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  • Trenino di Casella: il rischio chiusura e la vocazione turistica inespressa

    Trenino di Casella: il rischio chiusura e la vocazione turistica inespressa

    La vicenda che riguarda la linea ferroviaria Genova-Casella è fatta di luci e ombre e di aspetti controversi. A.M.T non riesce a far fronte ai costi di manutenzione e gestione del servizio e, nonostante gli sporadici annunci che gridano al rischio chiusura, da ormai troppo tempo non viene presa nessuna decisione in merito. La motivazione che sta alla base di questo nostro excursus è duplice: in primo luogo vogliamo capire se di questo problema complesso esiste una soluzione ottimale o almeno capace di scontentare il meno possibile le parti in gioco. La seconda, più realistica, è quella di parlare e far parlare di un tema che nel nostro Paese è attualissimo e più che mai urgente: gli sprechi e i tagli alla spesa pubblica.

    Per cominciare siamo andati a parlare con chi alla sopravvivenza dello storico trenino ci tiene e lo sta dimostrando con una serie di azioni concrete: Silvia Bevegni è la promotrice del comitato Salviamo il trenino di Casella, una realtà che esiste già da qualche anno e che l’aprile scorso ha dato il via a una raccolta firme per sensibilizzare cittadini e politici sul tema. «Lo scopo è quello di sollecitare in particolar modo le Amministrazioni Comunali dei territori attraversati dal trenino (Sant’Olcese, Casella e Serra Riccò, ndr) affinché si facciano reali interlocutori di A.M.T. S.p.a. e della Regione Liguria in merito alla tutela, alla salvaguardia e alla promozione del servizio ferroviario F.G.C. (Ferrovia Genova-Casella, ndr)».

    A Silvia non va giù l’ambiguità della situazione attuale nella quale tutto sembra immobile ma tendente verso un progressivo degrado e un’irrimediabile incuria: «L’iniziativa del 23 Giugno (Stazioni pulite sulla Ferrovia Genova Casella, ndr) ci ha permesso di toccare con mano quale sia lo stato di abbandono di alcune stazioni attraversate dal trenino. Sembra che A.M.T. abbia dimenticato completamente i suoi doveri». Già. Perché A.M.T. ha un Contratto di servizio con la Regione Liguria che scadrà nel 2019 e che fino a quel momento vincola l’azienda alla manutenzione e alla gestione del servizio.

    «A.M.T. riceve un milione e seicento mila euro all’incirca ogni anno e questo denaro copre il cento per cento dei costi di manutenzione ordinaria dell’infrastruttura», ci racconta Andrea Martinelli, membro del comitato, appassionato di treni ma anche molto informato sulle questioni più strettamente economiche. «Se pensiamo a quanto erogato dalla Regione Liguria a Trenitalia (80.148.182 €) e che tale sussidio garantisce solo una minima parte dei costi derivanti dal mantenimento dell’infrastruttura (la parte restante è coperta direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso trasferimenti diretti di denaro) i costi per la collettività della FGC sono molto bassi, anche confrontando i costi unitari (parametro più corretto essendo i volumi di traffico assai differenti)».

    Come? Le alternative sono molte ma tutte basate su un principio: della linea Genova-Casella va valorizzata soprattutto la vocazione al turismo, che può contribuire in modo significativo a rimettere in sesto i conti. «Secondo un’autorevole studio inglese – ci spiega Andrea –  per ogni euro investito in una ferrovia turistica se ne generano tre a beneficio dell’economia locale». Valorizzare anche in questo caso non significa affidarsi solo al passaparola ma a investimenti più consistenti e mirati nella pubblicità ad esempio con campagne di promozione sistematiche. C’è il caso virtuoso dello spettacolo di teatro a bordo del treno, Donne in guerra di Laura Sicignano e del Teatro Cargo che ha riscosso un certo successo, ma il punto è che si può fare di più e con maggiore regolarità: motivare lo scarso spirito d’iniziativa con i rischi legati alla sicurezza è un po’ come nascondersi dietro un dito, visto che a un problema del genere si può facilmente ovviare stipulando un’apposita assicurazione.

    Addentrandoci nei dati gentilmente messi a disposizione da Andrea notiamo alcuni aspetti interessanti: in base al D.Lgs 422/1997, art.19, comma 5 (Disciplina dei contratti di servizio pubblico), si dice chiaramente che il rapporto tra ricavi di traffico e costi operativi deve essere considerato al netto dei costi di infrastruttura. E il medesimo concetto è reso esplicito nel Contratto di servizio sottoscritto da AMT con la Regione Liguria. Il problema è che mentre nel caso delle Ferrovie dello Stato è facile isolare i costi di infrastruttura dal momento che sono in capo a un’altra società (RFI), nel caso della Genova-Casella tutto è gestito dal medesimo soggetto. Pertanto, un primo punto importante è stabilire quale sia il vero (leggasi rispondente a quanto previsto dalla norma) peso dei ricavi da traffico sui costi di esercizio. Il dato ufficiale del 10%, se calcolato senza tenere conto di questo fatto, è una stima decisamente imprecisa e fuorviante.

    Inoltre, il Contratto tra AMT e Regione Liguria prevede che, sebbene il rapporto ricavi/costi sia previsto nell’ordine del 35%, “in considerazione della particolare valenza turistica e sociale  della ferrovia Genova-Casella, il medesimo potrà essere inferiore”. Scripta manent.

    Ma è giusto precisare un altro aspetto: l’art.19 del DLgs 422/1997 sopraccitato dice che la percentuale  del 35% deve essere il risultato di “un progressivo incremento”. La domanda che sorge spontanea è abbastanza ovvia: si è fatto e si sta facendo il massimo per raggiungere tale obiettivo? Alla luce delle condizioni in cui si trovano certe stazioni come quella di Campi lo scetticismo è legittimo.

    Questa primavera la Regione Piemonte ha annunciato la chiusura di tutte le linee che non raggiungono la percentuale dell’8% in termini di rapporto introiti da traffico/costi di esercizio, fissando in concreto un altro limite, più realistico, al di sotto del quale gestione diventa insostenibile. Una percentuale pur sempre inferiore a quella della FGC (calcolata, lo ripetiamo, con un metodo che potrebbe essere errato).

    Insomma, alla luce di quanto fin qui detto potrebbe non essere così utopistico guardare alla linea ferroviaria Genova-Casella come a una reale fonte di ricchezza. Anche economica.

    Le questioni aperte sono molte e gli sviluppi incerti. Di sicuro, occorrerà un dialogo onesto tra le parti e la concreta volontà di perseguire il bene comune. E’ buffo ma nel dire o scrivere frasi del genere in Italia ci si sente sempre irrimediabilmente retorici.

     

    Michele Archinà
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Emergenza sfratti per morosità: Genova è al sesto posto

    Emergenza sfratti per morosità: Genova è al sesto posto

    Gli sfratti sono in aumento del 64% rispetto a 5 anni fa e quasi 56 mila famiglie italiane nel 2011 sono state raggiunte da un provvedimento di sfratto per morosità. Questi i dati agghiaccianti, ancora incompleti, forniti dal Ministero dell’Interno, numeri che confermano il perdurare della crisi economica e la difficoltà, per numerosi cittadini, di arrivare alla fine del mese.

    Nella classifica stilata dal Ministero, Genova si piazza al sesto posto per quanto riguarda il numero di ingiunzioni (797), preceduta solo da Roma (4678), Torino (2523), Napoli (1557), Milano (1115) e Palermo (941).

    Un problema, quello di non riuscire a pagare l’affitto, che riguarda l’87% dei casi di sfratto nel 2011complessivamente quasi 64 mila. Sono, invece, solo 832 i provvedimenti di sfratto emessi per necessità del locatore; 7471 per finita locazione. Le richieste di esecuzione presentate all’Ufficiale giudiziario sono state oltre 123 mila, mentre gli sfratti eseguiti circa 28 mila.

    «I dati del Ministero dell’Interno sugli sfratti del 2011, ancora incompleti, disegnano una condizione di sofferenza sociale acuta – spiega il Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari – quasi 64 mila nuove sentenze emesse di cui quasi 56 mila per morosità e 124 mila richieste di esecuzione forzata. Il dato degli sfratti è ancora in aumento su tutto il territorio nazionale e crescono di oltre l’11% le richieste di esecuzione forzosa degli sfratti con l’ufficiale giudiziario».

    «Nel 2011 gli sfratti per morosità sfiorano il 90% del totale contro l’85% dello scorso anno – continua il Sunia – a questi dati vanno aggiunte le conseguenze inevitabili derivanti dai tagli sociale effettuati dal Governo con l’azzeramento del fondo sociale per gli affitti che riguardava circa 300 mila famiglie con redditi bassi».

    In pratica, in assenza di adeguate iniziative di contrasto, Sunia calcola – per i prossimi 3 anni – circa 250 mila nuovi sfratti, di cui 225 mila per morosità incolpevole.

    «La situazione purtroppo non è nuova, anzi ormai la definirei endemica – denuncia Stefano Salvetti, segretario genovese di Sicet, Sindacato Inquilini Casa e Territorio – Noi, da tempo, chiediamo un cambiamento per quanto riguarda le normative di tutela. Oggi sono tutelati esclusivamente i soggetti con reddito annuo al di sotto dei 27 mila euro e figli minori a carico. E parliamo di una protezione per contrastare i provvedimenti di sfratto per finita locazione. Le persone sfrattate per morosità, invece, non dispongono di nessuna tutela».

    «Questi dati sono il risultato del disastro delle politiche abitative nel nostro Paese – continua Salvetti-  Dal 2009, quando la bolla speculativa del mattone ha innescato il rialzo, i canoni di mercato non sono più in linea con il reddito delle famiglie. Siamo stufi di sentir dire da autorevoli esponenti che è necessaria una politica di social housing. Questa non è una risposta alle esigenze delle fasce più deboli. Il social housing, infatti, altro non è che un canone medio, leggermente inferiore, dai 400 euro in su. In Italia, invece, occorre investire nell’edilizia residenziale pubblica, nelle vere e proprie case popolari con canoni dai 30-40 euro in su».

    «La cedolare secca non ha prodotto l’emergere del “nero” e neppure è stata utile per calmierare il mercato – sottolinea Salvetti – L’unica soluzione è incentivare i canoni concordati e defiscalizzarli al massimo. Sono 700 mila gli alloggi invenduti che potrebbero essere messi sul mercato a queste condizioni, fornendo un po’ di respiro alle famiglie italiane».

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

     

     

  • Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    Istat: la fiducia dei consumatori è sempre più bassa

    A giugno l’indice del clima di fiducia dei consumatori diminuisce dall’ 86,5 di maggio all’85,3 odierno. Lo rileva l’Istat. Si tratta del livello più basso da gennaio 1996.
    I giudizi e le aspettative sulla situzione economica dell’Italia risultano in peggioramento: il saldo dei primi scende leggermente (da -140 a -141), mentre quello relativo alle aspettative registra un calo marcato (da -81 a -92). Aumenta il saldo relativo alle attese sulla disoccupazione (da 114 a 121).

    La fiducia dei consumatori circa la situazione economica del nostro Paese segna un nuovo minimo storico. Un dato agghiacciante, secondo Federconsumatori, che testimonia come il livello raggiunto dagli oneri che pesano sulle spalle delle famiglie, a partire dall’IMU, incidano in maniera negativa sulle condizioni e sulle aspettative di queste ultime.

    «Per noi che denunciamo questo andamento da ancora prima che la manovra depressiva del Governo entrasse in vigore, non è affatto una sorpresa – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, di Federconsumatori – L’aumento dell’IVA, l’aumento delle accise sui carburanti e la reintroduzione dell’IMU sono solo alcuni dei fattori che, addossando il carico della crisi unicamente sulle spalle dei cittadini, hanno condotto il Paese nella drammatica situazione in cui si trova oggi».

    «L’aumento della tassazione nel 2012 (pari a +1157 Euro a famiglia solo in termini diretti) equivale a ben 2,46 mesi di spesa alimentare di una famiglia media – continuano Trefiletti e Lannutti –  O, addirittura, tale importo è pari a quanto spende una famiglia media in cure per la salute in 5,8 mesi».

    «Basta guardare a questi esempi per comprendere gli enormi sacrifici che le famiglie sono costrette a sostenere in questo difficile momento – concludono gli esponenti di Federconsumatori – Per questo è indispensabile intervenire immediatamente per riequilibrare la situazione, con politiche di investimento per dare lavoro soprattutto ai giovani, aumentando così il potere di acquisto delle famiglie».

  • Camera di Commercio: segnali incoraggianti, calano i protesti

    Camera di Commercio: segnali incoraggianti, calano i protesti

    Arrivano segnali incoraggianti dall’economia genovese. Secondo i dati della Camera di Commercio di Genova, infatti, nel primo trimestre di quest’anno calano i protesti, ovvero gli atti pubblici con cui l’ufficiale constata che il debitore non ha pagato l’assegno o la cambiale o che il trattario non ha accettato la cambiale.

    Nel primo trimestre 2012 sono stati registrati in provincia di Genova 2.002 protesti, il 12,2% in meno rispetto ai 2.280 dello stesso periodo del 2011 e soprattutto il -20.2% rispetto al 2009, l’anno della crisi e del boom dei protesti: rispetto ad allora, gli importi sono quasi dimezzati (48,5%) passando da euro 5.378.141,38 a 2.768.211,26.

    Il ribasso di tutti gli indicatori è ormai  ricorrente da qualche trimestre e questo è un sintomo positivo soprattutto negli importi, che scendono  del 23,4% rispetto allo stesso periodo del 2011, meno nei valori medi, che scendono del 12,8%.

    Gli assegni bancari sono diminuiti negli importi del 29,6% e i pagherò e le tratte del 15,5%, nei valori medi rispettivamente 13,3% e 7,5%. Le tratte non accettate sono diminuite del 72% di importo e del 64,7% di numero, il valore medio è minore del 20,8% rispetto al 2011.

     

    L’83,5% dei titoli protestati sono pagherò e tratte accettate, il 15.3% sono assegni bancari e l’1,2% sono tratte non accettate.

  • Liguria: il rapporto tra auto ed abitanti è il più basso d’Italia

    Liguria: il rapporto tra auto ed abitanti è il più basso d’Italia

    Ogni giorno, quando usciamo di casa e saliamo in macchina, ci ritroviamo nostro malgrado alle prese con un traffico congestionato. Il primo pensiero che allora salta in mente è il seguente «Ma quante automobili circolano per le nostre strade? Non saranno forse troppe?». Ebbene, almeno per quanto riguarda la Liguria ed in particolare Genova, sembrerebbe non essere proprio così.

    Analizzando i dati che emergono dallo studio dell’Osservatorio Autopromotec – struttura di ricerca di Autopromotec, la più specializzata rassegna espositiva internazionale delle attrezzature e dell’aftermarket automobilistico – nel 2010, nella nostra regione, circolavano 52 auto ogni 100 abitanti.
    Grazie a questo valore la Liguria si colloca all’ultimo posto nella graduatoria delle regioni italiane stilata in base al rapporto tra auto circolanti ed abitanti; in testa a questa classifica vi sono Umbria e Lazio (con 67 auto ogni 100 abitanti); al secondo posto troviamo Piemonte (insieme a Valle D’Aosta) e Toscana, con 64 auto ogni 100 abitanti.
    Per quanto riguarda le singole province, in Liguria, la provincia in cui vi è il più alto rapporto tra auto circolanti ed abitanti è Savona (58 auto ogni 100 abitanti), seguita da Imperia (56), La Spezia (54) e Genova (49).

    PROVINCIA

    ABITANTI

    AUTOVETTURE CIRCOLANTI

    AUTO OGNI 100 ABITANTI

     Savona

    287.906

    165.623

    58

     Imperia

    222.648

    123.862

    56

     La Spezia

    223.516

    121.493

    54

     Genova

    882.718

    430.817

    49

      Liguria 

    1.616.788

    841.795

    52

    Fonte: elaborazione dell’Osservatorio Autopromotec su dati Istat e Anfia

    L’indagine confronta i dati regionali del 2008 e quelli del 2010: emerge che in questo lasso di tempo le auto ogni 100 abitanti sono aumentate di due unità in Abruzzo, Molise, Sicilia, Basilicata e Puglia, mentre le regioni in cui le auto ogni 100 abitanti sono aumentate di una unità sono Toscana, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Calabria, Sardegna, Campania e Trentino Alto Adige. In tutte le altre regioni non vi sono state variazioni.

    Autovetture circolanti ogni 100 abitanti nelle regioni italiane

    2010

    2008

    Umbria

    67

    67

    Lazio

    67

    67

    Piemonte e VDA

    64

    64

    Toscana

    64

    63

    Marche

    63

    63

    Abruzzo

    63

    61

    Molise

    62

    60

    Friuli V.G.

    62

    61

    Sicilia

    62

    60

    Emilia Romagna

    61

    61

    Basilicata

    60

    58

    Veneto

    60

    59

    Calabria

    59

    58

    Sardegna

    59

    58

    Lombardia

    59

    59

    Campania

    58

    57

    Puglia

    56

    54

    Trentino A.A.

    55

    54

    Liguria

    52

    52

    ITALIA

    61

    60

    Fonte: Elaborazione dell’Osservatorio Autopromotec su dati Anfia, Aci e Istat

    Gli estensori del rapporto sottolineano come «Fra i maggiori paesi europei l’Italia è la nazione con il più alto rapporto fra auto circolanti ed abitanti». Quali sono le cause di questa situazione? «La spiegazione più probabile è che la grande diffusione delle auto in Italia sia causata dall’inefficienza del trasporto pubblico – afferma l’Osservatorio Autopromotec – quest’ultimo, in molti casi, non rappresenta un’alternativa reale per la maggior parte degli spostamenti in auto».

    «La grande diffusione delle auto nel nostro Paese impone l’esigenza di dedicare particolare cura all’efficienza del parco circolante – conclude l’Osservatorio – e sottolinea l’importanza di sottoporre le auto che fanno parte del parco circolante alla manutenzione periodica programmata ed alle revisioni obbligatorie: tutto questo per garantire una piena funzionalità dei dispositivi di sicurezza delle auto e per controllare il livello delle emissioni nocive».

    Ma i dati relativi alla nostra regione ed in particolare quelli del capoluogo ligure, danno luogo anche ad un’altra lettura che in fin dei conti, lascia spiazzati.
    Negli ultimi anni, infatti, nonostante il numero di automobili in rapporto agli abitanti sia rimasto stabile, abbiamo assistito alla proliferazione sul territorio genovese – già di per sé fragile per ragioni morfologiche ed idrogeologiche – di box e parcheggi, soprattutto interrati, come se la primaria esigenza dei cittadini fosse quella di avere un luogo dove custodire il proprio mezzo.
    Sono numerosi gli esempi – l’ultimo in ordine di tempo è quello relativo alla costruzione di 68 box sotto il cinema Eden di Pegli – di progetti contestati da residenti e associazioni, da Ponente a Levante, passando per il centro città. Ricordiamo ancora la travagliata vicenda del park dell’Acquasola, il nuovo progetto di Via della Misericordia e gli scempi realizzati o in corso di realizzazione in Valpolcevera (Campomorone e San Cipriano).

    Quindi i genovesi con 49 auto ogni 100 abitanti sembrano essere cittadini “virtuosi”, pronti a rinunciare al mezzo privato in favore di altre modalità di spostamento più attente alla sostenibilità ambientale, ma non sono adeguatamente ricambiati da un servizio di trasporto pubblico efficiente e soprattutto rimangono impotenti di fronte alla deturpazione del proprio habitat naturale al fine di soddisfare un’esigenza che in realtà non è tale.
    E allora probabilmente hanno ragione ambientalisti e comitati, la costruzione di box e parcheggi è solo una mera speculazione immobiliare che gioca pericolosamente sulla pelle dei cittadini, privandoli di polmoni verdi vitali, in cambio di nuove colate di cemento.

     

    Matteo Quadrone

  • Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    Turismo a Genova: ecco i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale

    In Liguria, nel 2011, l’impatto economico generato dal turismo è stato pari a 5,2 miliardi di euro (erano 4,8 miliardi quelli stimati nel 2010), per il 30% legati ai consumi dei turisti che hanno soggiornato in strutture alberghiere e per il 70% a quelli dei villeggianti proprietari di seconde case.

    I dati ufficiali relativi al 2011 riportano per la Liguria un totale di 3.886.463 arrivi (+5,3% rispetto al 2010) e 14.169.929 presenze (+2,6%), dove per arrivi si intendono i turisti registrati nelle strutture recettive al momento dell’arrivo mentre per presenze si intende il numero di pernottamenti.

    Il comune di Genova registra un +0,05% rispetto al 2010 in termini di arrivi, la provincia di Genova un +5,20% ed è la seconda provincia ligure (la prima è ovviamente La Spezia forte delle 5 Terre) per incidenza del turismo straniero (rappresenta il 37,9% su una media regionale del 31,3% e per il Comune di Genova raggiunge il 40,9%)

    Questi, in sintesi, i dati presentati dall’Osservatorio Turistico Regionale, dove viene evidenziata una sostanziale tenuta dei numeri del movimento turistico (con un significativo aumento degli stranieri, sia in termini di arrivi che di presenze), a fronte della drastica diminuzione della capacità di spesa rispetto al 2010, non solo per gli italiani ma anche per gli stranieri.

    Abbiamo già verificato in altre occasioni quanto queste ricerche siano sicuramente utili per avere indicazioni di massima, ma mai esaurienti della realtà in tutte le sue sfaccettature e quanto richiedano letture partendo da diversi punti di vista. Ciò non toglie che la crescita del turismo a Genova rispetto al passato sia ormai un dato di fatto. Nonostante la crisi (o forse anche “grazie” alla crisi…), la città è diventata meta gradita di tanti cittadini sia italiani che stranieri e l’analisi del mercato organizzato internazionale lo conferma: Genova è la seconda località turistica ligure più venduta nel corso del 2011 dai grandi buyer internazionali che trattano la Liguria. I buyer europei costituiscono complessivamente il 61,9% (tra cui spicca la Russia e più in generale i Paesi dell’Est), mentre gli USA si confermano il principale mercato extra-europeo.

    Così il presidente della Camera di Commercio di Genova Paolo Odone ha commentato i dati dell’Osservatorio Regionale: «Dall’Osservatorio emergono alcuni dati particolarmente interessanti come la crescita a Genova di turisti motivati dagli eventi culturali (il 10,5%), più della media Liguria (3,6%) e più del dato relativo al 2010 (4,6%). Apprendiamo che il passaparola continua a essere il principale canale di comunicazione per attirare turismo con il 43% dei visitatori che hanno scelto Genova grazie al passaparola e solo il 15% attraverso internet. Merita attenzione anche analizzare la spesa media dei nostri turisti che si aggira intorno ai 73 euro per gli italiani e 287 euro per gli stranieri per quanto riguarda il viaggio andata e ritorno, 43 euro al giorno gli italiani e 39 euro gli stranieri per l’alloggio mentre 69 euro gli italiani e 80 euro gli stranieri per beni e servizi extra acquistati sul territorio. E’ importante, dunque, misurare non solo il numero di visitatori ma anche quanto, dove e come spendono i loro denari, perché in ultima analisi questo vuol dire quante imprese e quanti posti di lavoro nascono e crescono in un territorio grazie al turismo».

    Il tessuto imprenditoriale del turismo ligure è formato tuttora prevalentemente da micro imprese (7 imprese su 10 hanno meno di 5 dipendenti), un assetto che conta il 9,3% di personale straniero e in cui la presenza di personale femminile è elevata: in media ciascuna impresa vede il 59,8% di donne impiegate in un ampio ventaglio di cariche, dal personale al piano alle figure manageriali (sono il 17,4% del totale le donne che lavorano nel settore).

    [foto di Diego Arbore]

  • Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    All’interno del settimo Rapporto sull’immigrazione a Genova, promosso dalla Provincia e realizzato dal Centro Studi Medì, che sarà presentato venerdì 25 maggio (ore 10:15 nella sala del Consiglio Provinciale a Palazzo Doria Spinola, Largo Eros Lanfranco 1), trovano spazio diversi approfondimenti sul fenomeno dell’immigrazione straniera nella nostra città, tra i quali spicca una ricerca sull’interpretazione e le percezioni della sessualità tra i giovani latino americani.
    Le due ricercatrici che hanno condotto lo studio, Francesca Lagomarsino e Chiara Pagnotta, hanno focalizzato la loro attenzione sull’aumento delle giovani latinoamericane che si rivolgono ai consultori genovesi per analizzare, nella prospettiva più ampia della sessualità narrata e descritta da ragazzi e ragazze, i temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni volontarie di gravidanza.

    La ricerca sulla percezione della sessualità tra i giovani latino americani è stata finanziata dalla Regione Liguria ed ha visto la stretta collaborazione delle ricercatrici con gli operatori dei consultori pubblici della Asl 3 ma anche con quelli privati, ad esempio di Aida e Caritas.
    «Si tratta di uno studio esplorativo che ha provato a gettare uno sguardo su alcuni fenomeni legati alla sessualità – spiega Francesca Lagomarsino, sociologa, ricercatrice presso l’Università di Genova – Abbiamo parlato con medici ed assistenti sociali e poi attraverso specifici focus group che hanno coinvolto giovani latini americani ma anche italiani, maschi e femmine, i ragazzi si sono confrontati sulla sessualità ed i comportamenti correlati».

    Innanzitutto occorre sottolineare come, in merito ai temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza, soprattutto a livello locale, sia impossibile contare su dati precisi perché non esiste il necessario coordinamento e neppure un sistema uniforme di raccolta dati. «Ad esempio gli ospedali forniscono i dati delle interruzioni di gravidanza ma questi ultimi, per ricostruire un quadro preciso, dovrebbero essere incrociati con quelli dei consultori», sottolinea Lagomarsino.
    Queste lacune sono dovute all’insufficienza di risorse umane e finanziarie, visto il depauperamento dei servizi consultoriali che, in queste condizioni, svolgono comunque un gran lavoro, impegnandosi attivamente di fronte a nuove problematiche e confrontandosi con realtà culturali fino a qualche anno fa sconosciute.

    A livello nazionale, grazie ai dati forniti dal Ministero della Salute, è invece più semplice delineare la situazione.
    In Italia l’incidenza degli aborti legali dal 1982 – anno di entrata in vigore della 194 – al 2010 si è ridotta del 50,9%, ma il calo riguarda soprattutto le donne italiane, mentre è aumentato, anche in conseguenza del loro aumento demografico, fra le donne straniere residenti in Italia: nel 2009 sono state il 33,9% dei casi di interruzione volontaria di gravidanza. Mentre il numero di interruzioni, rispetto alle adolescenti italiane, è quadruplo in quelle straniere. In Liguria, secondo i dati della Regione, le interruzioni volontarie di gravidanza in trent’anni sono diminuite del 60%, tuttavia il tasso di aborti rispetto al totale degli abitanti nella fascia 15-17 anni è il più alto in Italia (7,7 per mille) e nella fascia 15-19 è il secondo (10,7 per mille) dopo la Sicilia. La percentuale di interruzioni di gravidanza che riguarda donne e ragazze straniere, molte ecuadoriane e peruviane, sul totale del 2009 è stata del 39,5%.

    «Gli operatori dei consultori hanno una percezione più accentuata di questi fenomeni trovandosi ad affrontarli quotidianamente – spiega Lagomarsino – Ovviamente il fenomeno migratorio ha portato nella nostra città numerose donne con un’età media molto bassa rispetto a quella locale e nel pieno della loro fertilità. Di conseguenza, in proporzione, i numeri delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza di ragazze straniere sono più alti rispetto a quelle di giovani italiane, ma non parliamo di un fenomeno allarmante».

    «Un altro aspetto che è emerso è la grande distanza generazionale – racconta Lagomarsino – nonostante il lodevole tentativo di creare percorsi e luoghi dedicati, come lo spazio giovani dei consultori, i ragazzi, italiani e stranieri senza troppe differenze, sottolineano la difficoltà di approcciarsi a queste strutture perché la vergogna ed il timore di sentirsi giudicati, spesso hanno la meglio. Tra l’altro molti giovani latino americani attraversano una fase di transizione: diversi dai loro genitori ma neppure di seconda generazione, si trovano in mezzo al guado tra il modello dei paesi di provenienza e quello italiano».

    «Di fronte ad un’utenza che è cambiata e nonostante alcune lacune sopracitate, i servizi consultoriali stanno prendendo coscienza delle nuove esigenze – continua Lagomarsino – e attraverso l’attività di formazione degli operatori che deve essere necessariamente implementata e strumenti più pratici come la trasmissione delle informazioni in lingua straniera, stanno provando ad affrontare il cambiamento».

    Certo rimangono alcune difficoltà, che riguardano sia giovani italiani che stranieri «Un conto è avere la percezione razionale di alcuni comportamenti a rischio – spiega Lagomarsino – Altro discorso è la scelta consapevole di alcuni strumenti, come ad esempio i contraccettivi, nella pratica quotidiana. In questo senso è fondamentale un lavoro di persuasione sull’autostima dei giovani per convincerli ad avere maggiore cura di se stessi. E qui resta ancora molto lavoro da fare».

     

    Nel rapporto trova spazio anche un interessante approfondimento sul fenomeno dei “visibilmente invisibili” venditori ambulanti di fiori a Genova.
    Attualmente esistono due gruppi distinti di venditori di fiori: quelli per così dire “storici”, di area maghrebina ed il recente fenomeno degli ambulanti di area indo pakistana.

    «Noi ci siamo concentrati esclusivamente sul primo gruppo», spiega Lagomarsino.
    La ricerca è stata finanziata dalla Bottega Solidale, da alcuni anni impegnata per sviluppare la responsabilità sociale dei soggetti produttori, nell’ottica del rispetto dei lavoratori e della garanzia di un giusto salario. I fiori venduti dagli ambulanti nelle città italiane provengono soprattutto dai paesi del Sud America e dal Maghreb, via Amsterdam.
    «Parliamo di un mondo con cui è difficile approcciarsi considerando le situazioni di irregolarità che lo contraddistinguono – racconta Lagomarsino – Ci siamo riusciti anche grazie all’aiuto di un ricercatore marocchino che ha intervistato i venditori».

    Grazie a questo studio è possibile sfatare alcuni luoghi comuni «Spesso alle spalle di queste persone ci immaginiamo chissà quali traffici ambigui – sottolinea Lagomarsino – In realtà abbiamo constatato come esista anche una sorta di organizzazione ufficiale. Alcuni venditori hanno aperto la partita iva e sono diventati piccoli imprenditori che si recano abitualmente al mercato di Sanremo per acquistare i fiori».
    È un universo variegato in cui ci si imbatte in storie davvero particolari «Ad esempio quella di un giovane studente universitario che per pagarsi gli studi ha intrapreso questo lavoro – spiega Lagomarsino – oppure la vicenda di un atleta che ha partecipato alle olimpiadi di Pechino ma che, non riuscendo a vivere di atletica, ha deciso di vendere fiori, tra un allenamento e l’altro».

    C’è da sottolineare che, pur in una cornice di estrema precarietà «Le persone percepiscono l’attività di venditore di fiori alla stregua di un vero e proprio mestiere – conclude Lagomarsino – In altri termini non ci troviamo di fronte alla miseria di chi svolge questo ruolo per attrarre la pietà delle persone, come spesso erroneamente pensiamo. Piuttosto per loro questa è una concreta opportunità, forse la più accessibile, per provare a vivere del proprio lavoro».

     

    Matteo Quadrone

  • Comune di Genova: il quadro generale e i numeri delle società partecipate

    Comune di Genova: il quadro generale e i numeri delle società partecipate

    Analizzando il bilancio del Comune di Genova abbiamo cercato di comprendere qual è lo stato dell’arte delle cosiddette società partecipate ovvero quelle che vedono la partecipazione finanziaria – in tutto o in parte – dell’istituzione di Palazzo Tursi.

    Innanzitutto focalizziamo l’attenzione esclusivamente sulle società controllate (detenute per una quota superiore al 50%) e sulle collegate (dove la partecipazione del Comune varia tra il 20 e il 50%).

    Partiamo dalle controllate:
    Due società sono in liquidazione perché la loro gestione si è rilevata fallimentare: A.M.I. spa (100%) in liquidazione con C.C. 10/2008; Sportingenova spa in liquidazione con C.C. 35/2010.
    Le altre sono: S.P.IM. spa (100%); Job centre srl (100%); A.M.I.U. spa (97,03%); A.M.T. spa (59%); A.S.TER. spa (100%); Ri.Ge.Nova srl (51%); Themis srl (69,93%); A.se.F. srl (100%); Porto Antico spa (51%).

    Mentre per quanto riguarda le collegate, questa è la situazione:
    Fiera di Genova spa (32%); Società per Cornigliano spa (22,5%); Finanziaria Sviluppo Utilities srl.

     

    Nel Conto Economico del bilancio del Comune è possibile osservare nella categoria Entrate correnti quali sono gli Utili netti da partecipate:

    Altre entrate           Cons. 2010            Prev. 2011       Cons. 2011
    Proventi servizi pubblici

    49

    70

    68

    Utili netti da partecipate

    11

    18

    11

    Proventi beni comunali

    34

    33

    32

    Altre

    58

    24

    35

    Totale

    152

    145

    146

    Totale entrate correnti

    804

    769

    778

     

    La tabella evidenzia come nel consuntivo 2011 gli utili netti da partecipate (11 milioni di euro), siano minori rispetto al preventivo 2011 (18 milioni di euro).

    A livello consuntivo i Trasferimenti da parte dello Stato sono stati minori mentre la Regione è riuscita a dare di più delle previsioni, con un contributo straordinario, in gran parte legato al Trasporto pubblico locale, di circa 12 milioni di euro che è servito anche per sistemare i conti della società controllata AMT la quale ha approvato il bilancio 2011 (non ancora visibile) il 16 aprile scorso.

    Per quanto riguarda le Uscite correnti, cioè le spese correnti che ogni anno il Comune deve sostenere per erogare i suoi servizi, questo è il quadro:

    Per natura    Cons. 2010    Prev. 2011    Cons. 2011
    Personale

    246

    245

    238

    Prestazioni di servizi

    281

    354

    382

    (compresa il servizio smaltimento rifiuti)
    Locazioni

    12

    12

    13

    Trasferimenti

    118

    22

    33

    interessi passivi

    43

    51

    44

    altre uscite

    38

    40

    23

    Totale uscite correnti

    738

    724

    733

     

    per destinazione

       Cons. 2010

      Prev.  2011

     Cons. 2011

    Funzioni generali

    204

    220

    201

    Polizia locale

    49

    45

    48

    Istruzione

    78

    78

    78

    Cultura e beni culturali

    28

    24

    26

    trasporti e viabilità

    122

    116

    123

    gestione del territorio

    148

    148

    151

    settore sociale

    86

    72

    82

    sviluppo economico

    10

    8

    9

    settore sportivo

    3

    4

    4

    turismo

    5

    3

    4

    giustizia

    6

    6

    6

    Totale

    738

    724

    733

    Nelle Prestazioni di servizi e nei Trasferimenti sono indubbiamente comprese anche le uscite a favore delle società controllate e collegate ma nel bilancio comunale non è possibile visionare il dettaglio preciso.

     

    Passando allo Stato patrimoniale, nell’Attivo del Comune di Genova, figurano le Partecipazioni:

    Comune di Genova – ATTIVO

                2009

                2010

                   2011

     

     

     

    Immobilizzazioni materiali:
    Beni indisponibili

    2.576

    2.574

    3.147

    Immobilizzazioni in corso ed altri beni

    429

    514

    565

    Immobilizzazioni non disponibili

    3.005

    3.089

    3.712

    Beni disponibili

    119

    113

    127

    Totale immobilizzazioni materiali (mln euro)

    3.124

    3.202

    3.839

    Immobilizzazioni finanziarie:
    Partecipazioni

    573

    565

    563

    Crediti ed altre immobilizzazioni finanziarie

    12

    22

    2

    Totale immobilizzazioni finanziarie (mln euro)

    585

    587

    565

    Attivo circolante:
    Crediti verso contribuenti

    106

    100

    83

    Crediti verso lo Stato e la Regione

    333

    239

    218

    Crediti netti verso altri, debitori diversi, IVA ed altre attività

    382

    263

    174

    Banche e Cassa Depositi e Prestiti

    51

    187

    216

    Totale attivo circolante (mln euro)

    872

    788

    691

    Comune di Genova – TOTALE DELL’ATTIVO

    4.580

    4.577

    5.095

    Dal 2009 al 2011 l’entità economica delle partecipazioni è diminuita.

    Mentre nel Passivo troviamo i Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre, ed in questo caso, rispetto al 2009, le uscite sono aumentate:

    Comune di Genova – PASSIVO

                2009

                2010

                   2011

    Patrimonio netto e conferimenti (mln euro)

    2.948

    2.958

                    3.548
    Debiti:
    Debiti di finanziamento

    1.329

    1.328

                    1.320
    Debiti di funzionamento

    240

    198

                      165
    Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre

    36

    50

                        45
    Altri debiti, ratei e risconti

    29

    44

                        17
    Totale debiti (mln euro)

    1.633

    1.619

    1.547

    Comune di Genova – TOTALE DEL PASSIVO

    4.580

    4.577

    5.095

     

    Alcuni dati, di facile lettura, estrapolabili dai bilanci delle singole società controllate e collegate, possono aiutarci a comprendere meglio la situazione.

    Questo è il fatturato 2010 di controllate e collegate:

    Società Fatturato
    AMT  €    186.350.297
    AMIU  €    139.911.390
    ASTER  €      40.803.743
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €      36.124.935
    FIERA DI GENOVA €       23.704.976
    SPIM SPA  €      16.122.257
    PORTO ANTICO  €      14.629.800
    ASEF  €      11.577.402
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850
    AMI  €        1.741.468
    RIGENOVA  €        1.552.437
    THEMIS  €           681.158
    JOB CENTRE  €           580.931
    totale  €    451.784.081

     

    Confrontando i ricavi ed il risultato economico vediamo che la società in maggiori difficoltà economiche risulta essere, come è noto, AMT :

    Società

    Ricavi

    Risultato economico

    AMT  €    186.350.297 -€        6.512.544
    AMIU  €    139.911.390  €           316.680
    ASTER  €      40.803.743  €            31.623
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976 -€           835.850
    SPIM SPA  €      16.122.257  €        3.266.163
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €           810.473
    ASEF  €      11.577.402  €           294.745
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365 -€           383.240
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850 -€        9.442.644
    AMI  €        1.741.468 -€        1.622.131
    RIGENOVA  €        1.552.437  €              1.468
    THEMIS  €           681.158  €            16.538
    JOB CENTRE  €           580.931 -€            41.659
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €       36.124.935  €      29.290.454

    Ma in perdita risultano anche – ad esclusione di AMI e Sportingenova, entrambe in liquidazione – Fiera di Genova, Società per Cornigliano e Job Center.

    Il risultato di AMI è esposto al netto della plusvalenza di carattere straordinario realizzata nel 2010 per euro 18.978.000 e dell’utilizzo del fondo spese di liquidazione.

    Il risultato di Sportingenova è dovuto allo squilibrio economico della società e ad un accantonamento per rischi di liquidazione di euro 5 milioni.

    L’utile di SPIM è conseguenza della chiusura di un contratto derivato con Bnl Paribas che ha consentito la realizzazione d un provento finanziario non ripetibile di euro 8.875.000.

    L’utile di Finanziaria Sviluppo Utilities è costituito quasi interamente dai dividendi erogati da Iren spa.

     

    Se invece confrontiamo i ricavi e i trasferimenti, per capire quanto del risultato 2010 non è attribuibile alla gestione tipica, la società che ha goduto dei maggiori trasferimenti da parte del Comune è nuovamente AMT, ma nonostante questo la società di trasporto pubblico locale versa in condizioni disperate:

    Società

    Ricavi

    Trasferimenti

    AMT  €    186.350.297  €    118.423.660
    AMIU  €    139.911.390  €        4.092.000
    ASTER  €      40.803.743  €                   –
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976  €            32.823
    SPIM SPA  €      16.122.257  €                   –
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €           351.000
    ASEF  €      11.577.402
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850  €                   –
    AMI  €        1.741.468
    RIGENOVA  €        1.552.437
    THEMIS  €           681.158
    JOB CENTRE  €           580.931
    FINANZIARIA SVILUPPO E UTILITIES  €       36.24.935  €                     0

     

    Infine analizzando i ricavi e l’indebitamento si comprende come Finanziaria Sviluppo Utilities sia la società che ha il maggior indebitamento verso il sistema bancario. Di conseguenza non tutti i dividendi pagati da Iren possono essere girati al Comune a riduzione del debito.
    Ma anche AMT, AMIU e SPIM risultano fortemente indebitate.

     

    Società Ricavi Indebitamento
    FINANZIARIA SVILUPPO UTILITIES  €      36.124.935  €    196.059.915
    AMT  €    186.350.297  €      82.410.148
    AMIU  €    139.911.390  €      76.523.678
    SPIM SPA  €      16.122.257  €      72.801.424
    SPORTINGENOVA  €        4.216.850  €      37.529.029
    FIERA DI GENOVA  €      23.704.976  €      28.143.335
    PORTO ANTICO  €      14.629.800  €      21.298.217
    ASTER  €      40.803.743  €      16.485.550
    SOCIETA’ PER CORNIGLIANO  €        9.911.365  €        9.422.713
    RIGENOVA  €        1.552.437  €        6.707.660
    ASEF  €      11.577.402  €        3.404.510
    THEMIS  €           681.158  €           108.980
    JOB CENTRE  €           580.931  €            92.991
    AMI  €        1.741.468

     

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

    Matteo Quadrone

    Foto di Diego Arbore

     

  • We4land: nasce un sito web sull’uso e consumo del suolo

    We4land: nasce un sito web sull’uso e consumo del suolo

    Un portale web che si propone come uno spazio aperto, dove si possano trovare dati, ricerche e indicatori riguardanti una risorsa naturale strategica per la vita sulla terra e che necessita di essere tutelata, preservata e gestita in maniera consapevole. Parliamo del suolo, la piattaforma su cui le attività umane si fondano, si sviluppano e hanno fine. Con un focus particolare sulla pianificazione e il governo del territorio, cercando di diffondere una visione innovativa ed ecologica del suolo quale risorsa ambientale.

    Il progetto, denominato “We4land” (www.we4land.it) parte da un’idea di Diana Giudici (pianificatrice territoriale) e Luca Tomasini (ingegnere ambientale), esperti di uso e consumo di suolo, di effetti ambientali delle transizioni di copertura del suolo e di gestione del territorio. In concreto We4land, forte della ricerca svolta in ambiente universitario (Dipartimento di Architettura e Pianificazione – Politecnico di Milano), intende perseguire tre obiettivi: conoscere, informare e agire.

    Attualmente in numerosi contesti, il suolo è una risorsa scarsa, contesa e ambita. È necessaria un’inversione di rotta, come sottolineano i promotori della campagna “Stop al consumo di territorio” «Occorrono nuove conoscenze su cui fondare forme di governo del territorio che smettano di privilegiare interessi economici di pochi (generalmente soggetti privati), in favore di visioni strategiche di lungo periodo fondate su principi di sostenibilità ambientale e in grado di generare benefici per l’intera collettività».

    In prima battuta il portale suoli concentra l’attenzione sulle tematiche connesse agli usi del suolo e sugli effetti ambientali delle trasformazioni che coinvolgono le coperture del suolo; fornisce informazioni riguardanti le basi dati disponibili e le più moderne tecniche di analisi dell’uso del suolo; propone una selezione di indicatori utili per la valutazione ambientale e il cui studio è necessario per un governo del territorio che si basa sulla conoscenza dell’uso del suolo e degli effetti – ambientali ma non solo – legati alla trasformazione delle coperture.

    Il portale suoli è un luogo in continuo aggiornamento, finalizzato alla raccolta e alla condivisione di esperienze, idee, proposte legate al suolo. L’obiettivo è quello di affrontare la tematica suolo nella sua completezza e in tutta la sua complessità: dall’agricoltura all’ecologia del paesaggio, dalle scienze biologiche e naturalistiche alla mobilità lenta.

     

    Matteo Quadrone
    foto di Diego Arbore

  • Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Imprese: ritardi nei pagamenti e poca liquidità, periodo nero in Liguria

    Finanza, Economia e BancheEuler Hermes, società specializzata nell’assicurazione crediti, ha pubblicato il Report sui Mancati Pagamenti,  una ricerca trimestrale sugli andamenti dei crediti fra imprese italiane basata sul monitoraggio giornaliero dei pagamenti tratto dalla Banca Dati della società, costituito da circa 450.000 imprese italiane.

    Pagamenti lenti, accumulo di ritardi, uguale carenza di liquidità fra imprese. Dall’analisi di Euler Hermes emerge innanzitutto questa tendenza negativa che porta inevitabilmente a ingolfare importanti settori economici, tanto che nei primi tre mesi del 2012 i mancati pagamenti tra imprese (ovvero oltre 180 giorni) sono aumentati del 38% rispetto ai primi tre mesi del 2011.

    Uno dei motivi principali è sicuramente la difficoltà di accesso al credito per imprese e consumatori, una situazione che, però, non può sicuramente essere mantenuta nel tempo, gli stessi analisti infatti sottolineano che è ipotozzabile una ripresa per la seconda metà del 2013.

    Carta, calzature, energia e abbigliamento sono i settori maggiormente colpiti. Ma alla percentuale di pagamenti non onorati fra imprese italiane, si aggiunge la crisi dell’export e quindi si alza al anche la percentuale di crediti insoluti (+18%) rispetto all’anno passato.

    Posando la lente d’ingrandimento sulle singole regioni, la Liguria risulta essere una delle peggiori d’Italia come ritardo nei pagamenti. Dopo Valle d’Aosta e Molise, dalle nostre parti si registra infatti l’aumento percentuale più alto d’Italia, un sonoro +88% contro il +79% del Piemonte, il +65% della Toscana, il 36% della Lombardia, il 14% dell’Emilia – Romagna e il 5% del Veneto. Importante sottolineare che in nessuna regione d’Italia la percentuale è diminuita.

  • Boom di suicidi: la grande “balla”, fanno solo più notizia rispetto al passato

    Boom di suicidi: la grande “balla”, fanno solo più notizia rispetto al passato

    Finanza, Economia e BancheGli ultimi tre casi di suicidio per cause di natura economica, due in provincia di Salerno e uno nel milanese, hanno fatto salire a 38 il bilancio delle vittime in Italia dall’inizio del 2012. Un anno dipinto da media e politica come tragico per quanto riguarda il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita a causa della crisi economica in corso. Ma siamo sicuri che questa sia la realtà?

    «Ogni anno in Italia si verificano circa tremila casi di suicidio – ha dichiarato Stefano Marchetti responsabile dell’ultima ricerca Istat sui casi di suicidio relativa all’anno 2010 – con punte di quasi quattromila casi nei primi anni Novanta. E’ difficile affermare, a oggi, che quest’anno vi sia un aumento statisticamente significativo dei suicidi dovuto alla crisi economica. Temo che si stiano facendo affermazioni forti, senza fondate evidenze scientifiche».

    Secondo l’indagine Istat in questione (elaborata sulla base del presunto movente indicato dalle forze dell’ordine), nel 2010 in Italia ci sono stati 3.048 suicidi, di cui 187 (il 6,1%) per motivi economici; un dato addirittura in calo rispetto al 2009, quando i suicidi per difficoltà economiche erano stati 198 su 2.986 (il 6,6%).

    «I suicidi in questa categoria sociale (imprenditori n.d.r.) c’erano anche negli anni passati, più o meno con la stessa frequenza – dice Marzio Barbagli, sociologo intervistato da Repubblica – non esistono dati che provino un qualche aumento. Basti pensare che Italia e Grecia sono i paesi più colpiti dalla crisi, ma anche quelli in cui i casi di suicidio sono minori rispetto al resto dell’Europa».

    Eh già. In Italia nel 2012 ogni giorno ci sono 0,29 casi per motivi economici, contro lo 0,51 del 2010 e lo 0,54 del 2009. In parole povere, non esiste nessun boom suicidi come i media sbandierano da ormai diverso tempo, anzi in cinque mesi abbiamo registrato meno vittime degli ultimi quattro anni.

     

  • Italia: aumenta l’esportazione di armi, diminuisce la trasparenza

    Italia: aumenta l’esportazione di armi, diminuisce la trasparenza

    armiUn preoccupante incremento di autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso le zone di maggior tensione del pianeta – dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sub-continente indiano – un’inspiegabile sottrazione di informazioni riguardo alla tipologia dei materiali esportati e una serie di cifre che sono smentite dalle stesse tabelle allegate ai documenti ufficiali.

    Così denunciano la Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace – le due reti che rappresentano oltre un centinaio di associazioni nazionali – dopo aver analizzato il “Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” per l’anno 2011, pubblicato nei giorni scorsi dall’Ufficio del Consigliere Militare del Governo.

    Nel Rapporto, a pag. 35, si ribadisce l’impegno di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative (ONG) interessate al controllo delle esportazioni e dei trasferimenti dei materiali d’armamento con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente informazione nei temi d’interesse”.

    Il rapporto, secondo le associazioni, è stato reso noto con un forte ritardo e si caratterizza per un’ingiustificata mancanza di documentazione rispetto a quella fornita dagli ultimi Governi sulle tipologie di armamenti esportati e per diverse informazioni contraddittorie e inconsistenti.
    «Solo una parte minore delle autorizzazioni all’esportazione per l’anno 2011 è attribuibile al Governo Monti, ma la responsabilità delle mancanze e degli errori nei documenti presentati deve invece essere attribuita all’attuale Presidenza del Consiglio – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo – Dal “governo tecnico” ci aspettavamo maggior trasparenza e informazioni complete e precise in un rapporto di fondamentale importanza per le implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese».
    Dal Rapporto è scomparsa la Tabella 15 che negli ultimi anni, documentando i valori e le tipologie dei sistemi militari autorizzati verso i singoli paesi, forniva informazioni preziose per il controllo e la trasparenza delle politiche di esportazione militare.

    Quello che invece emerge con evidenza è che le operazioni più consistenti riguardano principalmente le aree al di fuori delle tradizionali alleanze del nostro paese. Solo il 36% delle autorizzazioni all’esportazione è verso i Paesi della Nato/Ue ed europei Osce (per un valore di 1,1 miliardi di euro), mentre oltre il 64% (per un valore di 1,959 miliardi di euro) è diretto verso paesi non inseriti in queste alleanze.
    «L’esportazione di armi italiane verso zone cariche di conflitti e di tensioni è inaccettabile, alimenta le guerre, accresce l’instabilità e minaccia la nostra stessa sicurezza – sottolinea Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace – Governo e Parlamento devono intervenire per fermare questa vera e propria follia invertendo la tendenza degli ultimi anni».

    «Com’è possibile che il Parlamento non abbia ancora trovato il tempo per esaminare le Relazioni governative sulle esportazioni militari? – continua Lotti – Parliamo di armi che, come abbiamo visto nel caso della Libia e adesso in Siria (due paesi verso cui l’Italia ha esportato sistemi militari più di ogni altro paese europeo), vengono poi impiegate dai vari regimi per reprimere le popolazioni! A questa intollerabile “disattenzione”, si deve porre rimedio scongiurando innanzitutto che il decreto governativo in discussione proprio in questi giorni alla Camera e al Senato finisca per semplificare ulteriormente i trasferimenti internazionali di materiali militari».

    Inoltre il rapporto della Presidenza del Consiglio «Presenta una serie di imprecisioni che è difficile attribuire a meri errori tecnici», commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Disarmo.

    L’elenco dei Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa riporta (p. 27) nell’ordine, l’Algeria (477,5 mln di €), seguita da Singapore (395,28 mln. di €) e Turchia (170,8 mln. di €) mentre la Tabella n. 4 allegata a fine rapporto – tra l’altro incompleta – che visualizza graficamente le medesime autorizzazioni segnala al terzo posto l’India (259,41 mln di €): un paese dove – proprio durante la prigionia dei due marò italiani – il governo Monti ha autorizzato la partecipazione delle aziende di Finmeccanica al salone di prodotti militari Defexpo (New Delhi 29 marzo – 1 aprile).
    Sempre a p. 27 del Rapporto si legge chei principali acquirenti dei Paesi UE/NATO sono stati: Francia, Stati Uniti d’America, Germania e Regno Unito”, escludendo la Turchia che è stata il principale acquirente di armamenti italiani tra i paesi Nato.

    «Proprio queste contraddizioni tra i dati rendono ancor più necessaria la pubblicazione di quella tabella di dettaglio, introdotta dal Governo Prodi, per illustrare valori e le tipologie dei sistemi militari di cui era stata rilasciata l’esportazione», conclude Beretta.

    Nel Rapporto manca anche quest’anno la Tabella generale dei valori delle operazioni autorizzate agli Istituti di credito e non vi sono indicazioni che il Governo Monti abbia ripristinato nella più ampia Relazione al Parlamento anche la Tabella di “Riepilogo in dettaglio per Istituti di credito” che per anni ha riportato tutte le singole operazioni autorizzate alle banche: tabella che però è completamente sparita dalle Relazioni governative presentate al Parlamento dall’inizio di questa legislatura.
    «Sono documenti della massima importanza che hanno caratterizzato la Relazione italiana sulle esportazioni militari come una delle migliori in Europa per il livello di trasparenza», commenta Chiara Bonaiuti, direttrice dell’Osservatorio sul Commercio delle armi (Os.C.Ar.).

    In un momento in cui la magistratura indaga su diverse operazioni di compravendita di materiali militari e appaiono notizie di fondi illeciti e tangenti che coinvolgono i vertici delle maggiori aziende italiane, Bonaiuti sottolinea che «trasparenza, tracciabilità e collegialità nei controlli sono strumenti essenziali per prevenire casi di triangolazioni e di corruzione». Rete Disarmo chiede perciò che il Governo ripristini tutte le informazioni sulle transazioni bancarie che ai sensi della legge 185/1990 devono essere rese pubbliche.

    Infine il Rapporto non documenta le esportazioni di armi comuni da sparo, di cui l’Italia è uno dei maggiori produttori e esportatori mondiali, che sono vendute per uso “civile, sportivo, per la difesa personale e per corpi di polizia e di sicurezza cioè non specificamente dirette all’uso delle forze armate di altri paesi.
    «Una grave mancanza che negli anni scorsi ha favorito l’esportazione di armi italiane finite in Iraq o consegnate alla Pubblica sicurezza del colonnello Gheddafi – sottolinea Carlo Tombola di OPAL, l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia – E lo scorso anno, anche nel periodo delle rivolte della cosiddetta “Primavera araba”, dalla Provincia di Brescia sono state esportate “armi e munizioni” per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro ai paesi del Nord Africa e oltre 11 milioni di euro ai paesi del Medio Oriente. Il Governo dovrebbe inoltre spiegare chi sia il destinatario di oltre 1 milione di euro di armi esportate da qualche azienda bresciana in Bielorussia tra aprile e giugno 2011, cioè pochi giorni prima che l’Unione Europea decretasse un embargo di armi verso il paese ex-sovietico a causa delle violazioni dei diritti umani e della repressione messa in atto dal regime del presidente Lukashenko».

    Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace invieranno al Presidente del Consiglio, Mario Monti, e agli uffici governativi compenti una richiesta formale per un “incontro urgente” sulle politiche delle esportazioni militari del nostro paese.
    «Riteniamo necessario – concludono Vignarca e Lotti – che il Governo, se davvero intende mantenere l’impegno espresso di favorire una più puntuale e trasparente informazione su questi temi, non deleghi questo compito agli uffici tecnici, ma si assuma la responsabilità politica di un confronto con le associazioni della società civile che rappresentiamo e che fin dagli anni Novanta sono state in primissima fila nel controllare e documentare le esportazioni di armamenti italiani».

  • Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Liguria, piccole imprese artigiane: l’analisi dei dati economici tra 2011 e 2012

    Nonostante la crisi finanziaria globale, secondo i dati dell’Ufficio studi di Confartigianato, nel 2011 è cresciuto il numero degli imprenditori artigiani in Liguria. L’anno scorso la nostra regione con un tasso di sviluppo dell’1% si è piazzata al primo posto in Italia in controtendenza rispetto alla media nazionale che ha registrato una flessione del -0,4%.
    Costruzioni e servizi alle imprese sono i settori che in Liguria registrano i dati maggiormente positivi, in crescita, rispettivamente del 2,7% e dello 0,3%. Segno negativo, invece, per manifatturiero (-0,9%)e servizi alle persone (-0,6%).
    «L’aumento maggiore si è registrato nell’edilizia, fenomeno che dovrebbe essere approfondito ma che rappresenta il segnale di una certa vivacità del settore nonostante la pesante crisi in atto – ha spiegato Giancarlo Grasso, presidente regionale di Confartigianato Liguria – La tenuta degli altri settori e la lieve crescita dei servizi alle imprese liguri sono in controtendenza rispetto al resto d’Italia».
    La crescita maggiore delle costruzioni si registra nel capoluogo, con un +4,2%.
    In generale le quattro province liguri nel 2011 registrano una dinamica imprenditoriale positiva: Genova è al primo posto con un +1,6%, seguita dalla Spezia (+0,5%), Savona (+0,4%) e Imperia (+0,2%).

    Ma nel primo trimestre 2012 la situazione muta: secondo l’indagine elaborata da Confartigianato Liguria su dati Infocamere, su un totale di circa 47 mila imprese artigiane attive in Liguria, 1.297 hanno intrapreso l’attività nei primi tre mesi dell’anno. 1.579 hanno invece chiuso i battenti tra gennaio e marzo 2012, registrando un saldo negativo dello 0,6%. Una flessione comunque più contenuta rispetto alla media nazionale (-1,1% ).
    Il movimento riguarda in larga parte le imprese individuali – sottolinea Confartigianato – superano le 38.200 nella nostra regione, di cui 1.138 aperte nel primo trimestre dell’anno. Oltre 1.500 hanno invece chiuso l’attività. A patire in questo avvio d’anno sono soprattutto le imprese meno strutturate.
    «Nel primo trimestre dell’anno il calo è fisiologico – spiega Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria – Quello che desta maggiore preoccupazione è l’aumento del numero di imprese che avviano l’attività e la chiudono nel primo anno di vita, salito dal 10% al 14%. Inoltre il 50% delle nuove imprese cessano l’attività nel primo quinquennio di vita. Sono cifre elevate che inevitabilmente devono condurre ad alcune riflessioni».

    Il settore delle costruzioni, che ha registrato nella nostra regione una decrescita dello 0,34% contro il +2,7% del 2011, conta quasi 23 mila realtà presenti in Liguria (di cui quasi 20.500 sono ditte individuali): di queste, 746 hanno intrapreso da poco l’attività, mentre 825 l’hanno chiusa.
    «Il calo nell’edilizia dimostra che è un settore “volatile” dove spesso aprono un’attività dei soggetti destrutturati – continua Luca Costi – parliamo soprattutto di imprese individuali che nascono e muoiono nel volgere di breve tempo. La nostra associazione ha sollecitato la realizzazione di un disegno di legge per l’accesso all’edilizia (“Norme per la disciplina dell’accesso all’attività imprenditoriale nel settore dell’edilizia”) , oggi fermo in Parlamento, che consentirebbe di migliorare l’approccio al settore da parte di nuovi imprenditori che dovranno dimostrare di possedere i requisiti professionali necessari per avviare un’impresa nel settore».

    Segno meno anche per il comparto manifatturiero, con un andamento del -1,27%: questa volta il calo, incrementato rispetto al -0,9% del 2011, è addirittura superiore a quello della media nazionale, pari a -1,1%. Sulle oltre 8 mila realtà manifatturiere in Liguria, 156 hanno intrapreso l’attività tra gennaio e marzo 2012 ma in questo stesso periodo ben 259 hanno chiuso.

    In generale, tra le province liguri, Genova è quella che registra il saldo meno negativo: -0,26% contro il +1,6% del 2011, con 779 imprese chiuse e 717 nuove attività nel primo trimestre 2012.

    «Quando un soggetto intende avviare un’attività dovrebbe essere provvisto di un business plan – sottolinea Costi – Al contrario spesso si tenta di aprire un’impresa senza aver realizzato adeguati studi di mercato. Sono diversi i casi di persone che si rivolgono a Confartigianato e, per prima cosa, domandano se esistono contributi ed agevolazioni per nuove aziende. Ma è necessario avere un progetto di impresa alle spalle, coerente con le possibilità offerte dal mercato».

    Per cercare di comprendere meglio la dinamica imprenditoriale occorre analizzarla dal punto di vista delle variazioni congiunturali e tendenziali ma anche in termini previsionali. In questo senso risulta utile leggere attentamente i dati che emergono dall’Osservatorio congiunturale sull’artigianato e la piccola impresa in Liguria, un’indagine realizzata da Confartigianato Liguria e Cna Liguria, in collaborazione con Unioncamere Liguria e curata dal Centro Studi Sintesi, che coinvolge un campione di 1500 imprese con meno di 20 addetti e che si pone l’obiettivo di monitorare lo stato di salute del settore attraverso l’analisi di indicatori quali produzione/domanda, fatturato, ordini ed esportazioni (solo per il settore manifatturiero), prezzi dei fornitori, investimenti, occupazione, liquidità, indebitamento, sulla base dei giudizi espressi direttamente dagli imprenditori. Questi parametri sono stato esaminati in tre momenti temporali: a consuntivo per il 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre 2011 (variazione congiunturale) e rispetto al 2° semestre 2010 (variazione tendenziale ) ed in chiave di previsione per la prima parte del 2012.
    Il campione di imprese è stato studiato in modo tale da fornire informazioni statisticamente significative oltre che a livello regionale anche a livello settoriale (manifatturiero, edilizia/costruzioni, servizi alle imprese, servizi alle persone) e per provincia di localizzazione. L’indagine è stata condotta per via telefonica nei giorni lavorativi compresi tra il 5 ed il 20 dicembre 2011.

    Principali risultati

    Le variazioni congiunturali e tendenziali rilevate evidenziano la stazionarietà dei volumi produttivi e del fatturato prodotto, mentre la crescita dei prezzi a livello tendenziale supera il +3%.
    La dinamica occupazionale nel complesso è rimasta stabile con una piccola flessione (-0,2%) a livello tendenziale mentre continua a diminuire la propensione ad investire: meno del 9% delle imprese ha operato in questi termini nella seconda parte dell’anno scorso. Da sottolineare anche l’entità modesta dei capitali investiti: il 35% degli investimenti risulta inferiore ai 10 mila euro ed una quota inferiore (il 23%) si colloca tra i 10 ed i 25 mila euro. Infine rimane rilevante il problema della liquidità aziendale nelle imprese liguri: per la maggior parte degli imprenditori la situazione è rimasta stabile (71,3%); il 25% ha rilevato un peggioramento della disponibilità di cassa nel 2° semestre 2011 e solo il 3,5% ha dichiarato un miglioramento.
    Le previsioni per il 2012 sono più ottimistiche con una discreta ripresa della produzione/domanda (+0,4%) e del fatturato (+0,3%) mentre si dovrebbe assistere ad un sostanziale equilibrio nell’occupazione ed alla ripresa degli investimenti (la quota di possibili investitori è pari al 13,3%).

    Genova

    L’economia della Liguria risulta sostenuta dalla provincia di Genova mentre nelle altre realtà provinciali non si evidenziano particolari segni di crescita.
    Nel capoluogo, nel 2° semestre 2011 rispetto al 1° semestre, si registra una moderata crescita della produzione/domanda (+0,3%) mentre il livello del fatturato rimane stabile. In leggero calo risultano però le dinamiche tendenziali con valori pari a -0,2% nel caso di produzione e fatturato.
    Quello che appare più importante sottolineare è la ripresa degli ordini (+0,6% a livello congiunturale e +0,7% su base annua) trainata dall’export (variazioni congiunturali e tendenziali rispettivamente pari al +1,9% e al +1,2%) mentre sul fronte occupazionale si registra una situazione di stabilità con qualche dinamica positiva (+0,1% a livello congiunturale e +0,2% a livello tendenziale).
    E nel primo semestre 2012 sarà sempre Genova ad evidenziare le tendenze di maggiore crescita con un progresso di domanda (+0,5%) e fatturato ( +0,3%). L’occupazione subirà qualche flessione negativa (-0,1%) mentre dovrebbe aumentare la propensione ad investire(15,4%).

    Settori

    A livello settoriale il comparto manifatturiero presenta nel secondo semestre 2011 dinamiche positive in tutti i parametri economici. Particolarmente incisivo in questo senso risulta l’andamento positivo dell’export: in crescita rispetto alla prima parte dell’anno del +1,7% e rispetto al 2° semestre 2010 del +1,1%. Anche gli ordini riportano andamenti in crescita registrando in entrambi i periodi un incremento di mezzo punto percentuale.
    Ma i dati rapportati su base annua evidenziano delle dinamiche di crescita più contenute e una situazione di stabilità in particolare per produzione, fatturato ed occupazione. L’incremento dei prezzi dei fornitori si attesta al +3,6% mentre in ribasso si segnala la propensione ad investire con solo il 7,8% delle aziende che ha effettuato un investimento nel corso del 2° semestre 2011.
    Positive sono le previsioni per il 2012 anche se l’entità degli incrementi si attestano sotto al punto percentuale, mentre in ripresa si segnalano gli investimenti.

    «Solitamente il primo settore che si rimette in moto è quello manifatturiero – spiega Luca Costi – parliamo di realtà di piccole dimensioni dove può essere un fattore importante anche la sensibilità economica aziendale. Ma soprattutto la prospettiva di nuovi investimenti può essere letta in due modi: bisogna capire se si tratta di una questione tecnica, ovvero sono terminate le scorte e quindi di conseguenza l’azienda, se vuole ripartire, è costretta ad investire; oppure è una ripartenza direttamente legata ai mercati di riferimento, in particolare quelli esteri».

    Ed in effetti la crescita dell’export e degli ordini potrebbe indicare proprio una ripresa dovuta a dinamiche macro economiche.

    Negli ultimi mesi del 2011 il settore dei servizi alle imprese ha riportato andamenti stabili in tutti gli indicatori economici ed una buona propensione ad investire (10,5%). Ma una leggera flessione si rileva a livello tendenziale per domanda, fatturato ed occupazione. Le prospettive per il 2012 paiono essere buone con lievi incrementi (sotto il mezzo punto percentuale) sia della domanda che del fatturato e un +0,6% per l’occupazione.

    Riscontrano maggiori difficoltà le aziende dei servizi alle persone e le imprese edili, infatti in entrambi i settori vengono evidenziate flessioni sia a livello congiunturale che tendenziale. «In particolare questi due settori risentono del calo dei consumi», sottolinea Costi.
    Le imprese che si occupano di servizi alle persone nel 2° semestre 2011 registrano una flessione della domanda (-0,4%) e del fatturato (-0,6%), confermata anche a livello tendenziale (rispettivamente -0,4% e -0,3%). Mentre a livello occupazionale la variazione tendenziale registra un ridimensionamento contenuto (-0,2%). Nella prima parte dell’anno 2012 non si segnalano particolari dinamiche di sviluppo e rimane stabile il trend occupazionale.

    Il settore dell’edilizia è sempre in affanno e la situazione sembra ormai endemica: nel secondo semestre 2011 c’è stata una flessione della domanda (-0,3%) e del fatturato (-0,6%) con pesanti ricadute sul calo dell’occupazione (-0,5%) e sulla propensione ad investire (7,3%) con valori peggiori rispetto alla media regionale. Le variazioni tendenziali evidenziano perdite più contenute per quanto riguarda il fatturato (-0,3%) e simili per domanda ed occupazione. L’incremento dei prezzi delle materie prime è notevole e a livello tendenziale raggiunge quota +3,5%. Le previsioni per inizio anno 2012 sono stabili con una moderata ripresa degli investimenti. Significativo, come sottolinea l’osservatorio, che per quasi un’azienda su quattro la liquidità sia peggiorata e che solo la stessa percentuale non sia indebitata (24,7%) valore nettamente inferiore rispetto alla media regionale.

    «Il settore resta fermo al palo – conclude Costi – perché purtroppo con il perdurare della crisi economica i privati difficilmente investono in ristrutturazioni. L’unica speranza sono i lavori pubblici e forse le grandi opere potrebbero rappresentare un’opportunità».

    Ma, aggiungiamo noi, probabilmente sarebbero sufficienti le “piccole” opere pubbliche necessarie, per ridare fiato ad una marea di piccoli costruttori edili. Anche perché, ormai è risaputo, le grandi opere difficilmente danno da mangiare alle imprese del territorio.

     

    Matteo Quadrone

  • Lavoro: i giovani italiani tornano a fare i pastori

    Lavoro: i giovani italiani tornano a fare i pastori

    In Italia circa tremila giovani hanno scelto di mettersi alla guida di un gregge come precisa scelta di vita “per non arrendersi alla crisi provocata dalle delusioni dell’economia di carta”.

    La stima è della Coldiretti che, in occasione delle rilevazioni Istat sull’occupazione, sottolinea «Si tratta in gran parte di giovani che intendono dare continuità all’attività dei genitori ma ci sono anche ingressi ex novo spinti da una scelta di vita alternativa a contatto con gli animali e la natura. Quando a guidare il gregge sono i più giovani si assiste ad un impulso nell’attività, con il 78 per cento dei giovani che, nonostante la crisi, investe sul miglioramento dei prodotti aziendali. La diffusa capacità di innovazione si concentra sulla qualità e sulla sicurezza del prodotto ma anche nella capacità di presidiare il mercato attraverso nuove formule commerciali come la vendita diretta del proprio prodotto».

    «Non mancano quanti rivolgono la loro attenzione a consumatori emergenti come gli immigrati musulmani che per motivi religiosi apprezzano particolarmente la carne di pecora – continua la Coldiretti – e chi riesce a valorizzare la lana italiana considerata spesso un sottoprodotto con costi aggiuntivi per lo smaltimento».

    «La presenza dei giovani e’ una garanzia per il futuro della pastorizia in Italia dove si producono oltre 60 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la meta’ a denominazione di origine (Dop) –  spiega la Coldiretti – All’esportazione va oltre il 25 per cento della produzione. Nella produzione Made in Italy a denominazione di origine a fare la parte del leone è il Pecorino romano Dop che copre l’80 per cento, ma hanno ottenuto la protezione comunitaria come denominazioni di origine anche il pecorino Sardo, il Siciliano e il Toscano e quello di Filiano oltre al Fiore sardo ed al Canestrato pugliese».

    La pastorizia oltre ad essere un mestiere ricco di tradizione ha anche un elevato valore ambientale e dalla sua sopravvivenza dipende la salvaguardia di razze in via di estinzione a vantaggio della biodiversità del territorio.

    Tra i fattori che mettono a rischio il futuro della pastorizia la Coldiretti evidenzia i seguenti: «Più della la metà della carne di agnello in vendita è importata, soprattutto dai paesi dell’est, all’insaputa dei consumatori e spacciata come Made in Italy perchè non è stato ancora introdotto l’obbligo di indicare l’origine in etichetta previsto dalla legge nazionale sostenuta dalla Coldiretti ed approvata all’unanimità dal Parlamento. E non va meglio per il latte. Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media solo un litro di latte che viene pagato attorno ai 70 centesimi al litro ben al di sotto dei costi di allevamento che si avvicinano all’euro. Qui a pesare è la concorrenza sui mercati internazionali dei pecorini low cost prodotti soprattutto nell’est Europa e spacciati come Made in Italy».

  • Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Bilancio 2011 del Comune di Genova: stock di debito di oltre 1,3 miliardi

    Palazzo TursiIl 12 aprile 2012 la Giunta Vincenzi ha approvato il bilancio consuntivo del 2011, ultimo grande atto prima del passaggio di testimone al nuovo sindaco, che verrà eletto il 7 maggio.

    Genova vive un periodo di grandi cambiamenti sia dal punto di vista politico che da quello economico-finanziario: come noto, il Governo Monti ha apportato drastiche riduzioni alla spesa pubblica (si prevede che il Comune di Genova avrà 83 milioni di euro in meno dallo Stato nel 2012) e introdotto novità come l’Imu, sulla quale vigono ancora molti dubbi circa le aliquote e le applicazioni, ma che comporterà maggiori entrate per lo Stato e minori per i Comuni.

    Partendo da questi presupposti è interessante conoscere la situazione attuale economica e finanziaria del Comune di Genova (i dati relativi al conto economico e allo stato Patrimoniale sono consultabili integralmente sul sito dell’Ente), un Comune fortemente indebitato ormai da oltre 10 anni, con uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro (il debito è oltre il 150% delle entrate correnti nel conto economico). Tuttavia, in questi anni, l’indebitamento è sceso da un miliardo e 387 milioni alla fine del 2007, a un miliardo 321 milioni del dicembre del 2011, con una riduzione di circa 4,5%.

    Ma cerchiamo di capire meglio e proviamo ad analizzare il bilancio del Comune. I dati in analisi sono riferiti ai bilanci consuntivi del 2012 e 2011 e a quello preventivo del 2011. Il bilancio preventivo contiene le spese e le entrate che si prevede di realizzare nel corso dell’anno, per questo circa a metà dell’anno, a giugno-luglio, si attua una manovra di assestamento che in base all’andamento dei primi mesi rimodula le poste. Nel bilancio consuntivo invece si verificano le entrate ed uscite effettive e si determinano gli avanzi o disavanzi rispetto alla previsione approvata. Partiamo dal conto economico…

    CONTO ECONOMICO (ENTRATE)

    1. Entrate correnti
    Imposte 1
    consuntivo 2010 preventivo 2011 Consuntivo 2011
    ICI 120 120 119
     Add Irpef 56 56 56
    Comp.Irpef/Iva 18 18 42
    Altre 6 5 5
    TIA 103 106 106
    Tassa affissioni 1 1 1
    Totale 304 306 332
    Trasferimenti 2
    Stato 254 218 25
    Stato – fondosperimentale 182(tot 207)
    Regione 91 77 87
    Altri 3 23 3
    Totale 348 318 298
    Altre entrate 3
    Proventi servizi pubblici 49 70 68
    Utili netti da partecipate 11 18 11
    Proventi beni comunali 34 33 32
    Altre 58 24 35
    Totale 152 145 146
    Totale entrate correnti 804 769 778

    La voce “imposte 1″ è composta da tutte le entrate derivanti da imposte e tasse. L’ Ici è l’imposta comunale sugli immobili che da quest’anno viene sostituita dall’Imu.  Addizionali Irpef (Imposta su reddito delle persone fisiche): vengono trattenute dalla busta paga dei lavoratori, nel 2011 è dello 0,7%, nel 2012 è  dello 0,8%, con un introito prevedibile a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. Compensazioni Iva /Irpef:  la compensazione Irpef è diminuita passando da 18 a 0 per effetto del decreto che ha ridotto del 17% (dal 99% all’82%) l’importo dovuto con l’acconto di fine novembre, mentre l’Iva è aumentata da 0 del 2010 a 39 del 2011.

    Comp.Irpef 18 18 0
    Comp Iva 0 0 39

     

     

    La Tia, invece, è la tariffa igiene ambientale che ha sostituito la tarsu. La voce “trasferimenti 2” si riferisce alle entrate derivanti da trasferimenti di fondi dallo Stato, dalla Regione o da altri enti pubblici per la copertura di spese correnti. Dal 2010 al 2011 sono diminuiti di 50 milioni di euro. In particolare è lo Stato ad aver ridotto i propri trasferimenti: nel  2010 erano 254 milioni, nel 2011 sono stati 207 (contro i 218 che erano stati preventivati) di cui 182 per il fondo sperimentale di riequilibro e 25 milioni ad altro titolo.

    Determinante in questa situazione è stata la Regione Liguria che ha trasferito più di quanto era in previsione, con un contributo straordinario di circa 12 milioni di euro, che è servito per sistemare anche i conti di AMT.

    Le previsioni per il 2012, come evidenzia anche la nota del Comune , sono di considerevole riduzione  dei trasferimenti da parte dello Stato; si parla di ben 83 milioni di euro,  cioè 33 milioni più di quanto aveva già previsto Tremonti  nella manovra per il 2012.

    Il primo punto alla voce “Altre entrate 3” riguarda i Proventi servizi pubblici, ovvero tariffe che i cittadini pagano per accedere ai servizi del Comune come refezione scolastica delle scuole elementari, musei, piscine. Vi rientrano anche parte delle sanzioni amministrative per violazione al codice della strada, che vengono in parte destinate ai fini della sicurezza della circolazione stradale, alla redazione dei piani urbani del traffico, alla fornitura dei mezzi per i servizi di polizia stradale, al miglioramento della segnaletica stradale, e alla tutela degli utenti deboli (bambini, anziani, disabili, pedoni e ciclisti). Il secondo punto è Proventi beni comunali, quindi redditività del patrimonio dato in concessione, mentre per Utili netti da partecipate si intendono i proventi delle partecipazioni in altre società.

    In definitiva, le entrate dal 2010 al 2011 sono diminuite di 35 milioni di euro a livello di preventivo e di 26 milioni a livello di consuntivo, a causa principalmente della riduzione dei trasferimenti dallo Stato e in piccola parte dalla Regione.

    Il grado di copertura delle spese correnti senza contare sui trasferimenti di Stato e Regioni è del 57%, e considerando la popolazione genovese a quota 607 mila, l’esborso medio che ogni singolo cittadino paga in un anno per i servizi direttamente erogati dal Comune è di 741 euro.

     

    CONTO ECONOMICO (USCITE)

    Per natura Cons 2010 Prev 2011 Cons 2011
    Personale 246 245 238
    Prestazioni di servizi 281 354 382
    (compresa il servizio smaltimento rifiuti)
    Locazioni 12 12 13
    Trasferimenti 118 22 33
    interessi passivi 43 51 44
    altre uscite 38 40 23
    Totale uscite correnti 738 724 733
    per destinazione Cons 2010 Prev  2011 Cons 2011
    Funzioni generali 204 220 201
    Polizia locale 49 45 48
    Istruzione 78 78 78
    Cultura e beni culturali 28 24 26
    Trasporti e viabilità 122 116 123
    gestione del territorio 148 148 151
    settore sociale 86 72 82
    sviluppo economico 10 8 9
    settore sportivo 3 4 4
    turismo 5 3 4
    giustizia 6 6 6
    Totale 738 724 733

    Tra le spese spiccano quelle di trasporti e viabilità e quelle della gestione del territorio, mentre è evidente che il Comune di Genova non investa nel turismo, nello sport e nella cultura.

    Le spese medie del Comune di Genova per ogni cittadino si attestano intorno ai 1207 euro. Salta all’occhio, infine, la situazione di Amt che, prendendo come riferimento l’anno 2010, ha prodotto un fatturato di 186.350.297 e ha ottenuto dei trasferimenti per  118.423.660.

     

    ENTRATE IN CONTO CAPITALE (riguardano gli investimenti)

     

     

     

     

    Consuntivo 2010

    Previsione 2011

    Consuntivo 2011

    Alienazioni terreni /fabbricati

    15

    79

    5

     

     

     

    Trasferimenti UE

    34

     

    0

     

     

     

     

    Trasferimenti stato

    28

    69

    97

     

     

     

     

    Trasferimenti regione

    10

    26

    24

     

     

     

     

    Altri trasferimenti

    5

    31

    21

    Contributi edilizi

    11

     

     

    Altre entrate

    2

     

     

    Riscossione crediti

    135

    150

    15

    Sub Totale

     240

     355

     162

     

     

     

     

    Nuovi mutui

    73

    35

    71

    Sopr. da rinegoziazione mutui

    5

    1,5

    0

    Anticipazioni di cassa

    0

    0

     

    Totale

    318

    391,5

    233

    USCITE IN CONTO CAPITALE

    2010

    p 2011

    c 2011

    Investimenti

    96

    195

    214

    rimborso mutui

    73

    74

    74

    concessione di crediti

    135

    150

    15

    Totale

    304

    419

    303

    Il Comune di Genova ha un debito consolidato molto alto, cioè non si impegna a rimborsare il valore dei debiti (titoli) a data certa, ma solo al pagamento degli interessi in misura fissa. Per evitare un incremento del debito, nel 2011 si era pianificato di effettuare investimenti solo per importi pari o inferiori alle entrate in conto capitale, cioè le entrate che derivano da alienazioni di patrimonio, trasferimenti dallo Stato, dalla Regione e da altri enti del settore pubblico, destinati a finanziare investimenti, nonché dal ricorso al credito

    Il saldo delle entrate e delle uscite in conto capitale nel 2011 e’ stato decisamente negativo a causa delle mancate dismissioni immobiliari previste nel bilancio preventivo (-74)  e per questo motivo il bilancio del Comune ha rischiato di sforare il patto di stabilità e di non poter sbloccare le risorse finanziarie necessarie a pagare i fornitori.

    L’assessore al Bilancio Miceli ha dichiarato che è stato possibile  far fronte a questo problema grazie a «un lungo elenco di riscossioni non previste, che vanno da un rimborso Iva pari a 6 milioni, una restituzione di Ici del 2008 relativo alla prima casa per 8 milioni di euro, più altre entrate straordinarie come gli oneri di urbanizzazione che hanno consentito di pareggiare i mancati introiti». (vedi conto economico)

    STATO PATRIMONIALE

    COMUNE DI GENOVA – ATTIVO

    2009

    2010

    2011

    Immobilizzazioni materiali:

     

     

     

    Beni indisponibili

    2.576

    2.574

    3.147

    Immobilizzazioni in corso ed altri beni

    429

    514

    565

    Immobilizzazioni non disponibili

    3.005

    3.089

    3.712

    Beni disponibili

    119

    113

    127

    Totale immobilizzazioni materiali (mln euro)

    3.124

    3.202

    3.839

     

     

     

     

    Immobilizzazioni finanziarie:

     

     

     

    Partecipazioni

    573

    565

    563

    Crediti ed altre immobilizzazioni finanziarie

    12

    22

    2

    Totale immobilizzazioni finanziarie (mln euro)

    585

    587

    565

     

     

     

     

    Attivo circolante:

     

     

     

    Crediti verso contribuenti

    106

    100

    83

    Crediti verso lo Stato e la Regione

    333

    239

    218

    Crediti netti verso altri, debitori diversi, IVA ed altre attività

    382

    263

    174

    Banche e Cassa Depositi e Prestiti

    51

    187

    216

    Totale attivo circolante (mln euro)

    872

    788

    691

    Comune di Genova – TOTALE ATTIVO

    4.580

     4.577

     5.095

     

     

     

     

    Comune di Genova – PASSIVO

    2009

    2012

     2011

    Patrimonio netto e conferimenti (mln euro)

    2.948

    2.958

     3.548

     

     

     

    Debiti:

     

     

     

    Debiti di finanziamento

    1.329

    1.328

     1.320

    Debiti di funzionamento

    240

    198

       165

    Debiti verso aziende controllate, collegate, speciali ed altre

    36

    50

         45

    Altri debiti, ratei e risconti

    29

    44

         17

    Totale debiti (mln euro)

    1.633

    1.619

    1.547

    Comune di Genova – TOTALE PASSIVO

    1.633

    1.619

     1.547

    Dalla lettura dello Stato Patrimoniale si può facilmente constatare quanto già detto nell’apertura di questo articolo, ovvero che il Comune di Genova presenta uno stock di debito di oltre 1,3 miliardi di euro.

    Manuela Stella

     

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.