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  • Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Università di Genova, tutti i numeri dell’Ateneo: studenti e strutture, fondi e investimenti

    Via Balbi Lettere e FilosofiaIn occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2013-2014 (7 febbraio 2014), l’Ateneo genovese ha reso pubblici i dati relativi agli investimenti, ai fondi, agli studenti nell’a.a. 2012-2013 e ai nuovi progetti che ha in serbo per i prossimi anni. Oltre al numero di nuove immatricolazioni, di laureati, di offerte nell’ambito della ricerca e della mobilità, si parla di investimenti da mettere in atto per modernizzare una struttura, quella universitaria, che in Italia risulta obsoleta e inadatta a competere con gli altri atenei europei e mondiali.

    Che la situazione sia questa, lo si sa da tempo: vi sarà già capitato di leggere i report annuali, i cosiddetti World Universities Ranking (qui quello di THE Times Higher Education), con la graduatoria degli atenei mondiali. In questi ranking, che si basano spesso su criteri specifici (reputazione accademica, numero di citazioni in articoli scientifici, presenza di studenti o docenti stranieri, ecc.) e che rispondono a particolari logiche (l’istituto Qs, ad esempio, mette insieme i dati raccolti da varie fonti e sondaggi su 60mila docenti e 28mila dipendenti) le università italiane occupano posizioni arretrate: ad esempio, secondo THE per l’a.a. 2012-2013 gli atenei italiani compaiono solo dopo la posizione 250. I “primi” italiani in classifica sono l’Università degli Studi di Milano (262) e Milano Bicocca (263), seguiti da Trieste, Bologna, Trento, Torino, e poi Padova, Pisa, Pavia, Roma (a larga distanza, tra la posizione 300 e la 350). Non mancano nemmeno Ferrara, Reggio-Emilia e Salento. Anche stando al ranking presentato da Qs, la situazione migliora ma non troppo: l’Università di Bologna, prima italiana, è al 188esimo posto; La Sapienza di Roma al 196, 230 il Politecnico di Milano, 235 l’università degli Studi di Milano e l’Università di Pisa è 259esima.

    Il tutto si inserisce in un contesto in cui le riforme per il sistema scolastico e universitario a livello nazionale scarseggiano e arrancano, e in cui di recente si è tornato a parlare di provvedimenti che limitano le ore di insegnamento di storia dell’arte nelle scuole superiori e di filosofia sia nelle scuole secondarie che in certi corsi universitari.

    Università di Genova

    «Investire nell’Università è essenziale per la società, per uscire dalla crisi: laddove si è investito, la crisi ha avuto impatto minore – ha commentato il rettore Deferrari – Oggi vogliamo razionalizzare l’offerta formativa per avere più laureati da inserire nel mondo del lavoro, ridurre i fuori corso e gli abbandoni. È indispensabile per crescere attrarre risorse a livello europeo e mondiale, partecipando a bandi e collaborando con imprese, per l’internazionalizzazione di qualità. Incrementeremo i corsi in inglese, anche con formazione a distanza con docenti stranieri, anche per venire incontro ai tantissimi studenti stranieri, che fanno di UniGe una delle università più aperte. Inoltre, per favorire la prosecuzione del percorso studentesco, non siamo stati né low cost, né esosi: abbiamo ridotto la seconda rata delle tasse e incrementato i premi di laurea e profitto. Qualità della formazione, della ricerca, del trasferimento tecnologico: lavoriamo verso un’integrazione di università e Paese, perché l’Ateneo non sia un fortino ma una piazza aperta sul mondo».

    Senza scomodare i ranking internazionali (oltre la posizione 400 nella graduatoria THE), concentriamoci sull’Ateneo genovese e sui ranking italiani: stando ai dati del luglio 2013 di Repubblica-Censis, Genova ottiene il quinto posto tra gli atenei “grandi” (tra 20 e 40 mila iscritti), con 86,8 punti conferiti in base alla valutazione di servizi, strutture, web, internazionalizzazione e spese per borse ed altri interventi. La prima di questa categoria è Pavia, con 94,1, ma in generale spiccano i poli senese (oltre i 100 punti), bolognese, padovano e le due importanti scuole politecniche milanese e torinese. Genova eccelle nell’area chimico-farmaceutica (quarto posto) e geo-biologica (terzo posto).

    La struttura

    centro-storico-vicoli-architettura-d12L’Ateneo si articola in cinque scuole, a loro volta composte da dipartimenti (22 in totale). Dopo l’attuazione della riforma Gelmini, entrata in vigore dall’1 gennaio 2011, nell’a.a. 2012-2013 le Facoltà sono state soppresse e trasformate in scuole. Così sono state accorpate ad esempio le Facoltà di Architettura e Ingegneria, o quelle di Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia. Oggi abbiamo a Genova la Scuola di scienze matematiche, fisiche e naturali; quella di scienze mediche e farmaceutiche; di scienze sociali; scienze umanistiche; politecnica. Non mancano i centri di servizio (da quello linguistico, al CISITA per servizi informatici e telematici) e le biblioteche, che sono cinque (una per scuola) rispetto alle quattordici del passato. Il tutto, dislocato in circa 400 mila mq di immobili, molti dal valore storico e spesso difficili da mantenere in buone condizioni. A tal proposito è stato elaborato un piano edilizio nel 2013, sono stati predisposti i lavori all’ex Saiwa per il polo di chimica e la demolizione dell’ex Sutter, ultimati gli interventi all’Albergo dei Poveri. Inoltre, l’Ateneo è presente anche nelle altre tre province liguri, con sedi distaccate.

    Il personale è composto da 1.338 docenti, di cui 341 ordinari, 387 associati e 610 ricercatori, più altri collaboratori linguistici. A questi si aggiungono anche 1.409 impiegati nell’area tecnico-amministrativa, per un totale di 2.776 persone.

    Gli stravolgimenti degli ultimi anni, con il passaggio da Facoltà a Scuole, non ha mancato di creare disagi e suscitare polemiche, dovute ad esempio alla chiusura di alcuni uffici e alla ridistribuzione dei servizi: è stato il caso, ad esempio, dell’Ufficio Erasmus della ex Facoltà di Lettere e Filosofia, chiuso per essere accorpato a quello di Lingue, non senza problemi per il personale, spalmato in Via Bensa o adibito ad altre mansioni. Sono stati, inoltre, sostituiti alcuni presidi e i membri degli organi direttivi. Ci si è dovuti adattare a un’integrazione forzata tra realtà lontane anche fisicamente: è il caso, ad esempio, del polo di architettura e quello di ingegneria, uno nel centro storico e l’altro dislocato tra Albaro, San Martino, Fiera di Genova.

    L’offerta formativa

    universita-scuola-istruzioneSi articola in 27 corsi di laurea e laurea magistrale e 27 Corsi di Dottorato più 2 in consorzio con sede esterna XXIX ciclo (caso emblematico, quello del Dottorato in Filosofia, che quest’anno per la prima volta faceva parte del Consorzio Dottorato Filosofia nord ovest “Fino”, assieme a Piemonte Orientale, Università di Torino e Pavia). Inoltre Scuole di Specializzazione, corsi di perfezionamento e di formazione permanente e 32 Master Universitari di I e II livello. Le difficoltà degli ultimi anni hanno prodotto una progressiva riduzione dei fondi disponibili all’interno dell’Università, limitando sia la scelta dei corsi che le possibilità di prosecuzione del percorso di studi degli studenti all’interno della sede genovese. Tra i corsi è stato chiuso ad esempio quello di “Tecniche della Progettazione Architettonica e della Costruzione Edilizia” nell’a.a. 2010/2011.  Emblematico anche il caso del Dottorato di Filosofia e della sperimentazione della modalità consortile: l’alternativa sarebbe stata l’abolizione delle borse, mentre l’escamotage ha permesso di garantire un numero minimo di posti. Tuttavia, si trattava di un numero esiguo e quindi insufficiente: all’incirca 30 posti da ripartire in 4 atenei, vanificando le speranze dei neo-laureati e complicando le modalità decisionali.

    Gli studenti

    Gli iscritti ai corsi di I e II livello nell’a.a. 2012/2013 sono stati in totale 33.957, di cui 5.336 nuovi immatricolati, con aumento del 3-4% rispetto all’anno scorso. Nel 2012, infatti, c’era stato un calo dell’11%, ma oggi la situazione di emergenza sembra arginata. Tanti anche gli stranieri, il 20% in totale, di cui il 10 solo nell’ultimo anno. Tra tutti, più alte le immatricolazioni per la Scuola Politecnica (1165) e di Scienze Sociali (1889). Gli iscritti ai corsi post-laurea sono invece 3.957. Vediamo come sono ripartiti gli studenti tra le varie scuole:

    – Scuola di Scienze Sociali: 12.071

    – Scuola Politecnica: 7.739

    – Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche: 6.898

    – Scuola di Scienze Umanistiche: 4.840

    – Scuola di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali: 2.409

    Per quanto riguarda il numero dei laureati, nel 2013 sono stati oltre 6 mila: di più quelli laureati in scienze sociali (2.127, di cui 1.330 femmine), poi quelli in ingegneria e architettura (1.458); seguono medicina e farmacia, con 1.258 laureati,  i laureati in scienze umanistiche (954) e quelli in matematica, fisica e scienze (441).

    Quanto investe l’Università di Genova nella ricerca?

    Ci sono dieci Centri interuniversitari di Ricerca e di Servizio: ad esempio, l’ISME, per i Sistemi integrati per l’Ambiente marino, il CIRCE dedicato ai cetacei, il centro legato al Museo nazionale dell’Antartide (MNA), e quello per la Ricerca sul Cancro (CIRC), quest’ultimo però in liquidazione. Non mancano anche due centri di eccellenza nella Ricerca: il Centre of Excellence for biomedical Research (C.E.B.R.) e il Centro italiano di Eccellenza sulla Logistica integrata (C.I.E.L.I.).

    “L’Università di Genova riveste un ruolo di primo piano nel campo della ricerca, dell’innovazione e del trasferimento tecnologico”, si legge sul report fornito alla stampa dall’Ateneo. E ancora: “In un contesto di accresciuta competitività nazionale e internazionale, l’Ateneo genovese è costantemente attivo nell’individuare finanziamenti, monitorando e selezionando tutte le opportunità e le fonti”. Ma quanto investe l’Università nella ricerca? Quali sono le possibilità fornite agli studenti? Nel 2012 i finanziamenti acquisiti a bilancio per lo svolgimento dell’attività di ricerca dell’Università di Genova ammontavano a 47 milioni di euro, con fondi aggiuntivi per circa 4,7 milioni di euro.

    Dai dati forniti dal conto Consuntivo Consolidato di Ateneo si legge che le entrate per la ricerca del 2012 provengono per il 35% da attività presso terzi e per il 24% da Enti pubblici e privati; il 12% da borse di ricerca e dottorato, l’11% dall’Unione Europea e un altro 11% dal MIUR; infine, un 3% proviene dalle amministrazioni pubbliche locali, Enti e associazioni internazionali (3%) e altri ministeri (1%).

    Fondi a disposizione, servizi scolastici

    Via BalbiNel corso dell’a.a. 2012-2013 i fondi a disposizione sono stati incrementati, passando da un fondo di cassa a gennaio 2012 pari a 34.950.621,43 euro ai 56.872.396,58 di dicembre. ARSSU, Azienda Regionale per i servizi scolastici e universitari, ha messo a disposizione 931 posti letto e si è occupata del servizio mensa e erogazione pasti. C’è stata anche la possibilità per 626 studenti di partecipare a bandi per lo svolgimento di attività retribuita (150 ore), con un compenso di circa 1.200 euro per studente, senza contare le analoghe attività di studente tutor, tutor alla pari e didattici e studenti attivi presso il CUS. Si tratta di opportunità di guadagno fornite agli studenti, rimanendo all’interno dell’ambiente accademico e non dovendo sacrificare lo studio al lavoro. La retribuzione si aggira nella maggiore parte dei casi attorno ai 1.000-1.500 euro.

    I progetti internazionali e l’inserimento lavorativo

    L’Università di Genova è esempio virtuoso di mobilità internazionale. Le borse Erasmus messe a disposizione dall’Ateneo sono circa 1160, di cui 540 sono state assegnate agli studenti per l’a.a. 2013/2014, contro le quasi 500 dell’anno precedente. Il numero di studenti Erasmus in entrata, invece, è superiore: sono 1996 gli studenti stranieri ospitabili, e si sono stipulati accordi con 392 istituti partner. Attive anche le borse per l’Erasmus Placement per tirocinio (110 assegnate su 132), lo scambio nell’ambito del CINDA, Centro Interuniversitario de Desarrollo Academico per la cooperazione con il Sud-America, e gli altri programmi, da Leonardo a Comenius, a “Porta la laurea in azienda”.

    Genova e l’Italia: numeri a confronto con Parma e Torino

    Per inquadrare meglio la situazione dellAteneo ligure proponiamo un paragone con altre università italiane. Un primo esempio, quello di Torino, Ateneo “maxi”, con oltre 67 mila iscritti: qui il bilancio è pari a 760 milioni di euro e i nuovi iscritti sono 15 mila, in aumento del 4%. Tra il personale, tanti giovani docenti e ricercatori, con età media pari a 50 anni.

    La situazione migliora, ad esempio, se ci confrontiamo con l’Ateneo di Parma, al terzo posto nella classifica Repubblica-Censis per la categoria “atenei grandi” con 88,5 (due posizioni sopra Genova). Qui, il numero degli iscritti è circa 32 mila (la metà proveniente da fuori regione), contro i quasi 34 mila di Genova.

    In generale la situazione è difficile: il Fondo di Finanziamento Ordinario, che rappresentava nel 2001 il 61,5% delle entrate degli Atenei, nel 2008 è sceso al 54%. Tra il 2009 e il 2013 si è assistito ad una ulteriore riduzione del 5% annuo, cosa che ha obbligato gli Atenei a mettere in atto strategie come tagli al personale docente e tecnico, aumento delle tasse in molti casi, mancato ammodernamento delle strutture e minori incentivi di promozione. Oggi, il Sistema di Finanziamento Pubblico si basa su logiche premiali, per cui sono previste percentuali da rispettare per quanto riguarda programmazione, monitoraggio e valutazione delle strutture, e sono fattori importanti nell’elargizione di premi.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    Musei di Genova, analisi dati visitatori. Da Strada Nuova fino alla periferia

    palazzo-tursi-D3I musei di Genova godono di buona salute? Attraggono il pubblico genovese e i turisti, e quanto ci costano? In una città che può vivere in gran parte di turismo e cultura, queste sono domande importanti. Dal Comune di Genova e dall’Assessore alla Cultura e al Turismo Carla Sibilla, giorni fa sono arrivate parole confortanti: i Musei civici del capoluogo sono in crescita e nel 2013 si è registrato un incremento di visitatori del 18%. Un dato positivo, soprattutto in considerazione del periodo non troppo florido che stanno attraversando le iniziative artistiche, i musei e tutto quello che ha a che fare con la cultura. Le previsioni, assicurano da Tursi, sono rosee anche per il biennio 2014-2015: si parla di investimenti sulle strutture, nuove mostre (di recente la notizia di quella a Palazzo Ducale dedicata a Frida Kahlo nell’autunno 2014, che prima sarà alle Scuderie del Quirinale di Roma), collaborazione con Milano in previsione di Expo 2015.

    “L’offerta museale genovese è ricca e articolata e l’Amministrazione Civica sta puntando con sempre maggior convinzione sulla promozione, nazionale e internazionale, del patrimonio culturale di una città che sempre di più – dopo il riconoscimento per Le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli di patrimonio dell’umanità UNESCO – si sta affermando come città d’arte”, si legge nel comunicato diffuso dall’Ufficio Stampa del Comune. Parole ben accolte dai cittadini, che di solito lamentano la scarsa attenzione di Tursi alla promozione turistica. Ma, nei fatti, quanto è vicina Genova allo status di città d’arte?

    Nonostante gli entusiasmi, infatti, la situazione non è così rosea: certo, l’incremento c’è stato, ed è rilevante, ma l’affluenza di visitatori per ciascun museo è ancora bassa, soprattutto se paragonata alle altre città d’arte italiane. Molti musei soffrono ancora della scarsa affluenza di pubblico e della poca promozione. Certo, un fatto fisiologico in ogni città: alcuni poli sono più frequentati e soffrono meno (vuoi per la posizione più fortunata, per il patrimonio più prestigioso, per le mostre temporanee particolarmente accattivanti), altri sono più in difficoltà. Anche a Genova, naturalmente, si registrano squilibri: l’attività di certi musei langue e viene da chiedersi se vale la pena mantenerli in vita e quali strategie attuare per rilanciarli.

    I dati sulle presenze 2012 – 2013

    Vediamo nel dettaglio quali sono stati gli aumenti per il 2013. Sono state raggiunte le 600 mila presenze annuali (precisamente 637.637), +18% rispetto al 2012.

    Musei di Genova, dati visitatori 2012 - 2013Dai dati si evince che il polo più frequentato è quello composto dal complesso Galata Museo del Mare e Commenda di Prè, con circa 204 mila persone, in leggera flessione rispetto al 2012. Si conti che la cifra è da spalmare sui due musei, che fanno parte della stessa rete. La grande affluenza è motivata, oltre che dall’attrattiva che esercita un museo del mare a Genova (con l’affresco di Renzo Piano e relativo archivio, la terrazza panoramica MIRA Genova e il sommergibile Nazario Sauro), anche dalle molte iniziative e mostre che si sono svolte nel 2013: una su tutte, il Festival della Scienza, che per circa 10 giorni ha contribuito a portare un gran numero di visitatori e a far conoscere i due musei. Il Galata vanta inoltre due primati: più grande museo marittimo del Mediterraneo, e più visitato della Liguria.

    In generale, si può dedurre che gli introiti siano stati buoni: il prezzo pieno del biglietto per il Galata costa tra i 12 e i 17 euro per il solo museo, arrivando fino a un massimo di 45 con l’inclusione del pacchetto Acquario Village. Prezzi troppo alti? Forse sì, ma i visitatori non sembrano desistere per questo: sono un buon numero, soprattutto se si conta che il museo da novembre a febbraio è aperto solo 4 giorni. Nei biglietti cumulativi, anche il pacchetto Galata-Castello d’Albertis: un modo per incentivare una struttura poco pubblicizzata, che soffre della posizione fuori dal centro e per cui da anni già si parlava di creare un filo diretto con il Mu.Ma. La Commenda (biglietti 3-5 euro) invece conta di certo un numero molto inferiore di presenze, ma la sua offerta è stata incrementata nel corso degli ultimi anni (convegni, mostre, concerti, visite guidate). Nonostante questo, alcuni continuano a ignorarne la presenza e la Commenda soffre delle problematiche legate al Sestiere di Prè.

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    2012 – 2013: INCREMENTI E DECREMENTI
    L’incremento generale del 18% nel 2013 comprende sia i visitatori paganti che non paganti.
    Incrementi*:Museo dell’Accademia Ligustica: +82%;
    Museo di Sant’Agostino: +52%;
    Musei di Strada Nuova: +42%;
    Commenda di Prè: +32%;
    Palazzo Spinola: +21%;
    Museo di Storia naturale: +16%;
    Palazzo Reale: +15%;
    Museo di Arte contemporanea di Villa Croce: +12%.
    Decrementi*:Chiossone: -23%;
    Musei di Nervi: -5%;
    Castello D’Albertis: -5%;
    Musei del Ponente: -1%;
    Mu.Ma.: -0,5%.Percentuali dei visitatori paganti*:
    Galleria d’Arte Moderna di Nervi: 77%;
    Galata Museo del Mare: 74%;
    Wolfsoniana: 67%;
    Museo di Sant’Agostino: 53%.[*Dati arrotondati] 

     

     

     

     

    Seguono i Musei di Strada Nuova che, con un incremento di oltre il 42%, superano quota 129 mila visitatori, grazie alle tante iniziative che ospitano (ad esempio Genova In Blu) e alla forte presenza di turisti soprattutto stranieri. Infatti, diceva a Era Superba l’Assessore Sibilla già un anno fa che «buona parte del turismo estero è culturale e in particolare è interessato alla zona UNESCO: Strada Nuova, Via Balbi, Via Cairoli, mentre il turismo italiano è più legato alla zona del waterfront». Per questo Tursi investe e punta su questo polo museale, che piace, è centrale e a portata di mano, ha prezzi contenuti (7-9 euro per la visita a Palazzo Bianco, Rosso, Tursi, e la domenica gratis per i residenti) e collezioni interessanti (da Caravaggio ai fiamminghi, passando per la tradizione genovese). Un modo per rilanciare anche il centro storico e i vicoli. Ma basta questo?

    Segue il Museo di Storia Naturale, a larga distanza: circa 50 mila visitatori l’anno, in aumento del 16% rispetto al 2012. Merito degli eventi “Nobody’s perfect” e “Zanne, corazze, veleni”, presenti da aprile a settembre? Può darsi. Il museo conta in media circa 160 persone al giorno con conseguente introito stimato di circa 800 euro al giorno (se si considerano tutti i visitatori come adulti paganti). Con oltre 35 mila visitatori, nel 2013 il Museo di Sant’Agostino ha incrementato i visitatori del 52,26%: merito di “Le incredibili macchine di Leonardo” e del fatto che sia stato sede del Festival della Scienza, offrendo un biglietto cumulativo per festival e museo a prezzo ridotto. Da commentare il risultato dei musei del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo e Diocesano, in aumento del 144%, con oltre 18500 presenze.

    Aumentano dell’11% anche le presenze a Villa Croce, toccando soglia 14 mila: la programmazione dedicata ad artisti contemporanei di fama internazionale, gli eventi, i concerti aiutano, ma anche qui le soglie sono basse. Una buona programmazione “giovane” e culturale: da promuovere ancora di più? Apprezzabili i tanti incentivi: riduzioni per disabili, universitari fino a 26 anni, ultra 65; gratuito fino a 18 anni, residenti nel Comune di Genova nella giornata di domenica, professori e studenti dei corsi di Beni culturali e Archeologia all’Università di Genova, giornalisti, membri ICOM. Peggior performance, il Chiossone, che perde il 22%: da Tursi si pensa già a strategie di rilancio, in primis la mostra “La rinascita della pittura giapponese”che sarà inaugurata il 27 febbraio. Il bel museo dedicato all’arte orientale potrebbe essere penalizzato dai lavori all’interno del parco di Villetta Di Negro (dal 2011-2012, è stato riaperto e inaugurato a gennaio 2014). Di certo, anche qui la scarsa promozione ha remato contro: nessun cartello a segnalare il museo, ad accezione di un’insegna all’entrata del parco che reca la generica scritta “museo” e che già aveva fatto discutere alcuni genovesi. Fanalino di coda, il Museo del Risorgimento, che conta circa 6 mila presenze, e gli spazi espositivi Palazzo Verde, Via del Campo 29r, Archivio di via Garibaldi, Loggia della Mercanzia, che nel complesso registrano un buon incremento (+44%) ma i circa 100 mila visitatori sono da dividere tra cinque soggetti museali.

    Lontani dal centro: i musei di “periferia”

    Musei di NerviI Musei del Ponente contano tutti e tre insieme 25817 visitatori: molto pochi e per giunta in leggero calo. Sempre meglio dei Musei del Levante, in particolare quelli nerviesi (qui l’approfondimento di Era Superba): se già nel 2012 non avevano fatto una buona performance, quest’anno perdono un ulteriore 5%, passando da 17910 a 17000 presenze tonde tonde. In perdita nei primi 2 trimestri 2013, si sono ripresi nel terzo (+10%), ma non è bastato. Troppo poche le presenze, soprattutto se si pensa che dei 17 mila visitatori la maggior parte si concentrano alla GAM – Galleria d’Arte Moderna. Nel 2012, 8 mila erano le presenze della sola GAM: facendo un breve calcolo, si contano circa 25 presenze al giorno: l’introito annuo riesce a pareggiare/superare  le spese di gestione?

    Attorno ai 14 mila visitatori anche Museo D’Albertis, in calo del 4,74%, nonostante i segnali di ripresa arrivati nel terzo trimestre del 2013 come aveva raccontato la direttrice Maria Camilla De Palma a Era Superba nel gennaio 2014 (qui l’approfondimento). Problemi di posizione e di promozione, e a dieci anni dall’apertura il D’Albertis fatica ancora a imporsi, anche se molti sostengono che potrebbe essere molto più in vista: la posizione a due passi da Principe, Terminal traghetti e Università, e la storia sui generis del Capitano sono fattori su cui puntare di più.

    Musei di Genova: cosa succederà nel 2014?

    Palazzo RossoPer aumentare la crescita e potenziare le visite, sono previsti investimenti sul patrimonio e sulle strutture da un lato, e dall’altro il rafforzamento della programmazione espositiva. Si assisterà alla riapertura di alcune sale Museo di Archeologia Ligure, all’inaugurazione delle nuove sale di Palazzo Rosso (quarto piano) dedicate alla Duchessa di Galliera, e al proseguimento dei lavori per il (contestato) tunnel tra Palazzo Bianco e Tursi, da finire nel 2015.

    Per quanto riguarda gli eventi, Rolly Days nel mese di marzo, maggio e settembre; Notte dei Musei (17 maggio); “Meraviglie da collezione. Musei e capolavori” in autunno, una serie di mostre-evento per presentare le opere meno note dei nostri musei civici, come  Autoritratto come Uomo di lettere di Arcimboldo o la prima stesura autografa dell’Inno di Mameli. Sempre in autunno anche un omaggio agli Embriaci con “Quando il Mediterraneo era il centro del mondo. La saga degli Embriaci tra Genova e l’Oltremare” al Museo di Sant’Agostino e Commenda di Prè.

    Verso Expo 2015: “Nutrire il Pianeta. Energia per la vita”

    La promozione si spinge anche oltre il panorama cittadino. Si parla di “promozione internazionale di alcune eccellenze – sia dal punto di vista delle collezioni che delle mostre temporanee – che posizionano la città a un livello qualitativo di assoluto rilievo”, in vista dell’Expo di Milano di maggio-novembre 2015. L’Expo è certamente un’opportunità da sfruttare, non solo per Milano e la Lombardia ma anche per molte altre città italiane: Assolombardia stima 21 milioni di visitatori (30% stranieri), benefici economici per oltre 34 miliardi di euro e 70.000 nuovi posti di lavoro in cinque anni. Genova si è già mossa e ha cercato la sinergia con Milano, firmando un programma pluriennale di progetti e attività: marketing per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico; promozione di Genova “Smart City”; incremento dei trasporti (treno veloce che consentirà di raggiungere Milano in un’ora) e sfruttamento del Porto per l’aumento del flusso turistico. Anche il sistema museale genovese ha pensato a un “percorso di avvicinamento che porrà al centro dell’offerta culturale le caratteristiche del patrimonio conservato”.

    Genova e l’Italia: il confronto con le città d’arte della penisola

    Genova2004Dopo questo excursus, torniamo alla domanda principale: Genova può assurgere allo status di città d’arte? Nonostante l’incremento di quest’anno, esce sconfitta dal confronto con i più importanti poli artistici della penisola. Un raffronto in questo caso può aiutare a capire. Iniziamo da Firenze, in cui nell’anno passato si è assistito a un boom di visitatori: oltre 1,2 milioni, con un +60% rispetto ai 737 mila del 2012. Si pensi che Palazzo Vecchio da solo ha registrato 644.913 presenze (565.900 nel 2012) e Santa Maria Novella è passata da 65 a 440 mila, con l’unione di Basilica e Museo. Insomma, Palazzo Vecchio da solo supera i visitatori dell’intero capoluogo ligure e Firenze doppia il numero complessivo dei visitatori genovesi. A Milano, invece, fonti ufficiose parlerebbero addirittura di 1,4 milioni di visitatori, incentivati anche da recenti iniziative come la tessera annuale a 35 euro e la possibilità di ingresso gratuito per 2 mesi in tutti i musei civici.

    Non si può fare a meno di riflettere sulla situazione genovese, in cui i margini di miglioramento sono ancora alti e che non riesce a competere con gli altri poli culturali. Ad ogni modo, certi cali sono fisiologici e l’incremento del 18% è un ottimo risultato che fa capire che è necessario continuare a investire su turismo e cultura.

    Elettra Antognetti

  • Cia Liguria e Piano di Sviluppo Rurale: i dati sull’occupazione per il periodo 2007-2013

    Cia Liguria e Piano di Sviluppo Rurale: i dati sull’occupazione per il periodo 2007-2013

    orto-orti-urbani-agricoltura-coltivareSi è svolta questa mattina presso il Palazzo della Borsa l’assemblea di Cia Liguria (Confederazione Italiana Agricoltori) che ha eletto Aldo Alberto nuovo presidente regionale. L’occasione è stata utili anche per diffondere i dati del settenato appena concluso (2007-2013) per l’occupazione nell’agricoltura nel territorio ligure.

    “Il Piano di sviluppo rurale – si legge nella nota stampa – è il cardine intorno al quale ruota il futuro dell’agricoltura. A testimoniarne l’importanza, due dati relativi al settennato appena concluso che si riferiscono all’occupazione e al consolidamento del territorio: grazie alle risorse ricevute dal Psr, nella sola Liguria sono stati ricostruiti 103.000 m2 di muretti a secco – come dire un muro alto un metro che corre ininterrottamente da Genova a Imperia; o, se preferite, da Genova a Sarzana – e sono stati inseriti nel mondo del lavoro 600 giovani under 40. Per i due terzi di questi ragazzi si può parlare di “ritorno all’agricoltura”, trattandosi di persone precedentemente occupate in altri settori, o senza lavoro”.

    Anche se occorre sottolineare che lo sviluppo del primario nella nostra regione passa soprattutto dalle linee di indirizzo delle varie amministrazioni, a partire dai Piani Urbanistici Comunali, come nel caso del Puc genovese in via di definitiva approvazione, spesso aspramente criticati proprio per la scarsa lungimiranza in tema di rilancio dell’attività agricola (qui il dossier che la Rete If di Genova ha inviato alla Commissione Territorio del Comune con osservazioni al Puc, ndr), Cia Liguria sottolinea anche l’importanza dell possibilità di creare ricchezza per il settore anche attraverso percorsi di promozione turistica: “Da questo punto di vista è sicuramente interessante la crescita della filiera corta e di quella cortissima, che mette direttamente in contatto produttore e consumatore. Le imprese liguri di quest’ultima tipologia sono oggi più di 300, prevalentemente di piccola dimensione e a gestione familiare: un dato ricavabile dall’agenda “Spesa in campagna” curata proprio da Cia Liguria, che ha censito 130 aziende di vendita diretta e circa 200 agriturismi attivi nella nostra regione. A queste vanno aggiunte le molte imprese che vendono direttamente a ristoranti, esercizi al dettaglio e grande distribuzione, per le quali si può comunque parlare di filiera corta, esistendo un solo passaggio intermedio tra produttore e consumatore finale”.

    Cia Liguria si basa sui dati forniti da Unioncamere per tracciare l’identikit dell’agricoltura ligure: “Un settore che nel complesso rappresenta l’8% delle imprese attive in Liguria e un’incidenza del 7,7% sul totale delle imprese giovani, dato interessante se rapportato al 7% medio a livello nazionale, con una punta addirittura del 12% nella provincia di La Spezia. Ben superiore alla media anche il numero di imprese femminili, che rappresentano il 37% del totale, ben 8 punti percentuali oltre la media nazionale del 29%, e a Genova sono addirittura il 40%. Un ultimo dato superiore a quello medio riguarda, infine, le imprese con titolare straniero: il 2,7% contro l’1,8% su scala nazionale, e un picco del 3,7% in provincia di Imperia”.

  • Tursi, spese gruppi consiliari: il M5S restituisce il 98,5%, si attendono i dati completi

    Tursi, spese gruppi consiliari: il M5S restituisce il 98,5%, si attendono i dati completi

    palazzo-tursi-putti-paolo-M5S-D2A margine della seduta di ieri del Consiglio comunale di Genova, il Movimento 5 Stelle ha comunicato la rendicontazione delle spese per l’anno solare 2013. Si tratta di fondi messi a disposizione – secondo il Regolamento del Consiglio – dall’amministrazione comunale per il funzionamento dei gruppi consiliari, in parte in quota fissa e il restante in proporzione al numero di consiglieri.

    Dagli 8128,69 euro a cui ammontava il fondo destinato al M5S, sono stati prelevati solo 118 euro (1,45%), mentre sono rimasti nelle casse di Tursi 8010,69 euro (98,55%). Tra le spese, la voce più “importante” è rappresentata dall’acquisto della licenza DropBox per la condivisione dei documenti, che ha comportato un esborso di 76,83 euro; segue la realizzazione di un libro rilegato per promuovere le istituzioni ad alunni in visita, che ha inciso per 19,83 euro, la duplicazioni di chiavi per 8,40 euro e gli ultimi spiccioli per le spese minute.

    I dati sulle spese dei gruppi consiliari devono essere pubblicati a cadenza semestrale sul sito ufficiale del Comune (Deliberazione del Consiglio n 82 del 18 dicembre 2012), al momento la rendicontazione online è però ferma al primo semestre del 2013 e i valori indicati riguardanti i fondi inizialmente a disposizione dei vari gruppi non coincidono con quanto dichiarato dal M5S. Nello specifico leggiamo: 6.507,03 euro per i dodici consiglieri del Pd (di cui risultano spesi 2.121,58), 3.605,25 euro alla Lista Doria (spesi 1.660,04), 3.121,62 euro al M5S (spesi 105,10), 2.734,71 al gruppo consiliare del Pdl (spesi 1.102,02), proseguendo con i 2.154,36 euro della Lista Musso (spesi 992,46), poi Gruppo Misto (1.574,00 euro, spesi 1.050,68), Udc (1.670,72 euro, spesi 1.164,35), Idv (1.670,72 euro, spesi 709,18), Sel (1.670,72 eur, spesi 630,98), Fds (1.187,09 euro, spesi 1.145,97) e Lega Nord (1.187,09 euro, spesi 170,00).

  • Mu.MA, dati musei 2013: per il Galata è record nazionale. Si difende la Commenda, un po’ meno il Navale

    Mu.MA, dati musei 2013: per il Galata è record nazionale. Si difende la Commenda, un po’ meno il Navale

    galata-museo-del-mareL’Istituzione Mu.MA gestisce a Genova tre musei di primaria importanza per la città di Genova come il Galata Museo del Mare, la Commenda di Prè e il Museo Navale di Pegli. Con una nota stampa sono stati diffusi i dati sulle presenze per l’anno 2013. Il Galata chiude il 2013 con un bilancio oltre 172.000 visitatori, “museo che con una percentuale di paganti pari al 74% rappresenta un record nazionale”, si legge nella nota.

    La Commenda di Prè chiude l’anno registrando 31.00 visitatori, dato non così negativo se si confronta con altri musei cittadini come ad esempio il polo museale di Nervi e impreziosito da un incremento del 32% rispetto all’anno precedente.

    Superano di poco le 10.000 unità, invece, i visitatori del Museo Navale di Pegli, portando così a sfiorare i 214.000 visitatori totali per i tre musei gestiti da Mu.Ma.

     

  • Centri di educazione al lavoro: da agosto rischio stop del servizio

    Centri di educazione al lavoro: da agosto rischio stop del servizio

    Offerta di lavoroDal 1985 sono attivi nel Comune di Genova i centri di educazione al lavoro: si tratta di strutture gestite da cooperative sociali, convenzionate con il Comune stesso, che si occupano di formazione e inserimento lavorativo per ragazzi dai 15 ai 20 anni, soprattutto i cosiddetti Neet – acronimo di Not in Education, Employment or Training – ossia coloro che hanno interrotto gli studi e non sono alla ricerca attiva di un’occupazione.

    Si tratta di cinque centri dislocati nei quartieri di Rivarolo – Certosa (CEL Tempi Moderni, gestito da Coopsse e CEL Ascur, gestito dalla cooperativa Ascur), Cornigliano (CEL Torretta, gestito da Agorà), Marassi (CEL Arianna, gestito da Agorà) e centro storico (CEL Il Laboratorio, gestito dalla Cooperativa omonima) e coordinati dall’Ufficio Coordinamento Inserimenti Lavorativi del Comune di Genova, che ha sede in via Fiasella.

    Come si legge sul sito del Comune, le attività principali di questi centri sono «addestramento artigianale, progetti integrati per l’assolvimento dell’obbligo scolastico e formativo, tirocini pratici in azienda, orientamento scolastico e professionale, didattica del lavoro, attività di educazione ambientale e interventi di manutenzione su aree verdi, attività ludico-sportiva». Ogni anno i CEL assistono circa 200 giovani (con una lista d’attesa che attualmente riguarda 50 persone) e sono convenzionati con circa 400 aziende: negli ultimi cinque anni sono stati avviati 607 progetti individuali, dei quali il 68% ha portato a un esito positivo (ossia inserimento del ragazzo/a in un circuito di formazione o lavoro).

    Le difficoltà economiche della pubblica amministrazione e nello specifico del Comune di Genova mettono a rischio le attività di numerosi servizi sul territorio (leggi per esempio la testimonianza del centro Zenit al Cep) fra cui i centri di educazione al lavoro. La scorsa settimana il vicepresidente di Legacoop Liguria Alessandro Frega, tramite un comunicato stampa, ha lanciato un appello al Sindaco Doria affinché si prenda in esame la salvaguardia di questo servizio: «Queste strutture rischiano di essere dimenticate visto che il loro finanziamento dipende da un altro capitolo di spesa (collegato all’Assessorato allo Sviluppo Economico) e l’Assessore Oddone ha annunciato che dal 1 agosto non ci sono più le coperture. Così il rischio di chiusura diventa reale. Questo vorrebbe dire chiudere cinque centri che ospitano a oggi 90 minori e occupano 19 educatori. Parliamo di ragazzi provenienti dall’USSM (Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni, ndr), molti sono affidati al Tribunale dei Minori, giovani immigrati in regime di protezione, alcuni sono già genitori o lo stanno per diventare: insomma parliamo di un servizio sociale, un servizio che si occupa dal 1985 di giovani e di lavoro».

    Mentre il Comune si sta impegnando a individuare le risorse per sostenere i servizi sociali, va pertanto ricordato che i centri di educazione al lavoro – a differenza di altri servizi in città – non afferiscono l’Assessorato alle Politiche Sociali ma quello allo Sviluppo Economico: «la precisazione può apparire superflua ma per noi è fondamentale perché, se da un lato ci si impegna a “salvare i servizi sociali” dall’altra noi finiamo per non essere percepiti come tali, soprattutto dall’Assessore che, dal suo punto di vista e pur dispiacendosi molto, ci considera un capitolo di spesa su cui non vi è copertura». Queste parole sono state scritte dai gestori dei centri genovesi, che hanno inviato a loro volta un appello al Sindaco Doria elencando i dati sopra esposti e sottolineando il ruolo cruciale nel rapportarsi con minori affidati ai servizi sociali (circa il 60% degli utenti), minori stranieri che hanno richiesto asilo politico e necessitano dunque di misure di protezione, minori inviati dal Tribunale sezione Penale con provvedimento di Messa alla Prova (vedi DPR 448/1998, articolo 28), minori che non hanno completato l’obbligo scolastico (per loro è attivo un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione e le scuole cittadine).

    Marta Traverso

    [foto di Diego Arbore]

  • Emergenza Casa a Genova: sfratti per morosità in aumento

    Emergenza Casa a Genova: sfratti per morosità in aumento

    case-abitazioni-centro-storico2-DIMentre Governo e Parlamento discutono di Imu, continua a dilagare l’emergenza casa che oggi coinvolge nuove categorie sociali, improvvisamente private del reddito da lavoro. È uno dei tanti paradossi italiani: migliaia di famiglie non riescono a pagare l’affitto e, nell’indifferenza generale, finiscono in mezzo alla strada. Come accade ogni anno, i dati forniti dal Ministero dell’Interno certificano uno stillicidio senza fine: in Italia, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati oltre 60 mila (sul totale di quasi 68 mila).
    «È incredibile, soltanto nel nostro Paese non c’è attenzione politica nei confronti di questo tema – denuncia Stefano Salvetti del Sicet Genova (Sindacato Inquilini Casa e Territorio) – è una questione soprattutto psicologica: tutta la classe dirigente italiana, in maniera trasversale, appartiene alla lobby dei proprietari. Eppure, in Italia ci sono 4 milioni di famiglie in locazione. E gli alloggi pubblici sono appena 700 mila. Basta guardare i numeri dei nostri vicini europei per rendersi conto che qualcosa non torna».

    Per quanto riguarda Genova, nel 2012, gli sfratti eseguiti per morosità sono stati 945, ai quali si aggiungono i 343 del resto della Provincia per un totale di 1288, ovvero il 90 % del totale degli sfratti (1436, di cui 148 finite locazioni). Ma le richieste di sfratto, nell’intera Liguria, hanno sfiorato quota 2500 (2006 quelli diventati esecutivi).
    «Bisogna considerare, però, che alcune persone decidono spontaneamente di uscire dall’abitazione, onde evitare di far subire il trauma dello sfratto ai loro figli – racconta Salvetti – quindi l’esecuzione non la subiscono perché si allontanano prima che l’ufficiale giudiziario bussi alla porta. Anche la vergogna gioca la sua parte. Gli sfratti “sommersi” sono in aumento e sfuggono alle rilevazioni statistiche».
    Nel 2013 la situazione non sembra migliore, anzi «Prevediamo una stima ancora più alta – continua Salvetti – ogni giorno nei nostri uffici passa un’elevata percentuale di nuclei familiari colpiti soprattutto dalla perdita del lavoro. Categorie sociali che, prima d’ora, non vedevo frequentemente: muratori e badanti (italiani e non), ex impiegati in uffici e studi di professionisti, ex commercianti costretti a chiudere bottega, ecc. Un mondo variegato e completamente abbandonato a se stesso».
    I numeri dell’emergenza, secondo il Sicet, rimangono sottostimati «Il vero dramma è che la maggioranza delle persone ormai neppure presenta domanda per l’assegnazione di un alloggio popolare – sottolinea Salvetti – Hanno perso la speranza. Noi, invece, li invitiamo a farlo, perché la domanda rappresenta il termometro dell’emergenza. La politica di fronte a questi numeri dovrebbe finalmente svegliarsi».

    La scorsa settimana, in occasione dell’incontro con il Sindaco Marco Doria, Salvetti ha ribadito le sue proposte «Ho chiesto al primo cittadino di attivarsi con gli altri sindaci delle aree metropolitane affinché si instauri una seria interlocuzione con il Governo: è necessario riaprire il corridoio centralizzato del sostegno all’affitto che in questi anni è stato azzerato; poi occorre studiare un nuovo dispositivo di graduazione degli sfratti, in modo tale da garantire una qualche forma di tutela ai morosi».
    I tempi dei servizi sociali, infatti, sono troppo lunghi «Quando si verifica un terremoto la prima risposta è quella di allestire una tendopoli – continua il rappresentante del Sicet – allo stesso modo, se vogliamo fronteggiare l’emergenza casa, iniziamo a requisire le caserme, gli edifici, tutti gli spazi pubblici che possono diventare alloggi».

    I soldi per rilanciare l’edilizia residenziale pubblica (Erp) ci sono, quello che manca è la volontà politica. «Sarebbe sufficiente che la Cassa Depositi e Prestiti, invece di finanziare dei fondi immobiliari per realizzare case destinate a rimanere invendute, finanziasse le Aziende regionali territoriali per l’edilizia (ex Istituti autonomi per le case popolari), come Arte Liguria, nella realizzazione di una nuova rete di alloggi sociali – spiega Salvetti – Inoltre, man mano che si recuperano le risorse frutto dell’evasione fiscale nel mattone, bisogna reimpiegarle al fine di Erp».
    Il Sicet ha sollecitato anche la Regione «Il governatore Claudio Burlando dovrebbe porsi la questione delle famiglie liguri che non riescono a pagare l’affitto – conclude Salvetti – Le Aziende regionali territoriali per l’edilizia non sono finanziate ma, nel contempo, le case popolari pagano l’Imu e non godono della detassazione per il risparmio energetico».
    Insomma, non finanziamo l’Erp ma la tassiamo, eccolo l’ennesimo paradosso italiano.

     

    Matteo Quadrone

  • Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    Centri per l’impiego: utilità, efficacia e funzione dei servizi pubblici

    centri per impiegoPraticamente ogni giorno televisioni, giornali e mass-media informano i cittadini sui dati allarmanti che sanciscono una progressiva quanto inesorabile crescita della disoccupazione in Italia. Nel 2013 supereremo la soglia reale dei 3 milioni di senza lavoro; tra questi, la categoria dei giovani, è ormai ad un passo dal 40% di disoccupazione (ma già oltre il 50% nel Mezzogiorno).
    La riforma del Lavoro Fornero (Legge 92/2012) – entrata in vigore otto mesi orsono – non ha avuto gli esiti sperati. D’altra parte non va dimenticato che essa è operativa per meno della metà, impantanata tra le maglie della burocrazia e la carenza di risorse economiche. Ma è bloccata pure la leva che dovrebbe farla decollare, ovvero una seria riforma dei servizi all’impiego, pubblici e privati, e della formazione professionale.
    «Senza una rete di servizi al lavoro veramente efficaci, in grado di offrire a chi perde il posto una nuova opportunità, il mercato continuerà ad essere opaco ed inefficace – scrive Walter Passerini, editorialista de La Stampa (02-03-2013) – vinceranno le solite raccomandazioni, le amicizie, le relazioni pericolose. La formazione professionale è da tempo frantumata in venti sottosistemi regionali e non è stata creata alcuna cabina di regia nazionale. La situazione è grave: serve un progetto condiviso che alimenti una stagione di responsabilità da proporre al Governo che verrà. La questione del lavoro, la questione salariale e la questione previdenziale sono legate tra di loro e ciò che si concerta oggi ha ripercussioni sul futuro. All’orizzonte non vi sono solo i tre milioni di senza lavoro ma gli otto milioni di persone che già oggi soffrono di un forte disagio occupazionale».

    I Centri per l’impiego (CPI), nati nel 1997 sulle ceneri degli ex Uffici di Collocamento, operano a livello provinciale secondo gli indirizzi dettati dalle Regioni. In Italia – tra CPI ed agenzie private del lavoro – si contano alcune migliaia di sportelli con circa 20 mila dipendenti, dei quali 10 mila nei CPI. Solo a titolo di paragone, in Germania il personale dei CPI pubblici ammonta a 74 mila dipendenti; in Gran Bretagna è di 67 mila unità.
    L’effettiva funzionalità dei servizi per l’impiego italiani è messa sotto accusa dai numeri: si parla di appena il 4% come dato medio dell’intermediazione pubblica domanda – offerta di lavoro (a cui si affianca il 3% delle agenzie private), contro il 13% della Germania ed il 7,7% della Gran Bretagna.

    «Innanzitutto si tratta di dati che vengono raccolti in maniera errata o quantomeno contestabile – spiega Michele Scarrone, Direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – Sono stime desunte da domande rivolte ai lavoratori, spesso attraverso un’indagine telefonica, ai quali si chiede se hanno trovato lavoro o meno, mediante i servizi pubblici. Su un campione di 100 persone intervistate, è facile che solo 4 di queste si ricordino di essere, in qualche maniera, transitate dai CPI. Un lavoratore potrebbe aver visto un annuncio sulla bacheca del CPI ed aver stabilito un contatto personale andato a buon fine, quindi una mediazione vera e propria, ma gli strumenti utilizzati non riescono ad intercettarla. Il sistema di monitoraggio, insomma, non è statisticamente valido».
    Per quanto riguarda la Provincia di Genova «Il 30% delle persone prese in carico dai CPI trova lavoro dopo aver seguito un percorso fatto di colloqui, orientamenti, avviamenti con il servizio Match, tirocini o seminari promossi dai CPI – afferma Scarrone – Questo 30% è un dato attendibile perché rilevato tramite l’incrocio delle nostre banche dati sui servizi erogati e le attivazioni eseguite. In base alla Legge, infatti, tutte le aziende che applicano un qualsiasi contratto di lavoro sono tenute a comunicarlo alla Provincia». Secondo il dirigente non si può fare di tutta l’erba un fascio «C’è una forte disomogeneità a livello nazionale. Al sud la situazione è indubbiamente difficile ma anche al nord ci sono differenze tra una provincia e l’altra anche. La media del 4%, però, è grossolana. Soprattutto al settentrione, ma non solo, ci sono CPI con esperienze di eccellenza».

    Le domande strategiche che l’intero universo politico dovrebbe porsi sono almeno due: servono i servizi pubblici per l’impiego? E qual è la loro funzione? Quesiti che ancora attendono risposte convinte mentre nell’aria aleggiano ipotesi di parziale o addirittura totale privatizzazione.
    «I servizi pubblici per il lavoro sono necessari per garantire l’universalità del servizio – afferma Luigi Olivieri, dirigente del Settore Formazione e Lavoro della Provincia di Verona, alla rivista Work Magazine (18-02-2013) – comprendendo disabili e soggetti particolarmente deboli che la logica di profitto delle agenzie private escluderebbe».
    «Il nostro mestiere è creare le condizioni di maggiore occupabilità – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro della Provincia di Genova – L’obiettivo è avvicinare il più possibile la persona alle aziende che ricercano forza lavoro. Bisogna uscire dall’equivoco: l’intermediazione non è l’attività principale dei CPI. La mission è quella di fornire orientamento al lavoro. Per condurre le persone a comprendere il loro percorso professionale, prendere consapevolezza di eventuali lacune affinché esse siano colmate. I CPI promuovono corsi di formazione, voucher formativi, tirocini, seminari, ecc., tutto questo lavoro va a formare il complesso dei servizi per l’impiego».
    La difficoltà del sistema dei centri per l’impiego deriva ovviamente dalla esiguità delle risorse. «In Italia si investe circa 1/7 – 1/8 di quello che investono in altri Paesi europei più evoluti – sottolinea Scarrone – Le risorse per i CPI sono insufficienti e pure il numero di addetti. È del tutto evidente quanto sia necessaria una seria riforma dei servizi pubblici per l’impiego». Presso altre realtà del vecchio continente – vedi la Germania – le spese per le politiche attive sono il doppio delle nostre. Nel Bel Paese, invece, se non vogliamo spendere soldi solo per le politiche passive di sostegno al reddito dei disoccupati, occorre una profonda ristrutturazione della rete dei servizi per costruire politiche attive.

    L’ESPERIENZA DEI CPI DELLA PROVINCIA DI GENOVA

    Gli iscritti ai CPI della Provincia di Genova al 31/12/2012 sono 50450. Quindi in leggero aumento rispetto ai 49069 del 2011. Ma neppure di molto considerando la difficile congiuntura che stiamo attraversando.
    I colloqui di orientamento individuali (1° e 2° livello) erogati nel 2012 sono stati poco più di 41000 (in linea con il 2011); compresi i seminari collettivi: 49400 (ossia l’insieme delle azioni di orientamento).
    I voucher erogati per partecipare ad attività formative che la Provincia ha accreditato: 13463 (in aumento rispetto agli 11291 del 2011) a 8191 persone (7087 nel 2011), con una media di 1,64 per persona (1,59 nel 2011).
    Poi ci sono i tirocini «Uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione – precisa Scarrone – che continuiamo a promuovere nonostante le risorse siano quasi pari a zero. In gran parte sono sostenuti dalle aziende e controllati della Provincia. Si è creato un rapporto virtuoso con molte imprese che in pratica svolgono il ruolo di “allenatori” delle persone, alcune delle quali, al termine del tirocinio rimangono in “squadra”». I tirocini promossi nel 2012 sono stati 1590 (1691 nel 2011). Secondo il report sugli esiti occupazionali del servizio «Trascorsi 12 mesi dal termine del tirocinio circa il 60% degli utenti risulta occupato», sottolinea Scarrone.

    L’altro punto di forza dei CPI della Provincia di Genova è il servizio Match (attivo da 12 anni) che favorisce l’incontro domanda – offerta segnalando lavoratori alle aziende che ne fanno richiesta. Negli ultimi anni, però, i numeri di Match sono progressivamente scesi in seguito al drastico calo di assunzioni. Nel 2012 il servizio ha ricevuto 1200 richieste dalle aziende (1701 nel 2011) per un totale di 1650 posizioni lavorative aperte (2390 nel 2011); i CPI hanno segnalato quasi 10 mila curriculum alle imprese richiedenti (12532 nel 2011).

     

    Attualmente 80 dipendenti della Provincia lavorano nei 6 CPI di Genova. Prima erano 7 ma recentemente – a causa della spending review che sta mettendo in ginocchio le Province – ha chiuso i battenti il CPI di Nervi. Gli addetti svolgono prevalentemente attività amministrativa: iscrizioni, compilazione delle liste, pratiche di mobilità, di disoccupazione, comunicazione obbligatoria alle aziende, ecc. I servizi specialistici per il lavoro (ovvero le politiche attive) vengono svolti da un’altra ottantina di lavoratori in appalto del Consorzio Motiva: informazione, colloqui di orientamento, servizi di incrocio domanda – offerta, mediazione culturale, avviamenti a formazione, a tirocini, seminari, ecc.
    «Mi auguro che siano studiate delle leggi in grado di ridurre l’impatto delle attività amministrative sul funzionamento dei CPI – sottolinea Scarrone – questo è uno degli elementi che distoglie risorse dalla promozione di politiche attive di cui, invece, avremmo gran bisogno». Tuttavia, le attività amministrative sono importanti perché «Permettono di individuare chi sono i disoccupati e qual è il loro livello di attivazione nella ricerca del lavoro – spiega il direttore – Se una persona dopo il colloquio non si presenta più oppure non segue le proposte dei CPI viene cancellato dalle liste».
    Ovviamente con un aumento del personale e finanziamenti più consistenti si potrebbe dedicare maggiore attenzione alle politiche attive. «Bisogna decidere se andare avanti per slogan oppure riformare il sistema dei CPI mettendoli nelle condizioni di poter funzionare a dovere – continua Scarrone – La cartina tornasole della qualità dei servizi offerti è rappresentata dal rapporto tra numero di addetti dei CPI e numero dei disoccupati». In altri termini c’è troppa disparità in tale rapporto per poter pensare che il pubblico possa fornire una risposta adeguata: in Italia 1 solo addetto deve seguire 150 disoccupati; in Germania 48; in Gran Bretagna 24.

    Per quanto riguarda il finanziamento ai servizi pubblici per l’impiego «Varia di anno in anno ed in pratica dipende da fondi extra – afferma Scarrone – In particolare il Fondo Sociale Europeo, che ci permette di mantenere l’appalto con il Consorzio Motiva, risicati fondi nazionali e regionali, zero provinciali (fatti salvi gli stipendi dei dipendenti)».
    Secondo Giovanni Daniele, dirigente dei Servizi Per l’Impiego della Provincia di Genova «Il problema principale è la mancanza di stabilità delle risorse a disposizione. Noi lavoriamo su progetti di massimo 1 anno, 9 mesi o addirittura 6 mesi. Di conseguenza non possiamo fare programmazione che in questo campo risulta fondamentale». Dunque i contributi arrivano ma non sono finalizzati a sostenere un sistema organico di servizi per l’impiego. «Sono finanziamenti che spesso sostengono soltanto le emergenze contingenti – continua Daniele – rivolgendosi esclusivamente ad un target specifico: una volta sono i cassaintegrati, un’altra volta sono i giovani, ecc.».
    Nonostante ciò «La Provincia, con grandi sforzi, da almeno dieci anni cerca di dare continuità ai servizi pubblici per l’impiego – afferma il dirigente – investendo su un set di servizi articolati per tutti i target e facendoli confluire in una struttura che, per quanto possibile, sia stabile nel corso del tempo».

    Senza dimenticare un dato di fatto, spesso trascurato «I CPI non possono creare lavoro ma piuttosto strumenti per aumentare l’occupabilità delle persone – ribadisce Giovanni Daniele – Per affrontare la delicata questione del lavoro ci vuole ben altro: innanzitutto delle concrete politiche di sviluppo che da lungo tempo attendiamo. Occorre una visione integrata tra Regioni, Province e Comuni. Con una stretta connessione tra politiche del lavoro e della formazione».

    Insomma, bisogna creare sinergia «Le politiche formative e del lavoro finché non sono collegate rimangono monche – aggiunge Daniele – Inoltre, è fondamentale inserire in questo contesto anche il sistema dell’istruzione».
    Eppure esempi virtuosi a cui guardare ce ne sarebbero, vedi il più volte citato modello tedesco. «In Germania formazione ed istruzione hanno pari dignità – conclude Daniele – Non ci sono scuole di serie A e di serie B come accade in Italia con licei ed istituti professionali. L’efficienza e l’efficacia del modello tedesco insegna che è necessaria l’integrazione tra tutte le politiche sopracitate. Ma occorre avere in mente un modello omogeneo per l’intera nazione, mantenendo ovviamente le singole peculiarità territoriali».

     

    Matteo Quadrone

  • Senza slot: un sito web per combattere il gioco d’azzardo

    Senza slot: un sito web per combattere il gioco d’azzardo

    new_slot_doublePiù di mille persone venerdì scorso (1 marzo 2013, ndr) si sono radunate a Pegli per la manifestazione contro l’apertura della sala da gioco sostenuta dalla Comunità di San Benedetto al Porto, nonostante il Comune 24 ore prima ne avesse vietato l’inaugurazione.

    Un incontro pubblico, sostenuto anche dal Comune di Genova attraverso una lettera aperta dell’Assessore Elena Fiorini, che si è posto l’obiettivo di esprimere la contrarietà non solo all’apertura di Casinò e sale da gioco, ma anche alla presenza di slot machine all’interno di locali ed esercizi commerciali. Un progetto che si sposa con la lotta alla ludopatia che da tempo è attiva in vari Municipi.

    In affiancamento a tutto questo, negli ultimi giorni i genovesi hanno aderito numerosi all’appello del sito web Senza slot: una piattaforma creata da due informatici di Pavia e messa online appena due settimane fa (precisamente il 21 febbraio 2013), dove chiunque può segnalare locali privi di slot machine e apparecchi per il gioco d’azzardo, in modo che le persone che vogliono pranzare fuori o prendere un caffè – e al tempo stesso sostenere le campagne anti-ludopatia – possano sostenere quei locali che vietano al loro interno la presenza di tali macchinari.

    Slogan del progetto è Il caffè è più buono se il bar è senza slot. La home page del sito è una mappa dove le persone possono cercare il bar più vicino senza slot: i suoi autori dichiarano che l’obiettivo del progetto è – come si legge nelle Faq – «essere un deterrente per i gestori dei bar e soprattutto un incoraggiamento per chi resiste».

    Sono già oltre 400 i bar censiti su tutto il territorio italiano, in particolare Lombardia e regioni del Nord: potete dare un’occhiata ai locali di Genova già presenti e fare la vostra segnalazione. Un passo avanti per contrastare la presenza di slot machine nei locali.

  • Turismo a Genova: calano gli italiani, crescono gli stranieri

    Turismo a Genova: calano gli italiani, crescono gli stranieri

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIInizia oggi a Milano il BIT, la Borsa Internazionale del Turismo, che vede presente anche la Liguria per promuovere le nostre terre. Il settore in Italia è in forte crisi, come ha evidenziato anche la Banca d’Italia in un recente incontro a Genova, osservando che la crescita media del comparto negli anni duemila è stata -0,1%[1].

    Abbiamo cercato di verificare quale situazione si presenti a Genova con l’aiuto dell’assessore al turismo Carla Sibilla che ci ha presentato alcuni dati sulle presenze di turisti nel 2012 e ci ha parlato dei progetti per il futuro in questo settore.

    L’assessore afferma che «Il trend dell’anno della città registra un calo dell’8% dei turisti italiani, mentre vi è un leggero aumento di quelli stranieri +1%. Il calo degli italiani non viene ancora compensato dagli stranieri». Risulta necessario quindi puntare in particolare sui visitatori provenienti dagli altri paesi per rilanciare il turismo a Genova: «Proprio per questo abbiamo fatto una missione a Istanbul – a costo zero perché completamente sponsorizzata – per sostenere il turismo nel nostro comune. Abbiamo organizzato una mostra fotografica su Genova a Beyoglu anche con l’obiettivo di rafforzare i rapporti tra Genova e Istanbul. Per esempio il volo che unisce queste due città diventerà giornaliero. Istanbul non è a caso, poiché si tratta di un hub che smista turisti da tutto il mondo».

    Ma qual è attualmente la condizione degli albergatori? «Gli albergatori faticano – ammette Sibilla – Inoltre al calo delle presenze corrisponde un calo maggiore del fatturato. Il web, infatti, è uno strumento molto utilizzato dagli albergatori, ma comporta anche un aumento notevole della competizione a discapito dei prezzi. Si devono fare moltissimi sconti. C’è stato soprattutto un calo del turismo legato al business. Quello che lamentano gli albergatori genovesi è che sono venute a mancare le presenze per viaggi di lavoro».

    Il quadro presenta quindi una tendenziale sofferenza del settore e delle strutture ricettive e solo il dato sui turisti stranieri lascia intravvedere qualche possibilità di recupero per il futuro. L’assessore spiega che «da una parte l’azione di Genova andrà a rafforzare l’impegno che sta portando avanti la Regione nel sud della Francia, gli Stati Uniti e la Russia, dall’altra si punterà sul prodotto Genova. Nella prima parte dell’anno vi saranno diversi eventi: l’ampliamento dell’Acquario, l’inaugurazione di WOW! l’expo della scienza organizzato dalla Fondazione Garrone e altre manifestazioni. Ci saranno iniziative molto forti per la città».

    Ma che tipo di turismo è quello straniero? «Qualitativamente buona parte del turismo estero è culturale e in particolare è interessato alla zona UNESCO: Strada Nuova, via Balbi, via Cairoli, mentre il turismo italiano è più legato alla zona del waterfront».

    Turismo nostrano a cui, però, sembriamo continuare a rivolgere maggior parte dell’attenzione, soprattutto se si considerano le attività appena elencate dall’assessore, tutte concentrate nella zona del waterfront. Inoltre, un problema spesso sottovalutato che riduce le visite di turisti stranieri, è quello legato allo shopping (il made in Italy è un sempreverde…): è noto, infatti, che molti tour operator organizzano gite all’outlet di Serravalle e non fanno visitare la città.

    L’assessore conferma: «È vero. Vengono organizzati molti pullman per Serravalle perché c’è una richiesta di marchi italiani da parte degli stessi turisti stranieri. Stiamo però cercando di rispondere a questa domanda con i negozi del centro di Genova, di via Roma e via XX Settembre che tengono questi marchi. In passato nessuno ci aveva pensato».

    Di certo non si può cambiare la mentalità del turista e non gli si può impedire di preferire un abito italiano scontato – che rappresenta pur sempre una nostra eccellenza – alla visita del centro storico di Genova, ma resta una missione di questa città quella di valorizzare le proprie bellezze artistiche e paesaggistiche. Molte città industriali italiane lo stanno facendo, ad esempio Torino, con un trend in continua crescita[2] e a questo obiettivo deve puntare anche la nostra città..

     


    [1] Alivernini, Galli, Mattevi, Quintiliani, “Il turismo internazionale in Italia: dati e analisi” Banca d’Italia – Sede di Genova, 6 febbraio 2013.

    [2] Rapporto dell’Osservatorio Turistico Regionale del Piemonte

     

    Federico Viotti
    [foto di Diego Arbore]

  • Genova, allerta fallimenti: nel 2012 sono 159 le imprese fallite

    Genova, allerta fallimenti: nel 2012 sono 159 le imprese fallite

    erzelli-progetti-edilizia-lavoro-sicurezza-cantiere-d7Continua la corsa dei fallimenti in provincia di Genova: dai dati appena forniti alla Camera di Commercio dai tribunali di Genova e Chiavari risultano in totale 159 sentenze di fallimento, il 6,7% in più rispetto al 2011 (149) e il doppio rispetto al 2008 (79).

    «Siamo al livello di guardia commenta il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone – e ci stiamo avvicinando pericolosamente al record del 2006». All’epoca, infatti «Ci fu un boom di sentenze di fallimento (167) essenzialmente tecnico, giustificato dall’accelerazione delle procedure da parte dei tribunali in vista dell’entrata in vigore della nuova legge fallimentare – continua Odone – Oggi, purtroppo, siamo di fronte a un dato reale: da quando è scoppiata la crisi le imprese che hanno portato i libri in tribunale in provincia di Genova sono raddoppiate».

    Fortissima la sofferenza per il commercio: il 39% dei fallimenti, di cui il 27% negozi e il resto alberghi e ristoranti.
    Il 34,6% riguarda invece industria/costruzioni>, di cui il 20,1% nella sola edilizia. Seguono le altre attività (17,6%) ed i trasporti (8,8%).

    Le società che falliscono di più sono le s.r.l. (il 69% del totale), mentre quelle con il maggior incremento dal 2008 sono le ditte individuali (+200%).

  • Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Prezzi alle stelle in Liguria, a confermarlo è l’ultima rilevazione dell’Osservatorio regionale dell’artigianato su dati Istat 2012. L’inflazione in Liguria nel 2012 è risultata più elevata della media italiana: lo scorso anno nella nostra regione è aumentata del 3,3% contro la media italiana del +3%. Se la passano peggio solo la Basilicata (+4,4%), la Calabria e il Trentino Alto Adige (entrambe +3,6%).

    «Dal 2007 a oggi abbiamo assistito a una parabola ascendente nei prezzi al consumo in Liguria – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – Nonostante l’aumento sia diffuso a livello nazionale, nella nostra regione l’inflazione è progredita con un passo decisamente più sostenuto rispetto al resto d’Italia. Questo fattore ha avuto pesanti conseguenze sulla capacità di spesa delle famiglie con inevitabili ripercussioni sulle micro e piccole imprese, schiacciate tra l’incudine dell’aumento dei prezzi da parte dei fornitori e dal calo della richiesta del consumatore finale». I comparti di spesa dove i prezzi sono aumentati di più sono stati quello delle spese per l’abitazione, tra cui acqua, elettricità e combustibili (+7,1%), dei trasporti (+6,7%) specie per il caro carburanti.

    «Un’inflazione ridotta e stabile è la conditio sine qua non per la crescita delle imprese – spiega Grasso – Queste impennate dei tassi impediscono alle aziende una pianificazione precisa della propria attività, rendendo dubbi gli investimenti, per esempio in nuovi macchinari e impianti di produzione. Un’inflazione o una prospettiva di inflazione elevate contribuiscono a creare un clima di incertezza dato che le variazioni nel valore del denaro impediscono preventivi precisi di entrate e uscite. Di conseguenza, le aziende corrono ai ripari diventando molto più caute».

    Guardando i dati degli ultimi cinque anni, il tasso di inflazione in Liguria è risultato leggermente inferiore alla media italiana nel biennio 2007-2008 (in particolare nel 2008 si è riscontrato un +2,9% contro il 3,3%). «La mazzata è arrivata nel 2009 – commenta Grasso – quando, dopo una temporanea diminuzione del livello dei prezzi dovuta alla crisi, il processo inflattivo è ripreso».
    La Liguria nel 2009 si è attestata su tassi medio-alti (0,8%) per poi iniziare una parabola ascendente tra il 2010 e il 2012, quando l’inflazione è schizzata, in un paio d’anni, dall’1,4 al 3,3%.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Liguria, commercio: i dati e il nuovo piano regionale

    Liguria, commercio: i dati e il nuovo piano regionale

    Regione Liguria e Unioncamere Liguria hanno proseguito anche nel 2012 l’attività dell’Osservatorio Regionale del Commercio, il cui scopo è quello di provvedere alla raccolta dati e al monitoraggio – con riferimento all’entità e all’efficienza della rete distributiva – per rivedere o confermare le linee di programmazione e pianificazione del settore, in tutte le sue componenti e strutture. Per centrare questo obiettivo, la Regione Liguria e Unioncamere Liguria hanno avviato una rete di collaborazioni con i comuni e con il sistema camerale.

    I numeri del commercio dimostrano quanto questo settore sia importante nell’economia della nostra regione: 29.575 gli esercizi commerciali in Liguria a fronte di una superficie di vendita di 2.042.141.47 mq., distribuiti sul territorio per il 47% a Genova, 23% a Savona, 16% a Imperia e quasi 15% a La Spezia.
    Le imprese attive del settore commerciale sono quasi il 28% del totale delle imprese liguri. Gli occupati nel commercio in Liguria hanno un incidenza del 24%, molto superiore a quella nazionale (19,6); in pratica nella nostra regione 1 lavoratore su 4 trova occupazione in questo comparto.

    Le difficoltà però si fanno sentire: nel 2011 a fronte di 1910 imprese iscritte ne sono cessate 2890.

    I prezzi al consumo nella nostra regione sono aumentati in un anno del 3,5 % con ritmi superiori alle media nazionale tra i beni alimentari e non, nell’energia e nei servizi. Il peso del valore aggiunto del settore commercio In Liguria è del 9,5 %, un po’ più basso della media nazionale (10,7).
    Sono diffuse le imprese straniere: su 15 mila imprese nei vari settori il 33% sono nel settore commercio. Anche la quota femminile delle imprese del settore si attesta al 33% ma nel 2011 si registrano 1027 cessazioni rispetto a 634 iscrizioni; il numero delle imprese giovanili del commercio è il 26 % del totale ma nel 2011 si hanno 556 iscrizioni a fronte di 302 cessazioni.

    Martedì pomeriggio l’assessore al Commercio della Regione Liguria, Renzo Guccinelli e il segretario generale di Unioncamere Liguria, Maurizio Scajola (che ha reso noti i dati dell’Osservatorio del Commercio), hanno presentato il nuovo piano della programmazione commerciale che sostituisce quello varato nel 2007, dopo le direttive Ue e nazionali, con tutte le novità sui vincoli, le dimensioni delle strutture, le tipologie distributive e gli indici di sostenibilità socio-economica.

    La Regione Liguria è la seconda regione italiana, dopo la Toscana, ad aver approvato a fine anno, all’unanimità in Consiglio Regionale, la nuova programmazione commerciale e gli adeguamenti normativi al Testo unico in materia di commercio del 2007.
    La modifica si è resa necessaria dopo i vari interventi normativi comunitari, a cominciare dalla Direttiva Bolkestein sulla libera concorrenza dei servizi e delle numerose normative statali.

    In linea con le liberalizzazioni «Sono state semplificate molte attività attraverso semplici comunicazioni e senza necessità di autorizzazioni –  spiega una nota dell’ufficio stampa regionale – La nuova programmazione prevede, infatti, grandi possibilità di ampliamenti, accorpamenti, trasferimenti delle strutture commerciali esistenti senza più alcun vincolo quantistico e numerico, la liberalizzazione degli orari, nuove norme sugli outlet e i temporary shop».

    «La nuova programmazione commerciale della Regione Liguria poggia sull’innovazione e la qualità del complesso dell’offerta – continua la nota – Nel provvedimento è stato elaborato un sistema di regole che ha come unica matrice la sostenibilità ambientale. Tenendo conto della necessità di contemperare il rispetto del principio della libera concorrenza e libero mercato con le esigenze del cittadino-consumatore che deve avere un’offerta commerciale adeguata. Regole che dovranno favorire un equilibrato sviluppo delle diverse tipologie distributive nel rispetto del territorio e valorizzare la funzione del commercio dei degli esercizi di piccole, medie e grandi dimensioni per riqualificare il tessuto urbano e i quartieri degradati».

    Per le strutture di vendita di rilevanti dimensioni «Sono stati fissati requisiti qualitativi e di prestazione generali e obbligatori – spiega la Regione – Specifici obblighi anche per le grandi strutture di vendita compresi i centri commerciali che potranno insediarsi esclusivamente in aree con una specifica destinazione d’uso. I criteri non riguardano però i parametri urbanistici che devono essere comunque osservati dagli esercizi commerciali (raccordi viari, parcheggi ecc)».

    Fra i vari requisiti previsti dal piano «Le medie strutture di vendita dovranno avere una classificazione energetica, produrre energia termica da fonti rinnovabili senza emissioni in atmosfera, limitare la produzione dei rifiuti e dotarsi di aree per la raccolta differenziatasottolinea la Regione –  Le medie strutture di vendita non potranno superare i millecinquecento metri quadrati di superficie. Un limite uguale in tutta la Liguria, indipendentemente dagli abitanti dei comuni. Alle grandi strutture di vendita si chiede inoltre l’installazione di protezione dall’inquinamento di polveri, il controllo degli effetti acustici dentro e fuori la struttura, la raccolta delle acque piovane, spazi per l’accoglienza del cliente e aree attrezzate per i bambini».

    Il nuovo piano commerciale della Regione Liguria «Dà ai comuni la possibilità di prevedere requisiti qualitativi e di prestazione facoltativi, con convenzioni per favorire le assunzioni di lavoratori in cassa integrazione o mobilità, l’adozione di sistemi per acquisti telematici, la raccolta dei prodotti alimentari invenduti da parte del volontariato, la condivisione degli orari di apertura e chiusura con il territorio».

    Per incentivare il ritorno della popolazione dalla periferia alla città «Nella nuova programmazione commerciale è prevista la possibilità che nei centri storici e nei centri storici commerciali e in particolari aree limitate possono essere stipulati patti d’area o contratti di quartiere tra regione Liguria, Comune, Camere di Commercio, associazioni di categoria del commercio, consorzi di imprese, proprietari di immobili, per sostenere una forte riqualificazione commerciale».

  • Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Enti pubblici e imprese: rapporto sui tempi di pagamento

    Sono ancora tempi biblici quelli che devono attendere le imprese artigiane per riscuotere i propri crediti con la Pubblica amministrazione. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Ufficio Studi di Confartigianato che ha calcolato il tempo medio di pagamento a 127 giorni, con un incremento di 32 giorni negli ultimi sei mesi e un danno economico per le imprese artigiane di circa 2,5 miliardi di euro.

    «Auspichiamo che questo malcostume, tutto italiano, possa essere superato vista l’entrata in vigore dal 1° di gennaio della normativa che fissa a 30 giorni il termine ordinario dei tempi di pagamento», dichiara Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria.
    Il decreto legislativo n. 192 del 9 novembre 2012, che recepisce la direttiva comunitaria (2011/7/UE) sui pagamenti, è stata salutato come un autentico toccasana dalle imprese artigiane all’entrata in vigore col nuovo anno. Infatti, la nuova normativa fissa il termine di pagamento a trenta giorni ed è derogabile nelle transazioni tra imprese solo tramite pattuizione che, per termini superiori a 60 giorni, dove essere espressa. Se il debitore è una pubblica amministrazione, il prolungamento del termine di pagamento oltre i 30 giorni deve sempre essere espresso e, in ogni caso, non può superare i 60 giorni.

    «Ora è necessario che questi paletti siano rispettati dalle Pubbliche amministrazioni affinché la nuova normativa non rimanga lettera morta – dice Grasso – Ricordo che l’incremento dei ritardi dei pagamenti determina un costo in termine di maggiori oneri finanziari per tutta la filiera. Infatti, l’impresa che vede ritardare il pagamento è costretta a scaricare, almeno in parte, i costi sulle imprese fornitrici, o, peggio, indebitarsi con il sistema bancario, con un conseguente effetto domino che sta strozzando tutto il sistema delle micro e piccole imprese».

    Il rapporto di Confartigianato evidenzia che la Pubblica amministrazione in Italia ha accumulato debiti commerciali per 79 miliardi di euro nei confronti dei fornitori di beni e servizi. Di questi, la voce più importante, ben 35,6 miliardi, è riferita a debiti verso le imprese fornitrici del sistema sanitario nazionale (Asl, Aziende ospedaliere e Ircss).

    I peggiori pagatori si registrano nel Centro-Sud con tempi record di 793 giorni per il saldo di una fattura in Campania, di 755 in Molise e di 661 in Campania. La Liguria si posiziona al di sotto della media italiana (286 giorni) con un ritardo medio di 170 giorni.

    «Conforta il tasso di diminuzione di 102 giorni tra il 2007 e il 2010, decisamente uno dei migliori a livello nazionale – commenta Grasso –Tuttavia, occorre sottolineare che l’obiettivo dei 30 giorni è ancora ben lontano e a farne le spese sono ancora una volta le imprese sulle quali ogni giorno di ritardo è un macigno insostenibile sulle spalle».

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Trasporto ferroviario: in Liguria i pendolari sono cittadini di serie B

    Trasporto ferroviario: in Liguria i pendolari sono cittadini di serie B

    «Fateci uscire dalla preistoria», è lo slogan dei volontari di Legambiente che hanno manifestato ieri insieme ai pendolari di Roma, Padova, Foligno, Pinerolo, Napoli, Viareggio, Lucca, Pistoia, Prato, Firenze, Bologna, Genova, Ancona e Caltagirone.
    Quattordici appuntamenti in altrettante stazioni d’Italia, dal Veneto alla Sicilia, per sottoporre all’attenzione del governo la situazione di degrado in cui versa il trasporto pendolare: lo stato di abbandono di molte stazioni, la vetustà dei treni, la soppressione delle corse e persino di intere linee (12 in Piemonte!), i ritardi e il conseguente sovraffollamento, l’incertezza dei finanziamenti e del futuro di un settore che interessa quasi tre milioni di cittadini. Sono, infatti, 2 milioni 903 mila le persone che, nel nostro paese, ogni mattina prendono il treno per andare a lavorare o a studiare. Ogni sera lo riprendono per tornare a casa.

    Passeggeri inesistenti, però, nel dibattito pubblico, come mette in evidenza Legambiente nel suo rapporto “Pendolaria 2012”. Cittadini di serie B per la politica nazionale dei trasporti, che da oltre dieci anni premia la strada a danno della ferrovia come ben dimostra la suddivisione dei finanziamenti della Legge Obiettivo 2002-2012: 71% delle risorse per strade e autostrade, 15% per le ferrovie e 14% per le reti metropolitane. Anche quest’anno, alla crescita costante del numero di pendolari in Italia governo e amministrazioni regionali hanno risposto con tagli ai servizi, aumenti del costo dei biglietti in tutte le regioni e incertezze sugli investimenti, con effetti rilevanti sulla qualità del servizio.

    Confrontando il trasporto pubblico ferroviario delle varie regioni italiane, il quadro che emerge in Liguria è disarmante: sono 105 mila i passeggeri liguri che ogni giorno scelgono il treno per spostarsi; la nostra regione stanzia per l’erogazione del servizio su rotaia solo lo 0,44% del bilancio regionale 2012 (rispetto allo 0,51% della Lombardia, piuttosto che lo 0,96% dell’Emilia Romagna) che si traduce in una spesa media di 4,49 euro per abitante all’anno (in Lombardia la spesa media annuale per abitante è di 11,92 euro; in Toscana di 9,01 euro).

    «I numeri che emergono dal nostro dossier sono preoccupanti – spiega Legambiente Liguria – Gli enti locali e chi eroga il servizio devono dare certezze ai cittadini. È necessario che la regione dimostri il suo peso politico rinegoziando il contratto di servizio che ha stipulato con Trenitalia nel 2009 perchè non tutela l’utenza. L’emergenza neve ne è una dimostrazione lampante ed è impensabile si debba ricorrere alla Procura, ormai costantemente, sperando possa far rispettare il diritto alla mobilità che si esplica con un servizio decoroso».