Categoria: Vivere Genova

  • Hiroshima, Giappone: Peace Memorial Park e Peace Memorial Museum

    Hiroshima, Giappone: Peace Memorial Park e Peace Memorial Museum

    Hiroshima, peace memorial park

    Enola Gay, you should have stayed at home yesterday.” Inizia così una canzone di grande successo della band OMD.
    “Enola Gay, saresti dovuta restare a casa” è sicuramente quello che hanno pensato i superstiti della città giapponese di Hiroshima nei momenti successivi al 6 agosto 1945, il giorno dell’esplosione della prima bomba atomica della storia dell’umanità.

    Oltre ottantamila persone morirono polverizzate alle 8.15 di quell’assolata mattinata estiva in seguito all’esplosione di “Little Boy“, l’ordigno contenente uranio arricchito sganciato dal bombardiere americano, il cui nome era appunto Enola Gay.

    In seguito, il conto dei morti sarebbe in realtà salito a oltre centoquarantamila per colpa delle radiazioni causate da Little Boy. “Little Boy”, ovvero “ragazzino”: dietro un nome apparentemente innocente si celava una potenza distruttrice terrificante. Oltre agli esseri viventi, la cui esistenza fu cancellata nello spazio di un bagliore istantaneo e accecante, anche due terzi delle abitazioni della città furono rasi al suolo.
    In prossimità dell’A-Bomb Dome si apre oggi il Peace Memorial Park, lungo le sponde di due diramazioni del delta del fiume Ota, che attraversa Hiroshima. Il Parco non è solo uno spazio dedicato alla memoria di ciò che accadde nel 1945, ma rappresenta anche un ammonimento per il futuro, affinché la tragedia atomica non si ripeta mai più.Nella zona vicina all’epicentro dell’esplosione un edificio rimase tuttavia in piedi, seppure in maniera parziale. Si trattava dell’A-Bomb Dome, che dal 1945 è stato conservato fino a oggi anche tramite numerosi interventi di manutenzione. Progettato dall’architetto ceco Jan Letzel e completato nel 1915, prima dell’esplosione di Little Boy era stato la sede dell’istituzione equivalente alla nostra Camera di Commercio. Dal 1996 è stato invece inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.

    Se l’area del Peace Memorial Park è un luogo in cui corsi d’acqua, monumenti e giardini si combinano armonicamente, è visitando il Peace Memorial Museum di Hiroshima che si entra nuovamente a contatto con l’orrore della bomba, trovando una precisa ricostruzione degli eventi e la risposta a diverse domande riguardanti il 6 agosto 1945. Per esempio: perché venne bombardata proprio Hiroshima per prima? Si trattò di una decisione casuale? Da alcuni documenti presenti nel museo viene illustrato che la scelta degli USA fu in realtà pianificata con molta cura. Se da un lato Hiroshima ospitava infatti un importante contingente militare giapponese, la 2nd General Army, dall’altro non erano presenti nella città prigionieri di guerra americani. Per diverse settimane prima della spedizione dell’Enola Gay, inoltre, Hiroshima fu risparmiata dai bombardamenti – seppure con ordigni tradizionali – che invece misero in ginocchio altre città del paese, tra le quali la capitale Tokyo. La ragione era che con la prima bomba atomica gli Stati Uniti volevano ottenere il maggiore effetto scenico possibile – ovvero una distruzione totale – non solo per sconfiggere definitivamente un nemico già a pezzi, il Giappone, ma per dare una dimostrazione di forza ai nemici futuri, in primis l’Unione Sovietica.

    Si apprende anche di come gli USA fecero di tutto per occultare le conseguenze del fallout, la ricaduta radioattiva del materiale che precipita al suolo dopo essere stato lanciato in aria dall’esplosione. Allo stesso tempo vennero messe in atto manovre ostruzionistiche anche nella cura degli hibakusha (“i sopravvissuti all’esplosione”), le cui testimonianze sono state raccolte nel documentario White Light/Black Rain: The Destruction of Hiroshima and Nagasaki.

    Numerosi altri filmati, immagini, reperti e ricostruzioni rendono davvero toccante il percorso all’interno del Peace Memorial Museum, tanto che non è raro vedere alcuni visitatori commuoversi fino alle lacrime. Non risulta quindi difficile comprendere lo stato d’animo di Robert Oppenheimer, scienziato che diresse il Progetto Manhattan finanziato dal governo USA per produrre la bomba prima dei nazisti. Citando un testo sacro indù in relazione alla sua esperienza personale, affermò: “Now I am become death, the destroyer of worlds“, “Ora sono diventato morte, la distruttrice di mondi.”

    Osservando le scolaresche che affollano il museo e il Peace Memorial Park ci si chiede come si possa invece far sì che la morte non trionfi e che la scienza non si metta più al servizio di ricerche che mettano a repentaglio l’esistenza stessa della vita. Come singoli individui è fondamentale prendere coscienza della concretezza della minaccia atomica nella nostra realtà, considerando che a differenza del 1945 i paesi in possesso di armi nucleari sono ora nove (USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele, Regno Unito, Francia, Corea del Nord) e il totale delle testate nucleari nel mondo è di oltre diciassettemila…

    Nel 1955 Bertrand Russell, Albert Einstein e altri nove scienziati e intellettuali scrissero un manifesto (chiamato appunto “Russell-Einstein”) per risvegliare governanti e scienziati dal sonno della ragione e avvertirli della follia omicida di un conflitto di scala internazionale, che avrebbe condotto all’inevitabile impiego di armi nucleari. Il messaggio a chiusura del manifesto è assolutamente attuale e il suo vigore non è stato intaccato dallo scorrere degli anni:  “Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale.”

     

    Daniele Canepa

  • Sala Dogana ospita Mauro Panichella: lo scanner come pennello

    Sala Dogana ospita Mauro Panichella: lo scanner come pennello

    Il 2013 si apre in Sala Dogana con la personale di Mauro Panichella, in allestimento fino al 27 gennaio. Giovane artista di 27 anni, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Genova, il suo percorso si snoda tra la natìa Albissola, Genova ed esperienze all’estero. In “Light, Flow, Threshold” lo strumento della sua ricerca artistica e del suo processo creativo è lo scanner, da lui utilizzato – con effetti sorprendenti – per dare vita alle sue opere. La mostra prosegue inoltre in altri due luoghi d’arte che hanno ospitato due ulteriori tappe del progetto: lo spazio espositivo A329, in Via Adamoli, e la galleria Unimediamodern Contemporary Art, nel centro storico.

    Come sei giunto all’utilizzo dello scanner e perché lo preferisci rispetto ad altre tecniche? Come arrivi alla definizione dell’immagine, a rendere la trasparenza nei soggetti scelti, che sembrano quasi immagini scientifiche?

    «Mi piace mettere in relazione l’arte con la natura e la tecnologia. La fotografia digitale lascia tanto spazio alla sperimentazione artistica, tuttavia le immagini che vediamo ogni giorno sono sempre più “etichettabili”, caratterizzate da filtri o effetti reimpostati, spesso ci si trova davanti a manierismi digitali. Per quanto possa sembrare strano, sono un appassionato della fotografia tradizionale, ed è proprio per questo che ho deciso di portare avanti il mio lavoro utilizzando un mezzo fotografico alternativo. Lo scanner mi permette di pormi in maniera fredda nei confronti del soggetto, come avviene nei laboratori scientifici. Nel mio lavoro la fotografia ha un aspetto prettamente documentativo, lascio che l’approccio spirituale del mio processo creativo si manifesti attraverso i miei lavori. Non sono un fotografo e tantomeno un videomaker, uso la fotografia e il video come mezzi linguistici».

    In che modo avviene la scelta dei soggetti da sottoporre all’azione dello scanner?

    «Ho iniziato lavorando sul mio corpo, di quella fase del mio lavoro è rimasta la componente dell’interesse anatomico e lo studio estetico dei tessuti epidermici. Ho trovato interesse nei celenterati e negli animali provenienti dal mondo marino per via della loro proprietà fotosensibile, ma sono in continua ricerca di soggetti, mi piace che sia una cosa naturale, spesso mi capita di trovarli casualmente per terra. Lo scorso settembre ho presentato all’atelier Tranzit di Bratislava un’installazione che ha come soggetto centrale il teschio di un grande uccello chiamato Nandù, trovato nel deserto, durante un viaggio nella Patagonia argentina».

    A dire il vero, l’idea che un animale morto sia steso, compresso, rigirato ai fini della creazione dell’opera, potrebbe essere percepita come un po’ disturbante. Ti sei mai posto il problema? E’ un effetto che cerchi, magari?

    «Premettendo che sono un amante della natura e che non ucciderei mai un animale solo per fargli una fotografia, non nego che lavorare con soggetti privi di vita sia un aspetto del mio lavoro che non va ignorato. Credo che questo fattore debba indurre chi osserva i miei lavori a un’ulteriore riflessione, quella sulla vita e il mondo al quale apparteniamo. Cerco di dare ai soggetti una dignità estetica, una sorta di cruda eleganza, un inquieto fascino, lo stesso che si prova visitando un museo di storia naturale».

    Perché un’esposizione organizzata in tre tempi e in tre luoghi?

    «L’evento è nato con l’approvazione da parte di Sala Dogana del mio progetto, in seguito Caterina Gualco mi ha offerto la possibilità di creare un secondo polo della mostra presso Unimediamodern. Vista la visibilità e l’importanza che l’evento stava acquisendo, ho seguito un consiglio prezioso e ho deciso di estendere ulteriormente il progetto organizzando un workshop. Grazie all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e ad A329 Contemporary Art ho trovato lo spazio e i mezzi per poterlo sviluppare».

    Il titolo è estremamente ermetico e suggestivo: luce, flusso, soglia…

    «Questi tre elementi, luce, flusso e soglia sono concetti ai quali la mia ricerca deve molto. La luce è quella indagatrice dello scanner, ma anche una componente indissolubile della vita, in un certo senso è attribuibile alla nascita. Il flusso è il movimento dello scanner, ma anche il quotidiano vivere delle creature e l’inesorabile avanzamento del tempo. La soglia è il vetro dello scanner, ma anche il confine labile che divide l’oggetto reale da quello virtuale e il punto che separa la vita dalla morte. Il concetto del trittico, in effetti, ha accompagnato spesso il mio lavoro, forse perché è il numero ideale per rappresentare un’azione: inizio-svolgimento-fine, luce-flusso-soglia. Questa mostra è una sorta di consacrazione del mio processo creativo, attraverso un’analisi sullo strumento stesso della mia ricerca».

    Un workshop con gli studenti dell’Accademia: come è andata?

    «E’ stata una bellissima esperienza, il workshop si è svolto all’interno dello spazio messo a disposizione da A329 Contemporary Art, un luogo ampio che possiede il fascino dello spazio industriale e le caratteristiche ideali per lavorare. Nei primi incontri ho cercato di dare ai ragazzi degli spunti mostrando loro alcuni esempi di spazi pubblici e il modo in cui sono stati sfruttati dagli artisti, ad esempio le grandi installazioni della Turbine Hall alla Tate Modern di Londra. Ho cercato di invitarli a invadere lo spazio che avevamo a disposizione e a non aver paura di esagerare. In seguito abbiamo studiato insieme come trasformare le idee in progetti e i progetti in realizzazione concreta. In questo modo ognuno ha sviluppato un percorso personale ispirandosi ai tre temi: luce, flusso e soglia».

    In quest’ottica, significa che credi nel lavoro di gruppo a livello artistico? Che il processo creativo possa avvenire in condivisione, acquistando forza?

    «Senza dubbio lavorare in gruppo a un progetto induce a riflettere su ciò che si sta facendo secondo parametri diversi, il processo di creazione perde la componente dell’intimità e del possesso lasciando spazio a quella del rapporto sociale e dello scambio d’idee. Molti studenti erano alla loro prima esperienza artistica e credo che lavorare in un gruppo sia stato molto importante per loro».

    L’uso dello scanner per creare un’opera forse è ancora insolito, ma ormai i supporti digitali, dallo strumento di partenza al software per la postproduzione, offrono un’intera gamma di sperimentazione e possibilità ancora inesplorate…. Mentre alcuni tuoi giovani colleghi dichiarano la morte della pittura, gli artisti maturi ribadiscono comunque l’imprescindibilità delle tecniche tradizionali. Tu cosa ne pensi?

    «I miei studi artistici sono di tipo pittorico, la pittura è una cosa più grande di quanto possa sembrare, non si manifesta solo attraverso la tela e il pennello, non è solo una tecnica artistica, è una cosa che diventa parte di te e ti permette di osservare il mondo come se avessi un senso in più. Non so se posso definirmi pittore, ma le mie scelte sono certamente influenzate dalla mia formazione. Non dichiaro la morte di niente, sarò nostalgico, ma per quanto mi riguarda, persino il rock’n’roll “will never die”».

    Tu parti dal contesto genovese ma ti sei misurato con la realtà internazionale tramite residenze d’artista ed esposizioni… Ti viene voglia di fuggire?

    «Per un artista è fondamentale fare delle esperienze all’estero. Confrontarsi con altre realtà è importante sia dal punto di vista formativo che da quello lavorativo. Vivere del proprio lavoro è difficile ovunque, credo che un artista abbia una responsabilità nei confronti del mondo in cui vive, questo non va dimenticato, anche nei periodi più scuri».

     

    Claudia Baghino

  • Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Quadro di Mariagiovanna FigoliMariagiovanna Figoli, originaria di Vernazza, vive a Genova dove ha lavorato tutta la vita: architetto, ha insegnato per decenni presso la facoltà di architettura della nostra città. Nell’ambito del suo ruolo di docente, ha improntato la sua ricerca, e di rimando anche l’attività didattica, a un principio per lei fondamentale: la comprensione dello sviluppo urbano in rapporto alla morfologia del territorio e al rispetto del carattere dei luoghi. Terminata l’attività lavorativa ha continuato la medesima ricerca declinandola in modo del tutto nuovo: attraverso l’arte. Dipingendo l’architettura che tanto ama, cercando di raccontare il nostro tessuto urbano attraverso le immagini.

     

     

    Lei è architetto. Come è giunta a fare pittura?

    «La mia storia comincia da lontano: io sono stata un’allieva del liceo artistico genovese, quando c’erano Verzetti, Scanavino, Bassano, Bertagnin, Fieschi… artisti estremamente importanti, credo che la mia generazione sia stata molto fortunata ad incontrarli. Per me è stato un inizio appassionante, ho scoperto il mondo della pittura imparando a guardare “dentro” i quadri. La mia volontà poi di fare architettura mi ha portata ad abbandonare questo ambito, anche se solo in parte: ho dovuto frequentare la facoltà di architettura al Politecnico di Milano perché a Genova ancora non c’era, e i costi erano sostenuti. Io sono originaria di Vernazza, e d’estate stavo là: dipingevo e vendevo quadri coi cui proventi riuscivo a pagare le tasse universitarie. Terminata l’università feci per un periodo l’architetto presso diversi studi, ma capii che la professione era un po’ difficile per me, perché non ero capace di farmi pagare dai clienti! Poi ci fu un incontro casuale con un professore presso lo studio dove lavoravo allora. Mi vide lavorare e notò che ero molto brava nel disegno; sotto suo suggerimento iniziai ad avvicinarmi alla carriera universitaria, facendo l’assistente nei corsi di disegno dal vero e progettazione, fino all’incarico ufficiale di docente di progettazione architettonica, ruolo che ho ricoperto fino a che sono venuta via dall’università, avendo raggiunto i 40 anni di anzianità di servizio».

    Quadro di Mariagiovanna Figoli«Facendo progettazione io ho sempre dedicato particolare attenzione alla città, alla sua forma e sviluppo in rapporto alle vicende storiche, questo è sempre stato un mio interesse: pensavo che gli studenti non potessero progettare alcuna cosa senza prima conoscere la storia e l’evoluzione architettonica del luogo oggetto di studio, nello specifico Genova, non ignorando ovviamente anche tutto ciò che accadeva nel resto del mondo a livello di progettazione, ma imparando a inserirsi in un contesto precostituito e di valore com’è il tessuto architettonico genovese. Ho sempre perseguito questo obiettivo, con fatica anche, perché insegnare progettazione non è una passeggiata. Terminato il lavoro come docente, mi sono trovata a dover decidere cosa volevo fare, non potevo stare senza far nulla. Ma anche lì, le cose sono accadute per caso: non avevo mai pensato di mettermi a dipingere, e non considero nemmeno pittura quello che faccio, lo vedo piuttosto come un proseguimento della mia ricerca sulla città e sulle sue architetture, solo fatta in modo un po’ diverso; l’incontro casuale con un’amica che ha sempre dipinto mi ha messo in testa l’idea e ho cominciato a fare qualcosa. A me i primi risultati non piacevano molto, agli amici sì; un giorno incontro Raimondo Sirotti e gli chiedo di dare un’occhiata a questi lavori, chiedendogli di essere assolutamente sincero. Con mia grande meraviglia mi dice che nelle mie immagini c’è “una grande forza”, e un modo di comporre che non usa nessuno. Decide di organizzarmi una mostra: cosa lontanissima da me, io avevo cominciato con l’idea di regalarne e al limite vendere qualche quadro ad amici e conoscenti! Così mi sono ritrovata a fare la mia prima mostra personale nel gennaio del 2009 presso la Fondazione Garaventa».

    Come incide il suo essere architetto sulla visione che ha delle cose e sul suo approccio all’arte?

    «Moltissimo, non lo posso ignorare. Saper leggere, capire l’architettura, vederne le contraddizioni e gli aspetti positivi è il tema, il mio tema. Però non sono una paesaggista: il paesaggio è una visione estatica di una certa particolarità panoramica, con l’intento di fermarne un certo momento, con quei certi colori… la mia è una cosa diversa, io studio l’architettura da dentro, ne studio il rapporto con il territorio. Ci vogliono anni di studio, e il pittore che dipinge il paesaggio non ha questo retroterra, non gli è indispensabile, nessuno glielo chiede. Per me che nasco come architetto, che sono un architetto che dipinge, è importante far vedere interno ed esterno di un edificio: è un’immagine abbastanza normale pensandoci, un’immagine che tutti abbiamo. Faccio un esempio semplice, riferendomi alla mostra che ho fatto di recente sui teatri genovesi: io del Carlo Felice conosco un prima e un dopo, una distruzione e una ricostruzione, una collocazione che è Piazza De Ferrari, un percorso per arrivarci che mi fa passare per certe vie… quello che cerco di fare è condensare in un’immagine tutto ciò che so del soggetto».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuindi è presente anche l’elemento temporale…

    «Sì. Di fatto, la mia pittura è un racconto. Credo che molti pittori lo facciano, ognuno con un linguaggio diverso. Questo è ciò che io voglio fare».

    La leggerezza dell’acquerello e delle svelte linee di contorno, i piani sovrapposti su cui si affastellano scorci di luoghi ed edifici. Può spiegare queste scelte stilistiche?

    «L’immagine che noi abbiamo delle cose non è puramente estetizzante, l’estetica è composta da cose vere, da strutture, materiali, emozioni… esce fuori quello che uno pensa di quell’oggetto, e quell’oggetto è necessariamente percepito in tanti momenti diversi. Certo poi interviene la composizione che deve essere equilibrata. Uso acquerello e tempera perché sono trasparenti, e la trasparenza mi permette di realizzare tutto ciò che ho detto, con l’olio non potrei. Qualcuno mi fa notare che il disegno nei miei quadri mantiene una certa prepotenza, forse è vero… io cerco di cancellarlo, però fa parte di me. Io alle medie non facevo economia domestica, disegnavo! Mi avevano dato da decorare una lampada per il preside… Il disegno è stato davvero il leit motiv di tutta una vita. Infatti quando si è imposto il computer ho avuto grossi problemi! Coi miei studenti del primo anno mi sono rifiutata di lasciare che iniziassero a disegnare col computer. Si inizia a mano, è importante, poi di certo si usa il computer, ma dopo: è come voler guidare l’auto senza aver prima imparato a camminare. Il disegno è un linguaggio, e come tale sta alla base della comprensione delle cose. Disegnare non è un dono di natura, si impara, e a qualunque età tra l’altro».

    Un tipo diverso di scrittura insomma…

    «Ma esatto! Tutti scriviamo, mica scriviamo tutti quanti dei romanzi o siamo tutti poeti, né entriamo a far parte della storia della letteratura. Scriviamo perché abbiamo bisogno di comunicare».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuanto influisce il fatto di essere ligure nella percezione degli spazi urbani e non?

    «È un discorso molto complesso. Essere ligure non è così importante secondo me, ma l’ho capito dopo. Genova ha un certo impianto e si è evoluta in relazione al territorio; ho cominciato a fare confronti tra Genova e il resto della Liguria, e ho trovato che esiste un comun denominatore, uno standard: gli antichi erano estremamente seriali e organizzati, con una capacità di legarsi al territorio e usarne i materiali. Partendo da questo ho potuto fare confronti con altri territori e altre realtà, come Venezia o Roma, ed è stato allora che ho capito che sono ligure perché riesco a capire come la Liguria sia stata costruita, e quando l’ho capito è stata una scoperta affascinante.
    La storia dell’architettura non è fatta dai monumenti, che sono come dei vestiti firmati, degli standard, che arrivano uguali per tutti, in un certo periodo, con un certo stile, e sono la chiesa, il palazzo, il castello. La vera storia è nelle case… l’abitare segue l’evoluzione culturale dell’uomo, è testimonianza dei bisogni di quel momento, ma anche del governo e dell’economia del territorio del tale periodo. E allora in un territorio delicato come quello ligure – e che è delicato ce ne accorgiamo solo in occasione dei disastri – perché non guardiamo come hanno costruito le case prima? Che sono sempre lì? Mentre quelli che vengono giù sono gli interventi dagli anni trenta in poi? Non abbiamo alcuna capacità di leggere criticamente: è per questo che sono molto preoccupata per le scuole d’architettura, perché non insegnano più queste cose».

    Cosa crede sia importante trasmettere in quest’ottica agli studenti?

    «Ho sempre chiesto loro che prima di fare qualunque traccia su un foglio bianco sapessero che non abbiamo bisogno di inventare niente. Nella storia, nessun artista e tantomeno nessun architetto ha inventato nulla: ha semplicemente trasformato le cose con i bisogni, che spingono a risolvere i problemi che pongono. I territori non sono tutti uguali, hanno strutture adatte a una cosa piuttosto che un’altra, possibilità e limiti. Bisogna porre attenzione a ciò che hanno fatto le comunità quando si sono insediate in un luogo. I Romani assecondavano il territorio. Ora, con tutti gli strumenti che abbiamo, è possibile che non riusciamo a capire nulla? Che per fare delle case in collina anziché adattarsi all’andamento naturale si debba sbancare l’intera collina per poi fare la casa come si farebbe in pianura? Ma perché? Non si può fare quello che si vuole, in architettura dovrebbe essere proprio proibito, e il primo obbligo, che è ciò che deve insegnare chi insegna urbanistica, è proprio questo: rispettare il territorio. Non possiamo continuare a cementificare tutto. E ci sono tante di quelle case sfitte e inabitate. Si arriva al paradosso, che mi provoca un vero dolore, in cui i discorsi sul recupero e sulle possibili soluzioni non li fanno gli architetti, ma altri. Almeno gli architetti dovrebbero ascoltare e saper interpretare le nuove necessità».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLei è stata anche assessore provinciale, quindi direttamente a contatto coi problemi e le specificità del nostro territorio…

    «La mia esperienza di politica attiva risale ai primi anni novanta. Ambiente e territorio erano le mie competenze, ambiti che erano appena “esplosi”, proprio nell’ ’88-’89 erano uscite le prime importanti leggi territoriali. La mia formazione culturale mi ha aiutata molto su come intervenire. Era importante organizzare il territorio, vederne le priorità; come assessore all’ambiente era chiaro che mi occupassi dei problemi idrici! Mettevo intorno al tavolo i sindaci di una vallata per cercare di risolvere e organizzare a livello collettivo, non potevo certo risolvere un problema per un comune sì e un altro no. Devo dire che nonostante le difficoltà iniziali poi questo approccio lo capivano, e si riusciva a collaborare. Io non ero portata a distribuire un po’ di finanziamenti a tanti comuni per non risolvere nulla in generale: era indispensabile organizzare; approvvigionamento e smaltimento delle acque era uno dei temi principali per me visto il ruolo che ricoprivo. Ho fatto guerre tremende per far rispettare il programma elettorale, perché si dicevano delle cose ma poi i fatti erano altri. Certo che i comuni preferiscono spendere per fare le sagre, ma esistono delle priorità, le responsabilità a riguardo sono troppo importanti, e se le cose non vengono fatte bisogna renderne conto. Infatti sono uscita perché ho capito che o si ha un gruppo con cui si riesce ad andare avanti, o da soli non si riesce a fare niente. Questa però è una grossa sconfitta per la politica, che rinuncia al proprio ruolo».

    Tornando alla sua attività artistica. Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?

    «Il soggetto fondamentale è la città, Genova ma non solo. All’interno di essa, gli spunti sono infiniti. Ho trovato bello individuare dei temi, come ho già fatto: il ponente, i teatri… la mia prossima mostra avrà come tema le ville. E la città ne suggerisce tanti altri, vie storiche, chiese… il mio cuore è sempre sulle strade comunque, e vicino a tutto ciò che su di esse si affaccia. La chiave di lettura è usare un linguaggio originale. Fare la prima mostra è stato come spogliarsi, perché nei tratti del dipinto esce fuori la persona, malgrado tutto».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Stefania Chessa, Videoscrittori: “300 sigarette”

    Stefania Chessa, Videoscrittori: “300 sigarette”

    Stefania Chessa, blogger e scrittrice genovese. Il suo blog si chiama “Zollette di Yogurt“, ha partecipato alla rubrica Videoscrittori e ci è venuta a trovare in redazione.

    Dal tuo racconto esce forte e nitido il tema del distacco come lacerazione e poi la rinascita…

    «E il tempo che cura… Il tempo può trasformare la lacerazione in una sensazione più sana e consapevole e favorisce il distacco dalle cose fondamentale per andare avanti».

    Cosa c’è in mezzo, fra ieri e domani…?

    «Ci sei tu. Aggrapparsi a cose esterne può essere pericoloso. Io credo ci sia la propria forza e il lavoro che si trasformerà in futuro».

    E la scrittura in questo che ruolo può avere?

    «La scrittura è anche isolamento e la solitudine non è semplice, ma allo stesso tempo ti da la possibilità di vomitere il dolore che hai dentro…»

    Però tu non scrivi solo per vomitare…

    «No certo, scrivo anche per ironizzare su me stessa. So anche essere più leggera, ma il sottofondo di riflessione non manca anche quando si affrontano temi come evasione e divertimento».

     

    a cura di Marcello Cantoni

     

    stefania-chessa“300 Sigarette” di Stefania Chessa

    The objects in the mirror are closer than they appear.

    Gli oggetti nello specchietto sono più vicini di quanto appaiano.

    Sono in macchina da un’ora, ho fumato trecento sigarette e ancora non so dove sto andando, sto girando su me stessa materialmente, ricopiando con queste quattro ruote scassate le traiettorie imprevedibili dei miei pensieri.

    E’ tornato ed io sono scappata via come una bambina impaurita.

    Prima però sono andata in bagno a vomitare la cena di ieri sera.

    Uno dovrebbe annunciarsi prima di arrivare così, almeno io — come dice la volpe ne “Il piccolo principe” — io mi sarei preparata il cuore o, per meglio dire, il cuore e lo stomaco.

    Invece non ero pronta e ho vomitato l’anima.

    Il passato quando si avvicina fa scattare meccanismi che mi proiettano paradossalmente nel futuro, così ho cominciato a chiedermi: “E ora, che ne sarà di me? Cosa farò? Cosa faremo?”

    Poi sono scattate anche tutte le altre mie serrature, prima di tutto quella dell’autodifesa e quella dell’autoconservazione, perché chi torna a volte, torna solo per finire il lavoro che ha lasciato a metà. E se quel lavoro era distruggerti, bè non c’è da rallegrarsi.

    Così me ne sono stata chiusa nel mio bagno, seduta in terra con la testa appoggiata alla tazza, ad aspettare che lui se ne andasse, incurante delle sue parole che cercavano di convincermi di uscire dal mio rifugio. Quella voce non era più quella che ricordavo, e non poteva essere soltanto perché l’ascoltavo filtrata da una porta di legno chiusa a doppia mandata, ma perché non la riconoscevo più, così radicata in un passato che non mi assomigliava più. Ma, come mi ricorda anche la mia povera, scassatissima automobile, “the objects in the mirror are closer than they appear”.

    Finché vivevo nel passato, sospesa nel ricordo di cui sentivo ancora l’odore e i sapori, non riuscivo a sopportare le pugnalate prese ascoltando le sue assurde spiegazioni sul perché lasciava la nostra casa. Quando poi ho scoperto che quelle costruzioni demenziali altro non erano che il suo modo di nascondere il più banale e scontato dei motivi, un tradimento, il dolore ha cambiato traiettoria, passando da un picco acuto ad una curva bassa, silenziosa, scemando fino a diventare piccolo piccolo col passare dei mesi.

    Il potere del tempo che passa svela la mediocrità delle cose accadute e i due concetti insieme rendono più facile il guardare avanti.

    Ridendo e scherzando mi sono buttata in autostrada, e ancora non so dove sto andando. A casa rientrerò più tardi, faccio passare un po’ di tempo sperando che lui, prima o poi si stufi di stare seduto da solo sul mio divano ad aspettarmi — è lì che l’ho lasciato — e che decida di tornare dalla sua donna, o da quello da cui vorrà tornare. Io di sicuro non tornerò da lui.

    Guardo nello specchietto retrovisore, metto la freccia a sinistra e accelero che qui c’è tanta strada da fare.

  • Elisa Boccedi: sogno e perversione in mostra alla MF Gallery

    Elisa Boccedi: sogno e perversione in mostra alla MF Gallery

    Elisa Boccedi è una giovane artista formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Genova. Modenese di nascita ma cresciuta tra Rapallo e Genova, si è laureata in decorazione ed è diplomata tatuatrice. Le sue opere sono attualmente esposte presso la MF Gallery di Vico dietro il Coro della Maddalena, raccolte in una mostra dall’inquietante e originale titolo “Paraphilia Onirica”: in essa Elisa illustra una serie di parafilie, ovvero perversioni di natura sessuale, le quali – filtrate attraverso la sua capacità immaginativa e interpretativa – entrano in una dimensione, appunto, onirica, dissociata dalla realtà: così, attraverso questo artificio, più liberamente lo spettatore approccia temi tanto difficili e controversi, e riflette su di essi.

    In questa mostra hai scandagliato il mondo delle parafilie: perversioni sessuali che vanno dalle più leggere al reato vero e proprio. Perché hai scelto questo tema, così difficile, e in che ottica l’hai affrontato?

    «È semplicissimo. Il sesso attira: siamo una generazione di depravati alienati. Quello che mezzo secolo fa era catalogabile come pornografia ora te lo vedi sparato sul cartellone della “Sloggi”. Per quanto possiamo dire di esservi “visivamente abituati”, il nostro “subconscio” (termine che aborro, qui lo utilizzo a mo’ di eufemismo) registra gli innuendo sessuali che tracimano da ogni dove, è ovvio.
    Quindi, tanto per esasperare la propensione sociale alla sessualità coatta, perché non occuparsi di un caso limite all’interno dello scabroso? La cosa si fa doppiamente intrigante per chi non registra l’orrore della dipendenza implicita all’interno delle parafilie. Però la mira finale è fare dell’abominevole, dell’inconcepibile un medium per innestare una reazione emotiva potente (positiva o negativa che sia me ne frega), che crei qualche tipo di ripercussione psicologica ed induca ad interpretare personalmente quello che si ha davanti agli occhi. Farsene un’opinione propria, insomma».

    Puoi spiegarmi la scelta del titolo, che associa l’onirico alla perversione?

    «Tutto ciò che denotiamo come gusti, preferenze, dipendenza, si genera e si sviluppa in un contesto mentale, in risposta a qualche tipo di stimolo esterno, inizialmente. Le mappe neuronali che codifichiamo in base alle nostre esperienze e alle reazioni di attrazione/repulsione innescate dalle suddette vanno a comporre il nostro quadro comportamentale. Questa è roba neuro-scientificamente provata. Pertanto anche la perversione può benissimo essere collocata all’interno di questo contesto (l’oceano della mente), e specificatamente nella zona off-limits, al di fuori di quella cosciente e diurna, soggetta al controllo razionale; la zona che più di tutte si può definire onirica per illogicità, insomma. L’allusione al sogno rimanda anche all’intento di smorzare un po’ l’audacia del tema, di renderla più appetibile agli occhi del pubblico, tramite l’uso di cromie accese, figure mostruose, fluttuanti, in pose iconografiche; in una parola: al di fuori di questa realtà».

    Le tue immagini mi ricordano un po’ Dalì, un po’ Odilon Redon e Gustave Moreau. C’è qualcosa della storia dell’arte che ti ha influenzata e ispirata o lavori slegata, almeno nelle intenzioni, dagli esempi?

    «Ottima osservazione! Apprezzo particolarmente tutti e tre gli artisti citati, anche se la mia sacra triade rimane quella composta da A. Kubin, F. Rops e A.Beardsley. In generale sono stata e rimango un’entusiasta estimatrice della corrente del Simbolismo, troppo immeritatamente soppiantata dal successivo Surrealismo. Ed è un peccato, perché ritengo che i simbolisti si siano spinti molto più in là dei surrealisti nello scandagliare le profondità mobili della materia mentale. Sogni, visioni, premonizioni, allucinazioni..il tutto nella sua integrità inscalfibile ed enigmatica (La Sfinge di Moreau, per ritornare alla tua citazione). Questo senza incorrere nel tentativo di dragare le imperscrutabilità della psiche dal loro imprescindibile mistero (con che mezzuccio poi: la castrante psicoanalisi freudiana!). Del resto, qualunque tipo di contaminazione mi affascina: dalla multiformità del pensiero indiano, alle malformazioni genetiche, alle malattie rare, agli ibridi e gli incroci, naturali e non. Amo i particolari, la carnalità viscerale: perdo ore a contemplare tavole anatomiche calcolando come poter trasformate una vertebra in una nave spaziale, una metastasi in un grappolo di crisantemi e così via…».

    Cosa riversi nel tuo lavoro? Quali elementi prendi dall’osservazione dell’esterno e quali da te stessa?

    «Ho un temperamento lunatico, ansioso, e la mia sensibilità è di tipo “nevrotico”. Quindi, ho sempre utilizzato l’espressione “artistica” (tra virgolette perché lo ritengo un aggettivo abbastanza controverso, oggigiorno) come mezzo propedeutico per il mantenimento di un (precario) equilibrio psichico. Peccato che, come tutte le “valvole di sfogo”, si sia innestato su di un processo circolare/ossessivo composto da: periodo di osservazione/arricchimento/saturazione-maturazione-rilascio. E via daccapo.
    Non percepisco una netta differenziazione tra interno ed esterno, tra me e gli altri e/o l’altro (per questo il mio umore è così mutevole). Tutto si fonde e si sfilaccia ai bordi, si mescola alle estremità, come se congiunto da suture invisibili in un gigantesco patchwork. Faccio ricorso pertanto all’ibridazione più sfrenata, nei miei lavori, nel tentativo di convogliare, almeno in parte, la suddetta impressione sensoriale (che, tengo a sottolineare, è sempre stata naturale e non conseguenza di assunzione di sostanze stupefacenti. Questo onde evitare una domanda fastidiosamente frequente)».

    Dici che nel tuo lavoro tendi a “immolare qualsiasi convinzione”. Tolte le convinzioni, cosa proietterà l’immagine? Dubbi, domande, paure?

    «Sì, riconosco che così estrapolata la frase ha un po’ un sapore da “idealista radicale riottosamente arroccata nella sua convinzione di dover immolare qualsiasi convinzione”. Così si ricade nel paradosso, che è poi ciò che della vita più mi diverte e che più mi piace puntualizzare. La coscienza della paradossalità potenziale presente in qualsiasi azione, pensiero, parola, per via di una limitazione biologica cerebrale a vedere solo un frammento di ciò che analizziamo. Non sono tanto contro le convinzioni in sé, quanto contro la mentalità che solitamente le regge, e mi riferisco a quell’impianto settoriale, categorizzante e sovente accusatorio (per autodifesa, ovvio) di molle lassismo e di accettazione rassegnata. Semplicemente: è noioso, è restrittivo, è costrittivo. Perché ridursi a languire in simili pastoie (il più delle volte tramandate, imposte e assorbite passivamente) quando l’unica libertà che ci è consentita, in definitiva, è quella di poter variare il nostro pensiero? Anche solo per il gusto di “andare contro”, senza aspettative: per puro esercizio ginnico mentale. La libertà di pensiero, credo, è soprattutto questo».

    Ti definisci interessata al “lato potenzialmente incontrollabile e distruttivo che ciascuno contiene”: come entra questo aspetto nella tua arte?

    «Diciamo che ha una valenza personale, introspettiva (se lo applico a me), e una sociale, di sensibilizzazione (se lo applico agli altri).
    Premetto che, per me, il termine “distruttivo” non assume alcuna connotazione negativa. Distruggere non significa annientare, bensì “smantellare”, ed è implicito che, fatta materia prima di ciò che si era precedentemente scomposto, se ne ricrei una nuova, differente, con qualche innesto o detrazione, magari. Sotto questa luce la distruttività e l’incontrollabilità non possono che procedere a braccetto, finché non interviene qualcosa, nel nostro pensiero, a frenarle».

    «Credo che ogni persona detenga la possibilità (non il diritto, a quanto pare) del pensiero individuale, condizione sfortunatamente divenuta oggigiorno tanto innaturale da necessitare uno sforzo abominevole per ribellarsi ad un’infinità di stratificazioni preconcette. Al fine di “smuovere” tale ribellione, non intendo adottare mezze misure. Mi avvarrò, finché mi sarà possibile e dentro i miei limiti, di temi volutamente scandalosi, che proprio per la loro controversia stimoleranno prima la curiosità, poi, si spera, il bisogno di interpretare (l’interpretazione è una giustificazione nei riguardi della nostra coscienza perplessa). In altre parole: il bisogno di sentire e di pensare. Questo è ciò che intendo dire quando mi riferisco al lato “potenzialmente distruttivo ed incontrollabile di ognuno”, seguito da un rinnovo».

    Come è avvenuta la tua formazione artistica?

    «Credo che la formazione artistica sia imprescindibile da un processo di crescita e sviluppo culturale, emotivo e psichico individuale, per formare il quale, oltre a una buona recettività di base, occorrono un gran numero e una varietà costante di stimoli. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente dove questi non si lesinavano, e ciò, unito al fatto di essere sempre stata molto libera da vincoli e prassi da rispettare, si è rivelato fondamentale per lo sviluppo e l’alimentazione di tutto il mio mondo di immagini, che altro non sono poi, che l’incarnazione “visiva” di impressioni sottili.
    L’accademia di Belle Arti mi ha dispiegato la varietà delle tecniche, come rivestimento “poliedrico” al contenuto che macinavo da sempre».

    Le tue tecniche preferite?

    «Prediligo l’acquerello, gli inchiostri e le ecoline per la loro delicatezza traslucida che acquisisce forza e corposità a furia di velature (l’accanimento del labor limae!). La biro mi dà delle gioie nei ritocchi delicati e nei disegni formato mignon. Poi l’incisione, beh, è stata il mio battesimo accademico e avrà sempre un posto predominante nel mio cuore.
    Ma vario sempre, sperimento sempre. Prossimamente passerò a tecnica mista su tela, grande sfida».

    Parlando a livello pratico, quali trovi che siano le difficoltà per un giovane artista nel vivere del proprio lavoro, oggi?

    «La domanda non si pone, perché è effettivamente impossibile, ora come ora, qui, in Italia (non so poi all’estero come sia la situazione) per un giovane artista vivere del proprio lavoro. Di quelli che, come me, si occupano di lavori prettamente artigianali e per di più con un’impronta così marcatamente personale, non gliene frega (giustamente) a nessuno.
    Mi capitano occasioni per allestire mostre, partecipare a eventi (i più di autoproduzione), e alle volte pure delle commissioni che mi fan tirar su qualche soldo occasionale, e allora è una soddisfazione e un piacere (sempre occasionale, però).
    Non vedo come potrebbe essere altrimenti, innanzitutto per la situazione economica generale, ma anche per la più completa desensibilizzazione verso l’oggetto artistico in virtù di una concentrazione esclusiva su quello di fruizione immediata, facilmente reperibile e altrettanto facilmente rimpiazzabile. Questa è la necessità di mercato, questo è il caro consumismo che ci allatta al suo seno sempre più acido e sempre più misero (mi concedo una metafora quasi poetica, toh!)».

    «E’ deprimente e demotivante. Bisogna ingegnarsi, arrabattarsi, arrotondare con qualche lavoretto (se lo si trova), la competizione è altissima, i colpi bassi non si negano, è tutto uno sciacallaggio che mi ricorda un po’ il cadavere di un geco ricoperto di formiche che avevo trovato sul terrazzo da bambina. Non so, ho 25 anni e posso solo ringraziare quella buon’anima di mio nonno se sono economicamente indipendente. Magari mi butterò sul settore della comunicazione, appena avrò dato gli esami per i certificati di lingue che sto preparando. Oppure mi darò seriamente al tatuaggio, anche se lo sentirei più come un obbligo che come un interesse. Ma può anche benissimo darsi che mi scoglioni definitivamente di questo umanissimo mondo di “cane mangia cane” e vada a consumare i miei giorni venerando la Grande Dea (MahaDevi), nei campi crematori di Calcutta o di Tarapit. Chi vivrà vedrà».

     

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Paolo Traversa e i PiGrecoR2

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Paolo Traversa e i PiGrecoR2

    Paolo Traversa è un cantautore genovese. Classe ’72, respira musica fin da bambino, quando muove i primi passi mettendo le mani su diversi strumenti musicali che trova in casa e appassionandosi alla musica classica. Traendo ispirazione dalla scuola cantautorale genovese e dal suo lavoro come infermiere presso un reparto psichiatrico, Paolo mette in musica le dinamiche, la sofferenza e le difficili situazioni con cui viene a contatto tutti i giorni e per cui prova grande empatia. Comincia a scrivere e a suonare i suoi pezzi, infatti, proprio per i pazienti dell’ospedale, cercando con loro un contatto umano che vada oltre i meri gesti di cura e allietando in maniera un po’ diversa le loro giornate. Da lì alla decisione di incidere i brani il passo è breve. Il primo lavoro pubblicato è l’Ep “Paolo Traversa”, mentre del 2012 è l’album “Canzone Disperata“.

    Ad accompagnarlo, in studio e nelle esibizioni live, è l’affiatato gruppo dei Pi Greco R2.

    Genere: Indie
    VOCE: Paolo Traversa
    VOCE e CORO: Daniela Pozzo
    CHITARRA ELETTRICA: Sergio Barello
    TASTIERE: Franco Senarega
    BASSO: Dario Foglino
    BATTERIA: Camillo Spina

     

     

     

  • Raimondo Sirotti, una vita in pittura: incontro con l’artista ligure

    Raimondo Sirotti, una vita in pittura: incontro con l’artista ligure

    Raimondo SirottiRaimondo Sirotti è nato a Bogliasco nel’34. Alla pittura e alla ricerca artistica ha sempre affiancato l’attività di docente, prima al liceo e poi presso l’Accademia di Belle Arti di Genova, di cui è stato successivamente vicedirettore, direttore e per la quale oggi ricopre l’incarico di presidente. È l’autore degli arazzi che ornano il foyer del Teatro Carlo Felice, e suoi sono diversi interventi sul patrimonio artistico genovese. Ha lavorato alla decorazione degli interni di grandi navi, e ha realizzato opere per edifici pubblici di Genova, Chiavari, Camogli, Bogliasco. Per dieci anni è stato anche sindaco della natia Bogliasco. A lui Edoardo Sanguineti ha dedicato un sonetto nel 2005.

    Abbiamo intervistato il pittore nella sua casa di Bogliasco. Lo studio dà su un bellissimo e raccolto giardino; il gatto, “che a volte ha combinato qualche disastro qui in studio”, salta su e giù dal divano mentre discorriamo. Fuori, il silenzio tiepido di un mattino d’autunno in riviera: la stessa luce e gli stessi colori che escono dai suoi quadri e dalla sua arte.

    Un po’ di storia, dai primissimi inizi a quando ha capito che dell’arte voleva fare un mestiere…

    «Mio padre mi aveva iscritto a ragioneria all’istituto Tortelli, perché c’era già mio fratello che frequentava il liceo artistico, quindi poteva sembrare un po’ esagerato che due figli su due volessero fare gli artisti; fortunatamente ci fu l’incontro con un docente di lettere che vedendomi disegnare convinse mio padre. Non ci fu nemmeno bisogno di insistere troppo, devo dire che fu davvero molto comprensivo, e passai al liceo artistico. Poi, quello che serve è la voglia rabbiosa di chi ha intenzione di fare un certo tipo di lavoro di cercarsi le solidarietà giuste nei docenti e nei compagni, compagni con cui si condivide e ci si fomenta a vicenda, e quindi lievita la voglia di perseguire questo obiettivo. Come ho detto, bisogna farlo quasi con rabbia, bisogna essere convinti, non avere indecisioni e farsi prendere dalla pittura. O forse è la pittura che ci prende fin dalla nascita. Non so, può darsi che sia già un germe dentro di noi».

    Ancora oggi chi decide di vivere di arte o di musica viene visto leggermente come outsider… all’epoca come venivate visti dalla generazione precedente?

    «Un po’ strani, come d’altronde è sempre stato visto l’artista. Quando per anni sono stato sindaco di Bogliasco, i giornali parlando di me scrivevano “il sindaco pittore” mentre se uno è ingegnere, geometra o altro non scrivono “il sindaco geometra”: questo dà la misura di come l’artista sia considerato fuori dal normale. Forse è anche colpa, o merito, dell’artista che in fondo vuole essere fuori da certi schemi. Per me dipingere, vivere al cavalletto momenti che ho già vissuto sono come un liberare dei sentimenti, delle voglie. Alla fine, è una voglia di libertà».

    Nel suo percorso, come molti genovesi, è andato a Milano, dove chi guardava i suoi quadri le diceva “si vede che sei ligure”… cosa intendevano?

    «Altri compagni di scuola erano già andati, io li raggiunsi. All’epoca Milano era, in Europa, una delle città più vive di fermenti artistici, con un dibattito dialettico apertissimo tra la forma geometrica e la non forma; per mio essere mi sono orientato verso l’informale. In questo tipo di pittura si va sul colore, si fanno dei gesti (componenti principali dello stile informale sono la gestualità e il colore, n.d.r.)… e così veniva fuori la mia natura. Siamo tutti condizionati dagli ambienti in cui viviamo, e qui c’è un condizionamento dei luoghi talmente forte che basta una pennellata di bianco per capire che è stata data da uno che ha assorbito i nostri climi».

    Il legame con la nostra terra sembra essere molto forte in tutti gli artisti liguri, mi viene in mente anche la scuola cantautorale genovese per esempio…

    «Credo che tutti, non solo i liguri, siano influenzati dal contesto. Ma il sapore della nostra luce ligure è qualcosa di veramente penetrante, che ci condiziona sempre. Giustamente ricordava i cantautori, certamente questo elemento è presente anche presso di loro».

    Come nascono le sue opere? È qualcosa di meditato interiormente e poi esplicitato in immagini o la costruzione avviene direttamente sulla tela?              

    «Ormai ho un processo mentale acquisito che deriva dalla tanta pratica. Quando mi metto davanti a un albero, evidentemente, anche senza rendermene conto, il processo formativo dell’immagine è già dentro di me. Ciò significa che io vedo già l’albero come lo farò. Ho detto albero perché mi sono avvicinato alla natura, dopo aver fatto tutto il percorso dell’informale, onde evitare di finire in un accademismo di cui avevo sincero terrore. La natura mi ha dato la possibilità di fare cose nuove utilizzando l’esperienza che avevo accumulato con l’informale. Spesso quando mi pongo di fronte alla natura creo degli appunti su cui lavorare, e spesso lavoro su fotografie.  Ma quando poi vado in studio e sono davanti al cavalletto, devo lavorare soprattutto sulla memoria di quello che ho visto. Altrimenti sarebbero soltanto banali ingrandimenti di un’immagine più piccola».

    Più di cinquant’anni di attività… cosa la emoziona ancora abbastanza da portarla davanti alla tela? Non si corre il rischio di ripetersi o annoiarsi?

    «Un momento di stanchezza può capitare. Mi succede per esempio di buttare all’aria un quadro che la sera mi sembra andare bene e invece la mattina dopo, sceso in studio, non mi soddisfa più. Ma è proprio questo che mi spinge davanti alla tela, tornare sulle cose, cambiandole e inventandone nuove. Lavorare sempre di certo rischia di far cadere nella routine, ma avviene che di fronte al momento di stanchezza ci sia uno “scatto”, ed è lì che il quadro matura, giunge a completamento. Se no il resto è preparazione, quasi un pregustare… a volte mi viene in mente di mettere una cosa in un quadro, e non la metto, aspetto, come lasciarsi il dolce per la fine del pasto, e il massimo godimento è quando poi inserisco quel particolare, alla fine».

    E se qualcuno guardando una sua opera percepisce qualcosa di completamente diverso da quello che aveva dentro quando l’ha realizzato?

    «Questo capita ed è capitato non tanto sul piano di ciò che io volevo esprimere, quanto sul piano della piccola forma. Faccio un esempio banale: qualcuno legge magari una figura laddove una figura non c’è. E devo dire che la mia pittura ha anche questa possibilità di lettura, ci si possono vedere delle cose diverse.
    D’altronde dal momento in cui l’arte ha smesso di raccontare i fatti, la storia, la sua vicinanza alla musica si è fatta sempre più forte: nella musica uno può pensare cose sempre diverse, e così nell’arte, nella pittura quando non è più legata alla funzione descrittiva».

    Lei ha insegnato per molti anni: qual è la cosa più importante che ha insegnato ai suoi studenti, e cosa ha tratto invece da loro?

    «Credo che una delle doti più autentiche e utili di un docente sia l’onestà intellettuale. Far dipingere gli studenti scimmiottando per esempio Pollock può essere divertente per un po’, ma non insegna niente. Ho sempre detto ai miei allievi che l’esercizio quotidiano, il saper disegnare, il saper dipingere sono il lasciapassare per ogni tipo di libertà, perché se uno decide di fare una certa cosa quando ha tutti gli strumenti in mano, decide con coscienza e sa che è una scelta; se invece parte con una limitazione nel fare, è chiaro che quella è l’unica strada che ha, non potrà più cambiare e non sarà più libero di decidere.
    Dagli studenti ho tratto moltissimo. Sembra un luogo comune, ma è vero che nella vita c’è sempre da imparare, da tutti. Nei giovani c’è voglia, vivacità intellettuale e soprattutto curiosità».

    Cosa si sente di dire a un giovane che vuole fare arte oggi?

    «Credo che le istituzioni preposte alla formazione artistica debbano cercare assolutamente il rapporto con l’esterno: se la scuola chiude le porte, quando le apre per far uscire chi ha finito il ciclo di studi finisce per sbatterlo in mezzo alla strada, quindi è giusto che si facciano lavorare i ragazzi già durante la formazione, che ci siano coinvolgimenti esterni. Questa è la strada».

    La pittura oggi ha ancora un senso? Molti giovani artisti che usano tecniche diverse definiscono morta la pittura.

    «Se io mi esprimo è ovvio che dica che nella pittura ci ho sempre creduto e ci crederò sempre. Se dipingo è perché ci credo fino in fondo».

     

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Francesco Moneti, dai Modena City Ramblers a FryDa: una vita in musica

    Francesco Moneti, dai Modena City Ramblers a FryDa: una vita in musica

    Francesco MonetiBouzouki, oud, banjo, violino, mandolino: cosa sono, da dove vengono… e come si suonano? Francesco Moneti, violinista e figura di punta dei Modena City Ramblers, sarà a febbraio a Genova per spiegare a un pubblico di professionisti, aspiranti tali o semplici appassionati che cos’è l’electro-folk. Ospite della Claque, Moneti parteciperà a Buoni Esempi, evento organizzato da Ultimo Piano Records in collaborazione con La Claque-Teatro della Tosse:  quattro seminari sulla tecnica e “filosofia” del lavoro del musicista, ognuno tenuto da un professionista diverso, da Bubola a Zamboni. Tutti nomi di spicco, che hanno segnato la storia della musica italiana.

    Ma concentriamoci su Francesco Moneti… la sua ventennale fama di musicista sicuramente lo precede: figlio d’arte (il padre era il chitarrista dei Kiks), dagli esordi nei primi anni ‘90 negli Inudibili (oggi Negrita) al progetto della Casa del Vento con Stefano “Cisco” Bellotti e Massimo Giuntini, fino al grande successo con i Modena.

    Tante le esperienze musicali. E sicuramente variegate. Dopo il boom di notorietà con i MCR, dal 2009 hai avviato un nuovo progetto, FryDa, un duo di violino e fisarmonica, cui hai dato vita insieme al collega, ex-MCR, Daniele Contardo. Due scelte sicuramente di pregio, ma opposte. Dalla cresta dell’onda, all’ “auto-esilio” in club di nicchia per un pubblico esclusivo. Come mai questa decisione?

    «Non sono opzioni antitetiche. È stata piuttosto una scelta necessaria, quella di portare avanti contemporaneamente tanti progetti e varie collaborazioni con artisti di spicco. I nomi sono davvero tanti: Omar Pedrini, Lele Battista, Giulia Tripoti, Mau Mau, Bandabardò. E molti altri, italiani e internazionali. Così come i progetti musicali: negli anni ’90 sono stato tra i fondatori del gruppo irish-folk Casa del Vento che di recente ha collaborato con Patty Smith. In più, ci sono e ci sono stati naturalmente i Modena, e poi sono approdato da tre anni a FryDa, che mi dà la possibilità di esibirmi con Daniele in piccoli locali, davanti a un pubblico sì esiguo, ma sicuramente più attento, per cui cosa suoni e come lo esegui sono due fattori di fondamentale importanza. Questo un po’ mi manca con i MCR… Mi piace, eccome, suonare in una band, ma eseguire la stessa scaletta, seguire gli stessi copioni… mi uccide! Per questo, da sempre ho l’esigenza di fare tante cose, iniziare molti progetti, collaborare con artisti dai diversi background musicali. Mi fa crescere, è stimolante. Pensa che da un anno a questa parte ho voluto sperimentare anche l’ebrezza di essere “dietro ai  riflettori”, e così ho iniziato a produrre musica. Mi piace molto il ruolo di produttore che sto sperimentando con la band Rossopiceno… Non da ultimo, con FryDa abbiamo composto la colonna sonora del film “Re Nero” di Valerio Oldano, thriller presentato proprio in questi giorni all’Asti Film Festival. Volevo stare dall’altra parte, per una volta lontano dalla mischia».

    A proposito di cinema, non è l’unica volta in cui hai avuto a che fare con questo mondo. Prima di Re Nero, la parte di musicista-attore in Gangs of New York di Martin Scorsese. Come sei approdato al grande schermo, forte passione o solo questione di fortunate coincidenze?

    «Un po’ entrambe le cose. Sono da sempre un appassionato di cinema, ma con “Gangs of New York” è stato tutto un caso, una serie di favorevoli congiunzioni astrali, diciamo. Produzione hollywoodiana, regista che non ha bisogno di essere commentato, cast stellare (solo qualche nome: Daniel Day Lewis, Di Caprio, Cameron Diaz). E, di conseguenza, costi stratosferici. Per questo, quando il film è arrivato a Cinecittà per girare buona parte delle riprese, la produzione ha deciso di avvalersi di collaboratori e attori “in loco” per ridurre le spese… e hanno chiamato me. Mi sono ritrovato a girare alcune scene in cui interpretavo il ruolo di un musicista irlandese. Una in particolare, quella in cui eseguo un assolo di violino, mi è rimasta dentro: non posso non pensare che ha fatto il giro del mondo e in Giappone, negli USA, dappertutto dove è arrivato questo film, è arrivata la mia musica».

    Dal cinema, alla radio. Un musicista e musicofilo come te, sicuramente vivrà in prima persona la problematica del monopolio radiofonico di certi tipi di artisti, più “mainstream”, e di certi tipi di canzoni. Pensi che lo sviluppo delle web radio sia un buon modo per ovviare al problema? Hai fiducia in un futuro di musica “liberalizzata”?

    «Tutto è possibile! In un panorama musicale asfittico, in cui le radio sono oligopolio dei vari Ligabue e Vasco Rossi –senza nulla togliere-, ben venga dare spazio ad artisti “minori”, meno nazional-popolari. Già è diffusa la tendenza per le giovani band di sfruttare nuovi mezzi come YouTube e MySpace per inserire i loro video online. Per farsi conoscere, e aggirare così sia le acque melmose delle “radio sottobosco” che la piramide insormontabile delle radio più famose».

    Democratizzare la scena musicale tramite i nuovi media, d’altronde, è un fenomeno inevitabile: è avvenuto nel campo giornalistico, con il fenomeno del “citizen journalism”, e c’è da scommettere che anche la musica non ne resterà immune. Non c’è però il rischio di farci sommergere da troppe realtà, troppo piccole?

    «È un rischio da correre. Starà agli utenti discernere il prodotto buono dall’ennesimo caso di strimpellamento adolescenziale».

    Ancora giovane (classe ’69), ma con una lunga carriera alle spalle e collaborazioni di prestigio, nazionali e internazionali. Hai calcato il palcoscenico milioni di volte: la tensione, l’”ansia da prestazione” c’è sempre o è passata?

    «Mentirei se dicessi che provo, a 43 anni, le stesse emozioni che provavo a 26! Però questo mio ultimo progetto, FryDa, mi ha dato la possibilità di rimettermi in gioco. Una specie di “ricambio di sangue”: avere a che fare con i giovani mi ha fatto provare emozioni primordiali. Fare il musicista per me è una condizione in bilico tra mestiere e vocazione, tra routine e fuoco sacro».

    Un mestiere, il suo, sicuramente carico di soddisfazioni e riscontri positivi. Non da ultimo, il fatto che, sulla scia di Buoni Esempi di Genova, anche in Sicilia, Sardegna e Marche gli sia stato proposto di tenere dei workshop per portare in giro il suo “electro-folk” e i suoi strumenti, così poco “classici”. Bello che proprio da Genova, tristemente nota per l’atrofia della sua scena musicale, vengano esportate iniziative pregevoli come questa.

    Salutiamoci con una nota positiva, con un po’ di speranza. Dicci perché ti definiresti un “buon esempio”… «I buoni esempi, secondo me, sono personaggi che, pur muovendosi in un’area indipendente e spesso alternativa al grande mercato, hanno ottenuto risultati nel campo della musica. In un momento di situazione economica incasinata e crisi generale, fare seminari con gente che da decenni dedica la propria vita alla musica è di buon auspicio. È bene promuovere l’esempio di chi coniuga passione e mestiere».

     

    Elettra Antognetti

    Gli stage si svolgeranno di domenica con orario 10,30 – 13,30 / 15,30 – 18,30 c/o lo Spazio 25 o c/o La Claque, a numero chiuso (30 partecipanti massimo). Le iscrizioni si chiudono una settimana  prima della data prevista per lo svolgimento (febbraio 2013).

    Per info e costi:  348.2682852 . Iscrizioni presso la biglietteria del Teatro della Tosse, Piazza Renato Negri, 4  16123 Genova  –  010 248 7011   info@teatrodellatosse.it  o upr@upragency.com. I programmi dettagliati sul sito www.upragency.com

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Riccardo Arrighini Trio

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Riccardo Arrighini Trio

    Riccardo Arrighini TrioIl Riccardo Arrighini Trio nasce nel marzo 2012, da un’idea del pianista toscano Riccardo Arrighini, noto come “il pianista italiano che ha fuso classica e lirica con il jazz” (che con questa formula ha avuto la fortuna di suonare in tutto il mondo), e che da tempo desiderava realizzarsi anche con una sonorità di gruppo.

    E come sua abitudine lo fa in modo anticonvenzionale, ricercando attraverso gli ultimi esempi mondiali di questa formazione “principe” del jazz, partendo da riferimenti ovvi quali Bill Evans, Keith Jarrett e Paul Bley ma spingendosi ai moderni Brad Mehldau, Yaron Herman, Robert Glasper, Esbjorn Svensson, Aaron Parks, Craig Taborn. Sceglie così due giovanissimi musicisti, Pietro Martinelli, 28 anni di Genova e Emiliano Barella, 25 anni di Napoli, straordinari promesse del jazz italiano, e con loro avvia un percorso che in brevissimo tempo diventa una realtà nazionale con concerti in tutta Italia e con già un fortissimo consenso da parte degli addetti ai lavori.Un progetto anticonvenzionale, un pò ribelle e che esce dagli schemi classici del jazz trio anche se di qualità, un sound giovane che punta a menti giovani.

    Like Children on a wide Lawn è il titolo del primo disco del Trio, uscito nel settembre 2012 e prodotto dalla ABEAT Records: brani originali dello stesso Arrighini, standards americani e canzoni pop italiane riarrangiati in una veste nuova, con l’ausilio di strumentazioni elettroniche, e dove ogni elemento del trio collabora attivamente agli arrangiamenti e apporta il proprio percorso ed esperienza musicale ed umana.

    Genere:
    jazz
    Membri:
    Riccardo Arrighini – piano, glockenspiel, live electronics
    Pietro Martinelli – contrabbasso, live electronics
    Amiliano Barrella – batteria, percussioni
  • Enrico Macchiavello: artista genovese, disegnatore degli spot Ceres

    Enrico Macchiavello: artista genovese, disegnatore degli spot Ceres

    “Una combinazione tra Hyeronimus Bosch e Jacovitti, Caravaggio e Grande Puffo, mescolati in un’estasi nauseante”: così si autodefinisce Enrico Macchiavello, artista genovese, classe ’74, un approccio caustico e dissacrante nei confronti della vita e del mondo che lo circonda, riletti e interpretati attraverso la sua matita dall’inconfondibile tratto. Nella sua carriera, tra le altre cose, ha dato vita ai personaggi che per anni hanno popolato gli spot della birra Ceres, e più di recente ai protagonisti di un noto gioco per bambini; si muove tra illustrazione, animazione, pittura e scultura, esponendo anche in galleria tra l’Italia e l’estero.

    Un breve sguardo sul tuo percorso artistico.
    «Mi è sempre piaciuto disegnare, e ho sempre trovato più facile mettere dell’inchiostro su carta piuttosto che usare la parola. È sempre stata, perciò, la mia forma principale di comunicazione… mi ha portato a riempire una quantità smodata di fogli di carta fino a quando ho capito che avrei potuto viverci. Il primo lavoretto pagato è stato quando ero alle medie, per il catalogo di una ditta. Poi ho frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti: durante la frequenza ho lavorato come ragazzo di bottega presso lo studio Feguagiskia di Gualtiero Schiaffino (noto disegnatore satirico, originario di Camogli, n.d.r.) dove mi sono fatto le ossa su tutto ciò che è il mondo della stampa e della tipografia. Questa è stata la mia formazione iniziale. Nel frattempo lavoravo ai miei progetti: quadri, illustrazioni, fumetti…»

    Lo studio ti avrà permesso di dare forma finita alla “materia grezza” che già possedevi…
    «Soprattutto ti dà gli strumenti. Per il tipo di disegno che faccio io non esiste una vera e propria scuola. Tu impari a fare gessi, disegnare nudi e nature morte, e una volta che hai queste capacità le usi, riporti le tecniche sull’immaginario che ti interessa. Devi avere anche la fortuna di trovare docenti che ti lascino libertà senza vincolarti troppo su una formazione classica».

    Cosa ti dà l’ispirazione?               
    «Il mondo che mi circonda, ciò che quotidianamente vivo… sono queste le cose che tendo a raffigurare nei miei disegni, trasfigurate però in chiave grottesca. Insieme ad essa, tutta una serie di riferimenti culturali, dalla narrativa al fumetto, dall’arte ai cartoni animati, fa da sfondo al mio lavoro».

    In cui ho visto anche una forte componente ironica…
    «Sì, è quella che evita che il disegno sia una visione del mondo solamente grottesca; se vuoi, è un modo per reagire alle brutture che ci circondano, e usare questa chiave di lettura è un modo per reggerle».

    Com’è la tua giornata tipo quando stai disegnando qualcosa?               
    «Intensa. Sia che mi dedichi a un progetto mio, sia che si tratti di un progetto per altri, mi ci butto anima e corpo. Non amo le distrazioni e mi focalizzo completamente su quello che sto facendo, che poi è anche la cosa che mi diverte di più: stare dentro al mio mondo e dimenticarmi del resto».

    Hai uno stile che ormai è molto caratteristico: pensi che potrà mai subire ulteriori trasformazioni?        
    «Non credo affatto di essere arrivato ad un punto fermo. Il processo per elaborare uno stile è così graduale che non potrei mai dire di aver raggiunto un livello da mantenere per il resto della mia vita. È un percorso, vedo piccoli cambiamenti pian piano, ed è ciò che mi spinge a continuare».

    La tua esperienza con Ceres.
    «Parliamo del ’99, un amico mi aveva presentato ad un’agenzia di Genova con cui avevo provato a collaborare per una campagna contro l’abuso di sostanze, che non era andata in porto perché più che contro l’abuso sembrava pro! Poi però mi hanno ricontattato per realizzare degli storyboard per la campagna Ceres, i lavori sono piaciuti e da lì è cominciata la collaborazione».

    Ricordo che il format pubblicitario comprendeva dei cartoni animati oltre ai disegni: eri tu a occuparti anche dell’animazione?            
    «Quando lavoro sull’animazione per clienti come Ceres, opero di concerto con il team di creativi e copywriter; si butta giù un’idea e procedo a visualizzarla, ognuno ci mette del suo e io devo costruire man mano questo mondo immaginario. Questo significa storyboard appunto, poi studio dei personaggi, studio dell’ambientazione, collaborazione con gli animatori per capire come far recitare i personaggi e come far arrivare il messaggio».

    L’ambiente pubblicitario e l’ambiente della galleria, dove pure tu esponi, sono profondamente diversi. Ti danno anche una libertà differente nell’esprimerti…           
    «Con una mostra l’unico referente è il gallerista e la libertà diventa pressoché totale. Però in genere anche il cliente che mi viene a cercare lo fa perché pensa che il mio modo espressivo sia utile a ciò che vuole comunicare. Quindi anche in quei casi in realtà ho avuto parecchia libertà…ma forse è anche perché è ciò di cui io ho bisogno ed è quindi quello che offro. Se vuoi un Macchiavello te lo prendi così com’è, perché diversamente non potrei fare. Poi è chiaro che devi arrivare a compromessi, molte idee che suggerisci possono essere prese come scartate, ma quello fa parte della normale dinamica lavorativa».

    A quali temi ti dedichi attualmente?
    «Sto facendo degli studi per un libro illustrato per ragazzi, e a breve realizzerò delle pittura murarie in un locale».

    Sei anche matita ufficiale dell’annuale Mostra internazionale dei Cartoonists di Rapallo (creata nel ’73 da Carlo Chendi, fumettista italiano, tra i più famosi sceneggiatori di Disney Italia). Di cosa ti occupi?
    «Il contatto è arrivato tramite Fausto Oneto del ristorante “U Giancu” (a San Massimo di Rapallo), che è la mecca del fumetto. Ci conosciamo da molti anni e sono stato coinvolto nella creazione di parecchie copertine e loghi da Carlo Chendi, organizzatore della mostra ormai da circa quarant’anni (insieme al suo entourage di collaboratori tra cui Sergio Badino, altro disneyano e insegnante all’Accademia Ligustica, n.d.r.) col quale ho un rapporto di amicizia e grande stima reciproca. Il mio non è un titolo davvero ufficiale, semplicemente ho fatto talmente tanti loghi e copertine che finisco per essere definito tale».

    A che pubblico ti rivolgi e quali sono i tuoi canali prediletti per arrivare al fruitore?
    «Forse l’animazione è il canale più completo, che ti permette di inserire non solo il disegno, ma anche il suono e il movimento; quindi penso che sia il mezzo che mi rappresenta di più. Per quanto riguarda il pubblico, non cerco di raggiungere una fascia particolare. È il pubblico che può gradire o meno quello che faccio: per i riscontri che ho, piaccio a grandi e piccini, perché non c’è mediazione, è un linguaggio diretto. Non lavoro pensando a chi guarderà. Io lavoro, poi… fate voi!».

    Ho visto opere tue coloratissime, altre completamente in bianco e nero. Se dovessi scegliere?
    «Colore. Ha proprio una sua narrazione, “racconta” delle cose».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Andrea Facco

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Andrea Facco

    Andrea Facco è un giovane cantautore genovese nato e cresciuto a Genova. Formatosi presso alcuni dei più noti chitarristi genovesi, ha cominciato a comporre le prime canzoni a tredici anni, sia nella musica sia nei testi, e nel frattempo ha imparato a suonare – da autodidatta – diversi strumenti etnici tra cui uno che ama moltissimo e che oggi è presente in tutti i suoi brani: il bouzouki: «L’ho visto suonare in televisione una volta da Mauro Pagani, che poi ho avuto anche l’onore di conoscere di persona – dice – allora avrò avuto nove o dieci anni e ho detto “io devo suonare quello strumento” appena ne ho sentito il suono».

    Si esibisce in pubblico dall’età di quindici anni, partecipando a concorsi musicali (tra cui Sanremo Web ’09), trasmissioni televisive, spettacoli teatrali, serate nei locali (tra cui le serate genovesi dello Zelig Lab on The Road), e collaborazioni con importanti nomi del panorama artistico nazionale.
    Con un timbro di voce limpido e profondo che ricorda moltissimo Faber, Andrea racconta: «Quando hanno cominciato in troppi a farmi notare la somiglianza ho cercato di trovare una mia identità, musicalmente parlando, anche perché le corde vocali sono quelle, non è che posso cambiarle!». Inoltre ha dovuto sostenere il confronto, non semplice, con la tradizione cantautorale genovese, di cui riconosce l’influenza, così come si ispira anche alle sonorità del folk, soprattutto irlandese.

    Oltre a creare brani, Andrea crea anche strumenti musicali: è infatti laureato liutaio alla Civica Scuola di Liuteria di Milano, e specializzato nella costruzione di strumenti a corda a pizzico antichi ed etnici. Così racconta la sua passione: «Ho tentato di costruire il mio primo bouzouki a tredici anni, non sapendo niente di liuteria… suonava, ma era orribile! Quando ho saputo che a Milano esisteva una scuola apposta, ho fatto tutte le superiori aspettando di potermi iscrivere là per diventare mastro liutaio».

    Andrea FaccoAndrea Facco: voce, bouzouki
    Giulio Gaietto: basso
    Enrico Bovone: percussioni, cajon
    Giulia Capurro: cori

     

     

     

  • Teatro della Tosse: ecco il Cantiere Campana per le compagnie emergenti

    Teatro della Tosse: ecco il Cantiere Campana per le compagnie emergenti

    Cantiere Campana, Yuri D'AgostinoChe cos’è il Cantiere Campana? Un nuovo progetto, portato avanti dal Teatro della Tosse, per dare la possibilità di esprimersi a quelle voci – giovani registi, autori e compagnie – che difficilmente attraverso i canali convenzionali trovano spazio per le proprie rappresentazioni. Il Cantiere (già il nome suggerisce il fermento di una realtà in continuo divenire) presenta così una programmazione costituita interamente da spettacoli di nuova drammaturgia, e si pone in maniera del tutto peculiare rispetto al pubblico, incoraggiandone la partecipazione attraverso la sottoscrizione di una tessera che permette di diventare “sostenitori” del progetto, creando quindi una community attiva che durante l’anno dialogherà al suo interno e col teatro per mezzo di canali digitali e iniziative dal vivo, e che alla fine deciderà, insieme al teatro, il cartellone della stagione successiva. Abbiamo parlato di tutto ciò con Yuri D’Agostino, attore, regista e da quest’anno responsabile del Cantiere, i cui spettacoli verranno ospitati, appunto, nella Sala Dino Campana del teatro. 

    Cos’è il Cantiere Campana, quando e come è nato?
    «È un progetto del Teatro della Tosse con due obiettivi principali: il primo è portare avanti la nuova drammaturgia e le compagnie emergenti, il secondo è riuscire a creare sul territorio una comunità di spettatori – noi li chiamiamo sostenitori – che sia il più ampia possibile, con la quale dialogare e crescere  per tutta la stagione; è un progetto che nasce dalla domanda “come sarà il teatro di domani?” e soprattutto “ci sarà un teatro in Italia?”. Questo periodo di crisi sta facendo passare anche ai teatri un momento di grave difficoltà economica, e ciò porta spesso a scegliere spettacoli comodi, massimizzando il risultato con il minimo rischio se non quando con il minimo sforzo, attraverso l’uso di grandi nomi, grandi registi…certo questi spettacoli meritano di essere portati avanti, ma non possono essere gli unici. Ci deve essere una varietà dell’offerta culturale, con proposte che magari non pagano subito, ma che sono il seme del teatro di domani. Ecco a cosa guarda il nostro progetto. Non è un discorso nuovo al Teatro della Tosse, che ha sempre investito in simili spettacoli: quest’anno ci sarà la programmazione di Sala Trionfo, con titoli di grande richiamo, e a fianco, in Sala Campana, una stagione altrettanto bella ma formata da spettacoli di nuova drammaturgia italiana, compagnie emergenti validissime cui mancava solo un palco su cui poter mostrare il proprio lavoro. A fianco, la community di spettatori, vera e propria anima della stagione, cui si offrono non solo la visione ma diversi gradi di partecipazione a seconda di quanto vorranno interagire con noi: possono recensire lo spettacolo online, incontrare gli attori, venire a conferenze a tema, partecipare a viaggi in cui si va a vedere tutti insieme uno spettacolo fuori Genova… tutto questo è Cantiere Campana».

    Decisamente una fruizione attiva…
    «Assolutamente. Riteniamo che nell’ecosistema del teatro gli spettatori siano una parte non solo integrante, ma importantissima: dopo tutto si fa teatro per il pubblico! Quindi perché non cercare di sapere il più possibile opinioni, gusti e predisposizioni? Queste sono cose che si scoprono soprattutto attraverso il dialogo. Ha già funzionato l’anno scorso col “Castello dei Sette Peccati” in cui attraverso un concorso abbiamo chiesto al pubblico, quindi a persone che fanno altri mestieri, di partecipare portando il proprio contributo creativo: molti hanno tanto da dire e proporre ma semplicemente non hanno l’occasione di esprimersi perché il loro lavoro li ha portati a fare altro. Abbiamo avuto un riscontro notevole e sono uscite fuori cose davvero belle. Questo dimostra che i genovesi hanno voglia di partecipare, di comunicare, manca solo qualcuno che dia gli strumenti e l’ascolto: il Cantiere si pone come ascoltatore».

    Autori e compagnie giovani: significa mantenere il teatro un organismo vivo, con forte presa sulla realtà odierna…
    «Certamente! Tutti gli attori e i registi oggi famosi prima non lo erano, erano giovani con tanta voglia e talento, mancava qualcuno che desse loro fiducia. A loro è stata data e sono diventati le persone che noi conosciamo. In mezzo a coloro cui noi adesso decidiamo di dare fiducia, sappiamo che ci sono quelli che a cinque anni da adesso porteranno avanti il teatro. Abbiamo organizzato un ventaglio d’offerta molto ampio, con varie tipologie e compagnie da più parti d’Italia per far sì che a fine stagione il pubblico sappia dirci cosa ha gradito e cosa no, e avere uno strumento in più per costruire la stagione successiva. In particolare abbiamo sostenuto grandi idee non necessariamente portate avanti con grandi mezzi: è questo che ci ha permesso di offrire spettacoli a prezzi popolari».

    Come funziona quindi l’accesso al Cantiere per i giovani registi e le giovani compagnie?
    «Durante la stagione le compagnie propongono i loro spettacoli alla direzione che li sceglie, con un occhio di riguardo ovviamente per tutte le giovani nuove proposte che devono andare a occupare lo spazio dedicato. A ciò si aggiunge un bando, “Pre-visioni”, cui possono partecipare tutte le compagnie presentando sul palco il loro lavoro. Per esempio abbiamo uno spettacolo, presentato l’anno scorso al bando, che quest’anno è in cartellone al Cantiere. Dall’anno prossimo vogliamo che queste scelte siano compiute dal Teatro insieme ai sostenitori»

     Tu per esempio come sei arrivato?
    «La mia presenza qui dimostra l’apertura verso i giovani, mi hanno dato fiducia nonostante la mia relativamente giovane età. Nasco come attore ma dal 2006 mi sono appassionato sempre più alla regia, lavorando come assistente alla regia e regista. Poi mi sono avvicinato alla Tosse, visto che sono genovese e amo il mio territorio mi piace poter restituire qualcosa col mio lavoro; la collaborazione è andata avanti fino a trasformarsi in quello che è oggi, con questo progetto da sviluppare».

    Oggi il teatro ha ancora un senso? È ancora un mezzo adatto a parlare alle persone e se sì perché?
    «Certamente. Il teatro non è la versione povera del cinema, il teatro è un’emozione, ti porta non tanto ad avere delle risposte ma a farti delle domande, è un momento unico. Col teatro tu scegli di abbandonarti per un’ora e mezza, entri in sala e credi a qualcosa che non c’è, a persone in uno spazio nero di 30 metri quadri che non sono chi dicono di essere, con una scenografia che finge, ma tu ci credi: si gioca a credere a un qualcosa, e se il gioco è portato avanti bene allora riesci a vedere un messaggio».

    Abbandonarsi richiede predisposizione mentale e tempo. Come si richiama allora quel potenziale giovane pubblico abituato a un tempo di fruizione compulsiva profondamente diverso da quello del teatro?
    «È vero, è un tempo di fruizione passiva e compulsiva, dove tutto viene fatto nella maniera più breve possibile. Fortunatamente non tutte le persone vivono in questa dimensione. Noi cerchiamo di far capire agli spettatori di domani ma anche a quelli di oggi che esiste anche questo tempo che ti puoi prendere solo per te, e che è già presente nelle persone, altrimenti i teatri sarebbero vuoti, invece la gente viene ed è tanta; ma crediamo di poter raccogliere nuove fette di pubblico, e un modo è appunto la partecipazione attiva: le persone devono capire di non trovarsi davanti a un televisore, e che è necessario partecipare allo spettacolo col cervello e col cuore».

    Tralasciando il fatto che i reiterati tagli stanno uccidendo arte e cultura, secondo te una struttura teatrale che funziona deve/può reggersi da sola o è giusto che venga finanziata?
    «Questo è un teatro stabile privato, quindi riceve finanziamenti molto inferiori ai teatri pubblici. Detto questo, io sono un profondo sostenitore del finanziamento perché il teatro muove una macchina grossissima che va oltre la rappresentazione in scena e comprende scrittori, tecnici, registi, strutture, uffici, costumisti… tutto questo ha un costo professionale e muove l’economia in una decisa percentuale di Pil. Ma lo scopo finale del teatro non è produrre guadagno, è produrre cultura. Alzare la qualità della vita delle persone. Non deve necessariamente avere un bilancio positivo dal punto di vista strettamente economico, perché il bilancio positivo ci sarà più avanti nelle persone, a cui dai il senso critico, la capacità di discernere giusto e sbagliato secondo il proprio criterio, gli strumenti per decidere. Andando a vedere anche cose classiche come Edipo, Romeo e Giulietta, Amleto, una persona esce più ricca, con i mezzi per riconoscersi e in un futuro prendere le proprie decisioni. Questo è un investimento che lo Stato deve fare per i suoi cittadini, e che quindi è giusto che sia finanziato e che non sia totalmente a carico del singolo, il quale altrimenti non potrebbe permettersi di pagare un biglietto che renda i soldi necessari ad andare in pari. Il teatro non dovrebbe preoccuparsi di andare in attivo, così come non deve, ovviamente, sprecare soldi; ma quando uno spettacolo viene fatto bene, con passione, e gli spettatori escono diversi da come sono entrati, allora non importa che ci sia stato o meno l’attivo».

    Il nodo cruciale sta nell’attenzione, da parte del singolo ente, a non appiattire l’offerta culturale “perché tanto c’è il finanziamento”…
    «Certo. Non deve appiattire l’offerta ma non deve neanche, per paura della mancanza di finanziamenti, appiattirsi solo su quegli spettacoli che garantiscono di raccogliere fondi. Purtroppo, se si tratta il teatro da azienda, farà scelte da azienda. Se lo si tratta invece da risorsa e struttura importante della società, potrà comportarsi come tale, e a beneficiarne sarà soprattutto il cittadino».

    Claudia Baghino
    [Video di Daniele Orlandi]

  • Giuliogol, writer genovese: dipinti e graffiti per la città

    Giuliogol, writer genovese: dipinti e graffiti per la città

    GiuliogolNicolino Giulio Centanaro, in arte Giuliogol, classe ’68, è un artista, un writer genovese. Nutrendo una passione sconfinata per l’arte di strada, ha perfezionato la sua formazione attraverso corsi specifici di aerografia e pittura ad olio. Nel 2009 per la Galleria Rotta Farinelli ha realizzato la decorazione a graffito di una parete della nave MSC Splendida. Dallo stesso anno collabora col Municipio VII del Ponente per opere di riqualificazione attraverso graffiti legali.

    Ricopre la figura di responsabile arti grafiche per l’Associazione Mare di Note e porta avanti collaborazioni con altre associazioni e manifestazioni artistiche ponentine (Ass. Ponente che Balla, Ex-Melle Artisti di Strada, Sestri come MontMartre). Attualmente è in allestimento una sua personale presso l’Associazione Culturale Cartiera 41.

    Come hai cominciato a fare il writer e quando?
    «Il writer lo si comincia a fare per strada, da ragazzino, si inizia con la tag, quella firma che agli occhi di molti è una bruttura. Poi la cosa si evolve in disegno, in grafica, in messaggio. Per me è stato così. Un modo per sentire di esserci e fare parte di un qualcosa, un modo per dire “io sono passato di qui e ho lasciato un segno del mio passaggio”. La voglia di opporsi all’autorità, il gusto di fare una cosa vietata, che non si deve fare. Keith Haring (il primo writer americano a diventare famoso, n.d.r.) ha iniziato per strada, e nonostante il successo planetario ha continuato a lasciare la sua firma per strada, Londra, Tokyo o dovunque andasse».

    Tu sei arrivato a decorare gli interni di una nave da crociera.
    «Sono stato contattato tramite la Galleria Rotta. Su questa nave, al piano della sala giochi, si è voluto riprodurre l’ambiente di strada, ricoprendo le pareti di ondulato e decorando coi graffiti; inizialmente, dato lo spazio comunque formale della nave, ritenevo di dover essere molto preciso nei disegni, ma mi è stato invece richiesto espressamente di lasciarmi andare, addirittura di fare graffiti un po’storti, un po’ colati, proprio come in strada».

    Ben lontano dalla figura archetipica del writer che gira di notte disegnando su muri e vagoni dei treni, zaino pieno di bombolette e cappuccio fin sulla fronte.             
    «Invecchiando ho iniziato a ragionare sul graffito legale, anche perché ormai la società si è abituata ai graffiti, piacciono. Fare tutto alla luce del giorno, mostrare il proprio lavoro permette di farsi pubblicità, e poi magari ricevere committenze, ed essere pagati per quelle. Qualcuno può apprezzare quello che hai fatto e ingaggiarti per decorare una saracinesca o un interno. Andare di notte significa invece pagare di tasca propria tutto il materiale e rischiare migliaia di euro di multa, per non dire del fatto che la visibilità del proprio lavoro rimane molto limitata. Certo, può essere visto come uscire dal concetto originario del writer e vendersi, ma secondo me è indispensabile un’evoluzione in questo ambito, perché non puoi continuare per sempre a farlo illegalmente, di notte, non ti porta da nessuna parte. Da giovane non ragionavo così, è ovvio, ma vorrei che i ragazzi imparassero questo atteggiamento per avere poi delle possibilità in futuro, per non restare ancorati per sempre a quelle figura. Non puoi a cinquant’anni andare a fare la scritta e scappare».

    Murales di Giuliogol in passeggiata a mare di VoltriMurales di Giuliogol in passeggiata a mare di Voltri

    Questo approccio ti ha portato al punto d’arrivo del graffito legale, la collaborazione col Comune.      
    «Abbiamo lavorato per riqualificare il muro di un bar sulla passeggiata di Voltri, proprio sulla spiaggia, che era stato imbrattato con delle scritte. Per dare vita a questo progetto ho preso contatto con l’assessore Morlé e ho proposto di dipingere il muro. La parte più in vista, quella visibile dalla passeggiata, è di 16 metri quadri, ma fa angolo con ben altri 80 metri quadrati che danno sulla spiaggia, anche questi imbrattati. Il Comune ha preso in carico il costo del materiale necessario al lavoro. Ho preso una crew (“FNT”, Fusi nella testa) di ragazzini, tutti minorenni, che andavano di notte a scrivere, e ho dato loro la possibilità di fare quello che amano in modo legale e utile alla comunità; ho preparato loro il fondo (la stesura di fondo sul muro che deve essere dipinto, n.d.r.), abbiamo fatto lo studio per il disegno da realizzare. Sul muro principale ho realizzato il Nettuno (che, prendendo forma dall’unione delle onde, arriva dal mare dirigendosi verso lo spettatore, n.d.r.), sul resto ho fatto lavorare i ragazzi: ho cercato di far loro capire che al giorno d’oggi la possibilità di un graffitismo legale esiste. Sono stati contentissimi di questa esperienza, mi chiedono sempre di fare qualcos’altro».

    La collaborazione col Comune si è estesa anche ad altre occasioni.
    «Per l’esempio che ti ho raccontato la proposta è partita da me, poi mi hanno cercato loro per un progetto, che spero di portare avanti, riguardo un muro al CEP, anche quello tutto imbrattato. Chiamare una ditta a imbiancarlo comporta una grossa spesa per avere comunque un risultato triste e uniforme, e il giorno dopo le tag sono di nuovo lì. Chiamare dei ragazzi invece significa dare una possibilità e far fare qualcosa di bello, un disegno che piace, come il muro della passeggiata che è piaciuto molto».

    Murales di Giuliogol in passeggiata a mare di VoltriMurales di Giuliogol in passeggiata a mare di Voltri

     

     

     

     

     

     

     

    Tu lavori su superfici molto ampie ma anche su quelle davvero piccole, come per esempio i termosifoni (oltre alle tele e agli oggetti più disparati, dalle uova di struzzo alle aerografie sulle Vespe).
    «Di certo mi trovo meglio sulle grandi superfici perché mi sento più libero, lì posso anche fare l’errore, che comunque riesco ad aggiustare con più facilità perché resta piccolo rispetto alla dimensione della superficie, e poi ho la possibilità di metterci più cose, dare più significato e lasciarmi andare un po’ di più. Gli oggetti piccoli mi piacciono invece per un altro motivo, perché lì si vede la professionalità, ci vuole molta precisione nel piccolo e riuscire mi dà molta soddisfazione. Quindi alla fine sono due situazioni diverse che mi piacciono in maniera differente».

    Tecniche preferite.
    «Secondo me l’arte va vissuta a 360 gradi. Abbiamo la possibilità, anche grazie al computer, di raggiungere qualsiasi risultato, quindi perché non spaziare il più possibile? Io uso pittura a olio, aerografo, matita, carboncino, papiér collé… più tecniche uso e più mi sento completo. La tecnica con cui mi sento più a mio agio è l’aerografia sicuramente, la uso da vent’anni e trovo l’aerografo uno strumento eccezionale, è veloce e permette di ottenere in cinque minuti delle sfumature che a olio richiedono una giornata, e poi si avvicina molto alla street art, è come avere in mano una minibomboletta. Le mie preferenze vanno anche a periodi. A volte faccio tutto a colori, altre in bianco e nero, magari mi fermo e aspetto, poi faccio del dripping. Sicuramente ho degli artisti di riferimento, ad esempio Picasso, i surrealisti, Keith Haring, Jean Michel Basquiat… ma l’arte è bella tutta».

    Qual è il messaggio più importante che vorresti arrivasse alle persone che guardano le tue opere? Sul tuo sito si legge “amore per la nostra città e voglie di rendere migliore il grigio urbano”.
    «Già. Un muro grigio chiude, un muro colorato dà la possibilità di pensare, di sognare. La fantasia è importante, se le mettiamo le catene la vita diventa più triste».

    I lavori di Giuliogol restano in esposizione negli spazi di Cartiera 41 fino al 31 ottobre. Per qualsiasi informazione a proposito e per vedere la mostra fare riferimento agli orari di apertura dell’Associazione come riportati sul sito cartiera41.it.

     

    Claudia Baghino
    [Foto e video Daniele Orlandi]

  • Edmondo Romano, incontro con il musicista genovese

    Edmondo Romano, incontro con il musicista genovese

    Edmondo RomanoEdmondo Romano, musicista e compositore, classe ’69, ci accoglie nella sua casa nei caruggi per questa intervista. Grande esperienza maturata negli anni in progetti di varia natura, dal teatro alla composizione, passando per la partecipazione a progetti come le colonne sonore di note serie televisive (Distretto di Polizia, Giudice Mastrangelo), film per il cinema (Si può fare, protagonista Claudio Bisio), collaborazioni con altri artisti (Vittorio De Scalzi, Gian Piero Alloisio, Federico Sirianni).

    In una stanza adibita a studio di registrazione, circondati da una quantità di strumenti a fiato, parliamo della sua esperienza di musicista e del suo ultimo lavoro, recentemente pubblicato, “Sonno Eliso”, disco di composizioni strumentali in cui si fondono il mondo musicale contemporaneo alla musica etnica, la musica di ricerca e sperimentazione al minimalismo, grazie alla coesistenza di strumenti molto diversi tra loro (sax, zarb iraniano, fagotto classico, liuto arabo…). Il cd è stato prodotto in collaborazione con Pivio ed Aldo De Scalzi, ed è il primo, interamente composto da Edmondo, di una trilogia dedicata alla comunicazione tra diverse realtà.​

    Quando e quale strumento hai preso in mano la prima volta?​
    Il primo strumento che ho preso in mano è stato il violino, poi sono passato al clarinetto, che ho suonato in conservatorio per un po’ di anni, finché ho cominciato ad interessarmi alla musica etnica, folk, che negli anni ’90 era molto di richiamo: ho approcciato lo studio di diversi strumenti, dalla zurna turca al bansuri indiano… strumenti di diversi luoghi del mondo. ​

    Come hai sviluppato interesse per strumenti etnici, generalmente poco usati, così particolari? Hai imparato da solo a usarli? Cosa ti danno in più rispetto alla strumentazione classica?​
    La scelta degli strumenti è dettata dal tipo di brano che si compone, comunque non c’è stato un percorso preciso, la cosa è avvenuta naturalmente. Quando ho cominciato a studiare questi strumenti non esisteva internet come adesso, quindi per riuscire a imparare dovevi trovare qualcuno che sapesse suonare quello strumento o dei vinili che ti permettessero di ascoltarne il suono. Adesso se hai una certa base e vuoi imparare a tirar fuori due note dal duduk (flauto tradizionale armeno, n.d.r.) vai in rete e trovi come trattare l’ancia, come accordarlo, come soffiare; una volta questo non era possibile. Per esempio per imparare il mizmar africano me lo facevo portare da amici in viaggio e poi imparavo da solo attraverso i dischi reperibili appunto. Questo però mi ha permesso di sviluppare una tecnica personale, corretta ma più occidentale diciamo, in confronto a un musicista egiziano che lo suona in maniera diversa, più approssimativa volendo, ma – poiché facente parte della sua tradizione – anche più semplice ed istintiva. Tutto questo si palesa nel mio modo di esprimermi con gli strumenti: si è creato negli anni uno stile personale.​

    Tra gli strumenti che suoni ce ne sono alcuni la cui genesi risale al sesto secolo, mi sembra che il tuo sia un interesse di tipo etnoatropologico che va oltre il singolo strumento.​
    Non puoi essere interessato a uno strumento se non sei stimolato anche dalla cultura di quel popolo. La musica mediorientale, orientale e la musica classica indiana mi hanno sempre affascinato a partire dai suoni, passando per lo stile della danza indiana fino alla cinematografia. C’è qualcosa che mi attira naturalmente verso quei popoli. Il duduk di cui parlavo prima è uno strumento armeno da cui si è passati all’antenato del clarinetto, lo chalumeau, e da questo gradualmente si è arrivati al clarinetto classico che usiamo oggi. Non solo molta cultura o i numeri, ma anche tutti gli strumenti che noi utilizziamo vengono dal mondo arabo, orientale, che era molto più avanzato nella fattura degli strumenti (tolte eccezioni come l’Irlanda dove si sono sviluppati strumenti simili).​

    Coerentemente con la pluralità degli strumenti, le tue collaborazioni sono estremamente varie, dal gruppo yiddish a Vittorio De Scalzi…
    Si arriva a collaborare con persone così diverse perché ci si trova e si vede che si hanno gli stessi interessi. Non c’è una scelta metodica o razionale, semplicemente ci si scambia emozioni, esperienze… ho collaborato con tante realtà perché questa è la mia indole; ho affrontato negli anni anche tanti generi musicali diversi, quindi mi trovo a suonare – con tante persone diverse – tanti strumenti diversi ognuno in modo diverso: clarinetto in stile yiddish, flauto irlandese in stile irish…​

    “Sonno come affievolimento della vita, Eliso come rimozione o paradiso…” è una frase che compare nel disco.
    La tematica di Sonno Eliso è il maschile e il femminile: il “sonno” è un elemento che sento e noto fortemente in questo momento storico, trovo che ci sia una generale sonnolenza che ci sta pervadendo facendoci perdere il coraggio di dire ciò che pensiamo e proviamo, di esprimere quindi la voglia di un cambiamento. “Eliso” da elidere, quindi in qualche modo togliere la sonnolenza. Mi piacevano questi termini antitetici. Credo sia importante cominciare a risvegliarsi. Maschile e femminile perché sono i due elementi principali della comunicazione, è il primo rapporto che abbiamo col diverso, che poi nella vita può diventare diverso socialmente, etnicamente… se non si impara a dialogare col diverso ci si trascina un pesante bagaglio per tutta la vita. Per me, uomo, la donna è in realtà l’essere più vicino, quello a cui mi rapporto tutta la vita ma anche quello con cui a volte non riesco a comunicare; quindi il fulcro di tutto è questo: se davvero si riuscisse a instaurare un rapporto più completo, chiaro e sincero con l’altra metà sicuramente tutto il resto si allargherebbe, saremmo più completi. ​

    Parlando di rapporti tra persone, non si può non riflettere su come sia cambiata la comunicazione: compulsiva, frenetica e spesso superficiale su web, molte volte quasi assente dal vivo.​
    Già. Ma non è il mezzo ad essere il diavolo, è come lo si usa… c’è da dire anche che purtroppo stiamo vivendo in un paese che sta lentamente morendo, mi chiedo come possano le generazioni più giovani affrontare questa distruzione culturale che è avvenuta negli ultimi vent’anni, credo che non basterà una generazione per rimediare a ciò che è stato fatto, questo a mio avviso è il problema più grosso; i danni che sono stati fatti non consistono semplicemente nel tagliare o togliere: il problema è che quando si elimina una voce questa non esiste più, e ci vuole tantissimo per ricostruirla e ridarle spazio e valore. Chi fa musica in modo libero e non commerciale come me ha visto ridursi moltissimo gli spazi, perché essendo compositori e creativi che fanno ricerca, sperimentazione, non rientriamo in una categoria precisa. Questo è un discorso che vale anche in altri campi ovviamente.​

    Se questo primo lavoro riguarda la comunicazione tra l’universo femminile e quello maschile, cosa prepari per gli altri due capitoli di questa trilogia?​
    Il secondo lavoro riguarderà la comunicazione come verbo, quindi parola scritta o detta, il terzo riguarderà l’argomento a mio avviso più complesso, la religione. In quest’ultimo disco affronterò sicuramente anche il canto, mentre questo primo disco è totalmente strumentale. Per ogni lavoro mi avvalgo di diversi collaboratori, che non sono scelti con un ragionamento particolare, ma è la musica stessa via via che viene scritta a suggerirmi quello specifico musicista che conosco, e che con la peculiarità della sua espressione completa il brano. ​

    Questo disco è interamente composto da te… ​
    Fin dal ’91 ho sempre composto per diverse realtà musicali, per altri artisti, per cinema, teatro… questo però è il primo lavoro che porta il mio nome, ho avuto la possibilità di mettermi maggiormente in gioco, di esprimermi più liberamente, far uscire più forte quello che sento e che sono. Tutta la ricerca sulla tematica di Sonno Eliso non si sarebbe altrimenti sviluppata in modo così preciso. Di certo ciò ha comportato una maggiore responsabilità e devi dedicare quaranta volte tanto al lavoro, perché tutto dipende da te. Ma l’ho presa in modo molto positivo. Oggi il musicista non può essere più solo musicista, specialmente se compone qualcosa di proprio deve essere in parte anche tecnico del suono, saper curare l’immagine grafica del proprio lavoro, essere produttore artistico, arrangiatore… si va sempre di più incontro a una completezza dell’artista, non solo perché tecnologia e comunicazione ce lo permettono ma perché i rapporti con la conoscenza e la cultura che noi abbiamo acquisito negli ultimi anni è enorme rispetto a quella che si poteva avere in passato, perciò siamo in grado di avere un’ottima conoscenza dei vari aspetti che compongono il nostro lavoro. Io ho voluto curare e seguire tutto nel mio disco, dalla scrittura musicale alla confezione finale, cosa che mi ha permesso di offrire al fruitore esattamente il prodotto che io volevo fare.​

    Farai dei concerti con i pezzi di questo album?​
    Ho riscritto tutto il disco per una piccola formazione da camera, con violoncello, fagotto, pianoforte e violino e io ai vari fiati, un piccolo concerto che ripropone però tutti i temi del disco. Dal vivo inoltre i pezzi verranno anticipati da letture tratte da diversi autori, per esempio Frida Khalo, Jung, Freud, Michelangelo… tutti che dicono qualcosa di personale sui temi del disco. Ho cercato queste citazioni insieme a Simona (Fasano, attrice di teatro di prosa e teatro-danza, drammaturga, regista, sua compagna e collaboratrice, n.d.r.), sarei stato ipocrita a realizzare un album su maschile e femminile e non avere uno scambio con l’altra metà della mia vita, e il lavoro sarebbe stato incompleto: non riusciamo da soli a vedere tutto, in due si riesce ad avere una maggiore visione d’insieme, basta sapere ascoltarsi.

    Claudia Baghino

    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Teatro dell’Archivolto: intervista a Pina Rando e Giorgio Gallione

    Teatro dell’Archivolto: intervista a Pina Rando e Giorgio Gallione

    Nel 1997 Pina Rando e Giorgio Gallione hanno assunto rispettivamente il ruolo di Direttore e Direttore Artistico del Teatro dell’Archivolto, portando nel quartiere di Sampierdarena la loro compagnia, attiva dal 1986, e ristrutturando i locali del Teatro Gustavo Modena, che oggi insieme alla Sala Mercato forma i due spazi della struttura.

    Era Superba li ha incontrati per tracciare insieme un bilancio di questi quindici anni di attività, con una nuova stagione teatrale appena presentata all’insegna come ogni anno di una commistione delle principali forme artistiche, dalla musica alla danza, dalla prosa alla sperimentazione, e che ogni anno porta a Genova nomi di rilievo nazionale e fa conoscere alla città le opere prodotte dalla compagnia dell’Archivolto.

    Qual è la cosa di cui andate più fieri, analizzando i vostri quindici anni di lavoro?

    (Pina Rando) Sicuramente andiamo orgogliosi di aver riaperto un teatro chiuso da vent’anni, di averlo ristrutturato e di aver contribuito, stagione dopo stagione, a portare il pubblico genovese in questo quartiere. Siamo molto contenti di quello che abbiamo fatto, il pubblico interviene numeroso e ci vuole bene, le presenze sono più o meno sempre le stesse di anno in anno, e questo significa che abbiamo spettatori ormai affezionati che continuano a essere con noi.

    (Giorgio Gallione) Da direttore artistico, il mio maggiore orgoglio è aver visto passare in questo teatro artisti che hanno raggiunto la fama a livello nazionale. La nostra compagnia è nata nel 1986 con i Broncoviz (Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Mauro Pirovano e Marcello Cesena, ndr): allora abbiamo avuto un mix di attenzione e fortuna nel mettere insieme una squadra molto forte, che per dieci anni ha lavorato con passione dando vita a spettacoli di grande successo. Ancora oggi, nonostante le loro strade professionali si siano divise, continuano ad avere un rapporto molto stretto con il teatro. Un altro motivo di orgoglio è il legame che da anni teniamo con artisti del calibro di Claudio Bisio, Neri Marcoré, Fabio De Luigi e molti altri.

    Il teatro si trova a Sampierdarena, un quartiere di cui si parla quasi esclusivamente per fatti di cronaca nera, nonostante siano molti i tentativi di valorizzarlo. Qual è il vostro legame con il territorio? A vostro parere, Sampierdarena “arriva” nel modo giusto alla città?

    Teatro Modena

    (Pina Rando) Il nostro rapporto con il quartiere è buono: noi veniamo qui tutti i giorni, spesso uscendo la sera molto tardi, e a ogni nostro spettacolo il pubblico arriva e se ne va senza nessun problema. Personalmente, percepisco i problemi di Sampierdarena più facilmente dai giornali che da ciò che vedo e vivo ogni giorno. Le criticità ci sono e non lo si può negare, ma siamo sicuri che sia così meno pericoloso girare in via XX Settembre alle 2 di notte? Noi cerchiamo inoltre di avvicinare al teatro anche le persone di diverse etnie che vivono nel quartiere, a partire dalla stagione di teatro ragazzi e dai laboratori che attiviamo con le scuole, in modo che il nostro ruolo di presidio culturale abbia un senso anche per le persone di varie nazionalità che vivono qui.

    (Giorgio Gallione) È l’esistenza stessa del teatro che va difesa: il fatto di venire a teatro a ogni ora del giorno e della notte, radunando un pubblico di 400-500 persone ogni volta eterogeneo, è già di per sé un atto che crea contatto, crea comunicazione, smussa le differenze: un atto “politico”, nel senso più completo del termine. Il bello di questo spazio è che è il teatro di Sampierdarena, ma non è solo un teatro per Sampierdarenesi. Ci troviamo in un quartiere in cui ancora oggi si dice “vado a Genova” riferendosi al centro città: quando siamo arrivati qui era una zona “morta”, nel senso di isolata, poco connessa al resto della città anche da un punto di vista di trasporti e logistica. Negli anni la situazione è molto cambiata, abbiamo circa 70.000 spettatori all’anno e questo ha modificato molto il quartiere, a partire dall’apertura di attività commerciali nella zona del teatro. Notiamo che il nostro pubblico è formato circa da 1/3 di abitanti del quartiere, 1/3 di genovesi e 1/3 di persone che vengono da fuori Genova.

    Si parlava del lavoro con i bambini: rispetto a quando avete iniziato, oggi siamo nella generazione dei cosiddetti “nativi digitali”. Questo ha cambiato l’approccio dei più piccoli al teatro?

    (Giorgio Gallione) Per nulla, a nostro parere. Il teatro è nato con l’uomo, nasce dall’esigenza di farsi raccontare delle storie, che è una delle principali richieste che i bambini fanno agli adulti. Solo il mezzo è cambiato: un tempo c’era il racconto orale, poi si è passati ai libri e così via. Facebook e simili non hanno cambiato molto nel modo di comunicare, ancora oggi percepiamo il desiderio dei bambini di rapportarsi con le storie in ogni modo possibile.

    Siamo ai primi mesi della Giunta Doria: che opinione avete della nuova amministrazione comunale?

    (Pina Rando) È ancora troppo presto per fare previsioni: le premesse sembrano buone, abbiamo in previsione un incontro con l’assessore Carla Sibilla e ci sembra che si possa fare un buon lavoro. Per il resto, il bilancio del Comune e gli stanziamenti alla cultura sono ancora troppo legati alla Giunta precedente. Un reale quadro della situazione si potrà formare solo quando la nuova Giunta approverà il suo primo bilancio.

    Siete stati tra i firmatari del Manifesto del Sole 24 Ore contro i tagli alla cultura. Se è sempre più difficile
    trovare “dall’alto” soluzioni per aiutare , è utopistico pensare a un sistema culturale che si sostiene “dal basso”? Che cosa si può fare per reagire a questa situazione?

    (Pina Rando) Posso dirlo in una parola? Resistere. Stiamo parlando di una crisi che non coinvolge solo Genova e non coinvolge solo il teatro, i tagli al Fus sono un problema che investe la cultura nel suo complesso a livello nazionale. I teatri non possono vivere della sola vendita dei biglietti, ma fare rete è fondamentale, sia a partire dalla sinergia con gli altri teatri sia integrarsi con le associazioni del territorio, i comitati di quartiere, i centri sociali e così via.

    (Giorgio Gallione) Il modo migliore per affrontare ogni situazione è fare bene il proprio lavoro: nel nostro caso ci sono due anime, da un lato quella sociale e dall’altra quella artistica, ed è fondamentale coniugare questi due temi. Il teatro esiste da migliaia di anni, ce la faremo anche noi e questa arte nel suo complesso continuerà a esistere.

    A conclusione di quanto abbiamo detto, diteci cos’è per voi fare teatro.

    (Pina Rando) Comunicare. Raccontare storie. Condividere con gli altri l’emozione di ascoltare storie.

    (Giorgio Gallione) Il teatro è nato con la comunicazione, è nato quando un uomo si è seduto da qualche parte, ha acceso un fuoco e ha cominciato a inventare questa fascinazione, a usare l’immaginazione. Il teatro è anche politica, come si diceva anche prima, ed è “raccontare e raccontarci”.

    Marta Traverso

    Video di Daniele Orlandi