Categoria: Vivere Genova

  • Marco Bellocchio e Alba Rohrwacher raccontano la “Bella Addormentata”

    Marco Bellocchio e Alba Rohrwacher raccontano la “Bella Addormentata”

    Una Sala del Minor Consiglio letteralmente stipata di persone ha accolto il regista Marco Bellocchio giunto a presentare il suo ultimo lavoro, Bella Addormentata. Insieme a lui Alba Rohrwacher, che interpreta uno dei personaggi protagonisti della storia. Delicata già nel titolo e attenta riflessione sui difficilissimi temi dell’eutanasia, della fine della vita, del diritto all’autodeterminazione, della libertà di coscienza, la pellicola è ambientata nel febbraio del 2009, in corrispondenza con gli ultimi giorni di vita assistita di Eluana Englaro, sfondo di quattro storie che intrecciandosi cercano di toccare tutti i possibili punti di vista e convinzioni che ruotano intorno a tematiche tanto complesse, ma sempre con un fil rouge che unisce le vicende dei diversi personaggi: il rispetto per la libertà di coscienza degli altri, anche quando non se ne condividono o comprendono le convinzioni.

    Bellocchio ripercorre i giorni che hanno generato poi l’idea del film: «Nel 2009 ho seguito come tutti il caso Englaro e la corsa da parte del governo per bloccare la sentenza che permetteva che si staccassero le macchine che tenevano artificialmente in vita Eluana. Questo mi ha sconvolto, l’emozione era tanto grande che lì per lì non ho nemmeno pensato di farci un film. Successivamente col tempo sono emerse delle immagini – che poi sono le storie inventate e ambientate durante quei giorni – così mi sono convinto a tentare». Ma non è, tiene a precisare, un film su Eluana: «Il destino di Eluana è dentro i personaggi, che però vivono altre esperienze».

    Nel suo modo di raccontare hanno un grande impatto visivo e altrettanto valore narrativo e simbolico le immagini, della cui forza il regista ha preso consapevolezza scoprendo il cinema muto durante i suoi anni di studio al Centro Sperimentale. «Per me un film non nasce mai da un messaggio, dall’idea di voler dimostrare o imporre qualcosa, ma viene sempre da immagini che mi vengono in mente, che pian piano compongo e che diventano personaggi, situazioni, storie. In tutti i miei film cerco di seguire un filo, questa potenza metaforica – se c’è – è sempre all’interno di costruzioni che non hanno delle gratuità, come succede in tanto cinema d’avanguardia o surrealista; c’è sempre un confine di realismo in cui io cerco di esprimere la mia libertà» senza per questo ritenersi tendenzioso: «Se fossi tendenzioso avrei dovuto dare tutta la positività al personaggio del giovane laico e tutta la negatività alla giovane cattolica, invece è lui che delude lei».

    E con la presenza di un’attrice protagonista in sala non si può che constatare l’importanza della sinergia tra attore e regista: «È vitale per l’attore entrare in contatto con l’immaginario del regista – dice Alba Rohrwacheril mondo di Marco a me piace moltissimo, ricordo quando abbiamo girato Sorelle Mai e io interpretavo una professoressa che riconosce un proprio errore e si mette in discussione. Le parole che Marco mi dava e che mi ha dato anche per il personaggio di Maria (protagonista dell’ultimo film, n.d.r.) evocano sempre qualcosa, mi rendo conto che dire quelle parole, essere in quelle parole automaticamente fa fiorire il personaggio, e questo dipende molto dalla capacità che ha Marco di condividere il suo universo con gli attori con cui lavora. I suoi personaggi hanno la capacità di essere nella realtà ma allo stesso tempo di starne un pochino sopra».

    Alba Rohrwacher«Gli psichiatri dicono che chi non prova dolore è pazzo» dice ancora il regista riflettendo sul tema del dolore: «È qualcosa che gli uomini cercano di sfuggire, di nascondere, però è un passaggio obbligato. Si può reagire o sopportare. Tutta la formazione cattolica ti chiede di sopportare, di rinunciare alla vita perché il dolore è qualcosa di inevitabile che ti accompagna per tutta l’esistenza. Reagire al dolore è tutto un altro atteggiamento, e io cerco di reagire vitalmente; questo nel film accade per alcuni personaggi».

    Come sceglie gli attori per i suoi film Marco Bellocchio?

    «Ci sono alcuni film che hanno già i loro interpreti, per esempio per il Regista di Matrimoni avevo pensato a Castellitto. In questo film no, ho scritto il soggetto e poi ci siamo messi a cercare in modo piuttosto classico, facendo casting, poi provini ad alcuni, e poi la scelta».

    Tematiche di certa serietà affrontate nelle pellicole esigono un’evocazione profonda di sentimenti e atmosfere, cosa accade dunque se durante la lavorazione capita la giornata no?

    «Si arriva piuttosto distratti, scarichi, ma non sei solo , sei circondato di persone che ti stimolano, ti obbligano quasi ad essere dentro la storia, gli attori in primis ma anche tutta la troupe; in questo senso non essendo soli si riesce a ritrovare quell’ispirazione ed emozione che bisogna comunicare agli altri. Quando si è dentro il film non c’è tempo per riflettere, il ritmo di lavoro è troppo serrato. Nella fase di montaggio cominci a fare bilanci e dopo ancora, quando hai finito il film e hai il feedback di chi l’ha visto, cominci a rielaborare e ripensare al film stesso. Solo adesso inizio a ripensare al film, per un tempo che non so bene quanto sarà: è un momento in cui si ricrea qualcosa di cui mi ero dimenticato».

    Anche per gli attori il carico emotivo non è indifferente, come lo si gestisce Alba Rohrwacher?

    «Penso che sia parte del mestiere… uno deve avere la capacità di essere dentro, farsi coinvolgere ma di mantenere anche un certo distacco se no il lavoro diventerebbe troppo faticoso. Chiaramente c’è sempre un pensiero che va al lavoro; lavorare con Marco per esempio significa continuare anche fuori dal set, si parla e si discute, ragionando sulle cose fatte per capire come fare quelle che mancano o rifacendo certe altre per ottenere qualcosa di meglio. Credo comunque che un attore debba avere questa capacità, anche se a volte è molto difficile, di essere coinvolto e contemporaneamente operare un distacco». C’è inoltre qualcosa di particolare che Alba ama del lavoro con Bellocchio: «Ha questi personaggi che sono costantemente dentro un cambiamento, è bellissimo indagare stati d’animo che mutano, per un attore è una condizione privilegiata».

    Claudia Baghino
    [foto e video Daniele Orlandi]

  • Simone Borrelli, dalla provincia al successo: intervista all’attore calabrese

    Simone Borrelli, dalla provincia al successo: intervista all’attore calabrese

    Simone BorrelliNegli occhi sembra avere il tipico sguardo di chi con la determinazione giusta è riuscito a fare dei  propri sogni di adolescente una professione fra consensi e approvazione generale. Lui è Simone Borrelli, classe 1985, nativo di Crotone ma adottato dalla turrita Bologna. La sua è una storia semplice, forse lineare, di chi partendo da lontano e armato di voglia e talento è riuscito a far sentire la propria voce in un mondo non certo di facile approdo come quello della recitazione.

    Dopo la maturità parte dalla Calabria, la sua terra natia, alla volta di Bologna, dove lo aspettano gli studi universitari e l’Accademia di Teatro Galante Garrone, una delle realtà più importanti dello stivale per quanto riguarda la formazione attoriale. Il ragazzo sembra promettere bene e di lì a breve vince una borsa di studio per frequentare per un anno l’Actor Studio di New York. Tornato in Italia  il lavoro non gli manca di certo. Televisione, cinema, teatro e nel resto del tempo tanto lavoro per portare avanti i suoi progetti musicali. Si perchè non bisogna dimenticarsi che Simone è anche cantautore.

    In televisione ha recitato per la Rai nella serie “Terapia d’urgenza”, su Sky è apparso in “Quo Vadis Baby”, per Mediaset ha recitato in “Anna e i cinque” e nel 2011 è entrato a far parte del cast di Camera Cafè. Tutto questo non ha minato neanche in minima parte l’umiltà di un ragazzo come tanti, cresciuto giocando a pallone in attesa che mamma finisse di preparare la cena. Un ragazzo che tuttavia si è costruito da solo, con la sua forza e le sue capacità. Simone non è figlio di gente del “giro”, mamma e papà sono onesti lavoratori come tanti, ed è proprio questo che rende la sua storia speciale.

    Ti senti un privilegiato a fare questo mestiere?

    «Beh di certo non mi ritengo sfortunato! La gente spesso ti invidia se fai l’attore ma non ha idea di cosa significhi fare questo mestiere. Non invidiano l’attore in sé, non è quello che desiderano, invidiano il tipo di vita che fa l’attore. Per me questo mestiere rappresenta molto altro. E’ un lavoro anche creativo e come ogni lavoro creativo c’è bisogno di un forte spirito di osservazione. Uno dei privilegi del fare l’attore è che hai la possibilità di scavarti dentro, devi fare introspezione, è imprescindibile per poter diventare altro da sé, per entrare in un personaggio.»

    Sembra che fino ad oggi ti sia andato tutto alla grande. Te l’aspettavi?

    «Non è andato tutto alla grande! Forse così sembra guardando al curriculum ma purtroppo le cose non sono andate così dritte. Io cerco di non avere mai aspettative e di fare cose che abbiano un senso per me. Quando fai qualcosa che ha un senso per te i risultati arrivano. Sapevo anche che le cose dovevano andare in un certo modo e che certi passi andavano fatti. Dopo le mie prime esperienze teatrali a Crotone qualcuno ha visto del potenziale in me e mi ha consigliato di fare il provino per l’Accademia Galante Garrone. In un certo senso sapevo che avrei passato la selezione per entrare in accademia, questo sì. Addirittura uno dei giorni precedenti le selezioni mi presentai dal segretario e gli chiesi se le lezioni erano sia al mattino che al pomeriggio perchè io dovevo anche seguire le lezioni univesitarie. Lui si mise a ridere e mi disse che prima di preoccuparmi delle lezioni avrei dovuto pensare a passare la selezione. Ogni anno sono migliaia le persone che partecipano ai provini per una manciata di posti. Io però sentivo in qualche modo che sarei entrato. Ero sinceramente preoccupato per i miei studi universitari, sono arrivato a pensare: se lo passo sono nei guai!!!»

    Arriviamo al punto Simone. Quali sono gli ingredienti giusti?

    «Il primo ingrediente è la pazienza. Tutte le altre qualità necessarie come costanza e perseveranza arrivano di conseguenza, sono dei corollari della pazienza. Non credo alle giustificazioni di chi dice che non può fare questo mestiere perchè è figlio di nessuno. E’ un modo di pensare molto italiano. I contatti necessari li crei con il tempo. A volte siamo schiavi del vittimismo».

    E il talento?

    «Ti potrei quasi dire che il talento in questo paese è una cosa superflua! Lo dico forse con una punta di rammarico. Sembra che contino di più cose come la determinazione, la sfacciataggine, la costanza. Almeno questo è ciò che vedo io. Questo succede perchè molto spesso ci si concentra di più sul fine che non sul percorso, tutti gli sforzi sono in direzione del raggiungimento del fine. Invece chi ha talento agisce in modo diverso, chi ha talento si concentra di più sul percorso».

    “Domanda classica. Cosa consiglieresti a un giovane che volesse seguire questa strada?”

    «Cambia lavoro! (Risata, ndr) E’ un lavoro difficile. Dove è difficile affermarsi. E’ un lavoro nel quale se non riesci a fare successo è meglio che tu non lo faccia, meglio fare qualcos’altro. Ci vogliono grandi esempi da seguire e non devono essere esempi banali. E’ un ambiente stressante. Stressante sopratutto se diventi schiavo del sistema. Bisogna trovare modi non banali e nuovi di proporsi!»

    Igor Sartoni

     

  • Gianni Martini, da Fossati a Gaber: intervista al chitarrista genovese

    Gianni Martini, da Fossati a Gaber: intervista al chitarrista genovese

    Gianni MartiniGianni Martini, classe ’52, è un musicista genovese, ma non solo: compositore, direttore di coro, insegnante, autore di testi didattici. Una lunga carriera alle spalle e un’esperienza che si snoda attraverso i decenni più entusiasmanti della musica recente, e che l’ha portato a collaborare con musicisti come Ivano FossatiFrancesco Guccini e Giorgio Gaber.

    Quando hai preso in mano una chitarra per la prima volta? Quale musica ti ha formato da ragazzo?

    «Come molti ho iniziato a suonare in parrocchia, dove si organizzavano varie attività tra cui rientrava anche la musica; mio padre, che avrebbe voluto che imparassi uno strumento, vide di buon occhio la cosa e mi comprò una chitarra. Era il ’66 e io avevo circa 13 anni. Iniziai con il beat, la canzone di protesta, quindi Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Nomadi, Rokes, Dik Dik, Bob Dylan… quel clima lì insomma. Tiravamo giù dai dischi gli accordi delle canzoni e si mettevano su i primi complessi – perché allora si chiamavano complessi, non gruppi o band – una strada che in quegli anni tutti hanno percorso».

    Com’era l’atmosfera musicale a Genova in quegli anni?

    «Molto viva. Alla sordità – e il termine non potrebbe essere più appropriato – istituzionale corrispondeva una grande vivacità della scena musicale genovese che tutta l’Italia ha sempre riconosciuto. Dai cantautori ai turnisti i musicisti genovesi sono stati sempre molto apprezzati. C’erano moltissimi gruppetti in quegli anni a Genova, “complessi” appunto, fermenti di ragazzi adolescenti che vivevano in quel periodo un fenomeno sociologico assolutamente nuovo: nuovo il fatto di fare parte di questi gruppi, nuovo il fatto che molti personaggi famosi dell’epoca erano ragazzi. Quando è uscita “Love Me Do” nel ’62 i Beatles erano dei ragazzi, così come i Rolling Stones e molti altri anche qui da noi, Rita Pavone, Morandi o Celentano per esempio. Dai complessi genovesi sono usciti poi musicisti di ottimo livello. Naturalmente, come sempre succede, dei tantissimi che suonavano solo una piccola minoranza è andata avanti, è un fatto fisiologico; comunque c’erano gli Apostoli, Bambi Fossati coi Gleemen prima e i Garybaldi poi, Marco Zoccheddu con i Plep che poi divenirono Nuova Idea, i Sagittari da cui nacquero i Delirium, i New Trolls… io mi sono formato in questo contesto, andavo a sentire suonare nei locali. Intanto ci riferivamo a due riviste di musica, “Big” e “Ciao Amici”, la seconda in particolare era il nostro vangelo, pubblicavano recensioni, novità e classifiche. Tutti avevano la divisa alla Beatles, io stesso avevo capelli, giacca e stivaletti alla Beatles; non era semplice trovarli ma ci arrangiavamo e ce li andavamo a cercare. Si andavano a fare delle session in posti distantissimi, per un periodo avevamo provato a Sussisa e alla domenica si partiva con il lazo per andare fin sopra Sori. Oggi mi sembra che i ragazzi abbiano un po’ meno entusiasmo, voglia di sbattersi, di cercare. Anche perché ora è sempre tutto a disposizione, già pronto, “spalmato sul pane” citando Gaber, allora invece non c’era niente e dovevi inventare».      

    Puoi raccontare le tue esperienze coi Delirium, la Famiglia Ortega, l’Assemblea Musicale Teatrale per arrivare al Teatro Canzone di Gaber, col quale hai collaborato per molto tempo in qualità di chitarrista?

    «Da ragazzino frequentavo un paio di locali, il Christie’s (prima ancora Snoopy), e il Rendez vous, (prima Gallery Club). Il primo locale era gestito da Alberto Canepa, che poi divenne mio carissimo amico. Aveva tre anni più di noi ed era quell’età in cui tre anni sembrano una vita… andavamo lì di sabato e domenica pomeriggio a sentire i gruppi, e c’era l’usanza, oggi completamente persa, che un gruppo facesse metà o tutta la stagione, quindi trovavi lo stesso gruppo sempre lì a suonare tutto il weekend per diversi mesi. A un certo punto per vivacizzare le serate infrasettimanali fecero delle jam session aperte anche ai giovani e io cominciai a parteciparvi, si creavano gruppi assolutamente estemporanei, si provava in settimana e alla domenica pomeriggio si occupava metà tempo della performance. Tra questi giovani c’era anche Ivano Fossati che suonava nei Poeti, ci conoscevamo perché frequentavamo entrambi le zone di Marassi e ci incontravamo ai concorsi. Fatto sta che una sera mi chiama Alberto Canepa dicendomi che questo gruppo, i Delirium – allora avevano già fatto “Il Canto di Osanna” con un certo successo al Festival di Bari – cercava un chitarrista elettrico e se poteva interessarmi fare una prova con loro. Andai a casa di Ivano e feci la prova: studiavo chitarra classica così suonai un adattamento dell’Adagio di Albinoni. In qualche modo la mia performance un po’ emozionata fu ritenuta sufficiente ed entrai nel gruppo. Di lì a poco si cominciò a provare per Sanremo e lì iniziò la mia carriera professionale. Prima di questo suonavo in un locale di Sampierdarena nei Beatnik, gruppo che si è rimesso insieme poco tempo fa; facevamo quattro sere a settimana pagati, in regola e coi contributi, cosa che a raccontarla adesso, che se va bene fai quattro date in una stagione, i ragazzi non ci credono. Bene, mentre suonavo con loro mi capitò l’occasione coi Delirium, ne parlai a Mauro Boccardo che faceva parte dei Beatnik e lui comprese benissimo e mi disse di andare. Coi Delirium io rimasi un po’ meno di un anno con un contratto da turnista, infatti nelle copertine dei dischi in cui ho suonato non ci sono. Ci sono invece nei servizi fotografici delle riviste, ma non comparivo come membro ufficiale.

    Poi mi staccai insieme ad Alberto Canepa che era anch’egli stato nel coro di Jesahel a Sanremo; in quel periodo era uscito Joe Cocker con un gruppo numerosissimo che si chiamava Mad Dogs and Englishmen, due batterie, le mogli dei musicisti che cantavano, i figli piccoli che camminavano per il palco mentre suonavano… c’era un’idea di gruppo “familiare” che ci piaceva molto. Io e Alberto, sulla scorta di questa idea, creammo la Famiglia Ortega nel ‘72, gruppo all’interno del quale esistevano legami familiari: c’erano infatti tre sorelle, Canepa e sua moglie, i due fratelli venezuelani Ortega che poi dovettero lasciare quando scadde il permesso di soggiorno. Facemmo un LP che fu per me la prima esperienza discografica importante come arrangiatore; ci fu una tourneé in Grecia e tanta televisione, poi il progetto ebbe fine, ma con la Famiglia approdammo a Michele Maisano che cercava un gruppo numeroso con cui fare le tourneé nelle grandi discoteche del meridione e dell’Emilia; il nostro produttore gli propose noi, così si fece questo Michele Show con noi e il suo vecchio gruppo di un tempo, gli Odissea. Andammo a suonare anche negli Stati Uniti e passammo il capodanno ’74-’75 a New York, alloggiati in un albergo di Manhattan dalle cui finestre si vedeva la sede del New York Times, come nel finale de “I tre giorni del condor”.

    Dopo questo io tornai a suonare in un gruppo da discoteca, i Raptus, in cui c’era un ancora sedicenne Gian Piero Alloisio, e da questo gruppo nacque l’Assemblea Musicale Teatrale, cui parteciparono anche Alberto Canepa, Bruno Biggi e Gino Ulivi. Con l’Assemblea debuttammo in uno spettacolo alla Sala Chiamata del Porto nel ’75, mentre nel frattempo mantenevamo in vita anche i Raptus in attesa che il progetto Assemblea crescesse. D’estate alla Festa dell’Unità suonavamo con entrambi i gruppi per esempio. Una formula che riuscì bene e che mantenemmo per anni.
    Arriviamo al ’77 quando partecipammo al Club Tenco con “Marylin”, il nostro secondo disco. Più o meno nello stesso periodo prendemmo contatti con Guccini attraverso conoscenze comuni: un amico di un mio amico sapeva dove Guccini andava in campagna. Questo filo così esile per noi fu sufficiente; sapevamo che Gian Piero scriveva cose interessanti, e si andò a trovare Guccini (io quella volta non c’ero). Lui che è una persona gentilissima fu accogliente e ci diede appuntamento per una prossima festa del proletariato giovanile, la Festa del Sole, che si teneva dalle parti di Conegliano Veneto. Noi pensavamo non sarebbe mai venuto, invece venne con Renzo Fantini, suo amico e produttore, noi facemmo il nostro spettacolo e gli piacque molto, tanto che produssero il nostro secondo disco, Marylin appunto, registrato difatti a Bologna, e numero uno dell’etichetta indipendente L’Alternativa, etichetta di Fantini. Divenimmo gruppo spalla di Guccini, eravamo al settimo cielo. Aveva provato diversi gruppi e solisti ma quando questi iniziavano la gente cominciava a urlare “Guc-ci-ni! Guc-ci-ni!”. Voleva qualcuno che avesse grinta e prese noi. Per tre anni buoni, nel momento di massimo splendore della canzone d’autore. Poi facemmo la stessa cosa anche per Claudio Lolli, che era nella scuderia di Fantini, e per Paolo Conte, allora agli inizi. Noi facevamo venti minuti tiratissimi e la cosa funzionava. Era lavoro qualificatissimo, una volta suonammo davanti a 80.000 persone a una Festa dell’Unità a Roma, cose che non ti capitano tutti i giorni.»

    Puoi spiegare il significato del nome Assemblea Musicale Teatrale?

    «Noi eravamo estimatori di Gaber, e ci piaceva la sua formula di alternare monologhi a canzoni: quindi era uno spettacolo musicale e teatrale. Assemblea perché venivamo dal movimento ed eravamo compagni che si impegnavano in prima persona, io per esempio andavo a fare controinformazione coi megafoni in giro per i quartieri, eravamo alle manifestazioni, alle riunioni; questo era il nostro progetto, vivere facendo musica ma in quel modo, non in uno qualsiasi. Musicale Teatrale perché facevamo musica e teatro; dal punto di vista del teatro non eravamo professionisti, ma ci eravamo inventati delle figure, delle macchiette che recitavamo noi stessi. Successivamente, una sera che Gaber era a Genova con il suo spettacolo, andammo con coraggio nei suoi camerini a presentarci e a proporgli di sentire i nostri pezzi. Lui era, come già Guccini, persona molto disponibile, si prestò ad ascoltare la sera seguente una parte del nostro repertorio, suonata unplugged in casa di Gian Piero e Alberto. Poi venne a sentirci in un cinema di Milano dove facevamo uno spettacolo anche di mattina per quelli che marinavano – pensa che anni che erano!- infatti il cinema era abbastanza pieno. Ci ascoltò e da lì nacque un sodalizio con Gian Piero Alloisio, essendosi Giorgio reso conto che Gian Piero scriveva molto bene. Quando poi nell’84 Gaber decise di riprovare col gruppo dal vivo, dopo un periodo in cui aveva usato solo le basi, cominciò anche la mia collaborazione con lui in qualità di chitarrista, che è durata, escluso il periodo in cui ha fatto spettacoli prettamente teatrali, fino al 2002.»           

    Nel frattempo però hai seguito anche la strada dell’insegnamento…

    «Nel 1978 io lasciai l’Assemblea, che durò ancora un anno, e mi dedicai all’idea della scuola, ne avevo parlato subito con Gian Piero; inizialmente era pensata solo come scuola di chitarra. Poi si aggregò come insegnante Bruno Biggi, anche lui membro dell’Assemblea: eravamo in tre, ognuno col suo studio in casa. Pian piano abbiamo aggiunto strumenti e insegnanti, abbiamo preso un locale in affitto; il primo collaboratore è stato Massimo Palermo, insegnante di basso, poi Dado Sezzi come insegnante di batteria e percussioni, e la scuola si è ingrandita via via. Abbiamo sempre cercato, nell’insegnamento, di partire da un assunto: la persona che ti trovi davanti, prima di essere un musicista o un futuro musicista, è un individuo. L’idea è di impostare un dialogo, creare una comunicazione e tirare fuori qualcosa partendo dal suo vissuto.»

    Tu sostieni che negli ultimi anni ci sia stata e ci sia tuttora una mancanza di novità e di ricerca in musica (segui la rubrica di Gianni Martini su Era Superba n.d.r.); in questo senso, cosa cerchi di insegnare ai tuoi allievi per trasmettere loro lo slancio alla ricerca dell’inedito?

    «Innanzitutto dico sempre che la tecnica deve essere al servizio dell’espressività, perché la tecnica fine a se stessa credo sia di poco interesse; i chitarristi di fine anni ’80 che scaleggiavano a velocità stratosferiche rischiavano di annoiare al di là della mentalità del ragazzino che rimane affascinato. L’importante è cosa uno cerca di comunicare con la musica, con lo strumento e con le parole, cosa vuole esprimere. La tecnica ti aiuta a plasmare un’idea che tu hai già dentro. Molto spesso l’esuberanza tecnica nasconde invece povertà di idee. È chiaro che la ricerca è qualcosa di difficile. Ciò che poi rende novità l’idea che hai è il contesto in cui sei. Ai nostri tempi la risposta al conformismo e al piattume asfissiante della società sono stati dei “no!”, dei “basta!” accompagnati da un’espressività artistica che ha fatto da sponda alla volontà di cambiare la realtà. L’idea di cambiamento era così diffusa che si sono create poi le condizioni perché diventasse anche un business economico. Poco per volta anche le major si volsero al fenomeno creando etichette minori con le quali coprire tutto il mercato, dalla musica di ricerca a quella più commerciale.
    La mancanza di oggi è molto problematica, i media per come sono strutturati creano una sorta di corto circuito, ogni cosa nuova si brucia subito e il giorno dopo è già copiata in tutto il mondo. Una volta non era così, non essendoci questo enorme specchio mediatico che diffonde e riverbera le cose, le novità che uscivano erano tutte molto diverse tra loro. La novità per me non è tale quando qualcuno scrive qualcosa di nuovo e di bello, non basta; diventa novità quando ha un riflesso in senso sociale

    Quest’anno la scuola compirà 35 anni: quali sono i progetti a proposito?

    «Abbiamo dato il via già l’anno scorso a un programma di stage con musicisti di alto livello, quest’anno avremo Luca Colombo, chitarrista, Fabio Treves che farà una lezione particolare sulla storia del blues, e infine Beppe Gambetta; torna Dado Sezzi con corsi su tutte le tecniche percussive, e Paolo Bonfanti che farà parte del cast di insegnanti come già l’anno passato. Inseriremo anche corsi di canto, chitarra, armonica, percussioni un po’ più popolari che ironicamente abbiamo intitolato “Strumenti contro la crisi”; infine, visto che c’è richiesta in tal senso, vorremmo fare un corso specifico che prepari seriamente chi vuole presentarsi ai reality musicali, visto che continuano a tenere banco.»

    Un’ultima considerazione sullo svuotamento della figura del musicista…

    «È un aspetto della discussione a cui tengo molto. Il mestiere di musicista sta effettivamente attraversando molte difficoltà e soprattutto a livello istituzionale non c’è attenzione alcuna alla musica, che se fosse considerata nel modo giusto potrebbe dare da lavorare a migliaia di persone, come d’altronde il teatro, l’arte, la cultura che ci si ostina a non considerare, almeno non nei fatti, pilastri della società. Si è persa per di più la ritualità dell’ascolto, ridotto a un momento sul bus, con gli auricolari, tra gli spintoni dei vicini, o a quella troppo alta in luoghi inappropriati, come il ristorante. La musica va ascoltata nei luoghi deputati a sentire musica, che sono i teatri, i luoghi da concerto, i club, i pub… invece viene proposta ovunque ed è talmente inflazionata che poi non ne puoi più.
    Se la musica comincia a diventare, come già succede per tanti, un secondo lavoro, non ci può essere la capacità di tenuta professionale richiesta se uno lavora otto ore al giorno a qualcos’altro e dedica due ore a suonare. Investimenti e finanziamenti per far sì che i giovani decidano di fare musica professionalmente non ce ne sono. Perché i metalmeccanici devono avere diritto ad aiuti e il musicista no? Se ci fosse la volontà e la comprensione di queste problematiche si potrebbe far sì che la musica continui a vivere».

    Claudia Baghino
    foto e video di Daniele Orlandi

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: BluNepal

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: BluNepal

    I BluNepal sono formati da Agostino, Paolo e Federico: nato nel 2009 come collettivo di improvvisazione strumentale, il gruppo raggiunge in seguito l’attuale dimensione di trio.

    I ragazzi sono componenti o ex componenti di altri gruppi genovesi come En Roco, Cut of Mica, La maschera di cera, Finisterre, Kramers, Zaal; esperienze diverse che li portano a miscelare nei propri pezzi atmosfere psichedeliche e rock con reminescenze jazz, di cui peraltro la band porta con sé l’inclinazione all’improvvisazione durante le performance live.

    Follow the sherpa” è il titolo del loro primo disco (prodotto dal batterista Federico), attualmente in fase di lavorazione e la cui uscita è prevista nel corso del 2013: coerentemente con il gusto per la sperimentazione che distingue il gruppo, le undici tracce dell’album si snodano tra elettronica d’ambiente, rock sperimentale ed echi di afro beat.

    BlunepalGenere: rock psichedelico
    Agostino Macor: rhodes, synth and keyboards
    Paolo Furio Marasso: bass e doublebass
    Federico Branca Bonelli: drums 3 sound production

     

     

     

  • Fabrizio Matteini racconta il suo spettacolo: “Che ci fa la mafia a Genova?”

    Fabrizio Matteini racconta il suo spettacolo: “Che ci fa la mafia a Genova?”

    Fabrizio MatteiniNenti sacciu e nenti vitti, nenti vitti iu un c’era, e si c’era iu durmia, e cu dormi nenti vidi”. I primi versi della canzone di Pino Veneziano “La Mafia nun esisti” danno un’idea chiara del problema cardine che è alla base del cancro mafioso: l’omertà. Non è un caso, quindi, che la canzone apra lo spettacolo di Fabrizio Matteini  “Che ci fa la Mafia a Genova?”, un monologo recitato e cantato il cui scopo precipuo è raccontare e informare sulla reale portata del fenomeno mafioso all’ombra della Lanterna. Lo spettacolo scritto e interpretato dall’attore genovese Fabrizio Matteini, in calendario prossimo autunno al Teatro dell’Archivolto, offre un tragico resoconto del ruolo da protagonista che la mafia e in particolare la ‘ndrangheta, ricopre a Genova. L’obiettivo è quello di portarlo nelle scuole e alimentare il dibattito.

    Siamo nel 2010 tra la fine di giugno e gli inizi di luglio: l’estate è ormai seduta comodamente sulle teste dei genovesi che si trascinano fiaccati dall’umidità boccheggiando in attesa delle ferie.  Nello stesso periodo l’operazione “Minotauro” avviata a Torino porta all’arresto di Mimmo Gangemi, riconosciuto come il capo della ‘ndrangheta in Liguria. E’ bene ricordare che l’allora sindaco Vincenzi aveva già lanciato l’allarme per probabili infiltrazioni mafiose nella nostra Regione e che il Prefetto Anna Maria Cancellieri, oggi Ministro degli Interni del governo Monti, si era affrettata a smentire seccamente tali dichiarazioni.

    «Il Comune di Genova mi chiese di realizzare un recital sulla mafia nell’ambito di Genova Città dei Diritti prendendo spunto da un’idea di Nando dalla Chiesa – dice Matteini – confesso che fui sorpreso: fino a quel momento non mi ero mai interessato all’argomento condividendo forse quel sentimento misto d’indifferenza e sbadigli che hanno molte persone. Oggi mi è fin troppo chiaro che un clima di questo tipo non fa altro che favorire la prosperità della malavita organizzata».
    Matteini ha scritto il testo avvalendosi della collaborazione di alcuni giornalisti che l’hanno aiutato nella ricostruzione della cronistoria della mafia in Liguria dagli anni Cinquanta a oggi: in particolare Marco Mendumi, Fabio Pin e Simone Traverso.
    «Dovendo interpretare un cantastorie sapevo che la musica avrebbe rappresentato un elemento portante dell’ossatura dello spettacolo e per questo mi sono rivolto a Filippo Gambetta che conosco e stimo. Il suo repertorio di musica popolare era l’ideale per l’intenzione e il taglio che volevo dare e l’utilizzo di strumenti quali l’organetto, il mandolino e lo scacciapensieri, tanto per citarne alcuni, costituiscono un accompagnamento perfetto», aggiunge l’attore.

    A farla da padrone in “Che ci fa la mafia a Genova?” sono prima di tutto le parole. «Utilizzo per la maggior parte notizie prese da atti giudiziari e articoli di giornale e cerco di raccontare con ironia e provocazione i fatti, che purtroppo sono tutti veri. Quello che colpisce di più è l’ambivalenza di certi personaggi che vengono da questo mondo: molti di loro sono uomini apparentemente comuni e spesso con lati buffi per non dire comici. Ad esempio Mimmo Gangemi, che a Genova faceva il fruttivendolo, aveva una passione smodata, diciamo così, per le ragazze sudamericane…»

    Ovviamente la comicità resta tutta in superficie, sollecita la risata istintiva e piacevole lasciando tuttavia un senso d’inquietudine che è difficile scrollarsi di dosso. «Il mio obiettivo non è certo quello di creare allarmismi o panico nei cuori dei genovesi. Si tratta piuttosto di risvegliare le coscienze e far prendere atto di una realtà che si è già materializzata ed è intorno a noi. I Comuni di Bordighera e Ventimiglia sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa e pochi giorni fa (il 7 agosto ndr) Carmelo Griffo, ex armiere della ‘ndrangheta, ha subito il sequestro preventivo di alcuni immobili di sua proprietà intestati a teste di legno, da quanto accertato fino a ora dalla Direzione Investigativa Antimafia. Per non parlare del coinvolgimento in cose di mafia da parte di diversi esponenti politici locali come Alessio Saso e Aldo Praticò sui quali sono state svolte indagini.»

    Insomma, la malavita organizzata non è un fenomeno presente solo in Meridione e, anzi, attecchisce ovunque ci sia indifferenza e connivenza. La nostra regione non ne è esente e secondo quanto sottolinea lo stesso Matteini «in Liguria l’incidenza è proporzionalmente maggiore rispetto a regioni come Toscana ed Emilia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il Porto di Genova ha un’importanza strategica per l’economia criminale e la vicinanza con la Francia e la Costa Azzurra rende la Liguria ancora più appetibile per gli scambi di merce tra frontiere. C’è, poi, il casinò che rappresenta un’efficace lavatrice per il denaro di provenienza illecita».

    Ciò che risulta evidente da quanto detto e da quanto si apprende sui giornali è che la mafia in Liguria (e non solo) parla calabrese: la ‘ndrangheta ha preso piede nel corso degli anni in tutto il nord Italia come spiega bene Roberto Galullo nel suo libro uscito nel 2010 e intitolato “Economia Criminale”. Basti pensare che attualmente è l’interlocutrice privilegiata dei cartelli colombiani nel traffico di droga. Un curriculum di tutto rispetto. Altra caratteristica è che, a differenza di altre organizzazioni mafiose come Cosanostra, l’affiliazione avviene per appartenenza a una famiglia, fatto che spiega i rari casi di pentitismo provenienti da quest’organizzazione: tradire il proprio sangue è una questione che va oltre l’onore.
    Occorre riflettere, dunque, e agire. Come individui e come collettività. L’azione comincia dalla consapevolezza e da essa trae la linfa che le consente di corroborarsi.

    “Che ci fa la mafia a Genova?” è andato in scena a Valle Christi l’otto agosto e a Imperia il nove mentre nella prossima stagione, come detto, sarà in calendario al Teatro dell’Archivolto. «L’intenzione è di andare nelle scuole e parlare con gli studenti perché più si è giovani e più si ha voglia e forza di indignarsi, di fare qualcosa. Il problema sono i soldi. Lo scorso marzo i ragazzi del Liceo Colombo si sono autotassati per assistere allo spettacolo ma la speranza è che il Comune e la Regione reperiscano i fondi per ripetere l’esperienza in modo capillare e senza arrivare a tanto”. Una speranza, quella di Fabrizio Matteini, che condividiamo, pienamente convinti che l’informazione sia il primo passo per diffondere conoscenza, creare uno spirito civico autentico e dare vita a un miglioramento tanto progressivo quanto inarrestabile della società: per fare questo occorre tanto sudore della fronte nonché la volontà di uscire dal proprio guscio e dai propri interessi particolari. Combattere, in altre parole, quello stato di apatia e di mera coltivazione del proprio orticello che Tocqueville definiva il più grande pericolo insito nella democrazia.

    ​​​​​​​​​​​Michele Archinà

  • Claudio Bagnasco, Videoscrittori: “Inseguitori”, la fretta e la fuga

    Claudio Bagnasco, Videoscrittori: “Inseguitori”, la fretta e la fuga

    La fretta, il tempo, la fuga… questi i temi che ricorrono maggiormente nel racconto che hai scritto per Videoscrittori…

    «Questo racconto si veste della stessa fretta che sentivo io nel momento della scrittura… la fretta è un elemento presente nella vita di tutti. La fuga può essere vista come l’urgenza di recuperare il tempo che la fretta ha consumato…»

    a cura di Marcello Cantoni

     

    Inseguitori di Claudio Bagnasco

    claudio-bagnascoMi chiamo Pierluigi, e non mi piace che mi si accorci il nome in Pier né tantomeno in Luigi. Non mi piace, perché siccome ho sempre messo il massimo impegno nel fare le cose, esigo che anche gli altri facciano le loro cose per bene, dall’inizio alla fine: detesto le scorciatoie.
    Ve lo dice uno che a trent’anni ha già vinto quasi tutte le gare podistiche estreme.
    Stamattina alle nove è iniziata la gara più massacrante: novantadue chilometri lungo sentieri, sentierini, boschi, pendii scoscesi. Fa freddo. Da mezz’ora scende una pioggia fitta, obliqua. Mi sono allenato ossessivamente per dodici mesi: vincerò. Questa gara è inaffrontabile quasi per tutti. L’anno scorso, alla prima edizione, ci sono stati ventinove iscritti. Metà dei quali si sono ritirati a gara in corso per crampi, disidratazione, distorsioni o cadute. Io l’anno scorso non c’ero, perché nel medesimo giorno ho invitato a pranzo Maurizia, conosciuta la sera prima.
    Quest’anno ci siamo iscritti in tredici. E vincerò io. Se ricordo bene il percorso, mancheranno una dozzina di chilometri. Dopo questo sentiero ghiaioso si entra nell’ultimo tratto boschivo, lungo una decina di chilometri. Poi si scende fino al paese, nella cui piazza c’è l’arrivo. Sono primo, le gambe stanno reggendo egregiamente, ho trovato l’andatura giusta, che mi permette di controllare il fiato e il battito cardiaco. Un paio di chilometri fa mi sono voltato indietro e non c’era traccia degli altri concorrenti: e dire che da quel punto avevo un’ottima visuale su un tratto di corsa di almeno un chilometro. Vincerò perché sono il più forte, e perché quando faccio una cosa la faccio col massimo impegno. E, modestamente, col massimo risultato.
    Va bene, è vero, Maurizia se n’è andata ieri sera.
    Ecco il bosco. Le gambe faticano, nel terreno umido di pioggia. Il fitto di fronde fa penetrare poca luce. Se abbuia, non mi sarà facile seguire la segnaletica della gara. Maurizia, come hai potuto? Il percorso si fa in salita, il vento taglia da destra, la temperatura è scesa, devo fare passi brevi, controllare il respiro, rimanere concentrato.
    Vedo a duecento metri da me biforcarsi il sentiero. Non riesco a scorgere nessuna segnaletica. Maurizia, ti amo ancora. Se mi si accorcia il fiato adesso sono spacciato. Non posso permettermi di essere raggiunto.
    Sono a cento metri dal bivio e non vedo la segnaletica. Da bambino, una volta, ho accompagnato mio padre a raccogliere funghi nel bosco del paese e ci siamo persi. Sono a cinquanta metri e scorgo qualcosa. Ci ha trovati sei ore dopo un signore della guardia forestale: ricordo i suoi folti baffi neri, lui che ci porta nel suo ufficio, ci offre tè caldo e biscotti, mio padre che non smette di ringraziarlo e di domandarmi se stavo bene.
    A venti metri dal bivio distinguo un palo di legno che ostruisce il sentiero di sinistra. Immagino sia l’indicazione del percorso di gara. A dieci metri vedo l’altra parte del palo, conficcata all’imbocco dello stesso sentiero. Arrivo al bivio. Sì, posso concedermi un minuto. Mi fermo. Rifiato. Il palo si è spezzato in due: un fulmine? Nella metà di palo di traverso sul sentiero c’è un cartello. È proprio la segnaletica della gara. Ricordati che non hai tempo da perdere, oggi devi lasciarli tutti dietro. Mi guardo attorno. Impugno la metà di palo conficcata a terra. Grazie al terreno pregno di pioggia, svello il palo senza difficoltà. Oltre il sentiero di sinistra c’è un dirupo. È lì che lancio quella metà di palo. E poi l’altra. Riprendo a correre. L’ho detto che, per vincere, mi impegno sino in fondo. Bisogna pur tenere a distanza chi mi insegue. Chi mi insegue da stamattina per la gara, e chi mi inseguirà una volta scoperto che ho ucciso Maurizia. Ieri sera mi ha detto che non mi amava più.

  • Alberto Bogo e Andrea Lionetti, Extreme Jukebox: l’horror made in Genova

    Alberto Bogo e Andrea Lionetti, Extreme Jukebox: l’horror made in Genova

    Uno ha l’aria spensierata di un ragazzo del liceo (assetato di sangue e heavy metal?) e si compiace nel catalizzare su di sé l’attenzione, l’altro è più taciturno e schivo ma quando parla è caustico e snocciola perle di sarcasmo. Si presentano così il regista e lo sceneggiatore del film Extreme Jukebox, un horror slasher tutto italiano e soprattutto genovese.

    Alberto Bogo e Andrea Lionetti, entrambi di Genova, ci raccontano la loro prima fatica cinematografica che per ora non vedrà la luce nelle sale ma che sarà presentata a diversi festival. «Il prossimo autunno tenteremo questa strada e valuteremo i primi riscontri. Il passo successivo, almeno nelle previsioni attuali, sarà quello di bussare alla porta di case estere come la Troma» ci spiega Alberto.

    Tra i due c’è una certa intesa, questo è innegabile, e nel chiedere da quanto tempo si conoscono è proprio Andrea a prendere la parola: «La prima volta che ho visto Alberto eravamo all’università. Aveva i capelli platinati e stava cercando di ingaggiare un’amica per il ruolo di Cappuccetto rosso in un cortometraggio horror». Purtroppo (?) il cortometraggio non è mai stato realizzato ma quel che è certo è che la passione di Alberto per il genere non è un’infatuazione del momento. «Tra me e Andrea è immediatamente nato un sodalizio all’insegna dell’amore per la musica e dell’acquisto compulsivo di CD».

    Insieme i due hanno selezionato il cast di Extreme Jukebox e il risultato è una congerie di personaggi, nella vita oltre che sul set, provenienti un po’ da tutta Italia e noti anche all’estero. In questa sede, e per volontà stessa degli intervistati, preferiamo dare spazio soprattutto a chi solo tecnicamente è stato dietro le quinte, svolgendo in realtà un lavoro prezioso per le riprese del film. E’ bene precisare, a onor del vero, che vi recitano personaggi (molto diversi tra di loro ma entrambi famosi) del calibro di Pino Scotto e Maurizio Lastrico.

    «Innanzitutto, ci teniamo a ringraziare Trevor Sadist (cantante dell’omonimo gruppo I Sadist, famosi in tutta Europa e con numerose partecipazioni al Gods of Metal, tra le manifestazioni più importanti per il genere in Italia, ndr). Con la Nadir Studio ha appoggiato e sostenuto il film, permettendoci di usarla come location per alcune scene. Anche Rossiglione, da cui Trevor viene, è stata sfruttata in più occasioni proprio per i suoi scorci americani. Possiamo dire che si è cercato di costruire un personaggio adatto alle sue caratteristiche fisiche e da questo sforzo creativo è nato il killer dei boschi Jona Ferzick…» ci spiega Alberto. E Davide chiosa così: «Peraltro, quando gli abbiamo parlato di uccidere diverse persone si è subito entusiasmato».

    Un altro elemento degno di nota del cast è Terence Holler, cantante degli Eldritch. Il suo gruppo è famoso nel mondo e riconosciuto come seconda band metal del nostro Paese dopo i Lacuna Coil.

    «Qualche tempo fa Terence ci ha contattato per girare un documentario sulla sua vita che per ora resta un progetto. Da quel momento è comunque nata un’amicizia e nella fase in cui io e Andrea ci siamo scervellati sulle “facce” da usare abbiamo pensato a lui per la parte della rockstar carismatica». Terence è toscano e proprio in Toscana gestisce una ditta di ferro battuto: il metal probabilmente è stata una naturale conseguenza o una sorta di predestinazione, chissà. Il 16 agosto verrà girata l’ultima scena nella villa toscana di sua proprietà, «un party rock pieno di sangue e ragazze» a detta di Bogo.

    Nella carrellata di attori e membri dello staff da menzionare ci sono di sicuro Guglielmo Favilla e Alex Lucchesi (già presenti nel film Eaters), conosciuti a un festival e subito incuriositi dalla sceneggiatura nonché dai dialoghi scritti apposta per loro.

    «C’è poi un lungo elenco di tecnici tutti indispensabili per l’apporto che hanno dato al film e ai quali ci sembra doveroso dare il meritato spazio: Jacopo Guastamacchia e Davide Battaglia sono miei cari amici, reduci da un’esperienza con una webTV», dice Davide,«Il primo è operatore e direttore della fotografia mentre il secondo ha sfruttato il suo talento nella pittura per le scenografie».

    «Grazie alla varietà di location e unendo le loro capacità si è cercato di realizzare un film certamente economico ma con l’ambizione di essere percepito il più possibile come un prodotto di qualità. Cerchiamo di differenziarci dai low budget che hanno di solito una o al massimo due location. Inoltre il film ha, è vero, una venatura essenzialmente heavy metal ma la colonna sonora abbraccia tutto il rock e sono numerose le citazioni, in primo luogo scenografiche» precisa Alberto, che di più sulla trama non vuole aggiungere.

    E le maschere, a partire da quella del killer, a quale mente contorta devono la loro origine? «Alla mia» sorride Andrea «anche se la realizzazione concreta è stata opera di Davide».

    Insomma, un lavoro corale in cui ruoli e gerarchie sono subordinate per una volta al raggiungimento del risultato finale. Per concludere, coerentemente con l’approccio bizzarro di questa intervista, parliamo dei protagonisti. «Alessio Cherubini è un attore interessante, un volto da cinema americano mentre Elisabetta Loi è una bellezza particolare. In questo percorso (che è ormai cominciato da un anno circa, ndr) hanno dimostrato un impegno straordinario e grande dedizione al ruolo. Evitiamo auguri di ogni genere per un pizzico di scaramanzia ma li ringraziamo sinceramente».

    Per maggiori dettagli sul film vi rimandiamo al link del trailer, quello della pagina facebook di Extreme Jukebox e della Duble Production, casa di produzione su cui vi potete informare a vostro rischio e pericolo…!

    Come detto, scene del film non sono ancora disponibili anche se gentilmente Alberto ci ha fatto vedere qualche scampolo senza audio. Non vi anticipiamo nulla ma personalmente siamo stati emotivamente colpiti, forse anche per il contesto: lo studio di Alberto Bogo, un santuario di poster e miniature horror da vero intenditore. Il tutto rigorosamente a tende e finestre serrate. Per qualche istante il sole si è eclissato ma ancora una volta abbiamo avuto la sensazione che questi ragazzi non si siano improvvisati nella loro impresa. Attendiamo di vedere se le attese saranno soddisfatte.

    Michele Archinà 

  • Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Era Superba Genova, intervista Gianni CarreaFino al 30 settembre è possibile vedere, presso il Museo di Storia Naturale G.Doria, il documentario Io e l’Africa, realizzato da Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo, classe ‘42. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Il filmato proiettato è stato realizzato nell’agosto 2011 durante uno dei suoi numerosi safari fotografici (ad oggi più di 260) e riporta scene di vita animale riprese in Kenya nelle zone dei Parchi Nazionali Lago Nakuru, Lago Bogoria, Lago Baringo, Santuario Sweetwaters e Samburu Park, Masai Mara.

    Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica?

    «Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro.  All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Adesso ormai personalizzo il viaggio, conosco i luoghi abbastanza bene da organizzare gli spostamenti e le zone da visitare come voglio io, in certi casi accompagnando anche altre persone; lì ormai mi sento come a casa. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».

    Hai iniziato un percorso di questo tipo in anni in cui non c’erano l’attenzione e la consapevolezza odierne riguardo l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi né la coscienza dei danni che si stavano facendo e che si continuano a fare; in questo senso, se oggi un artista si mostra sensibile verso questi temi non c’è da restare sorpresi, ma all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali…

    «In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poter andare in Africa. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata! (ride) Parto questo agosto per la novantaduesima volta, e conto poco più di 260 safari».

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

     

     

     

     

     

     

     

    È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni?

    «Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento».

    Tutta la tua ricerca artistica ruota intorno a questo continente: animali e persone dell’Africa. Cosa ti ha spinto a questa scelta monografica?

    «Non sono stato solamente in Africa, ho girato abbastanza il mondo. Sono stato in Cina un mese, in America girando per diverse parti degli Stati Uniti, in Polinesia, alle Mauritius, alle Seychelles, in India…ma io sono nato per studiare gli animali e l’Africa in questo senso è perfetta. Osservare il comportamento degli animali ci insegna molto sulla vita. E un’altra cosa: noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro».

    E infatti gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, sono umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore.

    «Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale».    

    Nel documentario che presenti al museo non c’è voce narrante: questo fa riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione…

    «Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».

    Che differenza c’è perciò tra l’artista che usa il video e la fotografia e il fotografo naturalista o il documentarista video?

    «Loro realizzano un prodotto diverso, fanno un video più tecnico, scientifico. Il mio è un approccio più naturale ed emotivo, quello che si vede sullo schermo è esattamente quello che ho fatto».

    Claudia Baghino 
    [foto di Daniele Orlandi]

    Il documentario ha una durata di 40 minuti circa, gli orari delle proiezioni sono:
    11.00; 13.00; 15.00; 17.00 (salvo conferenze). Per info tel. 010/564567

  • Laura Maria Baldo, incontro con la fotografa genovese

    Laura Maria Baldo, incontro con la fotografa genovese

    laura maria baldoDue mostre in poco più di un mese sono un tassello niente male per una giovane artista: Laura Maria Baldo ha esposto alla Maddalena per la collettiva Adotta un artista e in Sala Dogana di Palazzo Ducale per Prima luce.

    Qui la nostra intervista.

    Ci racconti in breve il tuo percorso artistico?
    Ho studiato all’Accademia di belle arti di Genova, nel 2001 ho usufruito della borsa di studio Socrates Erasmus, studiando per un anno scolastico presso l’Accademia de Bellas Artes di Madrid. Nel 2005 ho terminato gli studi di pittura presso la Ligustica.

    Dal 2006 ho incominciato a dedicarmi alla fotografia digitale e agli incontri del quotidiano legati alla città in cui vivo. Dal 2007 con Bag ho iniziato ad inserirmi in modo attivo nel contesto artistico genovese, continuando a indagare gli aspetti peculiari e duplici della mia città.

    Quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché?
    Mi interessa fotografare la gente comune, le persone che incontro ogni giorno, con cui di fatto non comunico, ma che conosco perfettamente
 e in cui mi identifico. Nel contempo sono fortemente incuriosita dalle persone che non ricordano più chi sono realmente, perché ogni giorno indossano una maschera che permette loro di apparire diverse dal loro vero modo di essere.

    In poco più di un mese hai esposto alla Maddalena e in Sala Dogana. Partiamo da una domanda sulla Maddalena, un quartiere spesso “dimenticato” e che negli ultimi tempi si sta riqualificando soprattutto attraverso iniziative culturali: qual è il bilancio della tua esperienza? Pensi che arte e cultura possano contribuire al rilancio del centro storico?
    Credo che la cultura possa essere un buon investimento per rilanciare non solo la Maddalena, ma anche molte altre zone della nostra città. Sono convinta che questo fantastico quartiere nel cuore di Genova abbia bisogno di essere scoperto dai “cittadini del mondo” e che, in tal modo, si stia facendo un buon lavoro. Trovo che sia una zona “dimenticata” ma ricca di potenzialità, non solo per la sua bellezza ma anche per le persone che vi vivono, semplici e spesso prive di pregiudizi sociali e razziali.

    Passiamo alla Sala Dogana: lo spazio si trova all’interno Palazzo Ducale, in pieno centro cittadino, uno dei poli culturali più noti e visitati della città. Secondo te è uno spazio sufficientemente pubblicizzato e conosciuto, non solo dagli artisti ma in generale dalla città?
    Penso che sia uno spazio frequentato da chi lavora nel campo artistico, ma poco conosciuto dalla città, in parte non adeguatamente pubblicizzato, ma soprattutto i genovesi non sono abituati a frequentare gli spazi dedicati all’arte contemporanea, difficilmente riescono a comprendere che cosa sia un soggetto artistico, lo identificano solamente con i dipinti e, tutt’al più, le sculture.
    Credo che uno spazio simile debba far conoscere la produzione artistica d’oggi anche ai “non addetti ai lavori”, perché se l’arte è “comunicazione” e testimonianza dovrebbe parlare a tutti.

    Più in generale, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    La nostra città vive i grandi eventi, come per esempio le grandi mostre del Ducale organizzate dall’associazione “Linea d’ombra” (l’ultima in esposizione “Viaggio tra Van Gogh e Gauguin”), rimanendo ancorata a un ideale tradizionalista che non fa capire loro la sua vera essenza.

    Quali opportunità ci sono per i giovani (e meno giovani) artisti?
    Ho l’impressione che con i differenti “tagli”, dovuti alla crisi, tante grandi opportunità che esistevano precedentemente stiano andando perse, ma nel contempo, mi rendo conto che ne stiano nascendo di nuove, spesso più piccole e con meno finanziamenti, ma che risultano essere della stessa qualità delle precedenti. Quindi ritengo sia giusto, in un momento come questo, cercare di divulgare la cultura anche tramite eventi che possono essere considerati “alternativi” rispetto allo standard medio.

    Mi viene in mente l’esperienza bolognese di una residenza artistica che si trova presso la casa di un gruppo di creativi, oppure quella torinese di un’altra residenza nell’interno di un mezzo pubblico in disuso, reso a “Doc” studio d’artista. Penso che anche Genova dovrebbe orientarsi verso questo tipo di esperienze, togliendosi da ogni pregiudizio.

    Tu hai studiato all’Accademia di Belle Arti. Pensi sia importante per un artista avere una formazione accademica, o che ci si possa anche formare da autodidatti?
    Credo sia sicuramente importante. Oltre a lavorare in campo artistico sono anche insegnante di disegno e storia dell’arte nei licei, quando ai miei ragazzi parlo di artisti che lasciano gli studi per dedicarsi all’arte, loro faticano a capire che il vero genio non termina mai di studiare e lavorare nel suo settore. Ad ogni modo, presumo sia giusto che l’artista abbia una sua professionalità e che l’Accademia di belle arti sia un buon percorso per ottenerla, anche se non si deve fermare a tale esperienza.

    Quali consigli ti senti di dare a chi vuole tentare questa strada?
    Di non arrendersi ai primi ostacoli, perché sicuramente è una strada sinuosa ma che dà soddisfazioni e di non pensare al riscontro economico, ma alla propria volontà di  comunicare.

    A cosa stai lavorando attualmente?
    Continuo a lavorare sulla quotidianità degli eventi e sull’apparenza della nostra società, molto lontana dall’essenza.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
    Sicuramente continuare a raccontare la mia città senza escludere nuove sperimentazioni di tipo installativo e tecnologico.

    Marta Traverso

     

  • Luiso Sturla, incontro con il pittore ligure: da Chiavari alla beat generation

    Luiso Sturla, incontro con il pittore ligure: da Chiavari alla beat generation

    Luiso Sturla, pittore, nasce a Chiavari nel 1930. Ha fatto parte di uno dei più importanti movimenti artistici italiani, il MAC, ha visto nascere la Pop Art a New York, è stato amico di Gregory Corso, poeta della beat generation. Pittore informale, continua ancora oggi un’instancabile attività. Ci ha accolto nel suo studio di Chiavari per parlare della sua vita e della sua arte.

    Come è avvenuta la sua formazione artistica e come ha scoperto di voler dipingere?
    Il padre di amici era un pittore dilettante: prendeva una rosa o una calla dal giardino e ce le faceva copiare. Io ero piccolino, avevo sei anni, e ho cominciato così a disegnare. Mi piaceva. Tanto che  ho fatto il liceo artistico, e quella è stata la mia formazione; lì ho conosciuto i pittori e gli scultori liguri importanti (come Verzetti, Alfieri, Micheletti) di due generazioni antecedenti la mia. Dovevo successivamente fare architettura, mi ero iscritto a Torino e avevo fatto un anno, però poi ho incontrato qui a Chiavari due “delinquenti” (ride) molto bravi, Bartolomeo Sanguineti, che faceva il falegname ma era un bravissimo pittore astratto, molto colto, e Vittorio Ugolini; ho cominciato una frequentazione con loro. Ma non c’eravamo solo noi: in quel momento a Chiavari – parlo del ’48-’50, appena dopo la guerra – c’era tutta un’aria novecentista che si era formata proprio lì, e che ci portava a interessarci di ciò che accadeva in Europa, a conoscere; avevamo fame di conoscere. Io, Costa e Ugolini siamo poi confluiti nel MAC, il Movimento d’Arte Concreta (il celebre movimento artistico fondato a Milano nel ’48 da Atanasio Soldati, Bruno Munari, Gillo Dorfles, n.d.r.). Già allora qui mi sentivo stretto, e a Milano ho avuto l’opportunità di conoscere tutti i grandi artisti italiani del mondo dell’astrattismo. Sono andato avanti con l’astrazione sette anni, fino al 1958 quando il movimento si è esaurito. Inoltre non riuscivo più a stare nei canoni dell’astrazione geometrica pura, ero troppo pittore, vivevo! E penetravo il tessuto pulsante della vita; bazzicavo già Firenze e conoscevo in quel periodo, presso la Galleria Numero, i pittori informali che suscitavano in me un interesse particolare. Così da Firenze sono partito, insieme ad un’amica, per New York, dove ho visto l’arte statunitense prendere forma: un vero scatto nel senso di formazione di un gruppo avveniva giusto in quegli anni, con la nascita della Pop Art. Nel mio anno di permanenza ho visto quella realtà, sono diventato amico di Gregory Corso, Michael Goldberg, Larry Rivers e altri tra poeti e artisti. Tornare non è stato facile. Le misure non erano le stesse, qui era tutto piccolo in confronto, a partire dagli atelier, che là erano enormi ex-capannoni industriali dismessi. Piano piano mi sono rimesso in corsa, con tante difficoltà, prima di tutto sul piano della vita, perché comunque era difficile vivere di pittura. Ho arricchito così il mio informale con qualcosa che appartenesse alla mia terra: attraverso l’uso della luce e del colore mi sono rivolto di più alla Liguria. Non so se sia stato un bene o un male, ma è stato così, il mio era un informale ligure. Attualmente invece i miei lavori sono incentrati sul mondo del sogno, dell’onirico, dei fantasmi. Il fare artistico è tutto un divenire, non sai mai dove arrivi, la fantasia ti porta dove non avresti mai pensato, quasi ad arrivare all’assurdo dell’immagine.

    Oggi c’è l’impressione che l’atteggiamento più comune sia la mera constatazione dell’amara realtà che ci circonda. Non slanci propositivi, ma ripiegamento. Vede questo anche nel mondo dell’arte?
    In realtà sono un po’ di anni che non seguo tanto i movimenti artistici, non conosco bene i giovani; è difficile anche perché oggi sono un esercito, allora eravamo meno, ma mi pare che oggi un movimento vero e proprio non esista.

    Certe sue opere mi ricordano un po’ Turner… c’è qualche artista del passato o un periodo che l’ha influenzata particolarmente?
    Non proprio. Turner, Monet, come dispersione della luce e dell’immagine, erano già dentro di me, e probabilmente erano insiti anche nella nostra luce ligure che si avvicina molto a quella francese; questa è una domanda che mi hanno posto in molti, perché ho dei quadri che si disfano e diventano luce. È interessante il fatto che a volte ci si trovi a riscoprire il passato rivedendolo in un altro mondo, attraverso una voce nuova. Io sono arrivato a certe immagini involontariamente, era il mio stesso tessuto pittorico che mi portava in quella direzione. Oggi vorrei cancellare 15-20 anni della pittura che ho fatto, proprio perché era troppo legata a un approccio fisico alla natura, a luce, mare, alberi…

    Per molti poeti e musicisti liguri il fatto di avere questa terra dentro è stato determinante. Per lei essere ligure ha significato qualcosa?
    La Liguria non l’ho cercata, semplicemente faceva parte di me, ce l’avevo dentro dalla nascita. Come artista informale ligure ho fatto parte di una tradizione ricca di artisti, Fasce, Repetto e molti altri. Noi avevamo una luce molto più ricca di colore rispetto ai lombardi per esempio, avevamo più suggestione lirica; anche se non avessimo visto i succitati Turner e Monet, o se li avessimo voluti cancellare, sarebbero tornati sempre, nella nostra luce, nel tessuto pittorico.

    C’è un colore che predilige o che l’ha tormentata?
    Tormentare no, comunque l’azzurro. È un colore su cui ho lavorato molto, forse troppo. Ora infatti non sono più tanto portato verso questo colore, ho in testa altre immagini.

    In più di cinquant’anni di attività, c’è un momento in cui passa la voglia?
    Cosa vuoi che ti dica, sono malato e vado avanti nella malattia! La prima cosa che penso la mattina è di scendere in studio e mettermi di fronte alla tela… ma è una malattia personale. Pensiamo tutti, io e gli altri miei colleghi, di andare alla stazione e prendere ancora un altro treno, ma il treno non passa più, ormai. Però dentro di noi ci costruiamo il nostro modus vivendi, chi scrive, chi dipinge. Io sono quello che dipinge.

    Oggi cosa la ispira ancora?
    Il mistero, il raccontarmi sottilmente, con pudore, il raccontare situazioni avvenute qui, nel mio giardino, sul fiume, episodi della mia storia che voglio tradurre in chiave più moderna, più astratta, meno figurativa, con la figurazione però. Voglio una figurazione che non sia figurativa, il che complica tutto! (ride).

    Parte da dentro di sé o da fuori quando approccia la tela?
    Il quadro si fa via via, non puoi mai dire “so cosa faccio”. Parto con un’idea che credo di poter dipingere, poi mentre lavoro il quadro diventa un’altra cosa, perché la pittura informale è così, l’immagine cambia come cambiano i miei pensieri, è un’unione tra la mia psiche e la materia pittorica; finché non sento che è finito, non abbandono il quadro, anche a costo di distruggerlo, ma non lo distruggo mai, voglio sempre portarlo a termine, in tutti i modi… non ho niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso.

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Cantautori genovesi e musica live a Genova: Antonio Clemente

    Cantautori genovesi e musica live a Genova: Antonio Clemente

    Antonio Clemente, nato il 28 Aprile 1982 a Castelvetrano (TP), in Sicilia. Si definisce “pittautore”… Fin da bambino mostra inclinazioni artistiche, disegnando personaggi e storie a fumetti. Verso i 16 anni comincia a interessarsi alla poesia e alla pittura.

    A 18 anni, ricevuta in regalo una chitarra, inizia l’amore per la musica, per i cantautori italiani… «ideale via di mezzo tra musica, poesia e concretezza, fondamentali per la formazione del mio gusto musicale e la mia personalità».

    A 24 anni pubblica una raccolta di poesie adolescenziali dal titolo “Fiori di strada” per una casa editrice fiorentina, la “Maremmi Editore”. Nello stesso periodo entra a far parte di una band, “La Combriccola”, cover band di pop e rock italiano, con cui per circa 4 anni si esibisce in lungo e largo per tutta la Sicilia Occidentale, eseguendo anche qualche brano inedito.

    Nel 2006 arriva la laurea all’Accademia di Belle Arti di Palermo con una tesi sulla pittura italiana degli anni ’20 che molto ha influenzato anche il mio personale stile pittorico. Trascorsi 2 anni sabbatici, la partenza per Genova, per avere nuovi stimoli e conoscere nuovi spazi dove poter coltivare le ambizioni artistiche. A Genova si iscrive all’Accademia Ligustica di Belle Arti, biennio specialistico nel corso di scenografia e nel febbraio 2011 la laurea e la pubblicazione sulla rivista mensile genovese “Era Superba” del fumetto a episodi “I viaggi di Jude” (ispirato alla canzone “Hey Jude”dei Beatles).

    Nell’estate del 2011 esce il primo EP autoprodotto,”Infinito”, nell’inverno 2011 il quadro della copertina del disco “La barca” viene scelto per essere esposto alla mostra nazionale d’Arte contemporanea “Saturarte” svoltasi alla galleria d’arte “Satura” di Genova, e una sua poesia dal titolo “Mal d’Africa” viene inserita nell’antologia dei poeti italiani contemporanei “Haber Artem”, edito dalla Aletti Editore

    Antonio ClementeAntonio  Clemente: voce, chitarra acustica
    Manuel Perasso: chitarra elettrica (chitarra acustica o tastiera)
    Mario Vasa: Batteria (cajon e maracas)
    Giovanni Sanguineti: basso
    Alice Nappi: violino

  • Intervista a Elisa Confortini, artista della ceramica

    Intervista a Elisa Confortini, artista della ceramica

    elisa confortini ceramicaElisa Confortini è nata nel 1973 a Brescia. Dagli anni ’90 si è specializzata nelle lavorazioni in ceramica, che da settembre 2011 realizza nel suo Atelier 99 in via Zara 39 r. Proprio lì l’abbiamo incontrata e ci siamo fatti raccontare la sua esperienza.

    Da dove nasce la tua passione per la ceramica?
    Fin da bambina ho avuto un forte interesse per l’arte e per il “piacere di fare”. Negli anni ’90 stavo sfogliando una rivista e ho visto immagini di lavori in ceramica fatti con la tecnica raku. Da lì è nata la voglia di imparare: per prima cosa ho seguito un corso, perché prima di utilizzare la raku o altre tecniche è fondamentale imparare l’abc. In seguito ho iniziato a realizzare in autonomia le prime opere.

    Quali sono le fasi del tuo lavoro?
    Anzitutto bisogna precisare che esistono due tipi di lavorazioni della ceramica: in Italia è molto diffusa la maiolica, che viene cotta a bassa temperatura, ovvero fino a 1.050°. Io invece utilizzo le cotture ad alta temperatura, più precisamente a 1.280°, e le mie materie prime sono il gres e la porcellana: nessuna delle due si trova in Italia, importo il gres da Spagna e Germania e la porcellana da Limoges, in Francia. Sono entrambi venduti a pani, ossia parallelepipedi tra i 10 e i 25 chili l’uno.

    La lavorazione è tutta manuale: parto dal modellare la materia prima creando le forme ex novo o con l’aiuto di stampi in gesso che io stessa realizzo. Una volta modellata la lascio asciugare, poi faccio una prima cottura a bassa temperatura – circa 960° – da cui si ottiene il cosiddetto biscotto. A seguire faccio la smaltatura, che avviene a spruzzo, a pennello o a immersione con smalti fatti da me. Infine la seconda cottura ad alta temperatura. Le fasi sono molto lunghe e la cottura e asciugatura richiedono tempo: per questo motivo non lavoro mai su una sola opera alla volta.

    Quali sono le caratteristiche dei materiali che utilizzi?
    La terra è un materiale vivo: a differenza di pietra e marmo non si lavora mai per sottrazione, ma per aggiunta. Inoltre le fasi di cottura e asciugatura cambiano la consistenza della materia, non si può mai stabilire a priori come verrà.

    Il mio lavoro ha il suo nucleo centrale nel modellare la materia prima: chi fa maiolica pone l’attenzione soprattutto sui colori, mentre a me interessa la forma, la materia. La cottura ad alta temperatura rende la terra più dura e compatta e la smaltatura permette di ottenere sfumature di colori molto vicine a quello naturale della terra.

    Quali sono gli spazi in cui puoi vendere e far conoscere il tuo lavoro?
    Le mie opere sono esposte soprattutto all’estero, dove ci sono gallerie specializzate in ceramica e mostre o concorsi dedicati solo a questo materiale. Per esempio in questi giorni inaugura una biennale a Taiwan alla quale partecipo con due altri ceramisti italiani.

    In Italia il mercato dell’arte è difficile di per sé: per quanto riguarda la scultura, sono tenute in alta considerazione le opere in marmo e bronzo, mentre gli altri materiali sono considerati “minori”. Inoltre qui da noi non esiste la mentalità della “scultura da tenere in casa”, come invece avviene per i quadri o le fotografie: questo in particolare a Genova, dove le case hanno arredamenti molto tradizionali e le mie opere di ceramica contemporanea “stonerebbero”.

    C’è anche una difficoltà di approccio al materiale: molte persone che vengono al mio atelier mi chiedono se sono opere di pietra o metallo, la ceramica non viene immediatamente riconosciuta. La ceramica è percepita maggiormente per la produzione di oggetti d’uso, piuttosto che di opere d’arte.

    Hai aperto il tuo atelier da un anno: quali sono le attività che organizzi al suo interno?
    Questo è anzitutto il mio luogo di lavoro: ho scelto questa zona di Genova, e non per esempio il centro storico, perché mi serviva uno spazio molto luminoso e ampio per ospitare il forno e tutti gli altri strumenti che mi servono per realizzare le mie opere.

    Il nome Atelier 99 è nato da una rastrelliera che ho trovato nella casa di campagna del mio compagno, che aveva 100 posti ma con un beccuccio mancante. Alla rastrelliera (che potete vedere all’entrata nell’atelier, ndr) sono appese 99 tazze in ceramica, tutte diverse e realizzate da me. Non mi piace realizzare un servizio di oggetti tutti uguali, come è invece spesso usanza fare: voglio che le persone scelgano il loro oggetto, mi piace far passare un messaggio di rapporto attivo e personale con gli oggetti, e non passivo come invece spesso accade.

    Non ho un vero e proprio orario di apertura, ma a eccezione del lunedì sono spesso qui: chi vuole venire può contattarmi via telefono al 347 0646412 o via mail a info@elisaconfortini.it. A volte mi chiedono se tengo corsi: lo spazio non permette la presenza di molte persone contemporaneamente, mi dedico pertanto a uno o due allievi alla volta se vedo che c’è una reale motivazione ad approcciarsi a questa tecnica.

    Marta Traverso

     

  • Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, artista genovese, è in attività dalla fine degli anni settanta; ha al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia sia all’estero, e una recente partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009. A Genova ha esposto l’ultima volta nel 2011 presso il Palazzo della Borsa con una mostra intitolata “La sala delle grida”. L’abbiamo incontrato nel suo studio dove abbiamo parlato del suo lavoro, circondati dalle sue opere, disegni, collages, e sculture leggere e dorate.

    Come è emersa in te l’esigenza di fare scultura?
    Io ho studiato architettura quindi c’è sempre stato in me un interesse per la forma e lo spazio. Non mi interessava fare l’architetto, ma lo studio dell’architettura, e questo studio me lo sono portato dietro poi nella mia ricerca e nel mio lavoro. Anche nelle mie prime sculture lo spazio è sempre molto importante.

    Come si è evoluta negli anni la tua ricerca? E inoltre, è una ricerca interiore che prende forma visibile nell’opera, o il primo spunto viene dall’esterno?
    Io cerco di dare forma all’interno, a ciò che vivo internamente; è una scultura che – così come i miei disegni e i collages – parte da elementi come il tempo, la memoria. Sto attento alla poetica delle forme e dei contenuti.

    Scultura, disegni, collages sono binari paralleli?
    Sono binari paralleli da sempre; i grandi disegni poi possono sfociare in sculture, ma nascono autonomamente.

    Quando un’opera è sottoposta al pubblico, a meno che l’artista non sia lì ad illustrarla a ogni singolo spettatore, la fruizione avviene attraverso la sensibilità personale e l’individualità di ognuno, quindi possono esserci tante interpretazioni quante sono le persone che guardano l’opera. Tu credi che l’arte vada spiegata? E se qualcuno vedesse in un tuo lavoro qualcosa di lontano o opposto a ciò che volevi esprimere?
    Libertà assoluta. Si possono mettere certi paletti, ma molto generali, e io tendenzialmente non spiego mai… tecnicamente sì, ma sul significato no, non l’ho mai fatto.

    Che materiali prediligi e come li lavori?
    In scultura ho lavorato, fino al 2000, materiali come ottone, rame, ferro, piombo, cera. Io faccio il modello e poi lo porto in fonderia, dove il lavoro va avanti insieme al fabbro. Da questo vanno escluse le cose piccole che invece faccio qui in studio. Fino al 2000-2001 avevo già fatto opere in bronzo ma in maniera sporadica (una molto grande per esempio quando avevo vinto un concorso a Venezia): da allora invece ho cominciato a lavorarlo in modo più sistematico, utilizzando prevalentemente questo materiale.

    La suggestione di certe superfici dorate mi ricorda le “cascate d’oro brunito” di Baudelaire… c’è qualche eco di letteratura, poesia o musica nei tuoi lavori?
    Sì, da sempre. Io amo molto anche cinema e teatro, quindi grande attenzione alle sceneggiature, tant’è vero che quando faccio delle installazioni sono sempre molto teatrali. Mi interessa come viene fuori l’opera, ma soprattutto come dialoga con lo spazio; non si può fare sempre un’installazione perché ci vogliono determinate condizioni, ma quando è possibile a me interessa stravolgere lo spazio. Per esempio in occasione di una mostra che avevo fatto alla Permanente a Milano avevo trasformato il grande spazio espositivo bianco, asettico, di 500 metri quadrati, in una grande quinta teatrale nera, dove ho collocato tutte le opere. Anche lì la cosa più importante per me è stato stravolgere lo spazio e farlo diventare un’altra cosa.

    A tal proposito, due tematiche che tratti sono la “assenza-silenzio” e la “memoria-spazio”. Puoi spiegarle?
    La memoria-spazio è una memoria atemporale, non solo mia. Entrano dentro il mio lavoro le fascinazioni delle architetture medievali per esempio. Il silenzio invece è per esempio in queste sculture degli ultimi dieci anni in cui non c’è corpo: il corpo se ne è andato, rimane solo l’involucro, la veste, quindi il silenzio. E c’è la memoria di quello che poteva esserci dentro. La vita, l’assenza della vita. Tutti questi elementi sono presenti nella mia ricerca fin dall’inizio.

    Dalle opere di piccolo formato alle installazioni ambientali: in quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
    Per me non ci sono differenze: se l’opera piccola è felicemente realizzata, si può realizzare anche quella grande. Le uniche differenze sono di tipo tecnico, nei materiali, ma l’equilibrio che c’è nel piccolo c’è anche nel grande. E poi dietro ogni opera c’è una riflessione, un lungo percorso che dura a volte mesi, dal progetto all’opera finita.

     

     

     

     

     

     

    Secondo te cosa manca a Genova per favorire gli artisti contemporanei?
    Intanto mancano grosse gallerie e grossi mercati; negli anni sessanta e settanta ci sono state gallerie importanti a livello nazionale e non solo. Realtà di quel tipo sono trainanti per l’interno e per l’esterno, ma se non ci sono questi punti fermi in una città, ecco che viene meno tutto il giro. Poi c’è un problema di mentalità, non c’è mentalità del rischio, quindi quando va bene l’autore in questa città sopravvive, oppure se ne deve andare. O altrimenti sta qui ma lavora fuori; io lavoro molto con gallerie di Milano. Ho lavorato molti anni con gallerie di qui ma il risultato è stato sempre piccolo. Le istituzioni adesso fanno quello che possono, ma in passato non hanno mai brillato. Chi ha fatto il lavoro sono sempre state le gallerie private. Adesso che non ci sono soldi poi è ancora più difficile. Per come è oggi a livello mondiale, il contemporaneo diventa remunerativo solo se si fanno grosse strutture, con grandi impegni e collaborazioni tra pubblico e privato; ci sono anche dei pericoli, perché ciò a cui stiamo assistendo è che l’arte contemporanea di alto mercato è solo mercato. Sono operazioni commerciali internazionali in cui si fanno alzare le quotazioni di un artista, ma l’arte non è quello.

    L’annosa questione su cui si interrogava già Duchamp… 
    Duchamp in questo è stato eccezionale, il negativo è stato decenni di piccoli “duchampini”… comunque scrittori e critici ultimamente stanno scrivendo su giornali e libri circa le cose che non vanno nell’arte contemporanea, del fatto che il mercato è diventato preponderante e che siamo vicini alla moda, al lancio di un autore come fosse il lancio di un prodotto.

    Parlando di pubblico invece, forse qui ha pochi strumenti critici per capire l’arte contemporanea.
    Qui a Genova sì, però ci sono molte realtà in Italia che manifestano un enorme interesse per il contemporaneo, dove ci sono collezionisti che fanno a gara per comprare… mi vengono in mente Torino, Reggio Emilia, ma ci sono tante altre realtà, anche piccole.
    Purtroppo spesso l’arte contemporanea si è ridotta a un territorio d’elite, e questo è un errore; certo che i collezionisti e i critici capiscono, ma la massa con cui entrare in contatto è più grande.

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Kamala Francesca Grasso, intervista all’artista genovese

    Kamala Francesca Grasso, intervista all’artista genovese

    Kamala Francesca GrassoUna giovanissima artista genovese, che ha esposto le sue opere nel quartiere della Maddalena durante la mostra Adotta un artista: dopo Maura Ghiselli e Andrea Sessarego, ecco l’intervista a Kamala Francesca Grasso.

    Come e quando è cominciato il tuo interesse per l’arte visiva? Hai iniziato subito con la pittura o sei passata prima attraverso altre forme?
    Ho iniziato da bambina ritagliando i giornali e disegnando; recentemente ho sperimentato papier collè e pittura e sono arrivata ad unire le tecniche.

    Ci descrivi il tuo approccio nel realizzare un’opera? Dove arriva l’ispirazione, quanto tempo ti richiede, dove sei solita lavorare, ecc.
    La creatività, secondo me, non ha luogo per esprimersi. Amo realizzare opere direttamente sul supporto per non perdere la spontaneità: così non passo attraverso fasi progettuali e ci impiego poco tempo, questo anche per rinnovarmi. L’ispirazione non si può controllare,quando arriva si può solo coglierla.

    Quali sono i luoghi di Genova che maggiormente ti ispirano nel realizzare le tue opere? Dove ti piacerebbe esporre in futuro? Prediligo luoghi dove posso sedermi comodamente e respirare un po’ di pace. Mi piacerebbe esporre in luoghi turistici, così da poter condividere con il mondo il mio punto di vista.

    Da genovese, cosa pensi del modo in cui la nostra città vive l’arte?
    Genova è ricca di arte,bisogna prestare attenzione per viverne l’esperienza completa. Ci vuole un po’ di curiosità.

    Sei stata una degli artisti selezionati per la mostra itinerante alle botteghe della Maddalena. Credi che arte e cultura possano contribuire al rilancio di questo quartiere?
    Assolutamente.

    Ti piacerebbe trasformare il talento e la passione per l’arte in una professione? Pensi sia un percorso realizzabile, nella società in cui viviamo?
    Ci sto meditando: arte e soldi non li trovo compatibili al momento, ma credo che si possa realizzare tutto nella vita, nonostante la crisi, se si vuole, con correttezza nel comportamento e fiducia in se stessi.

    Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
    Portare la creatività nei paesi sottosviluppati.

    Marta Traverso

  • Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put è un artista belga, nato ad Anversa nel ’58. Grande viaggiatore, attualmente vive in Liguria e, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia nel 2009, ha realizzato un’opera per Genova, una grande scultura alta 4 metri e lunga 8, visibile all’ingresso del Porto Antico in Piazza Cavour. Talento poliedrico, realizza quadri, disegni, oggetti, ma è noto soprattutto per le sue sculture di piccole, grandi e grandissime dimensioni, queste ultime pensate per essere esposte all’aperto. La peculiarità del suo lavoro sta tutta nel materiale utilizzato: la gomma di vecchi pneumatici dismessi. Materiale flessibile (relativamente!) ma duraturo, conferisce alle sue creazioni un aspetto particolarissimo. L’abbiamo incontrato e ci ha raccontato il suo lavoro.

    Può raccontare in breve il suo percorso artistico e come è arrivato a scegliere pneumatici per realizzare le sue opere? 
    Dieci anni fa mi trovavo in Marocco e lavoravo a Marrakech. Lì ho incontrato un ragazzo che lavorava la gomma: ho pensato subito che fosse un materiale molto interessante da usare per le mie sculture. Successivamente sono stato a Martinique e lì ho realizzato alcune sculture. Nel 2009 ho avuto l’opportunità, attraverso un contatto italiano, di esporre una mia opera di grandi dimensioni, L’Elefante, alla Biennale di Venezia. Dopodiché ho fatto diverse mostre in Italia, per esempio a Biella, Bergamo, Torino. Di recente ho comprato una casa a Savona e ho stabilito il mio studio ad Albissola Marina.
    Per quanto riguarda i materiali, io procedo realizzando prima una struttura in metallo che poi ricopro completamente con gomme di moto e biciclette. Adesso le gallerie richiedono specialmente le mie creazioni in gomma, ma ho fatto anche quadri, sono un artista interessato a diverse possibilità.

     

     

     

     

     

    Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?
    Ho realizzato opere raffiguranti persone, ma le mie sculture rappresentano per la maggior parte animali, che sono anche i più richiesti; il cane è un animale che amo molto rappresentare.

    Lei crea opere d’arte riciclando materiali molto inquinanti come le gomme usate. Spesso il suo lavoro viene interpretato come stimolo alla riflessione sul tema dei rifiuti e degli effetti catastrofici che questi hanno sull’ambiente. Lei ha sempre operato in questo senso, o è qualcosa che ha sviluppato col tempo?
    Sono molto contento che il mio lavoro abbia assunto questa valenza; non ho cominciato precisamente con questo scopo, ma la gente guardando le mie opere ha visto questo, e io ora sono felice di contribuire in qualche modo al tema del riciclo.

    Abita a Savona e ha lo studio ad Albissola. Ha esposto molte volte in Liguria, e per Genova ha realizzato di recente il “Rumentosauro Hugo”….come mai ha scelto la nostra riviera per la sua attività?
    Semplicemente è capitato. Ho avuto l’opportunità di prendere casa a Savona e lavorare vicino a Genova, e mi sono detto perché no?
    Venendo al mio dinosauro, nella sua pancia si vede un cumulo di metalli accartocciati: il loro peso corrisponde al peso medio dei rifiuti che ciascuno di noi produce in un anno. Ho fatto il Rumentosauro nell’estate 2011 e adesso è circa un anno che l’installazione si trova qui. Purtroppo non ha esattamente il contorno che avevo pensato: le transenne da lavori in corso tutto intorno e la mancanza di un’illuminazione serale sulla scultura la penalizzano un po’. È pensata in realtà per essere avvicinata, toccata e perfino scalata dalle persone; ho fatto la struttura solidissima proprio per questo.

    Una curiosità: la gomma da pneumatico è un materiale anomalo in scultura. È molto difficile da lavorare?
    Le gomme delle auto hanno un telaio in metallo che sarebbe troppo difficile da tagliare e lavorare nella forma che mi serve. Per questo io utilizzo esclusivamente gomme di moto e biciclette, che hanno al loro interno un telaio in nylon, molto più flessibile.

    A cosa sta lavorando attualmente?
    Ora ho appena finito di lavorare a una serie sui supereroi, con protagonisti cani vestiti come Batman, Zorro, ma anche Elvis Presley. La prossima mostra si terrà al Casinò di Venezia a metà giugno.

     

    Claudia Baghino
    [Foto e video Daniele Orlandi]