Categoria: Primo Piano

  • Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    notavUn’altra giornata cruciale per i destini del Terzo Valico. Mentre il Paese si fermava a ricordare la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, l’operazione “Alchemia” condotta dalle squadre mobili di Genova, Reggio Calabria e Savona portava all’arresto di oltre 40 persone, indagate a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa; tra queste, alcuni esponenti “liguri”, a capo di ditte che gravitavano attorno ai subappalti relativi alla movimentazione-terra dei cantieri del Valico dei Giovi. Nello stesso giorno, i tecnici di Cociv procedevano con le operazioni di esproprio per due terreni interessati dal tracciato, a Pozzolo Formigaro e a Fraconalto. Nel primo caso, però, alcune irregolarità procedurali potrebbero invalidare l’immissione in possesso, fermando di fatto i lavori, almeno momentaneamente.

    Tutto questo a pochi giorni dal via libera definitivo del governo, su proposta del presidente Matteo Renzi e del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, al decreto del presidente della Repubblica che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo, nella versione definitiva, dalla quale sono spariti i paletti per il riuso dello smarino prodotto dagli scavi.

    L’ombra lunga della mafia e la debolezza della politica

    Le indagini coordinate dalla procura di Reggio Calabria hanno accertato legami stabili tra le cosche calabresi e quelle liguri, impegnate nel business della movimentazione terra e dello smaltimento di rifiuti pericolosi. Il sistema, affinato negli anni, prevedeva un avvicendamento pianificato di ditte (create ex novo da prestanomi o famigliari, ma sempre a gestione e profitto delle cosche) per poter accedere alle assegnazioni dei sub-appalti dei grandi cantieri. I legami personali con alcuni esponenti politici locali, faceva il resto.
    Il Terzo Valico è un progetto da 6,2 miliardi di euro (per 53 chilometri di tracciato, cioè 116 milioni a chilometro, cifra da primato mondiale) cioè una montagna di soldi che cadono a cascata ai “fortunati” che prendono parte ai lavori. Da qui le infiltrazioni mafiose, finalizzate a far pressione sui politici locali per ottenere commesse sui subappalti già aggiudicati. Stando alle intercettazioni, si tratterebbe di qualcosa di più di semplici tentativi: nelle conversazioni, riportate da alcuni giornali nazionali, si parla apertamente di favori fatti per i quali si aspetta un ritorno, e il Terzo Valico è citato innumerevoli volte. Solo il rallentamento dei lavori pare abbia impedito l’inizio di queste joint venture.

    Questo, ancora una volta, apre un problema politico: se non ci fosse arrivata la magistratura, che cosa sarebbe successo? L’attuale sistema delle assegnazioni è così vulnerabile? «La politica non ha gli strumenti per prevenire questi casi – afferma a “Era Superba” Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica – dovendosi attenere alle certificazioni anti-mafia che sono a carico della prefettura durante le gare di appalto. Nel caso specifico, Cociv (general contractor dell’opera, ndr) è tenuto a fare gare di appalto, durante le quali ci si attiene alle carte e alle cose note fino a quel momento». Un sistema, quindi, che è strutturalmente vulnerabile, soprattutto se si tratta di grandi lavori, con centinaia di ditte coinvolte: «Il nostro sistema giudiziario ha qualche baco – ammette Bernini – ma va detto che la malavita ha fatto un salto di qualità manageriale non indifferente, per cui va rafforzata la funzione investigativa».

    Una funzione investigativa che però è regolata da leggi fatte dalla politica: come è noto, le interdittive anti-mafia valgono solamente nel territorio di competenza della prefettura che le ha firmate, lasciando le mani libere alle ditte “colluse” di spostarsi sul territorio nazionale senza preclusioni di sorta, come successo per la ditta Lande s.p.a (fino al 2015 s.r.l) che a inizio giugno ha ricevuto l’interdittiva dal prefetto di Napoli, ma che figura tra le ditte subappaltanti per alcuni cantieri del Terzo Valico. «Manca la volontà politica di cambiare il sistema degli appalti – commenta Paolo Putti, capogruppo M5S in Consiglio comunale a Genova e noto oppositore delle grandi opere – semplicemente perché conviene mantenerlo tale. Certe opere devono essere fatte per farle, non perché servono, come dimostra la storia del Terzo Valico. La notizia di questi arresti non ci stupisce, sono anni che i movimenti denunciano questa predisposizione del sistema delle grandi opere». A proposito di movimenti: dalle carte dell’inchiesta “Alchemia” è emerso come la malavita radicata nella nostra regione, attraverso prestanome, abbia finanziato e supportato i comitati “Sì Tav”, per cercare di spostare i consensi dell’opinione pubblica, al fine di accelerare i lavori, e quindi i possibili introiti.

    Riuso dello smarino: via libera dal governo

    Se i cantieri sono in una fase di potenziale stallo, da Roma arriva un assist importante: il 15 luglio scorso, infatti, è stato licenziato il testo definitivo del decreto che semplifica le procedure di gestione delle terre di scavo, in pendenza da mesi. Nel dispositivo definitivo sono saltati alcuni paletti che avevano sollevato aspre critiche da parte dei fautori dell’opera: nel testo originale, infatti, era previsto che, in presenza di fibre di amianto, lo smarino andasse trattato in loco e poi stoccato in siti dedicati. Con la nuova versione della legge, invece, potrà essere riutilizzato per riempimenti o altro. In questo modo, non sono più messi in discussione i progetti finanziari delle grandi opere, che potranno procedere con i lavori senza dover rivedere i vari piani per lo smaltimento.

    Esproprio mancato

    Come dicevamo, mentre sui giornali usciva la notizia degli arresti, i tecnici di Cociv si presentavano presso un terreno collettivo a Pozzolo Formigaro (in provincia di Alessandria), per procedere con un esproprio: 180 metri quadrati posti esattamente lungo il tracciato dell’opera, acquistati anni fa da 101 attivisti No Tav, necessari per il proseguimento dei lavori. A difendere l’appezzamento, un nutrito numero di cittadini contrari all’opera, fronteggiati da un altrettanto nutrito reparto di Polizia in tenuta antisommossa. Nonostante lo stallo creatosi, con il decreto autorizzativo per l’immisione in possesso in scadenza, e non più rinnovabile, e scaduta la dichiarazione di pubblica utilità, i tecnici hanno dovuto fare un tentativo: senza entrare nella proprietà hanno fotografato da distante il terreno per poi ritirarsi. Una modalità utilizzata già in precedenza per i terreni di via Coni Zugna, a Pontedecimo, per il quale è stato depositato un ricorso e si è in attesa della decisione del Tar. Gli attivisti del movimento denunciano la nullità di questa procedura: oltre ad aver coperto il terreno con dei teli, per evitare le rilevazioni tecniche anche attraverso le fotografie, pare che la notifica dell’esproprio non sia stata consegnata a tutti i proprietari, come prescritto dalla legge, cosa che annullerebbe automaticamente il decreto. Se questo mancato esproprio sarà confermato, i lavori potrebbero fermarsi per molto tempo.

    Ancora una volta, quindi, la storia del Terzo Valico si è “arricchita” di nuovi elementi: è stata dimostrata la facilità di contatto della malavita con il microcosmo dei cantieri del Terzo Valico ed è stata confermata la vulnerabilità strutturale delle procedure di assegnazione e distribuzione degli appalti. La politica, però, tira dritto, e anzi, vuole accelerare, forzando le procedure e rischiando di soprassedere sui rischi che si possono correre bucando monti amiantiferi; mettendo insieme le due cose, il quadro non è dei più rassicuranti.


    Nicola Giordanella

  • Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Beni comuni, un nuovo regolamento per abbattere la burocrazia e favorire i progetti di cittadini attivi

    Panchine recupero Città di GenovaUn regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura, la gestione e la rigenerazione in forma condivisa dei beni comuni urbani. E’ quanto si appresta a licenziare il Consiglio comunale di Genova su proposta dei consiglieri Nadia Canepa (Pd), Barbara Comparini (Lista Doria), Luciovalerio Padovani (Lista Doria) e Monica Russo (Pd). Come riportato dall’agenzia Dire,  il provvedimento, in attesa dei pareri dei Municipi per poter essere discusso nel dettaglio, è stato illustrato questa mattina in un’apposita seduta di Commissione a Palazzo Tursi e andrà a sostituire l’ormai vetusto “Regolamento sugli interventi di volontariato” risalente al 1999. Si tratta di una nuova iniziativa nella direzione di aumentare la partecipazione dei cosiddetti cittadini attivi, che si pone nello stesso solco tracciato dalle delibere di iniziativa popolare, già presentate in passato su “Era Superba”.

    «E’ una proposta consiliare di grande interesse – spiega il vicesindaco, Stefano Bernini – perché va a coprire alcuni vuoti nella capacità dell’amministrazione di rispondere ad alcune esigenze e ad attivare risorse umane e intellettuali presenti nei territori e che non trovano spesso la giusta attenzione nel dialogo con l’amministrazione». Il regolamento, una volta approvato, riprenderà in parte le funzioni un tempo svolte dall’ufficio centrale del volontariato, ora non più attivo, e il cui servizio era stato demandato ai Municipi con alterne fortune ma, soprattutto, senza uniformità d’azione. «Cambia il rapporto tra amministrazione comunale e cittadini attivi – evidenzia Bernini – perché il cittadino che ha un’idea e la vuole sviluppare spesso si trova di fronte a un percorso burocratico che scoraggia. Il regolamento cambia la filosofia: l’amministrazione deve compiere tutti gli sforzi affinché l’idea dei cittadini possa avere gambe e mettersi a disposizione del cittadino per collaborare, sviluppando convenzioni e accordi, naturalmente con la dovuta trasparenza».

    Recupero Risseu Cittò di GenovaIl regolamento segue l’esperienza iniziata a Bologna nel 2014 ed estesa ad altre città di grandi dimensioni come Torino. Nella prima versione redatta, viene esplicitata anche la possibilità di utilizzare questo strumento come “forma di riparazione del danno nei confronti dell’ente ai fini previsti dalla legge, ovvero quale misura alternativa alla pena detentiva e alla pena pecuniaria”, come progetto di servizio civile, di inclusione per migranti, per la riqualificazione dei beni confiscati alla mafia e in relazione a emergenze meteo. Esclusa l’erogazione diretta di contributi economici dal Comune ai cittadini ma sono previste alcune agevolazioni a partire dall’esenzione del canone di occupazione di suolo pubblico, qualora richiesto dal tipo di progetto proposto, fino alla messa a disposizione di materiale o personale comunale. Tra le altre agevolazioni possibili: l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale e l’attribuzione all’amministrazione delle spese relative alle utenze e alle manutenzioni.

    «Il rapporto tra cittadini e Comune avverrà attraverso un patto di collaborazione quasi di natura privatistica – spiega la consigliera Monica Russo, tra le ideatrici del regolamento – un patto paritario, non standard perché verrà modulato a seconda degli obiettivi che i cittadini vogliono perseguire, senza molti degli scogli burocratici che i cittadini oggi devono affrontare». I patti di collaborazione, che normalmente non supereranno i cinque anni, saranno di due tipi: ordinari, con interventi semplici e diretti, di modesta entità e anche ripetuti nel tempo sui medesimi beni comuni; complessi, su spazi e beni comuni di maggiori complessità, che vedono coinvolti enti diversi o che hanno caratteristiche di valore storico, culturale, economico o dimensioni significativi. Potrà essere direttamente anche il Comune a individuare alcuni beni come possibile oggetto di amministrazione condivisa: «Sarà istituito un ufficio che si occuperà di amministrazione condivisa – spiega ancora Russo – in una logica di collaborazione con tutti i Municipi. Dopo l’approvazione in Consiglio, è prevista una sperimentazione di 6 mesi a cui seguirà un eventuale aggiustamento in corso d’opera».

  • Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    Tagli al personale, Brexit e titolo in picchiata, l’estate torrida di Banca Carige

    banca-carigeDopo la presentazione del piano industriale voluto dalla Bce, lo scorso 29 giugno, i titoli Carige non hanno ripreso la quota che si sperava, e, anzi, pochi giorni dopo si è assistito a un vero e proprio crollo, con un valore azionario che ha raggiunto l’abisso dei 0.27 euro, il minimo storico. Una situazione che complica tutto. Secondo il documento sottoscritto dall’amministratore delegato Guido Bastianini, il consolidamento dovrà passare attraverso la vendita del credito sofferente e il ridimensionamento della banca. Un programma cauto e di medio periodo, che non ha convinto i mercati. Nei prossimi giorni, la dirigenza presenterà ai sindacati i primi dettagli concreti per i 500 esuberi annunciati e le 106 filiali in chiusura: un ulteriore passaggio delicato, che vale 20 milioni l’anno, e che sicuramente avrà un impatto importante per il secolare legame con il territorio, l’unica cosa certa, al momento.

    Lo spettro di un aumento di capitale

    Per avere una dimensione di quello che sta succedendo, bisogna guardare ai dati storici. Negli ultimi sei mesi, il titolo ha ceduto circa il 70% del suo valore, il 77% nel corso dell’ultimo anno, il 93% negli ultimi tre anni. Il 99% dal 2002. Una discesa che non sembra arrestarsi e che, anzi, si è aggravata in maniera evidente nonostante il cambio dell’azionista di maggioranza e del Consiglio di amministrazione. La storia recente di Carige è tormentata e il contesto non è d’aiuto; i tassi di interesse vicino allo zero, imposti dalla Bce, infatti, complicano senza dubbio la situazione: il costo del denaro è quasi nullo, il che significa che per chi lo presta, le banche appunto, ci saranno meno ricavi. Per un istituto già in sofferenza, questo rischia di essere un cappio al collo. E poi la Brexit: secondo gli analisti, la scelta di Londra sta condizionando indirettamente il mercato, che in realtà sta aspettando al varco l’Unione Europea e la Bce. L’incertezza e la frenesia dei mercati non va a vantaggio di Banca Carige che, secondo rumors, avrebbe bisogno di 500 milioni di un ulteriore aumento di capitale. Un’operazione già difficile, di cui si fa fatica a parlare e che in questa situazione potrebbe avere esiti incerti se non deleteri.

    Crediti deteriorati e mercato saturo

    Il piano industriale ha il suo fulcro nella vendita dei NPL (non performing loans, prestiti non performanti, cioè a rischio, le cosiddette sofferenze): Carige ne possiede circa 3,9 miliardi ed entro il 2017 vorrebbe dimezzarli per mettersi al riparo da rischi ulteriori. Fare ciò, però, significa non potere più mettere a bilancio il virtuale guadagno dei prestiti, registrando, quindi, una perdita che per l’istituto ligure è stata calcolata del 10%, cioè 180 milioni in due anni. Per procedere, quindi, bisogna trovare altre risorse per tamponare l’operazione. Ma non solo. Bisogna anche trovare un modo per disfarsene. Lo scorso 8 luglio, in occasione dell’assemblea annuale dell’Abi, sia Ignazio Visco (Bankitalia), sia il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno dichiarato che è in corso “dialogo continuo” con le autorità della UE per trovare un modo lecito per assicurare un aiuto statale alle banche in sofferenza, proprio per quanto riguarda l’acquisto di NPL. Carige è in buonissima compagnia: 51 sono i miliardi di crediti deteriorati che è stato calcolato potrebbero finire sul mercato a breve giro, provenienti dalle banche italiane, tra cui 26 di Monte dei Paschi, 8 di Bpm e 2 di Unicredit. In un mercato così saturo, ci sarà spazio per Carige?

    Un’estate torrida

    Ancora una volta, quindi, il futuro della banca dei genovesi è nelle mani dei mercati e delle scelte politiche. La nuova dirigenza ha preso il timone durante bufera di cui non si vede la fine; il mare in tempesta, inoltre, nasconde pericolosi scogli: l’ombra scura della fusione bancaria è sempre lì, che aspetta, immobile e silenziosa.

    Il piano industriale prevede un ridimensionamento territoriale: il gruppo punterà su Liguria e Toscana, dove storicamente è più forte e presente. Messo nero su bianco è sicuramente un dato positivo per Genova, ma i numeri parlano chiaro: una filiale su sei sarà chiusa e sicuramente la cosa riguarderà anche la nostra regione. E poi gli esuberi: l’istituto si sta ridimensionando, cercando di far sgonfiare in maniera “controllata”, o quasi, la bolla creata negli anni precedenti, prima che scoppi. Fragorosamente.


    Nicola Giordanella

  • Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    Confisca Canfarotta, entro luglio il Comune di Genova richiederà i primi immobili

    canfarottaUn albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, con un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Come riportato dall’agenzia “Dire”, è questa la prima di sette linee di intervento progettata da Ire – Ri.Genova nell’ambito dello studio comminato dal Comune di Genova per la riqualificazione dei beni Canfarotta, confiscati definitivamente nel febbraio 2014 nell’ambito nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. Si tratta della più grande confisca del nord Italia per un valore di circa 5 milioni di euro, per 115  beni, di cui 96 insistenti sul territorio genovese e attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati (ANBSC). Il 78% di questi è situato in centro storico, con punte fino al 100% per negozi e magazzini: a essere interessato è, in particolar modo, il sestiere della Maddalena con il 55% dei beni confiscati presenti nel centro storico, il 43% del totale e ben due terzi delle abitazioni. Ed è proprio sul sestiere che si concentra lo studio presentato oggi dal Comune in Commissione: non sono stati presi in esame tutti gli immobili ma solo 42 unità alla Maddalena e altre 4 in piazza delle Erbe. Cinque le diverse finalità individuate per le riqualificazioni: magazzini, usi temporanei, laboratori, usi per i residenti; commercio, servizi, uso associativo; residenziale sociale o specialistico, soprattutto per studenti; uffici; ricettività diffusa.

    Oltre ai 14 beni che andrebbero a costituire il già presentato albergo diffuso, lo studio prevede: riqualificazione di 7 locali a piano terra, prevalentemente magazzini e fondi commerciali, per 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per 1,1 milioni di euro complessivi.

    Secondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.
    «Il processo di restituzione alla collettività dei beni confiscati – sottolinea l’assessore a Legalità e diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – sconta una complessità giuridico-normativa che lo rende lento e farraginoso». Processo reso ancor più ad ostacoli dallo stato di estremo degrado dei beni e degli immobili in cui sono collocati e che, di conseguenza, necessitano di onerosi interventi di ristrutturazione di cui il pubblico non può farsi carico, quantomeno interamente.

    Numerose le associazioni del territorio intervenute in Commissione che, da anni ormai, si interrogano su come poter restituire il prima possibile ai cittadini questi spazi e che denunciano come alcuni immobili siano ancora abusivamente occupati da familiari e persone legate alle famiglie mafiose Canfarotta – Lo Re. «Non ha senso che restino in capo alla comunità i costi di questi beni che non vengono assegnati – accusa Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalitàbisogna rovesciare la logica dei beni confiscati: o sono utilizzati per attività istituzionali e, allora, ci sta che l’ente pubblico intervenga direttamente con la ristrutturazione, oppure l’ente pubblico non deve sovvenzionare né dare contributi alle associazioni e ai privati a questo scopo, altrimenti si creano sacche di interesse perverso che fanno rovesciare anche le realtà più belle dell’antimafia. Stabiliamo che non vengano dati contributi a chi gestisce il bene: l’antimafia sociale si fa senza soldi pubblici». 

    Per rendere concreto un coordinamento tra le associazioni e gli enti pubblici, nelle prossime settimane si riunirà il nucleo di supporto per l’assegnazione dei beni presso la Prefettura, come previsto dalla legge. Intanto, già entro la fine del mese di luglio, annuncia l’assessore Elena Fiorini, potrebbe arrivare «la prima delibera da parte del Comune di Genova per richiedere l’assegnazione di una parte dei beni all’ANBSC nell’ambito di una strategia che tutta la città svolge assieme per l’acquisizione dei beni». Si tratterebbe di una prima decina di immobili, quelli il cui costo di ristrutturazione risulta più contenuto.

  • Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    Bus gratis per gli studenti, il Comune a caccia dei fondi per la sostenibilità del Trasporto Pubblico Locale

    AutobusBus gratis per gli studenti di elementari e medie e forti riduzioni per i ragazzi under 26. Questa la proposta che il Consiglio Comunale ha votato all’unanimità e che impegna la Giunta a predisporre entro settembre un progetto da presentare al Governo, al fine di intercettare i finanziamenti statali dedicati allo sviluppo sostenibile del trasporto pubblico, stanziati dal collegato ambientale dell’ultima Legge di Stabilità.

    La mozione, presentata dal consigliere Guido Grillo, quota Pdl, fonda il suo dispositivo finale principalmente su due intenzioni: provare ad uniformare il contesto genovese con quello di innumerevoli altre città italiane ed europee, dove per gli studenti di ogni ordine e grado, sono previste agevolazioni considerevoli, e al contempo tentare una risposta al problema del traffico urbano e del relativo inquinamento, incentivando l’utilizzo del servizio pubblico di trasporto. Prima della sua approvazione, previo parere favorevole della Giunta, il testo è stato emendato con due proposte firmate dai consiglieri di Rete a Sinistra (che sostengono Marco Doria), che contestualizzano l’iniziativa del Comune nell’ambito degli incentivi promossi dal Governo: nell’ultima legge di stabilità, infatti, sono stati sbloccati 35 milioni, destinati alle realtà territoriali con più di 100 mila abitanti, per finanziare progetti di eco-sostenibilità del trasporto pubblico locale.

    La genericità della Legge di Stabilità

    Ad oggi Amt prevede già delle agevolazioni per gli studenti: se il prezzo pieno per un abbonamento annuale è di 395 euro, per gli under 14 è prevista una tariffa di 240 euro, mentre per i ragazzi fino a 26 anni il costo è di 255 euro, per chi ha un Isee minore o uguale a 20 mila euro. La mozione presentata vorrebbe abbassare ancora queste tariffe, introducendo anche la possibilità, per gli studenti fino alle scuole medie, di accedere gratuitamente al servizio pubblico, come previsto in altre città italiane, tra cui Napoli e Pavia. La Giunta, quindi, proverà ad intercettare i fondi messi a disposizione dal Governo, sfruttando la poca precisione del testo: nel collegato ambientale alla Legge di Stabilità 2016, infatti, si parla di un Programma sperimentale nazionale di eco-mobilità “casa-scuola” e “casa-lavoro”, che rappresentano le criticità principali delle grandi città, con l’obiettivo di favorire una generica progettualità che aumenti la sostenibilità del trasporto pubblico locale, diminuendo il traffico e la sosta, e di conseguenza l’inquinamento, soprattutto nelle zone prossime agli istituti scolastici.

    Il futuro incerto di Amt

    A far da contraltare a questo slancio, la nota situazione di Amt: l’offerta del servizio di trasporto pubblico a Genova da anni si sta riducendo, sia in termini di chilometri, sia in termini di frequenze e di linee; il degradarsi della situazione è sotto gli occhi di tutti: i bus sono in numero non sufficiente, e spesso risultano essere sovraffollati e inavvicinabili. Recentemente abbiamo documentato come il parco autovetture sia oramai inadeguato, con mezzi vetusti ed inquinanti; le notizie quasi quotidiane di guasti, anche importati, completano il quadro, desolante. La mozione approvata dal Consiglio Comunale, quindi, può destare perplessità: se da un lato abbassare il costo del servizio per una fetta importante dell’utenza, forse può riuscire ad incentivarne l’utilizzo, dall’altro lato, se a questo non è accompagnato un adeguamento alle esigenze della stessa utenza, si rischia un prevedibile buco nell’acqua.

    Prossima fermata: elezioni

    Visti i recenti tentativi dell’amministrazione comunale di far fronte al problema dell’inquinamento in città puntando su una rimodulazione del trasporto privato, la “solitudine” di questa mozione, ad oggi l’unica sull’argomento che ha trovato l’accordo bipartisan, potrebbe lasciare sgomenti; ma non solo. Un eventuale “successo” dell’operazione porterebbe a casa un finanziamento una tantum, al momento non accompagnato da un progetto strutturale di riqualificazione di tutto il comparto del trasporto pubblico, vero assett strategico della vivibilità di una città come il capoluogo ligure.

    Del sottotraccia, però, si può fare una lettura più politica: sempre più frequenti, durante le discussioni in Sala Rossa, sono i riferimenti al fine mandato della giunta Doria, oramai entrata nel suo ultimo anno di vita istituzionale. La mozione, con i relativi emendamenti, è stata approvata rapidamente e all’unanimità, senza produrre un benché minimo dibattito di sorta su di una strategia, anche ipotetica, del settore Trasporto Pubblico: se tutta l’operazione andasse a buon fine, i soldi arriverebbero in inverno, giusto in tempo per le urne. Insomma, la campagna elettorale è appena incominciata.

    Nicola Giordanella

  • Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento di “Assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ubicati nel Comune di Genova”, dopo un iter complesso che ha visto coinvolti, tra gli altri, Municipi e sindacati di categoria, oltre ai responsabili di Arte e Asl. Alla base della nuova normativa, la necessità di agevolare l’accesso alla casa, stante un’emergenza abitativa in crescita, come Era Superba ha documentato più volte. La giunta, quindi, prova a smuovere le acque in un ambito critico per l’amministrazione e per la società civile, che spesso non riesce a stare al passo con gli andamenti del mercato immobiliare, legato a doppio giro con il mercato della finanza speculativa. Lo spirito di questa “piccola riforma genovese” è quello di velocizzare gli accessi alle case, provando ad allargare in qualche modo il bacino dei possibili beneficiari. Vediamo nel dettaglio che cosa cambia nelle modalità di assegnazione e gestione degli alloggi Erp (Edilizia Residenziale Pubblica).

    Le novità

    Il testo approvato introduce alcune innovazioni, già anticipate nei mesi scorsi ma leggermente limate dal dibattito consigliare. Tra le prime novità c’è la creazione di una nuova graduatoria per le assegnazioni, con validità quadriennale, ma aggiornamento semestrale. Le modalità di accesso alla graduatoria e i requisiti richiesti non sono stati modificati. Il testo, inoltre, introduce la creazione di una “Commisione Erp”, composta da personale dipendente di Comune, Arte Genova e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria: questo nuovo organo, che sarà tenuto a riferire di fronte al Consiglio comunale, avrà il compito di monitorare il territorio, cercando di “leggere” le eventuali situazioni di criticità legate alle assegnazioni, per favorire il miglior inserimento possibile all’interno del contesto civico degli assegnatari. La costituzione di questa commissione non aggiungerà costi al bilancio comunale, utilizzando risorse interne all’amministrazione.

    Manutenzioni ordinarie a cura degli assegnatari

    Uno dei colli di bottiglia che da sempre rallenta le pratiche di assegnazione è il livello di fatiscenza in cui spesso sono ridotti gli alloggi Erp: il requisito sine qua non per lo sblocco di una abitazione è, infatti, il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza. Con il nuovo regolamento, se i lavori necessari al raggiungimento della messa in sicurezza non superano i 5 mila euro, l’ente proprietario può proporre al cittadino in graduatoria di farsi carico dei lavori, scalando successivamente le spese documentate dal canone di locazione. Il meccanismo sarà vincolato da una perizia che stabilisce quali lavori debbano essere fatti e da un termine temporale, che non può superare i sessanta giorni; prima del completamento delle opere, la casa non potrà essere abitata. Prevista anche la possibilità di procedere con lavori “fai da te”, previa la stipula di una polizza assicurativa. Questo novità punta ad abbreviare i tempi per le assegnazioni, anche se, al momento, non esiste una quantificazione puntuale degli alloggi che rientrerebbero in questa categoria.

    Coabitazione sociale

    Un’ulteriore novità del nuovo regolamento è l’introduzione della coabitazione sociale: l’ente, infatti, individuerà alloggi compatibili a progetti di condivisione da parte di soggetti in carico ai servizi sociali e socio-sanitari locali. Questa pratica, già in uso in altri comuni italiani, contribuirebbe a far fronte a diversi problemi: da un lato, si verrebbe incontro a persone sicuramente in difficoltà economiche e, nel contempo, si produrrebbe una riabilitazione sociale (seguita e supervisionata dai servizi) senza dover ricorrere a inserimenti in strutture dedicate, abbattendo di conseguenza i costi sanitari pubblici.

    Un regolamento più “femminile”

    L’assessore alle Politiche della casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, ha definito questo regolamento più “femminile” rispetto al precedente: «Nonostante una legislazione molto rigida, siamo riusciti a introdurre elementi veramente innovativi – spiega – riuscendo a ottenere un quadro normativo più flessibile e adattabile alle diverse situazioni». L’ordinaria manutenzione a carico degli assegnatari e i progetti di coabitazione sociale «permettono di sbloccare più alloggi e, al contempo, di intercettare situazioni di disagio conclamate».
    Non tutti, però, gridano al miracolo. Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ricorda come, anche in questo regolamento, restino delle sperequazioni sociali evidenti: «Rimane previsto lo sfratto per chi non riesce a pagare comunque l’affitto, anche perché il fondo per la morosità incolpevole previsto da Regione Liguria e Comune di Genova – continua il consigliere – ad oggi non è mai stato finanziato». La discussione in Sala Rossa, però, ha portato a mettere nero su bianco l’impegno, da parte della giunta, ad istituire in tempi brevi questo fondo e a far pressione affinché si riveda la legge regionale 10/2014, che appunto prevede la decadenza dall’alloggio per chi non riesce a pagare tre mensilità, anche non consecutive.

    Questa riforma del regolamento Erp, sicuramente, è un passo avanti, ma i conti non sono ancora chiari: «Partiremo con una decina di coabitazioni – sottolinea Fracassi – mentre dobbiamo lavorare con Arte per individuare quali e quanti potrebbero essere gli alloggi la cui manutenzione sta sotto la soglia dei 5 mila euro». Al momento, quindi, non è facile capire quale impatto reale potrebbe avere questa nuova normativa: nel frattempo, l’emergenza abitativa non dà segni di arretramento e c’è il rischio che, nei fatti, la montagna abbia partorito il topolino.

    Nicola Giordanella

  • Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    Tursi, depositate tre delibere comunali di iniziativa popolare su partecipazione, trasparenza e servizio idrico

    palazzo-tursi-D9Tre delibere comunali di iniziativa popolare sono state questa mattina depositate presso Tursi da un gruppo di cittadini che aderisce a 9 tra associazioni e comitati locali di partecipazione attiva. Misurabilità degli standard minimi dei diritti civici e potenziamento della trasparenza e della partecipazione alla vita amministrativa della città, salvaguardia dei servizi pubblici locali e avvio del processo di ripubblicizzazione del servizio idrico sono gli obiettivi principali delle proposte di deliberazione per cui nei mesi scorsi sono state raccolte oltre due mila firme, che è la soglia minima prevista dalla legge comunale. E’ la prima volta che sotto la Lanterna è utilizzato questo strumento di partecipazione dal basso, previsto dall’art. 21 comma 8 dello Statuto del Comune. «Si tratta di una possibilità prevista dal Testo unico sull’ordinamento degli enti locali – spiega uno dei promotori, Dino Orlandini – che è stata recepita a Genova senza però alcun regolamento attuativo per cui ci siamo un po’ inventati la strada. Il nostro unico obiettivo è quello di migliorare la vita nei quartieri attraverso un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche comunali: insomma, meno deleghe e più partecipazione».

    La prima proposta: diritti, trasparenza e partecipazione

    Il percorso di queste tre delibere nasce nel 2013 da una petizione in 6 punti intitolata “No a privatizzazione dei servizi pubblici, sì a trasparenza e partecipazione” ma trova ancor prima le sue radici nel movimento referendario per la difesa dell’acqua pubblica. Entrando più nel dettaglio dei documenti che sono stati presentati, il più innovativo risulta essere quello dedicato a “Diritti, trasparenza e partecipazione”. Oltre alla richiesta di un controllo puntuale e trasparente di come vengono spesi i soldi dei cittadini, la delibera prevede infatti una «formulazione concreta degli standard minimi di diritti civici che il Comune intende garantire ai residenti» (ad esempio, quantità pro capite di verde pubblico, di aree pedonali e piste ciclabili, di attrezzature sportive, di mezzi pubblici di trasporto, di spiagge libere, farmacie, scuole dell’infanzia ecc.) e una serie di strumenti di verifica di quest’offerta con l’indicazione di eventuali azioni risarcitorie che i cittadini possono intraprendere in caso di inadempienza. «Si tratta – spiega Orlandini – di un modo eversivo di concepire il sistema con cui opera il Comune e il rapporto che esso ha con i cittadini. Vorremmo che ci si orientasse maggiormente alla logica nessuna tassazione senza rendicontazione».

    Il testo integrale della prima delibera

    La seconda proposta: no alla privatizzazione dei servizi pubblici

    La seconda proposta di delibera è un no secco e senza replica alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. «Ne risentirebbe la qualità della convivenza – sostengono i promotori – perché i servizi pubblici locali rappresentano un importante fattore di coesione sociale e svolgono una funzione chiave per la salvaguardia del bene comune rispetto agli egoismi individuali». In quest’ottica, viene richiesto all’amministrazione di non prendere decisioni strategiche in ottica di privatizzazione se non prima di averne verificato il sostegno popolare attraverso il referendum consultivo, previsto dallo Statuto del Comune di Genova.

    Il testo integrale della seconda delibera

    La terza proposta: servizio idrico integrato

    L’ultima delibera riguarda il cosiddetto Servizio idrico integrato (SII) e punta sostanzialmente a bloccare ogni fine di lucro sulla gestione dell’acqua: «La proposta non richiede l’immediato ritorno del servizio idrico alla gestione pubblica perché sarebbe irrealizzabile in virtù dei contratti in essere con Iren e le sue controllate – è la tesi dei proponenti – ma punta a far rispettare quanto emerso dai referendum del giugno 2011 e cioè che ogni utile derivato da questo settore sia accantonato per investimenti o utilizzato per ridurre le tariffe e non distribuito tra gli azionisti privati». Oltre a ciò, viene proposto il divieto di distacco dell’acqua alle utenze domestiche per qualsiasi motivo, nel limite del rispetto di un utilizzo ragionevole di 100 litri al giorno a persona.

    Il testo integrale della terza delibera

    A questo punto la palla passa alla apposita commissione comunale, presieduta dal segretario generale e composta da due dirigenti di sua nomina, per la valutazione dell’ammissibilità delle proposte. Passaggio che dovrà avvenire entro trenta giorni. Se le tre proposte saranno giudicate ammissibili, toccherà al Consiglio comunale calendarizzare la discussione e il passaggio in Sala Rossa.


    Nicola Giordanella

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    Genocidio del popolo Armeno, anche Genova avrà una via dedicata alla strage

    armeniaMentre papa Francesco è in visita apostolica nella lontana Armenia, antica culla della civiltà cristiana, Genova decide di intitolare una via in memoria delle vittime del Genocidio del popolo Armeno. Anzi, il Consiglio comunale ha addirittura anticipato il viaggio del Santo Padre: la decisione, infatti, risale al 14 giugno scorso, quando in Sala Rossa, passava all’unanimità, ma con parere sfavorevole della giunta, la mozione che impegna l’amministrazione a trovare, entro sei mesi, una via o una piazza da intitolare a ricordo della strage dell’inizio del XX secolo.

    Il genocidio armeno

    armeniaCon questi termini si fa riferimento alle deportazioni ed uccisioni di massa perpetuate dall’esercito dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916 nei confronti della allora numerosa comunità armena presente in Anatolia. Il periodo è quello della Prima Guerra Mondiale. Tra i nemici del Sultano, in virtù della sua alleanza con la Germania, anche lo Zar, che tra i tanti territori che componevano il “puzzle” etnico e territoriale chiamato Russia, vedeva anche parte dell’Armenia storica.

    Per evitare, quindi, ogni sorta di possibile sabotaggio interno, Istanbul decise di deportare forzatamente milioni di armeni dai loro secolari villaggi, destinandoli a fatiscenti campi profughi in Siria, allora parte dell’impero “turco”. Tra massacri, uccisioni arbitrarie, processi sommari, rastrellamenti, stenti e fame morirono in pochi mesi circa un milione e mezzo di persone. Da qui il termine genocidio: un fatto storico, ad oggi mai ammesso come tale dalle autorità turche: negli anni, solo 29 paesi nel mondo, tra cui anche l’Italia (nel 2000), hanno riconosciuto l’entità di questa strage, paragonata alla Shoah del popolo ebraico. Lo scorso 2 giugno, il parlamento tedesco ha approvato una legge che riconosce “il Genocidio del Popolo Armeno”, scatenando le ire del presidente turco Erdogan, che ha subito richiamato in patria l’ambasciatore.

    Il ricordo di Genova

    armeniaQuella del Consiglio comunale è una decisione che assume un particolare valore in una città come Genova, fortemente legata dal punto di vista economico alla Turchia: il collegamento aereo diretto con Istanbul da parte della compagnia di bandiera di Ankara, la Turkish Airlines, assicura al capoluogo ligure un canale turistico importante, che negli anni si è dimostrato di successo e che proprio in questi giorni festeggia il primo lustro di servizio.
    Una partnership che, negli anni, ha avuto una ricaduta importante per tutta la città; la compagnia aerea, infatti, sta investendo moltissimo a Genova e sponsorizzando decine di eventi culturali, e non, organizzati nel capoluogo ligure: tra gli altri, il Premio Paganini, la Mezza Maratona di Genova, Palazzo Ducale, il Suq Festival.

    Una presenza attiva, con ricadute economiche di rilievo, che è lecito credere essere alla base del parere negativo espresso dalla giunta, per voce dell’assessore Elena Fiorini, che ha definito il tema “divisivo”. Sarà, ma la proposta è stata votato da tutti i partiti presenti in Consiglio Comunale, dal Movimento 5 Stelle alla Federazione della Sinistra, dal Pd a Forza Italia, dalla Lega Nord (che ha presentato la mozione) a Lista Doria.

    Proprio per questi motivi abbiamo chiesto un commento al Console onorario della Turchia presente a Genova, Giovanni Guicciardi, ma dal consolato è arrivato un cordiale “no comment”, motivato dall’inopportunità di esprimere pubblicamente un’eventuale opinione in merito da parte del diplomatico. Sicuramente una posizione prudente su un tema ancora molto scottante in patria: l’articolo 301 del codice penale turco, infatti, prevede il carcere da 6 mesi a due anni per chi parla pubblicamente di “Genocidio Armeno”. Una strage riconosciuta ufficialmente dalla Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu già nel 1985 e della quale anche il Comune di Genova, già alla fine degli anni novanta, aveva ufficializzato l’esistenza storica. Il passaggio di dedicare una via o una piazza a questo tristissimo episodio della Storia, quindi, dovrebbe essere una conseguenza logica, soprattutto per Genova, città dei Diritti. Ma gli affari sono sempre affari.


    Nicola Giordanella

  • San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    San Giovanni e il sogno di una magica notte di mezz’estate, tra sacro e profano, magia e tradizione

    fuoco-san-giovanniCarica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes, rosmarino).

    L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che, in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

    All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

    Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza. Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

    San Giovanni non porta inganni

    La sacra notte del Battista è un momento propizio per fare previsioni perché, come dice il detto, “San Giovanni non vuole inganni”. Un rito divinatorio che si è tramandato fino ai nostri giorni, è quello delle chiare d’uovo nell’acqua. La sera della vigilia (23 giugno), prima di andare a letto, bisogna versare l’albume in un bicchiere e lasciarlo fuori tutta la notte. Al sorgere del sole, la più anziana cercherà di scrutare il destino, in base alla forma assunta dal bianco d’uovo. In particolare: una barca è segno di partenza; una bara o un coltello, morte in famiglia; una casa, lunga vita; una bottiglia, felicità; un uovo, maternità in arrivo.

    Secondo la tradizione, chi nasce in questa notte avrà poteri speciali e sarà protetto dal malocchio e dalle potenze malefiche. Un famoso detto recita: “San Giovanni con il suo fuoco brucia le streghe, il moro, il lupo” ovvero tutti i malanni dell’anno. Tantissimi i consigli e le prescrizioni legate a questa festa, che trovano riscontri in varie regioni d’Italia. Esporsi, nella notte della vigilia, alla rugiada, curerebbe ogni male, compresa la sterilità. I garofani piantati in questa notte, crescono rigogliosi. Non possono essere catturate le lucciole perché in esse sarebbero incarnate (proprio in quelle ore) anime vaganti in cerca di refrigerio.

    A mezzanotte si deve cogliere un ramo di felce e tenerlo in casa per aumentare i propri guadagni. Allo stesso scopo si deve comprare l’aglio perché “Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!”.

    San Giovanni in cucina e nell’orto

    Tra i consigli culinari, fare scorpacciate di “lumache” con tutte le corna (che assumono il significato di discordie). Mangiarle è di buon auspicio: significa distruggere le avversità. Nella ricorrenza del Battista si prepara il nocino, ottenuto dall’infusione delle noci non ancora mature nell’alcol, con l’aggiunta di cannella e i chiodi di garofano. Il liquore sarà bevuto dopo almeno sessanta giorni, per riacquistare le forze nei momenti del bisogno. L’albero della noce era considerato sacro dalle streghe ma non dai contadini che lo piantavano a distanza da altri alberi da frutto perché era radicata la credenza che quest’albero fosse velenoso.

    Il santo che battezzò Gesù era inflessibile con i traditori degli amici, da questo deriverebbe l’usanza di stabilire legami di comparatico proprio nel giorno dedicato al Santo. Si tratta di parentele spirituali, basate sulla fiducia reciproca, che vanno oltre la parentela di sangue.

    Tuttora, a Bosco, piccolo comune in provincia di Salerno, le nubili, il 24 giugno si scambiano la promessa di essere commari (madrine). Il rito inizia con una stretta di mano seguita dalla nenia: “Commari ni facimo, commari ri San Giuanni, ni vattiamo li panni” (da oggi siamo comari di San Giovanni, ci battezziamo anche i vestiti).La funzione termina scambiandosi tre baci sulle guance ed una composizione di spighe di grano e garofani, simbolo del vincolo affettivo creato.

    San Giovanni e la letteratura

    Questa usanza è ricordata anche da Verga nei Malavoglia: “La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi commari”. Simili riti ebbe modo di annotare il Petrarca, visitando Colonia, la sera di San Giovanni, quando vide innumerevoli donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia. Nella magica notte di mezza estate, quando il sole è nell’apogeo, al mondo possono accadere cose prodigiose.

    Scettici o sognatori, vi lascio con un incantesimo d’amore, rubato a chi più di tutti, ha celebrato e reso immortale questo giorno: “Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà, il tuo vero amore diventerà”. Chi riconosce l’autore senza usare Google?

    Emilia Fortunato,
    antropologa, esperta di Tradizioni Popolari

  • Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    diritto-difesaÈ in discussione in queste settimane al Consiglio regionale una nuova legge, mutuata da interventi normativi simili in altre regioni come la Lombardia, il cui impatto sulla vita civile potrebbe non essere insignificante. Si tratta di un testo breve, il cui obiettivo (come specificato nella relazione che accompagna il disegno di legge 30) è “fornire assistenza e aiuto alle vittime dei reati della criminalità”. E, in effetti, al primo comma dell’articolo 1 è previsto che la Regione Liguria assista i familiari di vittime della criminalità, fornendo contributi economici per il danno causato dalla perdita del proprio parente. Un intendimento chiaro e generalmente encomiabile: si tratta di una norma di welfare tesa al sostegno di famiglie colpite da un grave lutto, in una condizione di difficoltà economica (oltre che naturalmente emotiva), venendo a mancare uno stipendio in casa e contando che non sempre i criminali hanno le risorse finanziarie necessarie a rifondere i danni economici che hanno causato.

    I dubbi sulla priorità agli anziani

    Qualche dubbio in più arriva quando si analizza il principio-guida per l’assistenza economica che indica la priorità alle persone di età superiore ai sessantacinque anni. Come evidenzia il professor Paolo Pisa, docente di Diritto penale alla già facoltà di Giurisprudenza di Genova nonché uno dei giuristi sentiti in commissione regionale per un parere su questa legge, il rischio è che «la vedova al di sotto dei sessantacinque anni e i figli finiscano per essere indebitamente superati dal genitore ultrasessantacinquenne della vittima». Inoltre, il parametro dell’età fa riferimento anche ai successivi privilegi (che tra poco analizzeremo) garantiti dalla legge, rispetto ai quali sono dunque poste in condizione di subordine altre categorie di cittadini esposti a più rischi della media, come ad esempio le donne. Ragiona in questi termini l’avvocato Sara Garaventa dello studio Ispodamia, presidente della sezione genovese delle “Donne giuriste italiane”: «Mi chiedevo se potesse essere uno spunto di riflessione non limitare questo eventuale aiuto solo ai soggetti over sessantacinque ma anche a tutte le donne che vivono da sole, anche giovani, e che sono comunque soggetti deboli, possono essere prese di mira ad esempio nel classico furto notturno in appartamento».

    I dubbi sull’eccesso di legittima difesa

    forte-begato-vandali-telecamereIn effetti, la seconda parte dell’articolo 1 del ddl si rivolge a chi subisce “un delitto contro il patrimonio o la persona” e reagisce. L’obiettivo della legge, nei fatti, è quello di aiutare chi subisce un processo per eccesso di legittima difesa. In particolare, al secondo comma è previsto che vengano pagate dalla Regione le spese legali (avvocati, consulenti tecnici che curino gli interessi della parte nella raccolta delle prove, etc.) per quei cittadini che, vittime di un reato diretto contro di loro o contro le loro ricchezze, siano “indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa.

    Proviamo a “tradurre” dal giuridichese. La seconda parte si riferisce a chi commette un reato, viene posto sotto processo ed è poi assolto perché ha agito nei limiti della legittima difesa. Una scelta politica con cui si vuole dare un sostegno a chi ha tenuto un comportamento considerabile lecito (e tale ritenuto dopo gli accertamenti di un processo) per salvaguardare i propri diritti.

    I dubbi arrivano con la prima parte che, in sostanza, riguarda chi è indagato per aver reagito oltre i limiti della legittima difesa (ad esempio, sparare a un ladro disarmato) in maniera colposa, ossia commettendo un errore di valutazione, non per precisa volontà di tenere quel tipo di condotta.
    Per il nostro sistema penale, questo errore è comunque un reato e va pagato. Il disegno di legge regionale, però, offre aiuto a chi lo commette, almeno nella fase delle indagini (preliminare al processo vero e proprio), a prescindere che poi la persona venga assolta o condannata. Tutti i tecnici da noi intervistati si sono espressi univocamente contro questa norma. Il professor Franco Della Casa, docente di diritto processuale penale all’ex facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, ha evidenziato come sia umanamente concepibile la vicinanza a chi commette un reato perché provocato da un fattore esterno (l’essere vittima di un crimine), ma, come ben sa chiunque studia il diritto, «le leggi vanno al di là delle buone intenzioni». Questa previsione è «l’unico esempio di tutela giudiziaria di un soggetto che viene riconosciuto pienamente colpevole di un reato colposo», sottolinea il professor Pisa. «È legittimo – prosegue – che per una categoria di soggetti che vengono riconosciuti responsabili per colpa di un reato scatti una tutela giudiziaria a spese della collettività?». Già, perché il fondo regionale, che per il primo anno verrebbe coperto con l’esiguo stanziamento di 20 mila euro, è costituito con soldi pubblici, i soldi delle nostre tasse per intenderci. Se è umanamente comprensibile provare un senso di vicinanza verso chi delinque in un momento di panico perché si sente sotto minaccia, è decisamente discutibile dare un simile messaggio di legittimazione della condotta: richiamando le parole dell’avvocato Garaventa, «un conto è aiutare chi è poi assolto e quindi esiste una scriminante, viene meno l’antigiuridicità del fatto, un conto invece è quasi legittimare dei comportamenti che non sono leciti, che vanno al di là dei limiti concessi per difendersi; è un reato colposo, esiste la colpa nel nostro ordinamento». Il rischio è una legge regionale che contrasti con i principi dell’ordinamento: decisamente un controsenso, oltreché un provvedimento facilmente impugnabile.

    Le risposte della vicepresidente della Regione

    A tutti questi dubbi e critiche prova a rispondere direttamente la promotrice di questa legge, la vicepresidente e assessore regionale alla Sicurezza, Sonia Viale, in quota Lega Nord. «Questa legge chiaramente non va a incidere sulla prerogativa dello Stato in materia di diritto e procedura penale, va a incidere sul welfare della sicurezza e delle politiche sociali. Ritengo che una persona vittima di un reato contro il patrimonio o la persona viva un momento di fragilità o di bisogno e quando reagisce in eccesso di legittima difesa, se lo stesso ordinamento giuridico lo individua come colposo, penso a come fare per aiutare questa persona, lo sostengo in un momento di sconforto per affrontare le spese legali».

    Ha dichiarato, come riportato dal sito della regione, che è un “gesto di civiltà tutelare chi si difende da un reato”: anche se facendolo commette a sua volta un reato? Facendo un esempio, se un ladruncolo entra in una villa disarmato per impadronirsi di qualche argenteria e il padrone di casa, armato, seppur non assolutamente in pericolo di vita ma che erroneamente ritiene di esserlo, lo crivella di colpi, nella fase delle indagini le sue spese legali sarebbero a spese della Regione, anche se poi venisse condannato…
    «Ritorniamo a quanto detto prima, se il giudice ravvisa un dolo, la Regione non interviene, se uno entra di notte in un’abitazione e il padrone di casa ha la moglie e il figlio e reagisce con un eccesso di legittima difesa ritengo che sia un momento di fragilità, di panico, quindi il sostegno viene in un momento di grande difficoltà, anche se sconterà la sua pena, avrà il risarcimento del danno da pagare, e via dicendo».

    Il fondo annuo messo a disposizione è di 20.000 euro; per tutti i buoni propositi di questa legge (assistenza economica alle famiglie delle vittime e a indagati e assolti) non le sembrano pochi?
    «Intanto è un inizio, non ci risulta ci siano stati casi eclatanti o di richiesta, la procedura di richiesta sarà stabilita con una delibera di giunta che prevedrà un regolamento con delle priorità ma, intanto, una volta che sarà legge, siamo già stati contattati da avvocati che hanno dato la loro disponibilità per un’assistenza legale gratuita. È un segnale politico, di politica legislativa, che avrà anche il conforto del mondo dei professionisti».

    L’impressione è che sia più una mossa politica per portare avanti la battaglia cara alla Lega di tutela della legittima difesa in ambito domestico, più che una risposta a un’effettiva esigenza urgente…
    «Anzitutto la formulazione di questo disegno di legge non ha rallentato in alcun modo l’iter degli altri lavori della Regione. Poi, ormai questo paese sembra sia dalla parte di Caino e mai di Abele, il cittadino si sente indifeso, c’è un dibattito anche a livello parlamentare su questo tema. La Lega ha presentato anche delle proposte di legge, ci deve essere una presunzione: se uno entra in casa per rubare è il cittadino che deve dimostrare di aver agito con proporzione, se uno entra in casa di notte rompendo una finestra è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino ha esagerato. È un momento di panico. Non dico che faccia bene, dico che un welfare deve tenerne conto prendendo spunto dall’aumento di furti in abitazione in Liguria. Lo Stato su questo tema non fa abbastanza, c’è un vulnus per la persona e lo Stato non è in grado di agire su questo».

    Tutti i dubbi che restano

    A questo punto, la vicepresidente è stata richiamata dai suoi impegni e non ha avuto il tempo di rispondere ad altre domande che sorgono spontanee, come i dubbi sopra riportati circa l’effettiva opportunità di destinare questo intervento prima di tutto agli ultrasessantacinquenni trascurando altri criteri-guida influenti come il reddito. Avremmo anche voluto capire la reale necessità di una legge così controversa se casi di questo genere, per parole della stessa Viale, non sono poi così diffusi nella Regione. Ci sarebbero poi altre questioni più prettamente tecniche, come il dubbio sollevato dal professor Pisa circa il fatto che sia stata trascurata la fattispecie della supposizione erronea colposa, i cui effetti sarebbero gli stessi dell’eccesso di legittima difesa eppure non vi sarebbe supporto economico per questi casi.

    In definitiva, allineandoci anche al parere dei tre professionisti che ci hanno aiutato ad analizzare questo disegno di legge, sicuramente è un passo avanti la previsione dell’assistenza economica alle vittime, ma altrettanto indubbi sono i profili criticabili della parte in cui si pagherebbe con soldi pubblici la difesa di chi, a conti fatti, è indagato per aver commesso un reato. Su questo punto la sensazione è che ci sia molto di politico e poco di giuridicamente e tecnicamente ragionato.
    La legge è stata più volte posta all’ordine del giorno delle sedute del Consiglio regionale ma non ancora completamente discussa e votata, complice l’ostruzionismo delle opposizioni. Resta, dunque, ancora aperta la porta a eventuali emendamenti ma l’approvazione, salvo clamorosi colpi di scena, non dovrebbe essere messa in discussa. Certo, come accennato dalla stessa Viale, bisognerà poi anche attendere il regolamento attuativo che verrà redatto in seguito dalla giunta per capire quanto questa legge sarà in grado di corrispondere a concrete esigenze dei cittadini o rimarrà una dichiarazione di intenti di facile presa sulla “pancia” ma non realmente in grado di apportare migliorie significative alla nostra Regione.


    Alessandro Magrassi

  • Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Lo scorso 26 aprile Autostrade S.p.A ha consegnato al ministero delle Infrastrutture il progetto definitivo sulla realizzazione della gronda autostradale di ponente: inizio dei cantieri previsto entro il novembre del 2017. Dalla Genova “che conta”, i favorevoli alla grande opera provano a fare quadrato, e hanno iniziato a farlo con un convegno dal titolo eloquente: “Liberiamo Genova dalla paralisi”, andato in scena lo scorso 9 giugno, e che ha visto risfoderati gli argomenti “cavallo di battaglia” finalizzati a convincere l’opinione pubblica sulla necessarietà dell’opera. Compito senza dubbio arduo visto che “più dell’onor, potè il denaro”, volendo parafrasare, storpiando, qualcuno di noto. Il conto, infatti, lo ha presentato Autostrade s.p.a., con previsioni di spesa importanti. I miliardi di euro necessari sono 3,26, e al momento l’unica soluzione sul piatto per racimolare tale cifra è un aumento dei pedaggi autostradali; due le opzioni: un aumento secco del 15% sulle tariffe di tutta la rete viaria di Autostrade s.p.a., o un allungamento delle concessioni fino al 2045 (ad oggi dovrebbero scadere nel 2038) con “solo” un piccolo ritocco in positivo dei costi al casello del 4%. In altre parole, la Gronda, la pagheranno i soliti cittadini, volenti o nolenti.

    Ma la Gronda “s’ha da fare”. L’appello è stato lanciato dalla Camera di Commercio di Genova e da diverse associazioni di categoria: Ance, Confitarma, Federagenti e Confesercenti. «Tutti quanti parlano della crisi dell’economia ligure, noi lo facciamo mostrando i motivi per cui siamo arrivati a questa fase di stallo e dichiariamo apertamente che il nostro territorio paga da anni il prezzo dell’isolamento stradale, ferroviario e aereo», ha dichiarato Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova.

    I dati sulle autostrade liguri: traffico “negativo” su A7 e A10

    Secondo questa lettura, quindi, la Gronda potrebbe essere l’opera capace di risolvere tutti i problemi della nostra terra; ma i dati sull’utilizzo delle infrastrutture viarie dicono altro. Come Era Superba aveva già evidenziato in un precedente speciale, da anni ormai i tassi di crescita del traffico autostradale sono in forte contenimento: su base nazionale, dal 1970 al 1985, i numeri sono cresciuti per un +140%, mentre nel quindicennio successivo per un +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Una tendenza a decrescere confermata dagli ultimi dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), riferiti al primo semestre 2015. Se guardiamo al dettaglio della rete ligure, inoltre, i numeri in alcuni casi hanno addirittura un segno meno davanti: per la A7, nella tratta da Genova a Serravalle, nel primo trimestre 2015 si è verificato un calo di veicoli medi giornalieri dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2014, per l’ A10 (Genova – Ventimiglia) un altro calo, dello 0,4%; timidi aumenti per le restanti tratte di casa nostra: +1,6% per l’ A12 (Genova – Livorno), +1,7% per l’ A6 (Savona – Torino) e +1,1% per l’A26 (nel tratto tra Voltri e Alessandria). In definitiva su due delle tre autostrade che saranno direttamente interessate dalla costruzione della Gronda, il traffico sta diminuendo.

    I dubbi dell’amministrazione

    no-gronda-consiglio-comunaleRecentemente, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha espresso più di qualche perplessità sull’opera, tornando alle sue posizioni di campagna elettorale, derubricandola a infrastruttura inutile e già “vecchia”, probabilmente con una qualche ragione, visto che la prima idea di Gronda risale al 1984. Le parole di Doria, che si riferiscono direttamente all’opera benché la stessa non sia mai stata esplicitamente citata, ancora una volta rimescolano le carte a Tursi: «Un ulteriore slittamento nell’apertura dei cantieri sarebbe deleterio – precisa però Odone l’allora sindaco Vincenzi aveva firmato il progetto nel 2009. La Liguria ha bisogno di lavoro, le sue aziende devono rilanciarsi e ricominciare a creare occupazione, bisogna rispettare i tempi». Un altro punto su cui i “Sì Gronda” fanno leva è quello del turismo: «La nostra regione registra un aumento del numero di turisti e questo è un dato positivo – sottolinea il presidente della Camera di Commercio – ma il flusso turistico deve essere supportato da infrastrutture adeguate e da collegamenti che funzionano. Oggi la maggior parte dei transiti avvengono su Ponte Morandi, una struttura che comincia a mostrare la corda. Se non si agisce in fretta rischiamo la paralisi». Anche in questo caso, però, sorge un dubbio: probabilmente, il turista che arriverà a Genova in macchina non utilizzerà la Gronda, visto che questa serve proprio a “saltare” il nodo del capoluogo che, nei fatti, è il vero problema.

    Espropri e dintorni

    Al momento la palla è nelle mani del ministero delle Infrastrutture che, se approverà il progetto di questa opera, darà di fatto il via all’iter di inizio lavori con, al primo punto dell’ordine del giorno, la il delicato tema degli espropri, di cui è stato pubblicato l’elenco delle proprietà interessate«In questo periodo di globalizzazione i mercati sono in continua evoluzione, per essere competitivi bisogna dotarsi di infrastrutture adeguate. Non si può guardare esclusivamente al proprio orticello o alla propria casetta» ha detto Marco Novella, rappresentante di Confintarma nonché consigliere e componente di giunta della Camera di Commercio di Genova, rispondendo a chi solleva dubbi sul rapporto costi-benefici della Gronda. Certo, per chi, dalle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della CCIAA, risulta possedere abitazioni in corso Italia e a Bogliasco, è più facile parlare con l’orticello decisamente più al sicuro.


    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    lanterna-DIL’avvio della stagione estiva per le iniziative culturali sotto la Lanterna di Genova anticipa di poco un passo, che si spera fondamentale, per pensare al futuro di questa incredibile opera architettonica. Entro fine giugno, se non ci saranno intoppi, si definirà finalmente la situazione per quanto riguarda la proprietà dell’antico faro, fino a poco tempo fa in parte nelle disponibilità della Provincia di Genova e in parte di proprietà demaniale. Il Comune di Genova, che ne prenderà possesso a tutti gli effetti, ha un ruolo di primaria importanza, perchè da quel momento in poi l’attenzione si potranno (e dovranno) pensare tutti gli interventi di valorizzazione necessari, per far rinascere a nuova vita il secolare simbolo dei genovesi. Autorità Portuale e Soprintendenza saranno coinvolte nei progetti e potranno portare un aiuto maggiore sul fronte gestionale e delle manutenzioni. Non solo: secondo l’assessore al Turismo e alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla, questo scenario potrebbe aprire le porte a un piano triennale di interventi specifici.

    Si accende la stagione estiva sotto la Lanterna

    In attesa che tutto questo si verifichi i Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ hanno gettato le basi innestare la reazione a catena che dovrebbe portare all’opera finale, ovvero rendere la Lanterna il simbolo di Genova in tutto il suo splendore. L’hanno fatto attraverso un programma ricco che inizierà con la festa dei Camalli, altra istituzione genovese: «Finalmente domani si parte – dice Andrea De Caro, dei Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ – dietro ai Camalli ci sono volti e persone che svolgono un lavoro importantissimo per Genova. Il porto è sempre stato il cuore della città e quello che ci rende felici è vedere che anche loro si riconoscono nella Lanterna». Dopo questo evento, andrà in scena “Luci sul Forte” che per questa edizione torna sotto il faro; in seguito sarà la volta del Teatro dell’Archivolto con “Il racconto della Sirena”, il pic nic di ferragosto, e a Settembre sbarcherà, ed è il caso di dirlo, “Zones Portuaries”, il festival cinematografico itinerante, nato a Marsiglia, con proiezione di film sulle città portuali di tutto il mondo. «Si tratta di un network tra diverse realtà che si incontrano e che trovano il loro riferimento ideale nella Lanterna – continua De Caro – questa è la miccia che farà brillare il faro per l’estate, ma bisogna fare in modo che questa luce resti accesa tutto l’anno. Per farlo, però, è indispensabile il supporto di Tursi: «Ci vorrebbero campagne un po’ più massive – continua Andrea De Caro – se la questione della proprietà andrà in porto, potremo anche parlare di risorse necessarie per la gesione. È l’aspetto che più ci preme, perché, per quanto si possa fare, il volontariato e l’amore per questo incredibile manufatto non saranno mai sufficienti”.

    Il Crowdfounding

    Certo, i sostenitori non mancano e ultimamente sembra che l’attenzione sulla Lanterna, la sua passeggiata e il suo museo sia aumentata. Sponsor privati e associazioni di categoria forniscono un valido aiuto, e in questo contesto trova spazio anche il crowdfunding: è alle porte il progetto per portare il WiFi alla Lanterna ed è in cantiere un’applicazione sperimentale per conoscerne tutti i segreti del monumento; i fondi necessari per questo progetto sono 5000 euro, e la raccolta sta partendo. «Per un turista è monumento fondamentale – conclude De Caro – siamo nel 2016, e dovrebbe essere scontato anche per noi», noi che sotto la Lanterna ci viviamo, da secoli.

    Un altro problema cronico, quello della segnaletica turistica praticamente inesistente, potrà essere risolto solo dopo la conclusione del cantiere sulla passeggiata. Il dispiegamento di forze, quindi, appare notevole; chissà se questa volta il simbolo dei genovesi torni davvero a essere tale.

    Michela Serra

  • L’Universo di Greenaway: dal cinema alla pittura, passando attraverso la poesia

    L’Universo di Greenaway: dal cinema alla pittura, passando attraverso la poesia

    greenway-peter-festival-poesiaL’edizione 2016 del Festival Internazionale della Poesia “Parole Spalancate”, organizzato dal Circolo dei Viaggiatori nel Tempo, incomincia con un affollato prologo, presagio di un’edizione scoppiettante quanto suggestiva. Alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi si è infatti svolta la presentazione della prima parte di “Greenaway’s Universe” mostra composta da 55 opere del regista e pittore gallese che sarà esposta dal 10 giugno al 2 ottobre. Conosciuto più per i suoi film, amati dalla critica e sempre molto discussi, il 74enne Peter Greenaway ebbe un primo amore proprio con la pittura, e solo in seguito si trovò a lavorare nel cinema, dove ha comunque mantenuto l’ approccio visivo che tuttora lo caratterizza.

    Greenway, giunto in città come ospite di punta della rassegna poetica, deve essersi comunque sentito a casa, poiché è stato accolto dal classico “british weather” che ha lucidato di pioggia i prati dei parchi ma non ha allontanato un pubblico numeroso e attento.

    Il 18 giugno, al termine del Festival, sarà aperta presso la sede delle Raccolte Frugone (Villa Grimaldi Fassio, Capolungo) la seconda parte della mostra, con 44 inchiostri su carta ispirati al regista russo Eisenstein, figura centrale dell’ultimo film di Greenaway, “Eisenstein in Messico”.

    Il Festival Internazionale di Poesia

    In totale le iniziative del festival Parole Spalancate sono oltre 100 e vedono coinvolte varie zone della città con installazioni artistiche, reading all’aperto, escursioni guidate e concerti. Non mancano i tradizionali appuntamenti fissi che si svolgono nel centro storico di Genova: i percorsi poetici e il Bloomsday il 16 giugno (una lettura integrale, itinerante e collettiva dell’Ulisse di Joyce). Ma quest’anno tutte le attività sono state precedute dalle proiezioni dei principali film del regista in varie sale di Genova e Savona, e si chiuderanno con “I misteri del giardino di Compton House” nell’Arena Estiva di Nervi.

    Contemporaneamente con la seconda parte della Mostra, verranno messi in visione i cortometraggi dell’autore, girati dal 1967 al 2015, cortometraggi di cui ieri, in occasione della presentazione alla Gam, è stato dato un assaggio con “The European showerbath” accompagnato dalla colonna sonora eseguita live dal quintetto Architorti, che è risultato singolarmente suggestivo.

    Il Festival Internazionale di Poesia si conferma essere rassegna di punta, anche se ogni anno sfida la carenza di mezzi finanziari: qualche anno fa un organizzatore disse ironicamente, ma non troppo, che l’aggettivo spalancate «voleva dire senza palanche»: nella realtà, invece, è un appuntamento che si sa aprire al mondo, con idee sempre fresche e dal sapore cosmopolita. Genova ricambia, partecipa e ringrazia: la poesia è un lusso che tutti si possono permettere.


    Bruna Taravello

  • Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Nonostante all’appuntamento manchino ancora 4 mesi, la campagna elettorale per il referendum confermativo della riforma costituzionale varata dal governo Renzi riempie quotidianamente pagine di giornali e ore di talk show televisivi. In un confronto molto duro tra governo e opposizioni, a volte a perdersi è il contenuto stesso della riforma, che andrà a incidere in modo significativo sul testo costituzionale. E’ proprio per provare a recuperare i contenuti che Libera Liguria ha organizzato giovedì pomeriggio un incontro pubblico per mettere a confronto le ragioni del Sì con quelle del No al referendum.

    I genovesi hanno risposto all’appello anche oltre le aspettative, tanto che la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale non è stata sufficiente a ospitare tutti, costringendo gli organizzatori a sportare tutto nella più spaziosa, e alla fine comunque riempita, sala del Maggior Consiglio. «Non ci aspettavamo questo successo – ammette il referente di Libera Liguria, Stefano Busi – ma questo è un segnale che c’è bisogno di un incontro come questo e siamo felici della nostra intuizione».

    A confrontarsi sul palco gli ex sindaci di Genova, Adriano Sansa (portavoce genovese per il No) e Stefano Pericu (schierato invece per il Sì) insieme con la docente di diritto costituzionale dell’Università di Genova Lara Trucco, il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile (Sì) e il deputato ligure di Sel, Stefano Quaranta (No). Assente per motivi di salute la professoressa Lorenza Carlassare, dell’Università di Padova. A moderare l’incontro l’ex magistrato Carlo Brusco.

    La riforma costituzionale

    Il prossimo ottobre saremo chiamati a votare per il referendum confermativo della legge n. 88/2016, ovvero la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi e approvata a maggioranza assoluta dal Senato, lo scorso 20 gennaio, e dalla Camera lo scorso 12 aprile.

    Punto centrale del testo è la riforma del Senato, che da organo eletto direttamente dai cittadini con funzioni identiche a quelle della Camera, diventerebbe un organo rappresentativo delle realtà territoriali. A comporre il nuovo Senato, infatti, sarebbero 95 rappresentanti eletti con metodo proporzionale dai Consigli regionali, che scelgono tra i membri stessi del Consiglio e i sindaci del territorio di riferimento (uno per ogni regione).

    La riforma, tra le altre cose, andrebbe anche a modificare il rapporto tra lo Stato e le Regioni nella direzione di un maggior accentramento di poteri e funzioni nelle mani di Roma, abolirebbe il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e introdurrebbe nuovi meccanismi per l’elezione del presidente della Repubblica.

    Se a ottobre vincerà il “Sì”, il testo sarà confermato, mentre se vincerà il “No” la riforma verrà annullata.

    Il primo, vero dibattito genovese

    referendum-costituzionale-dibattito-liberaAd aprire il confronto è stata la professoressa Trucco. «La riforma interviene su aspetti che vanno sicuramente modificati – ha esordito – come il superamento del bicameralismo perfetto, la modifica alla riforma del Titolo V del 2001 e le modifiche alla modalità di elezione del presidente della Repubblica, per evitare situazioni di difficoltà come quella del 2013 (quando Napolitano venne eletto per la seconda volta, ndr)». La professoressa ha però dato il là alla danze aggiungendo che «in combinazione con la legge elettorale Italicum, questa riforma tende a diminuire il controllo degli elettori sul Parlamento, spostando ‘verso l’alto’ gli equilibri di potere».

    Una prospettiva rifiutata dall’ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, sostenitore del Sì. «L’Italicum non c’entra niente – ha detto con chiarezza – e poi se si fosse voluto davvero dare più potere al governo non sarebbe servita una riforma costituzionale, sarebbe bastato applicare l’Italicum anche al Senato, senza modificare nulla». L’Italicum è il nome con cui è nota la nuova legge elettorale, approvata nel maggio del 2015, e attualmente al vaglio della Corte Costituzionale. La legge prevede un forte premio di maggioranza (alla Camera) per la lista che raggiunge il 40% dei voti. Chi raggiunge quella soglia avrà una maggioranza del 54%. Nel caso nessuna lista raggiungesse il 40%, si procederebbe a un ballottaggio tra le 2 liste più votate. Obiettivo dichiarato della legge è garantire la maggioranza a chi vince, ma molti temono un eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del governo.

    «Non bisogna pensare all’Italicum – ha, invece, suggerito Pericu nel suo intervento – né al governo Renzi. Non bisogna votare sulla Costituzione in base alla simpatia o meno verso il governo attuale». Pericu ha poi motivato il suo “Si” dicendo che, nel 1948, quando l’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale scrisse la Costituzione nella forma in cui la conosciamo oggi, «l’ambiente culturale, politico e sociale era molto diverso da oggi».

    Di parere opposto il suo predecessore al vertice di Palazzo Tursi, Adriano Sansa: «La Costituzione attuale non impedisce di affrontare i problemi – ha affermato – questa riforma sembra piuttosto una fuga dalle reali problematiche del nostro paese, quali il fisco e i servizi offerti ai cittadini».

    «Per una riforma così importante sarebbe servito un maggior consenso e un maggior dibattito – ha aggiunto Sansa – e non ritengo sia giusto che un parlamento eletto con una legge elettorale fortemente maggioritaria e definita incostituzionale dalla Corte (il cosiddetto Porcellum, ndr) faccia da assemblea costituente. Inoltre, la Costituzione dev’essere facilmente leggibile, questo testo è stato scritto come un cattivo regolamento condominiale». L’intervento di Sansa è stato più volte interrotto dagli applausi, e l’applauso finale del pubblico è stato decisamente più convinto di quello riservato a Pericu.

    Dai politici di ieri a quelli di oggi. Se per Alessandro Terrile la riforma renderà «più efficiente il processo legislativo», Stefano Quaranta sostiene che quelle che sembrano modifiche “tecniche” andrebbero in realtà a incidere anche sui diritti fondamentali, quelli formalmente non toccati dalla riforma. «Se ai cittadini non verrà più consentito di votare per il Senato – ha detto il deputato – di fatto si va a limitare il principio della sovranità popolare contenuto nell’articolo 1». Secondo Quaranta, che ha lavorato a lungo in Commissione Affari Costituzionali, ci sarebbero state delle alternative migliori di fatto ignorate dal governo, mentre la riforma in questione non semplificherebbe né accelererebbe il processo legislativo.

    Come ormai accade sempre più di rado, il confronto è stato sereno e si è lontano dai toni della polemica politica che spesso sta caratterizzando questo argomento. «Non possiamo ricondurre tutto a un referendum sul presidente del Consiglio o sul governo – sostiene Stefano Busi – e comunque Libera non prenderà posizione, per rispettare le sensibilità di tutti, perché siamo una rete ampia e plurale. Il nostro impegno ha come principale obiettivo la lotta alla mafia e la corruzione, ma don Ciotti (presidente di Libera, ndr) dice spesso che la Costituzione è il primo testo antimafia della storia della Repubblica».


    Luca Lottero