Tag: consiglio comunale genova

Tutti gli articoli e gli aggiornamenti dal Consiglio Comunale di Genova. Diretta Twitter delle sedute in Aula Rossa

  • Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    slotmachineL’Italia rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo e, a fronte del 1% della popolazione, oltre il 4,4% del mercato mondiale con il triste primato del 23% delle giocate totali online. La spesa pro capite (calcolata sulle persone maggiorenni) in giochi con premi in denaro è di 1700 euro all’anno: una piaga che si diffonde soprattutto sulle fasce marginali della società e sui giovani. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto della Società italiana di pediatria che denunciano come un giovane su cinque tra i 12 e i 18 anni, pari a circa 800 mila adolescenti, gioca online o frequenta con abitudine una sala da gioco, senza che le famiglie ne siano al corrente. Un dato che sale a 1,2 milioni di ragazzi se si considera l’intera fascia dei minorenni.

    I ricavi che lo Stato percepisce con la tassazione di questo settore non seguono l’incremento esponenziale del gioco d’azzardo: se, infatti, nel 2004 a fronte di un giro di affari di 24 miliardi di euro lo Stato ne incassava 7,7, nel 2014 a fronte di un ricavo complessivo di 88,6 miliardi nelle casse pubbliche sono entrati poco più di 6 miliardi.

    Ma, al di là dell’aspetto meramente economico, senza considerare il gioco sommerso e gli affari delle mafie, ciò che più preoccupa sono le ripercussioni sociali e sanitarie: secondo quanto disposto dal decreto Balduzzi, il gioco d’azzardo patologico è stato incluso nei livelli essenziali di assistenza e la legge di stabilità 2015 stanzia 50 milioni di euro per l’assistenza di questo settore in cui, si stima, rischi di incappare un italiano su tre. La cifra importante stanziata dal governo, sintomatica dell’attenzione che si dovrebbe porre verso questa piaga, è tuttavia irrisoria nei confronti dell’onere complessivo che la cura per il gioco patologico d’azzardo fa ricadere sulla collettività: si parla di costo annuo medio di 38 mila euro per paziente, pari a un totale che tra i 5,5 e 6,6 miliardi di euro. Si stima che il gioco d’azzardo sia la causa di almeno il 10% delle separazioni coniugali e che i suicidi tra i giocatori siano 4 volte superiori rispetto al resto della popolazione: a ciò si aggiungono altri costi sociali come il deterioramento della qualità di vita, l’indebitamento, la perdita della casa, del lavoro e la maggiore permeabilità ad altre dipendenze.

    A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri. Lo scorso anno, durante la giornata mondiale di sensibilizzazione, venivano stimati in oltre 1350 gli esercizi cittadini in cui fosse possibile il gioco d’azzardo e quasi una sessantina le sale specializzate. Non deve stupire, allora, che il Comune di Genova sia in prima linea per il contrasto a questa piaga sociale.

    Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione bipartisan presentata dai consiglieri Nicolella (Lista Doria) e Campora (Pdl) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta cittadina contro il gioco d’azzardo –  per dire ancora una volta no alla proliferazione del gioco d’azzardo in città e per dare seguito ai risultati positivi che si sono riscontrati dopo l’approvazione del Regolamento comunale sulle sale da gioco e giochi leciti.

    La mozione si scaglia contro il disegno di legge che giace in Parlamento e che, secondo quanto emerso finora, potrebbe cancellare gli effetti positivi del Regolamento comunale che contrasta la diffusione delle sale da gioco soprattutto in riferimento ai luoghi sensibili (in particolar modo le scuole e altri spazi pubblici frequentati da bambini e giovani), individuando un raggio d’azione di 300 metri all’interno del quale non possono essere aperte sale da gioco, che scende a 100 metri per quanto riguarda sportelli bancari, agenzie di credito, banchi di pegni e compro oro. Accogliendo l’appello della Consulta comunale, il documento impegna sindaco e giunta a farsi parte attiva presso il Governo affinché la nuova normativa mantenga “le facoltà dei Comuni di imporre vincoli, obblighi e controlli sugli esercizi connessi al gioco d’azzardo”, introduca “norme a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza” in particolare riguarda alla pubblicità e all’acceso dei locali in cui si gioca, istituisca un fondo finalizzato al contrasto del gioco patologico.

    «Il Comune di Genova deve farsi portavoce di questa battaglia – spiega Nicolella – un po’ perché questa amministrazione è stata tra le prime a produrre un atto fortemente incisivo per il contenimento della diffusione del gioco d’azzardo e un po’ perché la storia ci racconta che la prima normazione del fenomeno è arrivata propria dalla Repubblica di Genova, che istituì un banco di raccolta delle giocate che erano molto diffuse per scommettere sui nomi notabili che sarebbero stati estratti per far parte del Senato, come era consuetudine nella Repubblica».

    «Come Giunta – commenta l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – abbiamo espresso convintamente il nostro parare favorevole perché si tratta di una battaglia di civiltà che non possiamo non appoggiare. A fronte di una limitazione del numero dei concessionari su scala nazionale, la nuova normativa in via di definizione sembra andare nella direzione di una delegittimazione delle amministrazioni locali nella disciplina del fenomeno. Quindi il nostro regolamento comunale ma anche la legge regionale sarebbero a rischio». Un ostacolo notevole, soprattutto nell’ottica di una possibile imposta addizionale comunale proprio sui proventi dalla tassazione sul gioco d’azzardo che la stessa Fiorini starebbe mettendo a punto d’intesa con l’assessorato al Bilancio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Mancano più di 20 milioni al bilancio previsionale 2015 prima di approdare in aula. Lo ha detto ieri pomeriggio l’assessore Miceli rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo. «Se chiudessimo oggi il bilancio – ha dichiarato Miceli – avremmo un plafond di spesa per i servizi che ammonterebbe al massimo a 75,6 milioni di euro». Una cifra che, appunto, risulterebbe molto inferiore rispetto alle disponibilità degli anni precedenti che hanno sfiorato i 100 milioni di euro (98,5 a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 nel 2014) e che rappresentano il limite minimo di sopravvivenza per il mantenimento di tutti i servizi, soprattutto in campo sociale, di cui si fa carico il Comune.

    Tuttavia, questo gap potrebbe essere riempito entro la fine della settimana dal governo con lo stanziamento del fondo per il compensamento dei mancati introiti dovuti alla riduzione dell’Imu-Tasi. «Finalmente – commenta l’assessore Miceli – sembra che il governo si sia reso conto della situazione drammatica che dovrebbero affrontare più di 1800 Comuni se non venisse ufficializzata questa copertura». Dal 2008 al 2013 i Comuni italiani, che rappresentano il 7,6% della spesa pubblica e il 2,3% del debito dello Stato, hanno partecipato alla spending review per 18 miliardi di euro: il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Fassino ha ribadito ieri in Senato la necessità di invertire la rotta perché, come sottolineato anche dalla Corte dei conti, «i tagli agli enti locali sono insostenibili e sproporzionati rispetto a quelli previsti per l’amministrazione centrale».

    A livello nazionale, nel 2015 sono stati previsti 3,1 miliardi di tagli ulteriori sulla spesa pubblica del 2014: 100 milioni per la legge di stabilità 2013, 125 per il mancato stanziamento del fondo Imu-Tasi, 563 della vecchia finanziaria, 1,2 per i tagli della legge di stabilità, 171 milioni per il mancato recupero del gettito Imu sui capannoni e 150 milioni per l’Imu sui terreni agricoli.

    Tutto ciò per il Comune di Genova si riflette in 57,2 milioni in meno di trasferimenti (qui l’approfondimento): 27,5 da minori introiti Imu-Tasi, 23,7 milioni dalla legge di stabilità 2015 e 6 milioni da tagli di precedenti finanziarie. «Questo quadro – commenta Miceli- al momento della prima stesura di bilancio, ci portava ad avere un plafond disponibile per i servizi di appena 20 milioni». Una cifra irrisoria che, nel frattempo, è cresciuta ma non ancora a sufficienza. Se il bilancio previsionale, che consentirebbe al Comune di uscire dall’esercizio provvisorio in cui non si può spendere più di 1/12 al mese per ogni direzione rispetto a quanto speso nel 2014, venisse chiuso oggi, il plafond disponibile ammonterebbe a 76,5 milioni: 5 milioni sono arrivati da maggiori entrate del gettito Imu, 7 milioni da risparmi sulle spese, 2,6 milioni di oneri di urbanizzazione utilizzabili in parte corrente, 20 milioni di avanzo dal bilancio consuntivo 2014 e 21 milioni di euro dalla diminuzione dell’accantonamento per il fondo di svalutazione crediti come concesso dalla legge di stabilità (questa posta, tuttavia, andrà coperta entro la chiusura del bilancio consuntivo 2015 per non avere un disavanzo).

    «A questo punto – conclude l’assessore – con gli uffici saremmo pronti a chiudere il bilancio (che, per legge, va approvato entro il 31 maggio, ndr) in qualsiasi momento ma attendiamo che il governo comunichi l’esatto ammontare del fondo di compensazione per il mancato gettito Imu-Tasi, cifra che ci consentirà di raggiungere un plafond tale da assicurare servizi indispensabili per la città».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    Comune di Genova, tagli alle società partecipate per effetto della legge di stabilità

    palazzo-tursi-D4Ammontano a circa 1,7 milioni di euro i risparmi stimati dal processo di razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova, approvato lunedì pomeriggio dalla Giunta. Una delibera che arriva sul filo del rasoio per rispettare i tempi imposti dalla legge di stabilità che obbliga gli enti pubblici a sfoltire le partecipazioni dirette o indirette in altre società, eliminando le attività non indispensabili, sopprimendo realtà con un organigramma composto solamente da un amministrazione o con più amministratori rispetto ai dipendenti, procedendo ad aggregazioni strategiche in funzione dei compiti svolti e in ottica di riduzione dei costi. L’obiettivo dichiarato del governo Renzi è il taglio netto delle partecipazioni pubbliche dalle attuali 8 mila a circa mille, entro la fine del 2015. Gli enti locali hanno tempo fino al 31 marzo per approvare un piano di razionalizzazione da inoltrare alla Corte dei conti e da rendere massimamente trasparente. Entro il 31 marzo 2016, toccherà poi fare il punto consuntivo su quanto attuato nei prossimi mesi.

    Per quanto riguarda Tursi, 17 sono le società interessate (su un totale che al momento supera la cinquantina) a vario titolo da questo processo di riorganizzazione. «L’obiettivo – commenta l’assessore al Bilancio Francesco Miceli– è quello di evitare inutili dispendi di risorse, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello della semplificazione. In sostanza, abbiamo cercato di ripulire il sistema delle partecipate del Comune di Genova da quelle caselle che, obiettivamente, non hanno ragione di esistere». Il tutto senza incidere in maniera negativa su alcun posto di lavoro.

    Gli interventi più significativi riguardano le società partecipate indirettamente, ossia possedute a cascata da altre partecipate dirette di Tursi. È il caso, ad esempio, di Genova Car Sharing, 100% partecipata di Genova Parcheggi, il cui servizio sarà alienato entro giugno 2016 con clausola sociale a garanzia dei 4 dipendenti, per un risparmio di circa 120 mila euro su base annua.

    Tra le società controllate direttamente da Tursi, invece, chiudono ufficialmente i battenti Themis (che si occupa dell’organizzazione di corsi per i dipendenti della pubblica amministrazione e di cui il Comune detiene poco meno del 70% della proprietà) e Ri.genova (poco meno del 75%). Per quanto riguarda la prima, il cui servizio di formazione sarà inglobato dagli uffici comunali, è prevista la liquidazione entro fine anno, con un risparmio strutturale di 100 mila euro: i 3 dipendenti passeranno alla Fondazione Fulgis, scuola d’eccellenza finanziata totalmente del Comune. Anche Ri.Genova, società che si occupa di riqualificazione e recupero edilizio e compartecipata da I.R.E. (controllata al 100% da Regione Liguria), verrà estinta entro fine anno: il patrimonio di competenza del Comune sarà conferito a Spim, conservando la possibilità di future collaborazioni con I.R.E. soprattutto per progetti di social housing.

    rifiuti-amiuDuplice l’interesse della riorganizzazione per quanto riguarda Amiu. La delibera, infatti, prevede l’estinzione a vario titolo di ben 6 società controllate: Isab, Ecolegno, Quattroerre, Ceryac, Liguriaambiente, Refri. Ma nel documento viene menzionato anche il futuro dell’azienda madre: ripercorrendo quanto già previsto dalla famosa delibera di novembre 2013 (qui l’approfondimento), il Comune ribadisce la necessità dell’ingresso di un socio privato tramite “operazioni di aggregazione societaria” che consentano di far mantenere in capo ad Amiu l’unitarietà del ciclo dei rifiuti di Genova e soprattutto di finanziare il nuovo piano industriale. Non si parla nel dettaglio né del bacino di servizio né del mantenimento di una maggioranza di controllo pubblico che, tuttavia, l’assessore Miceli conferma essere l’orientamento attuale. Sostanzialmente nulla di nuovo, dunque, ad eccezione dei tempi: viene, infatti, messo nero su bianco che l’operazione dovrà essere definita entro fine anno.

    La delibera dedica una particolare attenzione anche al futuro di Fiera di Genova e Porto Antico, invitando le due società “a valutare la possibilità di sviluppare sinergie collaborative (ad esempio nella gestione comune di contratti per attività o forniture similari) per future aggregazioni”.

    Tra le altre semplificazioni, vanno citate l’uscita dalla proprietà di Sistema turistico locale del genovesato, il passaggio a Spim (100% proprietà del Comune) della partecipazione in SGM (Società per la Gestione del Mercato ortofrutticolo di Bolzaneto) , la liquidazione entro il 2017 della San Bartolomeo (società legata alla progettazione della ristrutturazione dello storico Convento di SS Giacomo e Filippo) e di SVI (Società Vendite Immobiliari) non appena concluso il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Confermato anche il recesso unilaterale da Stazione Marittime, che frutterà 1,1 milione di euro una tantum e l’inglobamento di Marina Fiera di Genova in Fiera di Genova s.p.a.

    Citazione a parte per la Tunnel di Genova srl: il Comune, infatti, ha deciso di aderire alla proposta di acquisto del 50% della società detenuto da Autorità portuale; Tursi assumerà così il controllo totale dall’azienda che entro la fine dell’anno verrà incorporata in un’altra partecipata (Spim o la sua controllata Tono).

    Unica scatola vuota che viene mantenuta ancora in vita è la società Nuova Foce srl, controllata al 100% da Spim: «Si tratta di una realtà nuova – specifica Miceli – che abbiamo scelto di lasciare in vita, ancorché attualmente vuota, perché sarà il veicolo delle riqualificazioni delle aree passate da Fiera di Genova al patrimonio del Comune».

    Il processo di riorganizzazione delle partecipate non si ferma qui. Molto dipenderà da un’altra corposa delibera che dovrebbe arrivare al vaglio della giunta nel giro di un mese e riguarda le linee di indirizzo per il personale delle partecipate, soprattutto in ottica di cessioni di rami d’azienda e conseguente mobilità di dipendenti pubblici. E poi c’è sempre la scure della gara regionale che pende, ormai da tempo immemore, sul futuro di Amt (in delibera viene menzionata solo la liquidazione di Amt Progetti, partecipata al 100% di fatto inattiva dalla costituzione) e che vede allungare i tempi sempre più a dismisura rendendo difficile una soluzione entro fine anno (data di scadenza della proroga del contratto di servizio per il trasporto pubblico).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)Il Consiglio comunale dice sì alla legalizzazione della marijuana. E lo fa approvando a maggioranza assoluta una mozione presentata dalle sinistre della Sala Rossa (Lista Doria, Sel, Fds e il civatiano Gianpaolo Malatesta) che impegna sindaco e giunta ad attivare un percorso di legalizzazione dei derivati della cannabis contrastando il narcotraffico e favorendo iniziative di informazione e prevenzione sugli effetti nocivi dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Visibile la soddisfazione di Marianna Pederzolli – la più giovane in Sala Rossa e vero e proprio deus ex machina del documento – per l’esito di una votazione per nulla scontata. «Il dibattito sulle droghe – ha sostenuto la consigliera – va liberato dalle solite tensioni moralistiche e dialogiche: è giunto il momento che il confronto molto avanzato nella società civile trovi spazio anche nelle aule istituzionali. Ed è giusto farlo partendo proprio da Genova, ultima città ad aver ospitato una vera Conferenza governativa sulle droghe in Italia nel 2000 e capoluogo di una della prime Regioni ad aver approvato una legge sull’uso terapeutico di medicinali a base di cannabinoidi».

    Oggi, di fatto, la cannabis è già “libera” (ed è legale a tutti gli effetti per quanto riguarda l’uso terapeutico, qui l’approfondimento): l’uso è particolarmente diffuso ma circola in maniera sommersa, senza controlli di qualità. Ma se venisse tolto il fascino del proibito, probabilmente, oltre ad avere un maggiore controllo si riuscirebbe anche a ridurne il consumo, lavorando in maniera seria su politiche di informazione circa gli effetti dell’uso e abuso delle droghe leggere (qui l’approfondimento). «Quello che proponiamo – prosegue la consigliera di Lista Doria – non è nulla di rivoluzionario o eversivo: ci sono esperienze diffuse di legalizzazione in Europa e oltre Oceano. Da noi, invece, la discussione rimane ferma perché non fa breccia nei luoghi istituzionali».

    Qualcosa, in realtà, si sta muovendo anche a livello nazionale, attraverso incontri e condivisioni bipartisan ma soprattutto la nascita di un intergruppo parlamentare che lavorerà ad una proposta di legge per regolamentare l’uso della marijuana anche in Italia, con un nuovo impianto antiproibizionista come già tentato da alcuni disegni di legge che giacciono inascoltati in Camera e Senato. Un passo non più procrastinabile di fronte a dati che stimano un possibile ricavo di 5,5 miliardi di euro all’anno dalle imposte derivanti dalla vendita legale di marijuana. Senza considerare il fatturato annuo di circa 10 miliardi che deriva alle mafie dal traffico illecito delle sostanze stupefacenti, terza voce di guadagno per la criminalità organizzata.

    «Un’altra conseguenza delle norme proibizioniste con cui finora si è affrontato il tema in Italia – ha sostenuto Pederzolli – è stato il sovraffollamento delle carceri per cui il nostro Paese è stato più volte richiamato dalla Corte Europea di Strasburgo: al 31 dicembre 2013 erano 24,273 i detenuti per reati previsti dalla legge in materia di stupefacenti, circa la metà della popolazione carceraria totale, di cui il 40% implicato in reati connessi alle droghe leggere».

    È stato lo stesso sindaco ad esprimere il consenso della giunta al documento presentato dai consiglieri. «Nessuno mette in dubbio che le droghe leggere e pesanti facciano male – ha detto il primo cittadino – ma il punto è capire quali siano le norme, i comportamenti e le scelte per contrastare la diffusione di qualcosa che fa male. Il proibizionismo ha fallito e l’impianto normativo esistente (la famosa legge Fini-Giovanardi, ndr) è stato dichiarato incostituzionale, ha alimentato la crescita dell’illegalità e ha creato un dispendio di energie eccessivo e infruttuoso da parte delle forze dell’ordine. Un bilancio che rende evidente come la linea politica vada cambiata, senza naturalmente attenuare il nostro impegno nella lotta alla criminalità organizzata».

    Voti contrari sono arrivati solo da Rixi (Lega Nord), Balleari e Campora (Pdl). Da registrare qualche assenza più o meno strategica al momento del voto di alcuni consiglieri del Pd (Caratozzolo, Lodi, Vassallo e Veardo su tutti), dell’Udc e del Gruppo Misto. Astenuto solo Claudio Villa (Pd) mentre al raggiungimento dei 23 voti favorevoli hanno contribuito i sì compatti del M5S, di Enrico Musso e di Guido Grillo (Pdl).

    La mozione che, come spesso accade quando in Consiglio comunale vengono trattate tematiche a più ampio respiro, rischia di essere soprattutto una mossa politica ma lascia sostanzialmente il tempo che trova sul piano nazionale, contiene alcuni riflessi concreti per quanto riguarda il contesto genovese. Nel dispositivo, infatti, si prevede la costituzione a livello cittadino di una Consulta, sull’esempio di quella esistente dedicata al gioco d’azzardo, che elabori strategie di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e informazione sull’uso problematico e abuso di sostanze stupefacenti.
    «Parallelamente al percorso di legalizzazione – commenta Pederzolli – è necessario promuovere investimenti volti all’educazione, rafforzando l’intervento delle agenzie educative, sociali e sanitarie rispetto ai fenomeni di consumo problematico e abuso, soprattutto nella popolazione giovanile, coinvolgendo gli operatori sociali che da anni sono impegnati sul territorio e raccogliendo l’eredità delle battaglie politiche, sociali e culturali portate avanti da don Andrea Gallo, dalla Comunità di San Benedetto e dal Sert».

    «Su questo il Comune può fare qualcosa – ammette il sindaco Doria – e, anzi, lo sta già facendo. La mozione ci esorta a essere più incisivi nell’informare i cittadini, gli studenti in particolare, sui rischi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti attraverso percorsi di formazione che coinvolgano le scuole, il sistema sanitario, le agenzie educative. Questo è qualcosa che può essere fatto a prescindere dalla legislazione nazionale: troveremo i modi più corretti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    Chiude il “Diurno” di De Ferrari: stop a docce calde e ristoro per i senza tetto

    homeless1Tempi lunghi per la riapertura del Diurno di piazza De Ferrari, l’unico servizio pubblico in città che garantiva ai cittadini più bisognosi la possibilità di una doccia calda e un po’ di ristoro dal clima invernale. “Il diurno resterà chiuso da martedì 24 febbraio a lunedì 2 marzo” recita un cartello dietro la saracinesca che blocca l’ingresso al sottopassaggio di largo Pertini. Ma quella settimana di sospensione si è allungata a dismisura e al momento risulta impossibile prevedere una riapertura. Eppure nelle pagine del sito ufficiale del Comune si leggono ancora (beffardamente) gli orari di servizio: martedì, mercoledì, giovedì dalle 14 alle 18,30, venerdì, sabato e domeniche alterne dalle 8 alle 12.30. Erano circa 130 le persone che ogni giorno frequentavano le 14 docce, 2 vasche da bagno e servizi igienici gratuiti di piazza De Ferrari, per un totale di 16900 accessi nel 2014 e 3200 da inizio 2015. I costi annuali per il mantenimento del servizio per il bilancio comunale ammontano a 278 mila euro di cui metà per il personale e metà per il funzionamento: molto onerose, infatti, sono le utenze che vanno al di là di ogni canone di risparmio energetico con 48 mila euro spesi per l’acqua, 44 mila per il gas e 41 mila per la luce.

    «Il Diurno – ha spiegato ieri in Consiglio comunale l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi, rispondendo a tre articoli 54 dei consiglieri Villa (Pd), De Pietro (M5s) e Padovani (Lista Doria) – è stato chiuso per problemi di sicurezza legati a una botola all’entrata, all’ostruzione dell’uscita di sicurezza (di cui si dovrebbe servire anche il Teatro Carlo Felice, ndr) e al sistema di areazione». Circa 15 mila euro i costi preventivati per il ripristino necessario alla riapertura. «Ma non siamo sicuri che questi adeguamenti possano essere sufficienti – ha ammesso Fracassi – tanto che stiamo studiando alcune alternative per la riapertura nel breve periodo e per la definitiva sistemazione nel medio-lungo periodo, nella convinzione che la città non possa fare a meno di questo servizio».

    «L’igiene personale – rafforza il concetto il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – ha a che fare con i bisogni primari per la dignità della persona. Non possiamo lasciare i nostri concittadini maggiorente in difficoltà senza la possibilità di esercitare un proprio diritto».

    Le strade percorribili nei prossimi giorni, affinché i cittadini più bisognosi possano nuovamente avere a disposizione una doccia calda senza accalcarsi nei servizi resi disponibili da alcune associazioni gravitanti principalmente nel centro storico (qui l’approfondimento), sono diverse; certo è che l’amministrazione deve serrare i tempi. La prima opzione, proposta dal consigliere Stefano De Pietro e in corso di verifica da parte dell’amministrazione, chiama in causa Bagni Marina: «La dottoressa Morgano (a.d. di Bagni Marina, ndr) – ha detto l’assessore Valeria Garotta – ha dato la propria disponibilità a patto che il Comune assicuri il pagamento delle utenze. Nei prossimi giorni faremo un sopralluogo per capire se è effettivamente possibile mettere in partica quello che sarebbe un buon esempio di solidarietà tra le aziende pubbliche». Si tratterebbe però di una soluzione ponte, intanto perché la stagione balneare si avvicina, ma soprattutto perché le docce in questione normalmente non erogano acqua calda e, comunque, non sono collocate in locali riscaldati.

    Le seconda ipotesi riguarda l’utilizzo dell’altro diurno di piazza De Ferrari: «Tempo fa – spiega l’assessore Fracassi – era stato fatto un preventivo di ristrutturazione di 400 mila euro per la realizzazione di un bar all’interno di un progetto sociale. Riprenderemo in mano il preventivo per capire se si possono fare lavori minimali di messa in sicurezza e aprire un doppio servizio, da un lato per le fasce deboli della popolazione, dall’altro, come già in progetto, per i turisti».

    La terza strada chiama in causa una ricognizione dei diurni chiusi negli altri quartieri cittadini: in particolare, si è parlato di una struttura, ristrutturata poco prima della dismissione, in via del Fossato. C’è poi la possibilità di un accordo con il terzo settore che, attraverso appositi finanziamenti pubblici recuperati dalle spese vive risparmiate per il Diurno di De Ferrari, potrebbe ampliare i servizi che già quotidianamente offre all’interno del patto di solidarietà per i cittadini senza dimora.

    L’ultima ipotesi resta, naturalmente, quella di realizzare i lavori di ripristino del servizio in piazza De Ferrari. Ma l’assessore Fracassi sembra considerarla come la meno percorribile. «Non capisco come il Comune non possa trovare 15 mila euro per tamponare questa situazione di emergenza e riaprire il diurno» ha commentato il consigliere Claudio Villa, che ha anche aggiunto: «Le difficoltà della struttura erano già state sollevate in una relazione tecnica del dicembre 2013, mi chiedo perché nel frattempo non sia stato fatto nulla».

    E sul medio-lungo periodo? La domanda non ha trovato risposta nelle parole dell’assessore Fracassi e il punto interrogativo rischia di rimanere ancora per molto tempo. «I tempi sono lunghi – commenta il consigliere Padovani – ma dobbiamo assolutamente trovare delle alternative perché Genova deve continuare a essere orgogliosa del proprio welfare e della propria capacità di dare risposte ai diritti di tutti i cittadini».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    Erzelli, da parco tecnologico a cittadella della medicina. Il Comune spinge per il nuovo ospedale di Ponente

    ericsson-erzelli-d6Da Parco scientifico e tecnologico a vera e propria cittadella della medicina. Potrebbe essere questo il nuovo futuro della collina degli Erzelli. Con una decisione di giunta, infatti, il Comune mette pressione alla Regione affinché venga chiuso nel più breve tempo possibile il percorso per decidere la collocazione definitiva del nuovo ospedale di Ponente e dei suoi previsti 500 posti letto. La speranza è di poter giungere alla sigla di un accordo di programma nel giro di due mesi e, comunque, prima che la tornata elettorale blocchi qualsiasi decisione da parte della Regione. Una scelta che riguarda il diritto di accesso alle cure di oltre 330 mila abitanti, pari a circa la metà della popolazione della Città Metropolitana (oltra al ponente genovese sarebbero direttamente interessati tutti i Comuni della Valle Stura, dell’alta Valle Scrivia e dell’alta Valpolcevera), escluso il Tigullio che appartiene a un’area del servizio sanitario a sé stante. «È una scelta che dobbiamo accelerare – ha dichiarato il vicesindaco Stefano Bernini – se non altro per una questione di equità di trattamento sanitario di una parte della città che risente anche di maggiori rischi per gli insediamenti lavorativi che la caratterizzano».

    Con la decisione di giunta presa ieri, si dà il via libera al percorso di condivisione con i Municipi coinvolti e i Comuni della Città Metropolitana sulla destinazione del nuovo ospedale. La situazione è alquanto immobile da parecchio tempo. Già quasi un anno fa avevamo raccontato di come la scelta fosse ormai limitata al ballottaggio tra Villa Bombrini e la collina di Erzelli. Ma la predilezione di Tursi per l’area sestrese è evidente, come traspare dalle parole di Bernini: «Abbiamo la necessità di individuare almeno 60 mila metri quadrati di spazi – spiega il vicesindaco – per cui a Cornigliano andremmo a estinguere tutte le disponibilità nell’area della Villa, peraltro confinanti con attività siderurgiche e quindi con annessi problemi di bonifica, di inquinamento acustico e di scavi per realizzare parcheggi interrati. Inoltre, ci troveremmo nel cono aereo dell’aeroporto con l’impossibilità di innalzare il nuovo monoblocco oltre il 4° piano». Insomma, l’ospedale a Villa Bombrini rischierebbe di essere molto sacrificato, considerata anche la vocazione industriale e portuale delle aree limitrofe e il nuovo impianto di trattamento fanghi che dovrebbe essere realizzato in zona ex Ilva. Un problema assolutamente assente agli Erzelli dove, secondo uno studio di fattibilità della Regione, sono state individuate addirittura tre possibili collocazioni per la nuova struttura e una quarta potrebbe nascere in seguito a una revisione dello Schema di Assetto Urbanistico dell’area, una volta confermati i trasferimenti di Esaote-Elemaster e della Facoltà di Ingegneria.

    erzelli-sestri-ponente-d9«Il sogno – guarda avanti Bernini – è quello di realizzare sulla piana degli Erzelli un’agorà dove si fa cura ma anche ricerca scientifica e tecnologica intorno al miglioramento delle capacità di cura. Genova potrebbe diventare una città pilota in questo campo creando una vicinanza fisica tra il nuovo ospedale, l’attività biomedicale di Esaote-Elemaster e la ricerca tecnologica dell’IIT che potrebbe trasferire qui il suo comparto sanitario. Si tratterebbe di un’alternativa al polo scientifico tecnologico più adeguata agli sviluppi e connessa con le competenze della città che altrimenti rischieremmo di non valorizzare». E, facendo un po’ di fanta-urbanistica, perché non pensare anche a un trasferimento della Facoltà di Medicina?

    Provocazioni a parte, resta comunque da definire tutta la partita dei finanziamenti per il nuovo ospedale che chiamano in causa in primo luogo la Regione e che la decisione di Giunta assunta ieri a Tursi non manca di sottolineare. A De Ferrari, infatti, sembrano tutti decisi a puntare forte sul Galliera bis, per cui per l’ospedale di Ponente resterebbero al momento pochi spiccioli. «Nell’accordo di programma per il nuovo ospedale – non manca di sottolineare Bernini – dovranno essere dettagliate anche le fonti economiche». Oltre ai fondi Fas europei che con tutta probabilità verranno dettagliati nel prossimo ciclo amministrativo regionale, parte dei finanziamenti deriverà dalla dismissione e rivalorizzazione degli attuali plessi ospedalieri: si parla di una parte consistente di Villa Scassi, esclusi probabilmente solamente i padiglioni 9 e 9b di più recente ristrutturazione e che resteranno a vocazione sanitaria, e del plesso sestrese di Padre Micone con le relative variazioni di destinazione d’uso che potrebbero entrare a far parte già del prossimo accordo di programma tra gli enti.

    Un altro punto a favore della collina sestrese è rappresentato dalla proprietà dell’area: se Villa Bombrini chiamerebbe in causa almeno per un 30% degli spazi l’acquisto di aree private, due ipotesi su tre agli Erzelli sarebbero interamente in area pubblica mentre la terza potrebbe facilmente diventarlo attraverso una permuta di terreni limitrofi con Ght.

    Nessun ostacolo neanche dal Puc (ma in questo caso non ve ne sarebbero neppure per Villa Bombrini), dato che la destinazione d’uso a servizi è inseribile in qualsiasi zona della città.

    erzelli-d10L’unico grande problema di Erzelli riguarda gli accessi, soprattutto per il trasporto pubblico ma anche per quello privato, dal momento che il nuovo ospedale dovrà essere facilmente raggiungibile anche attraverso l’autostrada e la viabilità urbana. «Ma Erzelli non è il Monte Bianco – dice l’assessore a Mobilità e Trasporti, Anna Maria Dagnino facendo propria una battuta del sindaco – e il sistema di trasporti per raggiungere la collina è qualcosa di governato e governabile in quanto in buona parte già impostato». Se il trasporto su gomma è in fase di ottimizzazione (entro fine dicembre dovrebbe essere consegnata la galleria che collega i piedi della collina degli Erzelli con la zona di Fegino) e necessiterebbe comunque di un approfondimento sotto il profilo del raggiungimento del sito in fase di traffico particolarmente stressato, più delicata è la questione che riguardata “il ferro”. Per Villa Bombrini basterebbe attendere la già prevista e finanziata realizzazione della stazione della metropolitana di superficie di San Giovanni d’Acri, mentre per Erzelli non basterebbe il nuovo scalo di Genova Aeroporto. Da qui, oltre al parcheggio di interscambio, dovrebbe partire infatti quello che per il momento resta ancora il futuristico progetto di una funivia verso la collina.

    Nuova piastra sanitaria in Val Polcevera

    mira lanza 1Il Comune non spinge l’acceleratore solo per quanto riguarda l’ospedale di Ponente. Nella decisione di giunta si parla anche della nuova piastra sanitaria della Valpolcevera. Com’è noto, il ponente cittadino è fortemente penalizzato per quanto riguarda l’offerta di servizi sanitari ospedalieri, ambulatoriali e non solo. Se, infatti, da una parte abbiamo i 1300 posti letto di San Martino e Galliera, qui possiamo contare solo sui servizi di Villa Scassi, dell’Evangelico e di quanto rimane dell’ospedale Padre Micone di Sestri. «La Valpolcevera in particolare – commenta Bernini – resta la pecorella nera della città mentre condividiamo a pieno il percorso che punta alla valorizzazione dei presidi territoriali per alleviare il carico che grava sui pronto soccorsi cittadini anche per cure non prettamente ospedaliere». Tre le aree in ballo, in posizioni baricentriche tra Bolzaneto e Teglia: una, come noto, è l’ex Mira Lanza per cui esiste già un pre-accordo ma che necessiterebbe di piegare la progettazione della nuova Casa della Salute all’edificio esistente; le altre due aree sarebbero di proprietà privata ma potrebbero abbastanza facilmente diventare pubbliche, attraverso un apposito accordo di programma. La prima area è attualmente vuota e con terreno da bonificare, mentre l’altra è di proprietà di una fondazione pubblica. Nessun problema per l’accessibilità: le prime due ipotesi sarebbero raggiungibili attraverso la nuova stazione ferroviaria di Teglia, progettata e finanziata,  mentre la terza sarebbe un po’ più a nord, in direzione Bolzaneto. La decisione si spera sia condivisa ma spetta naturalmente alla Asl esprimere una preferenza. «La medicina territoriale – ha commentato l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – è fondamentale per la prevenzione ma lo sono ancora di più i presidi socio-sanitari. Quando parliamo di piastra sanitaria o poliambulatorio vengono in mente solo i posti in cui si fanno esami medici e clinici. Le nuove Case della salute, invece, devono chiamare in causa tutta quella serie di servizi sociali per l’assistenza alle fasce più deboli della popolazione, disabili, persone non-autosufficienti, minori, famiglie in difficoltà, dipendenti da gioco, alcol, droghe. Insomma, le Case della salute devono diventare il luogo ideale per l’integrazione dei servizi socio-sanitari».

    L’analisi più approfondita dei nuovi presidi sanitari passerà ora attraverso la Conferenza dei sindaci (40 primi cittadini dei Comuni della Città Metropolitana + 9 presidenti dei Municipi genovesi) già convocata per il 30 marzo prossimo e da cui dovrebbe prendere il via la fase finale del processo decisionale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    Senza fissa dimora: servizi sociali in difficoltà, la proposta del Comune alle associazioni

    poverta-crisi-clochard-DIL’assessore Fracassi bussa alle porte del collega Miceli: «I servizi sociali e socio-educativi sono l’anello debole del bilancio comunale. Ogni anno – sostiene l’assessore alle Politiche socio-sanitarie – tutte le altre voci di partita corrente sono messe a copertura certa mentre questo capitolo viene lasciato flessibile e si riempie via, via durante l’anno a seconda di vari risparmi di cassa. Ma se vogliamo migliorare la gestione del welfare, dobbiamo cambiare prospettiva di bilancio e dire: ecco, qui ci sono i 40 milioni per il sociale mentre le incertezze le lasciamo ad altre partite». La frecciata è stata lanciata  in Commissione Welfare che aveva all’ordine del giorno il punto della situazione sui servizi destinati ai senza fissa dimora.

    Il Comune, come ormai d’abitudine, sta procedendo per dodicesimi: ogni direzione, dunque, può spendere al mese solo un dodicesimo dell’importo investito l’anno scorso, finché non sarà pronto il bilancio previsionale 2015. Una situazione di estrema precarietà e assoluta impossibilità di programmazione dovuta principalmente all’incertezza dell’ammontare delle risorse in arrivo dal governo centrale. «Ogni anno ci troviamo in questa situazione – ha accusato il consigliere Stefano Anzalone (Gruppo Misto) – ma è un problema tutto di questa amministrazione visto che ci sono altri Comuni che non aspettano i trasferimenti da Roma per approvare il bilancio». «Bisogna fare chiarezza – commenta la presidente della Commissione Welfare, Cristina Lodi (Pd) – se effettivamente si tratti di una necessità tecnica o se, comunque, dietro c’è una scelta politica».

    È in questo contesto che la discussione della Commissione si è concentrata sulle difficoltà economiche dei servizi dedicati alla popolazione senza dimora e a chi è costretto a vivere ai margini della società. Il sistema segue circa 900 utenti all’anno (l’ultimo dato aggiornato risale al 2013) ma una lettura più di dettaglio sarà possibile solo a fine 2015 grazie al potenziamento del sistema di analisi.  «Tuttavia – sostiene il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – si evince piuttosto chiaramente una forte sproporzione tra il fabbisogno stimato di circa 2 mila persone in situazione di grave marginalità e le riposte che riusciamo a offrire».

    La chiave dovrebbe essere quella del salto di qualità, dalla sola presa in carico delle situazioni di emergenza a un precisa politica di prevenzione. «Prevenzione – sostiene Fracassi – vuol dire fare una seria politica nazionale per l’immigrazione, che oggi non stiamo facendo dato che non abbiamo costruito rapporti seri con i Paesi di provenienza e non abbiamo politiche europee adeguate a riguardo. Ma prevenzione sono anche le politiche del lavoro, quelle della casa assolutamente inesistenti a livello nazionale ormai da anni, e di contrasto alla povertà. Credo che se avessimo una seria misura di reddito minimo di inserimento, avremmo risolto molti problemi di chi non riesce neppure a pagare un affitto in casa popolare e le relative utenze, diventando così moroso, rischiando lo sfratto, l’abbandono in strada e la presa in carico dei servizi sociali».

    Ma, per fare prevenzione ci vogliono anche soldi. E, a proposito di difficoltà economiche, la situazione è resa ancor più complicata dal nuovo strumento che regola i rapporti tra il pubblico e le associazioni a cui il Comune “delega” la gestione di molti servizi. Se, infatti, Tursi gestisce direttamente solo il diurno di De Ferrari (attualmente chiuso per problemi di sicurezza) e la struttura notturna di Villa S. Teodoro (14 posti letto che diventeranno 24 quando saranno terminati i lavori di ristrutturazione dello storico Asilo Massoero) dal primo luglio 2014 è entrato in vigore il patto di sussidiarietà (caso simile per le strutture di accoglienza che combattono la violenza di genere, qui l’approfondimento): si tratta di un accordo di durata annuale, rinnovabile, che prevede che l’amministrazione sostenga finanziariamente fino a un massimo del 70% dei costi dei servizi per i senza fissa dimora mentre il restante 30% resta a carico degli operatori non più sottoposti a logiche di mercato per garantirsi appalti pubblici ma incentivati a fare sistema. L’attuale progetto, che oltre al capofila Fondazione Auxilium vede coinvolti le associazioni S. Marcellino, Massoero 2000, Compagnia della Misericordia, Afet, Ceis e Croce Rossa, prevede un investimento totale di 2.968.946 euro di cui 1.774.846 (il 60%) finanziato dal Comune di Genova.

    Il Comune copre la spesa grazie a 550 mila euro annui elargiti dalla Regione Liguria attraverso un fondo finalizzato e per la restante parte con il bilancio comunale. 
Il fondo regionale finalizzato è diminuito negli ultimi anni da 900 mila  euro del 2012 a 600 mila del 2013 fino a 550 mila dell’anno scorso. Per il 2015 la Regione non ha ancora comunicato l’entità del finanziamento e il Comune non ha versato la quota di propria competenza per il primo trimestre del 2015 che, di per sé, dovrebbe invece rappresentare una sorta di anticipo spese. «I ritardi riguardano sia il versamento da parte del Comune che il saldo spettante alle associazioni che hanno siglato il patto – spiega l’assessore Fracassi – ma sono imputabili sostanzialmente a lungaggini tecniche. Stiamo, infatti, parlando di uno dei primi patti di sussidiarietà così importanti e che chiama in causa circa 3 milioni di euro all’anno. La gestione contabile deve essere dettagliata e trasparente al massimo, per questo è molto complessa. Sono però molto fiduciosa sul miglioramento del sistema perché, quando i soldi ci sono, non ha senso essere così in ritardo».

    «La nostra permanenza all’interno del patto di sussidiarietà – ammette Angelo Gualco di Massoero 2000 – è garantita dalle risorse economiche versate da altre associazioni aderenti al patto attraverso l’associazione temporanea di scopo che abbiamo costituito. Ma per quanto ancora potremo sopravvivere in questo modo? Il nostro servizio si basa sul lavoro degli stessi ospiti che naturalmente deve essere retribuito: il 90% del nostro bilancio viene impiegato a questo scopo, come facciamo a sopravvivere dovendo reperire un 30% in più solo per l’autofinanziamento?».

    Certo, all’interno del patto di solidarietà ci sono realtà economicamente più solide ma che devono anch’esse fare i conti con i propri bilanci e i propri finanziatori e non potranno farsi carico all’infinito delle associazioni meno “ricche”. Anche perché l’importante fetta della gestione dei servizi sociali è sempre stata fonte di frizioni tra i vari attori in campo, soprattutto quando questa era soggette alle più classiche logiche di mercato. «O andiamo verso un’ottica di solidarietà tra gli enti aderenti al patto per cui il 30% viene contabilizzato come quota globale dell’associazione di scopo – sostiene l’assessore Fracassi – oppure gli enti meno capaci devono rimboccarsi le maniche e iniziare a intraprendere qualche soluzione alternativa e più efficace di fundraising». Ma se il patto di sussidiarietà dovesse continuare a dimostrare le proprie lacune, sono allo studio alcune ipotesi alternative: «L’unica terza via possibile – conclude Fracassi – è uscire dalla logica del patto di sussidiarietà. Per questo stiamo guardando con molto interesse al cammino che sta percorrendo il Comune di Brescia con un modo di gestire il terzo settore diverso ma sempre a partire dalla co-progettazione».

    Nel frattempo, però, avere qualche certezza in più dal bilancio previsionale potrebbe aiutare non poco ad affrontare il futuro in maniera più serena e soprattutto a non contrarre l’offerta di servizi imprescindibili per la sopravvivenza e la dignità della persona, la cui domanda è cresciuta esponenzialmente a causa della tragica situazione economica.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Puc, Piano Urbanistico: approvato il progetto definitivo che disegna il futuro della città

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaNon ci sono spumante e brindisi che nel dicembre 2011 avevano suggellato il primo via libera al nuovo Piano urbanistico comunale con la giunta Vincenzi ma la soddisfazione tra i banchi di sindaco e assessori è palpabile. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato il nuovo Puc con 21 voti a favore, 11 contrari e 5 astenuti. Affinché le norme inizino a “dettare legge”, però, si dovrà verosimilmente aspettare la fine dell’anno: «Ci saranno ancora 90 giorni di pubblicazione – ha spiegato il vicesindaco Stefano Bernini – per eventuali nuove osservazioni che potranno essere fatte solo su modifiche apportate al testo del progetto preliminare approvato dal ciclo amministrativo precedente. Successivamente si effettuerà un nuovo passaggio in Consiglio comunale ma la griglia di possibili modifiche diventa sempre più stretta». Nel frattempo il piano definitivo sarà inoltrato a Regione e Città Metropolitana a cui spetta l’ultimo parere circa la coerenza del Puc rispetto agli atti di pianificazione urbanistica sovraordinati. Tutti passaggi che dovranno essere espletati entro la fine di dicembre, quando scadrà il cosiddetto regime di salvaguardia che consente di prevedere già attualmente interventi coerenti con il testo del nuovo piano.

    «Sottolineo l’importanza del momento – aveva detto la settimana scorsa il sindaco, intervenendo in avvio di discussione – perché il piano urbanistico è un percorso segnato dal grandissimo lavoro degli uffici, una visione perché definisce l’idea precisa di città che ha l’amministrazione e uno strumento perché abbiamo l’esigenza di decidere a dare tempi certi ai cittadini, alle imprese e a tutti gli interlocutori». Dopo la votazione di ieri pomeriggio il sindaco è raggiante e ripete quasi come un mantra la propria grande soddisfazione: «Sono veramente lieto che il quarto Puc della storia di Genova repubblicana sia stato approvato in questo ciclo amministrativo. Abbiamo fatto nostri alcuni grandi temi già ben avviati dalla giunta precedente e abbiamo cercato di ottimizzarli. Ad esempio – ha proseguito il sindaco – non hanno trovato recepimento le numerose sollecitazioni che abbiamo ricevuto per la trasformazione in altro delle aree industriali della città che, invece, sono rimaste tali».

    Maggioranza ancora in difficoltà

    Se l’esito finale della votazione sulla delibera era scontato, lo stesso non si può dire per le valutazioni politiche che seguono l’approvazione del Puc. Confermando un quadro che aveva iniziato a delinearsi già durante la tanto discussa delibera sulla Gronda, la maggioranza uscita dalle urne sulle questioni delicate rischia di non essere autosufficiente. Incassati i voti contrari di Bruno (Fds) e Pastorino (Sel, favorevole invece il voto dell’altro consigliere Chessa), la giunta ha dovuto registrare anche le astensioni di Gozzi (Pd) e De Benedictis (Gruppo misto, ex Idv). Assenti invece Gibelli (Lista Doria) e Mazzei (Gruppo misto, ex Idv). Per raggiungere la maggioranza assoluta, non indispensabile ma comunque rilevante da un punto di vista politico, sono stati allora necessari i due voti positivi dei consiglieri di Udc, Gioia e Repetto che, almeno formalmente, non fanno parte della maggioranza. Da sottolineare anche che il consigliere Caratozzolo (PD), neo-presidente della commissione Territorio, pur essendosi allineato al partito nella votazione finale ha espresso il proprio voto contrario su tutti gli emendamenti proposti, compresi quelli che hanno riscontrato pieno accoglimento da parte della giunta (due dei quali proposti dallo stesso capogruppo del PD, Simone Farello).

    Nuovo Galliera e altri emendamenti

    Parco cittadino di Villa QuartaraIl tema più caldo, a conti fatti, è risultato quello relativo alla costruzione del nuovo ospedale Galliera. Ben tre gli emendamenti presentati per vincolare le aree a uso sanitario e non consentire l’operazione immobiliare che garantirebbe risorse economiche fondamentali per dare il via all’operazione. Le proposte sono arrivate dai consiglieri di Lista Doria, da quelli del Movimento 5 Stelle, da Antonio Bruno (Fds) e Gian Piero Pastorino (Sel) ma sono state tutte respinte dell’aula: significativo, ma non è la prima volta, che anche il sindaco abbia votato contro un emendamento proposto dalla sua stessa Lista.

    Dei 44 emendamenti presentati a inizio discussione, solo una manciata ha riscontrato il parere favorevole della giunta ed è stata votata positivamente dalla maggioranza dei consiglieri. Tra questi, il documento presentato da Lista Doria che blocca definitivamente il progetto di realizzazione del box auto nella zona di Bosco Pelato. Parere positivo e votazione favorevole anche per altri due emendamenti presentati da Lista Doria: il primo inserisce gli alloggi destinati all’inclusione sociale (ERS) tra le destinazioni d’uso previste come servizi pubblici, il secondo prevede che la ricostruzione di edifici consentita all’interno dello stesso Municipio per il superamento di criticità idrogeologiche possa essere realizzata su suolo precedentemente già urbanizzato.

    centrale-latte-genova-feginoAccolto e approvato anche un documento sulla normazione dei parchi storici che richiama in particolare le tutele previste dalla Carta di Firenze. Sì, infine, ai due emendamenti proposti dal capogruppo PD Simone Farello, uno puramente tecnico riferito a un errore materiale relativo a un’osservazione prodotta dai municipi, l’altro più delicato relativo al trattamento dei rifiuti speciali. L’ex assessore alla Mobilità, ha proposto una suddivisione della normativa a seconda della tipologia di rifiuti trattati con un alleggerimento delle prescrizioni per i rifiuti non invasivi dal punto di vista del trattamento industriale. Secondo indiscrezioni la questione riguarderebbe in particolare il futuro delle aree dell’ex centrale del Latte rimaste a vocazione industriale ma c’è chi non la pensa così: «Non vorrei – ha detto in Sala Rossa Paolo Putti, capogruppo M5S – che si aprissero le porte alle 14 società private che abbiamo letto vorrebbero mettere le amni su Amiu e che, in alcuni casi, trattano fanghi industriali derivanti dalla lavorazione del petrolio».

    Dall’ex mercato di corso Sardegna a Gronda e Tav: tutti i no della giunta

    Nessuno scossone, invece, dagli emendamenti che riguardavano le questioni più delicate e interessano il futuro di alcune aree urbane in attesa di riqualificazione o di cambio di destinazione d’uso. Resta inalterata, dunque, la destinazione d’uso dell’ex mercato di corso Sardegna, per cui invece è stata accolto e approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a valutare i progetti dei cittadini una volta concluso l’accordo con la Rizzani De Eccher. Nulla da fare anche per l’emendamento riguardante la caserma Gavoglio che voleva far recepire nel Puc alcune indicazione arrivate dal comitato dei cittadini che da anni punta fortemente sulla riqualificazione della struttura: il progetto di dettaglio sarà discusso attraverso appositi tavoli partecipativi che saranno organizzati dal Municipio I – Centro Est. Confermate le destinazioni ferroviarie per tutte le aree di Terralba per cui qualsiasi modifica deve per forza di cose passare attraverso un accordo di programma sottoscritto dalle Ferrovie dello Stato. E, nonostante le proposte dei consiglieri grillini, confermate anche le attuali normative che prevedono la realizzazione di un distributore di carburante in Carignano all’altezza della rotonda di corso Aurelio Saffi e la realizzazione di parcheggi interrati in piazza Acquaverde (Stazione Principe).

    Respinti anche gli emendamenti che volevano stralciare dal Puc la centralità di Gronda e Terzo Valico dallo sviluppo della città e che hanno fatto registrare l’ennesima differenza di vedute tra il sindaco (che ha votato contro) e la sua Lista (che, le posizioni un po’ ambigue del passato, ha votato a favore, assieme a Pastorino, Bruno e M5S).

    Esaote e Oms Ratto: tutto rimandato

    Ritirato, invece, l’emendamento presentato da Bruno e Pastorino su Esaote dopo l’ennesimo confronto avvenuto nel pomeriggio tra i capigruppo e i rappresentati di Oms-Ratto. La questione è nota: i consiglieri vorrebbero ridestinare l’area di Sestri a uso industriale, cancellando la variante prevista nel precedente ciclo amministrato e confermata nel nuovo Puc che prevede la destinazione d’uso commerciale per alcune aree. Un provvedimento necessario a Esaote per poter vendere gli stabilimenti di Sestri e spostarsi sulla collina di Erzelli. Ma l’azienda avrebbe dovuto assicurare il mantenimento della piena occupazione, cosa che non sta avvenendo per i 54 lavoratori di Oms-Ratto, ditta dell’indotto di Esaote. La questione è molto delicata perché una retromarcia da parte del Comune potrebbe far saltare definitivamente il delicato tavolo di confronto e, a cascata, il trasferimento a Erzelli, la vendita delle aree e il futuro lavorativo di tutti i dipendenti Esaote. Il vicesindaco Bernini ha chiesto, dunque, di pazientare fino a fine mese: «Potremo approvare la variante che fa tornare le aree di Sestri a destinazione industriale solo dopo che la Città Metropolitana avrà chiuso la Conferenza dei Servizi. Stiamo aspettando la Valutazione ambientale strategica ma entro fine mese potremo tornare a parlare definitivamente della questione».

    Tante, dunque, le questioni che restano sospese, al di là dell’approvazione del piano urbanistico.«Ma non possiamo ridurre il grande lavoro fatto fin qui esclusivamente alla sostanza di qualche singolo provvedimento. Come amministratore mi augurerei 100 di questi giorni» ha sottolineato il sindaco. «Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri – ha aggiunto il vicesindaco Stefano Bernini – è che anche chi si è astenuto o ha votato contro la delibera ha comunque riconosciuto il grande lavoro di ascolto, di confronto e di trasparenza fatto dagli uffici. Poi è naturale che su alcune situazioni specifiche non possiamo pensarla tutti allo stesso modo». A testimonianza di ciò, in effetti, al di là delle dichiarazioni di voto dei vari capigruppo, va registrato anche il fatto che praticamente nessuna richiesta di modifica è arrivata sulle scelte generali a cui è improntato il nuovo Piano urbanistico e che riguardano lo sviluppo futuro della città. «Ciò – ha commentato il sindaco – è testimonianza del fatto che non esisteva una visione diversa della città neppure da parte delle opposizioni. Le differenze, invece, riguardano una serie di critiche su questioni di dettaglio che avremo di affrontare anche in seguito».

    Gli ordini del giorno e le discussioni dei prossimi mesi

    A contribuire a un clima quasi insolitamente disteso, nonostante la crucialità della delibera in discussione, è stata sicuramente la predisposizione della giunta ad accogliere molti dei 68 ordini del giorno presentati quasi interamente dalle opposizioni. Da sottolineare, in questo caso, il lavoro certosino del decano del Consiglio comunale, il consigliere Guido Grillo (Pdl – Forza Italia) che ha chiesto di convocare nei prossimi mesi apposite sedute di commissione per fare il punto sulle azioni intraprese dalla giunta per tenere fede agli impegni presi nel corso di tutto il mandato amministrativo su questioni urbanistiche di particolare interesse e rilevanza: si spazia dal polo ospedaliero del ponente alla riqualificazione di Vesima, dal porticciolo turistico di Pegli al restyling di via Burlando, dai progetti relativi alla potenziale nuova viabilità a Sant’Ilario alla valorizzazione della aree ferroviarie dismesse di Terralba tenendo conto anche del progetto dei cittadini richiamato dal Movimento 5 Stelle, dal punto della situazione sui lavori di Ponte Parodi a quello sui progetti dell’ex caserma Gavoglio. Interessante anche un gruppo di documenti presentati da Lista Doria per l’adozione di un Piano urbano della mobilità sostenibile, per l’approvazione definitiva del Piano del Verde, per la costituzione di un tavolo con la Città Metropolitana sulle misure di Protezione Civile e la gestione dei finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio, per la sensibilizzazione della Regione a un riequilibrio delle strutture sanitarie pubbliche sul territorio ad oggi fortemente penalizzato nelle periferie, per la subordinazione degli interventi di infrastrutture viarie a quelli necessari per un potenziamento dei trasporti pubblici e per la reale concretizzazione della pianificazione dei bambini per le aree pubbliche di loro interesse.

    Già detto dell’approvazione dell’ordine del giorno riguardante l’ex mercato di corso Sardegna, merita di essere citata, infine, la richiesta presentata dal M5S e approvata dal Consiglio di predisporre la fruibilità del nuovo Puc anche alle persone dislessiche o con disabilità cromatiche.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    Ex mercato corso Sardegna, fra errori del passato e progetti per il futuro: verso l’incontro del 29 marzo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoUn mixi-expo aperto a tutte le associazioni che vogliano far sentire la propria voce sulla riqualificazione dell’ex mercato di corso Sardegna. Comincia a prendere piede l’evento organizzato dal Civ e dal Municipio III – Bassa Val Bisagno per domenica 29 marzo, anticipato pochi giorni fa sulle pagine di Era Superba. Hanno già annunciato il proprio sostegno l’associazione #riprendiamocigenova, la Facoltà di Architettura, artigiani e negozianti del quartiere, Confesercenti, Ascom e Confindustria per un appuntamento che possa restituire per un giorno gli spazi ai cittadini, far toccare con mano che cosa potrebbe succedere nel breve periodo e, soprattutto, fare finalmente una sintesi produttiva di tutte le voci, i disegni e i progetti che fin qui sono circolati attorno al futuro della struttura. «Chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio – dice il presidente Massimo Ferrante – avrà il suo spazio, anche gli ambientalisti del Circolo Nuova Ecologia, sempre che vogliano incontrarci dato che formalmente non lo hanno mai fatto. Io non sono contrario alla partecipazione, come è stato detto da più parti, e l’organizzazione questo evento lo dimostra. Ma la partecipazione deve avvenire all’interno di alcuni parametri altrimenti non è altro che un moto perpetuo».

    Approfittando anche dell’assenza di partite di Genoa e Sampdoria quel weekend, tutto il corpo della Polizia Municipale del distretto Bassa Val Bisagno sarà impiegato a garantire la sicurezza dei cittadini: l’area prescelta non sarà con tutta probabilità quella della riqualificazione temporanea ma quella più prossima all’entrata, proprio per una questione di sicurezza.

    Tornato prepotentemente alla ribalta dopo le parole del vicesindaco Bernini che sembravano stoppare il processo di riuso a breve termine dell’ex mercato fortemente voluto dal Municipio, il tema della riqualificazione dell’imponente struttura nel cuore di corso Sardegna è tornata a far discutere questa mattina la Commissione Territorio.
    «Non esiste un progetto di Ferrante, di Crivello o di Bernini – ha ricordato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – ma semplicemente una delibera di giunta (n. 289/2003, ndr) approvata nel novembre 2013 in cui si approva il finanziamento di 500 mila euro per i lavori di demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e per la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo in attesa dell’intervento di riqualificazione complessiva. Si tratta, se vogliamo, di un palliativo ma è l’unica cosa che possiamo fare finché non sarà concluso il contezioso con De Eccher». Gli edifici da abbattere sono quelli, ormai famosi, che si affacciano su via Varese, la cui demolizione darebbe via libera a una nuova piazza asfaltata con la conseguente messa in sicurezza attraverso recinzioni degli edifici che si affaccerebbero sulle aree sgombrate. Una delibera, all’epoca, votata dallo stesso vicesindaco Bernini, che ultimamente si è detto invece contrario a ogni demolizione per evitare l’insorgere di nuovi problemi nella trattativa con Rizzani. Tuttavia, nel testo della delibera si legge che gli interventi di demolizione previsti “non pregiudicano i rapporti in essere con la società convenzionata Rizzani de Eccher”.

    mercato-corso-sardegna-tetto«La delibera non è certo un testo sacro – precisa Crivello – e se decidiamo di non rimuovere più quegli gli edifici, la cambieremo. Ma è da qui che deve partire il progetto di riuso temporaneo dell’ex mercato». Nello stesso documento viene anche indicato l’iter per i lavori che potranno essere attivati (con o senza demolizioni) solo una volta terminata la bonifica dell’amianto. «Abbiamo smaltito circa 100 tonnellate di amianto per poco meno di 10 mila metri quadrati – spiega Francesco Chiantia di Amiu Bonifiche – mentre altri quattro edifici sono stati incapsulati, come previsto dalla legge, altrimenti si sarebbe lasciata una parte della struttura a cielo aperto. Resterebbe da incapsulare ancora un edificio (angolo sud-est di via Varese, ndr) che non è stato toccato perché si pensava venisse demolito».

    Demolizione a cui un gruppo piuttosto nutrito di cittadini (3300 le firme raccolte finora) si è opposto presentando un progetto alternativo che mira alla conservazione di tutto il perimetro della struttura per non pregiudicare la riqualificazione definitiva: «Siamo d’accordo che l’area venga sfruttata – spiega Patrizia Conte, coordinatrice dei comitati per la salvaguardia dell’ex mercato di corso Sardegna – ma proponiamo di liberare uno spazio centrale, demolendo due piccoli edifici non vincolati e realizzando uno spazio verde con il ripristino della vecchia pavimentazione in lastroni che renderebbe permeabile la zona calpestabile, a differenza dell’asfalto».

    Ora, dunque, non resta che prendere una decisione sul da farsi. «Tutta la discussione che è nata attorno alla riqualificazione dell’ex mercato – sostiene Crivello – è frutto di una precisa scelta politica esattamente contraria all’immobilismo: così come abbiamo fatto con la previsione dei lavori dello scolmatore del Fereggiano in attesa di quello del Bisagno, cerchiamo di trovare una soluzione intermedia che possa andare incontro alle richieste dei cittadini. Certo, non tutti saranno d’accordo, ma tra i compiti dell’amministrazione, dopo aver ascoltato ed essersi confrontata con tutti, c’è quello di fare sintesi e assumere delle decisioni».

    «A me non interessa tanto se e quali edifici verranno demoliti – commenta il presidente Ferrante – ma piuttosto che si avvii finalmente quel processo di riappropriazione del luogo da parte dei cittadini. Non ci troveremmo in questa situazione se nel 2009 si fosse accelerato l’avvio dei lavori perché l’alluvione avrebbe comportato vincoli più stringenti alla Rizzani e non la rinuncia al progetto che costerà un sacco di soldi ai cittadini. Certo, personalmente sarei favorevole alla demolizione degli edifici previsti dalla delibera perché si creerebbe finalmente una comunicazione diretta tra piazza Martinez e corso Sardegna, ma è il Comune che deve decidere». Un po’ di coltello dalla parte del manico resta, però, anche nelle mani del Municipio dato che, se il processo di restituzione di uno spazio pubblico ai cittadini dovesse ulteriormente tardare, Ferrante potrebbe rivolgere altrove (rifacimento di Piazza Martinez) i 50 mila euro di bilancio impegnati. A quel punto, al Municipio resterebbe soltanto il risanamento conservativo della facciata su corso Sardegna, compresa la rimozione dei ponteggi ormai non più in sicurezza, mentre la palla per la gestione della struttura tornerebbe tutta sulle spalle del Comune.

    Il quadro, insomma, resta ancora molto incerto o, quantomeno, bloccato e potrebbe restarlo almeno ancora fino all’evento di fine marzo. Nel frattempo, però, dell’ex mercato di corso Sardegna si tornerà a parlare con tutta probabilità nei prossimi giorni, quando in Consiglio comunale si discuterà l’approvazione del nuovo Puc, in cui le destinazioni previste per l’area restano le stesse che avevano dato il via libera alla presentazione del project financing di Rizzani – De Eccher che tanto aveva fatto discutere anche prima del suo stop definitivo.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    genova-castelletto-veduta-DIIl Puc ha concluso il suo iter in Commissione. La delibera che darà il via libera al nuovo Piano urbanistico comunale sarà con tutta probabilità messa all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, prevista martedì 24 febbraio. Il voto finale, però, non dovrebbe arrivare prima di mercoledì 4 marzo: sono, infatti, già state calendarizzate due sedute di Consiglio interamente dedicate alla discussione e alla votazione del Puc e dei documenti allegati per martedì 3 e mercoledì 4 marzo, a partire dalle ore 9. Così i consiglieri avranno tutto il tempo per presentare e illustrare emendamenti puntuali e ordini del giorno (via libera da venerdì 20 febbraio alle 18 di giovedì 26) a quello che è considerato a pieno titolo l’atto madre dell’amministrazione della città. «Non si tratta di pratiche da tutti i giorni – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – ma quello che i consiglieri voteranno detterà legge almeno fino al 2025. Ogni modifica va valutata con il massimo dell’attenzione, soprattutto se gli emendamenti dovessero riguardare la parte generale perché a cascata potrebbero ricadere su tutta la normativa di dettaglio. Uno dei lavori più preziosi che gli uffici hanno fatto ultimamente è stato quello di “far girare” il Puc per rilevare eventuali incongruenze (si stima che siano state prese in considerazione circa 2000 osservazioni al piano preliminare, ndr) che abbiamo successivamente eliminato con l’ultima decisione di giunta. Ovviamente, lo stesso lavoro andrà fatto con tutti gli emendamenti».

    Due i nodi più intricati che non sono ancora stati sciolti e che rischiano di alzare i toni della discussione: il nuovo Galliera e la destinazione d’uso delle aree sestresi di Esaote.
    Del primo punto si è discusso ancora ieri mattina in Commissione: da un lato, la posizione della giunta che vorrebbe evitare nuove polemiche politiche con la Regione, mantenere nel Puc il cambio di destinazione d’uso di alcune aree, che consentirebbero la realizzazione di nuovi edifici residenziali per il sostentamento economico del progetto, e vincolare una decisione finale a un nuovo passaggio in Consiglio comunale dell’accordo di programma sul progetto definitivo; dall’altro, le sinistre vorrebbero lasciare nel Puc l’attuale destinazione a servizi (sanitari e ospedalieri) per l’intera area ed eventualmente approvare una variante solo dopo aver valutato l’accordo di programma. «Che cosa c’entra la costruzione di nuove residenze a Carignano secondo la filosofia ambientalista che muove tutto il nuovo Puc?» si chiede il consigliere di Sel, Leonardo Chessa. Tocca al vicesindaco tentare una mediazione: «Credo che su questo tema valga la pena sviluppare una posizione condivisa da tutti i gruppi consiliari. C’è la possibilità di elaborare una serie di vincoli più pesanti – spiega Bernini – in modo tale da aumentare le garanzie richieste per l’attivazione delle nuove destinazioni d’uso previste nel Puc». La sensazione è che nelle prossime riunioni di maggioranza un accordo possa essere trovato, anche perché tutti sono concordi nell’individuare la Regione come il principale imputato di questa impasse dovuta sostanzialmente alla mancanza di una programmazione sanitaria e, di conseguenza, all’impossibilità di arrivare a un quadro di fattibilità economica per il nuovo ospedale.

    Più delicato il nodo Esaote. In ballo c’è il cambio di destinazione d’uso di alcune aree produttive di Sestri che il nuovo Puc prevede commerciali: si tratta di uno “scambio” realizzato tra Comune e azienda per il trasferimento di quest’ultima agli Erzelli. Dell’accordo, però, faceva parte il pieno mantenimento dei posti di lavoro: in seguito alla cessione dei comparti di produzione e di logistica di Esaote a Elemaster (che ha confermato la propria disponibilità a rimanere a Genova) non è stato garantito alcun futuro ai 54 dipendenti di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote in liquidazione da fine 2014. Le vertenze sindacali, che coinvolgono a pieno titolo tutti i lavoratori di Esaote per cui tuttavia la situazione sarebbe in via di definizione, sono in pieno corso di svolgimento, come testimoniato dalle numerose manifestazioni e dall’ormai presenza fissa in Consiglio comunale, ma è difficile intravedere una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa. L’amministrazione, che si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, non vorrebbe però tirare troppo la cinghia con le aziende perché il rischio è che si venga a creare una situazione da «deserto industriale, in cui tutti escono sconfitti», che il sindaco Marco Doria vuole evitare a tutti i costi. Tra l’altro, al di là dell’aspetto urbanistico, il Comune ha ben pochi margini di manovra che si limitano a un ruolo da stimolatore per un incontro tra lavoratori e aziende.

    A prescindere da queste due battaglie, nella discussione in Sala Rossa del Puc non si dovrebbe assistere a pratiche di ostruzionismo spinto a cui, invece, ultimamente siamo stati abituati sulle delibere più delicate. Sarebbe, infatti, un peccato replicare le tensioni che hanno accompagnato la delibera sulla gronda su un atto che da quasi tutte le forze politiche viene comunque considerato meritevole di apprezzamento, non fosse altro per la disponibilità dell’amministrazione a riaprire il piano alle osservazioni di cittadini e associazioni per 6 mesi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla giunta Vincenzi. Un lavoro certosino quello del settore Urbanistica del Comune di Genova, che culminerà nella pubblicazione di tutte le mappe e dei dati utili georeferenziati.

    Ciò non significa che gli emendamenti saranno pochi perché, come detto, in ballo c’è il futuro della città, delle sue aree abbandonate, di quelle produttive e di quelle da riqualificare. «Tutto è ancora fattibile – avverte il vicesindaco Bernini – ma i consiglieri dovranno prendersi le proprie responsabilità sui documenti che andranno a votare e che potrebbero avere importanti conseguenze economiche per le casse pubbliche. Dobbiamo fare molta attenzione a non utilizzare lo strumento urbanistico per punire o premiare determinati percorsi in atto: il Puc serve per indirizzare gli sviluppi possibili della città».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    Nuovo ospedale Galliera, poche certezze e tanta campagna elettorale: Tursi bacchetta la Regione

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoTornato in auge in periodo di campagna elettorale per le regionali, il progetto del Nuovo Ospedale Galliera in questi giorni sta facendo parlare di sé sulle pagine della stampa locale e nei palazzi di piazza De Ferrari e via Garibaldi. Ieri pomeriggio a Tursi l’argomento è stato tirato in ballo dalla consigliera Clizia Nicolella nel corso di un’interrogazione a risposta immediata che ha preceduto, come di consueto, la seduta ordinaria di Consiglio comunale. «Sui giornali è apparsa la notizia che l’unico ostacolo all’approvazione definitiva del progetto sia da attribuire alle consuete lentezze delle pratiche burocratiche comunali ma a noi risulta, invece, che le mancanze vadano imputate alla Regione» ha detto la rappresentante di Lista Doria.

    Tre gli elementi che mancano affinché la palla possa definitivamente passare al Comune: una convenzione Tursi-Galliera che metta nero su bianco gli oneri urbanistici collegati al cambiamento di destinazione d’uso di alcuni plessi da ospedalieri (tra cui l’attuale pronto soccorso e alcuni laboratori) a residenziali, che aumenterà del 10% la superficie abitativa di Carignano e servirà a coprire la sostenibilità economica del progetto; l’accordo di programma riguardante la riqualificazione degli spazi ospedalieri esistenti (l’attuale edificio dell’ospedale Galliera) e l’allestimento di quelli nuovi; un accordo Stato-Regione che stabilisca i finanziamenti necessari all’intera opera, sulla cui copertura economica la Corte dei Conti ha manifestato più volte seri dubbi.

    «È proprio qui – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – che stanno le gambe corte rispetto alle bugie che vengono dette dalla Regione: l’accordo tra governo e Regione non è ancora stato firmato perché i finanziamenti per l’opera non ci sono o comunque non sono ancora chiari. È stato lo stesso assessore regionale Montaldo a confermarmelo il 22 gennaio a Roma, all’uscita da un infruttuoso incontro al Ministero».

    E se non bastassero le difficoltà economiche, a mancare sembra essere anche una più precisa programmazione strategica: «Non esiste – accusa Bernini – un piano sanitario regionale all’interno del quale venga legittimata la necessità dell’intervento sul Galliera. È indispensabile che la Regione chiarisca definitivamente la riorganizzazione dei plessi ospedalieri e delle piastre sanitarie territoriali, quantomeno per quanto riguarda l’Asl 3 genovese».

    Solo dopo che saranno messi a posto tutti questi tasselli si potrà procedere con l’iter urbanistico del progetto che riguarda direttamente il Comune. «In realtà – puntualizza il vicesindaco – ci sarebbe ancora un buco da riempiere: è nell’aria, infatti, una nuova versione del progetto per la riqualificazione del Galliera meno impattante rispetto a quella presentata al Comune e fortemente contestata dai cittadini. Ma agli uffici di Urbanistica, checché venga annunciato dalla Regione, non è ancora stato presentato nulla a riguardo».

    Ecco allora che il nuovo Puc, in cui la realizzazione del nuovo Galliera, o Galliera bis che dir si voglia, è prevista all’interno di un cosiddetto ambito speciale, fa riferimento esclusivamente alla fattibilità del primo progetto presentato. Prima che gli uffici di Urbanistica e, di conseguenza, il Consiglio comunale, si possano esprimere sulla fattibilità del nuovo progetto è necessario che la Regione riempa tutti i buchi e invii le carte a Tursi.

    Con un quadro ancora così ampiamente incerto, è impensabile fare una previsione sui tempi di realizzazione dei nuovi edifici. «Visto che ci sono ancora tutti questi buchi – commenta la consigliera Nicolella – mi auguro che il via libera del Comune dal punto di vista urbanistico a quest’opera (il riferimento è all’ambito speciale inserito nel nuovo Puc che dovrebbe essere votato a breve in Sala Rossa, ndr) sia subordinato alla presentazione da parte della Regione di elementi reali. Il Comune, infatti, e in particolar modo il sindaco sono chiamati a tutelare l’equo accesso alle cure per tutti i cittadini».

    La sensazione che da piazza De Ferrari, soprattutto in tema sanitario, si stia facendo parecchia campagna elettorale è forte. La dimostrazione arriva anche da un’altra delicata situazione che riguarda l’ospedale di Ponente: «A maggio dello scorso anno – ricorda Bernini – l’assessore regionale Montaldo aveva annunciato lo studio di fattibilità dell’opera nelle due aree in ballottaggio di Erzelli e Villa Bombrini. Eppure, finora, al Comune non è arrivato nulla di ufficiale».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Marco Doria, sindaco di GenovaTira dritto il sindaco al termine della seduta di Consiglio comunale in cui è stato dato il via libera al tanto contestato provvedimento sulla Gronda. E ai cronisti che chiedevano un commento a caldo risponde con un secco «No. Ho altro da fare». Sintomo che il momento di fare i conti all’interno della multisfaccettata maggioranza che lo ha fin qui sostenuto non è più procrastinabile. Doria, infatti, ha sì portato a casa la delibera ma non ha certo ottenuto l’esito sperato. La maggioranza uscita dalle urne a metà 2012 si è fermata a quota 19 sì (compatti i 12 consiglieri del PD a cui si aggiungono i 3 consiglieri uomini di Lista Doria, Chessa di Sel, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto e il sindaco) sui 21 necessari per essere autosufficienti, come richiesto a più riprese dal Partito democratico e augurato anche dallo stesso Doria. Gli altri 11 voti favorevoli sono arrivati dall’opposizione (4 Pdl, 3 Lista Musso, 2 Udc, Rixi di Lega Nord e Baroni del Gruppo Misto).

    A differenza di quanto configurato alla vigilia, l’ago della bilancia non è stata solo la Lista Doria, su cui si sono concentrate le attenzioni politiche e mediatiche. Da giorni si diceva che sarebbero serviti 4 voti favorevoli da parte della lista del sindaco, a cui Doria aveva chiesto una sorta di fiducia: a votare sì sono stati solamente i tre rappresentanti maschili (Pignone – capogruppo, Padovani e Gibelli); 3 no, invece, sono arrivati dalle donne (Bartolini, Pederzolli e Nicolella). Ma un inaspettato (e di troppo) no è arrivato anche da Salvatore Mazzei, Gruppo Misto ex Idv.

    Maggioranza spaccata, gruppi e partiti di sinistra divisi al loro interno, Antonio Bruno che lascia la presidenza della Commissione Territorio e sancisce di fatto la sua uscita ufficiale dalla maggioranza… il caos a Tursi rischia di regnare sovrano.

    «Mi aspettavo che la maggioranza fosse autosufficiente all’interno del perimetro di chi ha sostenuto quest’amministrazione con il mando elettorale. Questo non è successo e la riflessione sulla tenuta dell’amministrazione stessa si fa più difficile. Ma è una riflessione che spetta solo al sindaco che di questa maggioranza è il leader» commenta Simone Farello, capogruppo PD. «Vorrei continuare questa esperienza amministrativa – ammette Farello – ma vorrei sapere con chi la continuo: non posso avere ogni giorno una maggioranza diversa. Non è una situazione sostenibile per la città. È necessario fare una riflessione che tenga conto della tenuta d’aula dell’Udc e della spaccatura di Lista Doria, ripartendo dal sacrificio politico di alcuni suoi consiglieri. Riflessione che aiuteremo cercando di ridare unità alla maggioranza ma riflessione che non è più rimandabile perché bisogna dire chiaramente a Genova se ha ancora un assetto di governo».

    Ancora più diretto il segretario provinciale dei democratici Alessandro Terrile: «Con la maggioranza allargata all’Udc i numeri tengono. Ne prendiamo atto e prossimamente dobbiamo prenderne atto anche formalmente. Stare nella maggioranza non è una questione ideale, ci si sta votando le delibere di giunta: non c’è solo la gronda, c’è da fare molto altro. Ora portiamo a casa il voto comunque favorevole, da domani penseremo alle questioni politiche».

    La parola, dunque, passa alle più o meno segrete stanze di Tursi dove, subito dopo il voto, il sindaco si è riunito con Enrico Pignone. «Il nostro voto differenziato – ha detto in dichiarazione di voto il capogruppo di Lista Doria – rappresenta, da una parte, le ragioni della nostra sensibilità ambientalista, per il risanamento del dissesto idrogeologico, per una mobilità e uno sviluppo economico sostenibili, e dall’altra la fiducia al sindaco». Una fiducia però che sembra non essere incondizionata. «La nostra battaglia non finisce qui – ha proseguito Pignone, nel tentativo di dare una risposta a chi questi giorni lo ha accusato di essere attaccato alla poltrona – perché noi componenti della Lista Doria, tutti, in pieno accordo, siamo fermamente contrari alla Gronda, la consideriamo un’opera tanto inutile quanto sbagliata e pericolosa, destinata non solo a ledere gli interessi diretti della popolazione interessata dal suo tracciato, ma a peggiorare la situazione di un territorio che il nostro sindaco ha definito, con espressione drammaticamente precisa, “fragile e malato”».

    A questo punto, salvo clamorosi e piuttosto improbabili scenari dimissionari, i consiglieri arancioni dichiarano lotta contro l’infrastruttura cercando di recuperare un po’ di quella credibilità perduta agli occhi dell’opinione pubblica. «Assieme all’aggiornamento di Chessa (il consigliere di Sel che ha votato a favore della delibera, NdR) – ha detto il capogruppo di M5S, Paolo Putti, riferendosi ai consiglieri di Lista Doria – state diventando un ossimoro: siete contrari all’opera ma votate sì alle delibere che danno il via libera alla sua costruzione. Ma non potete credere “a Dio e a mammona”, non potete credere cioè al benessere della popolazione e votare sì ai gruppi di potere». Tra questi ossimori viventi, secondo il capogruppo grillino, rientra a pieno titolo anche il sindaco Marco Doria che, fino a qualche tempo fa, era «uno dei più nobili attivisti no gronda, come è possibile ritrovare ad esempio in un intervento video sulla sua pagina YouTube, datato 24 gennaio 2012».

    Detto dell’imprevedibilità del futuro politico, che non dovrebbe comunque dare vite alle nefaste conseguenze adombrate qualche settimana fa, resta da ricordare che cosa succederà al progetto Gronda con l’approvazione di questa delibera, su cui pende la scure di un possibile ricorso al TAR annunciato dal Movimento 5 Stelle per non aver considerato tra le zone interferite dal passaggio dell’opera anche la Val Bisagno.

    La delibera non dà solamente mandato al sindaco di rappresentare il Comune di Genova nella Conferenza dei Servizi del prossimo 23 gennaio per decretare la pubblica utilità dell’opera e dare il via libera agli espropri e ai rimborsi per gli interferiti. La discussione sul progetto esecutivo, il cui tracciato definitivo era già stato approvato nel corso del precedente ciclo amministrativo e che sarà oggetto di una nuova Conferenza dei servizi che dovrà valutare anche tutte le prescrizioni ambientali e non solo contenute nel decreto di VIA, dovrà tenere conto di alcune riflessioni inserite nel documento attraverso un maxi emendamento di maggioranza, presentato e votato durante i quattro giorni di consiglio comunale monstre. Sindaco e giunta, infatti, dovranno farsi garanti affinché il progetto esecutivo sia elaborato dedicando attenzione prioritaria all’assetto idrogeologico del territorio, in risposta alle emergenze emerse nel corso delle ultime alluvioni, considerando anche la criticità dell’attuale rete autostradale genovese. Inoltre, nel documento si sottolinea l’imprescindibilità della presenza del Comune di Genova nel Comitato di controllo sulla realizzazione della Gronda e la necessità di costituire una struttura tecnica di concerto con Città Metropolitana e Regione Liguria che monitori e partecipi alla diverse fasi di studio e realizzazione delle grandi opere infrastrutturali che interessano il territorio genovese.

     

     Simone D’Ambrosio

  • Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7843 ordini del giorno, 63 emendamenti e 111 emendamenti a ordini del giorno. Sono questi i numeri dell’ostruzionismo messo in campo dai consiglieri detrattori della Gronda. Numeri che raccontano i documenti presentati soprattutto da M5S, Federazione della Sinistra e parte di Sel per ritoccare, modificare e riorientare la delibera sugli interferenti dal passaggio della nuova infrastruttura autostradale, la cui approvazione darebbe la possibilità di dichiarare la pubblica utilità dell’opera nella Conferenza dei Servizi convocata il prossimo 23 gennaio.

    Un ostruzionismo largamente preannunciato e fortemente limitato dalla Conferenza dei Capigruppo, l’organo del Consiglio comunale sovrano sulla decisione dell’organizzazione dei lavori. «Il nostro obiettivo – ci raccontava il capogruppo M5S, Paolo Putti – è quello di protrarre la votazione finale sulla pratica fino al 23 gennaio. Oltre alla presentazione di ordini del giorno ed emendamenti, abbiamo in serbo qualche altra sorpresa. Siamo pronti a tanti giorni di durissimo lavoro». Un lavoro che ha costretto i consiglieri grillini agli extra fin da subito, dato che la Conferenza capigruppo, a maggioranza e non all’unanimità diversamente dalla consuetudine, ha deciso intorno alle 20 l’applicazione di una sorta di “ghigliottina” alla genovese: un’ora complessiva di interventi per ciascun gruppo consiliare per la presentazione dei documenti e le dichiarazioni di voto ma, soprattutto, la dead line delle 22.30 per la presentazione di ulteriori ordini del giorno ed emendamenti che, di norma, potrebbero essere presentati fino all’inizio delle operazioni di dichiarazione di voto. «Hanno provato a fregarci in questo modo – commenta a caldo Putti – e noi risponderemo con una valanga di documenti perché sul numero di ordini del giorno ed emendamenti presentabili non possono metterci ostacoli».

    Al momento della pubblicazione dell’articolo (pochi minuti dopo la mezzanotte, ndr), difficile immaginare quando si potrà arrivare alla votazione finale. Perché se è vero che i tempi sono stati contingentanti è altrettanto vero che ogni singolo documento sarà votato separatamente con operazioni di voto che, per quanto veloci, potrebbero aggirarsi attorno al minuto e mezzo per ogni documento ammissibile.
    Possibile, allora, che la seduta venga aggiornata e riconvocata nei giorni seguenti (Aggiornamento: la seduta si è chiusa all’1.30 e riprenderà giovedì 15 alle 9.30).

    Come ampiamente raccontato, l’esito della votazione con l’approvazione della delibera è piuttosto scontato dato il sostegno delle cosiddette larghe intese. Non scontata, invece, è la tenuta della maggioranza.
    È nota, infatti, la posizione del Partito democratico che ha minacciato la crisi di “governo” se per far approvare la delibera si dovesse ricorrere ai voti dell’opposizione (che a parte il M5S dovrebbe comunque votare a favore). Il capogruppo PD, Simone Farello, è apparso piuttosto fiducioso: «La maggioranza di centrosinistra ha dimostrato una maturità all’altezza della situazione, lavorando molto seriamente su una delibera tecnica di cui non tutti condividono l’oggetto di fondo. Mi auguro che la volontà di circoscrivere le discussioni sul merito dei documenti, come abbiamo fatto in questo caso, si possa verificare anche per le prossime sfide cruciali che affronteremo come Puc, bilancio e altre situazioni contingenti come il tema rifiuti. Se c’è la stessa volontà di lavorare nel merito dei problemi potremo dare alla città la risposta che merita». Per quanto riguarda la sopravvivenza della giunta, Farello ha commentato: «A volte non è necessaria l’unanimità ma l’autosufficienza è indispensabile».

    Quali sono, allora, questi voti necessari per l’autosufficienza della maggioranza?
    Data per acquisita la spaccatura di Sel, con il consigliere Chessa che dovrebbe votare a favore della delibera e il capogruppo Pastorino che conferma la propria posizione contraria (sconfessando i dirigenti locali del suo partito che gli chiedono quantomeno l’astensione per la buona tenuta della giunta), tutto ruota attorno al comportamento di Lista Doria.

    Ma non tutti i 6 consiglieri della lista civica legata direttamente al sindaco hanno definitivamente deciso che tasto schiacciare. A favore sicuramente il capogruppo Pignone, rischia di verificarsi una spaccatura di genere: alla fine potrebbero votare sì anche Padovani e Gibelli mentre più agguerrite appaiono le tre rappresentanti femminili, Nicolella, Bartolini e Pederzolli. Da non escludere neppure un più clamoroso 1 sì e 5 no. Secondo i nostri conti, comunque, sarebbero almeno 4 i voti favorevoli necessari da Lista Doria per l’autonomia della maggioranza: 12 i consiglieri del Pd, 1 il sindaco, 1 Chessa (Sel), 3 De Benedictis, Anzalone e Mazzei (Gruppo Misto ma eletti nella maggioranza e inizio ciclo) fa 17 e per arrivare ai 21 della maggioranza assoluta mancano, appunto, 4 consiglieri.

    Eppure, secondo quanto circolato nei corridoi di Tursi, il sindaco pare aver chiesto un voto di fiducia a propri consiglieri, minacciando addirittura le dimissioni se la maggioranza non dovesse risultare autosufficiente. Uno scenario, a nostro avviso, che difficilmente diventerà concreto ma che non è comunque possibile escludere a priori. Chi resterà al fianco del primo cittadino? In ballo c’è soprattutto una questione di immagine: se, infatti, è vero che la delibera in oggetto è soprattutto tecnica e non riguarda nel merito il tracciato dell’opera, già approvata dallo scorso ciclo amministrativo e su cui solo la Conferenza dei Servizi può pronunciarsi, è altrettanto vero che si tratta della prima vera votazione sul tema Gronda per questa amministrazione e votare sì alla per chi si è da sempre dichiarato contrario all’opera potrebbe essere alquanto indigesto. La notte porterà consiglio?

     

    Simone D’Ambrosio