne il vincolo. Ma finora l’amministrazione non ha portato a termine la mappatura».

    Infine, per quanto riguarda i lavori non fatti a regola d’arte «Questo in parte può essere vero – ammette Peirano – Siamo di fronte a grandi appalti gestiti da importanti committenti. Di conseguenza, chi vince realizza l’intervento. Noi possiamo controllare e nel caso vi sia un pericolo per il patrimonio della città, bloccare i lavori. Vorrei ricordare, però, che oggi tutto sembra assumere il medesimo valore. In via Garibaldi il valore storico è quello di una pavimentazione dell’800. Per intenderci, non stiamo parlando di un mosaico romano».
    «Io da quando opero nel centro storico, circa una quindicina d’anni, posso assicurare di non aver mai autorizzato la sostituzione di arenaria storica con delle lastre nuove», conclude il dott. Peirano.

     

    Matteo Quadrone
    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Val Fontanabuona: Teatro di Cicagna, un anno di spettacoli

    Val Fontanabuona: Teatro di Cicagna, un anno di spettacoli

    Teatro CicagnaGenova è uno dei più fertili centri teatrali d’Italia: dalla prosa al musical, passando per la commedia dialettale, ogni quartiere della città ha il suo teatro e l’opportunità di assistere a spettacoli diversi e di qualità.

    Una situazione più difficile da trovare nei piccoli borghi dell’entroterra, caratterizzati da bellissimi paesaggi e che possono rappresentare un importante polo turistico del territorio ligure, ma che tendono a essere penalizzati dall’assenza di leve culturali che possono attirare un numero elevato di persone.

    Valorizzare la Val Fontanabuona, farla conoscere non solo ai genovesi ma anche ai turisti, è uno degli obiettivi che ci si è posti con l’apertura del Teatro di Cicagna. Inaugurato nel dicembre 2011 presso la frazione di Monleone è – come ci tiene a sottolineare il Direttore Sergio Giunta – l’unico Teatro del Levante genovese: «Non ci sono teatri in Val Fontanabuona, mentre nel Tigullio è attivo solo il Teatro Cantero a Chiavari, che fa solo cinema e spettacoli di opera. Il Teatro di Cicagna è il solo ad avere una stagione completa e diversificata».

    La prima stagione, conclusa la scorsa primavera, ha visto un programma molto ricco: 40 spettacoli in 4 mesi. «Abbiamo scelto una programmazione così serrata perché l’obiettivo era far sapere agli abitanti della Val Fontanabuona e del Tigullio dell’esistenza del teatro: il nostro potenziale pubblico era formato da persone per nulla abituate ad avere un teatro nelle vicinanze, pertanto abbiamo messo in scena spettacoli di varia tipologia, per avvicinare gli spettatori e capire i loro gusti. Nella stagione in corso – che proseguirà fino a maggio 2013 – gli spettacoli sono più diluiti e abbiamo introdotto nuovi generi, come il musical (tra cui Otto – Il batterista sull’Oceano e Sognando il Re Leone, ndr), e siamo soddisfatti di un bilancio di presenze sempre molto positivo».

    Il pubblico del teatro è formato da persone provenienti dai Comuni circostanti e dal Tigullio, soprattutto la zona di Chiavari e Lavagna, ma le compagnie teatrali di Genova che mettono in scena spettacoli a Cicagna portano con sé uno “zoccolo duro” di spettatori anche dal capoluogo.

    Per il futuro, gli obiettivi del teatro sono due: da un lato aprirsi maggiormente a compagnie non liguri, per far conoscere in tutta Italia il territorio della Fontanabuona (lo scorso ottobre sul palco Life – Fiori d’acciaio della compagnia Bracci-Schneider di Roma, nel cast anche la figlia di Gigi Proietti); dall’altro, nel lungo periodo, formare una propria compagnia di teatro stabile attraverso i corsi di recitazione e canto già attivi presso il teatro, tenuti dagli attori Alessandro Damerini e Claudia Benzi e dalla cantante Sara Nastos.

    La gestione del teatro è affidata all’associazione Mediaquality, di cui Sergio Giunta è presidente, che si è occupata della ristrutturazione dei locali e cura la direzione artistica: «Abbiamo un’ottima relazione con il Comune di Cicagna, in particolare con Marco Limoncini, presidente del Consiglio Comunale e Consigliere Regionale. Di fatto, tuttavia, non abbiamo ricevuto alcun aiuto o finanziamento dagli enti locali. L’associazione ha fatto un enorme sforzo per riqualificare il teatro e mantenere un’attività costante, il nostro obiettivo è che il teatro diventi nel tempo una leva per promuovere la Fontanabuona e valorizzare il turismo culturale. I fondi alla cultura e al teatro sono sempre più esigui, ma è un vero peccato che – mentre altri teatri dispongono di forme di finanziamento, seppur minime – non si sia ancora fatto nulla per sostenere uno spazio unico nel suo genere, che non si trova presso un grande centro abitato o vicino alla costa, ma in una zona “nuova” dove non era mai stato aperto un polo culturale».

    I prossimi spettacoli in calendario presso il Teatro di Cicagna sono Dillo al mare (sabato 12 e domenica 13 gennaio 2013), un esperimento di commistione teatro-cinema a cura della compagnia Le Pantasome di Roma, e Rumori fuori scena di Michael Frayn (sabato 19 gennaio 2013), messo in scena dalla compagnia La Pozzanghera.

    Marta Traverso

  • Giorno della Memoria 2013: bando di concorso per studenti

    Giorno della Memoria 2013: bando di concorso per studenti

    Giornata della memoriaIn occasione del Giorno della Memoria 2013 la Regione Liguria ha indetto una nuova edizione del bando di concorso per studenti delle scuole superiori sul tema Raccontare l’Olocausto.

    È possibile partecipare con poesie, racconti, interviste, articoli giornalistici, quadri, sculture, rappresentazioni teatrali, che dovranno sviluppare la seguente traccia: “L’istituto Jad Vashem di Gerusalemme per la Memoria della Shoah ha insignito doversi italiani del titolo di “Giusto fra le Nazioni”. Spiega il significato di questa onorificenza e documentati su alcuni di loro, illustrando la loro opera e il contesto nel quale hanno agito“.

    Gli elaborati dovranno essere inviati per posta, a cura degli istituti scolastici di appartenenza, entro il 31 maggio 2013 all’indirizzo: Presidenza del Consiglio regionale Assemblea legislativa della Liguria – Ufficio Gabinetto, via Fieschi 15 – 16121 Genova.

    Il bando mette in palio quindici borse di studio da 1.500 € ciascuna, destinate agli elaborati più meritevoli. I vincitori parteciperanno, inoltre, a un viaggio nei luoghi della Shoah accompagnati da una delegazione di consiglieri regionali.

  • S.Maria di Castello: una zona del centro storico da riqualificare

    S.Maria di Castello: una zona del centro storico da riqualificare

    Un’assemblea aperta a tutta la cittadinanza per discutere con gli amministratori pubblici le problematiche più sentite dagli abitanti, in particolare di quella porzione più antica del centro storico genovese, la collina del Castello. L’iniziativa, organizzata dall’Assest Associazione Centro Storico Est, in collaborazione con la parrocchia di San Torpete e l’Associazione Ludovica Robotti, si è svolta il 19 dicembre scorso presso la chiesa di Santa Maria di Castello e ha visto la partecipazione del Vicesindaco, Stefano Bernini e dell’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini.

    «È stato un incontro preliminare, tra qualche mese ci confronteremo nuovamente – spiega il presidente di Assest, Giancarlo Bertini – la nuova amministrazione comunale per la prima volta ha incontrato i cittadini. L’impressione è positiva perché hanno ascoltato le nostre istanze».

    Al centro della discussione alcuni aspetti negativi, quali il degrado del territorio e la diffusione del commercio abusivo, precise richieste, come la tutela del diritto al riposo notturno e una maggiore presenza di vigili urbani e forze dell’ordine, ma anche concrete proposte, in primis il rilancio del turismo e l’inserimento della zona nei percorsi culturali della città.

    «L’assenza di legalità, purtroppo, non si manifesta solo con frequenti episodi di microcriminalità (piccolo spaccio, reati predatori, ecc.) – continua Bertini – In questo senso il “mercatino” di via Turati, che attualmente continua ad operare a pieno regime, è l’emblema di una parte della città che va assumendo i contorni di zona franca». Per questo, oltre a una maggiore presenza della polizia municipale «Sarebbe utile avere un ufficio dei vigili urbani nel quartiere», aggiunge Bertini.

    Tra le criticità l’ormai famosa movida è sempre ai primi posti «Purtroppo alcuni locali non rispettano la dignità delle persone che vivono nei dintorni – sottolinea Bertini – E poi, dopo la chiusura di bar e circoli, spesso e volentieri, gli schiamazzi continuano per le strade».

    Inoltre, i residenti del centro storico hanno evidenziato l’impoverimento del quartiere «Il simbolo sono le serrande abbassate – spiega il presidente – Numerosi esercizi commerciali hanno già chiuso e altri si apprestano a farlo. Andando avanti di questo passo i caruggi diventeranno deserti di giorno, per rianimarsi solo durante le ore notturne».

    Assest e molti residenti, invece, sono convinti che questa porzione del centro storico possegga tutte le carte in regola per un rilancio basato sul turismo. «Noi abbiamo sempre espresso il desiderio che il patrimonio storico-artistico di questa parte del centro storico venga incluso nei percorsi turistico-culturali – continua Bertini – Quindi non solo Via Garibaldi, via San Lorenzo e Porto antico ma anche la zona di Santa Maria di Castello, Porta Soprana, la casa di Mameli, ecc., sono risorse da valorizzare a dovere».

    D’altra parte l’associazione non sta con le mani in mano e anzi, da lungo tempo, cerca di sviluppare attività di promozione culturale «Da ormai 7 anni presso Santa Maria di Castello organizziamo i “Mercoledì del Castello” – aggiunge il presidente di Assest – e regolarmente una cinquantina di persone partecipa agli incontri».

    «Abbiamo trovato disponibilità da parte degli amministratori pubblici – conclude Bertini – speriamo non sia solo di facciata, ma staremo a vedere. Le cose non possono cambiare radicalmente, nel giro di un paio di mesi, sono processi lunghi, però, l’importante è aver avviato un dialogo».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Ci vediamo al Diperdì: Gruppo Teatro Campestre al Sipario Strappato

    Ci vediamo al Diperdì: Gruppo Teatro Campestre al Sipario Strappato

    gruppo teatro campestreVenerdì 11 e sabato 12 gennaio (ore 21) riapre la stagione 2012/13 al teatro Il Sipario Strappato di Arenzano con il Gruppo Teatro Campestre e lo spettacolo “civediamoaldiperdì”.

    Di Elisabetta Granara, Chiara Valdambrini, Roberta Testino
    con Elisabetta Granara, Elisa Occhini, Sara Allevi
    Regia di Elisabetta Granara
    Musiche Fabio Bonelli (musica da cucina) Luci Carlo Cicero

    Lo spettacolo è stato selezionato al Festival Play With Food III – Torino, è vincitore del Concorso Teatropianeta – Siena ed è finalista del Premio Scintille 2012.

    Trama dello spettacolo
    B, C e R, sono tre ragazze precarie e aiuto cuoco al ristorante Besame Mucho. Le spiamo in una serata di lavoro normale, che tanto normale non è, perché R quella sera, a causa della mancanza del burro, scopre la verità: il Dìperdì non esiste più. La notizia scaturisce scatti d’ira, malesseri, visioni ossessive, incubi, perchè il Dìperdì è l’antidoto alla nevrosi, alla solitudine.

  • Gioco d’azzardo: la prima seduta della Consulta permanente

    Gioco d’azzardo: la prima seduta della Consulta permanente

    La prima seduta della “Consulta permanente sul gioco con premi in denaro, sua disciplina e indirizzi per la prevenzione della ludopatia” – istituita nel febbraio 2012 con deliberazione del Consiglio Comunale – si è svolta nel dicembre scorso e fin dal principio è emersa la problematica più scottante, ossia l’evidente legame tra sale gioco e l’aumento di gravi fenomeni di illegalità quali il riciclaggio di denaro e l’usura, elementi che sarà necessario approfondire con le autorità competenti.
    Dal punto di vista socio-sanitario, invece, la crescita della cosiddetta patologia da gioco d’azzardo (ludopatia) è il fattore che desta maggiore preoccupazione.

    Dopo aver evidenziato le criticità, i membri della Consulta hanno lanciato alcune proposte, sintetizzabili in 4 punti.

    «Il Comune, nella persona del Sindaco, dovrebbe intervenire con un’azione politica volta a chiedere una modifica della legislazione nazionale sul gioco con premi in denaro, in senso più restrittivo – spiega il presidente della Consulta, il dott. Pierclaudio Brasesco – Inoltre si dovrebbe costruire un meccanismo di disincentivazione all’installazione delle slot machine, unito ad un’azione educativa non criminalizzante, sia nei confronti degli esercenti, sia nei confronti della popolazione. In tal senso occorre estendere e condividere a livello di tutto il Comune di Genova le buone pratiche attivate a livello dei Municipi. Infine, è necessario sostenere la pratica dei gruppi di auto-aiuto che ben si affianca alle attività dei SERT nell’ambito delle dipendenze».

    Visto che la campagna elettorale è ormai avviata, il presidente della Consulta invita i partiti e le liste a«Esprimersi con chiarezza e trasparenza in merito alle iniziative che intendono intraprendere, sia in Parlamento, sia nell’eventualità in cui accedessero al Governo del Paese».

  • La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    La fine drammatica degli anni 70, dalla rivoluzione all’eroina

    EroinaGli anni ’70 si chiuderanno drammaticamente. La grande voglia di cambiamento che, superate ben due guerre mondiali, era esplosa nel ’68, non riuscirà a realizzare le proprie parole d’ordine. L’immaginazione al potere rimarrà una frase, quasi poetica… La spinta creativa piano piano si smorzerà. La fantasia volerà su un paesaggio socio-politico devastato, fra compromessi “storici”, spaccio di eroina, trame nere, sterili azioni armate in nome di non si sa più quale proletariato, febbroni neo-consumistici che dal sabato sera si allargheranno a tutta la settimana.

    Vi fu una copertina dell’Espresso che riportò una celebre foto (pubblicata da tutti i quotidiani e diffusa da tutti i “TG”), ancora oggi ritenuta un segno eloquente di quel periodo: si tratta di un militante dell’autonomia operaia milanese, fotografato in una delle vie del centro città, che impugna una P38 nell’atto di sparare, durante una delle tante manifestazioni terminate con scontri violenti fra polizia e manifestanti. Come se il fare politica trovasse la sua massima espressione nello scontro di piazza. E va detto che non pochi, in quegli anni, ritenevano che in un tempo relativamente breve si potesse arrivare ad una fase di fermenti rivoluzionari. Deliri giovanilistici privi di qualsiasi meditato abbozzo di “progetto sociale”.

    Ma intanto nelle piazze si moriva davvero. La strategia della tensione aveva uno dei suoi punti, di non secondaria importanza, proprio nella gestione politica della repressione delle manifestazioni del movimento. Se poi ci scappava il morto, meglio: i poliziotti spesso sparavano ad altezza d’uomo. L’11 marzo ’77, a Bologna – città “rossa” per antonomasia – morirà, durante gli scontri di piazza, A. Lorusso. In quell’occasione il sindaco R. Zangheri (del P.C.I.), per contrastare le imponenti manifestazioni contro la repressione previste nei giorni successivi, avvallò una risposta istituzionale molto grave: l’esercito, con carri armati e mezzi cingolati, arrivò nel centro della città. Anni molto difficili e duri, non a caso passati alla storia come “anni di piombo”.

    Anche i gruppi terroristici di destra, sempre in combutta con i servizi segreti (personalmente sono sempre meno incline a considerarli “deviati” quanto, invece e all’opposto, pienamente funzionali al mantenimento di un certo “ordine”, che si vuole formalmente democratico, ma soprattutto rispondente ad esigenze di equilibrio che si misurano, globalmente, entro la cornice intoccabile dell’economia di mercato, svolta all’interno di relazioni inter-nazionali di “fede” atlantica), in questo periodo raggiungono la loro massima espressione criminale. In una recente puntata di “La storia siamo noi”, il generale Maletti ed un altro alto funzionario dei servizi segreti, in quanto persone, allora, “informate sui fatti”, hanno candidamente ammesso che, dal dopoguerra in poi, gli apparati dei servizi segreti e il sottobosco dei militanti di estrema destra hanno costantemente intessuto rapporti i cui effetti furono dati dalla sequenza di attentati e stragi che insanguinarono il nostro paese: dalla Banca dell’Agricoltura (12/12/1969) alla stazione di Bologna (2/08/1980).

    E con ancor più “realismo politico” si è puntualizzato che lo stato “andava difeso a qualunque costo” e che, considerando le cose in prospettiva, anche un costo in vite umane (leggi: attentati) avrebbe potuto essere messo in conto e sopportato. Il timore era quello che l’Italia, in seguito ad una significativa vittoria della sinistra, potesse mettere in crisi l’Alleanza Atlantica. Nella stessa intervista entrambi affermeranno che i massimi vertici della politica (ossia i nostri “governanti”) erano informati su ciò che stava succedendo. Il generale Maletti concluderà dicendo testualmente: “…di più non dico e non posso dire”. E difatti, di tutte quelle stragi, scandalosamente, nessun mandante effettivo è stato mai condannato.

    Questo era il clima, nelle profondità oscure della vita politica italiana di quegli anni, con agenti della C.I.A. e di altri servizi segreti impegnati a fornire esplosivi, coperture e “consulenze”. E su, in superficie cosa succedeva? Nel 1975 Lotta Continua, il gruppo extraparlamentare più numeroso, con decine di migliaia di militanti e sedi in tutta Italia, si “scioglierà nel movimento”. È un segnale pesantissimo, dal suono beffardo: il movimento, raggiunto il suo livello massimo, implode, in una liquefazione politica di cui gli “indiani metropolitani” con il loro tormentone “…scemi, scemi…” costituiranno l’isterica punta “creativa”. E se fino a qualche anno prima sembrava che la classe operaia potesse andare in paradiso, ora molti dei giovani convinti che in Italia potesse esserci la rivoluzione, si troveranno a morire di eroina in qualche buio vicolo o su una panchina.

     

    Gianni Martini
    [foto di Roberto Manzoli]