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  • Diminuisce il carovita a Genova, ma la città è tra le top ten

    Diminuisce il carovita a Genova, ma la città è tra le top ten

    genovaSolo pochi anni fa si parlava di allarme carovita a Genova: erano tante le voci di spesa praticamente insostenibili, soprattutto per gli anziani, con prezzi tra i più alti d’Italia assieme a Milano e Venezia. Oggi la tendenza, in particolarer per quanto riguarda l’affitto e l’acquisto delle case, è migliorata.

    A confermarlo sono i dati di uno studio curato da Calcoloratamutuo.org  che evidenzia come, nel giro di una decina d’anni, Genova sia diventata una città decisamente più vivibile e il caro prezzi si sia notevolmente ridimensionato, se si escludono eventi particolari come le gelate di gennaio che hanno generato un rialzo dei costi delle verdure.

    Com’era la situazione un paio d’anni fa

    Fino al 2014-2015 Genova era annoverata tra le città più care d’Italia, soprattutto tra quelle del nord. Erano allora state prese in esame ben 80 voci di spesa che incidevano sul bilancio delle famiglie già tartassate dalla crisi in corso. Proprio in quel periodo, le richieste di finanziamenti erano altissime e, soprattutto grazie ai comparatori online, l’accesso al credito agevolato ha registrato un’impennata.

    Tra i costi maggiori per le famiglie, manco a dirlo, quello della spesa in generi alimentari, quindi al supermercato, che incideva in primis sul portafoglio degli anziani, ma anche le tasse non erano da meno, in particolare quella sui rifiuti solidi urbani.

    Andamento dei prezzi attuale, allarme rientrato

    Oggi la situazione sembra essere decisamente migliorata, ma non siamo ancora tra le città meno care. Infatti, Genova si posiziona al momento al decimo posto nella classifica delle città con il valore medio del carovita più alto nel 2017 (con un valore medio di 3.746).

    I prezzi delle case, mercato che comunque segna notevoli flessioni su tutto il territorio nazionale, sono leggermente diminuiti nonostante le previsioni affermassero che attorno alla metà del 2017 sarebbe iniziata una sostanziale ripresa.

    Tendenze del mercato immobiliare a Genova

    Vediamo allora quali sono nel dettaglio i costi medi di questi ultimi mesi per l’acquisto e l’affitto di immobili nella città di Genova. Per quanto riguarda l’acquisto degli immobili (il 90% dei quali riguardano acquisti di case con mutuo), nel mese di aprile di quest’anno venivano richiesti mediamente 1.870 euro al metro quadro invece dei 2000 euro al metro quadro richiesti nello stesso mese del 2016. I prezzi al metro quadro hanno così registrato un calo pari al -6,49% nel corso di soli 12 mesi. Il prezzo più alto era stato registrato nel mese di maggio del 2015 quando venivano richiesti 2.064 euro al metro quadro. Ovviamente i prezzi cambiano in virtù del quartiere in cui si trova l’immobile e valutando anche se si tratti di una casa di nuova o vecchia costruzione.

    Per gli affitti, invece, vengono richiesti attualmente 7,80 euro al metro quadro al mese, registrando così una diminuzione dello 0,95% rispetto ad aprile dello scorso anno.

  • Liguria, +9% di richieste di immobili da parte degli stranieri

    Liguria, +9% di richieste di immobili da parte degli stranieri

    Quinto al mareA causa della crisi che ha investito l’Italia negli ultimi anni, il mercato immobiliare ha subito un duro colpo e a tutt’oggi stenta a riprendersi. Gli italiani hanno pochi risparmi a disposizione per acquistare una casa e ottenere un mutuo è sempre molto difficile, nonostante il momento, per chi acquista, sia davvero vantaggioso. Lo sanno bene gli stranieri che hanno a disposizione e stanno acquistando numerosi immobili in Italia.

    Richieste di immobili dall’estero in Liguria

    La Liguria è una delle località del territorio che registra il maggior numero di richieste di immobili da parte degli stranieri. Si tratta sia di case che necessitano di una ristrutturazione, e quindi vendute a un prezzo ancora più basso rispetto al nuovo, ma anche case di recente costruzione, quindi di classe energetica A, molte delle quali situate anche nelle principali località turistiche. A rendere noti questi dati positivi è stato un report di Gate-away, un portale immobiliare esclusivamente indirizzato agli stranieri e che ha effettuato una sorta di questionario da cui è emerso che la Liguria porta a casa un confortante +9% nel primo trimestre del 2017 per quanto riguarda le richieste di immobili e risultando dunque nella terza posizione nazionale della classifica di gradimento delle località preferite dagli stranieri per l’acquisto di un immobile.

    Vediamo il dettaglio delle province

    Per quanto riguarda il dettaglio delle singole province, possiamo notare che la provincia con il maggior numero di richieste è quella di Imperia, con un 65,45%. Subito dopo si trova la provincia della Spezia, con un 15,35%, poi Savona, con un 11,99% e Genova, col 7,22%. In generale, la domanda inerente tutte le province si attesta in crescita. Questo è un fenomeno che riguarda più o meno tutto il territorio, incluso il centro, nonostante i recenti accadimenti legati al terremoto e che però non sono un deterrente per l’acquisto di immobili in Italia, dove, paradossalmente, è la burocrazia il deterrente maggiore.

    Chi sono i compratori stranieri?

    Per quanto riguarda la Liguria, i compratori sono per lo più tedeschi che cercano un comodo sbocco sul mare, si tratta del 22,66%, ma apprezzano molto il territorio e vi acquistano una casa anche gli americani, per l’11,8%, seguiti da inglesi, 10,57% francesi, 8,84% e svedesi, 8,13%. A essere acquistate sono per lo più delle abitazioni indipendenti, case soprattutto da restaurare e che convengono da un punto di vista economico. Il 28% delle richieste però riguarda appartamenti, pratici e meno impegnativi di una casa singola.

    La spesa media per gli acquisti è di circa 250.000 euro per il 65% degli acquisti effettuati, mentre per il 14% o poco più, si tratta di una spesa che va oltre i 500.000 euro, stiamo quindi parlando di immobili di un certo prestigio o comunque con terreno o giardino annessi.

  • Prè, accordo tra Comune e Palazzo Reale per 50 alloggi a canone calmierato per rilanciare i vicoli

    Prè, accordo tra Comune e Palazzo Reale per 50 alloggi a canone calmierato per rilanciare i vicoli

    Palazzo RealeUna cinquantina di alloggi da affittare a canone concordato per i cittadini che si impegneranno a vivere e far rivivere via Prè. E’ il contenuto di un accordo siglato questa mattina tra il Comune di Genova e il Museo autonomo di Palazzo Reale. Affitti da 200 euro al mese per quella che l’assessore comunale, Emanuela Fracassi, definisce la fascia grigia della popolazione «che, seppure accede alle graduatorie per le case popolari, ha un reddito più elevato rispetto alle situazioni di iper criticità e quindi non riuscirà mai a vedersi assegnato un alloggio, ma non riesce neppure a far fronte ai prezzi di mercato», come riportato dall’agenzia Dire.

    In questo caso, invece, chi vorrà affittare l’alloggio dovrà dimostrare di avere un reddito familiare comunque tre volte superiore ai costi della locazione calmierata. «La possibilità di avere alloggi a cifra molto contenuta è utilissima – ribadisce Fracassi – e il tocco di fantasia di Palazzo Reale è richiedere anche un impegno per il quartiere oltre a un certo reddito Isee, un interesse a vivere in via Prè, per esempio iscrivendo i bambini alle scuole di quartiere, instaurando attività lavorative nella zona o impegnandosi in una della molteplici attività di volontariato. Vogliamo che in via Prè vivano persone non necessariamente benestanti ma che abbiano interesse a vivere normalmente il quartiere».

    Al momento gli appartamenti sono quasi tutti occupati e verranno dismessi, risistemati e restituiti alla città in maniera graduale. «Palazzo reale dispone di un buon nucleo di appartamenti affacciati su via Prè e vico Sant’Antonio – spiega la direttrice del Museo autonomo di Palazzo Reale, Serena Bertolucciappartamenti attualmente affittati ma che progressivamente stiamo riorganizzando e rimettendo a disposizione della cittadinanza. Il senso è di dare la possibilità alla persone che vogliono abitare nei vicoli di tornare a farlo in condizioni favorevoli. L’intesa con il Comune è per dare nuova vita a Prè».

    Spetterà all’Agenzia sociale per la casa del Comune di Genova, che ha come obiettivi l’intermediazione sociale per agevolare l’accesso alla locazione e l’aumento delle risposte al problema dell’emergenza abitativa, la valutazione dei nuclei familiari da collocare negli alloggi di Palazzo Reale, in collaborazione con i servizi sociali.

  • Emergenza Casa, in fase di progettazione riqualificazione alloggi comunali a canone moderato a San Teodoro

    Emergenza Casa, in fase di progettazione riqualificazione alloggi comunali a canone moderato a San Teodoro

    progetto-affitto-calmierato-san-teodoro-via-bolognaUn progetto da 400 mila euro, per riqualificare appartamenti e spazi verdi, da assegnare in locazione a canone moderato rivolgendosi a quella fascia di popolazione che è appena sopra i requisiti Erp. L’iniziativa è cofinanziata da Regione Liguria, ma rimangono le distanze “politiche” tra Tursi e Piazza De Ferrari.

    L’inchiesta: L’Emergenza Casa a Genova

    «Un intervento piuttosto sperimentale – afferma l’assessore alle Politiche della casa di Comune di Genova, Emanuela Fracassiche permette di recuperare otto alloggi, oggi nelle disponibilità di Spim, ma che non sono stati venduti, e che quindi ritorneranno a Comune di Genova». L’inizio di un un nuovo canale di intervento che vuole riconoscere e rispondere ad un disagio sempre più impattante sulla società cittadini: «Dare risposte alla fascia reddituale che non può sostenere un affitto, ma che non ha i requisiti per entrare nelle liste Erp».

    Il progetto

    Spim, la società pubblica che si occupa della promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, è partner del progetto: il passaggio delle disponibilità sarà fatto attraverso delibera, forse entro questo ciclo amministrativo: «Su questo siamo cauti, ma va detto che il progetto è in fase avanzata – conferma l’assessore – e i lavori dovrebbero iniziare a concludersi nel 2018»

    L’intervento sarà focalizzato inizialmente su 8 appartamenti, tra via Bologna e piazzale Pestarino, ma è previsto anche una seconda fase: «Stiamo iniziando la progettazione per un azione simile negli alloggi sociali di vico del Teatro Nazionale, dove però le caratteristiche strutturali e logistiche farebbero pensare a locazioni destinate ai giovani». Le tempistiche, in questo caso, al momento non sono quantificabili.

    Distanza politica tra Comune e Regione

    Questo progetto, come dicevamo, è stato cofinanziato da Regione Liguria per il 50% dell’importo: un investimento che inserito in un più ampio intervento di sostegno ai comuni liguri in materia per un importo complessivo di un milione e 300 mila euro. La cosa non basta a placare le polemiche tra enti, che sulla questione “Emergenza Casa” hanno idee e priorità politiche differenti: «Regione Liguria non ha confermato il fondo di 500 mila euro per l’Agenzia per la Casa – attacca Fracassi – scelta che la dice lunga sulle priorità politiche della giunta regionale». Recentemente però da Piazza De Ferrari sono arrivati i soldi per il fondo per la morosità incolpevole: «Si, ma erano soldi ministeriali, che Regione ha solamente “girato”».

    Un ulteriore piccolo passo, quindi, per arginare quella che da qualche anno è diventata una delle principali emergenze di Genova e di tutto il paese. Sicuramente una notizia positiva; anche se un maggior coordinamento tra gli enti gioverebbe senza dubbio alla causa.

    Nicola Giordanella

  • Morosità incolpevole, ecco i criteri per accedere ai fondi “salva affitto”. Sale la soglia Isee

    Morosità incolpevole, ecco i criteri per accedere ai fondi “salva affitto”. Sale la soglia Isee

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    Da Tursi arriva il via libera per i nuovi criteri di accesso al contributo per la cosiddetta morosità incolpevole garantito dal finanziamento di Regione Liguria. La principale novità consiste nella soglia di accesso: il valore Isee sotto il quale è possibile fare richiesta, è stato leggermente alzato, per venire incontro al rinnovato, in peggio, contesto economico.

    Come avevamo anticipato, i finanziamenti sbloccati dalla giunta regionale, saranno erogati attraverso l’Agenzia sociale per la casa, fino ad esaurimento del fondo, che per l’area del Comune di Genova ammonta a 1.223.249 euro per le annualità 2015 e 2016. Oltre a essere destinatari di atti di intimazione di sfratto, tra i requisiti richiesti per chi vuole accedere ai contributi sarà necessario avere: reddito Isee familiare non superiore a 35.000 euro (la vecchia soglia era di 32.694,45 euro) o derivante da regolare attività lavorativa non superiore a 26.000 euro; risiedere nell’alloggio da almeno un anno con contratto regolarmente registrato (escluse le categorie catastali A1, A8, A9); essere in possesso di regolare titolo di soggiorno per chi non ha cittadinanza europea; come ovvio, nessun competente del nucleo familiare dovrà essere titolare di diritto di proprietà, usufrutto, uso o abitazione nella provincia di Genova di altro immobile fruibile e adeguato alle esigenze.

    Sussistono, poi, ulteriori criteri preferenziali per la concessione del contributo come la presenza all’interno del nucleo familiare di almeno un componente che sia ultra settantenne, o minore, o con invalidità accertata almeno al 74% o in carico ai servizi sociali e socio-sanitari per l’attuazione di un progetto assistenziale individuale. L’Agenzia sociale per la casa proporrà progetti personalizzati per un contributo massimo di 12.000 a nucleo familiare. I fondi non possono essere erogati a inquilini di alloggi di edilizia residenziale pubblica e non è cumulabile con i benefici del Fondo sostegno alla locazione.

    I numeri degli sfratti

    Comune di Genova, in occasione della presentazione dei nuovi criteri, presenta anche i dati relativi agli sfratti: nel 2014, il Tribunale di Genova ha emesso 1.377 sfratti per morosità, di cui 955 sono stati eseguiti. Nel capoluogo ligure si è registrato uno sfratto ogni 280 famiglie, dato più lieve rispetto alla media regionale che vede uno sfratto ogni 242 famiglie. Secondo i dati forniti dal ministero degli Interni, nel 2015 a Genova, invece, gli sfratti sono scesi a 822. «Dati senza dubbio allarmanti – riconosce l’assessore comunale alle Politiche per la casa, Emanuela Fracassi all’agenzia Dire  la carenza di alloggi di edilizia residenziale pubblica rispetto al bisogno e alle domande rende evidente che il ricorso alla ‘casa popolare’ non possa essere la sola risposta ai problemi abitativi. Risultano dunque molto importanti gli interventi per ridurre e procrastinare gli sfratti tramite l’erogazione del Fondo per la morosità incolpevole, già utilizzato dal settembre 2015 al settembre 2016. Il risultato è stato di aver bloccato circa 200 sfratti esecutivi». 

     

  • Case popolari, Tursi sblocca 5 milioni per le manutenzioni «ma il “Patto per Genova” ha snobbato il sociale»

    Case popolari, Tursi sblocca 5 milioni per le manutenzioni «ma il “Patto per Genova” ha snobbato il sociale»

    casa-abitazioneIl Comune di Genova mette sul piatto 4 milioni e 800 mila euro, divisi in due tranche, per finanziare la manutenzione straordinaria degli edifici di edilizia popolare. In questi giorni sbloccate anche le pratiche per la costruzione dei 150 appartamenti nell’area ex Boero di Molassana, che saranno destinati a locazioni con canoni calmierati, come previsto dal progetto. «Un investimento del Comune di Genova, scelto dalla giunta per mantenere utilizzabili in sicurezza diversi condomini popolari in tutta la città – spiega l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie e per la Casa Emanuela Fracassiuna decisione che prosegue la politica sociale portata avanti da questa amministrazione».

    Gli interventi

    Gli interventi urgenti di manutenzione straordinaria riguardano in particolare gli adeguamenti alla normativa antincendio ed alla normativa sul riscaldamento centralizzato, la riqualificazione degli impianti di riscaldamento e degli ascensori, la sostituzione di serramenti e caldaie non funzionanti, nonché il rifacimento coperture e facciate in vari edifici. Ecco il dettaglio della prima parte della spesa: in via Brocchi 60, a Begato Nove, verrà impermeabilizzata la copertura del caseggiato, per 140 mila euro di spesa, per risolvere un problema di infiltrazioni negli appartamenti degli ultimi piani; in via Lugo 10 sarà previsto un intervento del costo di circa 1 milione e 300 mila euro, che consentirà il rifacimento della facciata, impermeabilizzazioni, risanamenti strutturali di balconi e cornicioni, e riqualificazione del vano scale e del portone. Per il complesso di edifici di via Novella, nel quartiere CEP di Genova Prà, saranno eseguiti interventi di riqualificazione degli impianti di distribuzione del riscaldamento, dell’acqua sanitaria e degli scarichi fognari a servizio del complesso di edifici contrassegnati dai numeri civici dall’11 al 101, per una spesa complessiva di 62 mila euro. Infine, in Centro Storico si procederà, dove necessario, per evitare pericoli alla pubblica incolumità, nel programma già avviato di sostituzione di serramenti esterni con uno stanziamento di circa 100 mila euro. Nelle prossime settimana dovrebbe essere deliberata la seconda tranche di spesa di un milione e 800 mila, ancora da dettagliare. Come spiegato dall’assessore stesso, il prossimo passo sarà quello di assegnare i lavori, che sulla carta potrebbero terminare entro la fine del 2017.

    Questo investimento era già stato pensato dalla giunta nei mesi scorsi; le manutenzioni programmate non interverranno su alloggi vuoti, ma all’interno di condomini e palazzi con appartamenti già assegnati; l’offerta di nuove case di edilizia residenziale pubblica, quindi, non verrà implementata direttamente: «Sono interventi di manutenzione – spiega l’assessore – che permetteranno di adeguare le abitazioni alle norme di sicurezza e abitabilità vigenti», evitando quindi di aggravare ulteriormente la situazione del parco alloggi. «Ovviamente servirebbero più soldi per fronteggiare meglio il fenomeno dell’emergenza abitativa – prosegue Fracassi – che in questi anni si è aggravato ulteriormente». Recentemente Regione Liguria ha sbloccato il finanziamento statale destinato al fondo per la morosità incolpevole: per Genova significa 1,2 milioni di euro, che andranno ad aiutare le persone che non riescono a sostenere più l’affitto, a causa di una incidentale perdita di reddito. «Regione Liguria non ha aggiunto un euro – sottolinea l’assessore comunale – essendo tutti soldi statali, e sicuramente potrebbe fare di più».

    Patto per Genova, soldi ma non per tutti

    Anche il governo, però sembra non aver tra le priorità l’investire nell’edilizia popolare: il “Patto per Genova”, siglato pochi giorni fa tra il sindaco Marco Doria e il premier Matteo Renzi, non ha voci di spesa dedicate al settore, nonostante la giunta abbia più volte dichiarato di aver avuto grosse difficoltà a mantenere invariate le voci di bilancio destinate al sociale: «Certo, dal mio punto di vista ci saremmo aspettati di più da Roma – ammette Fracassi – ma sicuramente un piano di investimenti che mira ad aumentare lo sviluppo del territorio, foraggiando per esempio l’edilizia, potrà forse dare lavoro, che è il primo modo per arginare l’impoverimento delle famiglie genovesi e non».

    Investire nello sviluppo di un territorio è sicuramente importante, e può portare ad un benessere diffuso; viste le ristrette condizioni di cassa in cui si trovano gli enti locali, però, l’intervento statale è sempre più necessario; salta all’occhio, quindi, la totale assenza di voci dedicate al sociale nella tabella dell’accordo siglato sabato scorso, con grande clamore, a Palazzo Tursi. A guardare i nomi dei progetti finanziati (Erzelli e Blueprint su tutti), c’è da chiedersi quali potranno essere le soluzioni adottabili nel breve e medio periodo per arginare l’emergenza abitativa che sta interessando migliaia di famiglie, oramai da diversi anni, nell’attesa che i soldi “portati” a Genova entrino in circolo tanto da diventare risorsa spendibile (anche per gli affitti) per i cittadini. Un’ultima considerazione: a fronte di quanto si spende per alcune grandi opere, i 110 milioni del “Patto per Genova” sembrano briciole.

    Nicola Giordanella

  • Imu, 14 mila pagamenti non corretti gettano le famiglie genovesi nella crisi

    Imu, 14 mila pagamenti non corretti gettano le famiglie genovesi nella crisi

    genova-in-verticale-tetti-castellettoQuante tasse devono pagare i cittadini italiani? Davvero tante, forse troppe. E, oggigiorno, far fronte a tutti questi pagamenti diventa sempre più difficile. Sono tanti quelli che hanno perso il lavoro a causa della crisi, che non riescono quasi a mettere in tavola il necessario e che ora si troveranno in condizioni ancora più disagiate.

    Il problema riguarda, in questo caso, diversi cittadini genovesi che sono stati letteralmente travolti da una serie di lettere di contestazione per quanto riguarda il pagamento dell’Imu sulla prima casa introdotta nel 2012 dal governo Monti. A distanza di 5 anni, iniziano a ravvisarsi le prime irregolarità di molti contribuenti. Il problema si delinea quando viene concessa la rateizzazione dell’importo relativo a tale tassa. Molti cittadini, infatti, hanno saltato il pagamento anche di una sola rata e così ci si ritrova con un buco che va assolutamente colmato. Tursi non può fare altro che presentare il conto ai cittadini in debito.

    Sarebbero 14 mila i pagamenti irregolari, ma non solo a carico dei cittadini. Inclusi sarebbero anche crediti del Fisco. Insomma, un vero caos che per di più arriva dopo 5 anni a sbilanciare precari equilibri familiari. Come faranno a far fronte a tali pagamenti quelle famiglie che nel corso di 5 anni hanno visto peggiorare la loro condizione economica? Non sono pochi coloro che hanno dovuto fare ricorso a finanziamenti, molti di questi non hanno busta paga o si trovano in difficoltà, come chi ha fatto una ricerca sul web per trovare prestiti a protestati Zonaprestiti.com o su altri portali tematici.

    Una situazione grave, soprattutto in virtù del fatto che l’economia delle famiglie non è andata a migliorare in questi 5 anni ma per lo più ha segnato un cammino in discesa. Ma come se questo non bastasse, a complicare ulteriormente il tutto, anche il fatto che non vengono più inviati a casa i bollettini per il pagamento, cosa che invece avveniva quando questa tassa era ancora conosciuta come Ici. Purtroppo, non tutti sono in grado di effettuare pagamenti online, soprattutto le persone di una certa età che non sempre sono attente alla scadenza delle rate. Da qui a trovarsi in una posizione irregolare, il passo è davvero breve.

  • Morosità incolpevole, Regione Liguria sblocca i finanziamenti 2015 e 2016 per il fondo dedicato all’emergenza abitativa

    Morosità incolpevole, Regione Liguria sblocca i finanziamenti 2015 e 2016 per il fondo dedicato all’emergenza abitativa

    Palazzo della RegioneRegione Liguria sblocca i soldi destinati al Fondo per la Morosità Incolpevole a sostegno degli inquilini morosi titolari di contratto di locazione e soggetti a provvedimenti di sfratto: 3 milioni di euro per 23 comuni liguri; la cifra comprende i soldi del 2015 e del 2016. Per il Comune di Genova il fondo arriva a 1.223.249,58 euro.

    La firma arriva nel corso della riunione della giunta regionale odierna, proprio mentre in Sala Rossa l’assessore alle Politiche della Casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, in risposta ad una interrogazione (art 54), denunciava ancora una volta il ritardo e il silenzio di Regione Liguria. «I nostri uffici hanno lavorato a lungo sulla destinazione e la suddivisione del fondo – sottolinea l’assessore regionale per le Politiche Abitative Marco Scajolama con la firma di oggi si potrà intervenire a livello regionale per supportare un numero di famiglie compreso tra le 250 e le 400 unità»

    Morosità Incolpevole

    Questo fondo interviene per sostenere quelle famiglie che non riescono più a pagare l’affitto per subentrati problemi di liquidità, come ad esempio la perdita del lavoro o della pensione di un caro estinto. L’intervento pubblico è ovviamente inteso come temporaneo, ma può risultare utilissimo per permettere a nuclei famigliari in difficoltà di non perdere la casa, mentre si tenta di risolvere il problema, o con una riformulazione del contratto, o con una locazione alternativa; ad beneficiare del fondo, quindi, anche i proprietari degli immobili, che in questo modo sono “sicuri” di ricevere comunque il canone d’affitto. Un meccanismo pensato anche per mantenere più fluido il mercato delle locazioni, tentando di favorire una più ampia offerta. L’origine di questo finanziamento è statale, e dalle regioni viene suddiviso ai vari comuni in base alle necessità rilevate sul territorio. Il ritardo fino ad oggi accumulato aveva messo in seria difficoltà le politiche sulla casa dei vari comuni, e in special modo a Genova, dove la “Emergenza Casa” è in fase espansiva.

    Regione Liguria, sbloccando il fondo, ha individuato 23 comuni in tutta la Liguria a cui destinare quote di finanziamento; cinque in Provincia di Genova: Genova (oltre 1,2 milioni di euro), Chiavari (84.000 euro), Rapallo (124mila), Sestri Levante (66mila euro), Arenzano (32mila euro); otto in provincia di Imperia:  Imperia (177.500 euro), Camporosso (12mila euro), Diano Marina (17mila euro), Vallecrosia (28.500 euro), Bordighera (26.500 euro), Taggia (73.800 euro), Ventimiglia (61.700 euro), Sanremo (178mila euro); sei in provincia della Spezia: La Spezia (329 mila euro), Arcola (25 mila euro), Ortonovo (20milaeuro), S. Stefano Magra (18.500 euro), Sarzana (40.500 euro), Lerici (33.500 euro), e quattro in provincia di Savona: Savona (224mila euro), Albenga (78 mila euro), Cairo Montenotte (32.500 euro) Loano (56 mila euro). «Oltre ai 3 milioni da destinare ai Comuni – continua Scajola – abbiamo previsto inoltre uno stanziamento di 150mila euro di fondi regionali a favore di Filse, la Finanziaria della Regione, per il potenziamento del fondo di garanzia della locazione che si andranno ad aggiungere ai 500mila già in dotazione per soddisfare la richiesta di garanzia, sia dei proprietari che degli inquilini morosi che potranno così non essere sfrattati»

    Dialogo tra sordi

    Durante la seduta del Consiglio Comunale, in risposta ad un articolo 54 a firma Padovani (Lista Doria) che chiedeva aggiornamenti sulla questione, l’assessore alle Politiche della Casa Emanuela Fracassi ha dichiarato che il Comune d Genova: «Non ha più avuto notizie da Regione Liguria riguardo questi soldo che sono già stati versati dal ministero. Questo ritardo – ha aggiunto – ha provocato uno stop agli interventi dei nostri uffici». Questo succedeva mentre in giunta regionale veniva firmato lo sblocco di questi soldi, senza che nessuno avesse evidentemente avvertito la giunta comunale. Due notizie, quindi, una buona e una cattiva: quella buona è che finalmente sono arrivati soldi destinati ad aiutare chi oggi rischia di perdere il tetto sotto il quale dormire; la cattiva è che, su un tema politico e sociale così importante e delicato, le istituzioni si muovono in maniera non coordinata e senza il giusto, e dovuto, dialogo. Una sordità decisamente colpevole.

    Nicola Giordanella

  • Emergenza casa, i primi passi del social housing. Fondi pubblici insufficienti, si spera nei privati

    Emergenza casa, i primi passi del social housing. Fondi pubblici insufficienti, si spera nei privati

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    Possiamo parlare di casa, possiamo raccontare, ancora una volta, i problemi che a Genova incontrano migliaia di persone, senza ripetere il già detto? Difficile, indubbiamente, ma comunque utile. Perché la casa che non c’è, che si deve abbandonare, che non si riesce a pagare, è un dramma, non un contrattempo. Ed occorre vigilare affinché tutto il possibile sia fatto da chi ne è incaricato e perché nuove soluzioni e nuove possibilità abbiano modo di affacciarsi ed essere sperimentate. Recentemente il Comune di Genova ha licenziato il nuovo regolamento di assegnazione delle case Erp (edilizia residenziale pubblica), introducendo tra le novità il social housing: un piccolo passo, ma che va incontro ad alcune particolari situazioni.

    La grande espansione abitativa

    A partire dal secondo dopoguerra, il varo del piano nazionale “Ina Casa” emanato fra il 1949 ed il 1963 cambiò l’aspetto dell’Italia e, nella nostra città, in quell’arco di tempo furono rese edificabili importanti porzioni di territorio collinare attraverso il Piano Regolatore del 1959. Come sappiamo, i nuovi alloggi erano necessari per ospitare il flusso migratorio di operai in arrivo dall’entroterra e dal Sud, attratti dal lavoro offerto nelle grandi fabbriche e nei cantieri del ponente genovese.

    Queste opere furono e sono tuttora duramente criticate poiché realizzate senza la contemporanea creazione (in verità spesso prevista dal progetto ma disattesa) di punti di aggregazione, locali commerciali, spazi pubblici che ne favorissero la caratterizzazione come nucleo abitativo. Negli anni successivi, l’edilizia popolare ha poi esaurito la sua spinta e le costruzioni più recenti sono state realizzate solo su base cooperativa e privata in convenzione (Quarto Alto, Sant’Eusebio o Granarolo). Per fortuna, possiamo dire adesso, sia per l’impatto ambientale che allora fu abbondantemente trascurato, sia perché negli ultimi anni il problema dell’edilizia pubblica sembra essere quello di vendere quanto già di proprietà o, al limite, riuscirne a fare la manutenzione minima necessaria.

    Social housing: i primi passi

    E’ su queste premesse che in Italia, e a Genova, arriva nel 2011 il social housing, preceduto dalla costituzione del Fia, Fondo Investimenti per l’Abitare, un vero e proprio Fondo d’Investimenti finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che si propone di coniugare l’iniziativa dei privati con le finalità sociali degli enti. Se il mercato immobiliare, lasciato libero, non è in grado di andare incontro alle richieste di una gran parte della popolazione, occorre contemperare le opposte esigenze. Il fondo dovrebbe investire principalmente in quote di fondi locali (massimo 80%) sollecitando contemporaneamente la partecipazione di soggetti terzi (investitori qualificati) come banche, fondazioni, associazioni fra privati operanti nel campo dell’edilizia o del sociale. Quindi il cambio di rotta rispetto ai precedenti (e tuttora necessari, almeno in Liguria) finanziamenti a fondo perduto è evidente: qui si tratta di investimenti in grado di attrarre l’iniziativa dei privati poiché possono  generare utile innescando, si spera, un circolo virtuoso.

    Alla base del progetto c’è l’esigenza di rispondere alla nuova richiesta di abitazioni da parte di soggetti che non rientrano nei parametri dell’assistenza sociale, ma che, per vari motivi (lavori con contratto a termine, separazione coniugale, giovani coppie e immigrati a basso reddito) non riescono ad ottenere una locazione o comunque non riuscirebbero a sostenerla, se basata unicamente sulla legge del libero mercato. Per questa fascia di utenza, denominata “fascia grigia” e potenzialmente molto estesa, è stata anche istituita l’Agenzia Sociale per la Casa, una vera e propria agenzia immobiliare gestita dal Comune per far incontrare chi cerca casa e chi decide di metterla a disposizione.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl 4 agosto scorso, la giunta Doria ha comunicato l’approvazione della proposta dell’assessore alle Politiche della casa, Emanuela Fracassi, e dell’assessore alle Manutenzioni, Gianni Crivello per i progetti definitivi per gli interventi di manutenzione straordinaria ad alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) sfitti e in disuso in varie zone della città. «A questo si aggiungono 70 alloggi a Begato – sottolinea l’assessore Fracassi – abbiamo lavorato bene, mi permetta di dirlo, perché lo Stato mette a disposizione questi finanziamenti solo su progetti molto specifici, dove la capacità di spesa sia minuziosamente dettagliata e quantificata. Sia chiaro, so benissimo che, se non è una goccia nel mare, è comunque solo una piccola parte di quanto occorre per aiutare le persone che hanno bisogni molto concreti: le liste di attesa sono sempre molto lunghe, e non aumentano non perché non ci sia necessità di alloggio ma solo per una sorta di disaffezione che scoraggia le persone dal  rivolgersi all’ente pubblico. Stiamo cercando di facilitarne l’accesso con la possibilità di istituire delle coabitazioni fra persone che, non appartenenti allo stesso nucleo familiare ma con fragilità simili, si uniscano per dividersi il disbrigo della gestione domestica, il canone di affitto e le altre spese fisse. Questo ovviamente deve essere fatto in costante coordinamento con i servizi socio sanitari del territorio che meglio conoscono la situazione».

    A fare da contraltare, il peggioramento della situazione economico-finanziaria di Arte (l’azienda regionale territoriale per l’edilizia) «che ha dovuto sobbarcarsi il carico degli immobili precedentemente delle Asl, mutui compresi – puntualizza l’assessore – ma le case di proprietà del Comune di Genova ce le teniamo strette, facendo solo vendite indispensabili, cercando di ottimizzare al massimo. Non possiamo pensare però che questa sia l’unica risposta al fabbisogno abitativo, specialmente se consideriamo le nuove emergenze che vanno a sommarsi alle precedenti: il social housing potrebbe essere qualcosa di più dinamico e rispondere meglio ai bisogni che, talvolta, facciamo fatica anche ad intercettare. Per questo abbiamo lavori in corso per una cinquantina di nuovi alloggi nella zona di via Maritano, dove abbiamo costruito sul già costruito: nel 2012 Spim (società del Comune per la gestione del patrimonio immobiliare, ndr) aveva abbattuto un vecchio edificio, e noi oltre alle abitazioni realizzeremo anche un parco pubblico, delle infrastrutture ecologiche e dei parcheggi. Questi appartamenti avranno un affitto certamente superiore a quello dell’edilizia pubblica, anche questo sarà calcolato in base all’Isee che non dovrà essere maggiore del doppio di quello necessario per accedere all’Erp. Le persone interessate dovranno rivolgersi all’Agenzia sociale per la Casa, che è il tramite istituzionale anche per chi fosse interessato ad affittare la propria abitazione ad un canone moderato».

    Tuttavia, lo stesso assessore ammette che «finora questa iniziativa non è stata un successo, abbiamo assegnato alcune case a genitori separati e poco altro. Addirittura avevamo più case che richieste: prima pensavo che non fosse adeguatamente pubblicizzata,  abbiamo contattato le associazioni dei genitori separati e i servizi sociali, ma alla fine la sensazione è stata che ci fosse più una lamentela generalizzata che non la reale esigenza da soddisfare. Ora mi chiedo se non è proprio che non piace agli inquilini, la reputano poco conveniente o forse troppo limitata  e preferiscono aspettare un alloggio Erp, se ne hanno i titoli, o rivolgersi al privato».

    Una domanda specifica all’assessore però non possiamo non farla: questa giunta sta finendo il suo mandato, lei rispetto agli impegni che si era ripromessa, come si posiziona? «Bella domanda…ho ancora parecchio lavoro da fare, ci siamo mossi, ecco, ci siamo mossi in una situazione molto difficile, abbiamo usato tutti gli strumenti che avevamo a disposizione per ottenere qualcosa. Abbiamo vissuto una fase molto critica con Arte, loro hanno deciso di vendere molta parte del patrimonio immobiliare ma alla fine il bilancio non è negativo, anche se prima del termine del mandato la mia sfida è realizzare qualcosa di concreto nell’ambito del co-housing, progetto in cui credo molto e che stiamo provando a concretizzare, con l’aiuto di tutti, associazioni di privati, singoli cittadini, enti».

    Le difficoltà dei Servizi sociali

    A proposito di co-housing, ad aiutare la diffusione nella nostra regione di politiche virtuose sul tema dell’abitare nel 2012 è nata l’associazione Ge-Coh che cerca di coniugare in chiave locale le esperienze positive nate nei paesi del nord Europa. Uno dei settori di intervento, come ci spiega Elisa Lidonnici, membro esterno della Commissione Welfare che ha lo scopo di coordinare i lavori delle varie commissioni sul tema delle Politiche sociali, e collaboratrice della Regione Liguria per le politiche socio sanitarie riguardanti anziani e disabili, è quello dei «genitori anziani – figli con disabilità, per creare una rete che tranquillizzi i genitori che vivono costantemente con il pensiero del dopo. I Servizi sociali, però, sono sempre oberati e la politica taglia sempre di più i fondi a loro destinati: ci troviamo sempre a gestire l’emergenza, ma dare alle persone in difficoltà una casa in cui non essere abbandonati a sé stessi è un progresso enorme sulla strada del recupero»Ed esiste già qualche esempio positivo a Genova. «Mi viene in mente, ad esempio, vico Biscotti – prosegue Lidonnici  dove è stato realizzato una sorta di hotel sociale, con badante in comune, custode, o altri (pochi) casi in cui si sono portati a coabitare degli over-65 con fragilità sociali diverse e che riescono a gestirsi come da soli non saprebbero fare. Per ora si stanno concretizzando due gruppi di lavoro: uno finalizzato a creare una cohousing di tipo agricolo-rurale, dove scambiarsi esperienze e capacità di lavoro agricolo mentre si porta avanti la stessa cascina e si condivide la stessa terra, recuperando tra l’altro territori abbandonati e improduttivi, l’altro in contesto urbano, anche se la difficoltà di trovare gli alloggi adatti è notevole, in quanto occorrono o grandi appartamenti, normalmente non presenti nel patrimonio pubblico, oppure bisogna ristrutturare edifici precedentemente adibiti ad altro, ma anche qui con un impegno per stanziare fondi e reperire risorse che non è facile in questo momento».

    «Mi fa piacere sentire che l’assessore Fracassi si proponga  il cohousing come sfida – prosegue la presidente dell’Associazione Ge-Coh, Paola Balbi – noi stiamo lavorando ad alcune opportunità che si sono prospettate, ma essendo quella del co-housing una prospettiva del tutto inedita manca proprio uno schema normativo per risolvere anche questioni molto pratiche, magari piccole ma che, sommate tutte insieme, ne rendono complicata la realizzazione concreta. Siamo dei volontari, in sostanza, e un sostegno occorre: non solo finanziario, quello si può anche ottenere, ma ci vogliono normative specifiche».

    palazzo-tursi-D5La mancanza dei fondi pubblici e le convergenze con i privati

    Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della casa ed housing sociale della giunta Vincenzi, invece dei fondi che mancano ne parla chiaramente, ricordando che Arte in questi ultimi due anni si è concentrata a vendere una consistente porzione del proprio patrimonio immobiliare per poter far fronte ai meri costi di gestione degli immobili, limitandosi a ristrutturare gli appartamenti che via via si rendevano liberi. Se un appartamento ha bisogno di lavori più costosi, o si pensa possa essere appetibile sul mercato, spesso viene messo in vendita, ci conferma. Nei confronti del progetto di far eseguire piccoli lavori all’inquilino, è piuttosto perplesso: «Il 20-25% degli affittuari di edilizia popolare ha il problema di riuscire a pagare persino il costo base di una casa, bollette, piccole spese – sottolinea – figuriamoci se riescono a pagarne la ristrutturazione, pur se finanziata in qualche modo, o restituita attraverso lo sconto sul canone. Sia chiaro, questa è una mia valutazione personale, ma ci sono anche queste situazioni»

    Poi aggiunge: «Riguardo al social housing vero e proprio, quello per il quale sarebbe interessata la cosiddetta “fascia grigia” che, lasciatemelo dire, è davvero una definizione infelice, vi posso dire che si tratta di un progetto molto interessante, che coinvolge privati e pubblico e che dobbiamo portare avanti con decisione. Un privato infatti può avere convenienza perchè se deve ristrutturare una porzione ampia dello stabile, o anche singoli appartamenti ma non ha la liquidità necessaria può accettare di affittare per un minimo di 15 anni a canone moderato, ottiene una contribuzione da parte dell’ente che arriva fino al 40% del costo dell’alloggio; maggiore il numero di anni per cui mette a disposizione l’immobile, maggiore è il contributo».

    Questo, unito agli altri incentivi fiscali di cui godono le ristrutturazioni e a una parziale detassazione fa sì che lo strumento del social housing possa diventare facilmente appetibili per i privati proprietari di immobili sfitti.

    Le risposte della Regione Liguria

    Il percorso del social housing è visto di buon occhio anche dalla Regione Liguria e dalla giunta Toti. E’ dell’8 agosto la delibera con cui vengono stanziati 1,83 milioni di euro per 10 progetti di social housing aperti a tutti i Comuni liguri. Quasi contemporaneamente, la Regione però batte cassa presso il Comune di Genova che dovrebbe ad Arte 5 milioni di euro per la cattiva gestione delle morosità e dei mancati controlli anche nei confronti degli inquilini che avrebbero potuto pagare. Qui, però, si innesta una turbinoso scontro sulle responsabilità tra istituzioni presenti e passate, anche a prescindere dal colore politico. E qui, preferiamo fermarci, almeno per il momento, evitando di dare visibilità a scambi di accuse, pretese di correttezza ed esibizioni di colpevoli utili solo a cercare consenso politico e trarre compensi: perché quelli vengono via con poco, mentre chi sta lavorando davvero per concretizzare grandi sogni attraverso piccoli progetti, lì resta, ostinato e consapevole che, anche oggi, avrà ragione domani.


    Bruna Taravello

  • Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Nuovo regolamento Erp, coabitazione sociale e manutenzioni ordinarie a carico degli assegnatari

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl Consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento di “Assegnazione e gestione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ubicati nel Comune di Genova”, dopo un iter complesso che ha visto coinvolti, tra gli altri, Municipi e sindacati di categoria, oltre ai responsabili di Arte e Asl. Alla base della nuova normativa, la necessità di agevolare l’accesso alla casa, stante un’emergenza abitativa in crescita, come Era Superba ha documentato più volte. La giunta, quindi, prova a smuovere le acque in un ambito critico per l’amministrazione e per la società civile, che spesso non riesce a stare al passo con gli andamenti del mercato immobiliare, legato a doppio giro con il mercato della finanza speculativa. Lo spirito di questa “piccola riforma genovese” è quello di velocizzare gli accessi alle case, provando ad allargare in qualche modo il bacino dei possibili beneficiari. Vediamo nel dettaglio che cosa cambia nelle modalità di assegnazione e gestione degli alloggi Erp (Edilizia Residenziale Pubblica).

    Le novità

    Il testo approvato introduce alcune innovazioni, già anticipate nei mesi scorsi ma leggermente limate dal dibattito consigliare. Tra le prime novità c’è la creazione di una nuova graduatoria per le assegnazioni, con validità quadriennale, ma aggiornamento semestrale. Le modalità di accesso alla graduatoria e i requisiti richiesti non sono stati modificati. Il testo, inoltre, introduce la creazione di una “Commisione Erp”, composta da personale dipendente di Comune, Arte Genova e da rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria: questo nuovo organo, che sarà tenuto a riferire di fronte al Consiglio comunale, avrà il compito di monitorare il territorio, cercando di “leggere” le eventuali situazioni di criticità legate alle assegnazioni, per favorire il miglior inserimento possibile all’interno del contesto civico degli assegnatari. La costituzione di questa commissione non aggiungerà costi al bilancio comunale, utilizzando risorse interne all’amministrazione.

    Manutenzioni ordinarie a cura degli assegnatari

    Uno dei colli di bottiglia che da sempre rallenta le pratiche di assegnazione è il livello di fatiscenza in cui spesso sono ridotti gli alloggi Erp: il requisito sine qua non per lo sblocco di una abitazione è, infatti, il rispetto delle norme igieniche e di sicurezza. Con il nuovo regolamento, se i lavori necessari al raggiungimento della messa in sicurezza non superano i 5 mila euro, l’ente proprietario può proporre al cittadino in graduatoria di farsi carico dei lavori, scalando successivamente le spese documentate dal canone di locazione. Il meccanismo sarà vincolato da una perizia che stabilisce quali lavori debbano essere fatti e da un termine temporale, che non può superare i sessanta giorni; prima del completamento delle opere, la casa non potrà essere abitata. Prevista anche la possibilità di procedere con lavori “fai da te”, previa la stipula di una polizza assicurativa. Questo novità punta ad abbreviare i tempi per le assegnazioni, anche se, al momento, non esiste una quantificazione puntuale degli alloggi che rientrerebbero in questa categoria.

    Coabitazione sociale

    Un’ulteriore novità del nuovo regolamento è l’introduzione della coabitazione sociale: l’ente, infatti, individuerà alloggi compatibili a progetti di condivisione da parte di soggetti in carico ai servizi sociali e socio-sanitari locali. Questa pratica, già in uso in altri comuni italiani, contribuirebbe a far fronte a diversi problemi: da un lato, si verrebbe incontro a persone sicuramente in difficoltà economiche e, nel contempo, si produrrebbe una riabilitazione sociale (seguita e supervisionata dai servizi) senza dover ricorrere a inserimenti in strutture dedicate, abbattendo di conseguenza i costi sanitari pubblici.

    Un regolamento più “femminile”

    L’assessore alle Politiche della casa e housing sociale, Emanuela Fracassi, ha definito questo regolamento più “femminile” rispetto al precedente: «Nonostante una legislazione molto rigida, siamo riusciti a introdurre elementi veramente innovativi – spiega – riuscendo a ottenere un quadro normativo più flessibile e adattabile alle diverse situazioni». L’ordinaria manutenzione a carico degli assegnatari e i progetti di coabitazione sociale «permettono di sbloccare più alloggi e, al contempo, di intercettare situazioni di disagio conclamate».
    Non tutti, però, gridano al miracolo. Antonio Bruno, consigliere comunale di Federazione della Sinistra, ricorda come, anche in questo regolamento, restino delle sperequazioni sociali evidenti: «Rimane previsto lo sfratto per chi non riesce a pagare comunque l’affitto, anche perché il fondo per la morosità incolpevole previsto da Regione Liguria e Comune di Genova – continua il consigliere – ad oggi non è mai stato finanziato». La discussione in Sala Rossa, però, ha portato a mettere nero su bianco l’impegno, da parte della giunta, ad istituire in tempi brevi questo fondo e a far pressione affinché si riveda la legge regionale 10/2014, che appunto prevede la decadenza dall’alloggio per chi non riesce a pagare tre mensilità, anche non consecutive.

    Questa riforma del regolamento Erp, sicuramente, è un passo avanti, ma i conti non sono ancora chiari: «Partiremo con una decina di coabitazioni – sottolinea Fracassi – mentre dobbiamo lavorare con Arte per individuare quali e quanti potrebbero essere gli alloggi la cui manutenzione sta sotto la soglia dei 5 mila euro». Al momento, quindi, non è facile capire quale impatto reale potrebbe avere questa nuova normativa: nel frattempo, l’emergenza abitativa non dà segni di arretramento e c’è il rischio che, nei fatti, la montagna abbia partorito il topolino.

    Nicola Giordanella

  • Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    Emergenza casa e Diritto all’abitare, quando la politica si dimentica della solidarietà

    piazza-cernaia-centro-storico-casa-occupataI muri di Genova parlano spesso parole di buon senso. Troppa gente senza casa, troppe case senza gente, è una sintesi assai densa di un’inchiesta sull’emergenza abitativa nella nostra città, pubblicata lo scorso anno su questa testata. I numeri parlano chiaro: a fronte di migliaia di richieste inevase, le istituzioni liguri riescono a garantire un alloggio a poco più di un centinaio di nuove famiglie all’anno.
    Le ragioni, si dice, sono innumerevoli e complesse: crisi economica, graduatorie intasate, asfissianti requisiti, bandi mal pensati e peggio scritti, scarsità di alloggi, appartamenti in pessimo stato, fondi insufficienti, inquilini morosi, occupanti (illegali!). La verità è invece piuttosto banale. La politica non intende investire denaro pubblico per dare soddisfazione a un diritto fondamentale, ovvero il diritto a vivere con un tetto sulla testa.

    Non mi pare sia questo il contesto per enumerare le fonti normative (dalle dichiarazioni internazionali sui diritti umani alla tanto invocata Carta costituzionale, scendendo poi a precipizio per leggi ordinarie, regionali, regolamenti, e via discorrendo) in cui tale diritto, nelle sue molteplici forme, è riconosciuto a tutti e ognuno di noi, allorquando ci trovassimo in una situazione di indigenza, con un reddito minimo o inesistente, incapaci di provvedere al pagamento di un affitto a prezzi di mercato. Si tratta di solidarietà, cooperazione, condivisione di risorse.
    Fuori c’è il mondo reale. Quello in cui la politica non stanzia fondi sufficienti per affrontare l’emergenza abitativa. Non mi è dato sapere il perché. Immagino concause, forse monocolore. In quest’epoca in cui tutto è efficienza, un settore pubblico in perdita non è tollerabile. Soprattutto un settore che non costituisce un immediato bacino di voti, e che rischia di essere divorato dalla narrazione corrosiva dei media. Si odono voci dalla Regione Liguria, che vorrebbero vedere sanati i bilanci di A.R.T.E. (l’agenzia regionale che si occupa di edilizia pubblica). Dunque tagli e svendita del patrimonio immobiliare. E’ una logica liberista, una logica per cui il pubblico dovrebbe porsi gli stessi obiettivi del privato, ovvero il profitto. Dimenticando che il pubblico siamo noi, con le nostre tasse, versate per contribuire al benessere collettivo e la mutua assistenza, per garantirci servizi di eccellenza, dalla scuola alla sanità, sino alla casa, qualora ve ne fosse bisogno. E, dunque, ben venga un deficit di bilancio, se quel deficit ha consentito di rispondere alle nostre esigenze, alle esigenze di noi tutti, non solo di alcuni.

    Mi capita, frequentando le aule di tribunale, di partecipare quale avvocato alla celebrazione di processi per occupazione (rectius, invasione di terreni o edifici, art. 633 del codice penale). Si tratta di un reato che prevede una pena sino a due anni di reclusione. Imputate, più spesso di quanto si creda, persone in attesa di una sistemazione, regolarmente in graduatoria, o comunque in possesso dei requisiti previsti dalla normativa. Persone prive di reddito, sfrattate dal precedente alloggio poiché incapaci di provvedere all’affitto. Persone che piuttosto che vivere in strada, hanno deciso di occupare un appartamento di edilizia pubblica. Un appartamento vuoto, e se occorre specificarlo, astrattamente destinato a loro. Una di quelle centinaia (migliaia?) di case vuote che per l’inerzia della politica vuote rimangono.
    E mi capita altresì, nelle medesime aule di tribunale, di ascoltare strali sulla legalità, da persone che forse non sanno che detta parola (tanto abusata quanto male intesa) è vuota essa stessa, priva di contenuto, se non la si infarcisce di una vivificante iniezione di giustizia. Perché legalità significa aderenza alla regola. Niente di più. E qual è la regola? La regola è che non si può fare abusivamente ingresso e permanere in un immobile altrui. Ma, suggerisco, la norma, più ampiamente intesa, non vorrebbe altresì che gli aventi diritto ad un alloggio vedessero garantito tale diritto? E’ una legalità viscida quella invocata, prona all’affannosa ricerca di capri espiatori a buon mercato, a quella narrazione per la quale i poveri sono sempre colpevoli (migranti e rom, in particolare).
    E, ancora, mi è capitato, sempre in un’aula di giustizia, di sentir rimproverare l’imputato di turno, un anziano che non potendo aspettare per strada che la politica si decidesse a finanziare il settore abitativo, ha pensato bene di occupare una casa vuota, un appartamento fatiscente, con mura scrostate, infissi venati di spifferi, senza riscaldamento, senza luce, acqua e gas.
    Perché questo è un altro capitolo della guerra ai poveri che combattiamo in questo Paese. Con l’art. 5 del Piano Casa (2014) il governo Renzi ha chiarito che chi occupa non ha diritto alla luce, al gas, all’acqua. “Gli atti – recita la norma – aventi ad oggetto l’allacciamento dei servizi di energia elettrica, di gas, di servizi idrici e della telefonia fissa, nelle forme della stipulazione, della volturazione, del rinnovo, sono nulli, e pertanto non possono essere stipulati o comunque adottati, qualora non riportino i dati identificativi del richiedente e il titolo che attesti la proprietà, il regolare possesso o la regolare detenzione dell’unità immobiliare in favore della quale si richiede l’allacciamento”. In altre parole, ci è negato di ottenere l’erogazione di un servizio pubblico ed essenziale, se non abbiamo titolo legale per abitare un immobile. In poche righe abbiamo abdicato, tra gli altri, al principio di solidarietà. Ogni giorno, dall’entrata in vigore del Piano Casa, costringiamo migliaia di persone a vivere al freddo, con un fornello da campo per cucinarsi cena, e le bottiglie d’acqua per lavarsi. Tutto questo, ça va sans dire, è legale.
    All’occupante rimproverato si contestava, in particolare, non solo di non aver titolo per rimanere nell’immobile, ma di aver sottratto quell’appartamento a qualcuno più bisognoso di lui. E’ la vittoria di una narrazione tossica che colpisce solo i deboli, che guarda il dito per non veder la luna. Perché discutere di una politica abitativa volutamente fallimentare, che ha abbandonato a se stesse le persone in stato di necessità? Il problema sono gli occupanti. I numeri, come accennavo in premesse, dimostrano il contrario. E i numeri hanno la testa dura, diceva Lenin. Ma i numeri, parrebbe, interessano a pochi.

    Alessandro Gorla, 
    avvocato penalista

  • Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    Emergenza casa, morosità incolpevole: il Comune corre ai ripari con un fondo ad hoc

    castello-centro-storico-vicoli-4L’emergenza casa a Genova è una piaga di cui nel recente passato ci siamo occupati approfonditamente, con una lunga inchiesta divisa in tre parti (parte 1, parte 2, parte 3) e pubblicata integralmente sul numero 59 della nostra rivista. L’ultimo caso di cronaca, il tragico suicidio di Sestri Ponente nel giorno dell’esecuzione dello sfratto, ha infiammato le pagine dei quotidiani e riportato al centro dell’attenzione dei più un male endemico che riguarda non solo Genova ma tutta la penisola.

    Nei primi sei mesi del 2014 gli sfratti negli alloggi popolari genovesi sono stati 815, di cui 492 eseguiti e i restanti in via di esecuzione. E, a fronte di 3088 domande pervenute per l’ultimo bando di Edilizia Residenziale Pubblica, il Comune ad oggi ha assegnato 187 abitazioni. Bastano questi dati a rendere l’idea delle proporzioni del problema casa e dell’incapacità della pubblica amministrazione di affrontare ed estirpare la piaga con le proprie forze.

    L’ultimo tentativo di palazzo Tursi per contrastare il dilagare del fenomeno è il  Fondo per la Morosità Incolpevole avviato tramite l’Agenzia Sociale per la Casa. Si tratta di circa 671 mila euro provenienti da un Fondo nazionale creato ad hoc che garantiranno a persone che non hanno la possibilità di provvedere al pagamento di un affitto contributi fino ad 8000 euro da utilizzare per permettere la stipula di un nuovo contratto concordato o come pagamento parziale delle morosità per differire lo sfratto.

    Il Fondo tiene conto dei criteri  per l’accesso ai contributi stabiliti dal decreto ministeriale (contratto di locazione regolare, ISE non superiore a 35mila euro, ISEE non superiore a 26mila) che definisce la morosità incolpevole come “la situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare”.

    Per maggiori informazioni contattare l’Agenzia Sociale per la Casa, c’è tempo per presentare domanda sino al 31 ottobre.

  • Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    Emergenza abitativa a Genova (terza parte): le case della Chiesa come fonte di reddito

    santa-maria-castello-interni (8)Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.

    Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».

    L’inchiesta integrale “Emergenza abitativa a Genova”  è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    centro-storico-castello-vicoli«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
    Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
    «Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».

    Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
    Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.

    Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».

    Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
    «La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    genova (3)Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.

    A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.

    Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

    Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.

    Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».

    «Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
    A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.

    begato-diga-d5Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.

    A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    Emergenza abitativa a Genova, analisi di un caos sociale (prima parte): i dati e le politiche locali

    casa-ediizia-popolareTremilaottocento. Dietro questa cifra si nasconde uno dei più gravi drammi sociali del nostro tempo: il disagio abitativo. A tanto ammontano i nuclei familiari a Genova che fin qui hanno fatto richiesta di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, ovvero una casa in affitto a canoni fortemente calmierati. Solo una minima parte di questi genovesi emarginati riuscirà a trovare una risposta efficace al proprio bisogno vitale. La nuova graduatoria per assegnare gli appartamenti che il Comune avrà a disposizione si chiuderà a fine aprile, dopo una proroga concessa per le difficoltà conseguenti all’entrata in vigore del nuovo metodo per calcolare il reddito ISEE. Ma già ora si può sapere con certezza che non basterà una manciata di case a rispondere in maniera efficace a questa piaga. Una piaga che non riguarda solo la nostra città ma che è estesa a tutta la penisola e ai Paesi dell’Europa mediterranea.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    «Quella che stiamo vivendo – è la tesi di Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova sotto la giunta Vincenzi e delegato di Anci Liguria sullo stesso tema – è una crisi abitativa radicalmente diversa da quelle che hanno contraddistinto la storia recente del nostro Paese. Nel Dopoguerra o negli anni ’60, in seguito al flusso migratorio che ha portato città come Torino quasi a raddoppiare il numero dei propri abitanti, l’unica risposta possibile era quella di avviare un massiccio piano edificatorio. Chi ha pensato di affrontare con strumenti analoghi la crisi iniziata nel 2007 ha compiuto una sorta di terapia omeopatica che non ha avuto alcun effetto positivo». Senza considerare gli effetti nefasti per l’ambiente, a causa di una crescente impermeabilizzazione del suolo, in seguito all’aumento della possibilità edificative che si sono succedute con i vari “piani casa” nazionali a partire dal 2008. Insomma, il problema oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. In altre parole, l’analisi del reale ci racconta di un surplus abitativo paradossalmente non in grado di soddisfare in alcun modo la crescente domanda abitativa: domanda e potenziale offerta non si parlano.

    Questa sensazione viene confermata anche dai numeri. Dai dati censuari del 2011 è emerso che in Italia, nell’ultimo decennio, abbiamo avuto una crescita di oltre 1,5 milioni di alloggi. Ad aumentare sono state anche le unità familiari – non certo per un boom delle nascite quanto piuttosto per una crescita di separazioni e nuclei monofamiliari – ma il numero di abitazioni non occupate si attestano attorno ai 2,7 milioni in tutta la penisola. Ed è la stessa realtà a confermarci la veridicità di quest’analisi. A Genova, ad esempio, basta vedere le altissime quote di invenduto che conoscono le più gradi speculazioni edilizie degli ultimi anni, una su tutte le Torri Faro di San Benigno. Una situazione che si replica in quasi tutte le città italiane.

    Politiche abitative: quello che lo Stato non fa >> Leggi l’approfondimento

    regione-liguriaA livello locale, la regia delle politiche per la casa è quasi interamente in mano alla Regione, a cui compete per legge la programmazione delle risorse finalizzate a sostenere le fasce più deboli e la determinazione dei requisiti e dei criteri per l’assegnazione e la gestione degli alloggi ERP. Ed è proprio la Regione a entrare nel mirino delle critiche di Bruno Pastorino: «Da piazza De Ferrari è stata dimostrata una forte insensibilità alla crisi dell’abitare mentre molta attenzione è stata posta agli interessi cementificatori, nel percorso di ricerca di consensi elettorali tra le élite economiche del territorio». Sono tre gli indizi che rafforzano la tesi di Pastorino. Il primo è rappresentato dalla promozione di un bando da parte della Regione per la realizzazione e la rigenerazione di alloggi sociali, destinati all’affitto: 7 milioni di euro ai quali se ne sono aggiunti altri 7 da parte dei Comuni partecipanti, per realizzare complessivamente meno di 95 alloggi. La classica montagna che partorisce il topolino, con l’aggiunta di un’ingente spesa di denaro pubblico. Tra l’altro i fondi sono arrivati a Comuni ragionevolmente poco oberati dalla domanda abitativa a carattere emergenziale ma piuttosto attrattivi dal punto di vista immobiliare come Porto Venere, Sestri Levante, Santa Margherita, Alassio. Secondo indizio: poche settimane fa, la Regione ha deciso di non confermare la dotazione economica per i fondi di sostegno agli affitti per le famiglie con i redditi più bassi, a cui ogni anno veniva elargito complessivamente circa 1 milione di euro. Terzo elemento: all’interno di una legge omnibus, la Regione ha inserito tra le proprie politiche per la casa il sostegno all’acquisto, anche attraverso la possibilità di concedere fideiussioni per la contrazione di mutui, e all’affitto. «In sostanza – commenta Pastorino – la Regione compensa con una quota di risorse pubbliche le attese di redditività di un mercato in crisi. Il sostegno all’affitto per gli alloggi di proprietà privata consente al mercato di mantenersi su prezzi elevati senza dover calmierare i canoni fino a incontrare le necessità della domanda. Tutti elementi che, oltre a non cogliere l’esigenza del potenziamento dell’affitto calmierato, non si pongono l’obiettivo di abbassare le pretese economiche del mercato. Così, anche a livello locale, troviamo una totale trascuratezza nei confronti di chi ha più bisogno a fronte di una sottomissione ai poteri forti dell’edilizia».

    Focus su Genova

    genova (3)Come detto in apertura, a bando ancora aperto, le domande giunte al Comune di Genova per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica sfiorano la soglia di 4000. Si tratta di affitti mediamente attorno ai 100 euro mensili ma la fascia più bassa, che è quella più “popolosa” e rappresenta il 42% degli aventi diritto, non supera i 35 euro al mese. Indicatore ancor più significativo del disagio abitativo è il numero degli sfratti (da alloggi privati, ndr): a Genova abbiamo ogni anno circa 1000 famiglie che devono abbandonare la propria casa perché non sono state in grado di sostenere l’affitto. Gli ultimi dati ufficiali disponibili parlano di 835 sfratti eseguiti nel 2012 e 970 nel 2013, a fronte rispettivamente di 2496 e 2929 richieste. Esisterebbe un fondo dedicato al sostegno della morosità incolpevole che consentirebbe di tamponare almeno un centinaio di sfratti l’anno ma non è stato finanziato dalla Regione. Il Comune, dal canto suo, non ha le risorse economiche per prendersi in carico tutte le situazioni di sfratto. Esiste un servizio di emergenza abitativa (che rientra nel “Programma per l’emergenza abitativa” attivo dal 2012 in forma sperimentale, ora definitivo con delibera approvata ieri 16 aprile 2015, ndr) che interviene nelle situazioni più gravi ma riguarda un numero esiguo di casi (un’ottantina di famiglie nel 2014) e offre soluzioni temporanee attraverso alloggi, talvolta anche in regime di coabitazione, presso strutture protette.

    A questo punto, alle famiglie non resta che rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica che, tuttavia, non è assolutamente in grado di fornire una risposta efficace all’emergenza come spiegato dall’assessore alle politiche abitative del Comune Emanuela Fracassi: «Negli anni scorsi eravamo in grado di assegnare circa 250 alloggi ma nel 2014, soprattutto per problemi di Arte (la partecipata di Regione Liguria a cui è delegata la gestione e la manutenzione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica) ci siamo fermati a un centinaio (124 attraverso la graduatoria del bando 2012, utilizzata da luglio 2014, per cui sono giunte 4227 domande di cui 3595 idonee. In precedenza, la graduatoraia del 2011 utilizzata da gennaio a luglio 2014 aveva portato all’assegnazione complessiva di 334 alloggi, ndr)».

    I dati di Arte e del Comune non corrispondono

    A Genova ci sono circa 9100 mila alloggi Erp, 5100 di proprietà di Arte (a cui vanno aggiunti altri 700 alloggi non in regime Erp) e 4 mila del Comune. Benché questa tipologia di dati sia in costante mutazione, sorprende abbastanza la differenza tra quanto comunicato da Arte e dal Comune di Genova: secondo la partecipata regionale, al momento gli alloggi sfitti si attesterebbero attorno a 130 unità, una sessantina di proprietà di Arte e una settantina del Comune. Più gravi e dettagliati, invece, i numeri forniti da Tursi. L’amministrazione comunale parla di 8470 alloggi regolarmente assegnati: per quanto riguarda la proprietà comunale, 50 appartamenti sono in fase di ristrutturazione, altri 120 attendono di essere finanziati dal Piano casa nazionale e 115 sono ancora da periziare; per la proprietà di Arte, invece, si parla di 201 alloggi in ristrutturazione, 23 in manutenzione ordinaria, 120 da periziare e 101 inseriti in piano di vendita.
    Si stimano attorno all’11% i nuclei familiari morosi a cui l’amministrazione cerca di andare incontro attraverso piani di rientro del debito spalmati su più anni: tuttavia, salvo situazioni di particolare disagio e incolpevolezza, se la situazione non si regolarizza, interviene lo sgombero (nel 2014 ne sono stati eseguiti 34 su 91 programmati). Secondo Arte, 76 sono le case occupate abusivamente, 48 del Comune, 28 della partecipata della Regione a cui vanno aggiunti 14 appartamenti “murati”.
    Ogni anno mediamente avvengono 350 abbandoni di alloggi Erp ma non sono altrettanti gli appartamenti che vengono rimessi in circolo: nell’80% dei casi, infatti, è necessaria una manutenzione radicale per cui mancano le risorse; solo circa un 20% degli appartamenti può essere riassegnato con una rapida rinfrescatura.

    Il problema maggiore per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica genovese è proprio la manutenzione ordinaria. «Fino a qualche anno fa – spiega l’assessore Fracassi – era prevista la presa in carico da parte di Arte di un forfait di 100 alloggi all’anno ma nel 2014 ne sono stati manutenuti meno di 20. È un problema grave a cui Arte deve rispondere velocemente».

    «Effettivamente – ammette l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti – nel 2014 c’è stato un ritardo imputabile agli stanziamenti regionali: le ditte che eseguono i lavori di manutenzione non possono anticipare le spese né possiamo farlo noi per tutti gli alloggi. Ma per il 2015 è già stato finanziato il recupero di 90 appartamenti e nel mese di aprile dovrebbero essere terminati anche 70 alloggi in via Sertoli. Insomma, a fine 2015 contiamo di arrivare a circa 200 ristrutturazioni, recuperando un po’ i ritardi dell’anno scorso».

    In proposito, l’assessore Fracassi sta pensando a un percorso di assegnazione parallelo alla graduatoria standard, ovvero la consegna di alloggi Erp, che non necessitano di riqualificazioni straordinarie ma solo di piccoli ritocchi, ai quei nuclei famigliari in grado di farsi direttamente carico degli interventi stessi in cambio di uno sconto sui canoni di locazione dovuti alla proprietà pubblica. Si è parlato di una soglia massima di 5 mila euro ma il percorso sembra piuttosto difficile perché in molti sarebbero pronti a chiamare in causa la regolarità dei bandi e delle graduatorie per l’assegnazione.

    Ma la soluzione a un problema così vasto e radicato non può essere lasciata esclusivamente nelle mani del pubblico. Occorre che il mercato privato, soprattutto quello dei grandi proprietari immobiliari, sia coinvolto all’interno di programmi di locazione a canoni moderati. Solo così si riuscirà a impostare una risposta efficace.
    «Manca un coordinamento rispetto a una politica di contrasto al disagio che coinvolga anche i grandi i proprietari – ammette l’assessore Fracassi – Ad oggi non c’è. Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato». Ma la questione non riguarda solo la Chiesa, come vedremo nella seconda parte di questa lunga inchiesta (leggi qui).

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59