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  • Comune di Genova, primo passo verso l’approvazione del bilancio consuntivo per il 2013

    Comune di Genova, primo passo verso l’approvazione del bilancio consuntivo per il 2013

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DDurante la Giunta di oggi è stato approvato il bilancio consuntivo 2013 del Comune di Genova. Lo ha comunicato l’ufficio stampa di Tursi con una nota. Il documento (oltre 1000 pagine, ndr) dovrà ora essere approvato dal Consiglio comunale, andrà in commissione nei prossimi giorni e arriverà in Aula Rossa per la votazione definitiva dopo le festività pasquali.

    A luglio dello scorso anno, prima della lunga pausa estiva, il Comune aveva approvato il bilancio preventivo per il 2013 (in parole povere le “previsioni” di entrata e uscita in linea con disponibilità ed obiettivi, ndr). Il bilancio consuntivo, che riguarda invece il flusso “reale” di cassa nell’anno,  si è chiuso con un avanzo di amministrazione (fondo di cassa finale + residui attivi -residui passivi, quello che in un’azienda a scopo di lucro verrebbe definito “utile”, ndr) che “al netto dei fondi vincolati e degli accantonamenti obbligatori, ammonta ad euro 5.942.740,25”.

    L’approfondimento >>  Bilancio preventivo 2013, entrate e uscite

    Nella nota il Comune sintetizza anche i dati ritenuti “salienti”:

    “Sono stati finanziati investimenti per circa 169 milioni di euro; È stato rispettato il patto di stabilità e, grazie ad una oculata gestione di cassa, non è stato necessario ricorrere ad anticipazioni di Tesoreria; È proseguito il percorso di graduale riduzione del debito complessivo del Comune, ridotto nell’anno di ulteriori 37 milioni di euro, dopo aver contratto mutui per oltre 39 milioni di euro destinati a investimenti; Il Comune di Genova, per il secondo anno consecutivo, si conferma Comune “virtuoso” , avendo rispettato tutti i 10 indici di buona gestione finanziaria previsti dalla legge. La dimensione finanziaria del bilancio consuntivo 2013 ammonta complessivamente a 1,685 miliardi di euro“. La dimensione finanziaria è  – riducendo all’osso – il rapporto/differenza tra debito e mezzi propri.

    Con l’approvazione del bilancio consuntivo, si aprirà ufficialmente il dibattito che porterà al bilancio preventivo 2014. Nei prossimi giorni approfondiremo il tema per dare ai lettori un quadro più completo.

  • Riqualificazione Parchi di Nervi: cantieri da aprile a dicembre, ecco i lavori nel dettaglio

    Riqualificazione Parchi di Nervi: cantieri da aprile a dicembre, ecco i lavori nel dettaglio

    Musei di NerviTutto pronto per l’avvio dei lavori del secondo lotto di riqualificazione dei parchi di Nervi. I cantieri dovrebbero partire martedì prossimo, 15 aprile, e durare fino alla fine del 2014. Un peccato rovinare la stagione migliore per la fruizione di questi spazi verdi ma gli interventi di messa a punto di strade, prati e alberi non potevano davvero attendere oltre.

    Della riqualificazione si è parlato martedì in Consiglio comunale con un art. 54 di Mario Baroni (Gruppo Misto) che ha chiesto chiarimenti all’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, sul perché l’appalto sia stato assegnato a una ditta cesenate e non a un’azienda locale. «Non credo che a Genova non ci siano delle competenze valide per lavorare in questo campo – ha detto l’assessore nella sua risposta – ma quando si fa un appalto bisogna rispettare delle regole per la scelta dell’offerta migliore. In questo caso ha vinto la Cooperativa Lavoratori Agricolo Forestale Cesenate che non è specializzata in edilizia come hanno raccontato erroneamente alcuni giornali ma nasce proprio come operatrice forestale e ha in gestione tutto il verde della città di Arezzo». Per quanto riguarda le imprese genovesi, l’assessore ha tenuto a sottolineare che è in atto un percorso voluto dall’assessore Crivello, insieme con le associazioni di categoria e le rappresentanze sindacali, per trovare un sistema che nel rispetto delle norme consenta di dare lavoro al territorio soprattutto nel campo della gestione delle somme urgenze.

    I lavori nei Parchi di Nervi

    alberi-parchi-DITornando al tema centrale, l’appalto per il secondo lotto della riqualificazione dei parchi di Nervi è stato aggiudicato per un importo di circa 1,4 milioni di euro iva esclusa. Di questi, 580 mila euro saranno tutti destinati al ripristino del verde. Ma alla sistemazione dei prati e al ripristino di alcune specie arboree verranno assegnati ulteriori 350 mila euro che rappresentano il ribasso d’asta: il bando, infatti, partiva da una quota di 1,77 milioni di euro.

    Entrando più nel dettaglio, gli interventi avranno carattere piuttosto diffuso e riguarderanno: la regimazione delle acque con il ripristino di oltre 21 mila metri quadrati di superfici drenanti e la pulizia di 5 chilometri di canalette di raccolta delle acque meteoriche; il rinfoltimento di alberi ormai scomparsi nel corso del tempo, come il boschetto dei lecci di parco Groppallo con una ventina di nuove piante tra lecci e cipressi; il rifacimento completo o la rigenerazione di tutti i tappeti erbosi; il riordino del sistema di siepi secondo i criteri di restauro dei giardini storici; e, naturalmente, l’arricchimento delle collezioni botaniche di pregio delle tre aree verdi, parco Groppallo, parco Serra e parco Grimaldi rispettando la tradizione collezionistica di metà Ottocento.

    Musei di NerviCosì, a parco Groppallo, oltre ai 16 mila metri quadrati di manto erboso e al bosco dei lecci, torneranno palme, querce, eucalipti e le storiche camelie; a parco Serra, più di 8 mila metri quadrati di prato verranno affiancati nuovamente da palme ma anche da conifere “esotiche”, felci e altre siepi caratteristiche; a parco Grimaldi, infine, a fianco ai 5 mila metri quadrati di manto erboso, si punterà sul completamento del roseto e sulla collezione di altre piante mediterranee.

    Regolamenti comunali di uso dei parchi storici e degli orti urbani

    Sempre a proposito di verde, prosegue il cammino di revisione dei Regolamenti comunali di uso dei parchi storici e degli orti urbani. «La Consulta del Verde – spiega l’assessore Garotta – aveva elaborato una prima proposta di regolamento che è stata revisionata dagli uffici. Il prossimo mese ripresenteremo il risultato alla Consulta del Verde che dovrà votare il nuovo regolamento, insieme con quello degli orti urbani, per poi farli passare al vaglio della Giunta e del Consiglio comunale». Ma non basta avere un regolamento, bisogna anche conoscerlo. A questo scopo, l’assessore ha annunciato che, in sinergia con il collega Boero, è allo studio un progetto di offerta formativa da presentare alle scuole elementari e medie affinché dal prossimo anno si possa avviare un programma di educazione ambientale rivolto ai ragazzi, primi fruitori di questi spazi. «Dobbiamo ancora ragionare sulle modalità concrete – specifica Valeria Garotta – ma l’idea è puntare su tutti i livelli di istruzione scolastica, con attività all’aperto e non necessariamente lezioni frontali in aula, per catturare al meglio l’attenzione e la curiosità di bambini e ragazzi». Per rendere fruttuosa la diffusione e la conoscenza del regolamento, inoltre, l’assessore ha manifestato l’intenzione di avvalersi della collaborazione delle numerose associazioni che presidiano e hanno a cuore tutti i parchi storici genovesi, oltre naturalmente a Italia Nostra e Legambiente da sempre attive nella tutela del verde.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • La Torre Grimaldina e le carceri di Palazzo Ducale: la nostra visita e il punto sulla gestione

    La Torre Grimaldina e le carceri di Palazzo Ducale: la nostra visita e il punto sulla gestione

    genova-panorama-carceri-palazzo-ducaleUna parte della città da esplorare, ricca di storia e di mistero: la Torre Grimaldina di Palazzo Ducale, che svetta sulla città e domina tutto il centro, fino al Porto Antico, e le antiche (e a detta di molti terribili) carceri attive fino al 1930.
    Quanti genovesi le hanno mai visitate? Qui è racchiuso un pezzo fondamentale della storia della Repubblica, fino al primo dopoguerra. Noi le abbiamo visitate nel corso di #EraOnTheRoad e con noi i lettori che hanno seguito la diretta. Per chi si fosse perso la visita, vi raccontiamo com’è andata e, soprattutto, cerchiamo di fare il punto della situazione sulla gestione di questo patrimonio cittadino.

    La storia della Torre Grimaldina e delle carceri

    carceri-palazzo-ducale-jacopo-ruffini

    Muniti di elmetto, iniziamo la visita: una precauzione necessaria (ce ne accorgiamo alla prima testata, ndr) dovuta al fatto che i soffitti delle celle sono molto bassi e le porte superano appena il metro e 50. La torre risale all’incirca agli ultimi anni del 1200-primi del 1300, e ha segnato la storia della Genova medievale, con tutti gli stravolgimenti che l’hanno portata dall’età repubblicana e dall’indipendenza, all’assoggettamento al Regno di Sardegna, fino al Fascismo.

    Distribuita su sette piani, all’interno erano imprigionati soprattutto intellettuali, personaggi politici e dell’aristocrazia perlopiù genovese dell’epoca. Tra i tanti, il più famoso è Jacopo Ruffini, patriota e amico di Mazzini, che fu l’anima di una trama che avrebbe dovuto provocare un moto insurrezionale a Genova e Alessandria nel giugno 1833. Arrestato, fu poi rinchiuso nella torre, e morì suicida nel giro di un mese: trovato da una guardia steso a terra immerso nel proprio sangue, con la carotide recisa. La tesi del suicidio, pur essendo la più accreditata, lascia il posto a quella dell’omicidio mascherato, ma di certo ormai è difficile appurare il reale svolgimento dei fatti.

    Furono imprigionati Sinibaldo Scorza (1625 per lesa maestà), il pittore Domenico Fiasella (1626 per ferimento), Luciano Borzone (1628 per ferimento) e nello stesso tempo e per la stessa ragione A.G. Ansaldo. Inoltre, non dimentichiamo Dragut, il feroce pirata saraceno, terrore dei mari ai tempi di Andrea Doria; Pieter Mulier, detto “il Tempesta”, punito per aver fatto assassinare la moglie; Nino Bixio, imprigionato nella metà dell’Ottocento a seguito di tumulti scoppiati al teatro Carlo Felice. Tra loro anche Giuseppe Garibaldi, che fu arrestato a Chiavari in seguito alla caduta della Repubblica Romana.

    Scopriamo che alle cellette erano dati curiosi nomi come Paradiso, Superbia, Examinatorio, Canto, Reginetta, Donne, Luna, Palma, Gentilomo, Gallina, Strega, Volpe. Secondo alcuni esisteva anche una cella chiamata Grimaldina che avrebbe dato poi il nome alla Torre. Queste erano tra le carceri più temute e crudeli dell’epoca, in cui i condannati vivevano in condizioni misere, con scarso vitto, spazi angusti, forte umidità e temperature ostili, che in poco tempo minavano la salute dei reclusi e li portavano alla morte. Solo pochi sono sopravvissuti e solo uno – si dice – è riuscito a scappare, calandosi con una corda.

    Qui c’era anche un tribunale con strumenti di tortura (come la corda a cui gli inquisiti venivano appesi per le braccia, legate a loro volta dietro alla schiena e con pesi attaccati ai piedi) e si eseguivano condanne a morte.

    La gestione e le visite

    All’interno del complesso di carceri e torre incontriamo il custode, la persona di turno che si occupa di garantire l’apertura al pubblico del complesso. Lui un ex detenuto del carcere genovese di Marassi, dove ha trascorso 30 anni. Da circa un anno, ormai, ha trovato impiego proprio qui, nelle antiche carceri della città, grazie a un accordo tra amministrazione di Marassi e Palazzo Ducale, allo scopo di coinvolgere gli ex detenuti in un percorso di riabilitazione verso l’impiego. Prima, invece, a svolgere il ruolo di custodi erano i volontari dell’arma dei Carabinieri. Oggi in totale le persone coinvolte sono cinque, diverse per età e per percorso: la collaborazione per ora prosegue bene e che gli ex detenuti siano soddisfatti del loro impiego lo si capisce dall’entusiasmo che mostrano nel fornirci informazioni e nel rispondere alle nostre domande.

    Le carceri e la Torre sono aperte al pubblico e visitabili dal 2008 e da circa 5-6 anni funzionano a pieno regime, richiamando flussi di visitatori. Un’iniziativa piuttosto recente ma che non manca di sortire i suoi effetti positivi: con alti e bassi, racconta il nostro interlocutore, si arriva anche a un centinaio di persone al giorno, con gli alunni delle scuole e i visitatori delle mostre del Ducale, che deviano quassù perché possono godere di riduzioni e biglietto integrato.

    carceri-palazzo-ducale-ultimo-pianoRimaniamo perplessi solo per quanto riguarda l’ultima parte del percorso, quella superiore che accede direttamente al terrazzo sul tetto: teoricamente è inaccessibile anche se non ci sono controlli e chiunque, in realtà, può accedervi con facilità. «La porta è chiusa e non si può accedere al piano superiore ma se qualche visitatore sale fin su, come facciamo noi a saperlo? La mia postazione è qui all’ingresso, e non possiamo controllare. Personalmente, non penso che sia pericoloso salire, ma certo non possiamo impedirlo: si sale a proprio rischio. Sarebbe importante intervenire per la messa in sicurezza: non si tratta di interventi complicati, a mio avviso, solo la scala che conduce al tetto è un po’ stretta e ripida».

    Investire nel potenziamento di una struttura che attrae visitatori significherebbe darle modo di affermarsi definitivamente come polo turistico di sicura attrattiva,per genovesi e turisti, un osservatorio privilegiato per guardare Genova da un punto di vista inconsueto. I nostri lettori, durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad, raccolgono la nostra provocazione e avanzano ipotesi entusiastiche di apertura del tetto e di rivalutazione del luogo: chi propone una collaborazione con il Museo del Risorgimento (in linea con la storia delle carceri), chi un sistema di riapertura e valorizzazione, che prevede su tutti una pagina Facebook e Twitter, un sistema video per la riproposizione di immagini panoramiche, il coinvolgimento di artisti in contest per valorizzare le potenzialità del luogo.

     

    Elettra Antognetti

  • Continuano le polemiche in Consiglio comunale: l’attacco al sindaco Marco Doria

    Continuano le polemiche in Consiglio comunale: l’attacco al sindaco Marco Doria

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Come era prevedibile, in Consiglio comunale è tornata di prepotenza la discussione sugli avvenimenti della settimana scorsa che avevano portato alla chiusura anticipata dei lavori, dopo neppure dieci minuti dall’inizio effettivo, a causa della mancanza del numero minimo legale di consiglieri in aula al momento della votazione sulla delibera, già rinviata la settimana precedente per lo stesso motivo, di modifica al piano comunale per le attività di vendita di alimenti e bevande.

    Il sindaco, infatti, non aveva avuto mezze misure nei giorni scorsi nel definire «indecente» il comportamento dei consiglieri di opposizione, che avevano abbandonato l’aula al momento del voto facendo così mancare i numeri alla maggioranza, e nel chiedere a gran voce la rinuncia al gettone di presenza.

    Se quello del gettone di presenza risulta essere, nei fatti, un falso problema perché molti consiglieri superano costantemente il limite di 18 presenze mensili tra consigli e commissioni oltre le quali non si riceve più alcun rimborso, più scalpore hanno fatto le dichiarazioni del primo cittadino che sul tema sembrava aver perso il suo tradizionale aplomb. E la discussione, seppur quasi sempre educata a parte qualche interiezione non proprio adeguata alla Sala Rossa, si è fatta piuttosto pesante nei contenuti durante un articolo 55 che ha aperto i lavori della seduta ordinaria del Consiglio comunale.

    «Ho avuto la sensazione che, come talvolta avviene alle famiglie ricche, il sindaco sia stato ossessionato dalla questione del denaro e del rimborso e abbia perso il senso della realtà» è l’attacco di Enrico Musso. «Lei – ha detto lo sfidante di Marco Doria alle scorse amministrative – ha preferito concentrarsi su aspetti secondari definendo indecente un comportamento dell’opposizione assolutamente legittimo, proponendo di rinunciare al gettone di presenza quando in realtà i consiglieri erano presenti ma hanno deciso di non partecipare al voto uscendo dall’aula. I consiglieri hanno spesso rinunciato al gettone di presenza per motivi seri, quindi la sua mossa di dipingere i consiglieri comunali come una casta politica presente solo per quei 50/60 euro netti per sedute che durano in media 5 ore, credo sia ingiusta, scorretta e offensiva e vada a solleticare gli umori dell’antipolitca imperante come se noi fossimo qui per arricchirci a fronte di cifre che sono all’incirca pari alla retribuzione del suo personale di servizio o alla rendita che nello stesso intervallo di tempo le sue proprietà immobiliari producono senza che lei muova un dito».

    Contro il primo cittadino è intervenuto anche il consigliere Anzalone, in maggioranza come Idv all’inizio del ciclo amministrativo e ora passato al Gruppo misto: «Capisco che dopo due rinvii si sia trovato di fronte a un motivo di imbarazzo ma non trovo corretto addebitare la mancanza del numero legale all’opposizione anche perché dovrebbe avere una maggioranza piuttosto ampia. Sarebbe stato opportuno prendersela con i propri consiglieri». Un concetto ripreso anche dal capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia: «Le ricordo, sindaco, che non è solo questione di ritardo di un paio dei suoi consiglieri perché la settimana prima la stessa delibera non aveva raggiunto il numero legale al termine della seduta. Non crediamo di essere mai stati indecenti nei nostri comportamenti istituzionali sia in aula sia attraverso dichiarazioni alla stampa circa il lavoro della sua amministrazione. Il nostro comportamento è sempre rientrato nella dialettica politica delle forze di opposizione, visto che l’ostruzionismo rientra tra i principi democratici dei valori assembleari. Se uno non condivide un regolamento può ritenere non sufficiente esprimere il proprio dissenso solo con il voto contrario».

    L’ultima parola dell’accusa è di Edoardo Rixi, Lega Nord: «Chi c’era non può avere la colpa di esserci stato, a meno che non vogliamo fare del benaltrismo con un altro tipo di discorsi. È legittimo che l’opposizione faccia saltare il numero legale alla maggioranza e succede spesso anche in Commissione regionale: è un segnale che la Giunta ha qualche problema».

    A difendere a spada tratta il sindaco, fatto piuttosto raro di questi tempi a Palazzo Tursi, è stato il capogruppo del Partito democratico, Simone Farello attraverso un deciso “mea culpa”: «Vogliamo porre in maniera politica e formale le nostre scuse alla città perché indipendentemente dal gettone lo spettacolo di un consiglio comunale che non è in grado di esercitare la propria funzione istituzionale per mancanza del numero legale è uno spettacolo che i cittadini genovesi non meritano. E la responsabilità va attribuita principalmente alla maggioranza e dentro alla maggioranza al gruppo di maggioranza relativa che è il nostro e principalmente al suo capogruppo, che sono io. Ci sono molte cose di cui è responsabile un sindaco anche all’interno dell’aula consigliare, ma tra queste non c’è il mantenimento del numero legale. Noi abbiamo mancato di rispetto a questa istituzione e, naturalmente, abbiamo rinunciato all’emolumento che viene corrisposto per l’esercizio della nostra funzione». Ma la responsabilità dell’accaduto, secondo Farello, non è solo del Pd: «Il sindaco forse avrà sbagliato i toni, ma una cosa condivisibile l’ha detta: la responsabilità del funzionamento di un’istituzione è condivisa da tutta l’istituzione, maggioranza e minoranza. E farsi vanto di aver fatto fallire un consiglio comunale è titolo d’onere ben misero, ben più significativo sarebbe mettere la maggioranza in minoranza con i voti e con i numeri».

    «Dietro il discorso di Farello – ribatte il capogruppo Pdl, Lilli Laurosembra leggersi un “caro sindaco, per ora ci siamo ma non sappiamo fino a quanto. Capisco che il suo sia stato un attacco politico e non personale – dichiara la consigliera, lanciando una vera e propria ode accusatoria rivolta direttamente al sindaco – ma se dice che sono indecente, allora lei è inconsistente e ha una fiacchezza disarmante nell’operare. La sua amministrazione ha una svogliatezza dimostrata anche dagli assessori che spesso leggono fogli di carta degli uffici senza capirne il contenuto. La sua maggioranza è pigra perché spesso non riesce a garantire il numero legale. Tutto questo è inutilità dell’essere, ignavia. E non vorrei che questa ignavia mandasse all’inferno la città perché andando avanti di questo passo tutti noi siamo nel baratro».

    Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle, ha provato a riportare la discussione sui temi della delibera: «Anche io sono uno di quelli indecenti, inopportuni, inadeguati che devono vergognarsi. Io però non mi offendo e anzi mi viene il dubbio che finalmente abbiamo fatto qualcosa di importante viste le reazioni. In realtà scopro che, tempo fa, abbiamo appoggiato una delibera fatta perché era coraggiosa e l’abbiamo approvata quando la maggioranza non l’avrebbe sostenuta. Poi la delibera è stata rivista, privata di elementi importanti su pressioni della grande distribuzione. Ma le modifiche non passano una volta perché i consiglieri di maggioranza sono usciti in anticipo e una seconda volta perché sono arrivati in ritardo. E allora, sindaco, siamo veramente noi che dobbiamo vergognarci?».

    A differenza di quanto molti si sarebbero aspettati, nella sua risposta il sindaco non chiede scusa ma corregge solo leggermente il tiro ribadendo una ferma condanna a quanto accaduto la scorsa settimana. Dopo aver ripreso le parole affidate alle agenzie la scorsa settimana, in cui viene sottolineata le responsabilità dei consiglieri di maggioranza e minoranza, Marco Doria sostiene che «la sospensione del funzionamento di organismi democraticamente eletti è una forma prevista nei casi in cui si ledono diritti fondamentali delle persone, dei singoli consiglieri. Ritengo però che in condizioni di normalità, quando si votano delibere e regolamenti, sia corretto restare in aula e votare a favore o contro». Il primo cittadino torna, dunque, a puntare il dito contro i consiglieri di opposizione: «Approfittare del ritardo di pochi minuti di alcuni consiglieri di maggioranza è un atteggiamento da “giochino”, assolutamente illegittimo». Nel suo intervento, il sindaco riprende anche il concetto dell’antipolitica sollevato da alcuni interventi di chi l’aveva preceduto: «Non sono io che fomento l’antipolitica. L’antipolitica esiste nel nostro Paese ed è stata alimentata da comportamenti diffusi e generalizzati di persone che siedono in assemblee elettive o che sono comunque legate al modo della politica. Anche noi facciamo parte di questo mondo e dobbiamo distinguere i nostri comportamenti da questo clima pericoloso per la democrazia. Abbiamo perso un’occasione perché lo spettacolo di un consiglio comunale che si chiude dopo 8 minuti è un cattivo servizio alle istituzioni e alla democrazia e favorisce un clima di antipolitica, al di là delle intenzioni che possano esserci state a monte».

    Infine, una battuta sul gettone presenza: «Rinunciare al gettone di presenza per 8 minuti di Consiglio, come mi ha fatto sapere con una nota ufficiale il consigliere Gioia per quanto riguarda il suo gruppo, è un modo per rispondere a una possibile critica per quella che considero una scenata durata 8 minuti».

    Anche se, come ricorda Enrico Pignone capogruppo Lista Doria non intervenuto direttamente nel dibattito in Sala Rossa, il lavoro dei consiglieri spesso va oltre le sedute di consiglio e di commissione ed è fatto di contatti con i cittadini e di mediazioni politiche per cui non è prevista alcuna retribuzione.

    Per la cronaca, ieri la votazione sulle modifiche al “Regolamento comunale per le attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande” ha finalmente avuto luogo con esito positivo: 38 i consiglieri presenti al momento del voto, 22 i sì della maggioranza a cui si è aggiunto De Benedictis (Gruppo misto), 10 i no di Udc, M5S e Lista Musso, 6 gli astenuti (Pdl, Lega Nord e Anzalone del Gruppo misto).

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, i passi indietro di Autostrade e le incongruenze fra Regione e Ministero. Impasse operativa?

    Gronda, i passi indietro di Autostrade e le incongruenze fra Regione e Ministero. Impasse operativa?

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Il Consiglio comunale torna a parlare di Gronda. Lo spunto è fornito da un articolo 54 del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, che ha interrogato il vicesindaco Bernini in merito al ricorso al Tar della Liguria inoltrato da Società autostrade per dirimere i conflitti in essere tra le prescrizioni del Ministero (qui l’approfondimento) e le valutazioni di Regione Liguria.

    In realtà la domanda posta dal consigliere sembra non centrare pienamente i termini della questione: «Siamo di fronte a un paradosso – dice Pastoino – perché Autostrade facendo ricorso al Tar non intende rispettare le prescrizioni previste per la realizzazione dell’opera. Siamo di fronte a un monopolista che si rifiuta di adeguare il progetto ma si dimentica di essere un concessionario e non un padrone».

    «Probabilmente – spiega Bernini – il consigliere Pastorino non ha letto il testo del ricorso al Tar o non l’ha capito pienamente. Autostrade, infatti, non rifiuta le prescrizioni ma sottolinea che gli uffici della Regione e poi la Giunta hanno prodotto un testo che porta alcune incoerenze rispetto ai 43 punti previsti dal Ministero dell’Ambiente. Il problema nasce dal fatto che il documento licenziato dalla Regione viene acquisito e fatto proprio dal Ministero all’interno della stessa Valutazione di impatto ambientale».

    autostrada-cemento-impatto-ambientaleLe incongruenze riguardano soprattutto questioni verbali e temporali, che rischiano però di tradursi in una vera e propria impasse operativa. Entrando nel merito, una prima discordanza viene fornita riguardo le modalità di trattamento delle pietre: la Regione sostanzialmente vuole garanzie da parte di Autostrade prima della presentazione del progetto definitivo, mentre Autostrade, facendosi forza di quanto previsto dal Ministero, vorrebbe aspettare di entrare in possesso dell’area per poter fare analisi più attente e coerenti. In discussione c’è anche la questione del declassamento del tratto autostradale esistente: da un lato la Regione prevede una decisione immediata, dall’altro il Ministero ha dettagliato un percorso più complesso che prevede anche l’approvazione di Anas. «È la Regione che sbaglia – sostiene il vicesindacoperché solo il progetto definitivo consente di fare gli espropri e passare formalmente i terreni ad Autostrade. Ma il problema nasce perché le valutazioni regionali sono state fatte da tecnici ambientali che non conosco nulla della parte giuridica».

    Valutazioni che parrebbero errate, dunque, e che tuttavia il presidente Burlando e gli assessori hanno approvato. «La questione poteva essere risolta direttamente in Conferenza dei servizi – dice Bernini – facendo prevalere le prescrizioni del Ministero che sono di maggior buon senso. Tra l’altro, avevo già evidenziato queste incongruenze all’assessore Paita durante la redazione dei documenti regionali che avevo avuto modo di vedere: peccato che siano andati a modificare solo il dispositivo della relativa delibera e non l’impegnativa da cui nascono tutte le incoerenze».

    Incoerenze di cui Società Autostrade si fa forte per cercare di procrastinare il più possibile l’avvio dei lavori. Ancora Bernini: «È normale che il concessionario nicchi. Non dimentichiamoci che siamo di fronte a un soggetto che ha l’obbligo del potenziamento dell’impianto industriale a cui deve ottemperare attraverso i soldi incassati dai pedaggi. È naturale che gli convenga ritardare i lavori perché nel frattempo può investire la stessa liquidità come meglio crede, ovvero soprattutto all’estero e in America latina in particolare.  Inoltre, se si deve scegliere tra un lavoro o un altro, è altrettanto ovvio che si prediliga quello che va ad aumentare il tratto autostradale con pagamento di pedaggio perché, se si tratta solo di un’opera sostitutiva, non ha alcun guadagno né interesse a far partire i lavori. Però, questo adeguamento infrastrutturale fa parte del prezzo che il concessionario deve pagare per avere la concessione: non può fare giochini per tirarsi indietro, se no la concessione la diamo a un altro».

    E il “giochino” in questo caso si chiama ricorso al Tar, con cui Società autostrade chiede la sospensiva della Via o il rimando al Ministero per fare chiarezza sulle contraddizioni. Sembra, dunque, che si sia creata un’alleanza, apparentemente involontaria, tra chi non vede di buon occhio l’infrastruttura e chi dovrebbe realizzarla. «Temo che la Gronda non sia l’unica situazione in cui la Regione abbia fatto passi falsi per danneggiare il Comune di Genova, o meglio, i cittadini genovesi» commenta Bernini con sorriso sibillino, facendo ovvio riferimento alle diatribe sollevate dalla Vas sul Puc. «A ciò dobbiamo aggiungere che, mentre cerca di rallentare il percorso, Autostrade non vuole assumersi la responsabilità di scelte clamorose per cui sta andando avanti nella produzione dei materiali per la Conferenza dei servizi, che dovrebbero essere pronti nel giro di una settimana».

    Ma che cosa succede finché il Tar non si pronuncerà? Fermi tutti? «Assolutamente no. Sto continuando a vedermi con Autostrade e ancora stamattina (ieri, ndr) abbiamo portato avanti le questioni che riguardano quantomeno gli interferiti» assicura il vicesindaco.

    [quote]«La Regione ha titolo per presentare le prescrizioni e non vedo perché il Comune non possa mettersi dalla parte della Regione e dei cittadini e non da quella del più forte, come spesso accade in queste situazioni. Il Comune deve impedire che Autostrade se la canti e se la suoni da sola». Gian Piero Pastorino non ci sta e replica così alla risposta del vicesindaco.  [/quote]

    Quindi, la posizione del Comune, resta “avanti tutta, senza alcuna esitazione”?

    «Noi non entriamo nel tecnico – risponde Bernini – altrimenti c’è il rischio di perdersi per strada. Semplicemente, il Comune ritiene opportuno che non venga concessa alcuna sospensiva ma che si convochi la Conferenza dei servizi e si faccia chiarezza in quella sede. E ho ragione di ritenere che il ricorso possa essere risolto proprio in questi termini. Nel dibattimento che ne scaturirà, toccherà poi al ministro Lupi far capire che prevalgono le prescrizioni ministeriali rispetto alle decisioni delle Regione».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Accademia Ligustica di Belle Arti: l’impegno di responsabili e volontari, si intravedono segnali di ripresa

    Accademia Ligustica di Belle Arti: l’impegno di responsabili e volontari, si intravedono segnali di ripresa

    Accademia Belle ArtiTorna anche questa settimana il nostro appuntamento con il tour dei musei genovesi (qui l’approfondimento): per una volta abbiamo abbandonato la strada dei musei civici e abbiamo optato per una realtà diversa da tutte le altre. Siamo stati all’Accademia Ligustica di Belle Arti, nel cuore di Genova, tra Piazza De Ferrari e il teatro Carlo Felice. Si tratta di una realtà che coniuga due anime, accademica dal 1751, e museale dal 1980. Oggi la Ligustica offre – accanto a una galleria di dipinti, ritratti, sculture e opere d’arte – anche la consueta serie di corsi (pittura, scultura, grafica, ecc.), da qualche anno equiparati a tutti gli effetti a quelli universitari. Si tratta di una delle cinque accademie private storiche d’Italia, assieme a quella di Perugia, Bergamo, Verona, Ravenna. 

    Non più tardi di qualche anno fa – era il 2011 – sui media locali si faceva un gran parlare dell’Accademia e dei gravi problemi economici (tali da far gridare alla chiusura), legati in primis ai tagli governativi voluti dall’allora Ministro all’Economia Tremonti che le alienarono una cifra di circa 750 mila euro all’anno, facendole accumulare tra 2007 e 2009 un debito di quasi 300/400.000 euro annui e costringendola alla vendita di 30 opere alla Fondazione Carige.

    Come se la passa oggi la Ligustica di Genova? Come di consueto, noi la abbiamo visitata nel corso di #EraOnTheRoad e abbiamo fatto queste domande a a Giulio Sommariva e Giorgio Devoto, rispettivamente direttore del museo e responsabile dei corsi.

    La formazione artistica e i corsi

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    Fondata a metà del ‘700 dall’aristocrazia genovese, sulla scorta delle idee illuministe che si diffondeva in Europa, l’Accademia genovese è nata un anno dopo quella di Venezia (1750), ma prima di quelle di Parma (1757), Napoli (1752) e anche Brera (1776).

    Fin dalla sua fondazione, a Genova erano presenti corsi di Pittura, Scultura, Architettura, con sezioni di Disegno elementare e Disegno dal rilievo e dal nudo, una Scuola di disegno dai gessi e una di Incisione. A partire dall’Ottocento sono stati inseriti nuovi corsi e il suo prestigio è cresciuto, fino al crollo nel XIX secolo, in cui ha perso appeal. È stato negli anni ’70 del Novecento che l’Accademia si è aperta definitivamente alla città, istituendo corsi di formazione professionale nel settore del restauro del patrimonio artistico e corsi quadriennali di istruzione artistica superiore.

    Oggi l’offerta complessiva prevede 7 corsi principali per il triennio (pittura, scultura, scenografia, didattica dell’arte, decorazione, grafica, progettazione artistica per l’impresa, di cui i primi tre si svolgono nella sede principale di Largo Pertini, mentre le altre nelle succursali di Via Bertani e Museo di Sant’Agostino), e 4 biennali (pittura, decorazione, scenografia, scultura). Da dieci anni, infatti, si è passati dal corso quadriennale allo sdoppiamento secondo il modello universitario: un diploma breve di tre anni e uno di specializzazione di due anni, conformi ai dettami ministeriali. Da qualche anno, poi, in base alla legge 508/99 il titolo rilasciato dalle Accademie è stato equiparato alle lauree universitarie.

    «Nell’anno accademico 2013 abbiamo registrato un incremento del 20%, oggi gli studenti in totale sono circa 450. L’equiparazione dei diplomi di certo ci ha facilitato le cose perché gli studenti sono più stimolati a iscriversi. A dispetto di quel che si potrebbe pensare – commenta il direttore Devoto – in questo momento di crisi non abbiamo avvertito cali, anzi: al contrario, la crisi generale, investendo ogni settore disciplinare e lavorativo, permette agli aspiranti artisti di avvicinarsi a questo mondo, nella consapevolezza che oggigiorno la strada è in salita per tutti, tanto per i laureati in legge che per quelli in scultura. Di recente abbiamo visto che le iscrizioni si registrano soprattutto in settori che hanno ricadute pratiche sulla società: meno pittori, più grafici, e più decoratori, nella speranza di un inserimento lavorativo nel ricco contesto ligure e genovese».

    Inoltre, attualmente vengono svolte attività artistiche per bambini, workshop fotografici, collaborazioni con il Conservatorio e l’Ufficio Politiche Giovanili del Comune di Genova, ed esiste anche un piano di mobilità LLP Erasmus. Anni fa gli studenti avevano perfino dato vita a una free-press, “Accade”, e non mancano le collaborazioni con facoltà universitarie, musei civici e statali genovesi (Villa Croce, Galata, Musei di Nervi) e teatri dal Carlo Felice al Cargo di Voltri.

    Insomma, la Ligustica offre un’alternativa al classico percorso universitario e si fa carico del difficile compito non solo di formare giovani artisti, ma anche di immetterli in un mondo del lavoro da sempre ostile ai creativi. Tra gli studenti illustri della Ligustica ci sono stati i pittori Cesare Viazzi, Giannetto Fieschi, l’artista performativo Cesare Viel, l’italo-britannica Vanessa Beecroft, oggi residente a New York e affermata a livello internazionale.

    Il museo dell’Accademia

    museo-accademia-ligusticaTra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, alla scuola si è affiancato anche un museo, aperto in realtà solo dal 1980. Qui sono state radunate le tante opere della pittura ligure di cui la scuola già disponeva: un patrimonio ingente e prestigioso, se si pensa che fino all’istituzione delle Soprintendenze regionali i rettori e professori della scuola svolgevano la funzione di “commissari” e accumulavano molto materiale all’interno della Ligustica.

    Fino a tempi non troppo lontani, il museo era una sorta di osservatorio, di officina (workshop, diremmo oggi) per i giovani artisti in erba, che potevano disporre delle opere, tenerle nelle loro classi, usarle a fini artistici e compositivi. Oggi purtroppo questo non succede più: è necessario conservare le opere in un luogo apposito e protetto, come il museo, per garantirne l’integrità e preservarne il valore. In tempi recenti, in particolare dal 2002, direttore del museo è Giulio Sommariva, che ha allestito personalmente l’attuale percorso, adottando un criterio cronologico che, partendo dal 1700, arriva fino ai giorni nostri. Ci sono state e ci sono tutt’oggi donazioni importanti da parte di privati che permettono di aggiornare e rinnovare costantemente l’offerta museale.«Ho avuto carta bianca nella gestione fin dall’inizio – racconta Sommariva – quando sono arrivato, questi locali erano vuoti, era appena stata smontata una mostra allestita in occasione del G8 del 2001 e dedicata a Mirò. Era febbraio quando ho assunto l’incarico, e ricordo che mi hanno chiesto di prepararmi alla riapertura del museo entro l’estate: un’impresa impossibile. Alla fine, comunque, abbiamo riaperto a novembre, un buon risultato. Ho voluto un percorso cronologico perché il museo deve servire da manuale di storia dell’arte per gli studenti della scuola».

    Vanto della gestione Sommariva è la gipsoteca, unica galleria ligure di sculture e opere in gesso, e la galleria di autoritratti. Inoltre, nei depositi sono conservati oltre duemila disegni, quattromila incisioni, maioliche e porcellane, calchi in gesso, studi e bozzetti originali.

    «Scuola e museo sono un tutt’uno, c’è sintonia e sinergia: il museo accoglie anche opere degli studenti, e si svolgono spesso mostre in cui sono coinvolti i nostri giovani. Un peccato che ancora molti non conoscano questa realtà, fortemente rappresentativa del mondo artistico ligure: non facciamo parte dei musei civici né di quelli statali, ma collaboriamo con entrambi e siamo in rete. Svolgiamo attività in comune, mostre in collaborazione con la GAM di Nervi e altri, offriamo gli stessi incentivi anche in termini di biglietteria, siamo anche in pieno centro, e questo dovrebbe aiutare la nostra popolarità, ma non è così. Tuttavia, negli ultimi 10 anni ci stiamo impegnando molto: si è costituita l’Associazione Amici dell’Accademia Ligustica, un gruppo attivo che coordina le iniziative, organizza incontri frequenti (uno o più a settimana), si occupa di internet e Facebook. Questo ci ha aiutati: nel 2013 abbiamo registrato un +82% di entrate. Il bilancio è risicato e non ci permette di fare molto, ma l’aiuto dei volontari è fondamentale: ad esempio, grazie a loro apriamo il museo anche di sabato».

    Un bilancio degli ultimi anni

    Non è facile sopravvivere, non ci sono sovvenzioni a livello comunale e locale, solo fondi ministeriali (che sappiamo aver subito una brusca riduzione) e  entrate interne, tra scuola e museo: non molto, visto che gli iscritti sono circa 450 e le rette sono di 800-900 euro l’anno, con lievi variazioni a secondo dei corsi. Anche la bigliettazione, pur con l’incremento elevato, non basta a sostenere il museo: non basta per il Louvre, dice Sommariva, figuriamoci per la Ligustica!

    Tuttavia, da qualche anno a questa parte le cose vanno meglio: scongiurata la chiusura, arginato il debito, ora 30 opere dei depositi e da restaurare sono state vendute alla Fondazione Carige e si trovano nel locali di Via Chiossone, aperte al pubblico una volta a settimana con visita guidata.

    Tra le altre novità che si prospettano nei prossimi tempi, anche la statizzazione dell’Accademia: sempre in base alla alle legge 508/99 in decreto attuativo, nei capoluoghi sprovvisti di istituzioni statali, gli Istituti non statali legalmente riconosciuti che abbiano presentato apposita domanda devono essere pareggiati a quelli statali e legalmente riconosciuti.

     

    Elettra Antognetti

     

    Qui l’intervista al presidente dell’Accademia ed ex sindaco di Genova Giuseppe Pericu

  • Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Regione Liguria, riforma della Legge Urbanistica e piano territoriale regionale

    Guido Guardavaccaro
    di Guido Guardavaccaro

    Nel febbraio scorso (04-02-2014) la Giunta della Regione Liguria ha approvato la proposta di adeguamento della Legge urbanistica della Liguria con il dichiarato intento di rivisitare, in un’ottica di razionalizzazione, sia alcuni contenuti degli strumenti di pianificazione del territorio previsti ai diversi livelli – regionale, provinciale e comunale, con la contestuale introduzione della pianificazione della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Marco Doria) – sia, soprattutto, le procedure di formazione di tali piani. Il ddl di riforma della vigente L.R. n. 36/1997 e s.m. (Legge urbanistica regionale) è stato predisposto in parallelo all’elaborazione del PTR (Piano Territoriale Regionale) in corso di ultimazione.
    Dietro la legittima esigenza di ridurre i piani territoriali sovra comunali e semplificare i procedimenti amministrativi, tuttavia, si nasconde il rischio di un minore coinvolgimento dei cittadini e dunque di un minore controllo da parte loro sulle scelte fondamentali che riguardano la trasformazione di un territorio già di per sé fragile, ma nonostante ciò pur sempre meta prediletta di chi nella cementificazione cerca la via più veloce per arricchirsi.

    “L’attuale assetto istituzionale troppo articolato e sovrapposto, l’eccesso di pianificazione e di sovrapposizione tra i piani, un pesante sistema di vincoli, alcuni imposti da leggi nazionali, ma moltissimi frutto della pianificazione territoriale generale e di settore – PTCP (Piano territoriale di coordinamento provinciale) e Piani di Bacino – la crescente debolezza del livello locale rispetto alla complessità delle valutazioni tecnico-amministrative e la conseguente lentezza dei procedimenti, rendono la Liguria, allo stato attuale, poco attrattiva per gli investimenti sia di capitale interno che, soprattutto, di capitale esterno”, così si legge in un documento redatto nel maggio 2013 da Gabriele Cascino, assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica. L’assessore Cascino sottolinea come il disegno di legge punti a razionalizzare la formulazione dei nuovi PUC-Piani urbanistici comunali «Oltre sedici anni di operatività della legge regionale 36/1997 hanno messo in evidenza l’inadeguatezza delle procedure amministrative per l’approvazione dei piani urbanistici dei Comuni, caratterizzate dalla farraginosità dei molteplici passaggi e dalla sovrapposizione della valutazioni di Regione, Province e enti coinvolti, oltreché progressivamente superate dalle normative sopravvenute, specie per quanto riguarda la Valutazione ambientale strategica (VAS) dei Piani in applicazione delle direttive comunitarie».
    Dopo l’approvazione in Giunta adesso il ddl sta seguendo il consueto iter nella commissione consiliare competente della Regione Liguria (Commissione VI Territorio e Ambiente) con l’audizione dei vari soggetti interessati (sia istituzionali, sia rappresentativi delle componenti sociali e produttive) che hanno l’opportunità di presentare osservazioni in merito.

    L’associazione ambientalista Italia Nostra, recentemente audita in sede regionale, dopo aver premesso di esser favorevole all’opzione “consumo di suolo zero”, ha evidenziato la principale criticità insita nella proposta di riforma della Legge urbanistica regionale (LUR). «Bisogna distinguere i due aspetti: burocrazia da un lato e tutela dall’altro – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Ovvero i passaggi burocratici si possono anche semplificare e/o ridurre, ma non a scapito del processo democratico. Nella nuova versione, invece, la LUR non è sufficientemente attenta ad incentivare la partecipazione dei cittadini. Infatti si pensa più all’informazione che alla partecipazione, quest’ultima intesa quale vero ascolto delle opinioni della popolazione in fase di redazione dei piani e non come mera illustrazione di una pianificazione già stabilita, come purtroppo spesso accade».

    La pianificazione territoriale di livello regionale

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteIl Piano Territoriale Regionale (PTR) andrà a sostituire gli attuali 6 piani territoriali regionali ed insieme ai Piani di Bacino – da rivedere e coordinare con la pianificazione urbanistica – costituirà il riferimento per la pianificazione dei Comuni, con diversificati livelli di efficacia e norme di flessibilità che lo rendano adeguabile alle esigenze della pianificazione comunale, senza che questo comporti complessi e discrezionali processi valutativi che caratterizzano attualmente la gestione delle varianti al PTCP.
    «Se la Regione assume un ruolo di guida, considerando che in Liguria abbiamo numerosi Comuni e spesso di piccole dimensioni, per noi non è un fatto negativo – spiega Cuneo, Italia Nostra Liguria – Sempre che sia garantita la massima trasparenza».

    Dalla riformulazione dei contenuti dell’articolo 11 della LUR (prevista nell’articolo 11 del ddl) relativo al quadro strutturale, si evincono i connotati essenziali che contraddistinguono il PTR come Piano sia strategico, sia di riferimento fondamentale per l’assetto paesaggistico, urbanistico ed infrastrutturale del territorio ligure, con l’individuazione anche degli ambiti territoriali e degli interventi di rilevanza strategica da attuare con progetti da svilupparsi e da approvarsi da parte della Regione.
    Vediamo nel dettaglio l’articolo 11 (Quadro strutturale), comma 3: “Il quadro strutturale stabilisce, sulla base delle pertinenti articolazioni territoriali e tematiche: a) la disciplina di tutela, salvaguardia, valorizzazione e fruizione del paesaggio in ragione dei differenti valori espressi dai diversi contesti territoriali che lo costituiscono; b) le indicazioni sulla suscettività d’uso del territorio, con specificazione degli obiettivi da perseguire, delle funzioni compatibili e dei criteri per la disciplina degli interventi; c)per quanto di livello regionale, le infrastrutture per la mobilità, l’approvvigionamento energetico, le discariche, gli impianti ecologici, tecnologici e speciali, nonché le strutture della grande distribuzione commerciale; d) il sistema della portualità commerciale e la localizzazione dei porti turistici; e) la localizzazione dei servizi di scala regionale quali sedi universitarie e grandi impianti di tipo ospedaliero, sportivo, ricreativo e fieristico. Il comma 4 specifica: “Con riferimento ai contenuti di cui al comma 3, il quadro strutturale può individuare ambiti, aree ed interventi di interesse regionale i cui progetti sono promossi, adottati ed approvati dalla Regione mediante ricorso alla procedura di cui all’articolo 16bis ovvero mediante accordo di pianificazione di cui all’articolo 57″.

    L’articolo 13 riguarda l’efficacia del PTR; al comma 1 si legge: “Le previsioni contenute nel PTR possono assumere i seguenti livelli di efficacia di: a) linee guida e di indirizzo della pianificazione territoriale di livello provinciale e comunale nonché delle politiche di settore aventi implicazioni territoriali e previsioni di orientamento ad efficacia propositiva, il cui mancato recepimento, totale o parziale, comporta l’obbligo di specificarne la motivazione; b) prescrizioni che impongono alla Città Metropolitana ove costituita, alle Province ed ai Comuni l’obbligo di adeguamento dei rispettivi piani entro un congruo termine a tal fine stabilito dal piano stesso, comprensive della relativa disciplina transitoria operante fino al loro adeguamento ed avente immediata prevalenza sulle diverse previsioni dei PUC; c) con esclusivo riferimento ai contenuti di cui all’articolo 11, comma 3, lettera a), e comma 4, prescrizioni e vincoli che prevalgono immediatamente sulle previsioni dei piani provinciali e comunali sostituendosi ad esse“.

    Infine si evidenzia che l’articolo 17 del ddl inserisce un nuovo articolo 16 bis della LUR (Progetti in attuazione del PTR di approvazione regionale) per prevedere la promozione ed approvazione – da parte della Regione – di progetti, a scala urbanistica (PUO-Progetti urbanistici operativi) o edilizia, per l’attuazione degli ambiti, delle aree o degli interventi individuati dal PTR come di interesse regionale.
    Leggiamo il comma 3 dell’articolo 16 bis: “I progetti sono adottati dalla Giunta regionale, anche su proposta della Città Metropolitana ove costituita, delle Province e degli Enti locali interessati…”. Mentre il comma 4 aggiunge: “Tali progetti sono approvati con deliberazione della Giunta regionale, sentito il Comitato tecnico regionale per il territorio, nei successivi novanta giorni dal ricevimento dei pareri ed assensi previsti dalla vigente legislazione in materia. Il provvedimento di approvazione è comprensivo del rilascio dell’autorizzazione paesaggistica della Regione e dalla VAS ove prescritta ai sensi della l.r. 32/2012 e s.m. ed ha valore di titolo edilizio“.

    Paolo Baldeschi, professore di urbanistica dell’Università di Firenze e studioso del paesaggio, manifesta parecchia perplessità a proposito di questa innovazione: “...I progetti sono di esclusiva competenza della Giunta, mentre il Consiglio non ha voce in capitolo, né tanto meno gli enti locali e i cittadini di cui non si prevede alcuna forma di partecipazione. La Giunta potrà così decidere in esclusiva su inceneritori, impianti di smaltimento di rifiuti, centrali di produzione energetica, bretelle stradali, ma anche porti, ospedali, carceri: insomma, tutto quello che non rientra direttamente nelle grandi opere della Legge obiettivo“. E i Comuni? Si domanda ancora il prof. Baldeschi: “…devono subire (ammesso che sia vero) i progetti della Giunta, ma allo stesso tempo riacquistano una pressoché totale autonomia nella pianificazione locale con due semplici mosse – scrive Baldeschi sul sito web specializzato in urbanistica, politica e società “Eddyburg” (www.eddyburg.it) – La prima: mentre nella legge vigente le prescrizioni del PTR dovevano essere recepite da Province e Comuni, pena l’esercizio di poteri sostitutivi, questa fondamentale clausola è scomparsa nella proposta. Non è chiaro, perciò, cosa avverrà qualora i Comuni non adeguino disciplina o previsioni del Piano urbanistico comunale (PUC) entro il termine fissato… La seconda: né Regione né Provincia, né Città metropolitana eserciteranno più alcuna forma di controllo sul Piano urbanistico operativo (PUO), lo strumento conformativo degli usi del suolo in cui si coagulano gli interessi privati e le pressioni speculative. Se ora la Provincia può annullare un PUO non conforme alle prescrizioni regionali o provinciali, in futuro le istituzioni sovraordinate si troveranno inermi rispetto a un Piano operativo che ignori le disposizioni del PTR, del Piano provinciale e dello stesso Piano comunale“.

    La pianificazione territoriale di livello comunale

    Secondo le norme della legge del 1997 i Comuni difficilmente riuscivano a concludere il procedimento di approvazione del Piano urbanistico in quattro anni, ed in molti casi neppure sei-sette anni erano sufficienti. «Tutto questo a causa del fatto che la legge urbanistica in vigore obbliga il Comune a redigere due piani urbanistici, prima quello preliminare e poi quello definitivo, ma in pratica senza alcuna effettiva differenza, con un conseguente ed inutile raddoppio di tutte le delibere e delle fasi di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega l’assessore regionale Cascino – Al punto che la ripetizione dei procedimenti e delle fasi di valutazione da parte di Regione e Provincia anziché costituire momento di effettiva conoscenza e partecipazione, diventa spesso un motivo di confusione e disorientamento. La complessità e l’elevato costo del procedimento amministrativo è uno dei motivi per cui la Legge urbanistica del 1997 non ha avuto particolare successoaggiunge Cascino – considerato che in 17 anni poco meno del 40% dei Comuni liguri sono riusciti a dotarsi del Piano urbanistico comunale».
    La novità più significativa contenuta nel ddl consiste, dunque, nell’eliminazione dell’attuale articolazione del procedimento di formazione del PUC nelle due distinte fasi, con l’introduzione, invece, di un procedimento unico, assicurando, al contempo, la necessaria integrazione con le procedure di Valutazione ambientale strategica (VAS).

    Le nuove modalità di formazione del Piano urbanistico comunale prevedono poi il ricorso alla Conferenza di Servizi che «Permetterà al Comune di poter dialogare direttamente con la Regione Liguria e gli altri Enti, agevolando le fasi di illustrazione e valutazione del Piano e coordinando in un unico procedimento sia la fase di valutazione degli impatti ambientali del piano che quella dell’esame di merito del progetto urbanistico», sottolinea Cascino.
    Italia Nostra Liguria, però, contesta tale scelta «Con l’inserimento della Conferenza dei sevizi viene di fatto esclusa definitivamente la partecipazione dei cittadini e delle associazioni rappresentative di interessi collettivi e diffusi, trasformando la gestione territoriale ed urbanistica in una questione prettamente politica (Giunta) con un Consiglio comunale messo ai margini. Le Conferenze dei servizi, infatti, negli anni recenti sono state spesso utilizzate in modo improprio, rappresentando una semplice operazione di superamento dei vincoli posti dalla pianificazione».

    Inoltre, per tenere conto della differente complessità tra i Comuni di maggiore dimensione e quelli minori, è stata introdotta la figura del Piano urbanistico semplificato (vedasi il nuovo articolo 38 bis del ddl), caratterizzato dall’assenza di previsioni di trasformazione del territorio (distretti di trasformazione) e prevalentemente rivolto alla conservazione ed al recupero del patrimonio edilizio esistente (che sia conforme ai piani territoriali di livello sovracomunale), con conseguente riduzione dei costi per la sua elaborazione ed utilizzo dei sistemi informativi territoriali messi a disposizione gratuitamente dalla Regione Liguria anche per quanto riguarda le verifiche ambientali.

    Anche per le varianti ai PUC «Sono stabilite regole chiare per superare la vigente normativa che, con l’espressione tecnica degli “aggiornamenti”, consentiva ai Comuni di apportare modifiche al Piano urbanistico senza alcuna forma di pubblicità e partecipazione dei cittadini – spiega ancora l’assessore regionale Cascino – Le nuove norme stabiliscono confini precisi tra le varianti che i Comuni possono apportare con un procedimento più rapido, ma comunque caratterizzato dall’evidenza pubblica, rispetto alla varianti sostanziali al piano che seguono lo stesso procedimento di approvazione del PUC».
    Con riferimento alle procedure di variazione del PUC si segnala innanzitutto che nella riformulazione dell’articolo 43, commi 1 e 2 della LUR (prevista nell’articolo 47 del DDL) è stato meglio definito l’istituto dei “margini di flessibilità” del PUC, in base al quale è consentito – a fronte della predefinizione delle condizioni delle cosiddette “non varianti” – di attuare direttamente gli interventi che rientrano in tali margini, senza ricorso né ad aggiornamenti del PUC, né tantomeno, a sue variazioni.
    Italia Nostra Liguria ritiene decisamente negativa questa previsione «Si riducono le varianti di piano a favore di maggiori margini di flessibilità, riducendo però il controllo sul territorio da parte dei cittadini – spiega il presidente Roberto Cuneo – in tale prospettiva saranno gli uffici comunali a decidere, neppure gli organi politici, e questo è assai pericoloso».

    Va sottolineato che nel nuovo comma 3 del nuovo articolo 43 il campo di applicazione della procedura di aggiornamento del PUC è stato definito in modo più oggettivo e, di conseguenza, l’ambito di applicazione delle vere e proprie varianti del PUC risulta individuato in via residuale. In particolare sono state ricomprese in tale procedura le modifiche relative alla tipologia dei servizi pubblici di livello comunale (sempreché i relativi vincoli siano ancora operanti) nonché quelle volte alla localizzazione di nuovi servizi pubblici, le modifiche di adeguamento ad atti legislativi, di programmazione e di indirizzo statali o regionali, le modifiche della disciplina urbanistico-edilizia degli ambiti di conservazione, di riqualificazione e di completamento nonché dei distretti di trasformazione purché non comportanti l’individuazione di nuovi distretti di trasformazione e l’incremento del carico urbanistico complessivo già previsto dal PUC.

    Con riferimento alla struttura ed ai contenuti del PUC vanno segnalate, in particolare, le innovazioni relative all’aggiornamento della disciplina dei territori di produzione agricola, di presidio ambientale e dei territori prativi, boschivi e naturali, in coerenza ed in raccordo con i contenuti della pianificazione territoriale di livello regionale, metropolitano e provinciale, come delineati dal presente ddl (vedasi i nuovi articoli 35, 36 e 37 della LUR previsti negli articoli 37,38 e 39 del ddl): in proposito si sottolinea che al PUC viene demandata la fissazione della specifica disciplina urbanistica e paesistica a livello locale degli interventi ivi ammessi, nel rispetto dei connotati peculiari di tali territori ridelineati dal ddl.
    «In queste aree l’aspetto edilizio e di trasformazione del territorio assume un rilievo maggiore rispetto a quanto già previsto nella LUR – afferma Italia Nostra Liguria – Inoltre viene a mancare l’identificazione di aree esclusivamente destinate a protezione ambientale. Noi chiediamo di inserire normative che garantiscano maggiore tutela per le residue aree non urbanizzate di interesse ambientale e per le aree agricole urbane e periurbane».
    In Liguria ci sono ancora molti territori agricoli all’interno di aree edificate «Siti che non devono essere modificati – aggiunge il presidente dell’associazione ambientalista, Roberto Cuneo – Occorre più tutela e meno libertà ai Comuni di modificare. Questa è una legge che dovrebbe avere la finalità di salvaguardare il territorio seguendo le indicazioni politiche che vengono dall’Europa – conclude Cuneo – In tal senso auspichiamo che le nostre osservazioni, come quelle di altri, possano essere utili per realizzare una buona legge».

     

    Matteo Quadrone

  • Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    I palazzi del Centro Storico di GenovaQualche giorno fa la Giunta comunale ha approvato una delibera relativa al progetto di rigenerazione degli spazi urbani del centro storico, da assegnare ad associazioni ed enti che si occupano di attività creative. È previsto il restyling di 5 locali del centro storico, al piano strada di altrettanti edifici, i quali saranno prima dotati delle attrezzature necessarie, poi assegnati in gestione ad “associazioni, imprese, professionisti che si occupano di attività creative”.

    La proposta è stata avanzata da “GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani”, unione di 40 soggetti – fra capoluoghi, Province e Regioni italiane -, a sostegno della creatività giovanile. L’idea verrà realizzata in 17 città, allo scopo di mettere in relazione proposte culturali di imprese e associazioni di giovani con programmi di riuso di immobili da parte di proprietari pubblici e privati. Anche Genova farà parte delle città coinvolte: questa formula è stata ben accolta dall’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla, di concerto con l’Assessore allo Sviluppo Economico, Francesco Oddone, ed è stata presentata come una felice congiuntura tra mondo culturale e aspetto finanziario.

    Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Il progetto nel Centro Storico

    Si tratta di un progetto di durata triennale, che partirà nell’autunno 2014 e riguarda, appunto, il recupero di 5 locali del centro, la dotazione di attrezzature e l’assegnazione a soggetti che si occupano di industrie creative. Le formule di gestione saranno quelle del co-working e fablab, e prevedono dunque la creazione di contesti lavorativi in cui le varie personalità possano condividere competenze per realizzare progetti comuni (qui l’incontro con Talent Garden, progetto di coworking agli Erzelli).

    Per quanto riguarda la strumentazione messa a disposizione, in ogni spazio saranno allestite postazioni con spazio comune, wi-fi, stampanti anche 3D. Sarà presente un’attività di tutoring che agevoli e coordini lo sviluppo di progettazioni individuali ed integrate, comunicazione, aspetti giuridici e gestionali, costruzione di reti. Non mancheranno nemmeno seminari formativi brevi su argomenti trasversali legati a gestione, progettazione, fund raising, tecnologie, e gli spazi funzioneranno come “aggregatori” per il confronto di idee e “acceleratori” della progettazione.

    Le aree da recuperare saranno individuate nei quartieri di Pré e Maddalena (113 ettari), dove sorgeranno nuovi centri culturali, incubatori e spazi commerciali. Gli interventi di rivitalizzazione saranno sviluppati in coerenza con le attività del Patto per lo Sviluppo della Maddalena, con l’obiettivo di potenziare i processi di riqualificazione in atto e migliorare la vivibilità dell’area. Gli spazi in questione saranno gestiti secondo una formula mista tra pubblico e privato: bandi o chiamate permetteranno l’ingresso di privati nel progetto, ma si cercherà il dialogo con soggetti pubblici, dal momento che il progetto nasce come emanazione dell’Assessorato alla Cultura e allo Sviluppo Economico. L’amministrazione, infatti, vuole agire da “facilitatore” e  favorire il consolidarsi di questa nuova modalità di fare cultura.

    Il progetto si inserisce nelle linee strategiche dell’amministrazione comunale (qui l’approfondimento), che punta sulle industrie creative (qui l’approfondimento) come vettore di sviluppo economico e sociale. Un dibatto che si era aperto già con l’adesione a livello europeo a Creative Cities, nel 2010. Successivamente, l’endorsement politico nel programma del candidato sindaco Doria e l’inserimento del concetto di industrie creative nel PUC; poi, i primi risultati e gli investimenti nel settore audiovisivo e tecnologico, con la partecipazione al progetto europeo Medi@tic.

    Oggi parrebbe che a Genova sia stata recepita la tendenza, già europea e sempre più anche italiana, ad investire nei settori della cultura e delle professioni creative: questo sembra favorire lo sviluppo sociale ed economico, con considerevoli ricadute positive in molteplici settori, dall’economia al turismo, al rilancio economico del centro storico.

    Così si legge nel testo della delibera: “L’industria creativa e culturale italiana, ed in particolare quella genovese, è composta soprattutto da aziende piccole e micro imprese, fortemente specializzate, ma che difficilmente riescono ad essere competitive sul mercato internazionale. Sulla base dei dati pubblicati dalla Camera di Commercio di Genova, a fine 2011 le imprese creative presenti sul territorio cittadino superavano le 2700 unità, a cui si aggiungevano quasi 1700 imprese di attività connesse e che pertanto la creatività è presente nel panorama cittadino con quasi 4500 attività operative. Dal 2007 al 2011 il numero di Industrie Creative genovesi è aumentato di circa il 22%; nel 2010 Genova ha preso parte a Creative Cities. La cultura è una delle leve fondamentali del turismo per la città: i vantaggi degli investimenti in ‘cultura’ si ripercuotono sull’insieme dell’economia cittadina e che da essi dipendono gli esercizi alberghieri e commerciali e la stessa attrattiva delle crociere”.

    Elettra Antognetti

  • Cultura, eventi e spettacoli: ecco le linee guida del Comune di Genova per il 2014-2015

    Cultura, eventi e spettacoli: ecco le linee guida del Comune di Genova per il 2014-2015

    palazzo-tursi-D5Con una delibera di giunta rimasta finora un po’ in ombra, il mese scorso il Comune di Genova ha predisposto un aggiornamento e un’integrazione delle priorità strategiche in ambito di cultura, eventi e promozione della città con un particolare indicazione operativa per quanto riguarda il biennio 2014-2015. Il provvedimento si era reso necessario per una serie di concause, prima tra tutte la necessità di porre fine alle polemiche degli scorsi anni che puntavano il dito contro l’amministrazione rea di dare “soldi” sempre ai soliti noti privati, ostacolando iniziative ed eventi culturali nuovi ed emergenti.

    «Gli anni scorsi – ammette l’assessore alla Cultura, Carla Sibillaun organizzatore di un Festival veniva dal Comune o partecipava a un bando e chiedeva un contributo, poi andava ad esempio da Palazzo Ducale e ne chiedeva un secondo, e magari pure a Società per Cornigliano… Così, non necessariamente in base alla qualità, c’era chi riusciva a ottenere più risorse degli altri». Per mettere fine a questo circolo vizioso è stata rivista la convezione quadro in atto tra Comune, Palazzo Ducale, Porto Antico e Società per Cornigliano per lo sviluppo di sinergie utili alla promozione e al sostentamento di attività culturali. «Con queste modifiche – spiega Sibilla – cerchiamo di dare vita a una sorta di coordinamento tra tutti i grandi soggetti che si occupano di cultura nella nostra città: adesso ci si dovrà per forza confrontare e mettere d’accordo sui sostegni che i vari soggetti possono fornire alle singole iniziative. Lo scopo della convenzione, infatti, non è tanto quello di versare contributi a Palazzo Ducale, piuttosto che al Carlo Felice, quanto di rafforzare e distribuire al meglio il calendario degli eventi della città perché questi stessi soggetti partecipano attivamente mettendo a disposizione spazi e servizi».

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    Questo, naturalmente, non vuol dire che le istituzioni della cultura e degli eventi genovesi resteranno a bocca asciutta. Sono, infatti, previsti i consueti contributi per la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, il Teatro Carlo Felice, il Teatro Stabile di Genova ma, naturalmente, per conoscerne l’ammontare bisogna attendere il nuovo bilancio augurandosi che le risorse a disposizione possano quantomeno restare sullo stesso livello del 2013. Senza dimenticare la sempre più difficile ma parimenti indispensabile ricerca di sponsorizzazioni legate agli eventi culturali, «su cui – assicura l’assessore – lavoriamo alacremente e con costanza. Il miglior modo per valorizzare e difendere la cultura è quello di dare qualità e di considerare come obiettivo la sostenibilità economica, fermo restando che ci sono realtà che per la struttura del proprio conto economico necessitano di finanziamenti. Ma questo non vuol dire che poi si possono avere inefficienze strutturali. E a Genova abbiamo tanti esempi di chi riesce a sfruttare in maniera intelligente e innovativa i fondi erogati, uno su tutti lo Stabile».

    Possiamo, quindi, dire addio ai vecchi baronaggi tanto cari in città, anche e soprattutto nel mondo della cultura? «Vedrei tutto più sotto una luce positiva   – ci risponde l’assessore Sibilla – nel senso che difendiamo al massimo la cultura, puntando molto sull’attenzione alla qualità e alla sostenibilità economica. Perché in realtà gli sprechi nel nostro settore non sono poi così sostanziosi rispetto ad altri ambiti. Negli anni, mentre su altri fronti economici, ahimé, abbiamo avuto delle involuzioni con la chiusura di numerose aziende, i visitatori e i partecipanti agli eventi culturali sono sempre in crescita grazie anche a un’offerta molto vivace. Sei anni fa Palazzo Ducale aveva i conti rosso, adesso sì che riceve il contributo comunale ma riesce a fare tanto di più autoalimentandosi trovando sponsorizzazioni e partner disposti a investire su Genova». Quindi è vero che, almeno a Genova, la cultura continua a dare da mangiare.

    C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare tra le pieghe del fermento culturale genovese, ossia l’opportunità di collaborare strettamente con la città di Milano, peraltro di colore politico-amministrativo molto vicino a quello di Palazzo Tursi, in ottica di Expo 2015: Genova, insomma, si vorrebbe candidare a diventare non solo il più naturale sbocco di servizio sul mare per la città meneghina ma punta a valorizzarsi come riferimento anche in ambito turistico.

    Vi è, poi, tutta una serie di principi generali a cui le nuove linee guida devono tendere, come previsto anche dallo stesso Statuto della città. Si tratta, in sostanza, di valorizzare la dimensione nazionale e internazionale del patrimonio cittadino, dell’immagine e dell’appeal turistico della città, delle attività e degli eventi che ne sottolineano la multiculturalità mediterranea e, naturalmente, di tutte quelle iniziative che possano rappresentare un trampolino di lancio per i talenti locali puntando a stimolare un ricambio generazionale, che in questi giorni va parecchio di moda (ministro Madia docet). Insomma, si tratta di tradurre nella concretezza il nuovo, felice slogan che ricorda come Genova nei fatti sia, o forse sarebbe il caso di dire voglia essere, “more than this”. (A proposito di nuovo logo, il Comune ha dato via libera all’utilizzo commerciale per la produzione di merchandising, fino al 28 febbraio 2015, con il versamento di una royalty pari al 7% del fatturato; resta, invece, gratuito l’uso promozionale a fini non commerciali, da parte di soggetti pubblici o privati).

    Le quattro linee guida del Comune di Genova

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    foto di Roberto Manzoli

    Per fare questo vengono, dunque, evidenziate quattro linee guida, che dovrebbero diventare il nuovo catechismo della cultura e degli eventi genovesi per i prossimi due anni.

    Come già accennato, si parte dalla tutela delle grande istituzioni culturali cittadine, fondamentali nella promozione del patrimonio materiale e immateriale di Genova. Non si tratta, comunque, solo di Palazzo Ducale, Carlo Felice e Stabile ma anche di tenere vivi appuntamenti ormai consolidati che coinvolgono i Palazzi dei Rolli e i Musei civici. Inoltre, particolare attenzione si vuole porre alla valorizzazione del Cimitero Monumentale di Staglieno, tra i più importanti d’Europa. E poi tutti gli eventi sempre presenti nel calendario della nostra città in ambito musicale (premio Paganini e sostegno alla musica d’autore) e tradizionali – folkloristici (cortei storici, Confuego e conservazione del dialetto e del teatro genovese).

    Il secondo “comandamento” è, invece, interamente dedicato al sostegno, valorizzazione e promozione degli spettacoli, dalla multisfaccettata offerta teatrale alla sempre crescente offerta musicale; ma si parla anche di Accademia Ligustica di Belle Arti, Museo dell’Attore, cinema, poesia, danza, artisti di strada e chi più ne ha più ne metta.

    La terza linea guida sottolinea la necessità di promuovere l’avvio di progetti innovativi, di imprese culturali locali e di talenti genovesi. In particolare, si fa riferimento ai progetti Sala Dogana e Cre.Sta come esperienza virtuosa nel far emergere le migliori proposte della creatività artistica cittadina.

    Strettamente connesso a ciò è anche il quarto e ultimo aspetto, interamente dedicato alla relazione con il territorio. In questo capitolo, la delibera proposta dall’assessore Sibilla indica tre obiettivi considerati virtuosi e di conseguenza da raggiungere: programmare iniziative con i Municipi e con Civ, valorizzare percorsi cittadini turistico-culturali con particolare riferimento al Centro Storico (vi ricordate il nostro tour alla scoperta delle Botteghe storiche della settimana scorsa?) e dare vita a iniziative specifiche di valorizzazione e rigenerazione urbana attraverso la promozione e fruizione culturale.

    «L’obiettivo di promuovere progetti “stanziali” e innovativi, imprese culturali e produzioni indipendenti  che emerge da questi due ultimi punti – commenta Maddalena Bartolini, consigliere comunale di Lista Doriacredo sia il risultato di un percorso di confronto che vede la cultura uscire dalla sola ottica dei grandi eventi per puntare sulla creatività cittadina come processo permanente invece che momento occasionale. Ne consegue necessariamente un coinvolgimento dei territori (attraverso Municipi, associazioni, Civ e gruppi informali) per rendere la città “abitata” in tutta la sua lunghezza e complessità. Credo che si inizi finalmente a guardare a Genova da altri punti di vista in cui l’arte pubblica, l’apertura di spazi chiusi e la rivitalizzazione di spazi urbani rendono dinamica una città che speriamo diventi sempre più “diffusa”».

    A dimostrazione di ciò è in previsione l’emanazione di un bando per l’assegnazione di contributi da erogare durante il 2014 a sostegno di progetti imprenditoriali innovativi e di industria creativa. La cifra, come tutti gli altri contributi previsti (in previsione ce ne sono anche altri destinati ai teatri più o meno stabili, ai teatri per bambini e alle rassegne musicali) naturalmente è ancora assolutamente incerta e dovrà attendere l’approvazione definitiva il Sala Rossa del Bilancio previsionale 2014. Ma, ad esempio, è già possibile sapere che i contributi richiesti, che dovranno servire a finanziare lo sviluppo di prodotti, servizi e attività creative e culturali che presentino caratteristiche di commerciabilità e capacità di inserimento nel mercato di settore, non potranno superare gli 8 mila euro a progetto. Oltre ai parziali finanziamenti, comunque, l’amministrazione si dichiara assolutamente disponibile a coadiuvare tutti i progetti attraverso l’apporto dei servizi degli Uffici comunali coinvolti nella realizzazione dei vari eventi, in particolare per le questioni burocratiche in materia di rilascio dei permessi e delle autorizzazioni necessarie.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    time-for-action-cipro-3Ci hanno “mandati a quel Paese”, e a farlo è stato YEAST, associazione genovese che si occupa, tra le altre cose, di scambi e mobilità internazionale dei giovani nei Paesi europei. Siamo stati ospiti a Cipro per frequentare un training course dedicato alle prossime elezioni europee di maggio 2014, dal titolo “European Elections 2014: Time for Action”.

    Assieme a noi, delegati di Era Superba con la missione di portare Genova in Europa, un’altra ventina di partecipanti under 30 da vari Paesi (Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Croazia, Polonia, Slovenia) che tra 21 e 27 marzo hanno partecipato assieme a noi ai seminari e alle attività organizzate dall’associazione cipriota E-Youth.

    Abbiamo deciso di partire prima dell’inizio del corso, e siamo arrivati sull’isola qualche giorno prima, il 19 marzo, per guardarci un po’ attorno e andare alla scoperta della “real Cyprus” (come Adela Quested, che nel romanzo di E.M. Forster andava alla disperata ricerca di “the real India”, perdendosi nelle grotte di Marabar). Vi avevamo dato qualche anticipazione, confidandovi le nostre aspettative, le speranze e il fermento pre-partenza. Poi vi abbiamo portato con noi alla scoperta dei posti più belli, grazie a un live tweet  da cui è nato anche uno storify. Ora vi raccontiamo per filo e per segno com’è andata.

    Training course “European Elections 2014: Time for Action”

    european-union-house-ciproIl progetto è stato organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Grecia) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia. Si tratta di un corso inserito all’interno dello Youth in Action Programme 2007-2013, approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dei Ministri nel dicembre 2006. Rivolto a giovani tra i 15 e i 28 anni residenti in uno dei 27 Paesi membri UE, coinvolge istituzioni locali, organizzazioni, enti non-profit. Scopo del progetto, facilitare l’inclusione dei ragazzi all’interno della società e incoraggiare lo spirito di iniziativa, promuovendo una migliore comprensione delle diversità in Europa.

    Youth in Action si articolava in 5 programmi: Youth for Europe; European Voluntary Service; Youth in the World; Youth Support Systems; Support for European cooperation in the youth field.

    Dal 2014 Youth in Action è stato inglobato all’interno del nuovo Erasmus + 2014-2020, progetto per educazione, formazione, gioventù e sport che combina LLP, YiA e altri 5 programmi di cooperazione internazionale. In particolare, il nostro training course sulle elezioni si è svolto a proprio a Nicosia, all’interno del Youth Hostel Zemenides Mansion, e nei sei giorni di training abbiamo partecipato a workshop, lavori di gruppo, street actions; abbiamo discusso di argomenti di attualità e messo in atto simulazioni di sedute della Commissione e del Parlamento Europeo, cercando di approfondire il programma dei vari partiti, anche mediante ricorso a quiz, giochi, momenti partecipativi.

    time-for-action-cipro-2Si è cercato di approfondire tematiche come quelle legate al mondo LGBT e alla rappresentanza omosessuale all’interno del nuovo Parlamento Europeo dopo maggio 2014: abbiamo scoperto che Cipro sembra non recepire le tendenze internazionali ed europee e resta perlopiù esclusa dal processo di tutela della comunità LGBT e di riconoscimento dei diritti fondamentali. Ci ha sorpreso constatare la scarsa informazione della maggior parte dei cittadini ciprioti interpellati, molti dei quali non avevano mai sentito l’acronimo “LGBT” e per i quali la confusione a riguardo sembrava regnare sovrana. Ci siamo confrontati con i nostri colleghi su temi come ambiente e sostenibilità; legalizzazione delle droghe leggere, allargamento dei confini della UE. Abbiamo partecipato a un incontro con alcuni dei responsabili della European Union House Cyprus in cui si è parlato delle dinamiche all’interno delle “stanze dei bottoni” della UE, delle differenze tra Commissione e Parlamento europeo, dell’importanza del voto e della partecipazione dei cittadini, che attraverso la UE possono dire la loro e avere un impatto su un piano ulteriore rispetto a quello nazionale: “act, react, impact”, non a caso, è lo slogan delle elezioni di maggio.

    Nicosia

    Nicosia, città interculturale, ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico. Capitale che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia; città dall’animo ellenico ma a soli 70 chilometri dalle coste ottomane, dalle quali la separa solo un lembo di mare; metropoli con grattacieli e villaggio di agricoltori: questa moltitudine di anime rende Nicosia così affascinante e difficile da inquadrare all’interno degli schemi tradizionali.

    Atterriamo sull’isola di notte mentre ci accoglie una luna rosso sangue che spunta dal mare, proprio come dal mare era spuntato il Sole, quella mattina, a Genova. E così ci sentiamo già un po’ più di casa, in una Cipro che a volte ci ricorda Rimini, a volte il Salento. E, nonostante il mare verde cristallino e le scogliere scolpite dal vento, l’isola non è solo la sua costa. I collegamenti al suo interno sono semplici: lunghe superstrade uniscono rapidamente le più importanti città a Nicosia, a cui tutte convergono naturalmente come in una sorta di raggiera. In poco meno di un’ora di bus, tra distese di uliveti, dolci onde collinari e altopiani rocciosi, raggiungiamo la capitale. La stazione dei bus si trova su quello che solo in un secondo tempo capiremo essere un bastione delle antiche mura veneziane della città, perfettamente conservato come tutti gli undici che la difendono. È una cinta muraria imponente, una delle meglio conservate del Mediterraneo, il cui impatto è tanto forte da non aver lasciato indifferente un’architetto del calibro di Zaha Hadid, impegnata nel progetto dell’Eleftheria Square. Se la prima cosa che un turista vede di Nicosia sono le sue mura, le dimentica immediatamente dopo attraversando la città, grazie al calore e alla cordialità della sua gente. Percorrendo la strada principale, da cui si ramificano una serie di stradine ricche di locali che sprigionano i profumi dei narghilè fumanti, si arriva molto in fretta al CheckPoint, unico ingresso del muro che divide ancora l’ultima capitale del mondo in due. Prendiamo “coraggio”, non tanto per il timore, quanto per il fascino che la cosa comporta: passiamo dal controllo passaporti, compiliamo il visto, lo restituiamo per i timbri e, finalmente, siamo nella parte turca di Nicosia. E sembra immediatamente di essere in un altro continente. Le voci, i canti dai minareti, le stradine piene di botteghe e artigiani, il Bazar carico di incensi e tessuti, le pietre e i gioielli orientali, la cattedrale di S. Sofia convertita a Moschea, le bandiere turche e i soldati in appostamento. La parte turca di Nicosia affascina per tutte queste cose insieme. Ma ancora di più affascina perché la gente ha la stessa identica cordialità e lo stesso identico calore di quella dall’altra parte. E si intuisce, allora, che a dividerli sia solo una striscia di muro militarizzata e di filo spinato. Sarebbe bello che, anche rimanendo così le cose, pur rimanendo divisi, si mandassero a casa i soldati e si abbattesse quella barriera. Magari tutti si accorgerebbero che, in effetti, non ce n’era affatto bisogno.

     

    Elettra Antognetti e Nicola Damassino

  • Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, QuartoDovrebbe finalmente essere arrivata a una svolta decisiva l’ormai ultratrentennale vicenda che riguarda la realizzazione di alcuni nuovi edifici residenziali in via Shelley. Rispondendo, infatti, ad alcuni obblighi imposti da sentenze della giustizia amministrativa e da un’operazione di polizia idraulica della Provincia di Genova, la Giunta comunale ha dato il via libera a un processo a catena che potrebbe portare all’avvio definitivo dei lavori entro la fine dell’anno. Ma la situazione è piuttosto intricata perché unisce, da un lato, la necessità di ammodernare la canalizzazione del rio Penego per una definitiva messa in sicurezza in caso di forte piogge, dall’altro, il completamento del nuovo collegamento stradale tra via Monaco Simone e corso Europa.

    La situazione è spiegata meglio dalle parole del vicesindaco, Stefano Bernini: «Abbiamo l’obbligo – dice l’assessore all’Urbanistica – di realizzare una modifica alla tombinatura del rio Penego perché quella fatta dagli abitanti di via Shelley negli anni ‘60-‘70 è piccola e ha creato diversi disagi in seguito a forti piogge. A monte, invece, il lavoro è stato fatto correttamente ma, nel tratto di congiungimento tra le due tubature, l’acqua che arriva non riesce a essere recepita dal vecchio scolmatore, che fa tappo e provoca i conseguenti allagamenti».

    L’intervento, però, viene anche considerato tra le opere propedeutiche alla realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e Apparizione (qui l’approfondimento), che il Comune aveva inserito negli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro residenziale in via Shelley. In questo contesto, è inevitabile che le due situazioni si siano intrecciate indissolubilmente. Da un lato, gli abitanti della valle del Penego sono soddisfatti perché finalmente si realizzano la tombinatura e, soprattutto, la nuova strada che decongestiona il traffico di via Tanini e via Posalunga a Borgoratti; dall’altro, gli attuali abitanti di via Shelley si oppongono a nuovi insediamenti residenziali, facendosi forti della bandiera del no alla cementificazione scriteriata e sollevando diversi dubbi sulla necessità di revisione alla tombinatura del rio Penego, grazie anche all’appoggio di alcuni ambientalisti.

    «È un conflitto che si sana solo facendo una scelta o un’altra» ammette Bernini, dalle cui parole ben si intuisce come l’amministrazione la propria scelta l’abbia già fatta. «I residenti di via Shelley hanno comunque il peso di aver fatto male, a suo tempo, la tombinatura del Penego a cui dovrebbero rimediare a proprie spese. Quanto alla nuova urbanizzazione, bisogna sfatare alcuni falsi miti: innanzitutto non è vero che si fa fuori dalla linea verde ma è un intervento che ricade dentro l’area urbana. Naturalmente l’opera, ben ponderata, impone a chi si fa carico dei nuovi palazzi anche il mantenimento del verde circostante». Non si tratta, dunque, di una vera e propria speculazione da parte di qualche imprenditore edile ma piuttosto dello sviluppo di un progetto che esiste da decadi e che è stato realizzato da una cooperativa di abitanti futuri. «Non siamo di fronte al classico “mettere le mani sulla città” – assicura il vicesindaco – da parte di imprenditori che vogliono costruire sulle colline. Ma si tratta di un progetto per cui tra l’altro il Comune ha già incassato gli oneri di urbanizzazione ma non ha ancora fatto nulla».

    Rio Penego a Genova QuartoChe cosa c’entri il Comune con la realizzazione del nuovo centro residenziale è presto detto. «Nell’accordo con il Consorzio cooperative Rio Penego (il soggetto interessato alla costruzione del nuovo centro residenziale, NdR) – spiega Bernini – è previsto che i lavori possano iniziare una volta realizzata la strada necessaria all’insediamento del cantiere. È, dunque, ragionevole che mentre il Comune mette in sicurezza il rio, possa allargare leggermente la strada soprastante che servirà come base per dar via ai lavori dei tre blocchi di edifici previsti dal piano regolatore e della strada di collegamento come onere di urbanizzazione. Da lì, infatti, il Consorzio potrà fare la cantierizzazione e utilizzare il movimento terra per completare il collegamento tra corso Europa e Apparizione». Una strada che dovrebbe costare circa 5 milioni di euro che però il Comune non ha a direttamente disposizione, tanto da averla appunto “addebitata” al Consorzio.

    In realtà su questo progetto insisterebbe anche un veto del Tar. Ma, come ci racconta il vicesindaco, la sentenza del Tribunale amministrativo fa riferimento esclusivamente a una sorta di vizio di forma: «Il progetto del nuovo alveo tombinato del Rio Penego e della base su cui realizzare le altre opere è stato chiuso dalla Conferenza dei servizi quando il commissario nominato dal governo era già scaduto. È su questo aspetto che la giustizia amministrativa ha imposto di iniziare nuovamente il percorso: la Conferenza dei servizi, dunque, dovrebbe ripartire perché è stata chiusa in sede deliberante quando non aveva più il commissario. Ma il progetto nel suo contenuto non ha avuto nessuna eccezione: la colpa è dei tempi burocratici che, come spesso accade in queste situazioni, si sono dilatati a dismisura provocando un avvicendamento di diversi commissari per una piccola questione. Ad ogni modo, se il ricorso al Consiglio di Stato non dovesse avere successo, si tratterebbe solo di riacquisire i pareri già acquisiti e riformalizzare la deliberazione».

    Il Comune, dunque, interverrà con urgenza sulla tombinatura del rio Penego. La messa in sicurezza riguarda, tuttavia, un tratto limitato di 120 metri a partire dall’impianto di via Monaco Simone che risponde alle misure stabilite dal piano di bacino. La canalizzazione, però, non sarà completata: restano ancora 370 metri insistenti su aree demaniali e private, tra cui quelle del Consorzio stesso, che potranno essere messi in sicurezza solo nel corso dei lavori di completamento della nuova viabilità tra corso Europa e Apparizione.

    Insomma, l’obiettivo è quello di prendere tre piccioni con una fava: mettere in sicurezza il rio Penego, completare il collegamento tra via Monaco Simone e corso Europa e iniziare i lavori per il nuovo insediamento residenziale che attende il via libera dal 1981. E tutto sembra muoversi in questa direzione visto che anche il consiglio di Municipio IX – Levante ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno che sprona l’amministrazione comunale a proseguire definitivamente il percorso.

    Simone D’Ambrosio

  • Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    acquario2,4 milioni di euro. A tanto ammonta il debito che Costa Edutainment, proprietaria dell’Acquario di Genova, ha maturato nei confronti della società Porto Antico spa per l’affitto dell’area. Una cifra importante che, tuttavia, rappresenta solo una tranche degli oneri annuali che fino ad oggi erano sempre stati versati puntualmente. Un piccolo campanello di allarme che ha stuzzicato l’attenzione del Movimento 5 Stelle, tanto da portare il capogruppo Paolo Putti a presentare sul tema un articolo 54 (da ieri strutturato secondo la nuova versione del regolamento del Consiglio comunale, vedi approfondimento) all’assessore Sibilla.

    «La zona del Porto Antico così come la pedonalizzazione di via San Lorenzo – ricorda Putti nella premessa alla sua interrogazione a risposta immediata – ha costituito il volano per una nuova dimensione di Genova come città in cui Turismo e Cultura possano rappresentare, da un lato, un’importante opportunità economica, dall’altro, un’occasione di confronto e crescita sociale per la popolazione residente. In questo sistema, l’Acquario rappresenta sicuramente un fiore all’occhiello dal punto di vista dell’attrattività nazionale e internazionale per cui vorremmo sapere quanto sono vere queste voci che parlano di una difficoltà economica da parte dei gestori».

    L’assessore a Cultura e Turismo, Carla Sibilla, ha ammesso che nell’ambito del controllo sulle società partecipate, Porto Antico spa ha evidenziato la settimana scorsa il ritardo da parte di Costa Edutainment del pagamento dell’ultima tranche di affitto. «Costa – ha spiegato Sibilla – riconosce alla Porto Antico una serie di affitti non solo per l’Acquario e per la nuova vasca dei delfini ma anche per altre strutture che insistono sulla zona come la Nave Italia, il Bigo, la galleria commerciale Atlantide e una porzione del parcheggio di calata Rotonda. Il contratto prevede un canone variabile pari al 13% dei proventi della bigliettazione a cui va aggiunto il 5% degli incassi commerciali». Costa è poi impegnata economicamente anche su altri fronti. «Innanzitutto – prosegue l’assessore – alla società gestrice dell’Acquario viene riaddebitata una quota parte delle spese che Porto Antico sostiene per l’amministrazione dell’area. A questa vanno aggiunte le uscite per la manutenzione ordinaria e una parte di quella straordinaria, sulla base di piani pluriennali di accordo: ad esempio, dal 2006 al 2010 in questo capitolo sono stati spesi 5,6 milioni di euro, di cui più di 3 per la cura degli impianti acquariologici. Infine, ci sono gli investimenti in promozione e comunicazione che ogni anno superano la soglia dei 600 mila euro».

    Insomma, il contratto d’affitto, se così lo si può chiamare, è piuttosto variegato per cui è abbastanza complicato dire con precisione a che cosa siano addebitabili gli attuali ammanchi. Certo è che, per sua stessa natura dato che chiama spesso in causa valori percentuali sul fatturato, il legame tra Porto Antico e Acquario è determinante per le performance economiche di quest’ultimo. O quantomeno c’è da sperare che sia così perché, come ricorda Paolo Putti, «sviluppi non postivi di questa situazione potrebbero avere ricadute rilevanti su tutto il settore turistico culturale genovese». Per il capogruppo 5 stelle, dunque, «è necessario monitorare la reale voglia di investimento di Costa nella nostra città, alla luce degli interessamenti fuori Genova che sono stati recentemente annunciati. Non vorremmo, infatti, che come spesso succede, da Genova si prende lo slancio ma i frutti vengono fatti maturare e sfruttati altrove».

    Una situazione che l’assessore Sibilla tende a smentire: «È indubbio che la società stia diversificando i propri investimenti ma è altrettanto vero che l’Acquario rimane il vero e proprio fiore all’occhiello del gruppo. Sono sicura che gli ottimi rapporti di collaborazione che il Comune ha sia con Costa sia con Porto Antico ci consentiranno di essere attivi in tempi stretti per spronare a ripianare la situazione».

    Non si è fatta attendere la replica di Costa Edutainment affidata alle pagine del Corriere Mercantile: «Abbiamo pagato religiosamente per 20 anni, ora se per qualche mese siamo in ritardo non facciamone un dramma». Costa sottolinea inoltre che non ci sarebbero danni per la Porto Antico in quanto vi sarebbero garanzie bancarie per circa due milioni. «Ricordiamo che abbiamo fatto molti investimenti nelle strutture e abbiamo presentato un piano di rientro che ci permetterà di essere in pari a fine giugno ma spero ciò possa avvenire anche prima».

    Una situazione, comunque, che resta sotto vigile osservazione, dal momento che l’interesse del Comune non riguarda solo le materie turistiche e di promozione della città. La società Porto Antico spa è, infatti, partecipata al 51% da Tursi. Qualche rassicurazione, allora, arriva anche dall’assessore al Bilancio, Francesco Miceli: «A memoria, si tratta della prima volta che ci troviamo di fronte a questo tipo di ritardo. Confido che, seppure in tempi non brevissimi, la situazione venga ripianata perché ho in calendario un incontro con i vertici di Costa che mi hanno preannunciato la predisposizione di un piano di rientro». Parole che, a dirla proprio tutta, nel contesto economico attuale non suonano proprio così rassicuranti ma, per una volta, proviamo a essere tutti ottimisti.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    palazzo-tursi-rixi-edoardo-lega-D2Che sarebbe stato un Consiglio comunale rapido lo si poteva presupporre già dallo stringato ordine del giorno che metteva in calendario solamente una delibera, peraltro non da discutere ma esclusivamente da votare, e tre mozioni dell’opposizione. Ma di certo non si poteva immaginare che alle 15.09 il presidente Guerello dichiarasse già conclusi i lavori per mancanza del numero legale. Un numero legale (21 consiglieri, pari alla maggioranza più uno) che pochi istanti prima era, invece, stato ampiamente superato nel consueto appello fatto dalla segreteria generale. Che cos’è successo, dunque, tra le 15 e le 15.09? Semplice la risposta. Le opposizioni, avendo fatto due abili conti, hanno deciso di abbandonare l’aula disertando così la votazione delle modifiche al piano comunale per le attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, retaggio dell’ultima seduta quando la minoranza aveva già provocato la conclusione prematura dei lavori facendo mancare il numero legale proprio sulle votazioni delle stessa delibera. I conti, invece, non è riuscita a farli la maggioranza che neppure questa volta ha avuto i numeri per reggere da sola, 18 voti a favore e 2 presenti non votanti: questo è, infatti, stato l’esito che ha costretto al rinvio alla prossima settimana.

    Decisa la presa di posizione dell’assessore Oddone, che della delibera è il proponente: «Con la prosecuzione di questo atteggiamento irresponsabile si rischia di andare a penalizzare fortemente un settore, quello dei bar e dei ristoranti, che su questa regolamentazione conta moltissimo e ha bisogno di certezze in un momento così difficile dal punto di vista economico. Credo che i consiglieri che sono usciti con una manovra da politica politicante della peggior specie si debbano solo vergognare di fronte alla cittadinanza genovese».

    Non nasconde, invece, la propria soddisfazione il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, tra le principali fautrici dell’uscita dall’aula a cui si sono uniti M5S, Lega Nord, Udc, Lista Musso e Gruppo misto: «Abbiamo mostrato ancora una volta come questa maggioranza non abbia i numeri per essere tale. Sono dei fannulloni. Se non fosse per la responsabilità delle opposizioni questa situazione si verificherebbe quasi ogni settimana».

    palazzo-tursi-assessore-oddone-francesco-D4Troppo facile parlare di fratture interne alla maggioranza o di ripicche verso un assessore che sicuramente non è tra più amati neppure nella sua area politica di riferimento. «Data la situazione che si era verificata la settimana scorsa – replica Oddone – mi era stato detto che questa volta non ci sarebbero stati problemi. Io, poi, devo puntare sulla buona fede e sull’intelligenza politica delle persone».

    Casualità o chiaro avvertimento politico dei consiglieri di maggioranza alla giunta? Anche se due indizi (ovvero due rinvii) fanno una prova, come commenta qualcuno in Sala Rossa, il capogruppo del Pd, Simone Farello, è di diverso avviso: «Non è l’assenza di un numero legale, che tra l’altro non è ascrivibile solo al Partito democratico, che crea un problema di natura politica o di spaccatura della maggioranza. Siamo piuttosto di fronte a un’incuria di alcuni consiglieri di maggioranza, sicuramente grave e di cui mi assumo la responsabilità come capogruppo, perché l’incuria nell’amministrazione pubblica è altrettanto grave che la cattiva volontà». Un’incuria che, come richiesto a gran voce anche dal sindaco, costerà ai consiglieri del Pd il gettone di presenza: «Non sarà né la prima né l’ultima volta che lo faremo. In questo ciclo amministrativo tutti i gruppi consigliari hanno dato un segnale di grande correttezza dal punto di vista dell’etica pubblica. Proprio per questo abbiamo messo una serie di regole che impediscono di fare i furbetti del gettone e fregare sulle presenze in aula. Mi sembra che si tratti di un Consiglio comunale che sia in grado di capire che se non ha fatto bene il suo lavoro non è giusto che venga retribuito per un lavoro fatto male».

    Certo, sarebbe bastato fare un po’ meglio i conti e sfruttare magari qualche astuzia politica per attendere l’arrivo dei consiglieri ritardatari, Veardo e Canepa (entrambi Pd), giunti in Sala Rossa alle 15.07. «Ma speravo a quarant’anni di non dover fare il cane da pastore invece del capogruppo. Se, a quanto pare, devo ancora fare il cane da pastore me ne farò una ragione» chiosa Farello.

    Nulla, invece, si poteva fare per i consiglieri Brasesco (Lista Doria), malato, e Vassallo. Certo, l’assenza di quest’ultimo potrebbe far drizzare le antenne ma l’ex assessore della giunta Vincenzi, all’estero per questioni famigliari, condivide pienamente nel merito la delibera in questione come assicura il suo capogruppo: «Tra i provvedimenti che ha portato Oddone – ammette Farello – questo è uno dei pochi su cui è d’accordo anche Vassallo, che peraltro era l’unico ad aver preannunciato la sua assenza. Non esiste un problema politico su questo tema: si tratta di una delibera che abbiamo già approvato ma che dobbiamo integrare secondo alcune indicazioni nazionali, con un percorso in Commissione che è stato ancor più sereno di quello fatto dal testo iniziale».

    Non resta che aspettare le imminenti e molto più calde discussioni su bilancio e puc per capire se davvero si è trattato “di incuria amministrativa” da parte di che dovrebbe poter contare su numeri più o meno forti o se i mal di pancia nei confronti della giunta Doria stiano effettivamente montando.

    Quanto alla delibera di ieri, è del tutto probabile che la terza votazione in calendario martedì prossimo sia quella buona. Ma che cosa potrebbe accadere se il via libera della Sala Rossa dovesse ancora slittare? «Nel frattempo – spiega l’assessore Oddone – continua a valere il regolamento approvato a luglio che però necessita di importanti modifiche concordate con l’autorità garante della concorrenza. Il continuo procrastinare questi ritocchi potrebbe comportare il rischio che la stessa autorità garante vada a contestare la legittimità dell’intero regolamento perché non stiamo dando seguito a quanto concordato». Questo stop inatteso, inoltre, manda in stand-by anche altri importanti regolamenti cittadini perché, sulla scorta di quanto già successo per il regolamento sulle slot, la risposta dell’antitrust serve all’amministrazione per ricalibrare i limiti di natura normativa amministrativa entro i quali si può muovere e dove deve necessariamente porre paletti invalicabili.

    Simone D’Ambrosio

  • Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    pittore-pittura-disegno-arte-CAvete mai sentito parlare di industrie creative? Una definizione che prende sempre più campo anche a Genova, suona bene e richiama immagini positive, ma allo stesso tempo trasmette vaghezza ed evocatività. Si tratta di imprese nate dalla creatività individuale, che sfruttano abilità e talento culturale/intellettuale per generare profitti e posti di lavoro. Il concetto è stato sviluppato a partire dal 2001 in Gran Bretagna, e la definizione sopra citata si deve all’allora Ministero della Cultura, Media e Sport, vero iniziatore di questo processo che si spinge fino ad oggi e che ha valicato i confini britannici per spingersi in tutta Europa.

    Oggi, infatti, sono attivi vari programmi promossi e finanziati dall’Unione Europea per il sostegno alle industrie creative: un processo che nel corso di questi anni ha subito continue evoluzioni, verso un miglioramento testimoniato dal trend positivo che questo modello di business registra.

    Ma perché le attività imprenditoriali che puntano su una propria idea e sulle proprie capacità ora devono essere chiamate industrie creative? Siamo davanti ad una banale etichetta priva di senso? Molti – sia gli addetti ai lavori del mondo dei media, sia gli outsider – sembrano convinti di questa ipotesi. Per questo ci rechiamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune di Genova e ne parliamo con Egidio Camponizzi e Fabio Tenore, che seguono lo sviluppo di queste attività sul territorio genovese.

    In che settori operano le industrie creative?

    Le industrie creative si riferiscono a una serie di attività economiche che si occupano della produzione e/o dello sfruttamento di conoscenze e informazioni, ovvero quelle imprese che hanno la loro origine nella creatività individuale, abilità e talento, e che hanno un potenziale di ricchezza di posti di lavoro attraverso la generazione e lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

    Esse includono tutto ciò che ha a che fare con la produzione di cultura a ogni livello: non solo la performance dell’artista sul palco, ma anche il mondo che si cela dietro come ad esempio pubblicità, video, architettura, musica, arte e mercati antiquari, spettacolo dal vivo, computer e videogame, editoria, artigianato, software e design, tv, radio, moda. Oltre ai 13 settori indicati a livello generale, in Italia è contemplato anche il settore dell’industria del gusto, secondo l’indicazione fornita qualche anno fa da Walter Santagata.

    L’Europa e l’Italia

    Il progetto “Industrie Creative” nasce a livello europeo, all’interno di progetti più grandi come Creative Cities, Mediatic e Creart, che tutti insieme si occupano di incentivare e tutelare in vari modi le esperienze professionali legate al mondo della cultura, dell’arte, della creatività, favorendo la mobilità artistica tra i Paesi dell’UE.

     Oggi le aziende di questo tipo coprono il 9% del PIL europeo.

    Come si legge qui  “A livello strategico l’Unione europea sta puntando molto sulle industrie creative come principale vettore capace di trainare le economie occidentali fuori dalla crisi, tanto da dedicare un intero programma, nella prossima tranche di finanziamenti (previsti per i primi mesi del 2013, n.d.r.), alla creatività, con un investimento complessivo di 1,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i dati di Eurostat nel 2005 in Europa c’erano 5,8 milioni di lavoratori impiegati nelle industrie creative pari al 3,1% della popolazione europea”.

    Venendo al caso dell’Italia, nel nostro Paese nello specifico sono 400 mila le aziende che rientrano sotto l’etichetta di “industrie creative” e 1,4 sono gli occupati in questo settore, con una copertura del 4,9% del PIL nazionale.

    Genova

    via venti settembre genovaA Genova, ci raccontano Camponizzi e Tenore, il progetto è stato accolto positivamente prima dall’allora giunta comunale (in particolare dall’assessorato alla Cultura, che ha inserito il programma nella sua agenda), poi dall’attuale sindaco Doria, che aveva inserito il tema delle industrie creative all’interno del suo programma di candidato sindaco, con una sorta di “endorsement” pubblico al progetto.

     

    «Oggi è entrato a buon diritto all’interno del programma politico della giunta comunale – conferma Camponizzi – e gode del duplice appoggio del settore culturale e finanziario: pochi giorni fa è stato firmato un atto deliberativo congiunto tra assessorato allo Sviluppo Economico e alla Cultura per la realizzazione di interventi di rigenerazione urbana in luoghi da destinare alla produzione artistica. Il progetto non è ancora stato finanziato, ma è un passo avanti verso un lavoro congiunto, che apra anche all’erogazione di fondi a livello locale, oltre a quelli stanziati a livello europeo e nazionale, per il sostegno alle realtà creative».

    Ad oggi, inoltre, alcuni incentivi arrivano anche a livello regionale (che fornisce un sostegno strutturale), senza contare le richieste a terzi, che decidono di aderire a ipotesi di sviluppo. In generale, i progetti e le attività presi in considerazione hanno come riferimento sia le risorse umane (Direzione Cultura e Turismo – Ufficio cultura e città del Comune di Genova, collaborazioni professionali esterne per progetti europei, collaborazioni con vari settori del Comune, reti di associazioni artistiche); sia risorse finanziarie, tra cui fondi dei progetti europei, finanziamenti dal Piano Locale Giovani e sponsor privati. In totale, dal 2011 al 2013 a Genova sono stati destinati alle industrie creative oltre 700.000 euro.

    Stando ai dati forniti dalla Camera di Commercio e aggiornati all’ottobre 2013, nel capoluogo ligure sono 2787 le Imprese Creative, con un numero medio di 3,7 occupati per azienda (si tratta quindi di piccole e micro imprese), pari al 6,6% del comparto produttivo cittadino. Dal 2007 al 2011, inoltre, il numero di industrie creative a Genova è aumentato del 22,03%, e il trend più alto è stato registrato soprattutto nel settore delle imprese di produzione e distribuzione di software, videogame e dell’innovazione tecnologica.

    Ci dicono i nostri interlocutori: «Genova ha un sistema culturale molto articolato e un tessuto creativo vario e di alto livello. È importante promuovere la creatività dei giovani: è una grande opportunità, in questo contesto, oltre che un dovere collettivo. Il fatto che ogni impresa permetta l’assunzione di circa 3 dipendenti ciascuna è un dato positivo e apre nuove potenzialità a livello non solo europeo ma soprattutto locale, in un momento in cui si registrano perlopiù trend negativi collegati ad altre esperienze produttive, industriali e imprenditoriali. Una controtendenza, un successo che viene sia dal sostegno europeo, sia dall’adeguamento a nuovi modelli di comunicazione e cultura, diversi dal passato: sono settori in evoluzione, oggi basta un semplice pc per creare cultura, o il crowdfunding, o altri sistemi nuovi. A differenza dell’industria pesante, in crisi anche perché richiede strumenti costosi  e ricercati, le industrie creative sono sostenibili, rispondono a nuove esigenze e aprono a nuovi mercati».

    Il quadro appare certamente positivo, ma non nascondiamo qualche perplessità. Ci sembrano – dobbiamo confessare – conclusioni un po’ troppo semplicistiche e avulse dalla realtà, i numeri non bastano a farci cambiare idea. Perciò chiediamo: in concreto, quali sono le ricadute positive delle cosiddette industrie creative nella realtà genovese? Dopo l’iniziale momento di perplessità, la risposta: «Buona domanda, è difficile stabilirlo con precisione».

    Palazzo Ducale, Genova«In generale possiamo dire che dopo la presentazione dei nuovi progetti europei in autunno, lavoreremo per valorizzare e promuovere le figure professionali dietro le quinte del mondo creativo, a vari livelli. Pensiamo di individuare uno o due ambiti specifici in cui muoverci: un esempio, il settore audiovisivo, a Genova già consolidato e coperto da realtà come Cineporto, e in cui è più facile concentrare i finanziamenti. Inoltre, pensiamo di sostenere iniziative legate all’arte contemporanea, che non ha mai attecchito a Genova, nonostante gli sforzi di Villa Croce. In tutto ciò, naturalmente lavoreremo rivolgendoci allo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro impiego all’interno dei vari settori delle industrie culturali, verso l’affermazione della Smart City. L‘approccio è cambiato radicalmente: non più solo industrie culturali e cultura vecchio stile, finora sostenuta in modo passivo, ma industria creativa che diventa capace di autofinanziarsi e offrire impiego, rigenerarsi, trovare finanziamenti in modo indipendente. È il processo che viviamo ora: all’inizio, nel 2007, anche le linee del programma della UE erano più “passive”, come formalizzato dal progetto Cultura 3007-2013; ora, con Creative Europe questo status è cambiato». La non risposta conferma i nostri dubbi».

    A livello locale, inoltre, il Comune di Genova è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale, per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano attraverso analisi e monitoraggio del territorio, favorendo i collegamenti interni e con la rete europea. Si parla anche del riutilizzo di spazi cittadini attualmente vuoti e dismessi, adibiti a luoghi di creazione di cultura. Esiste un progetto di rigenerazione urbana con finanziamenti ministeriali, approvato all’interno del decreto legge Valore-Cultura approvato nell’ottobre 2013, che “prevede la destinazione di immobili di proprietà dello Stato a studi di giovani artisti italiani e stranieri, per favorire il confronto culturale e la realizzazione di spazi di creazione di arte contemporanea (art. 6)”.  Se sia sostenibile o no, se sia fattibile in tempi brevi o meno, non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno i nostri interlocutori all’Ufficio Città e Cultura, che commentano «Ora almeno c’è questa possibilità, poi vedremo cosa succederà. Serve l’aiuto di amministrazione locale e statale».

    I progetti in Europa per le industrie creative

    Creative Cities: È un progetto europeo di durata triennale, finanziato dal programma europeo Central Europe che prevede la partecipazione di cinque città dell’Europa centrale che stanno vivendo una fase di trasformazione post-industrale con un passaggio da un’economia industriale ad un’economia creativa (nello scorso triennio Genova ha partecipato al progetto Creative Cities, purtroppo in città se ne sono accorti in pochi a causa della scarsa promozione. L’approfondimento sul numero 38 di Era Superba, ndr). Grazie a Creative Cities vengono indicati principali campi d’azione di un’impresa creativa: dalla pubblicità e commercio, all’architettura e compagnie di distribuzione, industria cinematografica, musica, attività museale, vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali, ecc, al fine di  creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Per farlo, ci si serve di gruppi di lavoro e corsi di formazione, azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato. Il fine del progetto è favorire le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali, aprire nuovi mercati e attrarre investimenti.

    Mediatic: Progetto europeo triennale (dicembre 2011-dicembre 2014) che prende le mosse dal precedente Creative Cities, per lo sviluppo economico del settore audiovisivo e dei mezzi di comunicazione. Anche in questo caso Genova fa parte del progetto insieme a nove partner europei – Siviglia, San Sebastian (Spagna), Kristiansand (Norvegia), Derry (Regno Unito), Bielsko-Biala (Polonia), Cork (Irlanda), Balzan (Malta), Donegal (Irlanda), Vidzeme (Lettonia). Il budget complessivo a disposizione del progetto è pari a 1.747.721 euro.

    Creart: Progetto del 1 marzo 2012, coordinato dalla città di Valladolid, vede Genova partecipante con altri 13 partner, per un sistema permanente e professionale di mobilità artistica. Creart è finanziato nel quadro del programma Cultura 2007 -2013 e ha durata di 5 anni, con finanziamenti pari a 3.437.300 €.

    Creative Europe: Nuovo programma di finanziamenti europei 2014-2020. Ha un budget di 1,46 miliardi di euro e deriva dalla fusione di due precedenti programmi, “Cultura” e “Media” 2007-2013, e da un fondo di garanzia per il settore culturale. Possono partecipare enti pubblici e privati di uno dei Paesi membri, attivi da almeno 2 anni nel settore creativo. I primi bandi sono stati presentati nel dicembre 2013.

    I progetti a Genova

    Chiediamo ai nostri interlocutori qualche nome, qualche riferimento preciso di industria creativa a Genova, per aiutarci a inquadrare l’oggetto della nostra discussione e scendere dal piano teorico a quello pratico. Ma incontriamo qualche difficoltà, e alla fine escono fuori solo gli esempi di CreSta, di cui vi avevamo già parlato, ma anche – dice Egidio Camponizzi –  Yarn Bombing: «A Genova l’idea è nata nel 2012, nell’ambito di un servizio civile per cercare di sviluppare le relazioni tra generazioni diverse, come quella dei giovani e quella degli anziani. Fin dal primo anno abbiamo avuto una partecipazione straordinaria, con 70 tra scuole, comitati e associazioni che si sono offerti di collaborare per “vestire” la città. Quest’anno il numero è cresciuto a 100, e gli sponsor sono entusiasti: ad esempio, i produttori di lane e filati, ma non solo, che hanno deciso di aderire e finanziare il progetto, rendendolo indipendente».

    Ma anche in questo caso si può parlare di industria creativa, o si tratta piuttosto di un evento collettivo e partecipativo, che – pur essendo creativo – esula dalla definizione di “industria”? Le idee restano confuse: «Anche se in questo caso non si parla di vera e propria impresa, Yarn Bombing è un modello virtuoso, bisogna andare avanti e incentivare la compartecipazione. È un modo come un altro di sostenere quello che sta attorno alla cultura. Cerchiamo di adeguarci a nuove tecnologie e forme di fare eventi».

    L’impressione generale – e totalmente personale – è che nonostante gli ottimi progetti e i buoni tentativi dell’amministrazione locale, regni ancora un po’ di confusione circa le industrie creative, il loro potenziale sul territorio genovese e la loro forza nel creare lavoro per i giovani “artisti”, di qualunque tipo. Come potenziare il sistema, come aprire le industrie creative e renderle fruibili per l’intera città? Al momento queste domande sono destinate a restare senza risposta.

    Elettra Antognetti

  • Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Marine Le PenNon sarà passato inosservato che la scorsa settimana Marine Le Pen ha suonato la sveglia. Di sicuro questa volta “il boom” l’ha sentito anche il nostro Presidente della Repubblica, dato che nel commemorare l’eccidio delle Fosse Ardeatine si è messo a declamare: «La pace è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea che oggi troppo superficialmente da varie parti si cerca di screditare e attaccare». Questa visione non è affatto minoritaria. Anzi, si può dire che  essa rappresenti la “dichiarazione standard” con cui, sia in Italia che all’estero, si è risposto al clamoroso avanzamento del Front National; una serie molto varia di commenti, che però sostanzialmente poggiano tutti su un semplice assunto: nazionalismi e populismi sono la risposta sbagliata ai problemi di un sistema giusto.

    La diagnosi sarebbe la seguente: “l’Europa” è per la pace e il bene dei popoli, mentre i nazionalismi sono l’anticamera della guerra; la gente normalmente lo sa, ma in tempo di crisi tende a dimenticarsene e a farsi distrarre da chi fa vuote promesse (populismo) o individua facili capri espiatori (razzismo, antisemitismo, xenofobia in genere). Pertanto, seppure con l’attenuante delle circostanze, è evidente che gli elettori si sbagliano: perché – appunto – sappiamo già a priori cosa è bene e cosa è male (“Europa” bene; chi è contro male). Tuttavia, nonostante l’evidente errore, il verdetto delle urne deve comunque essere “ascoltato”: e indirettamente esso ci sta dicendo che il sistema ha dei difetti e va riformato. Morale: siccome il popolo sta diventando razzista, dobbiamo fare “più Europa”.

    È un’ipotesi di lettura del voto. Ma io ve ne suggerisco un’altra, basata su un assunto di segno opposto: il voto anti-euro è la risposta giusta a un sistema sbagliato.

    Questa seconda lettura ovviamente considera la possibilità che gli elettori non necessariamente sbaglino. Ma prima di parlare delle differenze, parliamo dei punti in comune. Entrambe le interpretazioni ammettono che il voto è l’espressione di un disagio reale; e in entrambi i casi si riconosce che le forze politiche premiate dagli elettori hanno in comune spesso e volentieri una sgradevole matrice tradizionalmente ostile all’immigrazione. Ma le analogie si fermano qui.

    Le differenze cominciano proprio dalla valutazione che si fa del peso della componente xenofoba. Questa componente indubbiamente è presente nella tradizione – per fare un esempio – del Front National: ma è davvero da qui che è partita la volata elettorale della Le Pen? Ovviamente no: al contrario tutti ammettono piuttosto tranquillamente che è stata decisiva la critica radicale alla moneta unica e la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria. Ovviamente per i critici questo non fa molta differenza: essere xenofobi, essere nazionalisti o essere contro l’euro è sostanzialmente la stessa cosa: stiamo sempre parlando di soluzioni troppo comode e nel contempo troppo pericolose (che difatti provengono dalle solite persone). Ma questa interpretazione è contraddetta da almeno due dati di fatto.

    Innanzitutto da un punto di vista scientifico è risaputo che l’euro è una pessima soluzione. Fu addirittura il Sole 24 Ore l’anno scorso a fare la conta dei premi nobel per l’economia che si sono dichiarati contrari all’euro: e di questi, nel frattempo, già due hanno rinunciato all’idea di riformare l’eurozona per consigliare apertamente agli Stati di ritornare alle valute nazionali. Pertanto è evidente che chi riduce la questione dell’euro a semplice propaganda populista o è male informato o è in mala fede. Secondariamente, da un punto di vista politico, è altrettanto innegabile che i partiti che si sono espressi contro la moneta unica hanno migliorato la coerenza e la serietà della loro proposta.

    Marine Le Pen fa una campagna elettorale molto diversa da quella che faceva il padre Jean-Marie. Già da anni ha intrapreso un’intelligente opera di dédiabolisation, tesa a riportare il Front National su posizioni più sostenibili e maggiormente in sintonia con l’elettorato moderato. Al confronto la Lega Nord di Matteo Salvini è indietro; ma è anche vero che, da quando ha intuito le potenzialità di una campagna contro l’euro, il neo-segretario leghista ha messo tra parentesi propositi secessionisti e toni anti-meridionali cari alla base per concentrarsi su un insistente batage elettorale che probabilmente gli darà qualche punto percentuale in più (magari a scapito dell’indecisione di Beppe Grillo). Dunque è corretto dire che la critica alla moneta unica, offrendo un spazio di consenso elettorale potenzialmente molto vasto, sta giocando un ruolo importante nell’oscurare i vecchi cavalli di battaglia, al confronto meno redditizi, delle forze estremiste.

    Per contro chi insiste ad accomunare le due cose sta facendo il gioco rischioso di alzare sfrontatamente la posta. Ostinarsi a non volere concepire la possibilità di un’alternativa a “l’Europa”, continuare a confondere “euro” con “Unione Europea”, e dare esplicitamente o implicitamente del nemico della pace e dello xenofobo a chiunque voglia supporre altre forme di cooperazione fuori dalla moneta unica, significa non solo regalare alle destre una comoda battaglia per la verità: significa anche – come ricorda sempre Alberto Bagnai – prendersi la responsabilità di un messaggio estremamente pericoloso. Significa instillare nella gente l’idea che, se l’euro crollerà (periodo ipotetico della realtà), automaticamente saremo costretti ad un futuro di odio reciproco e di guerre civili: un’idea che a quel punto potrebbe tornare utile a forze ben più pericolose e sovversive del Front National.

    A scardinare la lettura semplicistica dell’avanzata di generici populismi dovrebbe contribuire anche un giudizio più equilibrato e meno encomiastico sul ruolo acriticamente positivo dell’Unione Europea. Dire che “la pace è una conquista dell’unità europea” significa dare un giudizio storico francamente poco condivisibile: la pace è stata la condizione grazie alla quale abbiamo costruito la cooperazione europea, e non il contrario. I ricordi del Presidente Napolitano devono essere ormai appannati, se è davvero convinto che la pace sia da attribuire a una fantomatica “unità” e non, più prosaicamente, all’equilibrio militare tra USA e URSS seguito alla seconda guerra mondiale. Questa rivalità tra superpotenze, e il relativo scontro ideologico tra sistemi economici, aveva portato occasionalmente rivolte e disordini in Europa: ma dopo il ’45 non si era più visto un odio fra popoli come quello che si è manifestato quando Angela Merkel ha visitato Atene; a dimostrazione del fatto che un processo di integrazione sbagliato (come questo basato sulla moneta unica) porta dritti verso quelle tensioni che a parole si vorrebbero evitare.

    Allo stesso modo limitarsi a denunciare la minaccia dei “nazionalismi” significa sottintendere la solita subdola reductio ad Hitlerum. Anziché accomunare ogni forza euro-scettica a Alba Dorata, occorrerebbe ammettere che il “nazionalismo” del Front National non è concepito come una contrapposizione tra Stati: è concepito come contrapposizione tra lo Stato, da una parte, e chi è contro lo Stato, dall’altra. La Le Pen, pur ambendo dichiaratamente a riportare la Francia al rango di potenza globale (la mai sopita grandeur dei cugini), ha per lo meno il merito di non porsi in un’ottica imperialista e aggressiva: anzi, si muove accortamente lungo un solco internazionalista, quando chiama a raccolta i vicini europei in un’alleanza contro lo scardinamento delle sovranità nazionali, vista come anticamera allo scardinamento dei diritti civili. Dimostra quindi di aver capito che il nemico è chi ci dice che occorre “superare” i vecchi Stati, perché in realtà ci vuole togliere la tutela delle Costituzioni, che in Europa – guarda un po’ – sono state una conquista della lotta antifascista. Il fatto che a difendere questa preziosa eredità sia oggi una donna che proviene dalla tradizione del governo di Vichy non è solo un paradosso: è la colpa storica delle sinistre europee. E ben presto dovranno renderne conto.

     

    Andrea Giannini