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  • Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Gronda, ore calde a Tursi. Proviamo a fare chiarezza: dati e posizioni a confronto

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    Galleria Monterosso, viadotto Bolzaneto (Mercato Ortofrutticolo/Babyfarma)

    L’antipasto è servito. Come ampiamente annunciato, martedì prossimo il Consiglio comunale sarà chiamato a discutere sulla Gronda. Una delibera di per sé tecnica che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, le problematiche degli interferiti, i cittadini genovesi (famiglie e attività produttive che siano) interessati dalla costruzione e dal passaggio del nuovo nodo autostradale. Una delibera chiesta al Comune di Genova dalla Conferenza dei Servizi che attende un parere positivo sul tracciato definitivo dell’opera per proclamarne la pubblica utilità e dare il via libera agli espropri. Il problema nasce dal fatto che il tracciato definitivo della Gronda (approvato nel ciclo amministrativo Vincenzi) è sì contenuto nel nuovo Puc, che dovrebbe essere approvato entro un mese, ma non nel Puc attualmente vigente, in cui invece è stato inserito un percorso ormai superato (che prevede il raddoppio della A7 e un passaggio sul Polcevera a fianco al ponte Morandi).

    «Nel momento in cui diamo il parere sugli interferiti e si arriva alla Conferenza dei servizi – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – la Conferenza stessa diventa pianificatrice dal punto di vista urbanistico, sovraordinata rispetto agli enti locali: può dare la pubblica utilità all’opera e procedere agli espropri. Per cui non è necessaria una variante al Puc vigente che, comunque, entro i primi di febbraio sarà sostituito dal nuovo Puc in cui il tracciato della gronda è aggiornato». Resta il fatto che il primo punto della parte esecutiva della delibera in esame chiama in causa l’espressione di “parere favorevole” per quanto attiene alla “compatibilità e agli effetti sul Puc del 2000 dell’inserimento del tracciato dell’infrastruttura autostradale Gronda di Ponente in coerenza con il progetto all’esame della Conferenza dei Servizi”.

    L’obiettivo della seduta odierna di Commissione (aggiornata a martedì mattina) era esclusivamente quello di ascoltare i comitati no Gronda, Società Autostrade, i rappresentanti dei cittadini interferiti e i Municipi interessati al passaggio del nuovo nodo autostradale.
    Il dibattito si è aperto tra le polemiche per la mancata audizione di Paolo Gozzi, rappresentante dei Consiglieri comunali nell’Osservatorio cittadino per la Gronda che ha tuttavia rassegnato le proprie dimissioni dall’organismo a metà dicembre, e l’assenza dei Municipi ad eccezione del Medio-Ponente.
    L’occasione è stata utile ai comitati “No Gronda” per ricordare l’impatto gravoso dell’opera sul territorio. In sintesi: 11 milioni di metri cubi di terre da scavo che verranno movimentati di cui 6 milioni contenti amianto in varie percentuali, 55 chilometri di scavo per realizzare le gallerie necessarie, 3,2 miliardi di euro di costo preventivato, almeno 8 anni di tempo per la costruzione, aumento del 15,11% del pedaggio autostradale su tutta le rete nazionale per finanziare l’opera, 1 milione di mezzi pesanti che complessivamente transiteranno sulla viabilità urbana genovese a cantieri aperti e 60 sorgenti acquifere a rischio.

    La risposta arriva direttamente da Società Autostrade, per bocca dell’ingegner Alberto Selleri: «Il progetto dal nostro punto di vista è definitivo ed è stato approvato anche dal Ministero dell’Ambiente, con una serie di ben note prescrizioni (poche rispetto a progetti di portata simile a questo come il San Gottardo o la Variante di Valico) su cui vorremmo fare chiarezza in sede di Conferenza dei Servizi possibilmente prima di arrivare alla fase esecutiva. Si tratta di un progetto studiato nel miglior modo possibile, limitando tutti gli impatti ambientali e cercando di validare le promesse fatte nel corso del dibatto pubblico. Ma si tratta di un progetto unico: non esiste la possibilità di spezzarlo in lotti perché funziona solo nella sua interezza».

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DUn’affermazione che apparentemente potrebbe far crollare tutti i tentativi di mediazione all’interno della maggioranza di Tursi. Ma, come ricorda il vicesindaco Bernini, la decisione ultima non è di Autostrade ma spetta al ministero delle Infrastrutture e quindi al governo: «Se Lupi decide che non è il caso di fare tutta la Gronda perché siamo in grado di sostenere economicamente solo il primo lotto, così si dovrà fare. Il ministro ha chiaramente detto che non è possibile dirottare per 10 anni tutti gli introiti nazionali degli aumenti di pedaggio solo per finanziare la Gronda e ha pure scartato la possibilità di incrementare tali aumenti. Una terza strada sarebbe quella di chiedere alla Comunità europea una proroga sui 10 anni di concessione del tratto autostradale a Società Autostrade per allungare i tempi di rientro dall’investimento economico. Ma è ancora tutto da vedere e il Comune deve essere parte attiva all’interno di questo confronto. Anche perché dal punto di vista della fattibilità in lotti tutto è possibile. La gronda di ponente da Bolzaneto a Voltri può essere fatta in unico lotto, come unico lotto è il collegamento Genova ovest – Bolzaneto (raddoppio a7): quindi, almeno due lotti sono possibili dal punto di vista tecnico».

    «Immaginare di far partire prima un lotto di un altro – replica Selleri di Autostrade – vuol dire allungare i tempi e generare un nuovo impatto ambientale. Se il ministero decidesse di abbandonare il vecchio progetto è ovvio che dovrebbe essere fatta tutta una serie di studi sulle eventuali nuove soluzioni».

    Le decisioni esecutive, comunque, spetteranno alla Conferenza dei servizi (un tavolo successivo a quello del 23 gennaio che, invece, sarà chiamato a esprimersi solamente sulla pubblica utilità dell’opera e sui conseguenti espropri) che, paradossalmente, vedendo la piega che stanno prendendo le cose e l’ormai nota perdita di interesse da parte di Società Autostrade per l’opera potrebbe anche portare a decisioni clamorose. Tutto, o quasi, dipenderà dalla volontà del governo.
    Anche perché la vera utilità dell’opera, secondo i suoi principali detrattori, è ancora tutta da verificare dato che si basa su studi trasportistici e di traffico veicolare ormai superati da anni. Sul tema anche il vicesindaco si lascia sfuggire una battuta: «L’attuale tracciato della Gronda non può risolvere tutti i problemi di mobilità generati soprattutto dal sovraccarico di traffico sul ponte Morandi e nel nodo di Genova Ovest. Anche con la nuova opera, se arrivo da Ventimiglia e devo andare al Porto, induco i camion comunque a uscire a Genova Ovest. Le cose sarebbero state diverse se avessimo avuto il braccio che portava verso Cornigliano, differenziando i traffici e decongestionando il centro città. Certo si potrebbe sempre intervenire con una riqualificazione strutturale del Morandi che però al momento non sembra essere all’orizzonte».

    Insomma, siamo vicini alla battaglia finale, in attesa di capire quanto la maggioranza riuscirà a essere ancora compatta. La mediazione per convincere i consiglieri di Lista Doria, Sel e Fds a votare con il Pd è però ancora in corso. In questi giorni, e sarà così fino a martedì prossimo, i telefoni sono bollenti. Gli uffici dell’Urbanistica stanno lavorando alacremente alla produzione di modifiche al testo della delibera già passata in giunta che possano accontentare i più: l’obiettivo degli esponenti più a sinistra all’interno della maggioranza è quello noto di ottenere la realizzazione del solo primo lotto dell’infrastruttura, ovvero il raddoppio della A7.
    «Visto che il tracciato è già stato deciso dall’amministrazione precedente – commenta il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – l’unica cosa che possiamo fare è sfruttare il ritorno della questione in Consiglio comunale, seppure per via traverse, per ottenere risultati utili alla città inserendo elementi finora mai considerati».
    Ecco allora che nella delibera spunterà la richiesta di inserire il Comune di Genova all’interno del Comitato nazionale di controllo e vigilanza sull’opera che al momento contempla solo Arpal, Regione Liguria e ministero dell’Ambiente. Ma l’aspetto più delicato e ancora in fase di discussione è un richiamo a una rivalutazione dell’opportunità dell’opera alla luce delle recenti alluvioni: certo, il Pd non potrebbe mai accettare una posizione così esplicita ma proprio qui si stanno giocando tutte le carte interne alla maggioranza. È lo stesso vicesindaco ad ammettere aperture: «L’accento va posto sul fatto che il Comune deve per forza di cose poter partecipare alla discussione sulla regolamentazione dei corsi d’acqua e verificare che i calcoli fatti in passato risultino corretti anche in funzione dei nuovi fenomeni atmosferici che, ahinoi, si verificano ormai con regolarità».
    Rispetto al passato, dunque, il vicesindaco sembra essere molto più conciliante verso i detrattori dell’opera, cercando di portare a casa da questo confronto qualche frutto positivo per il prosieguo della giunta Doria e della variegata maggioranza. «Capisco la posizione di chi vorrebbe concentrarsi esclusivamente sul raddoppio della A7 – dice il vicesindaco – sulla cui necessità siamo tutti convinti a prescindere dall’impatto ambientale che verrebbe mitigato dai notevoli vantaggi ottenuti dalla città. Ma per me è strategica tutta l’opera, anche dal punto di vista ambientale, perché toglierebbe traffico pesante dalla viabilità urbana e dalla parte più vicina alla case».

    Difficile, comunque, un voto unanime anche se dovessero essere accolte tutte le richieste delle sinistre. Il compromesso, comunque, sembra ancora possibile. Anche perché il Partito Democratico ha più volte annunciato che un’eventuale maggioranza sulla delibera diversa da quella uscita dalle urne potrebbe aprire una grave crisi di governo della città. «Ma si tratta soprattutto di una questione di immagine – chiosa Bernini – perché gran parte delle rivendicazioni di chi si oppone al progetto sono già state evidenziate dalle prescrizioni della VIA. Non posso essere tranquillo sull’esito della votazione di martedì perché sono molto sensibile ai voti secondo coscienza e posso capire che qualche consigliere che ha da sempre espresso contrarietà radicale all’opera non se la senta di votare neppure una delibera tecnica, pur con tutti gli adeguamenti del caso».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tasse ai cittadini colpiti dall’alluvione: si paga a febbraio, mozione di sfiducia al Sindaco

    Tasse ai cittadini colpiti dall’alluvione: si paga a febbraio, mozione di sfiducia al Sindaco

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DSe lo Stato tace negando il doveroso differimento per il pagamento delle tasse agli italiani colpiti dagli ultimi eventi alluvionali, il Comune di Genova invece prova a battere un colpo. Come ampiamente anticipato, è stata votata formalmente ieri pomeriggio la delibera che proroga i termini per il pagamento di Imu e Tasi a fine febbraio 2014 per tutti i cittadini che presentino l’autocertificazione di danni subiti a causa dei fenomeni atmosferici.

    Benché la delibera sia passata all’unanimità con la sola astensione del leghista Rixi (33 i voti favorevoli), la discussione è stata piuttosto accesa ed è culminata con l’annuncio da parte delle opposizioni della presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco Marco Doria accusato di aver fatto troppo poco per aiutare i genovesi a rialzarsi.
    «La Vincenzi– ricorda Lilli Lauro – ha perso le primarie su questo tema. Visto che non siamo nell’imminenza di elezioni comunali non possiamo far altro che presentare la mozione di sfiducia per Doria e la sua giunta». La speranza, alquanto chimerica, delle opposizioni è quella che nella maggioranza ci sia qualcuno pronto a fare il salto della quaglia: «Non si può continuare a criticare il sindaco in privato e poi non prendere provvedimenti» sostengono all’unisono Pdl, Lega, Lista Musso e M5S.

    Di per sé, la mozione era già stata anticipata da Pdl e Lega nel primo Consiglio comunale immediatamente conseguente agli eventi alluvionali. Più tempo era stato concesso da Movimento 5 Stelle e Lista Musso che, con un ordine del giorno, avevano comunque impegnato sindaco e giunta al raggiungimento di una lunga serie di obiettivi per “riportare alla normalità la vita dei cittadini, far ripartire le PMI e trovare finalmente una risposta preventiva ai fattori di rischio idrogeologico”. Ma il credito per il primo cittadino sembra essere giunto al termine: «Non è stato fatto praticamente nulla – accusa Enrico Musso – neppure quelle pratiche che a costo quasi zero ci avrebbero potuto consentire di accedere al fondo europeo di solidarietà (in realtà, ci sarebbe tempo fino a Capodanno per inviare a Bruxelles le documentazioni che attestino di aver subito danni superiori alla quota minima di 600 mila euro, ndr)».

    «Sorprende che la superpotenza Pd non sia riuscita a far valere il proprio peso in sede nazionale – afferma Paolo Putti, capogruppo M5S – ma l’apertura di credito data al sindaco subito dopo l’alluvione è finita».

    «La prima volta che è andato a Roma non l’hanno fatto parlare – riprende con sarcasmo Lilli Lauro – la seconda volta non l’hanno fatto volare, la terza non lo hanno ascoltato: insomma, è incapace».

    Il sindaco però rispedisce le critiche al mittente: «In un momento molto delicato dal punto di vista economico, il Comune è riuscito a tirare fuori dalle proprie tasche 40 milioni di euro per impreviste somme urgenze e 4 milioni per un fondo di solidarietà. Anche il governo avrebbe dovuto e dovrebbe fare qualcosa: l’ho detto a Delrio, l’ho detto in Senato, l’ho detto in Consiglio comunale e continuo a dirlo agli organi di stampa».

    Il primo cittadino ha avuto il suo bel da fare per portare a casa la delibera di ieri. Tutto è nato in seguito alla presentazione di due emendamenti da parte del Movimento 5 Stelle e su cui la maggioranza ha rischiato a lungo di vacillare.

    Uno riguardava l’allungamento della proroga per la scadenza di Imu e Tasi fino a fine giugno. Una richiesta che, secondo l’assessore al Bilancio, Franco Miceli, avrebbe costretto il Comune a chiudere il bilancio 2014 con un impensabile disavanzo di cassa fino a circa 20 milioni: «Il 28 febbraio dobbiamo, per legge, chiudere tutti i conti: se non abbiamo la certezza del gettito stimato nel bilancio previsionale sul capitolo imposte, si chiude in rosso».

    Più delicata la situazione riguardante il secondo emendamento con cui i grillini chiedevano la predisposizione di un piano di pagamento rateale, a cadenza mensile, che consentisse il pagamento dell’intera somma dovuta per Imu o Tasi fino a fine agosto. Più possibilista in questo caso l’assessore Miceli che, tuttavia, aveva subordinato l’assenso della giunta alla necessità da parte dei cittadini che avessero voluto accedere a questo percorso di presentare un’apposita autocertificazione. La modifica, però, non è stata accolta dai proponenti e ha acceso le discussioni fuori e dentro l’aula consiliare, con alcuni esponenti del Pd che minacciavano di votare a favore dell’emendamento e contro la giunta.

    La situazione è stata risolta con una prova di forza della maggioranza e con l’intervento del sindaco. I due emendamenti sono stati respinti con 19 voti contrari e solo 12 a favore. Doria, tuttavia, confermando la bontà della proposta grillina, ha annunciato che tra gennaio e febbraio la giunta predisporrà una nuova delibera che consentirà, ai cittadini che ne faranno richiesta e documenteranno la necessità, di rateizzare l’importo dovuto. «Sarà necessario analizzare caso per caso – ha spiegato il primo cittadino – e resterà l’obbligo di presentare l’autocertificazione perché è l’unico modo con cui possiamo legalmente proseguire il dilazionamento anche oltre fine febbraio, andando incontro a un’ineccepibile esigenza dei cittadini ma senza incappare in problemi di bilancio».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Gronda, i nodi vengono al pettine. Decisivo il primo Consiglio comunale del 2015?

    Gronda, i nodi vengono al pettine. Decisivo il primo Consiglio comunale del 2015?

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    La Gronda continua a far parlare di sé in attesa della delibera che dovrebbe porre soluzione definitiva alla delicata questione degli interferiti (gli abitanti che devono subire espropri per la realizzazione della nuova infrastruttura) e dare parere favorevole al tracciato definitivo dell’opera in modo che la Conferenza dei servizi possa decretarne la pubblica utilità. Il documento sarà discusso martedì 13 gennaio nella prima seduta di Consiglio comunale del nuovo anno.

    Nel frattempo, lunedì sera si è tenuta una riunione di maggioranza alquanto infuocata: non invitato Antonio Bruno capogruppo Fds, assente per scelta Gian Piero Pastorino capogruppo Sel, lo scontro è stato tutto tra Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria, e i vari rappresentanti Pd. Da un lato, i “consiglieri del sindaco” hanno confermato la decisione di votare contro la delibera sostenuta dallo stesso Doria; dall’altro, il Partito democratico ha chiesto senso di responsabilità a tutti i partiti di maggioranza per appoggiare la giunta ed evitare così l’approvazione della delibera solamente attraverso larghe intese che aprirebbero una crisi di governo della città di difficile soluzione. Anche perché i dirigenti genovesi del più forte partito di maggioranza sono stufi delle continue critiche in arrivo dalla Regione, e da Raffaella Paita in particolare, non solo sulla questione grandi opere ma, più in generale, su una presunta cattiva gestione amministrativa di Genova. Un punto che ultimamente sembra dare parecchio fastidio anche allo stesso sindaco Doria.

    «Nell’incontro di maggioranza – commenta il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile – Doria si è comportato molto da sindaco, da uomo di governo ma è evidente che se lo scenario della Commissione venisse confermato e alcuni rappresentanti della maggioranza non votassero con senso di responsabilità, il rischio di andarsene tutti a casa sarebbe molto alto. È necessario che tutti i partiti richiamino all’ordine i propri consiglieri come noi abbiamo fatto su tematiche delicate e su cui non tutti i nostri rappresentanti avrebbero votato a favore come il registro delle unioni civili».

    La questione Gronda, in realtà, apre possibili scenari di contrasto anche per quanto riguarda il Puc. L’infrastruttura è, infatti, contenuta nel nuovo Piano urbanistico attualmente in discussione per gli ultimi passaggi nelle Commissioni competenti: «Se dovesse passare la delibera sulla Gronda – fa capire Antonio Bruno – potrebbero esserci ripercussioni negative sull’approvazione definitiva del Puc». E in questo caso le larghe intese potrebbero non essere sufficienti. Anche se il capogruppo di Lista Doria tende subito a sgombrare il campo da ogni dubbio: «L’inserimento dell’infrastruttura all’interno del Puc è un fatto puramente tecnico: il piano urbanistico deve prevedere il tracciato di un’opera su cui comunque si era già espresso il ciclo amministrativo precedente al nostro. Il punto, invece, è che con la nuova delibera andremmo a dire che la Gronda è un’opera fondamentale: cosa assolutamente non vera».

    La chiave di volta, come abbiamo più volte anticipato, resta quella dell’esecuzione della nuova bretella autostradale per lotti funzionali, partendo dal “raddrizzamento” della A7 su cui tutti i soggetti in campo, ministro Lupi compreso, si sono sempre detti concordi.

    Ora gli uffici del sindaco lavoreranno per limare il più possibile la delibera e non è escluso che vengano previsti ordini del giorno, emendamenti o mozioni che riguardino le opere compensative a carico di chi deve realizzare la Gronda e provino a mettere nero su bianco la proposta dei lotti funzionali.
    «È evidente – ammetta il vicesindaco Stefano Bernini – che i recenti eventi alluvionali rendano necessari maggiori approfondimenti sul livello esecutivo, che anche per le prescrizioni delle Via, deve essere affrontato in Conferenza dei servizi soprattutto per quanto riguarda le questioni relative alle terre e alle sorgenti d’acqua. Ma questo è il lavoro dei prossimi due anni». Secondo Bernini la palla è soprattutto nelle mani del governo: «Il ministro Lupi ha lanciato l’idea del primo lotto solo ma non ha più sciolto il nodo. Certamente è indispensabile realizzare tutto quanto possa servire a decongestionare i collegamenti su gomma con il porto di Genova: il primo lotto ha una sua innegabile funzione in questo senso. A mio avviso anche il resto dell’opera è importante per raggiungere l’obiettivo ma può essere che il governo decida di andare per lotti separati. Ora però è indispensabile trovare una soluzione per gli interferiti che sono in ballo da 5 anni».

    «Non è vero – replica Enrico Pignone – che dobbiamo per forza approvare il tracciato definitivo della Gronda per poter sistemare la questione degli interferiti. Scriviamo una delibera che risolve le problematiche di chi dovrà subire gli espropri, dichiariamoci tutti favorevoli al primo lotto e poi lasciamo che la questione del tracciato e della pubblica utilità dell’opera venga discussa in Conferenza dei servizi».

    Tutto si deciderà il 13 gennaio ma qualcosa potrebbe muoversi già mercoledì 7 in Commissione. Senza dimenticare che l’11 gennaio ci sono le primarie per le regionali: finita la campagna elettorale e ottenuto il nome del candidato vincitore per il Pd (benché sia Paita che Cofferati siano favorevoli alla realizzazione dell’infrastruttura, seppure con sfumature diverse) il quadro potrebbe decisamente mutare. E poi resta sempre da vedere quanto Autostrade per l’Italia abbia ancora voglia di investire tanto denaro su un’opera così discussa.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Consiglio comunale, mozione per l’intitolazione di una strada a San Salvador. Polemiche in aula

    Consiglio comunale, mozione per l’intitolazione di una strada a San Salvador. Polemiche in aula

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Nella giornata in cui viene definitivamente ufficializzata la spaccatura nella maggioranza sul tema Gronda, la cui delibera di parere favorevole al tracciato definitivo verrà discussa in aula nella prima seduta del nuovo anno prevista per martedì 13 gennaio, in Consiglio comunale c’è spazio anche per qualche polemica sulla gestione di lavori dell’aula.

    Tra gli argomenti messi in calendario all’ordine del giorno, nonché quello che probabilmente ha suscitato il maggior numero di interventi da parte dei consiglieri in una seduta piuttosto rapida e dal clima quasi natalizio, destava molta curiosità la mozione presentata da Sel e due consiglieri di Lista Doria (Nicolella e Gibelli) per opporsi all’intitolazione di una via a Robert D’Aubuisson nella città di San Salvador. Che cosa c’entra l’America centrale con il Consiglio comunale di Genova? Apparentemente molto poco. «Può suonare strano che si discuta di una cosa sviluppata decenni fa in un Paese molto lontano – ammette Antonio Bruno, Fds – ma nel mondo globalizzato di oggi dobbiamo avere coscienza che i diritti umani e sociali sono diritti di tutti».

    «Poco tempo fa – ha ricordato il consigliere Enrico Chessa, Sel – il sindaco ha dovuto ricordare che Genova è medaglia d’oro della resistenza a persone che un po’ farsescamente avevano richiamato la parola dittatura riferendosi al modo di gestire la città (erano stati i lavoratori di Amt, ndr). Ma ci sono stati Paesi e città che feroci dittature le hanno vissute davvero: una delle più feroci ha riguardato proprio El Salvador, devastata da una guerra civile, e nella cui capitale adesso si vuole dedicare una via a Robert D’Aubuisson, l’organizzatore degli squadroni della morte e il mandante dell’assassinio di monsignor Romero».

    Quella chiesta a tutti i consiglieri era dunque un’azione puramente simbolica a sostegno di chi si oppone a questa operazione a dir poco inopportuna: «Sicuramente – ha sottolineato il sindaco Marco Doria dichiarando l’appoggio della Giunta alla mozione – siamo di fronte a un atto di valore puramente simbolico, di principio e di richiamo al rispetto della dignità della persona. Ma è importante che si faccia in quest’aula e su questo tipo di documenti la giunta non farà mai mancare il proprio sostegno».

    Non è certo la prima e non sarà l’ultima volta in cui in Consiglio comunale si discute di questioni non strettamente inerenti la città. Eppure solitamente queste votazioni si concludono con il parere favorevole espresso all’unanimità. Non questa volta, però. Va registrato, infatti, una sorta di voto di protesta del Pdl risultato presente non votante: «Questa mozione – ha spiegato il capogruppo Lilli Lauro – chiarisce molto bene come a Genova la maggioranza e la sinistra piuttosto che fare qualcosa di concreto per la città, per il commercio, per gli alluvionati preferisca riempirsi la bocca di parole che riguardano l’altra parte del mondo. È vergognoso che mozioni come questa arrivino in aula dopo neanche una settimana dalla loro presentazione mentre per altri documenti proposti dalle opposizioni si aspetta anche oltre un anno, nonostante si tratti di questioni che riguardano direttamente il nostro mandato: non dobbiamo dimenticare che siamo stati eletti per fare qualcosa per Genova e non per El Salvador».

    La risposta arriva dal capogruppo del M5S, Paolo Putti: «Questa cosa mi riguarda come mi riguarda quello che succede al mio vicino di casa, nel mio posto di lavoro. Ognuno ha le sue priorità… magari qualcun altro può fare una mozione per chiedere un collarino nuovo a Dudù e noi invece ne facciamo una in memoria della lotta di monsignor Romero».

    Certo, le elezioni regionali iniziano ad avvicinarsi e toni della rappresentante del Pdl possono apparire un po’ esagerati. Va detto, a onor del vero, che sempre nell’ordine del giorno odierno erano state inserite due interpellanze del Pdl presentate rispettivamente il 31/10/2013 e il 07/11/2013 e riguardanti la richiesta di chiarimenti agli assessori competenti sull’assunzione temporanea di personale esterno in Comune e il sostegno economico all’Accademia Ligustica di Belle Arti: possibile che in oltre un anno non si siano trovati 10 minuti di spazio per inserire questi documenti di iniziativa consiliare?

    Se questa domanda (retorica) è destinata a restare senza risposta, una spiegazione invece può essere trovata a un altro quesito che sorge spontaneo dalla discussione in aula: perché solo ieri è venuto fuori questo malessere quando da anni quasi tutte le sedute del Consiglio comunale sono aperte con la votazione di cosiddetti ordini del giorno fuori sacco, dedicati a temi non strettamente collegati alla delibere in discussione?

    La motivazione va ricercata in realtà in una modifica della prassi per la presentazione di documenti. Fino a poco tempo fa, infatti, qualsiasi gruppo consiliare poteva presentare ogni settimana un ordine del giorno fuori sacco: con parere favorevole della Conferenza dei Capigruppo, il documento sarebbe stato discusso nella prima seduta utile; in caso di maggioranza semplice, invece, si sarebbe dovuto attendere una settimana di più.

    Adesso, invece, per tentare di porre un primo argine ad alcune pratiche ostruzionistiche, è venuta meno la seconda possibilità: in caso di mancata unanimità tra i rappresentanti di tutti i gruppi consiliari, l’unico modo per vedere discusso e messo in votazione un ordine del giorno fuori sacco è trasformarlo in mozione. A questo punto, però, la messa in discussione all’ordine del giorno spetta al presidente del Consiglio e al suo ufficio.

    È stato questo il caso della mozione su El Salvador e lo sarà anche la prossima settimana per un documento che impegna il sindaco Marco Doria a sottoscrivere e promuovere la proposta di legge di iniziativa popolare per il riconoscimento del diritto di voto all’estero per i giovani temporaneamente domiciliati all’estero negli Stati membri dell’Unione Europea, per motivi di lavoro o di studio. Pure in questo caso, il testo proposto da Lista Doria è stato bocciato dal Pdl ma trattandosi pur sempre di una mozione condivisa da tutta la maggioranza, e non solo, troverà facilmente corsia preferenziale nell’ordine dei lavori e verrà posta in discussione la prossima settimana.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Aree fiera e waterfront: Piano sì, ma fino a un certo punto. No a concorso di idee, mancano tempo e soldi

    Fiera di GenovaA poco più di un mese di distanza dalla riposta a un apposito articolo 54, il sindaco Marco Doria torna a parlare in Consiglio comunale del riassetto del waterfront (qui l’inchiesta su Era Superba #56). E lo fa respingendo la mozione del Movimento 5 Stelle e di Lista Musso, presentata prima dell’estate e posta in discussione solo ieri pomeriggio, che proponeva l’affidamento a un concorso internazionale di idee per la progettazione del nuovo affaccio sul mare della città.

    «Si tratta di una mozione datata – ha detto il primo cittadino – scritta nel momento in cui il Consiglio approvò prima della pausa estiva una delibera di riassetto urbanistico legata a un passaggio di proprietà di aree ex fieristiche da Comune di Genova a Spim. Accettare questa mozione sarebbe un po’ come rinnegare tutto il percorso che si è compiuto successivamente con la presentazione di un progetto da parte di Renzo Piano, che ha messo la sua personalità a servizio di un ridisegno complessivo di un’area che non è più quella che riguardava solo la delibera di quest’estate ma che comprende anche la zona delle Riparazioni navali e arriva fino al Porto Antico».

    E, invece, Doria torna a ribadire che «questa amministrazione vuole sostenere l’impegno progettuale di un grande professionista che ridisegna questo pezzo di waterfront della città e crea un affaccio sul mare con uno spazio pubblico dove attualmente ci sono attività in ambito portuale. È un progetto che tiene conto degli interessi strategici del settore delle Riparazioni navali, di un riposizionamento delle attività nautiche a Genova, della restituzione di spazi alla città in una visione unitaria. È, dunque, da questo progetto che l’amministrazione deve partire».

    Un po’ diverso da quanto sostenuto a più riprese da Bernini. «Le voci che parlano di discussioni all’interno dell’amministrazione sul disegno di Piano – ha provato a chiarire Doria senza troppo successo – in alcuni casi sono state costruite ad arte dalla stampa ma in realtà derivano semplicemente dalla necessità di tenere presente all’interno del progetto alcuni vincoli urbanistici insiti nella zona, come la presenza della Sopraelevata che impone un equilibrio con i volumi che si costruiranno in zona in sostituzione di quelli esistenti».
    Il vicesindaco, di cui per primi avevamo raccolto le perplessità (eufemismo) sul disegno dell’archistar, non conferma né smentisce ma per buona parte dell’intervento del sindaco non è neppure seduto al proprio posto in Sala Rossa. Sarà certamente una casualità ma non si tratta della prima volta e se è vero che due prove fanno un indizio…

    Intanto, comunque, la maggioranza ha tenuto – e già questa potrebbe essere una notizia – bocciando la mozione con 16 voti contrari (Pd, Lista Doria, Sel a cui si aggiunge l’Udc), 12 favorevoli (ai consiglieri proponenti della mozione si sono uniti i colleghi del Pdl e alcuni rappresentati del Gruppo Misto) e 3 astenuti (Villa – Pd, De Benedictis – Gruppo Misto e Bruno – Fds).

    Il concorso di idee o, come chiesto da Paolo Putti per avere una connotazione più concreta, “il concorso di progetti” non è del tutto abbandonato vista anche l’insistenza delle richieste da molteplici realtà politiche (in mattinata anche il Consiglio regionale aveva discusso sul tema attraverso un’interrogazione urgente avanzata dal Consigliere Lorenzo Pellerano all’assessore all’Urbanistica, Gabriele Cascino) ma viene rimandato a un secondo momento, come spiega lo stesso Marco Doria illustrando le prossime tappe dell’iter progettuale sul futuro delle aree: «Al momento – ricorda il sindaco – abbiamo un masterplan, il Blueprint di Piano, che sarà affinato e rappresenterà il punto di partenza per una progettazione complessiva dell’area, in una visione unitaria. Sulla base di questa progettazione, come da delibera di luglio, ci sarà un accordo di programma urbanistico tra Comune, Regione e Autorità Portuale che passerà al vaglio del Consiglio comunale e che dovrà essere coerente con il Puc. Nell’accordo di programma saranno ribadite le tre linee fondamentali del progetto: creare nuovi collegamenti tra porzioni di città, non appesantire la volumetria esistente e restituire spazi pubblici ai cittadini. Siglato l’accordo di programma, potranno allora partire concorsi anche a carattere internazionale per progettare nel dettaglio i singoli pezzi di questo disegno unitario che, come detto, non riguarda solo gli spazi ex Fiera ma una visione più complessiva di tutto l’affaccio sul mare della città».

    Una posizione che non convince del tutto l’ex senatore Enrico Musso: «Siamo sicuri di volerci affidare ai soliti noti – sostiene il docente, più in linea con le posizioni del vicesindaco che con le idee del primo cittadino – o non sarebbe forse meglio puntare su tutte le professionalità che ci sono nel mondo? Piano è diventato un punto di riferimento dell’architettura e dell’urbanistica proprio perché ha vinto una serie di concorsi in Paesi in cui i concorsi si fanno e funzionano: può darsi che il suo sia davvero il progetto migliore ma allora perché non stabilirlo con un concorso?».

    Piazzale Kennedy GenovaLa riposta è semplice ed era già stata accennata in passato dal vicesindaco Bernini: i tempi e i soldi per un concorso internazionale di riprogettazione di tutta l’area da Punta Vagno ai Magazzini del Cotone non ci sono. Il Comune deve, infatti, fare i conti con i bilanci dei prossimi anni: se Spim, società partecipata da Tursi, non dovesse riuscire a completare la vendita delle aree ex fieristiche, i disavanzi verrebbero accollati al bilancio del Comune e, di conseguenza, ai cittadini.

    Per accelerare l’iter, già nella delibera di quest’estate erano state messe nero su bianco alcune idee programmatiche sul futuro delle aree, pur in mancanza di ipotesi progettuali: «Non si puntava tanto alla massima redditività degli investimenti – ha ricordato il sindaco – ma si stabiliva già allora che non venisse costruito un metro cubo o un metro quadrato in più di quanto esistente in zona, che ci fosse un uso diversificato degli spazi restituiti a scopi urbani e che fosse previsto dal punto di vista urbanistico un collegamento tra la zona Foce e il Porto Antico». Vincoli di cui Piano dovrà tenere conto per convincere i consiglieri comunali della bontà del suo progetto. Se ne riparlerà nel 2015.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Gronda di Genova, il punto sulla grande opera. Autostrade frena, Tursi prepara le larghe intese

    Gronda di Genova, il punto sulla grande opera. Autostrade frena, Tursi prepara le larghe intese

    autostrada-a-12Autostrade per l’Italia salva la maggioranza del Consiglio comunale. Almeno per il momento. Non si tratta della classica iperbole giornalistica ma di una sintesi, forse un po’ troppo stringata, di quanto è accaduto negli ultimi giorni attorno al tema Gronda. Come anticipato poco più di un mese fa, entro il 12 dicembre prossimo la Sala Rossa avrebbe dovuto approvare una delibera che desse parere positivo sul tracciato definitivo dell’infrastruttura in modo da consentire l’avvio ufficiale della procedura degli espropri e dei conseguenti indennizzi per i cittadini interferiti dal passaggio del nuovo nodo autostradale.

    Gronda di Genova, la grande opera >> Leggi l’approfondimento

    Rinvio della Conferenza dei servizi

    Il provvedimento si era reso necessario in seguito a una precisa richiesta della Conferenza dei servizi, riunita per la prima volta a Roma il 17 ottobre, come passaggio imprescindibile per giungere alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera. Un concetto che, com’è noto, fa storcere più di un naso nella variegata maggioranza che, almeno sulla carta, dovrebbe sostenere il sindaco Marco Doria. C’era, dunque, grande attesa per la discussione prima in Commissione e poi in aula del documento approvato dalla giunta. Ma se la discussione in Commissione dovrebbe comunque arrivare negli ultimi giorni della prossima settimana, non c’è più alcuna fretta per il passaggio nel plenum consiliare. Confermando ancora una volta le crescenti perplessità sulla realizzazione dell’opera, Autostrade per l’Italia ha chiesto e ottenuto dal Ministero delle Infrastrutture lo spostamento della prossima seduta della Conferenza dei servizi dal 12 dicembre al 23 gennaio. La motivazione ufficiale è il mancato accordo con Ilva per quanto riguarda l’attraversamento delle aree di Cornigliano necessario per portare lo smarino dai monti all’aeroporto. Una mossa che ha scatenato la rabbia di chi vuole spingere sull’acceleratore per la realizzazione della grande opera, come l’assessore regionale alle Infrastrutture, Lella Paita, che si è detta «sorpresa di una richiesta di rinvio presentata da Società Autostrade in modo unilaterale, e soprattutto mentre sono ancora in corso i contatti tra Autostrade, Ilva e Regione che avrebbero portato nel giro di poco a una soluzione». Secondo la candidata alla primarie per la presidenza della Regione c’erano le condizioni per procedere con i tempi previsti e valutare successivamente tutti gli elementi, «tanto più che il ministero dell’Ambiente, nella pronuncia di Valutazione di impatto ambientale, aveva chiaramente detto che ulteriori approfondimenti potevano essere effettuati dopo la conclusione dell’iter della conferenza dei servizi, in sede di progettazione esecutiva». Parole che confermano come le continue titubanze di chi dovrebbe farsi carico del finanziamento dell’opera, attraverso un aumento dei pedaggi su tutto il suolo nazionale, inizino a preoccupare chi invece non vede l’ora di poter dare il via libera ai cantieri.

    Peraltro, la stessa Società Autostrade ha fatto sapere che la decisione sugli interferiti e sui relativi indennizzi dovrebbe comunque attendere l’approvazione definitiva del progetto da parte del ministero delle Infrastrutture che non è detto assolutamente che tale nulla osta sia contestuale alla seconda convocazione della Conferenza dei Servizi.

    L’iter comunale

    Se, da un lato, la Regione freme, grazie a questo rinvio il Comune respira. I tempi strettissimi per l’approvazione della delibera avevano, infatti, scatenato il malcontento nei Municipi interessati dall’attraversamento dell’opera (Valpocevera, Ponente, Medio Ponente e Centro Ovest) e chiamati a pronunciarsi sulla variante al Puc introdotta dal documento di giunta per equiparare il piano urbanistico vigente con quello di prossima approvazione, in cui il tracciato della Gronda è già previsto.

    «Presentare una delibera che, con la scusa della tutela degli abitanti interferiti, dà mandato alla Giunta di approvare il progetto definitivo nella Conferenza dei Servizi dopo un mese in cui si sono verificate tre alluvioni – è il pensiero di Antonio Bruno, capogruppo FdS – è una provocazione. Molte sono le perplessità trasportistiche per un’opera pensata per dare una risposta all’attraversamento del nodo genovese (quando, invece, la maggior parte del traffico autostradale è interno al nodo stesso) che sottovaluta il rischio ambientale e sanitario indotto dallo scavo di rocce amiantifere».

    «La nostra posizione contraria all’opera resta ferma – ribadisce Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria – sia dal punto di vista economico che da quello funzionale. E le perplessità dimostrate anche da Società autostrade sembrano confermare la nostra riflessione: è evidente che tutte le obiezioni sollevate dal territorio e in parte contenute nelle prescrizioni della Valutazione d’impatto ambientale diventano ancora più cogenti in seguito alle continue emergenze idrogeologiche. Ma, d’altronde, se siamo tutti sconcertati da dover fare un buco in città per realizzare un garage, non vedo per quale motivo dovremmo farci andare bene un’opera che sventrerebbe delle montagne».

    Meno critica potrebbe essere la posizione della maggioranza, qualora dovesse prendere piede la realizzazione dell’opera per lotti funzionali: come abbiamo già raccontato, si tratterebbe di prevedere una cantierizzazione per compartimenti stagni, con un primo lotto che potrebbe riguardare solamente la separazione del flusso di traffico diretto al porto da quello diretto alla città attraverso i lavori nella zona di San Benigno, i lavori propedeutici all’accesso al tunnel subportuale e il rifacimento dell’attuale nodo autostradale con il potenziamento del tratto compreso tra Bolzaneto e Genova Ovest. A restare escluse sarebbero altre opere piuttosto invasive come la bretella Voltri-Bolzaneto o il nuovo ponte sul Polcevera. Dalla Gronda alla Grondina, dunque. Ma se Autostrade per l’Italia ha perplessità sull’intera opera, molto difficilmente vedrebbe di buon grado un intervento solo parziale e di difficile copertura finanziaria.

    Che cosa succederà, dunque, al momento del voto di questa delibera che il vicesindaco vorrebbe portare comunque entro la fine dell’anno ma che, molto più probabilmente, passerà nelle prime sedute dell’anno nuovo? Probabile che il provvedimento trovi comunque il parere positivo da parte del Consiglio comunale grazie alle cosiddette larghe intese. Il Pd, infatti, dovrebbe poter contare sull’appoggio di Udc, Pdl, Gruppo Misto e Lista Musso. Contrarie, invece, le sinistre (Fds, Sel e Lista Doria) e il Movimento 5 Stelle. Salvo assenze di massa, più o meno strategiche, o clamorosi franchi tiratori, il documento avrebbe dunque la maggioranza seppure di colore decisamente diverso da quella uscita dalla urne. Ma quali potrebbero essere le conseguenze per la costantemente chiacchierata giunta Doria? «Non credo che le votazioni sul tema Gronda possano provocare grossi sconvolgimenti – sostiene Pignone – anche perché che in questo caso la maggioranza politica fosse spaccata era chiaro fin dall’inizio: la distanza tra il Pd e gli altri partiti che sostengono la Giunta in questo caso è certa». Come certo e chiaro è anche che il dibattito in Sala Rossa si annuncia ancora una volta molto infuocato.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    cantiere-stazione-praL’onda lunga dell’alluvione rischia di estendersi fino a Pra’. Secondo alcune notizie circolate nei giorni scorsi, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, starebbe pensando di recuperare alcune risorse per le imprese, disastrate dalle ultime catastrofi ambientali, dai lavori non ancora conclusi dei Por. Tra questi, appunto, gli interventi più sostanziosi della riqualificazione di Pra’ marina. Un rischio che ha subito messo in allarme i consiglieri comunali Caratozzolo (Pd), Repetto (Udc) e Pastorino (Sel) che hanno chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, quali siano le azioni che l’amministrazione ha intenzione di mettere in campo per scongiurare quella che sarebbe «una vera e propria iattura per tutta la città».

    «Non vogliamo porci in contrapposizione con la Regione – ha esordito l’assessore Crivello – perché siamo ben consapevoli di quanto sia importante tutelare le imprese in questo momento ma i fondi vanno individuati altrove, non si possono cercare nella realtà dei Por». In sintesi, i soldi di Pra’ restino a Pra’. Per passare dalle parole ai fatti, tuttavia, c’è bisogno di una concreta velocizzazione dell’apertura dei cantieri. Anche su questo punto Crivello vede positivo e annuncia la richiesta all’Europa di una proroga sul termine inflessibile di fine 2015: «È indubbio che stiamo continuando a lavorare sul filo e che dovremmo proseguire ventre a terra ma, per non rischiare di andare lunghi, proprio oggi (ieri per chi legge, NdR) abbiamo scritto con il sindaco una lettera a Burlando e Guccinelli chiedendo che si facciano intermediari con l’Europa per una richiesta di proroga, in virtù della situazione di emergenza che stiamo vivendo sul territorio. E per questo chiediamo una mano anche ai parlamentari liguri nazionali ed europei».

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Il rischio, però, è che quella dell’alluvione diventi una coperta per nascondere altre responsabilità. Se, infatti, è vero che il Por di Pra’ ha subito una serie di rallentamenti non imputabili all’amministrazione (ritrovamento di amianto, richieste di variante al progetto iniziale, ostacoli burocratici da Regione e Provincia) è altrettanto vero che il progetto è in ballo ormai da sei anni: «Rischiamo di perdere 15 milioni di euro per un territorio che ha patito tutto il patibile – commenta con rabbia il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – e adesso andiamo a dire ai cittadini “scusate, ci siamo sbagliati”? Sinceramente non credo che si possa realmente tornare indietro perché per alcuni lavori siamo arrivati alla firma dei contratti, ci sono gare ormai aggiudicate e si dovrebbero pagare penali salatissime in caso di revoche. Qualche preoccupazione in più c’è sicuramente per quei lavori che devono ancora essere assegnati. Ma non è possibile arrivare sempre all’ultimo secondo: non credo sia normale dover ancora far partire i lavori a un anno dalla scadenza. Non è più possibile andare avanti così: siamo un Paese troppo contorto, bisogna semplificare le procedure, nel rispetto della legge, perché la gente non le capisce e non le accetta più».

    «Non credo – ha replicato Crivello, di cui tutti hanno sottolineato la determinatezza a portare a compimento questi lavori – che la richiesta di proroga oggi possa essere considerata una giustificazione non realistica e non concreta: basta spostarsi pochi chilometri da Pra’ per capire come sia critica la situazione in Val Cerusa. Gli uffici tecnici che si stanno occupando dell’emergenza frane sono gli stessi che dovrebbero seguire le pratiche dei Por. Sarebbe un paradosso perdere quei soldi in una situazione in cui abbiamo visto riconosciuto uno stato di calamità per l’alluvione dei primi di ottobre e ne abbiamo chiesto altri per le successive. Non credo che l’Europa possa, da un lato, riconoscere la tragedia e, dall’altro, non considerare l’evento come straordinario negando una proroga di alcuni mesi».

    In attesa dell’eventuale proroga, la prima parte dei lavori del Parco Lungo dovrebbe essere contrattualizzata con la ditta Unieco entro dicembre: l’amministrazione sembra essere intenzionata a chiedere la calendarizzazione dei lavori sul doppio turno giornaliero, con una serie di premialità in corso d’opera per la riduzione dei tempi di consegna. Entro fine gennaio dovrebbero partire anche la seconda parte di lavori per il Parco lungo e i cantieri del Parco di Ponente, la cui gara verrà pubblicata la prossima settimana. In questo caso, come per il nuovo approdo Navebus (gara in partenza entro la metà di dicembre, apertura offerte a metà febbraio, inizio lavori a marzo), i tempi di realizzazione sono più brevi e la consegna dovrebbe arrivare entro settembre/ottobre 2015. L’obiettivo, almeno per il momento, resta fissato a fine dicembre 2015 come per tutti gli altri Por, pena restituzione all’Europa dei fondi non utilizzati e di quelli già investiti.

    Simone D’Ambrosio

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  • Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    autobus-amt-2Pomeriggio caldo in Consiglio comunale con i lavoratori di Amt giunti sugli spalti della Sala Rossa per chiedere con forza alla giunta di annullare il ritiro dei contratti integrativi annunciato negli ultimi giorni per la salvare le casse della partecipata. “Dite alla città che non ci sono i soldi per il trasporto pubblico”, “Amt è occupata, venite ad arrestarci coi manganelli”, “Annullate il ritiro” e qualche colorito coro agli indirizzi del PD sono stati gli slogan più gettonati dai manifestanti, giunti a Palazzo Tursi dopo aver iniziato la giornata di protesta con la simbolica occupazione degli uffici dei dirigenti dell’azienda.

    Dopo una prima sospensione dei lavori consiliari per consentire un incontro tra i rappresentanti sindacali e i capigruppo, i lavoratori hanno urlato a gran voce il proprio dissenso anche nei confronti del sindaco Doria. Il quale, a microfoni spenti, perdendo un po’ del suo proverbiale aplomb, ha ribattuto a gran voce accusando i manifestanti di impedire l’approvazione di un’importante delibera con alcuni provvedimenti urgenti in favore degli alluvionati. Con senso di responsabilità, la protesta si è dunque placata per concedere all’assemblea di presentare e votare i documenti. Al termine delle operazioni, onde evitare nuove tensioni, il sindaco ha ricevuto una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali, in privato, nei propri uffici.

    «Doria – ha spiegato al termine dell’incontro Mauro Nolaschi, segretario di Faisa Cisal – ha confermato che la disdetta non verrà ritirata e che abbiamo tre mesi di tempo per ricontrattare l’integrativo».

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    Amt e l’Agenzia regionale per il trasporto pubblico >> Qui l’approfondimento 

    Più o meno gli stessi contenuti ripetuti più tardi, sempre in privato, ai consiglieri rimasti in Sala Rossa anche termine della seduta ordinaria di Consiglio. «Il sindaco – ci ha raccontato il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – ha spiegato che essendo la previsione dei conti di Amt per il 2015 in disavanzo, il Comune è obbligato a mettere in campo qualche azione che scongiuri il fallimento e consenta all’azienda di sopravvivere fino alla gara regionale. Se, infatti, è vero che Amt al momento non potrebbe partecipare alla gara, quantomeno il Comune potrebbe contrattare la riassunzione di tutti i dipendenti in carico al soggetto vincitore».

    In ballo, per il momento, ci sono i 36 milioni di euro (25 milioni per la parte economica + 11 per quella normativa) del contratto integrativo, che corrispondono a una cifra variabile tra i 260 e 1000 euro al mese in busta paga. Certo, come ribadito da Tursi in un comunicato inviato nella tarda mattinata di ieri, la disdetta non significa “azzerare l’integrativo ma avviare una trattativa tra azienda e sindacati per salvare Amt”. Nella stessa nota si prospetta per la partecipata il rischio di fallimento nel 2015: nel bilancio dell’anno prossimo mancherebbero circa 8-9 milioni, pari al capitale sociale dell’azienda che, se azzerato, comporterebbe l’obbligo di portare i libri in Tribunale.

    «La soluzione prospettata dal Comune – mettono in allerta i sindacati – magari consentirà di avere gli autobus ancora per il prossimo anno ma costringerà comunque l’azienda ad andare in liquidazione nel 2016 perché, se le cose restano così, non ci sono le condizioni per partecipare alla gara regionale».

    Non è neppure detto che i conti fatti da Tursi siano sufficienti per tenere in bilico il bilancio Amt, che molto contava anche sulla possibilità di recupero dell’IVA in seguito al lancio del nuovo servizio su bacino unico per cui invece si dovrà ancora aspettare. La certezza arriverà solo dopo che la conferenza Stato – Regioni avrà stabilito l’ammontare preciso dei tagli ai trasferimenti in arrivo da Roma per il 2015. Se la ricontrattazione del contratto integrativo non bastasse è possibile che Amt si trovi costretta a chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori per non incidere eccessivamente sul servizio: si torna così a parlare di blocco degli straordinari e mezz’ora in più di lavoro a parità di retribuzione, provvedimenti che già tante difficoltà avevano creato alla giunta Vincenzi.

    Qualcuno pare avere messo sul banco anche una manovra prevista dalla legge per il taglio del 50% allo stipendio dei sindacalisti: un provvedimento che, tuttavia, pare non possa essere applicato alle partecipate ma solo ai dipendenti comunali “diretti”. Al momento, comunque, si tratta solo di congetture.

    A dare fastidio ai lavoratori non è tanto il rischio di doversi ancora una volta decurtare lo stipendio, quanto il fatto che la decisione sia stata presa unilateralmente dalla giunta senza prima un tavolo di confronto: «Quando c’è stata la necessità – spiega Nolaschi – non ci siamo mai tirati indietro dalle nostre responsabilità nel trovare una soluzione che consentisse all’azienda di restare in piedi ma non si può arrivare a una decisione tale dalla sera alla mattina, mettendosi d’accordo solo con pochi intimi tra i vertici aziendale».

    La Regione latita, attenzione al Consiglio metropolitano

    Va detto che, fino al momento, nessun aiuto è arrivato dalla Regione che, anzi, ha posticipato almeno di un anno l’ormai famosa gara per l’assegnazione del servizio pubblico nel bacino unico regionale. Tanto che inizia a circolare con sempre più insistenza la voce di una possibile via d’uscita alternativa, nel medio periodo, che chiamerebbe in causa le competenze della neo-nascente Città metropolitana. Secondo voci ben informate, spetterebbero alla nuova istituzione le responsabilità sul trasporto pubblico: si potrebbe così arrivare a un anticipo sui tempi della Regione da parte del Consiglio metropolitano, lanciando un bando autonomo per la gestione del TPL nel solo bacino metropolitano, pur secondo le regole previste dalla legge regionale. Una decisione difficile che metterebbe definitivamente in crisi i già critici rapporti tra istituzioni. Molto potrebbe dipendere dal percorso che deciderà di intraprendere Roberto Levaggi, sindaco di Chiavari ma soprattutto neo coordinatore del gruppo di lavoro della Città Metropolitana su urbanistica, lavori pubblici, trasporti, viabilità e polizia provinciale.

    Intanto, la protesta nei prossimi giorni si allargherà sicuramente anche ai palazzi di Piazza De Ferrari e via D’Annunzio. Per il momento, lo stato di agitazione prosegue ed è stata confermata l’occupazione pacifica degli uffici aziendali (“occuperemo fino al 2 febbraio, se occorre” hanno urlato i lavoratori in Sala Rossa). Ancora presto, invece, per parlare di sciopero: «Non vogliamo provocare ulteriore danno ai cittadini – dice Nolaschi – già alle prese con le enormi difficoltà per rialzarsi dopo l’alluvione: per questo, lo sciopero quando ci sarà, sarà regolare». Autobus assicurati all’incirca fino a fine mese, dunque, dato che la legge prevede che intercorrano almeno 10 giorni tra lo sciopero e la definitiva rottura di una trattativa che, tuttavia, non è ancora formalmente iniziata. Nel frattempo, venerdì prossimo è convocato un incontro in Confindustria, al quale difficilmente parteciperanno i sindacati: la condizione posta dai rappresentanti dei lavoratori, infatti, è il ritiro da parte del Comune della disdetta del contratto integrativo che, al momento, non sembra essere all’orizzonte.

    Il cammino, dunque, è ancora molto incerto. Di sicuro resta soltanto che anche quest’autunno (e quest’inverno) farà molto caldo sul fronte trasporti. Ma, ormai, i genovesi ci sono abituati.

    Simone D’Ambrosio

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  • Gronda: la politica deve approvare il tracciato definitivo, poi via agli espropri. Autostrade fa gli scongiuri

    Gronda: la politica deve approvare il tracciato definitivo, poi via agli espropri. Autostrade fa gli scongiuri

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione di un lotto del progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    L’approvazione del progetto definitivo della Gronda autostradale di Ponente dovrà passare nelle prossime settimane nuovamente attraverso le forche caudine del Consiglio comunale. Lo ha affermato ieri pomeriggio il vicesindaco Stefano Bernini spiegando che entro il 12 dicembre, data della presunta chiusura della prima conferenza dei servizi dell’opera, la Sala Rossa dovrà approvare un parere sul tracciato definitivo per poter procedere ufficialmente con gli espropri.

    «Nessuno ci ha informato dell’incontro a Roma – ha tuonato il capogruppo di Sel Gianpiero Pastorino – avrei sperato che la giunta venisse in aula per confrontarsi con il Consiglio visto che si sta parlando dell’ennesima cementificazione del territorio che coinvolgerà la città da Vesima alle sponde del Bisagno».

    «Tutto il processo della Gronda – ha rincarato la dose Paolo Putti, capogruppo di M5S e punto di riferimento del movimento No Gronda – è circondato dalla totale mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni che si sono occupate solo di creare consenso attorno all’opera. Ma i vecchietti pensionati che passano il tempo guardando i lavori ci raccontano da decenni la fragilità del territorio che frana sempre più di frequente: e noi in questo territorio vogliamo di nuovo mettere mano con grandi infrastrutture?».

    «La conferenza dei servizi che si è riunita per la prima volta il 17 ottobre a Roma – ha risposto Bernini – ha chiesto a Regione, Comune, Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade di completare un percorso che possa portare alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera necessario per fare gli espropri lungo il tracciato della Gronda. Per Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade si tratta dell’accordo sulla pista di atterraggio che va allargata sul canale di calma, per la Regione si tratta di un’approvazione della Giunta sul tracciato, per il Comune si tratta di portare in Consiglio un parere sul tracciato che farebbe concludere il percorso di questa prima conferenza dei servizi». Approvando il tracciato definitivo si potrebbe arrivare alla pubblica utilità dell’opera e proseguire nell’acquisizione di aree ed edifici da parte di Autostrada con il conseguente indennizzo per i cittadini interferiti.
    Solo allora potrebbe aprirsi la seconda conferenza dei servizi che dovrà esaminare le ben più delicate questioni delle prescrizioni della Via, del progetto esecutivo e della sua eventuale suddivisioni in lotti funzionali.

    Ma, seppure esclusivamente a fini espropriativi, non è poi così scontato che questo nuovo parere richiesto al Consiglio comunale sia positivo. Le sinistre dovrebbero essere abbastanza compatte, almeno su questo tema, e alla giunta non resterebbe che puntare su qualche larga intesa tra Pd e opposizioni: «Annuncio fin d’ora il mio scontato voto contrario – commenta Antonio Bruno, Fds – e auspico che si attivi una ferma opposizione in città e in Consiglio comunale. L’intervento si sviluppa da est a ovest mentre il traffico delle merci del porto di Genova si sviluppa da Nord a Sud e impatta in un territorio delicatissimo dal punto di vista idrogeologico. Gli studi trasportistici dimostrano che il traffico gravante su Genova è prevalentemente interno al nodo autostradale».

    Perché la pratica deve passare nuovamente dalla Sala Rossa che sulla questione si era già espressa? «Il tracciato della Gronda – ha spiegato ancora il vicensindaco – è contenuto solamente nel nuovo Puc ma non in quello vigente, per questo la conferenza dei servizi ci ha chiesto di confermare un parere positivo. È anche abbastanza probabile che dopo questo passaggio non sia necessario che la decisione della conferenza dei servizi debba nuovamente tornare in Sala Rossa per un’ulteriore ratifica perché nel frattempo dovremmo essere giunti all’approvazione definitiva del Puc in cui, appunto, la Gronda è prevista».

    Prima di Natale, dunque, gli interferiti potrebbero avere una risposta definitiva sul proprio futuro. «Chiudiamo definitivamente questa partita – chiude Bernini – che potrebbe anche portare qualche vantaggio sia agli abitanti sia a chi ha attività produttive perché le valutazioni di appartamenti ed edifici sono stati fatti nel 2008 a margine del dibattito pubblico e a cifre più interessanti di quanto possa offrire attualmente il mercato immobiliare». Secondo il vicesindaco la questione con gli abitanti è già stata chiusa, ora si tratta di completare la stesso percorso anche con le aziende nelle prossime settimane: la quadra potrebbe essere trovata attraverso la Regione che si è detta disponibile ad aumentare l’indennizzo proposto da autostrade a patto che gli imprenditori rimangano sul territorio locale anche dopo la nuova collocazione.

    Viene da chiedersi, però, come mai Autostrade che sembra aver perso quasi tutto l’interesse per la realizzazione dell’opera, soprattutto a seguito di studi di traffico che non motiverebbero un investimento così ingente (si parla di 3 miliardi di euro), sia comunque disposta a sborsare le quote degli espropri per un’infrastruttura che chi sa se e quando mai sarà completata. Probabilmente la questione degli interferiti rappresenta un costo minore di cui vale comunque la pena farsi carico senza la necessità di dover metterci la faccia su un’opposizione definitiva all’infrastruttura.

    Simone D’Ambrosio

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  • Waterfront, il sindaco vorrebbe affidare il progetto a Renzo Piano. Facciamo il punto

    Waterfront, il sindaco vorrebbe affidare il progetto a Renzo Piano. Facciamo il punto

    waterfront-renzo-pianoChe ne sarà del nuovo waterfront cittadino? Una domanda che rischia di rimanere senza risposta definitiva ancora per molto tempo. Nell’ultimo numero dell’edizione cartacea di Era Superba abbiamo dedicato diverse pagine alla visione della Genova del futuro che l’amministrazione comunale sta cercando di portare avanti. Ormai oltre un mese fa, il vicesindaco Stefano Bernini non aveva avuto alcuna remora a raccontarci le sue perplessità sull’idea, allora solamente abbozzata, di cedere a Renzo Piano le chiavi del nuovo fronte del mare cittadino che chiama in causa una complessa ristrutturazione di aree non più funzionali alla Fiera di Genova e altri spazi di proprietà di Autorità portuale.

    «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commentava sulle nostre pagine il vicesindaco – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano?».

    Nel frattempo, però, il nuovo (ed ennesimo) affresco blu di Renzo Piano è stato ufficialmente presentato e pare che, oltre che ad Autorità Portuale e Regione, non dispiaccia più di tanto neppure al sindaco Marco Doria. «Il progetto di Piano è apprezzabile – ha detto ieri pomeriggio il primo cittadino rispondendo al question time in Sala Rossa – e ha degli elementi di genialità perché è stato concepito da un professionista di straordinario valore. Cerca di collegare in una visione unitaria le varie necessità della città, provando a rispondere, da un lato, alle esigenze di un comparto produttivo fondamentale come quello delle Riparazioni navali, dall’altro, alla valorizzazione degli spazi ex fieristici aprendoli alla città creando nuovi collegamenti tra il quartiere della Foce e il Porto Antico. Ecco perché come amministratore comunale ho ritenuto di aderire a questo: ora si tratta di compiere i passi giusti dal punto di vista della correttezza assoluta delle procedure amministrative che decideremo di intraprendere, in totale coerenza con quanto già stabilito nella delibera del luglio 2014».

    Sindaco contro vicensindaco, allora? All’apparenza sembrerebbe di sì, anche se lo stesso Bernini non conferma, almeno direttamente. Anche perché la situazione è ben più intricata per poter essere ridotta a semplici “diversità di vedute” interne alla giunta. Buona parte della partita si gioca attorno al futuro delle Riparazioni navali. Bernini propone il tombamento dell’area del Duca degli Abruzzi per spostare qui l’intera attività che ha necessità di maggiori spazi a disposizione: «È proprio quest’area che Burlando vorrebbe far ridisegnare a Piano ma non ha una lira da dargli e un orizzonte temporale strettissimo viste le imminenti elezioni. Magari vorrebbe un disegnino da “regalare” alla Paita ma poi che cosa succederebbe?» si chiedeva il vicesindaco qualche settimana fa.

    «Le Riparazioni navali nella posizione attuale non hanno prospettiva – ha ribadito ieri Marco Doria – tanto che le aziende più dinamiche trasferiscono le proprie attività lavorative a Marsiglia: o stiamo a guardare senza fare niente, magari facendo i disegni più belli del mondo, oppure possiamo creare le condizioni affinché questo pezzo della nostra storia continui a operare a Genova offrendogli spazi più adeguati». In questo caso la posizione del sindaco sembra riavvicinarsi a quella del suo vice. Va detto che proprio ieri mattina il primo cittadino aveva incontrato le altre istituzioni in gioco per fare il punto della situazione: possibile che qualche pedina sia stata mossa in maniera efficace. Ad esempio, quella che riguarda la vendita ad Autorità portuale del Palazzo Ex Nira per una cifra che potrebbe aggirarsi attorno ai 6/7 milioni di euro. Per il momento, comunque, l’unico elemento ufficiale in campo è la delibera approvata in Sala Rossa lo scorso luglio che forniva alla giunta le linee di indirizzo da seguire per la vendita delle aree ex fieristiche e la loro nuova destinazione d’uso.

    Altro punto che sembra essere piuttosto chiaro al sindaco sono le varie spettanze economiche: «Si tratta di un’operazione complessa e articolata che richiede l’intervento di soggetti e fonti di finanziamento diversi: gli interventi in aree di proprietà di Autorità portuale dovranno esser finanziati da Autorità portuale, quelli su aree di proprietà del Comune, essendo irrealistico pensare che le possa finanziare direttamente il Comune con le sue casse, dovranno esser finanziate attraverso un’intelligente e controllata partecipazione di soggetti privati che si vorranno inserire all’interno di un disegno urbanistico da discutere nelle sedi di amministrazione comunale competenti».

    Ma quanta pazienza avrà ancora il Comune (e il vicesindaco) in questo gioco tra istituzioni, considerando che in ballo ci sono 18 milioni (che Tursi deve alla sua partecipata Spim per l’operazione immobiliare di acquisto delle aree non più funzionali a Fiera di Genova)? E, soprattutto, che cosa potrebbe succedere qualora il Consiglio comunale si trovasse a dover votare una delibera che affidasse a Renzo Piano le chiavi della riprogettazione delle aree ex-fiera? Il blasone dell’archistar potrebbe non essere sufficiente a convincere i già numerosi scettici.

    Simone D’Ambrosio

     

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  • PUC di Genova: discussione finale in Comune, riflessioni su rischio idrogeologico

    PUC di Genova: discussione finale in Comune, riflessioni su rischio idrogeologico

    Illustrazione di Mariagiovanna Figoli

    L’ultima fase di discussione sul nuovo Puc (Piano urbanistico comunale), che andrà in scena prossimamente nelle aule del consiglio di Palazzo Tursi, è anche l’ultima occasione per porre al centro del dibattito sul futuro assetto del territorio l’attenzione prioritaria agli aspetti idraulici ed idrogeologici. Scopo della pianificazione locale, infatti, dovrebbe essere quello di ridurre il livello di rischio della popolazione, tramite la messa in sicurezza dell’abitato esistente, proposte di delocalizzazione di abitazioni ed altri fabbricati dalle aree considerate pericolose, il coerente adeguamento alle norme di salvaguardia dettate dalla pianificazione di bacino. Eppure – come rimarcato più volte dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica (“Valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente naturale”, introdotta nella Comunità europea dalla Direttiva 2001/42/CE – detta Direttiva Vas) – le scelte urbanistiche alla base del progetto di Puc del Comune di Genova non contemplano sufficienti riflessioni in tal senso, anche per quanto riguarda gli effetti negativi conseguenti a nuove impermeabilizzazioni del suolo nelle zone in cui, pur non vigendo un vincolo di inedificabilità, susssite già un pesante carico insediativo.
    La Giunta di Palazzo Tursi lunedì 6 ottobre ha approvato le controdeduzioni alle osservazioni presentate al progetto preliminare di Puc negli anni e nei mesi scorsi. «Adesso si aprirà il confronto all’interno delle commissioni consiliari – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale di maggioranza (Lista Doria) – che porterà all’approvazione del progetto definitivo da parte del Consiglio comunale. L’obiettivo era chiudere il Puc definitivo entro l’anno, ma probabilmente sarà necessario arrivare ai primi giorni del 2015».

    Ma facciamo un passo indietro. La Regione aveva chiesto al Comune di adeguare il Piano urbanistico alla Vas (Valutazione Ambientale Strategica), in pratica ponendo all’amministrazione comunale una serie di prescrizioni. «Qualche mese fa si è sviluppato un proficuo dibattito tra sensibilità diverse – sottolinea Pignone – Grazie all’ascolto delle istanze della cittadinanza, espresse in sede di commissione da una rete di comitati e associazioni, a parer mio abbiamo raggiunto buoni risultati in merito ad una maggiore attenzione all’ambiente, alla difesa del suolo, al rischio idrogeologico».
    Il 4 marzo scorso il Consiglio comunale ha approvato la delibera di indirizzo modificata per ottemperare alle richieste avanzate dalla Regione attraverso la Vas. «Avremmo desiderato delle modifiche più incisive, capaci di condizionare in modo chiaro e definitivo lo sviluppo di Genova dei prossimi anni nel senso della messa in sicurezza del territorio, della salute dei cittadini, della valorizzazione delle aree agricole come risorsa pregiata per il rilancio del lavoro e di produzioni locali di qualità – così commentava allora la rete genovese del movimento “Salviamo il paesaggio” – Apprezziamo il cambiamento di consapevolezza che ha accompagnato il dibattito, così come la disponibilità del Consiglio a confrontarsi con il Coordinamento di reti e comitati contro il consumo di suolo sui contenuti puntuali degli emendamenti. Li avremmo voluti più coraggiosi, pur riconoscendo che alcune richieste sono state recepite. Vigileremo territorio per territorio perché i principi apparentemente condivisi non vengano traditi»

    Con deliberazione n. 689 del 6 giugno la Giunta regionale ligure, però, ha sottolineato di “non ritenere atto di ottemperanza al parere motivato di Vas sul progetto preliminare del Puc di Genova” il documento “verifiche/ottemperanze” del Comune, delibera del Consiglio comunale n. 6 del 4 marzo scorso, di fatto rinviando all’approvazione definitiva del Puc anche il suo verdetto di ottemperanza alla Vas.
    Come spiega l’architetto e urbanista Giovanni Spalla «Ogni volta che si redige un piano/programma che prevede la trasformazione del territorio occorre valutare i possibili effetti sull’ambiente (inteso l’insieme di vari elementi quali suolo, sottosuolo, corsi d’acqua, ed altri fattori di rischio) diretta conseguenza degli interventi previsti, cercando di eliminare tali rapporti di causa-effetto, e predisponendo misure di attenuazione degli impatti contemplati. La Regione non ha ancora dato il suo via libera al Puc proprio perchè lo considera reticente su questi aspetti».
    Il consigliere Pignone, tuttavia, precisa «La Vas regionale è stata interpretata da più parti come una “bocciatura” del Comune. In realtà si tratta di un processo circolare che dovrebbe servire a migliorare, con il contributo di differenti competenze, l’analisi di un territorio ai fini della pianificazione. Il problema è che la redazione di Puc e Vas doveva procedere in parallelo, invece è stato realizzato prima il preliminare di Puc e solo successivamente è partito il procedimento Vas. In questi ultimi mesi gli uffici comunali della Direzione Urbanistica si sono mossi per adeguare il piano alle modifiche da noi apportate in seguito alla Vas, quindi con un aggiornamento puntuale di documenti e mappe. Ora si aprirà di nuovo il dibattito in commissione. Poi la Regione darà il suo parere, e noi in Consiglio andremo a configurare il piano definitivo pezzo per pezzo».

    Puc Genova, riflessioni su rischio idraulico e idrogeologico

    fereggiano-marassiMa la pianificazione comunale – domandiamo all’urbanista Spalla – è lo strumento consono per ipotizzare interventi quali demolizioni e delocalizzazioni di manufatti ubicati in aree a rischio? «Sicuramente mettere in sicurezza è una delle prerogative del piano regolatore. All’interno del quale si può prevedere la demolizione di un edificio, l’eventuale ricostruzione da un’altra parte, oppure la sua sostituzione con spazi verdi. Il Puc potrebbe specificare nel dettaglio come intervenire attraverso dei piani particolareggiati. Ad esempio per la zona del Fereggiano, dove si sono commessi dei veri e propri crimini, sono presenti edifici nel letto del torrente, e si è costruito tutto intorno, comprese le coperture del corso d’acqua con annessi parcheggi. Il Puc lo può fare, indicando demolizioni ed eventuali ricostruzioni, predisponendo anche norme cautelative a protezione del patrimonio edilizio attiguo alle aree di intervento». E poi prevedendo la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua «Iniziando finalmente a “stappare” i torrenti genovesi – continua Spalla – La rinaturalizzazione sarà l’azione di risanamento ambientale più importante nei prossimi anni. Ebbene, nel Puc di Genova non c’è nulla di tutto ciò. Spiace dirlo, ma la concezione di sviluppo del Sindaco Doria e della sua Giunta, purtroppo, sembra essere la stessa delle amministrazioni precedenti».

    Il piano urbanistico, insomma, non si concentra abbastanza sull’obiettivo di diminuire la popolazione esposta a rischio, in primis attraverso la demolizione delle costruzioni che tuttoggi insistono sui greti dei torrenti. D’altronde, l’unica azione concreta in tal senso è rappresentata dal recente abbattimento del palazzo di via Giotto, le cui fondamenta da mezzo secolo poggiavano tranquillamente nell’alveo del Chiaravagna, demolizione eseguita soltanto dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010.
    Secondo Spalla non bisogna mai dimenticare che la pianificazione locale deve integrarsi puntualmente con la pianificazione di bacino: «I piani di bacino, che hanno una loro autonomia, sono prevalenti sui piani regolatori. Se il piano di bacino afferma che un’area è esondabile, il piano urbanistico ne deve tenere conto. Pensiamo all’ex mercato di Corso Sardegna, che si trova esattamente sull’area inondabile dal Bisagno. Qui addirittura erano previsti dei box sotterranei (poi cancellati dopo l’alluvione del 2011, nda). Adesso si prevede di realizzare un piazzale asfaltato, tramite la distruzione della recinzione storica dell’ex mercato. Insomma, nuovo cemento, nuova impermeabilizzazione, invece di risistemare il suolo trasformandolo a verde».

    Altro nodo intricato è la prevista trasformazione in funzione residenziale della rimessa Amt della Foce, progetto non attuabile secondo i livelli di rischio evidenziati dal piano di bacino. «Se il Puc di Genova fosse veramente integrato con la pianificazione di bacino queste contraddizioni non esisterebbero – conclude l’architetto Giovanni Spalla – Il Puc semplicemente nomina i piani di pacino, sottolineandone il loro valore prevalente. Ma una reale integrazione significa che se un edificio è considerato incompatibile dal piano di bacino, allora il piano urbanistico ne deve prevedere l’eliminazione».

    Le criticità sopracitate sono le medesime evidenziate dalla Regione nell’ambito della Valutazione Ambientale Strategica del progetto preliminare del Puc: “… l’approccio adottato per la definizione della struttura del Puc, che assume dai piani di bacino il solo quadro vincolistico, e non utilizza il quadro delle propensioni d’uso del territorio definito dagli studi geologici allegati al piano per la definizione delle scelte urbanistiche, non è condivisibile. Tali strumenti, dovrebbero infatti, più propriamente, “essere integrati” come elemento fondativo delle scelte urbanistiche […] Tra le scelte strategiche proposte non compaiono effettivi interventi di messa in sicurezza dell’abitato in aree caratterizzate da alti livelli di pericolosità, o proposte di rilocazione di elementi a rischio in aree più sicure. […] è opportuno che il Puc preveda l’assunzione di tutte le misure per ridurre il rischio per la pubblica incolumità, da promuovere anche attraverso incentivi e da attivare prioritariamente per le strutture altamente vulnerabili, come, ad esempio, i locali interrati. […] è necessario almeno stabilire modalità costruttive compatibili con la condizione di inondabilità (assenza di volumi interrati, limitazioni di utilizzo del piano terra)”.

    Per il consigliere comunale Pignone il Puc di Genova rappresenta un tassello della strategia complessiva di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico da attuare su scala regionale. «Per delocalizzare case o attività commerciali occorrono adeguate risorse economiche. A livello europeo c’è la possibilità di accedere a fondi destinati a tali azioni. Ma ancor prima va superato un deficit culturale. Oggi quasi nessuno è disponibile a ragionare seriamente su questi aspetti. La politica, e quindi tutti gli strumenti tecnici come i piani urbanistici, hanno accumulato pesanti ritardi nell’approccio al problema. Stesso discorso vale per la demolizione degli edifici ubicati nei letti dei torrenti. Parliamo di interventi già previsti nella pianificazione di bacino. Nonostante ciò ci sono voluti vent’anni per abbattere il palazzo di via Giotto a Sestri Ponente. E la situazione è effettivamente migliorata, anche se rimangono altri edifici che insistono sul Chiaravagna».

     

    Matteo Quadrone

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  • TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    porto-container-d1Poco prima che la città fosse sommersa da ben altre urgenze, a inizio ottobre si sarebbe dovuta discutere in Consiglio comunale una mozione presentata da Antonio Bruno (Fds) che avrebbe impegnato sindaco e giunta a intraprendere tutte le azioni possibili per fare pressione sul governo affinché ritiri la propria adesione al TTIP (Transatlantic Trade & Investiment Partnership), il partenariato transatlantico su commercio e investimenti che negli ultimi giorni è entrato finalmente nell’agenda politica e mediatica italiana ma che resta ancora un oggetto assolutamente misterioso nonostante sia stato lanciato ufficialmente nel giugno 2013 da Obama e Barroso.

    Il documento presentato dal consigliere della sinistra genovese è stato ritirato per una più approfondita discussione in Commissione, dato che pare non sia pienamente condiviso dalla giunta e in particolare dall’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, ma la tematica resta di estrema attualità visti anche i toni forti contenuti nella stessa mozione: Bruno parla, infatti, di “lesione del principio costituzionale della sovranità delle autonomie locali” e si augura che il trattato non venga ratificato dal Parlamento europeo. “L’obiettivo prioritario di tale partenariato – si legge nelle premesse del documento del consigliere – è quello dell’eliminazione di tutte le barriere “non tariffarie” ovvero le normative che limitano la piena libertà d’investimento e i profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali a est e ovest dell’oceano Atlantico”. Insomma un’estrema liberalizzazione del mercato che potrebbe portare con sé notevoli conseguenze anche a livello locale.

    «Il rischio – ci spiega Antonio Bruno – è che questa compressione dell’autonomia delle autorità pubbliche si trasformi in un’ulteriore ondata di privatizzazioni in settori chiave come la sanità e l’istruzione, aprendo appalti governativi alla concorrenza di imprese transazionali con il risultato di un’azione destrutturante sulla coesione delle comunità territoriali».

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaPerché, vi chiederete, ne stiamo parlando su Era Superba? Perché da questo trattato potrebbe sì dipendere il futuro dell’economia mondiale ma anche, a cascata, quello della nostra città che deve necessariamente compiere alcune scelte cruciali per il proprio sviluppo futuro. Risulta, infatti, alquanto palese come il TTIP rischi di introdurre squilibri eccessivi a favore dei grandi capitali internazionali svilendo ogni sorta di iniziativa locale anche dal punto di vista istituzionale. «L’impatto su Genova – prosegue Bruno – può avvenire nel momento in cui facciamo appalti e prevediamo clausole sociali o ambientali o ancora, ad esempio, diciamo che nelle scuole non si possono servire ai ragazzi cibi OGM. Insomma, a essere inficiata potrebbe risultare tutta l’attività amministrativa del Comune che tende a far sviluppare attività industriali o agricole basate sulla merce locale. Potrebbe succedere che, una volta approvato il trattato, le multinazionali interessate a un appalto denuncino il Comune o la diffidino dal prevedere queste norme. Per non parlare, poi, del controllo dei subappalti o dei subentri in corso d’opera». Per carità, è piuttosto probabile che una multinazionale non abbia troppi interessi a spendere tante energie per piccoli appalti locali, ma la situazione potrebbe cambiare radicalmente se iniziassimo a parlare di gestione dei rifiuti o del servizio idrico (già adesso di fatto in mano a multinazionali su cui il Consiglio comunale e probabilmente anche il sindaco non hanno molto controllo) o di altri cruciali servizi pubblici, tanto più se gestiti da cosiddette multiutility.

    Per capire meglio quali siano le conseguenze concrete che l’eventuale adesione italiana al TTIP comporterebbe per il nostro sistema economico ci siamo fatti aiutare dal consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, con cui già in passato avevamo dipanato altre districate matasse economiche come quelle relative al bilancio (qui l’approfondimento).

    trasporto-merci-container«Ci troviamo di fronte ad un percorso negoziale teso a stipulare un trattato di “libero scambio” nell’area atlantica che regolerà i rapporti economici e commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti. Si tratta dell’area economica più produttiva del globo (il 50% delle transazioni, 800 milioni di persone), e visto che è già stato adottato il NAFTA  (trattato per il continente nord americano) e che presto seguirà anche il PPI  (trattato per l’area pacifica),  è del tutto evidente la portata della trasformazione. La prima considerazione che viene da fare è che si tratta di un “patto” che avrà notevoli conseguenze sulla vita e sulla salute nostra e dell’intero pianeta. Insomma, si stanno negoziando “regole del gioco” che avranno ricadute significative su ambiente, salute e diritti e ciò avviene nel più totale silenzio, in un regime di sostanziale riservatezza. I cittadini che saranno coinvolti pesantemente dalle conseguenze del trattato sul piano della loro concreta vita quotidiana non sono per niente informati di quello che si sta discutendo. Sembra che la decisione in merito riguardi esclusivamente i governi. Forse perché, in casi analoghi, quando è stato fatto l’errore di parlarne in chiaro, la protesta è stata cosi forte da costringere i governi a ritirare la proposta?»

    Quali sono i contenuti principali di questo accordo internazionale?

    «L’intenzione del trattato è quella di rimuovere tutti gli “impedimenti” che possono in qualche modo ostacolare gli scambi commerciali. Per ottenere questo risultato gli operatori economici e i governi si apprestano ad emanare norme tese ad eliminare sia le “barriere tariffarie” (dazi) che  le “barriere non tariffarie”  (vincoli) allo scopo di favorire al massimo la libera circolazione  di merci e capitali. Per persuadere i decisori e la pubblica opinione più informata, si sostiene, dati alla mano, che la conseguenza prevedibile di questa “ulteriore liberalizzazione” del mercato siano ricadute positive sulla quantità di scambi, con un aumento della produzione, dell’occupazione e della creazione di ricchezza».
    Ma su questo, pare di capire, non ci siano grandi convinzioni. «Le analisi prodotte sino a qui sono frutto di calcoli fondati su dati incerti e gli enti coinvolti nelle ricerche hanno scarsissima credibilità, visto che sono espressione di quelle stesse lobbies che hanno tutto l’interesse a far sì che il trattato venga adottato. Non è un caso che buona parte delle riunioni che stanno precedendo la stipula vera e propria dell’accordo (circa 135  su 150), vedano protagonisti i grandi operatori economici, mentre ben poco significativo sia lo spazio dedicato all’auditing delle associazioni dei consumatori. Ciò fa sorgere qualche dubbio rispetto alla neutralità dei dati forniti circa gli effetti economici e sociali dell’operazione».

    genova-castelletto-veduta-DIFacciamo un passo indietro e fermiamoci sulle conseguenze reali o presunte del trattato. «È chiaro che il TTIP si muove tutto all’interno di una “ricetta neoliberista” dello sviluppo economico. L’idea che sta alla base dell’accordo è che il mix “meno barriere, meno vincoli / più economia di scala, più libera concorrenza”, significhi automaticamente aumento della quantità degli scambi, più lavoro, più profitti e quindi indirettamente più ricchezza da distribuire. Ma è così certo che tutto questo processo dia vantaggi effettivi sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta? Non credo. Le tendenze macroeconomiche in atto testimoniano che, come l’aumento della circolazione delle merci non implica necessariamente maggior reddito disponibile nel sistema, così un vantaggio in termini di profitti per le imprese non è detto si trasformi per forza in ridistribuzione effettiva della ricchezza ai lavoratori. Piuttosto, e questo è indiscutibile, abbiamo assistito a un aumento vertiginoso delle diseguaglianze. Da noi, dove fino ad oggi la qualità dei prodotti è più tutelata, la paventata riduzione di standard e controlli finirebbe per attribuire un ulteriore significativo vantaggio in termini competitivi ai grandi gruppi multinazionali».

    Quindi, ancora una volta, tanto a pochi e poco a tanti?

    «Il trattato, con la totale liberalizzazione dei mercati, comporterebbe effetti negativi soprattutto per quelle aziende che non sono in grado di fare economie di scala, che sono insediate in “aree deboli”, che si sono specializzate in prodotti di nicchia, magari di qualità, ma con costi di produzione alti. L’aumento della competizione in un mercato maggiormente de-regolato rischia di avere effetti negativi soprattutto per le piccole e medie imprese che fanno  già fatica ad affrontare la sfida globale.
    Lo scopo dichiarato del TTIP è quello di salvaguardare e promuovere la libertà di scambio e la libera concorrenza che, tuttavia, verrebbero tutelate anche a scapito delle leggi nazionali. Le eventuali norme “restrittive” rispetto al must del libero mercato ed al “diritto supremo” delle multinazionali di fare business adottate nei singoli Paesi, nelle singole Regioni, nei singoli Comuni potrebbero essere, alla luce di questi accordi, considerate “illegali” e dare luogo a ricorsi milionari».

    Addio alla sovranità statale in campo economico. Non è uno scenario un po’ troppo catastrofico?

    «Anche senza trattato, ci sono alcuni esempi di contenzioso che già vanno nella direzione che accennavo prima: con l’adozione trattato tutto questo diventerebbe regola. Abbiamo, tra gli altri, l’esempio della Philip Morris che ha fatto causa all’Uruguay per una campagna antitabacco, quello della Vattenpol che ha fatto causa alla Germania per la sospensione di un progetto di costruzione di una centrale nucleare, quello di Lore-Pina che ha fatto causa al  Canada perché si era opposto alla pratica del fracking, quello dell’Occidental Petroleum che ha fatto causa all’Ecuador per la mancata apertura di alcuni pozzi petroliferi. È evidente che nel nuovo contesto normativo la possibilità da parte delle grandi corporations di promuovere cause milionarie e di vincerle condizionerà l’azione stessa dei governi, limitandone indebitamente la sovranità e la discrezionalità.

    Non è detto che, in assoluto, armonizzare le norme e favorire la circolazione di prodotti e saperi in un mondo fortemente interconnesso sia di per sé un fatto negativo ma l’intero sistema economico e normativo, anche grazie  al TTIP, sta andando eccessivamente nella direzione di favorire i profitti delle multinazionali. E la cosa più grave è che il tutto avviene in un quadro politico connotato da un’assenza sempre più preoccupante di democrazia. Se, già ora, le decisioni, anche su temi rilevanti come questo, sono assunte dai governi, senza nessuna consultazione dei cittadini, dopo l’adozione del trattato, verranno sottratte in larga misura anche alla potestà degli Stati».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

    Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

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    Lo ius soli è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

    Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia risiedono stabilmente oltre 4 milioni di persone di origine straniera di cui circa un quinto minori, spesso nati o cresciuti nel nostro Paese di cui hanno acquisito cultura, lingua e costumi. Ben 650 mila persone, inoltre, pur essendo nate e cresciute in Italia, risultano ancora giuridicamente straniere.
    A Genova, secondo i dati forniti dai registi anagrafici del Comune, risiedono più di 56 mila abitanti privi di cittadinanza italiana: poco più di 10 mila hanno meno di 14 anni e, di questi, 8210 sono nati nella nostra città e cresciuti esattamente alla stessa maniera di qualsiasi altro coetaneo ritenuto a tutti gli effetti genovese. Da oggi, o meglio in un futuro piuttosto prossimo, anche questi giovani diventeranno a tutti gli effetti cittadini genovesi. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato a larga maggioranza (contrari solo Lauro e Balleari di Forza Italia e Rixi di Lega Nord) una mozione, promossa principalmente da Lista Doria, che impegna sindaco e giunta a conferire il riconoscimento di cittadinanza genovese ai minorenni residenti a Genova e nati in Italia da genitori stranieri o, comunque, residenti in città da almeno 5 anni. Questo almeno fino a quando lo Stato non riconoscerà la cittadinanza italiana secondo lo ius soli.

    «È il massimo atto di civiltà che come città possiamo fare – ha commentato a caldo l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – ed è uno sprone per il legislatore nazionale a prendere in mano le numerose proposte di legge per la riforma del diritto di cittadinanza allo scopo di portare l’Italia sullo stesso livello di molti altri grandi Paesi europei».

    Il provvedimento per il momento non sancisce particolari effetti dal punto di vista legale ma, come si legge in una nota stampa di Lista Doria, vuole “contribuire alla costituzione di una comunità genovese unica e plurale in cui le diversità culturali siano una ricchezza”. Insomma, un tassello politico importante per la difesa e il riconoscimento di imprescindibili diritti civici, sulla falsariga di quanto già successo con la creazione del registro delle unioni civili (qui l’approfondimento). «La mozione di oggi – dichiara la consigliera Maddalena Bartolini, presidente della commissione Pari opportunità – non è solo un atto simbolico ma può diventare volano per altri Comuni e stimolo per le politiche nazionali volte alla tutela dei diritti civili».

    Ora la palla passerà agli uffici che dovranno studiare le modalità tecniche per trasferire questo impegno dalla carta alla realtà. C’è da capire, ad esempio, se la cittadinanza genovese diventerà automatica per chi ne possiede i requisiti o se sarà necessario inoltrare un’apposita richiesta. Per il momento, comunque, sembrerebbe esclusa la creazione di un registro dedicato, inizialmente previsto dal testo della mozione ma successivamente stralciato su proposta del consigliere Enrico Musso (a cui si deve anche il cambiamento di denominazione da cittadinanza civica, eccessivamente ridondante, a cittadinanza genovese). Di sicuro, invece, si sa già che le prime cittadinanze verranno conferite in maniera simbolica nel corso di una cerimonia pubblica, come richiesto dalla stessa impegnativa della mozione.

    Il documento approvato ieri è frutto di un percorso iniziato in Commissione con l’audizione di diverse realtà della società civile che, oltre naturalmente a portare la propria testimonianza, hanno illustrato numerose campagne nazionali e locali di sensibilizzazione sul tema e a cui i consiglieri hanno chiesto adesione da parte del Comune di Genova. Tra queste, vengono esplicitamente richiamate le iniziative di Anci, “L’Italia sono anch’io”, per il diritto di cittadinanza e di voto alle persone di origine straniera, di Unicef per la riforma della legge sulla cittadinanza, di Nuovi Profili e altre realtà locali sul tema “Genovesi oggi. Italiani domani”.

    «Vorremmo anche – ha detto Bartolini – che l’amministrazione si impegnasse a modificare il linguaggio delle comunicazioni istituzionali non facendo distinzioni tra bambini di origine straniera e italiana nelle scuole e nei servizi comunali con l’obiettivo di costruire una comunità genovese plurima e inclusiva». Per estendere la questione anche alle fasce più adulte della popolazione, nella mozione si invitano sindaco e giunta a inviare lettere formali ad Asl, Regione, Università e Ufficio scolastico regionale, invitando a non includere la richiesta di cittadinanza italiana come requisito per accedere ai concorsi pubblici. Un tema, quest’ultimo, sicuramente delicato e che ha riscontrato qualche perplessità in Sala Rossa ma che, alla fine, è rimasto nel provvedimento votato non solo dalla maggioranza ma anche da buona parte dell’opposizione.

    Tra i contrari, e difficilmente poteva essere altrimenti, l’unico rappresentate in Consiglio comunale della Lega Nord, Edoardo Rixi, che ha comunque mostrato una parziale apertura sul tema: «Nessuno è in disaccordo sul fatto che i diritti debbano essere garantiti ai minori ma è fondamentale creare un discrimine tra chi agisce nella legalità e i deliquenti. Non è una questione di stranieri o non stranieri: se potessi toglierei la cittadinanza italiana anche agli italiani che delinquono».

    «Oggi – commenta la consigliera di Lista Doria Marianna Pederzolli – mandiamo un messaggio importante alla città mettendo al centro del dibattito politico l’estensione dei diritti. Si tratta di un atto di sostegno e valorizzazione della dignità delle persone per sottolineare come sentirsi cittadini significhi essere parte di una collettività attivamente partecipe e coinvolta, con stessi diritti e stessi doveri».

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Gronda, a ottobre si entra nel vivo. Quale sarà la posizione del Comune? Parla il sindaco

    Bolzaneto, progetto Gronda di Ponente
    La Gronda di Ponente (qui l’approfondimento) è un tratto autostradale a due corsie per senso di marcia che rappresenta il raddoppio dell’esistente A10 nel tratto di attraversamento del Comune di Genova (dalla Val Polcevera fino all’abitato di Vesima) e che fa parte del più ampio progetto di potenziamento del Nodo Stradale ed Autostradale di Genova. In esso è incluso il potenziamento dell’A7 tra Genova Ovest e Bolzaneto e dell’A12 tra Genova Est e l’asse Nord–Sud rappresentato dall’A7 stessa. Inoltre è prevista la riconfigurazione del “Nodo di San Benigno” di connessione tra la viabilità locale e il casello di Genova Ovest.

    Il Consiglio comunale torna a parlare di Gronda e non poteva essere altrimenti dopo il tweet di lunedì dell’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaella Paita, che ha annunciato l’avvio della Conferenza dei Servizi il prossimo 17 ottobre in seguito all’incontro a Roma, la scorsa settimana, tra le istituzioni locali, il ministro Lupi e l’a.d. di Autostrade (oltre alla Gronda sul tavolo anche il Terzo Valico, la linea ferroviaria di ponente, la prosecuzione della metropolitana verso San Fruttuoso e San Martino, il tunnel subportuale e quello della Valfontanabuona). A fare il punto della situazione in Sala Rossa è stato direttamente il sindaco che ha risposto a un articolo 54 del capogruppo del PD, Simone Farello.

    Nota la posizione favorevole del principale partito di maggioranza alla costruzione della grande opera, come note sono anche le titubanze del primo cittadino che, tuttavia, non ha mai preso una posizione chiara e inequivocabile a riguardo. Doria si è dunque limitato a illustrare lo status quo dell’opera dal punto di vista dell’iter amministrativo e dei finanziamenti.
    «La convocazione della Conferenza dei serviziha spiegato il sindaco ai consiglieri – è un atto dovuto in seguito al completamento del percorso di approvazione della Valutazione d’Impatto Ambientale. Adesso si dovrà procedere con l’esame di tutte le osservazioni contenute in quel documento e integrarle nel progetto del nodo autostradale. Lo scopo della Conferenza dei servizi è, infatti, arrivare a un progetto definitivo». Al progetto definitivo, naturalmente, dovrà fare seguito quello esecutivo da cui poi dipenderà l’avvio dei cantieri. «All’interno di questo percorso – ha proseguito Doria – l’Amministrazione comunale non farà mancare la propria presenza e terrà costantemente aggiornato l’Osservatorio sulla Gronda».

    Ma quale sarà la posizione che il Comune terrà ufficialmente al tavolo istituzionale? «Per quanto ci riguarda – ha detto Simone Farello capogruppo del PD – l’amministrazione non può che seguire il mandato ottenuto dalla votazione di un apposito ordine del giorno da parte del Consiglio comunale il 18 settembre 2012, approvato con 22 voti favorevoli e 18 contrari».

    «Si tratta di un testo fermo e cogente per l’Amministrazione comunale – ha risposto il primo cittadino – che segna la nostra linea guida delle questioni da porre all’attenzione della Conferenza dei servizi insieme con le richieste riguardanti le indispensabili opere compensative. Inoltre, quale che sia la futura modulazione dei lavori, il problema dei cosiddetti interferiti (ossia i cittadini che subiranno l’esproprio di abitazioni e terreni, ndr) dovrà essere affrontato con priorità assoluta».

    casello-genova-ovest-autostrada-dEd è proprio sulla modulazione dei lavori che si giocherà buona parte del futuro di questa contestata infrastruttura. Il ben nutrito partito dei contrari, che fa parte della stessa variegata maggioranza che appoggia la giunta Doria, punta molto sulla cosiddetta suddivisione in “lotti funzionali”. Contrariamente a quanto sta avvenendo per il Terzo Valico, in sostanza, se dovesse passare questa linea, i lavori sarebbero suddivisi in compartimenti stagni e una volta iniziato un lotto, prima di avviare i cantieri per il secondo si dovrebbe attendere la conclusione del primo. Il vantaggio di questo modo di procedere è inizialmente economico, dal momento che anche il finanziamento dell’opera (che deriva principalmente da un aumento dei pedaggi su tutta la rete autostradale italiana di competenza di Società Autostrade) andrebbe di pari passo con la suddivisione in lotti. Ma, naturalmente, dietro c’è una scelta strategica che punta a non avere una progettazione complessiva e soprattutto una cantierizzazione unica di tutta l’infrastruttura da est a ovest. Sarebbe, infatti, un po’ come dire: intanto facciamo questi lavori che stanno bene a tutti, poi il resto si vedrà, con la speranza che i soldi per completare tutta l’opera non arrivino mai.

    Wte di GenovaIl primo lotto funzionale a partire, infatti, potrebbe essere proprio quello su cui più o meno tutti sono d’accordo e che riguarda, ad esempio, la separazione del flusso di traffico diretto al porto da quello diretto alla città attraverso i lavori nella zona di San Benigno, i lavori propedeutici all’accesso al tunnel subportuale e il rifacimento dell’attuale nodo autostradale.

    «L’opera parte con un costo stimato di poco più di 3 miliardi di euro che verranno ricaricati dal soggetto che realizza l’opera sui pedaggi della rete autostradale nazionale con modalità di avanzamento dello stato dei lavori» ha confermato Doria. «Dentro questo tema – ha proseguito il sindaco – si inserisce la possibilità di finanziamento dell’opera per lotti a seconda dei determinati tempi in cui gli stessi vengono realizzati e a prescindere dalle valutazioni sull’iter progettuale o sul progetto dell’opera in sé».
    Ecco, dunque, che anche il primo cittadino manifesta seppur in maniera non troppo diretta una certa propensione per la strada sponsorizzata da chi l’opera proprio non la vorrebbe fare e che, oltre a far forza sulle difficoltà di reperimento delle risorse, si appoggia anche sull’irrealizzabilità di alcuni tratti del progetto complessivo.

    «La modalità di finanziamento dell’opera non è certo una scoperta odierna. La novità, invece, va registrata nel fatto che il nuovo leader dei comitati anti gronda si chiama Giovanni Castellucci» ha chiuso il cerchio in tono polemico Farello, facendo riferimento ai dubbi sulla realizzazione dell’opera che lo stesso amministratore delegato di Autostrade per l’Italia sembra avere.

    La partita, comunque, inizierà ufficialmente tra un mese: prima di allora, solo congetture o poco più.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    Registro delle Unioni Civili a Genova, numeri e riflessioni a un anno dall’istituzione

    archivio-libri-scrittura-D3Che Genova avesse il proprio Registro delle unioni civili lo avevano ormai dimenticato quasi tutti. Eppure è passato solo poco più di un anno da quando le prime coppie, di sesso opposto o uguale, hanno potuto iscriversi in questo particolare albo che non crea un nuovo status – operazione che non sarebbe consentita dal codice civile – ma sancisce una serie di possibilità prevalentemente a fini certificativi. Le coppie inserite in questo registro, ad esempio, hanno avuto l’accesso a diritti previsti dall’assistenza ospedaliera, carceraria, al subentro in contratti d’affitto, all’ingresso nelle graduatorie per gli alloggi popolari e, anche, a tutto ciò che possa riguardare prove e documentazioni nell’ambito di risarcimento del danno ai fini assicurativi. Come previsto poco più di un anno fa, insomma, in tutti i regolamenti comunali le coppie unite civilmente sono state totalmente equiparate a quelle legate da vincolo matrimoniale, senza bisogno di apposite modifiche normative.

    «Nonostante le possibilità siano ancora limitate – ha commentato l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – queste coppie si sono finalmente sentite parte di una comunità perché hanno potuto portare in sede pubblica il proprio vincolo affettivo».

    Le prime coppie dello stesso sesso e di sessi differenti hanno iniziato ad aderire al registro a partire dal 20 luglio 2013. Dopodiché il silenzio totale.
    C’è voluta l’iniziativa del gruppo consiliare di Sel affinché il tema tornasse alla ribalta. In realtà, la Commissione consiliare convocata ieri avrebbe dovuto fare chiarezza sulla possibilità di trascrizione in Italia, e a Genova in particolare, di matrimoni omosessuali contratti all’estero. Ma l’assessore Fiorini, in quota Lista Doria, ha colto l’occasione per fare anche il punto della situazione sul registro locale delle unioni civili.

    unioni-civili-gay-prideSono 57 le coppie che hanno fin qui aderito. Di queste, 35 sono composte da persone di sesso diverso e 22 dello stesso sesso (12 maschili, 10 femminili). Solo una coppia etero in questo periodo ha chiesto la cancellazione dal registro dopo esservi stata inserita. 17 sono, invece, le coppie con figli (compresa una coppia costituita da due donne) di cui 13 con figli propri e 6 con figli avuti da precedenti unioni, per un totale complessivo di 28 figli.
    Viene smentito dai fatti, dunque, chi ritiene che la questione riguardi esclusivamente le coppie omosessuali, dato che il 61% delle unioni è rappresentato da persone di sesso opposto: un dato, peraltro, che secondo quanto riferito dall’assessore Fiorini è ancora più alto in altre realtà italiane.

    Interessante anche vedere in che fascia di età abbia maggiormente attecchito il registro: il 38% delle persone che hanno chiesto di ufficializzare la propria unione civile ha tra i 36 e i 45 anni, il 23% tra i 46 e 55 anni, ben il 20% è rappresentato da giovani tra i 25 e 35 anni, mentre si scende al 14% tra i 56 e 65 anni e al 5% tra chi ha superato i 66 anni.

    Certo, il valore assoluto di questi numeri non è molto significativo, soprattutto se consideriamo che, ogni mese, a fronte di 4/5 unioni civili si registrano 118 matrimoni.
    Un peccato dal momento che il registro genovese è senza dubbio uno dei meglio articolati nel multi sfaccettato panorama nazionale.
    Sicuramente, una parte della responsabilità va addossata all’amministrazione che ha fatto passare molto in sordina la nascita del registro, rispetto invece alle massicce campagne informative di altri comuni italiani.
    La città italiana con più coppie di fatto registrate è Milano: partita un anno prima di Genova, è arrivata 898 unioni registrate di cui il 74% tra persone di sesso diverso. Torino, invece, che offre questa opportunità già da 10 anni ha solamente 90 scritti. Questione di diverse sensibilità probabilmente ma, soprattutto, di diverse tipologie di benefici che, stando sempre all’interno del limiti di legge, le varie amministrazioni offrono ai propri cittadini.

    Ovviamente, però, finché non ci sarà una legislazione nazionale che interverrà sul tema, difficilmente le cose potranno cambiare in maniera radicale (come, invece, succede in Francia con ben 138 mila Pacs registrati). «Sono pienamente consapevole che il Regolamento comunale è un aspetto limitato della questione – ha detto in Sala Rossa l’assessore Fiorini – ma è la manifestazione di una precisa scelta politica che, però, non può fare a meno di una legislazione nazionale».

    L’Italia, insieme con la Grecia, è sostanzialmente l’unico Stato a non essersi ancora espresso a livello normativo sul tema. «Non ci fa onore – ha chiosato Fiorini – essere rimasti praticamente solo noi, e in parte la Grecia, a non avere una disciplina di questo diritto». Qualcosa però sembra iniziare a muoversi, anche se la valorizzazione dei diritti e servizi civili non sembra essere una delle priorità dei famosi mille giorni di Renzi. Tuttavia, dal 30 luglio 2014 è stato depositato alla Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge che potrebbe introdurre il riconoscimento formale di due tipologie di convivenza, sul modello della legislazione tedesca. Non si tratta dell’estensione del matrimonio vero e proprio alle coppie omosessuali, come spesso erroneamente e anche un po’ populisticamente si sente dire, ma di un doveroso ampliamento di una serie di diritti e di doveri a una fetta di popolazione che fino al momento ne è sempre stata esclusa. Si tratta di un riconoscimento doveroso richiesto più volte anche dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione per “sancire il pieno diritto di tutti a vivere la propria condizione di coppia”, naturalmente anche dei cittadini omosessuali.
    Un traguardo che avrebbe anche importanti riflessi sui temi fiscali: basti pensare ai regimi patrimoniali di comunità dei beni, alla detrazioni derivanti da dichiarazioni dei redditi congiunta, alla possibilità di ricevere assegni di reversibilità, all’assistenza sanitaria, all’esenzione delle tassa di successione… insomma alla parificazione di tutti quei diritti di cui già possono godere le persone unite in matrimonio.

    Il testo del disegno di legge nazionale, come detto, prevede l’istituzione due nuove forme di unione: la prima è l’unione civile vera e propria, che può essere richiesta da due maggiorenni dello stesso sesso, legati da un vincolo affettivo. Naturalmente, vi sono delle clausole di esclusione che sono le stesse previste per il matrimonio e derivano dunque dal codice civile. Anche lo scioglimento dell’unione civile sarebbe regolamentato sostanzialmente come un matrimonio e potrebbe prevedere l’assegno di mantenimento.
    Il secondo istituto, invece, è più leggero e riguarda i cosiddetti patti di convivenza. Potrebbe essere richiesta da coppie omo ed eterosessuali (nel senso etimologico del termine e non tanto delle preferenze sessuali) che decidano di organizzare la propria vita in comune: vi sono clausole di esclusione ma lo scioglimento del patto è più facile così come minori sono i doveri e i diritti di cui si potrà godere. I primi riguardano genericamente il vincolo alla reciproca assistenza materiale, mentre i secondi sono limitati alla reciproca assistenza sanitaria e penitenziaria e alla successione nel contratto di locazione. Lo scioglimento seguirebbe, invece, la falsariga di quanto già previsto dal Regolamento genovese: non vi è necessità di rivolgersi al Tribunale ma basta una dichiarazione consensuale presso un ufficiale di Stato civile o, se si tratta di un’iniziativa unilaterale, la prova di una comunicazione avvenuta per iscritto alla controparte. A maggior tutela dell’istituto, nel disegno di legge è anche previsto che gli effetti del patto di convivenza si protraggano per un anno dopo la richiesta di cessazione.
    «Questa seconda forma più leggera di legame – spiega l’assessore Fiorini – può essere l’anticamera di un matrimonio o di un’unione civile ma potrebbe anche rappresentare solamente un momento nella vita di una persona».

    C’è poi la questione da cui la discussione è rinata in Sala Rossa, ovvero la possibilità di trascrizione in Italia di matrimoni contratti all’estero. «Molte coppie omosessuali regolarmente sposate all’estero – racconta l’assessore – chiedono che la propria unione sia legittimata anche in Italia. Si tratta di dare attuazione all’esercizio del diritto di libera circolazione, per esempio a lavoratori comunitari che vengono a risiedere nel nostro Paese».
    Ma ci sono anche situazioni più complicate come il caso famoso di un cittadino italiano sposato in Spagna con il compagno uruguaiano, che si è trovato costretto a tornare a Modena dopo aver perso il lavoro. In Italia, però, il compagno in quanto extracomunitario avrebbe perso il diritto alla cittadinanza. La situazione fu risolta dal Tribunale di Modena che ordinò alla Questura di provvedere al rilascio del permesso di soggiorno, facendo giurisprudenza in questo caso.

    Una richiesta di trascrizione di matrimonio omosessuale contratto all’estero è arrivata ultimamente anche a Genova ed è al vaglio della Segreteria generale di Tursi. «La trascrizione – precisa Fiorini – in questo caso non avrebbe effetti costitutivi, dal momento che il matrimonio omosessuale non è previsto dal nostro ordinamento, ma solo certificativi: un riconoscimento comunque importante, al pari dell’inserimento nel Registro delle unioni civili. Si tratta di una questione giuridica che potrebbe essere superata qualora si arrivasse a una norma nazionale: su questo punto è importante perciò lavorare lasciando da parte ogni ideologia dal momento che parliamo del riconoscimento di un diritto e di una libertà».

    All’interno di questo quadro si collocano anche i matrimoni di cittadini italiani dello stesso sesso, contratti all’estero. Inizialmente considerati contrari all’ordine pubblico e quindi non ratificabili, la loro disciplina è attualmente demandata allo spirito di iniziativa delle varie amministrazioni locali: Bologna e Napoli, ad esempio, si affidano a un’ordinanza del sindaco per procedere alla trascrizione. Anche in questo caso il disegno di legge all’esame del Senato potrebbe aiutare non poco.

    Simone D’Ambrosio