Categoria: Primo Piano

  • Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    amt-bus-trasporto-pubblicoOgni giorno a Genova circa 700 autobus escono dalle rimesse per trasportare su e giù per la città i genovesi; o perlomeno ci provano. Con una media di circa 5 mila guasti all’anno (secondo le stime dei sindacati di settore), non passa giorno senza qualche intoppo, dai più banali a quelli più distruttivi. La causa di questa “strage” è l’anzianità dei mezzi, tra i più vecchi d’Europa, e la continua riduzione delle risorse pubbliche investite nel settore: se questa congiuntura non cambierà, il servizio di trasporto pubblico nella nostra città rischia di collassare in tempi brevi.

    Questo è quanto si ricava dalla relazione di Stefano Pesci, direttore generale di Amt Genova, pubblicata sul primo numero di Omnibus, il periodico di Amt tornato alle pubblicazioni pochi giorni fa, dopo alcuni anni di stop.

    I numeri, come spesso accade, parlano chiaro: l’anzianità del parco mezzi dell’azienda di trasporto pubblico genovese si attesta sui 14 anni di media, contro i 12 anni calcolati su base nazionale. Il confronto diventa schiacciante se si guarda al di là delle Alpi: la media europea, si ferma, infatti, a 7 anni; esattamente la metà dei bus di casa nostra. Entrando nel dettaglio, scopriamo che circa il 6,5% dei bus, cioè una quarantina di mezzi, ha più di 25 anni, mentre il 36% (vale a dire 250 unità) è antecedente alla normativa Euro 3, entrata in vigore nel lontano 1999. «Una tale vetustà ha inevitabilmente prodotto l’aumento del numero dei guasti in linea e dei fermi bus in rimessa per riparazioni» spiega Pesce, sottolineando che questo «incrementa progressivamente l’incidenza dei costi di manutenzione sul bilancio aziendale, ma conduce anche a preconizzare un possibile collasso del sistema di trasporto locale su gomma, stante l’impossibilità di far circolare mezzi sempre più difficilmente riparabili, anche per la problematicità di reperire sul mercato i pezzi di ricambio per veicoli così arcaici».

    Nel 2013, a seguito dello sciopero del personale Amt che bloccò la città per diversi giorni, Regione Liguria siglò un accordo per l’acquisto di 400 nuovi bus, di cui 200 destinati all’azienda genovese. Ad oggi, però, le gare bandite da Ire s.p.a., la società designata dalla Regione come appaltante, hanno portato all’assegnazione di 62 mezzi, di cui solo 48 sono stati già ordinati, sulla base delle risorse regionali messe effettivamente a disposizione. Uno stallo che potrebbe portare nei prossimi 3 anni a un ridimensionamento considerevole del servizio offerto, già pesantemente ridotto in questi anni di vacche magre.

    Per tamponare la situazione, nel il 2016 Amt ha previsto un investimento di 8 milioni di euro per l’acquisto di nuovi mezzi, attingendo a risorse interne; una spesa che troverà l’eventuale copertura finanziaria solo a seguito di una corposa vendita degli asset immobiliari dell’azienda, a cui comunque dovrebbe aggiungersi una considerevole iniezione di liquidità da parte di Comune di Genova. Uno scenario tutt’altro che sicuro.

    La situazione italiana

    grafico-anfia-busNella sua relazione, Stefano Pesci definisce la situazione genovese come paradigmatica per tutto il panorama italiano. I dati sul sistema del trasporto pubblico a livello nazione, infatti, non sono rassicuranti: in un solo anno, l’anzianità media del parco autobus è aumentata del 10%, arrivando alla soglia dei 12,21 anni, cifra che catapulta l’Italia tra i primi posti in questa poco virtuosa classifica. Questa situazione ha le sue radici nei mancati investimenti in questo settore: se nel quadriennio 1997-2001, infatti, furono spesi oltre 2,3 miliardi di euro, nel periodo 2012-2015 le risorse messe a disposizione sono crollate a 110 milioni di euro. Circa un ventesimo. Questa situazione ha spinto il governo ad accantonare per il settore nuove risorse: per il periodo 2015-2022 un totale di 1,2 miliardi, distribuiti su base annuale secondo quote evidenziato nel grafico elaborato da Omnibus (qui a fianco). Secondo Pesci, però, questo non sarebbe sufficiente a garantire il rientro negli standard europei: «I 485 milioni previsti per il quadriennio 2015- 2018 non sono bastevoli neanche per sostituire tutti i bus Euro 0 che in base alla Legge di Stabilità 2015 non potranno più circolare a far data dal 1 gennaio 2019». Per rottamare i circa 8500 mezzi che ricadono in questa categoria sarebbero necessari, secondo le stime di Anfia (Associazione nazionale fra industrie automobilistiche), nei prossimi 4 anni, circa 1,9 miliardi di euro.

    Secondo il direttore Amt, inoltre, il mancato investimento in questo settore sta facendo da volano negativo per tutto l’indotto industriale a cui è legato: la produzione nazionale di settore ha subito una contrazione del 91,64% rispetto al 2005, con tutte le relative ricadute occupazionali e sociali.

    Il futuro del trasporto pubblico locale

    Nello studio Anfia sono ipotizzati tre scenari futuribili: il primo, quello tendenziale, cioè che segue il mantenimento dei livelli attuali di investimento, prevede il collasso del sistema di trasporto pubblico quando il parco mezzi raggiungerà l’età media di 20 anni, cioè fra 8 anni su base nazionale. A Genova, come abbiamo visto, questo potrebbe succedere molto prima. Il secondo scenario, quello conservativo, prevede un investimento statale di 3,8 miliardi nei prossimi 8 anni per mantenere l’età media dei bus sui 10 anni; il terzo, che farebbe rientrare l’Italia negli standard europei, stima per lo stesso periodo un investimento di 7,2 miliari di euro, per l’acquisto di 34 mila nuovi mezzi. Cifre molto lontane da quelle messe sul piatto da Roma.

    Il grido di allarme di Amt, quindi, deve essere preso sul serio dagli enti locali e dal governo: la sopravvivenza stessa del servizio di trasporto pubblico locale è appesa a un filo e dovrebbe essere studiato e realizzato un piano di intervento massiccio e il più possibilmente rapido. Ogni giorno che passa è un giorno di ritardo: domani i nostri autobus potrebbero essere arrivati davvero al capolinea.


    Nicola Giordanella

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    Palazzi dei Rolli, un successo lungo dieci anni. Ennesimo pienone nel nuovo weekend dedicato alle nobili dimore

    giacomo-montanariEsattamente dieci anni fa, l’Unesco conferiva al sito “Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” il proprio riconoscimento ufficiale. Per l’occasione, quest’anno la città ha triplicato l’appuntamento con i Rolli Days, le giornate in cui è possibile frugare il naso all’interno di alcune tra le più belle dimore aristocratiche genovesi, in gran parte appartenenti a privati. L’appuntamento del 28 e 29 maggio non fa che confermare una linea di tendenza positiva, che ha visto, nella tornata precedente del 2 e 3 aprile, sfiorare le 90.000 presenze, con ampie ricadute sulla città: economiche, ma anche, e soprattutto, culturali (e, perché no, d’immagine). Per l’occasione, sono andato a ricercare, nelle vie del nostro centro storico, una delle anime del progetto Rolli Days: Giacomo Montanari, trentaduenne, storico dell’arte, tra i massimi esperti del Cinque-Seicento genovese e del rapporto tra letteratura e arti figurative, autore del recentissimo Libri, dipinti, statue. Rapporti e relazioni tra raccolte librarie, collezionismo e produzione artistica a Genova tra XVI e XVII secolo, edito dalla Genova University Press.

    In poche parole, per chi se lo fosse perso… che cosa sono i Rolli?
    «I Rolli non sono altro che liste di palazzi. Si tratta di palazzi aristocratici, nobiliari; dunque privati, che svolgevano, però, un importante ruolo pubblico: quello di accogliere, nel quadro delle relazioni internazionali della Repubblica, coloro che, in visita a Genova, potevano portare prestigio, commercio, affari».

    palazzo-rosso (10)Un singolare connubio tra pubblico e privato. In che periodo storico siamo?
    «Siamo nel famoso Siglo de los Genoveses (il secolo dei Genovesi) compreso grosso modo tra 1530 e 1630: cento anni in cui Genova, sotto l’ala della monarchia spagnola, celebra il suo più grande successo internazionale. I Rolli nacquero per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica, diventata, però, ago della bilancia nei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici».

    Quest’anno ricorre il decennale della dichiarazione Unesco. I Rolli non sono solamente un patrimonio cittadino (men che meno privato) o nazionale; sono tutelati in quanto “patrimonio dell’Umanità”. Ebbene, quali sono le novità dei Rolli Days per quest’anno così importante?
    «Si tratta, in effetti, di un riconoscimento che proietta questi beni in una dinamica internazionale, che, tradizionalmente, come genovesi, tendiamo in parte a disconoscere. Ma qualcosa sta cambiando. Questo anche grazie ai Rolli Days. Per sottolineare l’importanza del decennale, quest’anno l’edizione si è triplicata e il pubblico ha risposto abbondantemente.
    Su un altro piano, maggiormente attinente all’organizzazione, devo dire che si sta consolidando il rapporto tra il coordinamento didattico dell’Università, del quale faccio parte, e le istituzioni comunali, non solo con l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica della città, bensì di legare tale offerta ai risultati della ricerca scientifica, da noi perseguita con passione e dedizione. Non sempre, tali risultati sono comunicati al pubblico. Attraverso questa manifestazione, la ricerca diventa divulgazione, e, cioè, patrimonio comune, interesse della città.
    Scendendo ancora di più nello specifico, siamo riusciti, in questa edizione, a ottenere l’apertura del palazzo di Giovanni Battista Grimaldi, situato al numero 4 di via San Luca, a fianco dell’omonima chiesa, nel cuore della Città Vecchia: un palazzo che risale ai primi anni del Seicento, che conserva alcuni splendidi affreschi settecenteschi di Lorenzo De Ferrari. Da vedere!»

    palazzo-bianco (6)La divulgazione scientifica ha un compito eminentemente sociale. E’ il tramite tra lo studioso e la società civile. E non deve essere trascurata. Hai parlato di coordinamento didattico. Qual è il tuo ruolo?
    «In questi anni, mi sono occupato, assieme a due colleghe, Valentina Fiore e Sara Rulli, di valorizzare e consolidare il ruolo dell’Università nell’ambito del tavolo del comitato scientifico della gestione del patrimonio Unesco, mutandolo in qualcosa di più operativo e, cioè, nell’offerta degli aggiornamenti ultimi della ricerca scientifica agli operatori turistici del territorio; nella didattica rivolta agli studenti universitari, che prepariamo per svolgere le visite guidate; nella formazione, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, degli studenti dei licei genovesi, che svolgono un compito essenziale nell’accoglienza del pubblico».

    La collaborazione col Comune funziona?
    «Sì, funziona. Naturalmente, qualcosa può essere migliorato. Sarebbe bello, ad esempio, che il progetto fosse ulteriormente strutturato, visto il successo straordinario dell’iniziativa, e stiamo lavorando per questo. Basti pensare che nel 2009, quando è stato lanciato il primo Rolli Days, le presenze si attestavano sulle 15.000. Oggi siamo a quasi 100.000 solo nel primo week-end del 2016. Ci aspettiamo di arrivare a 500.000 per l’intero anno. Il lavoro effettuato è stato importante, e la formula vincente: visite gratuite, ragazzi disponibili e preparati. Energie fresche, desiderose di confrontarsi con il pubblico e raccontare il patrimonio. Un’opportunità unica per chi visiti la città in questi giorni».

    palazzo-lomellini-patrone (4)Una tale fiumana di persone avrà senz’altro una ricaduta economica importante sulla città, soprattutto sugli esercizi commerciali. Dunque, “con la cultura si mangia”?
    «Tecnicamente sì, ma non è questo l’obiettivo. Qui è in gioco il valore stesso della cultura. Valorizzare il proprio patrimonio culturale significa creare quelle necessarie condizioni di benessere che possono portare una città – e, a maggior ragione, una città come Genova – a diventare un luogo dove è bello stare: un luogo di opportunità, un luogo di sinergie positive, che comunica voglia di mettersi in mostra, generare del nuovo, far emergere i giovani. Insomma, che dia la possibilità a tutti di vivere in uno spazio decisamente più accogliente. Questo è il valore della cultura. E allora sì, si mangia: perché sarà sempre più bello sedersi a tavola a Genova, accogliere chi viene da fuori, creare e fare del nuovo in una città che si riscopre».

    Un’ultima domanda. Per te, Giacomo Montanari, che valore hanno – se me lo consenti – sentimentalmente i Rolli?
    «I Rolli sono un rapporto che dura da tanto tempo. Si tratta di un rapporto duplice: da un lato, hanno attinenza con la mia professione, quella di storico dell’arte; dall’altro, sono intimamente legati al mio essere genovese. Si tratta di due cose che sento mie: l’appartenenza a un territorio e a una professione. I Rolli sono un’occasione per vivere assieme a tutta la città un momento straordinario di cultura e di comunità».


    Antonio Musarra

  • Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    sanita-lavoratori-mediciDopo l’accorpamento del Sert (servizio per le tossicodipendenze) in Valbisagno con quello di Quarto, anche la struttura di Sampierdarena è stata chiusa, spostando i servizi nei locali di Rivarolo. Ma dopo l’allarme lanciato dai sindacati, Asl3 rassicura che entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata.

    La notizia risale a qualche giorno fa: lo stabile che ospitava il Sert di Sampiedarena, già da anni in condizioni precarie, è divenuto inagibile, rendendo impossibile il proseguimento delle attività al suo interno. La struttura è di proprietà di Autorità Portuale, che dovrebbe restaurarla; al momento, però, questo intervento non è ancora stato programmato. Di conseguenza, l’Asl è stata costretta a spostare i suoi uffici territoriali, che al momento sono stati ricollocati nei locali dell’ospedale Celesia.

    Questo accorpamento però si aggiunge ad un’altra situazione critica: dal 2014, causa alluvione, il Sert Valbisagno di corso De Stefanis è stato spostato e temporaneamente unito con quello di Quarto. Tutti gli uffici, quindi, sono rimasti attivi; sono stati “solamente” spostati, cosa che comunque potrebbe rappresentare un problema per quanto riguarda l’utenza. In un percorso già difficile come quello della lotta contro la dipendenza, un elemento di ulteriore difficoltà, in questo caso, “geografica”, potrebbe inficiare il delicato lavoro di recupero. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’importanza del presidio territoriale di strutture del genere, che ospitano decine di gruppi di auto-aiuto e sono al centro di reti formative che lavorano sulla prevenzione diffusa.

    A questa notizia si sono mossi anche i sindacati di categoria, pronti ad intervenire perché questa criticità si innesta sulla mancanza cronica di risorse: «Il disagio sociale si allarga, ma il personale non è più sufficiente a soccorrere l’emergenza crescente – ha spiegato Mario Iannuzzi, Fials le scuole ci chiamano per fare attività di prevenzione, ma non possiamo più andare».

    «Questa amministrazione (al cui vertice risiede il commissario straordinario di Asl3, Luciano Grasso, ndr) conosce l’importanza dei Sert – commenta ad “Era Superba” Giorgio Schiappacasse, direttore dei Sert di Asl3e vuole assolutamente investire il più possibile in questo settore. Il discorso degli accorpamenti è, infatti, solo momentaneo: siamo in un’emergenza logistica che non dipende dall’azienda sanitaria, ma stiamo già lavorando per assicurare entro un anno il ripristino delle unità territoriali».
    Dal punto di vista dei servizi, Asl rassicura che il momentaneo accorpamento delle strutture non sta creando problematiche sostanziali: «Non esistono particolarità e diversità territoriali così marcate – sostiene Schiappacasse – le dipendenze sono presenti, purtroppo, in maniera omogenea su tutto il territorio cittadino, cosa che la dice lunga sulla riflessione che deve essere fatta sull’argomento».

    La questione del Sert di corso De Stefanis si è complicata per via di una causa legale in corso, ma, secondo Asl, dovrebbe risolversi a breve. L’azienda, inoltre, ha assicurato che sono già al vaglio ipotesi alternative, sia per la Valbisagno che per Sampierdarena. Proprio per quest’ultima, Schiappacasse sottolinea che si sta lavorando per arrivare allo storico scorporo dei servizi distrettuali: da sempre, infatti, i Sert di Medio-Ponente e Val Polcevera sono uniti in una sola unità logistica, ma in un prossimo futuro «arriveremo ad avere un Sert per ogni distretto».

    EroinaSul tema della carenza di personale e risorse sollevata dal sindacato, Schiappacasse risponde che «purtroppo è un problema diffuso su tutto il settore pubblico, e che quindi colpisce anche noi. Bisogna però ricordarsi che la qualità dei servizi è altrettanto importante, e su questo l’azienda da anni sta lavorando, facendosi carico della costruzione di una “rete” sul territorio finalizzata ad ottimizzare gli interventi, rendendoli più efficaci e duraturi». La lotta alle dipendenze, infatti, non si ferma agli uffici e agli ambulatori dei Sert, ma inizia e prosegue anche fuori: dalle scuole alla strada. «Passata l’emergenza Aids degli anni ottanta e novanta – sottolinea il direttore dei Sert – l’attenzione della società su certi problemi è calata sensibilmente, lasciando spazi ai messaggi ambigui della pubblicità e del consumismo. Oggi dobbiamo confrontarci con dipendenze emergenti, come la ludopatia e quelle legate all’abuso tecnologico, e con le vecchie dipendenze che stanno risalendo la china, come l’alcolismo e l’uso di sostanze stupefacenti di ogni tipo, come l’eroina, tornata di moda tra i giovani e i giovanissimi». A colpire, infatti, è la tendenza degli ultimi anni che vede l’età di approdo all’utilizzo di sostanze sempre più precoce: «È necessario fare rete – conclude Schiappacasse – lavorando sulla prevenzione diffusa, ma non solo: anche l’informazione sull’argomento deve essere efficace e indipendente». Asl3 vuole implementare questo fondamentale lavoro, e, se tutto va bene, entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata. Nel frattempo, resta focale l’appello alla società civile a non sottovalutare il rischio di dipendenza: i problemi di oggi potrebbero essere le tragedie di domani.


    Nicola Giordanella

  • Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata Borghese, l’odissea continua: progetto al palo e struttura in perenne abbandono

    Scalinata BorgheseScalinata Borghese, quando partono i lavori? Questo si chiedono gli abitanti del quartiere di Albaro quando pensano alla palazzina in stile liberty che occupa la terrazza più alta della gradinata costruita a inizio Novecento in piazza Tommaseo. Già da diversi anni la struttura dovrebbe essere oggetto di un’operazione di restauro e messa in sicurezza ma, ad oggi, nulla sembra muoversi.

    Per anni zona di spaccio di stupefacenti e ricovero di fortuna per i senza tetto, Scalinata Borghese è ritornata sotto gli occhi dei riflettori grazie alle azioni di diversi comitati di quartiere e dell’associazione “Riprendiamoci Genova” che hanno realizzato alcuni eventi con lo scopo di attirare l’attenzione di cittadini e istituzioni sull’ennesimo vuoto urbano.

    Queste iniziative hanno fatto sì che l’area, ormai poco frequentata dagli abitanti di Albaro per questioni legate alla sicurezza, come la scarsa illuminazione e il decadimento delle strutture, tornasse a far parlare di sé e della sua situazione sospesa nel limbo degli interventi di manutenzione, “imminenti” ormai da troppi anni per essere ritenuti tali e credibili.

    Sulle pagine di Era Superba abbiamo denunciato questa situazione già nel 2014 ma, in questi due anni, nulla sembra essersi mosso.

    Dal progetto allo stallo

    scalinata-borghese-d5Ufficialmente l’inizio della rivalutazione del manufatto risale al 2004, anno in cui la Progetti e Costruzioni s.p.a., società di proprietà del gruppo Viziano, presentò un progetto di recupero e riqualificazione attraverso lo strumento del project financing.

    I lavori, che prevedevano la costruzione di un ristorante con terrazza, sale per eventi e piccoli congressi, non hanno mai preso il via. La crisi economica e gli iter burocratici intrapresi per avere il nulla osta della Sopraintendenza ai Beni Culturali, sono gli elementi che, stando alle parole dell’ingegner Davide Viziano, hanno fatto sì che la situazione di Scalinata Borghese restasse immobile per oltre un decennio.

    Il canale utilizzato per ottenere la concessione dell’immobile, come detto, è stato quello del project financing, una forma di finanziamento, tramite cui le pubbliche amministrazioni possono ricorrere a capitali privati per la realizzazione di progetti e infrastrutture ad uso della collettività. Il funzionamento di questo strumento è semplice: i soggetti promotori propongono alla Pubblica amministrazione la proposta di finanziare, eseguire e gestire un’opera pubblica, il cui progetto è stato già approvato, o sarà approvato, in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa generati da un’efficiente gestione dell’opera stessa. L’impostazione classica di questo strumento prevede un’equa ripartizione del rischio tra il soggetto promotore (la cosiddetta “quota di equity” o “capitale di rischio”) e le banche (prestito obbligazionario) ma, sulla carta, il rischio viene prevalentemente assunto dal soggetto promotore.

    La società di Viziano ha assunto il ruolo di sviluppatore (soggetto promotore), prendendo in gestione la struttura e manlevando di fatto il Comune dagli interventi di manutenzione, con l’intento di trovare un gestore in grado di far fronte alle spese per la realizzazione del progetto e in grado di versare il capitale di rischio. Un gestore che a quanto pare è difficile da trovare visto il lungo periodo di stallo del progetto.

    Per mantenere il ruolo di soggetto promotore il gruppo dell’imprenditore edile versa al Comune di Genova 1.000 all’anno e nel contempo resta in attesa di trovare un gestore: questo si concretizza nel fatto che l’area resti inutilizzata. Mancando il gestore, i lavori non si muovono. La Progetti Costruzioni non ha interesse a utilizzare la struttura direttamente bensì quello di trovare un terzo a cui affidarla e per cui probabilmente realizzare i lavori di ripristino. Tali interventi, ad oggi, avrebbero un costo di circa 2 milioni di euro. Questi elementi inducono a pensare che per la Progetti e Costruzioni Scalinata Borghese sia più un investimento a costo minimo dal quale ricavare un grosso guadagno in futuro. Il Comune, dal canto suo, sembra non avere fretta di chiudere la pratica per non riprendersi nelle mani la cosiddetta “patata bollente”.

    Il rinnovo del progetto e le ipotesi di utilizzo

    scalinata-borghese-d4«Quest’anno non c’è stato alcun rinnovo – spiega l’ing. Davide Viziano – dopo tanti anni ci è stato rilasciato dalla Sopraintendenza dei Beni Culturali il permesso di costruire e di mettere mano alla struttura. Nel frattempo, però, le cose sono cambiate e la crisi, da cui il Paese stenta ad uscire, ha fatto allontanare molti soggetti che erano interessati all’operazione. Oggi i ristoratori sono molto più cauti nel fare investimenti così onerosi». La situazione sembra così tornare a un punto morto, anche se Viziano, come d’altronde succedeva due anni, continua a dirsi fiducioso: «Le cose si stanno muovendo, vedo più ottimismo giro attorno; nonostante la città sia ancora in affanno, due gruppi di ristorazione sembrano essere interessati al progetto. La nostra priorità resta comunque quella di trovare soggetti affidabili che siano in grado di rispettare gli impegni in modo da poter dar via all’operazione il prima possibile».

    Stando alle parole del costruttore, inoltre, esisterebbe anche la possibilità che ad occupare gli spazi della struttura liberty siano gli studenti del Conservatorio Paganini, attualmente “costretti” in pochi spazi per provare ed esibirsi. «In città non esiste una sala da concerto che possa contare su due o trecento posti – precisa Viziano – abbiamo quindi preso contatti con il Miur per trovare un accordo e tramutare gli spazi interni della palazzina in un auditorium per musica da camera».

    Ma dal Conservatorio non sembrano arrivare conferme alle dichiarazioni dell’ingegnere. Il direttore del Paganini, Roberto Iovino, ci informa di non avere particolari dettagli a riguardo: «Il Conservatorio da anni è alla ricerca di spazi aggiuntivi. In passato si era richiesto l’utilizzo della struttura di Scalinata Borghese e a tutt’oggi quell’edificio è di nostro interesse. Ma oltre a questo non esiste nulla di concreto se non, ripeto, un nostro interesse più volte espresso dai miei predecessori e anche, recentemente, dal sottoscritto».

    A quando una proposta concreta?

    scalinata-borghese-d6Come risulta evidente, a mancare non sono i buoni propositi ma le azioni concrete, la cui assenza sta tramutando la questione della scalinata in un’odissea dai connotati grotteschi. Nelle prossime settimane, la Costruzioni S.p.a dovrebbe consegnare nuovamente la documentazione, rivista e aggiornata, del project financing con la speranza che si presenti un soggetto gestore solido a cui affidare la struttura.
    Così non fosse, secondo i comitati di quartiere e anche secondo il presidente del Municipio Medio Levante, Alessandro Morgante, sarebbe auspicabile che il Comune riprendesse in carico la struttura interrompendo questo percorso per mettersi alla ricerca di un altro soggetto a cui affidare lo sviluppo di un progetto. Nel contempo, sarebbe importante portare avanti alcuni piccoli interventi di manutenzione di cui la zona necessita, come l’aumento dell’illuminazione notturna e la cura periodica degli spazi esterni alla struttura liberty.

    Ma, almeno per il momento, l’assessore ai Lavori Pubblici e Manutenzioni, Gianni Crivello, sembra voler lasciare la palla a Viziano: «Non si possono più prorogare i tempi. Siamo in attesa delle documentazioni dell’ingegner Viziano, imprenditore che riteniamo serio ed affidabile. La crisi l’abbiamo sentita tutti e anche per questo i tempi si sono allungati, ma contiamo di trovare un accordo entro le prossime settimane. Scalinata Borghese deve ritornare a essere un’area di pregio per la città». Una rinascita auspicata anche dagli abitanti di Albaro e non solo. Per il momento, però, la realtà parla di una Scalinata Borghese terra di confine tetra ed isolata.


    Andrea Carozzi

  • Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    Voltri, entro fine estate riapre la biblioteca Benzi. Pronto il progetto definitivo, ecco le novità

    biblioteca-benzi-voltriSulla porta d’ingresso della biblioteca Rosanna Benzi di Voltri ci sono le sbarre. E un cartello che avvisa laconicamente “la biblioteca è ancora in manutenzione”, scusandosi per il disagio. I lavori sono in corso dal 14 marzo del 2015, quando la biblioteca venne chiusa pochi giorni dopo un’inaugurazione che aveva suscitato molto entusiasmo, ma che, col senno di poi, suona come un’ulteriore beffa per i cittadini del ponente genovese. A parte quella breve parentesi, Voltri attende la propria biblioteca ormai dal novembre del 2013, quando pesanti infiltrazioni dal soffitto ne resero inevitabile la chiusura.

    La biblioteca voltrese si affaccia su piazza Odicini, dove i bambini giocano sugli scivoli e gli anziani passano interi pomeriggi a chiacchierare seduti sulle panchine. Assieme al Teatro Cargo e alla Banda musicale voltrese costituisce il “cuore culturale” della delegazione, esempio positivo di riqualificazione dei capannoni ex-Ansaldo, che nei loro ampi spazi ospitano anche società sportive di pallavolo, bocce e tennis e un circolo Anpi. Proprio la longevità della struttura (costruita nel 1860) è stata causa di una situazione che, a fine 2013, è diventata insostenibile. Per qualche tempo la biblioteca ha tenuto aperto nei giorni di sole e chiuso in quelli di pioggia, ma era chiaro che non si sarebbe potuto andare avanti così a lungo.

    «C’erano pesanti infiltrazioni d’acqua dal soffitto – ci ricorda il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente – per questo si è reso necessario un investimento da parte del Comune di 350 mila euro». I lavori coinvolsero architetti, dipendenti Aster, cassintegrati dell’Ilva e alcuni profughi coordinati dal Municipio per circa un anno e mezzo. Nel marzo del 2015, la biblioteca venne reinaugurata in pompa magna, con alcune novità come il punto allattamento per le mamme e spazi “morbidi” completamente dedicati ai più piccoli. Come abbiamo visto, però, la seconda vita della biblioteca Rosanna Benzi durò solo pochi giorni.

    Il blocco immediato dopo la riapertura

    biblioteca-benzi-voltri-cargoLa biblioteca era infatti stata appena riaperta, quando i Vigili del Fuoco segnalarono che i lavori non rispettavano una norma antincendio approvata 4 anni prima, il dpr 151 del 2011. Tra le altre cose, la relativamente nuova regolamentazione impone una maggiore omogeneità strutturale per strutture presenti nello stesso edificio.

    Si rese allora necessario un intervento di non poco conto sull’adiacente Teatro del Ponente gestito dalla compagnia Cargo. I lavori di ristrutturazione sono costati ulteriori 500 mila euro circa. Anche il teatro è rimasto forzatamente chiuso da novembre del 2015 al 24 aprile 2016, giusto in tempo per il tradizionale concerto dedicato alla Resistenza della Banda Musicale “Città di Voltri”.

    Sommando i soldi spesi per riparare il tetto della biblioteca e quelli per il teatro, si arriva a circa 850 mila euro. Una cifra non indifferente, in tempi di bilanci ristretti e di vacche magre per le casse degli enti locali. «Devo dire che il Comune ci ha dato una grossa mano – riconosce Avvenente – non è sempre scontato ricevere così tanti soldi per il territorio. C’è stata un’ottima sinergia tra le istituzioni». Certo, una maggiore attenzione e prevenzione negli anni passati avrebbe forse potuto risparmiare una spesa così pesante per le casse di Palazzo Tursi, chiamate a mettere una pezza su una situazione ampiamente compromessa. Ma, oggi, quello che interessa ai cittadini è soprattutto sapere quando potranno tornare a leggere e studiare nella loro biblioteca.

    «In due o tre mesi contiamo di riaprire dopodiché, avremo l’edificio più certificato della Liguria», chiosa con un punta di sarcasmo il presidente del Municipio. La previsione sulla riapertura è condivisa anche dall’architetto del Comune di Genova Roberto Tedeschi, direttore del Patrimonio e del Demanio, che ha avuto un ruolo importante nei lavori: «La settimana prossima – anticipa a “Era Superba” – contiamo di presentare il progetto definitivo».

    Le novità dopo la riapertura

    IMG_0755Quando riaprirà i battenti, la biblioteca dedicata alla scrittrice Rosanna Benzi, si presenterà con alcune significative novità. «Ci saranno dei miglioramenti – spiega la responsabile Sabina Carlini – il taglio della biblioteca sarà più tecnologico». Per la verità, la struttura voltrese è sempre stata all’avanguardia in termini di tecnologia. Come già scrivevamo 2 anni fa su queste pagine, la “Benzi” è stata la prima biblioteca comunale con un sistema di prestiti completamente automatizzato. La chiusura forzata non ha smorzato questa vocazione. «Abbiamo lavorato a un nuovo sistema anti-taccheggio, migliorato il sistema di prestiti e il back office – aggiunge la responsabile del personale del Municipio, Rosanna Garassino – inoltre, i sei dipendenti hanno fatto formazione sul mestiere del bibliotecario».

    Ancore poche settimane di attesa, dunque, e i voltresi potranno riabbracciare il proprio polo culturale. «La biblioteca ha un’utenza molto eterogenea – conclude la responsabile Carlini – dai bambini delle elementari e persino della materna che vengono a fare percorsi di lettura, a quelli delle medie, superiori e anche universitari che vengono qui a studiare, senza considerare gli avventori di tutte le età, specialmente anziani».

    Luca Lottero

  • Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    CarcereUna convenzione che consente di svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Genova a coloro che siano ammessi al regime della messa alla prova è stata sottoscritta il mese scorso da Palazzo Tursi, Tribunale e Uepe (Ufficio per l’esecuzione penale esterna, che si occupa essenzialmente di gestire misure alternative alla detenzione, in collaborazione coi magistrati di sorveglianza e, se tali misure hanno per oggetto detenuti e non meri imputati, le dirigenze degli istituti penitenziari).

    Non è semplice scrivere un articolo riguardante un’innovazione nel campo di istituti giuridici assai tecnici e catturare l’attenzione del lettore comune e non solo agli “addetti ai lavori”. Tuttavia, questa convenzione, oltre che avere degli effetti pratici che influiscono sulla nostra vita come società, è foriero di riflessioni sociali prima ancora che giuridiche molto interessanti. L’accordo, in sintesi, ha stabilito che, durante il periodo di “messa alla prova” (map), un imputato potrà svolgere dei lavori di pubblica utilità (lpu) presso il Comune di Genova. Questa la notizia. Ma andiamo con ordine.

    Che cos’è la “messa alla prova”

    Nel 2014, la legge 67 ha introdotto, nel nostro ordinamento, la messa alla prova per gli imputati adulti. In sostanza, per persone sotto processo (quindi non ancora condannate) per reati punibili con non più di 4 anni di carcere e che sia la prima volta che hanno guai con la legge (l’istituto è escluso, dunque, per i recidivi) è possibile venga seguita questa strada, se l’imputato lo richiede e il giudice lo ritiene opportuno. In tal caso, il processo è sospeso e l’Uepe del territorio struttura e propone un programma, della durata massima di due anni, studiato per l’imputato. In questo periodo, il “messo alla prova” dovrà assolvere a degli obblighi, come riparare i danni cagionati a una persona e, soprattutto, svolgere lpu presso associazioni convenzionate, come quelle che si occupano di volontario. Se l’esito del progetto sarà giudicato positivo, il reato si considererà estinto e il procedimento penale nei confronti dell’imputato verrà chiuso.

    Nel 2015 sono state gestite 652 map (alcune a Savona, ma soprattutto qui a Genova) della durata media di 6-8 mesi, quasi tutte dall’esito positivo; un istituto, dunque, ampiamente utilizzato e con ottimi risultati.

    Il progetto del Comune di Genova

    Adesso, grazie alla convenzione stipulata ad hoc, nel programma della map possono essere inseriti anche lavori di pubblica utilità (altrimenti detti, socialmente utili) da svolgersi sotto il coordinamento del Comune di Genova. Così, per estinguere il proprio reato, un imputato con le carte in regola per aderire a questo percorso potrà, ad esempio, curare le aree verdi pubbliche o riordinare gli archivi degli uffici di Palazzo Tursi. Può stupire che siano stati necessari due anni per implementare la concretizzazione di questo istituto (prima d’ora le map potevano prevedere lpu solo in associazioni che accettassero di convenzionarsi a tale progetto, ad esempio organizzazioni di volontariato), ma in realtà è un tempo ragionevole se si pensa al complesso bilanciamento da effettuare tra l’interesse alla rieducazione dell’imputato e la salvaguardia degli interessi della collettività, stelle polari che questi progetti sotto l’egida delle istituzioni pubbliche devono seguire.

    A riguardo, è stata chiara l’assessore alla legalità, Elena Fiorini, che ci ha parlato della necessitò di «un’ottica complessiva al servizio del cittadino» contrapposta a un’azione miope e poco ragionata vista «soltanto come doverosa attuazione del principio costituzionale di rieducazione». Implementare questi istituti che tendono a evitare a un imputato una condanna è una soluzione interessante per evitare che, chi si macchia di reati tutto sommato di modesto allarme sociale (pensiamo al piccolo furto) per la prima volta, subisca la stigmatizzazione di una condanna penale che, segnando il casellario giudiziale, potrebbe minare seriamente la possibilità di un facile reinserimento sociale e lavorativo dell’imputato.

    Inoltre, trovare sistemi di punizione ma anche di reinserimento sociale alternativi alla detenzione sembra un ottimo sistema per far fronte a una situazione carceraria già posta sotto pesante stress: restando nella nostra città, come è agilmente rinvenibile sul sito del Ministero della giustizia, risulta che il carcere di Marassi ospita attualmente 667 detenuti a fronte di 450 posti regolamentari, quello di Pontedecimo invece 139 detenuti su 96 posti (senza contare anche i problemi di organico: Marassi conta 388 poliziotti penitenziari a fronte di 450 previsti, Pontedecimo invece ha 119 effettivi su 161).

    L’assessore Fiorini ha evidenziato come l’implementazione di questo tipo di rimedi penali alternativi alla condanna costituisca, nell’ambito della giustizia penale, una vera e propria «rivoluzione copernicana anche dal punto di vista culturale», andando a «scalzare l’idea che chi ha commesso un reato sia soltanto un peso per la società». Tenendo presente che si tratta, in questi casi, di reati di lieve entità (non si parla ad esempio di omicidi, per intenderci), è necessario considerare che i nostri padri costituenti operarono una scelta ben precisa con l’art. 27 della nostra Costituzione, il quale afferma, al terzo comma, che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Certo, chi commette un reato deve pagare per il suo crimine evitando che cagioni altri danni alla collettività ma il tutto deve mirare a un futuro reinserimento sociale del soggetto.

    Sul punto, la dottoressa Bianca Berio, direttrice dell’Uepe di Genova, ribadisce che le messe alla prova possono davvero aiutare l’imputato soprattutto a reinserirsi in maniera pacifica in quella società che aveva leso con comportamenti illeciti: soggetti fragili, cresciuti in situazioni limite e ineducati alla convivenza civile, possono trovare negli ambienti che frequentano per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità nuovi modelli di vita sana. Certamente, nelle associazioni di volontariato tese al miglioramento della salute collettiva con azioni dirette al miglioramento della qualità di vita della città ma, ora, anche presso gli uffici del Comune, per definizione orientati al servizio della collettività.

    Può essere utile, in conclusione, ragionare su un esempio concreto. Pensiamo a un diciottenne cresciuto in compagnie non proprio raccomandabili (ma che magari sono semplicemente ciò che il suo quartiere offre) che ruba una costosa consolle per videogiochi; per quanto qualcuno potrebbe sostenere che “il carcere lo raddrizzerebbe”, probabilmente varrebbe il contrario: un soggetto fragile come un giovane cresciuto in condizioni di disagio posto, anche per breve tempo, a stretto contatto con chi si è macchiato di colpe ben più gravi, potrebbe imparare molto più su come delinquere a livelli ben più preoccupanti che non a condurre una vita più socialmente sana. Misure come la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità possono, al contrario, usando le parole dell’assessore, dare a soggetti così un «contesto di riferimento» sano, inserire l’imputato in una condizione di vita civile retta svolgendo una mansione e investito della responsabilità di un lavoro, sopperendo magari a carenze educative. In questo senso, pur prestando molta attenzione a che questo approccio alla pena più rieducativo che sanzionatorio non si traduca in un’eccessiva morbidezza (che potrebbe far passare il messaggio che chi sbaglia non paga), misure come questa convenzione sembrano iniziative soddisfacenti per ricercare il giusto equilibrio tra necessità di sanzione e reinserimento sociale.


    Alessandro Magrassi

  • Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sabato in visita nel ponente ligure, ha annunciato l’imminente chiusura del Centro di Prima Accoglienza di Ventimiglia, aperto l’anno scorso per far fronte all’emergenza migranti. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, e dal sindaco Enrico Ioculano, che considerano questa decisione una grande vittoria politica per il territorio e la popolazione.

    Tutto ciò succedeva mentre a Genova, a Palazzo Ducale, Medici Senza Frontiere presentava il dossier “Fuori Campo: una ricerca che ha studiato e documentato le centinaia di insediamenti informali sorti in tutto il paese, in risposta alla mancanza di strutture predisposte e alla inefficienza burocratica.
    I dati raccolti riguardano il 2015 ma oggi, con la chiusura della cosiddettaRotta Balcanica” e la paventata blindatura delle frontiere interne alla UE (vedi Brennero), il rischio è quello di una situazione decisamente peggiore: «Negli anni scorsi – spiega Giuseppe de Mola, civil society officer di Msf, e autore della ricerca – il sistema di accoglienza italiano ha “retto” solo perché i grandi flussi migratori passavano da un’altra parte. Oggi il contesto è diverso, e stando così le cose, si rischia il collasso».

    La “macchina” dell’accoglienza istituzionale, infatti, si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza.

    Le dimensioni del problema

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balia della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.
    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015«Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – sottolinea Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero e con la Francia, avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Alla luce di ciò, quindi, è facilmente presumibile che questa estate a Ventimiglia si presenti nuovamente una situazione complicata e, a livello umanitario, molto grave; la decisione di chiudere il CPA appare quindi in contrasto con quanto nella realtà stia succedendo.

    Medici Senza Frontiere non risponde ufficialmente e direttamente al ministro, ma l’occasione della presentazione di “Fuori Campo” permette una riflessione più allargata: «Risulta evidente – risponde De Mola – come non ci sia una vera progettazione e programmazione da parte delle istituzioni. Si continua a agire in emergenza e con decisioni prese senza uno studio di lungo periodo, senza una prospettiva basata sulla realtà». Le stesse istituzioni che non sono state in grado di proteggere chi aveva veramente bisogno: secondo i dati di Msf solo l’anno scorso oltre 5000 minori non accompagnati sono scomparsi dai centri, e nessuno sa che fine abbiano fatto.

    In altre parole, nei prossimi mesi l’Italia potrebbe essere raggiunta da molte, moltissime persone e, come ha concluso Giuseppe De Mola, «dobbiamo essere pronti al peggio».


    Nicola Giordanella

  • Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    Niente concerto bis dei 101 violoncellisti. Dopo il flop di Capodanno, il Comune incassa solo 1.000 euro di rimborso

    101-violoncelliNiente concerto bis dei 101 violoncellisti. L’evento che doveva rappresentare la chicca delle manifestazioni per il Capodanno scorso e che aveva ricevuto pesanti critiche per la pessima acustica, non verrà replicato. Al danno che avevano subito le 180 mila persone che avevano affollato piazza Matteotti per festeggiare l’arrivo del 2016, si aggiunge la beffa di un “risarcimento” in natura, anzi in arte e musica, atteso, pregustato e ora negato.

    L’annuncio, riportato dall’agenzia Dire, arriva dall’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, nel corso della Commissione bilancio dedicata all’analisi dei capitoli di spesa per il settore cultura e marketing della città. Era stata la stessa Sibilla a promettere, nei gironi immediatamente successivi al flop, che i genovesi sarebbero stati “rimborsati” con un concerto riparatore. Un concerto che non ci sarà più perché, spiega l’assessore, «la società organizzatrice ha già riconosciuto un rimborso economico al Comune. Replicare l’evento a costi totalmente sostenuti dallo stesso soggetto voleva dire correre rischi che l’organizzatore non fosse economicamente in grado di sostenerlo o che fosse costretta a organizzarlo al chiuso e non più all’aperto».

    Ufficialmente il flop di Capodanno era stato spiegato con un guasto elettrico all’impianto di amplificazione, anche se buona parte delle 180 mila persone presenti in piazza quella sera lamentavano soprattutto una cattiva organizzazione, con conseguente pioggia di critiche sui social network. Cosa che le parole odierne dell’assessore Sibilla sembrerebbero, almeno indirettamente, confermare.

    Il Comune aveva complessivamente investito circa 150 mila euro per gli eventi del Capodanno in piazza che, secondo quanto affermato in passato dall’assessore, avrebbero fruttato circa 6 volte tanto. Per quanto riguarda il concerto dei 101 violoncellisti, le spese sarebbero ammontate a circa 60 mila euro. Ma – e qui arriva la seconda beffa – il rimborso che Palazzo Tursi ha ricevuto dagli organizzatori è riferito solo a una parte dei costi per il servizio di amplificazione e diffusione sonora, principale imputato della scarsa riuscita qualitativa, e, secondo quanto ricostruito ma non confermato ufficialmente dall’assessore, si aggirerebbe solamente attorno ai 1.000 euro.

  • Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    Buridda, ecco gli impianti elettrici con fonti rinnovabili. Ma l’Università “deve” vendere l’ex Magistero

    12819407_1741283152783247_7966858227818068557_oIl Laboratorio Buridda, ancora una volta, è a rischio sgombero, dopo che, due anni fa, fu costretto ad abbandonare lo stabile occupato in via Bertani. La sede attuale, l’edificio di corso Monte Grappa, ex sede di quella che un tempo si chiamata Facoltà di Scienze della Formazione, di proprietà dell’Ateneo genovese, presto sarà messa sul mercato. Così, sta per tornare al centro del dibattito cittadino il destino del centro sociale che, con i suoi laboratori e le sue attività culturali, in questi anni è diventato centro aggregativo importante per Genova e non solo. Nonostante questa “precarietà”, i ricercatori del Fab Lab Buridda, l’unico autogestito d’Europa, in questi giorni hanno collaudato con successo i primi impianti elettrici basati su fonti energetiche rinnovabili.

    Di pochi giorni fa, infatti, la notizia che l’Università degli Studi di Genova vuole vendere la struttura, attualmente occupata: «Il bilancio dell’ente possiamo considerarlo solido – spiega a Era Superba Luca Sabatini, portavoce dell’Ateneo – ma i continui tagli di settore, di cui soffrono tutte le università, ci pongono di fronte ad una gestione più parsimoniosa. Se un tempo ci si poteva permettere di mantenere un immobile, senza utilizzarlo, come investimento per il futuro, oggi è diverso». L’edificio, divenuto archivio successivamente al trasferimento della facoltà in corso Andrea Podestà, ad oggi necessiterebbe di essere messo a norma, affrontando un investimento importante a fronte del fatto che «quell’edificio non ci serve, abbiamo spazi a sufficienza», sottolinea Sabatini.

    Energia sostenibile, il Fab Lab installa il primo pannello fotovoltaico

    In precedenza, erano già state chiuse le utenze dell’edificio lasciando “al buio” il centro sociale: proprio questa decisione ha dato lo spunto ai giovani del Buridda, che occupano gli spazi, ad accelerare i progetti, già in essere, di risparmio energetico e di sviluppo di tecnologie sostenibili per la produzione di energia.
    Un lavoro che in queste ore sta portando i primi risultati tangibili: se, da un lato, gran parte dell’impiantistica interna è stata messa a punto per evitare sprechi e inefficienze, dall’altro lato i progetti legati alla produzione sostenibile di energia hanno fatto registrare i primi successi. Il primo impianto solare è stato messo in funzione, permettendo l’illuminazione di alcuni locali interni, attraverso l’installazione di un pannello fotovoltaico, collegato ad un sistema di illuminazione a led. Il tutto realizzato recuperando e aggiustando il materiale necessario.

    «L’idea è molto semplice – spiegano i responsabili del Fab Lab sulla propria pagina Facebook – prendere un po’ di luce del sole, infilarla in una scatola, e riusarla quando è buio». Questo è solo un primo passo: in fase di messa appunto anche una pala eolica verticale, costruita seguendo e adattando i più recenti progetti open-source disponibili. «Il nostro obiettivo non è quello di costruire pannelli fotovoltaici o pale eoliche – specificano ad Era Superba i makers del Buridda – ma di seguire un progetto più ampio di autonomia, aggregazione, condivisione e autogestione, alternativo alle logiche di mercato e di sfruttamento. Questo è il progetto Buridda, portato avanti da tutte le nostre attività». Un progetto di lungo periodo che passa inevitabilmente anche attraverso la gestione energetica e le sue problematiche che, in maniera sempre più evidente, sono problematiche di tutti, strutturalmente legate al nostro assetto sociale e produttivo.

    Come evitare un nuovo sgombero?

    street_parade_Buridda_Ge140614«Da parecchio tempo abbiamo avviato e consolidato i contatti con i ragazzi del Buridda – sostiene Luca Sabatini – e abbiamo cercato di trovare con il sindaco una soluzione alternativa, ma non abbiamo ricevuto nessuna “sponda”. Prossimamente incontreremo nuovamente i ragazzi per trovare una via per risolvere la questione, senza dover ricorrere ad altre modalità, cosa che non vogliamo assolutamente. Cercheremo fino in fondo un modo per arrivare ad una via d’uscita».

    Dal canto loro, gli autonomi del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito Buridda, sanno che il progetto che portano avanti non dipende “dai muri” dentro i quali si sviluppano le attività: il Buridda non l’ex Magistero come non era via Bertani, ma le persone che lo vivono e lo fanno vivere, condividendo idee e pratiche sociali collettive, alternative all’impostazione legata alle logiche del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

    La palla, quindi, passa all’amministrazione comunale. Genova non può permettersi di perdere o di soffocare una realtà unica, che negli anni è diventata importante per il tessuto sociale cittadino e non solo. Volenti o nolenti, infatti, il Buridda è diventato un importante aggregatore di persone, culture, idee e ricerca. E il seguito che hanno quasi tutte le iniziative aperte a tutta la cittadinanza lo dimostrano. Avanguardie come il Fab Lab sono preziose per il futuro di Genova e non solo: se non si dovesse trovare una soluzione, la prima domanda che dovremmo porci è in che città vogliamo vivere oggi e in che società domani. I ragazzi del Buridda ci offrono una possibile risposta, che sarebbe quantomeno poco lungimirante non ascoltare.


    Nicola Giordanella

  • Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    differenziata-mappa-genova-rifiutiLa notizia ormai è nota. Entro la fine dell’anno o, più probabilmente, dall’inizio del 2017 prenderà finalmente via il tanto attesto nuovo sistema di raccolta differenziata nel Comune di Genova. Non si tratta di una vera e propria e rivoluzione, come in molti si aspettavano, ma è comunque un cambio di passo notevole per riuscire a raggiungere le percentuali di differenziata imposte per legge regionale al 40% entro il 2016 e al 65% entro il 2020. Il nuovo piano di raccolta è stato presentato dal Conai, su commissione di Amiu e di Palazzo Tursi, e, seppure in modalità tra loro molto diverse, riguarderà tutti i genovesi. «Abbiamo suddiviso la città in quattro categorie per colore a seconda della predisposizione alla raccolta domiciliare – spiega Luca Piatto del Conai, come riportato dall’agenzia Dire – dalle verdi più adatte, alle rosse in cui è assolutamente sconsigliata la raccolta porta a porta. Ci sarebbero anche delle micro aree verdi e felici all’interno delle zone più difficoltose ma ci siamo organizzati per macro aree, cercando barriere naturali, per evitare fenomeni di migrazioni dei rifiuti da un quartiere all’altro».

    Come cambierà la raccolta differenziata, quartiere per quartiere

    differenziata-percentuali-genova-rifiutiI cambiamenti inizieranno con l’avvio della raccolta domiciliare nelle aree verdi e gialle, che interessano poco meno di 122 mila residenti (circa il 20% del totale), pari a quasi 59 mila utenze domestiche e 4500 utente non domestiche. Le zone interessate sono prevalentemente quelle collinari dei municipi di Ponente (a cui si aggiungono le abitazioni più vicini al mare dei quartieri più “esterni”), Medio Ponente, Valpolcevera, Media Val Bisagno, Levante (compresi ampi sconfinamenti “sul mare”), più qualche piccola enclave felice di Medio Levante e Bassa Val Bisagno.
    «Il quadro lascia un po’ l’amaro in bocca – ammette Piatto – e possiamo dire di aver scoperto un po’ l’acqua calda evidenziando che la raccolta domiciliare differenziata a Genova è complicata». 

    Per i restanti 470 mila genovesi, residenti nelle zone rosse e arancioni che corrispondono ai quartieri a più alta densità abitativa, la raccolta rimarrà stradale ma diventerà tracciabile attraverso i cosiddetti cassonetti intelligenti. Il sistema elettronico riguarderà solo l’indifferenziato e l’organico e consentirà di arrivare a una tariffazione Tari “puntuale”, basata sul principio “pago quanto produco”. I cambiamenti in questo caso inizieranno dalle zone arancioni (52% dei genovesi), che interessano oltre 306 mila cittadini per 148 mila utenze domestiche e 22 mila non domestiche, e saranno avviate progressivamente a partire dal 2017.

    Il processo dovrebbe terminare tra il 2019 e il 2020 con le zone rosse della città (28% degli abitanti), che riguardano 165 mila residenti, più di 77 mila utenze domestiche e oltre 5500 non domestiche, e sono prevalentemente concentrate nei municipi Centro Ovest, Centro Est e Bassa Val Bisagno, ovvero il cuore della città.

    Nuovi bidoncini per tutti

    RACCOLTA-DIFFERENZIATAPer tutti i genovesi, invece, è prevista la fornitura gratuita di un nuovo kit che aiuterà a differenziare i rifiuti a casa e consisterà in bidoncini dedicati per carta, vetro, organico e indifferenziato e sacchetti etichettati e tracciati per il multimateriale plastica-alluminio. La consegna avverrà progressivamente a seconda dell’avvio del nuovo piano di raccolta. Il costo dell’intera operazione di rinnovo dei contenitori con il sistema di tracciabilità si aggira attorno ai 15 milioni di euro per tutta la città, con un piano di ammortamento di almeno 5 anni. Mentre la cifra complessiva degli investimenti necessari per il radicale cambiamento di tutto il sistema sarà quantificata solo dopo l’estate, una volta terminata la redazione del piano di dettaglio che dovrebbe definire meglio anche in quali quartieri la raccolta domiciliare avverrà col sistema porta a porta e in quali attraverso cassonetti condominiali.

     «E’ stato fatto un ottimo lavoro – commenta l’assessore al Ciclo dei rifiuti, Italo Porcile – e dal momento che alla raccolta a domicilio non è interessata una fascia altissima della popolazione, ho chiesto un cronoprogramma molto ambizioso che ci consenta di essere operativi già negli ultimi mesi di quest’anno. La città è culturalmente pronta, con questo piano ora lo è un po’ di più anche l’amministrazione». L’assessore non si sottrae alle domande su chi si accollerà il finanziamento di questo piano e bussa alla porta della Regione: «Gli obiettivi così ambiziosi di riciclo – ricorda – sono stati imposti da una norma regionale. Sarebbe coerente che la stessa regione accompagnasse le richieste con risorse significative e non il grottesco milione di euro stanziato finora per tutto il territorio regionale».

    Intanto, il sistema di raccolta porta a porta inizierà in via sperimentale nei mesi di giugno e luglio nei quartieri collinari di Colle degli Ometti (1121 abitanti) e Quarto alta (3367 abitanti), mentre è in corso di studio una riprogettazione della raccolta dell’organico nelle utenze non domestiche e della carta e cartone per gli uffici pubblici.

  • Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Spighe di granoL’argomento è di quelli che fa discutere da una vita: ogm sì, ogm no. O meglio, veleno o risorsa? Sul tema non c’è mai stata molta chiarezza soprattutto se ci si chiede che cosa realmente arrivi sulle nostre tavole. Conosciamo il processo che porta dal seme al piatto, abbastanza da poter dare un giudizio? Forse non molto dato che neppure la filiera di produzione del Parmigiano Reggiano, del Grana Padano o del prosciutto di Parma, del San Daniele sarebbero esenti da “contatti” con sostanze geneticamente modificate, come i mangimi degli animi da cui sono prodotti.

    E’ su questo che si è provato a fare chiarezza nella sede genovese della Camera di commercio. E quello che è emerso dalle diverse opinioni è qualcosa che forse non immaginiamo neppure, e su diversi fronti, a partire da quello economico.

    Le incognite del mais e della soia importati

    «Ogni anno sborsiamo circa 800 milioni di per importare mais – spiega Roberto Defez, direttore del laboratorio Biotecnologie microbiche del Cnr di Napoli – questo perché l’Italia non ha scelto di migliorare le proprie piante. Nel 2004 eravamo autosufficienti, poi le piante sono diventate di così scarsa qualità che abbiamo dovuto iniziare a importare. Tutto perché abbiamo scelto di non puntare sull’innovazione». Non si sa quanto del mais importato sia geneticamente modificato, ma nel mondo almeno un terzo di quello prodotto ha questa caratteristica. «Finisce tutto insieme – prosegue Defez – e basta lo 0,9% nel mangime perché il prodotto sia etichettato come geneticamente modificato e sicuramente almeno l’1% lo raggiungiamo».

    Il discorso per quanto riguarda la soia non è molto diverso. Alcuni numeri: l’Europa produce circa il 5% della soia che consuma, ne importa il 95% e di questa percentuale l’85% è geneticamente modificata. Significa che per 365 giorni all’anno l’Italia consuma ben 10 tonnellate di soia ogm.

    Una spesa geneticamente modificata (a nostra insaputa)

    Salumi e formaggiSe sommiamo la spesa per importare soia e mais, nel 2015 sono usciti dalle tasche degli italiani circa 2,7 miliardi di euro: ovvero, solamente per questi due prodotti “bruciamo” tutto il guadagno delle esportazioni di Dop e Igp. E, finita questa partita, bisogna ancora importare metà del grano, metà delle carni, pomodori, olio e così via. Facile capire che così i conti vanno decisamente in rosso.

    «Ognuno può bruciare i propri soldi come meglio crede – continua Defez – ma sarebbe il caso di informare i cittadini che se avessimo coltivato lo stesso numero di ettari di mais dell’anno scorso con mais che rende di più, che non ha bisogno di insetticidi e più sicuro per la salute umana, non ci sarebbe tutta questa tensione, ma si tornerebbe a una banale questione economica».

    Tra gli scaffali dei supermercati la quasi totalità dei prodotti deriva da animali nutriti con mangimi ogm, a meno che non ci sia un’etichetta che indichi il contrario, e neppure i prodotti Dop e Igp sono esenti. Nella “lista dei cattivi” anche il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano o il prosciutto di Parma e il San Daniele.

    C’è chi pensa che gli ogm possano essere una speranza per sconfiggere la fame nel mondo, ma il fronte del “no” ribatte che l’argomentazione è decisamente debole. Di certo, non può bastare la genetica a risollevare la povertà. Intanto, non ci sono riforme agrarie. E poi, la gente non ha accesso al mercato, non ha soldi e deve comprare il cibo se non ha terra per coltivarlo. Chi introduce gli ogm non li regala, questo è sicuro: alla fine si tratta di merci e nulla più. Le terre fertili sono negate alle popolazioni perché occupate dalle multinazionali o affittate dai loro governi. Oltre a tutto questo, c’è una confusione normativa che non fornisce messaggi trasparenti. L’ultimo atto è andato in scena lo scorso 3 febbraio, quando il Parlamento europeo ha approvato un documento che chiede alla Commissione Ue di non autorizzare l’immissione in commercio di alimenti e mangimi contenenti tre nuovi tipi di soia geneticamente modificata. Insomma, il dibattito è aperto più che mai, tra scienziati, nutrizionisti e agricoltori. In mezzo a tutti questi fuochi però ci sono i consumatori, che meriterebbero di sapere che cosa portano a tavola tutti i giorni.


    Michela Serra

  • La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    raccolta-rifiutiQualcuno sta provando a mettere i “bastoni tra le ruote” nel processo di “privatizzazione” di Amiu che dovrebbe vedere l’ingresso come socio di maggioranza da parte di Iren. Dopo le voci di un possibile interesse dell’imprenditore Giovanni Calabrò, noto alle cronache per il suo avvicinamento al Genoa e alla Giochi Preziosi nonché per il possibile interesse ad arrivare in città con operazioni legate al commercio e alla grande distribuzione, negli ultimi giorni della settimana è circolata una curiosa manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu, protocollata dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, arrivata da Mefin (Management environment finance srl), società con sede a Cagliari e a Oristano.

    Anche i sardi vogliono Amiu

    Come raccontato giovedì in esclusiva dall’agenzia Dire, la proposta riguarda un investimento da 150 milioni di euro, resi disponibili grazie all’accordo con due multinazionali (che per ragioni di riservatezza non possono ancora venire allo scoperto ma di cui si sa che una delle due ha fatturato 134 miliardi di dollari nell’ultimo anno, controlla società anche in Italia e lavora anche nel settore dell’ambiente), e la volontà di entrare in Amiu, rilevandola al 100% ma con la disponibilità anche a trovare un accordo con il Comune per eventuali partecipazioni strumentali di minoranza.

    Qualsiasi sia la strada, i vertici di Mefin tengono a ribadire che non è a rischio alcun posto di lavoro: «La nostra proposta – spiegano alla Dire – non è altro che un piano industriale completo, dalla raccolta allo smaltimento, che permette di sanare la situazione genovese senza operare alcun licenziamento o mobilità o cassa integrazione, con pieno mantenimento dell’attuale livello occupazionale. Questa ristrutturazione ci permetterebbe di rendere solvibile l’Amiu, azzerando perdite e debiti dato che la partecipata del Comune di Genova al momento non sembra più affidabile neppure per il sistema bancario e rischia il fallimento. Ci risultano circa 60 milioni di debiti ed esuberi di personale per oltre 500 addetti». Affermazioni pesanti che non sono destinate a lasciare il tempo che trovano visto che Amiu ha manifestato l’intenzione di rivolgersi agli avvocati per tutelare la propria immagine e dimostrare la non fondatezza dei conti sardi.

    Raccolta differenziata, la rivoluzione di Mefin

    Rifiuti raccolta differenziataTornando alla proposta di Mefin, si diceva, mantenimento degli attuali livelli occupazionali ma parte del personale dovrebbe probabilmente cambiare mansione e sarebbe coinvolta all’interno di quello che potrebbe diventare un nuovo ciclo di rifiuti che si ispira a una tecnologia impiegata a Sidney e unifica le operazioni di riciclo delle diverse filiere di trattamento per singolo materiale. «L’investimento interamente con capitali privati di 150 milioni di euro – precisa alla ‘Dire’ il portavoce della società, Gonario Cugis – riguarda la realizzazione di un impianto integrato per operare il riciclo di tutte le frazioni raccolte, il recupero energetico da biogas dalla frazione umida biodegradabile, attraverso una prima fase di digestione anaerobica e il successivo compostaggio, e l’assorbimento nel sistema di trattamento di rifiuti finale di una parte degli esuberi. Questo permette di ridurre i costi nel settore raccolta e avere dei ricavi dalla vendita di materie prime nel settore trattamento e, quindi, coprire l’esposizione finanziaria». Escluso qualsiasi collegamento con l’imprenditore Giovanni Calabrò, l’obiettivo della Mefin sarebbe l’ottimizzazione del sistema di raccolta differenziata genovese: «Il Comune, e quindi le tasche dei cittadini – sostiene la presidente Melas – soffrono sanzioni per non aver raggiunto una percentuale adeguata. Ma la colpa non è dei genovesi perché, in tutto il mondo, dove si utilizza il classico sistema a cassonetto non si raggiungono i risultati sperati». Due, dunque, gli interventi che verrebbero fatti in questo senso. «Il primo – entra nel dettaglio il portavoce della società sarda – riguarda il potenziamento del porta a porta che in alcuni casi consente di raggiungere anche il 75% di differenziata: in questo modo si evitano sanzioni e si riesce a ridurre la tariffa per i cittadini perché si andrebbe a dover smaltire meno indifferenziato e si annullerebbero i costi di trasporto per lo smaltimento fuori Regione». Più innovativo il secondo elemento: «Stiamo studiando – annuncia la presidente Melas – la possibilità di ridurre e semplificare le frazioni raccolte passando dalle classiche cinque (vetro-allumino, carta-cartone, plastica, umido, secco indifferenziata) a due, umido e secco. Il secco verrebbe poi frazionato in un apposito impianto che seleziona il multimateriale, già sperimentato a Buenos Aires». In realtà, a Genova le frazioni raccolte potrebbero essere tre, tenendo da parte il vetro un po’ più complicato da separare con questa tipologia di impianto multimateriale. Ma il progetto, per quanto interessante, stando a quanto riferito da Amiu, non sembra essere accoglibile nel rispetto dell’attuale normativa nazionale e locale.

    Il pedigree di Mefin

    Secondo ciò che i rappresenti della Mefin hanno raccontato alla ‘Dire’, anche la delicata questione delle aree in cui realizzare gli impianti, che tanto sta creando difficoltà ad Amiu per la messa in pratica del nuovo piano industriale, non sarebbe un problema: «Il nostro impianto integrato – spiegano – dovrebbe idealmente trovare collocazione tra i 20 e i 50 chilometri di distanza dal centro della città. E i genovesi possono stare tranquilli perché non verrebbe prodotto alcun odore nocivo o fastidioso: la digestione anaerobica dell’umido si svolgerebbe in ambiente ermeticamente chiuso necessario per estrarre il biogas. Abbiamo già individuato diverse aree e opzionato alcune zone industriali, il cui reperimento comunque rientrerebbe nel nostro investimento iniziale». Anche le aree sono naturalmente coperte da riserbo ma i rappresentati della Mefin non escludono che l’operazione possa essere realizzata anche a Scarpino. «Tutti gli impianti che compongono il nostro sistema integrato – dicono – sono già funzionanti, anche in Italia, ma in maniera disgiunta. Nel nostro Paese è stata fatta un’operazione a macchia di leopardo sulla raccolta differenziata ma in realtà la normativa europea prevede che ogni bacino arrivi almeno al 60% di differenziata. Il nostro sistema che fa riferimento alla tecnologia Rienerg System, brevettata nel 2010 dal World International Patent Protection Inventory Organization di Ginevra, è la migliore soluzione sia dal punto vista economico che ambientale ed è anche l’unica che ci risulti tecnicamente realizzabile seguendo i dettami dell’ultima conferenza mondiale sull’ambiente e sul clima che ha decretato la fine del sistema delle discariche e degli inceneritori».

    Per rispondere a chi solleva dubbi sulle competenze dell’azienda sarda, la presidente Melas spiega che Mefin ha già vinto gare internazionali a Dacca, (capitale del Bangladesh) per 300 milioni e due impianti in corso di realizzazione, assimilabili a quello che vorrebbero realizzare a Genova, a Khartoum (Sudan) per il trattamento di 700 mila tonnellate di rifiuti, in Nigeria per due impianti da complessivo 1 milione di tonnellate e ha superato la prima selezione a Dubai per un impianto da 200 milioni di dollari e 700 mila tonnellate l’anno. Insomma, il pacchetto presentato a Genova sembrerebbe, almeno apparentemente, completo. «Ora – confermano i sardi – la palla passa alla politica».

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Rifiuti«Ora la palla passa alla politica» dicevano i vertici di Mefin, dopo aver presentato il proprio progetto per rivoluzionare il ciclo dei rifiuti a Genova e la manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu. E la risposta della politica, e pure dell’amministrazione, non è certo tardata ad arrivare.

    Bello e impossibile, suona un po’ così la risposta del presidente di Amiu, Marco Castagna, al progetto di Mefin, riportata dall’agenzia Dire. «La soluzione proposta da Mefin – dice Castagna – a quanto ci è dato sapere dalle dichiarazioni dei loro vertici, non sembra compatibile né con il decreto 152/2006 né con l’attuale Piano dei rifiuti regionale che individua le tipologie di impianto consentite, tra cui non rientra quello pensato da Mefin. Si tratta di una proposta fatta da chi non conosce bene la realtà locale e italiana. A Buenos Aires ci sono tanti genovesi ma questo non rende l’impianto di Mefin autorizzabile anche nella provincia di Genova». Il presidente di Amiu spiega infatti che «la legge italiana dice che devi ‘raccogliere’ in maniera differenziata il 65%. Mettere tutto in un sacco e separarlo successivamente non è considerato raccolta differenzia ma recupero. L’impianto così come pare sia stato presentato non è dunque autorizzabile da nessuna parte in Italia». Di conseguenza, il piano industriale prospettato da Mefin rischierebbe di non poter andare in tariffa: «E’ industrialmente corretto – ribadisce Castagna – ma non è consentito dalla legge attuale».

    Normativa europea vs legge italiana

    Quello della legislazione italiana è un limite invalicabile che mal si concilia, però, con la normativa europea che non parla di raccolta differenziata ma di obiettivi di riciclo, stando a quello che spiega Marco Castagna: «Noi – specifica il presidente di Amiu – dobbiamo raccogliere i rifiuti in maniera separata: potrei riciclare il 100% ma se non lo raccolgo in maniera separata non mi conta come raccolta differenziata. La separazione, per essere considerata raccolta differenziata, deve essere fatta prima che il rifiuto giunga agli impianti. Anche l’impianto previsto dal nostro piano industriale per il recupero del secco, la cosiddetta ‘Fabbrica della materia’, non concorrerà ad aumentare le percentuali di raccolta differenziata a Genova perché quello che viene recuperato è stato buttato dai cittadini nel cassonetto dell’indifferenziato».

    In sintesi, dunque, il sistema presentato da Mefin sarebbe intelligente dal punto di vista industriale e probabilmente molto efficace in una realtà orograficamente complessa come quella genovese, ma non sembrerebbe essere autorizzabile. In realtà, il vertice di Amiu solleva più di una perplessità anche su alcune proposte concrete soprattutto per quanto riguarda il reimpiego degli esuberi: «Da quanto possiamo leggere – accusa – nella proposta di Mefin i lavoratori verrebbero reimpiegati al nastro, a separare con mano i rifiuti non differenziati, un po’ come avviene a San Francisco dove però non si deve sottostare alla normativa italiana».

    Amiu vs Mefin

    rifiutiA proposito degli esuberi ma soprattutto riguardo alla situazione finanziaria di Amiu dichiarata da Mefin, Castagna annuncia una querela ai vertici di Mefin «per le false affermazioni fatte a proposito della solvibilità, dell’affidabilità della società presso il sistema bancario, del rischio di fallimento e dei conseguenti esuberi, oltre che per le inesattezze circa la situazione debitoria dell’azienda». Il presidente di Amiu precisa, inoltre, che «nessun fornitore fino ad oggi ha lamentato alcun ritardo nei pagamenti da parte dell’azienda» e ricorda che «Amiu nel 2015 ha assunto 90 persone». Castagna conclude ribattendo che «è vero che risultano circa 60 milioni di debiti per la situazione di Scarpino ma ciò che Mefin non dice è che ci sono anche altrettanti crediti».

    Peraltro, dopo approfondite ricerche, i vertici di Amiu e del Comune di Genova avrebbero ben più qualche perplessità sulla solidità economico-finanziaria di Mefin e sulla conoscenza del settore rifiuti, quantomeno in Italia.

    Se questa possa già essere la parola fine sulla proposta sarda e avvicini ancora di più Iren ad Amiu, saranno i prossimi giorni a dirlo. Di certo resta che l’iniziativa della Mefin potrebbe aver sollevato l’interesse di molti per un’operazione che, a questo punto, non pare più così “scontata”. Intanto, lunedì prossimo, azienda, Comune e sindacati si incontreranno alle 17 per fare il punto sul futuro occupazionale mentre entro il 30 marzo Amiu dovrà presentare il progetto per l’impianto di pre-trattamento del percolato di Scarpino 1 e 2 ed entro la prima settimana di aprile tornerà a riunirsi la Conferenza dei servizi, quando dovrebbe già essere stato reso noto il piano metropolitano dei rifiuti che, in base anche a quanto previsto dalla normativa regionale, dovrebbe dire con più precisioni quali impianti si possono realizzare a Genova e dove (naturalmente in accordo con il Piano urbanistico comunale).

    Simone D’Ambrosio

  • Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Ilva CorniglianoSono passati quasi 11 anni dal 29 luglio 2005, giorno in cui l’Ilva di Cornigliano abbandonò la produzione siderurgica a caldo per passare alla produzione a freddo, meno impattante dal punto di vista ecologico. Da allora, il quartiere ha avviato un lungo processo di riqualificazione ambientale mai del tutto completato. Le aree dismesse dall’azienda sono state affidate alla Società Per Cornigliano, un soggetto pubblico finanziato al 45% da Regione Liguria, al 22,5% sia dal Comune di Genova sia dalla Citta Metropolitana e per il rimanente 10% da Invitalia Partecipazioni Spa che fa capo al ministero dell’Economia. Oggi, Comune (non proprio in tutte le sue componenti), Regione e governo chiedono alla Società di Cornigliano una cifra intorno agli 800 mila per integrare il reddito dei lavoratori dell’Ilva ma gli abitanti della delegazione ponentina dicono no: «È già la seconda volta che viene fatta questa operazione – ricorda Paolo Collu, coordinatore di un gruppo di lavoro del Municipio Medio Ponente che raccoglie 21 associazioni di Cornigliano – due anni fa furono utilizzati circa 5 milioni per coprire un buco della cassa integrazione dei lavoratori. Questa volta intendiamo alzare la voce per far capire che non è quello l’utilizzo previsto delle nostre risorse». Un concetto ribadito anche dal vicesindaco del Comune di Genova e anche vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: «Due anni fa doveva essere l’ultima volta – dice a “Era Superba” – non possiamo sempre fare l’italietta che fa promesse e poi se le rimangia, io sono abituato a fare quello che dico».

    Il dilemma di Cornigliano

    cornigliano-palazziLo scontro nasconde un dilemma di non facile soluzione per il quartiere di Cornigliano: bisogna dare la priorità agli stipendi dei lavoratori o alla riqualificazione del territorio? A propendere per la prima opzione, come detto, un’ampia alleanza che va dal Comune alla Regione fino al Parlamento passando naturalmente per i sindacati dei lavoratori di Ilva.

    Lo scorso 26 febbraio al Centro Civico di Cornigliano un’assemblea pubblica organizzata dal Partito democratico ha, di fatto, sancito la pace (o almeno una tregua) tra partito e sindacati (Fiom compresa) dopo le animate contestazioni delle settimane precedenti. Tutti d’accordo su un punto: è la Società per Cornigliano a dover coprire nuovamente i costi per i lavori di pubblica utilità che serviranno a cassintegrati di Ilva ad aumentare il proprio stipendio dal 70% a circa il 77% della retribuzione ordinaria.
    All’assemblea hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, e il deputato dem autore dell’emendamento all’ennesimo decreto ‘Salva Ilva’, Lorenzo Basso, decisivo per quanto riguarda gli lpu. I due rappresentanti del partito hanno definito “momentanea” la situazione e promesso che Regione e governo ripristineranno al più presto i fondi per la riqualificazione del quartiere, ma la rassicurazione non è bastata. «Non possiamo lavorare sulle promesse – controbatte Collu – ci servono tempi e impegni precisi su cui eventualmente discutere». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco Bernini, non invitato all’incontro: «Per Cornigliano si è aperto un tavolo con un elenco di interventi ben preciso, ogni euro tolto alla Società in questo momento è un euro tolto alla riqualificazione del quartiere».

    Bernini non si fa certo problemi ad andare contro la linea dominante del “suo” Pd che, anzi, accusa di essere troppo allineato alle scelte della Regione (in questo caso ma non solo). «L’idea di spostare i fondi dalla Società all’integrazione della cassa integrazione dei lavoratori Ilva è stata di Rixi – sostiene – e trovo imbarazzante, anche da un punto di vista politico, che la giunta comunale chieda i soldi a Società per Cornigliano anziché fare una giusta battaglia contro la Regione Liguria. Se, come detto dall’assessore Rixi, il sacrificio è solo di ‘poche miglia di euro’, allora perché non viene fatto con fondi regionali?». Il vicesindaco, dunque, si è detto pronto a votare contro un simile provvedimento in un prossimo cda di Società per Cornigliano, arrivando anche ad ipotizzare le dimissioni dalla stessa qualora, come probabile, non dovesse passare la sua linea.

    Un quartiere, tante priorità

    Mercato Comunale CorniglianoVa detto che i circa 800 mila euro chiesti a Società per Cornigliano servirebbero a coprire integrazioni al reddito per lavori di pubblica utilità ai cassintegrati di Ilva solo fino al prossimo 30 settembre. In quella data, infatti, salvo intoppi, dovrebbe apparire molto più chiaro il futuro del gruppo Ilva, con la vendita definitiva della società o un suo affitto come previsto dal bando emanato dal governo, e la storia dello stabilimento (e del quartiere di Cornigliano) potrebbe cambiare bruscamente.

    Per questo, secondo i cittadini è necessario dare un’accelerata decisiva al processo di riqualificazione di Cornigliano. «Non c’è un intervento più un importante dell’altro – sottoliena Paolo Collu – e il progetto del Municipio che abbiamo consegnato al sindaco Doria e che attende di essere attivato non prevede alcun ordine ‘gerarchico’ tra le misure da mettere in atto che riteniamo tutte assolutamente di pari importanza». L’elenco, in ordine sparso, comprende la rimessa in utilizzo delle aree ex gasometri inutilizzate dal 2007, ma anche il sostegno ai commercianti del quartiere, che vivono una profonda crisi testimoniata dalla continua chiusura di attività sul territorio. «Poi non posso solo lamentarmi, perché cose ne sono state fatte – ammette Collu citando la riqualificazione di Villa Bombrini e di via Verona – ma in progetto ne abbiamo ancora molte altre».

    Lo scontro Bernini-Fiom

    ilva-corniglianoIn passato, parte dei lavori di riqualificazione del quartiere furono effettuati dagli stessi lavoratori dell’Ilva. Alla già citata assemblea pubblica dello scorso 26 febbraio, l’ex segretario della Fiom di Genova e firmatario del famoso accordo di programma per il futuro dei lavoratori Ilva, Francesco Grondona, ha proposto la stessa soluzione anche per la situazione che si sta andando a configurare. «I lavoratori non vogliono assistenza, vogliono lavoro – ha detto con la sua proverbiale incisività – perché non usare le loro braccia per i lavori di pubblica utilità necessari?». Abbiamo posto la stessa domanda a Paolo Collu, che però ha messo in luce una cattiva gestione dell’esperienza passata: «L’ultima volta fu detto al Comune del coinvolgimento dei lavoratori solo 15 giorni prima l’inizio dei lavori e in quel tempo si sono dovute organizzare le squadre e le attività. Certo, organizzati meglio, i lavori di pubblica utilità sarebbero una risposta corretta».

    Critico anche in questo caso Stefano Bernini: «Nella scorsa occasione – afferma il vice di Doria – alcune volte i lavori sono stati fatti bene, altre no. Inoltre, si tratterebbe solo di un palliativo per aumentare di poco il reddito dei lavoratori, anziché investire le risorse nelle opere utili al territorio».

    Il rischio implicito della vicenda è quello di generare una guerra tra poveri, in cui i legittimi interessi dei lavoratori vengono messi in contrasto con quelli altrettanto legittimi dei cittadini di Cornigliano. «Io vivo a Cornigliano e sul mio terrazzo trovo spesso due o tre dita di polvere nera – attacca il vicesindaco che è anche stato presidente del Municipio Medio-Ponente – Fiom e Regione Liguria stanno mettendo in piedi un’operazione che toglie risorse ai cittadini di Cornigliano, che non sono certo dei ricchi borghesi».


    Luca Lottero