Categoria: Vivere Genova

  • Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    band musicaIn arrivo un’altra novità dall’associazione Habanero, attiva ormai da tre anni sul territorio genovese attraverso l’organizzazione di eventi “indie” che sono diventati appuntamenti fissi per gli appassionati: a breve uscirà un bando di concorso per video musicali a produzione indipendente, iniziativa che denota attenzione per una realtà che in loco è effettivamente molto vivace e prolifica ma che non gode della sufficiente visibilità. Ne abbiamo parlato con Emanuele Podestà, art director di Habanero.

     

    Come nasce l’idea di Cinebox?

    «In continua ricerca, un viaggio sul linguaggio in generale che è partito con la scrittura, passando per la musica, aveva un naturale passaggio nei video musicali. Cinebox nasce dalle risposte e dai feedback di Babel, Festival di editoria, musica e persone indipendenti, la cosa alla quale siamo più affezionati tra quelle che facciamo. Quindi Cinebox nasce come nuova occasione per stare insieme come piace alla gente che è solita seguirci».

     

    Come si svolge il contest , quali sono le fasi, chi può partecipare?

    «Prima di Natale uscirà il bando con le nomination e le categorie alle quali iscriversi, poi fino a marzo ci sarà la fase nella quale sceglieremo i vincitori. Sceglieremo tutti insieme. Il tutto culminerà con una festa il 5 aprile presso Villa Bombrini. La Villa d’estate è uno spazio molto bello per i concerti, noi vorremmo far vivere anche l’interno grazie alla Genova Liguria Film Commission e Società per Cornigliano».

     

    Mi sembra di capire che avete scelto di riservare una categoria ai video genovesi: quali sono le caratteristiche e le motivazioni della categoria “local heroes”?

    «La scena musicale e, in generale, artistica genovese è maturata molto negli anni e merita tutto il risalto che le riusciremo a dare. Soprattutto perché vogliamo premiare anche tanti “addetti ai lavori”, la gente che lavora dietro un video o un progetto, è la nostra speranza più grande».

     

    Il pubblico dei social è chiamato a partecipare col ruolo fondamentale di giudice: in questo modo non si corre il rischio classico che vada avanti non chi ha prodotto il lavoro migliore ma chi ha più contatti e riesce quindi a farsi votare di più?

    «Noi siamo degli inguaribili neoromantici metropolitani dalla parte della gente, la gente voterà bene le categorie (non sono tutte) nelle quali è chiamata a svolgere ruolo di giudice. Vedrete».

     

    Dall’esordio come collettivo di scrittori alla casa editrice all’organizzazione di eventi e ora questo contest… molte cose in poco tempo, tre anni se non sbaglio. Quanto vi è costato questo percorso in termini di sacrifici? Quali i momenti più duri e quali i feedback positivi che vi hanno fatto continuare? Come affrontate uno scenario fosco come quello odierno? Visto che i nostri ministri non fanno che ripetere che con la cultura non si mangia, voi cosa rispondete con la vostra esperienza? Riuscite a “mangiare” con quello che fate?

    «Sacrifici? Per noi è un piacere, tutto qua. Se ci riusciamo a mangiare, a vivere?… Beh, sulla questione pratica non so che dirti,  sicuramente non riusciremmo a vivere senza fare queste cose. È un progetto che va al di là del ritorno immediato. Abbiamo responsabilità che dobbiamo non tradire ormai. Tre anni dal primo libro, due dal primo concerto: comunque fa impressione anche a me!»

     

    Avete portato a Genova nomi importanti del mondo artistico-musicale e per di più in luoghi della cultura cittadini assolutamente riconosciuti: uno si immagina, a pensare al piccolo collettivo che contatta il grande nome, chiusure e rifiuti. Come siete riusciti ad ottenere fiducia? Avete incassato o incassate ancora dei no?

    «Per quanto riguarda gli artisti, il mondo della musica è aperto, vivo, disponibile, mai avuto chiusure o preclusioni. Sappiamo i nostri limiti e le nostre forze (entusiasmo ed educazione) e quindi sappiamo chi contattare. Abbiamo la stessa fortuna anche con le Associazioni, gli Enti e le Fondazioni che ci aiutano e ci ospitano, creiamo un rapporto di fiducia, ci mettiamo tutta la speranza e la passione che abbiamo e questo è l’unico segreto per associazioni come la nostra».

     

    Partecipanti e pubblico votante possono seguire la pubblicazione del bando e gli step del concorso sulla pagina Facebook di Cinebox.

     

    Claudia Baghino

  • La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    adriano-arena-3Adriano Arena è un chitarrista genovese che dal 2000 è professionista. Tra tribute band, collaborazioni in studio e dal vivo con numerosi cantautori (anche all’estero, nel Regno Unito) e con un’attività di insegnamento del suo strumento che dura dal 1998, è diventato difficile seguirlo nei suoi spostamenti. Siamo riusciti a “fermarlo” fra un viaggio e l’altro per questa intervista, una chiacchierata per provare a capire meglio lo stato delle cose per chi vive di musica nella nostra città.

    Sei un musicista che da qualche anno ha deciso di fare della musica la sua professione. Da qualche tempo ti dividi tra Pontassieve, Toscana, e Genova.  Qual’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso – se c’è stata –  nel tuo allontanarti da Genova, almeno in parte?

    «In realtà non c’è stata una ragione improvvisa: negli ultimi anni la mia vita privata si divide tra Genova e la Toscana, e diciamo che a Genova col passare degli anni sono venuti scemando dei rapporti, umani e lavorativi, che per me erano importanti. Con ciò non vuol dire che in Toscana ho trovato un paradiso dei musicisti! Semplicemente, ho visto che Genova non era più la mia città preferita, pur essendoci nato, cresciuto. Il fattore umano ed il rispetto per il mio lavoro sono cose da cui non prescindo. In Toscana, sarà per il carattere della gente più effervescente rispetto al genovese in generale, può essere uno stimolo collaborare con gente che ha un approccio alla musica differente dal tuo».

    Molte delle tue considerazioni sul tuo lavoro – prese dai social network  – sono sfoghi del momento in cui lamenti la scarsa cultura generale e la scarsa considerazione, anche economica, per il mestiere del musicista…

    «Premettendo che quello che scrivo su Internet, ad esempio su Facebook, sono degli sfoghi in reazione a fatti che lì per lì ti fanno uscire di testa. La realtà è che spesso mi trovo di fronte persone che non capiscono la validità di quello che ho da proporre, almeno come musicista. Il fattore denaro conta, ma di più conta chi ha in mano la situazione in quel determinato posto e in quella determinata occasione. Ultimamente penso che ci sia investimento sulla quantità e non sulla qualità, e manchi una volontà di investire su qualcosa che può dare un risultato nel tempo. Io ho collaborato con un locale che ha fatto quest’ultimo tipo di scelta per cinque anni, ovvero musica di qualunque genere, però con una qualità ben definita, e devo dire che c’è stato un buon successo di pubblico, con una base di audience  fedele che veniva ogni sabato. Sta diventando un classico il locale che dice di fare musica dal vivo e non ha l’impianto! C’è un tiro al risparmio che sotto molti aspetti è devastante per tutti, pubblico e musicisti».

    adriano-arenaDomanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Domanda difficile e semplicissima per come la vedo io! Essere professionale per me vuol dire: uno, essere puntuale, salvo inconvenienti e contrattempi. E per me vale anche da altre parti. Se io ti do un appuntamento alle otto del mattino e ti presenti alle dieci, per me non sei professionista. Bisogna essere precisi nel ricordarsi i propri impegni, l’orologio è importante e fa la differenza! Il rapporto umano può essere un’altra cosa importante, cioè, sapersi rapportare con le altre persone, avere comunque un dialogo. Bisogna sapersi adattare a varie esigenze, nei limiti della decenza, però bisogna sicuramente parlare prima con chi ti propone una certa cosa, e, se la accetti, devi stare ai suoi termini, non ai tuoi.
    Poi, la scelta del suono. Se sei un chitarrista devi passare ore di studio anche per curare il tuo suono, in modo che questo sia quasi definitivo dal vivo ed in registrazione, quando lo affidi ad un fonico. Questo comporta anche meno perdita di tempo.
    Ma attenzione, essere professionisti non è sinonimo di professionalità! Andando avanti nel tempo scopro musicisti professionisti che non fanno prove, o che fanno storie e preferiscono provare tutto un’ora prima del concerto. Questo mi manda in bestia: il prodotto che vendo deve essere perfetto. Se uno compra un’automobile, non la compra certo con la porta rigata. E poi mi domando… in fondo stai suonando, non trasporti sacchi di cemento, perché ti pesa provare? A volte vedo “credere” in un progetto più la persona che lo fa per passione, piuttosto che chi lo fa per lavoro…»

    Domanda provocatoria, ma nasce anche dalle tue risposte precedenti: perché la gente vuole suonare? Se la situazione è così come descritta, perché, ad esempio, la gente prende lezioni di chitarra da te?

    «Beh, a volte mi chiedo, soprattutto quando vado ad insegnare chitarra nelle scuole, “perché questo personaggio va a lezione?”. Noto, soprattutto nei più giovani, una certa non voglia di conoscere,  una mancanza di passione e di ascolto della musica; tra le nuove leve ci sono pochi allievi davvero interessati alla musica, al punto che ti chiedi perché vadano a lezione. C’è gente che non sa che la chitarra è fatta di legno oppure che le manopole del tono e del volume servano a qualcosa! La mancanza di curiosità porta ad ignorare il miliardo e più di informazioni ottenibili via internet per suonare bene. Io ho iniziato per passione, studiando da autodidatta dalle dieci alle otto ore al giorno, magari marinando la scuola. Solo in un secondo momento ho deciso che questo sarebbe stato il mio lavoro».

    adriano-arena-2Il mercato musicale è morto? Come si vendono – se ci si riesce – i dischi? Fai anche tu il banchetto dopo i live?

    «Altroché se è morto! Non parlo dei grossi nomi, parlo della gente che non è un’icona italiana ed estera. Quanti comprano i CD? Io e te siamo appassionati di musica ed è una cosa che ci seguirà per tutta la vita, ma siamo in minoranza, una goccia nel mare! I dischi tuoi li vendi con il banchetto dopo i live; l’etichetta minore paga il cd, a seconda del contratto, ma se vuoi rientrare dalle spese e guadagnarci un minimo devi vendere la musica nei concerti, che poi non è detto che siano tanti. Le vendite che fai attraverso l’etichetta non è guadagno, perché i negozi di dischi magari… non ci sono!»

    Hai letto della proposta di legge per la musica dal vivo? Se sì, come la giudichi?

    «Conosco una proposta di legge per far evitare di pagare la SIAE ai locali che hanno una capienza non superiore alle duecento persone».

    La SIAE è un ente che tutela la tua opera come autore o è un organismo burocratico fine a sé stesso?

    «La SIAE è un ente burocratico che devi pagare. I miei diritti di autore li devo pagare prima e poi mi vengono restituiti in percentuale del 60%, magari spalmati nell’arco di un anno. Chi è una goccia nel mare non guadagna nulla sul diritto d’autore.  Il locale che “fa suonare” – è vero – il borderò della SIAE lo compra, ma poi se ne dimentica oppure intenzionalmente non lo consegna o non lo fa compilare, giocando sul rischio di essere scoperti piuttosto che pagare la SIAE. In Inghilterra, dove ho suonato con un cantautore in  due suoi dischi,  scrivi i brani e li proteggi tramite o una licenza Creative Commons, oppure ti autospedisci il CD con ricevuta di ritorno, e quello è un documento valido per  dimostrare che in quella data hai composto i brani! Non esiste il bollino SIAE sui CD in  Inghilterra».

    Come giudichi il ritorno del vinile?

    «Per un discorso nostalgico, andrebbe anche bene. Ma costa tantissimo perché è tornato di moda! E poi, se non hai un impianto hi-fi adeguato, ti perdi delle cose. A me piace il CD, anche perché ho poco tempo di ascoltare tra una trasferta e l’altra. Certe cose mie le metto in streaming perché hanno il loro posto lì. Però preferisco semplicemente il CD come supporto fisico».

     

    Michele Bensa

  • Enrico Ingenito, la quiete apparente: incontro con l’artista genovese

    Enrico Ingenito, la quiete apparente: incontro con l’artista genovese

    enrico-ingenitoEnrico Ingenito, genovese classe 1978, è un artista che spazia attraverso tutte le arti visive, pittura, fotografia e video.

    Nel corso degli anni ha partecipato a un progetto di collaborazione tra le arti insieme all’associazione culturale Corpi in Danza, all’interno del quale ha portato a termine la realizzazione di due video, alla collettiva Urbanamente, a residenze d’artista ed esposizioni collettive e personali in Italia e all’estero.

    Fino al 23 novembre è possibile ammirare le sue opere presso Palazzo Lomellino di via Garibaldi, nell’ambito dell’esposizione Viraggio1.

    I suoi quadri nascono da un‘intuizione,  il tema più ricorrente  è quello del paesaggio urbano, rappresentato grazie a immagini in movimento o estratti da scatti fotografici in varie città; le immagini tendono all’astrazione e lasciano grande spazio al colore, che domina incontrastato la scena.

    Nel portfolio dell’artista non mancano comunque i ritratti e le vedute di interni. La tecnica utilizzata è quella dell’olio su tela.

    I paesaggi urbani rappresentati possono sembrare in apparenza statici, ma grazie alle sfumature di colore, alla luce particolare che il pittore riesce a imprimere alle immagini, la sensazione non è affatto quella dell’immobilismo. E’ una quiete che ‘crea movimento’, ed è proprio questo l’aspetto affascinante che si coglie osservando le sue opere.

    Enrico Ingenito prospettiva evoluzione Viraggio rossoCome svolgi la tua ricerca artistica e quale è stata la ‘molla’ che ti ha spinto verso la pittura?

    «Sopratutto guardo, cammino molto e fotografo, poi analizzo il materiale e spesso ripercorro gli stessi luoghi più volte cercando la luce necessaria. Guardo molto quello che fanno altri artisti in particolare i miei coetanei, cerco di analizzarli. Cerco di viaggiare. Sono costantemente alla ricerca di immagini. Da sempre mi sento “pittore” non credo ci sia mai stato un momento nella mia vita in cui non abbia pensato di esserlo, la ricerca per me è ogni giorno, intorno a me».

    Sei genovese e abiti a Genova: quali sono i luoghi di Genova che frequenti maggiormente e a cui ti ispiri? In qualità di artista come vivi il rapporto con la tua città?

    «La pittura ti insegna che una luce può cambiare un luogo, Genova è la mia città, la scopro giorno per giorno restandone sempre affascinato».

    Enrico Ingenito prospettiva bluRiesci a vivere d’arte o al giorno d’oggi è necessario essere artisti part time? Credi che questa formula sia una scelta obbligata per il futuro?

    «E’ difficile vivere solo di pittura, ci sono alti e bassi e certamente il periodo in cui viviamo non facilita una tale scelta, penso che per raggiungere un certo livello sia necessario molta concentrazione, tempo ed energie, nel momento in cui ho scelto di seguire la mia passione e tentare questa carriera ho messo la pittura al primo posto, dopo di che ci si arrangia in qualche modo».

    Cosa ti spaventa di più di questi tempi? E quando pensi al futuro a cosa ti aggrappi x pensarlo migliore? Questa condizione psicologica si ripercuote nelle tue opere?

    «La cosa che mi spaventa è l’immobilismo, se ti guardi intorno e come se tutti avessimo addosso un peso e non sappiamo poi neanche bene perché, manca una coscienza visionaria spesso anche in noi artisti.
    Penso che ogni artista debba essere uomo nel suo tempo, credo quindi sia inevitabile una ripercussione nelle mie opere.
    E difficile pensare al futuro, ma c’è sempre qualche cosa che ti attrae, un’intuizione, qualche cosa che ti spinge ha guardare e a metterti al lavoro».

     

    Manuela Stella

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Floriana – in arte DoremiFlo – ha espresso subito la sua attrazione per il mondo della musica cominciando a cantare da bambina, e accompagnando presto a questa passione lo studio della chitarra classica prima ed elettrica poi. Scrive la prima canzone a sedici anni e alla stessa età mette insieme la prima band. L’esperienza prosegue negli anni successivi, e tra cambi di formazione e primi demo arriva ad oggi, con la pubblicazione dell’album d’esordio “Bene”, contenente 11 pezzi inediti – con la produzione artistica di Andrea Maddalone (New Trolls) che ha contribuito all’arrangiamento – uscito il 10 ottobre 2013 grazie anche al sostegno dei fan che hanno partecipato alla produzione del disco tramite una campagna di crowdfunding lanciata da Ebe, manager nonché bassista di DoremiFlo. Flo, che ama definirsi “la nota che manca” riferendosi a se stessa e al suo stile musicale, ha scelto come leit motiv del proprio progetto il colore fucsia, che è un inno alla positività, all’allegria e alla vita e che accompagna sempre le esibizioni live, durante le quali ciascun membro della band indossa un particolare di questo colore. E la dimensione live è del resto quella in cui la cantautrice ama muoversi, registrando al suo attivo numerosi concerti e partecipazioni ai più noti eventi liguri (Notte Bianca, Lilith Festival, Palco sul Mare, etc.).

     

    bene-doremiflo-copertina-cdFlo – voce e autrice Ebe Rossi – basso e manager Antonio Bordino – chitarra Simone Agosto – tastiera Maurizio Coppola – batteria Francesca Gola – percussioni Michela Cambrea – violino Genere: pop rock

     

     

     

  • Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi PaliSandra Levaggi, classe 1955, è una pittrice genovese autodidatta in bilico tra forte realismo e impronta metafisica, una donna piena di energia capace di raccontare le proprie opere con passione ma anche con un certo distacco, tipico di chi non ama incensarsi.

    La incontriamo in un luogo fuori dagli schemi ordinari della cultura genovese, una mostra ospitata presso lo studio Elseco – corporate & tax consulting del dottore commercialista Giancarlo Pau e curata da Paolo Basso: «Un buon modo per avvicinare e coniugare due mondi lontani anni luce ma che in realtà hanno più di un punto in comune», ci racconta Pau, che si augura di ospitare in futuro altre esposizioni artistiche trasferendo anche a Genova una pratica già molto diffusa nel resto d’Italia, cioè quella delle mostre d’arte in luogi insoliti.

    Le opere di Sandra Levaggi sono esposte in tutte le belle stanze dello studio Elseco di via Venti Settembre 8: le immagini essenziali e armoniche, i colori tenuti, la calma apparente, nascondono dopo un’osservazione più approfondita prospettive inaspettate, anche grazie all’utilizzo di materiali non convenzionali all’interno delle opere stesse come stucco, plastica, legno, metalli. La ‘pittoscultrice‘ propone un’immagine che sembra vuota ma sempre suggestiva, all’osservatore il compito di riempirla e attribuirle un significato.

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    «La pittura è stata la mia passione fin da bambina nonostante gli studi tecnici che ho condotto, ben lontani dall’arte, e l’avversità dei miei genitori, che vedevano l’arte come un hobby più che come una prospettiva futura di vita. Inizialmente ero innamorata degli impressionisti, Monet, Van Gogh, Degas. Mi sono avvicinata alla tecnica pittorica riproducendo i quadri di Gauguin per accontentare le richieste di amici che apprezzavano le mie capacità».

    La tua arte è però molto distante da quella degli impressionisti…

    «La rottura con l’impressionismo è avvenuta, inaspettatamente, quando ho visitato il Museo D’Orsay a Parigi. Un luogo incredibile, un’emozione fortissima, finalmente potevo ammirare da vicino le opere immense di questi pittori che da sempre mi appassionavano. Ma dopo la full immersion parigina, ho aperto gli occhi e ho avvertito che l’impressionismo, pur amandolo alla follia, non rappresentava quello che volevo esprimere con i miei quadri, non era la tecnica adatta a me. Da lì in poi ho iniziato a sperimentare cercando un mio percorso artistico e la mia ispirazione, fino ad arrivare alla tecnica pittorica attuale, molto legata alla materia e più vicina all’essenzialismo. Utilizzo dei colori acrilici e nei miei quadri inserisco materiali differenti, spesso di recupero, stucco, plastica, legno, metalli, grazie alla tecnica dell’alto rilievo».

    elseco-studio-commercialistaelseco-sudioOsservando le tue opere, che tu inviti a ‘toccare’, non ci si accorge quasi della presenza di materiali non convenzionali, la loro percezione ad una prima vista è minima…

    «Inizialmente utilizzavo più materiali, erano molto invasivi ed erano sempre molto evidenti anche a un primo sguardo. Dopo varie sperimentazioni però, ho deciso di prendere un’altra direzione, di rendere i quadri sempre più essenziali, utilizzandoli per dare prospettive particolari o evidenziare alcune caratteristiche dell’opera. Ho sperimentato molti materiali, poi ho trovato uno stucco capace di regalare allo sguardo quella tridimensionalità e quella prospettiva che cercavo da tempo. L’obiettivo è proprio quello di coinvolgere e incuriosire l’osservatore dell’opera, attrarlo e toccare il quadro per capire da dove provengono quelle proporzioni. Proprio per questo consiglio sempre di toccare i miei quadri».

    Sono i materiali a ispirare le tue opere o li scegli solo dopo aver trovato l’idea giusta per il quadro?

    «Non c’è uno schema preciso, dipende dalle situazioni. È capitato in più occasioni di trovare un materiale particolarmente ispiratore e di costruirci attorno un quadro. Ma capita anche spesso che le idee per le mie nuove opere arrivino prima dei materiali, grazie a una percezione personale, una fotografia, un quadro, un paesaggio o un panorama a cui ispirarmi».

    sandra-levaggi-il-viaggioI tuoi quadri sono essenziali, l’inquadratura è centrale, i colori sono quasi sempre tenui e regna un certo ordine. Inoltre si nota la mancanza del soggetto umano…

    «Mi piacciono i paesaggi essenziali, nei miei quadri preferisco che emerga l’essere non l’avere. L’essenzialità deve essere il punto di partenza per osservare le cose. I colori  che utilizzo sono tenui, qualcuno mi fa notare che le mie opere sono spesso cupe e trasmettono un certo pessimismo, ma io non mi ritrovo in questa veste, anzi, molte mie opere possono essere lette anche con una visione ottimistica. D’altronde tutte le esperienze negative della mia vita  mi hanno portata a creare qualcosa di artistico e sono servite. La figura umana invece è assente per una scelta precisa, sono delusa dal genere umano, non mi interessa rappresentarlo nei miei quadri. Preferisco lasciare degli indizi sul passaggio dell’uomo, piccoli particolari che rivelano una presenza umana passata poco prima del ‘fermo immagine’ del mio quadro».

     

    Manuela Stella e Marco Brancato

  • Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valetta San Nicola, di Antonietta Preziuso
    da “La Valletta in Piazza” di Antonietta Preziuso

    A brevissimo giro di posta dal nostro ultimo aggiornamento sulla situazione della Valletta dell’Albergo dei Poveri (meglio conosciuta come Valletta Carbonara o San Nicola) e sulle iniziative portate avanti dall’associazione Le Serre di S.Nicola – che si batte per un futuro sostenibile e condiviso di questa area verde – arriva una mostra fotografica, “La Valletta in piazza”, a tenere ulteriormente viva l’attenzione su questo luogo. Le fotografie sono state realizzate da un gruppo di lavoro guidato dai fotografi Federica De Angeli e Sandro Ariu, ideatori del progetto e della mostra. L’esposizione, realizzata con il patrocinio e il sostegno economico del Municipio I Centro Est, è diffusa ed itinerante: inaugurata ieri (14 ottobre) presso il ristorante Maniman, si estende per tutte le vetrine degli esercizi commerciali di S.Nicola fino al 27 ottobre per poi trasferirsi a Palazzo Tursi, dove resterà in allestimento dal 4 al 17 novembre. Ecco la nostra intervista a De Angeli e Ariu.

    Quando e perché avete cominciato a interessarvi a questo argomento e avete deciso di occuparvene?

    «La scelta di fotografare lo spazio della Valletta di San Nicola fa parte di uno dei nostri progetti fotografici rivolti alla ricerca di luoghi della città in via di riconversione, di posti che possono e/o potrebbero nel tempo cambiare destinazione d’uso. Orientiamo ormai da una decina di anni i lavori finali della scuola di fotografia in buona sostanza alla memoria dei luoghi, in maniera tale da avere un archivio storico della città di Genova. Ci siamo occupati del Mercato della frutta di Corso Sardegna, del mercato del pesce di piazza Cavour, il Parco dell’Acquasola, del Trenino di Casella, di Calata Gadda, di Ponte Parodi e ultimo lavoro ancora in mostra al Museo del Centro Basaglia: l’Ex Manicomio di Quarto. Nel caso delle fotografie della Valletta, si tratta di un workshop che abbiamo condotto con un gruppo di allievi scelti che in passato hanno frequentato i nostri corsi di fotografia , quindi non alle prime armi» .

    Come è stato svolto il lavoro di documentazione, secondo quali criteri? Cosa avete cercato di mettere in luce?

    «Ecco, proprio  lavoro di documentazione si tratta! Il criterio è stato  quello di documentare, di raccontare lo stato attuale di quello che abbiamo visto, senza troppe interpretazioni, cercando di riportare all’esterno quello che abbiamo visto. L’intento è proprio di far conoscere un luogo che non è accessibile a tutti e che è oggetto di cambiamento.  L’area ha un valore estetico singolare, direi unico non solo a Genova ma forse in Italia».

    Perché una mostra fotografica può dare un contributo effettivo a una gestione sostenibile dell’area?

    «L’incontro e la conoscenza con L’Associazione Le Serre è stato perfetto:  loro avevano bisogno della forza di buone immagini (l’Associazione in questi anni  ha usato  prevalentemente parole, scritti e atti amministrativi per la sua battaglia) noi di dare giusta destinazione al lavoro fotografico per non lasciarlo fine a se stesso».

    Lo stato in cui versa attualmente la valletta non è affatto dei migliori, non temete l’effetto opposto? Che la gente pensi che se tanto è stata così trascurata finora, sarà così anche in futuro (come spesso purtroppo accade negli spazi verdi pubblici, ridotti a latrine e abbandonati a se stessi) e tanto vale farci dei parcheggi?

    «No, le foto non denunciano, ma attraverso la nostalgia invitano la gente a sognare nella valletta, a due passi dal centro storico, un’oasi di buone pratiche. Il futuro non è indicato dalle foto (che danno testimonianza attuale) ma dagli atti concreti che Le Serre sta portando avanti».

    In che modo l’associazione Le Serre è stata coinvolta in questo progetto?

    «Noi abbiamo svolto il lavoro in autonomia perché l’argomento ci interessava parecchio e successivamente siamo venuti in contatto con l’associazione e ci è sembrata perfetta la collaborazione».

    Scopo principale è stimolare la partecipazione della cittadinanza, quindi chi volesse impegnarsi attivamente cosa può fare e a chi si può rivolgere?

    «Si può rivolgere a Le Serre, che ha operato come comitato fino al 4 settembre u.s. quando è diventata un’associazione di volontariato. La mostra è l’occasione per stimolare la partecipazione e l’adesione all’associazione».

    Questo lavoro fotografico avrà un seguito?

    «Certo, ora più che mai, si possono progettare tante altre iniziative di collaborazione!».

    Le fotografie esposte sono di Ettore U. Chernetich, Danilo Ciscardi, Ornella Corradi, Stella Ingrassia, Vittoriana Mobili, Fabio Parodi, Lucia Pinetti, Antonietta Preziuso, Chiara Saitta.

     

    Claudia Baghino

  • Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    operapolisLa musica classica “roba vecchia”? Sicuramente non la pensa così Lorenzo Tazzieri, presidente del Movimento Allegro Con Fuoco (in gergo, un modo di suonare particolarmente passionale): per lui è giovane, attiva, corale e itinerante. La sua associazione, operante sul territorio ligure e genovese da oltre dieci anni, vuole promuovere la musica d’assieme e la lirica e quest’anno presenta un progetto sicuramente interessante. Si chiama “Operàpolis” una commistione di formazione musicale gratuita e di attività concertistica itinerante: «un programma pluriennale grazie al quale Genova potrà finalmente avere un’ Orchestra, un Coro ed una Compagnia Lirica giovanili. I tre complessi sono denominati Simon Boccanegra». Fra le sedi interessate dagli eventi di questa stagione troviamo Palazzo Ducale, Palazzo San Giorgio, Teatro Modena, Teatro della Tosse e Piazza De Ferrari, oltre a tournée in Italia (Piemonte, Lombardia, Calabria e Sicilia) e appuntamenti in Inghilterra e Romania.
    Abbiamo incontrato il presidente Lorenzo Tazzieri e ci siamo fatti spiegare meglio il progetto.

    Quale meccanismo virtuoso rende possibile la messa in pratica di un progetto come Operàpolis?

    «Operàpolis ruota su due cardini: la sostenibilità economica e quella per il futuro. L’obiezione più ricorrente, cioè che “non si mangia con la cultura”, è smentita dall’innovazione fondamentale della proposta, la sua struttura imprenditoriale, per cui tutti i gruppi musicali (orchestra, coro e compagnia lirica) sono società a tutti gli effetti. I finanziamenti delle istituzioni, felici di collaborare anche grazie a intellettuali “illuminati”, ci danno sicuramente un aiuto ma si inseriscono in un progetto che cammina già con le sue gambe, che si autosostenta e si autopromuove attraverso gli spettacoli. Il secondo punto, la sostenibilità per il futuro, prevede una formazione musicale completamente gratuita: negli istituti comprensivi, con percorsi didattici che incentiveranno l’espressione già presente nei bambini attraverso, per esempio, la costruzione dei propri strumenti, e nel polo didattico di Sampierdarena, dove la formazione ciclica permetterà agli allievi di vivere a contatto con l’orchestra e di riempirne i ranghi nel futuro».

    In questo senso, come si pone la vostra offerta didattica al cospetto della formazione accademica?

    «La didattica di Operàpolis non vuole né sminuire né sostituire quella, ad esempio, del Conservatorio Paganini, ma semmai affiancarla e completarla: dopo aver appreso, in modo tradizionale, la tecnica, essere istruiti dai componenti dell’orchestra, assistere alle loro prove e alle esibizioni, rende l’obiettivo finale più tangibile, quindi più desiderabile. Inoltre, la formazione ciclica e la partecipazione dei ragazzi agli spettacoli permettono d’illustrare il lato più magico dell’opera, fatto di ensemble perfettamente sincronizzati, di allestimenti sontuosi, di costumi preziosi, di attori e di cantanti».

    Operàpolis si presenta anche come strumento di rilancio sociale: qualche esempio concreto?

    «La proposta formativa si ispira apertamente alla situazione venezuelana e all’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar, che strappa i ragazzi al degrado delle favelas attraverso la musica d’assieme, quella che si suona con gli altri e per gli altri. Inoltre, l’imprenditorialità prevede anche un investimento “territoriale”: la rivalutazione di quei luoghi snobbati dalla musica classica, come vie, piazze di paese, teatri di prosa, magari non formali ma adatti a catturare l’attenzione del pubblico anche per un momento; alcuni spettacoli si terranno, ad esempio, al Teatro Modena, la cui funzione di “teatro lirico” (con buca per l’orchestra) è ormai “dimenticata”».

    Incentrato sulla musica classica e sulla lirica, Operàpolis non rischia di essere considerato un progetto “per pochi eletti”?

    «Il ruolo centrale, in Operàpolis, non è rivestito dai finanziamenti istituzioni ma dal pubblico, che coprirà le spese con l’acquisto del biglietto; attirarlo e ammaliarlo, quindi, diventa essenziale. Bisogna svecchiare un genere che, per un’idea distorta, non viene associato al divertimento ma solo ad applicazione e impegno: vogliamo dare via libera a spettacoli che presentino repertori classici ma anche popolari, che trasmettano passione e che siano fruibili da tutti. L’ispirazione è sempre l’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar che, durante il suo concerto alla BBC, ha fatto ballare, con i suoi mambi, anche gli anziani in frac».

    Nonostante lo spauracchio della “crisi”, che divora ormai ogni settore, è davvero possibile vivere di musica?

    «No, se continuiamo a immaginarci la cultura come un buco nero, inquietante e inutile, in cui le risorse si limitano a sparire. La situazione culturale genovese, devastata dai problemi economici e dall’assenza di progettualità, è stata finora solo di “mugugno”: perché non agire per ridare a Genova il suo patrimonio scomparso di orchestre, cori e compagnie liriche? La musica classica, ma soprattutto il melodramma, sono eccellenze italiane, di cui dobbiamo riappropriarci e che dobbiamo rivalutare, non però attraverso l’intervento statale bensì con una mentalità imprenditoriale che, in ogni altro settore, sembrerebbe ovvia e naturale. Un progetto come Operàpolis per essere “concreto” deve rimanere indipendente».

     

    Giulia Fusaro

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Giacobs

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Giacobs

    Federico Giacobbe, classe ’83, in arte Giacobs (soprannome datogli dagli amici), è un cantautore genovese.
    Fin da ragazzino coltiva una forte passione per cantautori come De André, Rino Gaetano, Battiato, De Gregori, passione che lo spinge a studiare canto e chitarra e a comporre i suoi primi pezzi; comincia a esibirsi in piccoli locali e partecipa a manifestazioni musicali come l’Accademia della canzone di Sanremo, il festival di Castrocaro, il festival di Ariccia, nonché a concorsi di poesia. Dopo un lungo periodo di inattività viene in contatto con Rossano Villa (ex membro dei Meganoidi e produttore) e Michele Savino (cantautore) i quali, come lui stesso dice: «capiscono esattamente quella che è la mia dimensione». Grazie alla loro collaborazione viene prodotto il suo primo disco “La rivoluzione della domenica”, pubblicato a marzo 2013.
    Attualmente porta avanti il suo progetto con tre nuovi compagni di viaggio: Enrico e William rispettivamente alle percussioni e alla chitarra, e Giulia ai cori.

    giacobs-musica-la-rivoluzione-della-domenicaEnrico Bovone – percussioni
    William Tarantino – chitarre
    Giulia Capurro – cori

    Genere: cantautore

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: MalaMente

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: MalaMente

    Il gruppo ha raggiunto la sua formazione definitiva nel 2011, quando arrivano a far parte della band Martina alla voce e Sergio al basso: insieme a Stefano, Emanuele e Federico danno vita a un progetto in cui sonorità acustiche ed elettriche si fondono a sostegno del continuo gioco di rimandi che avviene tra le due voci, maschile e femminile, che si rincorrono e si intrecciano per l’intera durata dei pezzi: questa è la vera peculiarità del loro sound, un mix originale arricchito inoltre dall’attenzione che i ragazzi dedicano ai testi. Con caparbietà ma anche molta voglia di scherzare sottolineano, sia suonando sia parlando con noi, la loro natura fatta di contrasti: si definiscono ironicamente “perfetti schizofrenici” da cui il nome MalaMente, come loro stessi dicono, “provocatorio ma con brio!”. Il loro terzo demo si chiama “Battiti”.

    malamenteStefano Balbi – voce, chitarre acustiche;
    Martina Cangelosi – voce;
    Emanuele Lanata – batteria, pianoforte;
    Federico Mulattieri – chitarre elettriche;
    Sergio Rigoli – basso, chitarra.

    Genere: pop rock

     

     

     

     

  • Irene Lamponi e Beppe Casales: il teatro genovese vola in Cina

    Irene Lamponi e Beppe Casales: il teatro genovese vola in Cina

    Irene LamponiIrene Lamponi, attrice e regista, e Beppe Casales, attore e drammaturgo, vivono a Genova dove hanno già sperimentato in precedenza forme di collaborazione in ambito teatrale, condividendo progetti di “teatro politico”; quest’estate si sono imbarcati in un’avventura senza precedenti e dai vicoli della nostra schiva città sono volati verso gli spazi immensi della Cina, per portare sui palcoscenici cinesi “Il Grande Salto”, uno spettacolo interamente pensato da loro.

    Dai caruggi genovesi alla muraglia cinese: come è arrivata l’idea di fare teatro proprio in Cina?

    «Il progetto di cui abbiamo fatto parte è stato organizzato dal Festival della Scienza di Genova e dalla Sast (Shanghai association for science and technology). Siamo stati chiamati da uno dei partner italiani che conosceva i nostri lavori e che aveva visto alcuni nostri spettacoli a Genova. Ciò di cui avevano bisogno era uno spettacolo teatrale su un tema scientifico da presentare all’interno del corso di formazione per animatori scientifici che il Festival della Scienza avrebbe portato in Cina per 3 mesi. Inoltre avevano bisogno che gli stessi attori potessero gestire un pomeriggio di workshop teatrale all’interno del corso.
    Abbiamo dovuto presentare un progetto di spettacolo che ha passato l’approvazione di tutti i partner italiani e cinesi e così è iniziata la nostra avventura in Asia. La tournée ha toccato undici teatri diversi, ogni settimana eravamo in un luogo diverso. Siamo stati principalmente a Shanghai data la sua vastità, rappresentando lo spettacolo in diversi distretti. Ma abbiamo portato lo spettacolo anche in altre città come Nanchino, Ningbo».

    “Il Grande Salto”: che significa? Di cosa trattava lo spettacolo? C’erano dialoghi? Se sì, la distanza culturale-linguistica ha costituito un ostacolo al coinvolgimento del pubblico?

    «Il testo dello spettacolo prevalentemente è stato tratto da “Vita di Galileo” di Brecht. Abbiamo inserito anche il ventiseiesimo canto della Divina Commedia (quello di Ulisse) e degli scritti di Einstein. Tutti i testi ragionano sull’innata tendenza umana ad andare oltre i propri limiti per scoprire il mondo: questo è il “grande salto”. Abbiamo voluto portare in scena il coraggio degli scienziati – e non solo degli scienziati – di provare ad andare oltre il conosciuto. Lo spettacolo è in lingua italiana. Lì in Cina il pubblico aveva i sopratitoli, ma questo non è stato un problema perché in Cina convivono molte lingue differenti, quindi il pubblico cinese è molto abituato a leggere i sopratitoli».

    irene-lamponi-casalesIl teatro cinese ha origini molto antiche, ma oggi i cinesi amano il teatro, lo frequentano? Che tipologia di pubblico avete avuto? Quali le differenze tra il pubblico cinese e quello italiano o meglio ancora genovese?

    «È stata decisamente una scommessa portare un testo contemporaneo come quello di Brecht in un paese che non ha drammaturgia contemporanea. In Cina il teatro è quello tradizionale, come potrebbe essere la nostra lirica o la commedia dell’arte. Il pubblico cinese è abituato a un teatro molto più esteriore. La reazione al nostro spettacolo è stata comunque buona. Abbiamo avuto pubblici estremamente differenti, dai bambini agli adulti, da professori ed esperti di scienza a non addetti ai lavori. Tutte le volte la reazione è stata positiva: i cinesi sono curiosi di tutto, soprattutto di ciò che non conoscono».

    In cosa è consistito il laboratorio?

    «Abbiamo tenuto un workshop di comunicazione per animatori scientifici e insegnanti di scienza. L’obiettivo era di farli lavorare su tecniche teatrali per migliorare la comunicazione con il pubblico dei Science Center e degli studenti. È stata un’esperienza straordinaria perché abbiamo avuto la possibilità di lavorare direttamente con loro (ogni settimana una sessantina di persone)».

    Avete avuto la possibilità di interagire per un periodo abbastanza lungo con una cultura millenaria e così lontana dalla nostra, in un paese ricco di contraddizioni…..cosa avete capito, cosa ne avete tratto?

    «La Cina è un paese straordinario e la parola che racchiude tutta la nostra esperienza lì è “contraddizione”. Sono tanto più avanti rispetto all’Europa (per non parlare dell’Italia) in alcune cose, e molto più indietro in altre. In generale quello che ci ha più colpito è la praticità con cui affrontano le cose, la loro curiosità. Dall’altra parte hanno grandi problemi di gerarchia e burocrazia. È insomma una continua e bellissima contraddizione».

     

    Claudia Baghino

  • Michele “Mezzala” Bitossi: intervista al cantautore genovese

    Michele “Mezzala” Bitossi: intervista al cantautore genovese

    Michele Mezzala BitossiDall’esordio nel 1998 con i Laghisecchi, passando per i Numero6 – che proprio quest’anno festeggiano il decimo anno di attività – per la creazione di un’etichetta indipendente e di uno studio di registrazione, fino ad arrivare alla pubblicazione del suo primo album da solista (con lo pseudonimo di Mezzala) e di un libro, il genovese Michele Bitossi è una poliedrica figura di musicista presente sulla scena musicale indie italiana da quindici anni e con all’attivo ben 9 dischi pubblicati e importanti collaborazioni con personaggi anche lontani dal mondo della musica (come lo scrittore Enrico Brizzi o il mitico telecronista sportivo Bruno Pizzul, che è comparso in uno dei videoclip di Michele). Pervaso di un amore incondizionato per la musica che finisce per configurarsi come una vera e propria necessità, Michele ha ripercorso per noi gli anni di carriera, parlando di passioni, idee, progetti presenti e futuri.

    Musicista, produttore, uno studio di registrazione….hai avuto esperienze in ciascuna branca del mondo della musica. Spostarsi da un ruolo all’altro è venuto naturale? Cosa ti piace di più fare oggi?

    «Quel che più mi piace è scrivere canzoni. Lo faccio di continuo e credo lo continuerò a fare per tutta la vita, a prescindere dal fatto che vengano pubblicate o che raccolgano consensi. Sono letteralmente ossessionato dalla creazione di brani nuovi, mi appaga tantissimo trovare nuovi giri di accordi su cui cantare melodie e parole. Potrà sembrare banale, ma è così. In generale nutro una passione pazzesca per la musica, sia come musicista che come ascoltatore. Questa passione mi ha portato ad azioni incredibilmente incoscienti, come per esempio fondare un’etichetta indipendente, la The prisoner, che nonostante mille difficoltà mi dà parecchie soddisfazioni. E’ bello condividere un percorso con artisti che ti piacciono, che produci con entusiasmo e che ti restituiscono in media una grande energia. Quanto allo studio anche quella, che condivido col mio amico fraterno e socio Mattia Cominotto (membro dei Meganoidi, ndr), è un’avventura entusiasmante. Il Greenfog sta andando alla grande, siamo molto contenti e intenzionati a fare sempre meglio».

     

    Michele BitossiHai vissuto la musica della scena indie ’90-’00, che non è certo quella di adesso. Cosa è cambiato secondo te in questi anni, in meglio e in peggio?

    «Da quando ho iniziato coi Laghisecchi (fine degli anni 90) a oggi sono cambiate parecchie cose. Intanto, molto banalmente, a quell’epoca i dischi si vendevano ancora, cosa che adesso non accade più, tranne rarissimi casi. In generale c’era molta meno congestione di band, cantautori, musicisti di quella che c’è adesso. Di conseguenza un album, quando usciva, se era buono, riusciva a godere della giusta attenzione per il giusto periodo di tempo, si potevano innescare di conseguenza certe dinamiche promozionali e i progetti, se meritevoli, venivano gratificati in una maniera quanto meno sensata, anche dal punto di vista live. Chi non meritava difficilmente arrivava a fare un disco, perché esisteva ancora un buon grado di meritocrazia e selezione, dovute soprattutto al fatto che non era ancora possibile realizzare album professionali con equipaggiamenti digitali e poco costosi. Si doveva andare in studio, e in studio ci andava in media solo chi lo meritava. Adesso escono cento dischi, ep, singoli al giorno, migliaia di ragazzi pubblicano musica senza la men che minima parvenza di autocensura, tutto è diventato semplicissimo grazie al web e alle applicazioni musicali che sono nate negli ultimi anni. Io, pur avendo un’etichetta, sono il primo che le adopera per diffondere la mia musica e quella dei gruppi che produco. Ritengo però che si sia arrivati ormai a una situazione fuori controllo. Dischi bellissimi vengono dimenticati dopo una settimana per fare spazio a valanghe di nuove cose, molte delle quali scadenti, false, inutili. C’è una gran confusione ed emergere è sempre più difficile. Detto tutto questo, però, credo che le belle canzoni vincano sempre, a prescindere da tutto. E oggi, a differenza di qualche anno fa, è molto più agevole farle ascoltare potenzialmente a tutto il mondo con due o tre click su una tastiera di un pc».

     

    Contestualmente, come è cambiato in tutto questo tempo il tuo approccio alla musica? Cosa ti preme esprimere adesso?

    «Beh, da un punto di vista tecnico posso dirti che, rispetto a quando ho iniziato, adesso è molto più semplice e immediato realizzare per i fatti propri dei provini di canzoni nuove con un suono piuttosto completo e professionale. Questo influenza certamente, almeno per me, il versante produttivo, rendendolo più razionale, veloce e organico. Un altro aspetto significativo è quello relativo al fatto che, ormai, si ragiona sempre meno per album ma c’è un forte ritorno all’ascolto e alla valorizzazione di canzoni singole. Uno strano ritorno a quel che succedeva negli anni sessanta che parte però da presupposti diversi, presupposti a cui accennavo prima (gli mp3, i-tunes, youtube, l’estrema velocità di fruizione e di consumo..). Da un punto di vista artistico il mio approccio alla musica non è mai cambiato nella misura in cui la passione e l’onestà che dedico a essa sono le stesse degli inizi. Quel che è cambiato certamente è il mio approccio alla scrittura di canzoni, certamente più consapevole, maturo e tecnicamente migliore rispetto ad anni fa. D’altra parte credo di aver mantenuto un certo grado di freschezza e naivete anche perché il mio modus operandi è tutto tranne che accademico ed è figlio di metodologie molto personali che poco hanno a che vedere con tecnicismi o manierismi».

     

    Ben si conoscono le difficoltà che stanno nel riuscire a fare di una passione una professione. A fronte dei tanti risultati raggiunti, oggi ti senti sicuro e fiducioso o percepisci precarietà come agli inizi?

    «Credo che per fare musica con velleità di un certo tipo in Italia sia obbligatorio essere fiduciosi. Io lo sono da sempre, diversamente avrei fatto come i tantissimi (alcuni anche di gran talento) che ho visto abbandonare in momenti di difficoltà. Credo sia una questione di motivazioni e di carattere: c’è chi smette di suonare e di scrivere perché non è in grado di fronteggiare degli insuccessi o non vede soddisfatte le proprie aspettative. O forse, semplicemente, realizza di essere tagliato per una vita più comoda. Sì perché, se è vero che sono sempre e comunque fiducioso è altrettanto vero che mi sento assolutamente un precario. Di sicuro non vivo di Numero6 o di Mezzala, ma faccio vari lavori inerenti all’ambito musicale. Sono padre di famiglia, mi devo dare molto da fare. Un aspetto interessante, che mi riguarda come riguarda parecchi altri miei colleghi, è la percezione che la gente ha di quel che facciamo, quasi sempre in un modo o nell’altro poco aderente alla realtà delle cose. Si va da chi non riesce proprio a considerare quello del musicista come un vero e proprio lavoro, a meno che tu non sia superfamoso, a chi si stupisce quando viene a sapere che faccio anche altri lavori oltre a suonare».

    numero6Dieci anni di Numero6: partendo dal presupposto che suonare non è lavoro fattibile in maniera automatica e asettica, come si trasformano le dinamiche creative in un gruppo di “lunga durata”?

    «Diciamo che le dinamiche creative non si sono mai trasformate più di tanto perché nei Numero6, come anche ancora prima nei Laghisecchi, ho sempre scritto io testi e musica delle canzoni, proponendole alla band in una forma già piuttosto avanzata. Ciò non toglie che, soprattutto negli ultimi due dischi dei Numero6, sia risultato crucialenumero6-dio-ce l’apporto dei miei compagni di avventura per quel che riguarda la stesura degli arrangiamenti. Quel che certamente è cambiato è il fatto che adesso siamo molto più esigenti con noi stessi rispetto al passato quando si tratta di realizzare un nuovo pezzo. Non ci accontentiamo più come una volta della prima versione ma proviamo parecchie soluzioni prima di prendere decisioni. Poi ci sono le dinamiche di gruppo, quelle certamente più complicate da gestire nel corso degli anni. La formazione è cambiata, ci sono state defezioni, rientri in organico, più o meno brevi collaborazioni. Fortunatamente solo in un caso c’è stato uno scazzo grosso, se no si è sempre trattato di avvicendamenti piuttosto naturali, dipesi dal normale corso degli eventi».

    Nell’ultimo disco “Dio c’è” i testi gettano lo sguardo sul presente disastrato che vediamo oggi. Secondo te a cosa deve e può servire la musica adesso, per chi la fa e per chi la ascolta?

    «I testi degli ultimi due dischi dei Numero6 sono abbastanza diversi da tutto quello che ho scritto in precedenza. Anche sollecitato dai miei compagni ho cercato di essere più diretto e di parlare meno di questioni personali, cosa che ho fatto nel mio album solista a nome Mezzala. Ho iniziato a scrivere delle storie, immedesimandomi in una serie di personaggi, cercando di utilizzare una tecnica narrativa che mi affascina parecchio, ossia quella del “narratore inattendibile”. Nello specifico di “Dio c’è” in effetti ci sono dei riferimenti alla situazione socio politica italiana. Questo non vuol dire però che quando scrivo voglia pontificare chissà cosa. Esprimo semplicemente un punto di vista, condivisibile o meno. Non so dirti a cosa deve o può servire la musica adesso, è un discorso troppo complicato che richiederebbe pagine e pagine. Ho l’impressione che la musica ultimamente venga molto “maltrattata” sia da chi la fa sia da chi la ascolta. Personalmente la musica mi serve a vivere, e non mi sto riferendo certo a questioni prosaicamente economiche ma a qualcosa che riguarda l’ossigeno necessario a respirare».

    michele-bitossiNella tua musica è frequente la metafora calcistica. C’è un motivo particolare per cui il linguaggio del pallone entra così spesso nella tua produzione creativa?

    «Beh, sono un tifoso “malato” del Genoa, ho visto la mia prima partita allo stadio nel 1979 a 4 anni…Credo sia normale che una passione forte come quella per il calcio ogni tanto faccia capolino nelle mie canzoni. Quando capita cerco però di non essere pesante o didascalico ma di affrontare la cosa con ironia. E’ stato così soprattutto nel mio esordio solista, che ho intitolato “Il problema di girarsi” citando una delle frasi più note del grande Bruno Pizzul, che ha anche partecipato al videoclip di “Ritrovare il gol”».

    Che legame, o che differenza, c’è per te tra il flusso di coscienza che finisce nelle canzoni e quello che è finito nel tuo libro? Insomma, quello che hai scelto di dire in prosa avresti potuto metterlo in musica o era in qualche modo intraducibile ed esigeva la forma che ha preso?

    «Non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro. Semplicemente me lo ha chiesto una casa editrice che poi però ha deciso di chiudere la collana per cui sarebbe dovuto uscire il mio scritto. Mi sono ritrovato con il materiale finito in mano e ho deciso di accettare la proposta di pubblicazione di una casa editrice genovese, con cui alla fine “Piccoli esorcismi tra amici è uscito”. Non si tratta di un romanzo ma di una serie di pensieri, di racconti più o meno brevi. “Flusso di coscienza” in effetti mi pare una definizione piuttosto appropriata e ti dico che sì, parecchi di quegli scritti, rielaborati a dovere, sarebbero potuti diventare testi di canzoni».

    Molte recensioni ti attribuiscono ispirazioni e influenze molteplici tirando in causa cantautori e gruppi nostrani e stranieri…..ma se dovessi dirlo tu, c’è qualcuno che ha davvero influenzato il tuo modo di comporre e fare musica?

    «Nel corso degli anni ho letto le cose più strane e in merito alle mie presunte influenze. Francamente ho smesso di prestare attenzione a queste cose parecchio tempo fa. D’altra parte è normale è giusto che chi scrive di musica dica la sua. Il problema, se mai, è che anche in questo ambito ormai c’è tantissima gente che si improvvisa critico musicale su un blog o su una webzine senza conoscere nemmeno la differenza tra una chitarra e un basso. Detto questo le mie influenze musicali e letterarie sono tante e diverse tra loro. Ho ascoltato e ascolto tantissima musica, dal rock al soul, dall’hip hop all’elettronica più pesa. Ti farò due nomi su tutti, i R.e.m. e Ivan Graziani».

     

    Claudia Baghino

     

  • Progetto Basamenti, Palazzo Ducale: gli autori di “Riflessioni in piazza”

    Progetto Basamenti, Palazzo Ducale: gli autori di “Riflessioni in piazza”

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelliProsegue il progetto di Sala Dogana “Basamenti“, che vede protagonisti i piedistalli in marmo di Piazza Matteotti, quelli che un tempo ospitavano le statue di Andrea e Gio Andrea Doria e che oggi si stagliano, solitamente vuoti, ai lati dello scalone d’accesso a Palazzo Ducale. Fino al 29 settembre è possibile vedere esposta la seconda delle tre opere vincitrici del concorso artistico nazionale indetto dal Comune di Genova: un’installazione dal titolo “Riflessioni in piazza“, firmata dai due architetti ed artisti napoletani Liberato Aliberti e Roberta Pacelli. Si tratta di due strutture in metallo identiche tra loro e completamente ricoperte di cd: mossi dal vento, i ben 768 compact disc si agitano nell’aria riflettendo in ogni direzione la luce che li colpisce. Ecco cosa i due artisti raccontano a proposito della loro opera.

     

    Il titolo suggerisce il doppio significato di “riflessioni” come luce che si riflette sulla superficie dell’opera e come riflessione stimolata dall’opera stessa in chi la guarda. In questo senso, quali riflessioni vi augurate che nascano dall’osservazione del vostro lavoro?             

     «Sicuramente auspichiamo che l’opera possa indurre le persone a riflettere sulla condizione di “overspending” dell’uomo contemporaneo, sulla sua troppo grande impronta ecologica,  sui rifiuti prodotti e  sullo spreco; sull’uso smisurato delle risorse naturali insomma. Ci piacerebbe fosse uno strumento che rendesse palesi le potenzialità delle risorse rinnovabili, nella facti species il sole ed il  vento che di fatto animano  la nostra installazione. E poi c’è la questione del “super-uso”, del riutilizzo creativo di oggetti di rifiuto per altri fini, invitando a guardare con creatività gli oggetti destinati a rifiuto per scoprirne i possibili e potenziali riutilizzi».

    Come siete giunti a trarre elementi d’ispirazione proprio dalla tribù Hopi e in che modo essa ha a che fare con l’opera? Ad un primo sguardo infatti l’installazione è quanto di più lontano si possa pensare dalla natura e dalla cultura delle tribù di nativi americani.

    «Più che di ispirazione parleremmo di riferimento ex post. Il rimando alle tribù Hopi è  relativo  al loro essere un esempio di comunità organiche che ritenevano la vita umana – spirituale ma anche e soprattutto biologica – strettamente connessa ed interdipendente agli equilibri cosmici. Le cerimonie Hopi erano riti atti ad invocare i cicli naturali (solstizi ed equinozi) oltre che le piogge e i venti;  l’entità Natura veniva chiamata a presenziare la cerimonia attraverso il suo rendersi palese nei fenomeni meteorologici. Era questo un modo per celebrare le funzioni ecologiche e se l’ecologia è la scienza delle relazioni, noi attraverso questa opera abbiamo voluto esaltare le relazioni della piazza con il sistema ambientale, sole e vento. Purtroppo la modernità,  sventolando altre bandiere, ha via via sminuito l’importanza delle interconnessioni tra uomo e natura; in questa sua ultima fase, già da decenni denominata “post-moderna”, spetta a noi lanciare dei messaggi critici e spiragli immaginifici per il futuro; noi ci proviamo!».

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelli-4Avete utilizzato materiale di riciclo ma ciò non significa necessariamente un aspetto “usato” o povero dell’opera, anzi i cd hanno qualità visive ed estetiche notevoli: la forma perfetta e la capacità di riflettere la luce in tutti i colori dell’iride….sembra quasi abbiate voluto mettere in evidenza una sorta di bellezza estetica e morale dell’atto di riciclare. E’ così?

    «Nonostante la resa formale fosse per noi cosa importantissima non possiamo dire che l’estetica del riuso fosse per noi un obiettivo di concetto. Nonostante il riciclo creativo sia cosa auspicabile ancora meglio sarebbe ridurre  al minimo il consumo di materiali inquinanti.

    Nonostante sia chiara la gravità della situazione ambientale a livello globale, molti se ne fregano totalmente: niente riciclo, niente attenzione all’ambiente, e come tutte le estati le spiagge si popolano di rifiuti di ogni genere. Secondo voi perché è un atteggiamento così diffuso, nonostante le accortezze per fare la propria parte siano alla portata di tutti? Se non bastano le campagne di sensibilizzazione, pensate che un’opera come la vostra possa realmente stimolare l’attenzione verso questi temi?

    «Non pensiamo ma forse un po’ ci speriamo nella misura in cui se “l’etica libera la bellezza” la  bellezza libera l’etica».

    Liberato: hai lavorato all’estero, hai trovato più rispetto per la terra che qui da noi?

    «In generale direi di no; ovunque le persone sembrano affannarsi per rincorrere altri valori dimostrando una forte  miopia su questo tema. Sono purtroppo pochi i casi,che io conosco, di singole persone, gruppi associati o comunità che lottano per difendere l’ecologia del proprio territorio o esplorano modi alternativi ed equilibrati di “abitare la Terra”. Ho cercato di imparare molto da queste realtà minori: recentemente infatti, grazie ad una borsa di studio ho trascorso sei mesi ad Auroville in India, un ecovillaggio dove da decenni vengono sperimentate pratiche sostenibili ed ecologiche, in maniera olistica abbracciando tutta la sfera delle attività umane, dall’agricoltura alle costruzioni; credo che da questi pionieri si debba imparare».

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelli-2Il riciclo fa venire subito in mente anche le ecomafie e le gravi negligenze da parte delle autorità sui temi legati all’ambiente: avete pensato anche a questo nella realizzazione del lavoro?

     «Non ci aspettiamo alcun cambiamento da parte delle autorità sui temi ambientali. Spesso tali autorità non sono altro che un ostacolo ad un’evoluzione sostenibile e libertaria della società, un esempio lampante è  l’impedimento dell’autogestione dell’energia e dei rifiuti. Nella nostra opera abbiamo utilizzato CD di un polimero potenzialmente riciclabile;  purtroppo il nostro Paese nel recepire la direttiva europea in materia di raccolta differenziata e riciclaggio non menziona tali supporti come riciclabili. Purtroppo la nostra fiducia nei governi – vari ed eventuali, locali e nazionali – è ai minimi storici e le città che ci hanno dato i natali non aiutano in questo. Le nostre posizioni politiche sono abbastanza dissimili e motivo di discussioni piuttosto avvampate. Il riferimento  al marciume che sta soffocando Napoli non c’è; questa è cosa altra».

    Una volta smessa l’installazione, la riposizionerete altrove o sarà smantellata?

    «L’installazione è site-specific, cioè appartiene ai Basamenti di Palazzo Ducale; nonostante questo non escludiamo un reimpiego dei pezzi. Nei tre mesi che passeranno i CD saranno inutilizzabili per lo stesso fine perché il sole ne degraderà l’effetto iridescenza, pertanto stiamo pensando di impiegarli per creare degli oggetti di design sperimentando così una formula di “super-super-uso”».


    Claudia Baghino

  • La Pozzanghera, la compagnia teatrale genovese compie venticinque anni

    La Pozzanghera, la compagnia teatrale genovese compie venticinque anni

    La Pozzanghera GenovaLa Compagnia teatrale genovese La Pozzanghera viene costituita formalmente nel 1988 da un gruppo di amici con l’iniziale “folle idea” di fare teatro ma anche di abbinare sport e spettacolo. Da anni ormai attivi nel panorama genovese e nazionale (la Pozzanghera porta in giro i propri spettacoli tra Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e molti altri posti), da poco reduci dai festeggiamenti per il loro venticinquesimo compleanno, siamo andati a fare quattro chiacchiere con il presidente della Compagnia, Domenico Baldini, che ci ha raccontato la storia del gruppo, e con la regista Lidia Giannuzzi, che ci ha dato interessanti anticipazioni sul calendario per la stagione 2013-2014, che si aprirà a settembre. Abbiamo curiosato tra i preparativi dei prossimi spettacoli e abbiamo scoperto che…

    Domenico, raccontaci come e perché nasce l’idea della Pozzanghera…
    «Siamo nati ormai parecchi anni fa e il compleanno che abbiamo festeggiato quest’anno ci inorgoglisce e ci fa gioire dei risultati ottenuti. Quando abbiamo iniziato, nel 1988, non ci aspettavamo nemmeno noi, forse, di essere ancora qui a raccontare dei nostri successi 25 anni dopo. Siamo partiti come un’associazione che riuniva le due discipline di sport e teatro: il felice connubio, durati qualche anno, è stato poi sciolto tempo dopo per lasciare spazio esclusivamente all’attività teatrale. Inizialmente avevamo previsto delle sezioni dedicate allo sport, con una scuola di calcio, pallavolo e ginnastica, ma poi questa attività si è un po’ “persa” e la parte teatrale è diventata predominante: sotto questo profilo c’è stata una crescita dal punto di vista dell’allargamento dell’offerta e dell’aumento della qualità. Abbiamo iniziato a collaborare con vari esponenti illustri del teatro sia ligure che -fuori dai confini regionali- nazionale, per aumentare la nostra personalità e creare un “prodotto” professionale. Vogliamo che chi viene a vederci, a prescindere dal giudizio sullo spettacolo (che può piacere o meno), riconosca il valore oggettivo e la professionalità del nostro lavoro. Inoltre, abbiamo dato avvio a vari corsi e stage, come ad esempio il Corso sul corpo, tenuto da Yves Lebreton (FI), Corsi di regia tenuti da Erika Bilder e da Maria Stefanache (MI), Corsi di recitazione e dizione tenuti dall’attore genovese Pino Petruzzelli e quello sul teatro del racconto tenuto da Laura Curino, anche lei genovese. Ma oltre a questi ce ne sono stati molti altri nel corso degli anni…»

    La compagnia teatrale: com’è costituita?
    «Negli anni ci sono state fasi alterne e anche il numero dei collaboratori si è spesso alternato, passando da grandi numeri iniziali, a circa una ventina di persona, fino a un minimo di 4. Oggi siamo in 12, fissi, con altri collaboratori e artisti che intervengono in alcuni spettacoli: siamo un gruppo ben affiatato e consolidato, e -nonostante le alterne vicende del passato- oggi abbiamo creato un nucleo forte che ci permette di stare uniti e lavorare nel massimo dell’affiatamento. Insieme riusciamo a preparare un gran numero di spettacoli e di iniziative -anche innovative e “fuori dagli schemi”- che proponiamo al nostro pubblico: finora, la risposta è stata più che buona e siamo molto soddisfatti del nostro lavoro»

    Lidia, dacci qualche anticipazione su quello che ci aspetta…
    «La nostra attività riparte presto, e a settembre siamo già nel pieno. A metà settembre saremo alla Lanterna con uno spettacolo itinerante, per conoscere meglio i mestieri legati al Porto tramite le interviste a 8 lavoratori, personaggi colti mentre lavorano che ci spiegano di cosa si occupano. Leggero e ironico, lo spettacolo indaga in profondità le figure di lavoratori che, così vicini, spesso non conosciamo, e fa luce su un mondo, quello del Porto, spesso dato per scontato e non veramente conosciuto. Dopo la tragedia della Torre dei Piloti e il brutto incidente in Porto, abbiamo voluto pensare la Lanterna come faro che illumini non solo in lontananza, ma che faccia anche luce su quel che succede sotto ai nostri occhi. È un viaggio alla scoperta di quel che ci sta attorno.

    Si prosegue a metà novembre con la presentazione di “Rumori fuori scena”, al teatro Govi. Ben noto al pubblico genovese, lo spettacolo che porteremo in scena sarà costruito in modo meno cinematografico e più fedele al testo teatrale che non alla ricostruzione filmica. Ancora, saremo al Teatro dell’Ortica a fine gennaio, e poi a febbraio al Verdi per presentare in anteprima il nostro nuovo spettacolo per ragazzi, che debutta in questa occasione. Al Teatro dell’Ortica, poi, a febbraio riproponiamo “Giorgio perdonaci!”, spettacolo dedicato a Giorgio Gaber. Infine, il 5 e 6 aprile saremo al Garage per presentare in anteprima il nostro nuovo spettacolo, tratto dal testo di Fausto Paradivino, “Natura morta in un fosso”: solo due attori in scena, in uno spettacolo dai toni drammatici e intimistici. Vale davvero la pena vederlo. Di solito ci chiedono di cimentarci prevalentemente in produzioni di stampo comico, più “leggere”, ma dal nostro punto di vista è importante garantire un buon grado di varietà e alternanza tra spettacoli comici e drammatici, sia per noi che per il nostro pubblico. In questo modo possiamo garantire un buon equilibrio e una varietà, che di certo viene premiata. Adesso è ancora tutto in fase “work in progress”: sto lavorando or ora alla scrittura dei testi e sto pensando alle date, alle scene, a tutto. C’è molto fermento, molte idee, già molte certezze, ma ancora dubbi sulle date precise e sui nomi definitivi con cui presenteremo gli spettacoli al pubblico».

     

    Elettra Antognetti

  • La Murga dei Vicoli: musica e solidarietà alla Maddalena, futuro incerto

    La Murga dei Vicoli: musica e solidarietà alla Maddalena, futuro incerto

    murga-vicoliSpesso le attività di aggregazione sociale nel centro storico genovese si basano sull’iniziativa libera e spontanea dei singoli, che riunendosi in gruppi danno vita a piccole luminose realtà fatte di persone che hanno voglia di condividere tempo, idee, conoscenze creando una rete di socialità e mutuo soccorso che si contrapponga all’abbandono e al degrado in cui purtroppo spesso versano i nostri caruggi. La Murga dei Vicoli è una di queste vitali realtà: murga, parola spagnola per indicare una forma di teatro di strada accompagnato da musica e giocoleria è il termine adottato da questo gruppo informale – nato nel sestiere della Maddalena – che non ha mai avuto progetti predefiniti ma ha costruito la propria identità e il rapporto col quartiere giorno per giorno, in base alle esigenze che si presentavano di volta in volta. Più semplicemente loro stessi si definiscono “quelli dei tamburi”, convinti che “solo attraverso l’autorganizzazione e la pratica quotidiana possiamo vivere meglio il nostro disastrato territorio; questo territorio che ci sta a cuore e che abbiamo sempre cercato di colorare con la nostra musica, con i nostri ritmi a rompere le gabbie del silenzio, della discriminazione e dell’emarginazione”. Oggi la Murga si trova in difficoltà poiché a breve resterà priva degli spazi che utilizza per riunirsi. Abbiamo parlato con Arianna, componente del gruppo, che ci ha raccontato la loro storia.

    Cos’è la Murga, come e quando è nata?

    «La Murga dei Vicoli nasce circa 4 anni fa – dall’idea di alcuni che ne fanno ancora effettivamente parte e di altri che non hanno proseguito il percorso – di creare una murga a Genova. In Sud America, soprattutto in Argentina e in Uruguay, ci sono moltissime murgas: spesso ogni quartiere ha la sua murga di suonatori di percussioni uniti a teatranti e danzatori, che portano messaggi di allegria ma anche di lotta nella quotidianità del quartiere, nelle manifestazioni, nei momenti di festa, nelle occasioni speciali…».

    Come interagite con il quartiere e i suoi abitanti?

    «La Murga dei Vicoli s’ispirava, e si ispira, al fatto di essere un gruppo informale di persone di ogni età aperto a tutti e tutte, i cui membri non siano necessariamente dei musicisti, e infatti nel nostro caso solo alcuni già sapevano suonare le percussioni quando si sono uniti al gruppo. La Murga esce a  suonare per le strade del quartiere e oltre, a fianco di molte lotte e manifestazioni per la dignità: a fianco al popolo palestinese, contro il TAV, insieme ai bambini e alle famiglie, contro la guerra e la repressione, al funerale di Don Andrea Gallo… e in molte altre occasioni».

    murga-vicoli-3Dove vi siete riuniti finora, quali spazi avete utilizzato?

    «Inizialmente la Murga era ospite di uno spazio del Comune in Via della Maddalena. Quando lì sono dovuti iniziare dei lavori ha spostato le sue prove nello spazio di Piazza Posta Vecchia (facente parte delle aree legate al progetto “Patto per lo Sviluppo della Maddalena”, ma di fatto lasciato inutilizzato) dove è rimasta per più di 3 anni. In questo spazio le prove sono sempre state, e lo sono ancora adesso, il giovedì pomeriggio dalle ore 17 circa alle ore 19 circa».

    Può partecipare anche chi non ne fa già parte?

    «Le prove sono aperte a tutti i curiosi e a chi voglia unirsi! Il gruppo ha sempre cercato di mostrarsi aperto e rispettoso nei confronti del vicinato, cercando per esempio di non recare disturbo la sera tardi; l’assemblea della Murga è un momento aperto a tutti, il giovedì sera ore 19 circa, così che chi volesse comunicare con il gruppo possa farlo liberamente».

    Quali problemi sono sorti recentemente?

    «Lo scorso dicembre è giunta la notizia che dovevamo lasciare lo spazio, per il quale ci sarebbe un progetto di allargamento del Distretto sociale Pré-Molo-Maddalena. Il suddetto progetto è approvato già da diverso tempo, probabilmente qualche anno… ma dall’approvarsi al farsi generalmente di tempo ne passa, e intuendo che non sarebbe iniziato nulla nell’immediato la Murga ha deciso di tenere alzata l’ennesima saracinesca che sarebbe rimasta chiusa. Da gennaio in poi è quindi iniziato un periodo in crescendo, abbiamo risistemato lo spazio, abbellito e reso un luogo vivo e aperto in molti modi diversi».

    murga-vicoli-2Quali attività avete organizzato?

    «Dal laboratorio di cucito gratuito che si è tenuto 2 volte alla settimana, alle attività per bambini alcuni pomeriggi; dal baratto di vestiti ed oggetti una volta al mese, alle cene invitando persone del quartiere; dalle iniziative di sensibilizzazione sulla Palestina, sulla situazione in Siria, sull’immigrazione, alle proiezioni di film».

    Quali progetti per il futuro e per la ricerca di nuovi luoghi di ritrovo?

    «La Murga probabilmente a fine estate dovrà andarsene da Posta Vecchia, perché i lavori inizieranno. Che cosa sia da farsi ora non è ancora cosa conosciuta. La Murga nel corso degli anni ha collaborato e intessuto legami di solidarietà e di amicizia con molte realtà sia del centro storico che esterne, e sicuramente vorrà continuare a farlo, ma in questo ha sempre mantenuto la sua autonomia di gruppo slegato dalle istituzioni, autogestito, informale… e queste sono caratteristiche che vuole mantenere».

    Visto che il gruppo è totalmente aperto a nuove idee, persone e progetti, chi volesse contribuire….sa dove trovarli!

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Magellano

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Magellano

     

    I Magellano nascono a fine 2010 a Genova grazie all’unione creativa di tre musicisti e amici che – incontrandosi spesso «sotto i palchi» come racconta uno di loro – decidono di dare vita a un collettivo, qualcosa di diverso rispetto a ciò che ognuno di loro aveva fatto fino ad allora in ambito musicale. Provengono da esperienze molto diverse (crossover, hardcore, indie pop, cantautorato) e non amano definire in maniera precisa i confini stilistici della musica che suonano.

    Senza imporsi particolari tabelle di marcia e in grande naturalezza cominciano a comporre, facendo uscire il primo singolo, “OK OK”, seguito a ruota dal secondo singolo “Il pasto di Varsavia” e dall’uscita del primo album “Tutti A Spasso” a fine 2012. «Il bello e il brutto di questo disco è che non è un disco – dice Alberto, già membro degli Ex-Otago e “coniglio rapper” del Chiambretti Night Show – ma un prodotto realizzato in viaggio, motivo per cui si chiama Tutti A Spasso: viaggio delle nostre vite, viaggio fisico, viaggio mentale. È un titolo dolce-amaro perché l’espressione “a spasso” è riferita sia alla gente che non lavora più sia alla vita del tour, che è appunto in giro, a spasso».

    E ugualmente legato al tema dell’esplorazione, della scoperta e del viaggio è il nome che i ragazzi hanno scelto per il gruppo, in omaggio al celebre navigatore che compì la prima circumnavigazione del globo. «Il messaggio positivo insito nel disco è l’incitazione a muoversi, a fare qualcosa, a sopravvivere in questa nazione» aggiunge Alberto. Per l’estate 2013 il gruppo prevede di fare un nuovo video e portare in giro il progetto live coinvolgendo anche dei performers professionisti, nello specifico una crew genovese di ballerini hip hop (capitanata da Jacopo “Pillo” Pilloni) che si esibisce già in uno dei loro video: «Siamo dei marinai rodati – scherzano – ma il viaggio è appena iniziato».
    magellanoAlberto “Pernazza” Argentesi: crooner e voce narrante
    Danilo “Drolle” Rolle: batteria
    Filippo “Filo Q” Quaglia: tastiere e voce cantante

    Genere: hip hop, elettronica, reggae, lo-fi, dubstep, punk