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  • Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    Pedibus a Genova: presentazione del progetto alla Carducci di Sestri Ponente

    via-sestri-DIIl progetto Pedibus, avviato a Genova nel 2009 con le prime sperimentazioni nelle scuole (qui maggiori informazioni), verrà inaugurato domani alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente che entra così a far parte della rete di istituti scolastici genovesi e liguri che operano per ridurre le concentrazioni di automobili davanti alle scuole all’entrata e all’uscita dei bambini. Un’inaugurazione che ha più che altro lo scopo di far parlare dell’iniziativa, trattandosi in realtà di una sperimentazione già attiva nella scuola sestrese di via Rigon dal dicembre scorso.

    Di che cosa si tratta? Pedibus è una fila indiana di bambini che procede verso la scuola accogliendo nuovi bambini ad ogni fermata, proprio come un bus. I bambini si fanno trovare alla fermata per loro più comoda indossando una pettorina gialla. A guidare la fila due adulti/genitori volontari, un “autista” e un “controllore”.

    “Il progetto, attivato alla scuola primaria Giosuè Carducci di Sestri Ponente, si pone l’obiettivo di promuovere la mobilità pedonale nei tragitti casa- scuola, al fine di ridurre il traffico negli orari di ingresso scolastico e diminuire la pericolosità e l’inquinamento nelle aree intorno alle scuole, educare i bambini e sensibilizzare le famiglie verso stili di vita più sostenibili, favorendo la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle famiglie”, si legge nel comunicato diffuso dal Comune.

    Capofila del progetto Pedibus per quanto riguarda il territorio genovese è Asl3 in virtù dell’accordo di collaborazione siglato nel 2009 con il Ministero della Salute. Ma oltre alla collaborazione dell’Azienda Sanitaria, il progetto alla Carducci ha avuto il sostegno del Municipio, della Provincia, del Centro di educazione ambientale e allo sviluppo sostenibile del Comune di Genova e, soprattutto, dei genitori. Soddisfazione dopo i primi mesi di sperimentazione: “Il risultato è stato il coinvolgimento di oltre 70 bambini e la realizzazione di 4 linee “pedibus”, che servono i diversi quartieri attigui alla scuola, con i diversi capolinea di via Merano, piazza Tazzoli, via Briscata e via S.Maria della Costa, con una prima fase sperimentale che ha preso il via nello scorso dicembre e ha dato risultati incoraggianti, misurabili dall’entusiasmo di bimbi e genitori accompagnatori”.

     

  • Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    Caserma Gavoglio, il cortile passa al Comune in attesa del progetto di riqualificazione

    lagaccio-caserma-gavoglioDopo anni di attesa e battaglie, oggi è un giorno importante per la Caserma Gavoglio,  oltre 60mila mq nel cuore del Lagaccio in stato di abbandono. Alle 16 di oggi, nella Sala Incontri di Palazzo Ducale, viene formalizzata l’intesa raggiunta tra il Comune di Genova e il ministero della Difesa per il passaggio al Comune, ad uso pubblico, del cortile interno e dell’edificio principale della ex caserma.

    Si tratta solo di un primo passo, come è noto è in corso la procedura per l’acquisizione a titolo gratuito da parte di Tursi dell’intera area demaniale (qui l’approfondimento di Era Superba). A questo proposito, nell’inchiesta pubblicata su queste pagine il 31 gennaio scorso, il vicesindaco Bernini ci aveva anticipato alcuni dettagli:  «Stiamo elaborando con Arred (Agenzia regionale per il recupero edilizio) un progetto di riqualificazione dell’area, già concordato con l’Agenzia del Demanio, per l’acquisizione. Il progetto è stato affidato ad Arred che lavorerà congiuntamente con Rigenova (società, di cui Arred detiene il 25%, avente ad oggetto la promozione e l’attuazione di interventi di recupero edilizio e riqualificazione urbana nel territorio del Comune di Genova, ndr)».

    Nei giorni scorsi il sindaco Marco Doria ha visitato la Caserma Gavoglio con il presidente del Municipio Centro Est Simone Leoncini e la giunta municipale. “Nel comprensorio militare la delegazione è stata accolta dal generale di brigata Francesco Patrone, comandante del Comando militare Esercito “Liguria”, dal Contrammiraglio Andrea Liaci, direttore dell’Istituto idrografico della Marina, dal tenente colonnello Luigi Caforio, comandante del 1° reparto infrastrutture e dal primo maresciallo Guido Saltini, comandante del IV centro di mobilitazione del Comitato regionale della Croce Rossa, in rappresentanza delle diverse amministrazioni militari che attualmente gestiscono o usufruiscono dell’area”, si legge nella nota diffusa dal Comune.

    Il sindaco nell’occasione ha visitato tutti gli edifici, sia quelli in uso, sia quelli attualmente abbandonati. La riqualificazione della Gavoglio è un passaggio da non sbagliare, il primo cittadino e la Giunta lo sanno bene. «Visto che non dobbiamo più pagare al Demanio 4,5 milioni di euro per acquisire la Gavoglio, nel nuovo PUC possiamo davvero ridurre l’indice di edificabilità nell’area dell’ex caserma e lasciare più spazio a verde e servizi per i cittadini», aveva sottolineato Bernini. Dello stesso parere il presidente Leoncini:

     

    Questo pomeriggio, dopo la firma dell’atto, sempre a Palazzo Ducale, viene inaugurata la mostra fotografica “La caserma Gavoglio” e presentato il workshop “Trasformare il Lagaccio, progetti e idee per la Gavoglio”, nella sala del Maggior Consiglio.

  • Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    Intrecci Urbani, yarn bombing: flash mob a De Ferrari per appassionati di ferri e uncinetto

    yarn-bombing-lana-porto-anticoVenerdì 21 marzo è la Giornata Europea della Creatività Artistica e alle ore 16 in piazza De Ferrari avrà luogo il flash mob di presentazione della seconda edizione del progetto “Intrecci Urbani – yarn bombing a Genova” che, dopo aver rivestito il Porto Antico di lana lo scorso anno con il più grande evento di yarn bombing mai realizzato in Italia, nel 2014 si espande nel territorio genovese con l’ambizioso obiettivo di colorare tutta la città.

    “Gli appassionati dell’uncinetto e dei ferri sono invitati a lavorare a maglia in piazza. Un modo originale per valorizzare la creatività manuale e promuovere il progetto”, si legge nella nota diffusa dagli organizzatori.

    Lo yarn bombing è anche conosciuto come urban knitting, una street art proveniente dagli Stati Uniti che veste con lavori a maglia e filati intrecciati gli arredi urbani. 

    Intrecci Urbani 2014 è promosso anche quest’anno dall’Ufficio Cultura e Città dell’Assessorato Cultura e Turismo del Comune di Genova e la direzione artistica è stata nuovamente affidata alla scenografa Emanuela Pischedda dell’Associazione Artistica Culturale ColorInscena. L’edizione di quest’anno è caratterizzata dalla collaborazione più ficcante con i Municipi e dal tema centrale che sarà “Il bosco immaginario”, verranno utilizzati materiali di recupero (non solo lana ma anche tessuti, plastica, bottoni, filo elettrico, bulloni, vecchi maglioni… e tutto quello che si può riciclare e intrecciare) e verranno realizzati manufatti tridimensionali. Il tutto culminerà nel mese di maggio con nove installazioni nei parchi e giardini genovesi.

    “Al termine delle esposizioni i manufatti verranno utilizzati per la realizzazione di un’asta benefica per la raccolta di fondi che gli stessi partecipanti decideranno a chi destinare”.

    “Le associazioni, le scuole, le case di riposo, i centri sociali e le singole persone che vogliono partecipare al progetto o contribuire alla raccolta dei materiali necessari alla realizzazione del nuovo e spettacolare evento possono rivolgersi al proprio Municipio di appartenenza”.

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti

  • Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo Malvezzi e le sue “Canzoni di una certa utilità sociale”. La nostra intervista

    Lorenzo MalvezziLorenzo Malvezzi, cantautore genovese nato negli anni ’70, ha vagabondato per lo stivale sino al ritorno in patria e alla pubblicazione del primo disco solista “Canzoni di una certa utilità sociale“.  Giovedì 27 marzo Malvezzi sarà in scena alla Claque con uno spettacolo di teatro-canzone, monologhi recitati intervalleranno le canzoni del disco. Un disco pop, sia come sound che come intenzione, dove la parola “pop” non vuole certo essere una parolaccia… Una struttura semplice, un sound pulito caratterizzato da tanti motivi orecchiabili che ben si sposano con l’ironia dei testi che raccontano le tante contraddizioni del nostro “essere italiani”. Abbiamo fatto qualche domanda a Lorenzo, ecco l’intervista.

    Ormai già diversi anni vissuti di e con la musica… come va il vostro “rapporto”? Come sei riuscito a mantenere sempre alto il livello di guardia? Seguendoti sui social capita ogni tanto di imbattersi in tue “dichiarazioni d’amore” per il lavoro che fai…

    «Io amo profondamente quello che faccio. Mi sento fratello di tutti quelli come me, che nonostante i tanti chilometri, gli orari impossibili, i mille sbattimenti per stare nelle spese, continuano a credere nei loro sogni e tengono duro. Senza queste persone, il mondo sarebbe in bianco e nero».

    lorenzo_malvezzi_canzoni_di_una_certa_utilita_socialeDopo tanto girovagare sei tornato a Genova in pianta stabile, riesci a convivere serenamente con la tua città o anche tu fai parte di quella schiera di artisti genovesi che amano definirsi non profeti in patria?

    «Genova mi fa venire in mente il film 300. Sai quando Leonida calcia giù dal pozzo il messaggero di Serse e dice “Questa è Sparta”? Beh… è stata una errata traduzione in realtà lui dice “Questa è Genova”. Però non è vero che a Genova non succede niente, è che molti genovesi sono pigri e poco curiosi. Un esempio?! Ha appena aperto un posto fichissimo il TigerSpot in via San Vincenzo, dove fanno cose veramente interessanti. Quando parlo del Tiger la maggior parte della gente mi dice “ma non è un negozio?”. Il tiger non è solo un negozio, basta fare una rampa di scale e ti si apre un mondo: mostre, corsi, concerti , caffetteria, giochi da tavolo, ping pong, cocktail e divanetti. Gratisss!! Basta fare una rampa di scale».

    Riesci a vivere di musica in un periodo come questo dove i cachet per gli artisti che si esibiscono sono bassi e il mercato del disco non è più una risorsa a cui attingere?

    «Vivere di musica diventa sempre più difficile. Tra musicisti, a Genova, si dovrebbe fare più squadra, più spogliatoio. Come hanno fatto i cabarettisti. Sono un fronte unito e questo impone che sul mercato abbiano una forza maggiore a livello di contrattazione e prezzo. I musicisti invece si fan la lotta tra loro, c’è quello che fa il furbetto, quello che vuole gestire e secondo me è un’immensa stronzata; si dovrebbe condividere il locale che ti fa suonare, e non prenderlo come baluardo, mettendoci una bandierina. Io e Bobby Soul, ad esempio, tra noi ci siamo sempre scambiati i locali, risultato abbiamo suonato di più.
    Si dovrebbe parlare tra musicisti. Scegliere che sotto un certo cachet non si va, se siamo tutti d’accordo e un locale vuole fare musica, paga il giusto; perché non è lui a fare il prezzo, ma il professionista (i camerieri prendono un tot all’ora indipendentemente se il locale ha gente o meno). A me questa storia della crisi fa girare il cavolo, i gestori ti vogliono pagare meno perché c’è la crisi,
    però il loro menù aumenta il prezzo, non diminuisce».

    Infine parlaci del disco, della traccia che consigli ai lettori di Era Superba di ascoltare per prima…

    «Il disco è un concept album. Trattando di temi seri in modo ironico e satirico potremmo definirlo una vignetta in musica. È questa la sua caratteristica. Non volevo fare un disco poetico. Volevo un disco concreto, in cui alla fine di ogni brano sai cosa hai ascoltato
    e non ti chiedi: “ma che cazzo ha detto?”. Ho volutamente fatto un lavoro hemigwayano, ho tolto i fronzoli per dare azione… il disco è diventato in modo naturale uno spettacolo di teatro canzone con monologhi che, a volte in modo cinico, a volte in modo incantato, parlano delle contraddizioni di ognuno di noi. I singoli dell’album sono “test psicoattitudinale” e “Manifesto popolare” che sono molto identificative per un primo ascolto, però io amo tantissimo “Come la Santanchè”,”Abbestia”, “Escort Progressista”
    ed “Educazione civica”… ogni volta che le suono me le godo proprio. Al lettore curioso di Era Superba che vuole capire di che cosa parla il disco in un ascolto, beh gli consiglio “Canzoni di una certa utilità sociale” che è la title track, e spiega meglio di qualunque altra la mission dell’album».

  • Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    Genova, more than this: presentato a Tursi il nuovo logo della città

    genova-more-than-this-permalosa-apertaAvete fatto caso nelle ultime settimane a quei cartelloni pubblicitari difficilmente interpretabili a sfondo rosso con la scritta “more than this”? Alcuni di questi manifesti riportavano anche delle parole enigmatiche, “permalosa e aperta”.
    Bene, il soggetto è la città di Genova e quei manifesti sono il risultato della campagna promozionale adottata dal Comune per destare curiosità fra i genovesi in vista della presentazione ufficiale, avvenuta questa mattina a Tursi, del nuovo logo di Genova.

    “Abbiamo pensato di non identificare la città con un logo che riprendesse un monumento o un aspetto soltanto, rivelando dunque il già noto o visibile, ma abbiamo semplicemente scritto il suo nome senza rivelarlo completamente, lasciando alcune parti nascoste, invisibili, che solo lo sguardo sensibile di chi guarda può completare. Perché Genova si rivela a piccoli passi, e quando lo fa è sempre di più di quanto lasci immaginare. Genova è MORE THAN THIS.” Sono le parole di Valeria Morando e Anna Giudice, le due autrici che hanno vinto il Concorso Internazionale di idee per il nuovo logo di promozione della città, bandito dal Comune nell’ambito del progetto europeo Urbact – City Logo.

    Genova more than this

     

    Al bando di concorso hanno partecipato 373 proposte; la vincitrice è stata selezionata da una Commissione internazionale tecnica e professionale, composta da Sinead Mullins (Responsabile Comunicazione Eurocities), Giuseppe Lamarca (Formula Adv, per TP – Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti), Mario Piazza (Politecnico di Milano, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva), Andrea Rauch (Rauch Design, per AIAP Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva); oltre che da Cesare Torre (Direttore Comunicaizone e Promozione della Città – Comune di Genova).

    Il progetto europeo Urbact – City Logo ha coinvolto Genova ed altre 10 città europee (capofila Utrecht), i costi sono stati coperti dall’Unione Europea.

  • Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    terzo valico trasta4Non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. L’esproprio dei terreni del signor Vittorio Calvini per far spazio ai lavori del Terzo Valico in via Ceresole, a Trasta, ha occupato le pagine dei quotidiani locali la scorsa settimana ma è tornato a far parlare di sé ieri pomeriggio in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 del Movimento 5 Stelle che mirava a fare chiarezza sulle modalità con cui il Cociv si è introdotto con i propri mezzi su quello che fino alla sera prima era un terreno coltivato.

    «Ci sono quantomeno dei dubbi sulle modalità e la tempistica della consegna dell’atto espropriativo» ha detto il capogruppo grillino in Sala Rossa, Paolo Putti. «Non è possibile che l’esproprio avvenga il giorno successivo al recepimento della notifica, facendo sbaraccare i contadini senza neppure avvertirli. Immaginatevi un uomo di 70/75 anni con la moglie che si vede arrivare ruspe e quant’altro in un terreno in cui il giorno prima era lì a zappare. Sapete che cosa ha detto? “Potevate almeno lasciarmi raccogliere le fave”. Questa è la distanza che c’è tra la vita degli uomini e quella di chi sta nelle posizioni di comando e se ne frega».

    Dura la replica del vicesindaco Bernini che ha ricordato come dopo una prima fase non proprio ortodossa degli espropri, l’amministrazione comunale abbia avviato un percorso fruttuoso tra gli interferiti e il Cociv offrendo compensi per gli espropri di molto superiori al valore di mercato dei terreni. «Il Cociv– sostiene il vicensindaco – pagherebbe anche un indennizzo all’affittuario, come nel caso del signor Calvini e dell’usufruttuario del suo terreno, se il rapporto fosse dimostrato almeno da un comodato gratuito. Ma il signor Calvini – prosegue Bernini – ci ha scritto che non aveva nessuna intenzione di essere aiutato nel rapporto con Cociv e che avremmo dovuto cambiare mestiere perché il Terzo Valico è un’opera inutile. Invece, avrebbe forse avuto il tempo utile per avvisare l’affittuario di non piantare le fave»

    «La colpa è del Cociv è che non mi ha dato i dieci giorni di tempo prima dell’esproprio come previsto dalla legge» risponde indirettamente il proprietario del terreno. «Certo forse il giorno stesso avrei potuto avvertire il contadino ma per me, in quel momento, l’esproprio era un’operazione illegittima. Quello del Cociv è stato un atteggiamento molto arrogante: se uno si oppone non deve per forza essere trattato male».

    «La parte terribile di questa storia – prosegue il signor Calvini – è che loro si fanno forti di poter comprare la disperazione della gente sfruttando le enormi disponibilità economiche che queste grandi opere hanno dietro. Ma in realtà non esiste una cifra che potete darmi per ripagarmi di quello che vado a perdere».

    Il signor Calvini sembra avere ragione anche dal punto di vista legale, come ci spiega l’avvocato Alessandro Gorla che, seppur penalista, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il movimento no Tav, grazie a quella che lui stesso definisce “vicinanza politica e affettiva e anche perché se no non se ne sarebbe occupato nessuno”: «Formalmente – spiega l’avvocato – l’avviso è stato inviato da Cociv a febbraio, quindi nei termini corretti. Il problema riguarda però la notifica che è avvenuta il giorno prima della presa in possesso quando di legge dovrebbe esserci una settimana di tempo. L’altra mattina avevamo una rivendicazione giusta e legale. Tra l’altro il giorno prima avevamo diffidato il Cociv via fax dicendo che non c’erano i termini legali per l’esproprio ma non siamo stati ascoltati. Quando mi sono rivolto alle forze dell’ordine chiedendo spiegazioni, mi sarei aspettato che dicessero : “ok, impacchettiamo tutto e andiamo a casa”.  Invece, hanno risposto che non avevano competenza per decidere e che se mai avremmo potuto fare ricorso. Piccolo particolare: il ricorso costa solo che di bolli 2 mila euro. Avrebbero potuto sospendere in attesa di chiarimenti. Per carità uno il ricorso lo fa anche ma il terreno ormai è stato dissodato».

    Nei giorni scorsi lo stesso Calvini ci racconta di aver scritto una mail alle caselle istituzionali di sindaco e vicesindaco ma di non aver ricevuto ancora nessuna risposta: «Nel messaggio – spiega il proprietario del terreno espropriato – chiedevo al vicesindaco una spiegazione concreta sul perché si debba realizzare un’opera che consenta di potare su un treno dei camion che a loro volta trasportano container.  Non voglio una risposta generica tipo “l’ha deciso l’Europa” o “quando ci sarà l’opera senz’altro servirà”.  Voglio una valutazione costi benefici. Al sindaco, poi, ricordavo come lo stesso don Gallo  – che ha sostenuto la sua candidatura – avesse esplicitamente richiesto la presenza della No Tav sulla sua bara».

    Alla valutazione costi benefici fa riferimento anche il capogruppo del Movimento 5 stelle in Consiglio comunale, Paolo Putti: «È chiaro che più vanno avanti i giochi più è difficile che accada qualcosa di clamoroso, anche se siamo in Italia e abbiamo visto che tanti lavori partono giusto per far avviare i cantieri. Il problema è che nel frattempo il contesto è completamente mutato, con lo stesso Moretti (a.d. di Trenitalia, n.d.r.)  che ha più volte  ribadito come quest’opera non sia rilevante e che ci si renderà conto solo dopo di quanto in realtà non serva. Una situazione, peraltro, che si sta verificando a Genova su tutte le grandi opere che si vogliono “fare tanto per fare”. Ma questo “fare” non porta neppure lavoro in città, salvo qualche pasto in trattoria nelle zone di cantiere».

    È vero che probabilmente lo stesso Calvini, pur non avendo aderito alla trattativa privata con il Cociv attraverso la mediazione del Comune, riceverà l’indennizzo base previsto per la realizzazione dell’infrastruttura, ma la sua è più che altro un’opposizione all’opera in sé. «Io non sono di per sé contrario agli espropri per opere pubbliche che sono una cosa legale e sacrosanta. Ma sacrosanta è anche l’opposizione a scelte politiche sbagliate. Se mi viene dimostrato che l’opera è indispensabili allora non dovrebbe neanche esserci bisogno della mediazione del Comune per avere più soldi, a meno che non si presupponga che quelli del Cociv vogliano fregare la gente. Io rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata».

    C’è un altro elemento che nelle ultime ore va ad intricare la situazione di questo terreno espropriato e conteso. Secondo alcune testimonianze provenienti direttamente da Trasta, ma non confermate dal Cociv che nella serata di ieri si è negato al telefono, i cantieri sarebbero stati bloccati per il ritrovamento di un tubo dell’Iplom. «Il progettista della Cociv lo sapeva benissimo» sostiene Calvini. «Tra l’altro ce n’è pure un altro dell’Eni».

    «Non mi è ancora giunta questa notizia – diceva ieri pomeriggio in aula il vicesindaco Bernini – ma posso dire che la presenza di oleodotti o gasdotti nel sottosuolo deve essere appositamente segnalata da paletti. Se ciò non è avvenuto, la responsabilità è del proprietario della tubatura».

    Fin qui il problema degli espropriati. Ma c’è anche chi, durante i lavori e ad opera realizzata, resterà a vivere in queste zone interferite dal Terzo Valico. «Di fatto – spiega il proprietario dei terreni di Trasta – chi cede la proprietà esce da questa situazione. Alcuni vicini sono stati anche ben contenti di dare il terreno perché hanno case senza accesso diretto alla strada e hanno ottenuto in cambio la promessa di poter sfruttare in futuro quella costruita per il cantiere. Vedremo, per ora restano solo promesse».

    «D’altronde – chiosa l’avvocato Gorla – questi hanno pagato fantastiliardi per case diroccate solo per non avere problemi di opposizione e quant’altro». Ma c’è chi, come il signor Calvini, non è disposto ad ammainare la propria bandiera, seppure qualche euro in più farebbe molto comodo.

    Simone D’Ambrosio

  • Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    arizona-molassana-edilizia-popolare-casePer gli abitanti di Molassana, la zona all’inizio della valle del Rio Geirato, tra Via Sertoli e Piazza Unità d’Italia, si chiama “Arizona”. Forse non sono in molti a saperlo, forse i genovesi di altri quartieri oggi lo ignorano, e lo ricordano solo gli abitanti più longevi di Molassana, che lo hanno raccontato ai più giovani. Un tempo, questo era un quartiere in fermento, e la sua storia è la storia di una Genova bella e viva, ma anche ambigua e sfaccettata. Abbiamo visitato la zona durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad: nato come quartiere popolare, nel corso del tempo la sua fisionomia non è cambiata e di recente qui sono stati avviati importanti interventi di edilizia sociale, voluti dal Comune e da ARTE.

    L’Arizona genovese, la storia

    È un luogo nato dalla demolizione dei quartieri del centro storico genovese degli anni’30, l’area popolare di Ponticello lasciò il posto agli alti palazzi di piazza Dante (l’approfondimento da guidadigenova.it), un primo passo che avrebbe per sempre stravolto la fisionomia del quartiere di Portoria che venne poi in gran parte demolito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale (documentario video da guidadigenova.it). Proprio a seguito di queste trasformazioni urbane si è formata l’Arizona di Molassana: qui sono sorti casamenti ed edifici di edilizia popolare, per accogliere gli abitanti del centro storico rimasti senza casa.
    Negli anni del dopoguerra, questo è diventato uno dei centri principali del quartiere, che riuniva oltre 600 famiglie (circa 4 mila persone) nei sei palazzi di nuova edificazione e accoglieva il più della popolazione della zona.

    arizona-molassana-case-popolari-verticalePerché sia stato scelto proprio questo nome oggi sembra che a Molassana in molti non lo ricordino più: è un soprannome nato anni fa, quando all’Arizona le bande di ragazzi si scontravano per strada e c’erano poche opportunità. Qui, si diceva, dovevi imparare a cavartela da solo: c’è chi l’ha definito un Far West genovese, con i cowboy e le risse del cinema di quegli anni, o chi l’ha descritto come una “favela”. Insomma, un quartiere popolare di pasoliniana memoria, in quell’Italia del dopoguerra che voleva farcela, a tutti i costi, a discapito di una realtà oggettiva talvolta ai limiti del sopportabile.

    [quote]Anarchici, antifascisti, emigrati sardi siciliani toscani convivevano
 in via Sertoli assieme a disoccupati, e anche ex ospiti delle galere di Marassi. Una umanità sofferente, ricca di orgoglio, piena di volontà di riscatto”, scriveva Giordano Bruschi su Liberazione il 24 aprile 2009.[/quote]

    Nel quartiere Arizona viveva Paride Batini (1934-2009), leader storico dei portuali genovesi, per 25 anni console a guida della Compagnia Unica e oppositore della liberalizzazione dei traffici portuali. Antifascista, filo-anarchico, Batini faceva parte del Pci e fu attivo in prima linea nelle giornate del 30 giugno 1960, in cui “i ragazzi delle maglie a strisce” si opponevano al congresso missino a Genova (l’approfondimento da guidadigenova.it). La sua storia parte dal quartiere di periferia e su di esso si forma.

    L’Arizona nel 2014: il Contratto di Quartiere

    Nel corso degli ultimi anni qui si sono registrati cambiamenti importanti e significativi, che hanno consolidato la fisionomia “popolare” del quartiere. È stato avviato un programma di riqualificazione dei caseggiati anni ’30, che ha portato alla realizzazione di vari alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP). Si tratta del Contratto di Quartiere (CdQ 2 Molassana, messo in pratica anche a Voltri e nel ghetto), avviato nella seconda metà del 2005, dopo una lunga fase procedurale per l’approvazione da parte del Ministero delle Infrastrutture e la partecipazione al bando regionale per l’accesso ai finanziamenti (12 milioni di provenienza pubblica).

    L’operazione è stata salutata da alcuni come “il più grande intervento comprendente edifici storici, con 420 abitazioni di edilizia pubblica, tra nuova costruzione e recupero”: sono stati creati 369 alloggi ERP, di cui 244 di nuova costruzione (ai civici 11A/11B di Via Sertoli e 14/16 di Via S. Felice, in cui sono stati demoliti i palazzi esistenti) e 125 di recupero (civici 7 e 17). A questi sono da aggiungere altri 52 alloggi sempre ERP, al civico 9: qui i lavori sono iniziati nella seconda metà del 2012 e stanno per essere ultimati. I lavori nel primo lotto (11 A/B Via Sertoli, 14/16 S. Felice) sono stati ultimati e consegnati anni fa. Di recente, nell’aprile 2012 sono stati consegnati altri alloggi (35 su 70) al civico 7 di Via Sertoli.
    L’opera di riqualificazione del quartiere è stata quasi del tutto completata: per la ristrutturazione sono stati investiti circa 5,5 milioni di euro, a cui corrisponde un costo unitario contenuto (circa 900 euro/mq). Anche qui, come in tutti gli altri edifici, si trattava di un intervento di ARTE, soggetto che gestisce lo stabile sotto il profilo amministrativo e contabile. Il palazzo, prima della ristrutturazione, ospitava 104 alloggi, ma si è deciso di ridurli a 70 dopo il restyling (5 sono per disabili) per ottenere spazi adeguati alle normative vigenti.

    L’asilo Peter Pan e la nuova piazza Unità d’Italia

    asilo-peter-panSempre qui c’è anche l’asilo Peter Pan (affacciato sulla retrostante Piazza Unità d’Italia) e la mensa per i bambini: sono stati trasferiti di recente all’interno del complesso di edilizia popolare, come previsto dal CdQ 2. Nel corso del nostro sopralluogo facciamo due chiacchiere con i dipendenti, che lamentano il degrado e lo sporco: ci dicono che alla sera il giardino sul lato anteriore dell’asilo, affacciato sulla piazza, diventa luogo per il bivacco di giovani, che lasciano sporcizia e rendono ingestibile per gli addetti della scuola occuparsi della manutenzione. Servirebbe un aiuto da Aster per la gestione, oppure si potrebbe fare una pavimentazione più consona, invece di lasciare l’erba incolta, ma finora non arrivano risposte. Lì anche un sistema piuttosto efficace ed ecologico per la raccolta di acqua piovana e l’irrigazione del giardino, che però resta inutilizzabile perché sommerso dalla sporcizia. Si potrebbe usare per lo spazio per farne degli orti urbani, coinvolgendo anche pensionati e associazioni; si dovrebbe impedire l’accesso e monitorare l’area, per fare in modo che non sia presa d’assalto la notte e i bambini possano fruirne durante il giorno: le proposte sono varie, per ora niente si muove.

    Del contratto di quartiere fa parte anche l’inaugurazione della nuova Piazza Unità d’Italia, nominata così nel 2011 in omaggio al 150 anniversario dell’unità del Paese.
    Proprio nella piazza si sono svolti interventi di edilizia sociale che non erano però inclusi nel CdQ 2. Qui sono state abbattute le vecchie case popolari ed è nato da circa dieci anni un nuovo complesso in stile “Unité d’Habitation” di Le Corbusier, che però sembra già vecchio e che delle Unitée di Marsiglia e Berlino ha ben poco: se ai tempi l’idea era quella di creare unità autonome e indipendenti, che funzionassero come città e che fossero dotate di tutti i servizi, nei fatti l’impressione è quella di un luogo già “invecchiato” dopo dieci anni e abbandonato a sé stesso. Adombra la piazza un enorme caseggiato bianco ed essenziale, amministrato anche in questo caso da ARTE che, per conto di Tursi, ha assegnato gli appartamenti. A pochi passi, sul lato sinistro, un parcheggio coperto su più piani, sia interrato che in superficie, sempre gestito da ARTE: molti posti auto sono stati venduti, tanti altri invece restano vuoti, inutili.
    È stata spostata in questo luogo anche la biblioteca Saffi (che dovrebbe poi cambiare di nuovo sede e trovare spazio nel complesso che sorgerà al posto dell’ex area Boero), al piano terra dell’edificio principale. Al quarto piano, invece, è stato trasferito il distretto sociale.

    Il punto con il presidente del Municipio Media Val Bisagno

    In generale, gli interventi sono stati tanti, tutti importanti e ambiziosi. Dopo anni, sembra che presto il quartiere Arizona acquisterà la sua fisionomia definitiva.
    Commenta il Presidente del Municipio Agostino Gianelli: «Negli ultimi anni abbiamo dato avvio a un processo di riqualificazione importante. Grazie al Contratto di quartiere abbiamo riqualificato 3 caseggiati e ne abbiamo ricostruiti altri, abbiamo inserito l’asilo Peter Pan e la mensa all’interno di questo complesso e finora siamo riusciti a consegnare molti appartamenti. Dal 2012, con l’assegnazione degli spazi in Via Sertoli 7, non ci sono state nuove consegne ma stiamo ultimando i lavori al civico 9, e contiamo di finire entro il 2014. Oltre al CdQ, abbiamo svolto altri interventi e costruito il caseggiato e il silos di Piazza Unità d’Italia. Tutto il complesso fa capo ad ARTE, che amministra e gestisce la zona. Siamo contenti di aver raggiunto questo risultato e di aver integrato l’edilizia popolare con i servizi: abbiamo portato qui il distretto sanitario, con un front office al piano terra, e la biblioteca Saffi: quando sarà ricollocata all’interno dell’area Boero per essere ampliata, gli spazi che lascerà vuoti in Piazza Unità d’Italia saranno occupati da altri servizi, verso un miglioramento ulteriore».

    Elettra Antognetti

  • Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    erzelli-cantiere-universita-6Qualche settimana fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato sulla collina degli Erzelli fra i cantieri semi abbandonati e le attività di Siemens, Ericsson e Talent Garden (qui l’approfondimento). Un progetto che sino a due anni fa veniva considerato il volano per la ripresa della nostra città, per poi perdersi in una telenovela senza fine. Fra Ght (Genova High Tech) e Università la partita continua anche se ormai ha stancato tutti. Addetti ai lavori, giornalisti e cittadini.

    I dettagli ormai li conoscono anche i muri e non avrebbe senso ripercorrere l’intera vicenda. Da anni prosegue il tira e molla, “vado agli Erzelli, non vado agli Erzelli”. Il secco ultimatum di Ght dava all’Università tempo sino a domani (18 marzo) per la conferma dell’acquisizione delle aree preposte antistanti l’attuale edificio Siemens, ultimatum che è stato poi posticipato alla fine del mese in occasione della presentazione dell’indagine sulle imprese high tech a Genova. «Entro marzo l’Università dia una risposta definitiva sul trasferimento di Ingegneria», aveva ribadito in quell’occasione il presidente di Ght Carlo Castellano. Il risultato, tuttavia, non è cambiato: l’Università non vuole sentir parlare di scadenze ed ultimatum, il rettore Deferrari dichiara a Primocanale che andrà avanti per la sua strada (quale?) mettendo sul piatto, per l’ennesima volta, il problema trasporti. In parole povere, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, siamo fermi allo stesso punto da quasi due anni.

    Il problema è che, ormai, si fa a fatica a comprendere le ragioni delle parti, e viene sin troppo facile mettere in discussione il progetto: tutto fumo e niente arrosto? È possibile che in tutto questo tempo non sia stato possibile trovare una soluzione? Basti pensare che, ancora una volta durante l’incontro sulle imprese high tech, è intervenuto il presidente di Confindustria Giuseppe Zampini sentenziando: «L’Università di Genova ha il dovere e il diritto di esaminare il business plan dell’operazione parco tecnologico degli Erzelli». Siamo ancora all’esame del “business plan”?!? In questi anni ci sarà stato il tempo per darci almeno un’occhiata. E pensare che in ballo ci sono oltre 100 milioni di finanziamenti pubblici. Attendiamo la fine di marzo, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo buco nell’acqua.

  • Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    Museo del Risorgimento, la casa di Mazzini in via Lomellini. La nostra visita e il punto con la direttrice

    mazzini-museo-risorgimentoProsegue il nostro viaggio alla scoperta dei Musei di Genova. Siamo partiti dalla GAM di Nervi, poi è stata la volta del Castello d’Albertis, infine – con la pubblicazione dei dati relativi all’andamento dei musei civici nel 2013 – siamo stati in grado di fare una panoramica generale. La scorsa settimana, per celebrare le Giornate Mazziniane, abbiamo fatto visita con la diretta di #EraOnTheRoad al Museo del Risorgimento, fanalino di coda tra i musei civici per quanto riguarda le visite nel 2013, con 6629 visitatori, in calo dello 0,03% rispetto al 2012. Abbiamo parlato con la Dott.ssa Raffaella Ponte, direttrice, e la Dott.ssa Bertuzzi, responsabile dell’attività didattica e, durante l’intervista, ci siamo fatti accompagnare fra i tesori del museo.

    Museo del Risorgimento: il percorso e la struttura

    museo-risorgimento-casa-mazzini-vertIl Museo è distribuito su più piani e si snoda tra varie stanze di dimensioni piuttosto contenute, ciascuna con un “tema” diverso: si possono vedere documenti e contributi legati a periodi storici diversi o a particolari eventi che hanno fatto la storia del Risorgimento italiano, partendo dalla metà del ‘700 fino alla Grande Guerra.

    Iniziamo proprio con l’ultima sala in ordine cronologico, quella legata alla prima guerra mondiale: qui un’orazione autografa di D’Annunzio, foto, ritratti e materiale donato al Museo da privati. La dott.ssa Ponte racconta di voler estendere il percorso oltre il Risorgimento e aprirlo alla storia più recente: un modo per attirare più visitatori e interessare fasce diverse di pubblico. L’allargamento e l’apertura delle sale avverrà entro l’estate 2014: «Potrebbe diventare il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea, perché no!», commenta la direttrice.

    Il percorso vero e proprio inizia con una sala multimediale, in cui è possibile fare una panoramica delle cose che si andranno a visitare nelle altre stanze. Si tratta di un’installazione nuova, voluta nel 2005 dall’allora direttore Leo Morabito, che in quell’anno aveva avviato un’opera di ristrutturazione e modernizzazione estesa, per celebrare il novantesimo compleanno dalla prima fondazione del Museo, datata 1915. Oltre a questa nuova installazione, da poco è stato introdotto anche un sistema di illuminazione intelligente, che consente il risparmio energetico.

    manoscritto-inno-mameli-vertSi parte dal 1746  e da Napoleone; si prosegue in ordine cronologico con i giacobini e i balilla, fino all’Inno d’Italia (nel museo è presente la prima copia originale, redatta dallo stesso Mameli), alle “camicie rosse”, i carabinieri, cioè le milizie private garibaldine. Dal 1975 è stata aperta al pubblico anche la sala natale di Giuseppe Mazzini, quella in cui sono nati lui e i suoi fratelli prima che la famiglia decidesse di trasferirsi da questa casa a quella di Castelletto, in cui Giuseppe vivrà a lungo.

    Per finire, una piccola sala per esposizioni temporanee, che ora ospita “Il Risorgimento in Musica nelle collezioni dell’Istituto mazziniano” con le opere di Verdi, Leoncavallo, ecc., e poi ancora una sala didattica con dipinti restaurati nel 2011, grazie ai fondi devoluti in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità ‘Italia. Ci rivela la direttrice: «Qui non ci sono spazi grandi e non riusciamo ad organizzare mostre temporanee articolate, ma possiamo allestire piccoli percorsi a tema: ad esempio, per il 2015 è previsto un percorso dedicato al cibo, in collaborazione con Expò 2015».

    La struttura comprende, oltre al Museo vero e proprio, anche una biblioteca e un archivio. In particolare, per quanto riguarda la biblioteca, è in corso il trasferimento nella nuova di Via del Seminario, vicino alla Biblioteca Berio e nella stessa sede della Biblioteca dell’Attore. La consultazione, ci dice la direttrice, è di solito richiesta da addetti ai lavori e specialisti, come studiosi e dottorandi. Ad oggi il trasferimento è completato, ma la biblioteca è chiusa e per consultare i volumi serve un’apertura straordinaria, su appuntamento.

    I visitatori della “Casa Mazzini”

    statua-mazzini-museo-risorgimentoPer quanto riguarda la tipologia di visitatori, le nostre accompagnatrici ci raccontano che qui vengono perlopiù scolaresche, gruppi o anche singoli turisti e visitatori, sia italiani (e genovesi) che stranieri. La didattica è l’attività che predomina all’interno del Museo, ma anche i turisti raggiungono il museo seguendo le guide turistiche, anche se per i stranieri – in maggioranza – ad oggi mancano ancora le traduzioni in inglese. Da poco, su consiglio di un turista russo, è stato tradotto in inglese un pdf che racconta la storia del tricolore.

    E se gli stranieri si appassionano ai cimeli della nostra storia, i genovesi avventori sono più rari. La lamentela più ricorrente dei concittadini sembrerebbe essere quella legata alla posizione, definita dai più “scomoda” anche se a due passi da Strada Nuova e dal polo universitario di Via Balbi, «molti non trovano il Museo», ci dicono. Certo, la segnaletica lascia a desiderare: andrebbe potenziata a partire da Caricamento, San Lorenzo e De Ferrari, per aiutare gli autoctoni e richiamare ancora più turisti, un problema comune alla maggioranza delle strutture museali cittadine, problema che ad oggi rimane irrisolto.

    «Noi non possiamo accollarci anche questa spesa e siamo riusciti solo a far mettere un totem fuori dalla porta, su Via Lomellini, ma non è abbastanza. Per ovviare alla mancanza di promozione cerchiamo di fare rete con gli altri musei, sia civici che statali, e collaboriamo molto con la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale: ora in corso proprio lì la mostra “Fascismo, ultimo atto”, con alcune delle nostre opere. Nel 2011, invece, eravamo presenti con alcune sculture all’interno della vetrina allestita sempre al Ducale: questo ci ha dato visibilità e ha fatto arrivare molti visitatori in più, ma non possiamo ripetere questa esperienza perché è a rotazione e ogni anno la vetrina promuove un museo diverso».

    museo-risorgimento-casa-mazzini-targaCome sottolineato in apertura, i visitatori nel 2013 sono stati pochi: 6629 persone (in calo rispetto al 2012) in un anno corrispondono a una media di circa 30-31 persone al giorno, contando che il museo è aperto 4 giorni a settimana (è chiuso giovedì, domenica e lunedì, e su 4 giorni di apertura solo 2 volte è aperto anche al pomeriggio). «Il calo è dovuto al fatto che ci sono stati tagli al personale che hanno costretto a ridurre l’orario di apertura da 49 ore settimanali alle attuali 27 (nel periodo invernale, mentre in estate scendono a 21, n.d.r.). Se si analizzano questi dati, si vede come in fondo la flessione possa essere considerata un incremento, perché dimezzando le ore non sono dimezzati gli ingressi, anzi sono scesi solo di pochissimo. Se avessimo dunque mantenuto lo stesso orario nel 2013 saremmo cresciuti: i dati che si leggono sono solo una riga all’interno di una tabella, che però non si può interpretare senza fornire un adeguato contesto. Si rischierebbe di semplificare troppo».

    Certamente, ma i visitatori rimangono pochi. Il dato preoccupa anche perché  l’introito complessivo derivante dalla biglietteria nel 2013 supererebbe di poco i 25mila euro (considerando le tariffe ridotte), troppo pochi per sopravvivere e per coprire costi di installazioni e mostre, senza contare le spese di energia e luce. Un costo per l’amministrazione civica, che deve provvedere a coprire quel che il museo da solo non riesce a fare. Insomma, una situazione non facile: certo, il museo deve rimanere aperto, ma per evitare che gravi sulle casse di Tursi sarebbe bene mettere in atto strategie di rilancio.

    Le strategie per il rilancio

    chitarra-mazzini-museo-risorgimentoDopo i risultati non esaltanti del 2013, per il 2014 ci aspettiamo dunque progetti per il rilancio. E infatti le idee non mancano né per i prossimi anni, né nell’immediato. Scopriamo che il Museo è molto vivo e la gestione attuale consente di portare qui dentro molti eventi, mostre interessanti, personalità di spicco del panorama culturale, tutto rigorosamente a costo zero, visto che – come ci si sente ripetere sempre più spesso da qualche anno a questa parte – “non c’è budget”.

    Il 2014 inizia con la Grande Guerra: entro l’estate si vuole riuscire ad ampliare il percorso cronologico e farlo arrivare fino all’epoca più recente, aprendo nuove sale e potenziando quelle esistenti con ulteriore materiale documentario riscoperto negli archivi comunali e donazioni di privati. Per il 2015, come si diceva, ci saranno eventi legati all’Expò e si confida nella collaborazione con Milano e gli altri musei di Genova.

    In questi giorni le celebrazioni delle Giornate Mazziniane e i festeggiamenti per l’ottantesimo anno dalla fondazione dell’Istituto mazziniano (datato 1934 e poi inglobato nel Museo). Inoltre, ogni mese in programma uno/due eventi culturali, mostre (al momento, oltre a quella al Ducale, anche “Camicie rosse nella Grande Guerra”, conclusa da poco), tavole rotonde, concerti (oggi 17 marzo quello del maestro Scanu in occasione della Festa Nazionale della Bandiera), laboratori in collaborazione con MiBac e Soprintendenza regionale. Non mancano le presentazioni di libri (due solo ad aprile, uno su Mazzini e l’Europa, l’altro sulla prima tesi di laurea di Sandro Pertini).

    E non bisogna dimenticare che tutto ciò è a costo zero: sia per i partecipanti, che per i conferenzieri e ospiti, che decidono di aderire a titolo di amicizia e senza chiedere un rimborso. Questo perché al momento le condizioni sono così difficili che non c’è la possibilità di organizzare eventi a pagamento ma tutto è lasciato all’abilità dei gestori di intessere relazioni con istituzione e personaggio della cultura. Difficile, senza il supporto dell’amministrazione centrale.

    Inoltre, questa mancanza di fondi si ripercuote non solo sugli eventi ma anche sulla gestione generale del museo, che necessita di spese per la ristrutturazione e la manutenzione sia dell’edificio che delle opere che contiene. Ci racconta la dott.ssa Ponte: «Negli scorsi anni abbiamo cercato di partecipare a bandi nazionali ed europei per finanziare i nostri progetti di restyling e miglioramento. Fino al 2010-2011 era più facile e siamo riuscite a fare tante cose: dalla digitalizzazione del patrimonio archivistico mazziniano, alle traduzioni del materiale in inglese con un bando regionale, al recupero di alcuni dipinti. Adesso i bandi scarseggiano: per il 2014 abbiamo vinto i finanziamenti per la conservazione del materiale documentario della Prima Guerra Mondiale. Ci affidiamo anche a stage in collaborazione con l’Università, collaboriamo con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici e, ad esempio per la catalogazione del materiale della Grande Guerra, collaboreremo con giovani laureati. È una situazione difficile in generale, i tagli ai fondi e al personale ci costringono a una razionalizzazione estrema: per partecipare ai bandi dobbiamo articolare progetti già strutturati e indicare in ogni dettaglio come saranno impiegati i fondi perché non sono consentiti sprechi. Inoltre per me è difficile amministrare il Museo perché mi occupo anche dell’archivio e della biblioteca, quindi le energie e l’attenzione si dividono tra diversi soggetti: per questo diventa oggi sempre più importante essere aiutati da una squadra capace e riuscire a fare rete. Le difficoltà sono le stesse per tutti, meglio unire le forze».

     

    Elettra Antognetti

  • Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    sanita.lavoratoriNelle strutture sanitarie italiane mancano sessantamila infermieri, un numero a dir poco eloquente che certifica la carenza di forza lavoro nel comparto, secondo l’allarme lanciato in questi giorni dalla Federazione dei collegi Ipasvi – l’organizzazione di rappresentanza – che per l’ennesima volta evidenzia un vuoto cronico del Paese, da colmare al più presto. D’altra parte anche i dati OCSE confermano la tendenza: “Nel 2011 l’Italia aveva 4.1 medici ogni 1000 abitanti mentre la media OCSE si attestava al 3.2. Tuttavia, il numero degli infermieri era in Italia molto inferiore alla media OCSE nel 2011 (6.3 per 1000 abitanti contro 8.7 negli altri paesi OCSE). Se ne evince un eccesso di medici e una mancanza di infermieri da cui risulta un’insufficiente allocazione delle risorse” (Fonte OECD Health Data 2013).
    «Siamo sotto la media europea ma il sistema sanitario pubblico da tempo non assume – afferma Annalisa Silvestro, presidente nazionale Ipasvi (infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) – Crescono i malati ma da anni c’è il blocco del turn over e dei contratti. Negli ospedali il lavoro aumenta, l’età media si alza e non c’è ricambio. Le alternative sono l’espatrio e la libera professione. Dobbiamo superare il blocco e dare una possibilità di ingresso ai più giovani».
    In questo senso è significativo il divario tra il potenziale fabbisogno (60 mila infermieri) e l’effettiva opportunità di formazione: in Italia, infatti, nell’anno accademico 2013-2014 sono attive 221 sedi di corso di laurea in infermieristica (che fanno capo a 42 Facoltà di Medicina) per un totale di 15.970 posti disponibili.

    Liguria e Genova: la situazione

    Ospedale San Martino, Genova

    Per quanto riguarda la Liguria «I dati dimostrano che a 12 mesi dal conseguimento della laurea l’80% dei laureati in infermieristica trova lavoro – spiega Carmelo Gagliano, presidente del Collegio Ipasvi della Provincia di Genova – Una prospettiva ancora consolidata nonostante il blocco delle assunzioni nelle strutture pubbliche in vigore ormai da 4 anni. Le opportunità di impiego, dunque, sono prevalentemente nel settore del privato convenzionato».
    In merito alla formazione, secondo il collegio, occorre non scendere al di sotto di una soglia pericolosa «Sennò un domani, nel momento auspicabile in cui anche nel pubblico si sbloccheranno le assunzioni, non avremo a disposizione sufficiente forza lavoro adeguatamente formata – sottolinea Gagliano – Insomma, noi sosteniamo che non si debbano ridurre i posti destinati alla formazione degli infermieri per non farsi trovare impreparati nel futuro».
    Purtroppo, però «In Liguria, dal 2008 ad oggi, in maniera graduale i posti nei corsi universitari sono diminuiti del 20% – continua Gagliano – Attualmente le università liguri formano circa 300 infermieri all’anno».

    Forza lavoro che viene assorbita sopratutto dal settore privato convenzionato, mente il pubblico agonizza a causa del blocco del turn over e dei contratti. Tuttavia, alcuni timidi segnali di ripresa delle assunzioni cominciano a manifestarsi, grazie alle deroghe concesse dalla Regione Liguria ad Asl 3 genovese e IRCCS San Martino che prossimamente potranno assumere qualche decina di infermieri professionali a tempo indeterminato, attingendo il personale dalla graduatoria della Asl 2 savonese stilata dopo il concorso del 12 settembre 2013.
    Il rovescio della medaglia è rappresentato da un’altra recente notizia, apparsa sull’edizione locale de “La Repubblica” (07-03-2014), ossia l’offerta di lavoro per 6 infermieri professionali con partita Iva da utilizzare per 2 mesi nell’Unità di crisi aperta presso l’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena (presidio dell’Asl 3) in risposta all’emergenza influenza.
    L’escamotage della partita Iva, novità assoluta nella sanità pubblica, è un modo per aggirare lo scoglio del blocco delle assunzioni. Ma come riferisce Repubblica (11-03-2014) “…Tre infermieri professionali hanno detto no all’offerta di svolgere il servizio con partita Iva all’ospedale di Sampierdarena…”.

    Il sindacato autonomo Fials dà un giudizio tranchant dell’ipotesi “infermieri a partita Iva” «Precariato che si aggiunge ad altro precariato senza dare risposte alle esigenze reali – spiega il segretario Mario Iannuzzi – Vorrei ricordare che le carenze di organico in tutte le strutture dell’Asl 3 (ospedali Villa Scassi di Sampierdarena, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Gallino di Pontedecimo, la Colletta di Arenzano, oltre ai servizi territoriali) superano le 100 unità. Dal 2012 ad oggi, tra pensionamenti, mobilità e licenziamenti, dai 35 ai 45 infermieri sono cessati dal servizio».
    La Liguria, così come le altre regioni, si confronta con il blocco del turn over vigente in tutti gli enti pubblici «Per cui ogni cinque dipendenti che escono se ne può assumere soltanto uno – spiega Francesco Rossello della segreteria Cgil Liguria – Nel campo degli infermieri ci lascia parecchio perplessi l’offerta di assunzioni con partita Iva. Non capiamo perché si debba utilizzare proprio questa formula (mentre al Gaslini, ad esempio, si utilizzano diversi infermieri interinali) che crea disparità contrattuali tra lavoratori con le stesse professionalità che operano nei medesimi reparti. È evidente che così facendo tutti i lavoratori diventano potenzialmente sfruttabili. L’Asl 3 prova ad aggirare il problema del blocco delle assunzioni ma avvia una tendenza pericolosa che non vorremmo conducesse a liberalizzare il mercato del lavoro in un settore delicato come la sanità pubblica».

    La carenza di personale si accusa in tutte le strutture, ospedaliere e territoriali «Mancano infermieri ma anche Oss (operatori socio sanitari), determinanti in molti reparti di medicina e nelle Rsa – aggiunge Antonella Bombarda, segretario Cgil Funzione Pubblica – Da tempo chiediamo che vengano sbloccate le assunzioni. L’età media degli infermieri è di circa 55 anni. Ricordo che parliamo di persone che svolgono un lavoro usurante. Oggi una parte di infermieri dovrebbe essere esonerata, per motivi di salute comprovati dal medico competente, dallo svolgimento di alcune mansioni, mentre altre attività potrebbero essere svolte soltanto con la presenza di un collega in appoggio. Questo in pura teoria perché nella pratica anche i lavoratori parzialmente esonerati eseguono tutti i compiti loro assegnati». Secondo Bombarda «Gli infermieri devono essere assunti a tempo indeterminato, la partita Iva è una semplice scorciatoia che non risolve il problema. Noi abbiamo fatto delle proposte per riorganizzare la sanità pubblica a 360 gradi. In particolare mi riferisco all’accordo raggiunto con la Regione nel dicembre scorso, poi trasformatosi in delibera regionale».

    Si tratta della delibera di Giunta regionale n. 1717 del 27/12/2013 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie. Direttive vincolanti per le Aziende Sanitarie Locali ai sensi dell’art. 8 della l.r. 41/2006”. «Per decongestionare gli ospedali bisogna innanzitutto trasferire il più possibile l’assistenza a livello territoriale – conclude Bombarda – La carenza di forza lavoro, ad esempio di infermieri, è una criticità che va affrontata all’interno di tale contesto. Occorre una risposta puntuale tramite l’organizzazione di una rete di servizi territoriali, sempre aperti ai cittadini, che svolgano il ruolo di filtro chiamando in causa e integrando le professionalità di medici e tecnici. In caso contrario continueremo a scontare la mancanza di operatori negli ospedali e negli altri servizi sanitari pubblici».

    Libera professione delle categorie sanitarie non mediche: in discussione la nuova legge regionale

    sanita-mediciIl 10 marzo scorso, mentre in Italia così come a Genova si discuteva della mancanza di infermieri, la Commissione Salute e Sicurezza sociale del Consiglio regionale ligure, presieduta dal consigliere Valter Ferrando (Pd), ha approvato a larghissima maggioranza (contrario Alessandro Benzi di Sel con Vendola) il testo unico – frutto dell’unificazione di due proposte di legge, una presentata da Ezio Chiesa (Gruppo misto-Liguria Viva), l’altra dallo stesso Ferrando e altri consiglieri di maggioranza – che riorganizza l’attività libero professionale delle categorie sanitarie non mediche.
    Il provvedimento, che riguarda circa 20 mila operatori del settore sanitario in Liguria (infermieri professionali, ostetriche, tecnici sanitari che operano in laboratori di analisi e servizi di radiologia, tecnici di riabilitazione e prevenzione) “...tende a garantire una maggiore continuità assistenziale e favorisce uno sviluppo integrato delle professionalità – si legge nel comunicato stampa della Regione Liguria – Il testo unificato, che verrà iscritto all’ordine del giorno di una delle prossime sedute del Consiglio regionale, autorizza il personale sanitario non medico a svolgere attività libero professionale singolarmente: attualmente tale attività può essere svolta solo in equipe a supporto del medico. Questa modifica consente, quindi, di assicurare continuità assistenziale fra ospedale, territorio e domicilio. L’attività libero professionale potrà essere esercitata nella stessa azienda sanitaria in cui il professionista presta la propria opera oppure in regime di intramoenia allargata e dovrà essere regolamentata e autorizzata dall’azienda stessa”.
    «Una volta approvata dal Consiglio regionale – dichiara il presidente della Commissione Valter Ferrando – questa legge consentirà al paziente, sia in ospedale che a domicilio, un’assistenza più snella, efficace e, contemporaneamente, fornita da personale altamente qualificato che già opera nella struttura pubblica».

    Il presidente del collegio Ipasvi di Ganova, Carmelo Calcagno, saluta positivamente la novità «La proposta normativa sulla libera professione intramoenia mette al centro il paziente per garantire continuità di cure, rafforzando così la vocazione pubblica del servizio sanitario. Ovviamente questa non è una risposta alla carenza di personale, anche infermieristico, nelle strutture pubbliche. Piuttosto si tratta di consentire ai singoli infermieri (e altri operatori del settore sanitario) la possibilità di mettersi al servizio dei cittadini. In pratica il dipendente della sanità pubblica sarà autorizzato ad eseguire, al di fuori dell’orario di servizio, una prestazione richiesta dal paziente che la pagherà di tasca sua. La Liguria in tal senso potrebbe diventare una regione all’avanguardia».

    Dal punto di vista sindacale, invece, la Cgil manifesta dei dubbi sulla proposta di legge: “La complessità della materia trattata richiederebbe un confronto ben più approfondito di una sola audizione consiliare – scrive la Cgil nella memoria per la Commissione – i vincoli legislativi e contrattuali non sono risolvibili unicamente a livello di ogni singola Regione ma, se si vuol condividere una proficua soluzione, la sede più idonea si configurerebbe nell’organismo della Conferenza Unificata Stato-Regioni”.
    Secondo il sindacato, infatti “…il rapporto di lavoro del personale laureato delle professioni sanitarie appartenenti all’area del comparto (infermieri, personale tecnico-sanitario e della riabilitazione), ad oggi, è vincolato dall’esclusività del rapporto di lavoro, ed in ragione di ciò non può svolgere altre attività professionali aggiuntive se non trasformando il proprio rapporto di lavoro da full-time ad un rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, con specifica autorizzazione dell’ente da cui dipende, che attesti l’assenza di incompatibilità con il lavoro istituzionale svolto”.
    La Cgil ritiene che la libera professione sia solo una scorciatoia “Si deve, invece, procedere al rinnovo dei contratti nelle loro parti economiche e normative, e si devono sbloccare le assunzioni, prioritariamente per il personale addetto all’assistenza”.

    Peraltro i lavoratori “Già oggi si sobbarcano quote significative di lavoro straordinario oltre al normale orario di lavoro – sottolinea infine la Cgil – se a questo si dovessero sommare ulteriori ore per adempiere alla libera professione, si giungerebbe ad un orario di lavoro ben superiore a quello consentito dalle normative europee”.

    Matteo Quadrone

  • Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    PegliSarebbe dovuta passare in Consiglio comunale martedì scorso ma per il protrarsi dei lavori inseriti all’ordine del giorno è slittata alla prossima settimana la delibera che dovrebbe dare il via libera definito alla realizzazione del nuovo porto di Pegli, letteralmente “una struttura dedicata alla nautica di diporto nell’area compresa fra il Castelluccio e il Risveglio”. Ma il progetto è più ampio e, come lo definisce Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente, riguarda l’allestimento di un vero e proprio porticciolo turistico nella delegazione ponentina.

    «Stiamo per entrare nel Guinness dei primati – ci spiega lo stesso Avvenente – perché stiamo parlando di una pratica che è in Conferenza dei servizi da 12 anni scoccati il 31 dicembre scorso: record assoluto per un’opera che può essere considerata residuale rispetto a quelle veramente invasive che sono state realizzate nel nostro territorio». Le lungaggini sono dovute principalmente a cinque ricorsi al Tar inoltrati dalla società Bagni Castelluccio, partecipante alla selezione pubblica per l’assegnazione dei lavori, già insediata nella zona marina di Pegli e quindi intenzionata a mantenere lo status quo, contro Porto Pegli srl, vincitrice del bando e composta dai soggetti che hanno già realizzato la Marina di Sestri Ponente. «Quattro di questi ricorsi – spiega il presidente del Municipio – sono stati respinti mentre il quinto è stato accolto ma solo per una carenza di motivazioni da parte della Soprintendenza circa la scelta del progetto vincitore. Motivazioni che sono state dettagliate successivamente con la presentazione di un dossier ad hoc che il Comune ha ritenuto sufficiente per esaurire la pratica».

    Ma nel processo di rallentamento dell’opera è intervenuta anche la Regione che ha modificato il Piano Territoriale della Costa, adottato ma non ancora approvato, istituendo alcuni importanti paletti alla realizzazione di nuovi porticcioli nello spirito di preservare aree della Liguria non ancora antropizzate. «Nella nostra situazione però – specifica Avvenente – si tratta di un intervento che va a migliorare la condizione generale di degrado della zona: stiamo, infatti, parlando di un’area interna alla diga foranea che protegge il porto di Pegli Lido – Prà – Voltri. Qui un porticciolo di fatto esiste già ma non ha accessi carrabili, non ha possibilità di far intervenire mezzi di soccorso e, comunque, non ha mai impiegato la spesa di un centesimo di risorse pubbliche». Una risposta indirizzata soprattutto a un gruppo di residenti di via Zaccaria, che lo stesso presidente definisce «sparuto», che si è scagliato contro il progetto innalzando la bandiera del “no alla cementificazione scriteriata”. «In realtà – sostiene Avvenente – non vedono di buon occhio la realizzazione di una piazza pubblica con due piccoli locali e giochi per i bambini che sono previsti nel progetto per riqualificare e rivitalizzare il territorio. Naturalmente chi è abituato a vivere in una via sostanzialmente chiusa, pur nel degrado, non ha nessun interesse a rendere accessibile la propria zona. Ma chi fa l’amministratore pubblico deve far prevalere l’interesse pubblico collettivo diffuso».

    Pegli-riviera-ponente-DEppure il progetto, dopo le modifiche imposte dalla Regione e da altri enti aventi diritto a partecipare alla Conferenza dei servizi, è davvero molto meno invasivo tanto che Antonio Bruno, capogruppo Fds in Consiglio comunale, dopo aver votato contro la delibera nelle amministrazioni precedenti ha assicurato il proprio sostegno alla nuova opera.
    «Stiamo parlando di una zona che prima della Guerra aveva un’enorme spiaggia – ricorda il consigliere – che è stata ristretta con l’avvento di Italsider, riallargata con il porto Multedo e definitivamente sparita con gli interventi nel porto di Voltri. Inizialmente il progetto, approvato nel passato ciclo amministrativo con il mio voto contrario, era molto più invasivo e prevedeva un pesante accesso carrabile con la costruzione di un’apposita piastra per realizzare box auto nella zona delle “Focassette” e la conseguente generazione di traffico legato non solo all’accesso alle nuove banchine. Alla fine, anche grazie alle nuove norme regionali che vanno proprio a salvaguardare la zona delle “Focassette” e del “Castelluccio”, il progetto si è notevolmente ridotto e voterò a favore anche io».

    «Tutta l’aera del Castelluccio, che è ancora naturale, e la scogliera a ponente del porticciolo – specifica il vicesindaco Stefano Bernininon possono essere toccate. Il progetto ha dovuto per forze di cosa ridurre il proprio campo di intervento a uno spazio più ristretto. Questo ha consentito di andare incontro a molte richieste dei comitati locali, minor cementificazione e non costruzione della piastra per i posteggi su tutte. Per cui è stato presentato un nuovo progetto su cui ripartirà la Conferenza dei servizi già in atto prima, con minori dimensioni del porto in termini di lunghezza delle banchine, minor volumetria, diminuzione elevatissima dei posteggi ora solo a raso, e una viabilità pedonale interferita solo dal passaggio delle auto per andare in banchina. Effettivamente è cambiato il mondo: si salvano le parti naturali e si fa un porticciolo dove comunque sono già presenti alcune strutture».

    Tutto, dunque, parrebbe orientato al via libera per la realizzazione del progetto definitivo e, conseguentemente, di quello esecutivo. Ma in Sala Rossa ci sono ancora posizioni piuttosto critiche. Su tutte, quelle del M5S che dovrebbe presentare un sostanzioso emendamento che tuttavia il vicensindaco non sembra intenzionato ad accogliere, e del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, peraltro residente in zona.
    «Da quello che ho captato – commenta il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – in Consiglio comunale ci sono soggetti che, vuoi per scarsa conoscenza del territorio o per prese di posizione di carattere ideologico, come quelle dei professionisti dei no a tutto, anche in questo caso esercitano la loro nefanda azione cercando di bloccare qualsiasi iniziativa che potrebbe creare anche posti di lavoro nel porticciolo e creare un volano molto positivo per tutto il tessuto commerciale nella zona di Pegli Lido. In questo contesto – prosegue Avvenente facendo chiaro riferimento a Pastorino – c’è anche chi si dice favorevole a parole al progetto ma vuole inserire nella delibera elementi accessori che rischiano di far saltare l’equilibrio economico dell’opera. Se chiedo di realizzare anche la fermata delle ferrovie, il sottopasso per collegare Pegli lido con il nuovo porticciolo (passaggio che in realtà esiste già ma è stato privatizzato) di fatto mi schiero contro l’opera. Se, infatti, fossi imprenditore e mi vedessi già dimezzato lo spazio per realizzare il posteggio e la superficie utile per attività commerciale, di fronte a queste ulteriori richieste mollerei tutto. Non far andare avanti il progetto vincitore, però, non è una scelta neutra ma significa voler agevolare lo status quo e chi già opera nella zona».

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d6Una scelta ancora meno neutra se si tiene presente che, come previsto nelle richieste originarie dell’allora Circoscrizione ponentina, insieme con il nuovo porticciolo turistico di Pegli dovrebbe essere realizzata anche la passeggiata che ricongiunge fisicamente l’intero litorale del Ponente, da Multedo alla Fascia di Rispetto di Prà fino alla sponda sinistra del Branega, per poi tornare indietro sulla pista ciclabile a sud del canale di Calma. Non ultimo, seppure in un futuro probabilmente non proprio prossimo, potrebbe essere realizzato anche il ricongiungimento di Palmaro con Voltri che, a quel punto, darebbe vita alla passeggiata sul mare più lunga d’Europa, che consentirebbe di arrivare fino a Varazze senza soluzione di continuità. «Un obiettivo – conclude Avvenente – di straordinaria importanza che merita di essere sopravanzato rispetto agli interessi privati di chi pensa, pur legittimamente, a mantenere il proprio business o di chi non vuole essere disturbato sotto casa».

    Insomma, per capire realmente che cosa succederà dovremo aspettare quantomeno martedì prossimo perché le istanze dei consiglieri sono molteplici e riguardano anche questioni tra loro molto diverse. «Un problema sollevato dal Consiglio comunale – spiega Bernini – è che il porto ora come ora è in concessione non corretta a un privato che ha partecipato e perso la gara (Bagni Castelluccio, ndr) mentre la nuova opera va a un altro imprenditore. La gara, però, non è stata bandita dal Comune ma da Autorità portuale e, comunque, chi l’ha vinta ha tutto il diritto di realizzare le proprie opere. C’è poi – conclude Bernini – una discussione aperta sui pescatori professionistici che non sono stati presi in considerazione dal nuovo progetto: ma io, Comune, non posso certo far saltare per questo motivo la gara di Autorità portuale; tuttavia, posso impegnarmi ad agire con le altre istituzioni per trovare una collocazione idonea sempre nell’ambito portuale del Ponente».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    EuropaQualche giorno fa Beppe Grillo posta sul suo blog una serie di “considerazioni storiche” sul futuro del paese e sulla possibilità (auspicio?) che l’Italia finisca per dividersi. Tra gli altri, Il Giornale commenta con un titolo geniale: Grillo sale sul Carroccio”. Tuttavia nella realtà il comico non sta propugnando una precisa linea separatista. Piuttosto, come è sua abitudine, attraverso domande e periodi ipotetici, lancia il sasso e poi nasconde la mano. È il solito giochino del “megafono del movimento” che la spara grossa per ottenere la più ampia visibilità mediatica. L’obiettivo è sempre raccattare i delusi in circolazione con messaggi sufficientemente forti da dare l’impressione che la nuova forza politica sia portatrice di mutamenti radicali, ma anche sufficientemente ambigui per evitare di doversi schierare nettamente in un modo, allontanando dal movimento quelli che la pensano al modo contrario. È una strategia che abbiamo visto all’opera a proposito del tema dell’euro: e tra l’altro, a questo riguardo, i nodi stanno venendo al pettine, visto che qualcuno ha già cominciato a rinfacciare al movimento di non avere una propria posizione.

    Dunque certamente non si deve scambiare l’abitudine di Grillo alla boutade per un manifesto programmatico. Purtuttavia, ciò detto, non bisogna nemmeno sottovalutare la sua capacità di puntare con decisione ai “fronti caldi”. Infatti anche in questa occasione il comico genovese ha toccato un nervo scoperto. Dopo essersi costruito un consenso con il tema dell’autoreferenzialità della Casta e dopo averlo consolidato con il tema della critica all’Europa (punti su cui gli altri partiti sono poi stati costretti ad inseguire), Grillo conferma per la terza volta un’indiscutibile capacità di anticipare gli argomenti clou della politica andando a mettere il dito nella ferita aperta. E il tema scottante, oggi, è il nodo irrisolto del ruolo degli «Stati nazionali».

    È un peccato che il fondatore del M5S abbia partorito un soggetto politico con limiti strutturali e premesse ideologiche assurde: perché il fiuto davvero non gli mancherebbe. O forse sono gli altri ad essere particolarmente indietro. Comunque sia, resta il fatto che in Europa c’è un enorme problema di identità e di istituzioni politiche: e mentre gli altri si baloccano con le quote rosa, Grillo si è già mosso per cavalcare quest’onda a modo suo.

    Senza dubbio il comico ha intuito che il vaso di Pandora si sta scoperchiando con le tensioni in Ucraina e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per riavvicinarsi a Mosca. Questo delicato passaggio pone infatti urgenti questioni di legittimità (come notano, tra gli altri, Panorama e l’economista Jacques Sapir). Tuttavia esistono da tempo altri problemi: la Scozia che si esprimerà sull’indipendenza dall’Inghilterra il prossimo 18 settembre; la Catalogna che vorrebbe votare per staccarsi da Madrid il 9 novembre (ma è più decisamente osteggiata dal governo spagnolo); infine la contrapposizione in Belgio tra fiamminghi e valloni, che può portare il paese a fare la fine della Cecoslovacchia. Su quest’onda altre cause separatiste, come quella corsa, quella basca e quella irlandese, per non parlare di quella leghista in casa nostra, rischiano di riaccendersi.

    Tutte queste vicende sono legate da un filo rosso che passa per Sebastopoli e arriva fino alla villa del comico a Sant’Ilario. Questo filo è evidentemente il fallimento del progetto politico europeo e la necessità che da qui segue di ripensare il ruolo dello Stato e il senso delle comunità nazionali in un mondo globalizzato. La vicenda ucraina, per il momento, interessa l’Unione Europea solo di riflesso; nel senso che rapportarsi a spinte autonomiste in “politica estera”, per di più con uno Stato che un domani potrebbe chiedere di diventare membro, pone un problema di coerenza nell’atteggiamento da tenere verso le analoghe spinte in “politica interna”. Ma tutto il resto, da Edimburgo a Varese, è l’espressione diretta dell’inconsistenza del progetto federale europeo.

    Autorità pubblica e identità nazionale

    italia-europa-politicaSe mi è concesso banalizzare un po’ un problema altrimenti troppo complesso, direi che l’autorità pubblica, e quindi le istituzioni ad essa collegate, hanno senso unicamente in quanto espletano una semplice funzione: la collezione delle risorse pubbliche, ossia, in una parola, la riscossione delle tasse. Per realizzare degli scopi a livello collettivo, infatti, occorre qualcuno che abbia il consenso per usare le risorse di tutti a fini comuni. E il fine ultimo è certamente il benessere della comunità.

    Tuttavia decidere sui modi in cui si persegue questo benessere e il fatto che il benessere di alcuni possa facilmente entrare in contrasto con il benessere di altri può spezzare l’unione di un gruppo sociale e delle sue istituzioni. Per questo si dice che la comunità ha bisogno di un “senso di appartenenza”: i singoli devono riconoscersi come membri di un’entità collettiva, la cui sopravvivenza valga qualche compromesso individuale e qualche sacrificio. Occorre, insomma, in termini spiccioli, benevolenza, comunicazione e comprensione reciproca, cosa che richiede inderogabilmente il riconoscimento tra i membri di una comunità di tratti comuni.

    Questo “senso di identità” comunitario deve essere evidentemente esclusivo. Come appartenenti al genere umano abbiamo certamente tutti dei caratteri comuni. E all’opposto come individui siamo tutti unici e diversi. Ma da un punto di vista sociale e culturale siamo simili ad alcuni e diversi da altri. Le comunità si definiscono e si riconoscono, dunque, grazie a un’identità comune ed esclusiva. Ciò non toglie che, come si diceva, il senso di una comunità è il mantenimento del suo benessere: tuttavia la precondizione perché si realizzi la ricerca collettiva del benessere è il superamento delle diffidenze reciproche attraverso la costituzione di un’identità collettiva.

    Questa almeno, a grandi linee, è stata la lezione che ci aveva consegnato la modernità fino al secolo scorso, quando due guerre mondiali hanno posto il problema di come evitare il rischio di nazionalismi conflittuali. A questo argomento, poi, si sono aggiunte le dinamiche della globalizzazione, interpretata come sviluppo di fenomeni e soggetti transnazionali che richiedono una forma di controllo politico più elevato rispetto alle singole autorità nazionali.

    L’Europa (mai) Unita

    [quote]Quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato[/quote]

    europa-bceIl progetto di unificazione europeo va considerato in questo contesto. Nelle intenzioni esso doveva essere, da un lato, una prima risposta politica ai problemi posti dalla globalizzazione e dal rischio della conflittualità tra nazioni; dall’altro lato, come autorità pubblica, avrebbe dovuto basare il proprio consenso su un benessere generale conseguito attraverso la mera gestione tecnocratica. In altri termini, secondo le élite che hanno guidato il processo, non sarebbe stato necessario tanto fondare il consenso su ragioni ideologiche o identitarie: sarebbe bastata la prosperità economica, garantita dai governanti in virtù della loro conoscenza tecnica delle leggi dell’economia.

    Il problema dell’identità, cui facevamo accenno prima come indispensabile, veniva eluso facendo la somma delle identità preesistenti. Non c’era, infatti, e non c’è mai stata, alcuna riflessione su una possibile “identità europea” diversa da altre identità culturali e politiche nel mondo. Tra Gran Bretagna, Spagna e Danimarca non ci sono, al fondo, tratti comuni particolari che non siano al contempo condivisi da Canada o Nuova Zelanda. Questo significa che quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, che ha una lingua e una visione politico-economica di derivazione anglosassone.

    Pertanto, senza una vera identità comune e con un approccio multiculturale, il risultato del tentativo di unificazione l’Europa non poteva essere che l’esaltazione delle componenti identitarie locali. Infatti, se il progetto politico è la “nazione”, è ovvio che c’è un superiore “interesse nazionale” al quale le aspirazioni locali, in ultima analisi, si devono piegare: l’integrità della Spagna, in quest’ottica, viene prima delle esigenze di autonomia della componente basca. Se però, al contrario, gli Stati dovranno alla fine confluire verso un super-Stato federale europeo, in un quadro di equidistanza e pari dignità di tutte le componenti, allora è chiaro che baschi, catalani, andalusi e spagnoli hanno tutti lo stesso diritto a vedersi riconoscere un’eguale autonomia. Ecco dunque come la spinta centripeta del progetto federale riveli in realtà un esito centrifugo all’affermazione di identità locali.

    Questo processo disgregativo, per di più, è esasperato dalla crisi economica: una crisi che, giova ricordarlo, è tutta europea. Il ripiegamento su stessi viene vissuto, dunque, non solo come il diritto all’affermazione della propria identità, ma anche come la risposta a un problema economico che l’Unione Europea non sa affrontare. Le “regole europee”, espressione di un tecnicismo centralizzato favorevole alle multinazionali (non certo alla salvaguardia delle economie locali), diventano l’odioso simbolo di un disagio troppo grande. E così è completo il fallimento del progetto federale, che prima ha preteso di poter dare benessere con la tecnica ignorando il problema politico dell’identità; e oggi fallisce anche quell’obiettivo di benessere che era la sua unica ragione, regalando povertà e disoccupazione e tirando il freno alla ripresa globale.

     Il futuro

    Agli Stati per anni è stato raccontato che tutti i loro problemi dipendevano dalla mancanza di un’entità politica più grande: ora che l’Unione più grande ce l’abbiamo e i problemi sono aumentati a dismisura, ci si può ancora ostinare a credere che l’integrazione raggiunta sia insufficiente (ossia che ci vuole “più Europa”), ma non si può davvero biasimare chi invece va alla ricerca di una maggiore autonomia locale. L’ormai prossima fine del progetto europeo, dunque, non ci riporterà magicamente alla situazione che c’era prima di Maastricht; ma ci consegnerà a una situazione di forte incertezza politica causata dalla demolizione delle precedenti certezze. È il frutto amaro di una lotta ideologica allo Stato che va avanti da almeno trent’anni e che a questo punto dovremmo ripensare.

    A questo proposito la settimana prossima esamineremo il caso dell’Italia, cercando di trarre la giusta lezione dal fallimento dell’Europa e provando a domandarci se davvero parlare di “nazione italiana” nel terzo millennio, come lascia intendere Grillo, non abbia più alcun senso.

     

    Andrea Giannini

  • Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaUn po’ sottotono è passata la scorsa settimana l’approvazione da parte del Consiglio comunale delle controdeduzioni del Comune di Genova alla Vas, la Valutazione ambientale strategica licenziata da Regione Liguria per fare le pulci al Puc. Eppure, con il via libera a questo documento, il nuovo Piano urbanistico comunale, profondamente rivisitato, sembra aver imboccato il rush finale che potrebbe portare alla sua adozione definitiva entro la fine del 2014, secondo le stime del vicesindaco Bernini.

    La partita che aveva contrapposto la Regione al Comune sembrerebbe avere, almeno per il momento, un solo, giusto vincitore: i cittadini. L’obiettivo comune è la definitiva approvazione di un nuovo Puc che, grazie alle pressioni delle associazioni e alle prese di posizioni di Lista Doria e delle sinistre in Consiglio comunale, punti molto più sul rispetto dell’ambiente, sul godimento da parte dei genovesi del verde e dei luoghi naturali e su una mobilità sostenibile a discapito della cementificazione. “Stop al consumo del suolo”, una parola d’ordine che dovrà concretizzerà con la rincorsa a un bilancio di assoluto pareggio tra nuovi edifici da costruire e demolizioni. Grande attenzione verrà naturalmente posta alle zone a forte rischio idrogeologico in cui dovrà drasticamente diminuire il peso delle strutture abitative. Particolare importanza, inoltre, rivestono le disposizioni sull’edilizia residenziale pubblica: anche in questo caso viene posto un notevole freno alle nuove costruzioni mentre si incentiva la riqualificazione e la ristrutturazione delle innumerevoli abitazioni esistenti ma attualmente non utilizzate e spesso fatiscenti.

    Il vicesindaco Stefano Bernini: Puc definitivo entro fine anno

    genova-panorama-villetta-di-negroAbbiamo chiesto al vicesindaco e assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, Stefano Bernini, di aiutarci a fare il punto della situazione sull’iter procedurale e quanto ancora potranno essere ascoltati i cittadini nel cammino verso l’approvazione definitiva del documento che delinea la Genova del futuro.

    «Finalmente – sospira Bernini – il Consiglio comunale ha approvato le controdeduzioni alle osservazioni regionali sulla Valutazione ambientale strategica. Ciò significa che, essendo queste da noi considerate le linee guida per gli uffici di urbanistica e pianificazione territoriale, possiamo ora lavorare sulle singole controdeduzioni a tutte le altre osservazioni sollevate al Comune di Genova sul Puc».

    Quali sono i prossimi passaggi formali? «Entro due mesi dovremmo avere sia la risposta della Regione, mi auguro positiva, rispetto a come abbiamo controargomentato le osservazioni contenute nella Vas, sia il percorso di riproposizione al Consiglio comunale delle controdeduzioni per arrivare al Puc definitivo».

    Dopo le pressioni di questi mesi e alcuni emendamenti che hanno accolto alcune delle numerose segnalazioni, i cittadini avranno ancora modo di esprimere le proprie valutazioni? «Dato che stiamo parlando di questioni delicate di filosofia urbanistica e visione più generale della città, cercheremo di studiare un cronoprogramma che riproponga sia il passaggio attraverso i Municipi, soprattutto per le controdeduzioni che riguardano i Municipi stessi, sia percorsi partecipati sull’informazione ai cittadini circa le scelte che abbiamo fatto, in particolar modo per le questioni di maggior respiro. Il punto di arrivo dovrà comunque essere la discussione nelle competenti Commissioni di Consiglio comunale in modo che, suddividendo i singoli argomenti, si possa arrivare al giusto grado di approfondimento perché si tratterà dell’ultimo atto che dovremo compiere dal punto di vista amministrativo. Dovremo dunque fare in modo che il nuovo Puc diventi uno strumento reale di azione chiaro a tutti».

    Sembra, dunque, che ci sia ancora molto lavoro da fare. È possibile fare una previsione su quando Genova potrà adottare il nuovo Piano urbanistico? «Ci auguriamo che il percorso che stiamo intraprendendo possa accompagnarci ad un voto del Piano urbanistico in modo definitivo entro la pausa estiva. Da quel momento dovranno passare 90 giorni necessari per eventuali altre osservazioni solo sui punti già modificati. Dopodiché potremo chiudere il percorso passando il tutto in Regione. Se tutto va bene, dunque, potremmo arrivare alla fine dell’anno con il nuovo Puc».

    Il punto di vista della rete IF, l’impegno dei cittadini

    quarto-levante-genova-A2L’approvazione della delibera e, soprattutto, il mutato orientamento del Puc sono stati accolti favorevolmente, pur sempre con riserva, anche dalla rete di cittadini che da mesi ormai sta combattendo per mettere un serio freno alla cementificazione sconsiderata in città. «Riconosciamo il valore del percorso che è stato fatto dalla società civile, di cui facciamo parte e che abbiamo un po’ rappresentato con la nostra raccolta di istanze che abbiamo portato nelle sedi democratiche deputate – dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della rete IF – riconosciamo cioè che la delibera approvata ha dato il via a un cambiamento di tono e a una maggiore consapevolezza verso tutta una serie di tematiche che prima erano assolutamente assenti dal dibattito politico. Anche i consiglieri più lontani, che non hanno mai riflettuto su temi dello sviluppo del territorio nei termini in cui lo facciamo noi, hanno capito che oggi è urgente e importante parlare di queste cose. E ciò è sintomatico di un nuovo orientamento che, seppure non in maniera totale e chiarissima, pare sia stato colto. Per questo siamo cautamente positivi nei confronti di questa delibera perché vediamo comunque un primo riconoscimento del nostro lavoro».

    Ma non basta. Il coordinamento dei cittadini promette di vigilare costantemente su tutte le tappe che porteranno all’adozione formale del nuovo Puc: «Dal nostro punto di vista – prosegue Lucchetti – avremmo voluto delle indicazioni più coraggiose, capaci di porre limiti più immediati e restrittivi a uno sviluppo che ha fatto il suo tempo come ci dimostra il territorio ferito che non manca di lanciarci chiari allarmi ogni giorno. Ma siamo comunque solo a un punto di partenza perché la nostra campagna continuerà a presidiare il percorso del Puc sia nelle sue tappe regionali che nel suo ritorno in Comune. Vigileremo su una declinazione coerente nel concreto delle scelte che cerchiamo di orientare il più possibile alla salvaguardia del territorio e alla tutela dei cittadini».

    «Non so dirti se i tempi siano realistici o meno ma noi faremo il possibile per coinvolgere il territorio e i comitati che abbiamo raccolto intorno alla petizione. Non so risponderti sul piano tecnico ma posso farlo su quello politico, dal basso, dal punto di vista di cittadini che passano le notti a studiare questi aspetti essendo tutto basato sul volontariato: il nostro è un percorso di costante negoziazione tra tutti i soggetti della società, c’è bisogno di tempo anche perché c’è sempre più gente comune che vuole capire questo procedimento e vuole allinearsi a questo percorso. Speriamo, dunque, che non si tratti solo di fumo ma che l’arrosto ci sia e vada davvero nella direzione di restringere le possibilità di uno sviluppo dissennato e apra le possibilità per una nuova idea di città. Se non lo facciamo adesso, non lo faremo mai più perché questa città rischia di morire sotto il vecchiume, sotto il conservatorismo dei vecchi poteri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro dell’Ortica: dopo il blocco dello sfratto, ipotesi nuova struttura presso l’ex Guglielmetti

    Teatro dell’Ortica: dopo il blocco dello sfratto, ipotesi nuova struttura presso l’ex Guglielmetti

    centro-polivalente-auditorium-majorana-teatro-orticaTempo fa aveva fatto parecchio discutere la notizia dello sfratto, arrivata poco dopo il rinnovo del contratto di locazione a canone agevolato della durata di 3 anni, per il Teatro dell’Ortica e il centro polivalente Auditorium che sarebbero stati costretti ad abbandonare i locali di Via Allende 48 a Molassana, all’interno dell’Istituto superiore Majorana. Il motivo? Fare posto alle classi di un altro istituto, l’agrario Marsano che, prima sito in Via de Vincenzi, aveva bisogno di nuovi locali.

    Subito si erano scatenate le proteste di tutto il quartiere e l’ASP Brignole aveva dato la disponibilità ad ospitare teatro e centro Auditorium all’interno dell’Istituto Doria, in Via Struppa 50 (qui l’approfondimento di Era Superba). Un’operazione che avrebbe permesso all’Ortica di non abbandonare il quartiere di Molassana

    Che ne è stato del Teatro dell’Ortica? La revoca dello sfratto fino al 2015

    Abbiamo parlato con il direttore Mauro Pirovano «lo sfratto è stato bloccato e per tutto il 2015 la compagnia potrà continuare a lavorare all’interno del Majorana». È stata risolta l’impasse per cui, entrando gli studenti del Marsano, sarebbero dovuti uscire Auditorium e Ortica: gli alunni hanno sì effettuato il trasferimento previsto, ma sono andati ad occupare un’altra sezione dell’Istituto di Via Allende, senza toccare i locali al pianoterra, che sono rimasti agli operatori sociali e al teatro.

    La decisione è stata presa di concerto da Comune e Municipio IV, ma è stata a lungo sollecitata anche da cittadini, operatori, amministratori. Teatro e Auditorium svolgono anche un importante ruolo sociale di tutela dei soggetti deboli, con disagi e dipendenze, e si occupano di madri e bambini con handicap.

    Il futuro: un nuovo teatro all’ex officina Guglielmetti

    guglielmetti-molassanaL’ipotesi per il 2015 è il definitivo trasferimento all’interno delle ex Officine Guglielmetti, tra Via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi. Qui, nell’area un tempo adibita alla manutenzione e riparazione dei bus AMT, il gruppo Talea (società di gestione immobiliare coordinata da Coop Liguria) ha avanzato lo scorso ottobre la proposta di realizzare un complesso alberghiero con centro commerciale e parcheggio sulla copertura (qui l’inchiesta di Era Superba sul progetto ex Guglielmetti). Oggi il progetto prevede anche un locale per il Teatro dell’Ortica con spazio esterno per le manifestazioni artistiche, dagli spettacoli al cineforum.

    «Grazie alla collaborazione con Coop e Talea – conferma Pirovano – abbiamo avuto l’ok per la costruzione di un nuovo teatro all’interno della Guglielmetti. Per noi è una grande opportunità: è stata espressa questa intenzione e ne siamo felici. Ci auguriamo che si riesca a iniziare al più presto con i lavori: se partissero già entro l’estate, potrebbero essere conclusi entro fine 2015, così da essere operativi nel 2016 per poter dare il via a una nuova stagione».

    L’entusiasmo e la positività sono determinati dal fatto che gli interventi per la costruzione del teatro rientrano nel primo lotto di lavori e quindi, appena si avrà il via libera per iniziare, questo sarà tra i primi interventi ad essere realizzati.

    Commenta il vicesindaco Bernini: «Il progetto per l’ex Guglielmetti al momento è esaminato in Conferenza dei Servizi e sta affrontando il suo percorso naturale verso l’autorizzazione. Siamo molto vicini alla presentazione del progetto definitivo: si sta valutando il preliminare e sono in corso alcune modifiche, com’è naturale per un progetto così ampio e dal forte peso urbanistico. Dentro alla prima variante al progetto rientrano anche gli interventi per la creazione del nuovo Teatro dell’Ortica: si è parlato di rallentamenti sull’inizio dei lavori dovuti ai ritardi dell’apparato burocratico comunale, ma in realtà noi siamo quasi pronti, manca davvero poco. Se dei ritardi ci sono stati, sono dovuti alle proteste dei cittadini che hanno giustamente chiesto di apportare modifiche e di rendere il progetto meno impattante; noi, da parte nostra, stiamo cercando di venir loro incontro e abbiamo ridotto l’altezza dell’edificio che ospiterà l’albergo e modificato l’elicoidale del parcheggio. Per il resto, il progetto è buono e speriamo che i lavori partano presto».

    Continua Bernini soffermandosi sul caso specifico dell’Ortica «per quanto riguarda gli spazi esterni, ci sarà sì la possibilità di svolgere manifestazioni teatrali, ma non solo: è importante  che l’area resti al servizio dell’intera comunità. Sarà indetta una gara per assegnare ufficialmente l’area a un gestore e sarà dunque usata sia dall’Ortica che da tutta la comunità, dalle scuole e dalle altre associazioni di quartiere». A questo proposito, Bernini cita il caso del Teatro Akropolis: il Municipio ha aiutato la compagnia nella costruzione del teatro, ma poi questa si era resa disponibile a dialogare con la comunità, organizzando ad esempio corsi formativi per i bambini delle scuole del quartiere. Chi è dentro, chiosa il vice-sindaco, deve aiutare chi sta fuori.

     

    Elettra Antognetti