Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Armadio Verde, è ora di scambiare: il centro swapping a Genova

    Armadio Verde, è ora di scambiare: il centro swapping a Genova

    armadio-verde-negozioA Genova, in Salita della Tosse 8 r, dietro Via San Vincenzo e a due passi dalla stazione di Genova Brignole è nato da qualche mese (aprile 2013) l’Armadio Verde, un negozio dove non si compra nulla, non gira denaro, è vietato pagare. Una boutique fashion, ma solo con i vestiti che altri non vogliono più. Com’è possibile? Come funziona L’Armadio Verde?

    Sfruttando le regole del ben più antico baratto, si ingegna per far fronte alla crisi, pur continuando ad offrire prodotti di qualità, tanto da essersi aggiudicato il premio Start Green, per le start-up sostenibili. Il negozio, una catena in franchising, offre la possibilità alle mamme di acquistare e scambiare i vestitini che i loro bambini (in età 0-10 anni) non usano più, di portarli all’Armadio, acquisendo un “punteggio” in forma di stelline che vengono accreditate per ogni capo portato, e di acquisire in cambio altri vestiti, portati da altre mamme, in base al numero di stelline a disposizione. Risparmiando senza rinunciare alla qualità.

    L’idea è venuta a David Erba, genovese approdato a Milano qualche anno fa, dove ha lavorato come consulente nel settore marketing. Proprio a Milano, David ha iniziato questa avventura, ma non si è dimenticato della sua città d’origine, con cui ha mantenuto un forte legame e cui ha pensato da subito, al momento di lanciarsi in questa avventura.

    L’Armadio Verde, il marketing e Genova: David raccontaci come nasce il tuo progetto.

    «Nata tre-quattro mesi fa, quella di Genova è la quarta sede di Armadio Verde: la prima, a Milano due anni fa, le altre sempre tra Milano (tre in tutto nel capoluogo lombardo, fra Corso Genova, Sempione, Porta Romana), e Busto Arsizio. L’idea nasce da un’esigenza personale: nel luglio 2010 io e mia moglie abbiamo avuto una bambina. La nostra prima figlia: tanto entusiasmo, nostro e di parenti e amici; poca esperienza, tanti acquisti e tanti regali. Dopo 6 mesi, l’armadio strapieno di vestitini e bavaglini. In virtù della mia formazione da business man, forse, mi sono messo a riflettere assieme a mia moglie per cercare di capire come ovviare a questo problema in modo intelligente e proficuo, per noi e per i molti altri che –come noi- vivevano questa situazione. Da lì, l’idea dell’Armadio: non ci entusiasmava la prospettiva di un semplice mercatino dell’usato dove lasciare le cose che non si vogliono più e sbarazzarsi degli “esuberi”. Volevamo dare modo alle mamme e ai genitori come noi di liberarsi da un lato, riempire di altre cose dall’altro, più utili, nuove, in buono stato. Come una vera estensione del nostro guardaroba privato, ma per strada. Inoltre, era anche una buona opportunità per le mamme di trovare quello che cercavano praticamente a costo zero, o anche di intraprendere una nuova forma di business sostenibile, che sappia conciliare il lavoro di mamma alle esigenze professionali: chiunque lo voglia, può decidere di aprire una nuova sede. Il materiale di certo non manca, basta guardare nei nostri armadi, in cantina, nei bauli, radunare tutto e iniziare l’avventura. Anche i costi di avviamento e gestione sono contenuti e le boutique sorgono spesso nelle vicinanze di scuole/asili e parchi per bambini e delle vie dello shopping tradizionale. A questo proposito, stiamo già allargando la nostra rete: a breve, l’apertura della sede di Bergamo, ad esempio, e tante le richieste di apertura di nuovi esercizi anche in altre parti d’Italia».

    Salita della Tosse, GenovaCome funziona?

    «Il nostro è un club. I vestitini vengono selezionati e viene loro assegnato un valore in “stelline” (in base alla marca, alla tipologia del capo, ecc.), che saranno accreditate su una Swapping Card, di cui si entra in possesso quando si diventa soci, previo pagamento di una tessera associativa annuale. Con le stelline ci si potrà portare a casa capi lasciati all’Armadio da altre mamme, non solo a Genova, ma anche nelle altre sedi, visto che siamo tutti parte dello stesso network. Pagando la tariffa associativa si potranno scambiare senza limiti tutti i vestiti che si desidera (anche tutti i giorni) per un anno. Il modello è: paghi una volta, acquisti per sempre. Portando altre mamme, invogliando altre persone a fare parte del nostro network, acquisti benefici e li fai acquisire anche a loro, e a noi. Un meccanismo virtuoso: aumenta la quantità, aumenta la soddisfazione di tutti».

    Lo swapping, una risposta alla crisi?

    «Sì, sicuramente. La nostra start-up nasce con questa intenzione: far fronte alla crisi, alla bassa disponibilità economica che costringe molti genitori a grandi sacrifici. Abbiamo pensato che il settore dell’abbigliamento per bambini fosse uno dei più “delicati”. I vestiti per bambini sono i primi a diventare obsoleti, vista la crescita rapida dei piccoli, e spesso si è costretti a buttarli o darli via ancora nuovi: da qui, l’idea dello swapping. Amante soprattutto dei bambini e del mondo visto con i loro occhi, ho deciso di abbandonare il lavoro di consulente e lanciarmi in toto in questa avventura di commercio solidale (ne sono co-fondatore, assieme a mia moglie: io mi occupo della parte burocratica e noiosa, dei numeri e dei bilanci, mentre lei della parte divertente, della moda, dei contatti. Qualcuno deve pure fare il “lavoro sporco”…), secondo il modello di scambio equo senza transazioni economiche ma fondato sulle regole della condivisione, del do ut des. Antispreco ed anticrisi, questo sistema consente di allungare il ciclo di vita degli oggetti buoni, delle cose belle, unendo la massa critica dei prodotti alla massa critica delle mamme in un sistema integrato, una ”agorà” fisica e virtuale che unisca gli oggetti veri e propri alla community online di sostenitori e promoter. Il tutto, secondo le stesse regole di “mercato share” in tutti gli esercizi».

    Una start-up giovane e intelligente.

    «Sì, nel 2011 Armadio Verde ha vinto il quarto bando di Start Green. L’innovazione è stata fare di una pratica in uso da sempre tra le mamme amiche e parenti di tutto il mondo, un’idea di business, rivisitare un’usanza casalinga rendendola più chic e organizzata. Come per ogni altra start-up che si rispetti, anche qui è stata messa a punto una corporate identity, sito internet, logo, swapping card, come una carta di credito ad uso delle clienti per l’”acquisto”, shoppers e flyer promozionali. Il tutto, rigorosamente “green” ed ecosostenibile».

    Perché Genova? Si fa un gran parlare di come la nostra città stia morendo: l’Armadio Verde che esempio può dare?

    «Perché, anche se me ne sono andato ormai anni fa, il mio cuore è rimasto genovese. E il mio sangue e il mio temperamento anche: forse per questo ho declinato le mie competenze manageriali nell’ottica del risparmio, del riutilizzo, del non buttare, del ridare valore. Sì, perché i genovesi, diciamolo, non sono quelli che non vogliono spendere: sono piuttosto quelli che vogliono spendere bene. In un momento storico come questo, in cui le logiche del commercio tradizionale collassano su se stesse, l’economia tradizionale è ferma e la moneta non circola, ha successo un modello diverso, che esce dalle logiche tradizionali e dà risposte a bisogni contingenti. Questa crisi ci ha resi consumatori più consapevoli e ci ha insegnato a ritornare al passato, a saper discernere valore e apparenze. Genova oggi è un terreno pronto per sperimentare qualcosa di nuovo, e lo dimostra l’accoglienza che ha riservato all’Armadio».

    Elettra Antognetti

  • La Murga dei Vicoli: musica e solidarietà alla Maddalena, futuro incerto

    La Murga dei Vicoli: musica e solidarietà alla Maddalena, futuro incerto

    murga-vicoliSpesso le attività di aggregazione sociale nel centro storico genovese si basano sull’iniziativa libera e spontanea dei singoli, che riunendosi in gruppi danno vita a piccole luminose realtà fatte di persone che hanno voglia di condividere tempo, idee, conoscenze creando una rete di socialità e mutuo soccorso che si contrapponga all’abbandono e al degrado in cui purtroppo spesso versano i nostri caruggi. La Murga dei Vicoli è una di queste vitali realtà: murga, parola spagnola per indicare una forma di teatro di strada accompagnato da musica e giocoleria è il termine adottato da questo gruppo informale – nato nel sestiere della Maddalena – che non ha mai avuto progetti predefiniti ma ha costruito la propria identità e il rapporto col quartiere giorno per giorno, in base alle esigenze che si presentavano di volta in volta. Più semplicemente loro stessi si definiscono “quelli dei tamburi”, convinti che “solo attraverso l’autorganizzazione e la pratica quotidiana possiamo vivere meglio il nostro disastrato territorio; questo territorio che ci sta a cuore e che abbiamo sempre cercato di colorare con la nostra musica, con i nostri ritmi a rompere le gabbie del silenzio, della discriminazione e dell’emarginazione”. Oggi la Murga si trova in difficoltà poiché a breve resterà priva degli spazi che utilizza per riunirsi. Abbiamo parlato con Arianna, componente del gruppo, che ci ha raccontato la loro storia.

    Cos’è la Murga, come e quando è nata?

    «La Murga dei Vicoli nasce circa 4 anni fa – dall’idea di alcuni che ne fanno ancora effettivamente parte e di altri che non hanno proseguito il percorso – di creare una murga a Genova. In Sud America, soprattutto in Argentina e in Uruguay, ci sono moltissime murgas: spesso ogni quartiere ha la sua murga di suonatori di percussioni uniti a teatranti e danzatori, che portano messaggi di allegria ma anche di lotta nella quotidianità del quartiere, nelle manifestazioni, nei momenti di festa, nelle occasioni speciali…».

    Come interagite con il quartiere e i suoi abitanti?

    «La Murga dei Vicoli s’ispirava, e si ispira, al fatto di essere un gruppo informale di persone di ogni età aperto a tutti e tutte, i cui membri non siano necessariamente dei musicisti, e infatti nel nostro caso solo alcuni già sapevano suonare le percussioni quando si sono uniti al gruppo. La Murga esce a  suonare per le strade del quartiere e oltre, a fianco di molte lotte e manifestazioni per la dignità: a fianco al popolo palestinese, contro il TAV, insieme ai bambini e alle famiglie, contro la guerra e la repressione, al funerale di Don Andrea Gallo… e in molte altre occasioni».

    murga-vicoli-3Dove vi siete riuniti finora, quali spazi avete utilizzato?

    «Inizialmente la Murga era ospite di uno spazio del Comune in Via della Maddalena. Quando lì sono dovuti iniziare dei lavori ha spostato le sue prove nello spazio di Piazza Posta Vecchia (facente parte delle aree legate al progetto “Patto per lo Sviluppo della Maddalena”, ma di fatto lasciato inutilizzato) dove è rimasta per più di 3 anni. In questo spazio le prove sono sempre state, e lo sono ancora adesso, il giovedì pomeriggio dalle ore 17 circa alle ore 19 circa».

    Può partecipare anche chi non ne fa già parte?

    «Le prove sono aperte a tutti i curiosi e a chi voglia unirsi! Il gruppo ha sempre cercato di mostrarsi aperto e rispettoso nei confronti del vicinato, cercando per esempio di non recare disturbo la sera tardi; l’assemblea della Murga è un momento aperto a tutti, il giovedì sera ore 19 circa, così che chi volesse comunicare con il gruppo possa farlo liberamente».

    Quali problemi sono sorti recentemente?

    «Lo scorso dicembre è giunta la notizia che dovevamo lasciare lo spazio, per il quale ci sarebbe un progetto di allargamento del Distretto sociale Pré-Molo-Maddalena. Il suddetto progetto è approvato già da diverso tempo, probabilmente qualche anno… ma dall’approvarsi al farsi generalmente di tempo ne passa, e intuendo che non sarebbe iniziato nulla nell’immediato la Murga ha deciso di tenere alzata l’ennesima saracinesca che sarebbe rimasta chiusa. Da gennaio in poi è quindi iniziato un periodo in crescendo, abbiamo risistemato lo spazio, abbellito e reso un luogo vivo e aperto in molti modi diversi».

    murga-vicoli-2Quali attività avete organizzato?

    «Dal laboratorio di cucito gratuito che si è tenuto 2 volte alla settimana, alle attività per bambini alcuni pomeriggi; dal baratto di vestiti ed oggetti una volta al mese, alle cene invitando persone del quartiere; dalle iniziative di sensibilizzazione sulla Palestina, sulla situazione in Siria, sull’immigrazione, alle proiezioni di film».

    Quali progetti per il futuro e per la ricerca di nuovi luoghi di ritrovo?

    «La Murga probabilmente a fine estate dovrà andarsene da Posta Vecchia, perché i lavori inizieranno. Che cosa sia da farsi ora non è ancora cosa conosciuta. La Murga nel corso degli anni ha collaborato e intessuto legami di solidarietà e di amicizia con molte realtà sia del centro storico che esterne, e sicuramente vorrà continuare a farlo, ma in questo ha sempre mantenuto la sua autonomia di gruppo slegato dalle istituzioni, autogestito, informale… e queste sono caratteristiche che vuole mantenere».

    Visto che il gruppo è totalmente aperto a nuove idee, persone e progetti, chi volesse contribuire….sa dove trovarli!

    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Magellano

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Magellano

     

    I Magellano nascono a fine 2010 a Genova grazie all’unione creativa di tre musicisti e amici che – incontrandosi spesso «sotto i palchi» come racconta uno di loro – decidono di dare vita a un collettivo, qualcosa di diverso rispetto a ciò che ognuno di loro aveva fatto fino ad allora in ambito musicale. Provengono da esperienze molto diverse (crossover, hardcore, indie pop, cantautorato) e non amano definire in maniera precisa i confini stilistici della musica che suonano.

    Senza imporsi particolari tabelle di marcia e in grande naturalezza cominciano a comporre, facendo uscire il primo singolo, “OK OK”, seguito a ruota dal secondo singolo “Il pasto di Varsavia” e dall’uscita del primo album “Tutti A Spasso” a fine 2012. «Il bello e il brutto di questo disco è che non è un disco – dice Alberto, già membro degli Ex-Otago e “coniglio rapper” del Chiambretti Night Show – ma un prodotto realizzato in viaggio, motivo per cui si chiama Tutti A Spasso: viaggio delle nostre vite, viaggio fisico, viaggio mentale. È un titolo dolce-amaro perché l’espressione “a spasso” è riferita sia alla gente che non lavora più sia alla vita del tour, che è appunto in giro, a spasso».

    E ugualmente legato al tema dell’esplorazione, della scoperta e del viaggio è il nome che i ragazzi hanno scelto per il gruppo, in omaggio al celebre navigatore che compì la prima circumnavigazione del globo. «Il messaggio positivo insito nel disco è l’incitazione a muoversi, a fare qualcosa, a sopravvivere in questa nazione» aggiunge Alberto. Per l’estate 2013 il gruppo prevede di fare un nuovo video e portare in giro il progetto live coinvolgendo anche dei performers professionisti, nello specifico una crew genovese di ballerini hip hop (capitanata da Jacopo “Pillo” Pilloni) che si esibisce già in uno dei loro video: «Siamo dei marinai rodati – scherzano – ma il viaggio è appena iniziato».
    magellanoAlberto “Pernazza” Argentesi: crooner e voce narrante
    Danilo “Drolle” Rolle: batteria
    Filippo “Filo Q” Quaglia: tastiere e voce cantante

    Genere: hip hop, elettronica, reggae, lo-fi, dubstep, punk

  • Greg Lake a Genova, intervista alla storica voce dei King Crimson

    Greg Lake a Genova, intervista alla storica voce dei King Crimson

    greg lakeMeticoloso e facile al nervosismo durante le prove, trascinatore sul palco, affabile, scherzoso e gentile con tutti i fan dopo il concerto. Greg Lake, ospite del Festival Internazionale di Poesia di Genova, si è presentato così al pubblico genovese in visibilio. “Il suo perfezionismo in fase di allestimento è indicativo della sua serietà e di quanto desiderasse una buona riuscita del concerto”, osserva uno degli organizzatori della manifestazione. E a giudicare dalla piccola folla che si è ammucchiata a fine per scattare una foto o avere un autografo su un album (magari in vinile), i tanti fan accorsi sono stati pienamente soddisfatti della performance di questa leggenda vivente della musica prog degli anni Settanta, membro dei King Crimson e successivamente di Emerson, Lake & Palmer.
    L’evento ha rappresentato un’ottima opportunità per parlare con Lake della scena musicale oggi in rapporto al passato e della sua relazione con l’Italia, in particolare con la Liguria.

     

    Pensa che per una band emergente sarebbe possibile oggi avere successo proponendo una musica elaborata e complessa come la vostra?

    «Non ho la sfera di cristallo per conoscere il futuro, ma sinceramente penso di no. L’epoca del rock è finita: è un fatto e bisogna accettarlo. Analogamente al periodo d’oro del cinema di Hollywood, anche il rock’n’roll ha avuto un picco a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per poi conoscere una flessione. Ciò non significa che la grande musica non esisterà mai più: emergeranno altri artisti, in altre forme, sicuramente diversi da noi, perché nonostante le imposizioni del music business la musica e l’arte in generale parlano direttamente all’anima degli esseri umani e si trasmettono soltanto da persona a persona».

    In quale modo la musica ha segnato la sua generazione?

    «Il rock non è stato solo un movimento musicale, ma una vera rivoluzione culturale sotto diversi punti di vista. Per fare un semplice esempio, oggi è abbastanza comune parlare d’amore. Le giovani generazioni parlano abitualmente di amore per le persone, per il nostro pianeta e per la natura, ma quando ero ragazzo io parlare pubblicamente di questo sentimento era quasi un tabù. A un certo punto, però, arrivarono i Beatles con All you need is love, e in breve love, l’amore, si prese lo spazio che gli spettava, nella musica ma anche più in generale nella società e nella nostra cultura».

    Parlando del nostro paese, qual è il suo rapporto con l’Italia?

    «Per un artista è impossibile non amare l’Italia. In qualunque luogo si vada in Italia e dovunque ci si volti a guardare si è circondati da questi meravigliosi palazzi, quadri e sculture. Voi siete italiani, ci vivete dentro tutti i giorni e forse siete talmente abituati a questa bellezza da non farci caso, ma per chi come me proviene da un paese come l’Inghilterra ogni volta è una gioia venire qui, in un paese così ricco di tesori storici».

    C’è sempre stato un intenso feeling tra i grandi personaggi della letteratura inglese e la Liguria. Shelley è morto a Lerici, Byron ha vissuto a Genova e anche Dickens l’ha celebrata in alcuni suoi scritti. Anche lei ha un rapporto privilegiato con la nostra regione?

    «Sono quarant’anni che vengo qui. Di questo posto amo tutto: l’aria, il clima, il mare (tema caro a Lake, non a caso il concerto era iniziato con la lettura del testo di Pirates, ndr), la cucina – il cibo qui è davvero meraviglioso! E poi, adoro Portofino. La prima volta che ho avvistato dal mare questo piccolo villaggio mi sono stropicciato gli occhi e ho detto ad alta voce: “Ma questo posto esiste davvero?” Non riuscivo a crederci… Quindi, ripeto, non è difficile capire le ragioni per cui un inglese ritorni in questi luoghi con così tanto piacere».

     

    Daniele Canepa e Giuliano Nervi

  • Il lavoro dell’artista: intervista a Nicola Bucci

    Il lavoro dell’artista: intervista a Nicola Bucci

    nicolabucci2Genovese, classe 1961, definisce se stesso «un’anima anfibia» fino a metà degli anni Ottanta, ossia quando decide di porre la cesura tra il suo percorso artistico e quello della ricerca filosofica, prediligendo la seconda. Le sue opere, insieme a quelle di altri artisti genovesi, sono state esposte a Palazzo Ducale nella mostra Il lavoro dell’artista. Un percorso genovese 1977 – 1989 (le opere su www.lavorodellartista.it)

    Com’è nata l’idea di questa mostra?

    Tutto è partito dalla personale postuma a Rolando Mignani, allestita nel 2011 a Villa Croce. Rolando, morto nel 2006, è stato una delle figure più importanti nella fase di sperimentazione tra arte e scrittura visuale, avvenuta negli anni Settanta – Ottanta. Non lo classifico come “artista” perché a quei tempi si voleva prendere le distanze dal concetto di “arte” in senso critico e accademico: si preferiva l’espressione “operatori culturali”. Non eravamo un collettivo, ma artisti di diverse generazioni – dei quali io sono il più giovane – uniti da una costellazione di valori comuni. Oltre alla mia opera e a quella di Rolando, sono qui esposti Gianni Brunetti, Italo Di Cristina, Giuliano Galletta, Vincenzo Lagalla e Piero Terrone.

    Di quali valori stiamo parlando?

    Ciò che accomuna le opere presenti in questa mostra, e in generale il nostro percorso di ricerca, è una riflessione metalinguistica sull’arte. Ovvero: non solo realizzare opere, ma utilizzare le opere come strumento di riflessione sull’arte, sui suoi linguaggi, sul rapporto fra l’opera e il suo pubblico. La mia opera esposta, realizzata nel 1981, è una sinestesia di diversi linguaggi: disegno, fotografia, fotocopia, “fotografia della fotografia”. Un preludio a quella che oggi si chiamerebbe multimedialità. L’immagine ha una funzione concettuale: esprime in forma visuale le teorie espresse da Jacques Lacan, Walter Benjamin, Guy Debord e altri.

    Descrivici meglio la tua opera.

    Si tratta della prima mia opera che è stata esposta in una mostra personale, all’epoca avevo vent’anni. La premessa è la teoria di Lacan, secondo cui l’uomo è spettatore di se stesso. Non è più lo spettatore a guardare l’opera, ma l’opera che afferra lo spettatore. In questo caso vi sono diverse tavole, che partono dall’obiettivo fotografico per indagare le dimensioni stratificate dello sguardo: la persona ritratta che guarda in macchina, poi che guarda la propria immagine fotografata, il riflesso nello specchio e così via. Nell’opera originaria, si terminava proprio con una cornice vuota, contenente uno specchio: lo spettatore, dopo aver guardato la sequenza di tavole (o meglio, “essere stato guardato” dal soggetto ritratto che lo fissa), avrebbe concluso il percorso guardando se stesso. Il riferimento è anche a un’opera di Giulio Paolini del 1967, dal titolo Giovane che guarda Lorenzo Lotto, e al fatto che in quegli stessi anni – nel cinema – Jean-Luc Godard ha sovvertito per la prima volta la regola del “non guardare la macchina da presa”.

    Come mai il titolo “Il lavoro dell’artista”?

    Gli anni in cui sono state realizzate queste opere sono immediatamente seguenti al Sessantotto: dopo la critica attiva dei sistemi sociali si registra la centralità del lavoro culturale, non più come una parte del settore produttivo ma come suo fondamento. Si tratta della base del postfordismo, dove il lavoro intellettuale e la tecnologia prendono il sopravvento rispetto alla produzione industriale di massa. Le nuove rifessioni sulla società, e di conseguenza su arte e cultura, partono proprio da questo cambiamento di paradigma economico.

    Ci parli del testo Considerazioni inattuali?

    Anzitutto voglio precisare che non si tratta di un catalogo della mostra: è un saggio prodotto per questa occasione, ma lo ritengo piuttosto un insieme di riflessioni che contestualizzano quanto esposto qui. La si può definire una “archeologia del presente”: siamo così immersi nella nostra contemporaneità che non la vediamo, il salto nel passato è qui un paradigma per comprendere meglio l’oggi. Il ‘77 è stato un anno cruciale per la riflessione artistica, da cui è partito il percorso che tra gli anni ‘80 e ‘90 è arrivato fino a oggi. L’opera contiene altri due testi, Attualità di Marx e No future, stralci di saggi scritti subito dopo il G8 del 2001. Il saggio sarà edito da De Ferrari, ma è anche possibile leggerlo in formato digitale sul sito della mostra.

     

    Marta Traverso

  • Pro-Test, l’informazione scientifica e gli esperimenti sugli animali

    Pro-Test, l’informazione scientifica e gli esperimenti sugli animali

    MedicinaConvegni, flashmob, fiaccolate in programma lo scorso sabato 8 giugno a Genova e nelle principali città della penisola, da Roma a Milano, all’Aquila, Napoli, Bologna, Udine, Trieste, e molte altre. L’obiettivo è portare l’attenzione sul tema dell’importanza della correttezza e affidabilità dell’informazione scientifica, spesso “vittima” inconsapevole dell’eccessiva semplificazione mediatica e della cattiva interpretazione (consapevole o meno) da parte del popolo dei non addetti ai lavori. Gli scienziati, i ricercatori, gli studenti uniti per l’evento dal titolo “Italia unita per la corretta informazione scientifica”. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione di medici, biologi, veterinari e farmacologi Pro-Test Italia, nata nel settembre 2012 e attiva per la difesa dell’appropriata divulgazione dei risultati scientifici e per la creazione di un ponte tra il mondo della ricerca e la società civile. Tra i temi, particolare rilevanza ha avuto la sperimentazione sugli animali, argomento che continua a scaldare gli animi e contrapporre le fazioni pro e contro.

    A Genova, in particolare, l’incontro si è svolto alla Sala Conferenze del Museo di Storia Naturale “G. Doria”. Gli eventi, liberi e aperti a tutti, sono stati moderati dal filosofo e giornalista Ivo Silvestro e hanno visto la partecipazione di molti illustri rappresentanti della comunità scientifica (Michele Cilli, Dirigente Veterinario Animal Facility  IRCCS AOU San Martino – Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro Genova; Michele Mazzanti, professore ordinario di Scienze Biomolecolari e Biotecnologiche dell’Università di Milano), di relatori di prestigio internazionale (come Nicole Kerlero De Rosbo, ricercatrice dell’Università degli Studi di Genova; il professore dell’ateneo genovese e direttore dell’Unità Operativa Complessa Igiene, Giancarlo Icardi) e di rappresentanti della società civile, da studenti, a uomini e donne di tutte le età.

    Anche Era Superba ha partecipato al convegno di Genova, abbiamo incontrato gli organizzatori e scambiato quattro chiacchiere con uno di loro, Giacomo Vallarino, giovane laureando in medicina dell’Università degli Studi di Genova.

    Per cominciare, raccontaci cos’è Pro-Test, come nasce e  qual è l’obiettivo dell’associazione

    «Pro-Test è un’associazione formata da giovani, ricercatori, studenti e insegnanti di medicina, biologia, chimica, veterinaria, ma anche filosofia. Scopo dell’associazione, quello di promuovere la diffusione di una visione corretta e più oggettiva circa la sperimentazione sugli animali: una questione molto attuale e di cui si fa oggi un gran parlare, che chiama in causa anche un discorso etico, oltre che scientifico. Pro-Test è senza fini di lucro e totalmente gratuita, vive per lo più dei finanziamenti provenienti dalle quote associative dei suoi membri. Oltre a questo, anche l’importante appoggio dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. La nostra associazione ha base nazionale, riunendo giovani di tutta Italia, anche se il gruppo originario possiamo dire che si è formato a Milano, ed è qui che già sono state organizzate alcune iniziative importanti. Inizialmente non si pensava di organizzare manifestazioni e convegni. Il punto di svolta c’è stato abbastanza di recente: il 21 aprile 2013 a Milano alcune associazioni e rappresentanti di gruppi animalisti (anche se personalmente non penso che il termine, nobile e connotato positivamente, possa adattarsi a tutti i soggetti che si proclamano tali) hanno occupato lo stabulario, chiedendo la liberazione delle cavie: topi usati appunto come cavie ormai da anni per lo studio nel campo delle malattie del sistema nervoso, quali autismo, Parkinson, Alzheimer, sclerosi multipla, e altre. Il tutto, mandando in fumo centinaia di migliaia di euro di finanziamento e i progressi raggiunti nella ricerca. Noi di Pro-Test il giorno successivo abbiamo organizzato una contro-manifestazione per denunciare il fatto, che è stata ripresa dai media in termini negativi, a denunciare lo scontro tra animalisti e ricercatori, mettendo da parte il problema etico-scientifico della sperimentazione. In seguito, lo scorso 1 giugno ci siamo ritrovati a Milano, per la prima grande manifestazione di Pro-Test: oltre 400 persone si sono ritrovate nei pressi di Piazza del Duomo, per un dibattito pubblico e aperto (è questo il metodo con il quale abbiamo scelto di operare prevalentemente) in cui ricercatori e personalità del mondo scientifico hanno provato ad abbattere i pregiudizi e spiegare perché secondo loro la sperimentazione è necessaria. Da qui nasce l’idea di un evento dislocato in più città italiane, in contemporanea, per sensibilizzare in loco la popolazione, partendo dalla loro città. Siamo noi che ci avviciniamo alla gente, andando a spiegare in forma divulgativa e alla portata di tutti cosa facciamo, in cosa consiste la sperimentazione e perché è necessaria. Ma non solo questo: ci siamo occupati anche di staminali, OGM, vaccinazione e possibile collegamento con l’autismo, sclerosi multipla e molto altro… vogliamo provare ad abbattere i falsi miti e i pregiudizi (creati dai media, ma non solo) che ruotano attorno a questi temi caldi, per ridare dignità alla ricerca scientifica».

    L’evento dell’8 giugno a Genova. Come lo avete organizzato?

    «Visto che tutto è stato deciso in occasione della manifestazione del primo giugno (e ancora prima, in nuce, ad aprile), abbiamo avuto poco tempo per occuparci della parte organizzativa. Alla base di tutto c’è un unico comune denominatore che contraddistingue noi di Pro-Test: dire NO, protestare contro le “bufale” che vengono riportare sui giornali, che si sentono in tv e che rimpallano dai media alle piazze, fino a creare un sentimento comune distorto e un’opinione pubblica disinformata. Pro-Test, come associazione, ha svolto una supervisione generale sull’evento e ha dato delle linee direttive circa i temi da affrontare, ma poi ognuna delle città coinvolte ha avuto autonomia decisionale: in ogni luogo, un coordinatore affiancato da un team, con il compito di trovare un luogo idoneo per le conferenze e i relatori esperti sui temi in questione, con la possibilità poi di allargare anche ad altri temi di particolare interesse (ad esempio, all’Aquila un approfondimento sui terremoti e sulla possibilità di prevedere eventi sismici e calamitosi). Inoltre, abbiamo dovuto occuparci anche della promozione e del lavoro di PR, con manifesti, volantinaggio, promozione in bacheche della città (ad esempio a Genova, il volantinaggio dell’8 giugno nelle vie del centro e la distribuzione di hand-out alla Biblioteca Berio o all’Università), promozione sui social network.

    Rimanendo su Genova, inizialmente ero l’unico rappresentante di Pro-Test per la città e mi sono trovato a dover lavorare da solo: un carico di lavoro sicuramente impegnativo, che sono riuscito successivamente a suddividere con altre due ragazze, Elena (fisica, laureanda in Ingegneria Biomedica) e Gabriela (biologa). Insieme, in poco più di un mese, abbiamo messo in piedi l’evento, facendo leva solo sulle nostre forze, ma grazie alla massima disponibilità dei nostri interlocutori».

    conferenza-museo-doriaTra i temi più caldi del convegno, la sperimentazione sugli animali. Il dibattito sulla questione, scopriamo, è più acceso di quanto non sembri. Nel corso degli ultimi mesi, varie proteste da parte dei gruppi “animalisti” hanno attaccato i sostenitori della sperimentazione. Nel corso del convegno di Genova, in particolare, l’intervento del professor Cilli dedicato a questo tema di punta è stato interrotto spesso dalle proteste di un gruppo di animalisti, che si sono presentati per far valere anche le loro ragioni e provare a smontare le argomentazioni degli scienziati. Ne parliamo con Giacomo:

    Avete riscontrato atteggiamenti di chiusura verso il messaggio che propagandate? Come vi ponete nei confronti di chi vi contesta?

    «Da quando abbiamo iniziato con Pro-Test ci sono stati alcuni momenti di tensione. Come ricordavo, a Milano in occasione del dibattito pubblico del primo giugno, una ventina di estremisti dei gruppi animalisti di destra ha deciso di intervenire, disturbando volutamente la nostra iniziativa, insultando i relatori. Anche se abbiamo cercato di smorzare le tensioni e ignorare le frange estreme (ben venga il dialogo con gli animalisti, se costruttivo e di confronto, ma non era questo il caso), sui media hanno avuto rilievo solo gli episodi di tensione e di scontro. Anche in occasione degli eventi dell’8 giugno eravamo preoccupati per il verificarsi di altri episodi simili, tanto più che già si respiravano tensioni nell’aria in certe città più che in altre (una su tutte, Pisa). A Genova c’è stata la contestazione di un gruppo di animalisti: si sono presentati in sala e hanno provato inizialmente a interrompere gli interventi, facendo sentire le loro ragioni. Alla fine dell’intervento del professor Cilli c’è stata una discussione un po’ accesa con il gruppo animalista su vari argomenti.  Quello che ci interessava era che non ci fossero episodi spiacevoli, ma un tranquillo confronto, senza fare leva sul sentimentalismo ma piuttosto sul valore scientifico dell’informazione. È importante spiegare, capire, confrontarsi».

    Elettra Antognetti

  • Lameladivetro, Campopisano: arte e cultura per difendere le diversità

    Lameladivetro, Campopisano: arte e cultura per difendere le diversità

    campo-pisano-centro-storico-DIFondata nel 1995 e sita dal 30 marzo 2013 a Campopisano, l’ Associazione Culturale Lameladivetro opera per il dialogo internazionale e la promozione artistico-culturale, sia in ambito locale, che nazionale e internazionale, organizzando eventi a Genova e nel mondo, grazie all’intraprendenza dei volontari che la coordinano e all’appoggio – oltre a Comune di Genova, Provincia e Regione – di strutture come ambasciate, consolati, ministeri sparsi in tutto il mondo.

    porta-lameladivetroUn piccolo gioiello nascosto tra i vicoli genovesi: la sede di Lameladivetro è un posto magico, in cui il tempo sembra essersi fermato. Prima che arrivassi ero stato avvisata: «Non aspettarti qualcosa di nuovo e alla moda, qui non c’è niente che abbia a che fare con le discoteche, o con i posti che frequentano i giovani, anzi qui da noi il tempo si è fermato al 1600. Lo vedrai con i tuoi occhi». Già incuriosita da questa anomala presentazione, sono andata a constatare con i miei occhi di cosa si trattasse e ne sono rimasta folgorata; un piccolo spazio in un edificio adiacente a Piazza Campopisano, arredato con mobili e suppellettili rigorosamente di epoca (‘600 – ‘800) dai tessuti delle tende, ai mobili in legno, le grandi credenze contenenti l’archivio “analogico” e la documentazione cartacea dell’associazione, e costumi d’epoca rigorosamente ricreati dai soci. E pensare che in così poco spazio è contenuto tutto il potenziale che, una volta scatenato, innesca meccanismi virtuosi in grado di raggiungere tutti i paesi del mondo…

    Mi accolgono Franco Andreoni, il vicepresidente Fulvio Toso e alcuni altri soci: le rappresentanti di Tailandia (Kanokwan Lueng Srichai) e Venezuela (Mayela Barràgan Zambrano) e la curatrice della parte storica Maura Meo.

    Cos’è Lameladivetro e qual è il filo conduttore che anima tutto il lavoro dei volontari?

    «La nostra associazione è attiva ormai da quasi un ventennio, siamo partiti da Piazza delle Vigne e, dopo vari cambiamenti di sede, oggi siamo tornati finalmente nel centro storico, nella bella location di Campopisano, al numero 4 r. La nostra è un’attività di volontariato a favore dell’arte e della cultura. Il raggio d’azione di Lameladivetro è ampio e variegato: noi parliamo di cultura, di arte, di attività rivolte al sociale, ma anche la parola “cultura” è di per sé polisemica e spazia dalla gastronomia all’arte propriamente detta. Quello che sta alla base di tutto è riuscire a coinvolgere diverse “etnie”, diversi paesi, diverse comunità sia su piccola che su larga scala (da quelle più vicine, genovesi, piemontesi e limitrofe, a quelle più lontane, tailandesi o venezuelane, ecc.), valorizzare le loro tipicità culturali in modo che non vadano perse e preservare dunque le differenze.
    Sono proprio le differenze culturali il centro di tutto il nostro lavoro: noi non miriamo all’integrazione culturale (attenzione, con questa affermazione non si deve certo scambiare il nostro intento per un proposito misantropico di accentuazione delle diversità che separano…), vogliamo piuttosto mettere l’accento sulle differenze, in quanto peculiarità territoriali, etniche, popolari, (dalle ricette di cucina, alle varianti dialettali, o ancora le particolarità nel vestire, le abilità artigianali, le bellezze territoriali) e che devono essere conosciute dal numero più largo possibile di persone. Sono un arricchimento, che separa ma non divide, anzi… la ricerca di legami tra gli elementi specifici delle varie etnie può ricondurle tutte a un unico massimo comune denominatore. Se ci fermiamo a pensare, tante possono essere le etnie che ci circondano. Mi riferisco a tutte le specificità comunitarie, culturali, linguistiche. Con il termine “etnico” siamo abituati a pensare ai paesi arabi o alla Turchia, o al Medioriente, ma un’“etnia” è ad esempio anche quella genovese, della Lunigiana, o quella sarda…»

    «Il nostro sito è scritto in tantissime lingue diverse, e allo stesso i volantini che stampiamo: dal zeneize, al calabrisi, allo wayuunaki. Quest’ultima è una lingua indigena dell’America Latina, che noi abbiamo portato a Genova in occasione di un evento in collaborazione con il Venezuela: la nostra rappresentante è riuscita a far arrivare nella nostra città un poeta, socio-linguista e scrittore di lingua wayuunaki, che è stato ospitato nell’ambito del Festival della Poesia. Anche il nome Lameladivetro è quello ufficialmente registrato, ma cambia a seconda dell’evento in questione e delle nazioni con cui abbiamo a che fare: Lamanzanadevidrio, Lepommedeverre, DerGlasApfel, e così via…».

    lameladivetro

    Franco, puoi farci qualche esempio di progetto finora realizzato e darci anticipazioni per le iniziative future?

    «Organizziamo pochi incontri all’anno, ma quelli che realizziamo hanno vasta eco e sono importanti per far conoscere Genova all’esterno e per portare a Genova altre culture e società. Posso citare molti esempi di ricerche, studi e iniziative che abbiamo condotto. Ad esempio, nel 2007, “La memoria multiculturale” il progetto annuale su Paul Klee e il suo soggiorno a Genova: abbiamo ricostruito l’itinerario seguito dall’artista nel 1901 durante il suo viaggio da Berna a Roma (risalendo anche al numero di treno, all’orario, alle coincidenze prese) e abbiamo scoperto che il pittore sarebbe partito proprio dalla nostra città alla volta di Roma. Da qui abbiamo creato un’esposizione che è stata visitabile per circa un anno presso i locali della Biblioteca Civica Berio e che ha visto il coinvolgimento di rappresentanze genovesi, svizzere e tunisine. Da ricordare anche la collaborazione con la Svizzera e l’evento alla Biblioteca Berio “Genova e la Svizzera all’insegna della Storia: rose e bandiere, Papi e alabarde”, in cui sono stati ricercati legami e affinità tra Genova e la Svizzera, fino al gemellaggio delle due. Da ultimo, la presenza al Salone del Libro di Torino 2013, con l’intervento “Le pratiche di Medicina Tradizionale dall’Abruzzo al resto del mondo: la Cina e il Paraguay”, organizzato dalla rappresentante cinese, l’ultima “reclutata” per entrare a far parte del gruppo. Infine, un progetto ancora in cantiere di “gemellaggio del pesto”, in cui stiamo cercando di coinvolgere varie comunità d’Italia, produttrici dei vari ingredienti necessari per la preparazione del pesto, per gemellarle con Genova (da Pisa, produttrice di pinoli, alla Sardegna per il pecorino, e altre); e poi si potrebbe anche effettuare ricerche sulle statue stele nella zona dell’estremo Levante, ricostruendone le affinità con quelle sudamericane. Le possibilità sono infinite, il campo d’azione sterminato».

    Come funziona sotto il profilo pratico Lameladivetro?

    «L’organico della nostra associazione è formato da rappresentati di diversi popoli e il nostro operare è da considerare quasi sempre al fianco di (oltre a Comune, Provincia e Regione) enti pubblici o diplomatici, dalle Ambasciate ai Consolati, ai Ministeri, per giungere alla Segreteria di Stato della Città del Vaticano. La cosa bella è che tanto sono buoni i nostri contatti col Vaticano, quanto con i rappresentanti ufficiali di altre religioni, come quella islamica o buddhista, a testimonianza della volontà di cooperazione e di inclusione delle differenze. Ovviamente questo è anche un modo per fare conoscere, in primis, Genova nel mondo. In secondo luogo, il nostro modus operandi permette a Genova di conoscere il mondo, in uno scambio bidirezionale molto interessante. La nostra associazione culturale vive dell’interazione con le rappresentanze delle diverse nazioni mondiali: non è una struttura che nasce su scala internazionale, anzi è piuttosto radicata sotto il profilo locale, ma in occasione dei vari eventi che organizziamo, Lameladivetro esce dai confini genovesi e si fa internazionale. Fra le nazioni con cui abbiamo contatti, oltre alle varie regioni d’Italia, ricordo la Repubblica Popolare Cinese, il Sud Africa, il Venezuela, la Francia, la Tailandia, la Svizzera, ma si tratta solo di alcuni esempi. Creiamo cose e incontri in nome dell’amore per la cultura, l’arte, la storia, la fratellanza. Tutti ingredienti positivi, i migliori».

    La passione e l’amore per la cultura che anima questi volontari è davvero particolare: vulcanici e pieni di iniziativa, producono nuove idee una dopo l’altra, in continuazione. I progetti sono davvero tanti, ma realizzarli diventa complicato perché la base è sempre volontaria e gli aiuti da reperire si basano sui contatti interpersonali dei soci. Interessante il fatto che alcuni di loro si siano conosciuti ad un corso di lingua italiana per stranieri e, tramite passaparola, siano poi entrati a far parte di Lameladivetro: è il caso proprio della rappresentante tailandese e della neo-arrivata cinese. Inoltre, ora si sta progettando di aprire a Stati Uniti, Russia e altri paesi: lo scopo è quello di avere un rappresentate per ogni paese, ma è di certo ambizioso e a lungo termine. Per ora, i volontari continuano a impegnarsi e a proporre i loro progetti con entusiasmo, con un occhio sempre rivolto verso Genova e la Liguria: si pensa, tra le altre cose, di tornare alla prassi iniziale di organizzare percorsi storici in città, con persone reali in abiti storici, che interpretano vari personaggi e mettono in scena episodi del passato, per far comprendere meglio e far restare maggiormente impresso il reale svolgimento degli eventi. Partendo, perché no, proprio da Campopisano, luogo ricco di storie e leggende.

     

    Elettra Antognetti

  • Julieta Aranda a Villa Croce: intervista alla curatrice Ilaria Bonacossa

    Julieta Aranda a Villa Croce: intervista alla curatrice Ilaria Bonacossa

    ifabodyNei locali del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce a Genova è arrivata la mostra di Julieta Aranda. Dallo scorso 9 maggio, fino al prossimo 30 giugno sarà possibile visitare (da martedì a venerdì, con orario 9-18.30, e sabato e domenica dalle 10 alle 18.30) i lavori dell’artista messicana: un’indagine aperta sull’idea di tempo e sulle costruzioni sociali che articolano la nostra vita quotidiana. Proprio il 9 maggio si sarebbe dovuta tenere una cerimonia di inaugurazione e una conferenza stampa alla presenza dell’artista.

    Tuttavia, i festeggiamenti sono stati sospesi a causa dei tragici eventi che hanno colpito il Porto di Genova. La mostra è stata quindi aperta, ma senza clamore: così ha preferito sia l’artista che il team del museo. Per la prima volta in Italia con una personale, Julieta Aranda –artista contemporanea di fama internazionale- parte proprio da Genova la sua avventura nel nostro paese, con una mostra ad hoc costituita da opere create appositamente per la prima personale dell’artista in un museo italiano. Organizzata dal Settore Musei del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, l’esposizione è stata fortemente voluta da Ilaria Bonacossa, curatrice del Museo di Villa Croce. Siamo andati a fare due chiacchiere proprio con lei e ci siamo fatti raccontare un po’ di retroscena sull’esposizione.

    Due parole sull’artista. Chi è Julieta Aranda?

    «Difficile riassumere in due parole il percorso di un’artista della sua portata. Sono davvero tante le cose da dire su una figura dalla personalità poliedrica e interessante come quella di Julieta. Ci legano un’amicizia e una conoscenza profonda, che hanno portato Julieta a Genova, proprio a Villa Croce. Nata a Città del Messico, Julieta Aranda vive fra Berlino e New York. Classe 1975, ancora giovane, ha già girato mezzo mondo, affermandosi come nome indiscusso nel panorama artistico contemporaneo e partecipando a numerose collettive e importanti manifestazioni internazionali d’arte contemporanea: dalla Biennale di Mosca nel 2007, a quella di Venezia nel 2011, passando per dOCUMENTA13, del 2012. Interessante in particolare un suo progetto, cui ha dato avvio assieme all’amico Anton Vidokle: i due dirigono dal 1999 e-flux, un progetto di network internazionale per la divulgazione artistica, un grande portale online che svolge funzione di informazione in campo artistico e che, partito in via sperimentale e più rudimentale, muove oggi flussi di 90 mila persone al giorno. e-flux ha attivato anche una newsletter che invia due comunicazioni al giorno ai suoi iscritti, informandoli su eventi e nuove tendenze in campo artistico. A e-flux hanno aderito negli anni anche altri artisti della cerchia di Aranda e Vidokle, che ora scrivono sul portale e permettono di gestire un flusso informativo costante e più che cospicuo. Si pensi che un annuncio su e-flux arriva a costare anche 800 euro: questo a dimostrazione dell’importanza assunta dal portale! Gran parte delle entrate degli annunci sono reinvestiti dagli artisti in altri progetti: ad esempio, è stato creato uno spazio espositivo a New York, una sorta di “banco dei pegni” (“pawn shop”) in cui gli artisti possono scambiare i loro lavori, e uno spazio per l’affitto e l´archivio di video tramite e-flux, che funziona anche come portale autogestito per la condivisione di progetti d´arte contemporanea. Si tratta dei progetti Time/Bank, Pawnshop ed e-flux video rental che, avviati nell’ e-flux storefront di New York, hanno fatto poi il giro del mondo. Nonostante i suoi impegni in giro per il mondo, Julieta è riuscita a essere a Genova in occasione dell’inaugurazione di If a Body Meet a Body, restando nella nostra città una settimana. Purtroppo adesso è tornata ai suoi impegni, ma le sue opere restano per fortuna qui, e sono visitabili ancora per tutto il mese di maggio e giugno».

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    Quali sono i temi affrontati dall’artista? C’è un “filo rosso” nella sua produzione?

    «Sicuramente, l’idea di tempo e le costruzioni sociali che articolano la nostra vita quotidiana. I suoi progetti spesso aspirano a riconfigurare i rapporti economici che regolano il mondo dell’arte, offrendo agli artisti la possibilità di diventare agenti attivi e non soggetti passivi di un’economia post-capitalista. Inoltre, tra i tanti lavori, significativo soprattutto il progetto You had no ninth of May! (Non avete avuto il nove maggio!), in cui analizza l’artificiale costruzione dell’idea di tempo, attraverso un archivio di mappe e fotografie scattata sulle isole di Kiribati, nel mezzo del Pacifico, il luogo geografico in cui nel 1995 si decise di spostare la posizione della linea internazionale della data, creando uno sfasamento temporale e passando da oggi a dopodomani». E nella personale di Genova? «Anche nella mostra genovese l’artista ripropone questi temi: dalla riflessione sulla trasformazione della dicotomia lavoro manuale-lavoro intellettuale nell’era della new economy, dei new media e dello strapotere tecnologico, con la formazione di un nuovo “semiocapitalismo” in cui sono le facoltà cognitive –e non più il lavoro fisico- ad essere asservite agli interessi del capitale. Da qui, il costante richiamo nelle opere esposte al rapporto e dicotomia testa-corpo».

    Come  nasce l’idea della mostra a Villa Croce?

    «Quando arrivò, tempo fa, a Villa Croce per fare una visita, Julieta rimase molto incuriosita dal fatto che in una stanza c’era una collezione di sole teste scultoree, opere appartenenti al museo e create da alcuni importanti artisti liguri (Guido Galletti, autore del Cristo degli Abissi di Portofino, Guido Micheletti e Savina Morra) nella metà del secolo scorso. Questo ha molto suggestionato Julieta, che già si interrogava sui rapporti testa-corpo, pensiero-forza fisica, lavoro manuale-attività intellettuale, e lo spettacolo che ha trovato a Villa Croce le ha dato l’input di cui necessitava per mettere a punto i suoi lavori e organizzarli in un tutto organico. L’artista, tra inquietudine e fascinazione, ha iniziato a interrogarsi su cosa pensassero quelle teste e cosa ci fosse dentro di esse, cosa nascondessero. Ma non solo questo: sempre presente il riferimento –peraltro molto attuale- ai nuovi percorsi economici che si sono venuti a delineare nel momento storico dello strapotere tecnologico e al crollo della consueta divisione testa-corpo. Crollata questa scissione, siamo giunti nell’era del web, in cui tutti lavoriamo con la testa e spesso non riconosciamo il nostro corpo. Colletti bianchi e tute blu non esistono più, o forse sono diventati la stessa cosa: anche i vestiti non sono più fattore di discrimine tra classi sociali e magari l’operaio sotto la tuta blu cela vestiti griffati, mentre Marchionne va in giro in maglioncino. Inoltre, qui a Genova è nata anche la riflessione sull’idea di commemorazione: le teste scultoree hanno richiamato in lei quest’idea, che poco dopo ritrovò in Giappone. Qui, Julieta ebbe la possibilità di visitare un museo di calligrafia, in cui vide statue rappresentanti calligrafi rappresentati con le mani mozzate e trovò suggestive somiglianze-contrasti con la collezione genovese».

    Ci racconti come si struttura l’esposizione.

    «La mostra è multimediale: sculture, video, foto, disegni, installazioni. Per cominciare, Aranda ha reinstallato le teste delle collezione di Villa Croce, incrementandole e creando quella che si può definire “una collettività eterogenea fatta di sole teste”. In un’altra stanza, invece, ha inserito una serie di sole mani (dalle suggestioni ricevute dall’esposizione visitata in Giappone), che vogliono essere le mani di operai e, in contrasto con le teste, rappresentare il lavoro manuale, opposto a quello intellettuale. Poi, ha inserito anche video che esplorano il tema del pensiero: cosa pensano queste teste, quali meccanismi interiori celano, quali idee condividono? C’è anche un lavoro precedente, che Julieta ha pensato si inserisse bene nel contesto: “Tools for Infinte Monkeys”, una stanza intera le cui pareti sono coperte da una sorta di carta da parati dattiloscritta. Il titolo rimanda alla storia di cui si era parlato in Gran Bretagna, di alcune scimmie che, chiuse in una stanza e dotate di matita e macchina da scrivere, avrebbe mangiucchiato la matita e optato per la dattilografia. Le scimmie sarebbero riuscite a comporre circa 4, 4 pagine e mezzo, le stesse riprese da Aranda, ingrandite e usate per ricoprire le pareti. Nella stanza, anche una macchina da scrivere modificata, con la sola lettera f, che sembra essere quella più utilizzata dalle scimmie. Si era arrivati al paradosso di sostenere che le scimmie sarebbero state in grado di riscrivere le opere di Shakespeare, ma in realtà senza cognizione di causa gli animali premevano sempre i soliti tasti giusto per sentire il rumore prodotto dalla macchina. Julieta esplora anche questo territorio e osserva questi alter-ego umani, nel loro rapporto corpo-testa. Infine, dei disegni a parete fatti a vinile rappresentanti popolazioni acefale del ‘700, considerate selvagge e “senza testa”. Aranda, nella sua personale, comunica l’immagine violenta di una individualità contemporanea decapitata, smembrata e disarticolata nelle sue componenti essenziali».

    If a Body Meet a Body: da dove questo titolo?

    «Un titolo che incuriosisce e che, a ben guardare, è carico di rimandi colti. A partire dalla canzone scozzese scritta nel 1782 da Robert Burns, “Comin Thro’ the Rye” (ovvero all’incirca “Attraversando la Segale”), che dice proprio così: “Gin a body meet a body/Coming through the rye/Gin a body kiss a body/Need a body cry?”, se una persona incontra un’altra persona attraversando la segale; se una persona bacia un’altra persona, ha bisogno di piangere? La canzone è tanto comune e tanto conosciuta, da essere stata riprese nel celebre romanzo “Il Giovane Holden” di Salinger. Ma perché questa scelta? L’artista ha rivelato che il titolo fa riferimento soprattutto al testo di Salinger, in cui il protagonista, interrogandosi sul suo futuro, modifica inavvertitamente la strofa di una poesia ottocentesca trasformando il verso “if a body meet a body” in “if a body catch a body” (da cui il titolo originale del romanzo “The Catcher in the Rye”). Se il giovane Holden immagina che il suo destino sia quello di afferrare i corpi “prima che cadano nel burrone”, Julieta recupera l’importanza dell’incontro fra corpi, lasciando intendere che da esso possano scaturire infinite possibilità».

    Elettra Antognetti

  • Elisa Traverso, Videoscrittori: “La prima volta che la vedo”

    Elisa Traverso, Videoscrittori: “La prima volta che la vedo”

    Elisa Traverso è una scrittrice genovese che ha partecipato a Videoscrittori cercando di raccontare la sua città, schiva e prudente.

    Con quali occhi si va alla scoperta di una città secondo te?

    «Attraverso l’amore, anche se è una parola abusata. L’amore è la chiave di lettura, come due persone che si incontrano e si scontrano vedendosi per la prima volta…»

    Quindi il tuo rapporto con Genova è conflittuale..

    «Eh beh si.. come tutti i rapporti d’amore! Picchi di positività e negatività indispensabili per poter amare… Per me è stato struggente scrivere questo racconto sulla mia città, mi emoziona molto…»

    Che colonna sonora immagini per un viaggio alla scoperta di Genova..

    «Domanda difficile… Sicuramente un brano strumentale, le parole mi sembrano di troppo. Non riuscirei a vedere un genere solo, credo ci siano aspetti jazz e aspetti blues… Però Genova è silente e la musica giusta per accompagnarla dovrebbe essere capace di rispettare questa caratteristica.»

    E se dovessi pensare ad uno scrittore che vorresti accanto in questo viaggio?

    «Forse un sudamericano, Gabriel Garcia Marquez. Lui secondo me Genova saprebbe capirla…»

     

    a cura di Marcello Cantoni

     

    “La prima volta che la vedo” di Elisa Traverso

    elisa-traversoÈ sempre il viaggio che mi porta, ma arrivo quasi sempre in ritardo. Non voglio perdere il tempo, così provo a lasciarlo esattamente dove è. Ma non ci riesco. Ho affinato le migliori scuse quando mi dicono di tutto. Viaggio senza orologio, in ogni caso.

    Sono dentro il mio viaggio impossibile. Ma qualcosa traina via la mia rotta, dietro una curva, improvvisamente. E mi ritrovo a strapiombo sul mare.

    La vedo.

    Violenta, immobile.

    Mi osserva di sbieco, mentre combatte con tutte le sue forze la comune curiosità. Mi osserva sempre di sbieco, capirò poi.

    É una donna segreta, che ti innamora adagio. Mi prende per mano e mi porta con sé, senza parlare.

    Scivoliamo giù verso il mare. Si muove sinuosa e tortuosa, mi confonde mentre fiuto la sua indole insidiosa.

    La vedo scoscesa e verticale obliqua, è lì ma irraggiungibile. È lì ma non è.

    Il mare è sparito davanti ai nostri occhi, in questa scalata a testa in giù. Trattengo il fiato senza accorgermene, mentre varco le soglie di un mondo quasi sotterraneo. Lei si è fatta cupa.

    Mentre si svela, scopro che in lei nulla è parallelo, e mi smarrisco nelle mille in-tersezioni della sua geografia emotiva. Quando mi sembra di capire, subito mi perdo dietro un nuovo angolo impensato. Sono continuamente smarrito mentre navigo le sue retrovie come le quinte di un palcoscenico che però, lei, non salirà mai. Perché lei vive di terra, lei vive di mare. Costumi di scena e copioni li lascia alle altre.

    Tutto questo mi lascia andare a un forma inconsueta d’amore, e questa volta è lei a essere in ritardo. In ritardo sul cuore.

    Scivolosa, leggo in lei pensieri lunghi e lontani mentre mi parla con perpetui ricordi di pioggia.

    Perché lei ha paura. Perché vive da sempre sul confine del possibile.

    Lei non si fida di me. Mi stringe e mi allontana, in una danza sgomenta. Prende le distanze come un geometra sbronzo. Si mette di traverso per non farmi passare. É disperata, vittima del suo malessere perfetto.

    Mi fa infuriare questa ritrosia lapidaria. Sto per andarmene, sconfitto.

    “Non mi lasciare”.

    Non so se era vero. Era proprio lei? Oppure un richiamo antico del mare dal sottosuolo.

    Piovono su di noi tutti i punti interrogativi del cielo, e si posano sotto i miei piedi, dappertutto. Mi costringe a guardare in alto. E non vedo altro che fine-stre, mi viene il torcicollo, mi gira la testa.

    “Sei quasi crudele” le dico.

    Ma mi viene a prendere la sua memoria orizzontale, e mi riporta a me stesso. Con lei mi trovo su un’ellisse sbilenca, e per non cadere via mi appiglio al gancio dell’ironia.

    E lei finalmente ride con me. Ride e si fa immensa, proprio mentre si spalanca davanti a noi il mare.

    Il mio cuore cade a piombo dentro l’acqua salata, mentre capisco esattamente dove sono. Mentre i punti cardinali trovano casa nei miei sensi. Lei si fa fiammeggiante e mi distruggo nei tramonti liquidi dei suoi occhi.

    Mi abbraccia, ed è la fine.

    Perché Genova ti abbraccia solo davanti al mare.

     

  • Ludovica Robotti, l’associazione di don Paolo Farinella per i più deboli

    Ludovica Robotti, l’associazione di don Paolo Farinella per i più deboli

    san-torpete-chiesaLudovica Robotti è una bimba dal cuore grande, un piccolo angelo che ha vissuto tra noi solo 299 giorni, nel cui sorriso, oggi, riescono a trovare un po’ di serenità tante persone a cui la vita sembra aver voltato le spalle.

    Ludovica Robotti, infatti, è anche un’associazione, nata nella primavera del 2010 per illuminazione e volontà di don Paolo Farinella – rinomato biblista e parroco di San Torpete, ma più semplicemente “Paolo, prete” come preferisce firmarsi lui stesso – e dei suoi tanti amici genovesi e sparsi per il web, che nel 2012 si sono presi cura di quasi una sessantina di persone, per un impegno economico che ha sfiorato i 40 mila euro.

    «Ricordo come se fosse ieri, il primo incontro con Valeria ed Emilio – racconta Paolo, prete, accogliendoci nei locali dell’associazione – due genitori che mi avevano contattato per sondare la mia disponibilità a celebrare il funerale della loro bambina di quattro mesi e mezzo, che sicuramente non avrebbe spento neppure la prima candelina. Non formava i muscoli, una tragica forma di Sla».

    Ludovica morì a nove mesi e mezzo, il 3 febbraio 2010. Il giorno del suo saluto, San Torpete era piena di gente che, nonostante la pioggia, intasava anche piazza San Giorgio: «Fu durante l’omelia che capii che quella bambina poteva effettivamente nascere di nuovo. Stavo dicendo che Ludovica non era morta, una cosa illogica. Ma proprio in quel momento la vidi come un messaggero, un raggio di luce che è arrivato e se ne è andato. Allora lanciai subito l’idea di creare un’associazione dedicata a lei perché nel suo nome potessero vivere tante persone». Era il febbraio del 2010, ad aprile dello stesso anno è stata costituita l’associazione “Ludovica Robotti”, che a settembre avrebbe iniziato a essere operativa con 250 iscritti. «Non avevamo ancora una sede – ricorda Farinella – e in quel momento ci riunivamo nella sacrestia della parrocchia; ma volevamo partire subito, interrogandoci sui criteri con i quali avremmo dovuto operare, mossi dalla convinzione che non si sarebbe trattato di un Centro d’ascolto, come abbiamo voluto ribadire nello slogan dall’elemosina alla giustizia».

    E chi conosce don Paolo, sa benissimo che i fondamenti dell’associazione Ludovica Robotti altri non sarebbero potuti essere che la Costituzione della Repubblica italiana e il Vangelo, come spiega lo stesso sacerdote: «La Costituzione stabilisce che ognuno ha diritto di vivere in pienezza la propria vita, rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione come sottolinea l’art. 3. Studio e lavoro sono alla base di tutto perché senza questi non ci può essere un’economia, uno stipendio e quindi viene meno la dignità di una persona, la sua libertà e il suo tempo libero, la sua dimensione sociale e spirituale». Qui il prete sembra lasciare il passo al sociologo: «Certamente la mia è una visione che riprende Marx: il lavoro non è un mezzo di produzione ma il fondamento, la sede della dignità della persona. Poi c’è la seconda pietra angolare, il Vangelo, che ci dice che tutto il creato deve avere una finalità sociale: gli egoismi non possono essere i valori si cui si costruisce la società».

    A questo punto, però, urgeva una scelta perché l’Agenzia delle Entrate non consente la citazione della Costituzione italiana nello Statuto di un’associazione onlus: «Non potevo piegarmi a questa cosa – continua Farinella – d’altra parte desidero che questa associazione sia segno tangibile della gratuità assoluta: chi contribuisce non deve farlo perché può detrarre la sua donazione dalle tasse, ma lo deve fare a perdere, perché decide di condividere con gli altri un bene proprio che ha una valenza collettiva. Altro non è che l’estensione a livello collettivo del principio individuale, previsto sia dalla Costituzione che dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica, della proprietà privata: un valore con una valenza sociale che non può essere assoluto».

    A questo punto iniziano gli sforzi non indifferenti per acquisire e ristrutturare alcuni locali adiacenti alla parrocchia che sono diventati oggi la sede dell’associazione. «Come dicevo prima, la “Ludovica Robotti” non è un centro di ascolto ma è un luogo in cui l’ascolto è al centro. Nel senso che le persone che vengono, non stanno in piedi a chiedere l’elemosina ma sono accolte e raccontano il loro problema a un’assistente sociale e un membro del consiglio direttivo, coadiuvati da uno psicologo qualora fosse necessario. Non diamo mai soldi direttamente, anche perché altrimenti il sistema si intaccherebbe immediatamente, e neppure diciamo sempre di sì ma ci facciamo sempre carico del sostegno di chi ci viene a chiedere aiuto».

    Delle 57 situazioni affrontate nel corso del 2012, 27 sono provenute da segnalazioni fatte da soci o amici dell’associazione, 6 da altre associazioni, Caritas e Centri d’ascolto, 10 invece gli accessi spontanei. Le restanti 14 situazioni sono provenute dal servizio pubblico, ovvero da distretti sociali che non avevano più fondi a disposizione: «Sebbene non ufficialmente – commenta don Farinella –  di fatto possiamo considerarci una sorta di sussidiari del Comune di Genova, che non ha più risorse. In alcuni casi, non solo Tursi non interviene direttamente, ma non si occupa neppure di prendere in carico la situazione provocando una spiacevole falsificazione dei dati sulle povertà».

    Oltre agli interventi emergenziali, spesso dedicati alla riattivazione di acqua, luce e gas, le principali aree di intervento dell’associazione sono quattro.

    L’ISTRUZIONE, LA CASA, GLI ESODATI E I MINORI

    don-paolo-farinella-preteLa prima riguarda una sorta di borsa di studio all-inclusive, con la copertura di tutte le spese scolastiche e di istruzione necessarie a una completa formazione dei giovani accuditi che, se vogliono, possono iscriversi anche all’Università. Al momento, questa tipologia di intervento riguarda tre ragazzi italiani e due bambini in Bangladesh. «Per quanto riguarda il Bangladesh – racconta Farinella – siamo aiutati da un gruppo di amici di Roma, dove vive il papà di questi bambini, vendendo giornali per le strade della capitale. La mamma, invece, è con loro in Africa ma non può lavorare perché deve vigilare costantemente sui due piccoli per evitare che vengano rapiti e coinvolti nell’atroce traffico di organi umani».

    Tra le storie dei ragazzi aiutati c’è anche quella di un giovane di origini slave, che don Paolo non esita a definire «un genio», a cui l’associazione ha fornito tra le altre cose un computer ma che ha declinato l’offerta di una stampante perché non indispensabile. «Non chiediamo la luna – assicura il prete – e non vogliamo per forza la media del 9, ma è necessario che questi ragazzi si impegnino al massimo, per quanto la loro situazione lo possa consentire. Però non vogliamo che il mantenimento della borsa di studio diventi per loro un’ossessione, una malattia. La borsa di studio non è ricattatoria: è loro e la mantengono fin tanto che rispettano con impegno le normali scadenze scolastiche».

    Un’altra quota dei fondi raccolti viene utilizzata per assistere i destinatari degli alloggi comunali: chi riceve queste abitazioni, infatti, spesso non ha le possibilità economiche neppure per sistemare gli allacci delle utenze né per recuperare il mobilio minimo e indispensabile per una sopravvivenza decorosa. In questo caso, la collaborazione arriva da Massoero 2000, un’altra associazione in ambito sociale che vede protagonista Farinella.

    Il terzo settore di intervento riguarda l’accompagnamento fino alla pensione degli esodati più anziani e bisognosi.

    L’ultima area, infine, è quella destinata a tutte le difficoltà che riguardano i minori e le loro famiglie. Tra gli interventi più toccanti, quello che riguarda una piccola bimba genovese di 4 anni, vittima di abusi sessuali in casa, a cui la “Ludovica Robotti” paga una parte della psicoterapia, grazie alla pensione di reversibilità di Elena Hermalaos – a cui è dedicata la saletta degli psicologi nei locali dell’associazione – interamente devoluta dal marito.

    Tra le tante storie di aiuti e vite ridonate, ce n’è una che abbraccia tutti i campi di intervento dell’associazione. È la storia di un ragazzino quindicenne nato a Genova da una mamma nigeriana, costretta a mandarlo dai nonni in Africa per questioni di sopravvivenza. La “Ludovica Robotti” si è fatta carico del ricongiungimento di questa famiglia, pagando il biglietto dell’aereo alla donna che si è potuta recare in Nigeria a recuperare il figlio, riportarlo in Italia prima del compimento del sedicesimo anno, e in un colpo solo ha donato un alloggio e un lavoro alla donna presso la casa di un’anziana genovese, nonché una borsa di studio per il ragazzo.

    Vi sono, inoltre, alcuni casi di cui non l’associazione non riesce a farsi carico direttamente: di solito, si tratta di croniche o, comunque, talmente disperate che l’intervento della “Robotti” non riuscirebbe a sistemare nemmeno in parte. «Quando ci troviamo di fronte a queste circostanze – sottolinea don Farinella – non è che chiudiamo la porta in faccia alle persone, ma invece che intervenire direttamente le accompagniamo presso strutture emergenziali che possano provvedere in maniera più efficace».

    Gli occhi di Paolo, prete, si riempiono di gioia mentre continua a raccontare le avventure di chi in questi tre anni di vita è stato risollevato dell’aiuto di Ludovica. E con tanta soddisfazione e anche un po’ di giusto orgoglio non ci lascia andare finché non ha raccontato un’ultima storia, radicata nel territorio genovese: «Tramite una nostra volontaria, assistente sociale del Comune, siamo riusciti a coinvolgere diverse farmacie, a partire dalla Valbisagno, nella fornitura mensile di una dieta lattea gratuita, ciascuna per una famiglia bisognosa della propria zona. La cosa bella è che la proposta è venuta direttamente dalle stesse farmacie, quando eravamo alla ricerca di un prezzo politico di cui saremmo stati disposti a farci carico».

    Tutto questo grazie al sorriso di Ludovica, che oggi ha un fratellino e tanti, tanti amici.

    Simone D’Ambrosio

  • Marc Luyckx Ghisi: la società della conoscenza, l’Europa del futuro

    Marc Luyckx Ghisi: la società della conoscenza, l’Europa del futuro

    marc-luyckx-ghisiStiamo vivendo uno dei cambiamenti più significativi della storia: la trasformazione delle strutture di credenze della società occidentale. Nessun potere politico, economico o militare può competere con la potenza di un cambiamento della mente. Modificando la loro immagine della realtà, gli uomini stanno cambiando il mondo.” 

    Inizia così, citando il pensatore americano Willis Harman, la prima parte del libro elettronico “La società della conoscenza”, scritto da Marc Luyckx Ghisi, autore belga ed ex-membro della Cellule de Prospective della Commissione Europea, l’équipe di intellettuali creata oltre vent’anni fa con lo scopo di immaginare il futuro dell’Europa. Nel suo libro, Luyckx Ghisi analizza in modo chiaro e accessibile la fase di transizione attraversata dalla nostra società, stretta tra due epoche caratterizzate da valori e modelli molto diversi tra loro.

    Il 7 maggio alle 20:30 l’autore sarà a Genova ospite nell’Aula San Salvatore in piazza Sarzano, 9 per la conferenza dal titolo: “La società della conoscenza: sostenibilità e nuovi posti di lavoro”, organizzata su iniziativa spontanea di tre giovani genovesi. Interamente in italiano, con un leggero accento belga che ne renderà ancora più piacevole l’ascolto, alla conferenza interverrà anche il Professor Francesco Villano, giornalista pubblicista e curatore della traduzione italiana del libro “La società della conoscenza”.

    Prof. Luyckx Ghisi, lei afferma che siamo nel mezzo di un cambiamento epocale. Potrebbe spiegare qual è l’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle?

    «Inizierò raccontando una storia. Circa 30 anni fa lavoravo alla Cellule per Jacques Delors (Presidente della Commissione Europea nel periodo 1985-95, ndr), il quale ci chiese uno studio sulle prospettive dell’economia europea fino al 2030. Giungemmo al risultato che la società industriale era al capolinea. Per capirne le ragioni fu sufficiente porsi la seguente domanda: quando sarà costruita una nuova fabbrica, si assumeranno diecimila operai oppure si propenderà per una squadra ristretta di ingegneri che controllino un gruppo di robot progettati per la produzione? La risposta era chiara, così come era evidente già allora che in Europa, nel giro di pochi anni, si sarebbero persi circa venti milioni di posti di lavoro nel settore industriale».

    Il che ci porta dritti verso una nuova epoca …

    «Esattamente. L’unica via percorribile è quella di entrare nella società della conoscenza, post-capitalista e post-industriale. Nella società della conoscenza, lo strumento di produzione non è più rappresentato dalla macchina, ma dalla mente umana, la quale condivide in rete il proprio sapere, creando, appunto, conoscenza secondo una logica win-win, nella quale tutti traggono un beneficio scambiandosi esperienze condivise. Con il termine “rete” non mi riferisco soltanto alla Rete – Internet – che pure ha una sua rilevanza in questo passaggio, ma intendo affermare che il lavoro non sarà più organizzato secondo le rigide strutture piramidali tipiche della società industriale. In questo modo le aziende saranno molto più human-centred, ossia metteranno al centro la persona e le sue competenze.
    Nella società della conoscenza, un manager intelligente dovrà avere come prima preoccupazione che il suo “capitale umano” sia abbastanza soddisfatto da tornare a lavorare nella sua azienda il giorno dopo».

    Mi sembra di intuire che il passaggio alla società della conoscenza implicherà una trasformazione che andrà ben aldilà del semplice cambiamento degli strumenti di produzione.

    «Si tratta senza dubbio di un mutamento molto più profondo. In generale, stiamo cambiando paradigma, ovvero il modo in cui ci relazioniamo con la realtà circostante.
    Veniamo da un sistema di valori della civiltà moderna industriale di tipo patriarcale, basato sulle tre “C” di Conquista, Comando e Controllo e fondato sulla sofferenza, sulla morte violenta, sulla disparità tra i sessi e sullo sfruttamento del pianeta. La civiltà industriale ci ha condotti a spolpare le risorse della Terra ed è evidente che non può funzionare, in quanto mette a repentaglio il futuro delle prossime generazioni. Al contrario, l’unica via di salvezza consiste nell’andare incontro al valore della Vita, mettendone al centro la sacralità e concretizzando un nuovo paradigma sociale ed economico. E’ un ragionamento pratico, ne va della nostra stessa sopravvivenza!»

    A tale riguardo, può dirci se già esistono nel mondo delle donne e degli uomini che stanno portando avanti questo cambiamento di valori?

    «Esistono e hanno anche un nome. In inglese si chiamano cultural creatives, che in italiano si traduce come “creatori di cultura” o “creativi culturali”. Su queste figure sono stati condotti diversi studi, uno in particolare a opera del Prof. Cheli dell’Università di Siena. Si tratta di persone che nella loro quotidianità, senza ricoprire ruoli altisonanti nella società, hanno già fatto propri i valori della Vita. Per entrare nella società della conoscenza non c’è bisogno di avere chissà quali titoli: è sufficiente creare attraverso le proprie intuizioni, ma anche con il proprio corpo e la propria anima, un po’ come fanno gli artisti. Alcuni dati riguardo ai cultural creatives sono abbastanza stupefacenti. Prima di tutto, si tratta di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo: solo in Cina ce ne sono probabilmente circa 200 milioni.
    Il secondo aspetto è che per la maggior parte sono le donne a portare avanti un cambiamento di paradigma che mette al centro la vita. Per esempio, il fatto che l’India è il paese più all’avanguardia nella società della conoscenza è anche una conseguenza della reazione all’odioso fenomeno (anche italiano, ndr) del femminicidio, tipico della società patriarcale. Infine, un altro elemento sorprendente è che i cultural creatives sono così numerosi eppure nessuno o quasi ne parla, i media in primo luogo. Ma forse non c’è troppo da stupirsi: i mezzi d’informazione sono in mano a poche persone, le quali hanno tutto l’interesse a far passare sotto silenzio il cambiamento per mantenere lo status quo».

    I creatori di cultura sono anche in Italia? E a proposito del nostro paese, che rapporto ha lei con la nostra penisola?

    «Eccome se ce ne sono in Italia! Stiamo parlando di milioni di persone, il che è in linea con una mia teoria. Per quanto possa sembrare strano, vista la situazione politica, io sono infatti dell’idea che in Europa l’Italia è sempre annunciatrice e anticipatrice di grandi cambiamenti. Gli italiani, con la loro cultura e le loro conoscenze implicite, hanno le qualità per creare una marea di nuovi posti di lavoro nella società della conoscenza.
    Riguardo al mio rapporto con l’Italia, io non ho solo origini belghe, ma anche greche e italiane, come si intuisce dal nome di mia nonna, Anastasia Ghisi. Forse anche per questo ogni volta che vengo in Italia sento un legame davvero molto forte con questo paese».

    Daniele Canepa

    Per informazioni sulla conferenza: creatoricultura@gmail.com oppure la pagina facebook Marc Luyckx Ghisi Conferenza

  • Ecco l’ambulatorio sociale: visite specialistiche a prezzi “popolari”

    Ecco l’ambulatorio sociale: visite specialistiche a prezzi “popolari”

    ponte-carignano-d3Già attivo dallo scorso fine novembre, l’ambulatorio sociale “Genova Salute” di via Ravasco è stato presentato ufficialmente martedì 23 aprile nel corso del convegno dedicato alla prevenzione medica nel mondo del lavoro, dal titolo “Il medico per la gente: gli ambulatori sociali”.
    Abbiamo intervistato il direttore tecnico della nuova struttura ambulatoriale, Marco Nesci, ideatore di una rete sanitaria che, per sua stessa ammissione, «rappresenta una sorta di ponte tra il Sistema sanitario pubblico e quello privato, a prezzi accessibili. Quello che stiamo cercando di realizzare è il contenitore di una serie di strutture capaci di dare una risposta più efficace ed efficiente alle esigenze di cura dei cittadini. Da un lato, infatti, il sistema pubblico presenta dei tempi di attesa spesso eccessivi, dall’altro il settore privato richiede un esborso economico difficilmente sostenibile nell’attuale contesto di crisi, dando così vita a non poche situazioni in cui si è quasi costretti a rinunciare alle cure».

    Com’è strutturata sul territorio la rete degli ambulatori sociali?

    «Il progetto degli ambulatori sociali è stato inizialmente raccolto dalla Lega delle cooperative ligure che, tramite alcune cooperative sociali, ha dato vita alle prime strutture. Il primo ambulatorio in assoluto, in capo a Cooperarci, è nato in Val Bormida, a Cengio (Savona), con servizi di odontoiatria e fisioterapia, due delle situazioni più critiche per i costi di accesso al di fuori del Sistema sanitario nazionale. Il secondo ambulatorio si è aperto a fine novembre a Genova, per iniziativa delle cooperative Co.ser.co. e La Comunità.
    All’interno delle rete, poi, vi sono alcuni soggetti privati che hanno deciso di aderire al progetto di calmieramento dei prezzi, attraverso la costituzione di un consorzio che coinvolge sette strutture poliambulatoriali del ponente savonese».

    foto da ambulatorisociali.org
    foto da ambulatorisociali.org

    Quali sono le peculiarità del poliambulatorio genovese di via Ravasco?

    «L’ambulatorio presenta diverse specializzazioni: abbiamo una sezione dedicata alla chirurgia ambulatoriale, per tutti gli interventi che non richiedono anestesia totale; poi ci sono cardiologia, colonproctologia, dermatologia, chirurgia vascolare, neurologia, ginecologia, odontoiatria, fisioterapia con fisiatra e riabilitazione; a breve partiranno anche i servizi di urologia e oculistica.
    Ci tengo particolarmente a sottolineare che prezzi accessibili non significa qualità minore. Nei nostri ambulatori ci sono professionisti di prim’ordine, grazie alla disponibilità di professori oggi in pensione ma dal curriculum ben noto nella sanità genovese e non solo, come il neurologo prof. Regesta, il chirurgo di colonproctologia prof. Reboa, il chirurgo vascolare prof. Viacava, tutti ex primari del San Martino, mentre in ortopedia abbiamo il professor Federici, già primario a Villa Scassi, e il prof. Morabito che si occupa di una particolare specializzazione di podologia. Insomma, si tratta di un ambulatorio molto ben attrezzato sia per la diagnostica sia per gli accertamenti specialistici».

    Ci spiega meglio che cosa intendente per “tariffe sociali”?

    «Non vogliamo essere in competizione con la sanità pubblica né tantomeno essere considerati suoi antagonisti. La nostra idea è di poter diventare integrativi rispetto al Sistema sanitario nazionale: non abbiamo nulla contro il pubblico, che in alcuni casi fornisce risposte qualitative molto elevate; il problema è fondamentalmente organizzativo e di sopravvivenza nei confronti dei continui tagli.
    Così, come esattamente come i servizi dello Stato, anche noi parliamo di pazienti e utenti che hanno necessità di prestazioni sanitarie e non di clienti. Questa filosofia è esplicitata anche dalla nostra ragione sociale di onlus, che implica il reinvestimento nella struttura di eventuali utili futuri.
    Per questo abbiamo dato vita a una politica tariffaria che ricalca sostanzialmente i costi dei ticket per i non esenti, in modo da poter andare incontro alla esigenze popolari. Ad esempio, un’ecografia che in ospedale costa 46 euro, nei nostri ambulatori si fa a 50 euro».

    SanitariPrezzi uguali per tutti, senza esenzioni parziali o totali?

    «L’ambulatorio ha due tariffe, una non convenzionata e una convenzionata, con una differenza del 15%. Le convenzioni vengono stipulate attraverso le categorie presenti sul territorio, come Ascom che si è fatta promotrice dell’incontro di martedì sulla prevenzione. Questo rappresenta uno degli aspetti chiave della nostra declinazione in ambito sociale: in generale, infatti, ci rivolgiamo al mondo del lavoro perché con queste categorie cercheremo di attuare una politica di prevenzione sulle malattie professionali, favorendo l’accessibilità alle visite prima dell’insorgenza della patologia.
    Inoltre, forniamo anche servizi che non sono coperti dal sistema pubblico o lo sono, comunque, in minima parte: penso, ad esempio, a odontoiatria e ad alcuni rami della fisioterapia. Anche in questo caso, per le prestazioni che non ricadono all’interno del Sistema sanitario nazionale, applichiamo le stesse tariffe che si possono trovare al San Martino o al Galliera, mentre per servizi finora ad esclusivo appannaggio del settore privato riusciamo a stare su cifre radicalmente ridotte, come succede per l’odontoiatria che ha prezzi dal 30% al 50% in meno.
    Inoltre, come già avviene per le strutture del consorzio savonese, stiamo cercando di convenzionare l’intera rete con il Sistema sanitario per consentire l’accesso alle prestazioni in maniera gratuita a chi è esente dal pagamento del ticket, tramite la prenotazione via Cup».

    Come fa un cittadino privato a usufruire dei vostri servizi a tariffa convenzionata?

    «Oltre all’affiliazione a una delle associazioni convenzionate, il singolo privato ha altre due strade per poter accedere ai prezzi scontati: l’adesione all’associazione che stiamo costituendo ad hoc, sempre nell’ambito dell’associazionismo di tipo cooperativistico, sul modello delle società di mutuo soccorso, e l’iscrizione al progetto di Coop Salute, che mira a istituire una sorta di mutua regionale, che garantirà l’accessibilità agli ambulatori per tutti gli iscritti».

    Si può già fare un bilancio, dopo i primissimi mesi di attività genovese?

    «Il bilancio dei primi tre mesi è assolutamente positivo: tra tutte le specializzazioni, abbiamo già superato il migliaio di prestazioni erogate, sintomo della forte necessità da parte della popolazione di aver strutture di base territoriale che possano rispondere a queste esigenze, a condizioni economiche accessibili. Contiamo di poter raddoppiare se non triplicare gli sforzi, non appena saremo a pieno regime».

    Simone D’Ambrosio

  • Cecilia Strada: intervista alla presidente di Emergency

    Cecilia Strada: intervista alla presidente di Emergency

    cecilia-strada-emergencyArticolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti“.

    Queste parole sono la premessa con cui Emergency nel 2006 ha aperto il suo primo ambulatorio a Palermo: da allora il Programma Italia si è esteso in diverse città – Marghera, Sassari, Castel Volturno e altre – con poliambulatori “stabili” e ambulatori mobili, e ha fornito oltre 80.000 prestazioni gratuite.

    Un progetto che vuole estendersi anche in altre zone del nostro Paese: per questa ragione Emergency ha attivato una raccolta fondi via sms attiva fino a domenica 28 aprile. Chiunque può contribuire inviando un sms (valore 2 €) o facendo una telefonata (valore dai 2 ai 5 €) al numero 45505.

    Cecilia Strada, presidente di Emergency, ci spiega le ragioni e gli obiettivi del progetto.

    Programma Italia è iniziato nel 2006, ben prima dell’aggravarsi della crisi economica e dei tagli alla sanità e agli enti locali: come vi rapportate con le istituzioni del territorio?
    La nascita di Programma Italia aveva l’obiettivo di sostenere i migranti irregolari, i quali – come ben sappiamo – sono molto penalizzati nell’accesso alle cure mediche. Nel tempo abbiamo riscontrato che molti migranti regolari e cittadini italiani richiedevano cure nei nostri poliambulatori, in una misura molto più alta rispetto a quanto pensavamo in origine. Oltre all’aumento del ticket sanitario, esistono costi molto alti che riguardano anche chi ha un’esenzione ticket: per esempio occhiali da vista o protesi odontoiatriche possono comportare una spesa fino a diverse centinaia di euro.

    Il rapporto con le istituzioni locali varia da Comune a Comune e da Regione a Regione: posso citare esempi virtuosi come quello della Regione Puglia, che attraverso una delibera estenderà le attività di Programma Italia in altre città oltre a quelle dove siamo già presenti, mentre a Marghera e Palermo – sempre attraverso una delibera delle rispettive Regioni – i nostri medici hanno in dotazione il ricettario rosso, ossia quello fornito dalle Asl.

    Quali sono i caratteri salienti di Programma Italia? Quali gli obiettivi futuri della raccolta fondi? 
    Scopo di Programma Italia è fornire orientamento socio-sanitario: non solo la cura diretta e gratuita dei pazienti, ma anche informazioni sui propri diritti e su come accedere alle prestazioni sanitarie, mediazione linguistica e culturale a chi non parla italiano.

    Non è un servizio sostitutivo rispetto al Sistema Sanitario Nazionale, ma fornisce supporto dove questo non riesce ad arrivare: non si tratta solo di curare i pazienti che per motivi economici o di altra natura non accedono alle cure mediche, ma contribuire nel lungo periodo a un impatto positivo sui bilanci degli enti locali.

    Mi spiego meglio: se una persona non può permettersi le cure mediche di cui ha bisogno, cerca di “accedere gratuitamente” attraverso il Pronto Soccorso oppure rinuncia a curarsi. Le attività di un Pronto Soccorso hanno un costo maggiore rispetto a quelle di un ambulatorio: nel primo caso citato, alla persona viene assegnato un codice non urgente, e come già oggi avviene si ha un “intasamento” di pazienti non gravi; nel secondo caso, la persona dovrà andare al Pronto Soccorso a causa dell’assenza di cure e dell’aggravarsi della patologia, con forti rischi per la vita e la salute. Incentivare le attività dei poliambulatori permette di ridurre i tempi di attesa nei Pronto Soccorso e abbattere i costi della loro gestione.

    Il nostro obiettivo, anche attraverso questa raccolta fondi via sms (ricordiamo: 2 € al 45505 entro il 28 aprile, ndr), è dunque aprire nuovi poliambulatori e nuovi ambulatori mobili, a partire da Napoli e Polistena, quest’ultima in provincia di Reggio Calabria.

    Uno dei temi chiave di Programma Italia è l’accesso all’informazione: da un lato dare la possibilità a chiunque di conoscere le attività di Emergency e dare il proprio contributo (sabato 20 aprile avrà luogo l’inaugurazione dell’infopoint Emergency in piazza De Ferrari), ma anche e soprattutto per i pazienti. Quanta consapevolezza c’è dei propri diritti, per chi necessita di cure mediche?

    La consapevolezza è ancora molto scarsa e non solo per i migranti. Nell’ambulatorio di Castel Volturno ci siamo trovati a contatto con pazienti affetti da patologie croniche che non sapevano di aver diritto all’esenzione per le cure: per esempio, persone anziane affette da diabete che pagavano il ticket a ogni controllo della glicemia e smettevano di farla quando non avevano più soldi, fino al nuovo accreditamento della pensione. Non sapevano di avere questo diritto perché nessuno li ha mai informati: l’esperienza di questi anni ci ha fatto capire che il non-accesso alle informazioni sui propri diritti è un problema che non riguarda solo i migranti.

    Lei ha “vissuto” Emergency fin dalla sua fondazione: prima come figlia (Emergency è stata creata nel 1994 dai genitori di Cecilia, Gino e Teresa Strada, ndr), poi come volontaria, oggi come Presidente. Come vive questo nuovo impegno all’interno dell’associazione?
    La percezione che ho di Emergency è più o meno la stessa di quando ero volontaria, anche se i miei impegni sono decisamente aumentati. Aver operato come volontaria mi fa ricordare ogni giorno quanto sia pesante il lavoro quotidiano, ma al tempo stesso quante soddisfazioni arrivano dal raggiungimento degli obiettivi. Quando si riesce a ottenere dei risultati positivi non conta essere presidente o volontarioperché tutti hanno partecipato con il proprio contributo.

    Marta Traverso

  • Alberto Cappato: intervista al direttore di Porto Antico di Genova S.p.A.

    Alberto Cappato: intervista al direttore di Porto Antico di Genova S.p.A.

    alberto-cappato3Direttore Generale della società Porto Antico di Genova S.p.A. dallo scorso 15 novembre 2012, Alberto Cappato (genovese, classe 1971, dal 1999 Segretario Generale dell’Istituto Internazionale delle Comunicazioni) ha ormai terminato la fisiologica fase di “rodaggio” post-insediamento e, inseritosi al meglio nel suo ruolo manageriale, ci accoglie con entusiasmo e ci offre una panoramica a 360 gradi del passato del Porto Antico, della situazione presente e dei tanti progetti per il futuro.

    Nominato anche in considerazione della sua fama internazionale e dell’esperienza sviluppata all’estero (laureato in Economia all’Università di Genova e di Nizza, PhD in Transport Engineering and Economics, con esperienze lavorative al polo scientifico di Sophia Antipolis di Nizza nell’ambito della pianificazione e del marketing territoriale, in un curriculum ancora molto più esteso), Cappato è sembrato essere ai membri del CdA della Società Porto Antico la figura ideale per il rilancio di un’area altamente strategica per la città di Genova, sia dal punto di vista culturale sia economico: in corso l’apertura ai mercati internazionali e la ricerca di nuovi partner, per un nuovo grande progetto di esportazione dell’eccellenza genovese nel panorama internazionale.

    Dottor Cappato, il Porto Antico ha compiuto vent’anni poco meno di un anno fa. Un bilancio di questo periodo di attività.

    «Dopo i primi anni di vita del Porto Antico, dal 1992 al 1996, con l’insediamento dell’Acquario come grande attrazione turistica, sono iniziate a Genova le operazioni di risanamento del centro storico e di espansione della città, proprio in concomitanza con il potenziamento del waterfront, e questo all’inizio ha limitato la sfera di azione dell’area portuale: infatti, si temeva che forzando troppo la mano sulla promozione delle attività del Porto Antico si rischiasse di danneggiare il recupero dei vicoli, appena iniziato. Per questo all’epoca si decise di optare per l’inserimento, all’interno del nuovo centro portuale, di esercizi commerciali diversi da quelli del tessuto urbano: il Porto Antico ha voluto e dovuto indirizzarsi quindi verso il settore della ristorazione, creando nel tempo una situazione di saturazione.
    Inizialmente questa si è rivelata una scelta vincente, un’offerta ampia e varia, per tutti i gusti e per tutte le tasche; oggi, in una situazione di crisi economica generalizzata, il mercato ristorativo langue più che in passato, anche se gli esercizi del Porto Antico resistono. Soprattutto dopo l’arrivo di Eataly, grande  colosso nazionale e brand di classe, la situazione si è smossa anche per gli altri soggetti, che sono costretti, o meglio stimolati dall’esempio virtuoso del fratello maggiore, a rendere la propria offerta sempre più attraente. Siamo orgogliosi del fatto che le attività già avviate, pur in questa fase di crisi, reagiscano al meglio; tuttavia, in questo momento, continuare a saturare l’area di ristoranti e bar non ci sembra la scelta più consona.
    Scongiurato ormai il pericolo di intralciare il percorso di riqualifica del centro storico, ci sentiamo dunque più fiduciosi nell’aprirci a nuovi tipi di attività, diverse da quelle ristorative: il Porto è un punto di riferimento importante per la città, unico caso di grande area pedonale per il relax e il tempo libero, ma anche maxi-contenitore di attività volte all’apprendimento. In una parola, “edutainment”, per imparare divertendosi: questo il leitmotiv che ha permesso di puntare sul turismo, richiamando un pubblico di bambini e ragazzi (con Acquario, Città dei Bambini, Area Gioco Mandraccio, ecc) e “svecchiando” l’immagine della Superba, città considerata anziana e di anziani, la cui popolazione è calata da 800 mila a circa 600 mila negli ultimi anni. Noi di Porto Antico S.p.A, che abbiamo la fortuna di gestire un’area chiave per il futuro dell’intera città, vogliamo dare un messaggio positivo, di crescita, con investimenti importanti e attenzione per le attività produttive (sia nel campo dell’industria pesante, che leggera, e dello sviluppo di software)».

    Come si è detto, il Porto Antico rappresenta sicuramente un’area strategica per la città. A questo proposito, quali sono i progetti in serbo per il futuro?

    porto-antico-bigo-M«Tanto per cominciare, la Vasca dei Delfini, il grande progetto di Renzo Piano per l’implementazione dell’Acquario, che vedrà raddoppiata la sua superficie. La vasca, pur trattandosi di una struttura galleggiante in cemento armato, mastodontica nei suoi 100 per 30 mq di dimensioni, si inserirà con leggiadria nello skyline portuale, senza appesantirne la silhouette. È una grande novità per l’Acquario, la più grande dopo 21 anni: noi di Porto Antico S.p.A crediamo molto in questa nuova avventura, tanto che abbiamo deciso di farci soggetto promotore e investirvi ben 30 milioni di euro. Gli altri soggetti partner (Costa Edutainement, Camera di Commercio, Comune di Genova e Autorità Portuale) contribuiscono a questo maestoso progetto, ma siamo noi a coordinare il gruppo di lavoro con il supporto del Comune di Genova. Ad esempio, Costa, di suo, ha finanziato con 3 milioni di euro, e altri 9 provengono dai residui delle casse delle Colombiadi, che abbiamo deciso di mettere a frutto in questo modo, reinvestendo per lo sviluppo del Porto stesso. Un retroscena: i lavori, che sarebbero dovuti essere già terminati, sono stati rallentati di ulteriori 3 mesi (rispetto al già accumulato ritardo) a causa del ritrovamento di reperti archeologici datati V secolo a.C. I reperti di cui disponevamo fino ad ora risalivano –i più antichi- al 200 a.C. e questa nuova scoperta fa retrocedere di ulteriori tre secoli la presunta datazione del Porto. Assieme ai ritardi, si sono accumulati naturalmente anche i costi per l’estrazione dei reperti, ma tutto ciò ci è sembrato lo stesso altamente positivo, tanto che già si pensa di creare, nella zona della nuova Vasca, un sito di valorizzazione archeologica dei ritrovamenti».

    Per finire, di pochi giorni fa l’inaugurazione del rinnovato Museo Nazionale dell’Antartide. Inoltre, di poco tempo fa anche la nuova esposizione Wow!

    «Certamente, tuttavia quello che ci preme è non solo attirare nuovi investitori e intraprendere altri progetti, bensì per prima cosa fare in modo che chi è già nella nostra squadra ci stia bene e voglia continuare a lavorare con noi, in un percorso in cui si prospettano certamente difficoltà, ma anche grandi successi. Attualmente i nostri spazi sono occupati non dico al 100%, ma quasi: restano libere solo poche aree da adibire a uffici o ad attività ludico-educative. Dopo l’inaugurazione di Wow! e il rinnovamento di MNA, i grandi contenitori sono stati tutti riempiti. Ora vogliamo soprattutto mantenere l’area attrattiva, come già è, e ancora di più: in programma, manifestazioni diverse lungo tutto l’anno, per mantenere viva la zona per i genovesi e per chi viene da fuori, richiamando flussi di turisti nazionali e internazionali».

    E non dimentichiamo il maxi-progetto per il restyling del Ponte Parodi… Una vera e propria espansione a Ponente: c’è un valore strategico in questa “conquista del West”?

    alberto-cappato2

    «Quella del Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata. La nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea, che seguirà i lavori e gestirà le operazioni del nuovo complesso, diventando quindi nostra partner nell’amministrazione del nuovo waterfront ampliato.
    Come già ha ricordato l’Assessore Bernini, a voi e ad altri organi di stampa locali, manca ormai davvero poco all’inizio dei lavori: sistemate le questioni relative allo spostamento delle attività con sede in quella zona, alla preparazione di Via Buozzi e alla realizzazione di uno scavo per la creazione del park interrato, non restano altri ostacoli e tra un paio d’anni si inizierà. Porto Antico S.p.A. ha deciso, a suo tempo, di inserirsi in questo maxi-progetto perché abbiamo (sia le amministrazioni precedenti, che io stesso, con il lavoro che sto portando avanti) sempre sostenuto l’importanza di generare un meccanismo virtuoso, per cui la riqualifica dell’area portuale inneschi anche una parallela rivitalizzazione della zona a monte, da Via Prè a San Teodoro, e così via, a completare il percorso intrapreso anni fa a Sarzano-Sant’Agostino.
    Non posso, poi, non citare anche il progetto altrettanto ambizioso della creazione di un tunnel subportuale  che consenta di ridurre l’utilizzo della Sopraelevata, trasformandone una parte in “green line” pedonale sul modello newyorkese, e mantenendo una corsia per la mobilità veloce tra Fiera e Porto Antico. Non ne siamo partner diretti, ma il progetto ci interessa, in quanto –attraversando l’area tra Piazzale Kennedy e San Benigno- investirà anche la nostra zona».

    Come vedrebbe l’ipotesi di riqualificare l’area del Molo e delle storiche Mura di Malapaga e inserirle in un continuum museale da Levante a Ponente? 

    «Naturalmente vedo di buon occhio tutto ciò che ha a che fare con l’ampliamento del waterfront: sia la realizzazione del progetto di Renzo Piano per la creazione di un percorso pedonale che unisca la Fiera del Mare con le zone industriali del Ponente, sia l’apertura a nuovi poli museali che possano completare la già articolata offerta del Porto Antico. È lo stesso che succede con Galata – Museo del Mare: gestito da un altro soggetto, facciamo squadra tutti insieme per creare un unico waterfront e giovare al territorio e all’economia. Ci sta a cuore intraprendere un percorso che coniughi e armonizzi i tre fattori economico, ambientale, sociale, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile, o “sustainable”, come si usa dire. Pensi che in Francia la traduzione del termine inglese ha una connotazione leggermente diversa da quella di “sostenibilità” che diamo noi italiani: loro usano l’efficace “durabilité”, cioè “durabilità”, che a mio avviso trasmette bene l’idea di un percorso che deve portare nel tempo a ricadute positive. Come si possono avere ricadute positive se c’è uno squilibrio tra interessi economici, ambientali e sociali? In questo senso, stiamo cercando di aprirci alle energie alternative e alla mobilità elettrica».

    A questo proposito, mi viene in mente il progetto Illuminate. Ci racconti di cosa si tratta.

    «Si tratta di un’iniziativa che si inserisce nell’ambito di Genova Smart City, riguarda sia l’area del Porto e i Magazzini del Cotone, che quella dell’Acquario, di cui si occupa però Costa. In generale, il progetto rientra sempre in un’ottica di risparmio e di attenzione alla sostenibilità ambientale, economica, sociale. Esso prevede la sostituzione dell’attuale illuminazione esterna con le moderne tecnologie a led, che garantiscono una riduzione del dispendio energetico di oltre il 50%, a fronte di eguale intensità e durata dell’illuminazione. Per quanto riguarda noi, il processo di sostituzione dell’attuale illuminazione riguarda l’area dei Magazzini e del Porto e si concluderà entro fine giugno 2013. Per ora, sono ancora in corso test di valutazione per scegliere il tipo di illuminazione più adeguata all’area, in base ai criteri di intensità, luminosità, tonalità (luce calda, luce fredda, ecc). Inoltre, anche valutazioni urbanistiche, per valorizzare la bellezza del sito e non far perdere l’appeal che ha oggi. Il progetto è finanziato in ambito comunitario e dal Comune di Genova, nell’ottica “smart” di riduzione degli sprechi e miglioramento dell’efficienza».

    Non solo Porto Antico S.p.A., ma anche Costa Edutainment, Comune di Genova… quanto la sinergia di soggetti diversi gioca a favore della crescita dell’area?

    alberto-cappato

    «Molto, senza dubbio. Nel caso di Costa Edutainment, ad esempio, c’è un rapporto di partenariato privilegiato: in quanto gestori di Acquario Village possiamo dire che loro sono nostri clienti ma, vista l’importanza del ruolo che l’Acquario gioca per la nostra Società, anche il ruolo di Costa non può essere relegato al rango di semplice “cliente”. Con loro, cooperiamo positivamente a tutti i livelli. Anzi, visto che io e il direttore di Costa Edutainment siamo entrambi neonominati e per giunta abbiamo lo stesso nome (Alberto De Grandi, succeduto a Carla Sibilla, attualmente Assessore al Turismo n.d.r.), molti dipendenti scherzano, dicendo che è iniziata l’”era dei due Alberti”. Anche con il Comune, il rapporto è ottimo e ci sentiamo sostenuti nelle nostre iniziative, sia da loro che dagli altri nostri partner e azionisti (Camera di Commercio e Autorità Portuale, partecipanti rispettivamente per il 43,44% e 5,6%, mentre il Comune ha il 51% delle azioni, n.d.r.)».

    Dunque Porto Antico non significa solo eccellenza italiana, bensì anche grande ponte verso l’Europa?

    «Certamente! È vero che fino ad ora il turismo dell’area del Porto è stato sempre più italiano e troppo poco internazionale, ma ora siamo giunti a una fase di svolta, in cui ci sembra auspicabile aprirci al mercato internazionale, anche per far fronte alla crisi generale e tenerci aperte varie possibilità. Ne possiamo vedere già i frutti: non da ultimo, sono riuscito ad intessere contatti con il Sudamerica, dove alcuni soggetti chiedono il nostro aiuto per l’apertura di un waterfront fluviale simile a quello genovese. Porto Antico S.p.A., mettendo a disposizione le proprie competenze per aiutare chi voglia intraprendere percorsi affini a quello genovese, crea anche una fonte di reddito ulteriore per la Società, da reinvestire in nuovi progetti di ammodernamento. A questo proposito, mi sto impegnando personalmente per “esportare” la forza di Genova nel mondo e in questi mesi ho già ottenuto qualche successo: lo scorso gennaio ho presentato il Porto Antico di Genova a una delegazione di AIVP – Associazione Internazionale Città e Porti e ho avuto modo di far conoscere le nostre attività. La città, infatti, è in lizza assieme a Tangeri e Durban per diventare sede della Conferenza Mondiale AIVP 2014, opportunità unica per far conoscere le nostre attrattive davanti a oltre 400 delegati da più di 40 paesi: se saremo scelti, ospiteremo la Conferenza nelle sale del Centro Congressi dai Magazzini del Cotone, fiore all’occhiello dell’area portuale, con sbocco diretto sul mare, ad allietare molti congressi lavorativi. Non sappiamo ancora se risulteremo vincitori ma in ogni caso, per il grande successo riscosso in quest’occasione, Genova si appresta adesso a fare da pilota per altri progetti analoghi in altre parti del mondo».

     

    Elettra Antognetti

  • Emanuele Conte: intervista al direttore artistico del Teatro della Tosse

    Emanuele Conte: intervista al direttore artistico del Teatro della Tosse

    emanuele conte l1«Se stai male e c’è crisi devi lavorare di più e farlo al meglio delle tue possibilità. Se un teatro lavora meno con il pretesto della crisi allora diventa una struttura “inutile”, dunque perché gli enti pubblici dovrebbero sovvenzionarlo?». Con queste parole Emanuele Conte – presidente e direttore artistico della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse – ha espresso la sua posizione sulla situazione dei teatri a Genova, a margine della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Sogno in una notte d’estate e della contestuale mostra collettiva.

    Subito dopo la conferenza, gli ho posto alcune domande in merito all’attività del Teatro della Tosse (la cui gestione comprende anche Cantiere Campana e La Claque), sui legami con la città e un parere sulle proposte recentemente presentate per cambiare il sistema-teatro, a partire dal progetto di Consulta Regionale.

    Dal 2007 sei presidente e direttore organizzativo della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, dal 2010 direttore artistico. Rispetto al progetto che avevi in mente quando hai iniziato, sei riuscito a realizzare tutto quello che pensavi o hai dovuto “sterzare in corsa”?
    Questo mio percorso all’interno del Teatro è nato in un momento di profonda crisi, non solo finanziaria ma anche e soprattutto artistica: con la morte di Emanuele Luzzati (avvenuta il 26 gennaio 2007, ndr) vi è stata la presa di coscienza che nulla sarebbe più stato come prima. La costituzione della Fondazione Luzzati ha avuto come primo obiettivo il “salvarsi”, ossia raccogliere e portare avanti l’eredità di Luzzati e garantire altri trent’anni dopo quelli che hanno permesso a lui – insieme a Tonino Conte, Aldo Trionfo, Pepi Morgia e altri – di portare avanti il percorso del Teatro della Tosse, iniziato nel 1975.

    In parallelo ho voluto creare le basi per portare a Genova il lavoro di autori e compagnie emergenti da un lato, di grandi artisti internazionali dall’altro, per rendere la Tosse uno dei “teatri europei d’Italia”. A mio parere, il lavoro del direttore artistico – che svolgo dal 2010 in sinergia con Fabrizio Arcuri, mentre dal 2007 al 2010 lo è stato Massimiliano Civica – non è solo scegliere titoli e/o produrli, ma anche creare un’ambiente di connessione con il pubblico attraverso mostre, aperitivi, concerti e altre iniziative, proprio come si fa all’estero. Il mio principale orgoglio in questi anni è che nomi di punta del teatro internazionale sono venuti per la prima volta a Genova con uno spettacolo al Teatro della Tosse: penso per esempio a Peter Brook, Thomas Ostermeier, Eismuntas Nekrosius e tanti altri.

    Il tuo impegno nel portare autori non italiani alla Tosse potrebbe tradursi anche nell’attirare un pubblico internazionale? I dati sul turismo a Genova parlano di un incremento delle presenze di stranieri: è possibile a tuo parere avvicinare il turismo e il teatro?
    Non solo è possibile, ma si dovrebbe. Il problema è che non sempre accade, almeno non qui: da parte nostra cerchiamo di operare con le associazioni di categoria, su tutte quella degli albergatori, ma sono connessioni che andrebbero create dalle istituzioni. Noi siamo anche un presidio importante per il centro storico, ma spesso non vengono adottate le misure necessarie a contrastare le situazioni di degrado.

    Ti faccio un altro esempio: da quattro anni organizziamo un festival estivo ai Parchi di Nervi, che potrebbe anche attirare i turisti che vengono qui d’estate. Il problema è che ottenere le concessioni è ogni anno sempre molto complesso, e quest’anno molto probabilmente il festival non si farà a causa dei lavori di ristrutturazione del Parco.

    La Fondazione, nelle sue tre “anime” – Teatro della Tosse, Cantiere Campana e La Claque – punta molto sulla valorizzazione del contemporaneo: a tuo parere, attori e drammaturghi sono formati adeguatamente in questo campo, o le scuole e accademie puntano ancora su una formazione esclusivamente “classica”?
    La formazione al contemporaneo è molto carente, perché molte scuole e accademie hanno ancora un’impostazione antica, portata avanti da docenti conservatori. Il problema cruciale, a mio parere, è tuttavia un altro: le scuole di recitazione e drammaturgia sono molto costose per le pubbliche amministrazioni, perché non sono realtà che “fruttano”. Mi riferisco al fatto che oggi, in questo settore, il mercato è saturo e non c’è possibilità di dare lavoro o retribuire adeguatamente i 10, 15 diplomati che ogni anno escono dalle principali accademie. Senza contare i sempre più numerosi corsi di recitazione, scrittura teatrale o su professioni del teatro dei quali è difficile attestare la professionalità, ma che raccolgono molti iscritti. La formazione di potenziali disoccupati è inutile, se non addirittura criminale. Per lo spettacolo Sogno in una notte d’estate abbiamo formato una compagnia quasi interamente di nuovi elementi, con attori molto giovani: abbiamo annunciato i provini sul web, non tramite le scuole, e in pochi giorni abbiamo avuto oltre 200 candidature.

    Cosa pensi del progetto di Consulta Regionale che Tilt Teatro sta portando avanti? Parteciperai all’assemblea del 22 aprile in Regione?
    Ho ricevuto la convocazione e il Teatro della Tosse parteciperà alle assemblee. Non posso definirmi né contrario né a favore, perché di fatto non ho ancora compreso se e in quali termini una Consulta Regionale possa essere utile. La questione della ripartizione dei fondi è molto delicata, per esempio i soldi che il Comune elargisce al Teatro Stabile e al Carlo Felice sono destinati per obbligo di legge: il rischio è che vi siano realtà teatrali che vogliono “portare acqua al proprio mulino” e aderiscano a questo tipo di progetti solo per avere maggiori sovvenzioni, prima che per discutere su proposte e iniziative concrete.

    Un altro tema chiave portato avanti dalla Consulta è quello degli spazi: concordo sul fatto che ci siano molti spazi non utilizzati e sui quali non si sono realizzati progetti adeguati – su tutti il teatro Hop Altrove – ma va ricordato che gestire uno spazio ha dei costi vivi, a partire dalle utenze e dal retribuire chi ci lavora. Sono necessari progetti a lungo termine proposti da realtà con una professionalità forte e con le risorse per portare avanti le loro iniziative.

    Ritengo anzitutto importante dare valore ai teatri che non fanno solo cultura, ma sono anche un presidio importanti per i loro territori, come il Teatro Cargo a Voltri e il Teatro dell’Ortica a Molassana. In secondo luogo va sostenuta l’attività di chi continua a creare lavoro e opportunità, anche e nonostante la crisi: quando Marta Vincenzi, in campagna elettorale, volle incontrare gli operatori del teatro, proposi di rendere obbligatoria l’apertura alle compagnie emergenti e alle nuove produzioni nei bandi per i contributi pubblici. Una proposta che fu accolta positivamente e da allora inserita come requisito nei bandi stessi. Molti teatri puntano ancora sul “sicuro”, ma così facendo le compagnie nuove non lavorano mai, non hanno circuitazione. Da parte nostra, la distinzione che abbiamo operato fra Teatro della Tosse e Cantiere Campana vuole porre l’accento su questo intento, per dare un presente alle realtà emergenti, e non solo promesse per il futuro.

    Questo limite che ravvedi nei teatri è presente anche nel pubblico: spesso lo spettatore predilige gli spettacoli “più sicuri”, che già conosce e sa comprendere. Il teatro contemporaneo dovrebbe implicare una visione critica dello spettatore, che non sempre è possibile. Il Cantiere Campana ha tentato di ricevere le recensioni dagli spettatori per incentivarne lo spirito critico: com’è andato il progetto?
    L’iniziativa del Cantiere Campana non è nuova, perché la Tosse nelle passate stagioni aveva già provato esperimenti analoghi. Si tratta di un progetto molto interessante per noi, ma al tempo stesso impegnativo e difficile da seguire: in termini quantitativi i riscontri non sono stati molto alti, perché oggi lo spettatore tende a considerare se stesso come un consumatore, prima che un critico attento. Con il Cantiere Campana si è anche fatto un lavoro capillare sui social network, per trasferire nel web la creazione di ambiente e di comunità di cui parlavo prima: in questo senso sono un ottimo strumento, anche se il rischio è di “intasare” di comunicazioni bacheche altrui.

    Marta Traverso