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  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    ortofruttaIl mercato della frutta a Genova costituisce il 4,29% del commercio al dettaglio, secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio. Un numero freddo che, di per sé, lascerebbe indifferenti, se non si accompagnasse ad una tendenza piuttosto sorprendente: il settore del commercio ortofrutticolo nella nostra città segna un andamento positivo, in forte controtendenza rispetto al trend generale del commercio. Un trend che, soprattutto in alcune zone come il Centro storico, è palpabile ad occhio nudo grazie al pullulare di negozi e negozietti che mettono in bella mostra casse di frutta e verdura.
    «In un periodo di crisi – spiega il professor Enrico Di Bella del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova – si sviluppa spesso la tendenza all’apertura di nuove attività commerciali, specie in alcuni settori particolari. Questo succede perché alcune imprese sono costrette a chiudere e i dipendenti, anche grazie alla liquidazione, provano a mettersi in proprio. Tuttavia, spesso questo tipo di operazione non rimane sostenibile a lungo». Ma l’aspetto che più sorprende è proprio che, a fronte di un aumento dell’avvio di attività, nel settore dell’ortofrutta non sembrano essere cresciute esponenzialmente le cessazioni, altra peculiarità che dovrebbe invece contraddistinguere i momenti di crisi economica. Ma non è tutto oro quel che luccica…

    Il negozio di ortofrutta: facile da aprire e, soprattutto, facile da chiudere

    Dopo la liberalizzazione del commercio sancita definitivamente da Regione Liguria con una delibera di fine 2012, aprire un negozio di frutta e verdura non comporta costi particolarmente ingenti, non richiede grandi investimenti iniziali, non necessita di strumentazioni sofisticate o spazi particolarmente vasti. 
    «Quello dell’ortofrutta – sostiene Giambattista Ratto, amministratore delegato di SGM (società che ha in gestione il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Bolzaneto, al 10% proprietà del Comune, 25% Spim, 25% Camera di Commercio e 40% degli operatori consorziati) – è un settore piuttosto semplice da approcciare: non si tratta tanto di una questione di professionalità facilmente acquisibile, perché vendere e comprare ortofrutta di qualità non è così banale come si possa pensare, ma sicuramente richiede meno costi di avvio di altri settori. Un bancone, due cassette e non è neanche indispensabile la cella frigorifera: ecco che con 500 euro puoi fornire un negozio di metratura limitata; se riesci a incassare 600 euro, la mattina dopo hai già 100 euro di margine in più da investire; se, invece, ne incassi solo 300 o 400, provi a continuare per un mese e, se le cose continuano ad andare male, smetti».

    Per aprire un negozio di ortofrutta bastano pochi passi: creare una società, iscriverla alla Camera di commercio, avere tutte le autorizzazioni sanitarie rilasciate dal Comune e presentarsi al mercato di Bolzaneto, con tanto di visura camerale, per richiedere la tessera d’accesso. Poi, basta mostrare la partita iva per la fattura ai venditori all’ingrosso e il gioco è fatto. Inoltre, a quel che risulta dai nostri colloqui con alcuni operatori del settore, in alcuni casi lo Stato impiegherebbe almeno due anni prima di controllare la regolarità dei nuovi esercizi commerciali. Questo aspetto, se fosse confermato, comporterebbe nei fatti un notevole vantaggio dal punto di vista del rischio di avvio di nuova impresa non causando eccessivi costi nel caso di fallimento repentino dell’attività.

    Imprenditoria straniera, mafia e abusivismo

    mercato-frutta-verdura-sarzanoIl commercio al dettaglio a Genova a fine 2014 conta 411 negozi di frutta e verdura e 104 ambulanti, con oltre il 10,5% di nuove aperture in più rispetto al 2013. Ma l’impennata vertiginosa c’è stata tra il 2012 e il 2013, quando il numero di nuove aperture rispetto all’anno precedente è passato da circa il 3% al 9%. Se, però, tra il 2012 e il 2013 erano aumentate percentualmente anche le cessazioni di attività (da circa l’8% del 2012 sul 2011, a oltre l’11% del 2013 sul 2012), lo stesso non si può dire per il 2014: alla fine dello scorso anno ha tirato giù la serranda definitivamente solo poco più dell’8% dei besagnini rispetto al 2013.

    Al di là di questo turbinio di numeri, resta il dato di un settore in crescita a discapito di una crisi economica diffusa. Secondo l’ufficio statistica della Camera di Commercio, una prima motivazione di questa tendenza va ricercata nell’aumento di imprenditori stranieri: «Il settore del commercio di frutta e verdura al dettaglio è stato implementato negli ultimi anni grazie alla presenza di un numero elevato di imprenditori individuali stranieri, in particolare del Marocco: a fine 2014 si contano 88 realtà attive gestite da un titolare nato all’estero, pari al 21,4% del totale dei negozi del settore nel Comune di Genova, più di uno ogni cinque. Un dato notevole se si considera che nel 2011 erano solo 39 i titolari stranieri di una rivendita di ortofrutta». Una tendenza confermata anche dai rappresentati dei Civ di Sarzano e Maddalena che, tuttavia, lamentano un giro di affari in crescente difficoltà: insomma, secondo gli operatori storici del settore l’alto numero di punti vendita non sembra aver influito in maniera positiva sugli andamenti economici.

    Addirittura c’è chi punta il dito contro gli stranieri accusati di fare concorrenza sleale, di comprare merce di scarsa qualità e a costi più bassi per poter mantenere prezzi più avvicinabili dai clienti e di approfittare dei già citati controlli tardivi dello Stato per rendersi “invisibili” al fisco. Sia Confesercenti che il management del mercato di Bolzaneto, però, sono concordi nell’individuare altrove le cause delle difficoltà del settore. Secondo Matteo Pastorino di Confesercenti, la realtà della strada è ben diversa dal quadro prospettato dai numeri, che non tiene conto del nemico pubblico numero uno del commercio: l’abusivismo. «Quello dell’ortofrutta è un settore in crisi – sostiene Pastorino – perché alle difficoltà endemiche come la stagionalità, la tassazione e la concorrenza della grande distribuzione, si aggiunge la piaga dell’abusivismo con un numero sempre crescente di furgoni sulle strisce pedonali che si posizionano davanti ai mercati coperti, in barba alle norme comunali».
    Secondo il coordinatore provinciale di Anva e Fiesa Confesercenti, la merce venduta dagli ambulanti abusivi sarebbe inoltre di dubbia provenienza, tanto da mettere in discussione anche il rispetto delle principali norme igieniche: dalle nostre ricerche, tuttavia, la quasi totalità degli ambulanti operanti in città (abusivi e non) risulta rifornirsi regolarmente a Bolzaneto. Non possiamo sapere in quale proporzione rispetto alla merce poi effettivamente esposta e venduta, ma questo potrebbe valere paradossalmente per tutti i rivenditori del settore. «Abbiamo già fatto diverse segnalazioni alle autorità – dice Pastorino – ma spesso chi viene contestato si difende esibendo licenze itineranti. Le poche volte che vengono fatti verbali, le sanzioni non vengono pagate e il giorno dopo l’ambulante abusivo è di nuovo su piazza: sarebbero necessarie altre misure come presidi o sequestri dei mezzi perché stiamo parlando di un problema sempre più sentito dai commercianti di ortofrutta, soprattutto da chi opera nei mercati».

    C’è anche chi ritiene che dietro l’apertura indiscriminata di nuovi negozi e botteghe ci sia un forte controllo mafioso, e i nomi di alcune famiglie molto chiacchierate sono ben noti nel mondo ortofrutticolo. Il settore dell’ortofrutta per queste famiglie è spesso una copertura per ripulire i soldi ricavati da altre attività tipicamente criminali come lo spaccio di droga e il traffico di armi. «Ci si dedica al commercio dell’ortofrutta, così come all’edilizia (vedi approfondimento) – racconta Luca Traversa responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria – perché si tratta di attività economiche semplici da avviare e consentono di attivare un presidio sul territorio che poi è il fine ultimo delle mafie: il controllo dei cittadini».

    La nuova generazione di imprenditori della frutta e l’ipotesi chiusura notturna

    [quote]Non si tratta di italiani o di stranierima di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio.[/quote]

    I rischi di infiltrazione mafiosa non sembrano preoccupare più di tanto i gestori del mercato di Bolzaneto. «Queste persone – è la tesi di Giambattista Ratto – hanno tutte le autorizzazioni in regola per poter lavorare nel settore. Se poi si tratta di attività parallele non sta certo a noi gestori del mercato o al sistema dell’ortofrutta genovese dirlo. Non credo che nel nostro settore girino così tanti soldi da risultare appetibile per chissà quali attività illecite». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il direttore del mercato, Nino Testini: «È l’amministrazione che negli anni ’80 e ’90 ha dato a queste famiglie le licenze di ambulantato: bisognerebbe capire come e perché. Qui al mercato hanno tutti il proprio tesserino, la propria ragione sociale e vendono e comprano come qualsiasi operatore del settore. Il mercato di Bolzaneto è secondo me piuttosto impermeabile alle infiltrazioni di qualunque tipo perché è tradizionalmente molto chiuso: la maggior parte dei grossisti è stretta da legami di parentale interni. Abbiamo tutti operatori storici e locali che non vivono situazione torbide».

    Per gli amministratori del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Genova neppure la crescita di operatori stranieri, a cui i numeri dicono si sia assistito negli ultimi anni, non creano particolari problemi. Anzi. «Non si tratta di italiani o di stranieri – afferma Testini – ma di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio. Al mattino arrivano a comprare frutta e verdura un po’ più tardi degli operatori tradizionali perché la sera tengono il negozio aperto molto di più. Mediamente, comunque, arrivano proprio nel cuore delle trattative, tra le cinque e le sei del mattino e iniziano a contrattare sui prezzi come tutti». La vera novità sta piuttosto in un’organizzazione logistica più efficace. «Con un solo camion o furgone – prosegue Testini – vengono a ritirare la merce per due o tre negozi: non è una questione di racket come dicono i maligni ma di organizzazione del lavoro più furba ed economica. In sostanza, risparmiano sui costi, ottimizzando i trasporti». L’operatore tradizionale, invece, è difficile che deleghi: anche la micro-bottega viene direttamente a contrattare e a caricarsi la merce sulla propria macchina. C’è, poi, una nuova frangia di negozianti che non vuole alzarsi di notte e che si fa consegnare la merce direttamente in negozio, dagli operatori del mercato. «Ma non si tratta di veri besagnini – commenta il direttore – perché il besagnino doc viene qui e non solo sceglie accuratamente la frutta ma, prima di comprarla, la assaggia anche».

    La questione della “levataccia”, in realtà, potrebbe trovare soluzione per tutti nel prossimo futuro. Gli amministratori del mercato ci anticipano, infatti, quella che potrebbe diventare una vera e propria rivoluzione del settore: «Stiamo valutando – racconta Testini – di spostare il mercato di giorno, dalle 11 alle 17, così come sta facendo con buoni risultati Roma e come si fa da anni in tutta Europa».
    La speranza è quella di poter rilanciare a pieno titolo un settore che altrimenti rischierebbe seriamente l’estinzione: «Questo mestiere – riprende Nino Testini – ha perso quel fascino che consentiva di tramandare l’attività di padre in figlio. Spesso non troviamo neanche più personale che abbia voglia di venire a lavorare la notte: rischiamo di estinguerci per i costi, per la qualità della vita e perché non c’è più ricambio».
    Insomma, la scelta è tra cavalcare un cambiamento ed esserne protagonisti, magari cercando di gestirlo, condurlo e plasmarlo secondo le esigenze oppure subirlo ed essere costretti a recuperare in futuro. Nessuna ripercussione sulla qualità e la freschezza della merce? Nient’affatto, secondo l’a.d. Ratto: «Secondo voi, la mela che compriamo oggi al Mercato Orientale o al negozio di quartiere è stata raccolta ieri? È evidente che si dovrà ottimizzare il sistema di refrigerazione e migliorare la filiera per quanto riguarda i cosiddetti prodotti “freschi” ma dobbiamo un po’ smontare la leggenda che al mattino arrivano sul mercato le pesche raccolte qualche ora prima. Oggi commercializzare un chilo di ortofrutta che non sia passata da una cella frigorifera forse non riescono a farlo più neppure i coltivatori diretti. Abbiamo esempi di coltivatori tecnologicamente avanzati che vanno a raccogliere la frutta direttamente con carrelli refrigeranti».

    Il giro della frutta dall’albero ai banchi del mercato

    Che percorso fa, dunque, la nostra mela da quando viene raccolta dall’albero a quando finisce sulla nostra tavola?
    Dietro al chilo di mele che compriamo dal besagnino c’è un mondo, spesso sconosciuto. Un mondo che a Genova vede il suo fulcro nel mercato generale di Bolzaneto. «Ci si lamenta sempre che la filiera è troppo lunga, i prezzi dalla terra al negozio lievitano in maniera assurda – dice il direttore Testini – ma certi passaggi vengono creati dallo stesso consumatore. Oggi nessuno comprerebbe mai una mela che è colpita dalla grandine: il prodotto deve essere perfetto, quando in realtà esiste tutto un mondo di prodotti di seconda scelta, sempre di ottima qualità ma meno piacevoli alla vista, che non riesce ad avere mercato. Per arrivare a questa purezza estetica, tra il campo e il mercato ci vogliono centri di raccolta, centri di selezione, centri di conservazione. È lì che la filiera si allunga e che i costi aumentano».
    Dalle coltivazioni in terreni o serre, la frutta e la verdura raccolte vengono portate in centri di lavorazione per essere pulite, confezionate e spedite ai centri della grande distribuzione, da un lato, e ai mercati all’ingrosso, dall’altro. Poi si passa alla vendita al dettaglio, con l’effetto che spesso mangiamo frutta e verdura raccolte ben più di qualche giorno prima.
    A Genova, il 90% della frutta che arriva sulle nostre tavole passa attraverso il mercato di Bolzaneto. «Da qui – spiega l’a.d. della Società Gestione Mercato, Giambattista Ratto (egli stesso grossista e rappresentante del consorzio degli operatori) – passa sia la merce che troviamo nei mercati rionali, sia quella sui banconi dei besagnini di quartiere, degli ambulanti dei mercatini o sulle casse di quelli che girano in camion. Ci può essere qualche mercatino considerato a chilometro zero, di chi coltiva e vende direttamente o ha rapporti immediati con piccoli agricoltori, ma si tratta di percentuali irrisorie». Così, gli unici prodotti ortofrutticoli venduti in città a non passare dal mercato all’ingrosso risultano quelli gestiti dalla grande distribuzione.

     

    Claudia Dani e Simone D’Ambrosio
    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 62 di Era Superba

  • Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Offerta di lavoroQuesto articolo non vuole stordire di numeri e dati, ma provare a fare chiarezza su un tema ampio e delicato che troppo spesso viene sbrigativamente ridotto ad un valore percentuale. A rotazione, infatti, il dato sul tasso di disoccupazione occupa le homepage dei media e le prime pagine dei quotidiani: le notizie sono sempre le stesse, il tasso che è salito, il tasso che è sceso… Ma come è possibile che da un trimestre all’altro tutto si stravolga? Viene naturale chiedersi se quel dato che finisce sempre in prima pagina sia davvero significativo.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Cerchiamo di fare chiarezza sui numeri e le percentuali, capire come funzionano, come vengono raccolti e come vanno interpretati. Per farlo, ci siamo fatti aiutare da chi sa che cosa si nasconde dietro a quella percentuale e come viene calcolata. Bruno Spagnoletti, sindacalista, è stato responsabile
    dell’Ufficio Economico Cgil Liguria, esperto di dati statistici sull’occupazione.

    I dati ISTAT 2014-2015

    cercare-lavoroI dati a disposizione al momento della stesura dell’articolo sono suddivisi per provincia per quanto riguarda il 2014 e relativi al primo trimestre 2015 solo a livello regionale. Il dato complessivo presenta un tasso di disoccupazione in diminuzione di 1,1% fra i due anni, che cosa significa? Spieghiamo meglio: la differenza è fra l’ultimo trimestre 2014, che aveva un tasso del 11.2 e il primo trimestre 2015 che ne ha uno del 10.1.
    Facciamo un passo indietro e vediamo come si arriva a questo dato percentuale. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forze di lavoro (persone occupate). Fa parte della forza lavoro chi ha dai 15 anni e più e che nella settimana di riferimento (quella in cui viene effettuata la rilevazione) ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Le persone in cerca di lavoro (disoccupate) sono invece le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare. L’ISTAT raccoglie le informazioni intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche se temporaneamente all’estero. Le informazioni sono raccolte in tutte le settimane dell’anno.

    Approfondito il “dietro le quinte”, proviamo ad addentraci di più nei dati, che avranno un altro impatto visto quanto sopra. «È vero che il dato nazionale per il 2015 è in diminuzione – esordisce Spagnoletti – c’è una leggerissima inversione di tendenza, ma si tratta di lavoro “povero” (lavori stagionali, precari, ndr). Entrando più nel dettaglio dei dati 2014 ho evidenziato una sofferenza in particolare nel lavoro dipendente, in un anno si perdono oltre 11 mila dipendenti. Il settore che soffre di più è quello dei Servizi e del Terziario rispetto all’anno precedente, ma se valutiamo la perdita di lavoro sul periodo lungo tutti i settori economici perdono, nessuno escluso. Penso che pubblicare sui giornali un’analisi più approfondita sarebbe più utile per farsi un’idea, piuttosto che il singolo dato percentuale».
    Venendo al locale, i dati vedono 73mila liguri in cerca di lavoro, in aumento rispetto al 2013. «In realtà, se ai disoccupati censiti dall’ISTAT si sommano scoraggiati, Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale, ndr), lavoratori in mobilità e in cassa integrazione senza ritorno, il dato della disoccupazione ligure arriva intorno ai 135mila».

    Dall’analisi dei dati condotta insieme a Spagnoletti emerge ad esempio un errore rispetto ai numeri relativi alla provincia di Savona e a quella di Imperia. Questo deriva probabilmente dall’aggiornamento dei dati fatto dall’Istituto stesso. L’ISTAT, infatti, ha comunicato un aggiornamento dei dati dal marzo 2015 in modo “da rendere confrontabili i dati riferiti agli anni passati”, e ha provveduto a ricostruire le serie storiche. «In realtà quello che è successo – evidenzia l’ex responsabile dell’ufficio economico di CGil – è la modifica di due dati importanti: l’occupazione ligure del 2008 non più fissata a 635.687 ma aumentata a 650.606 (circa 15mila occupati in più) e l’occupazione media 2013 che da 603.113 a 613.091». Questo è solo un esempio a dimostrazione dell’imprecisione dei dati su cui si basano le oscillazioni del tasso di disoccupazione.
    «Si ricorre in errore più facilmente su numeri piccoli, come quelli delle due province liguri – chiosa Spagnoletti – i dati aggiornati non mutano le performance qualitative degli indicatori economici della recessione ligure ma producono distorsioni e contraddizioni evidenti nelle variazioni dell’occupazione». In conclusione la fotografia storica dell’Istat ha troppe ombre per essere considerata davvero significativa.

    E nella nostra regione? Confrontando il primo trimestre 2014 con quello 2015 in Liguria si registrano 19 mila occupati in più con una variazione positiva del 3.23% e 11 mila disoccupati in meno con una variazione negativa del 13.93%.
    Spagnoletti sottolinea quanto sia importante attendere i dati del secondo trimestre 2015 e quelli a seguire per verificare se la tendenza di lieve ripresa proseguirà, «al momento si tratta di dati deboli e vulnerabili, “drogati” dagli sgravi fiscali che il Governo ha voluto per le assunzioni a tempo determinato». In parallelo, infatti, i dati del Ministero a livello nazionale mettono in evidenza l’aumento di assunzioni a tempo determinato del 49.5% e l’81% in più di trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato; però questo non sta a significare, è fondamentale evidenziarlo, che vi siano state nuove assunzioni e
    quindi aumento dell’occupazione. In poche parole i numeri positivi sono prematuri rispetto alla reale situazione.

    Aumento delle Partite Iva: fumo negli occhi?

    Fino ad ora abbiamo trattato la realtà della disoccupazione, ma c’è un altro lato della medaglia ed è quello rappresentato dalle “nuove” partite IVA cosiddette “dei regimi minimi”.
    Diverse legislazioni negli ultimi anni hanno permesso l’apertura di partite IVA, sopratutto a giovani entro i 35 anni, che prevedono negli anni agevolazioni fiscali più o meno consistenti. In questo caso i numeri e i dati, che spesso vengono presi a riferimento dai media, ci aiutano ancora meno ad avere un quadro reale della situazione perché sono semplicemente il risultato di una banale somma (il numero di partite IVA, in quale settore, con quale classe di età di appartenenza…). I dati relativi alle partite Iva (fonte MEF Ministero dell’economia e delle finanze) raccontano infatti una Liguria che diventa sempre più imprenditrice di se stessa. Ma di che tipo di partita Iva si tratta? Corrisponde allo stesso lavoro svolto in precedenza da dipendenti in precedenza? Oppure queste partite Iva sostituiscono dei contratti a tempo determinato o a progetto?
    Fuor di dubbio che il dato sia in aumento, ma ciò, anche in questo caso, non è per forza sinonimo di maggiore occupazione.

    I dati relativi alla nostra regione seguono l’andamento nazionale, su 4.648 nuove partite IVA 5.729 sono state aperte da giovani fino ai 35 anni, circa il 39%. Lo stesso MEF ammette nella sua analisi dei dati che l’incremento è dovuto probabilmente all’approvazione della legge di stabilità 2015 che ha introdotto il nuovo regime meno vantaggioso, incrementando il numero di chi ha aperto partita IVA entro il 2014.

    A concludere questo nostro viaggio fra i numeri del lavoro in Liguria possiamo essere sicuri che la prossima volta che leggeremo o ascolteremo del tasso di disoccupazione sapremo meglio di cosa si tratta.

     

    Claudia Dani

  • Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    porto-terminal-DINel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.

    Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.

    Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.

    La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova

    Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.

    Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».

    Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.

    Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015

    Telecamera su GenovaIn Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.

    Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.

    Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    slotmachineL’Italia rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo e, a fronte del 1% della popolazione, oltre il 4,4% del mercato mondiale con il triste primato del 23% delle giocate totali online. La spesa pro capite (calcolata sulle persone maggiorenni) in giochi con premi in denaro è di 1700 euro all’anno: una piaga che si diffonde soprattutto sulle fasce marginali della società e sui giovani. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto della Società italiana di pediatria che denunciano come un giovane su cinque tra i 12 e i 18 anni, pari a circa 800 mila adolescenti, gioca online o frequenta con abitudine una sala da gioco, senza che le famiglie ne siano al corrente. Un dato che sale a 1,2 milioni di ragazzi se si considera l’intera fascia dei minorenni.

    I ricavi che lo Stato percepisce con la tassazione di questo settore non seguono l’incremento esponenziale del gioco d’azzardo: se, infatti, nel 2004 a fronte di un giro di affari di 24 miliardi di euro lo Stato ne incassava 7,7, nel 2014 a fronte di un ricavo complessivo di 88,6 miliardi nelle casse pubbliche sono entrati poco più di 6 miliardi.

    Ma, al di là dell’aspetto meramente economico, senza considerare il gioco sommerso e gli affari delle mafie, ciò che più preoccupa sono le ripercussioni sociali e sanitarie: secondo quanto disposto dal decreto Balduzzi, il gioco d’azzardo patologico è stato incluso nei livelli essenziali di assistenza e la legge di stabilità 2015 stanzia 50 milioni di euro per l’assistenza di questo settore in cui, si stima, rischi di incappare un italiano su tre. La cifra importante stanziata dal governo, sintomatica dell’attenzione che si dovrebbe porre verso questa piaga, è tuttavia irrisoria nei confronti dell’onere complessivo che la cura per il gioco patologico d’azzardo fa ricadere sulla collettività: si parla di costo annuo medio di 38 mila euro per paziente, pari a un totale che tra i 5,5 e 6,6 miliardi di euro. Si stima che il gioco d’azzardo sia la causa di almeno il 10% delle separazioni coniugali e che i suicidi tra i giocatori siano 4 volte superiori rispetto al resto della popolazione: a ciò si aggiungono altri costi sociali come il deterioramento della qualità di vita, l’indebitamento, la perdita della casa, del lavoro e la maggiore permeabilità ad altre dipendenze.

    A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri. Lo scorso anno, durante la giornata mondiale di sensibilizzazione, venivano stimati in oltre 1350 gli esercizi cittadini in cui fosse possibile il gioco d’azzardo e quasi una sessantina le sale specializzate. Non deve stupire, allora, che il Comune di Genova sia in prima linea per il contrasto a questa piaga sociale.

    Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione bipartisan presentata dai consiglieri Nicolella (Lista Doria) e Campora (Pdl) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta cittadina contro il gioco d’azzardo –  per dire ancora una volta no alla proliferazione del gioco d’azzardo in città e per dare seguito ai risultati positivi che si sono riscontrati dopo l’approvazione del Regolamento comunale sulle sale da gioco e giochi leciti.

    La mozione si scaglia contro il disegno di legge che giace in Parlamento e che, secondo quanto emerso finora, potrebbe cancellare gli effetti positivi del Regolamento comunale che contrasta la diffusione delle sale da gioco soprattutto in riferimento ai luoghi sensibili (in particolar modo le scuole e altri spazi pubblici frequentati da bambini e giovani), individuando un raggio d’azione di 300 metri all’interno del quale non possono essere aperte sale da gioco, che scende a 100 metri per quanto riguarda sportelli bancari, agenzie di credito, banchi di pegni e compro oro. Accogliendo l’appello della Consulta comunale, il documento impegna sindaco e giunta a farsi parte attiva presso il Governo affinché la nuova normativa mantenga “le facoltà dei Comuni di imporre vincoli, obblighi e controlli sugli esercizi connessi al gioco d’azzardo”, introduca “norme a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza” in particolare riguarda alla pubblicità e all’acceso dei locali in cui si gioca, istituisca un fondo finalizzato al contrasto del gioco patologico.

    «Il Comune di Genova deve farsi portavoce di questa battaglia – spiega Nicolella – un po’ perché questa amministrazione è stata tra le prime a produrre un atto fortemente incisivo per il contenimento della diffusione del gioco d’azzardo e un po’ perché la storia ci racconta che la prima normazione del fenomeno è arrivata propria dalla Repubblica di Genova, che istituì un banco di raccolta delle giocate che erano molto diffuse per scommettere sui nomi notabili che sarebbero stati estratti per far parte del Senato, come era consuetudine nella Repubblica».

    «Come Giunta – commenta l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – abbiamo espresso convintamente il nostro parare favorevole perché si tratta di una battaglia di civiltà che non possiamo non appoggiare. A fronte di una limitazione del numero dei concessionari su scala nazionale, la nuova normativa in via di definizione sembra andare nella direzione di una delegittimazione delle amministrazioni locali nella disciplina del fenomeno. Quindi il nostro regolamento comunale ma anche la legge regionale sarebbero a rischio». Un ostacolo notevole, soprattutto nell’ottica di una possibile imposta addizionale comunale proprio sui proventi dalla tassazione sul gioco d’azzardo che la stessa Fiorini starebbe mettendo a punto d’intesa con l’assessorato al Bilancio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Mare e degrado
    Foto di Roberto Manzoli

    Genova continua a perdere i pezzi. Non stiamo parlando di bilanci, infrastrutture, palazzi o più chiacchierate situazioni politiche ma di persone, cittadini, abitanti. Quelli, cioè, che se vengono a mancare in maniera consistente rischiano di far perdere senso a qualsiasi altro progetto di sviluppo della città. Negli ultimi 50 anni (nel 1965, momento di massima espansione, risiedevano a Genova 848.121 persone) si sono persi oltre 250 mila abitanti. Secondo i dati pubblicati dall’ultimo annuario statistico del Comune, che fa riferimento esclusivamente ai residenti in città registrati all’anagrafe a fine 2013, a Genova risiedono 596.958 persone. Ma il dato che più fa riflettere e che le emigrazioni hanno superato le immigrazioni e se questa emorragia di cittadini dovesse ripetersi regolarmente anche nei prossimi anni, inutile dire che la città dovrebbe rivedere e ricalibrare buona parte dei suoi piani per il futuro.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    «Prendendo come punto di riferimento il censimento generale del 1971 – spiega il direttore del Centro Studi Medì, Andrea Torre – è come se a Genova fosse stato tolto l’equivalente abitativo dell’intera città di Padova. Un dato ancor più clamoroso se si considera che all’inizio degli anni ’70 gli stranieri si potevano contare sulla punta della dita. Nel 2013, invece, gli stranieri residenti ammontano a 57.358: Significa che, al netto degli stranieri, in poco più di 40 anni la popolazione genovese è calata di 275 mila unità, ovvero l’insieme degli abitanti di Rimini e Sassari».

    Veduta della città dalla Madonna del Monte
    Foto di Daniele Orlandi

    
A testimoniare l’inesorabile diminuzione della popolazione locale è, come detto, l’emigrazione che nel 2013 ha segnato un saldo negativo di 1754 persone (nel 2012, invece, ci si era attestati su aumento di 1641 individui): 13.812 sono i cittadini che hanno lasciato la città mentre solo 12.058 i nuovi residenti (solo 4588 provengono dall’estero mentre i restanti 7470 arrivano da altre città italiane). Si tratta del dato più negativo degli ultimi dieci anni anche se non è la prima volta che compare il segno meno, già visto nel biennio 2006-2007. Numeri resi ancora più gravi dal movimento naturale della popolazione, il bilancio vivi/morti, che ha fatto registrare la perdita record di 4 mila unità.
    Se fino a qualche anno fa erano gli stranieri a tenere su la baracca, l’immigrazione dall’estero è radicalmente rallentata. Anche quest’anno, in cui si è fatto un gran parlare di sbarchi a livello nazionale, il numero di stranieri arrivati nel nostro Paese è comunque molto inferiore a quanto accadeva prima della crisi economica. «Checché se ne dica in tv – commenta il professor Giuliano Carlini, sociologo delle relazioni interculturali già docente all’ex facoltà di scienze politiche dell’università di Genova e membro della Consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri immigrati – i flussi sulla nostra Regione sono andati calando negli anni, alcuni addirittura si sono fermati da tempo».
    Rispetto al 2012, il saldo ingresso/uscita stranieri all’anagrafe genovese ha fatto registrare solo un +95 per un totale di 57.358 persone (erano 44.379 nel censimento del 2011, mentre solo 15.567 nel 2001), pari al 9,6% di tutta la popolazione residente. Di questi nuovi cittadini genovesi, circa un terzo proviene dall’Ecuador con 17271 rappresentati, seguito a lunga distanza da Albania (6321), Romania (4996) e Marocco (4505).

    Questa mobilità assai limitata e concentrata soprattutto nell’arco di età tra i 25 e i 34 anni (3335 gli immigrati calcolati nell’ultimo anno all’interno di questa fascia) è confermata anche dal flusso dell’emigrazioni: delle 13812 persone che si sono cancellate dall’anagrafe genovese nel corso del 2013, ben 9365 l’hanno fatto per spostarsi in un’altra città italiana e, in particolare, 7593 al Nord, di cui 5120 in Liguria compresi 4370 all’interno della Provincia di Genova. Sono 4447, invece, gli italiani prima residenti a Genova che hanno spostato la propria residenza all’estero. Anche in fatto di uscite, l’arco di età più coinvolto è quello dai 25 ai 34 anni (3305 persone), seguito da 35-44 anni (2808 persone) e 45-54 anni (2012 persone). Buona parte delle emigrazioni, dunque, non consiste in rimpatri ma solo in fisiologici movimenti dettati da dinamiche di ricerca del lavoro o di migliori opportunità abitative.

    Più difficile fare una riflessione stretta sul comportamento dei genovesi di nascita ma, d’altronde, come afferma lo stesso professor Carlini «le ricerche si orientano non tanto su ciò che sarebbe utile sapere ma su ciò che è più opportuno dal punto di vista politico».
    Tutti questi dati, infatti, non vanno certo presi per oro colato ma solo come testimonianza di una tendenza. In realtà, le persone che si sono spostate all’estero sono decisamente di più perché non è detto che chi ha lasciato Genova abbia già spostato altrove la propria residenza. Come sicuramente di più sono i nuovi abitanti arrivati in città nel corso del 2013. Va tenuto presente, infatti, che nel momento in cui gli stranieri “scompaiono” dalle statistiche non è detto che abbiano effettivamente abbandonato il Comune, la Regione o il Paese: molte persone al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono documentare la propria posizione lavorativa, magari perché in nero, e vengono così cancellate dall’anagrafe anche se di fatto non si sono allontanate da Genova con il proprio nucleo familiare. A questi numeri vanno infine aggiunti i clandestini e gli immigrati irregolari.
    «Se uno si ferma a leggere i giornali – dice Carlini – continua a cogliere la sensazione errata di essere circondato da centinaia di migliaia di immigrati. Ma ci accorgeremo concretamente della tendenza alla diminuzione dei flussi. Ad esempio, sul mercato del lavoro: il cittadino medio se ne accorgerà solo quando i media glielo diranno, quando le forze politiche la smetteranno di speculare sulla cosiddetta “invasione degli stranieri”».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    I debiti dei genovesi: ogni famiglia è esposta per oltre 17mila euro

    economia-soldi-D3La borsa firmata, il motorino, i mobili nuovi come quelli della vicina. Il dentista, il funerale della nonna, la facciata del palazzo da rifare. I motivi che portano le persone ad indebitarsi sono i più disparati, e non necessariamente ricorrere ad un finanziamento ha delle valenze negative, questo è ovvio. In Liguria, dove secondo tradizione gli abitanti sono persone morigerate e poco disposte a fare il passo più lungo della gamba, in realtà si ricorre all’indebitamento in maniera piuttosto massiccia, come in ogni altra parte d’Italia. Secondo una ricerca della CGIA di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato), che mantiene un ufficio studi molto attivo in materia economica, ogni famiglia italiana è esposta in media per 19.251 euro, esclusi i finanziamenti alle imprese o agli artigiani. Ma mentre le province lombarde hanno un indebitamento medio di 27.544 euro, in Liguria siamo ad una media di 16.468, che va dai 14.568 di Imperia (la più virtuosa) ai 17.280 di Genova, la città maggiormente indebitata. In questo dato sono compresi anche i mutui per l’acquisto della casa ma, visti gli andamenti del mercato immobiliare, specialmente nella nostra provincia, è difficile immaginare che l’aumento tendenziale dei prestiti (+34,9% dal 2007 ad oggi) dipenda da questa ragione.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Purtroppo la diminuzione drastica del reddito pro capite in Liguria (-2,9%, maglia nera secondo l’Istat) è probabilmente una delle cause, e forse la principale, del massiccio ricorso al credito; in ogni caso, trovare i canali attraverso cui ottenerlo non è un grande problema, e spesso è lo stesso venditore che propone di rateizzare un acquisto tramite finanziarie convenzionate. Una volta si ironizzava molto su chi pagava la crociera a rate, oppure comprava un abito da sposa con una sfilza di cambiali più lunghe del matrimonio stesso. Oggi per che cosa si fanno debiti in Liguria, e a Genova in particolare? Vediamo di capire qualcosa di più con l’aiuto di Luca (nome di fantasia) che segue il credito al consumo presso un primario istituto bancario ligure. «Se dobbiamo fare una “hit parade” delle motivazioni per cui si chiede un prestito, a Genova sicuramente al primo posto c’è l’auto nuova, ed era così anche prima dell’emergenza alluvione. In generale per comprare l’auto non ci si sente particolarmente in colpa ad indebitarsi, anche se talvolta vengono richieste durate tali che, si può ipotizzare, il cliente avrà sostituito la vettura ben prima di aver finito il debito! Durante quel periodo, qualsiasi altra necessità finanziaria abbia, si trova con l’accesso al credito probabilmente bloccato». Eh sì, perché una persona non si potrebbe in teoria indebitare per una percentuale troppo elevata rispetto al reddito totale… «Che poi esistano finanziarie che ti offrono qualunque tipo di pagamento pur di prendersi il cliente, questo non significa che sia opportuno farlo.Tenete presente che, con due sole rate arretrate, si entra nel registro Crif che cataloga tutti i “cattivi pagatori” che restano tali per parecchi mesi anche dopo aver onorato il proprio debito, ed in ogni caso non sono certo agevolati nel futuro ricorso al credito».

    Ovviamente non è sempre la voglia di strafare che porta ad indebitarsi. Chiunque, per una serie di motivi, si può trovare a corto di liquidi. Per fortuna ci sono i pensionati, che nella nostra regione stanno diventando la vera stampella alla crisi. Molte famiglie vanno avanti grazie all’impegno quotidiano dei “nonni” e non solo in termini di aiuto pratico, ma anche e soprattutto economico. «Non sa quante richieste abbiamo che sono state accolte proprio grazie alla “seconda firma” del pensionato di turno!». Casi, purtroppo sempre più numerosi, in cui chi chiede il finanziamento è già impegnato con altre rate, e ovviamente non si può superare una certa percentuale del reddito totale, di solito intorno al 30%. E chi non riesce ad avere questa seconda firma? «Si può ricorrere alla cessione del quinto (in pratica viene liquidata una somma in base allo stipendio annuale e su quella si trattiene una rata non superiore al quinto dello stipendio direttamente in busta paga o dall’Inps, ndr), ma se anche questa strada è già stata percorsa, il soggetto dovrebbe cercare il più possibile di evitare la spesa, in caso contrario è molto facile che si ricorra a canali “paralleli” che quasi automaticamente significano cadere nelle mani degli strozzini, che anche qui a Genova hanno purtroppo un buon giro d’affari».

    Per proteggere ed aiutare le persone cadute in questo genere di trappole, o che sono comunque a rischio usura, è nata a Genova nel 1996 la Fondazione Santa Maria del Soccorso per iniziativa dell’allora arcivescovo di Genova, il Cardinale Tettamanzi. Finanziata da enti pubblici (Sezioni Antiusura del Ministero dell’Interno e del Dipartimento del Tesoro) e privati, si avvale del lavoro di una cinquantina di volontari.

    Ma l’orizzonte del credito non è fisso, si muove sempre, ed ecco comparire il Social Lending di Smartika (ed esiste anche Prestiamoci): in pratica si tratta dei prestiti diretti fra privati, dove chi ha del denaro da investire lo mette a disposizione guadagnando un interesse superiore a quello che si vedrebbe riconoscere dalla propria banca, mentre chi ne ha bisogno ottiene un prestito a condizioni nominalmente inferiori (non sempre sostanzialmente) e soprattutto una valutazione del merito, si dice, meno severa.

     

    Bruna Taravello

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    archivio-libri-scrittura-D3Il Comune di Genova vuole aprire i suoi dati a tutti, in maniera trasparente e senza restrizioni. E lo fa attraverso un nuovo portale (dati.comune.genova.it) dedicato a quelli che, con termine anglosassone tanto caro al linguaggio informatico, vengono definiti open data.  «Le amministrazioni pubbliche – spiega Isabella Lanzone, assessore all’Informatica e alla Trasparenza – gestiscono una mole impressionante di dati che spesso si fa fatica a ordinare, rendere leggibili ma soprattutto significativi e precisi». Sono oltre 10 mila gli atti che ogni anno vengono protocollati dal Comune di Genova, per circa 200 tipologie diverse di procedimenti. Circa 9 mila di questi documenti vengono pubblicati sull’albo pretorio: impensabile che un cittadino medio possa capirci qualcosa. Peraltro, l’albo pretorio è sì una condizione necessaria di efficacia per l’atto pubblico ma ha un forte limite temporale. Succede così che, per le comunicazioni più importanti, il punto di riferimento diventi piuttosto il sito istituzionale del Comune di Genova, in cui tuttavia le informazioni si moltiplicano a dismisura e spesso non sembrano rispondere a una logica di fruibilità ordinaria.

    «Dobbiamo sforzarci di parlare un linguaggio più semplice – commenta il segretario generale del Comune, Pietro Paolo Mileti, su cui ricade la responsabilità della trasparenza, dell’anticorruzione e del controllo di tutti gli atti di Palazzo Tursi – e non fermarci al puro dettato normativo perché gli atti sono il linguaggio con cui il Comune parla ai suoi cittadini. C’è un eccesso e una disorganizzazione di atti e dati: bisogna far capire chiaramente al cittadino come riuscire a trovare quello che cerca».

    «Dobbiamo avere più attenzione alla qualità del dato – fa eco l’assessore Lanzone – invece spesso la duplicazione di informazioni disponibili e l’eccessiva stratificazione degli strumenti crea difficoltà di gestione anche a noi. Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso che cerca di portare un nuovo ordine all’ipertrofia di banche dati e interfacce informatiche comunali dovuta a un’informatizzazione precoce del nostro Comune ma eccessivamente stratificata negli anni». L’obiettivo finale, in sintesi, è quello di arrivare a due sole banche dati, che lo stesso assessore definisce un po’ ambiguamente «una per gli oggetti e una per i soggetti», ma che può iniziare a essere intravista nella logica con cui sono state disposte le informazioni “fredde” sull’home page del sito istituzionale, dopo l’ultimo restyling.

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DITrasparenza, accessibilità e semplificazione intesa come riduzione di atti ridondanti sono, dunque, le due nuove parole d’ordine con cui la pubblica amministrazione prova a rivolgersi ai cittadini, nel tentativo di diventare sempre più smart. Quantomeno sul web. «In un momento come questo, in cui la disaffezione per l’azione politica è alle stelle – sostiene l’assessore – è fondamentale che il cittadino possa comprendere la ratio delle scelte prese dal Comune e capire come vengono amministrate le risorse pubbliche. Non basta applicare una norma per reputarsi amministrazione trasparente ma bisogna intraprendere un percorso culturale che investa in primis gli amministratori ma anche tutti i dipendenti pubblici per uscire da quell’autoreferenzialità che le PA subiscono storicamente ma che non è più attuale».

    Certo, è piuttosto impensabile pensare di ridurre tutto lo scibile all’interno di alcune caselline comuni ma, sostiene il vicesindaco Bernini, «bisogna avere delle regole generali che ci consentano di utilizzare tutto ciò che produciamo in ottica della salvaguardia del bene comune». La trasparenza, dunque, diventa uno strumento di difesa dell’interesse pubblico, «per ostacolare i processi di corruzione, di abuso di potere e per rendere palesi i maccanismi che portano alle scelte». C’è però un grosso rischio, avverte il vicesindaco, ovvero quello «che si faccia tanta fuffa ma nel concreto non si vada a salvaguardare il rapporto tra chi amministra e i cittadini semplicemente perché si parlano linguaggi diversi».

    Ecco allora il tentativo del nuovo portale Open Data. «I dati aperti – spiega Paolo Castiglieri, responsabile della Pianificazione informatica del Comune di Genova – sono uno strumento fondamentale per agevolare il percorso della trasparenza, che si connette strettamente con il tema della partecipazione e della cittadinanza attiva. Con questa iniziativa vogliamo mettere a disposizione i dati certificati dell’ente assieme a un corredo di informazioni che ne consenta l’utilizzo e la trasposizione in maniera corretta». Il portale, realizzato interamente all’interno di Palazzo Tursi e finanziato da fondi europei, utilizza solo strumenti open source seguendo la filosofia del software libero già da tempo sposata dall’amministrazione. «Il formato aperto – prosegue Castiglieri – è garanzia di disponibilità e accessibilità dei dati che possono essere riutilizzati e ridistribuiti da chiunque».

    Ma quali sono questi dati e che cosa si potrà fare con questa mole di informazioni che il Comune sta mettendo e metterà via, via a disposizione? Ci aiuta a capirlo Enrico Alletto, coordinatore di Open Genova, associazione che si occupa di innovazione e diffusione della cultura digitale e delle sue opportunità: «Ad esempio, ed è una nostra grande battaglia (a cui Era Superba si è più volte unita in passato, ndr), si potrebbero rendere disponibili tutti i dati sugli immobili dismessi di proprietà del Comune, magari realizzando in un secondo step una geolocalizzazione e suddivisione per categorie consultabile a tutti, così come fatto dal Comune di Bologna. Pensate che potenziale avrebbe potuto avere un progetto come Partecip@ (per cui Open Genova si è aggiudicata il premio eGov 2014 grazie alla possibilità di costruzione digitale partecipata di progetti di riqualificazione urbana, ndr) se i cittadini avessero avuto una mappatura delle proprietà pubbliche su cui lanciare le proprie idee».

    I dati aperti potrebbero essere utili anche in ottica di sviluppo economico, togliendo così un po’ di quella connaturata fumosità che l’ideale di trasparenza spesso porta con sé. «Una mappatura visiva – prosegue Alletto – rende il dato trasparente, pubblico e attiva già di per sé un naturale meccanismo di partecipazione. In questo modo si può creare un maggiore fermento da parte dell’opinione pubblica e suscitare l’interesse di nuovi stakeholder. Avere i dati a disposizione è utile anche per un’azienda: penso, ad esempio, a una start up che, nel momento in cui tutta una serie di dati di interesse pubblico è resa disponibile, può ideare nuovi servizi su cui far nascere un nuovo business. Ad esempio, se ci fosse la mappatura di tutti i posteggi sul suolo cittadino e il loro stato in tempo reale, si potrebbe dare vita a un’app utilissima».

    Il sito di open data, dunque, dovrebbe funzionare come una sorta di grande database al quale tutti posso attingere, compreso lo stesso Comune di Genova per riprendere in maniera più fruibile e navigabile per l’utente medio le informazioni più importanti da ripotare sul sito istituzionale: «In linea di massima – spiega Alletto – gli open data della pubblica amministrazione dovrebbero essere i più grezzi possibili. L’idea è quella di fornire il dato affinché dall’altra parte ci possa essere un’azienda o un cittadino particolarmente esperto che metta insieme queste informazioni in una determinata maniera che lo stesso ente potrebbe non aver pensato». Quindi sito open data e sito istituzionale del Comune di Genova rappresentano due facce della stessa medaglia e sono entrambi utili: da una parte gli ingredienti, dall’altra una delle tante ricette possibili.

    Il concetto nobilissimo di trasparenza rischia, tuttavia, di entrare in conflitto con quello altrettanto delicato di sicurezza. Si pensi, per esempio, alle occupazioni abusive che potrebbero essere messe in atto su edifici che lo stesso Comune dichiara ufficialmente abbandonati. E poi c’è tutta una serie di valutazioni più prettamente politiche come quella, basilare, dell’opportunità di creare guadagno privato a partire da informazioni, lavori e quindi anche denari pubblici.

    «Sicuramente – conviene Alletto – che cosa catalogare come open data e su che cosa, invece, mantenere un maggiore riserbo è un tema chiave. Ma si tratta di un discorso che deve essere fatto a monte. Nel momento in cui il Comune pubblica informazioni sul proprio sito di open data, lo fa perché ha già sottoposto quel materiale a una valutazione politica e tecnico-amministrativa che non ha ritenuto “pericoloso” il rilascio di quei dati o, comunque, soggetto a riutilizzi impropri. Certo, stiamo sempre parlando di un lavoro fatto da uomini e soggetto a errori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    L’Inail e la relazione incompleta sugli infortuni sul lavoro. Il punto sull’ente

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Fotografia di Roberto Manzoli

    Di sicurezza sul lavoro ci occuperemo anche nel numero 57 della nostra rivista in uscita l’1 dicembre. Ma se in quell’occasione ci concentreremo maggiormente sul tema dei controlli e dei fondi investiti per le attività di controllo soprattutto a Genova e in Liguria, in questa sede intendiamo fare il punto sull’attività di InailIstituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro– e sui dati relativi agli infortuni e ai morti sul lavoro.

    Secondo il monitoraggio dell’Inail, infatti, la serie storica del numero degli infortuni sul lavoro in Italia prosegue con andamento decrescente: “Sono state registrate poco meno di 695 mila denunce di infortuni accaduti nel 2013 – si legge nella relazione annuale 2013 dell’Inail – Rispetto al 2012 si ha una diminuzione di circa il 7%; sono il 21% in meno rispetto al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono poco meno di 460 mila, di cui più del 18% “fuori dell’azienda” (cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere”). Delle 1.175 denunce di infortunio mortale (sono state 1.331 nel 2012) gli infortuni accertati “sul lavoro” sono 660 (di cui 376, quasi il 57%, “fuori dell’azienda”): anche se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” si avrebbe una riduzione del 17% rispetto al 2012 e del 32% rispetto al 2009″.

    Dati assai diversi, però, sono quelli puntualmente raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro – fondato dal metalmeccanico in pensione e pittore Carlo Soricelli, attivo dal 1 gennaio 2008 in ricordo di Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demani, i sette giovani operai della ThyssenKrupp di Torino, morti nella notte del 5/6 dicembre 2007 – che denuncia a gran voce: “I morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati da quando è stato aperto l’Osservatorio Indipendente. Anzi, addirittura sono aumentati del 5,9% rispetto al 24 settembre del 2008 e dell’8,6% rispetto al 24 settembre del 2013“. Per Soricelli «L’Inail deve dire chiaramente che monitora le morti esclusivamente tra i propri assicurati, e non tra quei milioni di lavoratori che non risultano iscritti a tale istituto. Le partite Iva individuali sono diventate milioni e non sono assicurate all’Inail, tanto per fare un esempio. Come scrivo da anni i morti sui luoghi di lavoro non sono mai calati, bensì si sono solo “trasferiti” tra i precari, le partite Iva, i lavoratori in nero».
    L’Osservatorio – che dall’inizio dell’anno 2014 ha già censito 549 morti sui luoghi di lavoro (oltre 1100 con i morti sulle strade e “in itinere”) – chiuderà i battenti il 31 dicembre 2014, a sei anni dall’apertura «Chiuderà per indifferenza – chiosa Soricelli – l’indifferenza di questo Governo e della politica tutta, oltre che della classe dirigente di questo Paese».

    Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, nel luglio scorso – in occasione della presentazione dei risultati del 2013 – per la prima volta ha pubblicamente ammesso: «Il problema della “completezza” dei dati è ben noto, e non può essere risolto in via autonoma. I dati dell’Inail si riferiscono ai suoi assicurati, non coprono l’intero perimetro del mondo del lavoro (non comprendono, in particolare, le forze armate e di polizia, il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, i volontari della protezione civile). L’Inail è disponibile a ricevere ed elaborare altri dati per completare il perimetro, e assolvere il compito di “authority delle conoscenze per la sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”, così come è stato auspicato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza nella “Relazione programmatica 2014-2016”».

    «Uno degli obiettivi della strategia di Inail è appunto ampliare la platea degli assicurati – aggiunge il Direttore regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti – Il fenomeno infortunistico è trasversale, e non esistono categorie immuni. In effetti, ci sono alcuni settori di non assicurati: ad esempio i lavoratori autonomi non artigiani, i liberi professionisti, ecc., che se conteggiati potrebbero avere un’incidenza sulla rilevazione statistica complessiva».

    Che cos’è Inail e quali sono le sue funzioni?

    lavoro-ingegnere-geometra-appaltoL’Inail, ente pubblico non economico che gestisce l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, ha come obiettivi principali: ridurre il fenomeno infortunistico e le cosiddette morti bianche, assicurare i lavoratori che svolgono attività a rischio, garantire il reinserimento nella vita lavorativa e sociale degli infortunati sul lavoro. Parliamo di un istituto che, anche a seguito di recenti innovazioni normative, ha assunto il ruolo di sistema integrato di tutela che spazia dal monitoraggio continuo sull’andamento degli infortuni, agli interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro, fino all’erogazione di prestazioni sanitarie ed economiche.
    L’assicurazione, obbligatoria per tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti e parasubordinati nelle attività che la Legge individua come rischiose, tutela il lavoratore contro i danni derivanti da infortuni e malattie professionali causati dalla attività lavorativa, ed esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile conseguente ai danni subiti dai propri dipendenti.
    “Nel 2013 sono state censite dall’Inail circa 3 milioni e 800 mila posizioni assicurative (territoriali) – si legge nella relazione  – C’è stata una moderata riduzione rispetto al 2012 (-1,11%); analoga situazione si registra sul conteggio delle aziende (-1,04%)”. Il valore dei premi accertati, relativi alla gestione industria e servizi, è di circa 7 miliardi e 933 milioni di euro con un decremento del 3,46% sul 2012. La gestione agricoltura ha segnato un decremento dell’importo dei premi, dell’8,70% (604 milioni contro 662). Sostanzialmente stabile, rispetto al 2012, l’importo dei premi per l’assicurazione in ambito domestico. Anche i “premi dovuti” del settore navigazione hanno segnato una diminuzione (-2%) rispetto al 2012, persistendo nel trend decrescente registrato tra il 2012 e il 2011 (-1,68%)”.

    L’Inail da un lato riceve i premi dai datori di lavoro – premi basati sul totale delle retribuzioni annuali di ogni impresa (importo economico determinato dal rischio infortunistico, a seconda della tipologia di lavoro, delle mansioni ricoperte dai lavoratori, dal numero di questi ultimi, ecc.) – e dall’altro reinveste le risorse che detiene in eccedenza, il cosiddetto “tesoretto” Inail, al fine di promuovere campagne informative di sensibilizzazione alla sicurezza sul lavoro, sviluppare iniziative di formazione e consulenza rivolte alle piccole e medie imprese in materia di prevenzione, finanziare le aziende che investono in sicurezza.
    Negli ultimi tempi, però, l’istituto ha dovuto attuare un processo di revisione dei premi e delle prestazioni – in ottemperanza al dettato della “legge di stabilità” – e dunque dovrà prestare una maggiore attenzione al bilancio. Tuttavia, l’Inail rimane un ente economicamente solido, come sottolinea la relazione: “I dati del preconsuntivo 2013 mostrano che si sono avute entrate di competenza per 10 miliardi e 111 milioni di euro (con un decremento di quasi il 5% delle entrate contributive rispetto al 2012); le uscite di competenza si sono attestate a poco meno di 9 miliardi e mezzo (con prestazioni istituzionali in lievissima diminuzione, rispetto all’anno precedente): il risultato finanziario è quindi positivo (719 milioni). L’eccedenza delle entrate contributive sulle uscite istituzionali si è mantenuta intorno ai 2 miliardi e mezzo, con valori stabili rispetto al 2012; il risultato economico si è stabilizzato vicino al miliardo, e ciò ha migliorato il risultato patrimoniale (giunto a 5.017 milioni di euro)”.

    In Liguria la Direzione regionale dell’Inail conta tre sedi territoriali – Genova (comprende Genova e Chiavari), La Spezia, Savona (comprende Imperia, Albenga, Carcare) – per un totale di 265 dipendenti e, nonostante la riorganizzazione necessaria in ottica di spending review, nel prossimo futuro intende continuare a garantire il servizio con gli standard di qualità odierni.
    «All’Inail il legislatore affida una funzione di facilitatore rispetto allo sviluppo di azioni finalizzate a migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro – spiega il direttore della Direzione regionale Inail Liguria, Carmela Sidoti La nostra ragione di esistere non è quella di incamerare gli indennizzi economici relativi agli infortuni sul lavoro, bensì di promuovere la cultura della prevenzione, affinchè il numero degli infortunati diminuisca. Tramite campagne informative, attività di sensibilizzazione, erogazione di incentivi economici alle imprese che investono in questo campo. Noi abbiamo un rapporto assicurativo basato su un tasso medio di norma applicato all’azienda. Questo tasso può oscillare, generando di conseguenza una riduzione del premio legata alla realizzazione di ulteriori misure di prevenzione e sicurezza rispetto a quelle standard previste dalla legge. Ogni anno le imprese possono presentare domanda con la quale comunicare gli interventi da loro attivati, e ottenere così la riduzione del premio da versare ad Inail».

    Il numero di imprese riconosciute virtuose a seguito dell’istanza per l’agevolazione tariffaria (per meriti di prevenzione), si legge nella relazione, continua a crescere: “…sono state 29.000 nel 2010, 34.000 nel 2011, 41.000 nel 2012; le istanze presentate nel 2013 per interventi effettuati nel 2012 sono circa 71.000. La riduzione complessiva dei premi è stata nel 2012 di oltre 300 milioni (era stata di 155 milioni nel 2010 e di 274 milioni nel 2011)”.

    Inail in Liguria, finanziamenti alle imprese e prestazioni sanitarie

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Per quanto riguarda i finanziamenti economici alle imprese, lo strumento principale sono i bandi di finanziamento per incentivi alla sicurezza (ISI). Nel 2013 l’intervento di Inail è stato più consistente in confronto ai bandi precedenti sia a livello nazionale, con 307 milioni di euro stanziati, sia a livello regionale, con 9.098.608 di euro destinati alla nostra regione. A seguito del click-day, svoltosi il 29 maggio 2014 in Liguria, le imprese collocatesi in posizione utile per conseguire il finanziamento sono state 160, a fronte di un numero complessivo di 310 aziende che hanno inviato la domanda telematicamente.

    Dunque, non tutti i possibili destinatari riescono ad usufruire del bando ISI, per diversi motivi. Innanzitutto bisogna premettere che, in generale l’Italia ed in particolare la Liguria, si caratterizzano per l’assenza di una sufficiente cultura ricettiva rispetto a tali opportunità di finanziamento. Tuttoggi, infatti, la prevenzione spesso assume i connotati soltanto di un costo. La responsabilita è anche delle istituzioni, chiamate ad implementare le fonti di accesso a questo tipo di informazioni.
    «Da 2-3 anni le procedure sono online, e nella prima fase ciò ha comportato alcuni problemi, poi risolti – sottolinea il responsabile regionale Sidoti – Comunque, il primo passo è il click-day. La richiesta è notevole, ma non tutte le risorse sono state erogate. Inail deve verificare le domande e la rispondenza dei progetti a requisiti amministrativi e tecnici, inoltre i finanziamenti vengono erogati in base alla rendicontazione degli interventi effettivamente realizzati. La finalità dei bandi ISI è il miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio tramite la sostituzione e/o l’adeguamento di macchinari, materiali, ecc.».
    Per favorire gli investimenti in prevenzione delle piccole e medie imprese – le realtà produttive più presenti in Liguria – da quest’anno Inail mette a disposizione il bando di finanziamento FIPIT (per progetti di innovazione tecnologica), a livello nazionale circa 30 milioni di euro, per la Liguria 775 mila euro. Agricoltura, edilizia, e lapidei (settore estrattivo), sono i tre settori a cui devono appartenere le aziende (piccole e micro, anche individuali purchè iscritte all’Inail) per poter beneficiare del finanziamento. Dal 3 novembre 2014 e fino alle ore 18.00 del 3 dicembre 2014 le imprese hanno a disposizione, nella sezione Servizi online del sito web di Inail, una procedura informatica per inserire la domanda di partecipazione, secondo le modalità previste dal bando.

    L’Inail fino alla riforma del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel 1978, erogava anche molteplici prestazioni sanitarie ai propri assicurati, a partire da cure mediche e chirurgiche per tutta la durata dell’inabilità temporanea ed anche dopo la guarigione clinica. La L. 833/78, però, ha sancito che tutti i compiti in materia di promozione, mantenimento, e recupero della salute di tutta la popolazione fossero trasferiti al SSN, ivi compresa l’attività di assistenza ospedaliera degli Enti previdenziali. Di conseguenza Inail ha ceduto alle Regioni i propri Centri traumatologici ospedalieri (CTO), e ha conservato le competenze relative alla sola fornitura di apparecchi protesici e di presidi sanitari (realizzati al Centro protesi di Vigorso di Budrio, in provincia di Bologna), alla concessione di cure idrofangotermali ed elioterapiche, oltre che le funzioni concernenti le attività medico-legali ed i relativi accertamenti e certificazioni.
    «Con la Regione Liguria da tanti anni esiste una convenzione che presso gli ambulatori di tutte le sedi Asl consente l’erogazione delle prime cure agli infortunati Inail – spiega il direttore Sidoti – Inoltre, nell’ambito della medesima convenzione, Inail eroga, presso alcuni suoi ambulatori, prestazioni di riabilitazione fisiochinesi terapiche. Recentemente abbiamo firmato con la Regione un nuovo accordo (protocollo d’intesa del 26 marzo 2013) per l’erogazione di prestazioni riabilitative integrative. I Lea (livelli essenziali di assistenza) restano a carico del Servizio Sanitario Nazionale, mentre i Lia (livelli integrativi di assistenza), per quanto riguarda gli infortunati sul lavoro, nel prossimo futuro saranno a carico dell’Inail. Oggi abbiamo già contattato diverse strutture accreditate per stipulare apposite convenzioni».
    A livello nazionale “Nel 2013 sono state effettuate circa 7 milioni e mezzo di “prestazioni sanitarie” – leggiamo nella relazione – le prestazioni per “prime cure” effettuate presso i 131 ambulatori dell’Inail sono state circa 683 mila, 70.000 in più dello scorso anno, di cui il 95% richieste a seguito di infortuni (la quota residua per malattia professionale). Sono state fornite a 2.800 pazienti circa 95.000 prestazioni riabilitative e 7.040 visite fisiatriche negli 11 centri di fisioterapia attivi in 5 Regioni; il Centro protesi di Vigorso di Budrio ha registrato l’afflusso di 11.000 assistiti”.

     

    Matteo Quadrone

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  • Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    eroina-papavero-oppioL’abuso di eroina e droghe pesanti da parte di giovani e meno giovani era una piaga che in molti pensavamo ingenuamente sconfitta. I nati negli anni ’60 e ’70 ricordano i danni causati dall’eroina perché li hanno vissuti sulla loro pelle, magari tramite l’esperienza di un amico o di un famigliare. Quelli della mia generazione, i nati negli anni ’80, anche se più giovani, sono stati influenzati da film, canzoni, letteratura e racconti di amici più grandi. Erano anni in cui si sentiva parlare di tossicodipendenze, si potevano vedere con i propri occhi i volti stremati dei “tossici” e se ne viveva l’emarginazione a livello sociale. Poi qualcosa si è rotto, o forse semplicemente tutto è rimasto uguale ma non ce ne siamo resi conto: riaprendo gli occhi nel 2014, dopo un buon decennio in cui ci eravamo assopiti, ci siamo accorti che no, la piaga della tossicodipendenza non è stata sconfitta, e che sì, i giovani fanno ancora uso di eroina (anche se nel frattempo si sono fatte strada una serie di altre droghe, dalla cocaina alle sintetiche, tutto molto più accessibili e a buon mercato).

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Abbiamo cercato di scoprire di più, interpellando esperti del settore che operano nella città di Genova da oltre due decenni e che hanno vissuto le metamorfosi della droga e i cambiamenti della scena giovanile. Infatti, il capoluogo ligure non è immune da questa problematica: vi siete mai accorti, passeggiando, tra centro e periferia, della quantità allarmante di siringhe buttate per strada e nei parchi? Dal Carmine all’Hennebique, passando per il centro storico e Castelletto, spesso capita di trovare i resti di quello che è il perfetto kit del tossicodipendente. Come mai è tornata la moda del “buco”, e dove ci sta portando?

    eroinaNon si tratta di un fenomeno nostrano, piuttosto del riflesso di una tendenza globale, in cui gli USA fanno da apripista: dopo la liberalizzazione delle droghe leggere in molti Stati, nel giro degli ultimi anni pare sia andato formandosi un mercato nero di spaccio di droghe pesanti a prezzi sempre più vantaggiosi. I trafficanti non avevano intenzione di mollare le redini e andare in pensione anticipata: così i campi di marijuana sono stati riconvertiti a coltivazioni di papavero, si è iniziato a produrre più oppiacei (e quindi più eroina) e il prezzo è calato drasticamente (si parla di 4 dollari per dose). Lo stesso vale per la “droga dei ricchi” per antonomasia, la cocaina. Per non parlare poi della moda dell’abuso di antidolorifici e affini, le cui recenti restrizioni hanno finito anch’esse per spianare la strada all’ero. E poi, le metanfetamine che, ancora meno comuni nel nostro Paese, sono state rese celebri dalla fortunata serie tv Breaking Bad. In breve, tra 2007 e 2012 i fruitori negli USA sono quasi raddoppiati, arrivando a quota 670 mila, e ogni anno – stando al Daily Beast – si registrano 38mila decessi per overdose, di cui il 75 % sono overdose da oppioidi.

    Nel vecchio continente, abbiamo cominciato a porci il problema più di recente, quando la morte di alcune celebrities hollywoodiane – una sua tutte, Philip Seymour Hoffman a febbraio 2014 – ha fatto da cassa di risonanza. Così si è venuto a sapere che in Europa nel 2011 sono stati segnalati circa 6.500 decessi per overdose (18 per milione di abitanti), in particolare da eroina, con punte in Norvegia ed Estonia.

    In Italia, secondo il Rapporto riferito al 2013 del Dipartimento per le politiche antidroga, il 95,04 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni (indagini campionarie) non ha assunto stupefacenti e il consumo di eroina risulta in calo costante dal 2004. Tuttavia, aldilà dei rapporti ufficiali, ci sono dei segnali palesi che dicono il contrario.

    Per quanto riguarda nello specifico Genova, i numeri sono poco rassicuranti. Ce lo spiegano i medici del Sert di Via Sampierdarena: i dati relativi al primo semestre 2014 dicono che i pazienti in carico in tutta la città sono 3723, di cui 3110 tossicodipendenti, 518 alcolisti e 95 giocatori d’azzardo. Di questi, 322 sono nuovi casi.

    Per quanto riguarda il territorio di Sampierdarena, San Teodoro, Sestri Ponente e Cornigliano, è coperto da due soli servizi ambulatoriali, che fanno capo del Dipartimento di Salute Mentale: insufficienti, ci dicono, a coprire un territorio spesso problematico come questo. Qui a Ponente, sempre nel primo semestre 2014, i pazienti registrati sono stati 903, con 86 nuovi casi, con altri 691 (di cui 43 nuovi) che gravitano su questa sede dalla Valle Scrivia. Sempre per restare in zona, i pazienti del Sert di Voltri sono, ad esempio, 551 e sulle stesse cifre si aggirano gli altri servizi. In generale, rispetto agli precedenti, l’incremento è del 15%.

    Elettra Antognetti

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    vicoli-immigrazione-d1A Genova quasi un residente su 10 è straniero. E per alcune nazionalità la città si conferma stanziale. Lo ha rivelato uno studio della Direzione Statistica del Comune che ha analizzato i flussi migratori degli ultimi venti anni. Complessivamente il numero di immigrati stranieri registrati dall’anagrafe di Genova è passato da 6.182 nel quinquennio 1993-1997 a 32.705 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Il numero di registrazioni è raddoppiato tra i quinquenni 1993-1997, 1998-2002 e 2003-2007, con un rallentamento negli ultimi cinque anni. Stesso andamento per quanto riguarda i nati stranieri nel Comune.

    Stranieri a Genova
    Clicca qui per accedere all’infografica completa

    Abbiamo analizzato questi dati insieme alla Direzione di statistica del Comune e al Centro Studi Medì.

    Gli stranieri residenti nel Comune, secondo il dato più aggiornato che ci ha fornito la direzione statistica (marzo 2014), sono 56.696, cioè il 9,5 % della popolazione complessiva (595 613, ndr).

    Perché una ricerca come questa e con quali fonti?

    Il comunicato del comune recita: “La  ricerca  su questa categoria di cittadini è finalizzata ad un approfondimento del fenomeno migratorio, per meglio comprendere quanto la città di Genova risulti stanziale o di transizione per gli stranieri  che arrivano  nel nostro territorio in funzione anche della nazionalità, del genere e delle fasce d’età. Si è cercato di comprendere quanto Genova è in grado di offrire (o è stata in grado di offrire)  alle persone straniere che l’hanno scelta per viverci”. Mariapia Verdona, direttrice della direzione statistica del Comune conferma che si è trattato di «una ricerca con lo scopo di capire quanto Genova fosse una città stanziale o solo di transito per gli stranieri che risultano residenti, come la presenza degli stessi sia diventato un valore o meno. Cercare di capire come funziona il flusso migratorio, capire chi si ferma nella nostra città e se esistono già le generazioni successive, ad esempio il dato relativo ai ricongiungimenti familiari può significare che chi è residente nel Comune si è stabilizzato ed è in grado di accogliere il resto della sua famiglia».

    Come in tutti gli studi della direzione statistica «Lo spirito delle pubblicazione – aggiunge Verdona – è fornire ai decisori degli elementi conoscitivi per meglio assumere delle decisioni. Sulla base di quelle che sono le problematiche a livello territoriale e ispirandosi al nazionale. Per meglio indirizzare tutti i servizi allo straniero, in questo caso».

    dati-permessi-soggiorno-stranieri-genova

    dati-stranieri-genova-attivita-lavorativeCome ci confermano sia la Direzione statistica che gli esperti del Centro Medì, il presupposto dal quale partire è che si tratta di dati che si prestano a più interpretazioni e che quindi è molto importante capire innanzitutto come leggerli. I dati analizzati provengono da fonti ufficiali, l’anagrafe comunale (dove ciascuno straniero e non, viene registrato, una volta residente sul territorio genovese), la Questura (per quanto riguarda i dati relativi ai premessi di soggiorno) e la Prefettura (riguardo ai ricongiungimenti familiari). A questi dati ne sono stati aggiunti alcuni forniti dalla Camera di commercio di Genova per meglio illustrare come gli stranieri si mantengono nel Comune quali sono le loro attività lavorative (vedi immagini).

    È stato fatto un lavoro manuale di ripulitura dei dati anagrafici, persona per persona, questo per arrivare ad un numero il più possibile corretto. Inoltre il censimento 2011 in maniera pressocché automatica ha ripulito ulteriormente il set di dati sui quali lavorare. Eliminando gli errori che un periodo così lungo di dati inevitabilmente porta con sé.

     Che cosa ci raccontano questi dati?

    Genova è una città nella quale la maggior parte degli stranieri trova una propria stabilizzazione. Lo testimoniano i numeri dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le nascite. Genova è una città stanziale, cioè dove rimangono e dove vengono raggiunti dal resto della famiglia. «Negli ultimi anni si è calmierata l’immigrazione da Africa e Sud America ed è andata crescendo quella dall’Asia, Cina ed Est Europeo», conferma Verdona.

    Nell’ultimo quinquennio preso in esame 2008-12, gli europei costituiscono la prevalenza degli arrivi a Genova, seguiti dai cittadini di nazionalità sudamericana. Tra il 2008 e il 2012 è significativo anche l’arrivo di asiatici. La nazionalità maggiormente rappresentata rimane quella ecuadoriana.

    stranieri-emigrazione-genovaVa sottolineato che il fatto che l’analisi copra un arco di tempo lungo nel quale l’assetto dell’Unione Europea è cambiato ne consegue che alcuni dati vadano letti con attenzione. Interessante il dato degli stranieri che lasciano la città, attorno al quale sembra girare l’intera ricerca. Il numero è senza dubbio aumentato durante il ventennio, passando da 5.018 a 11.968. Ma la vera domanda che dobbiamo porre a questi dati è quella che ci suggerisce Andrea Tomaso Torre, del Centro Medì, l’esperto sottolinea subito che i dati di abbandono della città vanno letti in modo non superficiale. «È indubbio che, nell’ultimo quinquennio, vi siano stati dei movimenti di uscita, ma il dato importante in questo caso è che la maggior parte rimane sul territorio italiano (1 571) e molti (1 201) nei comuni limitrofi a Genova, questo può voler dire che la famiglia straniera si è stabilizzata, spostarsi nella provincia può significare aver trovato una situazione abitativa più economica ma continuare a lavorare a Genova ad esempio, questo significherebbe radicamento e non uscita dal territorio».

    In buona sostanza i dati ci dicono che chi lascia Genova non rientra in patria, ma rimane sul territorio italiano. A tutto questo va aggiunto un dato significativo: l’82% dei bimbi stranieri  fra 0 e 5 anni frequenta le scuole materne ed è nato in Italia, che tradotto vuole dire, che le loro famiglie si sono stabilizzate nel comune genovese. Basti pensare che tra il 2008 e il 2012, 3.059 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana, in primis ecuadoriani seguiti da marocchini e peruviani. Nel 2012 sono stati rilasciati 10.066 permessi di soggiorno.

     Come e dove vivono gli stranieri a Genova?

    stranieri-percentuali-municipi-genova«I dati della Camera di Commercio – aggiunge Torre –  confermano una diminuzione del lavoro dipendente a favore di uno autonomo e soprattutto negli ambiti dell’edilizia e costruzioni e in quello commerciale, questo dato può voler dire per l’edilizia in particolare, che in alcuni casi si tratta di finte partite iva (che in realtà lavorano come dipendenti) e per quanto riguarda le attività commerciali  il dato è più “vero”, l’offerta commerciale si è spostata e non è solo limitata al centro storico, così come la gamma di prodotti proposta, pare risponda a esigenze più ampie di mercato».

    I municipi Centro Ovest, Medio Ponente, Val Polcevera e Centro Est sono quelli con le percentuali più alte, ma la presenza straniera è presente in tutto il territorio metropolitano genovese. Insomma quel “1 su 10” con cui abbiamo aperto l’articolo trova conferma nei dati. Genova è una città nella quale lo straniero tende a stabilizzarsi.

    Concludiamo l’analisi dei dati con una precisazione. È chiaro che fino ad ora abbiamo parlato di dati statistici, è inevitabile che da questo resti fuori tutto ciò che ufficiale non è o non lo è ancora. Rimane insomma fuori un dato di presenza che secondo Torre, del Centro Medì, potrebbe corrispondere ad una percentuale fra il 5 e il 10 di irregolarità. «Bisogna tenere conto dei limiti che questi dati hanno, a volte ci sono stranieri in regola che non risultano residenti perché hanno contratti di seconda casa, ad esempio, oppure i minori sono registrati sul permesso di soggiorno dei genitori, quindi sfuggono al calcolo, bisogna sempre lavorare consapevoli di questo».

    Per chi volesse approfondire qui la ricerca completa.

    Claudia Dani

  • Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Imprenditoria femminile, la situazione in Italia e in Liguria. Dati e riflessioni

    Ragazza giovane
    Foto di Roberto Manzoli

    “Non tutti sanno che se l’occupazione femminile arrivasse al 60% il Pil crescerebbe del 7 per cento”, scriveva qualche mese fa la giornalista Lidia Baratta su linkiesta.it. Quello che emerge dagli ultimi report (e quello che sta sotto gli occhi di tutti) è che, per quanto riguarda il settore dell’occupazione femminile, in Italia la situazione è ancora di grande arretratezza rispetto ad altri paesi. Nonostante il più o meno recente dibattito sulle quote rosa aperto in Parlamento e nelle altre istituzioni preposte, resta alto il numero delle donne disoccupate: casalinghe, madri, pensionate, ma anche giovani che, una volta terminato il ciclo di studi, non trovano o non cercano lavoro e si dedicano – volenti o nolenti – alla famiglia. Forse non ce ne rendiamo conto, ma questo fenomeno è talmente diffuso che ha preso anche un nome: “chilometro rosa”, ad indicare la corsa ad ostacoli che le donne sono costrette a correre con i loro colleghi uomini. All’inizio il percorso è lo stesso, poi la corsa si fa impari: le donne compiono questa impresa lavorativa/sportiva con una zavorra sulle spalle che i loro equivalenti maschi non hanno e restano pertanto escluse dal podio dei ruoli dirigenziali.

    L’Italia vive uno stallo ineguagliabile e la riflessione su questa situazione è tornata in auge proprio in questa fase storica, in cui la crisi costringe tanti a vivere in povertà (i dati Istat del 14 luglio stimano che il 10% della popolazione, vive in condizioni di povertà assoluta o relativa). Ci si chiede se l’occupazione femminile e l’accesso delle donne ai ruoli di potere possa aiutare a rimettere in moto l’economia.

    In generale, sembra una prospettiva non troppo utopica: anche se le imprenditrici sono ancora poche nel nostro Paese (1,5 milioni, pari a circa il 23,6% del totale) e ricoprono ruoli meno rilevanti dei colleghi maschi, le imprese guidate da donne sembrano aver retto meglio alla crisi. Ci sono migliaia di imprese rosa in più rispetto agli ultimi anni: oltre 3 mila in più nel 2013 e 11 mila nuove imprese negli ultimi 3 anni, in base ai dati di Unioncamere.

    Imprenditoria femminile in Italia e a Genova: i dati

    In Italia le aziende guidate da donne sono poche, meno di 1 su 4, e per la maggior parte si tratta di imprese piccole, con fatturato minore rispetto a quelle a conduzione maschile.
    In base ai dati Eurostat 2013, la percentuale di donne in posizione dirigenziale in Italia è poco rassicurante: 34,7%, con calo drastico al 4%, se si considera la presenza femminile nei CdA di società per azioni. Situazione opposta quella delle PMI a conduzione femminile, che resistono alla crisi più di quelle maschili e sono in costante aumento (incremento di oltre il 4% nel 2013 di società di capitali).

    I dati nel complesso non sono ancora rassicuranti, ma si stanno facendo progressi verso il consolidamento di un sistema imprenditoriale femminile vero e proprio. A questo proposito, lo scorso 9 maggio nel corso del primo Forum nazionale Terziario Donna a Palermo (organizzato dal Comitato delle donne imprenditrici della Confcommercio, dal titolo “Donne motore della ripresa”) sono stati presentati i risultati dell’osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario realizzata in collaborazione con il Censis: «Negli ultimi cinque anni» – spiega Luisa Cecchi Famiglietti, Presidente Terziario Donna Ascom Genova e Consigliere Nazionale Terziario Donna – «è cresciuta la percentuale femminile sul totale degli imprenditori, rappresentando 1/3 delle imprese italiane, mentre, a livello di rappresentanza nel sistema Confcommercio arrivano al 50%».

    In base ai dati forniti da Ascom, le donne imprenditrici resistono alla crisi meglio degli uomini, dimostrando grande capacità innovativa: dal 2009 il numero complessivo di imprenditori è passato da 4 milioni 514 mila a 4 milioni 308 mila del 2013, con un’emorragia di 206 mila unità (4,6%). Tra le donne le perdite sono state inferiori sia in termini assoluti (-47 mila imprenditrici tra 2009 e 2013) che relativi (-3,5%). L’effetto combinato delle diverse dinamiche ha determinato una crescita seppur lieve del livello di femminilizzazione della nostra imprenditoria: l’incidenza delle imprenditrici sul totale degli imprenditori è passata dal 29,8% del 2009 al 30,1% del 2013.

    Commenta Famiglietti: «Va riportata l’attenzione su un’Italia al 74° posto per parità di genere, al 90° per opportunità di partecipazione alla vita economica e al 48° per istruzione femminile e presenza in parlamento. Inoltre 800 mila sono le mamme che, costrette, hanno abbandonato il lavoro negli ultimi 2 anni e oltre 4 milioni le donne che vorrebbero lavorare e non possono. Questi dati sono il segnale di quanto sia necessario immaginare percorsi professionali davvero in grado di conciliare produttività e tempo di lavoro, in quanto la conciliazione tra maternità e lavoro ai livelli apicali rischia di essere impossibile, mancando le strutture, gli aiuti e politiche pubbliche adeguate».

    Quante sono e quanti anni hanno le donne imprenditrici in Liguria?

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    Per quanto riguarda la concentrazione delle imprese guidate da donne, dal report fornito nel 2013 da Unioncamere – Osservatorio dell’imprenditoria femminile si nota che le regioni più virtuose sono Molise (29,7%), Abruzzo (27,8%) e Basilicata (27,7%). Tra le province, invece, Avellino e Benevento, con oltre il 32%, Frosinone e Isernia, che superano il 30%, Chieti, Campobasso e Grosseto con percentuali superiori al 29%. La Liguria si attesta a quota 24,4% assieme a Puglia e Toscana, dato superiore alla media nazionale del 23,6%. Tuttavia, la nostra regione registra un calo dello 0,99% rispetto al 2012, con la chiusura di oltre 400 aziende a gestione femminile, su un totale di 510 chiusure.

    Stando ai dati che ci fornisce Confesercenti Liguria, nel primo trimestre 2014 le “aziende rosa” (in generale quelle a maggioranza femminile, con il CdA composto al 60% da donne) in Liguria erano 713, di cui 384 a Genova. Per quanto riguarda l’età, il 51% delle donne titolari di imprese fanno parte della fascia compresa tra i 35 e i 50 anni, ma si tratta di una stima approssimativa in quanto gran parte delle donne in questione proviene da un background imprenditoriale famigliare e spesso iniziano da giovanissime a muovere i primi passi in azienda, arrivando però a ricoprire ruoli chiave solo in età più adulta.
    Ad oggi in Liguria la percentuale di imprenditrici in età compresa tra i 20 e i 35 anni è il 17,1, seppur in leggero aumento rispetto agli scorsi anni, resta bassa se comparata al 51% della fascia superiore.

    In quali settori prevale l’imprenditoria femminile?

    Nessuna sorpresa. In Italia l’incidenza più bassa si registra nelle costruzioni (solo l’1,95% del totale, contro il 98,05% degli uomini), mentre percentuali più alte si riscontrano nel settore della moda, in cui le donne sono più degli uomini, e nel campo benessere e sanità (46,57%).
    In generale, in base ai dati forniti dall’Osservatorio Confcommercio-Censis sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario tra il 2009 e il 2013, si riscontrano: 74 mila nuove attività di commercio al dettaglio (abbigliamento, alimentare, arredo, etc); 35 mila attività di ristorazione e catering; 24 mila istituti di bellezza, centri estetici; quasi 20 mila imprese di commercio all’ingrosso; circa 8 mila donne si sono registrate alla Camera di commercio rispettivamente come agenti o intermediari assicurativi e altrettante come agenti immobiliari, mentre 5 mila hanno avviato attività di manutenzione e pulizia di edifici.

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    Foto di Diego Arbore

    Infine, aumenta la quota di imprenditrici straniere, soprattutto nei settori come servizi alla persona, sanità e agenzie immobiliari. Racconta Ilaria Mussini, Consigliere Terziario Donna Ascom Genova: «Il numero di imprenditrici straniere in Italia è cresciuto di oltre 20 mila unità dal 2009, con le cinesi in testa a tutte (+45,5%), rappresentando nel 2013 ben il 17,4% delle donne di origine straniera alla guida di un’azienda, seguite da rumene (8,9%)».

    Lo stesso discorso vale per la Liguria: anche qui i settori privilegiati restano quelli tradizionalmente associati alla cultura di genere femminile, ovvero cultura, servizi e turismo. Si pensi che su 713 aziende rosa di Confesercenti ben 502 sono riconducibili a questi tre settori.

    Giovani e imprenditrici: connubio possibile?

    Si evince, dunque, che sia a livello nazionale che regionale è il terziario il settore preferito dalle donne per l’avvio di attività, con il 76% delle nuove imprenditrici italiane: il 58,6% (ma nei servizi la percentuale è del 60,3%) ha tra i 30 e 50 anni, e il 19,1% meno di 30 anni. Questa spiccata preferenza per il settore terziario vale soprattutto per quanto riguarda le giovani e giovanissime: ben l’82,3% del totale delle nuove imprenditrici con meno di 30 anni sceglie i servizi per l’avvio di una nuova attività, e stessa preferenza esprime il 78,2% di quante hanno tra i 30 e 50 anni.

    Cosa facevano queste ragazze prima di fare il salto al lavoro in proprio? In piccola parte provenivano da un’altra occupazione di tipo per lo più dipendente, mentre in maggioranza (rispettivamente 37,9% e 39,4%) si trattava di disoccupate/alla ricerca del primo impiego, oppure di casalinghe/studentesse.

    In generale, queste due categorie – giovani e donne – restano discriminate: per questo, si sta tentando da parte di Confesercenti di aprire un dialogo tra il progetto ministeriale Garanzia Giovani (qui l’approfondimento) e il mondo dell’imprenditoria femminile under 35, in modo da far confluire parte dei finanziamenti della Youth Guarantee nel settore delle “aziende rosa”.

    Gli incentivi all’imprenditoria fenminile: “gender pay gap”

    strade-progetti-lavoro-opere-dLa discriminazione tra lavoratrici/lavoratori e tra imprenditrici/imprenditori spesso si registra già nell’accesso alla professione e durante il percorso della vita lavorativa, in cui le donne – specie se qualificate e laureate – sono più sottoutilizzate degli uomini. Qualora queste prime problematiche vengano superate, spesso ci scontra con lo scoglio più insormontabile: la retribuzione inferiore delle donne, a parità di mansione. Questo fenomeno viene denominato gender pay gap: la media europea di divario si attesta attorno al 16% (a fronte di uno stipendio medio maschile di 2 mila euro, una donna ne guadagna in proporzione circa 1600 e nell’arco di un anno dovrebbe lavorare due mesi all’anno in più per eguagliare lo stipendio del collega uomo). I dati relativi all’Italia all’apparenza stupiscono: il gender pay gap qui è del 5,5%, ma bisogna considerare che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi d’Europa (tasso di inattività femminile quasi quattro volte quello della media UE).

    Il dato reale è che, a parità di posizione, la retribuzione per le donne è inferiore di circa il 20% rispetto a quella maschile: una stima che sale anche vertiginosamente a seconda dei settori, con percentuali che variano tra il 24 e il 18, e per le donne meno scolarizzate. Un retaggio del passato? Oggi le cose non stanno più così? Un pensiero comune, ma purtroppo errato: di questa discriminazione soffrono tutte, dalle giovanissime (-8,3% di retribuzione rispetto ai coetanei) alle più adulte (12,1%).

    Se effettivamente il mercato del lavoro femminile è così svantaggiato rispetto a quello maschile, come far fronte alle difficoltà di natura economica che si presentano per un’imprenditrice?

    Stando a quanto evinciamo dalle nostre ricerche (cosa che confermano anche da Confesercenti Liguria), non esistono veri e propri incentivi specifici per una donna che voglia aprire un’azienda, sia a livello nazionale che locale (regionale, provinciale, comunale). Al momento, l’attenzione maggiore si riscontra a livello statale, con misure quali il protocollo d’intesa ABI per agevolare l’accesso femminile al credito, e alcune misure intraprese dai ministeri.

    A livello locale, confermano da Confesercenti, in questo momento in Liguria non sono previsti fondi, né vantaggi di altro tipo . Tuttavia, potrebbe trattarsi di una situazione transitoria, e già da settembre potrebbero arrivare nuove proposte di incentivi e bandi ad hoc. Esistono, però, agevolazioni indirette, come l’ottenimento di un punteggio più alto nei bandi di gara o una maggiore attenzione in genere per gli under 35.

    Ma la situazione si complica se si parla diaccesso al credito. Conferma la presidente Terziario Donna Ascom Genova Luisa Cecchi Famiglietti: «A fronte di una situazione di incremento nel settore imprenditoriale in rosa, secondo quanto sostengono Bankitalia e l’Osservatorio Confcommercio le imprese femminili soffrono di un accesso al credito più difficoltoso rispetto a quelle a guida maschile: sono profondamente negative soprattutto le condizioni relative alle garanzie richieste dalle banche (16,0 contro 17,7). Le imprese femminili continuano a lamentare una condizione di maggiore difficoltà rispetto al resto delle imprese italiane del terziario (16,0 contro 19,5) tanto che è al lavoro un protocollo ABI e Ministero delle Pari Opportunità proprio allo scopo di monitorare l’andamento del credito alle imprese femminili».

    Oltre al protocollo ABI, un’ulteriore risorsa per facilitare il rapporto del gentil sesso con le banche è l’istituto dell’Arbitro Bancario Finanziario: un sistema per la risoluzione stragiudiziale delle controversie in ambito bancario e finanziario tra intermediari finanziari e clientela (sia imprese che consumatori). ABF, strumento per la corretta uniformazione dei comportamenti bancari, prevede un massimo di 6 mesi per la risoluzione di ciascun procedimento, con soli 20 euro. In particolare, si occupa di risolvere controversie legate a investimenti bancari, recesso o mancato finanziamento in termini arbitrari, modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, aperture di credito in conto corrente.

    Esiste, inoltre, sempre a livello nazionale, un fondo di garanzia per le imprese costituite in prevalenza da donne. Si tratta di una misura introdotta mediante decreto 27 dicembre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, finalizzata agli interventi a favore delle imprese femminili. Il fondo vuole facilitare l’accesso femminile al credito. Le risorse a disposizione ammontano a 20 milioni di euro e sono impiegate per interventi di garanzia diretta, controgaranzia e cogaranzia: una quota pari al 50 per cento della dotazione è riservata alle nuove imprese (start up).
    Sullo stesso fronte si sta muovendo anche Confesercenti, con l’istituzione di confidi supportati dalle Camere di Commercio, contro la discriminazione delle banche: non esiste ancora un riferimento specifico, ma ci sono vari soggetti che agevolano l’elargizione monetaria.

    Reti di associazioni a sostegno delle imprese rosa in Liguria

    Ci sono delle strutture che supportano le imprese femminili, in Italia e in Liguria?

    Tra le strutture ufficiali preposte alla tutela del mondo imprenditoriale femminile, all’interno di Ascom Genova (a livello provinciale) e di Confcommercio (a livello nazionale) è operativo il Comitato Terziario Donna. Si tratta di un’organizzazione costituita nel 1989 in seno ad Ascom della Provincia di Genova per la promozione e lo sviluppo dell’imprenditoria femminile negli ambiti sociali ed istituzionali, favorendo il conseguimento delle pari opportunità e il completamento della formazione professionale. Inoltre, la stessa Confesercenti, al cui interno esiste un ramo per l’imprenditoria femminile (CNIF – Coordinamento Nazionale per l’Imprenditoria Femminile) per fornire supporto e per rendere consapevoli le imprenditrici degli strumenti a loro disposizione, facilitando il percorso professionale. Inoltre, esistono comitati di imprenditoria femminile (i cosiddetti CIF) anche all’interno della Camera di Commercio. A livello regionale, molte di queste associazioni sono andate a costituire una rete e cooperano per lo svolgimento di attività di animazione, promozione e divulgazione della cultura dell’impresa in rosa. Le associazioni in questione seguono le imprenditrici (o aspiranti tali) passo passo nel loro percorso: già nelle fasi iniziali, le aiutano a capire come fare impresa, progettando insieme un businessplan e accompagnandole verso l’avvio dell’attività. Inoltre, ancora prima, offrono la possibilità di fare un’autovalutazione per capire se la persona possiede l’attitudine e la stoffa dell’imprenditrice, prima di lanciarsi in un percorso oneroso in termini di energie e risorse.

    Inoltre, c’è poi una rete di strutture “ufficiose” che a livello nazionale conta ormai migliaia di unità, tanto che ormai è difficile orientarsi.

    Come si diventa imprenditrici?

    Ci aiuta a rispondere Patrizia de Luise, presidente di Confesercenti Liguria e Coordinamento Nazionale Imprenditoria Femminile, nonché membro di giunta camerale della Camera di Commercio: «Non ci si può improvvisare imprenditrici: in questo periodo di crisi, molte donne si trovano magari disoccupate, magari a dover mandare avanti una famiglia, e pensano che la soluzione più semplice per reinserirsi nel mondo del lavoro sia aprire la partita iva e mettersi in proprio. Ma non è così semplice: bisogna essere cauti e consapevoli, visto che si mettono in gioco grandi quantità di soldi propri che non vengono restituiti in caso di fallimento. Per questo, è importante affidarsi alle associazioni di rappresentanza, da Confesercenti a Confcommercio e tutte le altre sigle riunite in R.ET.E Impresa Italia e contattare gli sportelli locali per avere un accompagnamento».

    Imprese rosa per contrastare la crisi?

    «Il sistema italiano è il vero ostacolo al lavoro femminile e alla ripresa del Paese – commentano da Ascom – l’Ocse segnala infatti che se nel 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil pro capite di un punto percentuale l’anno (con una crescita totale del 17%). Ecco perché le donne sono indispensabili per aumentare la forza lavoro in un Paese e in un’Europa a crescita zero, dove nel corso dei prossimi 15 anni si perderanno 20 milioni di lavoratori, anche calcolando il saldo della forza lavoro immigrata. Le donne spesso rinunciano ad avere un’occupazione (sia come imprenditrice che come dipendente) proprio per la grande mancanza di servizi e in quanto il carico del lavoro di cura e famigliare è sempre sulle loro spalle, ne consegue che il tempo dedicato alla cura non può essere destinato al lavoro, si rinuncia oppure se ne dedica meno e ciò si traduce in un’opportunità sprecata per la crescita dell’azienda e personale».

    Allo stesso modo si esprime anche Patrizia de Luise: «Che lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e della donna in genere possa portare benefici alla società in termini economici, è un dato conclamato da fior fiore di economisti. Nella pratica, però, si è ancora troppo lontani da questo sviluppo: bisogna intervenire sui limiti del sistema, sul welfare (per permettere alle donne di conciliare realmente famiglia e lavoro) e sul sistema di accesso al credito. Oggi il numero di imprenditrici è sì in aumento, ma le donne si buttano in imprese piccole e poco rischiose, con minor forza di incisione. Questo trend deve finire: favorire il lavoro femminile significa favorire la libertà delle donne e degli uomini. Donne realizzate e con un proprio reddito che permette loro di badare a loro stesse e ai loro figli, sono donne libere di decidere della propria vita; sono donne libere di scegliere di andarsene, per esempio, da un marito violento. Questo è un problema anche degli uomini: non è meglio avere a fianco una donna realizzata e indipendente? Dovrebbe essere così, in un sistema sociale sano».

     

    Per dirlo con una metafora calcistica utilizzata dal presidente di Confcommercio Sangalli, «puntare sulle donne è conveniente per l’economia e per l’Italia, quindi perché lasciare in panchina un buon giocatore in una partita così delicata?»

     

    Elettra Antognetti

  • Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    asiloIl giorno della verità. Poco meno di 2 mila famiglie genovesi stanno aspettando di capire quale sarà il destino dei propri figli per i prossimi tre anni. È, infatti, arrivato tanto atteso momento della pubblicazione delle graduatorie definitive per le iscrizioni alle scuole dell’infanzia (i vecchi asili o scuole materne che riguardano sostanzialmente i bimbi dai 3 ai 6 anni) comunali. Sono 1964 le domande ricevute quest’anno dal sistema comunale, a fronte delle 2163 dello scorso anno (mentre la popolazione tra i 3 e 6 anni è calata da 14187 a 13674 bambini). Ogni anno, il sistema integrato comunale-statale-privato offre una disponibilità maggiore rispetto all’intera popolazione in età: per fare un esempio, per l’anno scolastico in corso i posti offerti sono stati 14253 a fronte di una popolazione di 14187 individui, mentre nel 2011/2012 per 14078 bambini tra i 3 e i 6 anni, i posti disponibili erano 14584. Un’offerta più alta della domanda consente ai genitori di scegliere abbastanza liberamente dove mandare a scuola i propri figli ma il sistema di preiscrizione e successiva conferma è alquanto complicato e lascerà famiglie e istituti col fiato sospeso ancora per diverse settimane.

    Proviamo a vedere che cosa succede. Ogni anno i genitori possono richiedere l’iscrizione a una sola scuola dell’infanzia statale mentre possono esprimere una preferenza plurima per le scuole comunali e per le private convenzionate, quello cioè per cui è prevista un’almeno parziale copertura della retta da parte del Comune per le famiglie con Isee basso. Chiuse le preiscrizioni, che potremmo anche definire manifestazioni di interesse, ogni scuola statale stila la propria graduatoria in base ai criteri decisi dal Consiglio d’istituto, che tengono in considerazione il reddito e la condizione socio-economica famigliare, il numero dei figli, lo stato di occupazione dei genitori, eventuali disabilità famigliari o altre particolari criticità. A questo punto, in base ai posti disposizione e alla graduatoria, le segreterie fanno partire le prime telefonate in cerca di conferma delle iscrizioni. Spesso, però, la risposta ricevuta è del tipo: “Grazie, ma preferisco aspettare la pubblicazione della graduatoria delle scuole comunali”. Ciò avviene perché le scuole comunali, che dal punto di vista normativo vengono considerate paritarie, generalmente rappresentano i posti più ambiti grazie soprattutto ad orari più estesi nel corso della giornata e a servizi più ampi lungo tutto il corso dell’anno (venendo, ad esempio, incontro a chi non può occuparsi dei figli per tutti i tre mesi di pausa estiva).

    Ecco, dunque, che il meccanismo si inceppa sostanzialmente fino a oggi, ovvero al giorno di pubblicazione delle graduatorie comunali.

    Queste, naturalmente, vengono stilate con gli stessi criteri su tutto il territorio genovese ma il posizionamento di ogni famiglia varia da scuola a scuola, a seconda di chi ha inoltrato la propria manifestazione di interesse. Una volta ricevute le eventuali disponibilità da scuole comunali e dalla scuola statale prescelta, la famiglia potrà finalmente decidere dove confermare l’iscrizione del bambino. Ecco perché sarebbe auspicabile che le graduatorie statali e comunali diventassero un tutt’uno. Una promessa che circola nell’aria già da qualche anno ma che, nei fatti, non si è ancora concretizzata. In questo bailamme diventa allora molto difficile avere un quadro completo fino a ridosso delle vacanze estive. Senza dimenticare l’opzione delle scuole private, spesso scelte per maggiore vicinanza alla propria abitazione o a quelle dei nonni e per i servizi aggiuntivi.

    Ma anche le scuole pubbliche hanno all’interno della propria offerta formativa peculiarità che meritano di essere quantomeno prese in considerazione dai genitori al momento della fatidica scelta, tenendo ben presente il grado di coinvolgimento della famiglia stessa e la qualità e l’importanza affidata agli spazi e agli ambienti in cui cresceranno i bambini.

    L’asilo, il punto di partenza

    Tra i progetti pedagogici più noti, spicca il cosiddetto metodo Montessori che punta molto sulla libertà del bambino nel suo percorso di apprendimento e sull’importanza della qualità dell’ambiente che lo accompagna nel suo cammino di crescita, rivoluzionando i tradizionali tempi di apprendimento scolastici.  Ci sono poi, naturalmente, le sperimentazioni interculturali, sempre più cruciali per formare i piccoli a ben integrarsi in una realtà così umanamente ricca come quella genovese, e quelle informatiche che introducono l’utilizzo dei computer fin dalle prime basi del cammino didattico. Per chi avesse il pallino della matematica esiste il cosiddetto “Laboratorio zero” che punta a evidenziare l’importanza dei codici naturali da cui siamo circondati, unendo lo stupore della conoscenza del mondo alla razionalità dell’approccio scientifico. C’è anche la possibilità di puntare sulla filosofia fin dai primi passi nel mondo dell’istruzione, attraverso una metodologia didattica che valorizza il dialogo, la partecipazione democratica e lo sviluppo di un pensiero critico all’interno di un contesto relazionale. Non possono naturalmente mancare le sperimentazioni psicomotorie che danno grande importanza al gioco, al movimento, alla relazione e al rispetto interpersonale. Infine, l’educazione ambientale e alimentare con il progetto “Orto in condotta”, promosso a livello nazionale da Slow Food, che stimola i bambini a osservare, conoscere e prendersi cura della natura.

    Asili nido, tutt’altra storia: pochi posti a disposizione

    Questi progetti in alcuni casi propongono sperimentazioni già a partire dagli asili nido. Qui, se possibile, la situazione che riguarda le iscrizioni è ancora più complicata perché le preferenze esprimibili sono pressoché infinite ma i posti a disposizione nel sistema comunale sono assai limitati. La copertura dell’intero servizio, infatti, è di circa il 33% della popolazione in età. Ciò significa che per ogni bambino da 0 a 3 anni che ha la possibilità di andare al nido (comunale o privato che sia) ce ne sono altri due che restano a casa con i genitori, i nonni o i baby-sitter.

    Anche in questo caso, si parla di sistema integrato, come ci spiega il direttore del settore Scuola, Sport e Politiche giovanili del Comune di Genova, Tiziana Carpanelli: «Da anni il Comune di Genova persegue una politica di integrazione tra tutti i soggetti che offrono questo tipo di servizio. I nidi, in particolare, possono essere comunali, accreditati, convenzionati o strettamente privati.  La differenza tra accreditati, il cui rispetto di standard strutturali e pedagogici viene costantemente monitorato dai nostri uffici, e convenzionati sta nel fatto che con questi ultimi il Comune si accorda per un certo numero di posti per cui mette a disposizione una cifra massima a copertura totale o parziale delle rette per agevolare le famiglie con Isee basso».

    A proposito, la retta massima per i nidi comunali è stata finora sempre sotto i 400 euro (398,34 l’anno scorso) per l’orario base 8.30-16.30. Nell’anno scolastico in corso, confermando una quota ormai stabile da diversi anni, i posti a disposizione negli asili nido comunali erano 1901, che salivano a 2287 considerato anche i convenzionati. L’intero sistema integrato, invece, ha messo a disposizione solo 4485 posti a fronte di una popolazione residente tra gli 0 e 3 anni pari a circa 13300 unità. Cifre non particolarmente diverse da quanto accaduto nel passato recente: nell’anno scolastico 2011/2012, ad esempio, i posti a disposizione nel sistema integrato erano 4574, di cui 2469 comunali e convenzionati con una retta massima di 386,36 euro, a fronte di un popolazione di 13910 bambini.

    Volete fare un affare e offrire un servizio alla vostra comunità? Potreste pensare ad aprire un asilo nido a cifre abbordabili e con tanti servizi che possano aiutare i neo-genitori nei loro compiti educativi.

    Simone D’Ambrosio

  • Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    Violenza sulle donne: servizi e centri antiviolenza a Genova. Numeri e finanziamenti nel 2013, le prospettive per il futuro

    violenza-donnePiù di 750 donne si sono rivolte, nel corso del 2013, ai centri antiviolenza di Genova, 84 quelle che  si sono affidate agli  sportelli d’ascolto dei comuni extra territoriali di Busalla, Campomorone e Mignanego. Infine sono 14 le donne ospitate nelle residenze protette e 17 i minori con loro. I numeri del 2013 relativi alla violenza di genere sul territorio genovese raccontano una crescita: sono di più le donne che utilizzano i servizi pubblici, che si affidano alle associazioni del terzo settore per essere aiutate e sostenute. Cosa significa questo dato in crescita? Che le donne sono più consapevoli? Che il numero dei maltrattanti aumenta?

    Lo abbiamo chiesto a chi queste strutture le gestisce dando supporto alle donne e alle famiglie in difficoltà. «Probabilmente si tratta di maggiore sensibilizzazione circa il fenomeno della violenza sulle donne – commenta Elisabetta Corbucci, coordinatrice del Centro Antiviolenza Mascherona – Comune di Genovail nostro impegno associativo è cresciuto in termini di presenza sul territorio grazie a convegni, iniziative, incontri nelle scuole e incontri per consolidare una rete efficace tra gli enti che lavorano su questi temi. Le donne arrivano ai centri antiviolenza perché ne hanno sentito parlare da altre donne che si sono rivolte a noi in precedenza».

    «Le donne che si rivolgono al nostro sportello sono in crescitaconferma  Paola Campi della Mignanego Cooperativa Sociale Onlus che gestisce gli sportelli di ascolto di Mignanego e Bolzaneto si parla più del tema».  Sensazione confermata anche da Cosima Aiello del Centro per non subire violenza ex UDI.  Da una parte assistiamo quindi ad una maggiore presa di coscienza della situazione e dall’altra la presenza di ‘luoghi’ di sostegno a libero accesso che favoriscono la crescita del numero di contatti. I dati del territorio genovese trovano conferma a livello mondiale. La violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner e’ la forma piu’ comune (30%), ha dichiarato a giugno 2013 l’OMS.

    Centri antiviolenza, sportelli d’ascolto e residenze protette. Era Superba ha cercato di fare chiarezza su come questa macchina al contempo meravigliosa e complicata funzioni e quali sono le forze in campo (economiche e non) e le prospettive future per l’anno da poco iniziato.
    Il punto dal quale partire è l’impegno già preso nel 2013  – da riconfermare – dalla Conferenza dei Sindaci (costituita  da tutti i sindaci dei Comuni il cui territorio è compreso nell’ambito territoriale dell’ASL 3) nel cercare di individuare un percorso che possa rendere ancora più efficace e semplice il funzionamento di queste strutture tramite il patto di sussidiarietà.

    Cosa è il patto di sussidiarietà e come funziona?

    Pavimentazione nel Centro StoricoI patti di sussidiarietà sono uno strumento finalizzato alla realizzazione di attività, servizi e interventi sociali e socio sanitari in cui è prevista la contemporanea partecipazione dell’Amministrazione Pubblica insieme a enti e associazioni, organizzazioni senza scopo di lucro. La compartecipazione deve essere collaborativa e non competitiva. In parole povere, l’Amministrazione individua  un obbiettivo da raggiungere e chiede agli enti/associazioni del Terzo Settore di aderire al progetto. Si tratta di mettere a rete le forze del pubblico e quelle del sociale. Le risorse messe in campo per la realizzazione del progetto provengono sia dalle casse pubbliche che dagli enti. Si tratta di progettare e gestire insieme un progetto. Gli enti/associazioni/organizzazioni coinvolte nel progetto dovranno poi costituirsi in Associazione temporanea di Scopo.

    La Commissione consiliare che si è riunita  lo scorso 7 marzo a Tursi aveva proprio l’obiettivo di fare il punto della situazione e raccontare come sono state finanziate le diverse strutture nel corso del 2013. Erano presenti le associazioni, oltre agli assessori Emanuela Fracassi ed Elena Fiorini. La Conferenza dei Sindaci dello scorso novembre, infatti, aveva incaricato il Comune di Genova, quale capofila della Conferenza, di effettuare l’analisi e la fattibilità, la definizione dei tempi e delle modalità di costruzione del patto di sussidiarietà fra Pubblica Amministrazione e Terzo Settore.

    I commenti delle associazioni sulla Commissione consiliare

    «Ho percepito la buona intenzione di fare chiarezza, dopo il silenzio da novembre e chiarire a chi sono stati destinati i fondi – dichiara Elisabetta Corbucci (Centro Antiviolenza Mascherona)   – è un buon punto di partenza per istituzionalizzare il percorso di gestione dei centri antiviolenza sul territorio, sarà un modo per avere uno strumento di qualità contro la violenza di genere, ora aspettiamo le linee guida». Anche Paola Campi (Mignanego Copperativa Sociale Onlus) giudica in modo positivo «il fatto che siano state coinvolte le associazioni direttamente in un percorso che può dare buoni frutti e vuole coinvolgere tutti coloro che si occupano del problema, in modo da poterlo fare in maniera strutturata da poter garantire continuità al servizio». Aggiunge «noi lavoriamo già tramite patti di sussidiarietà per l’assistenza agli anziani, nel progetto ci sono momenti di ascolto con i servizi pubblici, si fa il punto della situazione e i dati vengono discussi a più livelli, noi ci confrontiamo con il nostro referente che poi si interfaccia coi servizi sociali».

    «La mia impressione è che vi sia tutta l’intenzione di costruire una rete che possa rispondere ai vari bisogni territoriali e si sta prendendo un impegno molto preciso, cercare di coinvolgere i centri che fanno attività in questo senso, l’intenzione c’è, bisogna vedere come questo verrà tradotto in azioni», commenta Cosima Aiello (Centro per non subire violenza ex Udi).

    Marilena Chirivì, responsabile Archivio Biblioteca “Margherita Ferri” di UDI, esprime «la speranza che quella del patto di sussidiarietà possa essere una soluzione per istituzionalizzare il percorso di finanziamento ai centri antiviolenza». Insomma un primo passo che era necessario compiere, come confermano le parole della Presidente della Commissione Maddalena Bartolini, consigliere comunale Lista Doria:  «È stato molto importante soprattutto per chiarire il buco informativo dall’ultima commissione di novembre e le scelte di finanziamento fatte per la garanzia della continuità del servizio. Ora è necessario che la giunta dia il via libera, che gli assessori definiscano le linee guida del patto di sussidiarietà così da poter convocare le associazioni del Terzo Settore».

    Innanzitutto va chiarito che, mentre la gestione del Centro Antiviolenza Mascherona, gli sportelli d’ascolto, l’alloggio sociale e la Casa Rifugio hanno un percorso a vari gradi istituzionalizzato e finanziato, le stesse associazioni che gestiscono queste strutture offrono poi, altri servizi contando solo sulle loro forze e sul volontariato. Altri servizi e aiuti che sarebbero tutti da raccontare e che qui possiamo solo elencare. In poche parole: ogni associazione oltre all’impegno “istituzionale” ha una vita propria di servizi e aiuti alle donne che autogestisce con successo.  Si tratta di gruppi di donne che hanno condiviso le singole professionalità e le hanno rese disponibili per chiunque ne avesse bisogno.

    Il Cerchio delle Relazioni gestisce da febbraio 2013 il Centro Antiviolenza Mascherona, l’alloggio sociale di viale Aspromonte e gli sportelli d’ascolto di Busalla e Campomorone. All’interno delle strutture operano volontarie formate appositamente per essere il primo contatto con il centro e professioniste negli ambiti legale, di counseling, psicologico e psicoterapeutico. Nel 2013 le donne che si sono rivolte al centro sono state 381; 53 agli sportelli d’ascolto e 5 sono state inserite nell’alloggio sociale.

    Il centro è stato finanziato con 47.954 euro dalla Regione Liguria. L’alloggio sociale ha percepito 3.630 di fondi regionali e  18.231 euro dal Comune di Genova. Gli sportelli hanno percepito parte dei 6000 euro destinati a tutti i servizi di sportello dei comuni extra territoriali. Oltre a questo l’associazione si occupa di gestire sportelli scuola, ha creato lo spazio dell’uomo maltrattante e offre punti di ascolto donna. Gestisce l’appartamento Artemisia (per accogliere donne in pericolo) a Busalla e la struttura per minori la Chiocciola a Campomorone.

    Il Centro per non subire violenza ex Udi gestisce la Casa Rifugio, all’interno della quale può ospitare, per un massimo di 6 mesi le donne e i bambini che non possono restare nella loro casa perché in situazione di pericolo. Nel 2013 sono state 9 le donne ospitate con 14 minori. Ha ricevuto finanziamenti dalla Regione per 32.416 euro e dal Comune di Genova 64.848. Oltre alla Casa Rifugio, il Centro si occupa di gestire l’appartamento di accoglienza il Melograno, una struttura madre-bambino e due sportelli scuola e può contare esclusivamente sulle forze di tre educatrici e due psicologhe oltre alle volontarie (una pedagogista, un’insegnate, la coordinatrice Aiello e le volontarie formate dal centro stesso che rispondono al telefono).

    Infine, ma senza alcun ordine di priorità, ci sono gli sportelli del Comune di Mignanego e del Municipio Val Polcevera (Bolzaneto) gestiti dalla Mignanego Società Cooperativa Sociale ONLUS tramite lo sportello Pandora che offre consulenza psicologica, supporto legale e mediazione. All’interno dello sportello operano due psicoterapeute, una mediatrice interculturale, un’avvocatessa e la coordinatrice CampiGli sportelli avrebbero dovuto essere finanziati dal contributo della Regione destinato agli sportelli extracomune di Busalla, Mignanego e Campomorone, ma a quanto ci racconta la coordinatrice Campi loro non hanno ricevuto alcun finanziamento. La cooperativa gestisce molti altri servizi di sostegno al cittadino e nell’ambito della violenza si occupa di organizzare alcuni interventi nelle scuole.

    Il chiarimento sulla “questione UDI”

    Per anni il Centro per non subire violenza ex Udi e la sede della Biblioteca Archivio Margherita Ferri dell’UDI sono stati accomunati o meglio si è sempre pensato che in entrambi i casi si facesse riferimento all’associazione Unione Donne in Italia. In realtà si tratta di due realtà diverse. Ognuna con un proprio statuto e regolamento. A far confusione ha contribuito la denominazione del centro per non subire violenza ex Udi che utilizza il logo Udi nazionale, insieme al fatto che entrambe le associazioni abbiano sede nella stessa via cittadina, ma a civici differenti.

    Per fare chiarezza una volta per tutte (la situazione non ha mancato di suscitare qualche polemica), abbiamo interpellato oltre alla coordinatrice del Centro Cosima Aiello anche Marilena Chirivì, responsabile dell’archivio e biblioteca Udi, sede di Genova.

    Come detto, entrambe la realtà hanno sede in via Cairoli a Genova – per essere corretti al civico 6 vi sono Archivio e Biblioteca di genere dell’UDI-Genova e al civico 7 il Centro –  e senza dubbio il sito web del Centro complica le cose inserendo il logo dell’Udi nazionale. Ma una semplice verifica sul sito nazionale UDI chiarisce che il ‘Centro per non subire violenza ex UDI’ è un ente separato e indipendente e non appare nelle sedi liguri dell’associazione. Diverse sono le nature proprie dei due enti, uno associazione culturale e politica (UDI) il cui scopo è fare cultura e informazione, azione politica e non offrire servizi , un altro che al contrario nasce proprio dalla ‘pratica’ dalla messa in atto di attività a servizio delle donne che ne abbiano bisogno. Insomma l’obiettivo è il medesimo (sostenere la donna) ma le modalità di azione sono differenti.

    Chiarito che si tratta di due soggetti diversi e che agiscono in modi diversi, resta innegabile il fatto che il Centro abbia le sue radici nell’UDI, presente e impegnato per il sostegno alle donne a Genova già dagli anni 60/70, e che da lì abbia avuto origine.

    Ora che è stato messo un punto sulla situazione finanziamenti e gestione della lotta alla violenza di genere per il 2013, non rimane che attendere i prossimi passi di Giunta, Conferenza dei sindaci e Associazioni verso il patto di sussidiarietà. Era Superba vi terrà aggiornati.

    Claudia Dani

  • Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Corso EuropaUn’indagine per definire quale sia la ripartizione della moblità a Genova per quanto riguarda il Trasporto Pubblico Locale. Uno studio sulla domanda di mobilità da parte dei cittadini genovesi, in particolar modo finalizzato a quantificare l’effettivo utilizzo della tariffa integrata bus – treno.  Un totale di 1500 rispondenti stratificati per età, municipio di residenza, condizione professionale e titolo di viaggio utilizzato. Questo, in sintesi, il documento presentato oggi a Tursi, dopo anni di discussioni sul mantenimento del biglietto integrato bus treno: «Volevamo avere una visione più chiara della situazione, uno studio in questo senso non era mai stato fatto», commenta l’assessore regionale ai trasporti Enrico Vesco. «Ma la partita rimane molto complicata e lo studio si presta a diverse interpretazioni. È come se fosse finita in pareggio, i risultati non sono così netti e non determinano la decisione di interrompere o meno il servizio. A maggior ragione in ottica della nuova agenzia regionale per il trasporto pubblico, che senso avrebbe ora per Genova interrompere il servizio integrato? L’auspicio è quello di poter mantenere la situazione come è almeno sino alla nuova gara unica, un’occasione importante per ridisegnare il servizio, anche a livello regionale e non solo comunale».

    Quanti sono i genovesi che utilizzano il Tpl e con quale titolo di viaggio?

    Prima di addentrarci nei dati relativi alla tariffa integrata, è utile comprendere quanti sono i cittadini genovesi che ogni giorno utilizzano il Tpl. Stando alle stime, ogni mattina sarebbero 300.000 i genovesi che escono di casa e si immettono nel traffico, di questi circa 130.000 utilizzando il Tpl il restante a piedi o con il mezzo privato; nell’arco della giornata si stimano ulteriori 100.000 passeggeri per un totale che si aggirerebbe dunque intorno ai 230/250.000 passeggeri (bisogna tener conto, però, che ognuno di questi effettua in media due viaggi al giorno). Tornando al campione dei 1500 viaggiatori intervistati, il biglietto ordinario è il titolo di viaggio più utilizzato (57,6%), segue l’abbonamento annuale (27,8%) e gli abbonamento mensili/settimanali (14,6%).

    Servizio treno – bus, la tariffa integrata

    «Volevamo dati oggettivi – commenta l’assessore comunale Anna Maria Dagnino – nel 2010 l’impostazione è cambiata radicalmente, prima il riparto delle risorse pubbliche da destinare a questo servizio era basato sulla percentuale di ricavi, poi si è stabilita una cifra forfettaria (8,5 milioni, ndr). In futuro potremo basarci su questi dati per rivedere le condizioni».

    Il dato più atteso era dunque quello relativo all’utilizzo del servizio integrato:  bene, i dati indicano che il 17% dei cittadini intervistati intervistati utilizza il trasporto integrato ferro – gomma. Troppo pochi? «Confesso che mi sarei aspettata un numero più alto di passeggeri – ha commentato Dagnino – l’integrato dimostra di avere un ruolo minoritario. Ma la domanda che ci poniamo è: chi mettiamo in crisi se tagliamo l’integrato? Il 17% che lo utilizza abitualmente e chi in caso di taglio del servizio passerebbe al mezzo privato, questo significherebbe un problema per l’intera comunità».

    È importante sottolineare che i dati presentati risultano disomogenei per quanto riguarda le diverse zone della città. La tariffa integrata viene utilizzata nel Municipio Centro Est dal 14,9% degli intervistati, dal 12,4% nel Centro Ovest, il 13,1% nella Bassa Val Bisagno e il 10,4% nella Media Valbisagno. Ma i dati cambiano se ci spostiamo a ponente, ben il 39,9% utilizza il biglietto integrato nel Municipio Ponente e il 17,6% nel Medio Ponente. A Levante (dove aldilà della tariffa integrata risulta scarso l’utilizzo del treno per raggiungere il luogo di lavoro) il servizio è utile al 16,7% dei cittadini, 8,7% nel Medio Levante.

    Per quanto riguarda l’età dei passeggeri che fanno uso del biglietto unico, bassa percentuale fra gli over 65 (6,4%), il 13% fra i minori di 20 vent’anni e il 22,5% tra i 20 e i 65 anni.

    E se venisse tagliato il biglietto integrato, come si comporterebbe quel 17% di genovesi?

    Lo studio mostra, infine, come si comporterebbero i cittadini che oggi utilizzano il biglietto integrato in caso di stop al servizio. Il 34,9% di loro utilizzerebbe comunque la stessa combinazione treno – bus anche senza biglietto unico, il 25,8% userebbe solo i mezzi Amt e il 19,4% solo il treno. L’8,50% utilizzerebbe esclusivamente il mezzo privato, il 7% alternerebbe il mezzo privato al treno e il restante 4,40% alternerebbe il mezzo privato ai mezzi Amt.