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  • Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Carlo Felice, la corsa disperata del teatro genovese verso il risanamento dei conti

    Teatro Carlo FeliceLa prima seduta del Consiglio comunale di Genova, dopo la consueta pausa estiva, si è concentrata su uno dei grandi temi che da sempre tiene accesa l’attenzione della nostra città: la situazione del Teatro Carlo Felice. In questi giorni si è letto molto sullo stato di salute dell’istituzione lirica ligure e sugli eventuali rischi per il suo futuro: benché si tratti di un’operazione tutt’altro che agevole, proviamo a fare il punto della situazione, aiutati anche dalle parole del sindaco che è intervenuto a inizio seduta rispondendo ai quesiti dei consiglieri posti attraverso un articolo 55.

    «Non si può fare produzione culturale senza attenzione ai bilanci, soprattutto se questi sono sostenuti da denaro pubblico». Sono ineccepibili le parole con cui Marco Doria ha chiosato il suo discorso sullo stato del più nobile teatro genovese che, tra annaspamenti vari culminati con lo sciopero della rappresentazione della Carmen (200 mila euro di mancati introiti, a detta del primo cittadino), la prossima settimana presenterà il programma della nuova stagione (confermati il blocco dei prezzi con un allungamento della stagione fino a luglio rendendo più vantaggioso l’abbonamento e la ripresa del Premio Paganini con la direzione artistica del maestro Luisi).

    centro-portoria-piccapietra-carlo-feliceIl discorso economico è, dunque, la chiave attorno a cui tutto ruota, compresa la fresca polemica per il ben servito all’ormai ex sovrintendente Giovanni Pacor. «Per risalire la china – sostiene, infatti, il sindaco – non si può soltanto proporre spettacoli ma bisogna farlo con i conti in equilibrio strutturale».
    Un equilibrio strutturale che non è presente nel bilancio della Fondazione del Teatro in via di approvazione presso il consiglio di amministrazione presieduto dallo stesso sindaco. I conti consuntivi del 2013, infatti, presentano un disavanzo sull’ordine di grandezza dei 5 milioni di euro, dovuti sostanzialmente al mancato rinnovo dei contratti di solidarietà, che avevano invece consentito il pareggio nel biennio precedente.
    «Il teatro – spiega il sindaco Doria – ha per sua struttura circa 19/20 milioni di ricavi consolidati all’anno, dati per circa 15 milioni da contributi pubblici (Fondo Unico per lo Spettacolo, Regione Liguria per circa 1 milione, Comune di Genova per circa 2,4 milioni) e 3 milioni di incassi stagionali a cui si va ad aggiungere la sponsorizzazione di Iren. Il monte dei costi, invece, si assesta attorno ai 23/24 milioni, la cui voce principale è rappresentata dagli esborsi per il personale».
    Ecco, dunque, nascere un gap strutturale che nel 2011 e 2012 è stato appianato appunto attraverso l’utilizzo dei contratti di solidarietà, che hanno però comportato anche un’inevitabile contrazione dell’offerta artistica.

    La legge Bray e il contesto nazionale

    ITeatro Carlo Felicen un contesto nazionale che registra la crisi di tutte le 14 fondazioni liriche della penisola e che dimostra come ormai sia superato nei fatti questo modo di gestire la cultura attraverso ingenti sovvenzionamenti pubblici, l’unica, utopica soluzione sarebbe l’arrivo di un magnate straniero disposto a investire ingentemente sul teatro. Ma, visto che il miracolo è sostanzialmente impossibile, ci ha pensato il governo con la legge Bray, ritoccata da Franceschini, a proporre una strada per l’uscita dal tunnel. La proposta ministeriale è quella di un percorso organico di ristrutturazione del debito delle fondazioni liriche italiane, a cui hanno aderito 8 realtà su 14, Genova compresa, dichiarandosi in crisi e incapaci di far fronte con le proprie forze alla massa debitoria accumulata negli anni. Poco più di 3 milioni sono già arrivati al Carlo Felice dalla prima tranche di 25 garantita dalla legge agli enti che avessero proposto un piano triennale di risanamento efficace. Ma la fetta più importante dei fondi statali arriverà a completamento della presentazione del piano economico: si tratta di altri 125 milioni di euro (75 inizialmente previsti da Bray, 50 aggiunti da Franceschini) da spartire tra le 8 fondazioni aventi diritto.

    «Naturalmente – commenta Marco Doria – i conti che abbiamo fatto con il sostegno del commissario governativo Pinelli, partono dal presupposto che gli stanziamenti del Fus (Fondo unico dello spettacolo, ndr) restino inalterati nei prossimi anni». La criticità del bilancio 2013 non inciderà sul piano di risanamento, assicura il primo cittadino: «I passaggi della legge Bray sono stati seguiti e continueranno a esserlo. Per fortuna, la richiesta è di raggiungere l’equilibrio economico nell’arco del triennio 2014-2016, intervenendo attraverso pensionamenti, pre-pensionamenti, trasferimenti del personale ad altre strutture della pubblica amministrazione e manovre sui contratti integrativi aziendali di lavoro: il tutto garantito e ratificato da un accordo sindacale raggiunto quest’estate, senza il quale non avremmo potuto presentare il piano di risanamento».

    L’unico inconveniente dovuto al bilancio 2013 in rosso sarà l’impossibilità del Teatro Carlo Felice di accedere a un 5% del Fus dedicato alle realtà in grado di presentare conti in equilibrio per tre anni di fila.
    Comune e cda della Fondazione, in realtà, avevano provato a pervenire a un accordo con i lavoratori che desse il via libera per il terzo anno consecutivo ai contratti di solidarietà che avrebbero garantito il pareggio di bilancio: «La scorsa primavera – ricorda il primo cittadino – avevamo siglato con due organizzazioni sindacali un accordo che, tuttavia, non è stato presentato ai lavoratori per il consueto referendum facendo sfumare tutti gli sforzi dell’amministrazione».

    Per porre rimedio a questa situazione si era anche ventilata l’ipotesi di conferire al patrimonio del Carlo Felice il Teatro Modena: «Ma quando abbiamo un ente pubblico in difficoltà – sostiene il sindaco – non possiamo sempre cercare questa strada per tappare i disavanzi. Tra l’altro, alcuni studi ci hanno messo in allerta sul fatto che il conferimento di un bene vincolato non avrebbe avuto alcuna ricaduta positiva sul conto economico della Fondazione ma solo sul suo stato patrimoniale».

    Carlo Felice, nuovo Statuto e futuro “consiglio di indirizzo”

    Teatro Carlo FeliceLa legge Bray prevede anche che le fondazioni liriche adottino uno statuto entro il 31 dicembre 2014. Il Carlo Felice lo farà. Una volta entrato in vigore il nuovo documento, decadrà automaticamente anche il consiglio di amministrazione che l’avrà predisposto e, con esso, il sovrintendente. Il nuovo organo a governo della Fondazione sarà chiamato “consiglio di indirizzo” dal momento che proporrà la nomina del nuovo sovrintendente al Ministero. In questo contesto nazionale, la vicenda genovese è stata complicata dalla scadenza del mandato del vecchio cda nel giugno scorso. Le vertenze economiche non hanno consentito di arrivare al nuovo Statuto entro tale termine, così è stato necessario nominare un nuovo consiglio, sulla base dello Statuto attualmente vigente, che scadrà già a fine anno e che in questi giorni ha preso la decisione di non proseguire le collaborazione con Pacor.

    Ma se il percorso di risanamento non è compromesso, per quale motivo il consiglio di amministrazione non ha rinnovato la fiducia al sovrintendente, considerato comunque che entro fine anno il suo incarico sarebbe decaduto? Sulla questione, la ricostruzione del sindaco è molto precisa: «Con Pacor ho lavorato dei mesi, respingendo le richieste di suo allontanamento arrivate dalle organizzazioni sindacali. Per rinnovare l’incarico fino a fine anno abbiamo proposto le stesse condizioni economiche del precedente accordo, senza alcuna garanzia sulla prosecuzione nel 2015. Alla proposta del consiglio di amministrazione, il sovrintendente ha chiesto 24 ore per pensarci ma il cda non ha voluto attendere oltre e ha assegnato il nuovo incarico a Maurizio Roi. Il Teatro, dunque, è nel pieno delle sue funzioni con un solo, nuovo sovrintendente e un direttore artistico, il dottor Acquaviva, anch’esso in carica fino al 31/12».

    Secondo quanto traspare dalle parole di Doria, ci sarebbe però un altro fatto che ha acceso la miccia che ha portato a dare il benservito a Pacor e che avrebbe fatto venire meno il rapporto di fiducia tra l’ex sovrintendente e il sindaco. Il primo cittadino si è, infatti, lasciato sfuggire di non aver gradito i tentativi di cercare espedienti approssimativi e scorretti per coprire il buco di bilancio del 2013: «Fingere che ci sia un introito che non c’è ma che guarda caso è proprio uguale al delta algebrico che coprirebbe il buco è una cosa sbagliata: è falso in bilancio, oltre al fatto che non avrebbe trovato l’approvazione dei revisori dei conti e del commissario straordinario nominato dal governo. I bilanci devono dirci la verità, che ci piaccia o no; devono registrare l’andamento dei conti al centesimo. Dobbiamo dire no a scorciatoie fantastiche. Per questo motivo il cda ha dato mandato a esperti di verificare al centesimo tutte le poste in modo da arrivare all’approvazione del bilancio 2013 con il disavanzo più preciso possibile. Per porre soluzione a questa situazione al momento l’unica strada da seguire è quella prevista dalla legge Bray».

    La magia, o meglio l’inganno, contabile che secondo il sindaco sarebbe stato proposto da Pacor avrebbe chiamato in causa i tanto famosi interessi anatocistici, ovvero “gli interessi sugli interessi” applicati da Banca Carige al Carlo Felice e di cui la stesse legge Bray prevede il recupero per ripianare i conti del teatro lirico. Aggiungendo questa voce nella partita delle entrate, anche i conti del 2013 sarebbero andati a posto: «Ma non possono essere indicate a bilancio somme legittimamente pretese ma la cui entrata non sia assicurata da alcun accordo, contenzioso o sentenza di tribunale» ha spiegato giustamente il sindaco Doria.

    Il Comune, comunque, si attiverà per recuperare le ingenti somme dovute da Banca Carige. Prima dell’apertura del contenzioso con l’istituto di credito, il consiglio di amministrazione della Fondazione Teatro Carlo Felice ha ritenuto opportuno cercare un partener legale. La proposta di consulenza presentata dall’allora sovrintendente Pacor, che quantificava l’ammontare degli interessi anatocistici in 9 milioni di euro, non è stata ritenuta economicamente vantaggiosa dal cda a causa di un modello retributivo della parcella del tutto sui generis per il mercato italiano. La scelta è caduta perciò sullo studio genovese Afferni e Crispo, secondo alcuni coinvolto in una sorta di conflitto di interessi con Banca Carige che nella vertenza altro non è che la controparte: «Prima di affidare l’incarico – ha assicurato il sindaco – il consiglio di amministrazione del Teatro ha chiesto allo studio una lettera in cui venisse sottoscritta la totale autonomia e indipendenza dall’istituto bancario. È questione di onestà e di deontologia professionale. D’altronde, in passato, lo stesso studio legale ha già rappresentato alcuni privati in contenziosi con Carige».

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaChi ricorda le roventi giornate che 12 mesi fa avevano portato con molte difficoltà all’approvazione del bilancio previsionale per il 2013, con le proteste dei lavoratori delle partecipate e i prolungati scioperi dei lavoratori di Amt, sarà rimasto stupito dalla velocità con cui le operazioni sono state condotte quest’anno (qui l’approfondimento). Il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, memore del passato, si era cautelato convocando quattro giorni consecutivi di seduta ordinaria ma ne sono bastati appena due.

    Tuttavia, il rischio di percorrere sentieri irti e lastricati di ostacoli non era così remoto: il clima, infatti, tra contrasti interni alla maggioranza e opposizioni sul piede di guerra per la delibera di indirizzo sul nuovo ciclo dei rifiuti (qui l’approfondimento) che, appunto, ha anticipato di una settimana la discussione sul bilancio, era tutt’altro che sereno. Ma archiviata, almeno temporaneamente, la questione Amiu e fronteggiate le manifestazioni di dissenso dei cittadini della Valbisagno che chiedono la chiusura del sito di Volpara, i toni sono di colpo tornati più pacati. Come d’incanto la maggioranza è parsa quasi ricompattarsi e l’opposizione, almeno per qualche giorno, è come se si fosse quasi dimenticata di essere tale (tanto che lo sforzo di Alfonso Gioia di preparare moduli prestampati per presentare infiniti emendamenti alla delibera sul bilancio ha dato pochissimi frutti). La verità, molto probabilmente, sta piuttosto nel fatto che i continui tagli dello Stato non hanno lasciato grandi possibilità di manovra alla Giunta e, altrettanto probabilmente, era molto difficile proporre qualcosa di concretamente diverso rispetto al lavoro presentato dall’assessore Miceli.

    Ma anche una discussione così rapida e indolore come quella di quest’anno ha i suoi retroscena, come ci ha raccontato il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, proveniente dal vasto universo del Terzo settore e molto attento alle dinamiche economico-finanziarie che si discutono in Sala Rossa.

    La discussione sul bilancio è stata molto rapida, segno che eravate tutti d’accordo o che non si poteva fare diversamente?

    «In realtà, si è molto discusso sia in Commissione sia in maggioranza (ma anche fuori dal Consiglio) circa la data in cui chiudere il bilancio “preventivo”: siamo arrivati anche quest’anno alla fine di luglio, in effetti un po’ tardi. Andare avanti in dodicesimi genera instabilità nella gestione, rende difficile pianificare e programmare ma una cosa è sicura: costruire bilanci senza poter contare su entrate certe è impossibile».

    Ancora una volta “colpa di Roma” quindi…

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-D«Non si può costruire un bilancio se non c’è certezza delle entrate e il governo prontamente non si è smentito. Sul punto di chiudere il bilancio, infatti, si è aperta la questione dei soldi necessari per trovare la copertura per il D.L.66 di Renzi (i famosi 80 euro, ndr). Cambiano i governi ma non cambia la tendenza a scaricare i costi delle “manovre”, prima con i tagli dei trasferimenti poi attraverso il minor gettito fiscale, sugli enti locali che erogano servizi ai cittadini. Anche quest’anno abbiamo avuto l’ennesima partenza ad handicap: rispetto al bilancio 2013, ci sono mancati altri 13,5 milioni (-5,7 di spending review, -3,8 di patto di stabilità, -5,7 di  irpef, il già citato D.L. 66) a cui si sono aggiunti i 5 milioni dell’accordo con AMT del dicembre scorso, per un totale di 18,5 milioni di euro. L’effetto combinato di patto di stabilità, minor gettito (che si traduce in tagli occulti) e mancati trasferimenti, genera una situazione molto grave per gli enti locali. Molte centinaia di Comuni sono in fase di pre-dissesto o addirittura in dissesto; in questa situazione è del tutto paradossale che uno Stato che produce circa 52 miliardi di debito (mentre il sistema dei Comuni nel suo complesso genera un saldo positivo di amministrazione pari a 1,7 miliardi) continui a pensare di poter far cassa risucchiando risorse dal territorio».

    Si parla sempre di tagli ma mai di quanto, invece, servirebbe per poter amministrare con serenità una città. Quanti soldi servirebbero ogni anno a Genova per garantire tutti i servizi?

    «La conferma che le risorse a disposizione per il nostro Comune sono ampiamente insufficienti non viene questa volta da valutazioni basate sul buon senso o sulla constatazione del sempre più evidente allargamento della forbice tra bisogni e risorse disponibili, ma dall’analisi del “fabbisogno standard” voluta dal Governo (con la nuova riforma del titolo quinto). Secondo queste stime, fondate sull’idea che sia necessaria una più equa distribuzione delle risorse basata su criteri di equità e di efficienza (in funzione degli effettivi bisogni), Genova è al terzo posto nella classifica dei capoluoghi di Regione che “vantano” un delta negativo fra spesa storica e fabbisogno reale. La spesa storica pro-capite per i servizi a Genova si attesta intorno agli 821 euro, viceversa il “fabbisogno standard” (stabilito in modo rigoroso in funzione di un’analisi che tiene conto del territorio, della popolazione e dei problemi sociali) si attesta intorno ai 905 euro, quasi il 10% in più. Ciò significa che al bilancio di Genova mancano almeno 84 milioni di euro».

    Com’è possibile, allora, che i libri contabili di Tursi non siano ancora stati portati in Tribunale?

    «Anche quest’anno il Comune di Genova ha difeso con i denti la spesa in servizi, il che per certi versi è un miracolo. Quando nel novembre 2010 ero dall’altra parte, in piazza, a manifestare con il terzo settore contro la giunta Vincenzi per i paventati tagli al welfare, si facevano i conti con la prima spending rewiev di Tremonti; sono passati quattro anni, nel frattempo questo Consiglio ha chiuso tre bilanci e da allora si sono volatilizzate risorse (per mancati trasferimenti dallo Stato) per ben 123 milioni di euro, l’equivalente della spesa necessaria per sostenere tre volte l’intero sistema dei servizi sociali cittadini (pari a 41 milioni di euro). A dispetto di tutto ciò, le spese per le direzioni, il plafond di “spesa corrente” (forse con l’eccezione della cultura ma speriamo di poter reintegrare le risorse grazie al contributo degli sponsor) non è stato tagliato: dal punto di vista amministrativo e gestionale si tratta di un grandissimo risultato di cui bisogna dar merito alla giunta e al sindaco perché non era affatto scontato e perché è figlio di una forte intenzionalità politica».

    Come si è costruito questo “piccolo miracolo”?

    «Riducendo i costi. Le leve su cui si è intervenuto per mantenere il sistema in equilibrio sono sostanzialmente tre. La prima è l’attuazione di una spending rewiev interna: si è cercato di tagliare le spese considerate inutili o non prioritarie con risultati a volte controversi come il mancato finanziamento dell’authority dei servizi pubblici locali, dove il must del risparmio ha prodotto una decisione priva della necessaria condivisione tra giunta e Consiglio comunale. Ma la voce che ha influito maggiormente sul bilancio è stato il taglio dei costi del personale: attraverso il blocco del turn-over, il personale del Comune di Genova si è assottigliato di più di 300 unità con un risparmio di circa 33 milioni di euro; il trend non è destinato ad arrestarsi poiché sono previsti 116 pensionamenti anche per l’anno in corso. La terza voce che ha contribuito al risultato è la riduzione degli interessi passivi a carico dell’ente, legata a una progressiva riduzione del debito (viaggiamo intorno ai 1250 milioni, ma in questi ultimi quattro anni il debito si è ridotto di 120 milioni) che determina una minore incidenza dei costi necessari per  finanziarlo (-15 milioni).

    Sembrerebbe quindi tutto in perfetto equilibrio. Dove sta il trucco?

    Economia«L’insieme di queste operazioni – è vero – tiene il sistema in equilibrio ma il blocco del turnover, ad esempio, che come dicevo prima produce una forte riduzione della spesa per il personale, non ha solo effetti positivi: ci sono settori in cui l’assenza di risorse comincia a pesare e che dovrebbe essere affrontata attraverso una maggiore mobilità; inoltre, la mancata immissione di lavoratori giovani nel sistema porta a un innalzamento dell’età media del personale. A fianco alla mera riduzione dei numeri si è però assistito anche a un’operazione di complessiva riorganizzazione e razionalizzazione della struttura che ha influito anch’essa positivamente sui costi: la riduzione delle direzioni (da 9 a 2), del numero dei dirigenti (-19 unità) associato al taglio dei premi (con un risparmio di circa 1,8 milioni), l’azzeramento delle consulenze (da 80 sono scese a 5 nel giro di tre anni e a costo zero perché interamente finanziate con risorse esterne). La riduzione delle posizioni organizzative (- 66 unità) non ha invece inciso sul bilancio ma ha comunque prodotto un discreto risparmio che è stato investito a vantaggio di una ridistribuzione più equa dei redditi all’interno del personale del Comune a beneficio dei salari più bassi, i più penalizzati dal blocco della contrattazione collettiva, con un aumento di 200 euro lordi».

    Che cosa ci aspetta per il futuro? Anche nel 2015 il bilancio previsionale arriverà nella seconda metà dell’anno?

    «A dispetto dei risultati conseguiti dal Comune di Genova, il quadro per l’anno prossimo resta comunque molto incerto perché, ad esempio, non vi è nessuna garanzia che il fondo di compensazione che ha permesso quest’anno di far fronte al minor gettito derivato dalle entrate tributarie (Imu e Irpef)  per 40 milioni sia confermato anche per l’anno prossimo. Si partirebbe così con l’ennesimo taglio di risorse che si andrebbero ad aggiungere ai 123 milioni ricordati sopra».

    Una cifra mostruosa, pari più o meno a quanto viene investito ogni anno nel sociale. C’è una via d’uscita?

    «La progressiva e tanto decantata tendenza alla cosiddetta “autonomia finanziaria” dei Comuni ha già prodotto come esito il dato che ormai, già ora, circa il 71% della spesa è sostenuto dalle risorse della comunità locale (mentre invece lo Stato contribuisce solo per il restante 29%), ma se venissero a mancare anche questi quaranta milioni, la sproporzione fra risorse che vengono dai trasferimenti e risorse proprie aumenterebbe ulteriormente, riducendo il contributo dello Stato a circa un quinto delle risorse complessive per la gestione della pubblica amministrazione con il risultato indiretto di determinare il rischio di un ulteriore inasprimento della fiscalità locale».

    Insomma, il Comune risparmia ma i genovesi continuano a pagare sempre di più.

    «Nonostante gli sforzi, l’obiettivo della “stabilizzazione” rischia di non essere conseguito e si può definire anche questo come l’ennesimo bilancio di transizione. Qual è la sfida che abbiamo davanti? Se, come sembra, ci troveremo anche l’anno prossimo a fare fronte a un ulteriore taglio drastico delle risorse, per mantenere l’equilibrio della spesa bisognerà mettere mano a tutti i “nodi” che fin qui non sono venuti al pettine, primo tra tutti quello delle partecipate, ma a questo punto con pochissimi margini di mediazione».

    Ancora le società partecipate… Ci spieghi meglio.

    Corso Europa«Il “sistema Comune” conta 10500 addetti (5800 dipendenti comunali e 4700 delle partecipate) ed è sicuramente la principale impresa di Genova. Le aziende partecipate forniscono ai cittadini i servizi di cui hanno bisogno e per questo motivo vanno difese: in definitiva, sono anch’esse un “bene pubblico”. Ma la gestione di queste aziende deve essere improntata alla trasparenza, all’efficienza e il costo del servizio reso deve essere il più coerente possibile con il diritto dei cittadini utenti a vedersi offerte prestazioni di qualità al costo più conveniente. Ciò sia in considerazione del fatto che queste aziende non devono produrre profitto e che quindi hanno un grande “vantaggio competitivo” rispetto a un privato, sia perché, in una fase in cui le risorse su cui può contare l’amministrazione pubblica sono limitate al punto di dover contrarre i servizi ai cittadini, le inefficienze e gli sprechi, dovunque alberghino, sono moralmente inaccettabili».

    Ma senza privatizzazione da dove si attingono le risorse necessarie?

    «Non vogliamo passare alla storia come i “curatori fallimentari” delle aziende pubbliche. Per questo motivo stiamo cercando faticosamente di riequilibrare costi e ricavi, di riorganizzarne la gestione, con l’obiettivo strategico di rimetterle in equilibrio ma la strada è ancora lunga. Non è detto però, questa è la nostra speranza, che, in prospettiva, attraverso opportune politiche industriali, processi di razionalizzazione e di riordino, queste aziende possano tornare ad essere risorsa e, alcune di esse in particolare, non possano addirittura restituire “utili” al Comune come succede in altre capitali europee».

    La strada, probabilmente, proverà a tracciarla Amiu con il nuovo piano industriale ma a quel punto la discussione su costi ed investimenti siamo certi che tornerà ad infuocare il dibattito politico anche in Sala Rossa. Insomma, godiamoci la quiete estiva finché durerà.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Percorsi pedonali e piste ciclabili in centro: collegamento Carmine-Cairoli, via XX Settembre e Corso Italia

    Percorsi pedonali e piste ciclabili in centro: collegamento Carmine-Cairoli, via XX Settembre e Corso Italia

    largo-zecca-vallechiaraVia Vallechiara, collegamento fra Cairoli/Zecca e il Carmine, resterà pedonale. Lo aveva anticipato la settimana scorsa l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino, e lo ha confermato ieri rispondendo in Consiglio comunale a un articolo 54 di Alberto Pandolfo (PD). La strada che collega piazza del Carmine a largo Zecca e permetteva a scooter e auto “in discesa” di evitare la rotonda di piazza dell’Annunziata verrà definitivamente interdetta al traffico veicolare. Attualmente ancora interessata da lavori che sono intervenuti sulle grandi utenze nel sottosuolo e sulla riqualificazione dei marciapiedi, quando riaprirà tra pochi giorni la stretta via sarà accessibile solo ai pedoni (che, a dire il vero, seppure lungo due passaggi non proprio agevoli, possono già percorrerla attualmente).

    «Il traffico privato in città è in diminuzione – ha dichiarato l’assessore Dagnino – e oggi si possono fare scelte di pedonalizzazione più coraggiose e magari impensabili fino a qualche anno fa». 

    cairoli

    Il progetto rientra nel quadro di una più ampia riqualificazione di largo Zecca, in particolare dei marciapiedi antistanti la caserma militare e la scuola media superiore “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini”. «Il nodo di largo Zecca – ammette l’assessore – era molto problematico per la viabilità. Da molti anni giaceva una richiesta da parte dell’istituto scolastico di messa in sicurezza dell’unica uscita e tante erano le lamentele dei cittadini che ci chiedevano un intervento. In effetti, c’era molto disordine causato da sosta irregolare sui marciapiedi di auto e moto, presenza di cassonetti Amiu e, appunto, il viavai di circa 1200 alunni. Senza considerare che molti genitori passano da qui per portare i bambini alla materna del Carmine». L’intervento di riqualificazione, dunque, è partito dall’allestimento di un marciapiede rialzato, con tutte le dotazioni per i disabili, proprio davanti all’ingresso del Vittorio Emanuele perché, a detta dell’assessore, «è l’unico modo per combattere l’abusivismo della sosta». Si sta procedendo, poi, a una riorganizzazione degli stalli merci e a una sistemazione dei posteggi per i motocicli nell’adiacente via Targa, in modo da mettere in sicurezza anche l’accesso alla funicolare Zecca-Righi.

    Una scelta che ha dunque l’obiettivo di migliorare mobilità e decoro urbano, ma che potrebbe rivelarsi indovinata anche per quanto riguarda l’attrattività turistica del centro cittadino e, in particolare, del borgo del Carmine: «Quando mettiamo in ordine un pezzo di città – dice l’assessore Dagnino – lo facciamo certamente per i genovesi ma laddove stanno bene i cittadini, la qualità della vita è migliore anche per i turisti». Le suggestive creuze del Carmine e la piazza del rinnovato mercato rimangono troppo spesso “tagliate fuori” dal flusso di turisti che da Piazza De Ferrari raggiungono via Garibaldi e via Cairoli. Da tempo commercianti e cittadini chiedono al Comune una segnaletica ad hoc che possa indicare il borgo ai visitatori. Un provvedimento che al momento non è previsto, ma la speranza è che il nuovo collegamento pedonale possa dare il via ad un processo virtuoso di valorizzazione di questa piccola perla cittadina incastonata alle spalle della Città Vecchia.

    Nel corso dei lavori è stato necessario chiudere al traffico via Vallechiara anche per interventi programmati nel sottosuolo. «L’opzione della pedonalizzazione definitiva di via Vallechiara – spiega Dagnino – non era stata presa in considerazione fin dalle prime battute per il timore di un congestionamento del traffico sul nodo dell’Annunziata e di via delle Fontane. I numeri di queste settimane, però, ci hanno mostrato che questa modifica può assolutamente essere resa permanente». Certo, sarebbe stato meglio fare testare la ricettività del traffico in una giornata invernale di pioggia e non con il sole estivo ma, in caso di necessità, il Comune è pronto a fare marcia indietro. «Nella riqualificazione di via Vallechiara – prosegue l’assessore – abbiamo comunque lasciato un marciapiede rialzato più ampio rispetto a quello precedente e una sede stradale carrabile in modo che un domani possa essere provvisoriamente riaperta al traffico veicolare, in caso di emergenze».

    Soddisfatto il consigliere Alberto Pandolfo che aveva sollevato la questione in Sala Rossa: «Si tratta di una scelta di buona amministrazione nella direzione della salvaguardia delle fasce più deboli – ha detto l’esponente del Partito democratico – che in questo caso sono gli studenti. Questi percorsi pedonali vanno replicati in altre zone della città che presentano occasioni simili a questa, con lavori di riqualificazione del territorio, da una parte, e possibilità di valorizzare luoghi di pregio bypassandoli dalla mobilità privata, dall’altra».

    Piste ciclabili e percorsi pedonali nel centro città

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    La pedonalizzazione di via Vallechiara, come detto, può rivelarsi strategica in funzione del tanto atteso completamento del percorso pedonale e di grande interesse turistico che da piazza De Ferrari conduce ai palazzi di Strada Nuova sino a scoprire lo splendido e caratteristico quartiere del Carmine, animato anche dalle tante iniziative del Mercato. In questa ottica e sempre a proposito di mobilità intelligente, l’assessore Dagnino ha anche confermato la prossima realizzazione della pista ciclabile di via XX Settembre che tanti dubbi ha suscitato in queste settimane. Due corsie, una in salita e una discesa, nel fulcro del centro cittadino che non sono destinate a rimanere isolate. Verso levante, infatti, è in fase di studio con la collaborazione del Municipio la prosecuzione del percorso lungo tutto viale Brigate Partigiane, dalla Stazione Brignole fino a piazzale Kennedy, che comporterà una riprogettazione delle aiuole nel tratto successivo alla Questura di via Diaz. Ma la grande novità sta nelle parole dell’assessore Dagnino che ha annunciato la possibilità di far proseguire il percorso in corso Italia realizzando una pista ciclabile sulla carreggiata a mare che verrebbe così totalmente interdetta al traffico: «Per il momento è solo un’idea – ha tenuto a precisare l’assessore – perché bisogna studiare la sostenibilità del progetto per il carico del traffico cittadino ma sarebbe bello rendere permanente ciò che ogni tanto avviene la domenica».

    Verso ponente, invece, da piazza De Ferrari il percorso proseguirà all’interno del centro storico: qui, per una questione di spazi limitati rispetto a quanto previsto dalla normativa europea, la pista ciclabile non potrà essere visivamente delimitata sulla pavimentazione ma si procederà con un’apposita segnaletica. In fase di studio c’è la possibilità di allargare la pista a una corsia di via Roma per poi far scendere i ciclisti urbani lungo salita Santa Caterina, piazza Fontane Marose e raggiungere così via Garibaldi. Qui ci si innesterebbe nel percorso pedonale che arriverà fino al Carmine ma potrà proseguire anche fino a Castelletto, sfruttando l’ascensore di piazza della Meridiana, o al Righi attraverso la funicolare.

    Il cuore della città, insomma, è sempre più orientato alla mobilità sostenibile. Almeno sulla carta. E, proprio in questa direzione si colloca un’altra interessante iniziativa che vedrà protagonisti i biker urbani della Valbisagno a partire dal mese di settembre: in occasione della settimana della mobilità sostenibile, infatti, verrà lanciato “Biketowork”, un progetto per condividere in bici il percorso da casa a lavoro. Lungo tutta la Valbisagno verranno create delle apposite fermate a cui fare riferimento per unirsi alla carovana diretta verso il centro cittadino: un passaggio ogni quarto d’ora, nell’arco orario di inizio mattina. Un po’ come avviene ormai in quasi tutti i quartieri con il Pedibus per i bambini che vanno a scuola. Perché muoversi insieme è più bello e più sicuro, soprattutto con le bici e lungo tratti cittadini cosiddetti promiscui.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Acquisizioni gratuite dal Demanio al Comune: terreni, immobili e gallerie per la Genova di domani

    Acquisizioni gratuite dal Demanio al Comune: terreni, immobili e gallerie per la Genova di domani

    traffico-macchine-DIProsegue, seppure a rilento a causa delle tardive risposte arrivate a Tursi, il percorso di acquisizione gratuita da parte del Comune di Genova di immobili e terreni dal Demanio statale e militare (qui l’approfondimento) così come previsto dal programma di “federalismo demaniale” inserito nel cosiddetto “Decreto del Fare”. È stata approvata all’unanimità in Consiglio comunale la seconda delibera (qui l’approfondimento sulla prima tranche) che dà il via libera definitivo all’acquisizione di una serie di beni rientranti in quelle 120 voci richieste ufficialmente da Tursi, sentiti anche i Municipi, alla fine del 2013.

    La delibera tratta nel dettaglio 62 immobili per la maggior parte dei quali il Demanio ha accettato la richiesta di acquisizione e per cui il Comune ha confermato il proprio interesse. Si tratta innanzitutto di una serie di strutture e terreni utili a completare il sistema difensivo dei forti in parallelo al processo di acquisizione dei forti stessi (qui l’approfondimento). Sotto questa voce sono compresi: l’ex Batteria nord-sud del Forte Richelieu, l’ex Batteria Belvedere parte dell’ex Batteria di San Simone, l’ex caserma e magazzino del telegrafo a Forte Tenaglie e la polveriera di Porta Mura Angeli a patto che non siano vincolate dalla Sovrintendenza. A queste strutture si aggiungono il terreno limitrofo al Forte di Santa Tecla, il terreno via Domenico Chiodo e salita del Castellaccio, l’ex campo di tiro a segno del Lagaccio in via del Peralto e diverse aree e manufatti sul Monte Moro per un progetto di valorizzazione del levante genovese.

    Un’altra serie di beni, invece, sarà acquisita a migliorare la mobilità locale e il trasporto pubblico. In questo capitolo rientrano anche beni già utilizzati per il traffico cittadino ma il cui ottenimento da parte del Comune sgraverebbe le casse di Tursi di alcune servitù e potrebbe consentire una più facile gestione e manutenzione. Ecco, dunque, che nella delibera troviamo alcune parti delle rampe di accesso alla Sopraelevata di via Quadrio per lo svincolo di via Madre di Dio e il cammino di ronda Piazza Caricamento nella zona sottostante la rampa di uscita in via della Mercanzia. Ci sono, poi, l’area “ex Derna” a Sampierdarena funzionale al miglioramento della viabilità di Lungomare Canepa, un tratto di oltre mille metri quadri del greto dell’ex torrente Veilino per ottimizzare l’accesso al Cimitero di Staglieno, un’area lungo via Multedo ed altri tratti di ex strade militari ad oggi già parzialmente sfruttati per viabilità urbana.

    Sempre al fine di migliorare collegamenti viari, pedonali e per usi specifici utili ai servizi di trasporto pubblico, il Comune conferma l’acquisizione di una ventina di gallerie, nella maggior parte dei casi ex ricoveri anti aerei. Sotto questa voce troviamo gli immobili di:
    via della Marina per l’uscita di sicurezza della Metropolitana; via Cantore per l’ascensore Amt di collegamento con l’ospedale Villa Scassi; corso Magenta, corso Armellini e via Ponterotto già sfruttate per l’accesso ad ascensori pubblici; via Vianson in quanto utilizzata dal museo di Villa Doria Pallavicini; via Reggio, via Monte Contessa, via Buffa/via Alassio, via Pegli/via Caldesi, via Airaghi/via Villini Negrone per interesse manifestato dal Municipio Ponente; galleria Mameli impropriamente denominata Mazzini; un ex ricovero antiaereo a Coronata funzionale alla riconversione dell’ex complesso ospedaliero; le gallerie di via Vado/Villa Rossi per interesse del Municipio VI Medio Ponente; l’ex ricovero antiaereo di Porta Soprana e quello di via Vernazza utilizzati principalmente per i lavori della Metropolitana; un deposito automezzi di Amiu alla Volpara; l’ex ricovero antiaereo di Palazzo Tursi; la galleria di accesso a corso Firenze da via Paleocapa, già utilizzata dalla viabilità ordinaria; la galleria Bixio; l’ex ricovero antiaereo di piazza Acquaverde in posizione strategia dell’ambito dei lavori di riqualificazione della stazione ferroviaria di Piazza Principe.

    Suscita grande interesse per il miglioramento della viabilità di sponda dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca l’acquisizione di tratti dei greti di alcuni ex torrenti e dei terreni limitrofi. Sotto questa voce le strade coinvolte più interessanti risultano: via Emilia, via Geirato, via Struppa, la sponda destra del Bisagno a Prato, Lungomare Dalmazia, la sponda sinistra del Polcevera, un terreno incolto in via Lepanto e il terreno dell’ex caserma Nino Bixio funzionale alla mobilità dell’ospedale Galliera.

    A completare il quadro delle acquisizioni, altri quattro immobili che, con tutta probabilità, verranno sfruttati da Tursi per essere rivenduti e fare cassa. In particolare, si tratta di un negozio al civici 4 e 6 rossi di via Torti, un laboratorio in Salita al Santuario n.2, l’ex casa con “magazzeno” di via Mura del Molo n.2, l’ex casa littoria di Giminiano a Rivarolo.

    Come già successo nella prima delibera, anche in questa sono contenuti alcuni beni inizialmente inseriti nell’elenco delle manifestazioni di interesse da parte del Comune che, a seguito di opportune verifiche, sono stati stralciati dalle richieste a prescindere dalla disponibilità del Demanio. Si tratta dell’ex galleria di Borgo Incrociati, a rischio esondabilità e murata nel corso dei lavori di riqualificazione della Stazione Brignole; di una copertura del torrente Foce tra via Airaghi e via Cordanieri perché, differentemente da quanto pensato, non è contigua con sedime stradale pubblico bensì privato; un parcheggio e un manufatto in via delle Fabbriche sul greto del Cerusa, tenuto conto della particolare collocazione non strategica.

    Infine, vi sono anche tre spazi per cui il Demanio ha comunicato il proprio diniego alla disponibilità di passaggio di proprietà. Il primo riguarda l’area su cui sorge il ristorante di Punta Vagno perché oggetto di contenzioso in via di soluzione tra il Demanio e i proprietari del locale; le altre due si riferiscono all’ex “Casa del soldato” in piazza Sturla e alla caserma Andrea Doria per cui il Ministero della Difesa ha manifestato l’interesse di sfruttarle come alloggi di servizio. L’immobile di Carignano, in particolare, sembrerebbe destinato a ospitare la nuova sede della caserma dei Carabinieri attualmente nel vicino complesso della caserma Pilo. Su questi due ultimi beni ritenuti strategici per la città, uno come valore architettonico-culturale l’altro per l’inserimento di funzioni urbane, Tursi non si arrende e ha chiesto l’avvio di un tavolo di trattativa e concertazione con l’Esercito, alla presenza del Demanio, per capire quali siano le reali esigenze del Ministero della Difesa e se non si potesse, invece, quantomeno ottenerne una parte o, eventualmente, scambiarli in permuta con altre aree.

    Simone D’Ambrosio

  • Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    Ciclo dei rifiuti, la delibera del Comune sotto la lente d’ingrandimento

    consiglio-comunale-genova-giornalisti-DCon un paio di giorni di ritardo ma ben 17 in più rispetto alla promessa di arrivare in aula entro il 1° luglio, la delibera di indirizzo ad Amiu per la definizione del nuovo ciclo dei rifiuti è stata approvata giovedì scorso dal Consiglio comunale con 23 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Sel, FdS, Repetto dell’Udc, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto) e 13 contrari (Pdl, Lega Nord, Lista Musso, M5S e Baroni del Gruppo Misto).

    Verso il piano industriale di Amiu, un iter travagliato

    Già note le situazioni che martedì avevano portato all’annullamento della seduta ordinaria con i consiglieri di opposizione usciti dall’aula al momento dell’appello per far mancare il numero legale vista l’assenza di alcuni membri della maggioranza.  Anche nella seconda convocazione di giovedì l’opposizione ha tentato di bloccare i lavori presentando una sospensiva con l’intenzione di attendere la discussione delle problematiche relative all’impianto di Volpara nel Municipio Media Val Bisagno, i cui cittadini avevano presenziato in buon numero in Sala Rossa esponendo  uno striscione nero con la scritta “Basta morti alla Volpara”. Ma la maggioranza ha serrato i ranghi e ha bocciato la proposta. Ecco allora che, dopo l’illustrazione di una ventina di ordini del giorno e 35 emendamenti, si è arrivati finalmente all’approvazione del documento che vincola la partecipata del Comune di Genova a presentare al Consiglio il proprio piano industriale entro la fine del mese.

    «In realtà – chiarisce il presidente di Amiu, Marco Castagna – si tratterà solo di una prima versione del piano industriale perché stiamo aspettando la road map dalla Regione per porre definitivo rimedio all’emergenza Scarpino e capire dove collocare il nuovo impianto di trattamento del percolato».
    In proposito sarà indispensabile capire a chi spetterà il finanziamento degli interventi: se, come sostiene Castagna, la messa in sicurezza della vecchia discarica di Scarpino 1 rientra in un quadro di lavori bonifica è un conto, altrimenti l’onere dei lavori ricadrà nel capitolo della gestione dei rifiuti e, di conseguenza, sulle bollette dei genovesi nei prossimi anni «che sarebbero così costretti a pagare oggi gli sbagli del passato». Oltre alle tempistiche di realizzazione dei nuovi impianti e ai conseguenti fabbisogni finanziari, Amiu dovrà anche rendere esplicite le necessità di personale in modo che Tursi possa predisporre un piano di assunzioni a tempo indeterminato

    A fianco alla presentazione del piano industriale, il presidente di Amiu ha annunciato anche l’arrivo di un dossier che metterà a punto un’efficace strategia per finanziare buona parte degli indispensabili adeguamenti impiantistici attraverso fondi europei. In questo capitolo rientrerebbe anche il biodigestore, la cui installazione al momento è stata supposta nelle aree ex Ilva a Cornigliano dove Mediterranea delle Acque sta già progettando un nuovo impianto di depurazione.
    Con l’arrivo del biodigestore entro il 2018, i cui costi si aggirano sull’ordine di grandezza dei 35/40 milioni di euro, potrebbe trovare in parte una soluzione anche la problematica Volpara (per quanto riguarda il ridimensionamento dell’area nel suo complesso, decisiva anche l’entrata in funzione del suddetto depuratore di Cornigliano entro il 2020, ndr), di cui i cittadini della Val Bisagno chiedono a gran voce la chiusura. L’avvio del nuovo digestore, in grado anche di produrre una discreta quantità di energia pulita, dovrebbe portare infatti alla dismissione dell’impianto di separazione secco-umido che nel frattempo troverà posto proprio nella discarica della Val Bisagno (insieme con quello che entro luglio 2015 dovrà essere installato nell’area di Rialzo a Campi).

    Gli indirizzi del Comune ad Amiu: differenziata, impiantistica, tariffazione

    RifiutiBenché siano già state annunciate e trattate su Era Superba a diverse riprese nelle scorse settimane, è certamente opportuno ricordare quali siano le principali linee di indirizzo che Giunta e Consiglio hanno fornito alla partecipata nel tentativo di rispondere alle strategie europee in direzione della cosiddetta “economia circolare”, basata cioè su una società che ricicla allo scopo di ridurre la produzione di rifiuti e di utilizzarli come risorsa prevenendo il consumo delle materie prime e mettendo in pratica una concreta ottimizzazione energetica.

    Il primo indirizzo della delibera riguarda il completamento “entro il 2016 dell’estensione della raccolta differenziata della frazione organica e della componente “secca” in tutta la città, sia per le utenze domestiche che per le utenze commerciali, diversificando le modalità di servizio al fine di ottenere ove possibile una raccolta di qualità dei materiali e tenendo conto anche degli aspetti economici”.
    Il piano di Amiu fissa in proposito una doppia fase per le utenze commerciali con circa 600 nuovi ritiri porta-a-porta a partire da questo mese e altri 1600 da dicembre. Per le utenze domestiche, invece, il potenziamento della raccolta, in questo caso principalmente di prossimità attraverso la predisposizione di nuovi cassonetti marroni, sarebbe dovuto partire da settembre ma la partecipata sembra essere in anticipo con la consegna proprio in questi giorni del kit per la raccolta dell’organico a circa 5600 famiglie residenti nelle zone di Carignano e via San Vincenzo. Prossime tappe Sampierdarena, Foce e Nervi per un totale di 50 mila abitanti entro la fine dell’anno.
    Grazie al potenziamento delle azioni di comunicazione, informazione ai cittadini e incentivazione economica, infatti, Amiu dovrà raggiungere degli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dal Piano Regionale (qui l’approfondimento), che prevede una percentuale del 50% al 2016 e del 65 % al 2020.

    Si arriva, poi, alla questione impiantistica. Ecco che cosa dice, in proposito, la delibera: “Completare la progettazione degli impianti necessari per il trattamento e recupero della “frazione organica” dei rifiuti, basati sulla tecnologia di digestione anaerobica, che dovranno essere realizzati entro il 2018, includendo anche l’ipotesi di una eventuale collocazione in aree Ilva. La soluzione impiantistica dovrà essere modulare, anche al fine di poter dare soddisfare le esigenze, ancora in fase di definizione, della Città Metropolitana”. Ecco, dunque, nero su bianco il superamento dell’inceneritore, salutato con grande soddisfazione dalle associazioni ambientaliste: «È una enorme rivincita per le associazioni, i comitati ed i cittadini – scrivono gli Amici del Chiaravagna – che nel luglio di 10 anni fa avevano fortemente contestato una delibera che, aprendo la strada alla costruzione di un mega inceneritore, sembrava avere messo una pietra tombale sul diritto alla salute, sulla democrazia, sull’equilibrio dei conti pubblici genovesi. Tutti insieme, siamo stati in grado di condizionare l’agenda politica locale e nazionale dimostrando il valore delle nostre tesi finalizzate esclusivamente al bene comune».

    Per quanto riguarda il nuovo impianto di digestione anaerobica (biodigestore), invece, la delibera parla di studiare “la possibilità di utilizzo del biogas generato per usi alternativi alla produzione di energia elettrica, quali l’autotrazione o l’immissione in rete, tenuto conto delle opportunità di incentivazione economica e della localizzazione dell’impianto”.

    Si parla poi di “approfondire la possibilità di realizzare presso il sito di Scarpino un nuovo impianto di compostaggio, in cui trattare la componente organica derivante dalla raccolta differenziata e dal trattamento anaerobico, sulla base dello studio di fattibilità del 10/11/2013 e alla luce delle criticità emerse sull’area. In alternativa, per consentire il computo della frazione organica nell’ambito dei criteri di calcolo delle percentuali di raccolta differenziata, sarà necessario identificare un altro sito, ovvero stipulare accordi con altri soggetti”.
    Per Scarpino, il primo punto all’ordine del giorno deve essere proprio il superamento dell’emergenza. Per questo la delibera ricorda che si dovranno “attuare tutti gli interventi necessari all’adeguamento della discarica di monte Scarpino affinché la stessa possa essere messa in sicurezza ed essere utilizzata come discarica di servizio per gli scarti prodotti dagli impianti di trattamento e recupero della frazione organica e secca, secondo le prescrizioni dei nuovi provvedimenti autorizzativi degli Enti competenti”.

    Infine, uno sguardo anche alla “frazione secca” dei rifiuti residui per cui dovranno essere elaborate “soluzioni impiantistiche da realizzarsi in alternativa al gassificatore, valutando – secondo criteri ambientali, economici e logistici – sia l’ipotesi di impianti per il recupero spinto di materia che quella di impianti di CSS (combustibile solido secondario) prevista dal Piano Regionale dei Rifiuti privilegiando prioritariamente la componente di recupero della materia”.

    Tutti questi elementi dovranno essere recepiti nel piano industriale che Amiu dovrà presentare entro fine mese. Entro fine anno, invece, la partecipata dovrà approvare un percorso per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche in modo che ogni Municipio arrivi ad averne una.

    Tra i numerosi emendamenti accolti dalla Giunta e approvati dal Consiglio, merita particolare attenzione quello presentato dal capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone e sottoscritto da tutta la maggioranza, che per ammissione dello stesso assessore al Ciclo dei rifiuti, Valeria Garotta, «completa e rende migliore tutto l’impianto della delibera». Tra i punti principali delle modifiche apportate al testo licenziato da sindaco e assessori, si sottolinea lo sprone ad avviare sperimentazioni di soluzioni di tariffazione puntuale che adeguino l’imposta alla quantità di rifiuto indifferenziato effettivamente prodotto e l’istituzione di un Osservatorio di Cittadinanza Attiva “al fine di coinvolgere soggetti di rappresentanza dei cittadini, degli utenti e delle parti sociali” come attivi valutatori delle performance di Amiu e attenti segnalatori di eventuali esigenze.
    Molto soddisfatto della delibera il consigliere Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e da sempre impegnato nella lotta ambientale per un miglioramento del ciclo dei rifiuti cittadino: «Vedo questo passaggio come una sorta di rivoluzione culturale – ha detto Pignone – perché mai come ora in una delibera sono stati presenti così tanti grandi elementi di cambiamento. Questa delibera è una risposta adeguata anche nella direzione del sostegno del servizio pubblico delle aziende pubbliche. Fino a ieri sbagliavamo a guardare i rifiuti solo come una questione economica: ora sono finalmente considerati come materiali post consumo ovvero una risorsa». Ma la soddisfazione più grande per il primo eletto nella “lista arancione” a sostegno del sindaco sono le nuove prospettive tecnologiche: «Finalmente viene messo nero su bianco il superamento del gassificatore e dell’inceneritore – ha proseguito Pignone suscitando una reazione non proprio composta tra i banchi del Partito democratico – che molti consiglieri conoscono bene perché avevano votato con favore nel passato ciclo amministrativo in cui, tra l’altro, si cercava di risolvere i problemi della Valbisagno semplicemente spostandoli a Scarpino».

    Anche il sindaco Doria guarda con soddisfazione alla delibera approvata e tocca il tempo alla Regione pensando già alla costituenda Città Metropolitana: «Nel piano regionale – si legge in una nota del primo cittadino – sono previsti impianti di diverso carattere, funzionali al ciclo in aree territoriali omogenee o di valenza regionale. Le caratteristiche, la collocazione e i costi  di questi impianti  devono essere discussi in modo chiaro, trasparente e condiviso perché sono a carico dei cittadini dell’intera Liguria che è caratterizzata dalla presenza di una vasta città metropolitana». Secondo Doria, dovranno essere previsti investimenti pubblici, anche regionali, per la realizzazione di tali impianti. «Le linee di indirizzo decise dal Consiglio comunale di Genova – prosegue il sindaco – consolidano la funzione di Amiu a servizio dell’area metropolitana e quale importante risorsa industriale a livello regionale. La ripartizione delle risorse pubbliche dovrà tenere in debito conto il numero dei cittadini serviti e la valenza industriale delle aziende pubbliche esistenti sul territorio».

    Ma è ancora il capogruppo Enrico Pignone a tracciare la road map delle prossime priorità: «Innanzitutto dovrà essere messa in sicurezza la discarica di Scarpino – ricorda il capogruppo di Lista Doria – e nel frattempo vanno velocizzate le tappe del processo di separazione secco/umido». Il consigliere comunale guarda anche a un orizzonte più ampio: «Oltre a quanto Amiu proporrà nel proprio piano industriale dovremo studiare nuove filiere per recuperare il materiale che ieri era considerato solo rifiuto ma domani potrà anche portare lavoro, nel rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente».

    Ora la palla passa ad Amiu, prima che il dibattitto ritorni a Tursi una volta presentato ufficialmente il piano industriale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt e il futuro del trasporto pubblico locale: Genova aderisce alla nuova Agenzia della Regione

    Amt e il futuro del trasporto pubblico locale: Genova aderisce alla nuova Agenzia della Regione

    autobus-amt-3Genova aderisce all’Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale. Con quattro mesi di ritardo sulla tabella di marcia sancita dall’accordo sottoscritto lo scorso novembre da Regione, Comune, Amt e dipendenti dell’azienda pubblica, sta per andare in porto uno dei tasselli più importanti per il futuro della mobilità pubblica genovese e ligure.
    Secondo quanto assicurato dall’assessore regionale Vesco alla collega genovese Dagnino, infatti, nei prossimi giorni dovrebbero essere formalizzate anche le ultime adesioni mancanti. «A questo punto – segna le tappe Anna Maria Dagnino – la Regione dovrebbe chiamarci per dare vita all’Agenzia spero entro la fine di luglio, primi giorni di agosto».

    L’Agenzia è lo strumento previsto dalla nuova legge regionale sul trasporto pubblico locale che ha rivoluzionato, o meglio dovrebbe rivoluzionare, lo status quo di autobus e corriere liguri attraverso l’istituzione di un unico bacino regionale da affidare mediante una gara unica. «L’Agenzia – spiega Dagnino – predisporrà gli atti di gara per l’affidamento del servizio, fungerà da stazione unica appaltante e monitorerà il rispetto del contratto di servizio».
    Non solo. L’ Agenzia Regionale Trasporti, da statuto, dovrebbe preoccuparsi anche della promozione del trasporto pubblico, della sperimentazioni di nuove tecnologie funzionali al miglioramento del servizio e del monitoraggio di eventuali progetti europei di settore utili anche al reperimento di fondi.

    Formalmente si tratterà di una società in house della Regione Liguria. Genova parteciperà al capitale sociale di 400 mila euro per il 26,29% (seconda solo alla Regione a cui spetta il 40%, limite massimo previsto dallo Statuto) pari a una quota di poco superiore ai 105 mila euro.

    «Quello di oggi (l’approvazione della delibera in Consiglio comunale che sancisce l’adesione di Genova all’Agenzia, ndr)– commenta l’assessore Dagnino – è un passaggio importante, anche se arriva con qualche mese di ritardo. Adesso speriamo che il percorso acceleri e si riesca ad arrivare alla gara entro la fine del 2015». Esattamente un anno dopo rispetto a quanto previsto dall’accordo di novembre 2013.

    Nel frattempo azienda e lavoratori hanno mantenuto le promesse già a marzo, 4 milioni di euro per coprire parte delle perdite, attraverso il congelamento di ferie arretrate e aumenti contrattuali e l’incremento nei primi mesi del 2014 dell’attività di verifica dei titoli di viaggio (qui l’approfondimento). Anche il Comune sembra essere intenzionato a farlo a stretto giro. Secondo l’accordo, infatti, Tursi avrebbe dovuto aumentare il capitale sociale della partecipata per un importo di 4,3 milioni. La cifra non è prevista direttamente nei conti del bilancio previsionale (qui l’approfondimento) che dovrebbe arrivare in Consiglio la prossima settimana. Tuttavia, l’assessore Miceli ha assicurato che si potrà fare affidamento al fondo di riserva. «Al di là che tutte le parti l’abbiano rispettato o meno – commenta l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino – noi abbiamo tutta l’intenzione di rispettare l’accordo di novembre e di onorare il nostro impegno riferito ai 4,3 milioni di euro. Innanzitutto perché gli accordi vanno rispettati e poi perché da questo dipende la stabilità economica di Amt. I soldi verranno presi dal fondo di riserva e da eventuali aggiustamenti di bilancio in fase consuntiva ma, comunque, nella delibera che accompagnerà il bilancio previsionale è previsto un passaggio dedicato a questo punto».

    Insomma, a non aver fatto il proprio dovere sembra resterà soltanto la Regione che ha procrastinato all’inverosimile la costituzione dell’Agenzia e la predisposizione del bando di gara per il bacino unico. «Se siamo bravi, e qualche volta capita, il nuovo servizio regionale e integrato partirà il 1° gennaio 2015». Così dichiarava il presidente delle Regione Claudio Burlando a novembre. Questa volta, forse, dalle parti di piazza De Ferrari non sono stati così bravi.

    Un problema non indifferente per Genova e Amt. Il contratto di servizio della partecipata genovese, infatti, scade il 31 dicembre di quest’anno. «Il problema del periodo transitorio (ovvero come verrà finanziato e gestito il servizio di Amt per tutto il 2015 o comunque fino all’avvio del nuovo servizio unico regionale, ndr) esiste – ammette, senza esitazione, Dagnino – ma è la Regione che dovrà trovare una soluzione. Nella legge regionale si prevede la possibilità di una proroga sulle scadenze del regolamento europeo ma Genova, come avevamo avuto già modo di segnalare in fase di redazione della legge, ne ha già usufruito. È evidente – conclude l’assessore – che una volta istituita l’Agenzia e imboccata la strada verso la gara per il bacino unico, l’autorità di bacino che altro non è che la Regione dovrà fare un provvedimento ad hoc per Genova».

    In proposito, nel corso del dibattito in Consiglio comunale, è stato anche accolto un emendamento presentato dal capogruppo del Pd, Simone Farello, che ha impegnato l’Amministrazione a farsi carico di informare la Sala Rossa circa i provvedimenti che la nuova Agenzia intenderà attuare per gestire il periodo transitorio.
    Di Farello anche un secondo emendamento approvato che punta a fare chiarezza sull’integrazione del trasporto locale su ferro, previsto dalla legge regionale in funzione integrata a quello su gomma ma non menzionato dagli organi sociali della costituenda Agenzia. «Se questo è l’ultimo punto all’ordine del giorno – ha detto l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi – si è completamente sbagliata prospettiva: l’assenza dell’integrazione ferro-gomma è infatti un forte limite perché Trenitalia svolge già un servizio di fatto metropolitano».

    «La legge regionale – commenta Dagnino – dice che la gara potrà anche comprendere il trasporto su gomma. Al di là di questo, la necessità di integrare i servizi è evidente come quella di rendere compatibili tra loro il nuovo contratto di servizio e il contratto con Trenitalia». Un’operazione per nulla semplice, considerata anche l’estensione e la particolare morfologia della Regione, che comunque spetterà a Piazza De Ferrari.

    Si è concentrato, invece, sulla questione economica l’intervento di Antonio Bruno (Fds) che ha richiesto un passaggio in Consiglio comunale del nuovo contratto di servizio, una volta che saranno espletate le formalità che porteranno alla gara regionale unica.

    Molto scettico sul funzionamento dell’Agenzia l’esponente della Lega Nord, Edoardo Rixi, forte anche della sua esperienza di consigliere regionale: «Difficilmente arriveremo all’affidamento del servizio entro il 2015. L’Agenzia sorbirà molte risorse destinate al Tpl e non so come potrà avere accesso alle agevolazioni fiscali preventivate». Rixi fa riferimento ai 20 milioni all’anno che la Regione ha previsto di recuperare attraverso il rimborso dell’Iva: espediente possibile grazie alla costituzione consortile dell’Agenzia purché vi siano entrate da compensare. «Ma quali saranno quest’entrate visto che l’Agenzia avrà solo trasferimenti da parte dello Stato?» si chiede retoricamente il leghista.

    Negativo anche il commento di Paolo Putti, capogruppo M5S: «Creiamo questo contenitore senza dire che cosa vogliamo metterci dentro e non facciamo nulla per contrastare il regime di monopolio che non ha mai garantito un livello migliore di servizio. Anzi, adesso vogliamo allargare la gara anche al trasporto su ferro: certo, l’integrazione sarebbe importante ma non deve essere integrato anche l’appalto perché se uno controlla tutto, migliora la propria redditività non certo il servizio reso ai cittadini».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    Il bilancio 2014 del Comune di Genova, tutti i numeri di Tursi

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DÈ la delibera madre, il cuore da cui dipende il futuro ma soprattutto il presente del Comune inteso non solo come amministrazione ma anche e soprattutto come città. Si tratta del bilancio previsionale per il 2014 (qui l’approfondimento sul previsionale 2013), approvato dalla giunta la scorsa settimana e che sarà discusso nei prossimi giorni in Commissione prima di passare all’esame dell’aula consiliare forse già nella seduta del 22 luglio. Secondo quanto previsto dal governo, che tuttavia potrebbe nei prossimi giorni concedere una proroga a fronte dell’inadempienza di molti enti locali, la dead line per l’approvazione definitiva è fissata, infatti, al 31 di questo mese. Ottenuto l’ok in Sala Rossa, l’amministrazione potrà finalmente terminare l’esercizio provvisorio (che obbliga assessorati e direzioni a spendere ogni mese al massimo un dodicesimo della cifra totale avuta a disposizione l’anno precedente), e procedere con un po’ più di respiro alla programmazione finanziaria fino almeno alla fine del 2014.

    «È con qualche rammarico che mi accingo a presentare il bilancio di previsione per il 2014 soltanto a luglio – ha esordito l’assessore Francesco Miceli – anche quest’anno ad esercizio inoltrato, in un contesto normativo in continua evoluzione in cui è estremamente difficile avere un quadro preciso delle risorse disponibili e soprattutto averlo in tempi coerenti con una corretta programmazione finanziaria. Approvare il bilancio di previsione significa assumere una forte responsabilità nei confronti dei cittadini perché le cifre e i programmi qui scritti si traducono in azioni che incidono nella vita di tutti e determinano il benessere sociale della città».

    L’ammontare complessivo del bilancio per il Comune di Genova nel 2014 è stimato in poco più di 1,7 miliardi euro. La somma per la parte corrente è fissata, invece, in 828 milioni di euro: tale, dunque, sarà la capacità di spesa del nostro ente locale e altrettante dovranno essere le entrate. «Per avere questo livello di spesa – ha spiegato il sindaco Marco Doria – il Comune ha dovuto utilizzare anche le leve fiscali altrimenti, senza l’Imu e la Tasi che abbiamo, non avremmo potuto mantenere sostanzialmente invariati i grandi flussi di spesa».

    Solo due voci subiscono una drastica variazione ma si tratta di un dato positivo che riguarda il costo del personale e gli interessi sulla restituzione di capitale (altrimenti detto debito). «Il Comune di Genova è virtuoso da questo punto di vista – ha sottolineato il primo cittadino – perché ha diminuito la spesa pubblica e l’indebitamento complessivo». Per quanto riguarda il personale i contenimenti non riguardano gli stipendi pro-capite ma l’ammontare totale a seguito di un turnover solamente parziale. Sul fronte del debito, invece, la parte del leone l’ha fatta la riduzione dei fitti passivi grazie a una complessiva riorganizzazione degli uffici pubblici.

    «In 10 anni – sottolinea Miceli – lo stock di debito del Comune di Genova è diminuito di circa 200 milioni (pari al 14%), di cui 110 negli ultimi 3 anni e, ad oggi, si attesta a poco più di 1,2 miliardi». Questa contrazione, che evidenzia una controtendenza dei Comuni rispetto ai comportamenti dello Stato centrale, è stata possibile in funzione del patto di stabilità imposto agli enti locali che non possono spendere oltre una certa cifra e, di conseguenza, non possono indebitarsi. La diminuzione del debito, inoltre, ha come diretta conseguenza un immediato abbassamento degli interessi dovuti da Tursi alle banche.

    Così, nonostante 13 milioni di disponibilità in meno rispetto al 2013 (e 52 in meno rispetto al 2012), il plafond di spesa per i servizi erogati quest’anno resterà sostanzialmente immutato: 98,5 erano i milioni a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 sarà il budget per il 2014. La differenza di 1,2 milioni di euro, dicono a Tursi, sarà ripartita in modo da non incidere sensibilmente sulla capacità di spesa di alcun servizio essenziale.

    Le entrate: arriva la nuova tassa sui rifiuti

    bollette-speseOltre il 70% (71,14% per la precisione) delle entrate del 2014 arriverà dalle tasche dei genovesi che, quindi, con un gettito di poco superiore ai 594 milioni si autofinanziano abbondantemente i propri servizi. Dallo Stato e da altri enti pubblici e privati, invece, dovrebbero arrivare solo poco più di 240 milioni.

    Dopo l’Imu che frutterà al Comune quasi 160 milioni, a cui si aggiungo i 75 della Tasi, ecco arrivare anche la Tari (qui l’approfondimento): la tanto temuta nuova tassa sui rifiuti però, almeno per quest’anno, sembra aver evitato l’ennesima stangata. «Si tratta della terza gamba della Iuc – ricorda il sindaco Marco Doria – le cui prime due gambe avevamo già visto due mesi fa con la Tasi e l’Imu».
    Com’è noto, tutti i costi di Amiu devono essere interamente coperti dalle “bollette della spazzatura” e la partecipata di Tursi ha in previsione un aumento di piano finanziario di circa 4 milioni, parti al 4%. Un gravame che, stando a quanto spiegato dall’assessore Miceli, non dovrebbe però ricadere più di tanto sui genovesi dato che verrebbe assorbito e compensato dall’annullamento dell’addizionale statale sulla tassa che in precedenza era pari a 30 centesimi al mq. Nel gettito complessivo che supererà i 126 milioni qualche aumento per i cittadini, comunque, ci sarà ma si tratterà mediamente di una quindicina di euro su base annua e solo per famiglie numerose e con abitazioni di notevole estensione: «Una rarità a Genova – assicura l’assessore – e comunque fino a quattro figli non è previsto nessun aumento».
    Diverso il discorso per le utenze non domestiche che parteciperanno ai costi per il 45% del totale: il numero delle imprese diminuisce e in alcuni casi le tariffe possono aumentare. «Ma è una situazione che si è verificata soprattutto lo scorso anno in virtù della riorganizzazione della ripartizione del gettito tra utenze domestiche e non domestiche che adesso corrisponde molto più alla situazione reale» assicura Miceli. «Quest’anno, invece, le cifre resteranno sostanzialmente invariate e, anzi, in molti casi si assisterà a una lieve riduzione».
    A differenza della Tasi, niente panico per i pagamenti: arriveranno i bollettini a domicilio con l’ammontare suddiviso in tre rate per le utenze domestiche (31 ottobre, 1 dicembre, 28 febbraio 2015) e cinque per le non domestiche (in più 30 settembre e 31 gennaio).

    Le uscite: direzioni invariate, raddoppia il budget per i Municipi

    economia-soldi-D4Ma dove vanno andranno a finire gli 826 milioni che il Comune avrà a disposizione? Nonostante la compressione dei costi raccontata dal sindaco, nella sezione uscite la voce più ingente è sempre rappresentata dalle spese per il personale che quest’anno ammonteranno a quasi 228 milioni. 111 saranno, invece, i milioni da sborsare per il servizio prestiti per la quota interessi e la quota capitale. Ci sono, poi, i contratti di servizio di Amiu (126 milioni) e di Amt (105 milioni).

    Infine, come si diceva, resta sostanzialmente invariato il plafond a disposizione dei vari servizi resi dai settori pubblici che ammonterà a 97,3 milioni.

    La prima voce, naturalmente, è rappresentata dalle politiche sociali per cui sono messi a bilancio 36,320 milioni: solo 200 mila euro in meno rispetto a quanto previsto lo scorso anno ma sempre sotto quella famosa asticella dei 40 milioni che è sempre stata ritenuta imprescindibile (qui l’approfondimento) e che probabilmente sarà raggiunta nel corso dell’anno con assestamenti di bilancio che potranno anche attingere al fondo di riserva (un totale di 7,8 milioni da cui però, potrebbero essere sottratti 4,3 milioni per ottemperare al famoso accordo su Amt siglato lo scorso anno ma che il Comune potrebbe non considerare valido in virtù del fatto che anche la Regione non ha rispettato i propri impegni che prevedevano, tra l’altro, la costituzione dell’Agenzia e del bacino unico regionale, qui l’approfondimento).

    Al secondo posto la macrovoce Scuola, sport e politiche giovanili con 30,259 milioni (mentre l’anno scorso erano 30,528). Poco meno di 4,5 milioni per la Polizia municipale mentre a Cultura e Turismo vanno solo 3,7 milioni di euro (200 mila euro in più rispetto allo Sviluppo economico): qui la diminuzione rispetto allo scorso anno è più sensibile e ammonta a circa un milione di euro ma la Giunta è convinta di poter recuperare anche in questo caso attraverso non meglio definite “altre risorse di bilancio” oltre a eventuali sponsorizzazioni.

    A livello aggregato, la maggior parte degli investimenti si concentrano su tutela del territorio, mobilità, politiche sociali e scuole.

    Via Montezovetto, Genova AlbaroAll’interno di questo quadro più generale, grande interesse suscita sempre la voce trasversale dei lavori pubblici, testimone concreto di quanto un’amministrazione tenga al decoro della propria città e provi a dare lavoro alla stessa. Per il 2014 l’assessore Crivello annuncia la disponibilità di 137 milioni di euro: 45 milioni sono accantonati per il mini-scolmatore del Fereggiano in attesa del via libera delle Corte dei conti alla convezione; 62 milioni sono previsti per una serie di interventi importanti sul territorio tra cui Galleria Mazzini, corso Sardegna e altri edifici pubblici; i restanti 30 milioni rappresentano invece un mutuo da avviare per il piano dei lavori pubblici di quest’anno. Si tratta di circa 4 milioni in più rispetto alla quota già presentata qualche settimana fa perché nel frattempo è intervenuta la necessità della previsione di un intervento manutentivo nel sottopasso di Caricamento, della messa in sicurezza di una frana Pra’ e della riqualificazione della scuola di piazza Palermo (800 mila euro) secondo le direttive del governo Renzi che danno priorità all’edilizia scolastica.

    Interessante capire come saranno distribuiti anche gli altri 26 milioni del piano triennale: intanto ci sono i 12,2 milioni confermati dallo scorso anno ad Aster; 4 milioni saranno invece impiegati per il completamento degli interventi pluriennali sulle criticità degli edifici scolastici (vie d’esodo, impianti idrici, impianti elettrici); 3,5 milioni andranno alle manutenzioni per il patrimonio comunale (mercati, cimiteri, uffici); 2,2 milioni previsti per il risanamento idrogeologico (700 mila euro muri e altrettanti per le frane, 500 mila euro per ponti e impalcati, 300 mila euro per opere marittime); 1,5 milioni alle ristrutturazioni per l’edilizia residenziale pubblica; 500 mila euro per alcuni interventi di bonifica da amianto. Da non dimenticare, poi, la quota messa da parte per imprevisti e somme urgenze che quest’anno sostanzialmente raddoppia: saranno, infatti, accantonati 5 milioni visto che in questi primi sei mesi del 2014 si è già raggiunta la quota di 2,5/2,6 milioni stanziata nel 2012 e nel 2013.

    Last ma, questa volta è proprio il caso di dirlo, per nulla least, i Municipi. Il 2015 sarà l’anno della Città Metropolitana (qui l’intervista al sindaco Doria e l’approfondimento) e in quest’ottica i Municipi dovranno assumere un ruolo sempre più vitale e (de)centrale. È anche per questo motivo che a partire da questo bilancio il budget a disposizione delle nove ex circoscrizioni aumenta sensibilmente. Oltre alla conferma degli “storici” 281 mila euro in conto capitale, ciascun Municipio riceverà quest’anno 200 mila euro per le manutenzioni. A tutto ciò si aggiunge il percorso già avviato nel 2013: i Municipi che hanno elementi critici nel proprio territorio, conserveranno al proprio interno i proventi economici derivanti dagli stessi. Così Ponente, Medio Ponente e Media Val Bisagno potranno sfruttare i contributi delle cave mentre di nuovo Medio Ponente e Val Polcevera riceveranno quelli di Scarpino. Ultima novità, anche i guadagni provenienti dai ribassi d’asta resteranno nei Municipi di competenza: non proprio una questione di spiccioli dato che per il por di Molassana (qui l’approfondimento), ad esempio, è in ballo circa 1 milione di euro.
    L’importanza politica di questa operazione è sottolineata anche dal sindaco: «Sono i Municipi che decideranno dove spendere questi soldi in più e quindi restituiamo discrezionalità di spesa al territorio».

    Le incognite: i tagli e i trasferimenti del governo

    Benché il sindaco, presentando i numeri alla stampa, abbia parlato del bilancio come «fotografia esatta della situazione attuale, rigorosa, senza immaginare entrate gonfiate» sulle casse di Tursi gravano ancora due grosse incognite.

    La prima riguarda la copertura da parte dello Stato del minore gettito dovuto alla differenza tra le aliquote Imu dell’anno scorso e la Tasi di quest’anno che ha raggiunto il tetto massimo del 3,3 per mille: Tursi ha messo a bilancio 40 milioni di entrate stimate sulla base di quanto previsto nella legge finanziaria del 2014 che, all’interno di questo capitolo, prevede un totale di 625 milioni per tutti i Comuni italiani. Ma questa somma è assolutamente ancora da confermare.
    Così come da confermare, ed eccoci alla seconda incognita, sono i tagli alla spesa pubblica imposti il 24 aprile da un decreto del governo Renzi per finanziare il famoso bonus degli 80 euro. A livello nazionale si tratta di una riduzione di spesa di 700 milioni a testa per Stato, Regioni e altri locali (Comuni e Province); per via Garibaldi dovrebbe comportare un sacrificio di 5,7 milioni di euro, cifra non mastodontica ma che certo avrebbe fatto comodo avere a disposizione come capacità di spesa corrente. Tutto però è ancora avvolto da una densa nube di incertezza che non si dipanerà almeno fino a fine mese.

    «Le stime – spiega l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli – dovrebbero essere piuttosto precise perché sono state facce con Anci e con la Ragioneria di Stato basandoci sulle voci ufficiali disponibili. Non c’erano i tempi per aspettare le decisioni definitive dello Stato che ci auguriamo arrivino entro fine mese e se dovessero esserci sorprese, speriamo siano in positivo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova, Consiglio comunale shock fra trucchi e trabocchetti: via libera ai centri commerciali

    Fiera di Genova, Consiglio comunale shock fra trucchi e trabocchetti: via libera ai centri commerciali

    fiera-genova-kennedy-DIQuando la toppa è peggiore del buco. La delibera che stabilisce le linee di indirizzo per il riassetto delle aree alla Fiera del mare, tanto attesa e che ha fatto discutere animatamente maggioranza e Pd al suo interno, è stata approvata dal Consiglio comunale con 19 voti favorevoli (Pd, Lista Doria e Chessa – Sel) e 15 contrari (Bruno – Fds, Pastorino – Sel, Nicolella – Lista Doria più l’opposizione).

    Come noto, il cuore del contendere era il rischio dell’insediamento di un nuovo centro commerciale per circa 15 mila metri quadrati (qui l’approfondimento). Centro commerciale che non ci sarà grazie all’approvazione di un emendamento presentato dai consiglieri Vassallo (Pd) e Pignone (Lista Doria). Ma attenzione al trabocchetto. A sparire è infatti l’intero vincolo che prevedeva, oltre al limite dei 15mila mq, anche quello di 2500 metri quadrati per il settore alimentare. L’emendamento, approvato con 30 voti favorevoli e 6 presenti non votanti, infatti, elimina negli 88 mila metri quadrati di aree non più necessarie a funzioni fieristiche (su un totale superiore ai 146 mila metri quadrati) la possibilità di previsione di “medie e grandi strutture di vendita anche organizzate in centro commerciale”. Al loro posto sono previsti, invece, “uno o più distretti commerciali tematici” (strutture di vendita incentrate su un unico settore, ad esempio Dacathlon, ndr) di per sé senza alcun limite di estensione. In realtà, per natura di legge, ogni distretto commerciale tematico non può superare i 15 mila metri quadrati (guarda caso la stessa quota della prima estensione della delibera). Ma è la dicitura “uno o più distretti” che lascia a dir poco sconcertati: in altre parole, infatti, non si potrà fare sulla carta un centro commerciale con tutti i crismi ma si potranno fare tanti centri commerciali monotematici non solo per un massimo 15 mila metri quadrati ma per un totale, per assurdo, addirittura di tutti gli 88 mila quadrati (vedi nota in calce, ndr).

    «Sono stati modificati i termini ma non la sostanza – ha detto in dichiarazione di voto il capogruppo del M5S, Paolo Putti – attraverso l’introduzione del concetto di “distretto commerciale” al posto di “centro commerciale”. Non si è però detto quanto grande sarà questo distretto commerciale né di che tipo dovrà. Insomma, si è utilizzata una parola che non si è definita appositamente per non legarsi le mani nei confronti di quello che in realtà si vuole fare».

    Un trabocchetto in cui sembra essere caduto anche il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone, firmatario dello stesso emendamento e che ha dovuto incassare anche il voto contrario della propria consigliera, Clizia Nicolella.

    Certo, la delibera prevede anche che nella zona siano previsti insediamenti residenziali, uffici, strutture ricettive alberghiere, servizi privati e di uso pubblico, connettivo urbano, esercizi di vicinato e parcheggi pubblici e privati in funzione degli insediamenti previsti. Come conciliare questo universo piuttosto eterogeneo dovranno capirlo sindaco, Autorità Portuale e Regione Liguria che sono chiamati a redigere un accordo di programma da cui dipenderà il bando per la vendita delle aree. Ma prima del via libera definitivo, l’accordo di programma dovrà tornare all’esame del Consiglio comunale, come ha ricordato anche il capogruppo del Pd, Simone Farello: «Oggi abbiamo assegnato un indirizzo ma vogliamo tornare a esercitare la nostra funzione di controllo su questa delibera quindi tutto deve concludersi entro questo ciclo amministrativo».

    Un concetto su cui è tornato anche il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone: «Siamo solo al momento di fornire indicazioni ovvero qualche passo prima di vedere nel dettaglio il progetto e la visione di insieme dell’area che invece molti consiglieri vorrebbero far recepire già in questo documento. Se riteniamo pericoloso questo passaggio vuol dire che non ci fidiamo di noi stessi perché se il sindaco dovesse disattendere le nostre proposte in ambito di pianificazione potremmo sempre votare contro l’accordo di programma in seguito».

    La partita, dunque, è ben lontana dall’essere conclusa ma, come ricordato da Farello e previsto da un emendamento presentato dal consigliere Pandolfo (Pd) e approvato dall’aula, dovrà vedere il triplice fischio entro la fine di questo ciclo amministrativo. Sempre che la giunta riesca ad arrivare, più o meno, integra in fondo al percorso.

    La maggioranza cade? Nessun problema, si ripete la votazione

    Che quello di ieri sarebbe stato un pomeriggio lungo (la delibera è stata votata dopo le 22) e difficile lo si era intravisto fin dalle prime mosse. In apertura di discussione, infatti, i consiglieri Gioia, Repetto (Udc) e Baroni (Gruppo Misto) avevano presentato una richiesta di sospensiva per la pratica di una settimana al fine di fare chiarezza su alcuni aspetti storici della concessione delle aree da Autorità Portuale a Comune e da questo alla Fiera di Genova. Un po’ a sorpresa l’esito della votazione era stato favorevole – 17 voti, compresi quelli di Bruno (Fds) e Nicolella (Lista Doria) contro 16 – ma, come rilevato dagli scrutatori, ben 4 consiglieri avevano chiesto di inserire o modificare il proprio voto a operazione elettronica conclusa. Una brutta consuetudine in Sala Rossa che ieri ha suscitato molto più scalpore perché ha portato alla ripetizione del voto come previsto dall’art. 25, comma 1 del Regolamento del Consiglio Comunale che recita: “Nel caso di risultato dubbio, il/la Presidente ordina la ripetizione della votazione”. Al secondo giro, però, i voti contrati alla sospensiva sono stati 19 mentre l’opposizione, contrariata da quello che è apparso a molti un tocco di prestigio della maggioranza, aveva abbandonato l’aula. Via libera, dunque, alla discussione sul documento che ha portato agli scenari descritti in precedenza.

    Simone D’Ambrosio

     

    Aggiornamento h 18.50 – Come segnalato dal consigliere Pd, Gianpaolo Malatesta, in questo caso entrano in gioco le norme generali del Puc circa la disciplina dei Distretti di trasformazione urbanistica o dei Settori in essi compresi che prevede per le funzioni complementari (tra cui, nel caso di Fiera rientrano proprio i distretti tematici, grazie all’emendamento approvato ieri) da insediare nell’area da riqualificare una copertura massima del 30% delle superfici agibili complessivamente “fatte differenti previsioni contenute nelle singole schede normative”. Per cui i distretti tematici, sempre con il limite di 15 metri quadrati per ciascuno, potranno occupare al massimo 26.400 metri quadrati (comunque quasi il doppio rispetto a quanto inizialmente previsto), e non la totalità degli 88 mila mq come inizialmente erroneamente scritto.

  • Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    Quezzi, ex Onpi: 3500 metri quadrati in abbandono. Dal Comune alla Regione, tutto tace

    quezzi ex onpi edificio particolare 006«Rispetto al complesso ex Onpi (qui l’approfondimento di Era Superba) stiamo studiando, nell’ottica di una politica generale di riduzione dei costi, un’ipotesi di permuta con Arte, in cambio di tre edifici scolastici sui quali paghiamo il fitto passivo. Qualora l’operazione non andasse a buon fine, l’idea è quella di cercare di vendere l’immobile perché un diverso utilizzo da parte del Comune richiederebbe altissimi costi di ristrutturazione che in questo momento non possiamo prevedere». Era il maggio 2013 quando l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, così rispondeva in Consiglio comunale a un’interrogazione a risposta immediata del democratico Claudio Villa. Ieri, 17 giugno 2014, l’assessore per sua stessa ammissione ha usato più o meno le stesse parole per spiegare all’alfaniano Matteo Campora che in, buona sostanza, in 13 mesi non è stato fatto nessun passo avanti sul futuro degli oltre 5300 metri quadrati di via Donati n. 5, a Quezzi.

    L’edificio ha sempre avuto destinazione socio-sanitaria inizialmente attraverso l’Opera nazionale pensionati d’Italia, poi con l’Istituto Doria e, infine, con l’Asp Brignole, prima di essere definitivamente abbandonato al degrado, a incursioni vandaliche e alla devastazione degli agenti atmosferici come l’alluvione del 2011, che colpì con le ben note tragiche conseguenze in modo particolare l’attigua zona di via Fereggiano.

    quezzi ex onpi edificio 005Dal 1988, ovvero dalla cessazione dell’attività dell’Onpi, l’immobile è diventato di proprietà comunale. Nel 2010 Tursi ne commutò un terzo con Arte (L’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia) per ottenere un porzione di Villa de’ Mari e destinarla ad attività sociali legate alla Fascia di Rispetto di Prà. Da tempo, ormai, l’intenzione della civica amministrazione sarebbe quello di liberarsi anche della restante quota di proprietà dell’immobile per ottenere, sempre in permuta da Arte, un edificio in via Fea dove sono allocati due asili nido e uno spazio per servizi sociali e un altro immobile ad usi associativi sul lungomare di Pegli. «L’obiettivo – ha ribadito ieri Miceli – è quello di produrre un risparmio per le casse comunali dato che per quegli spazi attualmente incorriamo in fitti passivi. Starà poi ad Arte decidere come utilizzare la struttura di via Donati».

    «La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni – ha replicato Campora – e mi auguro che a breve si possa giungere ad azioni concrete. Non si può più sopportare che molti beni pubblici vengano lasciati al degrado più totale. Mi auguro che almeno in quest’ultima fase di attesa si predisponga un’adeguata custodia dell’immobile».

    Le trattative tra il Comune e Arte, società partecipata della Regione, che potrebbe trasformare l’edificio in una nuova sede per residenze popolari, sono ormai da troppo tempo in fase di stallo. «Gli unici a essersi mossi in questo periodo – ci racconta il presidente del Municipio III  Bassa Val Bisagno, Massimo Ferrante – siamo stati noi che il 25 ottobre scorso abbiamo deliberato 25 mila euro per la riqualificazione dei giardini esterni, su un bilancio municipale che ammonta a 300 mila euro». A dimostrazione che il Municipio tiene molto a questi spazi, il presidente ricorda anche che da tempo esiste un comitato di cittadini che vorrebbe prendersi cura della zona esterna dell’edificio che, in ogni caso, sembra destinata a restare di proprietà comunale. «Attenzione però che se il Comune e la Regione non si chiariscono sulle pertinenze della struttura – allerta Ferrante – io non posso certo far partire nessun intervento di riqualificazione. Anche perché se il fabbricato continua a essere vandalizzato, siccome di notte non ci metto le vedette o le sentinelle alpine, chi mi costudisce l’area verde che vado a recuperare, al di là del servizio gratuito che i cittadini sono disposti a fare?».

    Per mettere fine al rimpallo tra Tursi e De Ferrari, a cui ormai siamo ampiamente abitati anche su ben altri fronti, il Municipio aveva provato a fare da intermediario in un tavolo convocato dalla Regione, a cui presero parte Arte, il presidente Burlando e l’assessore Boitano. Incontro a cui la stessa Regione si “dimenticò” di convocare l’assessore comunale Crivello, delegato dal sindaco per chiudere definitivamente la questione da parte di Tursi.

    «Burlando – spiega il presidente del Municipio – voleva attivare un fondo Fas per il 90% della struttura, lasciando il restante 10% corrispondente al piano terra al Comune per creare un laboratorio, un asilo o, comunque, uno spazio per i cittadini. Arte si è resa disponibile ed eravamo rimasti d’accordo che la Regione ne avrebbe parlato con il Comune. Da allora non ne ho saputo più nulla». Intanto oggi il presidente Ferrante incontrerà i cittadini che da mesi ormai vorrebbero riappropriarsi del giardino. Ma, ancora una volta, non avrà buone nuove da offrire.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova, la nuova proposta urbanistica: verso divisione degli spazi e nuove destinazioni d’uso

    Fiera di Genova, la nuova proposta urbanistica: verso divisione degli spazi e nuove destinazioni d’uso

    Fiera di GenovaProcede il cammino per il ridimensionamento delle aree della Fiera di Genova. Secondo la nuova proposta urbanistica in fase di approvazione definitiva, l’attuale configurazione del quartiere fieristico verrà sostanzialmente suddivisa in due settori: un settore (circa 49 mila metri quadrati) – costituito dai padiglioni B (Jean Nouvel, altrimenti noto come “quello blu”) e D insieme con aree in concessione demaniale – resterà destinato al quartiere fieristico con la possibilità di incrementare la superficie occupabile del 30% in occasione di eventi di particolare richiamo (Salone Nautico, Euroflora); un settore, residuale ma di amplissime dimensioni – comprendente i padiglioni S (Palasport) e C, la palazzina degli uffici, e l’ex edificio Nira – che rientra nella piena disponibilità del Comune e che potrà procedere a una riconversione di alcune aree di particolare pregio la cui vendita potrà portare ossigeno vitale alle casse pubbliche.

    Questa seconda porzione di aree fronte mare, di proprietà comunale ma non più necessarie alla Fiera, sarà venduta a Spim, partecipata del Comune per la gestione del Patrimonio pubblico. In proposito la giunta ha già approvato una delibera che verrà sottoposta al Consiglio comunale nella prossima seduta di martedì 1 luglio (il 24 giugno, San Giovanni, tutti in festa in Aula Rossa) per mettere nero su bianco gli intendimenti circa il futuro cambiamento di destinazione d’uso degli spazi interessati.

    Nella delibera si parla, infatti, di “funzioni urbane principali quali residenza, uffici, strutture ricettive alberghiere, servizi privati” e  vengono contemplate anche “funzioni complementari quali: connettivo urbano, esercizi di vicinato, medie e grandi strutture di vendita anche organizzate in centro commerciale, il tutto a parità di superficie edificata”. Vi è, inoltre, una prescrizione riguardante le più critiche e contestate aree a destinazione commerciale che non potranno superare i 15 mila metri quadrati, di cui solo 2500 per vendita di generi alimentari.

    fiera-genova-kennedy-DIL’obiettivo finale è quello previsto dal progetto preliminare del nuovo Puc e pone in evidenza la necessità di sottoporre l’arco litoraneo compreso fra piazzale Kennedy e Punta Vagno a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo”.

    Ma la trasformazione di questa ingente porzione di città dovrebbe fungere da importante volano per un’altra area attigua, quella che collega piazzale Kennedy con il Porto Antico: negli intendimenti urbanistici dell’amministrazione, infatti, qui dovrebbe sorgere un nuovo percorso pedonale e ciclabile e, in prospettiva, un collegamento viario a raso che sostituisca la sopraelevata e costituisca l’accesso al futuro ipotetico tunnel sub-portuale. In quest’ottica, il vicesindaco Bernini ci ha preannunciato una possibile proposta di emendamento al documento iniziale da parte della stessa giunta che dovrebbe richiamare in maniera più evidente proprio la funzione degli spazi circostanti il Porto Antico e da qui fino alla Stazione Marittima, passando dunque anche per l’Hennebique.

    Il futuro del palazzo ex-Nira

    Ex Ansaldo Nira

    Tralasciando i lidi di fanta-urbanistica a cui quest’analisi rischierebbe di portarci senza molte vie d’uscita, torniamo al concreto dei nostri giorni. In attesa di giungere alla discussione sulla delibera che stabilisce le linee guida per la rivalorizzazione delle aree non più fieristiche, i consiglieri Clizia Nicolella (Lista Doria) e Gian Piero Pastorino (Sel) hanno chiesto all’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli, di fare chiarezza sul futuro del palazzo ex Nira, inserito anch’esso in questo settore.

    L’assessore nel suo intervento in Sala Rossa ha ricordato la storia dell’immobile, la cui vendita a privati deliberata nel 2011 non ha avuto alcun esito positivo per una sostanziale mancanza di offerte formali sia nella fase di gara pubblica che nelle successive trattative private proseguite nel 2012 e nel 2013. «L’unico progetto d’acquisto e riqualificazione pervenuto – ha spiegato Miceli – è stato della società “Il Fortino” (gruppo immobiliare torinese legato a Sgs – Esselunga, ndr) che tuttavia non ha mai presentato direttamente un’offerta formale ma solo, appunto, un progetto attraverso Sviluppo Genova. La proposta, prevenuta a fine 2013, è agli atti e alla valutazione dell’amministrazione ma nel frattempo è intervenuto tutto un altro percorso di alienazione del complesso immobiliare fieristico (di cui abbiamo appena parlato, ndr) per cui la giunta ha ritenuto opportuno trattare l’area in maniera complessiva e non considerare l’immobile ex Nira disgiunto, dato che stiamo parlando di un unico contesto territoriale».

    A capire meglio quanto successo con la proposta di Sgs ci aiuta il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini: «Sgs voleva comprare il palazzo al prezzo dell’asta, 13,5 milioni, e aveva manifestato interesse anche per le aree circostanti. La proposta però era vincolata al cambio di destinazione d’uso dell’area a commerciale». Un aspetto non previsto nel precedente bando pubblico. «Di conseguenza – prosegue Bernini – se avessimo cambiato la destinazione d’uso, avremmo dovuto riaprire la gara e non procedere con assegnazione diretta perché, a termini modificati, magari si sarebbe potuto manifestare qualche altro interesse».

    L’offerta di Sgs, comunque, non è stata accantonata del tutto ma potrà essere presa in considerazione solo in un ragionamento più ampio che riguardi l’intero affaccio sul mare del centro-levante cittadino e, naturalmente, in comparazione con altre proposte che nel frattempo potranno pervenire. D’altronde adesso la destinazione d’uso commerciale è regolarmente prevista.
    A questo punto, non resta che aspettare il nuovo percorso di vendita o, quantomeno, la discussione in aula sulla delibera generale che, come detto, stabilirà i vincoli formali di tutta l’area e dovrebbe essere inserita all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, martedì 1 luglio.

     

     Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    Comune di Genova, acquisizioni gratuite dal Demanio: gallerie antiaeree e fortificazioni

    forte-begato2Con i più classici ritardi endemici della burocrazia italiana è finalmente iniziato l’ultimo passaggio dell’iter che porterà il Comune di Genova ad acquisire una serie di immobili e terreni a titolo gratuito dal Demanio statale e militare ritenuti strategici per il disegno della città del futuro. Il procedimento, come già raccontato dettagliatamente nei mesi scorsi, rientra nel cosiddetto “federalismo demaniale” sostenuto a gran voce dal famoso “Decreto del Fare”.

    Eccoci, allora, giunti alla tappa finale. O quasi. L’ultima seduta del Consiglio comunale ha, infatti, approvato all’unanimità la prima delibera che dà il nulla osta definitivo all’acquisizione di una serie di beni per cui è arrivata l’approvazione dal Demanio.
    «Con questa delibera – spiega l’assessore al Patrimonio, Francesco Miceli – inizia la fase definitiva di acquisizione relativa a un primo blocco di beni su cui il Demanio ha dato esito positivo. Si elencano, dunque, immobili che intendiamo confermare e altri che stralciamo dal percorso: tutte decisioni maturate a seguito di istruttoria tecnica, sopralluogo e studio approfondito di relative documentazioni». Approfondimenti assolutamente necessari perché nella legge si specifica che i beni vengono acquisiti nello stato di fatto e di diritto in cui si trovano: particolare attenzione va dunque prestata ad eventuali situazioni debitorie, contenziosi in atto o necessità di manutenzioni particolarmente onerose. «Non conoscevamo nulla di questi beni all’inizio – spiega l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio e responsabile di queste procedure – se non ciò che era visibile più o meno a tutti. Ma i sopralluoghi si sono potuti effettuare solo dopo il nulla osta definitivo del Demanio: è stato così, ad esempio, che abbiamo scoperto che alcuni immobili sono in parte anche di proprietà privata per cui non sarebbe stato conveniente proseguire nell’acquisto».

    La scrematura, domande respinte dal Demanio e “scarti” del Comune

    Dalle circa 250 voci inizialmente proposte dal Demanio stesso (qui l’approfondimento), si è scesi alla manifestazione di interesse da parte del Comune (qui l’approfondimento), sentiti anche i Municipi interessati, per circa 120 beni. Un numero che, giunti a questo punto, sarà ulteriormente scremato. Innanzitutto dal Demanio stesso che ha rifiutato il passaggio di alcune strutture chieste da Tursi, nella maggior parte dei casi appartenenti al Demanio idrico, marittimo, ferroviario o storico-artistico non ricompresi in questo programma di acquisizione. Si tratta, ad esempio, della passeggiata di Nervi e del palazzo del Municipio di Voltri (Demanio Marittimo); di alcune aree del cimitero di Staglieno, del piano soprastante il Museo Mazziniano, di un magazzino in vico Bottai e dell’impianto sportivo Morgavi al Belvedere di Sampierdarena (Demanio Storico – Artistico o, comunque, di interesse della Sovrintendenza); di alcune aree in zona Struppa – Prato – Molassana (Demanio idrico); delle Mura degli Zingari, dell’ex cimitero garibaldino in piazzale Crispi e di via Raffaele Rubattino che non sono di proprietà statale. Niente da fare anche per le Cliniche universitarie di San Martino, la cui proprietà sembra avvolta da una densa nube misteriosa: le aree sono suddivise tra Comune, Regione e Università ma i tecnici hanno lamentato parecchie difficoltà a delinearne i confini; ciò che è certo, in ogni caso, è che lo Stato non c’entra.
    Oggetto di contenzioso, invece, l’ex magazzino Aster in zona Ponte Fleming, che lo Stato ha riferito essere di proprietà del Demanio Marittimo ma che la Provincia, responsabile di tale settore, aveva dichiarato essere alienabile al Comune.
    Non è escluso che alcuni di questi beni negati in prima istanza possano comunque arrivare nelle mani di Tursi ma il percorso di acquisizione a titolo non oneroso dovrà seguire altre strade: ad esempio, per le Mura di Malapaga si procederà con lo stesso processo imbastito per i Forti (qui l’approfondimento).

    C’è poi un’altra serie di immobili ritenuti non più strategici da parte degli uffici tecnici comunali, dopo opportune verifiche. Nella delibera appena approvata si citano esclusivamente alcuni appartamenti sparsi in varie zone delle città per cui non si è ritenuto opportuno procedere principalmente a causa dello stato di occupazioni, di manutenzioni particolarmente gravose o di situazioni proprietarie incerte.
    «Per quanto riguarda gli appartamenti – spiega Corsi – abbiamo proceduto di concerto con il settore delle Politiche della casa che ha valutato il possibile interesse degli immobili sia per rispondere a eventuali esigenze dell’emergenza abitativa sia per alcuni nuovi progetti di social housing. Con questa delibera acquisiamo soltanto un alloggio in Borgo Incrociati, appena restaurato, (in realtà nell’elenco ne viene citato un secondo a Voltri, ndr) mentre tutti gli altri vengono esclusi perché non si è ritenuta vantaggiosa neppure una possibile futura alienazione o perché, in diversi casi, sono occupati da inquilini morosi».
    Un approccio che non piace a Paolo Putti, capogruppo M5S: «Che il Comune abbia timore o comunque non voglia farsi carico di case occupate non è un bel messaggio trasmesso a chi, invece, andrebbe sensibilizzato per la consegna di una proprietà all’agenzia della casa al fine di favorire l’affitto a canone concordato».
    Sul tema l’architetto si lascia anche scappare una battuta: «Bisogna fare molta attenzione in questo settore perché spesso il Demanio prova a rifilarci gli appartamenti peggiori e a tenersi quelli nelle condizioni migliori».

    Le prime acquisizioni: dalla sponda sinistra del Bisagno alle gallerie antiaeree

    Quella di martedì scorso non sarà l’unica delibera di quest’ultima fase. L’elenco delle nuove proprietà di Tursi, infatti, non è ancora definitivo come spiega l’architetto Corsi: «Questo è il primo blocco della terza fase: ci saranno altre delibere simili fino ad esaurimento dei beni che arriveranno a seguito delle relative risposte del demanio. Senza queste non si può avviare l’istruttoria che porta alla richiesta definitiva».
    Con questo documento si dà il via libera all’acquisizione di 16 beni. Si parte da immobili e terreni utili a completare tutto il sistema fortificato genovese, che per larga parte è pero di possesso del Demanio storico. In questa categoria rientrano, comunque, il terreno circostante la torre di Quezzi, l’ex deposito del fulmicotone in via del Lagaccio che servirà a “costituire un nodo che integri il sistema fortilizio genovese ed il Parco delle Mura a monte con il quartiere del Lagaccio ed il complesso della Caserma Gavoglio a valle”, l’ex torre Granara tra i Forti Tenaglie e Crocetta e un altro non meglio identificato rudere con prato annesso. Un successivo capitolo è dedicato alle ex gallerie antiaeree destinate principalmente a realizzare nuovi collegamenti viari o pedonali o sedi per il trasporto pubblico: in particolare si conferma l’interesse per l’ex galleria di via Brigata Salerno in vista di un possibile ascensore pubblico, l’ex galleria tra via Ameglia e via Cancelliere già usata come importante collegamento, e l’ex galleria di accesso a via Lanfranconi anche qui per un possibile ascensore pubblico. Quattro, invece, le aree su cui il Comune conferma il proprio interesse per completare i possedimenti degli ex greti dei torrenti Bisagno, Polcevera e Secca al fine di ottimizzare la viabilità di sponda: sponda sinistra del Bisagno, area urbana sullo Sturla in via delle Casette, area urbana tra via Piacenza e via Emilia, sponda destra del Secca in via Sardorella nei pressi della rotonda per Serra Riccò. Completano questo primo elenco un terreno in via Domenico Chiodo confinante con Salita a Porta Chiappa che sarà adibito a parcheggio, un appartamento in via Borgo Incrociati, un altro in vico Pellegro Maruffo aVoltri, un negozio in via Carlo Barabino e un box auto in via Negroponte a Sestri ponente.

    Una volta formalizzato il passaggio di proprietà si aprirà la partita sulla programmazione del percorso di valorizzazione di questi beni. Alcuni potranno essere alienati dal Comune per ripianare parte del debito pubblico ormai strutturale. Per altri sarà, invece, necessario studiare dettagliatamente un piano di riqualificazione scegliendo al meglio tra le varie proposte fin qui avanzate: «Il ministero – spiega meglio l’architetto Corsi – ha messo a disposizione dei Comuni un programma informativo in cui gli uffici dovevano indicare una serie di possibili destinazioni per i beni ritenuti interessanti e le eventuali risorse economiche preordinate. Ma solo al momento dell’effettiva acquisizione si potrà attuare una programmazione che consenta di identificare la scelta definitiva per la valorizzazione dei beni». A tale riguardo è stato anche approvato un ordine del giorno presentato dal decano del Consiglio Comunale, Guido Grillo (Pdl, in quota Forza Italia), che impegna sindaco e giunta a riferire in Sala Rossa l’esito definitivo dell’iter procedurale e le risorse finanziare programmate per l’utilizzo dei beni acquisiti.

    Ma questo, purtroppo, sarà soltanto il prologo di una storia che ha bisogno ancora di qualche altro capitolo prima di intravedere la fine.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Giornata particolarmente intensa quella trascorsa ieri nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dove i consiglieri comunali si sono confrontati su alcune delle questioni più calde in città, scaldando i motori in vista della prossima discussione sul bilancio. All’ordine del giorno sono, infatti, stati iscritti due articoli 55, discussioni aperte dalla giunta e seguite da un intervento per ciascun gruppo consiliare, sulla situazione di Scarpino e sullo sgombero del Lsoa Buridda e la successiva occupazione dell’ex scuola Garaventa.

    Dopo un antipasto colorito del leghista Edoardo Rixi che ha piazzato sotto i banchi della giunta due sacchi di spazzatura dicendo che non avrebbe saputo dove altro conferirli, la continua emergenza Scarpino è tornata a far discutere il Consiglio comunale. La discarica, come previsto dall’ordinanza della Provincia, nella notte è stata nuovamente chiusa nell’ansiosa attesa del responso dei tecnici della Protezione civile nazionale che, in giornata, dovrebbe dare il via libera alla riapertura ordinaria.

    Ma se ciò non dovesse accadere? Se questa malaugurata ipotesi dovesse verificarsi, l’assessore Garotta ha annunciato, per la prima volta senza alcuna ambiguità, che il sindaco sarebbe pronto a firmare l’ordinanza che consentirebbe di continuare a scaricare la “rumenta” a Scarpino. Certo, bisognerebbe fare anche molta attenzione alle motivazioni con cui gli esperti della protezione civile confermerebbero la chiusura «perché – come sostiene provocatoriamente Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e senza dubbio il più esperto della tematica tra i consiglieri (e, probabilmente, non solo) – a quel punto si ammetterebbe un serio rischio di incolumità per gli abitanti di Sestri per cui dovrebbe essere approntato un piano di evacuazione. Speriamo che queste preoccupazioni rimangano solo parole e, da un problema quale è, Scarpino non si trasformi in un incubo, come successo a Napoli».

    L’assessore comunale all’Ambiente sembra comunque ottimista: «Non abbiamo certo elementi per anticipare l’esito dei tecnici – ha detto Garotta – ma i dati topografici raccolti in questi ultimi giorni proprio su input della protezione civile nazionale confermano che non ci sono spostamenti di rifiuti all’interno della discarica».

    Ecco allora aprirsi l’orizzonte sul futuro, un futuro che i consiglieri avranno ampiamente modo di discutere nel corso di un’apposita seduta di commissione giovedì e di una seduta monotematica di Consiglio comunale, in calendario martedì prossimo. «Ma anche se Scarpino riaprisse – anticipa i tempi il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – che cosa succederà poi?».

    Una preoccupazione ripresa anche da Simone Farello: «Il problema di Scarpino – ha detto il capogruppo del Pd– non può essere risolto solo con un cambiamento del soggetto che emana la deroga (dalla Provincia al sindaco, ndr). La delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) prevedeva che Amiu presentasse un piano industriale dettagliato (qui le anticipazioni ad Era Superba del presidente Amiu Marco Castagna): mi sembra che dopo 7 mesi sia giunto il momento che questo piano arrivi». Farello mette anche sul piatto un altro tema non proprio da sottovalutare e che chiama in causa l’ormai prossima costituzione della Città Metropolitana (qui l’approfondimento): «Riterrei sciagurato – ha detto l’ex assessore alla Mobilità – che il Comune non si assumesse la responsabilità di affrontare anche i problemi di tutti gli altri Comuni limitrofi che ad oggi conferiscono a Scarpino». In altre parole: occhio perché con l’ordinanza potremmo risolvere in parte la nostra emergenza ma che cosa succede a chi tra qualche mese sarà un tutt’uno con noi?

    Aggiornamento ore 17.10, la Provincia conferma riapertura ordinaria di Scarpino

    “Dall’esame della documentazione – comunica il commissario della Provincia Piero Fossati in una nota stampa – sono emersi elementi confortanti sulla stabilità e su tutte le altre questioni tecniche del sito di Scarpino. Su questa base la Provincia entro le prossime 24-48 emanerà l’atto, sul quale sono già al lavoro i tecnici, per la revoca della sospensione
    dell’attività della discarica”.

    Questione Buridda

    >> Intervista a Bernini e la voce del Lsoa Buridda

    Lsoa BuriddaGrande attesa c’era anche per le conseguenze politiche dopo la mala gestione della situazione Buridda. Conseguenze che al momento non sembrano essere così immediate. In realtà, come ammesso dallo stesso Doria, l’assessore a Diritti e Legalità Elena Fiorini aveva rimesso il proprio mandato nelle mani del sindaco con una lettera in cui veniva comunque chiarito il lavoro svolto nel tentativo di risolvere la questione. Ma il primo cittadino le ha confermato piena fiducia: «Ho apprezzato la lettera dell’assessore – ha dichiarato in Sala Rossa il primo cittadino durante un lungo intervento in cui ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato alla situazione odierna – e ho ritenuto di non ravvisare nel suo comportamento delle responsabilità specifiche e gravi tali da indurmi ad accettare le sue dimissioni». Crisi scongiurata, dunque. Almeno per il momento.

    Dopo i toni piuttosto accesi che nei giorni passati avevano lasciato presupporre l’ennesima spaccatura in seno alla maggioranza, con un batti e ribatti sui social network e sulle pagine dei quotidiani locali tra il Pd e la Lista Doria, si attendeva anche una sorta di resa dei conti riguardo la partecipazione delle consigliere Bartolini e Pederzolli alla manifestazione di sabato scorso poi sfociata nell’occupazione della Garaventa. Ma sull’argomento hanno fatto leva soprattutto gli interventi dell’opposizione, che hanno chiesto tra l’altro le dimissioni dei due membri di Lista Doria, mentre il capogruppo Pd, Simone Farello, stemperando in parte i toni accessi soprattutto dal segretario provinciale del suo partito, si è limitato a sottolineare come «le istituzioni debbano essere coese al loro interno. Siamo i primi ad avere grande rispetto per le piazze e le manifestazioni ma queste hanno un senso solo se conducono alla soluzioni dei problemi che vanno raggiunte dentro alle istituzioni democratiche».
    Lista Doria, dal canto suo, respinge gli attacchi degli ultimi giorni con le parole del capogruppo Enrico Pignone che sottolinea, ancora una volta, come la manifestazione non fosse contro il sindaco o la giunta: «Era doveroso essere presenti perché bisogna restare in ascolto di quei giovani. Mantenere un dialogo assieme all’Arci e alla Comunità di San Benedetto non è un atto rivoluzionario contro l’amministrazione». Da registrare anche come le due consigliere più giovani dell’emiciclo abbiano incassato la solidarietà del grillino Putti: «Mi scuso con chi ha partecipato alla manifestazione perché non ero con loro. Alle consigliere di Lista Doria non dico nulla perché sarei andato con loro».

    Di certo la questione Buridda non può essere liquidata in questa maniera ma è difficile intravedere una soluzione in tempi rapidi. La speranza, come sottolineato dai consiglieri di maggioranza che sono intervenuti nel dibattito, è che riparta quanto prima il dialogo e il confronto tra le parti e che possa essere decisamente più fruttuoso di quanto non sia stato finora. Ma le difficoltà a trovare un punto di incontro sono oggettive: da un lato, il collettivo del Buridda ha sempre recriminato sull’insufficienza degli spazi al primo piano del Mercato del pesce, concesso con un accordo risalente al dicembre 2011 con cui veniva anche istituita l’associazione cittadina degli spazi autogestiti con don Gallo come garante; dall’altro, l’Amministrazione sostiene di non avere in centro la disponibilità di spazi equivalenti a quelli precedentemente occupati dai ragazzi ma che sia per l’edificio di via Bertani (come ci aveva ben spiegato il vicesindaco Bernini) sia per l’ex scuola Garaventa (in cui è previsto il trasferimento di uffici e servizi pubblici attualmente in strutture per cui il Comune è costretto a versare un canone d’affitto) vi sono altri progetti.

    Ma nel frattempo che fine faranno tutte le attività del laboratorio? «Di tutte le attività che i ragazzi del Buridda in questi anni hanno offerto alla città – ha sottolineato nel suo intervento il capogruppo del M5S, Paolo Putti – qua dentro abbiamo parlato pochissimo. Abbiamo parlato, invece, di soldi da recuperare con la vendita di immobili o con lo spostamento di alcuni servizi: ma quanto valgono i laboratori organizzati tutti i giorni dal Buridda? Dobbiamo riconoscere i giovani e lasciargli spazi: non dobbiamo tarpargli le ali ma accompagnarli nella mediazione con la comunità che sta attorno a loro». Difficile dargli torto.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Città Metropolitana, organi e funzioni. Il nuovo ente sbarca in Consiglio comunale

    Città Metropolitana, organi e funzioni. Il nuovo ente sbarca in Consiglio comunale

    Quadro di Mariagiovanna Figoli
    di Mariagiovanna Figoli

    Trascurata per mesi da amministratori e opinione pubblica, la sempre più vicina nascita della Città metropolitana sta entrando per forza di cose tra gli argomenti più urgenti dell’agenda politica genovese e non solo. Come dimostrava l’intervista che il sindaco Marco Doria ci aveva concesso all’inizio di marzo, la discussione era per il momento rimasta alle questioni più generali e filosofiche. Ora però è giunto il momento di fare sul serio perché la legge 7 aprile 2014 n. 56 conferma la nascita ufficiale del nuovo organo istituzionale a partire dal 1° gennaio 2015. Così, in questi giorni, il sindaco di Genova e prossimo sindaco della Città Metropolitana, Marco Doria, ha iniziato un vero e proprio processo educativo nei confronti degli amministratori che nei prossimi sei mesi dovranno adoprarsi per arrivare pronti alla fine dell’anno. La prima riunione con il Commissario della Provincia, Piero Fossati, e i sindaci dei Comuni interessati si era svolta un paio di settimane fa e altre ne verranno convocate prossimamente (una nel chiavarese, una in Valle Scrivia e ancora due a Genova). Ieri, invece, è stata la volta del Consiglio comunale genovese, dove l’argomento è entrato per la prima volta dalla porta principale.

    Nella sua lunga informativa ai consiglieri, il sindaco non ha mancato di sottolineare più volte quello che già va sostenendo da tempo, ovvero che non siamo di fronte a un allargamento del Comune di Genova che ingloba quelli più piccoli ma stiamo parlando di un ente nuovo di zecca. Certo, la stessa legge che sancisce la nascita delle Città metropolitane prevede delle agevolazioni per i Comuni che all’interno della medesima area vasta decidano di unirsi o fondersi. Ma questo eventuale processo resterà autonomo dalla creazione del nuovo organo istituzionale. «La Città metropolitana – ha spiegato Doria – si affianca ai Comuni già esistenti per svolgere funzioni di supporto alla loro azione. Il protagonismo degli amministratori locali può essere esaltato in positivo da questa situazione. Vedo come potenzialità la possibilità di integrare l’azione del nuovo ente con quella dei Comuni garantendo una nuova cooperazione ma – non ha nascosto Doria – vedo anche con preoccupazione il surplus di lavoro di cui una serie di persone dovrà sobbarcarsi».

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D5La speranza, insomma, è che i primi cittadini di tutti i Comuni inseriti all’interno della stessa area vasta possano trovare giovamento dal confronto costante e dalla condivisione delle problematiche del territorio. Già perché uno dei tre organi previsti dalla legge istitutiva delle Città metropolitane è la Conferenza metropolitana, una sorta di assemblea di tutti i Comuni dell’area. A questa saranno affiancati il sindaco metropolitano, che altri non sarà che il primo cittadino già in carica del Comune capoluogo – per noi, come detto, Marco Doria – e che in questa fase deve già svolgere alcuni adempimenti previsti dal dettato normativo, e il consiglio metropolitano. La composizione di quest’ultimo, che resterà in carica 5 anni, sarà decisa da elezioni indette dal sindaco del Comune capoluogo e, attraverso un meccanismo di elezione per liste (con non meno di 9 candidati e non più di 18 e sottoscritte da almeno il 5% degli aventi diritto al voto) basato su criteri sostanzialmente proporzionali, porterà alla scelta di 18 consiglieri metropolitani tra tutti i consiglieri comunali già eletti. Avente diritto al voto sarà la stessa base di consiglieri comunali con pesi diversi a seconda della popolazione del Comune in cui sono stati chiamati a svolgere il proprio ruolo: in parole più semplici, il voto di un consigliere del Comune di Genova conterà di più di un collega del Comune di Rapallo. Le operazioni di voto avverranno tutte in un’unica giornata, con l’unico seggio allestito al Palazzo della Provincia che diventerà la sede istituzionale della Città metropolitana. Tra i 18 eletti, inoltre, il sindaco potrà individuare i cosiddetti “consiglieri delegati” che ricopriranno sostanzialmente le funzioni degli ex assessori provinciali.

    Per la verità, potrebbe essere prevista un’altra (e precedente) votazione, sempre con le stesse modalità, per eleggere entro il 30 settembre la Conferenza statutaria: si tratterebbe di una piccola assemblea costituente che avrebbe il compito di redigere la bozza dello Statuto della Città metropolitana. Ma il condizionale è d’obbligo perché, come ha ricordato ieri il Segretario generale Pietro Paolo Mileti, il governo sta studiando un emendamento per eliminare questo passaggio: di conseguenza, la redazione dello Statuto passerebbe nelle mani del Consiglio metropolitano. Comunque vada a finire questo capitolo, tutti i nuovi incarichi saranno ricoperti da amministratori e politici già eletti nei Comuni interessati. Ma freniamo sul nascere i facili mugugni: non sarà, o almeno non dovrebbe essere, il solito “magna magna” dato che tutti gli incarichi verranno svolti a titolo gratuito.

    A livello funzionale, la nuova istituzione assorbirà in toto i compiti attualmente in carico alle Province (oltre al personale, ai proventi e alle eventuali passività), che contestualmente saranno abolite, più naturalmente una serie di nuove prerogative tra cui: l’adozione e aggiornamento annuale di un piano strategico triennale del territorio metropolitano; la pianificazione territoriale generale ivi comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture; la strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, mobilità e viabilità su tutti; promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale e dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione. 
Il tutto, possibilmente, senza pestarsi troppo i piedi con la Regione. «La città metropolitana – ha detto in proposito Marco Doria, indossando già i panni di sindaco metropolitano in pectore – è intrinsecamente nemica di un centralismo regionale non previsto dal nostro ordinamento costituzionale e che rappresenta un modo di interpretare il senso delle Regioni né corretto né efficace».

    Intanto, il primo cittadino genovese ha iniziato a prendere contatto con la struttura della Provincia, sotto la guida del commissario Fossati, in attesa di procedere alla convocazione delle assemblee elettive una volte terminato il ballottaggio delle amministrative in corso per avere il quadro completo dell’elettorato attivo e passivo.
    «Il nostro sistema istituzionale – ha commentato in Sala rossa Doria – ha necessità di cambiamenti significativi e l’istituzione delle Città metropolitane è un tentativo di rispondere alle esigenze del momento. Come in tutte le norme possiamo cercare le virgole che si sarebbero potute scrivere meglio, cercando di ostacolare politicamente questo processo con un atteggiamento conservatore. Oppure, possiamo cercare di procedere nel modo migliore e condiviso, nonostante la situazione di ritardi accumulati su ritardi, per cercare di far funzione la Città metropolitana».

    Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5«Apprendo in questo momento la notizia. Appena concluso il Consiglio mi riunirò per prendere le decisioni che consentano di proseguire la gestione dei rifiuti in una città di 600 mila abitanti nel rispetto delle norme ma in una situazione di assoluta emergenza». Questo il primo commento del Sindaco alla notizia della conferma da parte della Provincia della sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti nella discarica di Scarpino.

    Una notizia diffusa con una nota stampa dalla Provincia intorno alle 17 e appresa dal Consiglio comunale grazie ad Era Superba. Una dinamica quantomeno singolare. Alcuni consiglieri leggono il comunicato dalla nostra postazione e in pochi minuti la novella si diffonde di banco in banco. Qualche difetto nella comunicazione fra gli enti?

    E pensare che pochi minuti prima l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, aveva cercato di rassicurare i consiglieri con una breve informativa sulla situazione di Scarpino in apertura di seduta.
    A dire il vero, l’intervento dell’assessore era servito soprattutto a ripercorrere le tappe che avevano portato fino alla situazione odierna (già ampiamente raccontate su Era Superba), senza entrare nel merito degli scenari futuri, successivi alla decisione della Provincia, se non per un generico auspicio per una via di uscita condivisa

    Duro il commento in aula del consigliere Lilli Lauro Pdl che invita il Sindaco a dimettersi.

    Qui l’approfondimento sulle motivazioni che hanno portato alla decisione della Provincia.

     

    “La decisione dei tecnici dell’ente è stata annunciata dal commissario Piero Fossati che ha detto “rispetto ai documenti e ai dati presentati i nostri tecnici hanno valutato che allo stato attuale non sia possibile prorogare il conferimento nella discarica”. L’eventuale prosecuzione temporanea dell’attività di Scarpino, solo per i rifiuti del capoluogo, potrebbe essere consentita esclusivamente da un’ordinanza specifica e urgente che il sindaco Marco Doria ha facoltà di adottare per motivi di salute pubblica.”, così si legge nel comunicato.

    “Per lo smaltimento di 180 tonnellate giornaliere di rifiuti dagli altri Comuni del territorio provinciale genovese, secondo quanto reso noto dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria, è disponibile l’impianto di Boscaccio a Vado Ligure, sulla base di un accordo di programma elaborato dalla Giunta regionale. Lo stesso Dipartimento ha informato intanto Provincia e Comune che nei prossimi  giorni arriveranno a Genova anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.

    Il sindaco Marco Doria dovrebbe ora firmare il documento che consentirà di non interrompere il conferimento dei rifiuti in discarica. Ma l’emergenza, ovviamente, rimane.

     

  • Silos Bosco Pelato, San Fruttuoso: a breve l’ok del Comune, ma conviene ancora costruire?

    Silos Bosco Pelato, San Fruttuoso: a breve l’ok del Comune, ma conviene ancora costruire?

    san fruttuoso 3Nuova puntata nella pluriennale storia del silos di Bosco Pelato, quel piccolo polmone verde tra piazza Solari e via Amarena, sopravvissuto alla speculazione edilizia degli anni ’60 e che i proprietari della Fondazione Contubernio D’Albertis vorrebbero monetizzare attraverso la realizzazione di un multiparcheggio. Il progetto risale a 7 anni fa ma fu bloccato da una sospensiva alla concessione per la costruzione da parte dell’Amministrazione, anche grazie all’attivismo del Comitato per la protezione di Bosco Pelato da sempre contrario allo sbancamento della collina. A fine gennaio, inoltre, la proprietà aveva ricevuto da parte degli uffici comunali un pre-avviso di diniego all’autorizzazione per la costruzione qualora non fosse stata prevista una riduzione di volumi.

    «Gli uffici comunali – spiega Luca Motosso rappresentate del Comitato – non si erano accorti o avevano fatto finta di non accorgersi che anche il piano urbanistico precedente non avrebbe consentito la realizzazione di un silos con 5 piani seminterrati. Un cavillo, se così vogliamo definirlo, che avrebbe consentito a Tursi di bloccare definitivamente l’opera senza pagare un euro di danno». E così probabilmente sarebbe stato se non fosse arrivata la variante che riduce il silos di un piano e diminuisce i box da 152 a 123. «In realtà, la D’Albertis aveva presentato ricorso al Tar contro il Comune perché non concedeva il permesso a costruire ma la stessa proprietà aveva due volte chiesto in udienza il rinvio prendendo tempo fino a gennaio, quando il Comune ha inviato il pre-avviso di diniego». A quel punto il ricorso al Tar è stato ritirato ed è stata presentata la variante.

    san fruttuoso 2Ma le criticità secondo i cittadini sono sostanzialmente invariate e riguardano soprattutto le problematiche idrogeologiche e la sicurezza per i bambini di due scuole che sorgono nelle immediate vicinanze. «Abbiamo presentato le nostre osservazioni anche al nuovo progetto – prosegue Motosso – perché secondo noi il progetto iniziale eccedeva quanto previsto dalla norma per ben due piani e non uno solo. Inoltre, riteniamo anche di non essere in presenza di una variante ma di un vero e proprio nuovo progetto per cui dovrebbe essere necessario ricominciare l’iter in Giunta, Commissione e Consiglio e non limitarsi solamente al nulla osta degli uffici comunali. Infine, sarebbe opportuno verificare al meglio la convenzione in essere tra pubblico e privato perché a nostro avviso non può essere considerata valida benché firmata».

    Dal punto di vista idrogeologico, invece, il Comitato sostiene di aver evidenziato un rivo sotterraneo non mappato ma rilevato da studi privati commissionati a professionisti del settore per cui gli stessi cittadini si sono autotassati. «Il vicesindaco dice che problemi non ce ne sono ma non ce ne saranno fino a che non dovesse succedere qualche disastro».

    Bernini, dal canto suo, risponde che le analisi realizzate hanno tutt’al più evidenziato la presenza di una falda acquifera che, tuttavia, con la realizzazione del silos verrebbe tranquillamente messa in sicurezza.

    «Se negli anni le costruzioni della zona hanno deviato il corso d’acqua che abbiamo rilevato – controbatte Motosso – non è possibile saperlo con certezza, ma non è neanche possibile sapere con certezza che questo corso d’acqua non esista più. Almeno finché non ci metteranno nero su bianco le controprove anche perché nel passato, in occasioni di forti piogge, la presenza di un rivo sotterraneo era testimoniata da frequenti allagamenti della zona che hanno comportato alcune modifiche alla pendenza della stessa».

    La questione Bosco Pelato in Consiglio comunale: conviene costruire?

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-DIeri la questione è approdata nuovamente in Consiglio comunale, attraverso un duplice articolo 54 dei consiglieri Guido Grillo (Pdl) e Pierclaudio Brasesco (Lista Doria) che hanno chiesto chiarimenti al vicesindaco in merito al nuovo progetto del silos che sembrerebbe essere comunque meno invasivo.  «La parola fine al percorso di questo progetto non può ancora essere posta – ha risposto il vicesindaco Stefano Bernini – perché gli uffici stanno valutando la variante presentata dalla proprietà. La convenzione è già stata firmata e dunque il progetto dovrebbe tornare in Giunta e in Consiglio solo se le modifiche proposte non stessero dentro le normative generali che riguardano l’edilizia privata. È evidente che se non esistono elementi certi per il rigetto, un eventuale mancato accoglimento della variante potrebbe far insorgere una causa legale».

    La sensazione che emerge dalle parole del vicesindaco è, dunque, che il via libera da parte degli uffici tecnici non possa più essere rimandato, anche perché in caso contrario la controparte avrebbe gioco facile in un eventuale ricorso al Tar. Ma il Comitato per la protezione di Bosco Pelato ha ancora una speranza, neppure troppo flebile, ovvero che non si trovi più chi sia disposto a costruire il silos. Secondo quanto riportato dallo stesso Bernini, infatti, sono state ritirate le fidejussioni inizialmente presentate dalla proprietà per la costruzione e, al momento, sembrano non esserci altri soggetti in grado di presentare le necessarie garanzie economiche per procedere ai lavori. In effetti, nei setti anni che sono passati dall’ideazione del progetto ad oggi il prezzo di mercato per i box auto è crollato vertiginosamente come hanno mostrato anche altre situazioni cittadine (via Montezovetto, su tutte) e non è detto che il silos di Bosco Pelato sia più un intervento economicamente sostenibile per un privato.

    Simone D’Ambrosio