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  • Liguria, imprese: crollo del mercato immobiliare a uso economico

    Liguria, imprese: crollo del mercato immobiliare a uso economico

    In Liguria crollano le compravendite immobiliari a uso economico. Secondo l’ultimo rilevamento dell’Istat elaborato dall’Osservatorio regionale dell’artigianato, nella nostra regione il calo registrato tra il secondo trimestre 2011 e lo stesso periodo del 2012 è stato del 31%. È il quarto dato più negativo in Italia (la media nazionale è del -24,8%) dopo Molise, Sicilia e Trentino Alto Adige.
    Proprio in Liguria si trova il primato della città con le aliquote Imu su capannoni industriali e artigianali più elevate, con La Spezia in vetta alla particolare classifica nazionale.

    «In questo quadro economico di profonda incertezza anche per il 2013 è naturale che le imprese siano sempre meno inclini all’acquisto dei “muri” per la propria attività, di capannoni e magazzini – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – Non possiamo sottovalutare, inoltre, il fattore Imu di cui stiamo sentendo gli effetti proprio in questi giorni di scadenza della seconda rata. Sicuramente la nuova imposta ha allontanato, in questi mesi, i piccoli imprenditori e gli artigiani dall’investire nell’acquisto, per esempio, della sede della propria attività».

    In totale, in Liguria, le compravendite immobiliari a uso economico nei primi sei mesi del 2012 sono state 459 passando dalle 250 del primo trimestre 2012 alle 209 del secondo.
    Ma a disincentivare gli imprenditori liguri alle compravendite immobiliari non sono solo i tributi comunali, che in Liguria ammontano a 572 euro per abitante (circa 200 euro in più rispetto alla media italiana). «Il resto lo fanno le banche che erogano sempre meno credito alle imprese – spiega Grasso – La restrizione del credito alle piccole imprese si registra sia su base congiunturale, dove gli impieghi sono passati da 4,1 milioni di euro di fine giugno 2012 a 4 milioni di fine settembre, sia in riferimento allo stesso periodo del 2011: i prestiti alle medie-piccole imprese infatti, infatti, nell’ultimo anno sono calati del 5,9% nella nostra regione».

    Sempre meno propense a investire nel “mattone” anche le famiglie. Rispetto allo stesso trimestre 2011, le compravendite di immobili a uso residenziale in Italia diminuiscono nel secondo trimestre 2012 del 23,6%. La Liguria rispecchia le tendenze nazionali, registrando un -21,4%. Mutui e finanziamenti con concessione di ipoteca immobiliare sono in flessione in regione del 40,8%, contro il 41,2% della media nazionale.

     

    Foto di Diego Arbore

  • Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    ArgentinaL’Islanda, ne abbiamo parlato la settimana scorsa, non è l’unico paese ad essere stato rappresentato come paladino degli oppressi contro le forze malvagie della finanza internazionale. Ben prima della crisi islandese un altro paese è stato vittima di un terribile terremoto finanziario e, dopo aver dichiarato bancarotta nel 2001, è riuscito a risollevarsi fino ad avere un tasso di crescita secondo solo a quello cinese. Questo paese è l’Argentina.

    L’economia argentina ha avuto una straordinaria evoluzione dalla crisi del 2001. Tra il 2003 e il 2011 la crescita media è stata del 7,7%, dato che rappresenta la media di crescita più alta nella storia del paese. Nello stesso periodo il PIL pro capite è cresciuto del 66,2% e, insieme alla crescita, sono state ridotte la povertà, il tasso di disoccupazione e il tasso di diseguaglianza. Questi dati mostrano un paese che corre mentre il resto del mondo arranca per uscire dalla recessione mondiale. Non a caso l’Argentina è stata presa come esempio virtuoso sia da politici che da economisti. Purtroppo c’è un problema: è probabile che tutti questi dati non siano veri.

    L’FMI ha accusato il governo argentino di manipolare i dati sull’inflazione in modo da farli risultare più bassi di quelli reali e ha dato tempo fino a Dicembre per fornire dei dati più credibili. Ma perché il fondo monetario non crede al governo argentino? È puro accanimento? È un complotto? O c’è qualcosa di più?

    Come spesso accade la realtà è più semplice di quanto pensiamo. L’Economist ha intervistato Ana Maria Edwin, direttrice dell’Istituto nazionale di Statistica Argentino (INDEC), che ha dichiarato: «I poveri semplicemente non continuano a comprare cose il cui prezzo aumenta vertiginosamente. Le persone pensano: lascerò quei pomodori per i ricchi». Per questo motivo tutti i beni i cui prezzi hanno dei rialzi eccessivi vengono tolti dal paniere dei beni utilizzati per calcolare l’indice dei prezzi al consumo (CPI) rendendo l’utilità di questo indice prossima allo zero. Una certa flessibilità nella scelta del paniere è sicuramente necessaria per riflettere le abitudini di consumo (ad esempio con l’aggiunta degli smartphone al paniere), ma questo è sicuramente eccessivo. L’Economist riporta inoltre che Graciela Bevacqua, responsabile del calcolo del CPI prima che il segretario per il commercio interno Guillermo Moreno l’allontanasse, ha dichiarato che Moreno avrebbe tentato di farle omettere le cifre decimali nel calcolo dell’aumento del CPI mensile invece di arrotondarle. Poca roba direte voi. Non è proprio così: se il CPI aumenta mensilmente dell’1,9%, l’inflazione annuale risulta pari al 25,3%, ma se si toglie magicamente quel numerino dopo la virgola si ottiene un ben più rassicurante 12,7%. Per questo motivo l’Economist ha deciso di non mostrare più le statistiche dell’INDEC. Queste dichiarazioni trovano riscontro nel fatto che le statistiche condotte da istituti privati riportano un’inflazione compresa tra il 25 e il 30%.

    Perché è così importante conoscere l’inflazione di un paese straniero? Dopotutto noi non facciamo mica la spesa in Argentina! Le statistiche relative all’inflazione sono importanti perché sono utilizzate per stimare la crescita reale di un paese.

    Immaginate un paese dove la produzione di beni e servizi rimanga costante e dove i prezzi aumentino da un anno all’altro del 10%. Il calcolo del prodotto interno lordo nominale riporterebbe un aumento del 10% della ricchezza del paese nonostante la ricchezza prodotta dal paese sia rimasta la stessa dell’anno precedente. Perciò, per avere una rappresentazione più fedele alla realtà, si utilizza il cosiddetto PIL reale che tiene conto dell’aumento dei prezzi. Per ottenere il PIL reale si divide il PIL nominale per il cosiddetto “deflatore del PIL” che è una stima dell’inflazione. Più è alto questo numero, minore è il PIL reale. Con alti valori di inflazione un’apparente crescita si può tramutare addirittura in recessione.

    Perciò il governo argentino, per ottenere una maggiore crescita reale, invece di attuare politiche per lo sviluppo, ha semplicemente pensato di abbassare le statistiche! Tra le diverse ragioni che hanno portato il governo argentino ad agire in questo modo ce n’è una molto pratica: l’Argentina ha emesso obbligazioni il cui interesse è legato all’inflazione domestica. Tenere bassa l’inflazione ufficiale significa quindi pagare meno interessi sul proprio debito a scapito degli investitori. Ovviamente tutto ciò ha delle ripercussioni, ma questo lo vedremo la prossima settimana…

     

    Giorgio Avanzino

  • Crisi e salute: i pazienti in difficoltà economica non si curano

    Crisi e salute: i pazienti in difficoltà economica non si curano

    Per il 64% dei medici di medicina generale i pazienti – a causa delle difficoltà economiche – trascurano la propria salute (una percentuale che sale al 71,6% al Sud e nelle Isole), mentre quasi la metà (il 48,6%) ritiene che lo stato di salute dei propri assistiti sia peggiorato in seguito alla crisi. E’ quanto emerge dall’indagine condotta dal Centro Studi Fimmg (Federazione Italiana Medici Medicina Generale), intitolata “Fare i conti con la salute. Le conseguenze della crisi sul benessere psicofisico della popolazione”.

    Lo studio è stato condotto nei primi mesi del 2012, attraverso un questionario su un campione rappresentativo di 1050 medici di medicina generale, ed è contenuto in un volume a cura del Centro Studi Fimmg, pubblicato da Pensiero Scientifico Editore.

    «Il questionario proposto al medico è stato articolato su più aspetti – spiega il responsabile del Centro Studi Fimmg, Paolo Misericordia – sul suo profilo personale e professionale, sulla caratterizzazione sociale ed economica del territorio, sulla valutazione dello stato di salute e di benessere psicofisico generale dei pazienti e della domanda di servizi sanitari, sugli effetti della crisi sul lavoro del medico e sulle sue prospettive professionali».

    «L’indagine del Centro Studi conferma ancora una volta che il medico di medicina generale è un’efficace sentinella di quanto accade sul territorio del nostro Paese – commenta il segretario nazionale della FIMMG, Giacomo Milillo – I risultati della ricerca dimostrano che la crisi incide sul destino della salute della popolazione. In molti sono costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie anche quando prescritte o comunque necessarie. Emerge con chiarezza che gli effetti della crisi sono pervasivi e causano uno stato di stress, di insicurezza e di grande apprensione negli individui, provocando anche una serie di condizionamenti negativi per la gestione del proprio bene salute. Lo stesso medico di medicina generale non nasconde la propria preoccupazione per il futuro».

    E’ del 43,4% la percentuale dei medici che riferisce che sia capitato spesso nell’ultimo periodo che i propri pazienti abbiano richiesto aiuto o indicazioni per la ricerca di un lavoro, mentre 9 mmg su 10 hanno affermato che “spesso” o “qualche volta” hanno ricevuto la richiesta di un aiuto per risolvere problemi familiari. La metà dei mmg ha l’impressione che siano molti i propri assistiti che hanno perso il posto di lavoro a causa della crisi economica (la percentuale sale al 63,5% al Sud e nelle Isole) e il 43% evidenzia che molti pazienti non riescono ad arrivare con i soldi a fine mese (il 60,3% al Sud).

    L’89% dei medici nota, inoltre, che i pazienti in questo periodo sono più stressati e, 9 mmg su 10, che esprimono “disappunto” per la spesa dei vari ticket sanitari. Il 67,6% che i cittadini, a causa delle ristrettezze economiche, non vanno dal dentista per non pagare le prestazioni mentre il 64,7% ha l’impressione che, per timore di mettersi in cattiva luce con il datore di lavoro, rinunciano ad assentarsi qualche ora per effettuare accertamenti medici, anche se necessari.

    L’effetto della crisi è serio, pesante e coinvolge tutte le sfere della vita anche per quanto riguarda i medici. Il 70,6% del campione è sfiduciato sul futuro, sulla propensione a investire (71,2%) e, soprattutto, sulle aspettative nei confronti della pensione (per l’88,7% è destinata a ridursi nel suo ammontare, e per l’84,5% è addirittura a rischio di poter essere percepita). I medici hanno timore che la penalizzazione economica della categoria e della sua potenzialità organizzativa, in relazione al prolungato blocco dei contratti, possa comportare un rallentamento dei processi di innovazione tecnologica (93,4%), un aumento degli accessi al pronto soccorso (72,3%), un aumento dei ricoveri ospedalieri (61,6%).

     

    Foto di Daniele Orlandi

     

  • Carceri: in Italia le prigioni più sovraffollate d’Europa

    Carceri: in Italia le prigioni più sovraffollate d’Europa

    L’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone nasce nel 1998 e, da allora ad oggi, ogni anno il ministero della Giustizia ha rinnovato l’autorizzazione a visitare tutti gli istituti di pena presenti sul territorio nazionale.

    Ieri Antigone ha presentato il IX rapporto sulle condizioni di detenzione intitolato “Senza dignità”. Ebbene, l’Italia si aggiudica un triste primato: in Europa non esiste un paese con le prigioni piu’ sovraffollate delle nostre. Il tasso di affollamento è del 142,5 per cento: ci sono 140 detenuti ogni 100 posti. Un dato molto sopra la media Ue che si ferma al 99,6 per cento.

    Le regioni più affollate sono Liguria (176,8%), Puglia (176,5%) e Veneto (164,1%). Le meno affollate Abruzzo (121,8%), Sardegna (105,5%) e Basilicata (103%). A seguire la lista degli istituti più sovraffollati al 30/06/2012.

    Nel frattempo non c’è accordo nemmeno sulla capienza regolamentare complessiva: a fine ottobre si parlava di 46.795 posti, ma solo due mesi prima di 45.568 posti. «Da agosto il numero degli istituti è rimasto lo stesso, ma in Calabria ci sarebbero 263 posti in più, in Umbria 196 e in Lombardia addirittura 661 in più – sottolinea Antigonese anche la capienza fosse cresciuta di 2.722 posti in tutto, come affermato dal Dap, sarebbe comunque un risultato modesto, enormemente al di sotto dei posti promessi dal piano carceri».

    La prima stesura del piano prevedeva infatti 17 mila nuovi posti entro il 2012, divenuti poi 11 mila entro il 2013 «Molti dei quali fanno capo a carceri in via di costruzione da oltre un decennio, che con il piano non hanno niente a che vedere precisa Antigone – Non si parla più di 11 nuovi istituti ma di 4 e il numero dei padiglioni si riduce a 17. Si contano 228 milioni di euro in meno rispetto a quelli previsti».

    Le carceri sono sovraffollate nonostante il costante calo degli ingressi: nel primo semestre del 2012 sono stati 32.625 e le previsioni a fine anno parlano di meno di 70 mila ingressi «Un dato praticamente senza precedentisottolinea AntigoneMa questo non per merito dell’intervento del governo sul fenomeno delle “porte girevoli”. È infatti un trend che ha radici più lontane: rispetto all’anno precedente gli ingressi nel 2009 sono diminuiti del 5,1 per cento. Nel 2010 del 3,9 per cento. Nel 2011, prima del decreto-legge sulle “porte girevoli”, del 9 per cento. Nel primo semestre del 2012 questa tendenza subisce una ulteriore accelerazione (-18,5 per cento)».

    Nell’ambito del suo nono rapporto, Antigone presenta anche l’iniziativa “Inside carceri” il primo web-doc/inchiesta realizzato in Italia, un viaggio in 25 istituti di pena italiani (tra cui Genova Marassi), composto da video, audio, immagini, infografiche. Realizzato insieme al service giornalistico “Next New Media”, e’ disponibile gratuitamente all’indirizzo http://www.insidecarceri.it/. Tutti i materiali (32 video, 2 audiogallery, 3 infografiche, 177 immagini, oltre 20 schede di testo) sono anche scaricabili e utilizzabili, attraverso Flickr, YouTube e Vimeo, da chiunque sia interessato a stimolare il dibattito sul problema carceri (con obbligo di citazione della fonte e divieto di modificare immagini e servizi).

  • Trasparenza società partecipate: i libri mastri ancora non si vedono

    Trasparenza società partecipate: i libri mastri ancora non si vedono

    Passi avanti in direzione della trasparenza. Per fortuna qualcosa si muove, merito di consiglieri municipali e comunali che credono fermamente nell’importanza di avere libero accesso a dati e informazioni, al fine di una reale comprensione delle questioni e per fornire ai cittadini un’informazione il più corretta e dettagliata possibile.
    In merito ai progetti edilizi che passano, o per meglio dire, spesso non passano dagli uffici dei 9 municipi genovesi, abbiamo ricordato la mozione promossa dal consigliere Bianca Vergati, approvata dal Municipio Medio Levante.

    In ambito comunale, invece, vogliamo riportare l’attenzione su un emendamento, proposto dal Gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle, accolto quale parte integrante di un ordine del giorno presentato dal consigliere Guido Grillo (Pdl) in Sala Rossa, lo scorso 25 settembre. L’o.d.g. chiedeva alla Giunta di relazionare sulle attività delle aziende partecipate, bilanci alla mano e con la presenza dei responsabili amministrativi.

    «Noi abbiamo chiesto di aggiungere alla parola “bilanci” la parola “libri mastri” – spiega il consigliere del Movimento 5 Stelle, Stefano De Pietro – perché crediamo sia fondamentale poter analizzare i contenuti. Rispetto ai bilanci, infatti, i libri mastri consentono di visionare la contabilità nella sua interezza. Finora, proprio per questo motivo, erano gelosamente custoditi da sguardi indiscreti»
    In contabilità, il libro mastro è il registro sul quale sono annotate con rigorosa precisione tutte le operazioni contabili, di solito separate per conti e sottoconti, con i riferimenti alle entrate o uscite, ai dati degli intestatari, date e quant’altro.

    La Giunta ha accettato parzialmente la mozione di Grillo escludendo l’emendamento sui libri mastri a causa del presunto problema tecnico dovuto alla stampa di migliaia di fogli. «Hanno iniziato ad arrampicarsi sugli specchi – precisa De Pietro – trovando scuse poco plausibili».

    La mozione emendata va comunque in votazione e viene approvata dalla maggioranza dei votanti (17 favorevoli, 13 contrari, 7 astenuti). Il consigliere De Pietro sottolinea che «forse qualcuno neppure ha capito cosa stava votando», ma tant’è il risultato non cambia e la Giunta è impegnata a portare in sede di commissioni consiliari i libri mastri delle società partecipate del Comune di Genova. Una vera e propria rivoluzione in termine di trasparenza se l’impegno verrà mantenuto come impone la prassi.

    Qualche giorno dopo, però, in occasione della prima commissione sulla Spim – l’azienda partecipata del Comune che gestisce il patrimonio immobiliare – i mastri non arrivano. Sono richiesti, l’assessore al bilancio Miceli adduce la solita motivazione «Poi s’inventa la riservatezza, poi che un odg è meno cogente di un emendamento – aggiunge De Pietro – forse pensava che fosse solo folclore e che nessuno avrebbe insistito, ma così non è. Sull’insistenza, fornisce dei files che nulla hanno a che fare con i mastri, è in evidente difficoltà, combattuto tra la necessità di difendere la propria posizione e l’obbligo che deriva dalla votazione in consiglio».
    Il giorno dopo il Movimento 5 Stelle fa partire una mozione al Sindaco firmata da molti consiglieri e successivamente una richiesta di elencare tutti i software in uso per la contabilità delle aziende controllate. Finora non è arrivata nessuna risposta.

    «I cittadini hanno diritto di sapere come vengono amministrate le società partecipate – ribadisce De Pietro – vogliamo capire a chi sono andati i soldi, quanti e con quali modalità sono stati spesi. Nei bilanci i dati sono aggregati ed è difficile la loro completa comprensione. Ci dicono “dovete fidarvi”. Ma senza trasparenza la fiducia si può anche togliere».

     

    Matteo Quadrone

  • Festival della Scienza 2012, dati e presenze: incontro con Manuela Arata

    Festival della Scienza 2012, dati e presenze: incontro con Manuela Arata

    Festival della Scienza 2012Durante l’interclub dei Rotary Genova Sud Ovest e Genova San Giorgio, la presidente del Festival della Scienza Manuela Arata ha esposto in anteprima i risultati ufficiali dell’ultima edizione. «Da Genova – ha detto Manuela Arata – è partita una rivoluzione culturale. Oggi raccogliamo i frutti di un lavoro che dura da 10 anni. Genova ha le caratteristiche giuste per ospitare questo evento: in città c’è una predisposizione unica verso le conoscenze tecniche».

    Nonostante la crisi che ha colpito anche il festival, nonostante un budget che è tornato a essere quello delle prime edizioni, l’edizione 2012 si è chiusa con molti segni positivi. È stata superata la duemilionesima visita, la Piazza delle Feste al Porto Antico ha registrato 23.000 visitatori, il numero degli scienziati invitati è cresciuto notevolmente e sono stati 5271 gli animatori scientifici arrivati da tutta Italia. «Questi sono dati che danno un cambiamento profondo. Sapere dagli scienziati che per loro è un orgoglio essere invitati al festival è una consapevolezza che lascia il segno».

    L’edizione di quest’anno del festival è stata dedicata all’Europa, prima di sapere che, proprio nel 2012, l’Europa avrebbe poi vinto il premio Nobel. Le flessioni, che tutti potevano aspettarsi da questa decima edizione, non ci sono state. Il festival ha registrato 11 giorni di eventi, oltre 350 eventi, 49 mostre interattive, 103 laboratori, 18 spettacoli e 37 eventi speciali per un successo di pubblico riconosciuto da tutti. Il Festival ha chiuso con il 10% in più di visitatori, per un totale di 225.000 visite complessive, 40.000 visualizzazioni delle conferenze in streaming on demand e un incremento del 10% di visitatori sul sito web.

    La prossima edizione sarà l’edizione del compleanno e vedrà la bellezza come parola chiave, «perché nella scienza c’è tantissima bellezza». Il messaggio che, in chiusura di intervento, ha lanciato Manuela Arata è forte: «Se c’è l’idea di fare di Genova una città culturale sui temi della scienza, allora facciamolo! Il Festival della Scienza ha lo scopo profondo di animare un territorio che sappia fare inncovazione».

     

    Valeria Abate
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Asili nido comunali: a Genova aumento record delle rette

    Asili nido comunali: a Genova aumento record delle rette

    340 euro al mese, con un +5,6% rispetto all’anno passato. In Liguria è questo il costo medio sostenuto dai genitori per mandare il proprio figlio all’asilo nido comunale, una spesa che si colloca al di sopra della media nazionale (pari a 302€). Sono i dati che emergono da un’indagine di Cittadinanzattiva.

    «Dura la vita per le giovani coppie, fra difficoltà nel far accedere i propri figli ad asili comunali, alti costi e disparità economiche anche all’interno della stessa regione: si registra una differenza di ben €120 tra il capoluogo ligure più caro, Imperia, e il meno caro, Savona (279€).
    Rispetto al 2010/11, nel 2011/12 le tariffe sono rimaste invariate solo a Savona – spiega Cittadinanzattiva – Particolarmente rilevante l’incremento registrato a Genova (+15,2%), inferiore a livello nazionale solo a Bologna (+29,7%), Vibo Valentia (+29%) e Perugia (+21,8%)».

    L’analisi, svolta dall’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva ha considerato una famiglia tipo di tre persone (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di 44.200€ e relativo Isee di 19.900€. I dati sulle rette sono elaborati a partire da fonti ufficiali (anni scolastici 2010/11 e 2011/12) delle Amministrazioni comunali interessate all’indagine (tutti i capoluoghi di provincia). Oggetto della ricerca sono state le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media, 6 ore al giorno), per cinque giorni a settimana.

    In Liguria, secondo la banca dati del Ministero dell’Interno sulla fiscalità locale aggiornata al 2010, ci sono 113 asili nido comunali per 4.389 posti disponibili. Il maggior numero di asili è presente in provincia di Genova (51, con 2.472 posti), mentre la provincia di Imperia ne registra il numero minore (15, con 554 posti). «In Liguria il 35% dei richiedenti rimane in lista di attesa, a fronte di una media nazionale del 23,5%», sottolinea Cittadinanzattiva.

    La situazione è migliore per quanto riguarda la copertura potenziale del servizio «Facendo un confronto tra i posti disponibili e la potenziale utenza (numero di bambini in età 0-3 anni) in Liguria la copertura potenziale del servizio è dell’8,9%, a fronte di una media in Italia del 6,5%».

    «Dall’indagine effettuata è evidente che ancora oggi manca nel nostro Paese un sistema di servizi per l’infanzia equamente diffuso ed accessibile su tutto il territorio e adeguate agevolazioni fiscali a sostegno dei nuclei familiari con bambini piccoli – commenta Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – Le misure a favore di tali servizi rappresentano un investimento intergenerazionale che produce effetti nel lungo periodo e quindi di scarso “appeal” per una classe politica poco lungimirante e concentrata sul consenso immediato. D’altro canto, la riduzione delle risorse a disposizione degli enti locali e la rigidità del patto di stabilità, non aiutano a far ripartire gli investimenti in tal senso, anzi contribuiscono a tagliare sempre di più le risorse destinate alla spesa sociale. Di questo passo difficilmente riusciremo a colmare il gap nei confronti dell’Europa e centrare la copertura del servizio del 33% già prevista per il 2010».

     


  • Liguria, costi burocrazia: quinto posto in Italia per spesa pro capite

    Liguria, costi burocrazia: quinto posto in Italia per spesa pro capite

    Con una spesa di 150 euro pro capite, relativa al personale per “funzioni generali di amministrazione di gestione e di controllo nei comuni”, la Liguria si piazza al 5° posto in Italia per l’incidenza delle spese per abitante, dietro le province autonome di Trento e Bolzano, la Sicilia e la Basilicata . È quanto emerge dall’analisi elaborata dall’Ufficio studi di Confartigianato su dati Sose-ministero dell’Economia che ha misurato l’incidenza degli sprechi del mal funzionamento degli enti locali e ha calcolato il possibile recupero di risorse finanziarie.
    «A livello nazionale si calcola che la spesa in eccesso per il personale delle burocrazie comunali ammonti a oltre 1,4 miliardi di euro – spiega Luca Costi, segretario di Confartigianato Liguria – In Liguria la spesa per il mantenimento della macchina burocratica è di 243 milioni di euro all’anno e si è calcolato un risparmio eventuale di 83 milioni, cioè 51 euro per abitante». Dal calcolo elaborato prendendo come riferimento l’ipotetico adeguamento della Liguria alla media delle quattro regioni più virtuose (Emilia Romagna, Lombardia, Lazio e Puglia) emerge un possibile risparmio sulla spesa per la burocrazia dei Comuni liguri del 34,1%. «Dallo snellimento dell’apparato burocratico – commenta Costi – sarebbe possibile recuperare risorse per esempio da dedicare alla riduzione della tassazione sulle imprese e all’offerta di welfare locale che oggi, con i tagli della spending review, è decisamente sotto adeguato rispetto alle richieste della popolazione».

    Per quanto riguarda l’indice di qualità di welfare locale – che comprende per esempio i servizi sociosanitari e quelli per l’infanziala Liguria si colloca all’11° posto in Italia e, insieme al Piemonte, presenta caratteristiche simili alle regioni del Centro-Sud, lontanissima dalle più virtuose Emilia, Valle d’Aosta e Lombardia, ai primi posti della classifica nazionale.
    «L’offerta di servizi di welfare locale – sottolinea Costi – è legata a doppio filo anche all’imprenditoria, specialmente quella femminile. Più servizi sono offerti a supporto delle famiglie e più le donne hanno possibilità di inserirsi attivamente nel tessuto imprenditoriale ed economico. Oggi più che nel passato, visto il restringimento dei nuclei familiari e la presenza in essi di anziani da seguire, è diventato pressoché indispensabile un supporto alle donne e alle famiglie in generale, come è dimostrato anche dalla forte presenza di colf e badanti, circa 872 mila quelle regolari in Italia e 30mila solo in Liguria, la regione più anziana d’Europa».
    In questo periodo segnato dai tagli «Riteniamo sia necessario recuperare risorse colpendo le sacche degli sprechi e delle inefficienze – conclude Costi – con il duplice beneficio di una macchina burocratica più snella e servizi che meglio rispondano alle esigenze delle famiglie e delle imprese».

  • Carceri liguri: aumentano atti di autolesionismo e suicidi

    Carceri liguri: aumentano atti di autolesionismo e suicidi

    Le carceri liguri scoppiano a causa del sovraffollamento e la situazione è sempre più insostenibile per i detenuti ma anche per gli agenti costretti a lavorare in un contesto così degradato e rischioso. L’ennesimo grido d’allarme arriva dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria che, questa volta, mette in evidenza l’aumento degli atti di autolesionismo all’interno dei penitenziari della nostra regione.

    «Solo nei primi 6 mesi dell’anno sono stati 21 i tentativi di suicidio e ben 218 gli atti di autolesionismo – spiega Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe Liguria – L’ultimo episodio è avvenuto a Chiavari dove un detenuto che voleva impiccarsi è stato salvato in extremis grazie all’intervento di un agente. Mentre nel carcere di Pontedecimo un detenuto originario del Marocco e arrestato per spaccio di droga, è rimasto ustionato nel rogo della sua cella, data alle fiamme per protesta contro le condizioni invivibili del carcere».

    Anche il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo, lancia l’allarme suicidi «Nei primi mesi del 2012 ci sono stati 50 casi di autolesionismo di cui 39 commessi da imputati. Sette di loro, detenuti in attesa di giudizio, hanno tentato il suicidio e uno si è tolto la vita».

    Il sindacato sottolinea, da sempre, le gravi carenze d’organico negli istituti di pena liguri. «La popolazione detenuta è il doppio rispetto alla capienza regolamentare – commenta Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe Liguria –  Le istituzioni e il mondo della politica non possono più restare inermi e devono agire concretamente».

    Nel penitenziario di Chiavari sono reclusi 100 detenuti a fronte dei 78 posti a disposizione. E mancano 25 poliziotti rispetto alla pianta organica. 

    A Pontedecimo sono detenuti 97 uomini e 92 donne, 189 persone rispetto alla capienza regolamentare di 96 posti letto. La forza prevista del reparto di Polizia penitenziaria è di 161 unità mentre quella effettiva è di circa 100 unità. Dal 1 gennaio al 30 giugno scorso, a Pontedecimo si sono verificati 10 atti di autolesionismo (ingestione di corpi estranei, chiodi, pile, lamette, pile; tagli sul corpo provati da lamette), un tentato suicidio sventato dagli agenti e sette colluttazioni.

     

    BAMBINI DIETRO LE SBARRE

    La situazione diventa ancor più delicata quando a varcare la soglia del carcere – insieme alle madri detenute – sono i bambini di età inferiore ai tre anni. Secondo i dati del Sappe oggi nel carcere di Pontedecimo è presente una detenuta con un figlio di due anni e mezzo ma nel luglio scorso erano addirittura due.

    Mercoledì 7 novembre, il consigliere regionale dell’Italia dei Valori e presidente dell’VIII commissione Pari opportunità, Maruska Piredda ha presentato un’interrogazione urgente al presidente e all’assessore competente in merito all’individuazione, nel Comune di Genova, di uno stabile che possa essere adibito a Istituto di custodia attenuata per madri detenute con figli (Icam).

    La legge n.62/2011, infatti, prevede l’istituzione delle case famiglia protette proprio per madri e padri con figli di età inferiore ai 10 anni. Una legge che ha avuto un seguito nell’intesa stipulata nella Conferenza Stato-città e Autonomie locali, con cui si prevede l’obbligo per gli enti locali di individuare edifici con caratteristiche atte a ospitare gli Istituti di custodia attenuata. Regioni come la Lombardia hanno già un Icam, altre, come Veneto e Toscana, se ne stanno dotando. In Liguria, invece, finora non si muove una foglia.

    «Ho avuto modo di constatare, durante un sopralluogo di qualche mese fa, quale sia la situazione in cui sono costrette a vivere queste mamme con i propri figli piccoli, per i quali solo l’impegno e la cura prestati dagli agenti di custodia rendono meno amara l’esperienza carceraria – spiega Piredda –  Nell’interrogazione chiedo quali percorsi la Regione ha intrapreso per individuare, di concerto con gli enti locali, una sede per l’Icam nel territorio ligure, auspicando un concreto impegno affinché al più presto anche la Liguria attui le disposizioni previste dalla legge, indispensabili per garantire adeguati rapporti familiari tra i genitori detenuti e i figli e, contestualmente, un equilibrato sviluppo del minore».

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

  • Sicurezza alimentare: il manifesto del buon cibo italiano

    Sicurezza alimentare: il manifesto del buon cibo italiano

    Maggiore coordinamento nel settore della sicurezza alimentare e nei controlli, pene più severe che servano da veri deterrenti contro le frodi agroalimentari, etichette più trasparenti, filo diretto tra consumatori e istituzioni e infine, l’auspicio di un’Autorità europea per la sicurezza alimentare trasparente e indipendente. Sono le proposte del Movimento Difesa del Cittadino (MdC) e di Legambiente, illustrate in occasione della presentazione del IX Rapporto sulla sicurezza alimentare “Italia a Tavola 2012”.
    Il rapporto è stato realizzato grazie alla costante collaborazione dell’Agenzia delle dogane, Carabinieri per la tutela della salute (Nas), Carabinieri per le politiche agricole e alimentari, Capitanerie di Porto, Corpo forestale, Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi e Ministero della Salute.

    Innanzitutto una buona notizia: l’indagine conferma che l’Italia ha uno dei migliori sistemi di tutela della salute a tavola dei cittadini, grazie agli oltre 200 mila controlli effettuati dagli istituti preposti nel 2011, a cui si sommano oltre 900 mila ispezioni del servizio sanitario nazionale alle imprese alimentari e agli stabilimenti di alimenti di origine animale. Operazioni che hanno portato al sequestro di oltre 24 milioni di chilogrammi di prodotti per un valore di circa 850 milioni di euro.

    Una cifra che fa gola alla criminalità organizzata. Anche perchè «Non dobbiamo dimenticare le qualità del nostro Paese che ad oggi conta 1.093 prodotti iscritti nei registri europei delle DOP, IGP, STG – spiegano Legambiente e MdC – Ammonta a 6 miliardi di euro il valore del fatturato alla produzione delle Denominazioni di origine italiane nel 2010 e quasi 10 miliardi di euro al consumo». Per il settore vitivinicolo le registrazioni sono 521 (su 1.900 riconoscimenti europei). Mentre per quanto riguarda il biologico nel 2011 è aumentata la superficie coltivata (+1,5%) e gli operatori coinvolti (+1,3%).

    Inevitabilmente, sofisticazioni e contraffazioni colpiscono i portabandiera dell’Italia a tavola ed è così che nascono le storie raccontate dal IX rapporto sulla sicurezza alimentare: mozzarella di bufala prodotta con latte vaccino, olio deodorato, pesce congelato spacciato per fresco, conserve di San Marzano tricolore ricavate da pomodori provenienti da paesi lontani, container contenenti vino privo dei documento di tracciabilità.

    Oggi, però, i consumatori son dotati di maggiore consapevolezza e conferiscono sempre più valore alla qualità ambientale del cibo. «Per questo vogliamo guardare avanti – sottolineano Legambiente e MdC – con un approccio costruttivo e di miglioramento dal punto di vista normativo a livello nazionale ed europeo».

    Vediamo nel dettaglio le 5 proposte definite da Legambiente e Mdc come il “Manifesto del Buon Cibo Italiano”.

    Agenzia Nazionale e coordinamento dei controlli
    «E’ necessario un maggior coordinamento nel settore della sicurezza alimentare – spiega il rapporto – in Italia le competenze sono divise tra più Ministeri e spesso ai consumatori manca un riferimento unico e definito. Bisogna costituire un’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare che riunisca a sé e coordini tutte le attività di controllo, comunicazione del rischio e di ricerca scientifica indipendente nel settore della sicurezza alimentare. Un riferimento-istituzione che esiste in molti Paesi europei ma non in Italia».

    Sanzioni come vero deterrente per i falsari del cibo
    «Passi avanti sono stati fatti con l’articolo 517 quarter del Codice Penale che prevede per la contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari la reclusione fino a 2 anni e la multa fino a 20.000 euro – continua il rapporto – Si potrebbe ragionare su pene più incisive, come il ritiro della licenza in caso di reiterazione del reato e la previsione di un sistema di tutela penale ad hoc».

    Sportello per il consumatore
    Legambiente e MdC propongono di progettare un unico “Sportello Anticontraffazione Italiano” a livello istituzionale per tutelare i consumatori e il “Made in Italy”, proprio nel nostro Paese. «Lo strumento potrebbe avere la struttura di uno sportello telefonico e telematico (numero verde e sito web) a cui i cittadini possano rivolgersi sia per denunciare ipotesi di contraffazione di prodotti, sia per chiedere informazioni in merito a marchi ed etichette dei prodotti alimentari».

    Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) senza conflitto di interessi
    «Auspichiamo un’Efsa senza più conflitti di interesse che produca pareri a reale tutela della salute dei consumatori. Le nuove Implementing Rules sono entrate in vigore il 1° luglio 2012 e già il nuovo Comitato scientifico è stato rinnovato secondo le nuove regole. Non ci resta che aspettare vigilando a tutela del cittadino».

    Etichettatura, codice unico maggiore trasparenza su origine
    Il nuovo Regolamento Europeo in materia di etichettatura dei prodotti agroalimentare (Reg. 1169 del 2011) «è un’opportunità per il nostro Paese sotto molteplici aspetti. Innanzitutto è l’occasione per un riordinamento della materia disciplinata da numerose norme verticali e orizzontali». Secondo Legambiente e Mdc un codice unico sarebbe una semplificazione per operatori e cittadini.
    «In tema di trasparenza delle etichette, il Regolamento ha realizzato grandi conquiste, ma sul fronte dell’indicazione dell’origine in etichetta l’Italia aveva già provveduto con la Legge del 3 febbraio 2011, n. 4 (Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari) – conclude il rapporto – Una norma che prevedeva una più ampia estensione dell’obbligatorietà di indicazione dell’origine dei prodotti e delle materie prime prevalenti in etichetta. Una diposizione non ancora attuata e che necessita di una rivalutazione nell’ambito della nuova normativa europea. Quello che ci auguriamo è che non rimanga lettera morta».

     

    Matteo Quadrone

  • Green economy: centomila posti di lavoro nelle campagne italiane

    Green economy: centomila posti di lavoro nelle campagne italiane

    Centomila posti di lavoro per i prossimi 3 anni nelle campagne italiane dove – per la prima volta da dieci anni a questa parte – si è verificata un’importante inversione di tendenza e sono aumentate del 4,2% le imprese guidate da under 30 nel secondo trimestre del 2012.

    È quanto emerge da un’analisi della Coldiretti che ha collaborato alla redazione del rapporto 2012 di Greenitaly, presentato della fondazione Symbola proprio in occasione della divulgazione dei dati Istat sulle “Prospettive per l’economia italiana nel 2012-2013” che danno in peggioramento i dati della disoccupazione. Secondo l’indagine Coldiretti/Swg «La metà dei giovani italiani tra i 18 ed i 34 anni, a differenza delle generazioni che li hanno preceduti, preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che fare l’impiegato in banca (23%) o anche lavorare in una multinazionale (19%). Venute meno le garanzie del posto fisso che caratterizzavano queste occupazioni, sono emerse tutte le criticità di lavori che in molti considerano ripetitivi e poco gratificanti rispetto al lavoro in campagna».

    «Sono numerosi gli esempi di idee innovative nate con la green economy – continua la nota della Coldiretti – come il “sommelier della frutta”, una nuova figura professionale nata grazie ad Onafrut della Coldiretti, la prima associazione nazionale assaggiatori della frutta. I “sommelier della frutta” si propongono di insegnare alle nuove generazioni e non a riconoscere varietà, grado di maturazione, sapore, colore, origine e profumo di mele, pere, pesche e anche dei piccoli frutti».

    Le nuove professioni vanno dall’agrigelataio all’affinatore di formaggi, dal birraio a chilometri zero allo stagionatore di miele, ecc. Un fenomeno che ha favorito importanti opportunità occupazionali «con migliaia di nuovi posti di lavoro nei punti di vendita diretta della rete di campagna amica della quale fanno parte 4.739 aziende agricole, 877 agriturismi, 1.105 mercati, 178 botteghe ai quali si aggiungono 131 ristoranti e 109 orti urbani, per un totale di quasi settemila punti vendita», conclude Coldiretti.

  • Ambiente: il controllo gomme riduce le emissioni di co2

    Ambiente: il controllo gomme riduce le emissioni di co2

    Una possibile riduzione delle emissioni di c02 pari a 2.750.743 tonnellate all’anno in tutta Italia. Un risultato raggiungibile grazie all’uso di dispositivi di controllo della pressione dei pneumatici che saranno obbligatori – su tutte le nuove vetture omologate nell’UE – a partire dal 1 novembre 2012.

    Quando l’obbligo sarà pienamente a regime – ipotizzando a titolo di esempio gli stessi consumi di carburante del 2011 – solo in Liguria si potrà evitare di immettere nell’atmosfera, ogni anno, circa 64.705 tonnellate di co2. La provincia ligure che ha il maggior potenziale di riduzione è Genova (31.384 tonnellate), seguita da Savona (12.688 tonnellate) e La Spezia (12.048 tonnellate).

    I dati provengono da un’elaborazione del Centro Ricerche Continental Autocarro – il Gruppo Continental è uno dei primi fornitori dell’industria automobilistica nel mondo – basata su due aspetti: il risparmio ottenibile con i dispositivi di monitoraggio della pressione dei pneumatici e le emissioni di CO2 per litro di carburante consumato.

    Per il primo aspetto il Centro Ricerche Continental Autocarro ha considerato un documento della Commissione Europea che quantifica nel 2,5% il risparmio di carburante e quindi di emissioni di CO2 ottenibile grazie ai dispositivi per controllare la pressione dei pneumatici. Per il secondo aspetto, invece, il Centro Ricerche ha considerato che ogni litro di benzina consumato produce emissioni di 2,4 kg di CO2 e che ogni litro di gasolio consumato produce emissioni di 2,65 kg di CO2.

    Grazie a questi dati è stato possibile calcolare che il risparmio nelle emissioni di CO2 ottenibile se tutti i veicoli a benzina e diesel in circolazione montassero dispositivi di monitoraggio della pressione dei pneumatici, prendendo come riferimento le vendite di benzina e gasolio per autotrazione del 2011, sarebbe di 29.865.336 tonnellate per i veicoli a benzina e di 80.164.379 tonnellate per i veicoli a gasolio. In totale solo nel nostro Paese si potrebbero quindi evitare di immettere nell’atmosfera ogni anno 2.750.743 tonnellate di CO2.

  • Mattone sicuro: in Liguria il 78% delle aziende edili sono irregolari

    Mattone sicuro: in Liguria il 78% delle aziende edili sono irregolari

    I dati sono inquietanti e parlano da soli: il mattone è “nero” dunque non sicuro, in particolare in alcune regioni d’Italia, tra le quali al secondo posto troviamo la Liguria.

    Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha reso noti i risultati dell’attività di vigilanza svolta sotto il coordinamento della Direzione generale per l’Attività Ispettiva dagli ispettori del lavoro delle Strutture territoriali e dai militari dell’Arma dei Carabinieri nell’ambito dell’Operazione “Mattone sicuro”, finalizzata a rafforzare nel settore edile il contrasto al lavoro sommerso e gli interventi di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

    In particolare, gli accessi ispettivi sono stati mirati al contrasto dell’impiego di lavoratori irregolari o “in nero”, del caporalato e degli appalti illeciti, nonché al contenimento del rilevante fenomeno infortunistico, attraverso l’attenta verifica delle condizioni di lavoro, anche sotto il profilo prevenzionistico.

    Nel corso delle attività, svolte nel periodo 21 maggio – 30 settembre 2012, aventi l’obiettivo di sottoporre a controllo almeno n. 15.000 aziende edili dislocate su tutto il territorio nazionale, sono state ispezionate 18.207 aziende di cui il 59%  in una situazione di irregolarità. Infatti, le ispezioni in cui sono stati contestati illeciti sono pari a 10.817.

    La percentuale di aziende irregolari più significativa è stata registrata in Molise (94%). Seguono Liguria (78%), Calabria (77%), Basilicata (76%), Sardegna 70%), Puglia (67%), Lombardia e Abruzzo (66%).

    7.563 i lavoratori irregolari, di cui 3.680 totalmente in nero (pari al 49%), con punte del 67% in Puglia, 66% in Basilicata e in Molise, del 65% in Campania, del 63% in Lazio, del 57% in Calabria.

    Sono stati adottati 1.138 provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale per l’utilizzo di personale in nero e disposti 44 sequestri. Infine, sono state contestate 12.887 violazioni prevenzionistiche e deferite 7.260 persone all’autorità giudiziaria.

     

    Foto di Diego Arbore

  • Sopraelevata, tutor: nei primi 6 mesi nessun incidente grave

    Sopraelevata, tutor: nei primi 6 mesi nessun incidente grave

    Il tutor installato sulla sopraelevata, una delle strade più pericolose della città, si rivela uno strumento di successo ed in soli 6 mesi abbatte, quasi azzerandoli, i rischi per automobilisti e motociclisti che ogni giorno imboccano la strada Aldo Moro per attraversare la città. I risultati ottenuti dal sistema di monitoraggio della velocità (con il limite fissato a 60 Km/H) – da tutti conosciuto come tutor ma il cui vero nome è Celeritas, frutto del lavoro di Selex Elsag – sono eclatanti.

    Nei 6 mesi presi in esame – dal 6 marzo, giorno in cui entrò in vigore, fino al 14 settembre scorsonon si sono verificati decessi e neppure incidenti particolarmente gravi, ovvero con feriti ricoverati in prognosi riservata. In tutto sono stati rilevati 30 incidenti che hanno provocato 20 feriti.
    Il confronto con il biennio precedente rende perfettamente l’idea di quanto sia stata determinante l’installazione del controllo con le telecamere 24 ore su 24. Nel 2011, nello stesso periodo preso in esame, si erano verificati 47 incidenti, con 37 feriti di cui 2 in prognosi riservata e purtroppo anche due morti.
    Tra il marzo ed il settembre 2010, invece, il numero di incidenti raggiunse quota 70, con 50 feriti (zero in prognosi riservata) ma altri 2 decessi.

    La sopraelevata negli ultimi anni è stata scenario di terribili incidenti costati la perdita di numerose vite umane, a causa soprattutto della velocità elevata. Ma occorre non dimenticare le responsabilità attribuibili alla presenza di un guardrail antiquato e pericolosissimo.

    Alla ex Giunta comunale guidata da Marta Vincenzi va riconosciuto il merito di aver provveduto a portare a termine la realizzazione del sistema di controllo della velocità sulla strada Aldo Moro. Allo stesso tempo però, bisogna sottolineare che ancora oggi non si è provveduto alla sostituzione del guardrail.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Diego Arbore]

  • Edilizia: finte partite Iva nascondono il calo dell’occupazione

    Edilizia: finte partite Iva nascondono il calo dell’occupazione

    Cresce il numero delle imprese artigiane in Liguria ma i numeri positivi rischiano di nascondere la crisi che sta attanagliando il settore edile. La crescita, infatti, è solo numerica e l’aumento delle aziende individuali è un emblematico segnale del tentativo di riconversione di lavoratori, in precedenza dipendenti, espulsi dal mercato del lavoro. Una tendenza che avevamo già riscontrato nei mesi precedenti e che purtroppo oggi trova conferma.

    Sono questi i dati che emergono dall’ultima indagine di Anaepa Confartigianato che ha fotografato lo stato di salute del settore edile nel primo semestre 2012. Ebbene, mentre a livello nazionale l’edilizia presenta una flessione della produzione dell’1,36%, la nostra regione presenta il record nazionale per tasso positivo di imprese di costruzione: +0,97% registrato nell’ultimo anno.
    «La Liguria è l’unica regione in Italia ad avere un tasso di crescita positivo nel numero delle imprese – spiega Paolo Figoli, presidente di Confartigianato Liguria Costruzioni – Non vuol dire che però qui da noi sia tutto rose e fiori. Anzi: se guardiamo ai tassi di occupazione emerge che la Liguria ha tra i tassi peggiori per numero di lavoratori sia dipendenti sia indipendenti».
    La flessione degli occupati nell’edilizia in Liguria tra il secondo trimestre 2011 e il primo trimestre 2012 è stata di -12,3% con un’emorragia di oltre 26mila posti di lavoro dipendente, di -10,7% degli indipendenti pari a oltre 21mila lavoratori autonomi. Peggio della Liguria, in chiave occupazionale, solo la Sardegna (-17,7% di dipendenti) e la Calabria (-15,3%).
    «Il fenomeno è sicuramente spiegato dal fatto che molti ex dipendenti decidono di aprire partita Iva ma in pochi riescono a rimanere sul mercato, reso asfittico dalla crisi economica che dal 2008 a oggi vive uno stato di recessione ai minimi storici e che nel 2011 è sceso sotto i livelli del 2000 – spiega Figoli – Mettersi in proprio spesso è una scelta obbligata, ma non sempre vincente».

    I lavoratori stranieri sono coinvolti in misura maggiore perché più facilmente ricattabili dai rispettivi datori di lavoro, come spiega il sindacato di categoria Fillea Cgil (federazione dei lavoratori del legno, dell’edilizia e delle industrie affini) dalle pagine de “La Repubblica” «Con i tagli ci sono sempre meno controlli, molte imprese cercano di ridurre i costi ed i lavoratori accettano di farsi carico della partita Iva per non perdere il posto».
    E così le partite iva crescono vertiginosamente: a Genova i lavoratori edili con partita iva sono 9 mila, cinque anni fa erano la metà. Un vero e proprio boom che sicuramente non riflette l’andamento di un settore in crisi profonda. I dati nazionali di Fillea Cgil sul lavoro nero e sul caporalato nell’edilizia parlano di 400 mila lavoratori in nero, grigio o sotto ricatto «A queste persone viene chiesto di aprire partite iva, accettare contratti part-time, ovvero tempi pieni mascherati con fuoribusta in nero, di dichiarare meno ore lavorate e di ricorrere ai permessi in caso di infortunio non grave».
    «La pesante tassazione sugli immobili ed il clima di sfiducia e timore nel futuro allontana i possibili investitori del settore – afferma Paolo Figoli, presidente di Confartigianato Liguria Costruzioni – In questa critica situazione cercano di trovare spazio nuove imprese che, non filtrate da nessuna legge di accesso alla professione del comparto, generano concorrenza sleale e, non avendo minimi requisiti tecnici-morali-professionali, fanno solo danni e non portano benefici nè occupazionali nè di produttività ».
    La conferma della crisi nera del mattone arriva da Davide Viziano, titolare di uno dei più attivi gruppi di costruzione che operano in città, che ha spiegato al “Secolo XIX” «Siamo riusciti a rimanere a galla solo grazie ai parcheggi, mentre il settore residenziale è praticamente fermo. Solo per i monolocali e i bilocali, che richiedono investimenti limitati, c’è ancora richiesta. Il 90% delle compravendite eseguite nel primo semestre 2012 riguarda proprio gli alloggi di piccole dimensioni».
    «A incidere sullo stato di sofferenza sono gli annosi ritardi nei pagamenti da parte di privati e pubbliche amministrazioni, il doppio rispetto alla media europea, la drastica riduzione di investimenti in opere pubbliche, il calo nell’erogazione dei mutui alle famiglie, la sempre maggiore difficoltà dell’accesso al credito da parte delle imprese e i tassi bancari in aumento», sottolinea l’analisi di Confartigianato.
    Inoltre «Dal 2008 al 2011 il numero dei nuovi mutui concessi è diminuito in media in Italia del 9% all’anno, colpendo in misura maggiore i mutuatari più giovani e quelli extracomunitari – conclude Figoli – La Liguria, insieme a Emilia Romagna e Valle d’Aosta, è tra le regioni dove si registra la variazione percentuale minore negli stock dei mutui concessi per l’acquisto di un’abitazione. Sappiamo bene che il mercato immobiliare, anche quello dell’usato per cui oggi i tempi nelle compravendite in media arrivano a 8 mesi, è legato a doppio filo con l’edilizia: meno famiglie acquistano casa e minore è la richiesta di ristrutturazioni con inevitabili conseguenze negative soprattutto per le imprese di piccole e piccolissime dimensioni».

     

    Matteo Quadrone