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  • Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    Politiche abitative, case vuote e alloggi popolari insufficienti: quello che lo Stato non fa

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1La copertina dell’ultimo numero del bimestrale cartaceo di Era Superba è dedicata a una delle più grandi piaghe del nostro vivere nel terzo millennio: l’emergenza abitativa. Attraverso una lunga inchiesta abbiamo cercato di analizzare i dati della realtà genovese, smascherando alcuni falsi miti e pubblicando i numeri più o meno ufficiali che siamo riusciti a scovare (l’inchiesta sarà presto disponibile anche online su queste pagine in versione ridotta). Un’operazione per nulla semplice data la mancanza di un coordinamento unitario sulle politiche abitative e la discrepanza dei dati comunicati, da un lato, dall’assessorato alle politiche socio sanitarie del Comune di Genova e, dall’altro, da Arte, l’ente partecipato dalla Regione che ha il compito di gestire in tutta la Liguria gli appartamenti destinati all’edilizia residenziale pubblica. Sono quasi 4000 solo a Genova le famiglie in difficoltà in lista per un alloggio Erp (edilizia residenziale pubblica) e il patrimonio edilizio attualmente a disposizione degli enti non è neanche lontanamente sufficiente a soddisfare la richiesta.
    Ma la situazione genovese, comune a tante altre realtà italiane e non solo, è figlia di una grande latitanza, quello dello Stato italiano che sulle politiche della casa sembra aver perso il bandolo della matassa ormai da parecchio tempo.

    Federalismo fiscale, un’occasione perduta

    casa-abitazione-citofonoGià a partire dagli ultimi governi di centro sinistra prima del secondo ciclo berlusconiano (2008-2013), le risorse dedicate all’edilizia residenziale pubblica sono state sostanzialmente azzerate così come il sostegno economico all’affitto per le categorie più deboli. Parallelamente, abbiamo assistito a una progressiva alienazione di grandi patrimoni immobiliari pubblici non occupati che, con il giusto apporto di risorse, si sarebbero potuti destinare almeno in parte all’edilizia residenziale pubblica e, invece, sono stati sacrificati sull’altare del mercato immobiliare. Un processo che ancora oggi non viene meno, pur con nobili camuffamenti come quello del federalismo fiscale, di cui spesso abbiamo avuto modo di parlare da queste pagine. «Il tanto osannato federalismo fiscale – sostiene Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa nella precedente giunta Vincenzi e delegato Anci Liguria in questo settore – decantato come strumento utile per gli enti locali al fine di gestire direttamente risorse immobiliari abbandonate dallo Stato, nasce in realtà per ridurre l’indebitamento statale e degli enti locali».  Il governo – è la tesi di Pastorino – si dimentica della sua funzione sociale non pensando che i cespiti liberati dalle funzioni originarie possano essere riconvertiti a funzioni abitative per le fasce più deboli ma preferendo guardare, ancora una volta, alle più classiche speculazioni immobiliari.

    «Nella stessa legge – prosegue il nostro interlocutore – si invitano gli enti locali ad alienare gli immobili demaniali di cui sono entrati in possesso, in modo da abbattere il debito pubblico locale e statale: una quota dei proventi della vendita, infatti, viene per legge recepita da un fondo nazionale creato ad hoc, mentre i Comuni sono vincolati a utilizzare un’altra percentuale per l’abbattimento del debito». Solo gli enti virtuosi possono sfruttare a proprio piacimento i ricavi. «Ma è evidente che gli enti virtuosi non hanno problemi di indebitamento. Così facendo, si favoriscono speculazioni immobiliari private, principalmente di natura ricettivo-alberghiera, e destinate esclusivamente alle solite élite economiche. In sostanza, viene chiesto alle istituzioni locali di trasformarsi in mediatori immobiliari: così la politica italiana è completamente allineata ai desiderati della trojka che consistono, in questo caso, nella privatizzazione dei beni pubblici». 

    Tutte le incongruenze del Piano Casa del governo Renzi

    [quote]Quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali[/quote]

    Ma il federalismo fiscale non è certo l’unica contraddizione del sistema. Dopo un assoluto disinteresse verso le politiche della casa fino al 2013, il Piano Casa dell’ex ministro Lupi mostrava la pretesa di dare una risposta complessiva al tema dell’abitare e alle sue problematiche più evidenti. In realtà, come ci spiega ancora Pastorino, altro non si tratta che dell’ennesimo condensato di incoerenze normative: «Al netto dell’odioso articolo 5 che impedisce l’allacciamento delle utenze agli occupanti abusivi, abbiamo da un lato un provvedimento che promette lo stanziamento di risorse per recuperare il patrimonio ERP attualmente non assegnato perché necessitante di manutenzione – si stima che a livello nazionale siano circa 600 mila gli alloggi in questa condizione, a fronte di 1 milioni di domande di accesso ad alloggi ERP inevase – bilanciato, dall’altro lato, dal suggerimento di un piano straordinario di vendita del patrimonio abitativo pubblico interferendo con decisioni proprie di Regioni e Comuni». C’è di più. «Se è vero che vengono rifinanziati i sostegni agli affitti per le fasce più emarginate di popolazione – prosegue l’ex assessore – è altrettanto vero che i circa 50 milioni di euro messi a disposizione rappresentano una quota a dir poco esigua, a fronte di un fabbisogno censito che è 5 volte superiore. Ancora: viene previsto un fondo destinato alla morosità involontaria (quella causata dall’improvvisa mancanza della fonte di reddito principale, come la perdite di lavoro, la separazione o la morte di un coniuge, NdR) con uno stanziamento sufficiente a poche migliaia di nuclei familiari mentre oggi sono oltre 1 milione le famiglie sottoposte a procedure di sfratto. Insomma, definire queste manovre insufficienti è persino un eufemismo».

    La situazione sembrerebbe già sufficientemente ambigua così ma, come da tradizione per le cosiddette leggi omnibus, anche nella nuova normativa nazionale sulle politiche per la casa bisogna fare molta attenzione alle “pieghe”. Secondo il nostro Virgilio d’occasione, infatti, vi sarebbero alcuni provvedimenti che invece di rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica, allargherebbero il campo dei finanziamenti statali all’edilizia sociale, quella cioè di iniziativa privata e quindi meno segnata dall’obbligatorietà di canoni di affitto sostenibili e naturalmente indirizzata a logiche di mercato più tradizionali che prediligono la vendita. «In precedenza – spiega Bruno Pastorino – la normativa prevedeva la firma di un accordo tra pubblico e privato per l’elargizione di contributi a fronte di un obbligo di locazione calmierata per 15 anni; adesso, il legislatore abbassa l’obbligo a 7 anni e introduce una sorta di ricompensa ai proprietari che si rendono disponibili per il riscatto futuro dell’appartamento da parte dei locatari».

    Insomma, quello che è passato come una ripresa dell’attenzione politica verso la questione dell’abitare, in realtà è un crogiuolo di contraddizioni, segnato soprattutto da un forte riguardo nei confronti dei costruttori e delle grandi proprietà immobiliari agevolate anche dall’abbassamento degli oneri fiscali, spesso con risoluzioni dannose per le fasce più deboli e che avrebbero bisogno di maggiori tutele. «A questo proposito – prosegue l’ex assessore – non va dimenticata la decisione di sospendere il blocco degli sfratti assunta dal governo lo scorso 31 dicembre. Il blocco era disciplinato dalla legge 9/2007 e non riguardava tutti i nuclei familiari sottoposti a regime di procedura esecutiva per finita locazione ma proteggeva solo i nuclei in regola con il pagamento e con membri anziani, con handicap sopra il 66% o malati terminali, quindi solo una fascia particolarmente debole. La toppa del governo a seguito delle proteste dei movimenti della casa e dei sindacati dei coinquilini è stata quasi peggiore del buco perché concede una proroga al blocco di 4 mesi: una sorta di rapida cosmesi. Peraltro, per coprire le spese di questa proroga, si è deciso di utilizzare le quote del fondo di sostegno all’abitare previste originariamente all’accompagnamento all’affitto per le frange economicamente più deboli. Come spesso accade in questo Paese, si toglie agli ultimi per dare ai penultimi. Mi sento di dire che siamo di fronte a una vera e propria cattiveria sociale perché questi provvedimenti del governo rischiano di mandare sulla strada persone che dovrebbero essere assistite non solo e non tanto per la situazione economica ma soprattutto per le condizioni sanitarie in cui sono costrette a vivere».

    Comune di Genova e Arte, un rapporto che non decolla…

    costruzione-casaCome detto, l’ambiguità del contesto nazionale si riflette nelle gestione locale delle politiche della casa, in particolar modo per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica. La proprietà degli alloggi a Genova, come abbiamo avuto modo di approfondire nell’inchiesta sul numero #59 della nostra rivista, è abbastanza equamente suddivisa tra Comune e Arte mentre  la cura, la manutenzione e soprattutto i criteri per l’assegnazione degli alloggi sono decisi interamente dalla partecipata della Regione. All’amministrazione comunale resta il compito di gestire le procedure di assegnazione e trovare i fondi per ristrutturare o implementare gli alloggi del proprio patrimonio.

    Negli ultimi tempi il tema è stato più volte affrontato dalla Commissione Welfare del Consiglio comunale, sede nella quale l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi, nel tentativo di giungere a un nuovo regolamento per bandi di assegnazione degli alloggi pubblici dei prossimi anni, ha più volte mostrato segni di insofferenza nei confronti dell’attuale sistema e metodo di governo di Arte e Regione. Non ultimo, rispondendo a un’interrogazione del capogruppo Udc in Consiglio comunale, Alfonso Gioia, l’assessore ha aperto la porta a possibili sviluppi piuttosto clamorosi: «Dalle verifiche che ho fatto finora – ha detto Fracassi, rispondendo all’imbeccata del consigliere – non mi risulta che il Comune possa essere obbligato a dare a un altro ente la gestione del proprio patrimonio». Come a dire: stiamo cercando di studiare se possiamo riprenderci la gestione diretta delle case popolari appartenenti al nostro patrimonio, sull’esempio della strada virtuosa intrapresa dal Comune di Bologna.

    La situazione è comunque delicata e meritevole di approfondimenti. Le funzioni di gestione delle case popolari sono state affidate alle Regioni con la legge n. 457/78. L’ultima norma emanata a riguardo dalla Regione Liguria è la legge n. 10/2004 al cui articolo 1 si individua come finalità la “razionalizzazione della gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica attraverso l’unificazione dello stesso in capo alle aziende regionali per l’edilizia, garantendo il contenimento dei costi”. Ma l’assessore Fracassi ha il dubbio che questa norma contrasti con altri principi sovraordinati che riguardino l’autonomia gestionale del Comune sul proprio patrimonio: «Fino agli anni ’90 – ricorda l’assessore – il nostro patrimonio era gestito direttamente da Tursi, poi la funzione è stata ceduta alla Regione perché non si avevano le risorse e le competenze interne adeguate. Ma i tempi erano diversi: il patrimonio immobiliare era più sano, vi erano finanziamenti dedicati e l’ente strumentale della Regione era più giovane. Oggi, gestire il patrimonio ERP è molto più complesso, necessita di una profonda conoscenza del territorio e di un’integrazione coerente con altre politiche socio-sanitarie. Per questo motivo, il Comune sta portando avanti un gruppo di lavoro con comitati di quartiere e sindacati degli inquilini per controllare la gestione di Arte, condividere con il territorio le priorità e cercare una maggiore collaborazione tra lo stesso e l’ente gestore». Certo, se si riuscisse a eliminare un passaggio, riportando in capo al Comune la gestione diretta, il dialogo con il territorio non potrebbe far altro che beneficiarne. Anche se, una futura doppia gestione potrebbe non aiutare nel tentativo di porre fine a un processo politico che sul tema ha mostrato di essere tanto inefficace quanto contradditorio.

    Simone D’Ambrosio

  • Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    Casa della Maddalena, alloggi e spazi per giovani e famiglie in difficoltà

    piazza-maddalena-centro-storico-genovaEravamo curiosi di conoscerlo. Padre Paolo, dei Padri Somaschi, è arrivato a Genova poco più di un anno fa, era il settembre 2013 quando si è stabilito alla Maddalena, cuore della città vecchia. Orso per sua stessa definizione, poco propenso a raccontarsi, ha alle spalle un’esperienza di quarant’anni nella lotta all’emarginazione. Non è la prima esperienza nella nostra regione, a fine anni 90 e nel 2011 si era occupato di avviare prima e di “risistemare” poi una comunità alloggio a Vallecrosia, nel ponente.

    Una volta alla Maddalena Padre Paolo si è subito calato nel quartiere, è riuscito ad integrarsi e a dare egli stesso un contributo diretto alle diverse associazioni attive (scrive per il magazine del quartiere, è parte di AMA, è uno dei soci fondatori del quartiere della solidarietà…) «Dopo i primi periodi di “ricognizione” ha iniziato a prendere forma l’idea di realizzare una Casa, un ambiente accogliente per ospitare chi ha bisogno ma anche chi ha voglia di fare e si mette a disposizione e aiuta gli altri. Sempre all’insegna del “ti accompagno per un pezzo e poi tu riprendi la tua vita”». Padre Paolo ha fondato la Casa della Maddalena, un edificio appartenente all’ordine dei Padri, adiacente alla parrocchia del Sestiere, utilizzato in passato solo per attività parrocchiali, in parte ad uso magazzino, in parte affittato e in parte vuoto. Entro l’estate offrirà un appartamento alloggio protetto gestito dalla Cooperativa Il Laboratorio, due appartamenti dati in uso temporaneo a famiglie che si trovano in difficoltà e saranno ricavati, dai 180 mq di un intero piano, tre bilocali per giovani con problemi di emarginazione, anche questi ad uso temporaneo. Un altro piano sarà ristrutturato in modo da creare sei alloggi, stanza e bagno, con una cucina e due sale comuni.

    Attualmente la Casa della Maddalena ospita un asilo e le stanze multiuso al piano terra sono a disposizione di tutte le associazioni che collaborano fra loro per usarli e gestirli insieme. Un luogo aperto al quartiere e alla città.  «L’edificio è di proprietà dei Padri Somaschi, in alcuni spazi era contenuto l’archivio generale che è stato spostato a Roma. Io ho ricevuto il mandato di venire qui a Genova e cercare di creare alla Maddalena un polo di carità Somasca, accompagnando chi ha bisogno per un periodo della vita per poi lasciarlo andare quando è di nuovo in grado di camminare con le proprie gambe». Occorre spiegare meglio chi sono i padri Somaschi e come operano: da sempre si occupano di emarginazione, di poveri e giovani in difficoltà, sono stati fondati da un laico che nel 1500 si è tolto le ricche vesti per diventare servo dei poveri e aiutare le persone avviandole ad un mestiere. Da qui parte il concetto di “carità Somasca”.

    Ma come è  possibile un’operazione del genere a livello economico? Il punto di partenza per Padre Paolo è quello di non fare speculazione; gli spazi comportano spese, ma l’obiettivo è chiudere in pari «non ho guadagnato ma nemmeno ho perso… fino a qui sono riuscito a coprire le spese». Le spese per le ristrutturazioni sono in parte sostenute da Caritas che avrà in gestione alcuni alloggi e in parte anticipate dai fondi dei Padri Somaschi, mentre per ulteriori fondi necessari si aspetta un’eventuale asta di beneficenza e in parte si confida «nella divina provvidenza… nel senso che una volta che le persone si renderanno conto che tutto funziona e che si fa del bene, gli aiuti economici arriveranno spontaneamente».

    Altre soluzioni sono quelle che il Padre è bravo a mettere in piedi come l’accordo con chi sta ristrutturando l’ultimo piano dell’edificio che poi potrà usufruirne per un periodo senza alcun canone. Ma per far sì che realtà come quelle di Casa della Maddalena possano prendere corpo e forza nel tempo, è indispensabile che si formino gruppi di persone unite da volontà comuni. «È inutile che faccia tutto io da solo senza trasmetterlo ad altri, perché il rischio è che tutto il lavoro fatto muoia con la persona che l’ha iniziato. Ecco perché ho sempre cercato, anche nelle esperienze precedenti, di formare persone che potessero poi gestire i progetti anche senza la necessità della mia presenza. Anche questa volta sarà così».

    E in attesa di vedere tutti i lavori ultimati, vi avvertiamo che Padre Paolo si sta muovendo anche verso altri quartieri della Superba…

     

    Claudia Dani

  • Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    box via bocciardoEra il 4 dicembre del 2011 quando una frana nell’area di cantiere per la costruzione di un centinaio di box interrati in via Tanini a Borgoratti provocò lo stop ai lavori e l’immediato sgombero del civico 1 di via Bocciardo, un palazzo che si trova proprio sopra gli scavi. Inizialmente le famiglie vengono rassicurate circa un rapido rientro a casa. Poi capita che passano tre anni e 7 giorni e le famiglie a casa non sono ancora rientrate.

    Non è la prima volta che scriviamo di questa vicenda (qui l’inchiesta del 2012 | qui l’ultimo aggiornamento): un’operazione immobiliare invasiva in un’area sottoposta a vincoli, un permesso a costruire che non sarebbe mai dovuto arrivare, la pubblica incolumità a rischio, un’area che non è mai più stata messa in sicurezza e un dolore, quello di sei famiglie sfollate da tre anni, silenzioso, discreto e inascoltato. «Al fine di non ostacolare equilibri già difficili siamo rimasti in silenzio per tanto tempo – racconta Enrico Ciani, inquilino e amministratore del condominio – con la speranza che si riuscisse ad ottenere qualche risultato, confidando nel buon senso, nella legittimità delle nostre richieste, nella giustizia e in chi ci amministra, ma ormai ci sentiamo completamente abbandonati, in questi anni solo litigi e discorsi privi di seguito».

    Tre anni di sentenze, ricorsi, rimbalzi di responsabilità, fallimenti, monitoraggi (intervallati da un incontro degli inquilini con il sindaco Marco Doria e da diversi colloqui con rappresentanti delle istituzioni) e il civico 1 di via Bocciardo rimane inagibile, a rischio, con le crepe ben visibili sulle pareti e le famiglie fuori casa.

    via-bocciardo-borgoratti (4)«Nessuna istituzione ha fatto nulla – continua Ciani – Il Comune, che è organo vigile per quanto riguarda il vincolo idrogeologico che in questo cantiere è stato palesemente disatteso, ci ha ricevuto dopo mesi di telefonate e mail con la promessa di aggiornarci dopo un mese. Non solo non ci ha più incontrato, parliamo di più di sei mesi fa, ma non ci ha nemmeno più risposto anche alla banalissima richiesta del verbale dell’incontro che c’è stato. Ha continuamente ripetuto che il problema è tra privati, ma ora, stranamente, ha preso in carico il monitoraggio del sito. Non ufficialmente, ci è stata anche proposta la possibilità di un intervento di messa in sicurezza relativa al solo condominio; fare quindi un intervento mirato a rendere nuovamente agibile le abitazioni per contenere i costi. Il condominio avrebbe partecipato con il Comune per sostenere economicamente l’intervento, ma ad oggi nonostante la nostra disponibilità (ricordo che non abbiamo percepito nessun indennizzo da nessuna assicurazione da nessun ente e siamo oberati di spese) non si riesce a concretizzare nulla».

    Dapprima confinata a esclusiva diatriba fra ditta e condominio, la situazione è degenerata in seguito alla palese impossibilità da parte della stessa ditta di ovviare alla messa in sicurezza come da sentenza del Tribunale Civile. A quel punto sono arrivati i monitoraggi commissionati dal Comune al dipartimento universitario DICCA per controllare i movimenti del terreno sotto al civico 1, attività che nei prossimi giorni dovrebbe essere incrementata con l’intervento di una ditta esterna, la Edilcontrol srl di Arenzano.
    All’orizzonte non sembrano dunque esserci novità sostanziali, fino a qui evidentemente i risultati delle rilevazioni hanno fatto  dormire sonni tranquilli a Tursi. Lo stesso, certo, non si può dire per gli ormai ex inquilini.

    Gabriele Serpe

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  • Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNelle periferie italiane sale la tensione, e tra insicurezza e abusivismo il risultato è una guerra tra poveri. I casi di Roma e Milano sono sulle pagine di tutti i giornali, simbolo di una disperazione alle stelle nei quartieri popolari delle grandi città, dove anno dopo anno si è accumulato un disagio sociale crescente, in zone già prive di servizi essenziali. Anche Genova non è esente da questo processo, ma qui per fortuna la conflittualità non ha ancora raggiunto il livello di guardia. Tuttavia, alcuni segnali indicano un pericolo concreto, se come sembra, l’intervento delle istituzioni si limiterà soltanto al fattore repressivo. Ci riferiamo in particolare al nuovo piano sgomberi del Comune di Genova, volto a stroncare il fenomeno delle occupazioni abusive delle case popolari. Parliamo ufficialmente di una trentina di occupanti abusivi segnalati al Comune e all’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (Arte), anche se le occupazioni effettive sarebbero un numero più elevato – circa un centinaio – e presumibilmente in aumento.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaI comitati di residenti, infatti, denunciano il dilagare di tale pratica, mentre il movimento di lotta per il diritto alla casa – che a Genova, va detto, si è concentrato soprattutto sull’occupazione di appartamenti sfitti proprietà di enti pubblici e privati, ad esempio talune fondazioni religiose – rivendica la legittimità di ogni azione finalizzata a dare risposta alla cosiddetta emergenza abitativa. Onde evitare manifestazioni di protesta «Il Comune, a partire da novembre, non darà più alcuna comunicazione agli occupanti abusivi in merito alla data e all’ora dello sgombero, il quale potrà avvenire in qualsiasi momento», hanno recentemente annunciato in commissione consiliare Welfare i responsabili dell’Ufficio Casa. «Appena la Polizia Municipale accerta l’occupazione abusiva gli occupanti vengono denunciati. In seguito del verbale dei vigili l’Ufficio Casa emette un provvedimento di rilascio dando 30 giorni per la riconsegna bonaria, ma spesso gli occupanti abusivi presentano ricorso. Dopo 30 giorni scatta lo sgombero. Fino a poche settimane fa veniva data comunicazione dello sgombero agli occupanti, adesso non più perchè sovente i nostri addetti si sono ritrovati di fronte a trenta persone dei centri sociali, rischiando anche per la propria incolumità fisica».

    Da qualsiasi punto si guarda la questione, però, sono dati di fatto l’aumento dell‘insicurezza generalizzata nei quartieri popolari, la cronica carenza di risorse destinate alla manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica, il numero insufficiente di case rispetto ad una domanda sempre maggiore. Dunque, oltre al ripristino della legalità, occorre la messa in atto di strumenti concreti, in primis per velocizzare l’assegnazione agli aventi diritto di centinaia di alloggi popolari che tuttora rimagano sfitti per lunghi mesi, come ha spiegato a Era Superba l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti «Ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte); solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione; l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’assegnazione in tempi brevi».

    Il percorso di confronto comitati – sindacati inquilini – istituzioni: sicurezza e vivibilità le prime preoccupazioni

    [quote]Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo[/quote]

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1«Le condizioni di vivibilità dei nostri quartieri continuano a peggiorare – spiega Peppino Miletta presidente del coordinamento comitati quartieri collinari – Stiamo facendo diverse assemblee sul territorio, a Cà Nova (Prà) il 19 ottobre, a San Piero (Prà) il 12 novembre, al Diamante (Begato) il prossimo 23 novembre, per promuovere un percorso di confronto tra cittadini, sindacati inquilini (Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil) e rappresentanti istituzionali di Comune e Regione. Oggi all’ordine del giorno c’è la questione sicurezza e l’aumento dell’abusivismo, conseguenza dei troppi appartamenti sfitti che, in assenza di una rapida assegnazione, vengono occupati abusivamente. A Genova non abbiamo raggiunto livelli preoccupanti come a Milano, dove le persone hanno paura di uscire perchè temono di ritrovare la loro abitazione occupata. Tuttavia, bisogna intervenire prima che anche qui la situazione degeneri. Il piano sgomberi, però, risolve solo il problema contingente, che subito dopo si ripresenterà puntualmente».

    In città, infatti, gli alloggi sfitti sono circa 800 «E nei quartieri stanno entrando personaggi, per così dire, preoccupanti aggiunge Francesco Corso, portavoce del coordinamento comitati quartiere Diamante – Non mi riferisco a famiglie disperate, bensì ad individui che nulla hanno a che vedere con le regolari assegnazioni degli alloggi popolari. Detto ciò, sappiamo benissimo che il bisogno abitativo è fortissimo. Il problema è che di questo passo rischiamo di innescare una guerra tra poveri».
    Stefano Salvetti, segretario del sindacato inquilini Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, sottolinea «Il fenomeno delle occupazioni abusive nei quartieri popolari genovesi non ha ancora assunto una rilevanza emergenziale. Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo. In audizione presso la commissione consiliare Welfare del Comune io l’ho affermato chiaramente: la situazione non si risolve solo con un sistema repressivo. Il rispetto della legalità è un aspetto importante, ma insieme ci vogliono politiche abitative degne di questo nome, assenti da lungo tempo sia sul piano nazionale che locale».

    Il consigliere comunale di maggioranza Cristina Lodi (Pd), presidente della commissione Welfare, spiega «Quello che davvero esaspera gli abitanti, come è emerso nelle assemblee a cui ho partecipato, sono i fenomeni delinquenziali che si sviluppano intorno alle sacche di abusivismo. Mi riferisco a gruppi di persone, ben circoscritti e definiti, che presidiano il territorio con sopraffazioni e minacce. Gli anziani residenti, insomma, percepiscono un clima di insicurezza generalizzata e crescente, anche a causa dell’abusivismo. Il Comune ha risposto con il nuovo Piano sgomberi, ma il problema è più ampio, e richiede l’intervento congiunto di istituzioni e forze dell’ordine. Per questo a breve faremo una commissione sul tema con l’assessore alla Legalità, Elena Fiorini».

    Velocizzare l’assegnazione di alloggi sfitti tramite un sistema di monitoraggio e pre-affidamento

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteI comitati di quartiere rivendicano l’efficace azione svolta per convincere la Regione Liguria a modificare la Legge 10 (Legge Regionale 29 giugno 2004, n. 10. “Norme per l’assegnazione e la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”, modificata con la Legge Regionale 11 marzo 2014, n. 3 “Modifiche ed integrazioni alla L.R. 29 giugno 2004, n. 10”), e adesso chiedono al Comune di Genova di fare la sua parte, modificando i criteri di assegnazione degli alloggi comunali e di Arte. «Gli appartamenti prima di essere assegnati devono essere messi a posto – spiega Peppino Miletta – Ma, vista la carenza di risorse, sarebbe ragionevole ipotizzare un affidamento agli aventi diritto che potrebbero intervenire con la messa in opera, a spese loro, successivamente scalabili dall’affitto. Così l’assegnazione sarebbe più rapida, eliminando nel contempo il motivo dell’abusivismo. Noi abbiamo proposto la creazione di una commissione ad hoc, comprendente oltre alle istituzioni anche il sindacato inquilini e i comitati, deputata ad esaminare periodicamente la situazione, individuando in tempo reale gli alloggi vuoti da ristrutturare e/o affidare. Queste cose le abbiamo ripetute in tutte le salse, presso tutti gli ambiti istituzionali, registriamo una disponibilità all’ascolto ma finora nulla di più». Francesco Corso, del coordinamento comitati Diamante, aggiunge «La Regione ha dato ai Comuni le linee guida per la redazione dei regolamenti di assegnazione, ora l’amministrazione ci lavorerà sopra. Fatto sta che le case non si possono tenere vuote per 10 mesi, bensì vanno assegnate immediatamente. Si tratta di circa 800 alloggi sfitti sul territorio. Bisogna trovare il modo di finanziare gli interventi di ristrutturazione. Attendiamo delle risposte, sennò non escludiamo di mettere in pratica iniziative di protesta eclatanti, come non pagare più gli affitti fin quando le cose non cambieranno».

    Secondo Stefano Salvetti, sindacato inquilini Sicet, pure l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia ha delle precise responsabilità nella mal gestione degli alloggi pubblici (leggi la nostra inchiesta sugli enti case popolari) «Arte dovrebbe essere più presente e prendere subito in carico gli appartamenti che si liberano, è questo il suo ruolo, invece dispone soltantanto di due ispettori che, evidentemente, non possono tenere sotto controllo l’intero patrimonio immobiliare. La vigilanza potrebbe essere esercitata tramite un monitoraggio che si avvalga delle conoscenze dirette dei comitati e del sindacato, in modo tale da sapere quartiere per quartiere dove sono gli appartamenti sfitti. Oggi esiste già una mappa informale, ma il monitoraggio va reso organico e costante, magari sfruttando le potenzialità dei mezzi informatici».

    Per quanto concerne i meccanismi di assegnazione «Una proposta è quella dei pre-affidamenti – continua Salvetti – Quando un appartamento si libera, anche se è da ristrutturare, va subito pre-affidato al soggetto che ne ha diritto in base alla graduatoria. Intanto l’assegnatario diventa una sorta di angelo custode della casa: può andare a vederla, può controllarla, avendola ricevuta in pre-affido. E volendo, come stabiliscono le linee guida regionali, può anticipare le spese per la ristrutturazione, che poi saranno scalate dal calcolo dell’affitto. Questo sistema, però, deve essere affiancato da un sistema di fidi bancari che garantisca comunque una copertura economica, anche rispetto all’eventualità di incidenti nell’esecuzione dei lavori. Sarebbe già una buona cosa se l’amministrazione comunale di Genova si muovesse in questa direzione».
    «Allo stato attuale norma vuole che gli alloggi siano assegnati una volta ultimati i lavori – risponde il presidente della commissione Welfare Cristina Lodi – Ora stiamo avviando una procedura Comune-Arte per fare sì che, già in fase di chiusura dei lavori, l’alloggio venga affidato a chi ne ha diritto. In prospettiva futura si potrebbe parlare di pre-affidi, ovvero di assegnazione prima dell’esecuzione degli interventi, con possibilità di ridurre il canone all’assegnatario in base al riconoscimento dei lavori eseguiti. Il Comune adesso deve lavorarci. Inoltre, stiamo pensando di portare avanti un progetto che prevede un processo di analisi su alcuni condomini afflitti da problematiche di vario genere, scelti in base alle segnalazioni di criticità provenienti dai quartieri, e la sperimentazione di modalità operative che potranno essere replicate in altri contesti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Case popolari: ascensori vecchi e fuori uso. Problema da oltre 8 mln di euro

    Case popolari: ascensori vecchi e fuori uso. Problema da oltre 8 mln di euro

    Begato, la diga di via MaritanoL’ascensore inclinato di via Novella, nella zona del Cep di Prà, è una struttura moderna di proprietà comunale, inaugurata nel giugno 2003, e sostanzialmente ancora giovane rispetto alla stragrande maggioranza degli impianti elevatori presenti nelle case popolari (Erp, edilizia residenziale pubblica) sparse sul territorio genovese, dal Ponente alla Val Polcevera, risalenti perlomeno a trenta, quarant’anni orsono. Tuttavia, richiede una manutenzione particolare, data la complessità di un sistema che permette il collegamento tra via Novella e la sottostante via Montanella, dove è presente il supermercato Lidl e la fermata dei mezzi pubblici per le delegazioni di Voltri e Prà. Da oltre un mese, però, l’impianto del Ceputilizzato dagli inquilini dei civici Erp dal n. 24 al n. 32 di via Novella (per i quali rappresenta un varco di accesso facilitato ai portoni dei palazzi, sennò raggiungibili esclusivamente tramite una lunga e ripida scala), ma pure dagli altri residenti nella medesima via e nel resto del quartiereè fermo perchè devono essere sostituite alcune sue componenti interne.
    Diverse centinaia di cittadini, tra cui numerosi anziani e persone con difficoltà di deambulazione, ogni giorno prendono l’ascensore inclinato per scendere a valle. Senza dimenticare che l’ampia cabina consente di caricare anche una barella, velocizzando così le eventuali operazioni di soccorso in caso di emergenza.

    La manutenzione ordinaria degli impianti elevatori che servono gli edifici Erp (sia del Comune di Genova che di Arte, azienda regionale territoriale per l’edilizia), fino al luglio scorso era affidata dalla stessa Arte (ente responsabile di tale attività) alla ditta Schindler Group. Oggi, a seguito di una nuova gara di appalto per l’affidamento di tutte le operazioni di manutenzione nelle case popolari, l’incarico è stato appaltato ad un’altra grande multinazionale del settore, la Kone. Quest’ultima, però, avrebbe effettivamente iniziato ad occuparsi dell’impianto di via Novella soltanto dopo Ferragosto. In altre parole, l’ascensore inclinato sarebbe rimasto orfano di manutenzione per circa un mese, a cavallo del cambio di gestione da una ditta all’altra, e ciò spiegherebbe lo stop prolungato e tuttora perdurante, con i conseguenti disagi per una popolazione che al Cep supera le 2000 unità.

    La situazione degli ascensori del patrimonio Erp nei quartieri collinari

    In generale, su tutto il territorio, gli ascensori delle case popolari presentano criticità endemiche «Si tratta di impianti obsoleti, dunque le ditte incaricate hanno difficoltà a trovare in breve tempo i pezzi di ricambio – spiega Peppino Miletta, presidente coordinamento comitati quartieri collinari – Le problematiche maggiori riguardano Begato, soprattutto il quartiere Diamante, in particolare la “Diga” di via Maritano, e poi il Cep di Prà, soprattutto il quartiere San Pietro, in particolare gli edifici chiamati “Lavatrici”. Noi da tempo chiediamo una graduale sostituzione degli ascensori, ma la risposta di Arte è che non ci sono soldi. Secondo noi è necessario perlomeno un lavoro di prevenzione. Chi gestisce la manutenzione, insomma, dovrebbe valutare attentamente quali sono le componenti sottoposte ad usura maggiore, e segnalarle ad Arte, in modo tale che l’azienda regionale si adoperi per immagazzinare i pezzi adeguati, evitando fermate troppo prolungate degli impianti».
    La questione degli ascensori è da sempre una delle principali preoccupazioni dei residenti nelle costruzioni Erp, conferma Giorgio Colla, presidente del comitato quartiere Voltri Due «Si tratta di quartieri in cui vivono prevalentemente persone anziane e malate, quindi, visti gli innumerevoli guasti agli ascensori, è capitato spesso di vedere gli inquilini, affiancati da volontari, costretti a trasportare giù a braccia lungo le scale dei palazzi, chi da solo non riesce a muoversi sulle proprie gambe. La ditta Kone si è aggiudicata il nuovo appalto della manutenzione. In questa prima fase il dato positivo è che essa si sta rivelando più tempestiva negli interventi rispetto all’azienda precedente. Recentemente abbiamo avuto un incontro con Arte per concordare un programma di 5-6 interventi di sostituzione della cabine più vetuste, che presumibilmente partiranno ad ottobre-novembre, resi possibili grazie ad un residuo di finanziamento destinato a Voltri Due».
    Per quanto riguarda la Valpolcevera, e nello specifico il quartiere Diamante (Begato) «I problemi più grossi si riscontrano alla “Diga” di via Maritano, e negli impianti delle abitazioni di via Cechov, sovente fermi – racconta Gianni Greco, presidente del comitato quartiere Diamante – Bisogna dire che ultimamente il Comune ha stanziato 250 mila euro per agire sulle priorità e la messa in sicurezza degli ascensori della “Diga”. Ma in numerosi impianti sarebbe necessario sostituire le componenti principali. Di recente ci siamo recati in sopralluogo con gli ingegneri di Arte proprio per visionare la situazione».
    Francesco Corso, presidente coordinamento comitati Diamante, aggiunge «Il cambio ditta, da Schindler a Kone, non risolve alcunchè. Il nuovo gestore della manutenzione, infatti, dovrà fronteggiare le medesime difficoltà, soprattutto nel reperire i pezzi di ricambio, del suo predecessore. Per migliorare le cose l’unica possibilità è mettere mano al portafoglio. Per sostituire completamente un impianto servono 30-40 mila euro. Qualche anno fa si parlava di circa 2-3 milioni di euro quale cifra necessaria per ripristinare tutti gli ascensori del patrimonio Erp genovese. Dunque una cifra notevole per le casse pubbliche. Tuttavia, continuando ad agire in questa maniera, soltanto per tamponare le urgenze, le istituzioni stanno buttando via il denaro. Secondo una mappatura aggiornata su 400 ascensori complessivi, circa 200 possono ancora funzionare con investimenti non troppo ingenti. Gli altri 200, in particolare del patrimonio comunale, sono da sostituire quasi integralmente (porte, funi, cabine, rulli, ecc.). I problemi, comunque, interessano anche il patrimonio Arte. La Regione, però, grazie ad alcune operazioni immobiliari del patrimonio Arte, qualche denaro in più lo mette sul tavolo, mentre il Comune ha sicuramente più difficoltà a livello finanziario».

    begato-diga-d1L’azienda regionale territoriale per l’edilizia, dal canto suo, afferma di essere perfettamente a conoscenza dell’importanza del servizio fornito dagli ascensori nei palazzi dei quartieri popolari «Il parco ascensori nelle case Erp raggiunge le 400 unità – spiega l’ing. Giovanni Spanu, direzione tecnica di Arte – Un parco ascensori nel complesso vetusto, spesso afflitto da problematiche di tipo strutturale complessivo: mi riferisco agli edifici in cui la presenza di infiltrazioni d’acqua, umidità, ecc., peggiora la condizione degli impianti, e periodicamente ne inficia la funzionalità. Costruzioni sorte già tendendo a limitare i costi, penso ai casi di Begato e del Cep. Tutta l’impiantistica paga le conseguenze di una simile concezione di costruire. Inoltre, le componenti tecniche degli ascensori risentono della loro vetustà. I pezzi di ricambio, infatti, sono difficilmente reperibili sul mercato in breve tempo. E poi si continua ad investire solo per tamponare i guasti e non con la necessaria visione prospettica».
    La gestione del parco ascensori, secondo Spanu, è resa più faticosa dai comportamenti incivili di alcuni inquilini «Le ditte ci dicono che, rispetto ad un impianto medio, il quale riceve due chiamate di intervento all’anno, i nostri ne ricevono ben sette».
    L’insufficienza delle risorse economiche, tuttavia, è palese «Il 10% degli impianti sono in condizioni particolarmente critiche, per cui gli interventi che eseguiamo non bastano a risolvere le criticità – continua Spanu – Parliamo del Diamante ma anche di tante diverse situazioni sparse sul territorio. Il 30-40% è funzionante. Il 50-60% è afflitto da problematiche varie. Comunque sia, Arte sta investendo, soprattutto su interventi di sostituzione delle componenti: quadri, operatori di porte, ecc. Negli ultimi tre mesi abbiamo speso circa 70 mila euro. Il recupero complessivo di un singolo ascensore oscilla tra i 30 e i 50 mila euro. Adesso, con il nuovo contratto di appalto, faremo uno screening generale, e per la fine dell’anno contiamo di avere un quadro più preciso sullo stato dell’arte».
    Il passaggio di consegne, avvenuto nel luglio scorso, tra precedente (Schindler) e nuovo soggetto manutentore (Kone), è stata un’operazione delicata «Nella prima fase non tutto è funzionato appieno – ammette l’ing. Spanu – Bisogna ricordare che tale trasferimento genera una serie di criticità connesse alla gestione informatica, al passaggio di codici, così come al caricamento dei dati sul sistema, ecc. Sapevamo che ciò avrebbe comportato un impatto sul servizio. Abbiamo scelto di eseguire il cambio di ditta durante l’estate proprio perchè speravamo di mitigare i disagi».

    Il caso dell’ascensore inclinato di via Novella al Cep (Prà)

    Lo stop prolungato dell’impianto inclinato del Cep in parte sarebbe dovuto al cambio di gestione dell’attività di manutenzione «La Schindler, che fino a luglio se ne è occupata, nel particolare caso di via Novella si era affidata ad una ditta in subappalto, la Maspero (Maspero Elevatori S.p.A, nda) – racconta il presidente coordinamento comitati quartieri collinari, Peppino Miletta – Il nuovo soggetto gestore non era a conoscenza di ciò, e neppure della complessità di questo impianto, per cui ha trovato difficoltà nell’intervenire. Nel contempo, i tecnici di Arte non si sono preoccupati del fatto che le componenti dell’ascensore sono sottoposte ad intensa usura, e quindi non hanno acquistato per tempo i pezzi da sostituire. Diciamo che si è verificato un periodo di vacatio, nel quale nessuno ha controllato a dovere la situazione. Noi abbiamo segnalato ad Arte il grave disagio chiedendo di fare qualcosa. Devo dire che fortunatamente l’azienda regionale ha risposto: da lunedì 22 settembre negli orari di punta è stato predisposto un servizio di bus navetta che trasporta i residenti su e giù da via Novella. Ci hanno assicurato che le componenti di ricambio arriveranno entro il 12 ottobre, mentre l’ascensore dovrebbe entrare in funzione entro il 17 ottobre».

    Anche il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) si è interessato al caso di via Novella «Scriverò una lettera ad Arte per sollecitare l’intervento di ripristino. Ma intendo fare un approfondimento sulla gestione degli ascensori in tutti gli immobili a gestione Arte. È un tema delicato che coinvolge numerosi residenti nelle case popolari dal Ponente alla Val Polcevera».

    Per quanto riguarda l’ascensore di via Novella «Parliamo di un impianto estremamente complesso – risponde l’ing. Giovanni Spanu, direzione tecnica di Arte – Fino a pochissimo tempo fa era l’unico a Genova con quella lunghezza di corsa, ma di recente ne è stato realizzato uno simile a Quezzi. È un impianto moderno che richiede una gestione puntuale, e tutte le sue componenti devono essere sottoposte a manutenzione programmata. L’ascensore ha subito spesso rotture causate dall’uso intenso. Qualche tempo fa, con un finanziamento del Comune, avevamo eseguito un’importante riqualificazione. In questi ultimi 3 anni, però, l’apertura del supermercato Lidl ha determinato un’esplosione inaspettata in termini di utilizzo dell’impianto inclinato. L’imprevisto ha voluto che i problemi si sommassero al passaggio da precedente a nuova ditta. Comunque, noi proporremo al Comune di effettuare un investimento per cercare di risolvere definitivamente le criticita. L’ascensore di via Novella ritornerà in funzione a metà ottobre, poi probabilmente avrà ancora bisogno di una fermata successiva».

     

    Matteo Quadrone

  • Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    Enti case popolari a rischio default: facciamo il punto dopo il caso Arte Genova

    centro-storico-castello-vicoliLa questione casa è senza dubbio l’argomento più caldo del momento (qui l’inchiesta di Era Superba relativa al territorio genovese), capace di richiamare in piazza una moltitudine di persone – giovani e meno giovani, italiani e stranieri – per chiedere al Governo risposte concrete a favore di chi è rimasto senza un tetto e non soltanto repressione contro le occupazioni abusive di alloggi sfitti portate avanti in questi mesi dal Movimento di lotta per la casa sorto in numerose città italiane, tra cui Genova.
    La drammatica situazione odierna è il risultato della prolungata assenza di politiche strutturali per l’abitare e di finanziamenti stabili ad hoc per l’edilizia residenziale pubblica (Erp). Ma pure il modello di gestione degli alloggi pubblici – attualmente disimogeneo sul territorio nazionale, frammentato com’è nei diversi enti casa territoriali che hanno sostituito gli Iacp (Istituti autonomi per le case popolari) – andrebbe completamente ridisegnato, visto che finora esso non si è dimostrato socialmente efficace e neppure economicamente sostenibile.

    «Le case popolari rischiano il default – lancia l’allarme Emidio Ettore Isacchini, presidente di Federcasa (federazione di 114 enti che, in tutta Italia, costruiscono e gestiscono abitazioni sociali) – Troppi i nodi da tempo irrisolti dei quali la politica non sembra volersi fare carico: dalla confusione sul pagamento dell’Imu, alla mancanza di risorse per il settore, all’assenza di agevolazioni sotto il profilo energetico. A tutto ciò si aggiunge la necessità di individuare norme precise che indichino la missione degli enti gestori».
    Senza dimenticare, però, gli esempi di malgestione degli stessi ex Iacp, sovente utilizzati per effettuare operazioni finanziarie che certamente non rientrano tra le loro primarie finalità. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Arte Genova (una delle 4 aziende territoriali per l’edilizia controllate dalla Regione Liguria), indebitatasi di circa 76 milioni di euro per acquistare – tra 2012 e 2013 – alcuni immobili di proprietà delle Asl liguri (tra i quali l’ex ospedale psichiatrico di Quarto) allo scopo di ripianare il buco nel bilancio sanitario regionale. Beni in seguito messi all’asta per 116 milioni ma ad oggi rimasti invenduti. La Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta sul trasferimento del debito dalla Regione Liguria ad Arte, mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiesto chiarimenti alla Giunta guidata da Claudio Burlando.

    A tal proposito, nella relazione ministeriale si legge: “Dalla lettura dei dati di bilancio emerge come l’azienda (Arte Genova, ndr) non avesse la liquidità per far fronte alla compravendita di immobili e che le necessarie risorse finanziarie siano state procurate attraverso il ricorso al sistema bancario. Questa operazione ha permesso all’azienda regionale di surrogare il debito verso la regione in un debito verso il sistema bancario (nello specifico Banca Carige) con l’accollo degli oneri conseguenti all’indebitameto. Va inoltre evidenziato che le eventuali plusvalenze che Arte dovesse conseguire dalla cessione dei predetti immobili dovranno essere rigirate alla Regione Liguria […] Il piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare approvato dalla Regione è certamente legittimo […] Tuttavia, le modalità di dismissione destano qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità economica dell’operazione da parte di Arte Genova”.

    Il dissesto finanziario degli enti casa riguarda pure altre realtà territoriali – come ad esempio Aler Milano e le aziende Ater del Lazio – con bilanci in profondo rosso soprattutto a causa del ricorso a costose consulenze e all’impiego di strutture spesso elefantiache, oltre al pesante fardello rappresentato da una morosità – in particolare quella incolpevole – costantemente in crescita.

    Enti case popolari, la posizione di Federcasa

    «Premesso che non conosco nel dettaglio la condizione di Arte Genova – spiega Isacchini – comunque, purtroppo, questo non è l’unico caso in Italia. In realtà la missione delle aziende territoriali è quella di costruire, acquistare e gestire case popolari per le fasce meno abbienti della popolazione. Al contrario simili operazioni, non frutto di scelte autonome ma piuttosto legate a particolari esigenze delle singole regioni, mettono in estrema difficoltà gli enti casa esponendoli al pubblico lubridrio come fossero tutti dei carrozzoni parastatali indebitati. Teniamo conto che i finanziamenti pubblici destinati al settore Erp si sono praticamente azzerati. Dal ’98 ad oggi, da quando sono stati eliminati i contributi Gescal, le risorse sono calate progressivamente fino all’esaurimento attuale. La conseguenza è che in Italia non riusciamo ad aumentare il parco Erp nonostante la forte richiesta di case popolari». Secondo il presidente di Federcasa anche «Le politiche fiscali sono diventate ormai insostenibili e devono essere oggetto di revisione affinché le politiche abitative possano avere il giusto respiro». La criticità principale è relativa alla definizione di “alloggio sociale”, nella quale, in base alla Legge di Stabilità approvata a dicembre 2013, non rientrano gli alloggi popolari. Secondo la legge vigente, infatti, gli enti casa sono tenuti al pagamento dell’Imu come seconda casa, un esborso non sopportabile che potrebbe provocare il dissesto dei bilanci delle varie realtà territoriali. «Ogni anno dobbiamo battagliare con l’amministrazione statale – continua Isacchini – Proprio in questi giorni sono stato in audizione al Senato. E le posso dire che se ci obbligheranno a pagare l’Imu dovremo dichiarare l’impossibilità a svolgere il nostro ruolo».

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNel frattempo, il Governo Renzi, con il decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 intitolato “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per Expo 2015“, prevede di investire nel comparto abitativo un miliardo e 741 milioni di euro con tre obiettivi: sostenere gli affitti con la formula della cedolare secca, allargare i vani destinati alla residenza pubblica, e favorire la sua maggiore diffusione sul territorio. In linea generale viene istituito un Piano di recupero immobili Erp da 400 milioni di euro destinati a 12 mila alloggi che andrà ad agevolare la riqualificazione energetica, antisismica o impiantistica dell’immobile. 68 milioni saranno, invece, indirizzati al recupero di 2 mila e 300 vani per categorie in particolare stato di difficoltà, come le famiglie con reddito sotto i 27mila euro lordi, i portatori di handicap, malati terminali, nuclei con over 65, ecc. Inoltre, nasce il Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp; soprattutto chi usufruisce di un alloggio di edilizia residenziale popolare come abitazione principale e appartiene a fasce di reddito particolarmente basse potrà vedersi riconosciuta una detrazione di 900 euro se il reddito è inferiore a 15.493,71 euro oppure di 450 euro per redditi complessivi sotto i 30.987,41 euro.

    «Si parla di 12 mila interventi destinati al recupero di alloggi che attualmente non possono essere affittati perché fuori norma – sottolinea Isacchini, presidente di Federcasa – Sono troppo pochi rispetto alla reale necessità. Abbiamo una lista d’attesa inevasa di almeno 700 mila persone, i numeri sono eloquenti. Quella del Governo, dunque, è una risposta piuttosto limitata, che per di più potrà effettivamente esplicarsi solo in tempi lunghi».
    Secondo il presidente Isacchini, anche i piani di vendita delle case popolari agli inquilini «In questi anni hanno fornito risultati negativi. Le persone oggi hanno sempre minori possibilità di acquistare un’abitazione e sono disincentivate a farlo a causa della fiscalità elevata che si è concentrata sulla casa». D’altra parte gli alloggi Erp, come ammette Isacchini «Stanno cadendo nel degrado, visti i bassi affitti che gli enti casa percepiscono a cui si somma la morosità crescente. Insomma, le nostre aziende non possono più svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria. Questa è una situazione di difficoltà generale in tutta Italia». Inoltre, circa il 90% delle case popolari (oltre 600 mila abitazioni in tutto il Paese) necessita di lavori straordinari di efficientamento energetico. «Chiediamo al ministero dell’Ambiente e all’Esecutivo di individuare le soluzioni necessarie all’ammodernamento di un patrimonio oltremodo datato, a partire dall’estensione alle aziende casa della detrazione del 65% sulle spese sostenute» afferma Isacchini, presidente di Federcasa, che aggiunge «Occorre una vera politica nazionale dell’abitare. Lo sappiamo bene che le casse dello Stato sono pressoché vuote, però, il ruolo della politica è quello di reperire le risorse, anche in altri modi».
    Invece, a proposito del social housing, molto in voga negli ultimi anni, la posizione di Federcasa è chiara: «Si parla di numerosi progetti social housing, ma gli immobili realizzati in realtà sono pochissimi – sottolinea Isacchini – Le aziende al momento non sono in grado di promuovere queste iniziative che, peraltro, si rivolgono ad una fascia di popolazione che non è quella abitualmente destinataria dell’edilizia residenziale pubblica. Social housing è di sicuro una bella parola, un’ipotesi che può anche essere importante, soprattutto nelle grandi città, per calmierare il mercato privato e favorire il ceto medio. Tuttavia, non credo proprio che sia questa la risposta di cui hanno bisogno le famiglie». Per Federcasa, infatti, è necessario «Puntare su recupero, riqualificazione, risparmio energetico, interventi di carattere strutturale – conclude il presidente Isacchini – sono azioni fondamentali che consentono l’opportunità di accedere ai Fondi europei. Noi auspichiamo che tali risorse vengano destinati al settore Erp, soltanto così sarà finalmente possibile aumentare il parco di case popolari in Italia».

    Le proposte dei sindacati inquilini

    I sindacati degli inquilini – Sicet Cisl (Sindacato inquilini casa e territorio), Sunia Cgil (Sindacato unitario nazionale inquilini ed assegnatari) e Uniat Uil (Unione nazionale inquilini ambiente e territorio) – sono stati recentemente auditi (il 16 aprile scorso) dalle Commissioni 8 “Lavori pubblici, comunicazioni” e 13 “Territorio, ambiente, beni ambientali” del Senato proprio in merito al disegno di legge n. 1413 – Conversione in legge del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47, recante “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”.
    Per le 3 sigle sindacali che hanno sottoscritto un documento unitario “Il disegno di legge rappresenta un segno di discontinuità rispetto alla grave assenza di attenzione ai problemi legati alla locazione… la decisione di alimentare con risorse aggiuntive, sia l’intervento statale per l’aiuto preventivo agli inquilini (FSA) che quello per la morosità incolpevole, risulta particolarmente positiva, anche se il dimensionamento economico è di gran lunga inferiore alla domanda rappresentata da oltre 350 mila famiglie”.
    Sicet Sunia e Uniat, però, sottolineano “È improrogabile un’offerta immediata di edilizia residenziale pubblica attraverso azioni di recupero, con interventi leggeri su alloggi degli enti gestori attualmente non assegnabili. La programmazione del recupero va sostenuta e incoraggiata, con procedure di estrema semplificazione per raggiungere l’obiettivo in tempi rapidi e certi. Questa azione non è realizzabile come previsto dal decreto, con linee di finanziamento dilatate nei prossimi sei anni e con una dotazione per il 2014 di soli 5 milioni di euro”.
    Oltre a queste misure, il provvedimento contiene ancora una volta interventi normativi di agevolazioni fiscali ed urbanistiche nei confronti del social housing, che lasciano molto perplessi i sindacati “Innanzitutto perché una norma sull’emergenza, con risorse limitate, dovrebbe indirizzare i propri sforzi verso priorità dettate della domanda che non è il social housing – scrivono Sicet, Sunia e Uniat – poi perchè il risultato prodotto da questo insieme di interventi tramite i fondi immobiliari ha cantierato solamente in 5 anni 1684 alloggi in locazione”.
    Inoltre, il disegno di legge prevede delle norme per favorire la vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica a prezzi legati al livello dei canoni corrisposti e con agevolazioni sui mutui. “L’ennesimo tentativo di dismissione generalizzata dell’Erp – sottolineano i sindacati inquilini – dopo il fallimento di tutti i propositi simili messi in atto dalla 560/93 in poi, denota come l’edilizia popolare sia considerata erroneamente un problema e non un’opportunità”. Infine, secondo Sicet, Sunia e Uniat “Va affrontato il problema degli ex Iacp, sia rispetto all’efficacia del modello di gestione, con particolare riferimento alla sostenibilità sociale ed economica, sia alla governance. Anche in questo caso l’occasione può essere rappresentata dalla riforma del titolo V della Carta Costituzionale per una giusta ed equilibrata collocazione delle competenze e della definizione dei livelli essenziali in materia di Erp”.

    Stefano Salvetti, segretario genovese del Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, spiega: «Stiamo elaborando un documento che porteremo all’attenzione delle altre organizzazioni sindacali con l’intento di condividerlo. La premessa necessaria è la seguente: la riforma Bassanini ha messo tutto il carico dell’edilizia residenziale pubblica sulle spalle delle Regioni, ma oggi l’80% dei bilanci regionali è rappresentato dalle spese per la sanità ed il trasporto pubblico, mentre per le case popolari rimangono soltanto le briciole. Dunque, occorre ripensare l’organizzazione di livello regionale. Abbiamo chiesto un incontro all’assessore alle politiche abitative della Regione Liguria, Giovanni Boitano e anche al governatore Claudio Burlando che non ha ancora detto una parola sul tema». Per quanto concerne il livello centrale «Il primo principio della proposta che stiamo elaborando è la necessità di una legge quadro di indirizzo nazionale, che noi chiediamo da tempo e non è mai stata realizzata, con un finanziamento stabile per l’Erp. Invece, ormai da anni, in particolare da quando sono finiti i contributi Gescal (circa 3000 miliardi di vecchie lire all’anno provenienti dai lavoratori dipendenti), le case popolari ricevono soltanto dei finanziamenti a spot che ogni volta dobbiamo conquistarci con le unghie. Le Regioni, terminate le proprie risorse residue, oggi non hanno più finanziamenti dedicati ai piani Erp e da sole non saranno mai in condizione di affrontare questa importante partita». Secondo Salvetti «Spetta allo Stato determinare i livelli essenziali in materia di Erp da garantire su tutto il territorio. La definizione di alloggio sociale, soggetto a finanziamento pubblico, è fondamentale per indirizzare le risorse centrali. I pochissimi aiuti di Stato devono essere destinati esclusivamente all’Erp e non al social housing che non rappresenta una risposta per le fasce meno abbienti. Parliamo di progetti di cofinanziamento pubblico-privato, molti dei quali rimasti solo sulla carta. Con l’housing sociale gli affitti si attestano su circa 400-500 euro al mese più le spese di amministrazione. In Italia, invece, servono vere case popolari con affitti sui 100-150, massimo 200 euro al mese. Così sarebbe possibile aumentare il parco Erp disponibile, dapprima puntando sul recupero degli immobili e poi sulla trasformazione edilizia dell’esistente».

    Il secondo principio della proposta del Sicet riguarda il modello di gestione degli alloggi pubblici. «In Italia occorrono dei criteri uniformi – spiega Salvetti – Attualmente, invece, a livello gestionale regna una gran confusione. Esistono aziende regionali, realtà che ancora hanno gli ex Iacp, chi mantiene la potestà in capo ai Comuni, ecc. Noi in generale proponiamo di costituire delle “agenzie pubbliche del welfare” con un amministratore unico. Ma soprattutto ci vuole un organo di sorveglianza esterno: un consiglio di indirizzo che assicuri la partecipazione di tutti i soggetti, Regione, Comune, sindacati inquilini, ecc., deputati a svolgere un ruolo di controllo delle azioni svolte e di verifica dei risultati ottenuti. Per la Liguria immaginiamo un’unica agenzia che si dirama in unità operative di decentramento, al posto delle odierne quattro aziende».

    In merito alle misure previste dal Governo, il giudizio di Salvetti è sostanzialmente negativo: «I 400 milioni di euro per 12 mila alloggi da ristrutturare sono briciole. Nel piano di Renzi ci sono delle evidenti contraddizioni. Da un lato si destinano risorse al recupero degli immobili. Dall’altro si cerca di incentivare la vendita di alloggi. Ma in Italia non dobbiamo neppure ipotizzare di vendere le case popolari che già sono numericamente poche rispetto agli altri paesi europei. Con una percentuale pari al 4%, infatti, siamo la nazione con la minore quota di alloggi di edilizia residenziale pubblica, a fronte del 36% dell’Olanda, del 22% del Regno Unito e del 20% della media comunitaria. Al contrario l’iniziativa privata ha continuato a proliferare senza dare alcuna risposta alle persone bisognose di un tetto».

    Matteo Quadrone

  • Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    Arizona, ecco il cuore popolare della Val Bisagno dopo il Contratto di Quartiere

    arizona-molassana-edilizia-popolare-casePer gli abitanti di Molassana, la zona all’inizio della valle del Rio Geirato, tra Via Sertoli e Piazza Unità d’Italia, si chiama “Arizona”. Forse non sono in molti a saperlo, forse i genovesi di altri quartieri oggi lo ignorano, e lo ricordano solo gli abitanti più longevi di Molassana, che lo hanno raccontato ai più giovani. Un tempo, questo era un quartiere in fermento, e la sua storia è la storia di una Genova bella e viva, ma anche ambigua e sfaccettata. Abbiamo visitato la zona durante la diretta twitter di #EraOnTheRoad: nato come quartiere popolare, nel corso del tempo la sua fisionomia non è cambiata e di recente qui sono stati avviati importanti interventi di edilizia sociale, voluti dal Comune e da ARTE.

    L’Arizona genovese, la storia

    È un luogo nato dalla demolizione dei quartieri del centro storico genovese degli anni’30, l’area popolare di Ponticello lasciò il posto agli alti palazzi di piazza Dante (l’approfondimento da guidadigenova.it), un primo passo che avrebbe per sempre stravolto la fisionomia del quartiere di Portoria che venne poi in gran parte demolito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale (documentario video da guidadigenova.it). Proprio a seguito di queste trasformazioni urbane si è formata l’Arizona di Molassana: qui sono sorti casamenti ed edifici di edilizia popolare, per accogliere gli abitanti del centro storico rimasti senza casa.
    Negli anni del dopoguerra, questo è diventato uno dei centri principali del quartiere, che riuniva oltre 600 famiglie (circa 4 mila persone) nei sei palazzi di nuova edificazione e accoglieva il più della popolazione della zona.

    arizona-molassana-case-popolari-verticalePerché sia stato scelto proprio questo nome oggi sembra che a Molassana in molti non lo ricordino più: è un soprannome nato anni fa, quando all’Arizona le bande di ragazzi si scontravano per strada e c’erano poche opportunità. Qui, si diceva, dovevi imparare a cavartela da solo: c’è chi l’ha definito un Far West genovese, con i cowboy e le risse del cinema di quegli anni, o chi l’ha descritto come una “favela”. Insomma, un quartiere popolare di pasoliniana memoria, in quell’Italia del dopoguerra che voleva farcela, a tutti i costi, a discapito di una realtà oggettiva talvolta ai limiti del sopportabile.

    [quote]Anarchici, antifascisti, emigrati sardi siciliani toscani convivevano
 in via Sertoli assieme a disoccupati, e anche ex ospiti delle galere di Marassi. Una umanità sofferente, ricca di orgoglio, piena di volontà di riscatto”, scriveva Giordano Bruschi su Liberazione il 24 aprile 2009.[/quote]

    Nel quartiere Arizona viveva Paride Batini (1934-2009), leader storico dei portuali genovesi, per 25 anni console a guida della Compagnia Unica e oppositore della liberalizzazione dei traffici portuali. Antifascista, filo-anarchico, Batini faceva parte del Pci e fu attivo in prima linea nelle giornate del 30 giugno 1960, in cui “i ragazzi delle maglie a strisce” si opponevano al congresso missino a Genova (l’approfondimento da guidadigenova.it). La sua storia parte dal quartiere di periferia e su di esso si forma.

    L’Arizona nel 2014: il Contratto di Quartiere

    Nel corso degli ultimi anni qui si sono registrati cambiamenti importanti e significativi, che hanno consolidato la fisionomia “popolare” del quartiere. È stato avviato un programma di riqualificazione dei caseggiati anni ’30, che ha portato alla realizzazione di vari alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP). Si tratta del Contratto di Quartiere (CdQ 2 Molassana, messo in pratica anche a Voltri e nel ghetto), avviato nella seconda metà del 2005, dopo una lunga fase procedurale per l’approvazione da parte del Ministero delle Infrastrutture e la partecipazione al bando regionale per l’accesso ai finanziamenti (12 milioni di provenienza pubblica).

    L’operazione è stata salutata da alcuni come “il più grande intervento comprendente edifici storici, con 420 abitazioni di edilizia pubblica, tra nuova costruzione e recupero”: sono stati creati 369 alloggi ERP, di cui 244 di nuova costruzione (ai civici 11A/11B di Via Sertoli e 14/16 di Via S. Felice, in cui sono stati demoliti i palazzi esistenti) e 125 di recupero (civici 7 e 17). A questi sono da aggiungere altri 52 alloggi sempre ERP, al civico 9: qui i lavori sono iniziati nella seconda metà del 2012 e stanno per essere ultimati. I lavori nel primo lotto (11 A/B Via Sertoli, 14/16 S. Felice) sono stati ultimati e consegnati anni fa. Di recente, nell’aprile 2012 sono stati consegnati altri alloggi (35 su 70) al civico 7 di Via Sertoli.
    L’opera di riqualificazione del quartiere è stata quasi del tutto completata: per la ristrutturazione sono stati investiti circa 5,5 milioni di euro, a cui corrisponde un costo unitario contenuto (circa 900 euro/mq). Anche qui, come in tutti gli altri edifici, si trattava di un intervento di ARTE, soggetto che gestisce lo stabile sotto il profilo amministrativo e contabile. Il palazzo, prima della ristrutturazione, ospitava 104 alloggi, ma si è deciso di ridurli a 70 dopo il restyling (5 sono per disabili) per ottenere spazi adeguati alle normative vigenti.

    L’asilo Peter Pan e la nuova piazza Unità d’Italia

    asilo-peter-panSempre qui c’è anche l’asilo Peter Pan (affacciato sulla retrostante Piazza Unità d’Italia) e la mensa per i bambini: sono stati trasferiti di recente all’interno del complesso di edilizia popolare, come previsto dal CdQ 2. Nel corso del nostro sopralluogo facciamo due chiacchiere con i dipendenti, che lamentano il degrado e lo sporco: ci dicono che alla sera il giardino sul lato anteriore dell’asilo, affacciato sulla piazza, diventa luogo per il bivacco di giovani, che lasciano sporcizia e rendono ingestibile per gli addetti della scuola occuparsi della manutenzione. Servirebbe un aiuto da Aster per la gestione, oppure si potrebbe fare una pavimentazione più consona, invece di lasciare l’erba incolta, ma finora non arrivano risposte. Lì anche un sistema piuttosto efficace ed ecologico per la raccolta di acqua piovana e l’irrigazione del giardino, che però resta inutilizzabile perché sommerso dalla sporcizia. Si potrebbe usare per lo spazio per farne degli orti urbani, coinvolgendo anche pensionati e associazioni; si dovrebbe impedire l’accesso e monitorare l’area, per fare in modo che non sia presa d’assalto la notte e i bambini possano fruirne durante il giorno: le proposte sono varie, per ora niente si muove.

    Del contratto di quartiere fa parte anche l’inaugurazione della nuova Piazza Unità d’Italia, nominata così nel 2011 in omaggio al 150 anniversario dell’unità del Paese.
    Proprio nella piazza si sono svolti interventi di edilizia sociale che non erano però inclusi nel CdQ 2. Qui sono state abbattute le vecchie case popolari ed è nato da circa dieci anni un nuovo complesso in stile “Unité d’Habitation” di Le Corbusier, che però sembra già vecchio e che delle Unitée di Marsiglia e Berlino ha ben poco: se ai tempi l’idea era quella di creare unità autonome e indipendenti, che funzionassero come città e che fossero dotate di tutti i servizi, nei fatti l’impressione è quella di un luogo già “invecchiato” dopo dieci anni e abbandonato a sé stesso. Adombra la piazza un enorme caseggiato bianco ed essenziale, amministrato anche in questo caso da ARTE che, per conto di Tursi, ha assegnato gli appartamenti. A pochi passi, sul lato sinistro, un parcheggio coperto su più piani, sia interrato che in superficie, sempre gestito da ARTE: molti posti auto sono stati venduti, tanti altri invece restano vuoti, inutili.
    È stata spostata in questo luogo anche la biblioteca Saffi (che dovrebbe poi cambiare di nuovo sede e trovare spazio nel complesso che sorgerà al posto dell’ex area Boero), al piano terra dell’edificio principale. Al quarto piano, invece, è stato trasferito il distretto sociale.

    Il punto con il presidente del Municipio Media Val Bisagno

    In generale, gli interventi sono stati tanti, tutti importanti e ambiziosi. Dopo anni, sembra che presto il quartiere Arizona acquisterà la sua fisionomia definitiva.
    Commenta il Presidente del Municipio Agostino Gianelli: «Negli ultimi anni abbiamo dato avvio a un processo di riqualificazione importante. Grazie al Contratto di quartiere abbiamo riqualificato 3 caseggiati e ne abbiamo ricostruiti altri, abbiamo inserito l’asilo Peter Pan e la mensa all’interno di questo complesso e finora siamo riusciti a consegnare molti appartamenti. Dal 2012, con l’assegnazione degli spazi in Via Sertoli 7, non ci sono state nuove consegne ma stiamo ultimando i lavori al civico 9, e contiamo di finire entro il 2014. Oltre al CdQ, abbiamo svolto altri interventi e costruito il caseggiato e il silos di Piazza Unità d’Italia. Tutto il complesso fa capo ad ARTE, che amministra e gestisce la zona. Siamo contenti di aver raggiunto questo risultato e di aver integrato l’edilizia popolare con i servizi: abbiamo portato qui il distretto sanitario, con un front office al piano terra, e la biblioteca Saffi: quando sarà ricollocata all’interno dell’area Boero per essere ampliata, gli spazi che lascerà vuoti in Piazza Unità d’Italia saranno occupati da altri servizi, verso un miglioramento ulteriore».

    Elettra Antognetti

  • Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Emergenza abitativa a Genova: case popolari, piani del Comune, prospettive

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaA Genova, così come in tutto il territorio italiano, cresce l’emergenza abitativa e la richiesta di case popolari, anno dopo anno, continua ad aumentare. Per l’ultimo bando Erp (edilizia residenziale pubblica) del capoluogo ligure, infatti, sono arrivate oltre 4000 domande. Ma il Movimento di lotta per la casa – rete solidale auto organizzata dal basso, composta da giovani e meno giovani, lavoratori, precari e disoccupati, che mette in pratica azioni di occupazione delle case sfitte (che sarebbero dalle 20 mila alle 30 mila a Genova), sovente proprietà di grandi enti (di natura pubblica ma soprattutto privata, come fondazioni, istituzioni, ecc., spesso di carattere religioso) a favore di famiglie rimaste senza un tetto – stima che il fabbisogno abitativo sia per lo meno il doppio, circa 8500 appartamenti. Nel contempo, la disponibilità di alloggi Erp in città è pressoché sempre la stessa, e le assegnazioni annuali non raggiungono quota 300. Senza dimenticare che, nella triste classifica degli sfratti relativi al 2013, il Comune di Genova con 1164 sfratti (1087 dei quali per morosità) convalidati dal Tribunale, si piazza stabilmente al 5° posto, dopo Roma, Torino, Milano e Bologna.
    Sarebbe fin troppo facile parlare di emergenza quando, invece, questi dati sono la conferma di una piaga nazionale ormai endemica che, dunque, chiama in causa lo Stato centrale, finora incapace di rilanciare una seria politica abitativa e reticente a finanziare sia nuove case popolari, sia il fondo di sostegno agli affitti. A ruota, però, la responsabilità ricade anche sulle istituzioni locali, Regioni e Comuni, che nonostante le scarse risorse disponibili (in particolare a livello comunale), devono necessariamente approntare nuovi strumenti per rispondere al disagio di una fetta sempre maggiore di popolazione.

    Partiamo dai “freddi” numeri, forniti lunedì scorso da Palazzo Tursi. Innanzitutto l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, insediatasi da pochi mesi, ha confermato che la pubblicazione della graduatoria provvisoria avverrà il prossimo 28 febbraio, in notevole ritardo rispetto al passato, visto che solitamente essa veniva pubblicata in autunno. Il ritardo è dovuto al cambio di sistema informatico e al numero sempre più alto di domande, anche se il termine per presentarle è scaduto nel febbraio 2013. Se questa tempistica sarà rispettata la pubblicazione della graduatoria definitiva dovrebbe avvenire a marzo o aprile, per poi arrivare alla pubblicazione del nuovo bando entro l’estate. Nel frattempo, gli alloggi che si liberano vengono assegnati a chi è nella vecchia graduatoria, mentre chi un anno fa (e anche prima) ha chiesto per la prima volta un alloggio popolare, o chi era stato escluso dall’ultima graduatoria, saprà solo tra alcuni mesi se sarà ammesso oppure no, e se potrà sperare di avere una casa. Di conseguenza, anche le innumerevoli nuove situazioni di emergenza figlie della perdurante crisi, rimangono senza voce.
    Le domande presentate per il bando Erp 2012 sono state 4221 con un incremento rispetto al bando precedente del + 7,24%. A fronte di una domanda così massiccia, nel corso del 2013, sono stati assegnati solo 267 alloggi Erp, mentre le volture (ex art. 12 L.10/2004) – ovvero l’intestazione di alloggi a persone dello stesso nucleo familiare dell’intestatario dell’appartamento, dopo che questo è deceduto o ha lasciato l’alloggio – sono state 119.
    L’attività di ristrutturazione, invece, ha riguardato complessivamente 170 alloggi (sia Erp, sia del patrimonio comunale disponibile non Erp).
    Gli sgomberi eseguiti nel 2013 sono stati 55, dei quali 32 a causa di occupazioni abusive, 8 per occupanti senza titolo, 13 per morosità colpevoli, 1 per abbandono, 1 per mancato possesso.
    Nel territorio di Genova il patrimonio totale Erp – di proprietà per metà del Comune e per l’altra metà di Arte Genova (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) – è di circa 9500 alloggi popolari. «Soltanto con il patrimonio pubblico è evidente che non possiamo dare una risposta concreta ad un’esigenza crescente – ammette l’assessore Fracassi – Ci vorrebbe davvero una città più accogliente. Mi rendo conto, però, che più aumenta la povertà più si inaspriscono le relazioni sociali. Ma c’è bisogno dell’impegno di tutti. Noi come istituzioni, ma anche dei privati proprietari. Mi riferisco soprattutto ai grandi enti che dispongono di numerosi appartamenti sfitti e che, invece, magari tramite appositi accordi con l’Agenzia sociale per la casa, strumento che intendiamo rilanciare con forza, potrebbero essere affittati a canoni calmierati».

    Le problematiche

    Una graduatoria troppo ingolfata

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    In primis è necessario accelerare i tempi di stesura della graduatoria perché «Il ritardo nell’aggiornamento del punteggio di chi è già in graduatoria da anni, inevitabilmente procrastina la possibilità di fare domanda per tutti quelli che, in numero crescente, devono presentarla per la prima volta – sottolinea Stefano Salvetti, segretario del Sicet (Sindacato inquilini casa e territorio) – Infatti, il dato delle graduatorie è sottostimato, visto che circa un terzo di chi ha i requisiti rinuncia a causa dei tempi biblici di assegnazione».
    In questo senso, il consigliere comunale Pd Cristina Lodi (presidente della Commissione Welfare), dalle pagine di Repubblica (24 gennaio 2014), propone “…bisogna dividere la domanda in categorie, in modo da realizzare graduatorie parallele che si smaltiscano più velocemente. Ci sono persone disagiate o anziane, che una casa da sole non sono in grado di mantenerla, e così si potrebbe pensare a delle coabitazioni, cioè a degli alloggi assegnati in condivisione, magari con l’assistenza del Terzo settore. È un modo per ottimizzare gli spazi a disposizione e rispondere a più domande”.
    «Quella delle graduatorie di tipo parallelo è una buona idea che stiamo approfondendo – spiega l’assessore Fracassi – Secondo me occorre soprattutto creare una stretta sinergia tra l’amministrazione e le realtà del Terzo settore. Oggi, e sottolineo giustamente, chi arriva in testa alla graduatoria è un soggetto a reddito zero che ha necessità di essere sostenuto e spesso già proviene da una situazione di sostegno. Dobbiamo creare una rete più attenta tra queste parti in gioco. Il problema, come noto, è la ristrettezza del bilancio comunale. Però, in prospettiva, nell’ambito della riqualificazione di spesa del Comune, il sostegno all’abitare deve diventare un percorso prioritario di attenzione. Questa impostazione è condivisa anche dalle organizzazioni del Terzo settore che si confrontano ogni giorno con persone che vivono il dramma del disagio abitativo».

    «La nuova legge regionale sull’edilizia sociale, attualmente in discussione, consentirà ai Comuni di redigere dei regolamenti più elastici – racconta il segretario Sicet Salvetti – La graduatoria, però, è materia da trattare con estrema cautela. Allo stato attuale il sistema assegna un punteggio maggiore ai soggetti più disagiati che, però, nello stesso tempo dovrebbero essere affiancati con adeguati meccanismi di sostegno che consentano loro di non cadere nella morosità». Per quanto riguarda la divisione in sottocategorie, Salvetti manifesta alcune perplessità «Parliamo di un tema delicato che coinvolge uomini e donne in carne e ossa, con un diverso vissuto alle spalle. Vista la scarsa disponibilità di alloggi popolari (meno di 300 assegnazioni all’anno), non possiamo creare una graduatoria spezzettata, in cui proprio le persone più deboli corrano il rischio di rimanere escluse».

    Alloggi pubblici sfitti: carenza fondi per manutenzione e ristrutturazione del patrimonio Erp

    La criticità principale che affligge gli alloggi Erp genovesi è storicamente la carenza di un’efficace manutenzione che consenta un pronto recupero degli appartamenti liberati, per destinarli immediatamente ai legittimi assegnatari. «A dire il vero la situazione era effettivamente così fino a qualche tempo fa – risponde l’assessore Fracassi – In questi ultimi 5-6 anni si è investito molto nel recupero di alloggi Erp sfitti e ne sono stati rimessi in circolo circa 800. Dei 267 appartamenti assegnati nell’ultimo anno, 130 sono quelli ristrutturati. Su 9500 alloggi oggi stimiamo che gli appartamenti sfitti siano 300 (150 del Comune e 150 di Arte Genova)».

    Ma se la casa popolare è la soluzione per affrontare i picchi di crisi «Questo meccanismo dovrebbe consentire una maggiore rotazione nelle assegnazioni – aggiunge Fracassi – Invece, su 9500 alloggi complessivi, ogni anno se ne liberano soltanto 150. Inoltre, bisogna essere più severi anche sui vincoli delle volture. Esistono sicuramente delle situazioni in cui le volture sono opportune, ma è altrettanto vero che le case popolari non possono trasformarsi in una sorta di eredità».

    centro-storico-castello-vicoliSecondo Arte Genova ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte). «Su 350 alloggi, però, solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione – spiega l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – Ben l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi che impediscono l’assegnazione in tempi brevi. Mentre il 10% presenta problemi risolvibili con piccoli lavori manutentivi e normalmente, nel giro di 3-4 mesi, viene reinserito nel circuito Erp».
    Conseguenza inevitabile di simili percentuali è il continuo accumularsi di alloggi in manutenzione oppure sottoposti a ristrutturazione «Stiamo studiando con la Regione delle possibili soluzioni – continua l’amministratore di Arte Genova – Quest’anno verrà finanziata la ristrutturazione di alcuni sfitti e posso anticiparle che, nel giro di 4 mesi, li immetteremo nel circuito».
    Arte Genova si occupa della manutenzione ordinaria di tutti gli alloggi Erp, sia di sua proprietà che di proprietà comunale «Sul nostro patrimonio gestiamo anche la manutenzione straordinaria – afferma Augusti – Per quanto concerne gli alloggi popolari di proprietà comunale, invece, gli interventi straordinari spettano al Comune».
    Tutto ciò ha fatto sì che, in questi anni «Grazie a fondi nostri e finanziamenti della Regione, la manutenzione sia sempre stata eseguita – sottolinea l’amministratore di Arte Genova – Quindi, oggi il patrimonio di Arte non risulta obsoleto e non presenta rilevanti criticità, essendo stato correttamente mantenuto nel corso del tempo».
    I problemi maggiori, secondo Arte, affliggono gli alloggi di proprietà comunale «Bisogna considerare che il Comune ha continuato ad aggregare un determinato tipo di utenza, fragile e disagiata, nei medesimi contesti, creando situazioni di marginalità particolarmente difficili da gestire – conclude Augusti – Le faccio l’esempio degli ascensori. Il Comune ha investito circa 500 mila euro sugli impianti delle case popolari e anche Arte ci ha messo del suo. Ebbene, il 30% dei guasti risulta dovuto al perpetrarsi di atti vandalici».

    case-abitazioni-centro-storico2-DIPer il sindacato inquilini, il nodo da sciogliere resta quello della mancanza di risorse destinate alla manutenzione delle case popolari «Quando un appartamento si sfitta dovrebbe essere subito sottoposto a manutenzione – spiega Salvetti – Ma occorrono finanziamenti dedicati che, purtroppo, oggi non ci sono. Nel passato la Regione ha investito un po’ in questa direzione. Negli ultimi 2-3 anni, infatti, sono stati recuperati complessivamente circa 500 alloggi. Diciamo che Arte Genova, anche tramite operazioni immobiliari quali ad esempio la vendita di circa 600 appartamenti, avvenuta alcuni anni fa, riesce ad incamerare le risorse necessarie per realizzare gli interventi straordinari».

    Tuttavia, su 9500 Erp in città, circa la metà sono di proprietà del Comune «Nel passato le leggi nazionali finanziavano sia le aziende regionali per l’edilizia, sia i Comuni – continua il segretario Sicet – Oggi, invece, il Comune si trova senza fondi per eseguire le manutenzioni straordinarie. Invito il Sindaco Marco Doria a darsi una mossa: si allei con gli altri sindaci delle aree metropolitane e, insieme, vadano a battere i pugni sul tavolo, direttamente a Roma». Secondo Salvetti «Ormai l’edilizia pubblica sembra essere appannaggio solo delle Regioni. Ma in Liguria il disavanzo economico relativo al comparto sanitario pesa come un macigno, a scapito delle politiche per l’abitare. Secondo me occorre studiare una nuova strategia per le aziende regionali territoriali per l’edilizia. In altri termini, quale futura mission vogliamo affidare alle aziende Arte in Liguria? La Regione ha nominato gli amministratori di Arte in funzione della dismissione del patrimonio immobiliare delle Asl liguri. Vedi il noto caso dell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto. Ma Arte non deve trasformarsi nella Spim (società immobiliare del Comune di Genova, ndr) della situazione! Insomma, Arte non deve occuparsi di operazioni immobiliari, non è questa la sua mission».

    Le proposte

    Agenzia sociale per la casa

    case-abitazioni-centro-storico-DIDell’Agenzia sociale per la casa abbiamo parlato su queste pagine appena pochi giorni fa, quando l’assessore Fracassi ha presentato le linee guida per il rilancio di uno strumento che nel suo primo periodo di vita non ha raccolto i risultati sperati (in tre anni hanno presentato domanda 250 inquilini e sono stati stipulati 28 contratti di locazione, 19 dei quali solo nel 2013). Parliamo di affitti di alloggi privati a canone calmierato, un’iniziativa che ad oggi si è scontrata con la poca disponibilità da parte dei proprietari a concedere i propri immobili (circa 100 in tre anni) e con la scarsa attività di promozione da parte degli uffici comunali.

    «Per ottenere risultati migliori bisognerà senza dubbio intensificare l’attività di comunicazione e informazione perché sono tantissimi a non essere a conoscenza di questa opportunità – spiega l’assessore Fracassi – È chiaro che ormai c’è un problema nel rapporto tra redditi sempre più bassi e locazioni che si sono alzate troppo negli ultimi anni. È per questo motivo che io punto molto sullo strumento dell’Agenzia sociale per la casa». La forza dell’Agenzia, secondo l’assessore «Deve essere quella di dimostrare alla città che è meglio affittare le case a canoni contenuti, piuttosto che tenerle sfitte. Da una parte è meglio guadagnare poco piuttosto che niente, dall’altra se comunque affitti ad un canone contenuto, il locatore riesce a mantenere la locazione senza cadere nella morosità».
    In tal senso l’obiettivo primario dell’Agenzia è «Cercare di stabilire delle forme di accordo con i grandi enti proprietari di numerosi appartamenti, ad esempio gli enti religiosi – aggiunge l’assessore Fracassi – Stiamo iniziando ad intravedere delle sensibilità anche tra questi soggetti che potrebbero finalmente provare lo strumento dell’Agenzia. Io spero di poter dare presto qualche notizia a riguardo. Un ente che ha finalità solidali deve fare canoni solidali, sembra palese detta così. Io credo, però, che sia necessario un cambiamento di mentalità da parte loro. Un’organizzazione di questo tipo da una parte promuove delle attività solidali ma dall’altra, legittimamente, decide come gestire il proprio patrimonio immobiliare. Ma oggi è necessario che la gestione del patrimonio immobiliare diventi anch’essa un impegno sociale».
    Per il segretario Sicet Salvetti, l’Agenzia «È uno strumento indubbiamente utile e con il quale noi sindacati abbiamo già siglato un protocollo d’intesa. Bisogna sensibilizzare la città all’uso del canone concordato e moderato, spingendo affinché le locazioni siano sempre più basse. Approfitto dell’occasione per lanciare un appello alle persone: venite al sindacato prima di firmare i contratti e non dopo, in modo tale da ricevere aiuto prima di infilarsi in situazioni scomode».

    Auto ristrutturazione di alloggi del patrimonio comunale disponibile non Erp

    Non solo Agenzia, ma pure un altro progetto innovativo è allo studio dell’amministrazione, come rivela ad Era Superba l’assessore Fracassi «Un’ipotesi sulla quale sono stata spronata dal Movimento di lotta per la casa riguarda la possibilità dell’auto-ristrutturazione di alloggi pubblici sfitti. Una simile innovazione, però, non può essere messa in pratica sul patrimonio delle case popolari, causa problemi normativi, visto che ad esse vi si accede solo attraverso graduatoria. L’idea è utilizzare a questo scopo il patrimonio disponibile non Erp del Comune. Si tratta di circa 500 alloggi, parte dei quali oggi sono destinati per le emergenze abitative, per sperimentare coabitazioni, alcuni ospitano case famiglia, altri sono disponibili per la rete Sprar, per le donne vittime di tratta, per i senza dimora, ecc».
    In pratica, secondo l’assessore «Con l’Agenzia sociale per la casa andiamo a dare risposta ai soggetti sopra soglia Erp. Poi abbiamo una piccola risposta Erp (piccola nel senso di nuove assegnazioni perché in realtà a Genova sono 9200-300 le persone che vivono in case popolari), infine esiste questo patrimonio limitato ma disponibile, dove c’è ancora tanto da fare in termini di ristrutturazione. A questo proposito, se riusciamo a studiare dei percorsi di auto-ristrutturazione, magari con la collaborazione di organizzazioni del Terzo settore in qualità di garanti, possiamo affidare in gestione anche questi appartamenti. Stiamo verificando la fattibilità di tale ipotesi. Sicuramente, anche in questo caso, sussistono delle difficoltà legate alle normative. Io, però, sono una persona pratica e penso che con un po’ di impegno sia possibile trovare una soluzione».

    Matteo Quadrone

  • Agenzia Sociale per la Casa, Tursi rilancia: minori restrizioni e maggiore promozione

    Agenzia Sociale per la Casa, Tursi rilancia: minori restrizioni e maggiore promozione

    casa-ediizia-popolareIl Comune di Genova ha presentato oggi le linee guida per il rilancio dell’Agenzia Sociale della Casa, uno strumento che nel suo primo periodo di vita non ha raccolto i risultati sperati (in tre anni  hanno presentato domanda 250 inquilini e sono stati stipulati 28 contratti di locazione), come aveva ammesso ad Era Superba l’ex assessore alla casa Paola Dameri (qui l’approfondimento e il quadro generale sull’emergenza casa a Genova). Stiamo parlando sostanzialmente di affitti di alloggi privati a canone calmierato, un’iniziativa che ad oggi si è scontrata con la poca disponibilità da parte dei proprietari a concedere i propri immobili (circa 100 in tre anni) e con la scarsa attività di promozione da parte degli uffici comunali; a questo proposito, Dameri aveva anticipato l’intenzione del Comune di inaugurare in via Balbi una sorta di sportello–agenzia immobiliare dedicato esclusivamente agli affitti privati calmierati. Anticipazione che non ha più trovato conferme, lo sportello al momento rimane al Matitone, ma «per ottenere risultati migliori rispetto ai primi anni, bisognerà senza dubbio intensificare l’attività di promozione, perché sono tantissimi a non essere a conoscenza di questa opportunità», ha ammesso l’assessore alle politiche sanitarie e alla casa Emanuela Fracassi.

    L’assessore non ha nascosto i limiti dell’attuale gestione delle liste di assegnazione degli alloggi pubblici, e ha manifestato chiaramente l’intenzione di puntare sull’Agenzia Sociale per provare ad arginare un’emergenza, quella abitativa, che con il passare del tempo diventa sempre più preoccupante. “La composizione reddituale delle famiglie in affitto nel comparto pubblico non differisce, se non marginalmente, dalla composizione reddituale delle famiglie del comparto dell’affitto privato, con la conseguenza di una decisa riduzione dell’efficacia sociale dell’edilizia residenziale pubblica”, si legge nella relazione consegnata alla stampa. Per questo, l’obiettivo principale del Comune è quello di sviluppare, parallelamente alla consegna degli alloggi, ogni altra iniziativa volta all’incremento del numero di alloggi da immettere sul mercato privato della locazione con canoni concordati.

    Privati cittadini proprietari di case sfitte, ma anche e soprattutto “grandi proprietà immobiliari detenute dalle Opere Pie, Istituzioni Cattoliche, Fondazioni ecc.; con le quali si potrebbe instaurare una collaborazione, considerando che tali strutture operano già senza fini di lucro e si rivolgono a fasce marginali della popolazione”. Verranno attivate collaborazioni anche con le agenzie immobiliari che lavorano su standard vicini a quelli dell’Agenzia.

    Oltre alla promozione, tuttavia, in questi primi tre anni l’Agenzia ha mostrato limiti burocratici che hanno ridotto di molto il potenziale bacino d’utenza a cui rivolgere il servizio. In particolare è stato eliminato il riferimento all’ISEE/FSA come requisito di reddito per l’aspirante inquilino e per la determinazione del canone sostenibile, oltre alle soppressione dell numerose fasce per determinare il rapporto tra il canone e il reddito familiare, sempre con riferimento al FSA.

    Un’altra novità sostanziale riguarda l’introduzione del concetto di morosità, dunque, dopo accertamento sul singolo caso, anche queste persone/nuclei familiari possono accedere all’agenzia. Confermati, inoltre, i due fondi di garanzia: quello per morosità incolpevole a sostegno dell’inquilino, che San Paolo ha dato al Comune (100 mila euro) e il fondo Filse (illimitato) che garantisce il proprietario per il pagamento di 12 mesi di locazione. «L’Agenzia si prefigge anche azioni volte a sostenere l’inquilino, coniugando efficienza economica e finalità solidaristiche, come la possibilità di concedere agevolazioni per il pagamento delle spese vive del nuovo alloggio (ad esempio le spese di trasloco o quelle relative agli allacci delle utenze)».

    A chi si rivolge l’Agenzia Sociale per la Casa?

    tallin5-casa-DI“Di norma, tra gli aspiranti inquilini vi sono molte persone o famiglie che hanno un reddito che non consente loro di accedere all’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica (pur risultando idonee all’inserimento in graduatoria) ma che non è comunque sufficiente per accedere al mercato libero. Spesso si tratta di nuclei familiari di stranieri immigrati (per i quali il servizio di mediazione immobiliare era stato individuato come auspicabile dalla L.R. n°7/2007), considerando la difficoltà che permane per gli stranieri per l’accesso alla casa. Altre tipologie di aspiranti inquilini sono i nuclei con sfratto esecutivo per fine locazione o morosità incolpevole, i giovani in cerca della prima casa, i nuclei familiari per i quali l’ammontare dell’affitto incide in percentuale non ragionevole sul reddito complessivo e che sono in cerca di contratti più vantaggiosi. Nel rapporto con gli aspiranti inquilini, l’Agenzia valuta la loro solvibilità verificando che possiedano un reddito certo e tale che il canone annuo richiesto non incida sullo stesso in misura superiore a quella sostenibile, nell’interesse di inquilino e proprietario e comunque non oltre la percentuale del 30%”.

    Requisiti degli aspiranti inquilini

    Gli aspiranti conduttori devono possedere i seguenti requisiti tra quelli previsti dall’art. 24 , L.R.38/2007:
    – cittadinanza italiana o di un paese UE o cittadinanza in paese non aderenti UE in regola con le vigenti norme in materia di immigrazione;
    – residenza o attività lavorativa nell’ambito territoriale di operatività dell’Agenzia;
    – non titolarità di diritti di proprietà, usufrutto uso e abitazione su un alloggio adeguato alle esigenze del nucleo familiare nell’ambito territoriale provinciale.
    – Non essere stati sfrattati per morosità nei tre anni precedenti, tranne i casi accertati di morosità incolpevole, a seguito di perdita del lavoro, ove vi sia assoluta necessità di reperire un alloggio, ovvero dimostrare di aver completamente saldato la morosità che ha determinato lo sfratto o comunque di essere adempiente rispetto agli eventuali piani di rientro concordati;
    – Svolgere attività lavorativa subordinata o autonoma, o essere titolare di reddito certo.
    – Si intende quindi che l’Agenzia deve poter valutare la solvibilità del conduttore proposto al proprietario dell’alloggio, secondo criteri di valutazione dalla stessa determinati in funzione della realtà socio-economico locale. In tal senso devono essere considerati ammissibili, con criteri predeterminati, anche i candidati i cui redditi derivino da contratti (in corso) di lavoro subordinato a tempo determinato o da rapporti di collaborazione tipici (co.co.co., co.co.pro ecc). La conseguente ammissione o esclusione sarà motivata dall’Agenzia stessa.
    – Valore dell’Isee inferiore al doppio dell’Isee massimo per l’accesso all’Erp.

    Le risorse finanziarie previste per l’Agenzia

    – € 493.523,69: risorse finanziarie regionali ( per tutto l’Ambito di riferimento) di cui alla D.G.R. n° 333/2009;
    – Costo del personale a carico del Comune di Genova ;
    – Eventuali contributi da altri Comuni dell’Ambito di riferimento (trasferimenti finanziari, comando di personale, assegnazione di immobili, dotazioni);
    – Eventuale contributo del conduttore in fase di stipula del contratto di locazione, per il servizio prestato;
    – Contributi regionali in funzione dei risultati raggiunti, a regime.
    – Fondo per la morosità Incolpevole San Paolo euro 100.000.
    – Non è stata altresì quantificata la quota di contributi regionali in funzione dei risultati raggiunti, a regime.

  • Appartamenti occupati in via Pré e assegnati a famiglie senza casa

    Appartamenti occupati in via Pré e assegnati a famiglie senza casa

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaQuesta mattina sono stati occupati nuovi alloggi sfitti dallo Sportello per il Diritto alla Casa di Genova. Si tratta di appartamenti in via Pré di proprietà della Sovrintendenza regionale e vuoti da anni. “Oggi, sabato 1° febbraio, sono stati occupati degli alloggi sfitti da oltre due anni di proprietà della Sovrintendenza Regionale che, nel 2010, ha dato il via ad un piano speculativo per altro fallito”, si legge sulla pagina Facebook dello Sportello, rete solidale di persone contro l’emergenza casa a Genova.

    “Da allora questi appartamenti sono rimasti vuoti mentre l’emergenza abitativa in città continua a crescere e a farsi sempre più critica anche grazie ai continui sgomberi e sfratti portati avanti dalle istituzioni e dai privati. Nel frattempo si stanziano i miliardi per le grandi opere inutili e dannose trascurando di ristrutturare gli immobili pubblici e gli alloggi popolari “per mancanza di fondi” per poi addirittura svenderli. Da oggi questi spazi tornano ad essere case”.

    Come nei casi più recenti di vico Sauli e ancora prima piazza Cernaia, gli appartamenti sono stati assegnati a “chi fino a ieri si trovava davanti al bivio di dover scegliere tra trovare qualcosa da mangiare o pagarsi l’affitto a prezzi insostenibili”.

    Lo Sportello per il Diritto alla Casa ha distribuito materiale informativo e indetto una prima assemblea pubblica con l’intento di chiarire ai cittadini le ragioni del loro operato. A questo scopo è stato diffuso anche un video:

     

     

  • Coronata Villa Guelfi, ecco il nuovo complesso residenziale: a giorni la consegna degli alloggi

    Coronata Villa Guelfi, ecco il nuovo complesso residenziale: a giorni la consegna degli alloggi

    Villa Guelfi, CoronataNel corso della conferenza stampa tenuta a margine della seduta di Giunta in Regione dal presidente Claudio Burlando, è stato presentato il nuovo complesso residenziale del quartiere di Coronata. Si tratta dell’operazione di recupero dell’antica Villa Guelfi in via del Boschetto 6, una ristrutturazione commissionata da ARTE Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) che è costata oltre 3,5 milioni di euro, finanziata per metà da fondi regionali e l’altra parte grazie a fondi di ARTE.

    Nell’occasione, oltre all’operazione di Coronata, sono stati presentati anche altri tre progetti riguardanti le province di Savona, Imperia e La Spezia per l’edilizia popolare. «Si tratta in parte alloggi di ERP (edilizia residenziale pubblica) ma anche alloggi a canone moderato e concordato, di edilizia sociale, verso cui ci si orienta di più e che in un momento di questo genere costituiscono un aiuto significativo specialmente per le realtà a più alta tensione abitativa», ha detto il governatore Burlando in conferenza stampa.

    L’intervento genovese – come specificato nella nota stampa diffusa dalla Regione – fa parte del Piano di Recupero Urbano (PRU) di Cornigliano e riguarda la ristrutturazione della villa settecentesca, vincolata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. “La progettazione ha rispettato le caratteristiche architettoniche dell’edificio, mantenendo, dove possibile, le pavimentazioni e altri elementi costruttivi e decorativi originari. L’intervento strutturale ha comportato il consolidamento delle volte, dei solai lignei e il recupero della copertura; l’impiantistica, pur tenendo conto dei vincoli architettonici dell’edificio, si è adeguata alle massime prestazioni energetiche e agli standard di maggior rendimento. Sono stati realizzati 13 appartamenti tra i 28 e i 76 metri quadrati, su 3 piani e con ascensore interno; l’appartamento al piano terra è stato realizzato rispettando l’abbattimento delle barriere architettoniche e sarà destinato a un portatore di handicap. Nelle aree circostanti, oltre a un parcheggio con 13 posti auto, è stato realizzato il ripristino di alcuni manufatti e il recupero del verde circostante”.

  • Casa occupata vico Sauli: locali sfitti a famiglie in difficoltà

    Casa occupata vico Sauli: locali sfitti a famiglie in difficoltà

    casa-occupata-vico-sauliIntorno alle 11 lo Sportello per il Diritto alla Casa di via delle Fontane diffonde la notizia sulla propria pagina Facebook. Un gruppo di attivisti ha occupato alcuni appartamenti in vico Sauli, nel Centro Storico, si tratterebbe di abitazioni sfitte da tempo, come era accaduto in passato anche in occasione delle occupazioni di appartamenti in piazza delle Vigne, via dei Giustiniani e piazza Cernaia.

    Digos e carabinieri sono accorsi davanti agli appartamenti occupati. Il movimento per la casa comunica che al momento il presidio è tranquillo. “Tre nuclei familiari iniziano oggi questo percorso di lotta ed autorganizzazione – leggiamo sulla pagina Facebook – la riappropriazione dello sfitto è l’unica vera risposta alla necessità abitativa nella nostra città”.

    L’emergenza casa a Genova non è certo un segreto (qui l’approfondimento di Era Superba), oltre 15.000 case sfitte e altrettante affittate in nero, il tutto a fronte di 4.000 domande per un alloggio popolare che il Comune non riesce in nessun modo a fronteggiare (poco più di 240 gli alloggi assegnati nell’ultimo anno).

     

  • Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    abitazioni-case-DIUna proroga che fa discutere sul metodo e nel merito, perché una materia tanto delicata quanto cruciale per il destino del territorio ligure – ovvero l’urbanistica –meriterebbe di essere trattata nel suo complesso, magari attraverso una vera e propria riforma a livello regionale. Nel dicembre scorso, invece, il Consiglio regionale della Liguria ha approvato il collegato alla legge Finanziaria regionale 2014 – con 24 voti favorevoli (centrosinistra e Pdl-Nuovo centrodestra), 9 contrari (Pdl-Forza Italia, Lega Nord, Lista Biasotti e Gruppo Misto-Riformisti italiani) e un astenuto (Giacomo Conti della Federazione della Sinistra) – che contiene, tra l’altro, la proroga del piano casa (scadenza 31 dicembre 2013) – uno strumento nato nel 2009 su impulso del Governo Berlusconi che avrebbe dovuto avere un carattere eccezionale e temporaneo al fine di rilanciare l’attività edilizia colpita dalla crisi economica – al 31 giugno 2015, consentendo così per un altro anno e mezzo ampliamenti di volume degli edifici esistenti e premi volumetrici fino al 35% per chi demolisce e ricostruisce.

    Il punto di vista della politica: riflessioni e dibattito

    «La proroga del piano casa fino al 30 giugno 2015 – spiega l’assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica, Gabriele Cascino (Idv) – si prefigge di dare respiro ad un settore in crisi, attraverso tanti piccoli interventi di ristrutturazione edilizia che prevedono il miglioramento energetico e sismico degli edifici, senza l’autorizzazione di nuove costruzioni». Cascino, inoltre, sottolinea come «da almeno 15 anni nella legislazione nazionale, e quindi di tutte le regioni italiane, sia previsto l’istituto della sostituzione edilizia per favorire la rigenerazione, la riqualificazione anche energetica degli edifici esistenti, a discapito delle nuove costruzioni, con la possibilità di demolizione e ricostruzione con un premio del 20% secondo le previsioni del piano urbanistico comunale. Norma che deriva dal principio, da me condiviso, di costruire sul costruito. il piano casa della Regione Liguria ha limiti molto precisi, opera con gli stessi criteri citati e non autorizza nessuna nuova edificazione». In particolare «Il piano prevede l’ampliamento solo degli edifici esistenti non superiori a 450 mq e per ottenere un ulteriore premio del 10% è necessario adeguarli alla normativa antisismica e al rispetto del rendimento energetico – continua Cascino – Previsto anche un ulteriore 5% se vengono realizzati almeno due dei seguenti interventi: tetto fotovoltaico, serbatoio interrato per il recupero delle acque piovane, ripristino e messa in sicurezza del territorio limitrofo pari ad almeno 20 volte la superficie totale dell’immobile ampliato. Infine, il piano contempla la demolizione e la ricostruzione degli edifici fino a 720 mq con un premio del 35% solo se in possesso di determinate caratteristiche. I casi riguardano immobili esposti al rischio idraulico in base ai piani di bacino (con ricollocazione del volume altrove), edifici con accertate criticità statico-strutturali con rischio per la pubblica incolumità, oppure costruzioni che abbiano un’interferenza con opere di pubblica utilità».

    Sulla proroga il gruppo del Pdl-Forza Italia ha espresso grande soddisfazione spiegando, in una nota, che «È stata fortemente voluta, sollecitata e richiesta da Forza Italia per dare una speranza al settore dell’edilizia, oggi in grave crisi».

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    «Il piano casa è uno strumento che nel 2009, all’epoca del suo varo, aveva un carattere di eccezionalità. Invece, dopo la proroga del 2011 siamo qui, nuovamente, a votare una nuova proroga, fino al 30 giugno 2015.  Si continua dunque a prorogare un atto che proviene dal governo Berlusconi. Magari prima di questa proroga bis si sarebbe potuto approfondire l’argomento, procedendo ad una riforma dell’urbanistica che affronti il problema in un’ottica di programmazione e non invece inserita in un contesto di proroghe. In uno o due mesi questi temi si affrontano e si fa in modo che diano anche una risposta alle necessità di un comparto», così Giacomo Conti, capogruppo di Fds-Rifondazione, è intervenuto nel dibattito in Consiglio regionale sul collegato alla Finanziaria 2014, spiegando i motivi del suo voto contrario alla nuova proroga al piano casa e, di conseguenza, l’astensione al voto sul collegato stesso, definito dal consigliere “eterogeneo “ perché «contiene di tutto e di più». Conti ha chiesto che l’articolo sul piano casa fosse ritirato, ma la sua richiesta non è stata accolta dalla Giunta. Secondo il capogruppo di Fds «Si è persa una buona occasione per fare una riforma complessiva in materia urbanistica che tenesse in debito conto la conclamata fragilità del territorio ligure cementificato selvaggiamente negli ultimi trent’anni».

    Entrando nel merito, il consigliere precisa che «Il piano casa non può esulare da tutto il resto. Ci sono norme separate dal piano ma ad esso strettamente collegate perché disciplinano interventi su altre tipologie di costruzione, come gli edifici non abitativi. Questi ultimi spesso attirano i maggiori appetiti speculativi, ad esempio gli immobili dismessi lungo i corsi d’acqua che possono essere spostati in altro luogo, riconvertendosi in edilizia residenziale. Parliamo di un insieme di norme che, a parer mio, andrebbero riviste nel loro complesso».
    Per quanto riguarda le finalità della proroga, Conti è tranchant «Mascherarsi dietro la crisi dell’edilizia per legittimare la costruzione di nuovi volumi, è un’operazione profondamente sbagliata. Non è così facendo che si dà risposta alle esigenze dei lavoratori del settore. Mi domando, dal 2009 ad oggi, quanti sono stati gli interventi realizzati in base alla legge del piano casa? E soprattutto, quanti posti di lavoro stabili ha portato il piano casa, dal 2009 ad oggi? Sono quesiti ai quali bisognerebbe dare risposta, prima di prolungare gli effetti di determinate decisioni politico-amministrative».

    La contrarietà del mondo ambientalista

    I Verdi l’hanno bollato come «Il più devastante piano casa d’Italia», mentre le realtà ambientaliste esprimono sconcerto per la proroga del provvedimento.

    «Culturalmente passa ancora l’erronea percezione che aumenti di volume non incidano sugli assetti del territorio, eppure costantemente assistiamo agli effetti devastanti di poche ore di pioggia su territori resi impermeabili da colate di cemento – scrive in una nota l’associazione ligure AmbientalMente – Passa l’idea che attraverso nuove volumetrie si possa rimettere in moto un’economia in stato catatonico, mentre occorrerebbe dare strumenti al recupero dell’esistente, verificando e punendo severamente quegli amministratori che si ostinano a “pianificare” a colpi di varianti»

    Legambiente Liguria ricorda come «Il piano casa del 2009, successivamente modificato nel 2011, prevedeva interventi di ampliamento degli edifici, in alcuni casi anche in deroga alle normative urbanistiche. Soltanto una forte mobilitazione di larga parte della società ligure aveva impedito che esso fosse addirittura peggiore, con la prevista applicazione anche nei parchi, poi per fortuna ritirata. Colpisce soprattutto la logica della proroga, quando oggi la questione edilizia deve essere sempre di più legata a criteri di efficienza, risparmio energetico e termico, sicurezza. Si poteva cogliere l’occasione della fine degli effetti del piano (31/12/2013) per una nuova politica edilizia regionale, in cui la ristrutturazione del già costruito, insieme ai concetti di efficienza e sicurezza, fossero i punti centrali di nuove iniziative legislative e di regolamentazione edilizia. È questa la proposta che fa Legambiente Liguria, per dare slancio davvero all’edilizia e allo stesso tempo tutelare il territorio».

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    «Il piano casa è uno strumento inadatto alla situazione del patrimonio edilizio italiano e ligure afferma Roberto Cuneo, presidente Italia Nostra Liguria – È una legge che tende a consentire la realizzazione di interventi di ampliamento delle abitazioni esistenti. Come se il problema in Italia fosse questo».
    La lettura di Italia Nostra è diametralmente opposta. «Nel nostro Paese il vero problema è rappresentato dal fatto che gli appartamenti sono troppo grandi rispetto all’attuale composizione dei nuclei famigliari – precisa Cuneo – Sono adatti per le famiglie di 50 anni orsono, quando mediamente un nucleo famigliare era composto da circa 5 persone. Oggi, al contrario, i nuclei famigliari sono molto più ristretti. In particolare, nel territorio ligure abbiamo case sui 150-200 mq in cui abitano mediamente una o due persone. Il nucleo famigliare in Liguria è composto mediamente da meno di 2 componenti (circa 1,9). Quindi, la legge di cui avremmo bisogno non è quella che permette di ampliare del 35% un appartamento esistente, bensì quella che consenta di trasformare una singola unità abitativa in due appartamenti, per esempio. In altre parole sarebbe decisamente più utile una legge che si prefigga di incentivare il frazionamento degli appartamenti. Pratica che, invece, è ostacolata dalla normativa vigente».
    Secondo Italia Nostra Liguria «È necessario intervenire sull’esistente per tutelare il territorio e rilanciare il settore edile. Il piano casa è una legge nazionale che non ha portato alcuna utilità alla nostra regione. Per affrontare le tematiche urbanistiche occorrono ben altri strumenti».
    La filosofia del piano casa recentemente prorogato è quella di «Premiare con un aumento di volume chi realizza un intervento di ampliamento, mentre dovrebbe essere premiato, magari tramite l’eliminazione degli oneri di urbanizzazione, chi interviene frazionando una grande unità abitativa – continua Cuneo – Così davvero si potrebbero raggiungere tre obiettivi: dare risposta alla drammatica esigenza abitativa; non occupare ulteriori spazi di territorio; dare lavoro a tante piccole ditte serie e competenti».

    L’altro aspetto più critico del piano casa è che esso «Sovrasta i piani urbanistici comunali – aggiunge il presidente di Italia Nostra Liguria – Se la pianificazione urbanistica dei singoli Comuni prevede quantomeno un confronto su un piano democratico, il piano casa è una norma che cala dall’altro e spesso consente interventi in deroga alle normative urbanistiche vigenti».
    Nel caso ligure gli interventi di sostituzione edilizia – ovvero demolizione e ricostruzione – prevedono quale premialità un incremento fino al 35% del volume esistente. Il diritto all’aumento volumetrico spetta anche a chi delocalizza l’edificio al di fuori del sito originario e «Tale possibilità proprio non ha ragione di esistere», sottolinea Roberto Cuneo.

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    Il piano casa, insomma, è uno strumento urbanistico inadeguato per rilanciare l’edilizia e sarebbe l’ora di superarlo. «È una legge pensata per la pianura padana disseminata di villette, non per la Liguria – spiega il presidente di Italia Nostra – Invece, una politica di frazionamento farebbe lavorare numerose piccole imprese specializzate e tecnicamente all’avanguardia. Garantendo la salvaguardia della qualità del lavoro in un settore sempre più inflazionato dalla scarsa qualità di esecuzione. Frazionare le unità abitative esistenti, infatti, è un lavoro complesso che richiede maggiore competenze rispetto alla costruzione di un edificio ex novo dove, al contrario, può essere usata anche bassa manovalanza in condizioni di sfruttamento del lavoro. Senza contare che evitare nuovi ampliamenti significa tutelare un territorio fragile già ampiamente sfruttato».

    Infine, per quanto riguarda le proposte su risparmio energetico e sostenibilità ambientale, Italia Nostra le considera solo degli alibi «Dovrebbe essere assolutamente normale, nel 2014, costruire case sostenibili – conclude Cuneo – Siamo dinanzi ad una distorsione culturale. L’attenzione alla sostenibilità e al risparmio energetico non rappresenta un punto in più ma piuttosto un prerequisito necessario».

    Il comparto dell’edilizia: una crisi che perdura da anni

    edilizia-impalcatureA questo punto è doveroso rivolgere lo sguardo sui lavoratori edili per provare a comprendere se il piano casa – dalla sua prima approvazione nel 2009 ad oggi – ha portato qualche beneficio al settore. «La mia risposta non può che essere negativa – risponde Silvano Chiantia, segretario generale del sindacato Fillea-Cgil di Genova – Com’è noto, infatti, il nostro comparto vive da tempo una forte crisi in Italia, così come in Liguria e a Genova. Ma ancora, purtroppo, non si muove nulla. E finora nessuna iniziativa è stata in grado di dare respiro all’edilizia».

    Eppure, secondo Chiantia, qualche possibilità ci sarebbe «Penso ad un piano sul risparmio energetico e la sostenibilità ambientale degli edifici (a partire magari da quelli pubblici), e poi soprattutto al risanamento del territorio. Per fare ciò occorre una progettualità condivisa tra politici, tecnici e addetti del settore. Tuttavia, la ristrettezza di risorse economiche e la scarsa volontà in tal senso, impediscono di impostare un ragionamento complessivo nella nostra regione».

    Gli effetti della crisi pluriennale sono dirompenti «Continuano a chiudere le imprese “storiche” e, nel contempo, sopravvivono soltanto quelle che agiscono in maniera illegale – sottolinea il rappresentante Fillea-Cgil Genova – Le grandi aziende si contano sulle dita di una mano, quelle con 18-20 dipendenti ciascuna (ma un tempo erano 40-50). A Genova, attualmente, la forza lavoro è composta mediamente da 2, massimo 2,5 lavoratori per ogni singola impresa».
    L’illegalità, soprattutto nell’inquadramento del personale, è un grave fenomeno che rischia di incancrenirsi progressivamente «Esistono molte imprese che, “per tirare a campare”, dichiarano di avere solo due dipendenti reali, mentre gli altri lavoratori hanno contratti allucinanti, ad esempio come braccianti agricoli, contratti ovviamente meno onerosi rispetto a quello del comparto edile – denuncia Chiantia – Così facendo l’imprenditore risparmia ma genera una concorrenza sleale a discapito delle imprese regolari».

    Senza dimenticare «La marea di partite Iva che nascono come funghi – continua Chiantia – Una proliferazione che non è sinonimo di vitalità. Anzi, al contrario, è sintomo della crisi. È la risposta di chi, non avendo altre opportunità, decide di mettersi “in proprio” e spesso fallisce perché non ha le capacità adeguate, provocando anche un calo generale della qualità del lavoro edile».
    In conclusione, per ridare speranza al settore «Occorre un intervento deciso, almeno su due fronti – chiosa il sindacalista della Fillea-Cgil – Innanzitutto è necessario fornire opportunità lavorative esclusivamente alle imprese serie e regolari; e poi bisogna vigilare sull’inquadramento dei lavoratori ripristinando la legalità».

     

    Matteo Quadrone

  • Vico Dragone, “palazzo dei giovani”: alloggi low cost per single e coppie

    Vico Dragone, “palazzo dei giovani”: alloggi low cost per single e coppie

    centro-storico-via-raveccaNella zona è uno degli ultimi edifici non risanati fra i tanti bombardati ai tempi della seconda guerra mondiale: la triste sorte dell’edificio compreso tra Vico del Dragone e Piazza delle Lavandaie, un tempo casa di tolleranza, potrebbe essere vicina ad una svolta decisiva. A breve le macerie del rudere saranno rimosse e si procederà con la costruzione di una palazzina destinata ai giovani: coppie, single, ragazze madri o padri con figli a carico.

    La proposta di risanamento si inserisce all’interno di un progetto datato 2008, vico-dragone-ristrutturazione-ediliziapredisposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche giovanili e le Attività sportive (POGAS), destinato ad agevolare la cosiddetta “generazione 1000 euro”, ragazzi e ragazze che subiscono le dure regole del mercato del lavoro e di quello immobiliare e che hanno difficoltà a costruire un progetto di vita autonomo. In base alla proposta POGAS, in 14 città metropolitane italiane (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia, Palermo, Catania, Messina, Trieste, Cagliari) tra febbraio e maggio 2008 sono stati promossi progetti per favorire l’autonomia abitativa dei giovani, incrementando l’offerta di alloggi in affitto a prezzi contenuti.

    vico-dragone-verticaleA Genova, in particolare, l’iter è stato gestito da Tursi, che ha promosso la costruzione di 24 alloggi a basso costo nel centro storico, finanziati dal Ministero, dal Comune e da ARTE Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia: molte delle abitazioni previste sono già state realizzate, mentre alcune -come quelle di Piazza delle Lavandaie/Vico del Dragone- devono ancora vedere la luce. In Vico del Dragone, in particolare, è prevista la costruzione di 12 alloggi dei 24 totali. Attualmente ARTE e Comune di Genova sono in procinto di indire il bando per l’assegnazione dell’appalto. I lavori veri e propri partiranno al più tardi entro febbraio.

    Così commenta Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est: «La cosa importante è che sia stato messo in atto un processo di riqualificazione urbanistica interessante. Da parte mia, sollecitazioni in questo senso sono arrivate subito dopo il mio insediamento perché gli spazi sono da sfruttare e da restituire alla cittadinanza, non importa in quale forma: se come casa dello studente, o come palazzina per le giovani coppie e le famiglie. Ci sembrava troppo limitante destinare gli spazi solo a coppie, perciò abbiamo preferito tenere in considerazione la realtà e incontrare uno spettro più ampio di richieste. Si costruisce sul costruito».

     

    Un progetto simile anche per il ghetto di Pré

    Anche nel ghetto (sempre nel Municipio I, in Vico Untoria) è stato avviato un processo simile: qui inizialmente si dovevano restaurare alcuni immobili vincolati a residenza studentesca e adibirli a “casa dello studente”. Tuttavia ARSSU, dapprima interessata al progetto, è poi fuoriuscita dalle trattative e si è tirata indietro dal progetto per mancanza di fondi. Così, è stato chiesto a Ri.Genova – Riqualificazione urbana Genova s.r.l. (azienda partecipata per oltre il 70% dal Comune, per la promozione e attuazione di interventi di recupero edilizio e urbanistico, in particolare nel centro storico) di svincolare l’immobile in questione, per destinarlo a famiglie e giovani coppie, con incentivi particolarmente convenienti e sempre nell’ottica di un ripopolamento “sano e sensato” del ghetto (vedi speciale Era Superba sul ghetto di Prè, numero 51 della nostra rivista).

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Borgoratti, via Bocciardo: il palazzo della vergogna, fuori casa da due anni

    Borgoratti, via Bocciardo: il palazzo della vergogna, fuori casa da due anni

    box via bocciardoSei famiglie da due anni fuori casa a proprie spese, evacuate dalle abitazioni per ragioni di sicurezza. Era il 4 dicembre 2011 quando per il civico 1 di via Bocciardo, nel quartiere di Borgoratti, l’ufficio Pubblica Incolumità ordinava lo sgombero per possibili lesioni strutturali alle fondamenta del palazzo causate dai lavori per la realizzazione di un centinaio di parcheggi interrati sulla sottostante via Tanini.
    Fu uno smottamento interno all’area di cantiere ad accendere la miccia, quando già da parecchi mesi gli abitanti manifestavano forti preoccupazioni per fessure e crepe nei muri e sulla strada in seguito ai lavori di scavo. Un disagio temporaneo, si disse ai tempi; il rientro a casa previsto alla conclusione delle opere di consolidamento e messa in sicurezza. Sono trascorsi ventitre mesi.

    L’area è di proprietà privata e i lavori affidati ad una ditta esecutrice, ovviamente con il permesso a costruire rilasciato dal Comune di Genova con tanto di parere favorevole della Provincia (indispensabile in considerazione del vincolo idrogeologico che interessa la zona). Le autorizzazioni sono state ritirate dopo il tragico evento del dicembre 2011 e, nel frattempo, una sentenza del Tribunale Civile di Genova ha obbligato la società B & C Group e la ditta esecutrice SCA a eseguire tutte le opere necessarie a garantire la sicurezza dell’edificio condominiale e dell’area di cantiere (in parallelo si apre anche un procedimento  in sede penale dopo una formale denuncia di querela, qui l’inchiesta di Era Superba del dicembre 2012 che ricostruisce nel dettaglio la situazione).

    Ciò nonostante da quel momento non accade più nulla o quasi. L’azienda non ha i soldi per effettuare gli interventi richiesti, gli abitanti rimangono fuori casa, sempre a loro spese (trovandosi addirittura nella surreale situazione di dover pagare per prelevare dalle abitazioni gli effetti personali), e tutto sembra destinato all’immobilismo. Almeno sino al maggio scorso, quando il cantiere riapre facendo finalmente tirare un sospiro di sollievo agli abitanti. Ma è solo un’illusione: «Avevamo ricevuto rassicurazioni dalla proprietà – racconta Enrico Ciani, inquilino e amministratore del condominio – sul fatto che a maggio sarebbero partiti i lavori di messa in sicurezza e che entro il 30 settembre avremmo avuto il via libera per il ritorno a casa. Con qualche giorno di ritardo il cantiere ha riaperto, ma dopo neanche un mese i lavori si sono bloccati e da quel giorno tutto è tornato a tacere».

    «Non sappiamo cosa è stato fatto in quelle settimane di lavori, sicuramente ben poco. La proprietà sostiene di non avere i soldi per proseguire con l’intervento necessario alla messa in sicurezza. Intanto continuano a verificarsi movimenti del terreno sotto al nostro palazzo, certamente limitati rispetto al passato, ma che non fanno altro che peggiorare una situazione già di per sé molto pericolosa. E purtroppo non solo per il civico 1, ma per tutta la zona circostante».

    In tutti questi mesi gli inquilini hanno pagato regolarmente tasse e utenze, oggi si muovono per chiudere definitivamente gli impianti di acqua e gas. Un gesto che ha il sapore della rassegnazione «non è esclusivamente un discorso economico, ma anche una questione di sicurezza», precisa Ciani.

    «Purtroppo stiamo prendendo coscienza del peggio, ovvero iniziamo a pensare che non faremo mai più ritorno nelle nostre case e quelle che fino ad oggi sono state “sistemazioni di fortuna” dovranno inevitabilmente diventare per noi soluzioni definitive. Non abbiamo intenzione di mollare la presa, ma non vediamo nulla a cui aggrapparci, all’orizzonte non ci sono più date o scadenze da attendere. La situazione è ferma e non ci sono evoluzioni in vista. Tutti stanno a guardare lo scempio che si compie, nessuno ci dà una mano. Abbiamo richiesto un incontro al sindaco, stiamo attendendo una risposta».

     

    Gabriele Serpe