Categoria: Notizie

Notizie di cronaca e cultura da Genova e provincia, news da tutto il mondo di economia, curiosità e tecnologia

  • Ex caserma Gavoglio, in estate apre la Casa di quartiere. Via libera alla progettazione partecipata

    Ex caserma Gavoglio, in estate apre la Casa di quartiere. Via libera alla progettazione partecipata

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Sono passate due settimane da quanto il comitato “VogliolaGavoglio” ha incontrato i rappresentanti del Municipio I – Centro Est per fare il punto della situazione sulla riqualificazione dell’ex caserma del Lagaccio. Il tema è ormai stranoto: il compendio è in procinto di passare di proprietà dal Demanio al Comune ma, per suggellare questa transazione gratuita, l’amministrazione deve produrre un piano di valorizzazione dettagliato che convinca lo Stato a dare il via libera all’operazione. I tempi biblici della burocrazia italiana hanno spinto alcune associazioni di cittadini a richiedere la possibilità di utilizzare temporaneamente almeno una parte della caserma Gavoglio che, nel suo complesso, si estende per oltre 50 metri quadrati. In particolare, è stato già più volte aperto alla cittadinanza il cosiddetto “piazzale Italia”, quello nella zona più a sud del compendio situato negli spazi antistanti la caserma vera e propria. È in questa zona che si concentra il tentativo di riqualificazione temporanea, in attesa di un restyling radicale e definitivo dell’intera area. I primi interventi sul piazzale esterno erano stati già realizzati da Aster prima della scorsa estate e sono ripresi ultimamente: si tratta, in particolare, della sistemazione della recinzione, sostituzione del cancello principale, rimozione delle lastre di copertura delle tettoie, pulizia delle aiuole e un eventuale completamento della potatura, rimozione della pesa, asfaltatura della parte centrale del piazzale. Per un ammontare che si aggira attorno ai 40-50 mila euro a cui vanno aggiunti altri 20 mila euro stanziati dal Municipio per la ristrutturazione di alcuni locali pertinenziali al piazzale che daranno vita alla nuova “Casa di quartiere” di Oregina. «Si tratta di spazi che verranno messi a disposizione di cittadini e associazioni strettamente connesse con il territorio circostante – spiega l’assessore municipale Maria Carla Italia – ma serviranno anche ad aprire alla città il quartiere del Lagaccio, oggi vissuto come una vera e propria periferia». I locali verranno affidati tramite un bando che è pronto per essere pubblicato e attende solamente il nulla osta da parte della Sovrintendenza e l’approvazione della giunta comunale. Nel frattempo, sempre il Municipio Centro Est cercherà i fondi per arredare gli spazi esterni con panchine, cestini e giochi per bambini. «Il tutto – è la speranza dell’assessore – dovrebbe concludersi entro la fine della primavera».

    Ma l’incontro tra comitato di cittadini e Municipio è servito anche per imbastire il percorso di partecipazione voluto dall’amministrazione per giungere alla redazione del piano di valorizzazione definitivo dell’ex Caserma. Che questa sia l’unica strada per restituire la Gavoglio agli abitanti del Lagaccio e a tutti i genovesi lo ha ribadito il vicesindaco Bernini in sede di discussione del nuovo Piano Urbanistico Comunale, respingendo l’emendamento di Antonio Bruno (Fds) che avrebbe voluto accelerare i tempi della riqualificazione complessiva recependo nel nuovo strumento urbanistico alcuni desiderata dei cittadini: «Gli elementi di dettaglio da inserire nel Progetto urbanistico operativo per la riqualificazione complessiva della Gavoglio – ha detto Bernini – saranno scelti direttamente dai cittadini attraverso il percorso di partecipazione coordinato dal Municipio».

    La ex caserma Gavoglio nel Puc

    gavoglio-puc 2A proposito di nuovo Piano Urbanistico, la Gavoglio rappresenta uno dei 29 distretti di trasformazione che evidenziano alcune zone della città in evoluzione e per cui vengono elencante tutte le funzioni future possibili. Nel Puc l’obiettivo di questa trasformazione viene individuato nel recupero ad usi urbani dell’area militare dismessa al fine di dotare il Municipio di spazi liberi a verde e servizi, il tutto conformato in modo da costituire uno spazio di transizione nel denso tessuto edificato del quartiere, privilegiando soluzioni progettuali che determinino il più elevato grado di integrazione degli spazi dell’ex caserma con il contesto urbano, valorizzando altresì gli edifici di valore storico presenti in sito. Al fine di favorire l’aggregazione sociale, il presidio del sito ed il riutilizzo degli edifici di valore storico è ammessa la presenza di funzioni private”. Tra le funzioni principali ammesse si parla di verde pubblico e servizi pubblici, residenze, parcheggi pubblici e privati; da non escludere anche servizi di uso pubblico e privato, uffici, esercizi di vicinato e il cosiddetto connettivo urbano.

    Per entrare più nel dettaglio, come detto, si dovrà attendere l’organizzazione dei tavoli di partecipazione, che dovrebbero coinvolgere anche Sovrintendenza e Demanio per la certezza della bontà del progetto. Anche perché dall’esito delle discussioni dipenderà la redazione del Puo e, quindi, della riqualificazione complessiva dell’ex caserma. Il percorso pubblico sarà gestito in accordo tra il Municipio e gli uffici di Partecipazione e Progetti speciali del Comune: «Amministrazione e società civile – assicura Maria Carla Italia – non saranno contrapposte ma lavoreranno sullo stesso piano e con lo stesso obiettivo. Soprattutto nella prima parte si tratterà anche di un percorso educativo alla partecipazione perché se ne parla spesso ma altrettanto spesso si ignora che cosa voglia dire nel concreto».

    gavoglio-puc 2Grande attenzione dovrà essere posta anche ai vincoli idrogeologici. In proposito, il nuovo Puc sottolinea la necessità di tenere conto della presenza della tombinatura del sottostante rio Lagaccio, di prevedere la riduzione degli spazi impermeabili, la realizzazione di almeno 5 mila mq di spazi vedi attrezzati o impianti sportivi e non meno del 50% di spazi verdi piantumanti nel cosiddetto “Settore 2”, ovvero quello più a monte. Tra le prescrizioni ambientali si parla anche di “rivitalizzazione del fondovalle e sua connessione con il contesto urbano e naturalistico a monte, con percorsi siti all’interno di un sistema continuo diversamente attrezzato anche in funzione degli spazi attraversati privilegiando l’attrezzatura a verde”. In particolare, deve essere prevista la connessione di via del Lagaccio e l’ingresso della Caserma con gli impianti sportivi a monte e, da qui, con il parco del Peralto, in modo da realizzare l’accesso da sud al Parco delle Mura. Da non dimenticare, infine, che lo stesso Piano urbanistico comunale prevede l’obbligo di realizzare un percorso ciclopedonale che raggiunga la zona dei campi sportivi del Lagaccio e il parco del Peralto nonché l’adeguamento della viabilità pubblica e pedonale del contesto circostante.

    “Adesso – si legge sulle pagine del sito del comitato “VogliolaGavoglio” – la sfida è lavorare tutti insieme per un percorso che può essere nuovo e innovativo in città ma soprattutto può portare a un piano di valorizzazione realmente condiviso e il più possibile coerente con le esigenze del quartiere”. Ed è anche importante che il tutto avvenga in tempi ragionevoli, quantomeno per quanto riguarda la riqualificazione temporanea di piazzale Italia, perché le voci di chi sostiene che la caserma non diventerà mai proprietà di Tursi, non sarà mai riqualificata e che i cittadini si stanno, loro malgrado, prestando all’ennesimo teatrino politico si stanno moltiplicando.

    Simone D’Ambrosio

  • Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaNon ci sono spumante e brindisi che nel dicembre 2011 avevano suggellato il primo via libera al nuovo Piano urbanistico comunale con la giunta Vincenzi ma la soddisfazione tra i banchi di sindaco e assessori è palpabile. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato il nuovo Puc con 21 voti a favore, 11 contrari e 5 astenuti. Affinché le norme inizino a “dettare legge”, però, si dovrà verosimilmente aspettare la fine dell’anno: «Ci saranno ancora 90 giorni di pubblicazione – ha spiegato il vicesindaco Stefano Bernini – per eventuali nuove osservazioni che potranno essere fatte solo su modifiche apportate al testo del progetto preliminare approvato dal ciclo amministrativo precedente. Successivamente si effettuerà un nuovo passaggio in Consiglio comunale ma la griglia di possibili modifiche diventa sempre più stretta». Nel frattempo il piano definitivo sarà inoltrato a Regione e Città Metropolitana a cui spetta l’ultimo parere circa la coerenza del Puc rispetto agli atti di pianificazione urbanistica sovraordinati. Tutti passaggi che dovranno essere espletati entro la fine di dicembre, quando scadrà il cosiddetto regime di salvaguardia che consente di prevedere già attualmente interventi coerenti con il testo del nuovo piano.

    «Sottolineo l’importanza del momento – aveva detto la settimana scorsa il sindaco, intervenendo in avvio di discussione – perché il piano urbanistico è un percorso segnato dal grandissimo lavoro degli uffici, una visione perché definisce l’idea precisa di città che ha l’amministrazione e uno strumento perché abbiamo l’esigenza di decidere a dare tempi certi ai cittadini, alle imprese e a tutti gli interlocutori». Dopo la votazione di ieri pomeriggio il sindaco è raggiante e ripete quasi come un mantra la propria grande soddisfazione: «Sono veramente lieto che il quarto Puc della storia di Genova repubblicana sia stato approvato in questo ciclo amministrativo. Abbiamo fatto nostri alcuni grandi temi già ben avviati dalla giunta precedente e abbiamo cercato di ottimizzarli. Ad esempio – ha proseguito il sindaco – non hanno trovato recepimento le numerose sollecitazioni che abbiamo ricevuto per la trasformazione in altro delle aree industriali della città che, invece, sono rimaste tali».

    Maggioranza ancora in difficoltà

    Se l’esito finale della votazione sulla delibera era scontato, lo stesso non si può dire per le valutazioni politiche che seguono l’approvazione del Puc. Confermando un quadro che aveva iniziato a delinearsi già durante la tanto discussa delibera sulla Gronda, la maggioranza uscita dalle urne sulle questioni delicate rischia di non essere autosufficiente. Incassati i voti contrari di Bruno (Fds) e Pastorino (Sel, favorevole invece il voto dell’altro consigliere Chessa), la giunta ha dovuto registrare anche le astensioni di Gozzi (Pd) e De Benedictis (Gruppo misto, ex Idv). Assenti invece Gibelli (Lista Doria) e Mazzei (Gruppo misto, ex Idv). Per raggiungere la maggioranza assoluta, non indispensabile ma comunque rilevante da un punto di vista politico, sono stati allora necessari i due voti positivi dei consiglieri di Udc, Gioia e Repetto che, almeno formalmente, non fanno parte della maggioranza. Da sottolineare anche che il consigliere Caratozzolo (PD), neo-presidente della commissione Territorio, pur essendosi allineato al partito nella votazione finale ha espresso il proprio voto contrario su tutti gli emendamenti proposti, compresi quelli che hanno riscontrato pieno accoglimento da parte della giunta (due dei quali proposti dallo stesso capogruppo del PD, Simone Farello).

    Nuovo Galliera e altri emendamenti

    Parco cittadino di Villa QuartaraIl tema più caldo, a conti fatti, è risultato quello relativo alla costruzione del nuovo ospedale Galliera. Ben tre gli emendamenti presentati per vincolare le aree a uso sanitario e non consentire l’operazione immobiliare che garantirebbe risorse economiche fondamentali per dare il via all’operazione. Le proposte sono arrivate dai consiglieri di Lista Doria, da quelli del Movimento 5 Stelle, da Antonio Bruno (Fds) e Gian Piero Pastorino (Sel) ma sono state tutte respinte dell’aula: significativo, ma non è la prima volta, che anche il sindaco abbia votato contro un emendamento proposto dalla sua stessa Lista.

    Dei 44 emendamenti presentati a inizio discussione, solo una manciata ha riscontrato il parere favorevole della giunta ed è stata votata positivamente dalla maggioranza dei consiglieri. Tra questi, il documento presentato da Lista Doria che blocca definitivamente il progetto di realizzazione del box auto nella zona di Bosco Pelato. Parere positivo e votazione favorevole anche per altri due emendamenti presentati da Lista Doria: il primo inserisce gli alloggi destinati all’inclusione sociale (ERS) tra le destinazioni d’uso previste come servizi pubblici, il secondo prevede che la ricostruzione di edifici consentita all’interno dello stesso Municipio per il superamento di criticità idrogeologiche possa essere realizzata su suolo precedentemente già urbanizzato.

    centrale-latte-genova-feginoAccolto e approvato anche un documento sulla normazione dei parchi storici che richiama in particolare le tutele previste dalla Carta di Firenze. Sì, infine, ai due emendamenti proposti dal capogruppo PD Simone Farello, uno puramente tecnico riferito a un errore materiale relativo a un’osservazione prodotta dai municipi, l’altro più delicato relativo al trattamento dei rifiuti speciali. L’ex assessore alla Mobilità, ha proposto una suddivisione della normativa a seconda della tipologia di rifiuti trattati con un alleggerimento delle prescrizioni per i rifiuti non invasivi dal punto di vista del trattamento industriale. Secondo indiscrezioni la questione riguarderebbe in particolare il futuro delle aree dell’ex centrale del Latte rimaste a vocazione industriale ma c’è chi non la pensa così: «Non vorrei – ha detto in Sala Rossa Paolo Putti, capogruppo M5S – che si aprissero le porte alle 14 società private che abbiamo letto vorrebbero mettere le amni su Amiu e che, in alcuni casi, trattano fanghi industriali derivanti dalla lavorazione del petrolio».

    Dall’ex mercato di corso Sardegna a Gronda e Tav: tutti i no della giunta

    Nessuno scossone, invece, dagli emendamenti che riguardavano le questioni più delicate e interessano il futuro di alcune aree urbane in attesa di riqualificazione o di cambio di destinazione d’uso. Resta inalterata, dunque, la destinazione d’uso dell’ex mercato di corso Sardegna, per cui invece è stata accolto e approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a valutare i progetti dei cittadini una volta concluso l’accordo con la Rizzani De Eccher. Nulla da fare anche per l’emendamento riguardante la caserma Gavoglio che voleva far recepire nel Puc alcune indicazione arrivate dal comitato dei cittadini che da anni punta fortemente sulla riqualificazione della struttura: il progetto di dettaglio sarà discusso attraverso appositi tavoli partecipativi che saranno organizzati dal Municipio I – Centro Est. Confermate le destinazioni ferroviarie per tutte le aree di Terralba per cui qualsiasi modifica deve per forza di cose passare attraverso un accordo di programma sottoscritto dalle Ferrovie dello Stato. E, nonostante le proposte dei consiglieri grillini, confermate anche le attuali normative che prevedono la realizzazione di un distributore di carburante in Carignano all’altezza della rotonda di corso Aurelio Saffi e la realizzazione di parcheggi interrati in piazza Acquaverde (Stazione Principe).

    Respinti anche gli emendamenti che volevano stralciare dal Puc la centralità di Gronda e Terzo Valico dallo sviluppo della città e che hanno fatto registrare l’ennesima differenza di vedute tra il sindaco (che ha votato contro) e la sua Lista (che, le posizioni un po’ ambigue del passato, ha votato a favore, assieme a Pastorino, Bruno e M5S).

    Esaote e Oms Ratto: tutto rimandato

    Ritirato, invece, l’emendamento presentato da Bruno e Pastorino su Esaote dopo l’ennesimo confronto avvenuto nel pomeriggio tra i capigruppo e i rappresentati di Oms-Ratto. La questione è nota: i consiglieri vorrebbero ridestinare l’area di Sestri a uso industriale, cancellando la variante prevista nel precedente ciclo amministrato e confermata nel nuovo Puc che prevede la destinazione d’uso commerciale per alcune aree. Un provvedimento necessario a Esaote per poter vendere gli stabilimenti di Sestri e spostarsi sulla collina di Erzelli. Ma l’azienda avrebbe dovuto assicurare il mantenimento della piena occupazione, cosa che non sta avvenendo per i 54 lavoratori di Oms-Ratto, ditta dell’indotto di Esaote. La questione è molto delicata perché una retromarcia da parte del Comune potrebbe far saltare definitivamente il delicato tavolo di confronto e, a cascata, il trasferimento a Erzelli, la vendita delle aree e il futuro lavorativo di tutti i dipendenti Esaote. Il vicesindaco Bernini ha chiesto, dunque, di pazientare fino a fine mese: «Potremo approvare la variante che fa tornare le aree di Sestri a destinazione industriale solo dopo che la Città Metropolitana avrà chiuso la Conferenza dei Servizi. Stiamo aspettando la Valutazione ambientale strategica ma entro fine mese potremo tornare a parlare definitivamente della questione».

    Tante, dunque, le questioni che restano sospese, al di là dell’approvazione del piano urbanistico.«Ma non possiamo ridurre il grande lavoro fatto fin qui esclusivamente alla sostanza di qualche singolo provvedimento. Come amministratore mi augurerei 100 di questi giorni» ha sottolineato il sindaco. «Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri – ha aggiunto il vicesindaco Stefano Bernini – è che anche chi si è astenuto o ha votato contro la delibera ha comunque riconosciuto il grande lavoro di ascolto, di confronto e di trasparenza fatto dagli uffici. Poi è naturale che su alcune situazioni specifiche non possiamo pensarla tutti allo stesso modo». A testimonianza di ciò, in effetti, al di là delle dichiarazioni di voto dei vari capigruppo, va registrato anche il fatto che praticamente nessuna richiesta di modifica è arrivata sulle scelte generali a cui è improntato il nuovo Piano urbanistico e che riguardano lo sviluppo futuro della città. «Ciò – ha commentato il sindaco – è testimonianza del fatto che non esisteva una visione diversa della città neppure da parte delle opposizioni. Le differenze, invece, riguardano una serie di critiche su questioni di dettaglio che avremo di affrontare anche in seguito».

    Gli ordini del giorno e le discussioni dei prossimi mesi

    A contribuire a un clima quasi insolitamente disteso, nonostante la crucialità della delibera in discussione, è stata sicuramente la predisposizione della giunta ad accogliere molti dei 68 ordini del giorno presentati quasi interamente dalle opposizioni. Da sottolineare, in questo caso, il lavoro certosino del decano del Consiglio comunale, il consigliere Guido Grillo (Pdl – Forza Italia) che ha chiesto di convocare nei prossimi mesi apposite sedute di commissione per fare il punto sulle azioni intraprese dalla giunta per tenere fede agli impegni presi nel corso di tutto il mandato amministrativo su questioni urbanistiche di particolare interesse e rilevanza: si spazia dal polo ospedaliero del ponente alla riqualificazione di Vesima, dal porticciolo turistico di Pegli al restyling di via Burlando, dai progetti relativi alla potenziale nuova viabilità a Sant’Ilario alla valorizzazione della aree ferroviarie dismesse di Terralba tenendo conto anche del progetto dei cittadini richiamato dal Movimento 5 Stelle, dal punto della situazione sui lavori di Ponte Parodi a quello sui progetti dell’ex caserma Gavoglio. Interessante anche un gruppo di documenti presentati da Lista Doria per l’adozione di un Piano urbano della mobilità sostenibile, per l’approvazione definitiva del Piano del Verde, per la costituzione di un tavolo con la Città Metropolitana sulle misure di Protezione Civile e la gestione dei finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, per la sensibilizzazione della Regione a un riequilibrio delle strutture sanitarie pubbliche sul territorio ad oggi fortemente penalizzato nelle periferie, per la subordinazione degli interventi di infrastrutture viarie a quelli necessari per un potenziamento dei trasporti pubblici e per la reale concretizzazione della pianificazione dei bambini per le aree pubbliche di loro interesse.

    Già detto dell’approvazione dell’ordine del giorno riguardante l’ex mercato di corso Sardegna, merita di essere citata, infine, la richiesta presentata dal M5S e approvata dal Consiglio di predisporre la fruibilità del nuovo Puc anche alle persone dislessiche o con disabilità cromatiche.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    piazza-maddalena-centro-storico-genovaEravamo curiosi di conoscerlo. Padre Paolo, dei Padri Somaschi, è arrivato a Genova poco più di un anno fa, era il settembre 2013 quando si è stabilito alla Maddalena, cuore della città vecchia. Orso per sua stessa definizione, poco propenso a raccontarsi, ha alle spalle un’esperienza di quarant’anni nella lotta all’emarginazione. Non è la prima esperienza nella nostra regione, a fine anni 90 e nel 2011 si era occupato di avviare prima e di “risistemare” poi una comunità alloggio a Vallecrosia, nel ponente.

    Una volta alla Maddalena Padre Paolo si è subito calato nel quartiere, è riuscito ad integrarsi e a dare egli stesso un contributo diretto alle diverse associazioni attive (scrive per il magazine del quartiere, è parte di AMA, è uno dei soci fondatori del quartiere della solidarietà…) «Dopo i primi periodi di “ricognizione” ha iniziato a prendere forma l’idea di realizzare una Casa, un ambiente accogliente per ospitare chi ha bisogno ma anche chi ha voglia di fare e si mette a disposizione e aiuta gli altri. Sempre all’insegna del “ti accompagno per un pezzo e poi tu riprendi la tua vita”». Padre Paolo ha fondato la Casa della Maddalena, un edificio appartenente all’ordine dei Padri, adiacente alla parrocchia del Sestiere, utilizzato in passato solo per attività parrocchiali, in parte ad uso magazzino, in parte affittato e in parte vuoto. Entro l’estate offrirà un appartamento alloggio protetto gestito dalla Cooperativa Il Laboratorio, due appartamenti dati in uso temporaneo a famiglie che si trovano in difficoltà e saranno ricavati, dai 180 mq di un intero piano, tre bilocali per giovani con problemi di emarginazione, anche questi ad uso temporaneo. Un altro piano sarà ristrutturato in modo da creare sei alloggi, stanza e bagno, con una cucina e due sale comuni.

    Attualmente la Casa della Maddalena ospita un asilo e le stanze multiuso al piano terra sono a disposizione di tutte le associazioni che collaborano fra loro per usarli e gestirli insieme. Un luogo aperto al quartiere e alla città.  «L’edificio è di proprietà dei Padri Somaschi, in alcuni spazi era contenuto l’archivio generale che è stato spostato a Roma. Io ho ricevuto il mandato di venire qui a Genova e cercare di creare alla Maddalena un polo di carità Somasca, accompagnando chi ha bisogno per un periodo della vita per poi lasciarlo andare quando è di nuovo in grado di camminare con le proprie gambe». Occorre spiegare meglio chi sono i padri Somaschi e come operano: da sempre si occupano di emarginazione, di poveri e giovani in difficoltà, sono stati fondati da un laico che nel 1500 si è tolto le ricche vesti per diventare servo dei poveri e aiutare le persone avviandole ad un mestiere. Da qui parte il concetto di “carità Somasca”.

    Ma come è  possibile un’operazione del genere a livello economico? Il punto di partenza per Padre Paolo è quello di non fare speculazione; gli spazi comportano spese, ma l’obiettivo è chiudere in pari «non ho guadagnato ma nemmeno ho perso… fino a qui sono riuscito a coprire le spese». Le spese per le ristrutturazioni sono in parte sostenute da Caritas che avrà in gestione alcuni alloggi e in parte anticipate dai fondi dei Padri Somaschi, mentre per ulteriori fondi necessari si aspetta un’eventuale asta di beneficenza e in parte si confida «nella divina provvidenza… nel senso che una volta che le persone si renderanno conto che tutto funziona e che si fa del bene, gli aiuti economici arriveranno spontaneamente».

    Altre soluzioni sono quelle che il Padre è bravo a mettere in piedi come l’accordo con chi sta ristrutturando l’ultimo piano dell’edificio che poi potrà usufruirne per un periodo senza alcun canone. Ma per far sì che realtà come quelle di Casa della Maddalena possano prendere corpo e forza nel tempo, è indispensabile che si formino gruppi di persone unite da volontà comuni. «È inutile che faccia tutto io da solo senza trasmetterlo ad altri, perché il rischio è che tutto il lavoro fatto muoia con la persona che l’ha iniziato. Ecco perché ho sempre cercato, anche nelle esperienze precedenti, di formare persone che potessero poi gestire i progetti anche senza la necessità della mia presenza. Anche questa volta sarà così».

    E in attesa di vedere tutti i lavori ultimati, vi avvertiamo che Padre Paolo si sta muovendo anche verso altri quartieri della Superba…

     

    Claudia Dani

  • Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    terzo-valico-cantiere-2015-2Il finanziamento del terzo lotto costruttivo del Terzo Valico Genova–Alessandria, per 607 milioni di euro, è stato definito il 9 gennaio scorso, con la sottoscrizione dell’atto siglato dal consorzio COCIV (General Contractor incaricato della progettazione e della realizzazione dell’opera, oggi composto da gruppo Salini Impregilo con il 64%, Società Italiana Condotte d’Acqua con il 31%, CIV con il 5%), e da RFI (Rete Ferroviaria Italiana). I relativi interventi – che comprendono il proseguimento dei lavori della Galleria di valico (già iniziati con il finanziamento del secondo lotto) e la realizzazione dell’intera galleria di Serravalle – verranno avviati entro il 30 giugno 2015. Il valore complessivo dell’opera Terzo Valico è di 6.200 milioni di euro, ed è suddiviso in 6 Lotti Costruttivi, si svilupperà per 53 km, di cui 37 km in galleria, coinvolgendo 12 comuni delle province di Genova e di Alessandria.

    Sicurezza del territorio, questa la parola d’ordine che tiene in apprensione le popolazioni delle valli Verde e Polcevera. Le poche informazioni che si leggono sugli organi di stampa in merito ai grandi cantieri della zona non aiutano a creare le condizioni per un clima disteso fra costruttori ed abitanti. Ma aldilà delle opinioni personali sulla bontà della grande opera ferroviaria, rimane il dato di fatto che buona parte delle osservazioni, delle testimonianze e dei dubbi ancora oggi rimangono aperti, senza risposte certe. Ogni accusa viene rispedita al mittente da Cociv.  A destare preoccupazione fra abitanti e attivisti è il pesante impatto ambientale connesso all’apertura di cantieri in aree densamente popolate, con inevitabili rischi per la salute: dall‘inquinamento acustico a quello atmosferico conseguente alla dispersione nell’aria di polveri inquinanti, dalla movimentazione di terre di scavo (“smarino”) potenzialmente pericolose alla regimentazione delle acque e relativi sistemi di scarico.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Abbiamo visitato le zone di cantiere e ascoltato le osservazioni di abitanti e attivisti del Movimento No Tav, successivamente abbiamo interpellato direttamente Cociv per provare a chiarire i punti più critici. Siamo andati a vedere da vicino come procedono i lavori in Val Polcevera e Val Verde, soprattutto nelle zone di Fegino-Trasta, Maglietto, e Cravasco. Il “Cantiere Fegino” in via Castel Morrone è il più importante nell’area di Genova perchè consente l’attivazione degli scavi sia della galleria di Campasso sia della trincea di raccordo con le linee esistenti. Poco distante, in prossimità della fine di via Trasta direzione monte e del primo tratto di via Adda, confluisce la nuova viabilità che porta ai cantieri per la realizzazione degli imbocchi Campasso Nord e Valico Sud. Nel “Cantiere Polcevera” a San Quirico in via Tecci, dove sarà scavata la finestra Polcevera (galleria di servizio rispetto al tunnel principale), allo stato attuale  sono partite le attività di cantierizzazione dei piazzali, come nel “Cantiere Cravasco” (comune di Campomorone), dove sono al via anche le attività di scavo della finestra Cravasco (altra galleria di servizio). Infine, è ormai quasi completato il “Campo base Trasta” in via Polonio, con l’ultimazione di alloggi, mensa, uffici, e lavori di finitura della pavimentazione stradale, mentre il “Campo base Cravasco”, in realtà ubicato in località Maglietto (comune di Campomorone) è tuttora interessato dalla cantierizzazione.

    terzo-valico-cantiere-2015Proprio la costruzione di quest’ultimo, avrebbe peggiorato la già precaria condizione delle strade a causa dell’intenso passaggio di mezzi pesanti, passaggio non previsto almeno in tale misura. «Nel cantiere dovrebbero allestire solo il campo base – raccontano i residenti – in realtà in questi mesi al Maglietto stanno conferendo gran parte dello “smarino” proveniente dallo scavo della galleria di Cravasco. Cosa che riteniamo assolutamente illegittima visto che non compare in alcun progetto. Il transito dei mezzi ha aumentato la criticità di una zona già fragile, inoltre lo sbancamento di terra ha già provocato una piccola frana». I residenti ricordano ancora come nel primo lotto dei lavori fossero compresi gli interventi di adeguamento e miglioramento della viabilità esistente, tra cui il previsto l’allargamento della via di ingresso al campo base e di altri due tornanti attigui, eppure nulla di tutto ciò è finora stato realizzato. «Gli unici lavori avviati sono gli scavi delle gallerie, e le demolizioni di abitazioni alle Ferriere (Comune di Ceranesi) e a Pontedecimo, questo è il loro modo di rendere l’opera irreversibile. Approntando gli scavi, anche per brevi tratti, quando saranno esauriti i finanziamenti comunque nessuno avrà il coraggio di dire l’opera non si conclude, nell’attesa di risorse economiche che magari salteranno fuori dopo qualche anno».

    In merito alla gestione delle terre di scavo, il consigliere di opposizione nel Comune di Campomorone, Valentina Armirotti, aggiunge «Stanno facendo come per la costruzione del campo base, poi divenuto deposito di materiali, della Biacca a Bolzaneto (qui l’approfondimento). Lo smarino passa da un cantiere all’altro, Cociv assicura che le terre di scavo non sono pericolose, ma a noi non risulta alcun controllo su di esse da parte di soggetto esterni».
    I siti attualmente utilizzati per il conferimento dello smarino «Sono quelli autorizzati dal Piano di Utilizzo approvato dal Ministero dell’Ambiente – risponde il COCIV In particolare, per lo scavo di Cravasco il materiale viene inviato, come previsto dal progetto definitivo e dal Piano di Utilizzo approvato, alla ex cava Cementir Vallemme (Voltaggio)».

    In località Cravasco criticità principale è rappresentata dal rischio di impatto con le falde acquifere, in una zona riccha di sorgenti. «Quando ho percorso la galleria – spiega Valentina Armirotti consigliere del Comune di Campomorone – che allora raggiungeva una lunghezza di 150 metri (mentre oggi sarebbe arrivata a quota 300 metri, nda), erano presenti due perdite, una dinanzi all’altra. Poi hanno posizionato delle pompe per intercettare le fuoriuscite. Acqua comunque ne usano tantissima: per abbattere le polveri, lavare i mezzi, ecc. Dopo la prima alluvione di ottobre 2014 in galleria proprio non si poteva entrare, l’acqua fuoriusciva da tutte le parti. Francamente non sono a conoscenza di quante falde siano state intercettate. Il problema è che neanche il Cociv lo sa, e purtroppo neppure il Comune di Campomorone. Infatti, non esiste una mappatura aggiornata delle falde acquifere. Questa è una responsabilità anche dell’amministrazione locale. Comunque, il Cociv non ha approntato alcuno studio a riguardo».
    Il general contractor risponde così alle accuse «Per quanto riguarda Cravasco esisteva un’indicazione del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sull’eventuale impatto dello scavo in galleria sulle falde. Sono stati eseguiti i dovuti accertamenti, ed i risultati sono stati inviati al Ministero. Il programma di cantierizzazione, approvato dal Ministero, prevede tutte le necessarie opere di regimentazione delle acque, e la realizzazione viene, di prassi, fatta contestualmente all’apertura del cantiere». Ricostruzione contestata dal movimento No Tav che sottolinea «Il cantiere è tuttora in fase di allestimento. A luglio-agosto 2014 hanno cominciato lo scavo, e soltanto da un mese (novembre 2014, nda) si sono preoccupati di regimentare le acque di scarico e di servizio per le lavorazioni. Liquidi che dovrebbero subire un processo di depurazione e successivamente, una volta ripuliti, finire nel sottostante torrente Verde. Fino ad un mese fa le acque uscivano dall’area di cantiere, attraversavano la strada, si incanalavano a lato della carreggiata, e poi lungo un tombino defluivano nel fiume. Adesso, invece, vengono raccolte da un’apposita tubatura che le indirizza nel torrente. Ultimamente, però, abbiamo visto che il corso d’acqua rilascia un limo strano, pesante, che potrebbe consistere in residui dei lavaggi di cantiere. Domenica 21 dicembre il torrente era di un colore bianco ed emanava un forte odore, di conseguenza qualcuno ha avvisato l’Arpal. I tecnici dell’agenzia regionale hanno eseguito i prelievi nel pozzetto fiscale del cantiere. Ma non si sono recati a fare prelievi nel fiume, perchè a dir loro mancavano le condizioni di sicurezza. Secondo noi si è persa un’occasione per controllare l’impatto ambientale dell’opera».

    Secondo il Cociv «I controlli vengono effettuati in tutti i cantieri in via prioritaria da Arpal Liguria. I dati delle attività richieste da soggetti esterni (Osservatorio, Arpal, ecc.) sono di proprietà di tali enti, pertanto devono essere richiesti a loro».

    Spostandoci via Inferiore Rocca dei Corvi, troviamo una porzione di cantiere in cui verrà installato un impianto di betonaggio che alimenterà i lavori del cantiere “Fegino”. Al termine dell’opera tale spazio rimarrà a servizio di RFI come area di triage con piazzola di atterraggio elicotteri. Curiosamente la strada, che prima della cantierizzazione conduceva direttamente in aperta campagna, è stata chiusa in occasione del deragliamento del treno Freccia Bianca, avvenuto sulla linea Milano-Genova il 9 ottobre 2014, proprio nelle immediate vicinanze di un’altra porzione di cantiere, quella di via Rocca dei Corvi (a neppure un kilometro di distanza in linea d’aria da via Inferiore Rocca dei Corvi).
    Come spiega un abitante «Prima almeno avevamo l’opportunità di accedere ai nostri terreni (in parte espropriati). Superato il voltino (in fondo alla via Inferiore Rocca Dei Corvi) sembrava di entrare in un altro mondo, c’erano soltanto boschi. La frana è venuta giù dal ponte dei martiri di via Rocca dei Corvi. Dopo la frana gli operai del Cociv hanno messo in sicurezza il tutto. Lavorando due giorni e due notti come formiche. In precedenza non avevamo mai visto così tanto movimento. Evidentemente sussiste una loro responsabilità relativa sia allo smottamento che ha causato il deragliamento del Freccia Bianca, sia ai ripetuti allagamenti di via Inferiore Rocca dei Corvi, che ormai si verificano puntualmente da quando, nel settembre 2014, hanno disboscato anche la parte a valle dell’attuale linea ferroviaria».
    Per quanto riguarda l’episodio del 9 ottobre il Cociv sottolinea «Ricordiamo è in corso un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Il deviamento del treno, comunque, non è avvenuto nell’area del cantiere».

    In merito ai ripetuti allagamenti, invece, la causa potrebbe essere da ricercare nell’eventuale deviazione di qualche rivo sotteraneo, evento plausibile considerando la numerosa presenza di rogge e rivi tombinati nell’area di Fegino-Trasta. Anche in questo caso il Cociv, chiamato in causa, nega con fermezza qualsiasi responsabilità.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoUn mixi-expo aperto a tutte le associazioni che vogliano far sentire la propria voce sulla riqualificazione dell’ex mercato di corso Sardegna. Comincia a prendere piede l’evento organizzato dal Civ e dal Municipio III – Bassa Val Bisagno per domenica 29 marzo, anticipato pochi giorni fa sulle pagine di Era Superba. Hanno già annunciato il proprio sostegno l’associazione #riprendiamocigenova, la Facoltà di Architettura, artigiani e negozianti del quartiere, Confesercenti, Ascom e Confindustria per un appuntamento che possa restituire per un giorno gli spazi ai cittadini, far toccare con mano che cosa potrebbe succedere nel breve periodo e, soprattutto, fare finalmente una sintesi produttiva di tutte le voci, i disegni e i progetti che fin qui sono circolati attorno al futuro della struttura. «Chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio – dice il presidente Massimo Ferrante – avrà il suo spazio, anche gli ambientalisti del Circolo Nuova Ecologia, sempre che vogliano incontrarci dato che formalmente non lo hanno mai fatto. Io non sono contrario alla partecipazione, come è stato detto da più parti, e l’organizzazione questo evento lo dimostra. Ma la partecipazione deve avvenire all’interno di alcuni parametri altrimenti non è altro che un moto perpetuo».

    Approfittando anche dell’assenza di partite di Genoa e Sampdoria quel weekend, tutto il corpo della Polizia Municipale del distretto Bassa Val Bisagno sarà impiegato a garantire la sicurezza dei cittadini: l’area prescelta non sarà con tutta probabilità quella della riqualificazione temporanea ma quella più prossima all’entrata, proprio per una questione di sicurezza.

    Tornato prepotentemente alla ribalta dopo le parole del vicesindaco Bernini che sembravano stoppare il processo di riuso a breve termine dell’ex mercato fortemente voluto dal Municipio, il tema della riqualificazione dell’imponente struttura nel cuore di corso Sardegna è tornata a far discutere questa mattina la Commissione Territorio.
    «Non esiste un progetto di Ferrante, di Crivello o di Bernini – ha ricordato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – ma semplicemente una delibera di giunta (n. 289/2003, ndr) approvata nel novembre 2013 in cui si approva il finanziamento di 500 mila euro per i lavori di demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e per la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo in attesa dell’intervento di riqualificazione complessiva. Si tratta, se vogliamo, di un palliativo ma è l’unica cosa che possiamo fare finché non sarà concluso il contezioso con De Eccher». Gli edifici da abbattere sono quelli, ormai famosi, che si affacciano su via Varese, la cui demolizione darebbe via libera a una nuova piazza asfaltata con la conseguente messa in sicurezza attraverso recinzioni degli edifici che si affaccerebbero sulle aree sgombrate. Una delibera, all’epoca, votata dallo stesso vicesindaco Bernini, che ultimamente si è detto invece contrario a ogni demolizione per evitare l’insorgere di nuovi problemi nella trattativa con Rizzani. Tuttavia, nel testo della delibera si legge che gli interventi di demolizione previsti “non pregiudicano i rapporti in essere con la società convenzionata Rizzani de Eccher”.

    mercato-corso-sardegna-tetto«La delibera non è certo un testo sacro – precisa Crivello – e se decidiamo di non rimuovere più quegli gli edifici, la cambieremo. Ma è da qui che deve partire il progetto di riuso temporaneo dell’ex mercato». Nello stesso documento viene anche indicato l’iter per i lavori che potranno essere attivati (con o senza demolizioni) solo una volta terminata la bonifica dell’amianto. «Abbiamo smaltito circa 100 tonnellate di amianto per poco meno di 10 mila metri quadrati – spiega Francesco Chiantia di Amiu Bonifiche – mentre altri quattro edifici sono stati incapsulati, come previsto dalla legge, altrimenti si sarebbe lasciata una parte della struttura a cielo aperto. Resterebbe da incapsulare ancora un edificio (angolo sud-est di via Varese, ndr) che non è stato toccato perché si pensava venisse demolito».

    Demolizione a cui un gruppo piuttosto nutrito di cittadini (3300 le firme raccolte finora) si è opposto presentando un progetto alternativo che mira alla conservazione di tutto il perimetro della struttura per non pregiudicare la riqualificazione definitiva: «Siamo d’accordo che l’area venga sfruttata – spiega Patrizia Conte, coordinatrice dei comitati per la salvaguardia dell’ex mercato di corso Sardegna – ma proponiamo di liberare uno spazio centrale, demolendo due piccoli edifici non vincolati e realizzando uno spazio verde con il ripristino della vecchia pavimentazione in lastroni che renderebbe permeabile la zona calpestabile, a differenza dell’asfalto».

    Ora, dunque, non resta che prendere una decisione sul da farsi. «Tutta la discussione che è nata attorno alla riqualificazione dell’ex mercato – sostiene Crivello – è frutto di una precisa scelta politica esattamente contraria all’immobilismo: così come abbiamo fatto con la previsione dei lavori dello scolmatore del Fereggiano in attesa di quello del Bisagno, cerchiamo di trovare una soluzione intermedia che possa andare incontro alle richieste dei cittadini. Certo, non tutti saranno d’accordo, ma tra i compiti dell’amministrazione, dopo aver ascoltato ed essersi confrontata con tutti, c’è quello di fare sintesi e assumere delle decisioni».

    «A me non interessa tanto se e quali edifici verranno demoliti – commenta il presidente Ferrante – ma piuttosto che si avvii finalmente quel processo di riappropriazione del luogo da parte dei cittadini. Non ci troveremmo in questa situazione se nel 2009 si fosse accelerato l’avvio dei lavori perché l’alluvione avrebbe comportato vincoli più stringenti alla Rizzani e non la rinuncia al progetto che costerà un sacco di soldi ai cittadini. Certo, personalmente sarei favorevole alla demolizione degli edifici previsti dalla delibera perché si creerebbe finalmente una comunicazione diretta tra piazza Martinez e corso Sardegna, ma è il Comune che deve decidere». Un po’ di coltello dalla parte del manico resta, però, anche nelle mani del Municipio dato che, se il processo di restituzione di uno spazio pubblico ai cittadini dovesse ulteriormente tardare, Ferrante potrebbe rivolgere altrove (rifacimento di Piazza Martinez) i 50 mila euro di bilancio impegnati. A quel punto, al Municipio resterebbe soltanto il risanamento conservativo della facciata su corso Sardegna, compresa la rimozione dei ponteggi ormai non più in sicurezza, mentre la palla per la gestione della struttura tornerebbe tutta sulle spalle del Comune.

    Il quadro, insomma, resta ancora molto incerto o, quantomeno, bloccato e potrebbe restarlo almeno ancora fino all’evento di fine marzo. Nel frattempo, però, dell’ex mercato di corso Sardegna si tornerà a parlare con tutta probabilità nei prossimi giorni, quando in Consiglio comunale si discuterà l’approvazione del nuovo Puc, in cui le destinazioni previste per l’area restano le stesse che avevano dato il via libera alla presentazione del project financing di Rizzani – De Eccher che tanto aveva fatto discutere anche prima del suo stop definitivo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba

  • Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Mercato Corso SardegnaIl progetto di riqualificazione temporanea dell’ex mercato di corso Sardegna rischia di subire una brusca frenata. Le parole pronunciate dal vicesindaco nel corso dell’ultima seduta di Commissione dedicata al nuovo Puc, suonano come un “fermi tutti” alla realizzazione della nuova piazza pubblica che si ricaverebbe dalla demolizione di due edifici affacciati su via Varese e non vincolati dalla Sovrintendenza.
    «Normare oggi quell’area in modo diverso – ha detto Bernini in Sala Rossa – avrebbe un effetto non positivo su una fase delicatissima di una trattativa che il Comune sta cercando di chiudere con un gruppo privato che deve essere indennizzato perché non può più realizzare il progetto per il quale si era aggiudicato un bando pubblico. Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili. Ma questo tipo di progettazione può partire solo il giorno dopo che avremo chiuso la vertenza in atto»

    L’immediata conseguenza, dunque, sembrerebbe uno stop definitivo al progetto fortemente voluto dal presidente del Municipio, Massimo Ferrante, in accordo con il Civ e finora sostenuto anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello. Secondo il vicesindaco, l’intera area sarebbe intoccabile fino alla chiusura (praticamente raggiunta a livello informale) dell’accordo con il gruppo Rizzani de Eccher, il colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale tanto da rinunciarvi e chiedere un copioso indennizzo al Comune (dalle casse di Tursi potrebbero uscire oltre 2 milioni di euro, molto meno degli 11 chiesti come dall’azienda ma, comunque, una cifra di tutto rilievo in tempo di bilanci in crisi). Tutt’al più, lascia intendere Bernini, potrebbero essere demoliti un paio di edifici nella zona sud che non corrispondono però all’idea portata avanti dal Municipio.

    mercato-corso-sardegna-2008-d1Il vicesindaco ha anche liquidato negativamente la richiesta della consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, di prevedere nel nuovo Puc un cambio destinazione d’uso per gli spazi dell’ex mercato, che possa essere già vincolante per la riqualificazione complessiva. «Nel nuovo piano urbanistico – spiega Stefano Lanzarotto del Comitato contro la cementificazione di Terralba – per quanto riguarda corso Sardegna sono state previste le stesse norme del Puc precedente, quelle cioè che avevano consentito alla Rizzani de Eccher di presentare il proprio progetto. Eppure tutto ciò contrasta con il piano di bacino e le norme regionali che hanno portato all’annullamento dell’appalto e alla vertenza ben nota. Che cosa sta facendo il Comune? Va contro fonti legislative sovraordinate o sta preparando il terreno per una futura nuova speculazione edilizia?» .

    Sarebbero già tre i gruppi di architetti interessati a subentrare nella riqualificazione definitiva della struttura, che non prevedrebbe alcuna demolizione e vorrebbe restituire alla città uno spazio in pieno stile liberty. Qualcosa di simile rispetto a quanto disegnato dai cittadini che, assieme al circolo Nuova Ecologia di Legambiente e al coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna, avevano raccolto circa 3 mila firme per manifestare il proprio dissenso rispetto al progetto del Municipio, proponendo per contro la conservazione totale del perimetro esterno dell’ex mercato e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.

    Le forti parole di critica rilasciate a Era Superba da Ferrante qualche settimana fa proprio a tal proposito («Sono firme raccolte con l’inganno») hanno lasciato il segno. «Il progetto di Ferrante – commenta Stefano Lanzarotto – non ristruttura l’ex mercato ma lo deturpa non rendendo più usufruibile l’intero stabile per una definitiva riqualificazione futura. Mentre il nostro progetto, che avrebbe gli stessi costi di quello del Municipio, si avvicina molto alla posizione del vicesindaco».

    La questione, comunque, è ancora del tutto aperta e sarà affrontata nei prossimi giorni nel corso di un’apposita seduta di Commissione. Anche perché l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, ha più volte assicurato che il mercato non resterà vuoto ancora a lungo. D’altronde, a questo scopo sono state accantonate risorse importanti del bilancio comunale: 500 mila euro per una riapertura parziale e temporanea di alcuni spazi, oltre ad altri 200 mila euro impiegati per la rimozione o l’incapsulamento delle parti in amianto. E anche il Municipio ci ha messo del suo con 100 mila euro stanziati per il risanamento conservativo della facciata e altri 50 mila pronti per la riqualificazione futura.

    La sensazione è che un punto di incontro, quantomeno tra le diverse anime istituzionali, possa essere trovato in una rivisitazione del progetto del Municipio, lasciando perdere qualsiasi demolizione: «Così facendo – specifica Crivello – la realizzazione del progetto portato avanti da Ferrante non pregiudicherebbe alcuna ipotesi di project futuro sull’intero edificio e potrebbe essere realizzata anche in attesa della chiusura dell’accordo con la Rizzani de Eccher». Insomma, la regia del progetto, con i giusti correttivi, resta al Municipio. «L’obiettivo – conclude l’assessore ai Lavori Pubblici – è quello di restituire ai cittadini uno spazio pubblico, possibilmente con del verde, nel più breve tempo possibile. Vedremo se sarà il caso di pensare a una fase di progettazione partecipata. Ma che cosa fare lì dentro lo decide il Municipio». Ed è proprio questo che sembra preoccupare il vicesindaco Bernini, dal cui assessorato all’Urbanistica dipendono tutte le eventuali autorizzazioni a procedere.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    genova-castelletto-veduta-DIIl Puc ha concluso il suo iter in Commissione. La delibera che darà il via libera al nuovo Piano urbanistico comunale sarà con tutta probabilità messa all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, prevista martedì 24 febbraio. Il voto finale, però, non dovrebbe arrivare prima di mercoledì 4 marzo: sono, infatti, già state calendarizzate due sedute di Consiglio interamente dedicate alla discussione e alla votazione del Puc e dei documenti allegati per martedì 3 e mercoledì 4 marzo, a partire dalle ore 9. Così i consiglieri avranno tutto il tempo per presentare e illustrare emendamenti puntuali e ordini del giorno (via libera da venerdì 20 febbraio alle 18 di giovedì 26) a quello che è considerato a pieno titolo l’atto madre dell’amministrazione della città. «Non si tratta di pratiche da tutti i giorni – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – ma quello che i consiglieri voteranno detterà legge almeno fino al 2025. Ogni modifica va valutata con il massimo dell’attenzione, soprattutto se gli emendamenti dovessero riguardare la parte generale perché a cascata potrebbero ricadere su tutta la normativa di dettaglio. Uno dei lavori più preziosi che gli uffici hanno fatto ultimamente è stato quello di “far girare” il Puc per rilevare eventuali incongruenze (si stima che siano state prese in considerazione circa 2000 osservazioni al piano preliminare, ndr) che abbiamo successivamente eliminato con l’ultima decisione di giunta. Ovviamente, lo stesso lavoro andrà fatto con tutti gli emendamenti».

    Due i nodi più intricati che non sono ancora stati sciolti e che rischiano di alzare i toni della discussione: il nuovo Galliera e la destinazione d’uso delle aree sestresi di Esaote.
    Del primo punto si è discusso ancora ieri mattina in Commissione: da un lato, la posizione della giunta che vorrebbe evitare nuove polemiche politiche con la Regione, mantenere nel Puc il cambio di destinazione d’uso di alcune aree, che consentirebbero la realizzazione di nuovi edifici residenziali per il sostentamento economico del progetto, e vincolare una decisione finale a un nuovo passaggio in Consiglio comunale dell’accordo di programma sul progetto definitivo; dall’altro, le sinistre vorrebbero lasciare nel Puc l’attuale destinazione a servizi (sanitari e ospedalieri) per l’intera area ed eventualmente approvare una variante solo dopo aver valutato l’accordo di programma. «Che cosa c’entra la costruzione di nuove residenze a Carignano secondo la filosofia ambientalista che muove tutto il nuovo Puc?» si chiede il consigliere di Sel, Leonardo Chessa. Tocca al vicesindaco tentare una mediazione: «Credo che su questo tema valga la pena sviluppare una posizione condivisa da tutti i gruppi consiliari. C’è la possibilità di elaborare una serie di vincoli più pesanti – spiega Bernini – in modo tale da aumentare le garanzie richieste per l’attivazione delle nuove destinazioni d’uso previste nel Puc». La sensazione è che nelle prossime riunioni di maggioranza un accordo possa essere trovato, anche perché tutti sono concordi nell’individuare la Regione come il principale imputato di questa impasse dovuta sostanzialmente alla mancanza di una programmazione sanitaria e, di conseguenza, all’impossibilità di arrivare a un quadro di fattibilità economica per il nuovo ospedale.

    Più delicato il nodo Esaote. In ballo c’è il cambio di destinazione d’uso di alcune aree produttive di Sestri che il nuovo Puc prevede commerciali: si tratta di uno “scambio” realizzato tra Comune e azienda per il trasferimento di quest’ultima agli Erzelli. Dell’accordo, però, faceva parte il pieno mantenimento dei posti di lavoro: in seguito alla cessione dei comparti di produzione e di logistica di Esaote a Elemaster (che ha confermato la propria disponibilità a rimanere a Genova) non è stato garantito alcun futuro ai 54 dipendenti di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote in liquidazione da fine 2014. Le vertenze sindacali, che coinvolgono a pieno titolo tutti i lavoratori di Esaote per cui tuttavia la situazione sarebbe in via di definizione, sono in pieno corso di svolgimento, come testimoniato dalle numerose manifestazioni e dall’ormai presenza fissa in Consiglio comunale, ma è difficile intravedere una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa. L’amministrazione, che si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, non vorrebbe però tirare troppo la cinghia con le aziende perché il rischio è che si venga a creare una situazione da «deserto industriale, in cui tutti escono sconfitti», che il sindaco Marco Doria vuole evitare a tutti i costi. Tra l’altro, al di là dell’aspetto urbanistico, il Comune ha ben pochi margini di manovra che si limitano a un ruolo da stimolatore per un incontro tra lavoratori e aziende.

    A prescindere da queste due battaglie, nella discussione in Sala Rossa del Puc non si dovrebbe assistere a pratiche di ostruzionismo spinto a cui, invece, ultimamente siamo stati abituati sulle delibere più delicate. Sarebbe, infatti, un peccato replicare le tensioni che hanno accompagnato la delibera sulla gronda su un atto che da quasi tutte le forze politiche viene comunque considerato meritevole di apprezzamento, non fosse altro per la disponibilità dell’amministrazione a riaprire il piano alle osservazioni di cittadini e associazioni per 6 mesi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla giunta Vincenzi. Un lavoro certosino quello del settore Urbanistica del Comune di Genova, che culminerà nella pubblicazione di tutte le mappe e dei dati utili georeferenziati.

    Ciò non significa che gli emendamenti saranno pochi perché, come detto, in ballo c’è il futuro della città, delle sue aree abbandonate, di quelle produttive e di quelle da riqualificare. «Tutto è ancora fattibile – avverte il vicesindaco Bernini – ma i consiglieri dovranno prendersi le proprie responsabilità sui documenti che andranno a votare e che potrebbero avere importanti conseguenze economiche per le casse pubbliche. Dobbiamo fare molta attenzione a non utilizzare lo strumento urbanistico per punire o premiare determinati percorsi in atto: il Puc serve per indirizzare gli sviluppi possibili della città».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio