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  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    lavori-cantiere8,2 milioni di euro per un nuovo piano straordinario delle manutenzioni. È questo uno dei dati più interessanti emersi dalla presentazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici inseriti all’interno del programma triennale 2015-2017. Nel 2015 complessivamente saranno investiti poco più di 105 milioni di euro: 42 milioni di mutuo ad hoc acceso da Tursi, poco meno di 8 milioni di entrate proprie del Comune, altri 9,6 milioni stanziati dal prossimo bilancio previsionale, 30,7 milioni di entrate statali, 2,5 milioni di fondi regionali, poco meno di 8 milioni di finanziamenti residui e 4 milioni di altri fondi.

    «Il quadro generale – ha commentato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – mostra la volontà del Comune di indebitarsi nell’interesse della città e del suo futuro. Non dobbiamo dimenticare che nel corso degli anni il quadro di fragilità del territorio con cui abbiamo a che fare è peggiorato radicalmente: nel 2013 è piovuto il 51,25% in più rispetto al 2012, nel 2014 il 74,78% in più del 2013 e il 163,60% in più sul 2012».

    I lavori pubblici del 2015, voce per voce

    Più interessante capire come verranno spesi questi soldi. Lo schema definitivo dei lavori, come di consueto, verrà approvato contestualmente al bilancio previsionale 2015. Un’operazione che non avverrà prima dell’inizio di giugno dato che, per legge, l’elenco dei lavori pubblici viene adesso sottoposto per 60 giorni alle eventuali osservazione dei Municipi e del territorio. Anche per questo motivo non è stato fornito un elenco dettaglio di ogni singolo intervento ma solo la suddivisione in poste più generali. Saranno quasi 26,4 i milioni impiegati per il riassetto del territorio e la difesa della costa (gli interventi più significativi riguardano, per circa 13 milioni, il torrente Chiaravagna in corrispondenza dell’area Piaggio, di via Giotto, del ponte obliquo e dell’area Ilva, a cui si aggiungono la messa in sicurezza dell’area a rischio idrogeologico a Cesino, tombinatura del rio Bisagnetto e la sistemazione del torrente Cantarena).

    14 milioni verranno investiti invece nella manutenzione ordinaria di strade, illuminazione, verde e segnaletica, mentre qualche spicciolo in meno sarà a disposizione per le infrastrutture turistiche, sportive e commerciali.

    via-buozzi-san-teodoro-lavori9 milioni e 680 mila euro andranno al trasporto pubblico: tra questi è in calendario il completamento del deposito della Metropolitana in via Buozzi, con la chiusura del secondo lotto di lavori per la tecnologia interna e la sistemazione del capolinea di Brin (9 milioni complessivi) e la definitiva risistemazione di via Buozzi con il parcheggio di interscambio e la pista ciclabile (2 milioni complessivi). Per quanto riguarda il trasporto pubblico, grande interesse suscita il prolungamento della metropolitana in piazza Martinez, in vista della prosecuzione in direzione di Terralba e dell’Ospedale San Martino: «Il progetto preliminare – ha ricordato l’assessore Dagnino – prevede una spesa di 28 milioni di euro, compresa la fornitura di due nuovi treni. Nel piano triennale, ma non sul 2015, sono stati inseriti 7 milioni di contributo nazionale e 4,8 milioni di cofinanziamento del Comune: il resto è da costruire, sfruttando l’inserimento dell’opera tra gli interventi strategici nazionali previsti dalla nuova finanziaria». Per quanto riguarda il 2015, si dovrebbe arrivare alla redazione del progetto definitivo proseguendo di pari passo le trattative con le Ferrovie per la liberazione delle aree.

    Sfioreranno i 9 milioni gli interventi dedicati all’edilizia abitativa (di cui poco meno di 2 milioni per interventi di manutenzione straordinaria per il recupero alloggi nelle zone di Prà-Voltri e Centro Storico e 1,3 milioni per recupero alloggi di edilizia residenziale pubblica in via Ariosto civici 8 e 10) mentre 5 milioni a testa sono previsti per la prosecuzione di lavori di ripristino dei danni alluvionali (tra cui il ponte del Lagaccio, sistemazione frana in via Costa del Vento, adeguamento idraulico del Rio senza nome a Ca’ di Ventura, sistemazione del cimitero della Biacca e delle frane di via Profondo, via Sambuco e Fiorino) e per la manutenzione di edifici del patrimonio comunale. 4,8 milioni sono le risorse strettamente dedicate alla ristrutturazione degli edifici scolastici, mentre 3,2 milioni saranno accantonati per la progettazione di futuri interventi di manutenzione.

    Impossibile dar conto di tutti gli interventi puntuali ma può valere la pena citare quelli economicamente più significativi: quasi 5 milioni sono stati previsti per l’avvio del collegamento stradale tra via Monaco Simone e Via Shelley; si sale a 7 milioni  per un generico “rifacimento delle infrastrutture della mobilità alla Fiera di Genova” e 500 mila euro per il ripristino del tetto del padiglione Jean Nouvel; 2,5 milioni per il primo lotto della riqualificazione della Piscina Mameli di Voltri, 1,6 milioni per il riordino degli spazi d’ingresso lato fioristi del Cimitero di Staglieno; 450 mila euro a testa per il recupero e completamento dell’oratorio della Scuola di Piazza delle Erbe, la riqualificazione dell’ex Istituto Nautico in Piazza Palermo e della scuola Papa Giovanni XXIII; infine una citazione per 150 mila euro accantonati per la manutenzione straordinaria del Diurno di De Ferrari di cui tanto abbiamo parlato.

    Raddoppiano i fondi per i Municipi

    municipio-circoscrizione-politicaSorridono i Municipi che, oltre ai canonici 281 mila a euro che ciascuna delle 9 delegazioni riceve ormai di consueto in conto capitale per realizzare progetti che devono passare attraverso una progettazione condivisa con il Comune, vedono raddoppiare le risorse straordinarie già stanziate nel 2014 e che per l’anno in corso ammonteranno a 400 mila euro a testa.

    «Gli auspici – ha detto il coordinatore dei presidenti dei Municipi, Mauro Avvenente – erano quelli che il trasferimento di competenze e responsabilità da Tursi ai Municipi si trasferisse dalla carta alle risorse economiche e, in questo quadro, non posso che manifestazione una soddisfazione di carattere generale rispetto all’impianto complessivo del piano: la qualità della manutenzione urbana migliora il biglietto da visita per i turisti».

    Le ex circoscrizioni potranno beneficiare di altri due stanziamenti significativi: la Giunta ha infatti previsto 1,2 milioni di euro per la pulizia e manutenzione dei rivi e più di 800 mila euro per il rifacimento e la sistemazione delle caditoie (una cifra che supera la somma di quanto investito sullo stesso capitolo dal 2012 a oggi). E poi, come detto in apertura, ci saranno ben 8,250 milioni di programma straordinario delle manutenzioni, di cui un capitolo sarà appositamente dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, la cui manutenzione ordinaria passerà definitivamente ai Municipi con uno stanziamento ad hoc.

    «È una piccola riedizione dei 30 milioni impiegati in due anni dalla giunta Vincenzi – ha commentato l’assessore Miceli, che di quella giunta già faceva parte – perché la città sta manifestano esigenze di manutenzione incomprimibili. Certo, si tratta di un grande sforzo per il bilancio comunale ma abbiamo ritenuto necessario farlo anche se viene appesantito il patto di stabilità, per non arrendersi alla crisi senza lottare». A detta dell’assessore, comunque, questo nuovo indebitamento non andrà a intaccare eccessivamente il piano di rientro dello stock del debito pubblico del Comune di Genova. «L’obiettivo – ricorda Miceli – è quello di arrivare nel 2017 sotto l’asticella del miliardo di debito: la linea di discesa prosegue ma certamente con le somme urgenze per le ultime alluvioni e questi nuovi investimenti straordinari ha un po’ rallentato».

    «Questi finanziamenti – ha detto l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – ci consentono di dare respiro alla manutenzione ordinaria e ci danno la possibilità di portare a compimento interventi progettati da anni ma rimasti fermi per mancanza di fondi come l’incontro tra corso Aurelio Saffi e via Fiodor».

    «Più sicurezza in città – ha proseguito Crivello – significa anche proporre un’accoglienza migliore: una maggiore e più efficace manutenzione comporta una crescita della qualità della vita, dell’attrattiva turistica e delle potenziali risorse che si liberano per le imprese locali a patto che si attrezzino per essere competenti nelle varie gare pubbliche indette». Ed effettivamente, il possibile indotto per le imprese locali potrebbe essere molto interessante se si considera che, secondo le stime degli uffici di Tursi, solo 15% delle risorse complessive del piano verranno destinate ad Aster: la partecipata comunale percepirà, infatti, i canonici 13 milioni da contratto di servizio, a cui si vanno ad aggiungere i 2,1 milioni di euro per riqualificazione di caditoie e rivi e i fondi del nuovo piano di manutenzione straordinaria. Tutto il resto sarà appaltato.

    Consuntivo 2014, il Comune corregge: «Avanzati 2,3 milioni, non 20»

    A proposito di bilancio, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale, l’assessore Miceli è intervenuto per correggere alcune notizie che sono circolate in merito a una presunta chiusura del consuntivo 2014 con 20 milioni di avanzo. «Non si tratta di un risparmio di spesa merito della Giunta – ha spiegato l’assessore al Bilancio – ma è frutto di un processo tecnico». L’attivo di Tursi derivante da un’accorta gestione ordinaria ammonta “solo” a 2,3 milioni di euro. Gli altri 18 milioni sono risorse liberate da fondo crediti di dubbia esigibilità che ogni anno il Comune è chiamato ad accantonare per coprire gli eventuali ammanchi di entrate previste ma non registrate: «Per fare un esempio – ha spiegato Miceli – negli anni precedenti si potevano scrivere 50 milioni nel bilancio per le multe e incassarne 10: a fine anno ci si sarebbe trovati con buco da 40 milioni da coprire. E ci sono Comuni che sono andati in dissesto finanziario per questo giochino. L’Europa ha previsto allora, di iscrivere tutte le entrate prevedibili nel bilancio previsionale ma attivare anche un fondo, che va a comprimere le spese, pari a una percentuale di inesigibilità dei crediti. Nel bilancio consuntivo, invece, incide la capacità di riscossione di crediti pregressi da parte del Comune che quest’anno è stata molto alta. La differenza tra questa capacità media negli ultimi 5 anni e il fondo di inesigibilità ci ha dato i 18 milioni di “avanzo”». Questo avanzo non può essere liberamente investito dall’amministrazione nel nuovo bilancio previsionale ma deve prioritariamente andare a rimpinguare il fondo di dubbia esigibilità dell’anno successivo.

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    palazzo-tursi-D4Ammontano a circa 1,7 milioni di euro i risparmi stimati dal processo di razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova, approvato lunedì pomeriggio dalla Giunta. Una delibera che arriva sul filo del rasoio per rispettare i tempi imposti dalla legge di stabilità che obbliga gli enti pubblici a sfoltire le partecipazioni dirette o indirette in altre società, eliminando le attività non indispensabili, sopprimendo realtà con un organigramma composto solamente da un amministrazione o con più amministratori rispetto ai dipendenti, procedendo ad aggregazioni strategiche in funzione dei compiti svolti e in ottica di riduzione dei costi. L’obiettivo dichiarato del governo Renzi è il taglio netto delle partecipazioni pubbliche dalle attuali 8 mila a circa mille, entro la fine del 2015. Gli enti locali hanno tempo fino al 31 marzo per approvare un piano di razionalizzazione da inoltrare alla Corte dei conti e da rendere massimamente trasparente. Entro il 31 marzo 2016, toccherà poi fare il punto consuntivo su quanto attuato nei prossimi mesi.

    Per quanto riguarda Tursi, 17 sono le società interessate (su un totale che al momento supera la cinquantina) a vario titolo da questo processo di riorganizzazione. «L’obiettivo – commenta l’assessore al Bilancio Francesco Miceli– è quello di evitare inutili dispendi di risorse, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello della semplificazione. In sostanza, abbiamo cercato di ripulire il sistema delle partecipate del Comune di Genova da quelle caselle che, obiettivamente, non hanno ragione di esistere». Il tutto senza incidere in maniera negativa su alcun posto di lavoro.

    Gli interventi più significativi riguardano le società partecipate indirettamente, ossia possedute a cascata da altre partecipate dirette di Tursi. È il caso, ad esempio, di Genova Car Sharing, 100% partecipata di Genova Parcheggi, il cui servizio sarà alienato entro giugno 2016 con clausola sociale a garanzia dei 4 dipendenti, per un risparmio di circa 120 mila euro su base annua.

    Tra le società controllate direttamente da Tursi, invece, chiudono ufficialmente i battenti Themis (che si occupa dell’organizzazione di corsi per i dipendenti della pubblica amministrazione e di cui il Comune detiene poco meno del 70% della proprietà) e Ri.genova (poco meno del 75%). Per quanto riguarda la prima, il cui servizio di formazione sarà inglobato dagli uffici comunali, è prevista la liquidazione entro fine anno, con un risparmio strutturale di 100 mila euro: i 3 dipendenti passeranno alla Fondazione Fulgis, scuola d’eccellenza finanziata totalmente del Comune. Anche Ri.Genova, società che si occupa di riqualificazione e recupero edilizio e compartecipata da I.R.E. (controllata al 100% da Regione Liguria), verrà estinta entro fine anno: il patrimonio di competenza del Comune sarà conferito a Spim, conservando la possibilità di future collaborazioni con I.R.E. soprattutto per progetti di social housing.

    rifiuti-amiuDuplice l’interesse della riorganizzazione per quanto riguarda Amiu. La delibera, infatti, prevede l’estinzione a vario titolo di ben 6 società controllate: Isab, Ecolegno, Quattroerre, Ceryac, Liguriaambiente, Refri. Ma nel documento viene menzionato anche il futuro dell’azienda madre: ripercorrendo quanto già previsto dalla famosa delibera di novembre 2013 (qui l’approfondimento), il Comune ribadisce la necessità dell’ingresso di un socio privato tramite “operazioni di aggregazione societaria” che consentano di far mantenere in capo ad Amiu l’unitarietà del ciclo dei rifiuti di Genova e soprattutto di finanziare il nuovo piano industriale. Non si parla nel dettaglio né del bacino di servizio né del mantenimento di una maggioranza di controllo pubblico che, tuttavia, l’assessore Miceli conferma essere l’orientamento attuale. Sostanzialmente nulla di nuovo, dunque, ad eccezione dei tempi: viene, infatti, messo nero su bianco che l’operazione dovrà essere definita entro fine anno.

    La delibera dedica una particolare attenzione anche al futuro di Fiera di Genova e Porto Antico, invitando le due società “a valutare la possibilità di sviluppare sinergie collaborative (ad esempio nella gestione comune di contratti per attività o forniture similari) per future aggregazioni”.

    Tra le altre semplificazioni, vanno citate l’uscita dalla proprietà di Sistema turistico locale del genovesato, il passaggio a Spim (100% proprietà del Comune) della partecipazione in SGM (Società per la Gestione del Mercato ortofrutticolo di Bolzaneto) , la liquidazione entro il 2017 della San Bartolomeo (società legata alla progettazione della ristrutturazione dello storico Convento di SS Giacomo e Filippo) e di SVI (Società Vendite Immobiliari) non appena concluso il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Confermato anche il recesso unilaterale da Stazione Marittime, che frutterà 1,1 milione di euro una tantum e l’inglobamento di Marina Fiera di Genova in Fiera di Genova s.p.a.

    Citazione a parte per la Tunnel di Genova srl: il Comune, infatti, ha deciso di aderire alla proposta di acquisto del 50% della società detenuto da Autorità portuale; Tursi assumerà così il controllo totale dall’azienda che entro la fine dell’anno verrà incorporata in un’altra partecipata (Spim o la sua controllata Tono).

    Unica scatola vuota che viene mantenuta ancora in vita è la società Nuova Foce srl, controllata al 100% da Spim: «Si tratta di una realtà nuova – specifica Miceli – che abbiamo scelto di lasciare in vita, ancorché attualmente vuota, perché sarà il veicolo delle riqualificazioni delle aree passate da Fiera di Genova al patrimonio del Comune».

    Il processo di riorganizzazione delle partecipate non si ferma qui. Molto dipenderà da un’altra corposa delibera che dovrebbe arrivare al vaglio della giunta nel giro di un mese e riguarda le linee di indirizzo per il personale delle partecipate, soprattutto in ottica di cessioni di rami d’azienda e conseguente mobilità di dipendenti pubblici. E poi c’è sempre la scure della gara regionale che pende, ormai da tempo immemore, sul futuro di Amt (in delibera viene menzionata solo la liquidazione di Amt Progetti, partecipata al 100% di fatto inattiva dalla costituzione) e che vede allungare i tempi sempre più a dismisura rendendo difficile una soluzione entro fine anno (data di scadenza della proroga del contratto di servizio per il trasporto pubblico).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Alla scoperta dei Rolli di Genova, la nostra visita nelle antiche dimore delle nobili famiglie genovesi

    Alla scoperta dei Rolli di Genova, la nostra visita nelle antiche dimore delle nobili famiglie genovesi

    turismo-strada-nuova-garibaldiI Rolly Days sono un appuntamento ormai immancabile dell’offerta culturale della nostra città. Ogni anno, decine di palazzi storici aprono le porte, gratuitamente, al pubblico per un weekend in cui è possibile visitare spazi di storia genovese normalmente preclusi ai più. Sfruttando un calendario particolarmente favorevole, i #RolliDays2015 si estenderanno per 4 giorni, da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno: ciceroni d’eccezione studenti, dottorandi e ricercatori dell’Università di Genova.

    Un weekend lunghissimo in cui sarà possibile ammirare 25 Palazzi dei Rolli nel centro storico e alcune delle più belle ville genovesi, di ponente (30-31 maggio) e di levante (1-2 giugno). Tra queste anche Villa del Principe, che aprirà giardino e interni con visite guidate per tutti e quattro i giorni.

    Per ingolosire un po’ non solo i turisti che decideranno di passare qualche giorno in città ma soprattutto i genovesi che passano quotidianamente attorno a questi palazzi Patrimonio dell’Umanità Unesco ignorandone o dimenticandone il valore, abbiamo deciso di offrirvi un piccolo antipasto nel corso dello speciale #EraOnTheRoad. Chi si fosse perso i nostri cinguettii live, può rivivere le emozioni della giornata, resa ancora più spettacolare dal primo vero sprazzo di primavera, scorrendo le foto (tante) e i testi (pochi) di questa pagina.

    I Rolli di Genova: visita a Palazzo Bianco e Palazzo Rosso

    Forse non tutti sanno che i “Rolli” altro non erano che elenchi delle dimore nobili, costruite dalle famiglie aristocratiche più ricche e potenti della Repubblica di Genova, destinate a partire dal 1576 ad ospitare per estrazione a sorte le alte personalità di Stato in visita alla città.

    Chi si avventura per Genova attraverso la porta d’accesso della stazione Principe, viene immediatamente risucchiato dal sistema architettonico di quella che allora era considerata un’innovativa cultura residenziale: tra Palazzo Reale e le varie sedi universitarie (Balbi 2, 4 e 5) via Balbi è un piccolo concentrato di Palazzi dei Rolli.

    palazzo-belimbau-nunziataArrivati in fondo alla via, in piazza della Nunziata si staglia inconfondibile Palazzo Belimbau, all’interno del quale si può trovare una delle prime rappresentazioni di Cristoforo Colombo, affrescata da Lazzaro Tavarone. Ma il nostro tour passa rapidamente davanti a questo palazzo per soffermarsi, invece, davanti a una vera e propria chicca dei #RollyDays2015: Palazzo Giacomo Lomellini Patrone, oggi sede del Comando Regionale dell’Esercito, che dal 30 maggio al 2 giugno sarà per la prima volta aperto al pubblico. Ecco qualche piccolo suggerimento degli splendidi affreschi di Domenico Fiasella e Giovanni Carlone (e non solo) che potrete ammirare.

    Di fronte a Palazzo Lomellini Patrone, si apre Strada Nuovissima, oggi meglio nota come via Cairoli, che sfocia nella via dei Rolli per eccellenza: via Garibaldi, già Strada Nuova. Da qui inizia un vero e proprio concentramento di Rolli: in totale sono 42 quelli inseriti nel sito Unesco che salgono a 80 se allarghiamo un po’ di più i confini a tutta la cornice del Centro Storico. Ma, in realtà, sono molti di più i palazzi storici genovesi che possono forgiarsi del titolo di “Rolli”. Insomma, parafrasando uno slogan pubblicitario di successo: i Rolli sono tutti intorno a noi. E per averne un’idea, che cosa c’è di meglio che uno scorcio dall’alto del “miradore” di Palazzo Rosso?

    Ma a Palazzo Rosso e alla scoperta degli intrecci di vita nobiliare genovese che racchiude si è concentrata buona parte della nostra visita.

    Tra le chicche della nostra visita, anche il cosiddetto “Appartamento dell’amatore d’arte”, storica dimora di Caterina Marcenaro e a cui pure la rivista “Domus” dedicò un approfondimento ad hoc. Ma Palazzo Rosso ci ha riserbato parecchie sorprese, non ultima il mitico libro di P.P. Rubens, un vero e proprio studio architettonico dei “Palazzi di Genova” realizzato per importare ad Anversa il “modello Genova”, e che ci viene mostrato dal direttore dei Musei di Strada Nuova, Piero Boccardo.

    I tempi del nostro “antipasto” di #Rollidays2015 si assottigliano, così a Palazzo Bianco abbiamo solo pochi minuti per gustarci una rapida passeggiata tra i quadri della mostra che lancia la volata verso #Expo2015: “La cucina italiana. Cuoche a confronto”. Nelle antiche stanze della famiglia Brignole Sale trova ospitalità il confronto tra le due cuoche di Bernardo Strozzi. Se volete giocare un po’ con l’arte, divertitevi a trovare le differenze.

    Per visitare al meglio tutta la storia di Strada Nuova non basta assolutamente una giornata, figurarsi la modesta mattinata che avevamo a disposizione. Per lasciarvi la voglia di venire a visitare gli storici Palazzi di Genova, ci salutiamo con un genovesissimo “tucca e leva” a Palazzo Tobia Pallavicino, sede della Camera di Commercio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Mare e degrado
    Foto di Roberto Manzoli

    Genova continua a perdere i pezzi. Non stiamo parlando di bilanci, infrastrutture, palazzi o più chiacchierate situazioni politiche ma di persone, cittadini, abitanti. Quelli, cioè, che se vengono a mancare in maniera consistente rischiano di far perdere senso a qualsiasi altro progetto di sviluppo della città. Negli ultimi 50 anni (nel 1965, momento di massima espansione, risiedevano a Genova 848.121 persone) si sono persi oltre 250 mila abitanti. Secondo i dati pubblicati dall’ultimo annuario statistico del Comune, che fa riferimento esclusivamente ai residenti in città registrati all’anagrafe a fine 2013, a Genova risiedono 596.958 persone. Ma il dato che più fa riflettere e che le emigrazioni hanno superato le immigrazioni e se questa emorragia di cittadini dovesse ripetersi regolarmente anche nei prossimi anni, inutile dire che la città dovrebbe rivedere e ricalibrare buona parte dei suoi piani per il futuro.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    «Prendendo come punto di riferimento il censimento generale del 1971 – spiega il direttore del Centro Studi Medì, Andrea Torre – è come se a Genova fosse stato tolto l’equivalente abitativo dell’intera città di Padova. Un dato ancor più clamoroso se si considera che all’inizio degli anni ’70 gli stranieri si potevano contare sulla punta della dita. Nel 2013, invece, gli stranieri residenti ammontano a 57.358: Significa che, al netto degli stranieri, in poco più di 40 anni la popolazione genovese è calata di 275 mila unità, ovvero l’insieme degli abitanti di Rimini e Sassari».

    Veduta della città dalla Madonna del Monte
    Foto di Daniele Orlandi

    
A testimoniare l’inesorabile diminuzione della popolazione locale è, come detto, l’emigrazione che nel 2013 ha segnato un saldo negativo di 1754 persone (nel 2012, invece, ci si era attestati su aumento di 1641 individui): 13.812 sono i cittadini che hanno lasciato la città mentre solo 12.058 i nuovi residenti (solo 4588 provengono dall’estero mentre i restanti 7470 arrivano da altre città italiane). Si tratta del dato più negativo degli ultimi dieci anni anche se non è la prima volta che compare il segno meno, già visto nel biennio 2006-2007. Numeri resi ancora più gravi dal movimento naturale della popolazione, il bilancio vivi/morti, che ha fatto registrare la perdita record di 4 mila unità.
    Se fino a qualche anno fa erano gli stranieri a tenere su la baracca, l’immigrazione dall’estero è radicalmente rallentata. Anche quest’anno, in cui si è fatto un gran parlare di sbarchi a livello nazionale, il numero di stranieri arrivati nel nostro Paese è comunque molto inferiore a quanto accadeva prima della crisi economica. «Checché se ne dica in tv – commenta il professor Giuliano Carlini, sociologo delle relazioni interculturali già docente all’ex facoltà di scienze politiche dell’università di Genova e membro della Consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri immigrati – i flussi sulla nostra Regione sono andati calando negli anni, alcuni addirittura si sono fermati da tempo».
    Rispetto al 2012, il saldo ingresso/uscita stranieri all’anagrafe genovese ha fatto registrare solo un +95 per un totale di 57.358 persone (erano 44.379 nel censimento del 2011, mentre solo 15.567 nel 2001), pari al 9,6% di tutta la popolazione residente. Di questi nuovi cittadini genovesi, circa un terzo proviene dall’Ecuador con 17271 rappresentati, seguito a lunga distanza da Albania (6321), Romania (4996) e Marocco (4505).

    Questa mobilità assai limitata e concentrata soprattutto nell’arco di età tra i 25 e i 34 anni (3335 gli immigrati calcolati nell’ultimo anno all’interno di questa fascia) è confermata anche dal flusso dell’emigrazioni: delle 13812 persone che si sono cancellate dall’anagrafe genovese nel corso del 2013, ben 9365 l’hanno fatto per spostarsi in un’altra città italiana e, in particolare, 7593 al Nord, di cui 5120 in Liguria compresi 4370 all’interno della Provincia di Genova. Sono 4447, invece, gli italiani prima residenti a Genova che hanno spostato la propria residenza all’estero. Anche in fatto di uscite, l’arco di età più coinvolto è quello dai 25 ai 34 anni (3305 persone), seguito da 35-44 anni (2808 persone) e 45-54 anni (2012 persone). Buona parte delle emigrazioni, dunque, non consiste in rimpatri ma solo in fisiologici movimenti dettati da dinamiche di ricerca del lavoro o di migliori opportunità abitative.

    Più difficile fare una riflessione stretta sul comportamento dei genovesi di nascita ma, d’altronde, come afferma lo stesso professor Carlini «le ricerche si orientano non tanto su ciò che sarebbe utile sapere ma su ciò che è più opportuno dal punto di vista politico».
    Tutti questi dati, infatti, non vanno certo presi per oro colato ma solo come testimonianza di una tendenza. In realtà, le persone che si sono spostate all’estero sono decisamente di più perché non è detto che chi ha lasciato Genova abbia già spostato altrove la propria residenza. Come sicuramente di più sono i nuovi abitanti arrivati in città nel corso del 2013. Va tenuto presente, infatti, che nel momento in cui gli stranieri “scompaiono” dalle statistiche non è detto che abbiano effettivamente abbandonato il Comune, la Regione o il Paese: molte persone al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono documentare la propria posizione lavorativa, magari perché in nero, e vengono così cancellate dall’anagrafe anche se di fatto non si sono allontanate da Genova con il proprio nucleo familiare. A questi numeri vanno infine aggiunti i clandestini e gli immigrati irregolari.
    «Se uno si ferma a leggere i giornali – dice Carlini – continua a cogliere la sensazione errata di essere circondato da centinaia di migliaia di immigrati. Ma ci accorgeremo concretamente della tendenza alla diminuzione dei flussi. Ad esempio, sul mercato del lavoro: il cittadino medio se ne accorgerà solo quando i media glielo diranno, quando le forze politiche la smetteranno di speculare sulla cosiddetta “invasione degli stranieri”».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)Il Consiglio comunale dice sì alla legalizzazione della marijuana. E lo fa approvando a maggioranza assoluta una mozione presentata dalle sinistre della Sala Rossa (Lista Doria, Sel, Fds e il civatiano Gianpaolo Malatesta) che impegna sindaco e giunta ad attivare un percorso di legalizzazione dei derivati della cannabis contrastando il narcotraffico e favorendo iniziative di informazione e prevenzione sugli effetti nocivi dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Visibile la soddisfazione di Marianna Pederzolli – la più giovane in Sala Rossa e vero e proprio deus ex machina del documento – per l’esito di una votazione per nulla scontata. «Il dibattito sulle droghe – ha sostenuto la consigliera – va liberato dalle solite tensioni moralistiche e dialogiche: è giunto il momento che il confronto molto avanzato nella società civile trovi spazio anche nelle aule istituzionali. Ed è giusto farlo partendo proprio da Genova, ultima città ad aver ospitato una vera Conferenza governativa sulle droghe in Italia nel 2000 e capoluogo di una della prime Regioni ad aver approvato una legge sull’uso terapeutico di medicinali a base di cannabinoidi».

    Oggi, di fatto, la cannabis è già “libera” (ed è legale a tutti gli effetti per quanto riguarda l’uso terapeutico, qui l’approfondimento): l’uso è particolarmente diffuso ma circola in maniera sommersa, senza controlli di qualità. Ma se venisse tolto il fascino del proibito, probabilmente, oltre ad avere un maggiore controllo si riuscirebbe anche a ridurne il consumo, lavorando in maniera seria su politiche di informazione circa gli effetti dell’uso e abuso delle droghe leggere (qui l’approfondimento). «Quello che proponiamo – prosegue la consigliera di Lista Doria – non è nulla di rivoluzionario o eversivo: ci sono esperienze diffuse di legalizzazione in Europa e oltre Oceano. Da noi, invece, la discussione rimane ferma perché non fa breccia nei luoghi istituzionali».

    Qualcosa, in realtà, si sta muovendo anche a livello nazionale, attraverso incontri e condivisioni bipartisan ma soprattutto la nascita di un intergruppo parlamentare che lavorerà ad una proposta di legge per regolamentare l’uso della marijuana anche in Italia, con un nuovo impianto antiproibizionista come già tentato da alcuni disegni di legge che giacciono inascoltati in Camera e Senato. Un passo non più procrastinabile di fronte a dati che stimano un possibile ricavo di 5,5 miliardi di euro all’anno dalle imposte derivanti dalla vendita legale di marijuana. Senza considerare il fatturato annuo di circa 10 miliardi che deriva alle mafie dal traffico illecito delle sostanze stupefacenti, terza voce di guadagno per la criminalità organizzata.

    «Un’altra conseguenza delle norme proibizioniste con cui finora si è affrontato il tema in Italia – ha sostenuto Pederzolli – è stato il sovraffollamento delle carceri per cui il nostro Paese è stato più volte richiamato dalla Corte Europea di Strasburgo: al 31 dicembre 2013 erano 24,273 i detenuti per reati previsti dalla legge in materia di stupefacenti, circa la metà della popolazione carceraria totale, di cui il 40% implicato in reati connessi alle droghe leggere».

    È stato lo stesso sindaco ad esprimere il consenso della giunta al documento presentato dai consiglieri. «Nessuno mette in dubbio che le droghe leggere e pesanti facciano male – ha detto il primo cittadino – ma il punto è capire quali siano le norme, i comportamenti e le scelte per contrastare la diffusione di qualcosa che fa male. Il proibizionismo ha fallito e l’impianto normativo esistente (la famosa legge Fini-Giovanardi, ndr) è stato dichiarato incostituzionale, ha alimentato la crescita dell’illegalità e ha creato un dispendio di energie eccessivo e infruttuoso da parte delle forze dell’ordine. Un bilancio che rende evidente come la linea politica vada cambiata, senza naturalmente attenuare il nostro impegno nella lotta alla criminalità organizzata».

    Voti contrari sono arrivati solo da Rixi (Lega Nord), Balleari e Campora (Pdl). Da registrare qualche assenza più o meno strategica al momento del voto di alcuni consiglieri del Pd (Caratozzolo, Lodi, Vassallo e Veardo su tutti), dell’Udc e del Gruppo Misto. Astenuto solo Claudio Villa (Pd) mentre al raggiungimento dei 23 voti favorevoli hanno contribuito i sì compatti del M5S, di Enrico Musso e di Guido Grillo (Pdl).

    La mozione che, come spesso accade quando in Consiglio comunale vengono trattate tematiche a più ampio respiro, rischia di essere soprattutto una mossa politica ma lascia sostanzialmente il tempo che trova sul piano nazionale, contiene alcuni riflessi concreti per quanto riguarda il contesto genovese. Nel dispositivo, infatti, si prevede la costituzione a livello cittadino di una Consulta, sull’esempio di quella esistente dedicata al gioco d’azzardo, che elabori strategie di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e informazione sull’uso problematico e abuso di sostanze stupefacenti.
    «Parallelamente al percorso di legalizzazione – commenta Pederzolli – è necessario promuovere investimenti volti all’educazione, rafforzando l’intervento delle agenzie educative, sociali e sanitarie rispetto ai fenomeni di consumo problematico e abuso, soprattutto nella popolazione giovanile, coinvolgendo gli operatori sociali che da anni sono impegnati sul territorio e raccogliendo l’eredità delle battaglie politiche, sociali e culturali portate avanti da don Andrea Gallo, dalla Comunità di San Benedetto e dal Sert».

    «Su questo il Comune può fare qualcosa – ammette il sindaco Doria – e, anzi, lo sta già facendo. La mozione ci esorta a essere più incisivi nell’informare i cittadini, gli studenti in particolare, sui rischi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti attraverso percorsi di formazione che coinvolgano le scuole, il sistema sanitario, le agenzie educative. Questo è qualcosa che può essere fatto a prescindere dalla legislazione nazionale: troveremo i modi più corretti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    economia-soldi-D3La borsa firmata, il motorino, i mobili nuovi come quelli della vicina. Il dentista, il funerale della nonna, la facciata del palazzo da rifare. I motivi che portano le persone ad indebitarsi sono i più disparati, e non necessariamente ricorrere ad un finanziamento ha delle valenze negative, questo è ovvio. In Liguria, dove secondo tradizione gli abitanti sono persone morigerate e poco disposte a fare il passo più lungo della gamba, in realtà si ricorre all’indebitamento in maniera piuttosto massiccia, come in ogni altra parte d’Italia. Secondo una ricerca della CGIA di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), che mantiene un ufficio studi molto attivo in materia economica, ogni famiglia italiana è esposta in media per 19.251 euro, esclusi i finanziamenti alle imprese o agli artigiani. Ma mentre le province lombarde hanno un indebitamento medio di 27.544 euro, in Liguria siamo ad una media di 16.468, che va dai 14.568 di Imperia (la più virtuosa) ai 17.280 di Genova, la città maggiormente indebitata. In questo dato sono compresi anche i mutui per l’acquisto della casa ma, visti gli andamenti del mercato immobiliare, specialmente nella nostra provincia, è difficile immaginare che l’aumento tendenziale dei prestiti (+34,9% dal 2007 ad oggi) dipenda da questa ragione.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Purtroppo la diminuzione drastica del reddito pro capite in Liguria (-2,9%, maglia nera secondo l’Istat) è probabilmente una delle cause, e forse la principale, del massiccio ricorso al credito; in ogni caso, trovare i canali attraverso cui ottenerlo non è un grande problema, e spesso è lo stesso venditore che propone di rateizzare un acquisto tramite finanziarie convenzionate. Una volta si ironizzava molto su chi pagava la crociera a rate, oppure comprava un abito da sposa con una sfilza di cambiali più lunghe del matrimonio stesso. Oggi per che cosa si fanno debiti in Liguria, e a Genova in particolare? Vediamo di capire qualcosa di più con l’aiuto di Luca (nome di fantasia) che segue il credito al consumo presso un primario istituto bancario ligure. «Se dobbiamo fare una “hit parade” delle motivazioni per cui si chiede un prestito, a Genova sicuramente al primo posto c’è l’auto nuova, ed era così anche prima dell’emergenza alluvione. In generale per comprare l’auto non ci si sente particolarmente in colpa ad indebitarsi, anche se talvolta vengono richieste durate tali che, si può ipotizzare, il cliente avrà sostituito la vettura ben prima di aver finito il debito! Durante quel periodo, qualsiasi altra necessità finanziaria abbia, si trova con l’accesso al credito probabilmente bloccato». Eh sì, perché una persona non si potrebbe in teoria indebitare per una percentuale troppo elevata rispetto al reddito totale… «Che poi esistano finanziarie che ti offrono qualunque tipo di pagamento pur di prendersi il cliente, questo non significa che sia opportuno farlo.Tenete presente che, con due sole rate arretrate, si entra nel registro Crif che cataloga tutti i “cattivi pagatori” che restano tali per parecchi mesi anche dopo aver onorato il proprio debito, ed in ogni caso non sono certo agevolati nel futuro ricorso al credito».

    Ovviamente non è sempre la voglia di strafare che porta ad indebitarsi. Chiunque, per una serie di motivi, si può trovare a corto di liquidi. Per fortuna ci sono i pensionati, che nella nostra regione stanno diventando la vera stampella alla crisi. Molte famiglie vanno avanti grazie all’impegno quotidiano dei “nonni” e non solo in termini di aiuto pratico, ma anche e soprattutto economico. «Non sa quante richieste abbiamo che sono state accolte proprio grazie alla “seconda firma” del pensionato di turno!». Casi, purtroppo sempre più numerosi, in cui chi chiede il finanziamento è già impegnato con altre rate, e ovviamente non si può superare una certa percentuale del reddito totale, di solito intorno al 30%. E chi non riesce ad avere questa seconda firma? «Si può ricorrere alla cessione del quinto (in pratica viene liquidata una somma in base allo stipendio annuale e su quella si trattiene una rata non superiore al quinto dello stipendio direttamente in busta paga o dall’Inps, ndr), ma se anche questa strada è già stata percorsa, il soggetto dovrebbe cercare il più possibile di evitare la spesa, in caso contrario è molto facile che si ricorra a canali “paralleli” che quasi automaticamente significano cadere nelle mani degli strozzini, che anche qui a Genova hanno purtroppo un buon giro d’affari».

    Per proteggere ed aiutare le persone cadute in questo genere di trappole, o che sono comunque a rischio usura, è nata a Genova nel 1996 la Fondazione Santa Maria del Soccorso per iniziativa dell’allora arcivescovo di Genova, il Cardinale Tettamanzi. Finanziata da enti pubblici (Sezioni Antiusura del Ministero dell’Interno e del Dipartimento del Tesoro) e privati, si avvale del lavoro di una cinquantina di volontari.

    Ma l’orizzonte del credito non è fisso, si muove sempre, ed ecco comparire il Social Lending di Smartika (ed esiste anche Prestiamoci): in pratica si tratta dei prestiti diretti fra privati, dove chi ha del denaro da investire lo mette a disposizione guadagnando un interesse superiore a quello che si vedrebbe riconoscere dalla propria banca, mentre chi ne ha bisogno ottiene un prestito a condizioni nominalmente inferiori (non sempre sostanzialmente) e soprattutto una valutazione del merito, si dice, meno severa.

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    Multedo, opportunità low-cost per la riqualificazione dell’ex piscina. Bagarre a Tursi: «soluzione dilettantesca»

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapioLa possibilità dello spostamento del polo petrolchimico di Multedo sotto la Lanterna e, quindi, più lontano dalle abitazioni, non è l’unico “tema caldo” che riguarda la delegazione ponentina. Il Consiglio comunale, infatti, è tornato a discutere di una questione che sulle pagine di Era Superba abbiamo seguito quasi passo dopo passo. Si tratta del futuro dell’ormai ex piscina Nico Sapio di Multedo. La discussione è stata nuovamente sollevata dal consigliere Paolo Gozzi (PD) che sul tema (e non solo, considerato il voto contrario alla delibera di approvazione del Puc) ha il dente piuttosto avvelenato con l’attuale giunta.

    Avevamo già raccontato della possibilità avanzata dall’assessore allo Sport, Pino Boero, di trasformare la struttura in una palestra, cercando comunque di non privare il quartiere di uno spazio di aggregazione sportiva, in continuità con i campetti polifunzionali esterni. L’idea, che tuttavia non è ancora stata formalmente scartata, non piace molto al Municipio, fortemente legato alla tradizione degli sport acquatici della Nico Sapio. «È vero – confessa il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – che avevamo sostenuto il mantenimento della piscina ma nel frattempo ci siamo un po’ dovuti arrendere all’evidenza: i costi di manutenzione di una piscina sono diventati esorbitanti ed è quasi impossibile trovare chi è disposto a investire in un’impresa del genere».

    Il ripristino della piscina così com’era conosciuta ai suoi antichi splendori sembra, dunque, l’ipotesi meno praticabile. Il rischio, infatti, è di giungere a un bando deserto o di replicare situazioni passate in cui i vincitori della gara pubblica si sono poi tirati indietro al momento di avviare i lavori di ristrutturazione del complesso. Questo progetto avrebbe anche il vantaggio di essere totalmente a carico del gruppo di imprenditori sportivi che lo ha proposto, a differenza dell’ipotesi di sola trasformazione in palestra che, invece, necessiterebbe di un finanziamento regionale.

    C’è, però, una terza ipotesi arrivata all’attenzione di Comune e Municipio che potrebbe accontentare tutti. Si tratta del mantenimento parziale della piscina, con uno spazio destinato all’idroterapia e due corsie riservate al nuoto libero, la realizzazione di una piccola palestra e la riqualificazione dei campetti esterni che diventerebbero due campi da calcio a 5 e a 7 in erba sintetica di nuova generazione.

    Su richiesta del Municipio, la scelta spetterà agli abitanti di Multedo. Lo scorso 27 febbraio le tre ipotesi sono state illustrate nel corso di un’assemblea pubblica molto partecipata, in seguito alla quale l’amministrazione ha fatto recapitare ad associazioni e comitati interessati gli studi tecnici dei progetti fin qui pervenuti. Il presidente Avvenente ha chiesto ai cittadini di esprimere una preferenza, per dare poi la possibilità al Comune di bandire la gara pubblica tenendo, come da promessa, il più possibile conto dei desiderata del territorio.

    «Ma davvero – ha commentato il consigliere Gozzi, alzando un po’ i toni della discussione – si pensa che una situazione bloccata da tre anni possa trovare soluzione affidando la scelta a un’assemblea casuale sul territorio, senza che si siano svelati i soggetti che hanno presentato le proposte, senza avere fatto uno studio commerciale e urbanistico? Non si può arrivare a una soluzione in un modo così dilettantesco. Questo, ancora più delle disonestà e delle inefficienze, è il motivo principale per cui gli impianti sportivi cittadini stanno andando a puttane. Avete posizioni e stipendi dirigenziali per fare valutazioni e prendere decisioni: quindi, prendete queste decisioni senza ingannare la gente con assemblee pubbliche che tanto non conteranno nulla».

    «È ancora presto per festeggiare – precisa tuttavia il presidente – ma sono convinto che l’assessore Boero sia molto deciso a concludere finalmente questa situazione. Qualsiasi sia la scelta finale, non possiamo più permetterci di mantenere in situazione di degrado questa struttura che è già costata 20 mila euro al Comune per la messa in sicurezza e il disincentivo degli ingressi abusivi che, tuttavia, continuano a verificarsi sconquassando sempre di più l’edificio».

    Nel corso della travagliata storia della riqualificazione della Nico Sapio, si era parlato anche del coinvolgimento di un tratto di litorale, in linea d’aria, di fronte alla piscina. «Se n’era parlato – ricorda il presidente Avvenente – per un possibile coinvolgimento della società sportiva Multedo 1930 che ha anche una sezione di pesca. Il progetto, tuttavia, si è un po’ arenato ma non abbiamo assolutamente abbandonato il sogno di poter riqualificare il litorale di Multedo, anzi. Il 27 marzo verranno presentati ai cittadini alcuni disegni pensati dai laureandi della Facoltà Architettura che hanno pensato un futuro diverso per il nostro affaccio sul mare. E chissà che, con qualche finanziamento europeo, qualcosa non possa davvero passare dalla carta alla realtà». D’altronde, parlare di riqualificazione di litorale con il nuovo piano regolatore portuale alle porte, che come detto in apertura potrebbe finalmente liberare Multedo delle servitù petrolchimiche, potrebbe aprire in tempi relativamente brevi scenari piuttosto interessanti per tutta la delegazione ponentina.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    homeless1Tempi lunghi per la riapertura del Diurno di piazza De Ferrari, l’unico servizio pubblico in città che garantiva ai cittadini più bisognosi la possibilità di una doccia calda e un po’ di ristoro dal clima invernale. “Il diurno resterà chiuso da martedì 24 febbraio a lunedì 2 marzo” recita un cartello dietro la saracinesca che blocca l’ingresso al sottopassaggio di largo Pertini. Ma quella settimana di sospensione si è allungata a dismisura e al momento risulta impossibile prevedere una riapertura. Eppure nelle pagine del sito ufficiale del Comune si leggono ancora (beffardamente) gli orari di servizio: martedì, mercoledì, giovedì dalle 14 alle 18,30, venerdì, sabato e domeniche alterne dalle 8 alle 12.30. Erano circa 130 le persone che ogni giorno frequentavano le 14 docce, 2 vasche da bagno e servizi igienici gratuiti di piazza De Ferrari, per un totale di 16900 accessi nel 2014 e 3200 da inizio 2015. I costi annuali per il mantenimento del servizio per il bilancio comunale ammontano a 278 mila euro di cui metà per il personale e metà per il funzionamento: molto onerose, infatti, sono le utenze che vanno al di là di ogni canone di risparmio energetico con 48 mila euro spesi per l’acqua, 44 mila per il gas e 41 mila per la luce.

    «Il Diurno – ha spiegato ieri in Consiglio comunale l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi, rispondendo a tre articoli 54 dei consiglieri Villa (Pd), De Pietro (M5s) e Padovani (Lista Doria) – è stato chiuso per problemi di sicurezza legati a una botola all’entrata, all’ostruzione dell’uscita di sicurezza (di cui si dovrebbe servire anche il Teatro Carlo Felice, ndr) e al sistema di areazione». Circa 15 mila euro i costi preventivati per il ripristino necessario alla riapertura. «Ma non siamo sicuri che questi adeguamenti possano essere sufficienti – ha ammesso Fracassi – tanto che stiamo studiando alcune alternative per la riapertura nel breve periodo e per la definitiva sistemazione nel medio-lungo periodo, nella convinzione che la città non possa fare a meno di questo servizio».

    «L’igiene personale – rafforza il concetto il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – ha a che fare con i bisogni primari per la dignità della persona. Non possiamo lasciare i nostri concittadini maggiorente in difficoltà senza la possibilità di esercitare un proprio diritto».

    Le strade percorribili nei prossimi giorni, affinché i cittadini più bisognosi possano nuovamente avere a disposizione una doccia calda senza accalcarsi nei servizi resi disponibili da alcune associazioni gravitanti principalmente nel centro storico (qui l’approfondimento), sono diverse; certo è che l’amministrazione deve serrare i tempi. La prima opzione, proposta dal consigliere Stefano De Pietro e in corso di verifica da parte dell’amministrazione, chiama in causa Bagni Marina: «La dottoressa Morgano (a.d. di Bagni Marina, ndr) – ha detto l’assessore Valeria Garotta – ha dato la propria disponibilità a patto che il Comune assicuri il pagamento delle utenze. Nei prossimi giorni faremo un sopralluogo per capire se è effettivamente possibile mettere in partica quello che sarebbe un buon esempio di solidarietà tra le aziende pubbliche». Si tratterebbe però di una soluzione ponte, intanto perché la stagione balneare si avvicina, ma soprattutto perché le docce in questione normalmente non erogano acqua calda e, comunque, non sono collocate in locali riscaldati.

    Le seconda ipotesi riguarda l’utilizzo dell’altro diurno di piazza De Ferrari: «Tempo fa – spiega l’assessore Fracassi – era stato fatto un preventivo di ristrutturazione di 400 mila euro per la realizzazione di un bar all’interno di un progetto sociale. Riprenderemo in mano il preventivo per capire se si possono fare lavori minimali di messa in sicurezza e aprire un doppio servizio, da un lato per le fasce deboli della popolazione, dall’altro, come già in progetto, per i turisti».

    La terza strada chiama in causa una ricognizione dei diurni chiusi negli altri quartieri cittadini: in particolare, si è parlato di una struttura, ristrutturata poco prima della dismissione, in via del Fossato. C’è poi la possibilità di un accordo con il terzo settore che, attraverso appositi finanziamenti pubblici recuperati dalle spese vive risparmiate per il Diurno di De Ferrari, potrebbe ampliare i servizi che già quotidianamente offre all’interno del patto di solidarietà per i cittadini senza dimora.

    L’ultima ipotesi resta, naturalmente, quella di realizzare i lavori di ripristino del servizio in piazza De Ferrari. Ma l’assessore Fracassi sembra considerarla come la meno percorribile. «Non capisco come il Comune non possa trovare 15 mila euro per tamponare questa situazione di emergenza e riaprire il diurno» ha commentato il consigliere Claudio Villa, che ha anche aggiunto: «Le difficoltà della struttura erano già state sollevate in una relazione tecnica del dicembre 2013, mi chiedo perché nel frattempo non sia stato fatto nulla».

    E sul medio-lungo periodo? La domanda non ha trovato risposta nelle parole dell’assessore Fracassi e il punto interrogativo rischia di rimanere ancora per molto tempo. «I tempi sono lunghi – commenta il consigliere Padovani – ma dobbiamo assolutamente trovare delle alternative perché Genova deve continuare a essere orgogliosa del proprio welfare e della propria capacità di dare risposte ai diritti di tutti i cittadini».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    Il cinema che resiste: dai multisala ai cineclub, l’offerta a Genova dopo la “rivoluzione” digitale

    cinema«Ti auguri sempre che il cinema sia una di quelle cose che possono restare. Essendo cresciuto con il cinema, a rischio di essere banale, per me ha sempre il suo fascino stare in una stanza buia e ascoltare e vedere qualcosa. Io spero sempre di trovare lì delle risposte e delle sicurezze». Così dice Tim Burton, il regista di Edward mani di Forbice e La fabbrica di cioccolato.
    Così in fondo siamo anche noi, accaniti consumatori di cinema da sala, costretti a fare i conti con i mormorii degli altri spettatori, le capigliature afro, le sale affollate, il fastidioso odore di pop corn e le esecrabili conversazioni telefoniche del maleducato di turno. Oppure orgogliosi frequentatori di sale semideserte, in orari improbabili, dove ti incanta proprio il film che non ti aspettavi , quello che non hai avuto il coraggio di proporre a nessuno, ma che domani potrai con fierezza consigliare agli amici che condividono la tua passione.

    Genova, per gli appassionati di pellicole inconsuete, quelle un po’ fuori dai circuiti maggiori, rappresenta una specie di tormento: non certo una piazza dove un film non passa se non è di cassetta, ma certamente dove occorre seguire attentamente le programmazioni se non si vogliono perdere delle occasioni “quasi uniche”.
    Diciamo che in quella terra di mezzo fra lo spettatore abituale delle ultime novità ed il cinefilo incallito che non perde un evento, ci starebbe una comunicazione, una visibilità ed un posizionamento più forte per quelle sale che meritoriamente seguono questa strada. Fra questi ci sono il Club Amici del Cinema, per esempio, che con il Missing Film Festival da vent’anni compie un’opera preziosa, spesso trascurata dai mezzi di comunicazione e talvolta poco pubblicizzata dal cinema stesso, la Sala Don Bosco a Sampierdarena.
    Sempre fra chi propone una scelta “più di nicchia” c’è la rassegna Cineforum genovese, che resiste dal lontano 1953, ad opera dell’Istituto Arecco, che utilizza la sala America un paio di martedì al mese; anche il Ritz, pur in orari e con film di cartello, opera una certa selezione posizionandosi fra le sale “d’essai” come recita il nome. Il Sivori ha recentemente aperto una terza, piccola sala chiamata appunto “Filmclub Sivori” dove proporre e riproporre titoli meritevoli di attenzione particolare. Come non dimenticare, poi, le rassegne organizzate dal Teatro Altrove e l’appuntamento del venerdì con il Cineforum The Space.

    I genovesi, però, che pubblico sono?

    biglietto cinema

    La città ha subito, ricambiata, il fascino della settima arte (ne abbiamo parlato qui), ed un accurato studio di Stefano Petrella, pubblicato dalla rivista FilmDOC nel numero 100, ci racconta come, fin dagli esordi, il pubblico ligure e genovese si riversasse nelle sale a vedere quello che allora rappresentava una novità assoluta. Nel 1914 la città si avviava all’Esposizione internazionale con circa 466 mila abitanti, opere notevoli create ad hoc per l’evento in tempi brevissimi, ed un numero di sale cinematografiche in centro città che si aggirava intorno alla settantina; l’anno dopo la rivista americana “Moving picture of the world ” parlava della “Twentieth of September street” che da lì in poi fu chiamata la Broadway genovese. Ma alla molto più dimessa Esposizione per le Colombiane del 1992 le sale cinematografiche arrivarono più che dimezzate ed in pochi anni dalla Broadway italiana scomparvero anche le ultime, l’Orfeo, l’Olimpia, l’Universale mentre aprivano i battenti i primi Multiplex: pur fra qualche difficoltà, probabilmente più gestionale che altro, questi continuano ad essere ancora oggi  “il nuovo che avanza”.
    Infatti alla fine del 2010, dopo un periodo di chiusura della struttura Cineplex nell’area dell’Expo, il Consiglio di amministrazione della società Porto Antico ha indetto una gara per ri- assegnare gli spazi: ha vinto, ottenendo un contratto di affitto per 18 anni, “The Space Cinema”, il colosso numero 1 delle multisala in Italia.
    Chi ha avuto la peggio è stata proprio la cordata genovese di Beppe Costa (Acquario di Genova) e Alessandro Giacobbe (Circuito CinemaGenova) che, a suo tempo, lamentò la vittoria dell’omologazione su di un’offerta, la propria, molto più culturalmente articolata.

    Cinema a Genova, dal multisala al cineclub nell’era del digitale

    cinema-provini-castingDunque, ricapitolando, ad oggi nel comune di Genova troviamo il complesso Uci Fiumara, 14 sale, nato dalla partnership fra Universal e Paramount Pictures e primo circuito in Europa; The Space, per l’Italia il diretto concorrente, 10 sale nel rinnovato complesso del Porto Antico; poi abbiamo il Circuito Cinema Genova (Odeon, City, Sivori, Ariston e Corallo) proprio di Alessandro Giacobbe ed infine le sale America e Ritz d’essai, del circuito Cinema Genova Centro gestito da Luigi Cuciniello. Quest’ultimo, genovese, da novembre presidente Anec (Associazione nazionale esercenti cinema), direttore organizzativo della Sezione Cinema alla Biennale di Venezia ed ex presidente Agis, è uno strenuo sostenitore della necessità per il cinema di saper catturare i giovani anche attraverso una diversa programmazione per fasce orarie, e promotore di un calendario delle uscite annuali che possa ottimizzare anche i momenti di bassa e bassissima stagione.
    Poi ci sono le piccole sale delle delegazioni, da Nervi fino a Palmaro, ed alcuni cineclub, spesso adiacenti alle parrocchie che hanno salvaguardato, in questi anni, la conservazione di alcuni, strategici spazi.
    Tutte queste sale hanno una propria ragione di esistere, dovuta ad un pubblico comunque attento alle novità, agli eventi, disposto ad uscire di casa e spesso molto numeroso: solo le nuove generazioni tendono a non essere esplorative nella scelta dei film trascurando titoli fuori dal circuito mainstream.
    Questo zoccolo duro di pubblico ha permesso anche alle piccole sale fuori dai circuiti di dotarsi della nuova tecnologia digitale, quella che nel giro di un paio di anni ha rivoluzionato il modo di fare cinema: anche i registi più tradizionali o più famosi, che si ostinavano a girare con la vecchia pellicola che poi riversavano in digitale si sono arresi, o forse hanno colto i numerosi vantaggi del nuovo mezzo. Non solo il costo delle riprese ed anche della post-produzione si è ridotto drasticamente, ma sono possibili finezze di colore e di particolari prima impensabili. Quindi quello che fino a poco tempo fa era considerato il tipico ripiego di chi voleva girare piccoli film indipendenti a budget ridotto ora è il mezzo e basta: ma come è stato per il disco in vinile, dato più volte per morto e tuttora vivo (ne avevamo parlato qui), e neanche troppo malconcio, così potrebbe succedere per le pellicole, che proprio in Liguria sono tornate a vivere.

    Grazie ad una fortunata campagna di fund raising, infatti, Ferrania, azienda savonese un tempo leader nella produzione di pellicole da cinema, è stata riaperta da due intraprendenti ragazzi, che hanno recuperato i vecchi magazzini della compagnia e, con il sostegno finanziario anche della Regione Liguria, hanno assunto nove vecchi dipendenti e affittato nuovi locali: stanno realizzando, con macchinari rimodernati e più efficienti, quelle stesse pellicole a colori che altrimenti sarebbero ufficialmente estinte. Per la conservazione nel tempo delle opere, il vecchio supporto fisico pare essere ancora la miglior scelta.

    Ma tornando alle nostre sale indipendenti, la rivoluzione digitale ha rappresentato, ed ancora in parte rappresenta, una grossa difficoltà per cui le alternative erano: adeguarsi, anche indebitandosi, o chiudere.
    Adeguarsi permette infatti, oltre che di disporre delle pellicole (che non sono più tali, poiché sono stati trasferiti in dati contenuti in supporti digitali) in maniera più semplice ed economica, ma anche, volendo, di trasmettere in diretta eventi come concerti o partite, insomma di esserci. Però, nonostante l’impegno della Regione Liguria che ha stanziato circa un milione di euro in contributi, il costo dello switch- off è stato comunque elevato, poichè stiamo parlando di piccoli enti dal bilancio molto risicato.
    Ognuno ha cercato fondi come meglio ha potuto, ad esempio il cinema San Pietro di Quinto ha aperto una sorta di crowdfunding fra i clienti e gli abitanti del quartiere: «Abbiamo conservato il proiettore – ci hanno detto – solo nel caso ci fosse stata qualche pellicola vecchia, che volevamo proiettare, non ancora trasferita in digitale. Ma a dire la verità non sembra proprio che fosse necessario, ormai lo sono tutte».
    La Regione Liguria, con loro, è intervenuta per 34mila euro, ai quali hanno dovuto aggiungerne altri 28mila; il cinema Albatros di Rivarolo aveva vissuto analoga vicenda oltre un anno fa, ora esibisce orgogliosamente, accanto ai titoli dei film , il codice 4k che sta ad indicare una risoluzione superiore al full hd televisivo; stessa cosa per il Nuovo Cinema Palmaro, mentre il San Siro di Nervi, digitalizzato ovviamente, continua nella raccolta fondi per completare il pagamento.

    Altri problemi, questa volta di un più oculato sfruttamento degli orari, vivono invece le sale degli altri circuiti; in questo caso si tratta di rinnovare il tipo di offerta, sperimentando pacchetti di proposte. Il circuito Cinema Genova per un paio di anni ha proposto l’abbinamento cena e cinema, ad un prezzo unico; ora, con un successo che è stato definito discreto, sta tentando una diversa articolazione delle proposte e degli orari: il cinema Odeon offre alla domenica mattina la proiezione di grandi film e animazione per tutta la famiglia… ci dicono che «all’estero funziona questo tipo di proposta, noi dobbiamo ancora abituarci all’idea, ma con il tempo potrebbe essere una mossa vincente».
    Certamente, e su questo concorda anche Cuciniello, gestore del circuito Cinema Genova Centro, sono i giovani che occorre riportare nelle sale, quei ragazzi che devono abiturasi alla frequentazione delle sale e anche ad osare nella scelta dei film: in fondo la magia del cinema è proprio questa, la sua capacità di incantarti proprio quando credevi di averlo messo nell’angolo. Ed un modo intelligente per catturarli potrebbe essere l‘ opportunità che si chiama “Life in Liguria“: da maggio ad ottobre 2015, chiunque voglia, può filmare ciò che ritiene possa raccontare la “sua” Liguria, nel bene e nel male, e con qualunque supporto (telefoni cellulari ad esempio). I filmati migliori diventeranno un documentario della durata di un film, come è stato per “Italy in a day” di Salvatores che ha incontrato molto successo. Certo, qui si tratta di fare e solo dopo di mettersi al buio a guardare e guardarsi, ma chissà che, una volta cambiato lo sguardo, non rimanga la voglia di trovare un’altra risposta.

     

    Bruna Taravello

  • Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    Centro Storico, spazi verdi e giardini pubblici cercasi. Da Strada Nuova ai Babilonia

    giardini-babilonia-7Il centro storico di Genova, nella sua innegabile bellezza, soffre di una eccessiva densità di costruzioni e della carenza di giardini pubblici godibili. Le aree presenti sono spesso frammentate, di piccole dimensioni ed incastonate in mezzo ai palazzi, oltre che in molti casi soggette a scarsa manutenzione, quando non ignorate e chiuse alla cittadinanza.
    Vogliamo raccontare in quest’articolo due progetti diversissimi fra loro, a partire da chi li ha promossi e messi in atto, che però hanno in comune se non altro, almeno nelle intenzioni dei protagonisti, il fine di restituire alla città vecchia preziosi spazi pubblici: i giardini di Strada Nuova e le zone di verde fra la Facoltà di Architettura e piazza di Santa Maria in Passione, cuore della collina di Castello, una parte delle quali conosciuta come “Giardini di Babilonia”.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    I Giardini di Strada Nuova

    palazzo-tursi-D3Avevamo già toccato in passato la questione relativa all’apertura dei giardini di Strada Nuova, un ottimo investimento in termini di offerta turistica e vivibilità del centro storico che si ritroverebbe finalmente con uno spazio verde di grande pregio a pochi passi dalle abitazioni. L’ostacolo principale sono i probemi di sicurezza e i conseguenti costi di adeguamento per la parte dei giardini di competenza del Comune con accesso da Palazzo Tursi, mentre l’altra parte, quella adiacente a Palazzo Bianco, è esclusivamente a beneficio del polo museale, in quanto giardini “storici” e di pertinenza dei Musei di Strada Nuova.
    Tuttavia, all’interno del Programma Operativo Regionale, sono stati attribuiti dei fondi alla Provincia di Genova per un intervento su “Giardini e Musei di Strada Nuova”, ed il Comune è stato indicato come soggetto attuatore dei lavori. Abbiamo chiesto quindi aggiornamenti all’assessore Cultura e Turismo Carla Sibilla, nello specifico, se almeno parte di questi fondi sono stati indirizzati all’apertura pubblica dei giardini. I fondi a disposizione superano il milione di euro, per la realizzazione di un intervento che coinvolge Tursi, Palazzo Bianco e la porzione dei giardini di Strada Nuova compresa fra i due palazzi. «I lavori sono attualmente in corso – ci spiega l’assessore – ed abbiamo l’obiettivo di inaugurare l’opera entro fine maggio, in occasione delle giornate dei Rolli». L’intervento consiste nella messa in sicurezza dell’area e nell’installazione di un camminamento vetrato che collegherà Palazzo Bianco a Tursi, permettendo ai visitatori di fruire di alcune parti del giardino. Dunque rimarrebbe fuori dal progetto la parte est dei giardini (quella compresa fra Tursi e Palazzo N.Lomellino in direzione Fontane Marose), e soprattutto, nell’ottica della massima fruibilità possibile, genovesi e abitanti del centro storico non è ancora chiaro se avranno la possibilità di godere liberamente come spazio pubblico dei giardini rinnovati, oppure solo in veste di visitatori del polo museale. In quest’ultimo caso, si tratterebbe senza dubbio di un’occasione sprecata.

    I Giardini Babilonia

    giardini-babilonia-4Una storia radicalmente diversa, nelle premesse così come nelle modalità con cui è nata e si è sviluppata, è quella dei Giardini di Babilonia. Si tratta di uno spazio verde aperto spontaneamente da un gruppo di studenti della Facoltà di Architettura alla fine del novembre 2011: «Volevamo smuovere le coscienze assopite degli studenti di Architettura – raccontano – solo quando abbiamo effettivamente messo piede e iniziato a vivere il giardino, ci siamo accorti che si trattava di uno spazio “di frontiera”, che rispondeva effettivamente alle esigenze della nostra generazione, ma che intercettava anche i bisogni di altri».
    Da questa prima esperienza improntata allo spontaneismo è nato in qualche mese il “Progetto Conviviale”, un lungo, interessante ed ambizioso documento nel quale sono messe nero su bianco le possibilità di recupero e messa a valore di un’area più vasta, comprendente anche il complesso in rovina di Santa Maria in Passione, ad oggi ancora lontano dalla concreta attuazione. «Attualmente lo spazio dei Babilonia è collegato agli orari accademici – continuano – quindi chiuso alla sera e nel weekend. Ma il progetto approvato dall’Università nel 2013, che dovrebbe essere realizzato in questi mesi, permetterà invece di riaprire la viabilità della scalinata esterna ad Architettura ed il passaggio alle aree verdi in comodato al Comune». L’orizzontalità e l’autogestione sembrano dunque essere le direttrici del lavoro e della vita ai Giardini di Babilonia, ma che rapporti ha questo progetto con le istituzioni?
    «Dopo un primo dialogo legato all’approvazione del Progetto Conviviale, i rapporti si sono di fatto interrotti. L’Università non ci riconosce in quanto non siamo formalizzati in associazione, il Municipio probabilmente aspetta che i lavori siano terminati. Noi non abbiamo mai cercato né rifiutato il dialogo con le istituzioni, semplicemente viviamo la quotidianità della maggioranza dei cittadini: disinteresse. Fino a che non si risolve la questione dell’accessibilità, la nostra esperienza è fortemente limitata. Una volta che sarà aperto nel weekend, sarà semplicemente l’unico parco pubblico del centro storico, potrà essere animato da mostre, mercati, feste di compleanno».

    Il percorso dei Giardini di Babilonia nasce dunque dalla necessità di luoghi di socialità pubblici e vivibili.
    Su queste pagine e su Era Superba #56 vi avevamo già raccontato il progetto “Down Town Plastic”, l’esperienza in corso ai Giardini di Plastica (Giardini Baltimora) per il rilancio di un’area frutto di sciagurate politiche del passato che hanno cancellato il quartiere medievale di Madre di Dio già ferito dai bombardamenti bellici. Grazie all’impegno dei cittadini e alla sinergia creatasi fin qui con le istituzioni, i “giardini urbani” di Piazza Dante (ma facilmente accessibili da Ravecca e Sarzano) provano a rialzare la testa.
    Ennesima conferma di quanto quella dei giardini ad uso pubblico sia un’esigenza fortissima per il nostro centro storico.

     

    Carlo Ramoino

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    ericsson-erzelli-d6Da Parco scientifico e tecnologico a vera e propria cittadella della medicina. Potrebbe essere questo il nuovo futuro della collina degli Erzelli. Con una decisione di giunta, infatti, il Comune mette pressione alla Regione affinché venga chiuso nel più breve tempo possibile il percorso per decidere la collocazione definitiva del nuovo ospedale di Ponente e dei suoi previsti 500 posti letto. La speranza è di poter giungere alla sigla di un accordo di programma nel giro di due mesi e, comunque, prima che la tornata elettorale blocchi qualsiasi decisione da parte della Regione. Una scelta che riguarda il diritto di accesso alle cure di oltre 330 mila abitanti, pari a circa la metà della popolazione della Città Metropolitana (oltra al ponente genovese sarebbero direttamente interessati tutti i Comuni della Valle Stura, dell’alta Valle Scrivia e dell’alta Valpolcevera), escluso il Tigullio che appartiene a un’area del servizio sanitario a sé stante. «È una scelta che dobbiamo accelerare – ha dichiarato il vicesindaco Stefano Bernini – se non altro per una questione di equità di trattamento sanitario di una parte della città che risente anche di maggiori rischi per gli insediamenti lavorativi che la caratterizzano».

    Con la decisione di giunta presa ieri, si dà il via libera al percorso di condivisione con i Municipi coinvolti e i Comuni della Città Metropolitana sulla destinazione del nuovo ospedale. La situazione è alquanto immobile da parecchio tempo. Già quasi un anno fa avevamo raccontato di come la scelta fosse ormai limitata al ballottaggio tra Villa Bombrini e la collina di Erzelli. Ma la predilezione di Tursi per l’area sestrese è evidente, come traspare dalle parole di Bernini: «Abbiamo la necessità di individuare almeno 60 mila metri quadrati di spazi – spiega il vicesindaco – per cui a Cornigliano andremmo a estinguere tutte le disponibilità nell’area della Villa, peraltro confinanti con attività siderurgiche e quindi con annessi problemi di bonifica, di inquinamento acustico e di scavi per realizzare parcheggi interrati. Inoltre, ci troveremmo nel cono aereo dell’aeroporto con l’impossibilità di innalzare il nuovo monoblocco oltre il 4° piano». Insomma, l’ospedale a Villa Bombrini rischierebbe di essere molto sacrificato, considerata anche la vocazione industriale e portuale delle aree limitrofe e il nuovo impianto di trattamento fanghi che dovrebbe essere realizzato in zona ex Ilva. Un problema assolutamente assente agli Erzelli dove, secondo uno studio di fattibilità della Regione, sono state individuate addirittura tre possibili collocazioni per la nuova struttura e una quarta potrebbe nascere in seguito a una revisione dello Schema di Assetto Urbanistico dell’area, una volta confermati i trasferimenti di Esaote-Elemaster e della Facoltà di Ingegneria.

    erzelli-sestri-ponente-d9«Il sogno – guarda avanti Bernini – è quello di realizzare sulla piana degli Erzelli un’agorà dove si fa cura ma anche ricerca scientifica e tecnologica intorno al miglioramento delle capacità di cura. Genova potrebbe diventare una città pilota in questo campo creando una vicinanza fisica tra il nuovo ospedale, l’attività biomedicale di Esaote-Elemaster e la ricerca tecnologica dell’IIT che potrebbe trasferire qui il suo comparto sanitario. Si tratterebbe di un’alternativa al polo scientifico tecnologico più adeguata agli sviluppi e connessa con le competenze della città che altrimenti rischieremmo di non valorizzare». E, facendo un po’ di fanta-urbanistica, perché non pensare anche a un trasferimento della Facoltà di Medicina?

    Provocazioni a parte, resta comunque da definire tutta la partita dei finanziamenti per il nuovo ospedale che chiamano in causa in primo luogo la Regione e che la decisione di Giunta assunta ieri a Tursi non manca di sottolineare. A De Ferrari, infatti, sembrano tutti decisi a puntare forte sul Galliera bis, per cui per l’ospedale di Ponente resterebbero al momento pochi spiccioli. «Nell’accordo di programma per il nuovo ospedale – non manca di sottolineare Bernini – dovranno essere dettagliate anche le fonti economiche». Oltre ai fondi Fas europei che con tutta probabilità verranno dettagliati nel prossimo ciclo amministrativo regionale, parte dei finanziamenti deriverà dalla dismissione e rivalorizzazione degli attuali plessi ospedalieri: si parla di una parte consistente di Villa Scassi, esclusi probabilmente solamente i padiglioni 9 e 9b di più recente ristrutturazione e che resteranno a vocazione sanitaria, e del plesso sestrese di Padre Micone con le relative variazioni di destinazione d’uso che potrebbero entrare a far parte già del prossimo accordo di programma tra gli enti.

    Un altro punto a favore della collina sestrese è rappresentato dalla proprietà dell’area: se Villa Bombrini chiamerebbe in causa almeno per un 30% degli spazi l’acquisto di aree private, due ipotesi su tre agli Erzelli sarebbero interamente in area pubblica mentre la terza potrebbe facilmente diventarlo attraverso una permuta di terreni limitrofi con Ght.

    Nessun ostacolo neanche dal Puc (ma in questo caso non ve ne sarebbero neppure per Villa Bombrini), dato che la destinazione d’uso a servizi è inseribile in qualsiasi zona della città.

    erzelli-d10L’unico grande problema di Erzelli riguarda gli accessi, soprattutto per il trasporto pubblico ma anche per quello privato, dal momento che il nuovo ospedale dovrà essere facilmente raggiungibile anche attraverso l’autostrada e la viabilità urbana. «Ma Erzelli non è il Monte Bianco – dice l’assessore a Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino facendo propria una battuta del sindaco – e il sistema di trasporti per raggiungere la collina è qualcosa di governato e governabile in quanto in buona parte già impostato». Se il trasporto su gomma è in fase di ottimizzazione (entro fine dicembre dovrebbe essere consegnata la galleria che collega i piedi della collina degli Erzelli con la zona di Fegino) e necessiterebbe comunque di un approfondimento sotto il profilo del raggiungimento del sito in fase di traffico particolarmente stressato, più delicata è la questione che riguardata “il ferro”. Per Villa Bombrini basterebbe attendere la già prevista e finanziata realizzazione della stazione della metropolitana di superficie di San Giovanni d’Acri, mentre per Erzelli non basterebbe il nuovo scalo di Genova Aeroporto. Da qui, oltre al parcheggio di interscambio, dovrebbe partire infatti quello che per il momento resta ancora il futuristico progetto di una funivia verso la collina.

    Nuova piastra sanitaria in Val Polcevera

    mira lanza 1Il Comune non spinge l’acceleratore solo per quanto riguarda l’ospedale di Ponente. Nella decisione di giunta si parla anche della nuova piastra sanitaria della Valpolcevera. Com’è noto, il ponente cittadino è fortemente penalizzato per quanto riguarda l’offerta di servizi sanitari ospedalieri, ambulatoriali e non solo. Se, infatti, da una parte abbiamo i 1300 posti letto di San Martino e Galliera, qui possiamo contare solo sui servizi di Villa Scassi, dell’Evangelico e di quanto rimane dell’ospedale Padre Micone di Sestri. «La Valpolcevera in particolare – commenta Bernini – resta la pecorella nera della città mentre condividiamo a pieno il percorso che punta alla valorizzazione dei presidi territoriali per alleviare il carico che grava sui pronto soccorsi cittadini anche per cure non prettamente ospedaliere». Tre le aree in ballo, in posizioni baricentriche tra Bolzaneto e Teglia: una, come noto, è l’ex Mira Lanza per cui esiste già un pre-accordo ma che necessiterebbe di piegare la progettazione della nuova Casa della Salute all’edificio esistente; le altre due aree sarebbero di proprietà privata ma potrebbero abbastanza facilmente diventare pubbliche, attraverso un apposito accordo di programma. La prima area è attualmente vuota e con terreno da bonificare, mentre l’altra è di proprietà di una fondazione pubblica. Nessun problema per l’accessibilità: le prime due ipotesi sarebbero raggiungibili attraverso la nuova stazione ferroviaria di Teglia, progettata e finanziata,  mentre la terza sarebbe un po’ più a nord, in direzione Bolzaneto. La decisione si spera sia condivisa ma spetta naturalmente alla Asl esprimere una preferenza. «La medicina territoriale – ha commentato l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – è fondamentale per la prevenzione ma lo sono ancora di più i presidi socio-sanitari. Quando parliamo di piastra sanitaria o poliambulatorio vengono in mente solo i posti in cui si fanno esami medici e clinici. Le nuove Case della salute, invece, devono chiamare in causa tutta quella serie di servizi sociali per l’assistenza alle fasce più deboli della popolazione, disabili, persone non-autosufficienti, minori, famiglie in difficoltà, dipendenti da gioco, alcol, droghe. Insomma, le Case della salute devono diventare il luogo ideale per l’integrazione dei servizi socio-sanitari».

    L’analisi più approfondita dei nuovi presidi sanitari passerà ora attraverso la Conferenza dei sindaci (40 primi cittadini dei Comuni della Città Metropolitana + 9 presidenti dei Municipi genovesi) già convocata per il 30 marzo prossimo e da cui dovrebbe prendere il via la fase finale del processo decisionale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    Genova, una città da coltivare: aree agricole e accesso alla terra, edificabilità e orti urbani

    agricolturaPer fare il quadro generale delle normative che regolamenteranno nei prossimi anni l’accesso alla terra e il suo utilizzo, dobbiamo avventurarci fra le pieghe non semplici del nuovo Piano Urbanistico. Le aree entro i confini genovesi che il Puc (Piano Urbanistico Comunale) definisce “agricole” o di “protezione ambientale” si estendono per circa 13 mila ettari. Zone in cui solo gli agricoltori possono fare interventi edilizi e che corrispondo ad una parte preponderante del territorio comunale.  Tuttavia, se si escludono le aree dedicate alla pastorizia e alla silvicoltura, nelle aree di protezione ambientale è in realtà molto difficile introdurre un’attività agricola in grado di mantenere una famiglia. Ecco, allora, comparire nel Puc le aree propriamente definite “agricole”«Si tratta delle zone – spiega il vicesindaco Stefano Bernini – in cui abbiamo già verificato l’esistenza di un’attività di questo genere o che, sulla base di un’analisi georeferenziata, vi si possono prestare per qualità del terreno, esposizione, tipo di pendio, estensione. In questa seconda categoria è permessa attività residenziale solo ai contadini professionali, a quelli cioè che rispecchiano le caratteristiche previste dalla classificazione regionale».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareFin qui, dunque, sembrerebbe esserci poco margine di manovra per chi si dà all’agricoltura solo per passione o, stretto dalla morsa della crisi e della disoccupazione, vorrebbe improvvisarsi contadino per provvedere autonomamente al proprio sostentamento alimentare.
    Per venire incontro a chi ha riscoperto un’innata passione per la vita nei campi, troviamo le aree di “presidio ambientale”, piccoli polmoni incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città. «Con queste aree – continua nella sua illustrazione il vicesindaco nonché assessore all’Urbanistica – proviamo a rispondere alla nuova tendenza di andare a vivere in campagna per essere circondati dal verde e avere a disposizione un piccolo terreno, orto, vigna, in cui realizzare una produzione agricola propria. Si tratta di zone cuscinetto, in cui l’attività edilizia sempre legata a quella agricola è fortemente limitata». Non si tratta di un’invenzione del nuovo Piano urbanistico perché questi spazi erano già previsti nel Piano regolatore di Sansa e, seppure con maglie più larghe, anche in quello licenziato dalla giunta Vincenzi. Tali presidi ambientali saranno di due tipologie, a seconda delle concessioni edilizie previste. La prima categoria, più “permissiva”, consentirà di realizzare in ogni terreno anche l’0,01% di abitativo: ciò significa che per costruire una casa di 100 metri quadrati, sarà necessario avere terre almeno per 10 mila mq. Più restrittiva, invece, la seconda categoria: qui l’abitativo concesso scende allo 0,005%, ossia ogni 50 mila metri quadrati di terreno è possibile realizzare una casa di 100 metri quadrati. E per arrivare a 200 mq di costruzioni edilizie si dovrà possedere una certificazione di avvenuto abbattimento di altri fabbricati.

    Ma finiscono veramente qui le possibilità di intervento edilizio nelle aree verdi, più o meno protette? No, non siamo stati di colpo catapultati nel magico mondo di Oz. Resiste, ad esempio, la norma che consente di ricostruire rustici diroccati e che può dare il via libera a piccole speculazioni edilizie. «Chi recupera vecchi rustici con la logica della ricostruzione storica del manufatto – illustra il vicesindaco – ha la possibilità di costruire l’equivalente in termine volumetrico in un nuovo edificio in area limitrofa». In altre parole: nel tuo terreno c’è un fienile diroccato? Se lo ricostruisci, ridando al paesaggio il suo aspetto originario, potrai ampliare la tua casa degli stessi volumi che hai restaurato.

    Coltivare a Genova: il nuovo regolamento degli orti urbani

    orto-urbanoCi concentriamo ora sugli spazi verdi pubblici che cercano di farsi largo tra asfalto e cemento: gli orti urbani, ovvero quegli appezzamenti di terreno che si insidiano nei sempre troppo pochi spazi verdi nel cuore della città e che possono essere assegnati in concessione ad alcuni cittadini per la realizzazione di piccole coltivazioni. Con picchi particolarmente consistenti nei Municipi Medio Ponente, Ponente e Valpolcevera, Genova ha superato la quota di 310 orti urbani ed è in fase di approvazione il nuovo regolamento cittadino che dovrebbe consentire, da un lato di ampliare questi spazi a disposizione nei vari Municipi, dall’altro di renderli accessibili a una fetta più larga della popolazione.  La regia di questi spazi e dei relativi bandi per l’assegnazione resterebbe sempre in mano ai Municipi, ma il Comune tiene a sottolineare la strategicità dell’orto urbano nella visione cittadina del Verde: con il nuovo regolamento, i Municipi avranno la possibilità di assegnare gli spazi a fasce più ampie della popolazione, senza dimenticare il valore di progetti sperimentali come gli orti didattici o gli orti innovativi. La richiesta dell’utilizzo di orti urbani pubblici è, infatti, in continua crescita.
    È tuttavia importante sottolineare che gli appezzamenti disponibili nei 9 Municipi non sono sufficienti a soddisfare una domanda sempre più crescente grazie un ritrovato amore per la natura e un senso di attaccamento al territorio dovuto anche alla tenaglia della crisi economica che ci massacra da anni. «Quando si è pensato di creare queste realtà – ricorda l’assessore ai Lavori Pubblici Gianni Crivello – ci si era rivolti soprattutto alla terza età e ai pensionati. Ora il target è radicalmente cambiato. Per questo motivo, con il nuovo regolamento, cercheremo di coinvolgere fette più ampie delle cittadinanza, abbassando i limiti di età e puntando a categorie sociali particolarmente disagiate come potrebbe essere quella dei cassintegrati».
    Più spazio sembra esserci anche per i giovani, soprattutto under 30. Nel nuovo regolamento, per l’assegnazione dei terreni ad uso orto urbano, in risposta ai bandi lanciati dai Municipi, i richiedenti devono essere in possesso di domicilio nel Comune di Genova, non disporre nel territorio comunale di fondi di proprietà o appartenenti a familiari conviventi destinati alla coltivazione, provvedere personalmente alla coltivazione dell’appezzamento assegnato, non aver avuto condanne penali per reati contro l’ambiente. Le graduatorie per l’assegnazione vengono predisposte tenendo presente una serie di criteri di priorità come reddito, età del richiedente favorendo le fasce superiori ai 65 anni e inferiori ai 30, eventuale situazione di disabilità del richiedente o di persona appartenente nucleo famigliare, residenza nel Municipio in cui si trova l’orto urbano, numero di componenti il nucleo familiare.
    Il passo successivo deve neccessariamente essere quello di moltiplicare le terre a disposizione, puntando forte su spazi come la Valletta Carbonara, le pendici della collina degli Erzelli, Ca’ di Ventura in Valbisagno, alcuni spazi a Teglia che potrebbero essere resi disponibili in seguito a nuove operazioni edilizie e relativi oneri di urbanizzazione. Ma non si tratta di una questione che può essere risolta solo attraverso la pianificazione urbanistica e le norme di carattere generale inserite nel nuovo Puc.

    La Banca della Terra

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteLa Banca della Terra è un espediente attraverso cui la Regione Liguria sta cercando di aumentare la superficie destinata all’agricoltura recuperando aree agricole e forestali abbandonate, incolte o sottoutilizzate, il cui stato di degrado rappresenta, tra l’altro, un grande fattore di rischio per l’integrità del territorio. Più nel dettaglio, si tratta di una banca dati nella quale i proprietari mettono a disposizione i propri terreni a chiunque li voglia acquistare o affittare. La Regione funziona da tramite e facilitatore e, nell’ultimo anno, ha investito 800 mila euro come contributi all’acquisto di nuovi terreni da parte di operatori agricoli.
    «Partiamo da tanti terreni pubblici – spiega l’assessore regionale all’Agricoltura, Giovanni Barbagallo – grazie ad esempio alla collaborazione del Comune di Genova che metterà a disposizione una serie di terre non strategiche per funzioni comunali. Ma iniziano ad arrivare segnalazioni di terreni di privati: particolarmente interessanti sono i terreni abbandonati e dismessi perché non più utili alle aziende o perché pericolosi per l’incolumità delle stesse o del patrimonio pubblico». La banca regionale della terra, dunque, da un lato aiuta a livello finanziario gli operatori agricoli a iniziare o ampliare (il 70% delle aziende vitivinicole e vinicole regionali ha a disposizione meno un di ettaro di terreno) la propria attività, dall’altro aumenta la superficie utile agricola perché vincola le terre vendute o concesse a questa finalità. La Conferenza regionale dell’agricoltura, infatti, ha individuato tra i problemi più gravi proprio la diminuzione della superficie utile agricola che si è ridotta al 10% del territorio ligure: negli ultimi 60 anni abbiamo perso da Imperia a La Spezia l’80% di terreno agricolo mentre abbiamo assistito all’aumento della boscosità a monte (i terreni boschivi negli ultimi 120 anni sono aumentati del 60% a causa dell’imboschimento selvaggio di prati, pascoli e terrazzamenti abbandonati) e delle infrastrutture e del cemento a valle. «Abbiamo già fatto due bandi (a giugno e ottobre 2014, NdR) – dice con soddisfazione l’assessore – per cui sono giunte in Regione circa 130 domande per l’assegnazione di contributi agli imprenditori agricoli per l’acquisto di nuovi terreni».
    Ma l’aspetto indubbiamente più interessante della Banca delle Terra, lato domanda, è che per accedervi non è necessario essere registrati come contadini professionali ma si aprono le porte a molti giovani disoccupati e inoccupati e a chiunque volesse sporcarsi le mani e tornare a sudare un po’ sulla terra. Per accedere ai finanziamenti regionali, tuttavia, è necessario costituirsi azienda agricola.

    Sembrerebbe ancora una volta tutto perfetto, se non fosse che spesso a mancare sia proprio la disponibilità della terra da coltivare. «Se è vero che non ci sono masse plaudenti di persone che vogliono andare a lavorare faticosamente in campagna – ammette Barbagallo – è altrettanto vero che spesso gli interlocutori saltano fuori ma a mancare è la materia prima. È evidente come siano strategici in questo senso le intenzioni dei vari enti locali e dei relativi piani regolatori. Ovviamente ci devono essere delle scelte urbanistiche di programmazione ma non basta vincolare un terreno per far sì che diventi agricolo: bisogna coltivarlo e presidiarlo costantemente e per questo servono degli incentivi che, però, non mancano grazie ai 313 milioni del PSR. Ovvio che se gli enti locali iniziano a mettere a disposizione i propri terreni, cominciamo ad andare nella giusta direzione».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    poverta-crisi-clochard-DIL’assessore Fracassi bussa alle porte del collega Miceli: «I servizi sociali e socio-educativi sono l’anello debole del bilancio comunale. Ogni anno – sostiene l’assessore alle Politiche socio-sanitarie – tutte le altre voci di partita corrente sono messe a copertura certa mentre questo capitolo viene lasciato flessibile e si riempie via, via durante l’anno a seconda di vari risparmi di cassa. Ma se vogliamo migliorare la gestione del welfare, dobbiamo cambiare prospettiva di bilancio e dire: ecco, qui ci sono i 40 milioni per il sociale mentre le incertezze le lasciamo ad altre partite». La frecciata è stata lanciata  in Commissione Welfare che aveva all’ordine del giorno il punto della situazione sui servizi destinati ai senza fissa dimora.

    Il Comune, come ormai d’abitudine, sta procedendo per dodicesimi: ogni direzione, dunque, può spendere al mese solo un dodicesimo dell’importo investito l’anno scorso, finché non sarà pronto il bilancio previsionale 2015. Una situazione di estrema precarietà e assoluta impossibilità di programmazione dovuta principalmente all’incertezza dell’ammontare delle risorse in arrivo dal governo centrale. «Ogni anno ci troviamo in questa situazione – ha accusato il consigliere Stefano Anzalone (Gruppo Misto) – ma è un problema tutto di questa amministrazione visto che ci sono altri Comuni che non aspettano i trasferimenti da Roma per approvare il bilancio». «Bisogna fare chiarezza – commenta la presidente della Commissione Welfare, Cristina Lodi (Pd) – se effettivamente si tratti di una necessità tecnica o se, comunque, dietro c’è una scelta politica».

    È in questo contesto che la discussione della Commissione si è concentrata sulle difficoltà economiche dei servizi dedicati alla popolazione senza dimora e a chi è costretto a vivere ai margini della società. Il sistema segue circa 900 utenti all’anno (l’ultimo dato aggiornato risale al 2013) ma una lettura più di dettaglio sarà possibile solo a fine 2015 grazie al potenziamento del sistema di analisi.  «Tuttavia – sostiene il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – si evince piuttosto chiaramente una forte sproporzione tra il fabbisogno stimato di circa 2 mila persone in situazione di grave marginalità e le riposte che riusciamo a offrire».

    La chiave dovrebbe essere quella del salto di qualità, dalla sola presa in carico delle situazioni di emergenza a un precisa politica di prevenzione. «Prevenzione – sostiene Fracassi – vuol dire fare una seria politica nazionale per l’immigrazione, che oggi non stiamo facendo dato che non abbiamo costruito rapporti seri con i Paesi di provenienza e non abbiamo politiche europee adeguate a riguardo. Ma prevenzione sono anche le politiche del lavoro, quelle della casa assolutamente inesistenti a livello nazionale ormai da anni, e di contrasto alla povertà. Credo che se avessimo una seria misura di reddito minimo di inserimento, avremmo risolto molti problemi di chi non riesce neppure a pagare un affitto in casa popolare e le relative utenze, diventando così moroso, rischiando lo sfratto, l’abbandono in strada e la presa in carico dei servizi sociali».

    Ma, per fare prevenzione ci vogliono anche soldi. E, a proposito di difficoltà economiche, la situazione è resa ancor più complicata dal nuovo strumento che regola i rapporti tra il pubblico e le associazioni a cui il Comune “delega” la gestione di molti servizi. Se, infatti, Tursi gestisce direttamente solo il diurno di De Ferrari (attualmente chiuso per problemi di sicurezza) e la struttura notturna di Villa S. Teodoro (14 posti letto che diventeranno 24 quando saranno terminati i lavori di ristrutturazione dello storico Asilo Massoero) dal primo luglio 2014 è entrato in vigore il patto di sussidiarietà (caso simile per le strutture di accoglienza che combattono la violenza di genere, qui l’approfondimento): si tratta di un accordo di durata annuale, rinnovabile, che prevede che l’amministrazione sostenga finanziariamente fino a un massimo del 70% dei costi dei servizi per i senza fissa dimora mentre il restante 30% resta a carico degli operatori non più sottoposti a logiche di mercato per garantirsi appalti pubblici ma incentivati a fare sistema. L’attuale progetto, che oltre al capofila Fondazione Auxilium vede coinvolti le associazioni S. Marcellino, Massoero 2000, Compagnia della Misericordia, Afet, Ceis e Croce Rossa, prevede un investimento totale di 2.968.946 euro di cui 1.774.846 (il 60%) finanziato dal Comune di Genova.

    Il Comune copre la spesa grazie a 550 mila euro annui elargiti dalla Regione Liguria attraverso un fondo finalizzato e per la restante parte con il bilancio comunale. 
Il fondo regionale finalizzato è diminuito negli ultimi anni da 900 mila  euro del 2012 a 600 mila del 2013 fino a 550 mila dell’anno scorso. Per il 2015 la Regione non ha ancora comunicato l’entità del finanziamento e il Comune non ha versato la quota di propria competenza per il primo trimestre del 2015 che, di per sé, dovrebbe invece rappresentare una sorta di anticipo spese. «I ritardi riguardano sia il versamento da parte del Comune che il saldo spettante alle associazioni che hanno siglato il patto – spiega l’assessore Fracassi – ma sono imputabili sostanzialmente a lungaggini tecniche. Stiamo, infatti, parlando di uno dei primi patti di sussidiarietà così importanti e che chiama in causa circa 3 milioni di euro all’anno. La gestione contabile deve essere dettagliata e trasparente al massimo, per questo è molto complessa. Sono però molto fiduciosa sul miglioramento del sistema perché, quando i soldi ci sono, non ha senso essere così in ritardo».

    «La nostra permanenza all’interno del patto di sussidiarietà – ammette Angelo Gualco di Massoero 2000 – è garantita dalle risorse economiche versate da altre associazioni aderenti al patto attraverso l’associazione temporanea di scopo che abbiamo costituito. Ma per quanto ancora potremo sopravvivere in questo modo? Il nostro servizio si basa sul lavoro degli stessi ospiti che naturalmente deve essere retribuito: il 90% del nostro bilancio viene impiegato a questo scopo, come facciamo a sopravvivere dovendo reperire un 30% in più solo per l’autofinanziamento?».

    Certo, all’interno del patto di solidarietà ci sono realtà economicamente più solide ma che devono anch’esse fare i conti con i propri bilanci e i propri finanziatori e non potranno farsi carico all’infinito delle associazioni meno “ricche”. Anche perché l’importante fetta della gestione dei servizi sociali è sempre stata fonte di frizioni tra i vari attori in campo, soprattutto quando questa era soggette alle più classiche logiche di mercato. «O andiamo verso un’ottica di solidarietà tra gli enti aderenti al patto per cui il 30% viene contabilizzato come quota globale dell’associazione di scopo – sostiene l’assessore Fracassi – oppure gli enti meno capaci devono rimboccarsi le maniche e iniziare a intraprendere qualche soluzione alternativa e più efficace di fundraising». Ma se il patto di sussidiarietà dovesse continuare a dimostrare le proprie lacune, sono allo studio alcune ipotesi alternative: «L’unica terza via possibile – conclude Fracassi – è uscire dalla logica del patto di sussidiarietà. Per questo stiamo guardando con molto interesse al cammino che sta percorrendo il Comune di Brescia con un modo di gestire il terzo settore diverso ma sempre a partire dalla co-progettazione».

    Nel frattempo, però, avere qualche certezza in più dal bilancio previsionale potrebbe aiutare non poco ad affrontare il futuro in maniera più serena e soprattutto a non contrarre l’offerta di servizi imprescindibili per la sopravvivenza e la dignità della persona, la cui domanda è cresciuta esponenzialmente a causa della tragica situazione economica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Tonino Conte, “due volte quaranta”: intervista al fondatore del Teatro della Tosse

    Illustrazione di Valentina Sciutti
    Illustrazione di Valentina Sciutti

    Intervistare Tonino Conte è una di quelle cose che hanno a che vedere con l’emozione. L’emozione davanti al sipario che si alza, davanti alle luci che si spengono, davanti alla magia del teatro che non si può né creare né distruggere ma soltanto trasformare.
    Il 29 maggio prossimo Palazzo Ducale inaugurerà Due volte quaranta, una mostra che nasce per festeggiare gli ottant’anni di Tonino, un artista eclettico, visionario e popolare nel senso più ricco e bello del termine. E proprio guardando a questi ottant’anni dedicati all’arte e al teatro, abbiamo cucito con Tonino Conte una conversazione ad ampio spettro, tenendoci in equilibrio tra temi, passioni e pensieri diversi, certi che questa delicata entropia all’insegna della curiosità per il personaggio e per l’uomo potesse essere la chiave per tratteggiare al meglio un artista a tutto tondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Ivano Fossati scrive “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”. E parlando di prospettive e punti di vista, com’è Genova vista da Tonino Conte?
    Ho una sincera amicizia per Ivano Fossati, è stato uno dei primi musicisti con cui ho collaborato, io ero agli inizi come regista e lui era un giovanissimo brillante compositore già conosciuto in campo musicale, ma molto sensibile al teatro. Però questa volta non sono del tutto d’accordo con lui. C’è una Genova di pietra scavata nelle montagne e nei caruggi, una Genova da dove non vedi spesso il sole, ma che era – ed è tornata ad essere – brulicante di vita, di relazioni, con la particolare atmosfera e i profumi che ne sono l’essenza. Una città che però qualche volta dà un po’ l’idea di essere pigra, quasi “senz’anima”.

    Lei un giorno ha detto che per essere un buon regista non si devono mai svestire i panni dello spettatore. Quali spettacoli hanno segnato il suo modo di fare teatro?
    Quando dicevo questo intendevo che non amo un teatro fatto solo per se stessi, rinchiuso in un’idea “autistica”, guardandosi l’ombelico. Il teatro è comunicazione, anche se parte – spesso – da “un moto dell’anima” dell’artista, sia esso autore o regista.
    Gli spettacoli che mi hanno profondamente colpito sono soprattutto quelli di Aldo Trionfo: assistere a una serata della Borsa d’Arlecchino – dove ero stato scritturato all’inizio come “spettatore” perché si rischiava di non tenere la rappresentazione per mancanza di pubblico – mi fece capire come il teatro non fosse soltanto uno stanco rito ripetitivo a beneficio di un pubblico abitudinario, ma un’esperienza coinvolgente, ironica, originale, e insieme profonda.
    E poi mi ha molto colpito la visione de La Classe Morta di Tadeusz Kantor a cui ebbi la fortuna di assistere al suo debutto in Italia, a Firenze negli anni ’70, al Rondò di Bacco, dove lo spettacolo era stato invitato da Andres Neumann: quei grigi manichini umani, quei banchi dove si aggiravano allievi invecchiati ma sempre prigionieri di una vuota ripetizione, con il regista che li “comandava” dall’esterno con gesti e sguardo imperiosi rappresentavano in modo misterioso e completo l’unione tra la morte e la risata, tra l’ironia e il dolore. Ancora adesso il segreto del teatro “vivo” ha una sua verità in questo binomio.

    Ma Tonino Conte non è solo teatro e l’eclettismo è una parte centrale del suo essere artista. Si è misurato con la letteratura e, soprattutto, con le arti visive. E parlando di arti visive il pensiero corre inevitabilmente a Emanuele Luzzati.

    ubu-re-conte-luzzatiInsieme avete creato grandi momenti di teatro e un nuovo modo di approcciare la scena. Ci racconta qualcosa del vostro lavorare insieme?
    Ubu Re di Jarry, il mio primo spettacolo, è nato con scene e costumi di Luzzati. Insieme abbiamo fondato il Teatro della Tosse. Tanta concomitanza di vita e di lavoro non ci ha spinti alla sindrome di Bouvard e Pécuchet, nel senso che non siamo diventati dei “fissati” del nostro mestiere, avevamo caratteri molto diversi e interessi a volte divergenti. Tutto ciò ci ha consentito una collaborazione “leggera”, quasi svagata, fatta di poche parole e di molte libertà.
    Quasi trent’anni dopo ritornammo a Jarry con Ubu Incatenato prodotto per la stagione ‘95/96 al Teatro della Tosse. Nacquero decine di tavole di straordinario vigore espressivo, popolate di donne con tre seni e cosce abnormi, di uomini senza faccia e due cappelli, magrezze spettrali e grassezze oscene. Manipolando il monumento scoprii che il piedone poteva diventare carrozza, il grosso sedere tavola da imbandire, gambe e braccia divani. Togliendo tutti i pezzi di cui era composto il monumento, l’intelaiatura di ferro che lo sosteneva era la prigione più teatrale che ci possa immaginare. Tra i due “Ubu” di cui ho parlato c’erano stati almeno un centinaio di altri spettacoli, così come molte altri sono venuti dopo, saltando da Shakespeare ai burattini, dalle opere liriche alle ombre cinesi, dai grandi spettacoli estivi all’aperto alle sperimentazioni in quella sorta di moderna cantina che è l’Agorà del Teatro della Tosse. Nella maggioranza dei casi siamo stati così astuti da evitare la trappola della routine, cercando di risolvere in modi sempre diversi lo stesso problema: inventare un bello spettacolo.

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale su Era Superba #58