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  • Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    ChiavariPermiso de Soñar è un film del collettivo Escuelita, nato da un laboratorio video animato da Cristina Oddone, Zelmira Pinazzo, Claudia Sbarboro, Gianluca Seimandi, Simone Spensieri. È l’ultimo progetto video diretto dalla regista genovese Oddone che, dopo il successo del documentario “Loro Dentro” (qui l’approfondimento di Era Superba), si è avvalsa ancora della collaborazione degli operatori del Laboratorio di Sociologia Visuale, del Centro Frantz Fanon di Torino e ASL 4, allargando il cerchio anche all’Escuelita di Chiavari.

    Il film racconta la migrazione di un gruppo di giovani che dall’Ecuador sono arrivati in Italia per ricongiungersi con le loro madri, partite anni prima sperando di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Permiso de Soñar affronta i problemi aperti legati all’accoglienza nel nostro Paese e soprattutto in Liguria, alle leggi, agli ambienti “devianti” in cui i migranti spesso si trovano a vivere.

    Il titolo, com’è facilmente intuibile, significa “Permesso di sognare”: una formula che richiama anche fonicamente il concetto di “permesso di soggiorno” ed evoca le difficoltà di ottenere un documento che legittimi la presenza di questi soggetti sul territorio e restituisca loro la speranza di un progetto di vita concreto.

    Nel dicembre 2012, una versione ancora embrionale era stata presentata a Genova in occasione dell’Ecuador Festival. Si trattava di un piccolo premontato di circa 18 minuti. In seguito, questo lavoro è stato integrato con altre immagini e contributi: un docu-film di circa 50 minuti, in formato HD (fotocamera Canon 70D e telecamera SONY HVR Z1), da distribuire in festival, circuiti televisivi, dvd, formazioni sul tema delle migrazioni e della sofferenza sociale. Per questo, dallo scorso 27 gennaio è stato aperto il crowdfunding: chi vuole, può fare una donazione entro il 15 maggio 2014 e aiutare la realizzazione del documentario.

    La Escuelita e i “figli sospesi”

    «Al momento gli incontri all’Escuelita si svolgono una volta a settimana – racconta la regista Cristina Oddone – ma siamo fermi con le riprese perché stiamo cercando finanziatori per poter ideare un progetto organico. Per ora abbiamo optato per il fundraising e ci siamo affidati a Produzioni dal Basso, ma abbiamo in programma anche un incontro con il consolato ecuadoriano per cercare di sbloccare la situazione: anche loro sono sensibili alle tematiche che trattiamo perché negli ultimi anni si sta riscontrando un ritorno dei migranti nel Paese di origine».

    Il progetto nasce grazie all’iniziativa di “La Escuelita”, collettivo di giovani immigrati per lo più ecuadoriani, che da ormai 6 anni opera nel territorio del Tigullio – tra Chiavari e Lavagna – e lavora sulle problematiche di esclusione e marginalizzazione. Si riunisce con la supervisione dello psichiatra Simone Spensieri del Centro Frantz Fanon di Torino e segue il percorso complicato di questi giovani stranieri – molti dei quali frequentano anche il SERT -, occupandosi di cittadinanza e processi di socializzazione. Nel 2013 Escuelita ha deciso di dare avvio alla realizzazione di un documentario sui sogni dei ragazzi che ospita e sulla loro difficoltà nel trovare nuovi orizzonti di vita nell’area del Tigullio, collegando a doppio filo Liguria e Sud America. Chiavari, nello specifico, è uno scenario particolare: è una “provincia ricca”, meno problematica e complessa di Genova. Anche se si tratta di una città di migranti (diretti proprio verso il Sud America), oggi qui la società è conservatrice, i giovani stranieri danno più nell’occhio, sono stigmatizzati e devono fare spesso i conti con una forte sorveglianza.

    Inoltre, il motivo della formazione di una comunità così importante proprio nella nostra regione è dovuta al fatto che, come si sa, l’età media degli abitanti è alta, la popolazione è anziana e bisognosa di cure: per questo molte donne sudamericane hanno scelto di vivere qui, lavorando come badanti. Poco dopo, il ricongiungimento dei coniugi e dei figli, per la ricostruzione del nucleo famigliare. Solo che, mentre le madri hanno trovato impiego presso le famiglie chiavaresi, i figli sono rimasti sospesi «tra un passato sfumato e un futuro che non riesce a configurarsi», come racconta la regista. Sono in Italia da ormai una decina di anni, sono arrivati quando erano adolescenti e frequentavano le scuole superiori; adesso hanno circa 27-28 anni, molti di loro hanno una famiglia, le loro storie sono sfaccettate e complicate. Da un lato non vogliono andarsene dal nostro Paese, ma le dinamiche di inclusione e il contesto sembrano ostili; dall’altro mitizzano la patria lasciata e vorrebbero tornarvi, soprattutto adesso che – complice la crisi dell’occidente – l’Ecuador è un Paese emergente, con più possibilità sotto il profilo professionale e dell’istruzione, e con maggiori incentivi sul piano edilizio.

    In bilico tra restare e tornare, tra inclusione ed esclusione in un contesto ostile, questi migranti hanno anche molti ostacoli legali davanti a sé: ottenere la cittadinanza italiana, avere i documenti in regola e un permesso di soggiorno permetterebbe loro di costruirsi una vita “regolare”, trovare un lavoro che non sia in nero e che non li renda ricattabili, fare progetti per la loro famiglia.

    Permiso de Soñar: il documentario

    Dallo scorso anno si è cominciato a introdurre nei tradizionali incontri dell’Escuelita una riflessione sull’immagine e la narrazione di sé, realizzando interviste e girando scene all’aperto, nei luoghi normalmente frequentati dai ragazzi, cercando di coglierne l’aspetto quotidiano. Si è pensato di trasformare i consueti colloqui individuali in incontri di gruppo tra individui con problemi simili, in cui i soggetti potessero tirare fuori le proprie emozioni, ascoltarsi e  imparare anche a usare la macchina da presa e la strumentazione.

    Il girato si snoda in periferie e spazi urbani in stato di abbandono, e – come succedeva in “Loro dentro”, documentario girato all’interno del carcere di Marassi – l’obiettivo è instaurare un narrato intimistico e creare un livello di confidenza con i personaggi, spingendoli a parlare delle proprie storie perché a loro agio con gli operatori.

    L’approccio è etnopsichiatrico e tratta le problematiche dei vari soggetti non come se fossero separate dallo scenario di riferimento, ma contestualizzandole e facendo riferimento al gruppo etnico di riferimento: cade il giudizio etnocentrico e vengono messe in luce le specificità di certi disturbi non appartenenti a categorie psichiatriche universalmente riconosciute.

     

    Elettra Antognetti

     

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    Terzo Valico: grande opera, poco lavoro. Quante sono le aziende genovesi?

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoA Trasta, Val Polcevera, nell’ex sottostazione elettrica delle Ferrovie in via Polonio, prosegue la costruzione del villaggio con 400 casette prefabbricate che ospiteranno altrettanti operai “foresti” prossimamente impegnati nei cantieri per la realizzazione del Terzo Valico ferroviario, opera finanziata con soldi pubblici (6,2 miliardi di euro) della quale, tuttavia, è difficile conoscere i dati ufficiali in merito all’effettivo impiego di manodopera locale e non, ma anche i nomi e la provenienza delle ditte alle quali il consorzio di imprese Cociv (Consorzio collegamenti integrati veloci, oggi composto da gruppo Salini-Impregilo al 64%, Società Italiana per Condotte d’Acqua al 31% e Civ S.p.A al 5%) – general contractor, ovvero soggetto unico gestore degli appalti – ha affidato parte dei lavori, in corso di svolgimento, del primo lotto costruttivo (sei lotti complessivi) del Terzo Valico dei Giovi. Un campo base è previsto pure in località Maglietto (nel Comune di Campomorone in Val Verde), dove presumibilmente saranno ospitati circa 200 lavoratori fuori sede, mentre l’area della Biacca a Bolzaneto ha di recente cambiato destinazione trasformandosi da campo base a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terra di scavo (qui l’approfondimento di Era Superba e il ricorso al Tar presentato dagli abitanti).

    Nonostante diversi tentativi, la società di comunicazione a servizio del Cociv (Chiappe Revello Associati s.r.l.) non ci ha ancora fornito il prospetto con l’elenco delle imprese appaltatrici trincerandosi dietro la mancanza delle autorizzazioni previste (da parte di RFI, società del gruppo Ferrovie dello Stato S.p.A., committente dell’opera, e dello stesso Cociv) a diffondere informazioni che a rigore di logica dovrebbero essere pubbliche già da un pezzo. Ricordiamo che il general contractor può dare in affidamento diretto in forma di subappalto il 40% delle opere, mentre per il 60% è prevista la procedura a evidenza pubblica con bando di gara internazionale. Per accorciare i tempi delle operazioni i lavori del primo lotto sono tutti compresi nel 40% di affidamento diretto: in pratica è il general contractor a decidere a chi affidare – tramite procedure negoziate – l’esecuzione dei lavori .

    Le presunte ricadute occupazionali – soprattutto sul territorio ligure e genovese – sono sempre state enfatizzate dai maggiori sponsor istituzionali della grande opera, in primis dall’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che in questo senso, proprio una settimana fa, ha annunciato «I dipendenti di Metrogenova licenziati dopo l’ultimazione dei lavori della metropolitana (una trentina, ndr) sono stati chiamati dal Cociv per il Terzo Valico. L’attenzione al lavoro locale è doverosa – ha aggiunto Paita – Anche segnali come questo devono essere d’incentivo e di stimolo per continuare. Stiamo parlando di una grande infrastruttura in grado di dare risposte precise in termini di occupazione a un territorio particolarmente provato dalla crisi». A dire il vero, da quel che si riesce a comprendere, almeno finora tale affermazione pare essere smentita dai fatti. Secondo i sindacati, infatti, al momento sarebbero impegnati nei cantieri complessivamente circa 200-250 lavoratori nelle ipotesi più ottimistiche, tra personale amministrativo, tecnici ed operai (circa 50-60 unità), di cui pochissimi residenti a Genova. Le aziende appaltatrici locali dovrebbero contarsi sulle dita di una mano. D’altra parte l’unico intervento importante sul fronte genovese del valico sarebbe quello relativo all’esecuzione delle gallerie Borzoli-Erzelli e delle opere di completamento all’aperto della nuova viabilità tra via Borzoli-via Erzelli e via Chiaravagna, lavori affidati ad un raggruppamento di imprese composto dalla società napoletana Cipa S.p.A. (capogruppo) e dalla società genovese Pamoter s.r.l. Per altri interventi minori, come quello riguardante il cantiere di Fegino, alcune fonti riferiscono dell’avvenuto affidamento ad un paio di imprese genovesi ma, ad oggi, i lavori sarebbero pressoché fermi.

    I numeri sull’occupazione prevista

    terzo valico trasta2Ma inizialmente quali erano i numeri del possibile assorbimento occupazionale legato alla realizzazione della grande opera ferroviaria? Le stime più recenti le troviamo nell’edizione del “Giornale della Giunta” della Regione Liguria del 10 aprile 2013, dove a tal proposito si leggeva: “Il Terzo Valico porterà in dote lavoro per 4000 persone. È quanto emerso dalla riunione tecnica tra le istituzioni locali, il Cociv, e le organizzazioni sindacali e dei costruttori. Ma ci vorrà del tempo, circa tre-quattro anni, per arrivare a queste cifre: intanto si comincerà con circa 200 lavoratori entro fine anno (2013, ndr) per arrivare a 300 nel 2014 e giungere appunto al picco nel 2015 e 2016“. Ma visti i ritardi nei lavori non è detto che il traguardo venga raggiunto nei tempi.

    Sei mesi prima – precisamente l’11 ottobre 2012 – un protocollo d’intesa sottoscritto da Regione Liguria, Cociv e sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, stabiliva di “…prestare particolare attenzione al problema delle infiltrazioni mafiose, grazie all’osservatorio regionale sui contratti pubblici e al protocollo sulla legalità in via di sottoscrizione con la Prefettura di Genova; di assumere in via prioritaria manodopera locale; attivare un presidio sanitario nei pressi del cantiere per garantire la sicurezza sul lavoro; di istituire un servizio mensa ad opera di Cociv per i lavoratori e le imprese affidatarie, coinvolgendo i servizi di ristorazione locali”. Il protocollo – in merito all’occupazione – specificava la necessità di “…privilegiare, nel rispetto di tutte le norme di legge, di contratto e di accordo, aziende e manodopera del territorio attraverso la verifica delle professionalità richieste; le assunzioni saranno rivolte a lavoratori espulsi dal circuito lavorativo anche attraverso percorsi di riqualificazione professionale; prevedere nei contratti di appalto e subappalto l’integrale recepimento del presente protocollo”.

    Il j’accuse del presidente di Ance Genova

    Su circa 480 milioni di euro complessivi del primo lotto costruttivo del Terzo Valico, Cociv finora ha appaltato pochissime decine di milioni, soprattutto sul fronte piemontese. Eppure sono questi gli unici lavori appetibili per le imprese locali. «Ma finora la ricaduta sull’occupazione è stata davvero minima – spiega Federico Garaventa, presidente Ance Genova (Associazione nazionale dei costruttori edili) – Tutti a parole dicono che deve essere favorito l’incremento del lavoro sul territorio ma le procedure guarda caso vanno nella direzione opposta».

    Per la parte di opere propedeutiche affidate in via diretta con gare negoziate «Noi come Ance ci siamo prodigati a fornire una lista di aziende locali che sono tuttora all’attenzione del Cociv – continua Garaventa – Ad oggi, però, le imprese genovesi appaltatrici secondo le informazioni in nostro possesso sono soltanto 2-3. Ci auguriamo che anche altre realtà locali possano partecipare agli interventi del primo lotto che dovrebbero essere appaltati e poi avviati nei prossimi mesi». Per quanto riguarda, invece, la quota di opere (il 60%) da affidare necessariamente con procedure internazionali, probabilmente quelli relativi al secondo lotto costruttivo «Le imprese liguri e genovesi non sono adeguatamente attrezzate per concorrere – sottolinea Garaventa – Parliamo di lavori complessi in galleria a cui potranno ambire pochissime imprese italiane e nessuna locale».

    Ma il presidente di Ance Genova lancia un vero e proprio j’accuse all’odierna disciplina del general contractor in Italia «Un conto è affidare la gestione di una grande opera al general contractor, altro discorso è se lo Stato abdica completamente alla sua funzione di controllo lasciando mano libera a tale soggetto che così bada esclusivamente al proprio interesse di impresa». Ma non va dimenticato che lo stesso affidamento diretto – senza una gara a evidenza pubblica – ad un soggetto unico gestore degli appalti (general contractor), ha suscitato le critiche dell’Unione Europea all’Italia perché non ha garantito l’apertura al mercato e alla concorrenza. E sovente tale scelta ha comportato un risultato di non economicità: opere che dovevano essere già terminate sono ancora in corso di realizzazione e nel frattempo i costi sono ampiamente lievitati (vedi la nostra precedente inchiesta del 2012 sul Terzo Valico dei Giovi). Poi Garaventa rincara la dose «Vista l’esperienza di altri colleghi impegnati nella realizzazioni di simili grandi infrastrutture non so neppure quanto sia conveniente aggiudicarsi gli appalti, considerando che spesso le aziende appaltatrici finiscono con le gambe all’aria. La normativa attuale, infatti, prevede un pesante squilibrio a favore del general contractor. Con la scusa che il soggetto unico sta appaltando con soldi pubblici, in buona sostanza può decidere il prezzo che vuole. È evidente che se il general contractor appalta sotto costo le imprese rischiano di non stare dentro a quelle cifre». Quindi, piuttosto che rinunciare al lavoro in un periodo di crisi nera, partecipano lo stesso, cercando di risparmiare magari sulla manodopera e sulla qualità dei materiali, con conseguenze immaginabili quali ritardi nell’esecuzione degli interventi e contenziosi giudiziari, quando va bene, fallimento delle aziende quando va male.

    La posizione dei sindacati

    I sindacati all’unisono denunciano l’andamento troppo lento dei cantieri e chiedono al consorzio Cociv di rispettare il protocollo d’intesa a tutela della manodopera locale, sottoscritto nell’ottobre 2012. «Per il momento le notizie che abbiamo descrivono una realtà che vede, dal punto di vista temporale, i flussi di manodopera previsti traslati di almeno sei mesi – racconta Fabio Marante, segretario generale Cgil Fillea Genova – Non arriviamo neppure a 250 lavoratori attualmente impiegati in tutti i cantieri propedeutici del Terzo Valico. Si tratta di un campione non rappresentativo, per questo motivo ancora non c’è stato un grido d’allarme da parte dei sindacati». I prossimi bandi di gara internazionali ovviamente avranno un ampio respiro aprendo il campo ad imprese provenienti da fuori regione ma pure da fuori Italia. «Noi stiamo provando a sollecitare le istituzioni affinché sia garantita una ricaduta occupazionale anche sul territorio – continua Marante – Ma le imprese locali non sono sufficientemente strutturate per partecipare a questi lavori. Sono imprese mediamente piccole con pochi dipendenti: o si consorziano tra di loro, oppure non potranno competere con realtà aziendali ben più grandi». Se invece, come probabile, ad aggiudicarsi gli appalti saranno imprese foreste (come in gran parte è avvenuto finora) «Solleciteremo l’assunzione di manodopera disponibile in loco – conclude il segretario Cgil Fillea Genova – Ma considerando la crisi dell’edilizia anche queste ditte avranno del personale da ricollocare dunque non sarà per nulla semplice tutelare gli interessi dei lavoratori genovesi e liguri».

    «Noi con il Cociv siamo rimasti al protocollo firmato un anno e mezzo fa – spiega Roberto Botto, segretario provinciale Feneal Uil Genova – Dopo di che il Cociv si è reso invisibile, e non comunica neppure con noi». Allo stato attuale, secondo il rappresentante sindacale, non c’è nessun effetto positivo tangibile sul territorio. «Se parliamo di operai inquadrati con contratto edile oggi nei cantieri sono impegnate soltanto qualche decina di unità – sottolinea Botto – Mentre diversi lavoratori hanno altre tipologie contrattuali. Si prevede che per la tarda primavera, forse inizio estate, dovrebbe verificarsi un maggiore assorbimento occupazionale. Però, ad oggi, non c’è alcuna garanzia da parte di Cociv in merito al rispetto del protocollo d’intesa dell’ottobre 2012. E il consorzio Cociv rifiuta il confronto con le parti sociali».

    «Il discorso con Cociv è aperto – afferma Paola Bavoso, responsabile Filca Cisl Genova – adesso l’obiettivo è attivare un tavolo comune per cercare di trovare la maggior collocazione possibile almeno per determinati profili professionali disponibili sul territorio. Per Genova, se parliamo di lavori specializzati in galleria, dobbiamo ammettere di non avere aziende pronte ad operare in simili contesti. Tuttavia, insieme alle altre sigle sindacali, stiamo creando un elenco locale comprendente singole figure professionali con caratteristiche idonee dal quale attingere per la futura richiesta di manodopera».

      Matteo Quadrone

  • Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    asiloIl giorno della verità. Poco meno di 2 mila famiglie genovesi stanno aspettando di capire quale sarà il destino dei propri figli per i prossimi tre anni. È, infatti, arrivato tanto atteso momento della pubblicazione delle graduatorie definitive per le iscrizioni alle scuole dell’infanzia (i vecchi asili o scuole materne che riguardano sostanzialmente i bimbi dai 3 ai 6 anni) comunali. Sono 1964 le domande ricevute quest’anno dal sistema comunale, a fronte delle 2163 dello scorso anno (mentre la popolazione tra i 3 e 6 anni è calata da 14187 a 13674 bambini). Ogni anno, il sistema integrato comunale-statale-privato offre una disponibilità maggiore rispetto all’intera popolazione in età: per fare un esempio, per l’anno scolastico in corso i posti offerti sono stati 14253 a fronte di una popolazione di 14187 individui, mentre nel 2011/2012 per 14078 bambini tra i 3 e i 6 anni, i posti disponibili erano 14584. Un’offerta più alta della domanda consente ai genitori di scegliere abbastanza liberamente dove mandare a scuola i propri figli ma il sistema di preiscrizione e successiva conferma è alquanto complicato e lascerà famiglie e istituti col fiato sospeso ancora per diverse settimane.

    Proviamo a vedere che cosa succede. Ogni anno i genitori possono richiedere l’iscrizione a una sola scuola dell’infanzia statale mentre possono esprimere una preferenza plurima per le scuole comunali e per le private convenzionate, quello cioè per cui è prevista un’almeno parziale copertura della retta da parte del Comune per le famiglie con Isee basso. Chiuse le preiscrizioni, che potremmo anche definire manifestazioni di interesse, ogni scuola statale stila la propria graduatoria in base ai criteri decisi dal Consiglio d’istituto, che tengono in considerazione il reddito e la condizione socio-economica famigliare, il numero dei figli, lo stato di occupazione dei genitori, eventuali disabilità famigliari o altre particolari criticità. A questo punto, in base ai posti disposizione e alla graduatoria, le segreterie fanno partire le prime telefonate in cerca di conferma delle iscrizioni. Spesso, però, la risposta ricevuta è del tipo: “Grazie, ma preferisco aspettare la pubblicazione della graduatoria delle scuole comunali”. Ciò avviene perché le scuole comunali, che dal punto di vista normativo vengono considerate paritarie, generalmente rappresentano i posti più ambiti grazie soprattutto ad orari più estesi nel corso della giornata e a servizi più ampi lungo tutto il corso dell’anno (venendo, ad esempio, incontro a chi non può occuparsi dei figli per tutti i tre mesi di pausa estiva).

    Ecco, dunque, che il meccanismo si inceppa sostanzialmente fino a oggi, ovvero al giorno di pubblicazione delle graduatorie comunali.

    Queste, naturalmente, vengono stilate con gli stessi criteri su tutto il territorio genovese ma il posizionamento di ogni famiglia varia da scuola a scuola, a seconda di chi ha inoltrato la propria manifestazione di interesse. Una volta ricevute le eventuali disponibilità da scuole comunali e dalla scuola statale prescelta, la famiglia potrà finalmente decidere dove confermare l’iscrizione del bambino. Ecco perché sarebbe auspicabile che le graduatorie statali e comunali diventassero un tutt’uno. Una promessa che circola nell’aria già da qualche anno ma che, nei fatti, non si è ancora concretizzata. In questo bailamme diventa allora molto difficile avere un quadro completo fino a ridosso delle vacanze estive. Senza dimenticare l’opzione delle scuole private, spesso scelte per maggiore vicinanza alla propria abitazione o a quelle dei nonni e per i servizi aggiuntivi.

    Ma anche le scuole pubbliche hanno all’interno della propria offerta formativa peculiarità che meritano di essere quantomeno prese in considerazione dai genitori al momento della fatidica scelta, tenendo ben presente il grado di coinvolgimento della famiglia stessa e la qualità e l’importanza affidata agli spazi e agli ambienti in cui cresceranno i bambini.

    L’asilo, il punto di partenza

    Tra i progetti pedagogici più noti, spicca il cosiddetto metodo Montessori che punta molto sulla libertà del bambino nel suo percorso di apprendimento e sull’importanza della qualità dell’ambiente che lo accompagna nel suo cammino di crescita, rivoluzionando i tradizionali tempi di apprendimento scolastici.  Ci sono poi, naturalmente, le sperimentazioni interculturali, sempre più cruciali per formare i piccoli a ben integrarsi in una realtà così umanamente ricca come quella genovese, e quelle informatiche che introducono l’utilizzo dei computer fin dalle prime basi del cammino didattico. Per chi avesse il pallino della matematica esiste il cosiddetto “Laboratorio zero” che punta a evidenziare l’importanza dei codici naturali da cui siamo circondati, unendo lo stupore della conoscenza del mondo alla razionalità dell’approccio scientifico. C’è anche la possibilità di puntare sulla filosofia fin dai primi passi nel mondo dell’istruzione, attraverso una metodologia didattica che valorizza il dialogo, la partecipazione democratica e lo sviluppo di un pensiero critico all’interno di un contesto relazionale. Non possono naturalmente mancare le sperimentazioni psicomotorie che danno grande importanza al gioco, al movimento, alla relazione e al rispetto interpersonale. Infine, l’educazione ambientale e alimentare con il progetto “Orto in condotta”, promosso a livello nazionale da Slow Food, che stimola i bambini a osservare, conoscere e prendersi cura della natura.

    Asili nido, tutt’altra storia: pochi posti a disposizione

    Questi progetti in alcuni casi propongono sperimentazioni già a partire dagli asili nido. Qui, se possibile, la situazione che riguarda le iscrizioni è ancora più complicata perché le preferenze esprimibili sono pressoché infinite ma i posti a disposizione nel sistema comunale sono assai limitati. La copertura dell’intero servizio, infatti, è di circa il 33% della popolazione in età. Ciò significa che per ogni bambino da 0 a 3 anni che ha la possibilità di andare al nido (comunale o privato che sia) ce ne sono altri due che restano a casa con i genitori, i nonni o i baby-sitter.

    Anche in questo caso, si parla di sistema integrato, come ci spiega il direttore del settore Scuola, Sport e Politiche giovanili del Comune di Genova, Tiziana Carpanelli: «Da anni il Comune di Genova persegue una politica di integrazione tra tutti i soggetti che offrono questo tipo di servizio. I nidi, in particolare, possono essere comunali, accreditati, convenzionati o strettamente privati.  La differenza tra accreditati, il cui rispetto di standard strutturali e pedagogici viene costantemente monitorato dai nostri uffici, e convenzionati sta nel fatto che con questi ultimi il Comune si accorda per un certo numero di posti per cui mette a disposizione una cifra massima a copertura totale o parziale delle rette per agevolare le famiglie con Isee basso».

    A proposito, la retta massima per i nidi comunali è stata finora sempre sotto i 400 euro (398,34 l’anno scorso) per l’orario base 8.30-16.30. Nell’anno scolastico in corso, confermando una quota ormai stabile da diversi anni, i posti a disposizione negli asili nido comunali erano 1901, che salivano a 2287 considerato anche i convenzionati. L’intero sistema integrato, invece, ha messo a disposizione solo 4485 posti a fronte di una popolazione residente tra gli 0 e 3 anni pari a circa 13300 unità. Cifre non particolarmente diverse da quanto accaduto nel passato recente: nell’anno scolastico 2011/2012, ad esempio, i posti a disposizione nel sistema integrato erano 4574, di cui 2469 comunali e convenzionati con una retta massima di 386,36 euro, a fronte di un popolazione di 13910 bambini.

    Volete fare un affare e offrire un servizio alla vostra comunità? Potreste pensare ad aprire un asilo nido a cifre abbordabili e con tanti servizi che possano aiutare i neo-genitori nei loro compiti educativi.

    Simone D’Ambrosio

  • Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    torrente-fereggianoCon un breve comunicato stampa il Comune di Genova ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo del mini-scolmatore del Fereggiano. L’opera, presentata lo scorso settembre (qui l’inchiesta di Era Superba), aveva suscitato sin dal primo momento non pochi dubbi legati in particolar alla copertura finanziaria e all’incompatibilità con il progetto dello Scolmatore del Bisagno. A conferma di ciò lo scorso febbraio era arrivata anche la bocciatura dal Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici (con 64 pagine di osservazioni, qui il pdf completo).

    La Giunta ha dunque recepito le osservazioni del Consiglio Nazionale, ha prima predisposto e ora approvato il progetto definitivo per la messa in gara. Un segnale chiaro, che dimostra ancora una volta la ferma volontà di Tursi di andare fino in fondo con il mini-scolmatore.

    “La Giunta comunale, riunita questa mattina, su proposta dell’assessore Giovanni Crivello di concerto con l’assessore Valeria Garotta, ha deliberato l’approvazione del progetto definitivo della galleria scolmatrice dei torrenti Fereggiano, Noce e Rovare, quale primo stralcio funzionale dello scolmatore del torrente Bisagno.
    Il progetto comprende: la galleria scolmatrice a servizio dei torrenti Fereggiano/Noce/Rovare, le opere di sbocco a mare in corrispondenza dei bagni Squash, le opere di captazione sul torrente Fereggiano all’altezza di via Pinetti/salita Ginestrato.
    Come noto, l’intervento comporta un costo complessivo di 45 milioni di euro, di cui 25 milioni finanziati nell’ambito del piano nazionale di riqualificazione urbana, 10 milioni stanziati dall’Amministrazione comunale attraverso un mutuo e 5 milioni provenienti da contributo della Regione.
    L’approvazione del progetto definitivo, avvenuta entro i tempi del cronoprogramma a suo tempo annunciato, rende ora possibile predisporre la gara per l’assegnazione dei lavori”.

  • Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Arte di Strada teatro attoriLi incontriamo tutti giorni, con il sole ma spesso anche sotto la pioggia, andando al lavoro, facendo la spesa, in coda al semaforo o più semplicemente passeggiando tra i caruggi. Ma spesso non ci facciamo più neppure caso. Siano essi eccellenti musicisti, pittori brontoloni, giocolieri colorati, acrobati illusionisti, artigiani creativi, writer “naturalisti” o suonatori fantasiosi e magari un po’ fastidiosi. Non ci facciamo quasi più caso perché, ormai, fanno parte del nostro dna o, almeno, di quello della nostra città. C’è chi qualche anno fa voleva dar loro una sorta di carta d’identità professionale, chi voleva istituire un vero e proprio Registro… stiamo parlando degli artisti di strada, quelli che lo stesso regolamento approvato nel 2004 dal Consiglio comunale di Genova (qui il pdf), definisce “fenomeno culturale” e ne valorizza “le varie forme espressive”.

    Insomma, Genova capitale europea della cultura sapeva bene che cultura non vuol dire solo musei, teatri ed eventi istituzionali. Genova, città creativa e dai mille fermenti, sa ancora oggi che per far nascere i fior dal letame bisogna lasciare che il terreno cresca libero e fertile. È probabilmente per questo che il nostro regolamento per l’arte in strada è uno dei meno restrittivi d’Italia e punta a valorizzare la libertà di espressione artistica piuttosto che imbrigliarla dietro norme burocratiche e soffocanti. O almeno questo vorrebbe provare a fare.

    Certo, le stesse norme comunali fanno rifermento a una fantomatica istituzione di un albo professionale, ma non è così chiaro a che cosa possa servire visto che, per potersi esibire, basta una semplice autocertificazione “attestante lo svolgimento di attività di tipo artistico o, in alternativa, il tesserino di appartenenza alle associazioni di categoria”. A parte gli annunci, dunque, del registro degli artisti di strada non pare che se ne sia mai sentito effettivamente il bisogno. Ed è probabilmente per questo che dal 2009 è sparito sostanzialmente dalla circolazione, complice anche l’avvicendamento amministrativo a Palazzo Tursi.  Ma l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, assicura che si tratta di un percorso non del tutto abbandonato: «Stiamo lavorando anche assieme a chi si fa in qualche modo portavoce degli artisti di strada per vedere se c’è la possibilità di apportare aggiornamenti e miglioramenti al regolamento che ben si addicano al nostro territorio».

    In quest’ottica, grande attenzione è stata posta anche ad altre realtà nazionali per cercare di capire se fosse stato possibile cogliere qualche suggerimento utile per la normazione delle esibizioni dei cosiddetti artisti “a cappello”: «I tecnici – spiega ancora Sibilla – si sono soffermati soprattutto su Milano ma hanno trovato una modalità onerosa e burocratica, sia per l’amministrazione che per gli artisti stessi. Noi, invece, vorremmo andare nella direzione di apportare eventuali miglioramenti allo status quo».

    Ecco allora un possibile allargamento del raggio d’azione a tutti gli artisti indipendenti, con particolare attenzione ai più giovani che non trovano spazio nei luoghi più istituzionalizzati della Genova artistica e culturale: «Abbiamo ripreso in mano il regolamento, che nel 2004 era stato seguito soprattutto dal settore Commercio del Comune piuttosto che dall’area culturale – prosegue l’assessore – perché vorremmo far rientrare in questo discorso anche la valorizzazione di tutto il mondo dei creativi genovesi e degli artisti indipendenti. Per cui, il regolamento e anche il tema del registro degli artisti di strada, che non aveva avuto più alcun seguito, può diventare un’opportunità per valorizzare l’arte indipendente, come già cerchiamo di fare con il progetto Cresta, e rispondere a un’esigenza piuttosto sentita dal territorio».

    Se anche queste siano destinate a rimanere soltanto promesse sarà il tempo a dirlo. Resta comunque il fatto che Genova vuole, o quantomeno vorrebbe, prestare continuamente attenzione a chi nasce con una particolare abilità artistica e non ha paura di offrirla agli altri, pur non riuscendo magari a farne fonte di reddito primario.

    Ma chi è, in fin dei conti, l’artista di strada? Trovare una definizione non è così semplice. Ci ha provato il già citato regolamento comunale che all’articolo 2 enuncia: “Sono considerati artisti di strada coloro che svolgono attività di tipo artistico, culturale o ludico in forma spontanea, non finalizzata a lucro”.
    Già da questi passaggi si capisce come non siamo di fronte a prescrizioni bacchettone. Ma qualche norma, com’è giusto che sia, c’è. Intanto, l’occupazione del suolo, che viene concessa a titolo gratuito, non può superare nel complesso i 2 metri quadrati e, naturalmente, può essere effettuata solo con strutture facilmente rimuovibili. Le performance, poi, non devono costituire intralcio al traffico veicolare, ai pedoni e all’accesso agli esercizi commerciali e devono ovviamente rispettare il decoro urbano.

    Nelle more del regolamento sono individuati alcuni spazi in città ritenuti idonei per le manifestazioni degli artisti di strada. Ce n’è per tutti i gusti: da un generico Centro storico al Porto Antico, da corso Italia e Boccadasse alla Passeggiata di Nervi e al Lungomare di Pegli, dai parchi e giardini pubblici alle isole pedonali. Il tutto, naturalmente, con la possibilità di ampliamenti o restrizioni temporanee stabilite direttamente dai Municipi (in realtà, l’ormai datato regolamento parla ancora di Circoscrizioni…).

    Inoltre, se è vero che l’artista di strada non può chiedere il pagamento di un biglietto, è invece assolutamente consentito il cosiddetto “passaggio a cappello” con l’invito a una “libera elargizione” da parte del pubblico.

    Soprattutto per quanto riguarda il Centro Storico, non sono mancate negli anni le lamentele di chi vorrebbe vietate le esibizioni canore e musicali. Ma il regolamento non prevede nulla di tutto ciò. Anzi, all’articolo 9 recita: “Le esibizioni musicali e/o canore sono consentite purché non venga arrecato disturbo a terzi e venga osservata la normativa vigente sull’inquinamento acustico. Il suono degli strumenti musicali potrà essere diffuso anche da piccoli impianti di amplificazione purché le emissioni sonore non superino i decibel consentiti dalla normativa vigente”. Un limite, invece, viene imposto alla durata della performance, non solo musicale, che non può superare i 60 minuti continuativi nella stessa postazione, se ci si trova nei pressi di edifici residenziali o esercizi commerciali.

    L’unico divieto perentorio, invece, è riferito all’utilizzo di “uno o più animali di qualsiasi specie”. Niente circhi improvvisati, dunque, salvo concessioni ad hoc. Hanno, invece, via libera i cosiddetti “madonnari”, che devono però avere l’accortezza di utilizzare per i propri quadri su strada materiali non danneggianti i selciati. I ritratti, comunque, non possono essere realizzati sul sagrato di una chiesa, di un luogo di culto o in altre zone cittadine considerate di alto pregio, oltre naturalmente a tutti i muri verticali.

    Simone D’Ambrosio

  • Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    Testimonianze ricerca azioni, al via la rassegna curata da Teatro Akropolis

    teatro-akropolisGiunge alla V edizione Testimonianze ricerca azioni,  il festival di ricerca teatrale organizzato dal Teatro Akropolis di Sestri Ponente. Dall’1 aprile al 4 maggio la rassegna porterà a Genova alcuni fra gli artisti più rappresentativi nell’ambito del teatro di ricerca e delle arti performative a livello internazionale.

    Per la direzione artistica di Clemente Tafuri e David Beronio, Testimonianza ricerca azioni 2014 si articola in sette spettacoli, cinque laboratori, quattro seminari e un progetto di residenza, “tutti eventi indirizzati a un pubblico sempre più ampio e variegato – si legge nella nota stampa –  con una particolare attenzione a chi al teatro intende avvicinarsi con strumenti critici sempre più approfonditi”. Oltre ovviamente al teatro di Sestri Ponente, gli eventi si svolgeranno anche a Palazzo Ducale, Villa Bombrini (Cornigliano) e Villa Rossi (Sestri Ponente).

    Con il sostegno di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio VI Medio Ponente e Società per Cornigliano, anche quest’anno la rassegna sarà raccontata attraverso la pubblicazione di un volume edito da AkropolisLibri e Le Mani Editore (Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni vol. quinto), “che raccoglie gli interventi di tutti gli artisti e gli studiosi che partecipano all’iniziativa, consentendo di approfondirne la conoscenza e di accedere a materiali utili al confronto con la scena”.

    Inoltre “grazie alla partnership tra Teatro Akropolis e BlaBlaCar sarà possibile usufruire del servizio di ride-sharing per raggiungere il teatro e partecipare alle attività del festival. Chi verrà in teatro offrendo o ricevendo un passaggio in auto tramite il servizio BlaBlaCar.it, avrà diritto al biglietto ridotto per l’ingresso agli spettacoli, a uno sconto del 10% sull’iscrizione ai laboratori e riceverà in omaggio lo shopper di Teatro Akropolis contenente la borraccia di BlaBlaCar”.

    Gli ultimi tre giorni della rassegna (dal 2 al 4 maggio) saranno dedicati ad un interessante iniziativa chiamata Finestre sul giovane teatro che coinvolgerà quattro compagnie (Teatro dei Venti di Modena, TeatrInGestAzione  di Napoli,
 Teatro Ridotto di Bologna e Teatro Akropolis). Si tratta di “un progetto annuale del Teatro Ridotto di Bologna di cui quest’anno viene riproposta da Teatro Akropolis l’edizione del 2013. Quattro gruppi teatrali si incontrano in tre giorni di lavoro e di scambio di pratiche di lavoro attraverso un laboratorio che coinvolge gli artisti dei rispettivi gruppi. A disposizione cinque posti per altrettante persone che vogliano partecipare gratuitamente ai tre giorni di laboratorio insieme ai quattro gruppi.
 Due ulteriori posti sono disponibili per uditori che desiderino solo assistere al lavoro“.

    Gli spettacoli

    Institutet-for-ScenkonstApre la rassegna giovedì 3 aprile lo spettacolo La logica della passione – Opus Genovamesso in scena dal duo svedese Magdalena Pietruska e Roger Rolin (direttori dell’Institutet för Scenkonst – in residenza al Teatro Akropolis – istituto svedese fondato da Ingemar Lindh, allievo di Decroux), con gli artisti del network internazionale X-Project. Domenica 6 a Villa Bombrini in programma L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA a cura della compagnia Instabili Vaganti di Bologna e mercoledì 9 si torna all’Akropolis con Il Fascino dell’Idiozia di Zaches Teatro (Firenze).
    Venerdì 11 Festa a Villa Rossi Martini, una serata di festa durante la quale andranno in scena due spettacoli: Senza Niente a cura di L’Attore di Teatro Magro (Mantova) e Elogio Dell’attesa / La figura del cavolo di Davide Frangioni (UBIdanza, Genova). Il giorno dopo Senso Comune all’Akropolis della compagnia modenese Teatro dei Venti e il 17 aprile sempre all’Akropolis chiude C Credo. L’unico spettacolo al mondo con una sola lettera! di Teatro Belcan (Brescia).

    I laboratori

    In programma 4 (ore 18-22), 5 e 6 aprile (ore 14-20) al Teatro Akropolis Essere del fare curato da Roger Rolin e Magdalena Pietruska, Institutet för Scenkonst. L’ 8-9-10-11 aprile ore 18.30-21.30 presso l’auditorium dell’ex manifattura tabacchi di Sestri Ponente Laboratorio di ritmica applicata all’azione fisica di Stefano Tè e Igino L. Caselgrandi del Teatro dei Venti. Il 13-14-15-16 aprile ore 18-22, nuovamente al Teatro Akropolis, Il mestiere dell’attore con Massimiliano Civica (tra i principali registi e pedagoghi del teatro italiano) e infine i giorni 28-29-30 aprile ore 18.30-21.30, Teatro Akropolis, Il gesto come (cre)azione curato da Davide Frangioni / UBIdanza e rivolto ad attori, danzatori e performer.

    Gli incontri e i seminari

    Si parte l’1 aprile alle ore 17 in Sala gradinata-Informagiovani (Palazzo Ducale) con Opus Genova, incontro con l’Institutet för Scenkonst / X-Project. Il 9 e 10 aprile ore 9-18.30 presso Villa Bombrini #Comunicateatro, seminario condotto da Simone Pacini/fattiditeatro sulla comunicazione applicata agli eventi culturali nelle sue forme più innovative, low budget, virali e 2.0. L’11 aprile ore 14-18 e il 12 aprile ore 10-14 (luogo da definire) Viaggi teatrali: dalla tournée alla spedizione antropologica tenuto da Marco De Marinis, studioso, storico del teatro e direttore del DAMS di Bologna. Infine, il 4 maggio alle 18.30 Carlo Angelino e Gerardo Guccini chiudono al Teatro Akropolis con La dimensione perduta del teatro, teatro e sapienza nell’opera di Alessandro Fersen.

  • Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    Pechakucha Night e Sala Dogana: cercasi idee, artisti, creativi a Genova

    La mostra nella galleria d'arteIn un caso si tratta dello spazio espositivo per eccellenza rivolto ad artisti emergenti genovesi e non, nell’altro dell’ormai ottava edizione dell’evento dedicato alle industrie creative. Il comune denominatore è la ricerca di idee e artisti pronti a mettersi in gioco per far conoscere ed esporre le proprie opere. Stiamo parlando di Sala Dogana e di PechaKucha Night, due occasioni da non perdere per gli artisti e i creativi genovesi.

    Sala Dogana cerca nuove idee

    Aspettiamo i vostri progetti artistici“. Con queste parole l’organizzazione di Sala Dogana apre come di consueto le porte alle idee made in Zena e non solo. Per la programmazione dei prossimi mesi è partita la ricerca di buone idee e progetti da realizzare e presentare la propria candidatura è molto semplice: nominativi e curriculum degli artisti coinvolti, una cartella di descrizione del progetto, l’indicazione del target a cui il progetto si rivolge, necessità tecniche e tempi di realizzazione. La Sala sarà ceduta in comodato d’uso gratuito. A questo indirizzo è possibile scaricare tutta la documentazione necessaria e richiedere maggiori informazioni.

    PechaKucha Night, giovedì 8 maggio via all’ottava edizione

    “Designer, architetti, grafici, fotografi, artisti, stilisti, scrittori, fumettisti, musicisti, videomaker, inventori, scienziati, professionisti che si occupano di comunicazione o editoria, chiunque abbia un’idea, una passione o un progetto creativo e voglia condividerlo e farlo conoscere”, si legge sulla nota stampa diffusa dallo staff di PechaKucha.

    Una parola giapponese che significa chiacchiera e con cui ormai abbiamo preso confidenza, un evento internazionale nato a Tokyo che interessa ormai più di 740 città in tutto il mondo e che a Genova è già arrivato all’ottava edizione.

    I candidati avranno l’oppurtunità di presentare e condividere i propri progetti sul palco della Claque in Agorà giovedì 8 Maggio 2014. Partecipare è molto semplice ed è gratuito; è sufficiente scaricare la scheda di partecipazione e il format di presentazione power point e inviare il tutto entro domenica 20 aprile all’indirizzo pkn.genova@gmail.com (scheda di partecipazione, in italiano e in inglese, 7 slide di presentazione di cui almeno 1 rappresentativa del progetto, foto o logo).

    Ogni creativo avrà a disposizione 6’40’’ e 20 immagini, ogni immagine dura 20’’. Un software gestirà la sequenza delle immagini e dei creativi e non sarà possibile bloccare la sequenza. Quindi è consigliabile strutturare il proprio intervento basandosi su queste indicazioni per evitare di essere interrotti bruscamente. L’orario di avvio delle danze non potrà che essere anche per questa edizione primaverile il doppio 20…

    Per maggiori info o cambi al programma http://www.facebook.com/pages/PechaKucha-Genova/339366006077341

  • Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    marina-aeroporto-d3Genova contro Forte dei Marmi. Lo scontro tra gli operatori mercatali ambulanti per l’occupazione delle aree del Porto Antico e della Marina di Sestri ponente è andato in scena anche in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 un po’ sui generis che ha dato spazio per gli interventi non solo ai numerosi consiglieri proponenti l’interrogazione a risposta immediata ma anche a un rappresentate per ogni gruppo consigliare. Il tutto, con una massiccia presenza sugli spalti della Sala Rossa di operatori genovesi chiamati alle armi dall’Aval (Associazione venditori ambulanti liguri), solo una delle rappresentanze sindacali del settore (le altre sono Confesercenti e Ascom), ma sicuramente la più numerosa.

    La richiesta degli ambulanti genovesi è sostanzialmente quella di non concedere più al cosiddetto mercato Forte dei Marmi, gli spazi della Marina di Sestri ponente e del Porto Antico di Genova che periodicamente ospitano i banchetti provenienti da fuori città, e di favorire in cambio appositi appuntamenti riservati agli operatori mercatali residenti tra le mura amiche.

    «A parte il fatto che di operatore di Forte dei Marmi ce n’è realmente uno solo – sostiene Giuseppe Occhiuto, da sempre in prima linea nelle rivendicazioni degli ambulanti genovesi – ci troviamo di fronte a una situazione che doveva essere una tantum e, invece, è diventata una semper. E ogni volta in cui vengono ospitati questi mercatini, il nostro fatturato nel corso degli altri appuntamenti nei giorni antecedenti e successivi cala mediamente del 40/50%».

    «Gli operatori dei mercati merci varie – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio del Comune di Genova – pongono un problema vero e lo fanno in maniera seria. La nostra risposta deve essere altrettanto certa e seria, cioè da amministratori. Stiamo parlando di una categoria che non può mettersi sotto mutua, che deve aprire la propria attività con la pioggia o con il sole. Non basta dire che li dobbiamo sostenere e poi dimenticarcene. Non hanno bisogno di solidarietà ma di sentirsi dire “questo si può fare e lo faccio, questo non si può fare”. Pongono un problema che va al cuore della nostra capacità amministrativa. Se è vero che tutti i detentori di licenza possono svolgere attività in tutti i Comuni di Italia, è anche vero che noi come amministratori del Comune di Genova abbiamo doveri diversi nei confronti di chi abita e paga le tasse qui».

    foto porto antico dall'altoQuestione delicata, che secondo le stime circolate oggi potrebbe in qualche modo ripercuotersi su circa 700 ambulanti che normalmente operano sui 36 mercati settimanali o bisettimanali organizzati in città. Da un lato, dunque, l’opportunità di valorizzare il lavoro dei genovesi, dall’altro però la necessità di non chiudere le frontiere seguendo logiche autarchiche medievali. Difficile trovare il giusto mezzo, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con contrasti sindacali interni che, ad esempio, non hanno consentito agli operatori che oggi rivendicano gli stessi spazi di rispondere alla disponibilità che in questo senso l’assessore Oddone aveva già mostrato prima di Natale.

    «Porto Antico è sempre stata disponibile a trovare una soluzione – assicura l’assessore allo Sviluppo economico – tanto che a dicembre avevo l’ok per la sostituzione del mercatino di Forte dei Marmi con i banchi degli operatori locali, per 8 domeniche all’anno, a partire già dal 15 dicembre. Sono gli ambulanti genovesi che non sono riusciti a mettersi d’accordo».

    «Ma ora – assicura Occhiuto – siamo pronti a sostituirci al mercatino di Forte dei Marmi in qualsiasi momento».

    A complicare la situazione, il fatto che le aree contese non sono direttamente nella disponibilità del Comune di Genova. Marina di Sestri Ponente è, infatti, proprietà del Demanio marittimo e gestita da Autorità portuale che ha rilasciato le opportune autorizzazioni per iniziative commerciali: i soggetti organizzatori devono solo comunicare i nomi dei partecipanti che, naturalmente, devono essere in possesso di permesso per il commercio in aree pubbliche.  Diversa la situazione per il Porto Antico, che è di Autorità portuale data in concessione alla Società Porto Antico spa, con il Comune come azionista di maggioranza. «In questo caso – sottolinea Guido Grllo, Pdl – non possiamo allargare le braccia ma dobbiamo dare indicazioni dure a Porto Antico per privilegiare l’imprenditorialità genovese. Il problema non è tanto che al Porto Antico non ci vada il mercato di Forte dei Marmi – anche se la richiesta di Asal è proprio questa – quanto che ci possano andare anche i nostri venditori».

    Gli ambulanti genovesi contestano all’amministrazione di non far seguire fatti concreti alla disponibilità mostrata solo a parole: «Non è vero che il Comune non può fare nulla. Per quanto riguarda Sestri – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – la legge regionale vieta la realizzazione di mercati in aree di proprietà demaniale salvo specifica autorizzazione del Comune. Per le zone del Porto Antico, invece, il Comune può sfruttare il fatto di essere azionista di maggioranza per favorire da subito il nostro subentro ai banchetti che vengono da fuori Regione».

    Ma la legge dice anche che chiunque sia in possesso di regolare permesso per attività ambulante nella Comunità europea, possa esercitare la professione su tutto il territorio nazionale.

    L’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, che assieme al sindaco ha incontrato i rappresentanti di Asal a margine dei lavori del Consiglio comunale, è parso comunque assolutamente possibilista per il futuro. «Come andiamo proponendo dall’autunno scorso – sottolinea l’assessore – abbiamo nuovamente convenuto che in un futuro prossimo queste attività vengano effettivamente svolte da operatori genovesi. Speriamo che si possano organizzare adeguatamente per sostituire, a livello quantitativo e qualitativo, chi adesso viene da fuori. Porto Antico ha l’esigenza di organizzare eventi che fungano da volano per la propria area ma è sempre stata disponibile ad accogliere le istanze degli operatori locali. Per cui bisogna fare in modo che i nostri operatori siano più bravi e più propositivi rispetto a chi al momento occupa l’area. Questo significa anche organizzarsi in modo unitario e non dare sponda a quelle divisioni che all’interno delle categorie di settore troppo spesso si vedono in questa città».

    A ribadire la disponibilità dell’amministrazione a trovare una soluzione è stato anche il sindaco Marco Doria, costretto a intervenire per sedare gli animi durante la discussione in Sala Rossa: «Non sono in campagna elettorale e non vi racconto delle balle perché voglio prendere l’applauso» ha detto il primo cittadino, perdendo per un istante il suo impeccabile aplomb. «Rispetto alla situazione del Porto Antico siamo disponibili a confrontarci e continueremo a farlo, come d’altronde ha fatto finora l’assessore Oddone che ha tutto il titolo a parlare a nome della Giunta perché le cose che dice sono condivise e concordate. E questa amministrazione non è certo favorevole alla concorrenza selvaggia tra gli operatori».

    Difficile, in ogni caso, che la situazione venga sbloccata già entro domenica prossima, quando è in programma proprio nell’area di Porto Antico un nuovo appuntamento con il mercatino di Forte dei Marmi: «Noi dovremmo fare uno sforzo per sostituirci agli operatori che vengono da fuori – ha dichiarato Mauro Lazio – ma se entro sabato prossimo non cambia la situazione, abbiamo già le autorizzazioni per scendere in piazza domenica mattina a manifestare in modo civile ma determinato». Come dimostra anche un cartello esposto dagli stessi operatori sulle tribune dell’aula consigliare: “O vanno via o scateniamo un conflitto sociale”.

    «È una situazione paradossale – chiosa Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria – perché chi si lamenta degli operatori che arrivano da fuori non dovrebbe allora neppure andare a fare il mercatino ad Arenzano. L’eccesso di leghismo ti porta ad avere paradossi di questo genere, legati comunque alla crisi e alla paura di perdere quei potenziali clienti che in realtà sia al Porto Antico sia alla Marina di Sestri non avresti perché, almeno finora, in quelle zone alla domenica non era stato organizzato nessun altro mercatino. Nessuno mette in discussione che ci siano delle difficoltà ma non credo che sia il caso di mettersi a fare una guerra tra poveri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    carmagnaniLa notizia era circolata come un uragano per tutta la città a partire, come spesso accade, da un’indiscrezione pubblicata dalla stampa. Le aziende petrolchimiche di Multedo, Carmagnani e Superba, avrebbero l’intenzione di spostare la propria sede in una zona molto più centrale del porto di Genova: più precisamente, nei pressi della centrale a carbone dell’Enel, sotto la Lanterna, in aree di proprietà di Autorità portuale. Notizia accolta con grande soddisfazione dagli abitanti di Multedo, un po’ meno da quelli dei Municipi Centro Est e Centro Ovest su cui si sposterebbero i fumi delle lavorazioni (aree che già soffrono problemi di inquinamento, ndr).

    La questione è stata risollevata ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 (per l’ultima seduta secondo la vecchia formulazione, dato che martedì prossimo entrerà in vigore il nuovo regolamento) da numerosi consiglieri di maggioranza, a cui si è aggiunto il decano del Pdl, Guido Grillo, che puntava a chiedere chiarimenti al vicesindaco su quanto ci fosse di vero circa le notizia trapelate dai giornali. «Siamo tornati a 20 anni fa – ha sottolineato Antonio Bruno, capogruppo Fds – se queste aziende sono incompatibili con il tessuto abitato si deve avviare un processo di dismissione e riconversione produttiva pulita».

    «Il cambio di destinazione del petrolchimico – prosegue Pastorino, capogruppo Sel – non ci troverebbe d’accordo perché incompatibile da anni con la città. Da tempo sono state chieste nuove aree adatte per il petrolchimico all’Autorità portuale che non ha mai risposto ma è invece solerte a lasciare spazi liberi per container vuoti, ad amici di amici che non pagano neppure il canone. Pensare di ricollocare il petrolchimico dove c’era già una servitù di centrale a carbone, che finalmente si dismette, è pura follia». Un concetto ripreso anche da Clizia Nicolella, Lista Doria: «Nell’analisi della collocazione delle attività produttive non possiamo non considerare che questa zona ha già subito l’azione della centrale a carbone. Su Sampierdarena, inoltre, insisteranno molte delle nuove infrastrutture della città: quale risarcimento viene pensato per il territorio? La vicenda evidenzia come il rapporto stretto tra la città e il porto non possa prescindere da una programmazione condivisa degli spazi».

    L’attacco del vicesindaco al presidente Luigi Merlo

    enel-DISul tema della programmazione delle aree portuali è intervenuta anche Monica Russo (Pd) che, ribadendo l’esigenza di spostare Carmagnani e Superba, ha sottolineato come resti il dubbio su che cosa intenda fare Autorità portuale di queste aree, dal momento che manca ancora un piano regolatore. La risposta a quello che lui stesso ha definito «fuoco amico da parte della maggioranza che addita alla giunta responsabilità che in realtà riguardano la pianificazione portuale, che non si vede perché non esiste» è affidata al vicesindaco Stefano Bernini che ha puntato il dito senza mezzi termini contro il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo. «Di fronte alla provocazione di Autorità portuale che dice un’assurdità del tipo “quelle cose erano sul territorio di Genova e quindi deve essere la città che se le becca” – ha evidenziato con forza Bernini – deve emergere dal Comune l’esigenza di un dialogo sul piano di sviluppo portuale che per ora non c’è. Perché allora, per fare un esempio, non avremmo dovuto farci carico dei sacrifici che i cittadini di Fegino hanno dovuto compiere per porre una soluzione alla situazione Derrick che riguardava interamente un’attività del Porto. Noi non ci siamo mai tirati indietro di fronte a responsabilità complessive della città per l’insieme delle sue attività economiche. Ma non è possibile pensare solo al proprio microcosmo, perché se un presidente di Municipio che guadagna poco può anche qualche volta pensare solo al proprio territorio, un presidente di Autorità portuale che guadagna come tutti i boiardi di Stato deve decidere di pensare a tutta la città e quindi entrare in relazione con noi, magari scegliendo insieme se qualche attività non deve più stare a Genova come il petrolchimico. Solo in questo modo si può pensare alle soluzioni alternative da mettere in campo, che riguardano ad esempio la ricollocazione dei 75 lavoratori del settore che guadagnano molto di più di chi movimenta container vuoti».

    Genova e il porto petrolchimico, quale futuro?

    porto-traghetti-san-teodoroIl vicesindaco, dunque, prende anche in considerazione l’opzione di eliminare definitivamente da Genova le lavorazioni petrolchimiche: «Questo è un percorso antico che risale a oltre vent’anni fa – ha ricordato Bernini in Sala Rossa – e che dice che non possono più esistere depositi costieri (legati quindi alla portualità e non ad attività produttive o manifatturiere) di materiale petrolchimico in mezzo alla città. Si tratta, dunque, di capire come Genova possa restare un porto che movimenti materiale petrolchimico. Possiamo anche decidere come città che non siamo più porto petrolchimico e dirottare tutto su Ravenna o Rotterdam, ma adesso questa funzione esiste ancora».

    E per coniugare le necessità della città con quelle dei lavoratori del settore, sembrava che la proposta di Carmagnani e Superba fosse meritevole quantomeno di essere presa in considerazione: «È successo – ha spiegato il vicesindaco – che di fronte alla proposta di Carmagnani e Superba di un possibile trasferimento della propria attività, la civica amministrazione ha ritenuto opportuno comunicarla in primis al municipio interessato all’eventuale ricezione. Sembrerebbe un passaggio naturale e che è giusto fare ma che ha scatenato stizzite e isteriche reazioni che non capisco. Anche perché il Comune di Genova è ben consapevole di non poter decidere sugli spazi della portualità ma può, semmai, entrare nell’ambito di una discussione e agevolarne lo sviluppo».

    In aggiunta a quanto circolato finora, la proposta però non riguarda esclusivamente il trasferimento del polo petrolchimico di Multedo nelle aree dove attualmente si trovano in depositi del carbone che alimentava la centrale Enel. «Nello specifico – ha aggiunto Bernini – il progetto comprendeva anche la rifunzionalizzazione della centrale per dare vita a un nuovo centro di commercializzazione (deposito, stoccaggio e ridistribuzione) di cementi provenienti via nave, che andrebbe a incrementare la biodiversità del commercio portuale. Una proposta anch’essa interessante perché la possibilità di trasferire l’attracco di “chimichiere” dentro il porto, secondo il codice della navigazione, si può fare solo dove esiste una Darsena protetta per far sì che chi scarica non sia a contatto con altri navi di passaggio, per motivi di sicurezza».

    «La scelta che come città abbiamo fatto da sempre – ha ricordato il vicesindaco – era quella di mettere insediamenti industriali di questo tipo alla maggiore distanza possibile rispetto alla parte abitata. Per cui, anche altre possibile collocazioni ritenute migliori dall’Autorità portuale andrebbero vagliate con attenzione: ad esempio, per quanto riguarda la zona Ilva bisognerebbe vedere quanto questa andrebbe a intersecare l’area abitativa della Fiumara. Non è che un Municipio si può sentire tranquillo perché una cosa viene collocata al di là del proprio confine: bisogna vedere quanto questo tipo di scelta vada a influenzare l’interno del territorio. Ma spesso si sposano convinzioni indipendentemente dalla ragione».

    Ma le polemiche non si fermano all’Autorità e al Municipio Centro Ovest. «Che poi un sedicente responsabile internazionale dell’ordine degli architetti – prosegue Bernini come un fiume in piena – mi venga a dire che quella zona deve essere riservata a spazio portuale mi fa solo venire da piangere: non stiamo parlando di aree da utilizzare per il circo equestre o di sfruttare la centrale Enel per altre attività utili alla città, ma stiamo parlando di traffici portuali di cemento e petrolchimico. Poi siamo perfettamente coscienti che non abbiamo voce in capitolo rispetto a quanto succede tra le banchine ma ci piacerebbe che la scelta venisse presa in modo trasparente, con gara e mettendo a confronto tra loro posizioni diverse, il peso economico, occupazionale e l’eventuale pericolosità».

    Quindi il Comune non può fare sostanzialmente nulla di fronte al muro innalzato da Autorità portuale? «Il nostro ruolo – sostiene Bernini –  per ora è solo di stimolo e di controllo che la situazione venga presa in considerazione nel suo complesso, nell’ambito di una programmazione portuale che deve tenere presente il dialogo magari anche in altre situazioni». L’ovvio riferimento è alla gestione delle aree della Fiera, la cui programmazione studiata dal Comune nell’ambito del Puc ha trovato una ferma contrarietà da parte di Autorità portuale e Regione: «Questi enti – sottolinea il vicesindaco – lo stesso giorno in cui hanno sollevato la polemica sulla questione del petrolchimico, hanno anche discusso sulle nostre scelte urbanistiche nella città che, tra l’altro, erano state comunicate un mese prima per iscritto, in modo da poter raccogliere eventuali osservazioni. Queste isterie vanno lasciate da parte anche se i periodi elettorali portano gli amministratori ad essere un pochino più sensibili: ma se fai un lavoro di questo genere, anche sotto elezioni devi farlo con la correttezza che è dovuta».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Genova per voi, al via le iscrizioni alla seconda edizione del talent per autori di canzoni

    Genova per voi, al via le iscrizioni alla seconda edizione del talent per autori di canzoni

    ChitarraTorna Genova per voi (qui l’edizione 2013), il talent dedicato agli autori di canzoni è alla seconda edizione. Organizzato da A.T.I.D. in collaborazione con Comune di Genova, SIAE, Universal Music Publishing Ricordi, e ideato e diretto dal cantautore e drammaturgo Gian Piero Alloisio e dal giornalista musicale Franco Zanetti, il talent prevede la partecipazione di undici artisti per la categoria “Canzone” e undici per la categoria “Rap-Hip Hop”, che parteciperanno ai laboratori-stage che si terranno nel mese di settembre.

    I due vincitori – che saranno proclamati a fine settembre 2014 – firmeranno un contratto con Universal Music Publishing Ricordi e riceveranno il Premio SIAE.

    Come partecipare

    Leggiamo sul comunicato inviato dal Comune: “Per partecipare alla categoria “Canzone” è necessario presentare entro il 13 giugno due brani inediti. Come per la trascorsa edizione, tutti gli artisti dovranno presentare le proprie opere attraverso un redattore di una testata giornalistica (quotidiano o emittente radiofonica). Una Commissione selezionerà poi tra tutti i candidati una prima rosa di 30 concorrenti che verranno invitati a un colloquio presso la sede di Universal Music Publishing. Al termine dei colloqui verranno scelti gli 11 finalisti. Tra i finalisti un autore dovrà essere ligure e sarà selezionato da Radio 19, partner esclusivo per la Liguria.
    Mentre per la categoria “Rap – Hip Hop”, i semifinalisti saranno selezionati dalla redazione del sito specializzato hotmc.rockit.it. Una Commissione sceglierà, infine, gli 11 finalisti. L’iscrizione è gratuita. Il regolamento è pubblicato sul sito www.genovapervoi.com”.

    Le candidature dovranno essere inviate entro il 13 giugno 2014 seguendo le modalità di partecipazione indicate dal Regolamento (qui il link) all’indirizzo seguente:

    Genova per Voi – Talent per autori di canzoni
    Comune di Genova – Direzione Cultura e Turismo – Ufficio Cultura e Città
    c/o Archivio Generale Piazza Dante 10, 1° piano 16123 Genova

    Le domande per la categoria “Canzone” degli autori residenti in Liguria devono invece essere inviate a Radio 19 all’indirizzo mail:
    genovapervoi@radio19.it.

    Le domande per la categoria “Rap / Hip Hop” devono essere inviate all’indirizzo mail genovapervoi@rockit.it.

  • Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    Festival dell’Eccellenza Femminile, dietro le quinte dell’edizione 2014. L’incontro con la direttrice

    sede-festival-eccellenza-femminileQuante sono le iniziative culturali che si impongono nel panorama genovese, ne varcano i confini e si affermano a livello nazionale/internazionale? Qualche tempo durante #EraOnTheRoad siamo stati in Via Ponte Calvi 6, nella sede del Festival dell’Eccellenza Femminile (FEF), dove abbiamo conosciuto gli organizzatori della manifestazione, che si svolge a Genova dal 2005.

    Con loro abbiamo parlato del lavoro di preparazione della IX edizione della manifestazione, che si svolgerà dal 14 al 25 novembre 2014. Tema di quest’anno sarà la “conciliazione”, una scelta da attribuire all’Unione Europea, che per il 2014 l’ha indicata come tematica da valorizzare in ambito lavorativo, famigliare e non solo. La scelta cade ancora più a proposito, se si pensa che nel 2014 ricorre il 20° anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite.

    Nel frattempo, abbiamo parlato anche degli eventi “fuori festival”, che sono cominciati durante la prima settimana di marzo (9-10) e che proseguiranno fino ai primi di maggio, per accorciare i tempi fino all’avvio della manifestazione vera e propria.

    Il Festival dell’Eccellenza Femminile

    Quello del FEF è un successo indiscusso, se si pensa che in Italia i festival nel corso degli ultimi anni sono moltiplicati, ma solo pochi riescono a sopravvivere alle edizioni successive. Soprattutto a Genova questa situazione è evidente: dal 2000 ad oggi sono nate molte iniziative, ma se ne sono consolidate poche, e poche sopravvivono, incrementando il numero di spettatori e aumentando l’offerta (oltre a FEF, il Festival della Scienza).

    FEF è una manifestazione culturale nata nove anni fa che ruota attorno alla figura femminile: la donna, vista e interpretata in tutte le sue declinazioni, raccontata da altre donne e rappresentata sulla scena teatrale.

    Il festival, come ci racconta la direttrice Consuelo Barilari, è nato dall’idea di allestire lo spettacolo teatrale “Matilde di Canossa” in giro per le città italiane, affrontando il tema della donna al potere, del segreto e della macchinazione: è la storia di una potente feudataria dell’Alto Medioevo, sostenitrice della Chiesa e del Papato, che ha acquisito un potere inconsueto per l’epoca ed è stata di assoluto primo piano in un momento storico in cui le donne erano considerate inferiori. Tra intrighi, dolori e umiliazioni, ha mostrato forza straordinaria e attitudine al comando, riunendo sotto il suo potere un regno che comprendeva tutti i territori a nord dello stato pontificio e che aveva il suo centro a Canossa. «Fu persino seppellita a San Pietro – racconta Consuelo – e lo stesso logo di FEF, con i melograni e la verga, rende omaggio alla sua figura: i due elementi simboleggiano rispettivamente la fertilità e il potere, finalmente coniugati nella sua figura».

    In breve tempo il festival si è staccato dal progetto iniziale e ha iniziato a proporre già fin dalla prima edizione eventi collaterali rispetto allo spettacolo teatrale, con incontri, conferenze, proiezioni allo scopo di approfondire e attualizzare la tematica principale. Si era parlato, in quella prima edizione, di potere femminile nell’ambito lavorativo, di teologia e di temi cristiani; le tematiche si sono fatte pian piano sempre più specifiche e approfondite.

    FEF 2014, appuntamento a novembre

    Per quanto riguarda il 2014, quest’anno la “conciliazione” verrà trattata in tutti i suoi significati e in tutte le sue sfumature. Ci saranno in totale 7 progetti durante tutto l’anno, da febbraio a settembre, e si ricalcheranno le orme dell’edizione precedente in cui sono stati proposti eventi come: Rassegna Teatrale sul Mito, “Il Mito e i Diritti”, legato agli eventi di Lampedusa; Premio Ipazia all’Eccellenza al Femminile Nazionale ed Internazionale; Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia; mostra Lady Truck, imprese eccellenti al femminile; progetto di Arte Contemporanea Svelamenti; progetto sulla città e la violenza sulle Donne Genius Loci; Show Cooking.

    Si proseguirà sempre sulla scia dell’edizione 2013, con manifestazioni continuative, dal pomeriggio alla sera, dislocati in varie location (tra cui Palazzo Spinola, altri palazzi storici e istituzionali di tutta la città); non mancheranno gli ospiti internazionali, gli incontri, tavole rotonde e spettacoli teatrali, proiezioni in anteprima nazionale di film, presentazioni di libri e varie performance artistiche. Accanto alle donne, non mancano nemmeno gli uomini, presenti nelle iniziative dedicate all’approfondimento dell’evoluzione del ruolo maschile nella nostra società.

    Per quanto riguarda il pubblico, ci si aspetta per questa edizione un incremento e si punta a superare il risultato di 20 mila persone raggiunto nel 2013, anno che ha consolidato nuove fasce di pubblico, non solo genovese ma proveniente anche da altre regioni. Infatti, ormai che si è consolidata, l’esperienza di FEF supera i confini genovesi e assume dimensioni nazionali, con eventi dislocati anche a Roma, alla Biblioteca e Museo teatrale del Burcardo.

    Il premio Ipazia

    All’interno di FEF è stato istituito il Premio Ipazia all’Eccellenza femminile nazionale e internazionale e alla Nuova Drammaturgia, dedicato a Ipazia di Alessandria, intellettuale poliedrica del III secolo d.C., filosofa, matematica e astronoma, considerata l’iniziatrice della scienza moderna. Il premio all’Eccellenza Femminile, istituito nel 2010 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, è composto da due sezioni: una dalla risonanza internazionale, consegnato nel 2013 alla regista tedesca Margarethe Von Trotta; l’altro di interesse nazionale, assegnato alla giurista Eva Cantarella.

    Il premio, come scrivono gli organizzatori sul sito di FEF, è il “riconoscimento per una donna che si sia notevolmente distinta ed abbia contribuito con il proprio operato al miglioramento culturale, sociale ed economico del proprio Paese e/o tramite le proprie battaglie, al progresso nell’ottenimento dei diritti femminili”. Tra le premiate più illustri delle passate edizioni, Carla Fracci, l’attrice Elisabetta Pozzi, le due blogger Lina Ben Mhenni e Asma Maafoz, rispettivamente di nazionalità tunisina ed egiziana, candidate nel 2011 al Nobel per la Pace, la poetessa Maria Luisa Spaziani.

    Il Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia, invece, è stato istituito solo due anni fa e giunge quest’anno alla sua seconda edizione. Ideato dalla direttrice Consuelo Barilari nell’ambito dell’edizione 2012, lo scopo è mettere in contatto esperti nel settore teatrale con giovani attori e drammaturghi, creando nuove opportunità di lavoro e mettendo in risalto l’eccellenza femminile in campo culturale, economico, etico, scientifico, per contribuire alla lotta per la difesa dei diritti delle donne e della loro immagine del teatro e nello spettacolo.

    Il tema dell’edizione 2014 è “Mi affermo, rinuncio, concilio? Amore, lavoro, società”: autori e autrici partecipanti proporranno testi con tematiche legate al mondo femminile e al tema principale.

    Dopo l’uscita di un bando nei mesi scorsi, la presentazione ufficiale dell’evento quest’anno si è svolta a Roma il 13 marzo scorso, mentre un prossimo incontro si terrà a Genova mercoledì (26 marzo ndr), alla Biblioteca Museo dell’Attore di Via del Seminario. Altri incontri si terranno in tutta Italia da marzo a settembre, e parteciperanno critici, studiosi, docenti universitari, direttori teatrali, e altri addetti ai lavori, allo scopo di promuovere il bando, far conoscere le linee guida della produzione teatrale a livello nazionale e aprire un dibattito tra addetti ai lavori e pubblico sull’attuale situazione del Teatro.

    Elettra Antognetti

  • Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    UnlearningConoscere per disimparare. Unlearning è l’iniziativa di una famiglia genovese – Anna, Lucio e la piccola Gaia – che il prossimo 5 aprile partirà dalla Fiera Primavera di Genova per intraprendere un viaggio molto particolare, un documentario lungo sei mesi alla ricerca di modi diversi di stare al mondo, diversi dalla routine cittadina e dalle tante certezze che immobilizzano la nostra vita. Un’esperienza documentata passo per passo, una “guida” per famiglie e persone curiose alla ricerca di nuove idee per costruire un’economia più a misura d’uomo adatta alle proprie reali esigenze. Si sente ormai sempre più spesso parlare di sharing economy o economia collaborativa, Unlearning vuole provarci sul serio e, soprattutto, vuole coinvolgerci, attirare la nostra attenzione, vuole stimolarci. 

    «L’idea di abbandonare la routine quotidiana è venuta dopo aver visto mia figlia disegnare un pollo a quattro zampe. La bambina, abituata alle confezioni del supermercato che contengono quattro cosce di pollo, dava per scontato che tutt’e quattro appartenessero allo stesso esemplare, non avendo mai avuto modo di vederne uno dal vivo».

    Era Superba è media partner di questa bella iniziativa, seguiremo gli spostamenti dei nostri concittadini e vi aggiorneremo sulle loro attività per tutta la durata dell’esperienza fino alla pubblicazione del documentario.

    La parola d’ordine di Unlearning è il baratto. Le esperienze che verranno documentate avranno proprio il concetto dello scambio come punto di partenza: couchsurfing, woofing, scambio linguistico, banca del tempo, scambio di appartamenti. Proveranno a vivere in fattorie biologiche e in spazi condivisi, metteranno in gioco i propri talenti e le proprie capacità in cambio di ospitalità. Le prime due tappe sono già fissate, il resto del viaggio no. Molto dipenderà dagli eventi, da quello che Lucio, Anna e Gaia incontreranno lungo il cammino. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato le richieste di passaggio con Bla Bla Car per raggiungere le prime due destinazioni. Poi tutto sarà in balia degli eventi: magari ci troviamo malissimo e cambiamo itinerario, oppure scopriamo una cosa nuova e cambiamo… Sarà anche questo uno dei temi del documentario Unlearning».

    «La nostra prima tappa è un Ecovillaggio in Sicilia, poi saremo ospitati da una famiglia che accoglie viaggiatori da tutto il mondo grazie al sito Workaway, sarà poi la volta di un artista pugliese che ci mostrerà le realtà alternative della zona, una scuola libertaria, una transition town inglese, e comunità di vario stampo: che siano animate da uno spirito hippie, religioso, sociale o dall’attenzione verso l’ecologia, le famiglie che abbiamo scelto per il nostro itinerario hanno impostato i propri tempi e spazi in modo non convenzionale».

    La preparazione di questa avventura è durata più di un anno, periodo in cui in tanti hanno manifestato curiosità e solidarietà nei confronti dell’iniziativa, a conferma di ciò gli oltre 2000 euro raccolti con la campagna di crowdfunding per la produzione del dvd del documentario. Un’organizzazione che ha richiesto tempo ed energie: «Abbiamo cercato tutti i vari modi di usare il baratto e lo scambio e abbiamo studiato spostamenti che fossero sostenibili per una famiglia. Non dimentichiamo che con noi c’è una bambina di cinque anni…»

    Tanto interesse ha suscitato il vostro bel progetto, una discreta cifra raccolta grazie al crowdfunding… un orgoglio per voi, e sicuramente anche una responsabilità. Come vivete la partenza che si avvicina?

    «La viviamo bene! Stiamo ancora lavorando molto all’organizzazione, ma siamo felici e non vediamo l’ora di partire con questa esperienza, per noi così importante. Sapere che c’è chi ci ammira e ci sostiene ci regala una grande energia».

    Cosa vi aspettate e cosa invece vi augurate di non incontrare…

    «Ci aspettiamo di disimparare un po’ della nostra vita di città e delle nostre certezze accumulate negli anni. Speriamo di incontrare persone che non mettano delle barriere e che capiscano le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto che nasce proprio dall’esigenza della nostra famiglia di lasciare la vita di routine, abbandonare la nostra “zona comfort” e partire alla scoperta di nuovi mondi. Come si vive in un ecovillaggio? Si può coabitare con altre famiglie? Come funziona una scuola senza aule? E una città senza petrolio? Si può essere energeticamente indipendenti? Tutti parlano di “tornare alla natura” ma come ci si sente con i piedi nel fango? Ci aspettiamo di vivere diveramente per sei mesi e di confrontarci attivamente con persone che sono state più coraggiose di noi. Cosa ci auguriamo di non incontrare? La morte, troppa pioggia e cibi frittissimi».

    Buon viaggio ad Anna, Lucio e Gaia e a risentirci presto su Era Superba per gli aggiornamenti dai “nuovi mondi”…

  • Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    violenza-donnePiù di 750 donne si sono rivolte, nel corso del 2013, ai centri antiviolenza di Genova, 84 quelle che  si sono affidate agli  sportelli d’ascolto dei comuni extra territoriali di Busalla, Campomorone e Mignanego. Infine sono 14 le donne ospitate nelle residenze protette e 17 i minori con loro. I numeri del 2013 relativi alla violenza di genere sul territorio genovese raccontano una crescita: sono di più le donne che utilizzano i servizi pubblici, che si affidano alle associazioni del terzo settore per essere aiutate e sostenute. Cosa significa questo dato in crescita? Che le donne sono più consapevoli? Che il numero dei maltrattanti aumenta?

    Lo abbiamo chiesto a chi queste strutture le gestisce dando supporto alle donne e alle famiglie in difficoltà. «Probabilmente si tratta di maggiore sensibilizzazione circa il fenomeno della violenza sulle donne – commenta Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Centro Antiviolenza Mascherona – Comune di Genovail nostro impegno associativo è cresciuto in termini di presenza sul territorio grazie a convegni, iniziative, incontri nelle scuole e incontri per consolidare una rete efficace tra gli enti che lavorano su questi temi. Le donne arrivano ai centri antiviolenza perché ne hanno sentito parlare da altre donne che si sono rivolte a noi in precedenza».

    «Le donne che si rivolgono al nostro sportello sono in crescitaconferma  Paola Campi della Mignanego Cooperativa Sociale Onlus che gestisce gli sportelli di ascolto di Mignanego e Bolzaneto si parla più del tema».  Sensazione confermata anche da Cosima Aiello del Centro per non subire violenza ex UDI.  Da una parte assistiamo quindi ad una maggiore presa di coscienza della situazione e dall’altra la presenza di ‘luoghi’ di sostegno a libero accesso che favoriscono la crescita del numero di contatti. I dati del territorio genovese trovano conferma a livello mondiale. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner e’ la forma piu’ comune (30%), ha dichiarato a giugno 2013 l’OMS.

    Centri antiviolenza, sportelli d’ascolto e residenze protette. Era Superba ha cercato di fare chiarezza su come questa macchina al contempo meravigliosa e complicata funzioni e quali sono le forze in campo (economiche e non) e le prospettive future per l’anno da poco iniziato.
    Il punto dal quale partire è l’impegno già preso nel 2013  – da riconfermare – dalla Conferenza dei Sindaci (costituita  da tutti i sindaci dei Comuni il cui territorio è compreso nell’ambito territoriale dell’ASL 3) nel cercare di individuare un percorso che possa rendere ancora più efficace e semplice il funzionamento di queste strutture tramite il patto di sussidiarietà.

    Cosa è il patto di sussidiarietà e come funziona?

    Pavimentazione nel Centro StoricoI patti di sussidiarietà sono uno strumento finalizzato alla realizzazione di attività, servizi e interventi sociali e socio sanitari in cui è prevista la contemporanea partecipazione dell’Amministrazione Pubblica insieme a enti e associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro. La compartecipazione deve essere collaborativa e non competitiva. In parole povere, l’Amministrazione individua  un obbiettivo da raggiungere e chiede agli enti/associazioni del Terzo Settore di aderire al progetto. Si tratta di mettere a rete le forze del pubblico e quelle del sociale. Le risorse messe in campo per la realizzazione del progetto provengono sia dalle casse pubbliche che dagli enti. Si tratta di progettare e gestire insieme un progetto. Gli enti/associazioni/organizzazioni coinvolte nel progetto dovranno poi costituirsi in Associazione temporanea di Scopo.

    La Commissione consiliare che si è riunita  lo scorso 7 marzo a Tursi aveva proprio l’obiettivo di fare il punto della situazione e raccontare come sono state finanziate le diverse strutture nel corso del 2013. Erano presenti le associazioni, oltre agli assessori Emanuela Fracassi ed Elena Fiorini. La Conferenza dei Sindaci dello scorso novembre, infatti, aveva incaricato il Comune di Genova, quale capofila della Conferenza, di effettuare l’analisi e la fattibilità, la definizione dei tempi e delle modalità di costruzione del patto di sussidiarietà fra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore.

    I commenti delle associazioni sulla Commissione consiliare

    «Ho percepito la buona intenzione di fare chiarezza, dopo il silenzio da novembre e chiarire a chi sono stati destinati i fondi – dichiara Elisabetta Corbucci (Centro Antiviolenza Mascherona)   – è un buon punto di partenza per istituzionalizzare il percorso di gestione dei centri antiviolenza sul territorio, sarà un modo per avere uno strumento di qualità contro la violenza di genere, ora aspettiamo le linee guida». Anche Paola Campi (Mignanego Copperativa Sociale Onlus) giudica in modo positivo «il fatto che siano state coinvolte le associazioni direttamente in un percorso che può dare buoni frutti e vuole coinvolgere tutti coloro che si occupano del problema, in modo da poterlo fare in maniera strutturata da poter garantire continuità al servizio». Aggiunge «noi lavoriamo già tramite patti di sussidiarietà per l’assistenza agli anziani, nel progetto ci sono momenti di ascolto con i servizi pubblici, si fa il punto della situazione e i dati vengono discussi a più livelli, noi ci confrontiamo con il nostro referente che poi si interfaccia coi servizi sociali».

    «La mia impressione è che vi sia tutta l’intenzione di costruire una rete che possa rispondere ai vari bisogni territoriali e si sta prendendo un impegno molto preciso, cercare di coinvolgere i centri che fanno attività in questo senso, l’intenzione c’è, bisogna vedere come questo verrà tradotto in azioni», commenta Cosima Aiello (Centro per non subire violenza ex Udi).

    Marilena Chirivì, responsabile Archivio Biblioteca “Margherita Ferri” di UDI, esprime «la speranza che quella del patto di sussidiarietà possa essere una soluzione per istituzionalizzare il percorso di finanziamento ai centri antiviolenza». Insomma un primo passo che era necessario compiere, come confermano le parole della Presidente della Commissione Maddalena Bartolini, consigliere comunale Lista Doria:  «È stato molto importante soprattutto per chiarire il buco informativo dall’ultima commissione di novembre e le scelte di finanziamento fatte per la garanzia della continuità del servizio. Ora è necessario che la giunta dia il via libera, che gli assessori definiscano le linee guida del patto di sussidiarietà così da poter convocare le associazioni del Terzo Settore».

    Innanzitutto va chiarito che, mentre la gestione del Centro Antiviolenza Mascherona, gli sportelli d’ascolto, l’alloggio sociale e la Casa Rifugio hanno un percorso a vari gradi istituzionalizzato e finanziato, le stesse associazioni che gestiscono queste strutture offrono poi, altri servizi contando solo sulle loro forze e sul volontariato. Altri servizi e aiuti che sarebbero tutti da raccontare e che qui possiamo solo elencare. In poche parole: ogni associazione oltre all’impegno “istituzionale” ha una vita propria di servizi e aiuti alle donne che autogestisce con successo.  Si tratta di gruppi di donne che hanno condiviso le singole professionalità e le hanno rese disponibili per chiunque ne avesse bisogno.

    Il Cerchio delle Relazioni gestisce da febbraio 2013 il Centro Antiviolenza Mascherona, l’alloggio sociale di viale Aspromonte e gli sportelli d’ascolto di Busalla e Campomorone. All’interno delle strutture operano volontarie formate appositamente per essere il primo contatto con il centro e professioniste negli ambiti legale, di counseling, psicologico e psicoterapeutico. Nel 2013 le donne che si sono rivolte al centro sono state 381; 53 agli sportelli d’ascolto e 5 sono state inserite nell’alloggio sociale.

    Il centro è stato finanziato con 47.954 euro dalla Regione Liguria. L’alloggio sociale ha percepito 3.630 di fondi regionali e  18.231 euro dal Comune di Genova. Gli sportelli hanno percepito parte dei 6000 euro destinati a tutti i servizi di sportello dei comuni extra territoriali. Oltre a questo l’associazione si occupa di gestire sportelli scuola, ha creato lo spazio dell’uomo maltrattante e offre punti di ascolto donna. Gestisce l’appartamento Artemisia (per accogliere donne in pericolo) a Busalla e la struttura per minori la Chiocciola a Campomorone.

    Il Centro per non subire violenza ex Udi gestisce la Casa Rifugio, all’interno della quale può ospitare, per un massimo di 6 mesi le donne e i bambini che non possono restare nella loro casa perché in situazione di pericolo. Nel 2013 sono state 9 le donne ospitate con 14 minori. Ha ricevuto finanziamenti dalla Regione per 32.416 euro e dal Comune di Genova 64.848. Oltre alla Casa Rifugio, il Centro si occupa di gestire l’appartamento di accoglienza il Melograno, una struttura madre-bambino e due sportelli scuola e può contare esclusivamente sulle forze di tre educatrici e due psicologhe oltre alle volontarie (una pedagogista, un’insegnate, la coordinatrice Aiello e le volontarie formate dal centro stesso che rispondono al telefono).

    Infine, ma senza alcun ordine di priorità, ci sono gli sportelli del Comune di Mignanego e del Municipio Val Polcevera (Bolzaneto) gestiti dalla Mignanego Società Cooperativa Sociale ONLUS tramite lo sportello Pandora che offre consulenza psicologica, supporto legale e mediazione. All’interno dello sportello operano due psicoterapeute, una mediatrice interculturale, un’avvocatessa e la coordinatrice CampiGli sportelli avrebbero dovuto essere finanziati dal contributo della Regione destinato agli sportelli extracomune di Busalla, Mignanego e Campomorone, ma a quanto ci racconta la coordinatrice Campi loro non hanno ricevuto alcun finanziamento. La cooperativa gestisce molti altri servizi di sostegno al cittadino e nell’ambito della violenza si occupa di organizzare alcuni interventi nelle scuole.

    Il chiarimento sulla “questione UDI”

    Per anni il Centro per non subire violenza ex Udi e la sede della Biblioteca Archivio Margherita Ferri dell’UDI sono stati accomunati o meglio si è sempre pensato che in entrambi i casi si facesse riferimento all’associazione Unione Donne in Italia. In realtà si tratta di due realtà diverse. Ognuna con un proprio statuto e regolamento. A far confusione ha contribuito la denominazione del centro per non subire violenza ex Udi che utilizza il logo Udi nazionale, insieme al fatto che entrambe le associazioni abbiano sede nella stessa via cittadina, ma a civici differenti.

    Per fare chiarezza una volta per tutte (la situazione non ha mancato di suscitare qualche polemica), abbiamo interpellato oltre alla coordinatrice del Centro Cosima Aiello anche Marilena Chirivì, responsabile dell’archivio e biblioteca Udi, sede di Genova.

    Come detto, entrambe la realtà hanno sede in via Cairoli a Genova – per essere corretti al civico 6 vi sono Archivio e Biblioteca di genere dell’UDI-Genova e al civico 7 il Centro –  e senza dubbio il sito web del Centro complica le cose inserendo il logo dell’Udi nazionale. Ma una semplice verifica sul sito nazionale UDI chiarisce che il ‘Centro per non subire violenza ex UDI’ è un ente separato e indipendente e non appare nelle sedi liguri dell’associazione. Diverse sono le nature proprie dei due enti, uno associazione culturale e politica (UDI) il cui scopo è fare cultura e informazione, azione politica e non offrire servizi , un altro che al contrario nasce proprio dalla ‘pratica’ dalla messa in atto di attività a servizio delle donne che ne abbiano bisogno. Insomma l’obiettivo è il medesimo (sostenere la donna) ma le modalità di azione sono differenti.

    Chiarito che si tratta di due soggetti diversi e che agiscono in modi diversi, resta innegabile il fatto che il Centro abbia le sue radici nell’UDI, presente e impegnato per il sostegno alle donne a Genova già dagli anni 60/70, e che da lì abbia avuto origine.

    Ora che è stato messo un punto sulla situazione finanziamenti e gestione della lotta alla violenza di genere per il 2013, non rimane che attendere i prossimi passi di Giunta, Conferenza dei sindaci e Associazioni verso il patto di sussidiarietà. Era Superba vi terrà aggiornati.

    Claudia Dani

  • La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    La crisi dei servizi pubblici per l’impiego: Italia e Liguria, i dati sono negativi

    lavoroMentre il premier Matteo Renzi nomina i servizi pubblici per l’impiego (SPI) nel suo “Jobs act“, ovvero il pacchetto di azioni per rilanciare l’asfittico mercato del lavoro italiano – che per molti commentatori è soltanto un libro dei sogni anche se in realtà il Governo, nel corso del Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, ha varato un decreto legge sulle misure più urgenti e un disegno di legge delega al Governo che affronta gli altri temi del Jobs act, ma con tempi di approvazione più lunghi – due nuove indagini rispettivamente dell‘Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per l’ennesima volta, confermano le criticità endemiche dell’attuale sistema imperniato sulla rete dei centri per l’impiego (CPI) che operano a livello provinciale (qui il nostro approfondimento sui CPI della Provincia di Genova) secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni.

    Occorre «Un’agenzia unica federale per l’occupazione che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali», questa la proposta contenuta nel piano di Renzi che punta a rendere più efficiente il sistema – oggi troppo disomogeneo ed incapace di garantire i livelli essenziali di servizio sull’intero territorio – tramite la messa in rete di tutti i protagonisti. Nel frattempo qualcuno già si porta avanti, come la Regione Toscana, che sta ragionando intorno ad un’ipotesi di agenzia regionale per il lavoro. «L’idea di costituire un’agenzia regionale per il lavoro – ha spiegato Gianfranco Simoncini, assessore regionale alle Attività produttive e Lavoro (Adnkronos, 12 marzo 2014) – rappresenta una soluzione organizzativa, sia in vista della revisione della governance dei servizi per l’impiego, a livello nazionale, sia per superare le differenze nella gestione dei servizi che esistono a livello territoriale, sia infine in vista di una diversa attribuzione delle competenze delle Province».

    Secondo Romano Benini, esperto di servizi per l’impiego e consulente del Ministero «Il sistema dei servizi per l’impiego, costituito dai 576 centri provinciali, da numerosi sportelli e da altri servizi costituiti in ambito provinciale, che in tutta Europa costituisce una scelta di fondo come presidio pubblico necessario delle politiche del lavoro, in Italia appare del tutto inadeguato, per le risorse investite ed il personale impegnato, rispetto alla forte domanda sociale. L’attivazione del programma Garanzia giovani (attraverso il quale in Italia arriveranno 1,4 miliardi di fondi per far ripartire l’occupazione) e della strategia di rafforzamento dei SPI prevista dall’Agenda 2014-2020 tra le priorità dei fondi europei rende urgente una scelta sul rafforzamento del sistema dei CPI che sia in grado di appoggiare su una precisa identificazione di competenze e di responsabilità».

    In questo quadro si inserisce il recente studio Isfol “Lo stato dei servizi pubblici per l’impiego in Europa: tendenze conferme e sorprese”, curato da Francesca Bergamante e Manuel Marocco, che affronta il tema partendo da tre elementi indicativi quali costi, organizzazione e risultati.

    Ebbene, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei «La crisi economica, in Italia, si sta traducendo in un depotenziamento del servizio pubblico – spiegano i due ricercatori – Ma invece che soffermarsi sulla contrapposizione tra pubblico (CPI) e privato (cioè le agenzie private per il lavoro, ndr) occorrerebbe puntare l’attenzione sul perché si continui a ricorrere alla mediazione informale piuttosto che a quella professionale, pubblica o privata che sia». Lo studio evidenzia che «L’Italia ha bisogno di potenziare il sistema – sottolineano Bergamante e Marocco – aumentando il numero degli operatori, adeguando qualità e quantità dei servizi offerti, attuando la normativa relativa all’accreditamento dei soggetti privati, impegnando maggiori risorse pubbliche con un monitoraggio da parte dell’amministrazione centrale, per valutarne i risultati e per coglierne i punti di difficoltà».
    Il primo Rapporto sul “Monitoraggio dei servizi per l’impiego”, curato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali “Nasce dall’esigenza di conoscere in dettaglio l’organizzazione e le risorse umane disponibili nei servizi per l’impiego, nonché gli utenti degli stessi – si legge nella presentazione – al fine di disegnare strategie di intervento finalizzate a rendere più efficiente il funzionamento degli SPI e ad assicurare standard comuni nella fornitura di servizi agli utenti”.

    Lo studio Isfol: il confronto impietoso con l’Europa

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIVediamo nel dettaglio i numeri che emergono dalla ricerca Isfol. Per quanto riguarda le risorse finanziarie l’Italia dedica ai centri per l’impiego (CPI) lo 0,03% del Pil, contro una media Ue dello 0,25%. Ciò si traduce in un investimento di circa 500 milioni di euro, pari quasi alla metà di quanto spende la Spagna e ben distante dagli 8 miliardi e 872 milioni della Germania o dai 5 miliardi e 47 milioni della Francia.
    Inoltre, tra il 2008 e il 2011, i principali paesi dell’area euro hanno reagito alla crisi finanziando ulteriormente i servizi pubblici per l’impiego, agendo sulla spesa e sugli addetti; l’Italia, al contrario in termini assoluti ha investito quasi 200 milioni di euro in meno rispetto al 2008. Un quadro analogo è quello relativo agli operatori che nel nostro Paese non arrivano a 9.000 contro gli 11.000 della Spagna, i 115.000 della Germania e i 49.000 della Francia.

    Francia e Germania hanno anche incrementato il numero di operatori dei Spi rispettivamente di 22 e di 18 mila unità, il Regno Unito di oltre 11 mila – spiegano i ricercatori dell’Isfol – L’Italia, invece, si distingue per una riduzione di circa 1500 operatori, dagli oltre 10 mila del 2008 agli attuali 8575 (dato del 2011, ndr)”.
    In Italia il 33,7% dei disoccupati contatta un Cpi e solo il 19,6% si rivolge alle Agenzie private per il lavoro (Apl). L’80% mostra comunque una maggiore fiducia nella capacità di intermediazione delle reti informali e il 66,6% nella diretta richiesta di lavoro alle imprese.
    Nel 2011 la quota di persone collocate dalle Apl in Europa è pari all’1,8% di tutti gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro nell’anno di riferimento. I dati per singoli paesi variano da un minimo di 0,3% della Grecia al massimo del 2,9% per l’Olanda. L’Italia si attesta sullo 0,6%. Dalla ricerca Isfol, dunque, emerge chiaramente una maggiore capacità di collocazione dei CPI. “Nel 2011, infatti, la media Ue a 15 raggiunge il 9,4%, con punte del 10,5% per la Germania e 13,2% per la Svezia – si legge nello studio – In Italia gli intermediati sono il 3,1% del totale dei dipendenti occupati nell’anno, valore cinque volte più elevato di quello delle Apl”.
    Infine viene sfatata l’idea che i CPI costino troppo allo Stato: “In realtà non è così: in Italia la spesa media per il collocamento di una persona è pari a 8.673 euro, rispetto ai 51.100 euro dell’Olanda, i 44.202 euro della Danimarca, i 21.593 euro della Francia e i 15.833 euro della Germania”.

    L’indagine del Ministero del Lavoro sul sistema CPI

    cercare-lavoroL’attività di monitoraggio del Ministero – svoltasi nel corso del 2013 – consente di analizzare i dati disponibili più recenti, cioè quelli relativi al 2012. Il corposo documento (92 pagine) fornisce diversi spunti di riflessione in generale sulla situazione italiana ed in particolare sulle singole realtà regionali.

    Partiamo dagli utenti dei servizi pubblici per l’impiego. In Italia nel 2012 gli individui che hanno effettuato la DID (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro rilasciata al servizio competente: CPI e altro organismo accreditato in conformità alle norme regionali e delle province autonome) sono stati oltre 2 milioni e 215 mila. Nello specifico per la Liguria parliamo di circa 79 mila persone.

    Tuttavia, per comprendere con maggior dettaglio la pressione esercitata dalla platea dei cittadini richiedenti servizi, è possibile calcolare il numero medio di coloro che hanno effettuato la DID nell’anno 2012 per singolo CPI a livello regionale. In Italia si stimano mediamente poco più di 3.900 individui sottoscrittori di DID per singolo CPI. Si collocano al di sopra di tale valore medio buona parte delle regioni del Mezzogiorno, ma non solo. “Il sistema regionale di servizi per l’impiego che presenta il dato stimato più elevato è quello delle Marche con 7.745 individui per CPI, cui segue quello della Puglia (5.816) e della Liguria (5.679) – spiega l’indagine del Ministero – Più contenuto il numero medio di individui per CPI della Valle d’Aosta (1.708), della Provincia Autonoma di Trento (2.012) e della Toscana (2.354)”.

    In merito alla dotazione di personale dei centri per l’impiego556 CPI sparsi su tutto il territorio – l’Italia può contare su 8713 operatori (7686 con contratto a tempo indeterminato) di cui 6255 impegnati in attività di front office. In Liguria nei 14 CPI provinciali lavorano 189 operatori (154 a tempo indeterminato) di cui 131 in front office e 58 in back office.
    “Disaggregando i dati rilevati per le due macro-funzioni di back office e front office, la quota di operatori dedicata al rapporto con il pubblico, in mancanza di informazioni aggiuntive, può indicare, seppur indirettamente, il livello di burocratizzazione del sistema CPI, dato che le attività di accoglienza, screening del cittadino ed erogazione dei servizi costituiscono alcuni dei compiti centrali che il centro pubblico deve assolvere – sottolinea l’indagine ministeriale – Se a livello nazionale circa 7 operatori su 10 sono dedicati proprio alle attività di front office (6.255 individui), in tre delle più grandi regioni meridionali l’incidenza sul totale del personale impiegato è molto più contenuta: si tratta di Sicilia (49,4%), Calabria (62,5%) e Campania (66,2%). Ma anche altri sistemi regionali si collocano al di sotto del valore dell’Italia: è questo il caso di Marche (67,2%), Valle d’Aosta (68,8%), Liguria (69,3%)”.

    Con riferimento, invece, al rapporto esistente tra personale impiegato e soggetti presi in carico, il numero medio di individui che hanno effettuato la DID per operatore – indice del carico esercitato su ciascuna struttura dalla platea dei cittadini richiedenti servizi – è particolarmente elevato in Lombardia (516 soggetti che hanno effettuato la DID per operatore), Puglia (451), Liguria (421), Provincia Autonoma di Bolzano (416), mentre appare esiguo in Sicilia (103), Molise (138) e Calabria (151).

    Il parere degli esperti

    «Lo Stato italiano deve recuperare anni di ritardo e di disattenzione rispetto al posizionamento ed alla qualità dei servizi pubblici per il lavoro – spiega Romano Benini su “Work Magazine”, testata specializzata da lui diretta – Attualmente manca quasi tutto: sistemi informativi nazionali per le politiche attive e le richieste delle imprese, standard dei servizi condivisi ed esigibili, programmi nazionali finanziati ed efficaci di politiche attive». Per questo motivo, secondo l’esperto, oggi appare del tutto improbabile che lo Stato ed il Ministero del Lavoro possano passare direttamente dall’attuale funzione e capacità del tutto marginale di intervento sul mercato del lavoro alla gestione di tutti i soggetti pubblici che intervengono sullo stesso, in primo luogo i centri per l’impiego. Peraltro, sottolinea Benini «La scelta di un’agenzia nazionale di erogazione dei servizi per l’impiego, presente in molti paesi europei, comporterebbe una rivoluzione totale del quadro delle competenze e funzioni del Titolo V della Costituzione, quindi non è percorribile nel breve periodo. Inoltre va ricordato che, a differenza delle politiche passive erogate dall’INPS, le politiche attive richiedono servizi che rispondano al territorio, alle sue differenze e potenzialità, e che riconoscano le diversità delle persone e delle imprese. In ogni caso l’eventualità di una agenzia nazionale di riferimento che promuova, coordini, verifichi, valuti ed affianchi i territori, è un’ipotesi utile, ma che non può eliminare del tutto le responsabilità dirette dell’ente territoriale più prossimo all’erogazione del servizio».
    Allo stesso modo pure l’ipotesi di costituire delle agenzie regionali è considerata rischiosa «Sono diversi i possibili sprechi e i disservizi che si avrebbero dall’attribuzione alle Regioni dei centri per l’impiego – sottolinea Benini – Le Regioni hanno avuto dal Titolo V l’attribuzione delle competenze sul lavoro e sulla formazione e la relativa programmazione. Attribuire alle Regioni anche la gestione diretta dei centri per l’impiego determinerebbe un sovraccarico di funzioni e responsabilità poco giustificabile per un ente che riesce con fatica a svolgere ovunque, e con la stessa qualità, i compiti attuali».

    «Di formule se ne possono trovare tante ma è evidente che senza investimenti non si risolverà nulla – aggiunge Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche formative e del Lavoro della Provincia di Genova – La Germania, con un mercato del lavoro molto più vivo del nostro, ha investito almeno 6 volte di più rispetto all’Italia, questo la dice lunga». Secondo Scarrone «Nel nostro Paese a livello regionale ci sono le esperienze più disparate: qualcuno ha fatto del suo meglio, ottenendo anche discreti risultati, altri invece no. Così si è generato un problema di disomogeneità dei livelli essenziali di servizio che è necessario affrontare al più presto».
    Relativamente all’indagine del Ministero del Lavoro, in particolare sul numero medio di utenti (421 soggetti in Liguria) per operatore, il direttore Scarrone commenta «Questo è il nodo fondamentale da sciogliere. I CPI svolgono dei servizi pubblici rivolti alla persona quindi devono essere particolarmente attenti alle esigenze di ogni singolo utente, sennò in caso contrario perdono completamente le loro potenzialità. È evidente che un solo operatore non può occuparsi di oltre 400 persone, questa è una sfida impossibile. D’altra parte le statistiche evidenziano come le agenzie private per il lavoro non ottengano risultati migliori rispetto ai CPI (anzi in Italia la quota di persone collocate dalle Apl si attesta appena sullo 0,6%, ndr). Dunque bisogna intervenire sui servizi pubblici potenziandone numericamente il personale, quantomeno attraverso degli spostamenti di lavoratori interni agli enti. Se l’ipotesi di agenzia unica si cala in tale contesto di sistema potrebbe essere una cosa positiva. Non vorrei invece assistere alla creazione dell’ennesimo carrozzone statale, costoso e magari poco utile. Ci sono buone esperienze in Italia ed ottime esperienze in Europa: studiamole e cerchiamo di imitarle».

     

    Matteo Quadrone