Il Regolamento 6 del 13 novembre 2012, pubblicato sul Bollettino Regionale della Liguria, definisce icriteri per il contenimento dei consumi di energia degli edifici, la metodologia di calcolo della prestazione energetica, i requisiti minimi e le le modalità per la redazione e il rilascio dell’attestato di prestazione energetica.
Il Regolamento attua l’articolo 29 della Lr 22/2007 in materia di energia, come modificata dalla Lr 23/2012 per recepire la Direttiva 2010/31/Ue relativa alla prestazione energetica nell’edilizia.
Con la legge 23/2012 la Liguria ha ribadito che la progettazione e la realizzazione degli edifici di nuova costruzione e delle opere di ristrutturazione e demolizione di edifici esistenti devono contenere i consumi di energia e ha rinviato ad un apposito regolamento la determinazione dei requisiti minimi di prestazione energetica.
Il Regolamento è quello appena pubblicato (abroga il precedente regolamento regionale 1 del 22 gennaio 2009) e nel dettaglio definisce:
– i criteri per il contenimento dei consumi di energia;
– la metodologia di calcolo della prestazione energetica degli edifici;
– i requisiti minimi e le prescrizioni specifiche per gli edifici o le unità immobiliari, anche con riferimento all’uso di fonti rinnovabili;
– i criteri e le modalità per la redazione e il rilascio dell’attestato di prestazione energetica, ovvero il documento che contiene le informazioni tecniche relative al sistema edificio-impianto e fornisce all’utente le informazioni sulla qualità energetica dell’edificio nel suo complesso e nei singoli componenti .
– le modalità per il versamento del relativo contributo;
– le modalità di svolgimento delle verifiche a campione;
– ulteriori casi di ristrutturazione parziale dell’edificio;
– ulteriori casi di esonero dall’obbligo dell’attestato.
Per il calcolo delle prestazioni energetiche degli edifici, si dovrà fare riferimento principalmente alle norme UNI/TS 11300-1 e UNI/TS 11300-2 e ss.mm.ii, considerando l’eventuale presenza di sistemi di produzione di energia termica ed elettrica da fonti rinnovabili.
Per la valutazione degli indicatori prestazionali è possibile utilizzare il software messo a disposizione dalla Regione Liguria o un altro software, sviluppato nel rispetto delle metodologie di calcolo definite nel Regolamento, che sia in grado di trasferire i dati in formato XML secondo le specifiche pubblicate sul sito della Regione Liguria.
Sulla base dell’indice di prestazione energetica, gli edifici saranno classificati dalla lettera A alla lettera G (da A+ a G per l’involucro).
Un progetto calato dall’alto, sviluppato con un processo decisionale privo della necessaria trasparenza e soluzioni architettoniche assai discutibili, un intervento spacciato quale risposta all’emergenza abitativa, sì però a termine, visto che gli alloggi realizzati saranno vincolati a tale destinazione solo per 15 anni e poi spazio al libero mercato.
Stiamo parlando della costruzione di uno svettante edificio residenziale in via Maritano – a metà strada tra Teglia e Bolzaneto – 11 piani (di cui 1 pianterreno e 2 seminterrati) per un altezza di circa 40 metri che insistono su un’area di oltre 5000 metri quadrati, adiacente all’autostrada A7 Genova-Milano e a via Ortigara, stretta strada che si inerpica su una porzione della Val Polcevera, almeno finora, parzialmente salva dalla cementificazione selvaggia. Siamo in un triangolo che in pochi chilometri comprende esperienze fortemente negative di edilizia pubblica, quali la tristemente nota “Diga” del quartiere Diamante, che dista solo alcune centinaia di metri, la casa-albergo proprietà di Poste Italiane in via Linneo e diversi insediamenti in via Tofane, entrambe dall’altro lato della collina, zone soffocate da una pesante edificazione che oltre a deturpare l’aspetto urbanistico crea un fortissimo disagio sociale dovuto alla eccessiva “concentrazione massiva”. Al contrario, nell’area di via Ortigara, la tipologia edilizia è caratterizzata da case indipendenti, spazi verdi, orti privati e stabili con sedime ridotto e un numero limitato di piani (massimo 5/6 piani fuori terra, quest’ultimi edifici, per altro rari, sono edificati sul crinale, senza ledere alcun diritto di veduta verso le circostanti colline).
Fino a poco tempo fa il lotto era occupato da un fabbricato industriale dismesso ormai da anni, costituito da un volume piuttosto compatto con altezza variabile tra i 10 ed i 20 metri e con una superficie agibile di 4159 mq complessivi. Oggi il capannone è stato eliminato, grazie ad una celere demolizione partita nella primavera scorsa e conclusa in pochi mesi lavorando a ritmi serrati, anche il sabato e la domenica, ricordano gli abitanti, con una fretta dettata soprattutto dal timore di perdere il finanziamento previsto per l’operazione. L’area è proprietà di Spim (Società per la promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, partecipata al 100% dal Comune) la quale ha proposto un intervento – compreso nel “Programma Locale per la Casa del Comune di Genova” ammesso a finanziamento regionale con DGR 314/2010 – che prevede la realizzazione di 67 unità immobiliari di cui 55 destinate ad edilizia sociale per locazione a canone moderato con vincolo di durata pari a 15 anni.
L’Accordo di Programma Quadro per l’attuazione del Programma, stipulato da Comune di Genova e Regione Liguria in data 19 maggio 2011, disciplina le modalità di erogazione del cofinanziamento regionale che per il progetto di via Maritano ammonta ad euro 2.550.140,45. A quest’ultimi bisogna sommare altri euro 5.981.138,61 di finanziamenti del Comune e della società proponente, per un totale di oltre 8,5 milioni di euro.
Ma per quale motivo è stata scelta una soluzione verticale così impattante ed invasiva, in grado di deturpare per sempre il paesaggio? La risposta si può leggere nella relazione tecnico illustrativa, presentata in Conferenza dei Servizi in seduta referente, il 10 febbraio 2012 «La porzione di lotto edificabile su cui si sviluppa il sedime del nuovo fabbricato è definito dai limiti imposti dalla distanze con i manufatti circostanti: precisamente la fascia di rispetto autostradale (30 metri), i confini del lotto (5 metri), i cigli delle strade (3 metri) ed i fabbricati (10 metri). L’area è interessata per oltre il 70% della sua superficie dalla fascia di rispetto autostradale che ne limita fortemente l’uso e la trasformazione; infatti in detta zona non è possibile la costruzione ex novo di alcun manufatto. Ma semplicemente una sistemazione delle aree con inserimento di percorsi viari e pedonali oltre alla realizzazione della rete di smaltimento delle acque meteoriche».
In altri termini, i progettisti sono stati costretti a limitare la larghezza dell’edificio – a causa dell’imposizione di una distanza di almeno 30 metri dall’autostrada – e hanno pensato bene di recuperare le volumetrie in altezza, immaginando un palazzo che ha un’inquietante somiglianza estetica con la “Diga”, in un contesto che nulla a che vedere con un simile intervento. Forse era opportuno immaginare uno sfruttamento migliore dell’area ed un intervento sensato avrebbe potuto riprendere le volumetrie del capannone presistente, magari attraverso una ristrutturazione e non la completa demolizione.
Il progetto rispetterà pure tutti i parametri urbanistici, però non si cala adeguatamente nel contesto reale, ovvero sembra disegnato sulla carta da tecnici che non devono aver mai messo piede nei dintorni di via Maritano e via Ortigara.
Relativamente al PUC vigente l’intero lotto ricade in un ambito speciale denominato BBu. Nel art. BB-RQ11) comma 1 si specifica che nell’ambito del lotto è espressamente consentita la demolizione e ricostruzione. Mentre in relazione al preliminare di PUC adottato, l’area ricade in zona AR-UR (ambito di riqualificazione urbanistico-residenziale). Il progetto, inoltre, risulta conforme a quanto prescritto nel Regolamento Edilizio Comunale.
«Il nuovo edificio – leggiamo nella relazione tecnico illustrativa – è costituito da due piani interrati da destinarsi ad autorimessa pertinenziale, un piano terreno con spazi e sistemazioni esterne pubbliche ed è articolato in elevazione in quattro corpi di fabbrica con altezze differenti per meglio armonizzarsi con il terreno ed i fabbricati esistenti, raggiungendo l’altezza massima di otto piani».
In relazione alla dotazione di parcheggi pertinenziali «si evidenzia che rispetto ai minimi prescritti dalla norma (art.51 comma 1 ed art. BB-RQ7 comma 1.3) fissati nel 35% della S.A., il presente intervento prevede la realizzazione di un numero di parcheggi in misura di 1 a 1 con il numero delle abitazioni risultanti, ovvero la realizzazione di n.67 tra box e posti auto coperti e scoperti che in termini di superficie superano il minimo richiesto», sottolinea la relazione. Suscita perplessità la presenza di numerosi box, considerando che la maggior parte degli alloggi sono destinati alla locazione a canone moderato e non si comprende a quale esigenza possano rispondere, se non in gran parte alla libera vendita.
Al piano terreno è previsto uno spazio, a disposizione del condominio, di circa 80 mq, che potrà essere utilizzato semplicemente come locale condominiale o per la creazione di uno spazio culturale-ricreativo o di una ludoteca con funzioni educative e aggregative.
«In generale la sistemazione delle aree esterne comprese nel lotto favorisce l’inserimento del nuovo complesso e consente la fruizione dei nuovi spazi agli abitanti degli edifici circostanti mediante la creazione di servizi e percorsi pedonali di penetrazione – continua la relazione – Le aree esterne dell’edificio in progetto sono sistemate con percorsi viari, pedonali e zone ad uso pubblico, con giardini, giochi bimbi e aree pavimentate. Il parcheggio attualmente presente a nord del lotto verrà mantenuto e diventerà parcheggio pubblico a servizio del nuovo insediamento e del quartiere».
Oggi l’iter di approvazione del progetto è in via di svolgimento. A febbraio 2012, come detto, si è svolta la seduta referente della Conferenza dei Servizi, in cui è stato illustrato il progetto.
Adesso siamo in fase istruttoria, nella quale si raccolgono tutti i pareri degli enti interessati, in attesa della seduta deliberante della Conferenza dei Servizi, chiamata ad esprimere il suo assenso/dissenso. I residenti della zona, non appena venuti a conoscenza dell’intervento – solo nel giugno 2012, perché in precedenza erano stati tenuti all’oscuro di tutto – si sono attivati con una raccolta firme (200 quelle raccolte) e con la presentazione di puntuali osservazioni critiche inviate in data 21 giugno 2012 a: Sindaco del Comune di Genova, Marco Doria; Direzione Sviluppo Urbanistico e Grandi Progetti. Settore Pianificazione Urbanistica del Comune di Genova; Direzione Programmi di Riqualificazione Urbana e politiche della Casa del Comune di Genova; Municipio V Vapolcevera; oltre ad una mail inoltrata all’Assessore Bernini (in data 22.06.2012). Una risposta è arrivata solo dal Municipio che ha esaminato il progetto esprimendo all’unanimità un parere negativo (come vedremo in seguito).
«Si ritiene non ammissibile una concentrazione di volumetria su quel sito, nella quantità, forma e posizione pari a quella prevista», scrivono gli abitanti che non intendono opporsi ad una nuova edificazione, purché sia adeguata al sito. Infatti, quando sono iniziati i lavori di demolizione dell’ex fabbrica in disuso, si è manifestato un chiaro assenso al cambiamento, questo però prima di conoscere il tipo di intervento proposto, che si reputa ulteriormente dequalificante per la zona.
«Dal punto di vista architettonico si ritiene che il nuovo fabbricato non sia in alcun modo contestualizzato» sottolineano i residenti che contestano soprattutto l’eccessiva sopraelevazione dell’edificio residenziale.
«Dagli elaborati di progetto di cui si è potuto prendere visione si rileva che il nuovo immobile, nel punto più alto, si sopraelevi rispetto alla quota di copertura più alta dell’edificio esistente, parzialmente demolito, di circa ulteriori 18 m, prevedendo un’altezza complessiva dal piano di campagna di circa 40 m. L’elevazione esagerata comporta una completa occlusione ai fabbricati prospicenti e comunque un eccessivo impatto visivo per gli altri (anche da altri punti di vista della collina»). Il carico insediativo previsto (67 appartamenti) «non è sufficientemente supportato dai servizi di zona (pubblici e privati), probabilmente dimensionati nel rispetto delle normative vigenti e in adozione, ma nella realtà dei fatti chi vive e risiede sul posto ha la consapevolezza di quanto già ora la viabilità locale sia inadeguata, di quanto si risenta della carenza di posti auto e della mancanza di servizi primari e ne subisce gli esiti. L’inevitabile sosta delle vetture lungo la via e i percorsi carrabili ridotti attualmente quasi a senso unico alternato sono ovviamente a discapito della sicurezza anche per il transito di mezzi di soccorso».
La preoccupazione di come l’intervento proposto possa peggiorare ulteriormente la situazione è altissima. «per altro, la superficie destinata a parcheggio pubblico del nuovo insediamento (solo 450 mq), comprende un’area che già nell’uso comune è impiegata a tale scopo (utilizzata a compensazione dei posti auto espropriati precedentemente per la costruzione dell’attuale via Maritano e, quindi non solo non migliora la situazione esistente, ma chiaramente non è in grado di supportare il nuovo)». I residenti, di conseguenza, chiedono che venga rivisto il progetto presentato in Conferenza dei Servizi «studiando un criterio di assegnazione tale da permettere una reale integrazione e non una “ghettizzazione” dei nuovi insedianti, con una volumetria meno impattante e che consenta di costruire un nuovo fabbricato, con un’altezza massima pari alla quota più alta della costruzione pre-esistente».
«Noi siamo disponibili ad eventuali confronti con i soggetti proponenti, proprietari e gli uffici della Pubblica Amministrazione preposti e interessati all’area in oggetto, come già in forma colloquiale ci si è proposti – concludono gli abitanti – per elaborare una soluzione di compromesso che possa portare ad un progetto compatibile con la localizzazione, salvaguardare i diritti di ciascuno e soddisfare il più possibile le esigenze delle varie parti».
I tecnici di Spim, in maniera ufficiosa, durante un incontro tenutosi il giorno 4/09/2012 nella sede del Municipio V Valpolcevera, alla presenza del Vice Sindaco, del Presidente del Municipio, degli assessori appartenenti alla Giunta Municipale, del Presidente della II Commissione (Bilancio, Assetto del Territorio, Sviluppo Economico, Tutela Ambiente), hanno proposto una modifica del progetto iniziale, con la riduzione di 2 piani che comporterebbe l’eliminazione delle 12 unità immobiliari (u.i.) destinate alla vendita di mercato e la conferma della presenza delle 55 u.i. destinate a edilizia sociale. In sostanza, però, la sagoma dell’edificio non muterebbe e rispetto al punto più alto del vecchio capannone ormai demolito, i metri di sopraelevazione rimarrebbero comunque una decina.
«Il progetto seppur abbia ricevuto modifiche progettuali rimane fortemente impattante per la zona che è caratterizzata da piccole costruzioni con un numero limitato di piani (3/4 massimo fuori terra) – scrive la Commissione II del Municipio Valpolcevera, il 19 ottobre scorso – la Commissione ritiene il fabbricato, così come previsto da progetto, non contestualizzato con la zona e incompatibile dal punto di vista paesistico, architettonico e della mobilità locale che risulta particolarmente critica all’altezza dell’uscita di Via Maritano».
Per questi motivi la Commissione esprime «parere contrario all’unanimità alla realizzazione del progetto così come attualmente strutturato, nonostante il medesimo abbia ricevuto modifiche progettuali, che comunque non consentono di ritenere l’intervento ancora adeguato al contesto in cui è stato inserito». La Commissione ritiene necessario «un riesame del progetto edilizio cui segua un suo ulteriore ridimensionamento nei volumi e nelle dimensioni, soprattutto in sviluppo verticale, in modo da realizzare un’opera di altezza non eccedente i volumi di altezza del precedente edificio già demolito riprendendo lo sky line di tale costruzione (32 alloggi); che si valuti il trasferimento dei volumi eccedenti in altre aree dove siano già previsti possibili o analoghi interventi di” social Housing”». La netta contrarietà all’opera è stata ribadita all’unanimità dal consiglio municipale in data 25 ottobre 2012. Purtroppo però il parere del Municipio non è vincolante.
Giunti a questo punto è ancora possibile fermare il progetto? L’istruttoria è aperta e c’è ancora tempo per intervenire. Occorre trovare un equilibrio tra i vari interessi in campo. Magari attraverso una modifica all’accordo di programma tra Comune e Regione.
La paura degli abitanti è che – considerando l’investimento significativo e gli importanti finanziamenti in ballo – ci sia la volontà politica di approvare il progetto così com’è. Al contrario, questo intervento potrebbe trasformarsi in un’occasione per dare un contributo vero alla riqualificazione, per dimostrare che gli amministratori sanno davvero amministrare la cosa pubblica. Esiste, infatti, la possibilità della perequazione, ovvero la volumetria non costruita sul sito può essere sfruttata in altri interventi di edilizia pubblica e privata in previsione sul territorio.
Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) si è recato sul posto e ha ascoltato le istanze degli abitanti. «Già non mi pare un intervento adeguato per rispondere all’emergenza abitativa, visto che gli appartamenti saranno destinati a edilizia sociale solo per 15 anni – spiega Pellerano – Le criticità evidenziate dai residenti sono condivisibili. Un intervento simile in questa zona è completamente sbagliato. Si rischia di compromettere la tranquillità del luogo e peggiorare la qualità di vita delle persone. Meno male che a parole, in tanti e di ogni parte politica, hanno preso le distanze da operazioni di edilizia pubblica devastanti. E però oggi propongono un nuovo scempio. Io posso intervenire considerando che la Regione contribuisce con un sostanzioso finanziamento di 2,5 milioni di euro. Farò un’interrogazione per portare la questione all’attenzione della Giunta regionale. Voglio allargare il tema. Si può trovare un accordo Comune-Regione. Quello che non costruiamo qua, costruiamolo da un’altra parte, senza rischio di perdere il finanziamento».
In effetti lo stesso accordo di programma Comune-Regione recita all’Art. 8 Rimodulazione dell’accordo di programma locale casa «Prima della consegna/inizio lavori, pena la revoca finanziamento, sono ammesse delle modifiche: è ammesso il trasferimento di alloggi o posti letto da un intervento all’altro nell’ambito del Programma locale per la casa, fermo restando invariato il numero e la tipologia di offerta abitativa complessivi e purché non si rilevi una riduzione della superficie complessiva riconoscibile (SCR) superiore al 10%».
Inoltre all’art. 10 Disposizioni generali e finali: «L’accordo può essere modificato o integrato per concorde volontà dei partecipanti mediante sottoscrizione di atto integrativo previa approvazione degli organi competenti».
Stamattina a partire dalle ore 9,30 in piazza Caricamento si terrà la manifestazione delle pensionate e dei pensionati liguri in difesa della sanità pubblica contro i tagli al finanziamento della sanità e dei servizi sociali e per cambiare le scelte della Regione Liguria. Da piazza Caricamento i manifestanti si dirigeranno in corteo sino in piazza De Ferrari.
«I tagli nazionali alle risorse mettono in pericolo il sistema socio sanitario della nostra regione – spiegano i sindacati Cgil, Cisl e Uil – ma anche la Regione Liguria ha una parte di responsabilità: è stata incapace di avviare una reale trasformazione del sistema per renderlo sostenibile e maggiormente efficace e alle dichiarazioni di principio non sono seguite le scelte coraggiose che sarebbero state necessarie per modificare profondamente il modo di funzionare di ospedali, ambulatori, assistenza domiciliare, ruolo dei medici di medicina generale».
Spi CGIL – Fnp CISL – Uilp UIL Liguria chiedono alla Regione di riaprire subito il confronto con le organizzazioni sindacali.
Aderiscono alla manifestazione: RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE ASL 3, UNIONE ITALIANA CIECHI E IPOVEDENTI, SUNIA, SICET, UNIAT, FEDERCONSUMATORI, ADICONSUM E ADOC
Sempre oggi, si svolgerà la giornata nazionale di mobilitazione degli inquilini, organizzata dai sindacati di categoria (Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini), il cui slogan è «Abbassare gli affitti per fermare gli sfratti. Perchè vorrei: pagare l’affitto ed arrivare alla fine del mese; avere un contratto regolare e detrarmi l’affitto dal reddito; non vivere con l’incubo dello sfratto; lasciare la casa dei miei genitori per averne una mia ad un affitto che possa pagare con il mio reddito; non aspettare invano una casa popolare; vivere serenamente in una città libera e solidale».
Alle ore 10:30 presidio nella piazza antistante la Prefettura.
Un’antica ex scuola del paese di Begato, in Val Polcevera, ospiterà tre alloggi a canone moderato destinati a cittadini che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della locazione ma, a causa di un reddito superiore alla soglia, non possono accedere alle liste per l’assegnazione di una casa popolare.
Sul finire di settembre un’impresa edile genovese si è aggiudicata in via provvisoria l’appalto per la ristrutturazione edilizia dell’ex scuola comunale di via Pierino Negrotto Cambiaso, quindi, dopo la necessaria verifica dei requisiti, l’aggiudicazione definitiva diverrà efficace ed in tempi brevi, presumibilmente a novembre, i lavori dovrebbero partire.
Un intervento in linea con quello attuato nello stabile di Vico Untoria, nel centro storico – attualmente occupato da un gruppo di anarchici che contestano i criteri di assegnazione degli appartamenti – dove presto si insedieranno i nuovi inquilini, come conferma la recente pubblicazione della graduatoria finale del bando sulle pagine web di Ri.Genova srl (la società partecipata del Comune che si occupa del recupero edilizio in ambito comunale).
La stessa Ri.Genova srl gestirà l’operazione di trasformazione dell’ex scuola del paese di Begato. Ma non solo, il progetto è più ampio e prevede di recuperare altri 2 ex edifici scolastici in altrettanti paesi della vallata, ovvero Cremeno e Geminiano. In totale la società conta di realizzare 16 appartamenti, grazie alla ristrutturazione delle tre scuole.
Il progetto risale al 2009, da un’idea dell’ex assessore alla casa del Comune di Genova, Bruno Pastorino che così spiegava la sua scelta «Visto che la situazione abitativa è drammatica e ci stanno tagliando tutti i finanziamenti, dopo aver fatto i salti mortali per far rendere al massimo il patrimonio abitativo esistente, quel che possiamo fare è lavorare di fantasia». Il Comune decise di affidare a Ri.Genova srl le tre strutture della Val Polcevera, evitando l’ennesima vendita di beni immobiliari del patrimonio pubblico.
Oggi, come allora, il diritto alla casa rimane un’esigenza stringente per migliaia di cittadini genovesi. Senza dubbio trasformare edifici dismessi in nuovi alloggi a canone moderato è un’iniziativa che si muove nella giusta direzione. Ma per rispondere adeguatamente all’annoso problema della penuria di case destinate alle fasce deboli, simili progetti devono diventare la regola e non l’eccezione.
La questione del diritto alla casa – nonostante coinvolga un numero sempre maggiore di persone – rimane una tematica colpevolemente assente nell’agenda delle istituzioni pubbliche. Se ne è parlato ieri nel corso del convegno “La casa: diritto di tutti i cittadini e grande opportunità di lavoro e sviluppo per Genova”, organizzato dal sindacato degli inquilini Sunia-Apu.
«Nel 2011 a Genova abbiamo avuto 1291 sfratti di cui l’85% per morosità, la gran parte dei quali eseguiti in forma coatta con l’intervento della forza pubblica – spiega Calogero Pepe, segretario generale del Sunia-Apu – per il 2012, con l’incremento della crisi, gli sfratti stimati nella nostra città saranno oltre 1500».
I dati emersi dal convegno fotografano una realtà in grande sofferenza, infatti, a fronte di 4300 domande presentate nel bando 2012 per l’assegnazione di case in edilizia residenziale pubblica, c’è una disponibilità di sole 250/300 unità abitative.
Il Sunia denuncia «A 6 mesi dall’insediamento della nuova Giunta guidata dal Sindaco Marco Doria, non siamo ancora stati convocati per un incontro. Eppure l’attività programmatoria è indispensabile per poter gestire l’emergenza casae molti temi potrebbero essere oggetto di trattativa e confronto: come gestire l’Imu per i meno abbienti, come incrementare il ruolo dell’Agenzia sociale per la casa, quali iniziative prendere per incrementare le occasioni di social housing, come impedire l’aumento dei morosi tra coloro che sono assegnatari di alloggi di edilizia pubblica».
Per il sindacato degli inquilini si tratta di questioni da affrontare immediatamente. Al convegno era presente anche l’assessore regionale alle politiche abitative, Giovanni Boitano, il quale ha garantito che, nel giro di una settimana, si terrà l’incontro tra istituzioni (Comune di Genova compreso) e sindacati degli inquilini.
«A livello nazionale il fondo di sostegno all’affitto è stato azzerato e questo, in un momento di crisi profonda, rappresenta un taglio inaccettabile – spiega Daniele Barbieri, segretario nazionale del Sunia-Apu – Basterebbe perseguire l’evasione fiscale che nel comparto degli affitti è più alta rispetto a tutti gli altri settori. Si stima che a livello nazionale l’evasione fiscale sia di circa 3 miliardi di euro all’anno. Una cifra che consentirebbe di abbassare le tasse ai proprietari, ricostituire un fondo di sostegno all’affitto e attivare una serie di politiche abitative rivolte alle fasce più deboli della popolazione». Per sostenere queste proposte il 26 ottobre il Sunia sarà presente in molte piazze italiane con lo slogan “Abbassare gli affitti per evitare gli sfratti”.
Danimarca, 1964: l’architetto Jan Gudmand-Hoyer raduna un gruppo di amici e propone loro di individuare uno spazio in cui andare a vivere tutti insieme, per ricreare “in piccolo” il clima di condivisione che nelle società antiche era tipico dei villaggi. Infatti, un tempo non esistevano né le grandi città di oggi né mezzi di trasporto che permettevano di arrivare rapidamente da un luogo all’altro: per questo, ogni singolo villaggio doveva badare da solo alla propria sussistenza. Inoltre, l’architetto voleva sperimentare un modo (quasi anacronistico, a ripensarci oggi) per contrastare l’assottigliarsi dei legami che la crescente globalizzazione ha portato nel vivere quotidiano delle persone.
Questo è il cohousing: un percorso di vita in comune fra un gruppo di persone che si sono “scelte” e hanno individuato un luogo – per esempio un condominio – dove ognuno ha diritto al proprio spazio privato, ma dove al tempo stesso domina una logica di scambio e condivisione, per esempio con servizi in comune quali aree verdi e orti, biblioteca, area per bambini, pannelli fotovoltaici e così via.
In questi cinquant’anni il modello si è diffuso, e in tutto il mondo – Italia inclusa – esistono ottimi esperimenti di cohousing. Un modello di vita che a Genova ancora manca.
Per questa ragione si è costituita nei mesi scorsi “GE-COH: Associazione per la promozione del Cohousing a Genova“: un’associazione che si pone lo scopo di fornire aiuto e supporto a chiunque voglia tentare questa esperienza nella nostra città.
Questi i vantaggi principali del cohousing, così come illustrato sul manifesto dell’associazione:
– l’aumento delle opportunità di relazione e la riduzione di patologie legate alla vita in solitudine (ad esempio per persone anziane);
– maggiori punti di riferimento nella crescita dei bambini (aiuto nei compiti, assistenza quando i genitori non ci sono, ecc);
– la creazione di rapporti tra gli adulti, che possono trovare occasione di confronto e dialogo con persone diverse dal proprio nucleo familiare;
– la riduzione dell’uso improprio delle strutture, impiego più razionale delle risorse, riduzione dei consumi e dei costi;
– possibilità di sperimentare nuove soluzioni costruttive, per esempio la bio architettura o strumenti di risparmio energetico e di miglioramento dell’impatto ambientale;
– la partecipazione individuale alle attività di progettazione, realizzazione e mantenimento della propria casa.
L’associazione ha sede presso il Circolo Arci Zenzero di via Torti, dove periodicamente terrà riunioni allo scopo di illustrare i principi del cohousing e prendere contatto con chiunque voglia aderire. Per contattarli ci si può recare presso il circolo Arci Zenzero o scrivere presso la pagina Facebook “Cohousing Genova”.
Gli sfratti sono in aumento del 64% rispetto a 5 anni fa e quasi 56 mila famiglie italiane nel 2011 sono state raggiunte da un provvedimento di sfratto per morosità. Questi i dati agghiaccianti, ancora incompleti, forniti dal Ministero dell’Interno, numeri che confermano il perdurare della crisi economica e la difficoltà, per numerosi cittadini, di arrivare alla fine del mese.
Nella classifica stilata dal Ministero, Genova si piazza al sesto posto per quanto riguarda il numero di ingiunzioni (797), preceduta solo da Roma (4678), Torino (2523), Napoli (1557), Milano (1115) e Palermo (941).
Un problema, quello di non riuscire a pagare l’affitto, che riguarda l’87% dei casi di sfrattonel 2011, complessivamente quasi 64 mila. Sono, invece, solo 832 i provvedimenti di sfratto emessi per necessità del locatore; 7471 per finita locazione. Le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale giudiziario sono state oltre 123 mila, mentre gli sfratti eseguiti circa 28 mila.
«I dati del Ministero dell’Interno sugli sfratti del 2011, ancora incompleti, disegnano una condizione di sofferenza sociale acuta – spiega il Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari – quasi 64 mila nuove sentenze emesse di cui quasi 56 mila per morosità e 124 mila richieste di esecuzione forzata. Il dato degli sfratti è ancora in aumento su tutto il territorio nazionale e crescono di oltre l’11% le richieste di esecuzione forzosa degli sfratti con l’ufficiale giudiziario».
«Nel 2011 gli sfratti per morosità sfiorano il 90% del totale contro l’85% dello scorso anno – continua il Sunia – a questi dati vanno aggiunte le conseguenze inevitabili derivanti dai tagli sociale effettuati dal Governo con l’azzeramento del fondo sociale per gli affitti che riguardava circa 300 mila famiglie con redditi bassi».
In pratica, in assenza di adeguate iniziative di contrasto, Suniacalcola – per i prossimi 3 anni – circa 250 mila nuovi sfratti, di cui 225 mila per morosità incolpevole.
«La situazione purtroppo non è nuova, anzi ormai la definirei endemica – denuncia Stefano Salvetti, segretario genovese di Sicet, Sindacato Inquilini Casa e Territorio – Noi, da tempo, chiediamo un cambiamento per quanto riguarda le normative di tutela. Oggi sono tutelati esclusivamente i soggetti con reddito annuo al di sotto dei 27 mila euro e figli minori a carico. E parliamo di una protezione per contrastare i provvedimenti di sfratto per finita locazione.Le persone sfrattate per morosità, invece, non dispongono di nessuna tutela».
«Questi dati sono il risultato del disastro delle politiche abitative nel nostro Paese – continua Salvetti- Dal 2009, quando la bolla speculativa del mattone ha innescato il rialzo, i canoni di mercato non sono più in linea con il reddito delle famiglie. Siamo stufi di sentir dire da autorevoli esponenti che è necessaria una politica di social housing. Questa non è una risposta alle esigenze delle fasce più deboli. Il social housing, infatti, altro non è che un canone medio, leggermente inferiore, dai 400 euro in su. In Italia, invece, occorre investire nell’edilizia residenziale pubblica, nelle vere e proprie case popolari con canoni dai 30-40 euro in su».
«La cedolare secca non ha prodotto l’emergere del “nero” e neppure è stata utile per calmierare il mercato – sottolinea Salvetti – L’unica soluzione è incentivare i canoni concordati e defiscalizzarli al massimo. Sono 700 mila gli alloggi invenduti che potrebbero essere messi sul mercato a queste condizioni, fornendo un po’ di respiro alle famiglie italiane».
“Dopo 16 anni scompare l’Imposta comunale sugli immobili relativamente alla prima casa e alle sue pertinenze”. Così nel 2008 il Governo Berlusconi annunciava l’abolizione dell’Ici, una tassa locale nata nel 1992 come imposta straordinaria, trasformata poi in tributo permanente sulle abitazioni. A partire dal giorno 5 giugno 2008 gli italiani non sono più tenuti a pagare l’imposta sulla prima casa (che rimane solo per gli immobili di lusso adibiti ad abitazione principale).
In quell’occasione il Governo stimò il costo totale dell’operazione per lo Stato in 2,5 miliardi di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009, e 2010; miliardi a cui si sarebbe dovuto provvedere con la legge finanziaria del 2011.
E badar bene a chiamarle spese, perché non si tratta di “mancati introiti”, ma di uscite effettive. Una parte delle entrate che di lì a poco i Comuni di tutta Italia avrebbero visto scomparire dalla voce entrate del bilancio, quelle riferite appunto alla tassa sulla prima casa, sarebbe stata rimborsata dallo Stato con un trasferimento annuale a ogni singolo Comune. Insomma, non è difficile intuire che l’Ici, pur non pagandolo direttamente sotto forma di imposta, non è scomparso all’improvviso dalla scena. I soldi versati ai Comuni non provenivano certo da tasche diverse da quelle che per 16 anni hanno pagato regolarmente l’imposta.
Prendiamo come esempio il bilancio consuntivo 2011 del Comune di Genova. Le entrate derivanti dall’Ici sono state pari a 119 milioni di euro; una cifra così consistente solo per i contributi derivanti dalla proprietà di immobili diversi dalla prima casa? No. Approfondendo la voce “trasferimenti” all’interno delle entrate correnti del conto economico del Comune, si evince che, di questi 119 mln, ben 77 milioni di euro sono stati versati dallo Stato nelle casse comunali come “compensazione del minor gettito Ici prima casa“.
Oggi, con l’entrata in vigore dell’Imu, ovvero imposta municipale propria (una riproposizione dell’Ici nella vecchia versione articolata tra l’abitazione principale e altri immobili diversi dell’abitazione principale), che cosa cambia?
Partiamo dal presupposto che tutti i dati relativi all’Imu sono ancora molto vaghi; in un normale iter burocratico, il Comune di Genova è tenuto ad approvare il bilancio preventivo 2012, cioè il prospetto nel quale vengono indicate le previsioni di spesa e di entrate per l’anno in corso, entro il 30 giugno 2012: sarà dunque il primo “compito in classe” della nuova amministrazione comunale.
Tra le previsioni delle entrate del bilancio c’è anche la voce riguardante l’Imu, ma come detto esiste ancora una forte incertezza circa questa nuova imposta, tanto che pochi giorni fa il governo Monti ha diramato una disposizione per cui a giugno si pagherà sulla base delle aliquote standard, 4 per la prima casa e 7,6 per mille per le altre (quando era in vigore l’Ici l’aliquota sulla prima casa era del 4 per mille, quella della seconda del 6 per mille n.d.r.).
In un secondo momento le Giunte comunali dovranno fissare, entro il 30 settembre, le aliquote definitive sulla cui base i cittadini a dicembre pagheranno il saldo. Il decreto Salva Italia del Governo Monti ha infatti eliminato il provvedimento emanato dal Ministro Tremonti con il D.L. 93/2008 che impediva ai Comuni di agire sulle tariffe (Tosap, TIA, imposta sulla pubblicità etc), concedendo agli Enti la facoltà di applicare un aumento delle aliquote del 2 per mille sulla prima casa (che arriverebbe al 6 per mille) e 3 per mille sulla seconda casa (che arriverebbe a 10,6 per mille).
Difficile quindi fare una previsione sull’andamento del 2012 e quantificare correttamente le entrate derivanti dell’Imu senza un quadro normativo di riferimento completo e definitivo.
base
Aumento rendite 60%
totale
min
max
totale min
totale max
ICI 1,a casa
77
46
123
15
31
139
154
ICI altre fattispecie
120
72
192
71
104
263
296
Totale
197
118
315
86
135
402
450
Quote teoriche Comune
201
225
Stato
201
225
Secondo queste stime l’IMU del 2012 a carico dei cittadini di Genova dovrebbe essere pari ad almeno 400 mln di euro; quindi, rispetto all’esborso del 2011, ci sarà un maggior onere di circa 280 mln di euro. La manovra prevede inoltre una rivalutazione del 60 % della base imponibile, cioè della rendita catastale per gli immobili maggiormente diffusi, quelli della categoria A. Questa rendita catastale così rivalutata viene tassata, come detto, al 7,6 per mille, aliquota base che viene ridotta al 4 per mille per gli immobili destinati ad abitazioni principali. Su queste ultime la manovra prevede una detrazione di 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni sino ad un massimo di 400 euro.
A tale maggiore esborso si deve aggiungere anche il maggior prelievo per l’addizionale comunale, che è passata da 0,7 a 0,8 per cento già a partire dallo scorso mese, con un introito prevedibile a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. In più, su queste aliquote il Comune ha la facoltà, come detto, di applicare una leva del due per mille e del tre per mille rispettivamente sull’aliquota del 4 e su quella del 7,6. Solo in questo caso il Comune può aumentare il gettito del proprio bilancio.
Su questo tema l’assessore al bilancio Francesco Miceli ha dichiarato: «La posizione della Giunta Comunale è quella di sfruttare i tre punti percentuali di aumento possibile per gli immobili diversi dalla prima casa, portando l’aliquota dal 7,6 per mille al 10,6 per mille e lasciando inalterata l’aliquota base della prima casa». Bisogna vedere ora quale sarà la decisione della nuova Giunta.
E’ importante sottolineare che questi ipotetici 400 milioni che graveranno sui cittadini di Genova saranno incassati dallo Stato per almeno il 50%; al Comune, quindi, rimarranno circa 200 milioni, comunque di piu’ rispetto ai 119 incassati nel 2011. D’altro canto, se nel 2011, come abbiamo visto, il Comune di Genova è costato allo Stato 77 milioni, nel 2012 garantirà un ricavo di 200.
I sindacati degli inquiliniSicet – Sunia – Uniat in maniera unitaria rilanciano l’allarme sul grave disagio abitativo che purtroppo coinvolge un numero crescente di famiglie e persone ma le attuali politiche abitative non sono in grado di fornire loro una risposta adeguata.
A Genova manca un numero sufficiente di alloggi sociali Erp (Edilizia residenziale pubblica) e a canone moderato perché a fronte di circa 4.000 richieste annuali presentate agli uffici comunali, vengono assegnati circa 350 alloggi. Ma le 4.000 domande, per i sindacati, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di un bisogno stimato di almeno 11.000 alloggi sociali.
<<Sappiamo che a livello nazionale non esiste una prospettiva di investimenti per la Erp e le iniziative di social housing sembrano rispondere ad una domanda con capacità economiche medio-alte – spiega Antonio Molari, segretario Sunia – Ma dopo un lunghissimo periodo di latitanza dei governi precedenti finalmente si è aperto un confronto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti >>.
Le Organizzazioni Sindacali e le Associazioni della Proprietà sono state convocate dal Governo proprio allo scopo di rinnovare la convenzione nazionale che stabilisce i criteri per la definizione di canoni e regole dei contratti convenzionati previsti dall’attuale legge sulle locazioni.
Il quadro rispetto alle convenzioni precedenti – l’ultima risalente al 2002, adottata senza convocare le parti sociali come previsto dalla legge – è completamente mutato. Il livello degli affitti richiesti è divenuto insostenibile per la domanda – denunciano le segreterie nazionali dei sindacati inquilini – provocando un numero impressionante di sfratti per morosità: 250.000 negli ultimi 5 anni.AGenova nel 2010 le pratiche in tal senso sono state 2.450. Il fondo di sostegno alla locazione – un ammortizzatore fondamentale per le famiglie più deboli – è passato dagli oltre 361 milioni del 2000 ai 9 del prossimo anno.
<<In Italia registriamo una situazione paradossale – continua Stefano Salvetti, segretario Sicet – abbiamo un surplus di abitazioni ma la politica scellerata è quella di venderne il maggior numero possibile. E così nonostante la presenza invasiva del mattone non riusciamo comunque a dare accoglienza ad un gran numero di famiglie>>.
Per quanto riguarda Genova <<Esiste un progetto encomiabile, ovvero l’Agenzia sociale per la casa – spiega Molari – Un’iniziativa nata per agevolare l’incontro fra la domanda e l’offerta di appartamenti, con un ruolo importante svolto dal Comune di Genova. L’agenzia interviene nei casi di morosità incolpevole coprendo per ben un anno l’affitto. Ma fino ad oggi non è riuscita a dare risposte significative nonostante i buoni propositi>>.
<<Inoltre c’è una grande opportunità da sfruttare, vale a dire 25.000 appartamenti sfitti presenti in città – continua Molari – Possiamo supporre che alcuni siano affittati in nero mentre una parte di essi, per essere affittati, necessitino di sostanziali ristrutturazioni. Proprio per contrastare il presunto “nero” è necessario un controllo incrociato tra le proprietà e le utenze che vengono pagate. >>.
Visto che uno dei problemi principali è proprio la mancanza di volontà dei proprietari ad affittare <<Si deve creare un interesse fiscale che invogli i proprietari ad affittare anche con contratti concordati>>, sottolineano i sindacati.
<<Bisogna rilanciare i canoni concordati, ovvero sconti ed agevolazioni fiscali per i proprietari – precisa Salvetti – ma ci vuole una sinergia con l’Agenzia delle Entrate per verificare se chi ottiene agevolazioni garantisce il rispetto delle condizioni di canone concordato. Il 40% infatti non rispetta i termini previsti>>.
Un altro problema non trascurabile è quello degli appartamenti di proprietà pubblica sfitti da anni.
<<Da qualche giorno abbiamo iniziato un rilevamento sugli appartamenti di proprietà Inps o ex Inpdap – spiega Molari – In tre giorni abbiamo individuato 60 appartamenti vuoti. Vorremmo lanciare un appello ai cittadini affinché denunciassero situazioni simili. In mano pubblica infatti è finito un patrimonio enorme di case appartenenti ad ex Enti pubblici ed è fondamentale una maggiore trasparenza per quanto concerne la loro gestione. Anche perché ci chiediamo per quale motivo questi appartamenti non possano essere affittati a canoni concordati>>.
E a proposito di Enti pubblici, la vicenda della casa-albergo di via Linneo, proprietà di Poste Italiane, è emblematica. <<Nonostante gli sforzi di tutti, sindacati ed assessorato competente, a distanza di mesi non sappiamo ancora come si concluderà la vicenda>>, denunciano le organizzazioni.
Ma occorre intervenire anche per razionalizzare al meglio il patrimonio pubblico gestito da Arte. In particolare l’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia deve rafforzare i controlli e le verifiche in merito all’assegnazione degli alloggi.
<<A Padova la Guardia di finanza ha smascherato oltre 60 titolari di appartamenti popolari, in realtà evasori totali possessori di mercedes e gestori di bar nel centro città>>, ricorda Molari.
Falsi poveri che non solo evadono il fisco ma – risultando formalmente non abbienti – scavalcano in graduatoria i veri poveri.
<<Arte ha la responsabilità di verificare le modalità di assegnazione, anche perché questo non può essere un compito affidato esclusivamente all’azione della Gdf – spiega Molari – per evitare di incorrere in spiacevoli situazioni come quella sopracitata>>.
<<Sindacati, Comuni ed Arte devono collaborare – aggiunge Antonio Donati, segretario Uniat – in modo da avere più soggetti che controllano. Oggi non siamo in grado di capire se queste assegnazioni pubbliche presentano eventuali irregolarità>>.
<<Arte punta soprattutto sull’edilizia agevolata – continua Donati – Sono bandi particolari destinati a soggetti con redditi da un minimo di 16 mila euro ad un massimo di 32 mila con canoni di mercato che vanno dai 500 ai 700 euro. Ben venga l’edilizia agevolata ma dobbiamo garantire e tutelare tutti. Allo stato attuale ci sonopersone che rimangono nel limbo perché la loro situazione reddituale li esclude sia dall’accesso agli alloggi popolari che dalla possibilità di usufruire di canoni agevolati>>.
<<Chiediamo alla Regione Liguria un restyling delle politiche per la casa – concludono all’unisono i sindacati – Inoltre vogliamo che i pochi soldi pubblici disponibili siano destinati a finanziare vera e propria edilizia pubblica con canoni sui 100-200 euro al mese>>.
“Per garantire l’effettivo esercizio del diritto all’abitazione, le Parti s’impegnano a prendere misure destinate: a favorire l’accesso ad un’abitazione di livello sufficiente; a prevenire e ridurre lo status di senza tetto in vista di eliminarlo gradualmente; a rendere il costo dell’abitazione accessibile alle persone che non dispongono di risorse sufficienti”. Questo è il testo dell’articolo 31 della Carta Sociale Europea, trattato internazionale entrato in vigore nel 1999.
Un documento sottoscritto anche dall’Italia, ma la violazione dell’articolo 31 continua ad essere perpetrata. La conferma è arrivata alla fine di gennaio quando il Consiglio d’Europa – attraverso il rapporto 2011 redatto dallo European Committee of Social Rights – ha condannato il nostro Paese.
“L’Italia arranca sul terreno delle politiche abitative e sulle iniziative tese ad arginare e prevenire le situazioni di disagio, emarginazione sociale e homelessness – scrive in un comunicato la fio.PSD, Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora – Noi sosteniamo da tempo la necessità di riportare nell’agenda politica delle Istituzioni, a tutti i livelli, le politiche per la casa. Ora una condanna internazionale importante e grave arriva a ricordare, molto più autorevolmente, la medesima necessità. Oltre a ripetere le condanne all’Italia sul tema del trattamento dei ROM e della loro esclusione sociale, già avvenute nel recente passato, il rapporto 2011 sottolinea il tema della prevenzione della homelessness attraverso politiche di housing efficaci, che nel nostro Paese risultano completamente assenti”.
“Il rapporto ricorda che il diritto ad una casa adeguata deve essere garantito a tutti e che rifugi e dormitori dovrebbero essere dei luoghi di stanziamento temporaneo, che devono corrispondere agli standard di sicurezza e igiene ed essere provvisti di tutti i beni di prima necessità – scrive la fio.PSD nella nota – inoltre non deve essere richiesta la residenza per poter usufruire dei rifugi di emergenza, come invece spesso è accaduto in varie città italiane negli ultimi anni”.
L’Italia è accusata di aver violato l’articolo 31, comma 2 “le Parti s’impegnano a prendere misure destinate a prevenire e ridurre lo status di senza tetto in vista di eliminarlo gradualmente” sia “passivamente”, per non aver predisposto servizi adeguati per gli homeless, giudicando il comitato insufficienti quelli esistenti, sia “attivamente”, per aver condotto senza programmazione e con violenza lesiva della dignità umana le azioni di sgombero dei Rom verificatesi negli anni scorsi in virtù del cosiddetto “patto per la sicurezza”.
“E’ una condanna grave sia nei suoi contenuti che nelle sue forme, e non può essere ignorata dalle istituzioni politiche e sociali, a nessun livello di responsabilità – commenta Paolo Pezzana, Presidente fio.PSD – Inutile che continuiamo a sostenere a parole l’importanza dei diritti umani e della loro applicazione come segno di civiltà nel nostro Paese, se poi si ignorano i richiami di uno dei più importanti organismo internazionali per la loro salvaguardia, che l’Italia stessa ha contribuito a creare“.
“Noi denunciamo da anni le carenze dell’Italia per quanto riguarda le politiche abitative – continua Pezzana – Non ci sono risposte adeguate al bisogno delle persone. Non parliamo solo di homless bensì anche dei giovani. Oggi una coppia fa una fatica terribile per trovare una casa a prezzi calmierati. Gli homless sono la punta dell’iceberg dell’emergenza abitativa. Dobbiamo renderci conto che il nostro Paese negli ultimi anni ha fatto troppo poco. Basti pensare che il Governo Berlusconi nei rapporti inviati a Bruxelles ha citato come misura per facilitare l’accesso all’abitazione il fatto di aver tolto l’Ici dalla prima casa… in pratica una presa in giro per chi un tetto non riesce neppure a trovarlo”.
“Non si diventa una persona senza dimora perché si è diversi dagli altri – spiega il presidente fio.PSD – Data una situazione di partenza nella quale non vengono rispettati dei diritti fondamentali dell’uomo, alcuni soggetti possono ritrovarsi, loro malgrado, in questa condizione. Invece registriamo un’odiosa tendenza a sostenere una sorta di colpevolezza di queste persone. È un modo per tranquillizzare il senso comune. Ma non corrisponde al vero. Infatti alle spalle di percorsi simili sono rintracciabili precise responsabilità sociali a carico delle istituzioni pubbliche”.
“Il modo più efficace per tutelare gli homless è tutelare i diritti di tutti – afferma Pezzana – Nella situazione odierna rischiamo di scatenare una guerra tra poveri. E si sono già verificati episodi di protesta ed intolleranza ad esempio nel caso in cui un alloggio sia stato assegnato a cittadini stranieri”.
“Il Consiglio d’Europa indica nel rapporto annuale quali sono le misure virtuose da applicare – sottolinea il presidente fio.PSD – Possiamo citare il caso francese . Quattro anni fa la Francia è stata condannata per la violazione del medesimo articolo. Questo ha dato il via ad un movimento d’opinione che ha portato all’entrata in vigore di una legge la quale stabilisce che entro il 2015 qualunque cittadino si trovi senza casa avrà diritto a trovare una sistemazione abitativa entro 48 ore”.
“In Francia le politiche abitative sono un tema caldo – continua Pezzana – ma anche in Germania esiste un sistema di accesso alla casa più ampio ed articolato rispetto al nostro. E grazie ad un’azione di prevenzione efficace il problema è di minore entità. In Italia invece queste tematiche rimangono nel dimenticatoio. Il nostro è un problema culturale, per superarlo occorre una presa di coscienza della gravità della situazione. In Italia si spendono un sacco di soldi per l’allestimento di dormitori o per piani di emergenza della Protezione civile, in particolare nei periodi invernali. Invece sarebbe molto più utile investire in progetti di case a prezzi calmierati per tutti. In questo modo, sul lungo periodo, sarebbe possibile un risparmio di denaro”.
“E’ preoccupante che nessun organo di stampa abbia ripreso questa notizia, ma ancora più grave e scandaloso sarebbe se ad ignorarla fossero il Governo e le Istituzioni – – conclude Pezzana – Ci aspettiamo, a livello nazionale e regionale, l’apertura di tavoli di lavoro sul tema del diritto all’alloggio, come già avviene in Francia, Germania ed altri Paesi. Non ci si nasconda dietro l’alibi della mancanza delle risorse. La letteratura e le buone prassi internazionali dimostrano che con delle politiche di housing sociale efficace si risparmia, e si contengono i costi dell’assistenza, non li si aumenta. E’ tempo di agire“.
Due alloggi destinati a nuclei famigliari sfrattati, in attesa di nuove soluzioni abitative, sono stati consegnati ieri a Pontedecimo, in via Coni Zugna 16. Il Comitato” Piazza Carlo Giuliani” ha reso possibile l’operazione provvedendo all’acquisto dell’arredo e al montaggio dello stesso.
“Continuano a crescere gli esecutivi di sfratto e gli enti locali in parte riescono a dare una risposta con l’edilizia residenziale pubblica – spiega Bruno Pastorino, Assessore comunale alle politiche della casa – ma la differenza tra domanda e offerta rende necessario battere anche altre strade”.
È l’avvio di un progetto di 12 alloggi complessivi, patrimonio di Palazzo Tursi, con cui il Comune prova a fronteggiare l’emergenza abitativa. Ospitalità transitorie per chi è rimasto improvvisamente senza casa, 3 mesi rinnovabili fino ad un massimo di 6.
Parliamo di famiglie che possono essere già inserite nelle graduatorie – proprio in questi giorni è uscito un nuovo bando – oppure che vivono un passaggio temporaneo in attesa di reinserirsi sul mercato privato.
“Fino a qualche tempo fa il Comune affidava queste persone a strutture alberghiere minori – spiega Bruno Pastorino, – Oggi decidiamo di intervenire con strutture di sollievo che permettono un risparmio per l’ente e sono indubbiamente più accoglienti per i destinatari”.
E sulla base di esperienze simili, ad esempio quella di Torino, anche a Genova nascerà un albergo sociale
“Lo realizzeremo presso una proprietà comunale in vico del Duca – conclude Pastorino – il progetto prevede 19 posti letto suddivisi in 9 mini alloggi”.
Presentato stamattina dall’Assessore comunale alle politiche abitative, Bruno Pastorino, un nuovo bando per l’assegnazione di alloggi popolari che si rendano disponibili nel Comune di Genova.
Un concorso finalizzato all’inserimento di nuove domande ma funzionale anche all’aggiornamento della graduatoria esistente.
“Per il momento non voglio azzardare numeri relativi agli alloggi di edilizia residenziale pubblica che riusciremo ad assegnare – spiega Pastorino – Invitiamo tutti a fare domanda e l’amministrazione cercherà di ottenere il miglior risultato possibile”.
La priorità nell’assegnazione sarà data ai soggetti sfrattati per finita locazione e in possesso di requisiti quali la presenza in famiglia di persone disabili, di anziani con un’età superiore ai 65 anni, di minori. Le domande di partecipazione devono essere compilate in tutte le loro parti su appositi moduli in distribuzione presso gli uffici comunali e devono essere presentate direttamente, oppure spedite a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, improrogabilmente entro il 22 febbraio 2012 all’Ufficio Protocollo – Archivio Generale del Comune, piazza Dante 10.
“Il disagio abitativo ormai è un dato strutturale del nostro Paese – aggiunge Pastorino – il Ministero delle Infrastrutture ha stimato recentemente in 3 milioni e mezzo, il numero di famiglie a rischio casa. Praticamente il 13% delle famiglie italiane”.
“Inoltre – continua l’assessore – il Fondo nazionale di sostegno all’affitto è stato azzerato passando da 143 a 14 milioni. 4200 famiglie genovesi finora, grazie all’aiuto del Fondo, sono riuscite a conservare gli alloggi ma per il futuro c’è una doverosa preoccupazione”.
Un solo dato è sufficiente per comprendere la gravità dell’emergenza. Nel 2008 sono stati assegnati 191 alloggi di edilizia residenziale pubblica, nel 2011 ben 315.
“Questo sostanzioso aumento è il frutto degli sforzi compiuti negli ultimi anni – sottolinea Pastorino – e per ancora un paio di anni vedremo i benefici del nostro lavoro che ci ha permesso di raggiungere il livello più alto dal 2000 ad oggi”.
Ma qual è la situazione attuale e come procedono i progetti in corso?
I programmi di intervento promossi e gestiti dal Comune – sostenuti da finanziamenti statali e regionali – coinvolgono soggetti privati e l’Arte di Genova. Gli alloggi previsti – destinati alle fasce più deboli della popolazione – sono 789. Appartengono al patrimonio di edilizia residenziale pubblica, al patrimonio disponibile del Comune oppure sono proprietà di Arte.
Finora gli immobili ristrutturati e recuperati per uso abitativo sono 294.
“Ma i cantieri che sono già avviati ci fanno ben sperare – puntualizza Pastorino – e per quanto riguarda il prossimo anno sono convinto che potremmo ottenere risultati interessanti”.
Sono infatti rispettivamente 86 e 156 gli alloggi che hanno lavori oppure appalti in corso. E oltre 200 sono i progetti di intervento che il settore politiche della casa intende sviluppare.
“Ha davvero una gran faccia tosta la CEI a obiettare che la manovra avrebbe potuto essere più equa, purché a pagare siano gli altri e non la Chiesa, evidentemente – spiega Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani – Tanto per cominciare sarebbe stata più equa se avesse abolito l’esenzione dell’Ici anche per le attività commerciali degli enti ecclesiastici e similari, piuttosto che fare cassa sulle prime case degli italiani”.
Gli immobili adibiti ad attività commerciali della chiesa sono, per una legge voluta da Berlusconi nel 2005, completamente esenti da imposte.
Parliamo di 30 mila edifici, secondo le stime dei Radicali, che svolgono attività non riconducibili al semplice esercizio del culto. “Il gettito stimato che si potrebbe ricavare da questi immobili è di almeno 600 milioni l’anno”, aggiunge Staderini.
Nel 1992 quando venne introdotta l’Ici, si parlava di esclusione per tutti gli immobili considerati “particolarmente meritevoli”. La Corte di Cassazione ritenendo ambigua la dicitura, nel 2004, precisò che l’esenzione dall’Ici spettava esclusivamente alle strutture all’interno delle quali si svolgesse “un’attività effettivamente meritoria e legata al culto”.
Ma un albergo, anche nel caso contenga una presenza di carattere religioso – ad esempio una cappella votiva – ha un fine esclusivamente commerciale e nemmeno lontanamente paragonabile ad un’esigenza di culto. Eppure ancora oggi e pure nel prossimo futuro il privilegio resta intatto.
“Mario Monti aveva promesso rigore ma anche equità. Aveva promesso che avrebbe fatto la guerra ai privilegi. Invece il suo governo ha varato una manovra palesemente iniqua, che fa la guerra solo ai contribuenti italiani. Ci spieghino, Monti e gli altri membri dell’esecutivo, per quale recondito motivo la Chiesa, che possiede oltre il 20% del patrimonio immobiliare italiano, gode ancora dell’esenzione Ici, mentre si è pensato bene di colpire, per l’ennesima volta, la categoria dei pensionati. I cittadini italiani non ne possono più di governi inchinati alla casta ecclesiastica. Ritengo che la stessa Chiesa dovrebbe mostrare maggior senso di responsabilità proponendo l’abolizione dell’esenzione di cui gode”.
Così in una nota l’europarlamentare e responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di IdV, Sonia Alfano, commenta la manovra del governo Monti.
Quattro nuovi spazi per migliorare la vivibilità del quartiere San Pietro a Prà. Due alloggi popolari (2 camere più i servizi) e due locali (di circa 60 metri quadrati ciascuno) destinati a funzioni educative/sociali per i giovani.
La giunta di Palazzo Tursi venerdì scorso ha approvato una delibera che prevede lo stanziamento di 450 mila euro di fondi comunali (vincolati ad interventi Erp) per la realizzazione del progetto. Si avvia cosi il recupero degli spazi porticati al piano terra degli edifici di via Vittorini, noti come le Lavatrici di Pra.
I porticati concepiti originariamente come spazi da riempiere grazie alla presenza di attività commerciali, con il passare degli anni si sono trasformati in improvvisate discariche per rifiuti ingombranti e soprattutto sono diventati una fonte di insicurezza per i residenti.
“E’ un intervento fortemente voluto dai cittadini – sottolinea l’assessore alle politiche abitative Bruno Pastorino – che chiedono la riqualificazione degli spazi e un riutilizzo che preveda nuove funzioni per il quartiere”.
I porticati al piano terra sono una presenza costante negli edifici di Erp sparsi per la città. Così come la sensazione di abbandono che suscitano questi luoghi spesso bui anche in pieno giorno e dove il degrado la fa da padrone.
E se in alcune zone come ad esempio Begato e Voltri 2 il loro recupero ha permesso la realizzazione di box e parcheggi, in questo caso, visto che non sussisteva l’esigenza di nuovi posti auto, il progetto è più ambizioso e teso a favorire l’aggregazione dei giovani abitanti.
“I lavori partiranno entro due mesi”, assicura l’assessore.
Si tratta di un intervento che si va a sommare ai numerosi lavori che hanno interessato il quartiere nell’ultimo anno.
Ad ottobre 1 milione e 600 mila euro hanno permesso di eseguire il rifacimento delle facciate e degli spazi comuni dei palazzi di via Vittorini. Fondi comunali ma soprattutto fondi regionali (80%) che, come spiega Pastorino “Rischiavamo di perdere perché stanziati dalla Regione nel lontano 1997 e da allora mai utilizzati. Grazie alla concertazione fra i due enti siamo riusciti a non gettare al vento parecchio denaro”.
Infine altri 100 mila euro di fondi comunali sono serviti recentemente per la ristrutturazione integrale di 2 ascensori inclinati esterni, che svolgono una funzione di vero e proprio servizio pubblico, rendendo possibile il collegamento fra via Vittorini e via Pavese.
“Sono tutte spese frutto di decisioni prese congiuntamente con il comitato di quartiere”, precisa Pastorino.
La casa-albergo di via Linneo, a Begato, proprietà di Egi (società controllata da Poste italiane), torna al centro delle polemiche dopo mesi di sfratti prima intimati poi rinviati grazie anche all’intervento degli attivisti dello Sportello per il diritto alla casa e dell’assesssore comunale alle Politiche della casa, Bruno Pastorino che sta seguendo da vicino la vicenda.
“Il vostro immobile è inagibile mancando i requisiti minimi di sicurezza in seguito alla mancata manutenzione straordinaria. Entro il 29 corrente mese siete tenuti a riconsegnare gli immobili liberi da persone e cose e a partire da quella data sarà bloccata l’erogazione di energia elettrica e del gas”. Questo il testo della raccomandata inviata da Gesta srl, la società che gestisce l’immobile per conto di Poste italiane e ricevuta pochi giorni fa dalle numerose famiglie che abitano lo stabile.
All’origine della questione ci sarebbe un contenzioso tra Gesta srl ed Egi per il mancato accordo sulla titolarità economica degli interventi di manutenzione straordinaria.
“Si sta creando un focolaio di tensione sociale, tra gli abitanti ci sono molti bambini e persone in condizioni disagiate – spiega Bruno Pastorino – Queste raccomandate sono un gesto unilaterale minaccioso e irresponsabile. La Egi deve fare la sua parte come la sta facendo il Comune impegnato nella ricerca di una casa per le famiglie che hanno i requisiti. Ma per gli altri occorrono atteggiamenti responsabili da parte di chi li sta ospitando”.
L’assessore invoca un intervento diretto di Poste italiane affinchè la vicenda non sfoci in problemi di ordine pubblico.
Intanto ieri mattina i 6 dipendenti di Poste italiane ancora alloggiati nella struttura (concepita in origine proprio per ospitare i dipendenti) si sono recati in questura accompagnati da un avvocato e hanno presentato un esposto contro Gesta srl. L’ipotesi di reato è interruzione di pubblico servizio vista l’annunciata previsione di blocco delle utenze.
I lavoratori postali denunciano il fatto che Poste italiane non si sia neppure preoccupata di trovare per loro una sistemazione alternativa.
Anche gli altri abitanti della casa-albergo si stanno organizzando per studiare forma di resistenza entro i limiti della legalità.