Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Valeria Abate, Videoscrittori: “Il riflesso di un amore”

    Valeria Abate, Videoscrittori: “Il riflesso di un amore”

    Giunta ormai alla settima pubblicazione, Valeria Abate è una scrittrice genovese, con la passione dello sport. Ha partecipato a Videoscrittori e ci ha invitato nella sede della società di canottaggio dove si allena a Sestri Ponente nella Marina Aeroporto.

    Cosa rappresenta la scrittura nella tua vita?

    «La possibilità di poter parlare con me stessa. Da bambina ho sempre tenuto tanti diari, ho sempre avuto la necessità di fermare su carta quella che era la mia vita. Riuscire a rendere partecipi anche gli altri di quelle che sono le mie paure, le mie goie, i mie pensieri e le mie ansie è una cosa che mi emoziona molto e spero che un domani possa diventare la mia professione»

    Quale è il complimento che vorresti sempre ricevere come scrittrice?

    Vorrei che qualcuno potesse sentire proprio quel tu con cui ho raccontato una storia.

    di Marcello Cantoni

    “Il riflesso di un amore” di Valeria Abate

    valeria-abateSi erano conosciuti con un’occhiata. O meglio. Si erano incrociati, la loro prima volta, nel riflesso di uno specchio. Lei, intenta a domare quei ricci ribelli con una forcina, lo aveva visto di schiena. Spalle larghe, andatura decisa. Lui, direttore dell’hotel, l’aveva vista prima. Prima che lei lo vedesse riflesso. Lui aveva visto una buffa espressione, due occhi intensi color nocciola e una montagna di riccioli. E lì, probabilmente, si erano innamorati. Senza conoscersi. Senza sapere nulla più di quello che lo specchio, quello specchio, aveva mostrato loro. Si riconobbero, poi, qualche giorno più tardi. Lei aveva una minuscola forcina a incastrare un ciuffo di capelli più chiaro. Lui aveva sempre quella sua andatura decisa. Si piacquero. Indubbiamente si piacquero. Ma non si parlarono. Lasciarono che a farlo fossero i loro sguardi. Gli occhi nocciola intenso di lei gli dissero: «Speriamo che questa stupida forcina regga». Gli occhi ghiaccio freddo di lui le dissero:«I gemelli della camicia non mi piacciono». I loro occhi si parlarono molte altre volte. Non si dissero qualcosa di veramente importante. Quello non era un semplice gioco di sguardi. Anzi. Forse non lo era nemmeno. Non si guardavano per ipnotizzarsi. Non cercavano di rubare l’attenzione. Lo facevano senza sapere perché lo stessero facendo. Fino a quando non furono costretti a parlarsi. Si diedero del lei, benché in tutte le loro precedenti confidenze si fossero sempre dati del tu. «Mi scusi- lei gli disse- potrebbe gentilmente chiamarmi un taxi?». «Il suo taxi sarà qui tra pochi minuti, vuole che la accompagni fuori?». «No, non si disturbi. Molto gentile. Grazie». Appena lei salì sul taxi, entrambi pensarono che darsi del lei fosse stata una pessima idea. Quel taxi, infatti, portò lei- hostess di volo- su un volo per Parigi e, infine, nuovamente per Roma. Poi, come un taxi l’aveva portata via, così fu un altro taxi a riportarla in hotel. Quando lei scese da quell’auto bianca, la prima cosa che lui vide e riconobbe fu quell’ inconfondibile montagna di riccioli. Lei lo vide venirgli incontro e, ancora una volta, furono i suoi occhi a parlare per lei. «Dannazione, mi si è smagliata un’autoreggente». Lui rispose con un discreto e ufficiale: «Bentornata. Aspetti, mando qualcuno a prenderLe il bagaglio». E con un pensiero più indiscreto: «Maledizione! Ancora una volta questo lei distante e insopportabile». Lei arrossì. Gli aveva appena detto le stesse cose, con la stessa indiscrezione. Dopo qualche giorno, tornarono a darsi del tu. Davanti a quello specchio.- nel riflesso di quello specchio- che aveva saputo svelarli, per nulla timidi, per l’unica volta. Ma tra loto due, ormai, il ghiaccio che si era sciolto si era già anche riformato. Un gioco di sguardi, benché non fosse un semplice gioco di sguardi, non bastava più a nessuno dei due. Ma il problema, vero, era che a entrambi non bastava il coraggio per uscire dal riflesso di quello specchio.

  • Stefano Grattarola: intervista allo scultore genovese

    Stefano Grattarola: intervista allo scultore genovese

    stefano grattarolaStefano Grattarola, genovese classe ’69, è uno scultore. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti si è specializzato nella lavorazione del marmo e della pietra; lavora in Italia ma anche all’estero, dove le sue opere di dimensione ambientale sono esposte in luoghi pubblici. Ecco cosa racconta circa il suo lavoro e la sua ricerca artistica.

    Come mai la scelta di lavorare col marmo, materiale antico, classico, “lento”, antitetico alle dinamiche veloci del mondo attuale?             
    «Il marmo viene scelto in funzione del progetto che intendo realizzare, non è assolutamente una prerogativa inderogabile, l’idea è l’operazione artistica, il materiale un supporto».

    Cosa intendi con le parole “la natura non é una costante, ma in ogni epoca un concetto differente che l’arte aiuta a mettere a fuoco”? La natura non è forse un dato di fatto costante da milioni di anni?
     «La natura è indubbiamente una costante da milioni di anni, nello specifico quando lavoravo al progetto “naturaelineamenta”, mi sono interessato alle forme organiche come concetto su cui sviluppare una personale alterazione, facendole diventare “altro”. Sviluppavo una reinterpretazione nella pietra, materiale comunque a mio avviso morto, statico, cercando di denunciare l’impossibilità dell’uomo contemporaneo (cittadino) di riavvicinarsi al sentore universale della natura».

    stefano grattarola3Di solito l’artista lavora prima di tutto in virtù di un’esigenza interiore, a volte intenzionalmente senza alcuna considerazione per il pubblico, ma seguendo soltanto una propria necessità espressiva. Tu crei solo per te stesso o anche per chi guarderà i tuoi lavori?
    «Lavoro per me stesso, è una necessità, se ho fortuna gli sforzi vengono incanalati dentro una ricerca più vasta che a quel punto si autoalimenta, diventando anche messaggio per fruitori esterni, ad ognuno libera interpretazione, quello che spero è trasmettere sensazioni, far vibrare corde».

    La maggior parte degli artisti con cui ho avuto modo di parlare condivide lo stesso senso di sfiducia e inquietudine verso il mondo circostante, che si esplicita poi nell’aspetto delle opere…. ritrovo parte di questa inquietudine anche nelle tue immagini. Come interpreti questa cosa?           
    «Indubbiamente anche io sono molto attratto dalla parte oscura del pensiero, è molto più facile lavorare sul dramma dell’esistenza invece che sul piacere del vivere, nei momenti di comunione con se stessi e con l’esterno difficilmente ho trovato stimoli per poter iniziare a “pensare”».

    In “useless machine” lavori anche con legno dipinto un tempo utilizzato per le statue di santi; tu invece lo associ a insiemi di ingranaggi e ruote dentate…c’è un disegno preciso in questa scelta?
    «La denuncia dell’eccessiva tecnologia a discapito e perdita di un approccio manuale del fare è il tema ricorrente del lavoro “useless machine”; la scelta dei materiali è, come ho detto precedentemente, puramente casuale, a maggior ragione in questa ricerca la possibilità di utilizzare il legno con la stessa leggerezza di un lego o di un meccano apriva molte più strade all’apparente ludicità del fare».

    Hai lavorato in tutto il mondo con opere di dimensione ambientale poste in luoghi pubblici. Esiste un filo conduttore lungo l’insieme di questi lavori?            
    «Le opere di dimensioni monumentali che ho realizzato in giro per il mondo sono  la realizzazione degli stessi concetti in scala più grande, per gli scultori purtroppo è difficile ottenere appalti per grandi lavori, la possibilità di partecipare ai simposi internazionali di scultura è un buon compromesso per vedere l’opera nelle sue giuste proporzioni con un minimo di riscontro economico».

    stefano grattarola2È possibile limitarsi al bozzetto in gesso delegando la traduzione al materiale definitivo a mani altrui….mi è sempre parso che il rapporto fisico, la fatica manuale sulla materia grezza sia una sorta di valore aggiunto, che contribuisce a dare l’anima all’opera. Tu come ti comporti e cosa pensi di tutto questo?
    «Conosco colleghi e amici che delegano la realizzazione definitiva del lavoro ad altri, non è il mio caso al momento, per motivi etici e per motivi economici; l’avvalersi di laboratori artigiani esterni comporta a monte una grossa mole di lavoro da smaltire, e conseguentemente la disponibilità economica pagata dai committenti, nessuno spenderebbe soldi senza già essere sicuro di piazzare il lavoro».

    È possibile vivere di arte qui, oggi?         
    «Sul solito tema andare via o no da Genova ne abbiamo già parlato troppo, personalmente ritengo che in questa epoca la differenza sia ben poca, è un momento che il lavoro di clandestinità potrà dare i suoi frutti a lungo andare, e non parlo di jetset o gratificazioni economiche, parlo di onestà e verità della ricerca, l’aspetto più importante».

    Claudia Baghino

  • Lilith Genova: la musica delle donne e la Carovana dei festival indie

    Lilith Genova: la musica delle donne e la Carovana dei festival indie

    sabrina-napoleoneLa Carovana dei Festival è un collettivo nato a settembre 2012 dall’unione di forze di sette festival indipendenti attivi tra Liguria, Piemonte, Val d’Aosta ed Emilia. Sabato 16 marzo, presso Palazzo Ducale, gli organizzatori dei vari festival si sono dati appuntamento per organizzare le mosse future e gettare le basi di quello che diventerà un vero e proprio statuto di riferimento. I festival che fanno parte di questa realtà sono Indiesponente (Im), Miscela Rock Festival (To), Orzorock (Pc), Varigotti Festival (Sv), Wanted Primo Maggio (To), e i genovesi Festival delle Periferie e Lilith Festival: “Per questa stagione 2013 – racconta Roberto Giannini presidente dell’associazione Metrodora che organizza il Festival delle Periferie – la Carovana mira ad un consolidamento degli aspetti già intrapresi, quali scambio di artisti tra festival, eventi comuni, aiuto ad artisti di altre regioni o province onde avere la possibilità di esibirsi nei territori dei festival, in locali o situazioni altrimenti di difficile accesso per artisti che abitano a centinaia di chilometri, propaganda e promozione comune a tutti i festival ed eventi. Per il momento rimane un cartello di festival ed eventi, che si dà una serie di regole pratiche che da settembre, al termine dell’ultimo evento (il Supersound di Faenza che prenderà il nuovo nome Mei 2.0), potrebbe evolversi in un vero e proprio statuto che dovrebbe regolare aspetti quali l’ingresso di nuovi festival, i rapporti con la rete dei festival nazionale e alcuni festival europei affini. Non verrà istituito un vero e proprio organigramma con cariche e ruoli, e le decisioni strategiche saranno prese a larga maggioranza, senza distinzione tra festival più o meno importanti”.

    SABRINA NAPOLEONE E LA CAROVANA DEI FESTIVAL INDIE

    Abbiamo poi parlato con Sabrina Napoleone, musicista e fondatrice dell’associazione culturale Lilith, che ci ha raccontato la storia della sua associazione, del Lilith Festival (progettato e realizzato in collaborazione con La Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale e con il patrocinio del Comune di Genova), e ha discusso con noi i risultati dell’assemblea della Carovana: “La Carovana dei Festival – dice Sabrina – è un movimento che nasce spontaneo sulla base di un obiettivo comune, ovvero quello di fare concretamente qualcosa per la musica emergente. Ognuno dei sette festival che compongono la Carovana ha una propria storia ed una propria specificità, ognuno è nato rispondendo ad e esigenze e colmando lacune del proprio territorio e così facendo ne ha sviluppato le potenzialità ed ha tenuto vivo l’interesse della gente per la musica indipendente”.

    Quali propositi vi siete dati per il futuro?

    «Il proposito fondamentale è quello di dare agli artisti la possibilità di esibirsi di fronte ad un pubblico molto più vasto, farsi conoscere a livello nazionale e cosa importantissima confrontarsi con altri musicisti, produttori ed etichette. Per un artista partecipare ad un festival significa potersi esibire di fronte ad un pubblico a volte centinaia di volte più numeroso di quello che potrebbe intercettare suonando nei pochi locali e e club dove ancora si fa musica dal vivo».

    Quali saranno i punti fondamentali dello statuto?

    «Lo statuto su cui stiamo ancora lavorando dovrà regolamentare i rapporti tra i festival consorziati definendone gli impegni reciproci, sia quelli artistici che quelli economici. Dovrà inoltre definire le regole fondamentali attraverso cui verranno prese le decisioni. Ad esempio abbiamo già cominciato a lavorare, grazie alle intuizioni di Roberto Grossi del Varigotti Festival, ad un festival dei festival il 3 agosto a Finale Ligure».

    Quale ruolo specifico assumerà la vostra associazione relativamente al collettivo Carovana?

    «All’interno della Carovana ogni associazione collaborerà impegnandosi equamente e nel rispetto delle proprie specificità. Non ci sono ruoli definiti, ognuno farà la sua parte ma senza rigidità. Per una più rigida divisione dei ruoli occorre ancora un po’ di tempo, confrontarsi con progetti ambiziosi e capire chi di noi fa meglio cosa».

     

    sabrina-napoleone-2

    LILITH, LA MUSICA DELLE DONNE

    Come e quando è nata l’esigenza di fondare un’associazione musicale dedicata alle donne musiciste? Il fatto stesso che tu ne abbia sentito il bisogno indica che qualcosa manca.

    «Lilith è un’associazione creata da musiciste per le musiciste. Dopo anni di amicizia e condivisione di spazi, palchi, consigli e la cura a livello individuale di direzioni artistiche di alcuni interessanti progetti io, Cristina Nicoletta e Valentina Amandolese abbiamo fondato Lilith Associazione Culturale. Lilith nasce nel 2010 ma porta avanti istanze ben precedenti, come l’esperienza personale mia e delle mie socie o la consapevolezza che le “cantautrici” e comunque le donne che suonano nel variegato mondo del rock oggi siano tante quasi quanti sono i colleghi maschi ma assai meno rappresentate. Solo per restare nel mondo dei festival sarebbe già ottimistico affermare che la presenza di progetti femminili è scarsa. Le cose stanno lentamente cambiando e forse anche grazie a noi. Quando ho cominciato io a far musica era il 1994 e a Genova non avevo notizie che di Claudia Pastorino, ci sono voluti anni per incontrare le altre, forse perché allora i locali ancora più di oggi sembrava avessero spazio solo per le cover band e anche i maschietti che facevano musica originale avevano difficoltà a trovare date. Insomma ci voleva una bella faccia tosta e molta perseveranza per avere l’onore di essere ammessa a suonare (gratis) in qualche locale. Poi le cose hanno cominciato a smuoversi, o forse mi sono scossa io, ho abbandonato i progetti di band dietro a cui mi nascondevo come autrice e cantante ( avevamo già autoprodotto un EP dal titolo Aria Di Vetro e un Album intitolato Anacronismi quando è terminata la mia lunga avventura dietro il nome degli AUT-AUT) e ho messo il mio nome e la mia faccia su un palco».

    Nelle band la presenza femminile appare sempre abbastanza ridotta. Come spieghi questa cosa? Non saremo mica nella condizione in cui ci vorrebbero le quote rosa anche nella musica?

    «Questo è esattamente ciò che sembra, ma se tu affrontassi un viaggio musicale con noi come guide scopriresti che la presenza femminile è piuttosto importante e che la gran parte dei progetti musicali femminili è davvero interessante. Anzi prendetelo proprio come un invito da parte di Lilith: non dovremmo neppure allontanarci da Genova per trovare nuove galassie musicali “rosa”».

    Lilith festival - lisa galantini, sabrina napoleone, valentina amandolese, cristina nicolettaNella vostra attività come associazione quali difficoltà avete incontrato finora, in ambito cittadino ed extracittadino? Quali invece gli aspetti positivi?

    «Io sono fortemente convinta, al contrario di molti colleghi e colleghe, che Genova non sia un ambiente più ostile alla musica di quanto lo siano altre città anche più grandi. Le istituzioni stesse hanno guardato con interesse al Lilith Festival e ci hanno concesso spazi importanti. A Genova in linea teorica non manca più nulla per la musica femminile. Le ragazze sono uscite allo scoperto, si sono messe in gioco e presto faranno scuola. Noto solo che la crisi del mondo musicale sta influenzando moltissimo le nuove generazioni: è difficilissimo vedere dei ventenni ai concerti e questo un po’ mi allarma».

    Avete organizzato il “Festival della musica d’autrice”, che ha già avuto due edizioni.

    «Ci abbiamo messo tutte noi stesse e tutta la nostra passione (anche in senso etimologico) per realizzare il Lilith Festival, per la prima edizione esponendoci personalmente a livello economico, poi ci hanno soccorse degli sponsor illuminati che ci hanno aiutato a coprire i costi della seconda edizione. Il pubblico ha risposto molto bene, infondo presentavamo un’idea difficile…Se dici “cantautrice” la gente si immagina già la ragazzina con la chitarrina che canta canzoncine d’amore, noia noia noia. Ebbene questa visione è completamente sbagliata: le donne hanno sperimentato di più, si sono conformate di meno ai modelli e in linea di massima sono più originali».

    Quali i progetti per il futuro?

    «Tantissimi! Come cantautrice sto completando un progetto discografico con il mio amico di sempre e produttore Giulio Gaietto. A fine mese uscirà ufficialmente, per Toast Records di Torino, il primo singolo dal titolo “E’ Primavera” potete già ascoltarlo su soundcloud. A seguire il disco. Intanto proseguono le collaborazioni con le mie colleghe Cristina Nicoletta, Valentina Amandolese e Jess. 4even è il nome del progetto.
    Lilith invece sta crescendo a vista d’occhio e la terza edizione del Lilith Festival diventa internazionale con la partecipazione di una cantautrice dalle Hawaii e con la presenza di alcuni nomi amati dal grande pubblico di cui non posso ancora svelare nulla. Quest’anno il Lilith Festival si svolgerà nelle giornate del 7-8-9 giugno sempre a Palazzo Ducale-Piazza Matteotti. La nostra associazione si impegnerà nella campagna contro la violenza sulle donne e sosterrà con alcuni progetti il Centro Antiviolenza. Entro maggio uscirà infatti una Compilation Lilith i cui proventi andranno devoluti al fondo per i centri antiviolenza. Ci sono donne che dedicano la vita ad insegnare ad altre donne che possono, anzi devono,  non essere vittime e noi vogliamo contribuire, lo sentiamo come un nostro dovere».

     

    Claudia Baghino

  • Marianna Pederzolli, incontro con il giovane consigliere di Palazzo Tursi

    Marianna Pederzolli, incontro con il giovane consigliere di Palazzo Tursi

    marianna-pederzolliIl suo interesse per la società e le forme di politica attiva è cominciato quando era giovanissima, al liceo, con il ruolo di rappresentante d’istituto, ed è proseguito con l’esperienza consiliare, della quale – con la praticità e la voglia di concretezza tipiche della persona giovane e piena di entusiasmo – ci racconta aspetti positivi e negativi, a quasi un anno di distanza dall’elezione in consiglio comunale.

    Un po’ della tua storia. Come è cominciato il tuo interesse per la politica attiva?

    La mia storia è quella di molti candidati nelle liste civiche: sono sempre stata interessata alle scelte e alle politiche della mia città, posso dire di aver avuto una gavetta extra partitica e nonostante io creda che il partito debba continuare ad essere, assieme ad altre forme di rappresentanza, il mezzo con cui fare politica, sono felice della mia formazione dal momento che non ho mai sentito rappresentate a dovere le mie istanze da alcun partito purtroppo.

    Il mio interesse per la politica scaturisce innanzitutto dall’attività studentesca attiva come rappresentante degli studenti all’interno del mio liceo e dalla quotidianità appunto con un sistema scolastico spesso inadeguato a ricoprire il ruolo di formazione e palestra di vita quale dovrebbe essere. È cresciuta di pari passo con la partecipazione a manifestazioni e organizzazione di autogestioni contro tutti quei ministri che uno dopo l’altro hanno cercato di smantellare la scuola pubblica, dalla riforma Moratti, al re-inserimento dei debiti introdotto da Fioroni (condivisibile di per sé ma discriminatorio se non si garantiscono un numero adeguato di ore di corsi di recupero), agli scellerati tagli della Gelmini da 8 miliardi di euro e 90.000 unità di personale, all’aziendalistica e pericolosa manovra di Profumo, il ddl Aprea. Nasce dall’associazionismo, dal volontariato nel centro storico, da dei valori di giustizia sociale e laicità profondamente radicati nella mia famiglia.                 

    Come sei arrivata alla candidatura? E’ stata una sorpresa? Hai in qualche modo avuto paura del ruolo che “rischiavi” di andare a ricoprire?

    Il percorso che mi ha portato ad essere candidata in una lista civica parte da lontano, in tempi non sospetti, con un incontro con Marco Doria avvenuto nel mio liceo durante un’autogestione. Un anno dopo con un gruppo di amici abbiamo cominciato a seguire e guardare con interesse a questo candidato sindaco slegato dai partiti, che intendeva la politica come servizio, che portava istanze di rinnovamento, rigore, trasparenza e che era riuscito a mobilitare così tante persone nei comitati territoriali, stufe dei soliti meccanismi di poltrona e di spartizione di potere e che chiedevano a gran voce un rinnovamento all’interno del centro sinistra cittadino. Siamo rimasti tutti sbalorditi quando ci hanno chiesto di scegliere una persona del nostro gruppo per rappresentare la fascia liceale e universitaria all’interno della sala rossa. Sono stata scelta io ma supportata per tutta la campagna elettorale, fatta praticamente a costo zero, dal gruppo di ragazzi che si era formato attorno alla candidatura di Marco. Non ci aspettavamo di riuscire a raggiungere abbastanza preferenze per poter varcare le soglie del consiglio comunale, per me è stata sicuramente una sorpresa e sarebbe una bugia dire che non ho provato un grande senso di responsabilità e di preoccupazione nel comprendere la portata dell’impegno che mi ero assunta, tutte emozioni che avevo già provato nel momento in cui avevo deciso di candidarmi in ogni caso, in cui tutti insieme avevamo deciso di accettare una sfida importante, che un po’ faceva paura ma in cui credevamo profondamente senza riserve.


    Quali sono le difficoltà maggiori con cui ti sei scontrata una volta giunta in consiglio comunale? Hai avuto l’impressione di trovarti in un qualcosa di più grande di te o ti sei trovata subito a tuo agio?

    Le difficoltà maggiori credo di averle trovate di fronte ad una serie di procedure formali e rituali a cui è soggetto il consiglio per me incomprensibili (non voglio qui negare l’importanza della forma, che spesso determina la bontà ed efficacia o meno del contenuto, la mia è una disapprovazione verso il teatro e la retorica in cui rischia di cadere a volte la discussione)  e sicuramente anche di fronte alla complessità  ed ai meccanismi lenti e farraginosi della macchina comunale. E’ facile in campagna elettorale e nelle piazze o all’opposizione trovare problemi e soluzioni,inevitabilmente un po’ semplicistiche, diverso è governare e riuscire ad incidere e raggiungere gli obiettivi che si erano prefissi di fronte alla complessità e alle variabili in gioco, ai meccanismi di alleanza e di fattibilità burocratica. Sono una cittadina di vent’anni, è ovvio che non conosca a menadito problematiche sulle quali Genova dibatte da decenni e questo è stata sicuramente una difficoltà iniziale che posso aver trovato; tuttavia proprio perché vengo da contesti di associazionismo in cui si è molto più concreti, non volendo dimenticare da dove vengo ma considerandolo invece valore aggiunto, c’è la volontà di continuare a scandalizzarmi per la macchinosità del nostro assetto burocratico, per la politica fatta da influenze e da tempi così lunghi che lo scopo perde valore e c’è la volontà di non farmi assorbire da una realtà che ha portato i partiti e di conseguenza le persone a perdere la freschezza e l’entusiasmo che ti spinge a volere essere determinante nei processi e lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato.

    Per quanto riguarda il sentirsi a proprio agio, ecco, non è proprio il termine che userei. Per onestà intellettuale sarebbe scorretto affermare di non aver avuto dubbi e incertezze e preoccupazioni di fronte all’importanza del ruolo che ricopro. Quello che però di certo so è che i dubbi e le paure sono per me continuo sprone a fare meglio, a dimostrare che anche se giovani si ha il diritto e il dovere e le capacità per contribuire alla costruzione di una visione di città diversa, che ci prenda come unità di misura, che modifichi il suo grado di appetibilità per gli under 35 e che veda le politiche giovanili non come un problema ma come una risorsa per lo sviluppo di Genova.

    marianna pederzolli

    Com’è l’atteggiamento dei colleghi nei tuoi confronti? Ti trattano come la ragazzina inesperta o ascoltano quello che hai da dire?

    Per quanto concerne i miei colleghi di lista devo dire che fin da subito si è verificata una convergenza di intenti, è nata un’amicizia e una stima reciproca fra tutti noi e sono sempre stata trattata in maniera paritetica. All’interno del consiglio ovviamente le cose sono diverse, sono giovane, sono donna, non ho esperienza di atti politici provenendo da una lista civica e quindi traete voi le conclusioni. Questi sono stati per me mesi di ascolto sulla maggior parte delle tematiche, come è fisiologico che sia, ma devo dire che però ho sempre ricevuto attenzione sulle tematiche di cui posso dire di essere competente, dalle pari opportunità, alle politiche educative e giovanili. Purtroppo gli atteggiamenti nei miei confronti sono permeati spesso da un buonismo paterno a tratti fastidioso ed ho dovuto mantenere la calma quando mi è stato chiesto da un consigliere di opposizione alla terza seduta di consiglio cosa ci facevo in aula così giovane e carina e se avevo accompagnato qualcuno.

    Nella tua candidatura affermavi di voler portare l’attenzione sui giovani liceali e universitari, così poco rappresentati in questa città, anche perché sono una netta minoranza in una popolazione per la maggior parte anziana. Stai riuscendo a far sentire la voce di questa fetta di cittadinanza?

    Non so se ci sto riuscendo ma sto lavorando in questa direzione. Uno degli errori più gravi che vedo compiersi riguardo le politiche giovanili è, a mio parere, il seguente: il Comune, non avendo le competenze scolastiche ed educative sulle scuole superiori, quando progetta (ed ahimè non co-progetta) le politiche giovanili della città, non interloquisce e non entra nei licei. Quello delle scuole superiori, invece, credo sia il bacino d’utenza specifico a cui dovrebbe rivolgersi e, per intercettarlo, l’unica maniera è entrare nelle scuole superiori, ancor più che nelle università, per certi versi: se all’università si hanno già le idee un po’ più chiare e si hanno dei confini più definiti, la fase dell’adolescenza è una fase fluida, con enormi problematiche ma anche enormi potenzialità. Si è in tempo, in questa fase di sviluppo della personalità, di influenzare percorsi e rendere i ragazzi futuri cittadini migliori.  La mia proposta, della quale sto parlando con l’assessorato, è quella di fare come a Torino, in cui si è fatto un accordo partenariato tra comune e provincia per far sì che il comune si interfacci anche con la consulta degli studenti provinciale per co-progettare le iniziative. Al di là della consulta provinciale, il comune, il sindaco, l’assessorato devono avviare un dialogo con i ragazzi utilizzando i collettivi liceali, i rappresentanti d’istituto, le assemblee di istituto; sulle modalità stiamo discutendo e costruendo proposte con il gruppo di ragazzi della campagna elettorale. Assieme ad Informagiovani dobbiamo trovare le modalità per entrare nei licei ad informare i ragazzi di tutte le agevolazioni, proposte, iniziative a loro indirizzate: non devono essere i ragazzi a cercare Informagiovani ma informagiovani a intercettarli, si deve ribaltare la prospettiva. Per quanto riguarda la realtà universitaria genovese ho collaborato e facilitato un incontro istituzionale tra assessorato e una rete universitaria genovese che si propone di candidarsi alle prossime elezioni universitarie per contrapporsi a Comunione e Liberazione, realtà che scandalosamente continua ad avere il monopolio in molti organi di rappresentanza studentesca.

    Personalmente, credo che il primo anno di vita di questa amministrazione, per quanto concerne le politiche giovanili, dato che siamo indietro rispetto ad altre realtà, dovrebbe essere improntato alle trasferte: basterebbe prendere un buon progetto per città, con le giuste modifiche e adattamenti, per partire tra qualche mese con una serie di iniziative ben collaudate e dare un segnale di svolta. A questo proposito sono andata in trasferta più volte a Milano e Torino, entrambe all’avanguardia sull’argomento per diversi motivi:  la prima in quanto capitale della moda e molto viva dal punto di vista culturale – associativo, la seconda in quanto capofila di progetti giovanili di scambi europei, capitale dei giovani 2010 e perché ha una storia che parte da lontano, essendo quello di Torino il primo informa-giovani strutturatosi a livello nazionale.  Appena riuscirò, andrò ad ascoltare ciò che si è fatto in Puglia, che, con i suoi progetti (consultabili al sito “bollenti spiriti”), è regione che delle politiche giovanili ha saputo fare il primo fattore di crescita del PIL regionale. Sto prendendo contatti con l’università di Padova che sta tenendo un master sulle politiche giovanili e siamo interloquendo con la città di Cagliari che organizza una scuola di partecipazione politica per giovani. Quello che abbiamo intenzione di fare come gruppo consiliare è organizzare con l’assessorato entro l’estate un forum sulle politiche giovanili aperto alle associazioni, organi di rappresentanza giovanili e a tutta la cittadinanza in cui ci vengano illustrati progetti di altre città e che si concluda con tavoli di lavoro che facciano poi pervenire all’amministrazione proposte dal basso.

    Ti sei proposta come anello di congiunzione tra giovani cittadini e istituzioni, per portare in consiglio proposte culturali che vengano proprio dai ragazzi, grazie ai canali di comunicazione offerti dalla rete: c’è stata finora interazione in questo senso? Hai ricevuto proposte, ne hai presentata qualcuna?

    Devo dire che in questo primo periodo più che ad incontri in rete ho avuto incontri dal vivo con le associazioni culturali, giovanili e le giovanili di partito. Utilizzando facebook è successo fisiologicamente che molti ragazzi nel momento in cui si dovevano interfacciare con l’amministrazione mi abbiano contattato per avere consigli ed informazioni. È il caso questo ad esempio di un gruppo di ragazzi che mi ha chiesto informazioni ed esposto proposte sull’utilizzazione dello spazio verde abbandonato della Valletta di San Nicola e con cui, assieme al Comitato le Serre, adesso stiamo portando avanti delle istanze di riappropriazione dello spazio da parte della cittadinanza per l’attuazione di orti urbani. La mia presenza in rete non è ad oggi sufficiente e ne sono conscia, dopo un periodo di assestamento iniziale siamo pronti anche come lista Doria ad uscire pubblicamente con un sito di informazione costante sulle documentazioni, atti, tematiche trattate in sala rossa. Con Maddalena Bartolini, collega e amica che ha seguito il processo dagli inizi, stiamo portando all’attenzione dell’amministrazione un collettivo di artisti indipendenti genovesi, Arbusti, che ha creato un sito dinamico e interattivo che mappa gli eventi culturali della città e promuove le attività artistiche nei territori genovesi. Stiamo anche strutturando un sondaggio da diffondere in rete indirizzato alla generazione under 35 per verificare la percezione del grado di appetibilità della città per un giovane ed attuare una mappatura dei bisogni che sia utile all’amministrazione per comprendere le urgenze su cui andare ad intervenire.


    Forte di quasi un anno di esperienza in consiglio, cosa salvi e cosa cambieresti della realtà in cui ti stai muovendo? Cosa vorresti riuscire a realizzare entro la fine del mandato?

    Quello che cambierei è l’impostazione che si dà alle commissioni: penso che sarebbe molto più utile sederci tutti attorno ad un tavolo circolare con carta e penna, una lavagna per riassumere le idee e proposte, come nei brain-storming, per essere più operativi, in maniera più informale. Bisogna sgravare anche il consiglio dai suoi aspetti rituali e teatrali e ampliare maggiormente il suo ruolo di indirizzo e controllo, fortificando anche lo scambio di informazioni fra giunta e consiglieri. Per quanto riguarda le politiche giovanili  vorrei che alla fine dei 4 anni di mandato si concerti, anche assieme alla Regione, un piano per favorire davvero l’imprenditoria giovanile che limiti la fuga dei giovani dalla nostra città e ne abbassi l’età media, promuovendo un micro-credito, politiche di co-investimento, uno sgravio fiscale significativo, una semplificazione delle norme burocratiche, la creazione di uno spazio-officina a sostegno della creatività artigianale e artistica. Bisogna investire su Genova come città universitaria, così come ha fatto Torino negli ultimi 15 anni, per innestare linfa nuova nel territorio. Vorrei che si arrivasse a vincolare il 5% del bilancio di ogni assessorato alle politiche giovanili, facendo sì che ci sia un interesse generalizzato inter-assessorile sul tema che guardi a tuttotondo verso la nostra fascia d’età segnata dalla precarietà spaziando dalla casa, al lavoro,  al wi-fi, alla mobilità, alla cultura, alla dimensione ludico-ricreativa.

    Claudia Baghino

  • Società dei Masnadieri, Genova: un manifesto di poesia e letteratura

    Società dei Masnadieri, Genova: un manifesto di poesia e letteratura

    lettura-libri-d1“Noi siamo predoni, predatori di un’essenza delle cose che sappiamo esserci”: così si definiscono Alessandro Mantovani ed Emanuele Pon, due amici legati dalla stessa sconfinata passione per la letteratura. Entrambi scrivono poesie, e i testi dell’uno si rivelano così complementari a quelli dell’altro che decidono di fondare la Società dei Masnadieri, gruppo letterario che oggi pubblica il suo primo volume, “Dalla Parte della Notte”, che verrà presentato il 23 marzo presso la Libreria Falso Demetrio.

     

    Cos’è la Società dei Masnadieri, da chi è composta, perché si è formata, cosa fa e come lo fa?

    EMANUELE: «La Società è una sorta di sodalizio letterario sorto da una profonda amicizia precedente, che unisce me e Alessandro, sulla base di una visione del mondo, della vita e delle cose molto affine, a volte persino sovrapponibile. Ci siamo “formati” nel modo più naturale possibile: dopo un periodo di scoperta della reciproca scrittura, ci siamo resi conto che l’immaginario dell’uno si rifletteva in quello dell’altro. Forti di un bagaglio culturale comune (entrambi proveniamo dal Liceo Classico), ma differenziato (Alessandro segue, parafrasando Machiavelli, la “lezione delle cose antiche”, mentre io sono il “modernista” della coppia), abbiamo capito abbastanza in fretta che potevamo senza problemi diventare poeticamente complementari; perciò, abbiamo semplicemente continuato a scrivere le nostre poesie, che sono rientrate subito, quasi “geneticamente”, nei canoni del “Manifesto” che abbiamo steso come prima opera comune. E’ importante capire che siamo stati sin dall’inizio così affiatati che ciò che scriviamo si è integrato alla perfezione: sono le nostre poesie ad aver dato origine al “Manifesto”, non il contrario».

    ALESSANDRO: «Quando mi viene fatta questa domanda, alla risposta “siamo solo io ed Emanuele” le persone sorridono sempre, come a dire “ma che società è una che comprende solo due persone?” A questo pensiero superficiale oppongo due riflessioni personali: la prima è che senza dubbio è il momento storico ciò che ha condizionato l’”essere solo in due”; probabilmente in tempi più cari e attenti alla letteratura la società avrebbe visto una floridità maggiore, ma di ciò non mi rammarico, in quanto – e qui arriviamo alla seconda riflessione – quello che conta non è la pura aritmetica, ma la valenza delle idee, che, come si può vedere, ha portato alla creazione di un Manifesto e alla pubblicazione di un libro. Pertanto, forti di questo, non ci possiamo assolutamente lamentare del numero esiguo, e d’altronde un masnadiere non ha mai paura dell’inferiorità numerica».

     

    Una parentesi sull’origine del nome che avete scelto. Facendo un passo indietro, la masnada era nel medioevo una congerie di predoni, mercenari, figli cadetti e fuoriusciti con sete di vendetta, spesso guidati da un condottiero, al soldo del migliore offerente e fedeli a nessuno. Ma la figura del masnadiere è famosa in letteratura per l’opera omonima di Schiller, che racconta appassionatamente tormenti interiori, drammi familiari, sentimenti d’odio, amore e vendetta. Perché dunque un nome simile e qual è il vostro condottiero, se c’è?

    EMANUELE: «Il nostro nome è in tutto e per tutto schilleriano: di quei Masnadieri, guidati da Karl Moor, condividiamo l’afflato romantico, lo slancio vitale che tenta sempre di trovare il punto d’equilibrio tra l’istinto delle emozioni e la profondità dei sentimenti».

    ALESSANDRO: «Ma ricordiamoci che Schiller stesso si rifà a quella congrega di fuoriusciti chiamata Masnada, esistita non solo come creazione letteraria. Trasposti su un piano di rapporto tra idee e realtà noi senz’altro siamo quei predoni e fuorilegge: in questa modernità di cartapesta dove la realtà spesso è la superficie di uno schermo e la fredda verità della ragione, noi siamo predoni, predatori di un’essenza delle cose che sappiamo esserci, siamo figli cadetti di una nobiltà di pensiero letterariamente etico decaduta, fuoriusciti perché scarti di un bene dimenticato ai margini dell’importanza – ma voglio sottolineare che non siamo certo degli eremiti letterari che si sentono soltanto estranei al loro tempo. La sete di vendetta c’è, e anche tanta, ma, lungi dall’essere distruttiva, essa va intesa come reazione a questa condizione appena esternata. Se ci è impossibile esprimerci con pienezza e autenticità all’interno della società allora è quello il momento in cui ci assumiamo ogni responsabilità di, appunto, fuoriuscire da essa e di diventarne legittimamente predoni, al soldo di nessuno, fedeli solamente a noi stessi e al nostro sodalizio: la società è società in quanto comunione di idee e cooperazione sullo stesso piano. E’ proprio per questo che utilizziamo pseudonimi nello scrivere – altra cosa che fa sorridere le persone – affinché l’ego del singolo nutra questo organismo ma venga assorbito in esso eliminando le proprie spinte eversive».

     

    E’ suggestivamente coinvolgente e piacevolmente anacronistico il mondo che evocate col vostro nome, quasi a immergere chi lo legge in una realtà parallela e fantastica. E’ qualcosa di cercato e voluto?

    EMANUELE: «Ciò che noi cerchiamo è di riportare agli occhi di tutti l’umanità del mondo, come sua caratteristica principale: ci proponiamo di ritrovare una realtà in cui siano nuovamente presenti la purezza e l’onestà dei sentimenti, l’autenticità, trovata anche nelle nostre parti peggiori, nella nostra violenza, compresa e accettata. Vogliamo ricordare che ogni uomo può essere un titano, e che la forza per diventarlo risiede dentro di lui, non nella realtà esteriore, ma in quei valori, in quelle passioni nel nome delle quali noi stessi tentiamo di vivere. Valori e passioni che sono eterni, non hanno stagioni, sempre risiedono nel cuore degli uomini, e dunque non possono essere definiti anacronistici. Questa idea di mondo può evocare l’immagine di una realtà parallela, sganciata dalla verità dell’esistenza, proprio per il fatto oggi i termini che abbiamo esposto si stanno perdendo. Crediamo di sapere abbastanza bene chi siamo e dove siamo; ma sappiamo anche dove siamo arrivati, precipitando verso il basso, in tutti i sensi. Dovremmo, meriteremmo tutti di risalire, e noi, dall’interno della nostra realtà, tentiamo di cambiarla».

     

    Il vostro è un gruppo chiuso o aperto? E’ possibile partecipare alle vostre attività? Se sì come vi si può contattare?

    ALESSANDRO : «La Società nasce con il suo manifesto – per il quale rimando all’appendice del libro – e quindi con delle linee precise a cui vogliamo attenerci. Il progetto originario prevedeva un periodo di duetto chiuso tra me ed Emanuele, momento di rodaggio e di prova dalla lunghezza variabile a cui avrebbe fatto seguito un’apertura maggiore sempre secondo le linee del manifesto. Come sappiamo però la vita ci porta sempre dove vuole lei e precisamente ha portato la prevista espansione su un altro versante che è quello dei Fischi di Carta. Ciò non significa che la Società cessi di esistere, tutt’altro, siamo rimasti nel nostro duetto ma essa afferma la propria posizione identificandosi come ”autore” a tutti gli effetti: quel terzo organismo che sta a metà tra me ed Emanuele, legato ed indipendente nei nostri confronti in egual misura».

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    Il vostro primo progetto, un libro appena pubblicato, si intitola “Dalla parte della Notte”.

    ALESSANDRO: «”Dalla Parte della Notte” è nato a Madrid, precisamente al Parque del Retiro ma con la città non ha nulla a che vedere se non qualche segreto che non svelerò. Il libro è, anticipando qualcosa di quanto diremo il 23 Marzo alla presentazione dello stesso – ore 18.30 presso la Libreria Falso Demetrio, nei vicoli – l’esposizione del nostro personale viaggio nella Notte, notte con la N maiuscola proprio perché essa non è solamente una parte del giorno ma è qualcosa – molto – di più. La Notte è un concetto, uno stato della mente, è un modo di essere e di percepire le cose, è un luogo dove stazionare in cerca di risposte. Ma è anche il luogo delle contraddizioni e delle paure, di ciò che si perde, di ciò che si crede di vedere ma è illusorio, sede dell’irrazionale dove un uomo ha difficoltà a sopravvivere, soprattutto a se stesso. ”Dalla Parte della Notte” perché la notte è il rifugio di chi vive una condizione liminare, dove risiedono i Masnadieri fuorilegge, in cui i predoni dell’esistenza cercano il suo significato così frammentato tra i riflessi metallici delle cose di giorno, essa è un luogo, potremmo dire usando un termine forte, di tensione esistenziale, la quale tensione però, proprio grazie alla nostra giornaliera razzia di frantumi di essenze interrotte cerchiamo di sanare. La silloge è divisa in tre parti che rispondono al processo costitutivo dell’esistenza del masnadiere nella notte ed esemplificano il percorso in cui noi stessi ci siamo ritrovati e ci ritroviamo tutt’ora».

    Claudia Baghino

  • Giulia D’Arrigo, Videoscrittori: “Cris”, alla ricerca di una storia

    Giulia D’Arrigo, Videoscrittori: “Cris”, alla ricerca di una storia

    Un tema che esce dal tuo racconto è quello dell’invisibile… Chi sono per te gli invisibili?

    Gli invisibili sono tante persone che vivono ai margini della città, persone che normalmente non si vedono. Io lavoro come operatrice sociale in una casa alloggio per malati di AIDS; ho avuto quindi la fortuna di entrare in contatto con molti di loro e ascoltare le loro storie… Quindi per me non esistono più invisibili… Ci sono solo persone.

    Dici che lo scrittore deve essere curiosi come un bambino… Cosa attira la tua curiosità e come riesci a soddisfarla?

    I dettagli, un sorriso… oppure uno scorcio tra un vicolo e l’altro nel centro storico… Parto da un dettaglio e costruisco una storia.

    Il racconto finisce parlando di una borsa da riempire… Nella tua borsa che cosa ci hai messo dentro?

    Ho cercato di mettere l’entusiasmo, il sorriso, la curiosità e la passione per quello che faccio. Tanta voglia di imparare dalle persone che ho intorno e ogni giorno continuo a riempirla e rimarrà sempre spazio per altri viaggi. Di ogni persona che incontrerò ruberò un piccolo pezzetto. E’ una borsa pesantissima, ma è un peso bellissimo da portare.

     

    A cura di Marcello Cantoni

    CRIS – di Giulia D’Arrigo

    giulia-darrigo-videoscrittori– Cris, l’economia non gira al ritmo dei tuoi problemi. Serve una storia!

    La voce dell’editore all’altro capo del filo non ammette repliche. Riaggancio ed accelero il passo, confondendomi tra la folla. Genova al mattino va di fretta, soprattutto quando piove. La gente sgomita, gli ombrelli branditi come armi, nessuno ha tempo da perdere. Neanche io ne avrei. Mi serve un’idea che mi porti via da una quotidianità noiosa, da un posto di impiegato di cui non mi importa nulla. Una storia di successo, su cui volare via come su un aeroplanino di carta. Attraverso piazza De Ferrari, la pioggia è insistente, quando una figura intralcia il mio cammino. Procede lentamente, rivoli d’acqua colano dai capelli lunghi sul volto stanco, consumato. Gli occhi hanno il colore del cielo d’agosto, stonano col suo aspetto trasandato. Uno dei tanti invisibili. Mi chiede una sigaretta. Gliela porgo ed accelero il passo.

    Quella sera, quando esco, è ancora lì. Nonostante la penombra ne distinguo la figura un po’ curva. Alza una mano per salutarmi. In settimana lo incontro tutti i giorni. Non mi ferma più, ogni mattina lascio una sigaretta, ogni sera scambiamo un saluto. La sua presenza diventa una costante, come il profumo della friggitoria di Sottoripa o gli spruzzi della fontana quando tira vento. Chissà come si chiama. Io non credo sia lo stile a fare di un uomo uno scrittore, ma la curiosità. Lo scrittore è il bambino che si spinge oltre il divieto del papà, per vedere cosa c’è dietro la curva. Quell’uomo senza nome ha riacceso una curiosità spenta da anni, tra le ceneri di un lavoro monotono. Un giorno gli offro da bere.

    – Mi serve una storia.

    Scoppia a ridere. Mentre fuma dice che sono un pazzo, non ce l’ha una storia per me. Ma da allora beviamo insieme ogni giorno. Non vuole dirmi il suo nome, mi racconta che è un viaggiatore. Dorme sotto le stelle da una vita, i compagni di viaggio che descrive, incontrati in giro per il mondo, sembrano usciti da una fiaba. Parla di distese di sabbia, boschi, grandi città, senza dire un nome. È stato ovunque ed in nessun luogo. Un giorno mi mostra il suo bagaglio. Due borse, una piena di oggetti, l’altra vuota.

    – A che cosa serve?

    – Le persone quando partono per un viaggio portano con loro un sacco di cose, per sentirsi a casa. Io porto una borsa vuota per ricordare che ogni viaggio servirà a riempirla. A portare con me volti, parole, profumi e ricordi dei luoghi che ho visitato. Senza una borsa vuota è inutile viaggiare.

    Mi piace quella frase, gli chiedo se posso raccontare un po’ di lui nella mia storia. Alza le spalle, dice che è un uomo come tanti. Il lunedì successivo, quando torno al lavoro, non c’è. Non lo vedo neanche nei giorni a venire. Forse è partito per un altro viaggio, dall’altra parte del mondo o dietro l’angolo. Inizio a buttare giù la storia, così quando chiama l’editore ho qualcosa da dire. La intitolerò “La borsa vuota”. Come quella che, da allora, porto con me tutti i giorni, insieme alla mia valigetta di impiegato.

  • Sala Dogana “Our Possession, Unseen”: i ragazzi dell’Accademia in mostra

    Sala Dogana “Our Possession, Unseen”: i ragazzi dell’Accademia in mostra

    sala-dogana-ducale-DILa nuova esposizione ospitata da Sala Dogana fino al 10 marzo, dall’evocativo titolo “Our Possession, Unseen” dà spazio questa volta ai ragazzi che studiano all’Accademia. A guidarli in un’esperienza di ricerca artistica legata profondamente al territorio è stata Simona Barbera, docente di installazioni multimediali presso l’Accademia ma soprattutto artista a sua volta. «Lavorare tenendo sempre presente l’idea di ambiente e con un occhio attento allo stato attuale delle cose, non rinunciando però agli aspetti della realtà legati al magico, alle sottoculture, a generi espressivi diversi come musica, cinema, fotografia, che entrano nell’arte in maniera underground – racconta – può spiegare il titolo del progetto che abbiamo realizzato».
    I ragazzi scelti per la mostra sono My Lothe, Ronny Faber Dahl, Federica Montrucchio, Sofia Desideri, Francesca Migone, Francesco Manias, Alice Porotto, Bjørnar Johnsen.

     

    Come hai scelto i ragazzi che partecipano all’esposizione con i loro lavori?

    «Io insegno all’Accademia con un corso-progetto, ciò significa che devo indirizzare i miei studenti nello sviluppo del loro percorso individuale; ho l’occasione di lavorare con ragazzi davvero giovanissimi, di 19-20 anni, a volte i percorsi maturano, a volte invece, per un fattore legato alla timidezza che crea problemi nell’esporsi di fronte a un pubblico, il lavoro non riesce a essere portato a termine. Quindi i ragazzi sono stati scelti nell’arco di due anni, e ho cercato di individuare i lavori più maturi, che hanno trovato una loro “via” e soprattutto un rapporto con la teoria critica. Abbiamo infatti lavorato moltissimo sullo sviluppo di temi e soggetti con riferimento alla società: chi è riuscito a seguire meglio questo percorso è stato scelto per formare questo primo gruppo. Probabilmente ce ne saranno altri».

    Come si riassume tutto questo nel titolo “Our possession, unseen”?

    «La frase ha più riferimenti. “Our” perché mi interessava l’idea di “unire” e “unirci” e mi sono ispirata a uno dei progetti più importanti a livello curatoriale – anche se io non sono esattamente una curatrice quindi mi pongo più da artista in questo senso – che è “When Attitudes Become Form” di Harald Szeemann (storica figura di curatore indipendente, n.d.r.) che rappresenta un importante manifesto curatoriale e un certo modo di stare insieme e lavorare in gruppo: quell’esempio mi ha portata a concepire quest’esperienza come una sorta di collettivo perenne. “Possession” in quanto abbiamo lavorato sulla questione legata al possesso relativamente al territorio, all’uso che si fa degli spazi, alla fruizione individuale che se ne ha, e in questo caso ci siamo posti in una dimensione di “dispossession” continua (esproprio, n.d.r.), cioè non poter abbracciare qualcosa che ci sfugge (“unseen”), a causa dell’urbanizzazione estrema da un lato, del degrado del paesaggio locale dall’altro. Devo dire che tantissimi studenti dell’Accademia hanno questa tensione verso una sorta di sconforto e rapporto conflittuale con gli spazi, più di altri. Per esempio i ragazzi norvegesi (degli otto selezionati tre sono appunto norvegesi che studiano qui) lavorano su altri aspetti più intimi e ancestrali, facendo emergere un rapporto col magico addirittura, e con le religioni alternative».

    Il lavoro ha riguardato anche il concetto di potere…

    «Ci sono dei lavori in particolare che contengono riferimenti precisi, per esempio quello sull’esondazione del Bisagno dello scorso anno sottolinea il fatto che il torrente, il cui nome in latino è bis amnis, cioè due fiumi, è stato soffocato da un’imposizione: la riflessione è stata su questo gioco di potere ma soprattutto sull’apprezzamento e non sfruttamento del territorio. Abbiamo preso in considerazione anche diverse teorie critiche come quelle di filosofi contemporanei quali Judith Butler o Giorgio Agamben sul concetto di biopolitica e controllo assoluto della società, e questo per noi si rispecchia moltissimo nel territorio».

    I “segmenti di natura” di cui parli si configurano quindi come elementi di contrapposizione al controllo esercitato dal potere ed esplicitato in ambito urbano?

    «Sì….in particolare c’è un momento secondo me, quando si decide di estraniarsi o trovare un luogo intimo, alternativo, che costituisce una scintilla che potrebbe determinare un vero cambiamento, una vera trasformazione nei rapporti tra esseri umani: il fatto di volerla cercare, di trovarla e fissarla su pellicola fotografica o altri supporti, è già un punto di partenza. Questi luoghi spesso e volentieri non sono ordinari e nel nostro paesaggio urbano sono completamente extraterritoriali.
    I temi si sono sviluppati man mano che si lavorava, ho badato fondamentalmente a portare tutta l’attenzione al “qui e ora”, a non indulgere a mitizzazioni, a non estraniare troppo il senso del lavoro in simbologie o gesti al di fuori del controllo o della coscienza legata al rapporto con la contemporaneità, cioè cosa siamo e dove viviamo».

    Cos’è la società d’esproprio cui ti riferisci?

    «È un concetto legato alla questione della biopolitica, su cui abbiamo insistito molto considerando l’idea di controllo sull’individuo a livelli sempre più capillari. Poi ci sono questioni legate al gesto e a come siamo costretti a dover limitare le nostre considerazioni o vie di fuga nella nostra società; soprattutto in questo caso era mio interesse principale – essendo ragazzi molto giovani – riuscire a mostrare qual è la via di uscita per un gesto creativo da parte di chi è così giovane e ha mille idee e un desiderio di incanalarle e dare loro forma. La cultura visiva contemporanea si allarga così tanto nelle sottoculture! Abbiamo molto lavorato e insistito per portarle fuori, perché poi sono quelle con cui hanno più confidenza».

     

    Claudia Baghino
    [foto di Diego Arbore]

  • Metrodora: la nuova sede in Villa Rossi e i progetti per il futuro

    Metrodora: la nuova sede in Villa Rossi e i progetti per il futuro

    Villa Rossi a Sestri PonentePresente sul territorio da ormai dieci anni, e creatrice di alcune tra le più interessanti iniziative musicali cittadine (Festival delle Periferie, Lorca – divagazioni d’autore, Suonare la voce: Tributo a Demetrio Stratos), la nota associazione culturale Metrodora è giunta ad un importante punto di svolta: dopo anni di attese e rinvii, a breve entrerà nella nuova sede di Villa Rossi Martini a Sestri Ponente. Circa 1500 mq a disposizione, finalmente uno spazio ampio e adeguato all’organizzazione e realizzazione di tutte le attività e progetti che l’associazione ha in programma. Ne abbiamo parlato con il presidente Roberto Giannini.

     Qual è stato l’iter che vi ha permesso di giungere alla nuova sistemazione?

    «L’iter che ha consentito la parziale ristrutturazione e una nuova destinazione d’uso dell’edificio storico è stato lungo e tortuoso: dal punto di vista della ristrutturazione, il Comune ha attinto a fondi destinati alla sistemazione di alcuni parchi urbani, fondi risalenti all’epoca delle “colombiane” e per fortuna sbloccati dopo tanti anni di impedimenti tecnico-burocratici. Il bando di concorso è stato indetto, e vinto dal Consorzio C.L.E.C. – Villa Rossi, ancora ai tempi della seconda giunta guidata dal sindaco Giuseppe Pericu. In seguito la convenzione è stata ratificata dalla giunta Vincenzi, e ancora oggi tale convenzione è oggetto di verifiche e perfezionamenti da parte degli uffici comunali preposti. Il problema è che rispetto alla stipula originale, essendo passati parecchi anni, ci sono stati molti cambiamenti sia all’interno del consorzio che nelle istituzioni coinvolte nel processo (Comune e Municipio Medio Ponente in particolare), il che ha comportato, oltre ad un esponenziale scoramento nei soggetti coinvolti nel progetto, anche alcune modifiche di finalità ed obiettivi rispetto agli intenti iniziali. Ovviamente il progetto è sempre quello dello sviluppo di un polo culturale sulla falsariga delle “factory” di città europee culturalmente all’avanguardia (Berlino, Londra, ma anche per certi versi Torino). Gli spazi ci saranno consegnati in toto; un piano dell’edificio sarà altresì gestito da Isforcoop e sarà dedicato esclusivamente alla formazione tecnica e professionale».

    Un recupero realizzato tra lungaggini e intoppi: a che punto si è arrivati finalmente? Molte delle risoluzioni previste per il parco sono state tagliate, è stato invece rispettato quanto previsto per l’edificio?

    «Ristrutturare l’intero edificio avrebbe comportato costi ben superiori a quelli stanziati. Inizialmente i lavori avrebbero dovuto riguardare il piano terra e il piano nobile, quello storico con le ampie sale affrescate. Il comune, fatti salvi gli interventi sul piano terra (fondamentale per gli accessi, la sicurezza, l’abbattimento di barriere architettoniche piuttosto “pesanti”), ha dirottato l’esecuzione dei lavori prioritari dal piano nobile al terzo piano, quello che servirà l’utenza della formazione professionale, e che ospiterà le sedi di alcune associazioni che sono le parti più attive all’interno del consorzio CLEC».

    metrodora4Villa Rossi ha le potenzialità, con i suoi spazi e il bellissimo parco, per essere polmone verde e centro d’aggregazione e svago dei sestresi. Certo, non nelle condizioni di abbandono in cui è stata lasciata fino ad oggi. Cosa proporrà Metrodora per cambiare il volto di questa realtà e rendere effettivo il coinvolgimento degli abitanti? Quali sono i vostri programmi operativi, quali attività, quali iniziative e rivolte a chi? Credi ci saranno difficoltà nel realizzarle?

    «Il parco della villa è sempre stato vissuto dai sestresi (e non solo) in maniera piuttosto intensa, nonostante esistessero noncuranze e pericoli in ogni suo angolo. Anche durante i lavori di sistemazione del parco la cittadinanza, seppur con delle forti limitazioni di zone, ha continuato a frequentare il polmone verde. Sicuramente Metrodora si propone una serie di attività per riavvicinare una fetta (soprattutto quella di fascia giovanile) di popolazione. Va ricordato che durante il lungo periodo di abbandono (dal termine dell’anno scolastico 2001-2002) intercorso dallo spostamento della scuola elementare “Anita Garibaldi”, Metrodora ha operato una sorta di vigilanza e presidio di un edificio preso di mira quotidianamente da soggetti di vario tipo (tossicodipendenti, spacciatori, senza fissa dimora, teppistelli annoiati, cultori di satanismo e messe nere), subendo angherie e minacce di ogni tipo. Sia le istituzioni, soprattutto il Municipio, che le forze dell’ordine, hanno così potuto intervenire in tempo quasi reale su qualsiasi episodio di vandalismo, e tutti insieme si è cercato di limitare i danni. Teniamo anche conto, che, in questo difficile contesto, in villa è nato e si è sviluppato uno dei festival indipendenti più apprezzati al livello nazionale, il Festival delle Periferie, che proprio in Villa Rossi ha visto serate nelle quali l’affluenza del pubblico ha raggiunto numeri importanti, al di là di ogni più rosea aspettativa».

    metrodora1Due parole sul consorzio CLEC: di cosa si tratta?

    «Il consorzio CLEC (Centro Linguaggi Espressivi Contemporanei) è un insieme di associazioni culturali, alcune senza scopo di lucro (Metrodora, Open Art, Jazzlighthouse) basate esclusivamente sul volontariato, altre sono soggetti al cui interno sono presenti professionisti (teatro Akropolis, Musichiamo, Fludd), altre ancora svolgono attività legate ai Laboratori di Educazione Territoriale e si occupano soprattutto di bambini (Tuttigiùperterra). All’interno della villa verranno adibite dal consorzio: una sala per teatro e danza, una sala per attività musicali, alcune stanze che consentiranno lo svolgimento di attività artistiche a 360° (pittura, scultura, montaggio video, installazioni multimediali, liuteria ecc.). Le stanze sono gestite dal consorzio ma aperte a qualsiasi soggetto pubblico o privato che voglia portare avanti progetti artistici coerenti con le finalità del consorzio».

    Il parco prevede orari di apertura canonici, quindi chiusura serale, però i gruppi solitamente provano la sera: come vi regolerete in questo senso? Avrete la possibilità di tenere aperto anche in orario serale e proporre delle attività in quella fascia oraria? Come sarà regolamentato l’accesso?

    «Con questa domanda vai a toccare uno degli aspetti più delicati della futura gestione delle attività in villa. Probabilmente in una primissima fase le attività saranno svolte negli orari di apertura consueti stabiliti dal Comune; con il giungere della bella stagione invece il parco verrà aperto anche seralmente, in occasione di manifestazioni e iniziative che in questi mesi sono già state programmate. Da parte nostra prevediamo un mini-festival delle migliori band in età scolastica, la tappa genovese della Carovana dei Festival, iniziative musicali “unplugged”, presentazioni di dischi e libri, incontri tematici sulla storia della musica rock. E questo giusto per iniziare…».

    Chi volesse partecipare attivamente alla vita dell’associazione, e dare una mano, come deve fare? I cittadini possono fare proposte per nuove attività da mettere in pratica insieme a voi?

    «Ovviamente saremmo ben felici di convogliare nuove forze, sia fisiche che, soprattutto, di idee e nuove attività. Chiunque avesse il tempo, la voglia (o la necessità, perché no…) di proporre e realizzare progetti ed iniziative di carattere musicale, non deve far altro che contattarci (sul sito ufficiale www.metrodora.net e sui nostri social network siamo facilmente rintracciabili), sapendo che Metrodora può supportare qualsiasi idea coerente con le finalità dell’associazione».

    metrodorafestivalOrmai Metrodora ha dieci anni di vita: un bilancio di quanto fatto finora e uno sguardo al futuro. Quali difficoltà avete incontrato nella nostra città e quali invece le note positive? E cosa vorresti ci fosse in più per il futuro?

    «Dieci anni fa Metrodora nacque con l’idea di convogliare le energie che giovani artisti e band, soprattutto ragazzi in età scolastica, sprigionavano nelle sale prove, senza avere praticamente alcuna possibilità di proporre al pubblico le loro idee. Le probabilità che questi giovani artisti mollassero tutto a causa della frustrazione dovuta al fatto di non poter suonare dal vivo era forte, conseguentemente ci inventammo un festival e altre occasioni per colmare, almeno in piccola parte, questa lacuna. Da quel periodo un po’ di cose sono cambiate: non solo grazie a noi, ma anche ad altre realtà cittadine (in particolare Disorderdrama, ma anche Volumia, il Santo Rock festival ecc.) la scena musicale genovese (che, per inciso, è una scena che non ha nulla da invidiare ad altre realtà nazionali che godono di maggior supporto sia istituzionale che dal punto di vista dei mass media locali) ha avuto qualche possibilità in più di emergere. Oltre al Festival delle Periferie, che è cresciuto esponenzialmente, Metrodora si è caratterizzata per altre manifestazioni, le più importanti delle quali sono state senz’altro “Suonare la voce – Tributo a Demetrio Stratos” (di frequenza quinquennale e di valenza internazionale) e la rassegna unplugged “Lorca: divagazioni d’autore”. Le difficoltà incontrate sono state molte, in una città inizialmente poco incline alla promozione della cultura “giovanile”. Va riconosciuto al Comune di Genova la volontà di aver provato, ed essere riuscito col tempo ad incentivare tali manifestazioni, e, almeno per quel che ci riguarda, al Municipio Medio Ponente (guidato durante il periodo chiave dall’attuale vicesindaco Stefano Bernini), di aver sempre creduto nelle nostre iniziative e nel recupero (e destinazione a polo culturale) dell’edificio di Villa Rossi. Per il futuro speriamo che il fatto di avere finalmente anche una sede “fisica” (per dieci anni abbiamo fatto riunioni in tutti i posti possibili e immaginabili, bar, uffici, auditorium, sale istituzionali, a volte anche davanti al sagrato di una chiesa…) ci consenta di sviluppare meglio tutti i nostri progetti, che vanno ben al di là dei singoli concerti e festival, ma che riguarderanno vari aspetti della musica e della cultura in generale».

     

    Claudia Baghino

  • Stefano Ricci e Gianni Forte: il duo terribile del teatro contemporaneo

    Stefano Ricci e Gianni Forte: il duo terribile del teatro contemporaneo

    ricciforte-3Venerdì 15 e sabato 16 il Teatro dell’Archivolto ospita lo spettacolo “Grimmless” (letteralmente senza Grimm, quindi senza fiabe) per la drammaturgia e la regia del duo composto da Stefano Ricci e Gianni Forte: attualmente tra gli autori più acclamati della scena internazionale, i loro spettacoli vengono messi in scena in tutta Europa e oltreoceano.
    Il loro lavoro, estremamente vario, va dalla sceneggiatura di serie tv come i “Cesaroni” a quella della prima sit-com lgbt di produzione italiana, “Hot”, fino alla tanto prolifica attività teatrale, in cui scandagliano impietosi la realtà, portandone sul palco gli aspetti più crudi, senza indulgere ad eufemismo alcuno, al punto che i loro spettacoli sono spesso vietati ai minori di 18.

    Quali sono i punti fondamentali di “Grimmless”, quali i messaggi che porta al pubblico?

     «Grimmless è una ricognizione sullo stato comatoso in cui si trova immerso l’uomo in questo preciso momento storico. In sospensione incredula tra lo sfacelo di una società eticamente distrutta, di cui ricorda a stento i bagliori, e una rassicurante ustoria grande luce di confortevole annientamento verso la quale è attratto. Vaghiamo incerti in questa condizione apolide, provvisti solo del nostro trolley variopinto personale, fatto di tranquillizzanti oggetti che ci ristorano di un’appartenenza, e di fiabe dei Grimm, innestate sottopelle come microchips alla nascita. Flussi di obnubilata speranza i cui effetti tossici si sono manifestati durante l’età adulta. Non esistono messaggi o intenti pedagogici, nessuno può arrogarsi il diritto di salire in cattedra senza il rischio di sembrare patetico di fronte ad un cataclisma che non risparmia: esiste l’esposizione, il coraggio di mostrarsi senza casco di protezione tentando attraverso l’induzione un viaggio a ritroso verso una conoscenza sensibile del Sé. Recuperandone, nel migliore dei casi, anatomie di volo disperse».

     

    Fiabe che si scontrano con la realtà: ma queste fiabe erano davvero poi così rosee? C’era il lieto fine, d’accordo, ma un lupo sbranava esseri umani, genitori anaffettivi abbandonavano i figli nella foresta, una strega imprigionava dei bambini per ingrassarli e mangiarseli, una matrigna cercava in tutti i modi di assassinare Biancaneve…. Ci ho sempre trovato più analogie che differenze coi casi di cronaca, a dire il vero.

     «I riti di passaggio delle fiabe indicano al bambino la possibilità di crescita dettata dal cambiamento. Oggi, ormai, standardizzati nei gusti e nelle aspettative, avendo terrore del confronto e di un possibile arricchimento dettato dalle differenze con gli altri, restiamo isolati. Emarginati nel container di rinfrancanti certezze in cui ci si siamo avvoltolati. Scoperti i marker del contagio da fiaba, riconosciamo in noi quella passività da eroi intrappolati nel bosco, che disegnano mappe di sopravvivenza in attesa di un prodigio dall’esterno che venga a restituirci sollievo. Rantoliamo in un perenne sempiterno anacronistico Festival di Sanremo, unti di trucco e lustrini, con la testa sott’acqua per non sentire il suono degli spari. Un topo che canta, una madrina con la zucca, un principe azzurro su un destriero bianco, un gratta e vinci, qualunque prodigio esterno è meno impegnativo dell’attivazione di una analisi sui propri mezzi. Soli, siamo noi i veri casi di cronaca, bendati al mondo più di qualunque Bella Addormentata».

     

    ricciforteSpesso venite definiti enfants terribles. Non so se tale appellativo vi venga dato anche all’estero, ma la definizione di bambino applicata a persone di oltre trent’anni è una cosa tristemente tipica italiana, l’impressione è che questo approccio, nei confronti di qualcuno che fa qualcosa di nuovo e diverso, tenda in qualche modo a rassicurare il sistema (e il grande pubblico) usando parole mirate a “normalizzare” la sua attività riducendola alle bizze di un bambino terribile. Come dire: tranquilli, non prendeteli troppo sul serio, sono bambini, e la realtà fuori è diversa.

     «Il disegno è molto preciso e si ricollega allo stato da walking dead – zombie ambulante in cui spurga il nostro Teatro nazionale. Se lo spettacolo dal vivo è considerato esclusivamente quell’agonia a cui assistiamo di continuo – fatta di storie apparentemente edificanti e attori che prestano la voce per ordire personaggi/armatura distanti anni luce dalle tensioni contemporanee – è altrettanto logico che chiunque provi a trascinare un respiro “altro”, un singhiozzo autentico che rifranga uno stato che ci appartiene tutti, venga fatto sedere alla mensa degli infanti. La dittatura della noia prova a sistemare nel tavolo più basso e accanto alla cucina quei parenti scomodi, i nonni malati o i bambini terribili, che sconvenientemente potrebbero provocare strappi nel tessuto di omologazione corrente. Non è la realtà che è diversa. Les enfants terribles compiono l’assassinio più feroce uccidendo la standardizzazione dell’Arte, colpiscono a morte un falso proponendo un Presente trasfigurato da una visione poetica, non minimalista come vorrebbero i media, che impianti un intrico di riflessioni: questo è punibile, se non altro con una stella da cucire sulla giubba del campo in cui si è stati veicolati. La Storia ci ha insegnato che le disposizioni a tavola si cambiano quando si è esausti di sentirsi raccontare la trita fandonia di plastica spacciata per verità».

     

    Perché ritenete indispensabile portare in scena ferocia e violenza? È una reazione al teatro, come lo definite voi, postprandiale?

    «Siamo davvero sicuri che venga portata da noi in scena la brutalità? In cosa viene identificata, quali i termini di paragone? Se porre sotto lo sguardo pubblico il peso dei giorni, sfrondato di qualunque rincuorante ninnolo natalizio, può essere scambiato per efferatezza, l’imbarbarimento involutivo subìto ha radici decisamente più profonde. Troppo semplicistico, e liquidatorio anch’esso, contrapporre una terapia elettroconvulsiva ad un paziente prostrato e in odore di abulia. Le pupille arrese devono riprendere a camminare: è necessaria una fisioterapia che riabiliti le proporzioni degli agenti fenomenologici che attraversano i giorni permessi valorizzando il ruolo della coscienza».

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    Grimmless ricci/forte

     

     

     

     

     

     

     

    In un’intervista avete detto “in fondo le botte, la violenza, la sopraffazione non sono altro che forme d’amore”. Potete meglio spiegare quest’affermazione? In fondo le botte, la violenza, la sopraffazione fanno una donna morta ogni tre giorni solo in Italia, e la fanno perché vengono scambiate per amore al punto che chi subisce non si mette in salvo per tempo. Anche l’omicidio è una forma d’amore?

    «L’amore è un sentimento, un impulso dei sensi che ci spinge verso una cosa, uomo/donna oggetto o animale che sia.  Il modo di esercitare questa inclinazione, la sua grammatica, varia per individuo e mutevole rispetto alla direzione che quella corrente ha preso. Non è la percezione alla base che determina l’estinzione di un corpo ma le derive culturali che hanno metamorfizzato quello scoppio interiore masticandolo con la dentiera morale di un Paese obsoleto. L’omicidio, la violenza sulle donne o sugli animali diventa frustrazione di dominio che disegna una frana personale. Chi subisce, chi esercita sono solo cavie di un laboratorio dismesso dove l’eco di princìpi dissolti permette di assecondare chi, incapace di confrontarsi con la realtà, indossa quella passione ristrutturandone la detenzione con materiali scadenti come la mortificazione, l’insuccesso, la smania di possesso o di appartenenza, il sopruso».

     

    Affermate l’annullamento della “quarta parete”. Se accadesse che l’interazione andasse un gradino oltre e qualcuno dal pubblico salisse deliberatamente in scena?

    «Succede ripetutamente che venga sollecitata una partecipazione attiva della gente all’interno degli spettacoli presentati. Troppo spesso si dimentica che “il pubblico” non è un vago organismo nascosto all’ombra di una platea ma un grappolo di persone, ognuna delle quali compie un viaggio intimo all’interno dell’evento performativo. Non facciamo altro che suggerire segnali di vernice rossa sui tronchi per permettere agli altri di affrontare questa foresta, magari apparentemente minacciosa ma sorprendentemente attraente per le continue inattese prospettive di sguardo, pur garantendogli che attraverso quelle pennellate di simboli sulle cortecce ritroverà la strada per uscirne portandosi dietro la pienezza di un’avventura nuova dentro la propria cassa toracica».

     

    Quali sono i temi della realtà che più vi interessano attualmente per i vostri spettacoli?

    «La vita. E quell’enzima troppo spesso dimenticato che risponde al nome di Fantasia. Un catalizzatore per accelerare il battito contro il vischioso equilibrio da degradazione di poltiglia pressapochista in cui quotidianamente siamo costretti a stagnare».


    Claudia Baghino

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Lele Ravera Band

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Lele Ravera Band

    Nato nel 2007 per iniziativa di Lele Ravera, il progetto inizialmente si configura come tribute band a De André, riscuotendo un successo che gli merita l’inserimento, da parte della Fondazione De André, nell’elenco di band tributo ufficiali: «Sicuramente proporre pezzi di un grande cantautore come De André rende più semplice suonare in pubblico e farsi conoscere, mentre portare pezzi propri è sempre più rischioso» racconta Ravera.

    Successivamente comunque Lele ha cominciato ad aggiungere al repertorio brani scritti e musicati da lui stesso: i temi sono tratti dal quotidiano ma anche da episodi di storia recente come il G8, e ricordano nelle sonorità la scuola genovese.
    Da questi pezzi è stata estratta una demo, intitolata “Immagini”, pubblicata nel 2011 e in breve diventata un vero e proprio album di dieci tracce, pubblicato a fine 2012. Oggi la band si esibisce in concerti che mescolano canzoni di De André a pezzi originali, pensati da Lele e arrangiati in gruppo, e sta portando in giro il nuovo tributo a De André dal titolo “Amico Fragile”.

    lele-ravera-bandLele Ravera: voce
    Chiara Figoli: tastiera
    Giancarlo Marotta: batteria
    Andrea Lo Giudice: basso
    Marco Silanus: chitarra ritmica
    Diego Maresu: chitarra solista

     

     

     

  • Fischi di Carta, Genova: poesia giovane a distribuzione gratuita

    Fischi di Carta, Genova: poesia giovane a distribuzione gratuita

    fischi-di-cartaPasseggiando tra i tavoli della Berio può capitare di imbattersi in un piccolo libriccino: quattro pagine pinzate insieme in maniera semplicissima, e, al loro interno, poesie su ciascuna facciata. “Fischi di Carta” è il titolo della neonata rivista (a breve il terzo numero) fondata da cinque giovani poeti genovesi: Federico Ghillino, Silvio Magnolo, Alessandro Mantovani, Andrea Pesce, Emanuele Pon. “Siamo cinque amici di sufficientemente vecchia data e caratterizzati da grande affinità comune – dicono – tutti studenti universitari, quattro ventenni e un ventunenne, dei quali quattro frequentano il corso di laurea in Lettere ed uno in Giurisprudenza”.

    Suonerà come un cliché, ma in fondo è la verità: non molte persone oggi si interessano di poesia, meno che mai se parliamo di giovani. Com’è cresciuto in voi questo interesse?

    ANDREA: «Siamo sempre stati interessati a esprimere tramite la scrittura la nostra sensibilità: inizialmente è nato come una sorta di istinto, che si è sviluppato attraverso l’acquisizione di sempre maggiori consapevolezza ed esperienza umana e culturale. È chiaro che ognuno di noi ha iniziato seguendo la propria indole personale, essendo influenzato da esperienze particolari, sempre diverse tra loro».
    FEDERICO: «Ho iniziato per un amore non corrisposto».
    SILVIO: «Anch’io ho iniziato per amore, e per il desiderio di contemplare la realtà circostante».
    ALESSANDRO: «Io per la ricerca di una consapevolezza personale».
    EMANUELE: «Da parte mia, credo di essere sempre stato guidato dal desiderio di dare un volto, e di scoprire, la rabbia e l’amore in me e fuori di me».
    ANDREA: «Personalmente scrivo per necessità nel quotidiano, indagando la realtà e gli avvenimenti che mi circondano».

    libri-lettura-letteratura-culturaQuando e come è nato il vostro progetto? Sulla vostra pagina si legge che scrivete “per rammentare l’importanza di una letteratura pura ed onesta”: cos’è per voi una letteratura pura e onesta, ma soprattutto cosa non lo è?

    FEDERICO: «Siamo nati in modo completamente casuale. Un giorno ci siamo incontrati in Via Balbi io, Emanuele e Alessandro e, andando a prendere un tè ci siamo ritrovati a fantasticare su un’ipotetica rivista letteraria, ma, essendoci resi conto che poteva diventare ben più di una fantasia, abbiamo deciso d’impeto di lanciarci in questa avventura. Il sabato seguente, 10 novembre, dopo aver informato anche Andrea e Silvio, che non avrebbero potuto restare fuori dal progetto per motivi di amicizia e di affinità artistica, sotto una pioggia torrenziale da allerta meteo 2, ancora odoranti del fritto di osteria, ci siamo incontrati al caffè Cambi, delineando il primo embrione della rivista che ora avete in mano. Da lì è stato un crescendo».
    ALESSANDRO: «Consideriamo la letteratura pura e onesta quella che esprime emozioni sentite profondamente, in commistione ad una finezza di mezzi e forme letterarie non virtuosistiche, ma affini e complementari alle sensazioni che le hanno suscitate. Poiché nel concetto di onestà è implicita anche l’idea di umiltà, noi, senza prenderci troppo sul serio, tentiamo di inserirci in un determinato discorso letterario, trasformandoci in uno dei tanti anelli di questa catena secolare, nella quale vogliamo dire la nostra senza mai considerarci poeti Vati».
    SILVIO: «Di conseguenza, il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare gli ascoltatori ed i lettori che leggono molto ma spesso leggono male, condizionati, in questo momento storico, da una dilagante superficialità, dove la forma è favorita a discapito del contenuto, e le persone si abbandonano alla generale passività culturale. Più che parlare di una letteratura non onesta, crediamo che si debba parlare di non-letteratura in quanto fine a sé stessa, e per lo più volta a fini lucrosi. Ogni libro pubblicato non rientra necessariamente nel contesto letterario di cui prima. Tant’è vero che noi siamo gratis».

    Quelle quattro paginette, che giacevano sul tavolo dove le ho trovate, mi hanno fatto pensare ai volantini lasciati in giro dai poeti futuristi; “Poesia di cinque giovani fischianti” è un sottotitolo che nel nome “fischianti” suggerisce una programmaticità del vostro lavoro…. quali obiettivi quindi, se ce ne sono?

    EMANUELE: «Parliamo del futurismo: non possiamo negare, in effetti, le molte e pesanti analogie con lo spirito del movimento, almeno nel momento della sua nascita. Con spirito intendiamo soprattutto le modalità di diffusione, quella sorta di “volantinaggio”, che appartiene anche a noi; ma non possiamo fare a meno di sottolineare, unitamente a questo, l’abisso che ci separa dalla poetica futurista. Se non altro perché i futuristi affermavano il progresso negando il passato, quando noi al passato ci appoggiamo, ci ricongiungiamo, per ripartire da lì. Come i futuristi, non abbiamo timore di essere assordanti con i nostri Fischi; ma, al contrario dell’avanguardia novecentesca, non intendiamo assordare a priori, la nostra aggressività (positiva, sia chiaro) non è programmatica: per noi è molto più importante considerare il Fischio come un rumore di fondo, ma sempre distinto dal ronzio, discreto ma costante, atto a stimolare di continuo la sensibilità intorpidita delle persone, alla quale abbiamo già accennato. Incessante, esso è sempre presente anche fisicamente, e da qui il desiderio di creare, prima di tutto, una rivista cartacea, da poter distribuire con mano, direttamente. Vogliamo essere attivi, perché siamo esseri umani e reali».

    Nell’editoriale del primo numero date una descrizione del poeta che potrebbe essere stata stesa tranquillamente in periodo bohemièn: “non più al centro della società ma costantemente spinto verso i suoi estremi, isolato in una condizione liminare di solitudine sul precipizio del nulla”. Pensate che questa condizione sia un qualcosa di ineluttabile che si ripete nelle epoche? O la vedete inevitabilmente e unicamente legata alla progressiva devastazione del nostro Paese dove la cultura viene strangolata in ogni modo possibile?

    ALESSANDRO: «L’emarginazione del poeta, e della sua figura, non è sicuramente una novità, ma è particolarmente accentuata in questo momento storico. Il dato di fatto che la figura del poeta sia posta ai margini della società, in bilico sul nulla, è chiaro; ciò che conta però è come rispondere, come reagire, in quanto spesso è proprio il poeta a porsi in quella condizione, per sua indole o per il disinteresse che la società mostra verso di lui e verso la sua attività, ritenendola accessoria. Il nostro desiderio è quello di tuffarci nel mondo, nonostante esso ci respinga, per farci ascoltare, evitando di sprofondare in questo abisso di afasia. La reazione attiva è quello che conta: il mettersi in gioco per dare un senso alla nostra condizione di “poeti” e al messaggio che possiamo dare».

    Oltre l’esigenza personale che porta a impugnare la penna, se si pubblica è perché si scrive – in fondo – anche per gli altri. Ma gli altri, oggi, pensiate possano capirvi? Credete che la poesia abbia ancora spazio, posto, comprensione da parte del lettore?

    SILVIO: «Se la poesia non la si propone e ripropone, essa smette di avere un’importanza, quindi occorre rintuzzare quella fiamma scrivendo, e mantenendo sempre vivo il fuoco della consapevolezza. La questione è questa: sensibilizzare non vuol dire ingombrare la mente del lettore, ma, maieuticamente, risvegliare la sensibilità del suo cuore. Il nostro spirito non è affatto pessimista, poiché siamo convinti che non ci sia persona che non sia in grado di capirci: questo perché, ancora una volta, siamo tutti esseri umani».

    Sempre nel primo editoriale fate accenno alla “fisicità” della scrittura, al foglio, all’inchiostro… ma naturalmente avete i vostri numeri pubblicati anche su web. Come cambia la prospettiva di uno scrittore sapendo di doversi confrontare anche con lo sterminato mondo di internet?

    FEDERICO: «Abbiamo cercato di utilizzare al meglio, volgendoli a nostro vantaggio, il web e i social network, riscoprendone le potenzialità, il valore, l’utilità, per fortuna senza cadere, come spesso accade, nell’errore dell’uomo di farsi travolgere e sconfiggere da ciò che esso stesso ha creato. Per noi, per la nostra attività, la rete vuole essere un mezzo, non certo il protagonista, ed è per questo che siamo “di Carta”».

    Mettete “in guardia le persone”, attraverso la poesia, “dal terribile destino di vivere colmi di tutto ma consapevoli di niente”…

    ANDREA: «Mettere in guardia le persone significa consapevolizzarle della realtà interiore che potenzialmente è in tutti, ma di cui pochi si rendono conto. Non per questo intendiamo colmarle col bieco nozionismo che tedia la nostra società».

     

    Claudia Baghino

  • Fabio Giovinazzo e Sanguineti: il film d’esordio del regista genovese

    Fabio Giovinazzo e Sanguineti: il film d’esordio del regista genovese

    fabio-giovinnazzoDefinisce il suo lavoro come “un sogno o una fiaba” e usa l’immagine video per analizzare se stesso. “Non mi interessa far arrivare al pubblico un messaggio. Non mi interessa insegnare niente a nessuno. Sono un grande egoista in questo senso. Mi piace analizzare il mio pensiero, in uno stile complicato. Diciamo che attraverso le immagini cerco di curare il mio animo”. Il suo lavoro d’esordio, ispirato alla figura di Edoardo Sanguineti e alla città di Genova, e intitolato “Kinek ìrod ezt”, è stato sostenuto e prodotto dall’Università di Genova, finanziato nel montaggio dalla Cineteca Griffith e proiettato nella sua prima versione a Madrid, presso il Garaje Lumière. Il 19 febbraio verrà proiettato presso la Biblioteca Berio.

    Come è avvenuto il tuo avvicinamento al linguaggio filmico?

    «Non ho frequentato alcun corso tecnico di cinema, mi sono formato guardando un gran numero di film e seguendo il mio istinto.  Nel senso che una cultura cinematografica può essere sicuramente importante, ma quello che conta veramente è sentire qualcosa di eccitante scorrere nelle vene quando ci si trova sul set per girare un film.  La passione, l’istinto…  Quando giro sento qualcosa che mi trascina verso l’azione. Ho sempre avuto una gran fantasia e il cinema è un luogo dove posso esprimermi al meglio.  Scrivere e girare un film, per me significa viverlo.  Vorrei vivere per sempre e avere molte vite.  Fare cinema mi permette tutto questo.  Ogni film è una parte di me, è una vita che avrei voluto seguire.  In questo senso è stata una scelta obbligata.  Per non parlare dei pensieri che mi assillano, allora non faccio altro che imprigionarli nel linguaggio cinematografico per liberarmene.  Fino alla prossima volta, ovvio».

    Il tuo film sembra essere documentaristico ma sembra anche avere risvolti evocativi-allucinati…

    «Si tratta di un documentario tra il vero ed il falso.  Nel senso che ho sia rubato scene di vita quotidiana, sia ricostruito certe situazioni.  Ho giocato con le diverse inquadrature, alcune molto geometriche, e sfruttato i vari momenti narrativi per far emergere nello spettatore una qualsivoglia emozione.  Bella o brutta non mi interessa.  L’importante è far arrivare qualcosa di me, far vivere anche un singolo frammento del mio essere nelle altre persone».

    fabio-giovinazzo2Perché hai scelto la figura di Sanguineti per il tuo film? A quali esigenze rispondeva tale scelta?

    «Ho scelto Sanguineti perché aveva un modo di scrivere molto sperimentale, ludico direi.  Diciamo che rispecchia, in alcuni versi, il mio modo di fare regia.  Lui giocava con le parole, io gioco con le immagini».

    Scegliendo l’analisi di te stesso ma non volendo spiegare nulla, non temi che il risultato rischi di essere troppo criptico per essere apprezzato?

    «Il mio modo di fare regia è questo.  Ripeto: faccio cinema per me stesso, perché sento che devo farlo.  Quando accendo la telecamera, indago su quello che c’è dentro di me».

    Un’immagine del film che ti sembra racchiuderne l’essenza.

    «L’inquadratura simbolo del mio film è quando arriva un treno in stazione e si ferma per tutto il tempo che nella realtà è necessario mentre la televisione della stazione manda a ripetizione pubblicità soprattutto sulla carta igienica.  La trovo ironica e violenta al tempo stesso».

    Definisci le sequenze del film come “una serie apparentemente sconnessa di immagini”…

    «Le immagini sono sconnesse solo in apparenza, in realtà sono legate dal mio viaggio per Genova alla ricerca di Sanguineti.  Che non appare mai come fisico e voce, troppo banale, ma solo attraverso la quotidianità di certi momenti a lui riconducibili per natura».

    Qual è il significato del titolo “Kinek ìrod ezt” e perché hai scelto proprio queste parole?

    «Il titolo è in lingua ungherese.  Non ha una traduzione specifica.  Si tratta di una domanda che il poeta scrive alla fine di una sua poesia.  Per me è una simpatica presa in giro, simbolo del suo scrivere.  Perfetta per il mio film.  Subito lo spettatore si trova davanti a qualcosa di misterioso.  “Che cosa vedrò?” si domanda».

     

    Claudia Baghino

  • Offlaga Disco Pax a Genova: l’intervista all’autore Max Collini

    Offlaga Disco Pax a Genova: l’intervista all’autore Max Collini

    SaOfflaga disco paxbato 26 gennaio il Teatro dell’Archivolto vede in scena, con l’organizzazione di Habanero Edizioni, lo spettacolo degli Offlaga Disco Pax, attualmente uno dei gruppi più in vista della scena musicale alternativa italiana. Di Reggio Emilia, insieme dal 2003, gli Offlaga sono Enrico Fontanelli, Daniele Carretti e Max Collini, autore degli originalissimi testi, che vengono recitati, anziché cantati, proprio dalla sua voce, il cui inconfondibile e cantilenante accento emiliano è ormai marchio di fabbrica del gruppo. È proprio con Max che abbiamo parlato, a pochi giorni dal concerto genovese.

    I vostri testi sono recitati, il che rende i brani estremamente teatrali: era una cosa voluta fin dall’inizio? La scelta di arrangiamenti new wave è semplicemente figlia della passione per il genere o è dettata dalla presenza del recitato e quindi “studiata”? 

    «Il progetto è nato nel 2003 senza alcuna studiata “teatralità”, semplicemente si è partiti dalla narrazione del testo scritto allestendo di volta in volta una colonna sonora che per similitudine o per contrasto rendesse al meglio le atmosfere evocate dal racconto. Le cose si sono evolute però molto in fretta e le letture iniziali sono diventate per noi delle vere e proprie canzoni, ancorché abbastanza particolari. Uno sviluppo quasi naturale del percorso. Le scelte sonore di Enrico e Daniele sono figlie delle loro passioni musicali, ma lo spontaneismo iniziale credo si sia arricchito moltissimo nel tempo e le svolte musicali sono state diverse nel corso degli anni e secondo me sono molto significative e testimoniano che il progetto non è mai stato fermo creativamente».

    Hai preso il microfono in mano per la prima volta a 35 anni, una scelta quindi consapevole: adesso che siete al terzo disco, come guardi alla strada che hai percorso? Soprattutto, com’è trovarsi su un palco così, all’improvviso, venendo da una vita completamente diversa?

    «All’inizio mi sembrava tutto molto surreale, avevo una paura fottuta del palco e non sapevo spiegare nemmeno a me stesso perché continuassi a fare una cosa così innaturale, visto che non so cantare, non so recitare e non so suonare né in questi anni ho preso lezioni in questo senso. Col tempo il mio rapporto con il palco si è un po’ rasserenato, pur restando sostanzialmente dialettico, e dopo dieci anni non mi faccio più queste domande. Lo faccio e basta, ma il resto della mia vita non è poi cambiato così tanto. Faccio lo stesso lavoro di dieci anni fa (Max è agente immobiliare, n.d.r.), anche se alle volte il “secondo lavoro” è diventato preponderante sul primo».

    La vostra celebre autodefinizione “collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti” come è nata e cosa vuole dire?

    «Ci piace giocare con le parole e questa specie di “slogan” all’inizio della nostra storia sembrava misterioso più di quanto lo sia realmente. Cosa significa per noi “neosensibilismo” lo abbiamo spiegato in un brano intitolato “Sensibile” che si trova nel nostro secondo album “Bachelite”, mentre la storia sulla “democrazia nei sentimenti” riguarda l’abuso che facciamo di certi vocaboli. Nei sentimenti la democrazia non funziona: i sentimenti non sono democratici, i sentimenti sono dittature».

    La musica che parla di politica è sempre stata legata ad un’idea di riscatto e speranza, o comunque ha sempre contenuto una rabbia urlata contro ciò che si ritiene non essere giusto……ascoltando voi il pensiero corre ai Cccp, con la differenza che voi trasmettete un senso di ripiegamento e desistenza, come il titolo di un vostro brano…. quindi, se non abbiamo niente da prenderci, da reclamare gridando, cosa ci resta? La mera constatazione? Insomma, cui prodest?

    «La politica nel nostro immaginario è sempre stata un pretesto per parlare d’altro, inserendo in un contesto sociale molto identitario e definito storie invece minime, personali, ironiche e autoironiche in cui l’ideologia pervade il privato ma non per questo può salvarlo. Abbiamo sempre avuto un approccio quasi domestico al nostro lavoro e non abbiamo verità precostituite da affermare. In questo senso siamo davvero poco assimilabili ai gruppi “combat” più tradizionali. Sappiamo certamente da dove veniamo, ma non abbiamo un sentiero luminoso da indicare».

    Nelle immagini da te evocate lo sguardo è rivolto spesso a ciò che è stato. Dici che parli del presente “per sottrazione”. Cosa intendi? Non ti viene mai da immergere la penna in questo presente che oggettivamente straborda spunti e temi da ogni lato, per quanto quasi sempre squallidi o vergognosi?

    «Il presente è sotto agli occhi di tutti, non ha molto bisogno di essere spiegato e il rischio della retorica è sempre dietro l’angolo. Abbiamo però sicuramente un nostro punto di vista sulle cose del mondo e questo traspare benissimo dalle cose che facciamo. Quando descriviamo e raccontiamo una parte del nostro passato, politico o sociale ma anche personale, il qui e adesso è ugualmente tracciato e il confronto sorge spontaneo in chiunque e chiunque se vuole può trarne delle conclusioni, qualunque esse siano».

     

    Claudia Baghino

  • Sala Dogana ospita Mauro Panichella: lo scanner come pennello

    Sala Dogana ospita Mauro Panichella: lo scanner come pennello

    Il 2013 si apre in Sala Dogana con la personale di Mauro Panichella, in allestimento fino al 27 gennaio. Giovane artista di 27 anni, diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Genova, il suo percorso si snoda tra la natìa Albissola, Genova ed esperienze all’estero. In “Light, Flow, Threshold” lo strumento della sua ricerca artistica e del suo processo creativo è lo scanner, da lui utilizzato – con effetti sorprendenti – per dare vita alle sue opere. La mostra prosegue inoltre in altri due luoghi d’arte che hanno ospitato due ulteriori tappe del progetto: lo spazio espositivo A329, in Via Adamoli, e la galleria Unimediamodern Contemporary Art, nel centro storico.

    Come sei giunto all’utilizzo dello scanner e perché lo preferisci rispetto ad altre tecniche? Come arrivi alla definizione dell’immagine, a rendere la trasparenza nei soggetti scelti, che sembrano quasi immagini scientifiche?

    «Mi piace mettere in relazione l’arte con la natura e la tecnologia. La fotografia digitale lascia tanto spazio alla sperimentazione artistica, tuttavia le immagini che vediamo ogni giorno sono sempre più “etichettabili”, caratterizzate da filtri o effetti reimpostati, spesso ci si trova davanti a manierismi digitali. Per quanto possa sembrare strano, sono un appassionato della fotografia tradizionale, ed è proprio per questo che ho deciso di portare avanti il mio lavoro utilizzando un mezzo fotografico alternativo. Lo scanner mi permette di pormi in maniera fredda nei confronti del soggetto, come avviene nei laboratori scientifici. Nel mio lavoro la fotografia ha un aspetto prettamente documentativo, lascio che l’approccio spirituale del mio processo creativo si manifesti attraverso i miei lavori. Non sono un fotografo e tantomeno un videomaker, uso la fotografia e il video come mezzi linguistici».

    In che modo avviene la scelta dei soggetti da sottoporre all’azione dello scanner?

    «Ho iniziato lavorando sul mio corpo, di quella fase del mio lavoro è rimasta la componente dell’interesse anatomico e lo studio estetico dei tessuti epidermici. Ho trovato interesse nei celenterati e negli animali provenienti dal mondo marino per via della loro proprietà fotosensibile, ma sono in continua ricerca di soggetti, mi piace che sia una cosa naturale, spesso mi capita di trovarli casualmente per terra. Lo scorso settembre ho presentato all’atelier Tranzit di Bratislava un’installazione che ha come soggetto centrale il teschio di un grande uccello chiamato Nandù, trovato nel deserto, durante un viaggio nella Patagonia argentina».

    A dire il vero, l’idea che un animale morto sia steso, compresso, rigirato ai fini della creazione dell’opera, potrebbe essere percepita come un po’ disturbante. Ti sei mai posto il problema? E’ un effetto che cerchi, magari?

    «Premettendo che sono un amante della natura e che non ucciderei mai un animale solo per fargli una fotografia, non nego che lavorare con soggetti privi di vita sia un aspetto del mio lavoro che non va ignorato. Credo che questo fattore debba indurre chi osserva i miei lavori a un’ulteriore riflessione, quella sulla vita e il mondo al quale apparteniamo. Cerco di dare ai soggetti una dignità estetica, una sorta di cruda eleganza, un inquieto fascino, lo stesso che si prova visitando un museo di storia naturale».

    Perché un’esposizione organizzata in tre tempi e in tre luoghi?

    «L’evento è nato con l’approvazione da parte di Sala Dogana del mio progetto, in seguito Caterina Gualco mi ha offerto la possibilità di creare un secondo polo della mostra presso Unimediamodern. Vista la visibilità e l’importanza che l’evento stava acquisendo, ho seguito un consiglio prezioso e ho deciso di estendere ulteriormente il progetto organizzando un workshop. Grazie all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e ad A329 Contemporary Art ho trovato lo spazio e i mezzi per poterlo sviluppare».

    Il titolo è estremamente ermetico e suggestivo: luce, flusso, soglia…

    «Questi tre elementi, luce, flusso e soglia sono concetti ai quali la mia ricerca deve molto. La luce è quella indagatrice dello scanner, ma anche una componente indissolubile della vita, in un certo senso è attribuibile alla nascita. Il flusso è il movimento dello scanner, ma anche il quotidiano vivere delle creature e l’inesorabile avanzamento del tempo. La soglia è il vetro dello scanner, ma anche il confine labile che divide l’oggetto reale da quello virtuale e il punto che separa la vita dalla morte. Il concetto del trittico, in effetti, ha accompagnato spesso il mio lavoro, forse perché è il numero ideale per rappresentare un’azione: inizio-svolgimento-fine, luce-flusso-soglia. Questa mostra è una sorta di consacrazione del mio processo creativo, attraverso un’analisi sullo strumento stesso della mia ricerca».

    Un workshop con gli studenti dell’Accademia: come è andata?

    «E’ stata una bellissima esperienza, il workshop si è svolto all’interno dello spazio messo a disposizione da A329 Contemporary Art, un luogo ampio che possiede il fascino dello spazio industriale e le caratteristiche ideali per lavorare. Nei primi incontri ho cercato di dare ai ragazzi degli spunti mostrando loro alcuni esempi di spazi pubblici e il modo in cui sono stati sfruttati dagli artisti, ad esempio le grandi installazioni della Turbine Hall alla Tate Modern di Londra. Ho cercato di invitarli a invadere lo spazio che avevamo a disposizione e a non aver paura di esagerare. In seguito abbiamo studiato insieme come trasformare le idee in progetti e i progetti in realizzazione concreta. In questo modo ognuno ha sviluppato un percorso personale ispirandosi ai tre temi: luce, flusso e soglia».

    In quest’ottica, significa che credi nel lavoro di gruppo a livello artistico? Che il processo creativo possa avvenire in condivisione, acquistando forza?

    «Senza dubbio lavorare in gruppo a un progetto induce a riflettere su ciò che si sta facendo secondo parametri diversi, il processo di creazione perde la componente dell’intimità e del possesso lasciando spazio a quella del rapporto sociale e dello scambio d’idee. Molti studenti erano alla loro prima esperienza artistica e credo che lavorare in un gruppo sia stato molto importante per loro».

    L’uso dello scanner per creare un’opera forse è ancora insolito, ma ormai i supporti digitali, dallo strumento di partenza al software per la postproduzione, offrono un’intera gamma di sperimentazione e possibilità ancora inesplorate…. Mentre alcuni tuoi giovani colleghi dichiarano la morte della pittura, gli artisti maturi ribadiscono comunque l’imprescindibilità delle tecniche tradizionali. Tu cosa ne pensi?

    «I miei studi artistici sono di tipo pittorico, la pittura è una cosa più grande di quanto possa sembrare, non si manifesta solo attraverso la tela e il pennello, non è solo una tecnica artistica, è una cosa che diventa parte di te e ti permette di osservare il mondo come se avessi un senso in più. Non so se posso definirmi pittore, ma le mie scelte sono certamente influenzate dalla mia formazione. Non dichiaro la morte di niente, sarò nostalgico, ma per quanto mi riguarda, persino il rock’n’roll “will never die”».

    Tu parti dal contesto genovese ma ti sei misurato con la realtà internazionale tramite residenze d’artista ed esposizioni… Ti viene voglia di fuggire?

    «Per un artista è fondamentale fare delle esperienze all’estero. Confrontarsi con altre realtà è importante sia dal punto di vista formativo che da quello lavorativo. Vivere del proprio lavoro è difficile ovunque, credo che un artista abbia una responsabilità nei confronti del mondo in cui vive, questo non va dimenticato, anche nei periodi più scuri».

     

    Claudia Baghino

  • Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Mariagiovanna Figoli, il disegno che racconta l’architettura genovese

    Quadro di Mariagiovanna FigoliMariagiovanna Figoli, originaria di Vernazza, vive a Genova dove ha lavorato tutta la vita: architetto, ha insegnato per decenni presso la facoltà di architettura della nostra città. Nell’ambito del suo ruolo di docente, ha improntato la sua ricerca, e di rimando anche l’attività didattica, a un principio per lei fondamentale: la comprensione dello sviluppo urbano in rapporto alla morfologia del territorio e al rispetto del carattere dei luoghi. Terminata l’attività lavorativa ha continuato la medesima ricerca declinandola in modo del tutto nuovo: attraverso l’arte. Dipingendo l’architettura che tanto ama, cercando di raccontare il nostro tessuto urbano attraverso le immagini.

     

     

    Lei è architetto. Come è giunta a fare pittura?

    «La mia storia comincia da lontano: io sono stata un’allieva del liceo artistico genovese, quando c’erano Verzetti, Scanavino, Bassano, Bertagnin, Fieschi… artisti estremamente importanti, credo che la mia generazione sia stata molto fortunata ad incontrarli. Per me è stato un inizio appassionante, ho scoperto il mondo della pittura imparando a guardare “dentro” i quadri. La mia volontà poi di fare architettura mi ha portata ad abbandonare questo ambito, anche se solo in parte: ho dovuto frequentare la facoltà di architettura al Politecnico di Milano perché a Genova ancora non c’era, e i costi erano sostenuti. Io sono originaria di Vernazza, e d’estate stavo là: dipingevo e vendevo quadri coi cui proventi riuscivo a pagare le tasse universitarie. Terminata l’università feci per un periodo l’architetto presso diversi studi, ma capii che la professione era un po’ difficile per me, perché non ero capace di farmi pagare dai clienti! Poi ci fu un incontro casuale con un professore presso lo studio dove lavoravo allora. Mi vide lavorare e notò che ero molto brava nel disegno; sotto suo suggerimento iniziai ad avvicinarmi alla carriera universitaria, facendo l’assistente nei corsi di disegno dal vero e progettazione, fino all’incarico ufficiale di docente di progettazione architettonica, ruolo che ho ricoperto fino a che sono venuta via dall’università, avendo raggiunto i 40 anni di anzianità di servizio».

    Quadro di Mariagiovanna Figoli«Facendo progettazione io ho sempre dedicato particolare attenzione alla città, alla sua forma e sviluppo in rapporto alle vicende storiche, questo è sempre stato un mio interesse: pensavo che gli studenti non potessero progettare alcuna cosa senza prima conoscere la storia e l’evoluzione architettonica del luogo oggetto di studio, nello specifico Genova, non ignorando ovviamente anche tutto ciò che accadeva nel resto del mondo a livello di progettazione, ma imparando a inserirsi in un contesto precostituito e di valore com’è il tessuto architettonico genovese. Ho sempre perseguito questo obiettivo, con fatica anche, perché insegnare progettazione non è una passeggiata. Terminato il lavoro come docente, mi sono trovata a dover decidere cosa volevo fare, non potevo stare senza far nulla. Ma anche lì, le cose sono accadute per caso: non avevo mai pensato di mettermi a dipingere, e non considero nemmeno pittura quello che faccio, lo vedo piuttosto come un proseguimento della mia ricerca sulla città e sulle sue architetture, solo fatta in modo un po’ diverso; l’incontro casuale con un’amica che ha sempre dipinto mi ha messo in testa l’idea e ho cominciato a fare qualcosa. A me i primi risultati non piacevano molto, agli amici sì; un giorno incontro Raimondo Sirotti e gli chiedo di dare un’occhiata a questi lavori, chiedendogli di essere assolutamente sincero. Con mia grande meraviglia mi dice che nelle mie immagini c’è “una grande forza”, e un modo di comporre che non usa nessuno. Decide di organizzarmi una mostra: cosa lontanissima da me, io avevo cominciato con l’idea di regalarne e al limite vendere qualche quadro ad amici e conoscenti! Così mi sono ritrovata a fare la mia prima mostra personale nel gennaio del 2009 presso la Fondazione Garaventa».

    Come incide il suo essere architetto sulla visione che ha delle cose e sul suo approccio all’arte?

    «Moltissimo, non lo posso ignorare. Saper leggere, capire l’architettura, vederne le contraddizioni e gli aspetti positivi è il tema, il mio tema. Però non sono una paesaggista: il paesaggio è una visione estatica di una certa particolarità panoramica, con l’intento di fermarne un certo momento, con quei certi colori… la mia è una cosa diversa, io studio l’architettura da dentro, ne studio il rapporto con il territorio. Ci vogliono anni di studio, e il pittore che dipinge il paesaggio non ha questo retroterra, non gli è indispensabile, nessuno glielo chiede. Per me che nasco come architetto, che sono un architetto che dipinge, è importante far vedere interno ed esterno di un edificio: è un’immagine abbastanza normale pensandoci, un’immagine che tutti abbiamo. Faccio un esempio semplice, riferendomi alla mostra che ho fatto di recente sui teatri genovesi: io del Carlo Felice conosco un prima e un dopo, una distruzione e una ricostruzione, una collocazione che è Piazza De Ferrari, un percorso per arrivarci che mi fa passare per certe vie… quello che cerco di fare è condensare in un’immagine tutto ciò che so del soggetto».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuindi è presente anche l’elemento temporale…

    «Sì. Di fatto, la mia pittura è un racconto. Credo che molti pittori lo facciano, ognuno con un linguaggio diverso. Questo è ciò che io voglio fare».

    La leggerezza dell’acquerello e delle svelte linee di contorno, i piani sovrapposti su cui si affastellano scorci di luoghi ed edifici. Può spiegare queste scelte stilistiche?

    «L’immagine che noi abbiamo delle cose non è puramente estetizzante, l’estetica è composta da cose vere, da strutture, materiali, emozioni… esce fuori quello che uno pensa di quell’oggetto, e quell’oggetto è necessariamente percepito in tanti momenti diversi. Certo poi interviene la composizione che deve essere equilibrata. Uso acquerello e tempera perché sono trasparenti, e la trasparenza mi permette di realizzare tutto ciò che ho detto, con l’olio non potrei. Qualcuno mi fa notare che il disegno nei miei quadri mantiene una certa prepotenza, forse è vero… io cerco di cancellarlo, però fa parte di me. Io alle medie non facevo economia domestica, disegnavo! Mi avevano dato da decorare una lampada per il preside… Il disegno è stato davvero il leit motiv di tutta una vita. Infatti quando si è imposto il computer ho avuto grossi problemi! Coi miei studenti del primo anno mi sono rifiutata di lasciare che iniziassero a disegnare col computer. Si inizia a mano, è importante, poi di certo si usa il computer, ma dopo: è come voler guidare l’auto senza aver prima imparato a camminare. Il disegno è un linguaggio, e come tale sta alla base della comprensione delle cose. Disegnare non è un dono di natura, si impara, e a qualunque età tra l’altro».

    Un tipo diverso di scrittura insomma…

    «Ma esatto! Tutti scriviamo, mica scriviamo tutti quanti dei romanzi o siamo tutti poeti, né entriamo a far parte della storia della letteratura. Scriviamo perché abbiamo bisogno di comunicare».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliQuanto influisce il fatto di essere ligure nella percezione degli spazi urbani e non?

    «È un discorso molto complesso. Essere ligure non è così importante secondo me, ma l’ho capito dopo. Genova ha un certo impianto e si è evoluta in relazione al territorio; ho cominciato a fare confronti tra Genova e il resto della Liguria, e ho trovato che esiste un comun denominatore, uno standard: gli antichi erano estremamente seriali e organizzati, con una capacità di legarsi al territorio e usarne i materiali. Partendo da questo ho potuto fare confronti con altri territori e altre realtà, come Venezia o Roma, ed è stato allora che ho capito che sono ligure perché riesco a capire come la Liguria sia stata costruita, e quando l’ho capito è stata una scoperta affascinante.
    La storia dell’architettura non è fatta dai monumenti, che sono come dei vestiti firmati, degli standard, che arrivano uguali per tutti, in un certo periodo, con un certo stile, e sono la chiesa, il palazzo, il castello. La vera storia è nelle case… l’abitare segue l’evoluzione culturale dell’uomo, è testimonianza dei bisogni di quel momento, ma anche del governo e dell’economia del territorio del tale periodo. E allora in un territorio delicato come quello ligure – e che è delicato ce ne accorgiamo solo in occasione dei disastri – perché non guardiamo come hanno costruito le case prima? Che sono sempre lì? Mentre quelli che vengono giù sono gli interventi dagli anni trenta in poi? Non abbiamo alcuna capacità di leggere criticamente: è per questo che sono molto preoccupata per le scuole d’architettura, perché non insegnano più queste cose».

    Cosa crede sia importante trasmettere in quest’ottica agli studenti?

    «Ho sempre chiesto loro che prima di fare qualunque traccia su un foglio bianco sapessero che non abbiamo bisogno di inventare niente. Nella storia, nessun artista e tantomeno nessun architetto ha inventato nulla: ha semplicemente trasformato le cose con i bisogni, che spingono a risolvere i problemi che pongono. I territori non sono tutti uguali, hanno strutture adatte a una cosa piuttosto che un’altra, possibilità e limiti. Bisogna porre attenzione a ciò che hanno fatto le comunità quando si sono insediate in un luogo. I Romani assecondavano il territorio. Ora, con tutti gli strumenti che abbiamo, è possibile che non riusciamo a capire nulla? Che per fare delle case in collina anziché adattarsi all’andamento naturale si debba sbancare l’intera collina per poi fare la casa come si farebbe in pianura? Ma perché? Non si può fare quello che si vuole, in architettura dovrebbe essere proprio proibito, e il primo obbligo, che è ciò che deve insegnare chi insegna urbanistica, è proprio questo: rispettare il territorio. Non possiamo continuare a cementificare tutto. E ci sono tante di quelle case sfitte e inabitate. Si arriva al paradosso, che mi provoca un vero dolore, in cui i discorsi sul recupero e sulle possibili soluzioni non li fanno gli architetti, ma altri. Almeno gli architetti dovrebbero ascoltare e saper interpretare le nuove necessità».

    Quadro di Mariagiovanna FigoliLei è stata anche assessore provinciale, quindi direttamente a contatto coi problemi e le specificità del nostro territorio…

    «La mia esperienza di politica attiva risale ai primi anni novanta. Ambiente e territorio erano le mie competenze, ambiti che erano appena “esplosi”, proprio nell’ ’88-’89 erano uscite le prime importanti leggi territoriali. La mia formazione culturale mi ha aiutata molto su come intervenire. Era importante organizzare il territorio, vederne le priorità; come assessore all’ambiente era chiaro che mi occupassi dei problemi idrici! Mettevo intorno al tavolo i sindaci di una vallata per cercare di risolvere e organizzare a livello collettivo, non potevo certo risolvere un problema per un comune sì e un altro no. Devo dire che nonostante le difficoltà iniziali poi questo approccio lo capivano, e si riusciva a collaborare. Io non ero portata a distribuire un po’ di finanziamenti a tanti comuni per non risolvere nulla in generale: era indispensabile organizzare; approvvigionamento e smaltimento delle acque era uno dei temi principali per me visto il ruolo che ricoprivo. Ho fatto guerre tremende per far rispettare il programma elettorale, perché si dicevano delle cose ma poi i fatti erano altri. Certo che i comuni preferiscono spendere per fare le sagre, ma esistono delle priorità, le responsabilità a riguardo sono troppo importanti, e se le cose non vengono fatte bisogna renderne conto. Infatti sono uscita perché ho capito che o si ha un gruppo con cui si riesce ad andare avanti, o da soli non si riesce a fare niente. Questa però è una grossa sconfitta per la politica, che rinuncia al proprio ruolo».

    Tornando alla sua attività artistica. Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?

    «Il soggetto fondamentale è la città, Genova ma non solo. All’interno di essa, gli spunti sono infiniti. Ho trovato bello individuare dei temi, come ho già fatto: il ponente, i teatri… la mia prossima mostra avrà come tema le ville. E la città ne suggerisce tanti altri, vie storiche, chiese… il mio cuore è sempre sulle strade comunque, e vicino a tutto ciò che su di esse si affaccia. La chiave di lettura è usare un linguaggio originale. Fare la prima mostra è stato come spogliarsi, perché nei tratti del dipinto esce fuori la persona, malgrado tutto».

     

    Claudia Baghino
    [foto e video di Daniele Orlandi]