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  • Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    pullman-ventimiglia-migrantiA Ventimiglia l’emergenza migranti non ha fine. Dopo le convulse giornate della settimana scorsa, a riflettori spenti, il flusso di persone dirette verso la frontiera con la Francia è ricominciato, alimentato dal continuo e crescente numero di sbarchi sulle coste italiane. Le quasi 700 presenze della scorsa settimana nel comune frontaliero, ben più del doppio rispetto all’esordio del cosiddetto “Piano Alfano”, sono leggermente diminuite negli ultimi giorni. Le forze dell’ordine trattengono gli stranieri irregolari che si trovano in città o che arrivano in stazione e, insieme con quanti vengono respinti dalla polizia francese alla frontiera, li caricano su pullman per trasferirli in centri di accoglienza o identificazione nel sud Italia. Dopo l’ordinanza di sgombero del campo sotto al ponte dell’autostrada, la nottata nella chiesa di San Nicola e infine la sistemazione provvisoria nella chiesa di Sant’Antonio, dal 4 giugno a oggi, i migranti potrebbero essere spostati nuovamente. Nonostante istituzioni locali e associazioni avessero intavolato delle trattative per aprire un centro di accoglienza per migranti in transito, il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha annunciato il trasferimento dei migranti al Palaroja, il palazzetto dello sport di Roverino, quartiere di Ventimiglia. La decisione, che ha messo in luce il livello di emergenza istituzionale sull’argomento, ha provocato l’immediata reazione degli abitanti del quartiere, che hanno protestato vivacemente contro la presenza di migranti vicino all’asilo, arrivando a bloccare la strada di accesso all’impianto. Una situazione difficile, nonostante il numero non troppo corposo dei manifestanti; tra le tante parole di quelle ore, ne abbiamo raccolto alcune che ben evidenziano la situazione di tensione, alimentata da un evidente affanno istituzionale e dalla dialettica politica nazionale sul tema: «Non possiamo lasciare i neri vicino alle donne e ai bambini» oppure «Non possono stare nel parcheggio?». L’esasperazione, si sa, può giocare brutti scherzi, come accaduto a un signore di origini sudanesi, in Italia da oltre 20 anni e quindi con regolare carta di identità, che con la sua presenza ha spaventato tutti i manifestanti: «Eccoli, arrivano uno a uno!» è stato il grido, spaventato, di un’abitante della zona.

    Nelle ultime ore è stata messa sul piatto anche l’ipotesi di costituire un centro Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), che però richiederebbe fondi ministeriali e sicuramente tempi non proprio immediati. Questa opzione è scaturita a seguito del sopralluogo di due senatori, Donatella Albano ed Enrico Buoemi, e del presidente della provincia di Imperia, Fabio Natta. Al momento, però, si sta cercando di tamponare l’emergenza: il Palaroja, quindi, rimane una soluzione per l’immediato, benché considerata temporanea.

    Caccia all’uomo (senza documenti)

    migranti-ventimiglia-striscioneSe le istituzioni sono all’empasse, nelle strade e nelle stazioni della Liguria, in questi giorni si sta concretizzando una vera e propria caccia all’uomo (senza documenti). Da diversi giorni, infatti, in tutte le grandi stazioni della regione e su tutti i treni diretti al confine, pattuglie della polizia effettuano controlli tra i passeggeri; il discrimine sembra essere è il colore delle pelle. Questo, mentre da Ventimiglia ogni giorno partono uno o due pullman da 50 posti diretti verso l’aeroporto di Genova, per trasferire i migranti nelle strutture di accoglienza del Meridione. Da lì ricomincerà il loro viaggio verso la Francia o altre mete, rincorrendo una legalità che forse non verrà loro mai riconosciuta.

    Questo sistema, oltre a non risolvere il problema, rappresenta sicuramente un costo collettivo: ogni migrante è accompagnato durante questi trasferimenti forzati da personale delle forze di polizia, con un rapporto di uno a uno. Mettendo in conto i costi di un simile dispiegamento di forze, viene naturale chiedersi se tutto ciò abbia senso dal punto di vista economico, oltre che da quello umanitario. Dietro, rimane il dramma umano di centinaia di persone in fuga da guerra e povertà, che si trovano sospese in un limbo politico-istituzionale. R., pakistano, 30 anni è stato fermato dalla polizia mentre si aggirava in stazione ed è rimasto ore chiuso per ore nella sala di attesa della stazione di Ventimiglia; I., dal Sudan, ha provato a passare il confine otto volte, ma è stato sempre respinto. La sua fidanzata è incinta di tre mesi. Diversi gli episodi di violenza riportati dai migranti ad opera degli agenti della polizia francese: pare, addirittura, che un ragazzo sia stato spinto giù dagli scogli, subendo la frattura di una vertebra. Lo testimonia il medico Antonio Curotto, dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta, che riferisce di aver personalmente prescritto un busto ortopedico al ragazzo, respinto dal Pronto Soccorso per mancanza di posti.

    L’Europa dei Diritti e della Memoria

    I riflettori mediatici si accendono e si spengono molto velocemente ma la situazione umanitaria si fa sempre più grave e pressante. Una situazione paradossale che pone in evidenza tutte le contraddizioni e le inefficienze di un sistema di accoglienza che semplicemente non esiste.
    La situazione di Ventimiglia è sintomatica di quanto stia succedendo nel Mondo: popoli africani e asiatici, oppressi da guerre, dittature e povertà che si mettono in cammino nella speranza di trovare l’Europa dei Diritti e della Memoria e che, invece, si trovano a essere illegali, clandestini, vessati da un dispiegamento burocratico e normativo caotico e contraddittorio, quanto disumanizzante e discriminatorio. Ancora una volta, quindi, dovremmo interrogarci sull’ampiezza e le radici di certi fenomeni e su quanto piccola e corta sia la nostra memoria collettiva.

    Ilaria Bucca

  • Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Festival-Suq-a-Genova-il-mercato-foto-S.Losso_Giovedì 16 giugno parte la diciottesima edizione del Suq Festival. Quella di quest’anno sarà una manifestazione che dimostra la maturità dell’evento, la maggiore età. “Generazioni memoria e futuro” è il tema su cui si basa il festival 2016. Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, ha incontrato Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, che ha raccontato le idee alla base di questa edizione e le non poche difficoltà a portare avanti un progetto del genere: «Il Suq rappresenta un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi. E’ un punto da cui partire per riflettere su quello che sarà. Cominciando dalla storia, analizzando gli avvenimenti di attualità cerchiamo di costruire un futuro migliore».

    Non a caso il Suq è il teatro del dialogo, patrocinato dall’Unesco, Commissione nazionale Italiana, dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sostenuto dal MiBACT e best practice d’Europa, l’unico festival del genere in Italia, capace di unire lingue, culture, provenienze.

    Quest’anno sono 35 i paesi che portano all’interno del gran bazar scenografico parte della propria cultura, chi con l’arte, chi con la gastronomia, chi con l’artigianato. In programma in questa edizione, la stagione teatrale più ricca e interessante che mai: musica, arte e spettacoli per un totale di 100 eventi. Moltissimi palcoscenici, con la novità della Terrazza del Museo Luzzati, poi tavolate conviviali, meticciati sonori, testimoni illustri, laboratori, buone pratiche per l’ambiente, il bazar dei popoli, con una rete eccezionale di ristoratori, artigiani, associazioni che fanno vivere il Suq ogni giorno.

    L’obiettivo comune a tutti gli eventi di quest’anno è di far riflettere sull’attualità: «Parleremo dei temi moderni – aggiunge Peirolero – come l’immigrazione, ricordando quando eravamo noi a emigrare e a inserirci in altri paesi, approfondiremo il tema della figura della donna, di come è cambiata negli anni, in molti, ma non in tutte le parti del mondo».

    Il festival, anche quest’anno, rappresenterà l’inizio dell’estate e sarà un momento di festa e divertimento per Genova, ma soprattutto il teatro del dialogo tra le differenze. «Il Suq è stato spesso etichettato come la festa del folklore, che è sicuramente una parte importante della cultura – conclude Peirolero – ma quest’anno vogliamo che cambi aspetto. Sarà cresciuto e maturo».

    I tagli e le non risposte delle istituzioni

    Integrazione delle fasce più deboli, dialogo tra le diversità, più cultura accessibile a tutti per un segnale forte verso l’inclusione sociale, sono alcuni degli obiettivi che il Suq vuole raggiungere e sono anche gli slogan ripetuti più volte dalle istituzioni. Eppure i due punti di vista sembrano non convergere nei fatti. La Regione Liguria quest’anno ha tagliato 20 mila euro per le attività formative, portate avanti da sette anni con successo dagli artisti del Suq. Il finanziamento al progetto “Intercultura va a Scuola” quest’anno è stato sospeso. «I laboratori teatrali, gli incontri e le lezioni in Istituti con classi problematiche, le conferenze-spettacolo – sostiene Peirolero – che rappresentano solo una parte del programma “Intercultura va a Scuola”, hanno dimostrato che le differenze in arte sono un valore e che l’ascolto e la relazione si possono imparare con il teatro e la musica. In alcuni casi, un antidoto alla dispersione scolastica, di cui ci si cruccia senza però salvare quelle attività che è dimostrato possono offrire un aiuto». Da gennaio a giugno, dal 2009 a oggi, più di 5.000 studenti sono stati coinvolti su tutto il territorio ligure, dalla Spezia a Imperia. «E’ stato compromesso un patrimonio di esperienze, che educava nella pratica, grazie alla multietnicità della Compagnia del Suq, all’incontro tra i popoli e al rifiuto delle discriminazioni».

    Le divergenze tra istituzioni e Suq non finiscono qui. Anche per la manifestazione estiva, la Regione ha tirato la cinghia, o meglio, alle soglie della festa d’inaugurazione non ha ancora fatto sapere nulla riguardo i finanziamenti: «Non abbiamo avuto nessuna risposta dei 30 mila euro richiesti per l’evento» «Il silenzio – prosegue – rischia di mettere i bastoni tra le ruote a una realtà che funziona. Un evento che è riconosciuto a livello europeo e ministeriale dovrebbe avere più certezze». Per ottenere i finanziamenti regionali, il 10% del costo complessivo, il Suq, quest’anno, ha partecipato al bando “Grandi Eventi”, bando in cui convergono tutte le attività della Liguria.

    Anche il Comune in tema di sponsorizzazioni non si pronuncia. Nonostante il Suq sia una grande opportunità per Genova, portando 70 mila visitatori in 10 giorni, l’assessorato alla cultura non ha messo a disposizione nemmeno un euro. «Lo sponsor quest’anno è direttamente Iren – ricorda la direttrice – ed è curioso che il Suq non venga messo a bilancio in Comune. Non siamo così importanti?».

    I numeri del Suq

    Il Festival Suq è una manifestazione complessa, articolata, un evento organizzato, reso fattibile, coordinato e seguito da un team che, sotto data, conta fino a 53 persone. Dietro le quinte, o meglio dietro tendoni del gran bazar, lavorano tutto l’anno 3 soci fondatori, 11 ordinari e 600 soci sostenitori, il cuore che anima il Suq da 18 anni. «Lavoriamo costantemente tutto l’anno – racconta Peirolero – chi a tempo pieno, chi mezza giornata, ma tutti mettiamo passione e dedizione per questo progetto». Il costo complessivo del Suq, valutato dagli esperti in 700 mila euro, il triplo di quello sostenuto in questa edizione, è coperto per l’80% dagli sponsor, dalle quote associative, eppure la manifestazione continua a essere quasi totalmente gratuita, solo gli spettacoli hanno un costo di 5 euro, oltre naturalmente ai banchetti.

    Un patrimonio per la città e un presidio di quell’interculturalità vivace e festosa di cui mai come oggi abbiamo bisogno. Forse, varrebbe la pena considerare meglio quello che è stato e quello che accade, quello che sarà e quello che potrebbe non essere più.

    Elisabetta Cantalini

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò

  • Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    Violenza di genere, la nazionalità non conta. Intervista a Edith Ferrari, psicologa peruviana al Galliera

    edith-ferrariIn molte libere professioni l’ostacolo per l’affermazione professionale dei cittadini stranieri è rappresentato dal riconoscimento dei titoli accademici conseguiti nel paese di origine. La storia di Edith Ferrari, psicologa e psicoterapeuta residente a Genova dal 1991, nata in Perù da padre di origine italiana, e attualmente presidente del Colidolat (Coordinamento ligure donne latinoamericane), ci parla di un percorso a ostacoli costellato da studi universitari che è stata costretta a riprendere quasi da capo, dalla necessità di spostarsi per lezioni ed esami in una città diversa da quella di residenza e dalla difficoltà di trovare gli impieghi temporanei necessari per sostenere i costi del percorso di studi.
    Ora ha raggiunto il suo obiettivo professionale e opera nella nostra città come psicologa/psicoterapeuta libera professionista, collabora con la Casa circondariale di Pontedecimo e con l’ospedale Galliera nell’ambito del progetto SOSstegno Donna, dedicato alla cura e all’assistenza delle persone vittime di maltrattamento relazionale che accedono al pronto soccorso. In passato si è occupata dell’inclusione scolastica degli alunni di origine straniera.

    Grazie alla sua esperienza, in questa seconda puntata di “Nuovi genovesi” ci soffermeremo sul tema del contrasto alla violenza relazionale e, in particolare, alla intimate partner violence (violenza sulle donne ad opera del partner). Un fenomeno strutturalmente e storicamente sommerso, spesso confinato tra il segreto di mura private, tanto che correntemente viene utilizzata l’espressione “violenza domestica”, e che solo recentemente sta iniziando a emergere in maniera più significativa.
    Ribaltando un radicato stereotipo che rappresenta l’aggressore come lo sconosciuto per eccellenza, la stragrande maggioranza degli autori di violenza relazionale sono mariti o ex mariti, conviventi (o ex), fidanzati (o ex). Il senso comune (e molte analisi superficiali o strumentali) correlano la violenza di genere all’origine geografica, alla confessione religiosa, al disagio economico-sociale o a un mix di questi fattori; non è infrequente chi lega direttamente l’apparente aumento delle violenze sulle donne (che potrebbe essere dovuto invece a una maggiore emersione) all’accresciuta presenza di immigrati e residenti di origine straniera.
    La testimonianza di Edith ci racconta una realtà diversa, una realtà assolutamente trasversale.
    Non esistono rilevanti differenze di origine geografica, istruzione e posizione sociale fra gli aggressori e simile è la tipologia delle violenze inflitte; solo, in alcuni contesti o culture, le donne possono tendere a sopportare di più la violenza relazionale.
    La presenza di una professionista di origine straniera e bilingue, che ha vissuto personalmente l’esperienza migratoria e che può comunicare in maniera immediata con donne della comunità linguistica ispanofona, la più diffusa a Genova, si è dimostrata un valore aggiunto per aumentare la consapevolezza delle donne immigrate rispetto al fenomeno della violenza relazionale e a renderla sempre meno tollerata e sopportata dalle donne stesse e dalla sensibilità pubblica.

    Quando sei arrivata in Italia eri già in possesso di una laurea. Che percorso hai dovuto fare per vedere riconosciuto il tuo e l’esercizio della professione di psicologa?
    «Mi sono laureata in Psicologia clinica in Perù nel 1990 e abito in Italia dal 1991. Mi sono re-iscritta a psicologia nel 1992 e mi sono laureata in un’università italiana nel 1995! I miei studi precedenti sono stati riconosciuti solo parzialmente, ho dovuto reiscrivermi all’Università e frequentare il terzo, quarto e quinto anno. Mi sono dovuta spostare a Torino, perché allora a Genova non esisteva il corso di laurea in Psicologia. In seguito ho conseguito la specializzazione in psicoterapia ad indirizzo lacaniano all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma e un master in Criminologia all’Università di Genova nel 2012. Ci sono stati molti sacrifici: spostarsi in altre città, non tornare per molti anni in Perù, conciliare studi e vari lavori temporanei per sostenere le spese della laurea. Sono riuscita a farli perché sapevo che lo facevo per prendere la laurea, che non ero condannata a fare quel lavoro per sempre. Ora ho la fortuna di fare il mio mestiere, quello che ho scelto, di lavorare in quello che è mio! Il problema è che qui in Italia studiare costa molto. Io ho avuto una famiglia e un marito che mi hanno appoggiato, ma come potrebbe riuscire a laurearsi una persona sola e che deve mandare soldi alla famiglia? Laurearsi costa molto, in molti esami c’erano i libri scritti dai professori da comprare e gli ostacoli burocratici mettono a dura prova la voglia di farlo! Io ci sono riuscita perché lavoravo poche ore al giorno, avevo un marito, non avevo figli in Perù e i miei genitori non erano soli, non essendo l’unica figlia. E poi c’è tutta la vita degli affetti che per un immigrato è molto complicata, ed è una cosa che raramente il cittadino medio pensa. Se i miei genitori, o i miei figli, sono in Perù, non è che posso prendere il treno e andare a trovarli nel fine settimana».

    Per quanto riguarda l’iscrizione all’Ordine Professionale o la partecipazione a concorsi, hai avuto personalmente o sei a conoscenza di limitazioni di accesso legate al possesso della cittadinanza italiana?
    «Personalmente ho la cittadinanza per famiglia, perché l’Italia riconosce l’ascendenza familiare fino alla terza generazione. Come cittadina italiana, ho partecipato a concorsi per incarichi a tempo determinato e a progetto, nei quali era richiesto essere residenti, regolarmente soggiornanti in Italia e a posto coi documenti, ma non mi risulta che ci fosse il requisito della cittadinanza.
    Nel mio caso il problema ha riguardato non l’iscrizione all’ordine professionale, ma il riconoscimento degli studi e della laurea. Gli Stati Uniti, che riconoscono le lauree acquisite all’estero senza problemi, sono più furbi…si trovano molti professionisti qualificati sul territorio senza dover fare grossi investimenti».

    Le statistiche sulla violenza domestica vedono la Liguria fra le regioni italiane con un maggior tasso di ”vittimizzazione” per violenza fisica. Ci illustri brevemente la tua esperienza e le caratteristiche del tuo lavoro presso l’ospedale Galliera?
    «Qua arrivano le vittime di violenza domestica, fisica, psicologica ed economica. A volte in modo spontaneo, a volte accompagnate dalle Forze dell’Ordine. A tutte le donne che arrivano, noi offriamo un ciclo di incontri gratuiti e dopo dobbiamo passare i casi ai centri territoriali.
    E’ molto importante il lavoro degli infermieri del triage perché sono molti i casi di violenza mascherata, le classiche donne che affermano di essere “cadute”, le persone che arrivano con stati di ansia o panico, appelli che la persona fa perché non riesce a comunicare diversamente.
    Il nostro scopo è accompagnare queste persone alla consapevolezza, a mettere fine a una relazione mortifera che contribuiscono a tenere in piedi, quello che noi chiamiamo rettifica soggettiva.
    La denuncia, che è solo l’inizio, è destinata a decadere se non è accompagnata dalla ferrea consapevolezza della donna. Noi dobbiamo farle capire perché va ad incontrare sempre lo stesso tipo di persona. Nell’anamnesi di queste persone ricorrono gli incontri con uomini che le maltrattano; possono cambiare partner, ma è come se si innamorassero sempre della stessa persona. Se tu puoi dire di no, o dire di sì, perché dici sì? È questo che dobbiamo farle comprendere. In questa vita tutto ha un limite, ma per alcune donne questo limite non esiste».

    Qual è l’incidenza percentuale delle donne straniere rispetto agli accessi al pronto soccorso?
    «Il 60% dell’utenza femminile è composta da italiane e il 40% da straniere. La maggioranza è di origine sudamericana, la comunità a Genova più numerosa. Nella tipologia di maltrattamenti, non ci sono grandi differenze tra straniere e italiane, non prevale in un gruppo la violenza fisica piuttosto che quella psicologica. Per alcuni versi, la donna immigrata è più vulnerabile per tutte le questioni legate al soggiorno e ai documenti».

    La violenza domestica e sulle donne nelle sue diverse forme è trasversale o ci sono picchi specifici legati alle differenze culturali o al disagio sociale ed economico?
    «La violenza è un fenomeno assolutamente trasversale. Qua arrivano donne italiane e straniere, arrivano donne laureate, con un lavoro, economicamente autonome che potrebbero cavarsela da sole. Noi vediamo una gamma completa di posizioni socioculturali ed economiche, sia tra le straniere che tra le italiane. Nella maggioranza dei casi, i maltrattamenti durano da anni, sono pochissime le persone che vengono al pronto soccorso la prima volta che il partner le ha picchiate. In questi anni molte donne provenienti da culture nelle quali il fenomeno della violenza è più sopportato cominciano a prendere coscienza che tutto ha un limite, e questo è un fatto per noi assolutamente positivo».

    La presenza di una psicologa di origine straniera e bilingue può essere utile per incoraggiare le donne straniere a ricorrere a questo servizio e intraprendere un percorso di consapevolezza e emancipazione dalla violenza?
    «Sì, certamente è un valore aggiunto. L’ospedale Galliera è in questo momento l’unico a offrire un servizio del genere e l’unico a contare su una psicologa e psicoterapeuta bilingue. Non ce ne sono molte in Liguria e in generale in Italia. Personalmente mi è stato utilissimo il corso di mediazione culturale attivato a Genova nel 1995, uno dei primi in Italia. Per certi tipi di quadri clinici è importante non solo la laurea, la formazione, l’esperienza, ma soprattutto il lavoro su se stessi. Chi lavora con sex offenders, donne maltrattate, rifugiati e richiedenti asilo che venendo qua hanno perso tutto e spesso subito violenza fisica e psicologica (fra di loro ci sono molte donne che sono state violentate) si confronta con sofferenze molto profonde. Puoi avere tutte le lauree di questo mondo ma, se non hai fatto un lavoro su te stesso, rischi il burnout. Essere psicologa e straniera ha implicato investimento sulla mia formazione e un lavoro su me stessa non da poco».

     Hai lavorato per molti anni come psicologa in progetti nel mondo della scuola: come valuti l’evoluzione del rapporto fra la scuola italiana e le giovani generazioni di origine straniera nell’ultimo decennio?
    «I figli degli stranieri nati in Italia o arrivati nell’età della materna sono più agevolati, strutturati mentalmente e capiscono benissimo la logica italiana. Chi è arrivato a 9/10 anni o in età adolescenziale, ha più problemi e su di loro c’è attenzione insufficiente; molti hanno anche smesso di studiare. Si rischia di avere una generazione semi-analfabeta nella propria lingua madre, ma anche in italiano, perché non leggono. Questo non è un danno solo per lo straniero, può essere un boomerang per quel paese che lo consente, un danno per tutta la società.
    Con la crisi, molte famiglie, soprattutto sudamericane, con figli adolescenti arrivati qua a 6 o 7 anni, sono state costrette dalla perdita di lavoro e della casa a tornare nel paese d’origine. E’ stata una generazione molto provata da tutti questi cambi di colori, di odori, di clima, che possono essere molto destabilizzanti per una ragazzina o un ragazzino.
    In un passato recente, molte scuole di “barriera” erano attive con iniziative e progetti, avevano a disposizione un budget in più per attivare laboratori e attività dedicate, molti progetti erano coordinati dal Centro risorse alunni stranieri, io stessa ho lavorato come psicologa in sportelli pagati direttamente dalle scuole, tramite fondi canalizzati. Negli ultimi anni, ho notato un’evoluzione in senso regressivo e uno scarso riconoscimento, non solo economico, del lavoro degli insegnanti.
    Nel mio lavoro ho conosciuto molti docenti che avevano l’umanità, l’elasticità mentale di mettersi in gioco, di capire che se il modo in cui ho insegnato finora mi serviva, ora non mi serve più, perché il target è cambiato. È molto più facile dire: è lui che non capisce che chiedersi “come posso fare io per farmi capire?”».


    Andrea Macciò

  • Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    Ventimiglia, domenica pomeriggio lo sgombero dei migranti. Ballerini: “Senza interprete, espulsione non valida”

    carabinieri antisommossa ventimigliaGiornate convulse a Ventimiglia: la “questione Migranti” sta prendendo in queste ore una dimensione nazionale. Dopo l’auto-sospensione dal Pd del sindaco Enrico Ioculano, oggi la firma dell’ordinanza che predispone lo sgombero del campo sul Roja; il documento, notificato alle 13 di oggi, prevede 48 ore di tempo per liberare l’area. Dopo poche ore la prefettura di Ventimiglia, attraverso un comunicato stampa, fa sapere che “qualora non venissero rispettate le prescrizioni sindacali, si darà corso con immediatezza al piano di allontanamento e trasferimento in apposite strutture dei migranti”. Che, visto l’assenza di centri di accoglienza in loco, vorrebbe dire il ricollocamento coatto dei circa 200 migranti in strutture di accoglienza e identificazione sparse sul territorio italiano, come già avvenuto in precedenza a seguito della visita in loco del Ministro dell’Interno Angelino Alfano.

    Il quadro politico

    La questione migranti, inoltre, ha aperto una crisi politica che travalica i confini del comune ligure e della nostra regione. Ieri l’auto-sospensione dal Partito democratico da parte del sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha smosso le acque: «Nonostante le nostre continue richieste – commenta il primo cittadino – da Roma non è arrivata nessuna risposta. Il mio gesto, mio e dei consiglieri compagni di partito, vuole essere un segnale per far capire che così non possiamo andare avanti, perché è a rischio la salute stessa dei migranti e l’incolumità dei cittadini». Le dimissioni dall’incarico, invece, non sono mai state prese in considerazione: «La solidarietà del Pd Ligure si è fatta sentire – prosegue Ioculano – e mi ha incoraggiato a dare continuità alla amministrazione, soprattutto in una fase di emergenza come questa».

    Anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, è tornato sulla questione, ricordando come il “piano Alfano” prevedesse tre step: «Il primo – come riporta l’agenzia Dire – era la chiusura del centro accoglienza, uno scandalo nel cuore della città; il secondo doveva provvedere ad un dislocamento diverso dei migranti presenti; il terzo passaggio avrebbe dovuto garantire controlli su treni e strade in modo tale che su Ventimiglia si alleggerisse il tema dei migranti. Spero che il problema possa essere risolto nelle prossime ore, altrimenti saremmo costretti a dire che le cose non hanno ancora una volta non funzionato». Sulle polemiche sollevate dalla Lega Nord, che puntavano il dito sulla presenza del presidente della Regione alla “passerella elettorale” del ministro Alfano, Toti risponde ammettendo che: «Rixi mi aveva sconsigliato di andare, ma ritengo sia un dovere del presidente della Regione andare a informarsi e vedere che cosa succede se il ministro dell’Interno viene sul proprio territorio. Mi auguro che per una volta il governo colga il grido di dolore di una città e di una regione e si comporti efficacemente di conseguenza».

    La situazione al campo

    Nonostante la notizia dell’ordinanza, nell’insediamento informale sul fiume Roja la situazione, al momento, sembra essere tranquilla: al campo i migranti continuano con le loro solite attività. Le persone accampate lungo il fiume con l’aiuto di alcuni solidali hanno costruito una cucina da campo. Sotto a un tendone di plastica sono stati posizionati due bracieri, pentole e altri utensili. In mattinata si è fatto vedere per una breve visita anche il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, senza rilasciare commenti alla stampa.

    Alcuni ragazzi chiedono assistenza ai medici volontari accorsi per prestare aiuto; uno di questi, genovese, che ci ha chiesto l’anonimato, racconta che spesso le visite sono anche momenti di testimonianza: un ragazzo sudanese di 25 anni, infatti, gli ha riportato di essere stato sorpreso dalla polizia francese al di là del confine, e quindi riconsegnato alle autorità italiane. Durante il fermo in caserma, pare abbia subito percosse tali da lesionargli il timpano: il trauma è stato refertato da Antonio Curotto, dottore della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, ai medici del Pronto Soccorso di San Remo. Un ragazzo eritreo, in coda per farsi medicare la caviglia slogata, racconta di aver pagato il viaggio sul barcone verso l’Italia 1500 euro, e di aver lavorato cinque anni in Libia per raccimolare quella cifra. Se dovesse essere espulso, tutto sarebbe perduto.

    Emergenza, confusione e diritti

    notifica ordinanzaCome abbiamo visto, la gestione della situazione appare confusa e spesso lasciata all’arbitrio di chi deve poi gestirla nei fatti. Alessandra Ballerini, avvocato che da anni si occupa di diritti umani e migranti sottolinea come l’applicazione delle più basilari norme di diritto sia continuamente in balìa della volontà dei singoli: «Ai migranti non viene spiegato che hanno la possibilità di fare domanda di asilo – ci racconta  l’avvocato – e il decreto di espulsione, redatto in francese, inglese e italiano, non viene tradotto nella loro lingua, che spesso è solo l’arabo». Un difetto di forma, quello dell’assenza di un interprete, che è una causa invalidante del procedimento stesso. 

    L’ultimatum dello sgombero

    A partire dalle 13 di oggi sono scattate le 48 ore entro le quali le zone occupate dovranno essere liberate. Scaduto il termine, la Prefettura ha già chiarito che ci sarà un immediato sgombero coatto. Nelle prossime ore, quindi, la tensione è destinata a salire. Molte sono le questioni aperte, soprattutto una, della quale nessuno sembra poterne trovare la giusta soluzione: che cosa ne sarà di queste persone?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    Ventimiglia, notificato lo sgombero ai migranti sul fiume Roja. C’è tempo fino alle 13 di domenica

    notifica ordinanzaDopo la movimentata giornata politica di ieri, durante la quale il sindaco di Ventimiglia si è autosospeso dal Partito democratico insieme con altri undici tra assessori e consiglieri, oggi la notizia dell’ordinanza di sgombero delle aree utilizzate come campo informale da parte di quasi 200 migranti: l’accampamento sulle sponde del fiume Roja, all’altezza del cavalcavia dell’autostrada, e alcuni ricoveri di fortuna nei pressi della stazione ferroviaria.

    Alla pubblicazione del provvedimento ha fatto seguito la notifica, tramite affissione di avvisi pubblici su transenne collocate in loco: l’ultimatum di 48 ore, disposto per liberare le zone in questione, scadrà quindi alle 13 di domenica 29 maggio.

  • Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    Ventimiglia, il campo informale tra emergenza sanitaria e diritto alla salute

    migranti-ventimiglia-campo-improvvisatoDopo l’attuazione del piano Alfano, non potendo più dormire in spiaggia, un centinaio di migranti ha trovato riparo sotto al ponte dell’autostrada, lungo il fiume Roya, a Ventimiglia; meno di una decina di tende, un accampamento piccolo, ma destinato a crescere, stando alle previsioni per la prossima estate. Un posto che solo il rispetto nei confronti di queste persone, che lottano perché la loro dignità di esseri umani sia riconosciuta, impedisce di definire squallido. Mentre nei palazzi si discute sul come gestire l’emergenza migranti, Era Superba è andata a verificare e documentare quello che sta succedendo in uno dei tanti luoghi di confine fra legalità e clandestinità che stanno sorgendo nel nostro Paese.

    I migranti, per paura di possibili ripercussioni, lasciano malvolentieri l’accampamento. Mangiano una volta al giorno il pasto della Caritas e dormono per terra, sui sassi, perché le tende non bastano per tutti. Alcuni abitanti del quartiere si fermano a osservare dalla strada, ma non si avvicinano. Ci sono alcuni solidali che cercano di aiutare, organizzando distribuzioni di cibo, di vestiti e di coperte, e accompagnando chi ha bisogno al Pronto Soccorso. Fra i pochi italiani che incontriamo, un giovane medico di Torino, che ha deciso di trascorrere una giornata all’accampamento per visitare chi ha bisogno di cure: si tratta per lo più di ragazzi con disturbi poco gravi, problemi gastrici legati alla cattiva alimentazione o influenze e raffreddori dovuti al clima freddo. C’è anche qualcuno che lamenta dolori alle articolazioni, raccontando di percosse subite da alcuni agenti di polizia.

    Anche il dottor Antonio Curotto e la dottoressa Amelia Chiara Trombetta, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni (SIMM), hanno visitato l’accampamento. Anche se in Italia gli stranieri hanno diritto all’assistenza del Servizio Sanitario Nazionale, chi non ha presentato la richiesta d’asilo ha solo una tessera per straniero temporaneamente residente (Tsp), che dà diritto alle cure e all’assistenza a malattie croniche. La dottoressa ci spiega anche che la SIMM si batte perché gli stranieri in transito abbiano gli stessi servizi di tutte e altre categorie, anche perché il “transito” di queste persone copre un periodo di tempo lungo e il viaggio da cui sono reduci è traumatico. In Italia non esiste un regolamento che affronti questa emergenza: la situazione è variegata e solo alcuni ospedali si sono dotati di Uffici per stranieri, gestiti da volontari. «I medici del pronto soccorso – afferma la dottoressa – non possono rifiutarsi di curare gli stranieri. Qualche anno fa era stato paventato da parte del governo l’obbligo di denuncia degli irregolari, provvedimento osteggiato dai vari ordini nazionali di categoria: la norma non venne successivamente approvata ma provocò comunque un crollo di accessi al Pronto Soccorso». Tuttavia, il servizio di pronto soccorso non risulta essere adeguato a una situazione del genere: la Asl locale dovrebbe farsi carico di quella che Trombetta definisce come una «piccola emergenza sanitaria: le persone vivono in situazioni precarie, esposte all’umidità del luogo e alle intemperie, non possono cambiarsi i vestiti, cosa grave nel caso in cui si diffondessero infezioni. Sono molto probabili le infezioni semplici, per esempio alle vie urinarie, per l’assenza di bagni, e l’eventuale contagio di altre già in atto e derivanti dal viaggio. Ci sono ragazzi, madri, bambini a cui noi impediamo il movimento e non garantiamo il diritto alla prevenzione e alla protezione della salute, che è garantito e tutelato non solo dalle leggi nazionali, ma dalle normative comunitarie e dall’ONU. Le istituzioni europee parlano della salute come di un diritto fondamentale, i parametri determinanti il livello di salute sono l’abitazione, l’acqua, l’accesso alle cure e alle infrastrutture: queste persone non hanno, o quasi, accesso a nessuna di queste cose».

    I migranti che si trovano all’accampamento sono per lo più uomini, si contano meno di una decina di donne e due bambini piccoli. Tra loro sono presenti due famiglie: un papà e una mamma eritrei, con un piccolo di 9 mesi, e tre sorelle, una delle quali incinta, accompagnate dal marito di una di loro e dalla loro bambina di un mese. Si tratta in prevalenza di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana: per attraversare il deserto, raccontano, hanno dovuto pagare dei passeur e dopo una settimana, o più, di viaggio in jeep, sono arrivati in Libia, dove li attendeva la prigione. Clandestini e senza documenti, vengono trattenuti in carcere per un anno: raccontano di percosse e maltrattamenti dei secondini locali. Una volta fuori, ricominciano il viaggio: ancora passeur e ancora denaro per attraversare il Mediterraneo e arrivare in Italia.

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Tra le storie più commoventi, quella di R. un ragazzo pakistano di 30 anni: partito per la prima volta dalla regione di Sialkot nel 2007 e sbarcato a Lampedusa. Dopo il suo trasferimento a Crotone e il respingimento della domanda di asilo, ha ricevuto il foglio di via ed è stato rimpatriato. Ma non si è arreso: nel 2015 è partito di nuovo per andare in Libia e, da lì, con un barcone, in Sardegna. Dopo un altro diniego di asilo, è stato incarcerato a Oristano: 6 mesi e 15 giorni di cui non ha voluto raccontare nulla, se non che in carcere non gli era concesso telefonare e che lavorava 4 ore al giorno, 6 giorni alla settimana per 212,12 euro mensili. Ci ha mostrato una foto, fatta in occasione della prima identificazione: sulla fototessera, si vede un ragazzo giovane, con i capelli folti, lo sguardo fiero. L’uomo che ci siamo trovati davanti è dieci anni più vecchio e soprattutto stanco, triste e spaventato.

    La gestione sanitaria in essere, o meglio, questa “non gestione” da parte delle istituzioni che abbiamo documentato, nell’immediato futuro potrebbe portare a conseguenze gravi, soprattutto se le previsioni numeriche dei flussi migratori dell’estate oramai alle porte si concretizzassero. L’assenza delle istituzioni mette centinaia di persone a serio rischio, negando di fatto il diritto alla salute; in questi accampamenti, e in tutta l’enorme questione dei migranti, sempre meno si riesce a riconoscere quell’Europa dei diritti di cui crediamo di fare parte.


    Ilaria Bucca

  • Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Ventimiglia, l’emergenza umanitaria continua. E la solidarietà ai migranti è sempre più difficile

    Bourbon Argos Rescue August 2015Giovedì 12 maggio, 50 stranieri irregolari, bloccati a Ventimiglia, sono stati trasportati in pullman a Genova, dove li ha attesi un volo charter, un aereo delle Poste, per il trasferimento coatto verso altri centri di identificazione. L’aeroporto è stato blindato per ore dalle forze dell’ordine. Sabato scorso il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, aveva visitato il comune ligure, annunciando la chiusura del centro di accoglienza della Croce Rossa di piazza Cesare Battisti e il trasferimento forzato degli stranieri che vivono nella città frontaliera. Il piano del ministro si è concretizzato nel dispiegamento di 60 uomini della polizia e altrettanti dell’esercito, che si sono aggiunti alle forze dell’ordine già presenti sul territorio. La soluzione per risolvere l’emergenza che Alfano ha annunciato è già, quindi, in atto: nei giorni scorsi, i controlli della polizia si sono intensificati e, stando alle testimonianze di alcuni attivisti, anche i maltrattamenti. Un deciso colpo di spugna per cercare di risolvere la “questione migranti”: l’allontanamento coatto permette, forse, di nascondere il problema ma, di certo, non lo risolve. Ancora una volta a pagarne le conseguenze sono i migranti. Si moltiplicano i tentativi disperati di passare il confine: martedì pomeriggio scorso, 40 persone hanno bloccato la ferrovia nei pressi del confine con la Francia, tentando di attraversarla in pieno giorno. Mercoledì mattina, gli agenti si sono recati sulla spiaggia di Ventimiglia per “sgomberare” un gruppo di stranieri che si era spontaneamente ritrovato sull’arenile per condividere qualche coperta e trovare riparo dal freddo notturno; secondo alcuni testimoni questo episodio avrebbe generato violenze: pare addirittura che un ragazzo eritreo, dopo aver subito percosse, abbia tentato di suicidarsi impiccandosi a un cavo elettrico. Secondo il ministro Alfano, questa è la fine dell’emergenza. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo sembra l’inizio di una tragedia ancora più grande.

    L’ordinanza Ioculano

    I fatti di questi giorni si inseriscono in un contesto che va avanti da mesi, complicato da un quadro normativo locale che non ha precedenti: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, già nel luglio scorso aveva vietato ai cittadini la distribuzione di cibo ai migranti. L’ordinanza 120/2015, “Divieto di somministrazione cibi nelle aree pubbliche ospitanti i migranti da parte di persone non autorizzate”, in vigore dal 2 luglio 2015, prevede che le persone non autorizzate, e quindi non in possesso dei requisiti igienico-sanitari, non possono dare da mangiare ai clandestini. Il provvedimento sottolinea che è la Croce Rossa ad essere incaricata della distribuzione di alimenti e considera anche che le alte temperature estive potrebbero danneggiare i cibi.

    Abbiamo cercato di capire il funzionamento e la reale applicazione dell’ordinanza andando direttamente in loco. Alcuni giorni fa, abbiamo assistito a Ventimiglia a una distribuzione di cibo, organizzata da alcuni cittadini della zona che, senza striscioni né forme di presidio permanente, stavano portando un po’ di riso bollito, verdure e cous cous ai migranti sulla spiaggia. L’intervento delle forze dell’ordine non si è fatto attendere e si è concretizzato con l’identificazione dei presenti. Due agenti hanno provato a illustrare la ratio della norma: si tratta, dicevano, di un problema igienico-sanitario che ha a che fare con il pericolo botulino, derivante dalla possibile mal conservazione degli alimenti. I poliziotti si sono appuntati i nomi di tutti i presenti (anche il nostro) e, successivamente, hanno trasmesso i dati alla centrale per un controllo. Gli identificati erano abitanti del Comune di Ventimiglia o di paesi limitrofi che portano, quando riescono, qualche pasto caldo o qualche alimento preconfezionato alle persone in spiaggia o alla stazione. Non temono la multa, perché, di fatto, è impossibile prenderla. L’ordinanza sindacale è fatta rispettare “solo” attraverso i controlli e le identificazioni da parte delle forze dell’ordine. È stato proprio uno dei due agenti a rimarcare il fatto quando gli veniva chiesto il perché non fossero state elevate sanzioni amministrative: «Noi non facciamo le multe, facciamo i fogli di via». In realtà, le misure sono più blande e si limitano, appunto, alle identificazioni, anche ripetute: uno degli attivisti presenti, infatti, era la sesta volta che finiva nella lista dei “cattivi”.

    Niente impronte, niente cibo

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceL’ordinanza è entrata in vigore l’estate scorsa, quando sulla spiaggia di Ventimiglia sorgeva ancora il presidio spontaneo nato dall’occupazione degli scogli da parte dei migranti, simbolo delle manifestazioni “No Borders”. All’epoca, questo provvedimento impediva agli attivisti di distribuire alimenti ai clandestini accampati sulla spiaggia, con il chiaro intento di arginare il fenomeno dell’occupazione e limitare i contatti fra la popolazione italiana e gli stranieri. L’ordinanza oggi rischia di ridurre alla fame le decine di persone che non ricevono i pasti dalla Croce Rossa ma solo un parco rancio della Caritas che, fino a qualche giorno fa, consisteva in quattro biscotti, una mela e una scatoletta di tonno, decisamente insufficienti a soddisfare le esigenze nutritive giornaliere di un adulto. La Croce Rossa, infatti, distribuisce i viveri solo ai migranti che sono stati già identificati. Chi si trova in strada, invece, rifiuta di fornire le proprie generalità, altrimenti non potrebbe più lasciare l’Italia. Lo dice il regolamento di Dublino, in vigore dal luglio del 2013, che impone agli immigrati di rimanere nel paese in cui vengono identificati: in altre parole, una volta forniti i propri dati, si deve attendere in Italia il giudizio della Commissione che si pronuncia sul permesso di soggiorno o sull’eventuale richiesta d’asilo. Ma l’obiettivo di molti, come è noto, è oltrepassare il confine con la Francia e, in alcuni casi, di andare in Inghilterra. Inoltre, non sono pochi i “clandestini” che dicono di non voler rimanere in un paese, il nostro, che potrebbe offrire loro un’accoglienza solo sommaria, in attesa di ricevere i documenti regolari che non sempre arriveranno. Peraltro, se tutti i migranti fossero identificati, il sistema di accoglienza italiano collasserebbe, come testimonia la ricerca di Medici Senza Frontiere, presentata pochi giorni fa a Genova.

    Solidarietà e attivismo come via d’uscita

    «L’attivismo è la soluzione». Questa è stata la conclusione di Giuseppe De Mola, il civil society officer di Medici Senza Frontiere, che sabato 7 maggio ha presentato a Palazzo Ducale “Fuori Campo”, il dossier sugli accampamenti informali che, in Italia, ospitano circa 10 mila immigrati rimasti fuori dal sistema di accoglienza. Secondo le stime di Msf, stando così le cose, nel corso della prossima estate sarà possibile sfamare e accogliere queste persone solo con l’aiuto di cittadini e associazioni di volontari. Le previsioni della ong sono state estese a Ventimiglia, dove, sempre secondo De Mola, si dovrà far fronte all’arrivo di un numero massiccio di migranti: un appello alla cittadinanza per nulla velato.

    Nonostante l’opinione espressa dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, la situazione, quindi, appare sempre più come un’emergenza umanitaria destinata a peggiorare nelle prossime settimane. Nella cittadina ligure, a pochi chilometri dal confine francese, arrivano profughi africani e asiatici: sono sudanesi, senegalesi, nigeriani, siriani, pakistani e non solo, intenzionati a passare la frontiera a ogni costo. Ci provano in treno o in auto, o con l’aiuto, pagato caro, dei passeur; ma anche a piedi, di notte, lungo la ferrovia. Sono uomini, donne (alcune anche incinte) e bambini disperati e affamati, che in testa hanno solo la fuga. E, negli occhi, la paura.

    Ilaria Bucca

  • Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Ventimiglia, centro accoglienza in chiusura. Ma Mfs avverte: concreto rischio di crisi umanitaria

    Greenpeace and MSF - Lesvos, GreeceIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sabato in visita nel ponente ligure, ha annunciato l’imminente chiusura del Centro di Prima Accoglienza di Ventimiglia, aperto l’anno scorso per far fronte all’emergenza migranti. La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, e dal sindaco Enrico Ioculano, che considerano questa decisione una grande vittoria politica per il territorio e la popolazione.

    Tutto ciò succedeva mentre a Genova, a Palazzo Ducale, Medici Senza Frontiere presentava il dossier “Fuori Campo: una ricerca che ha studiato e documentato le centinaia di insediamenti informali sorti in tutto il paese, in risposta alla mancanza di strutture predisposte e alla inefficienza burocratica.
    I dati raccolti riguardano il 2015 ma oggi, con la chiusura della cosiddettaRotta Balcanica” e la paventata blindatura delle frontiere interne alla UE (vedi Brennero), il rischio è quello di una situazione decisamente peggiore: «Negli anni scorsi – spiega Giuseppe de Mola, civil society officer di Msf, e autore della ricerca – il sistema di accoglienza italiano ha “retto” solo perché i grandi flussi migratori passavano da un’altra parte. Oggi il contesto è diverso, e stando così le cose, si rischia il collasso».

    La “macchina” dell’accoglienza istituzionale, infatti, si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza.

    Le dimensioni del problema

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balia della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.
    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015«Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – sottolinea Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero e con la Francia, avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Alla luce di ciò, quindi, è facilmente presumibile che questa estate a Ventimiglia si presenti nuovamente una situazione complicata e, a livello umanitario, molto grave; la decisione di chiudere il CPA appare quindi in contrasto con quanto nella realtà stia succedendo.

    Medici Senza Frontiere non risponde ufficialmente e direttamente al ministro, ma l’occasione della presentazione di “Fuori Campo” permette una riflessione più allargata: «Risulta evidente – risponde De Mola – come non ci sia una vera progettazione e programmazione da parte delle istituzioni. Si continua a agire in emergenza e con decisioni prese senza uno studio di lungo periodo, senza una prospettiva basata sulla realtà». Le stesse istituzioni che non sono state in grado di proteggere chi aveva veramente bisogno: secondo i dati di Msf solo l’anno scorso oltre 5000 minori non accompagnati sono scomparsi dai centri, e nessuno sa che fine abbiano fatto.

    In altre parole, nei prossimi mesi l’Italia potrebbe essere raggiunta da molte, moltissime persone e, come ha concluso Giuseppe De Mola, «dobbiamo essere pronti al peggio».


    Nicola Giordanella

  • Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    Migranti, da emergenza a flusso strutturale. Ventimiglia a rischio nuova crisi umanitaria

    profughiIn occasione della due giorni di Medici Senza Frontiere a Palazzo Ducale, Giuseppe De Mola, civil society officer della ong, presenta la sua ricerca “Fuori Campo”: un rapporto condotto su base nazionale, che fotografa la situazione dei rifugiati che, nel nostro paese, risiedono e gravitano intorno ai cosiddetti insediamenti informali.

    Se da un lato, infatti, il sistema di accoglienza emergenziale ha predisposto una serie di strutture per garantire assistenza a chi scappa dal proprio paese raggiungendo l’Italia, dall’altro lato questa “macchina” si è rivelata inefficiente e quantitativamente inadeguata, rendendo in qualche modo necessarie delle alternative: dagli accampamenti spontanei alle forme più organizzate e autogestite di accoglienza, fuori dai meccanismi delle istituzioni.

    I numeri restituiscono la gravità della situazione: secondo il dossier di Msf, infatti, sarebbero circa 10.000 i richiedenti asilo e i rifugiati che nel nostro paese vivono in queste condizioni, in balìa della precarietà e della marginalità sociale, senza alcuna assistenza istituzionale e, quindi, con uno scarso accesso alle cure mediche, in decine di siti informali sorti spontaneamente su tutto il territorio nazionale.

    La causa principale di questa situazione è la mancanza di un sistema di accoglienza strutturato, ma non solo: il labirinto delle leggi italiane ed europee, con i suoi meccanismi e le sue tempistiche, complica la situazione. Lo illustra lo stesso De Mola, presentando ad Era Superba il suo lavoro: «La legge prevede che con la formalizzazione della domanda di asilo si ha diritto ad accedere al servizio di accoglienza, in attesa dell’eventuale riconoscimento. Non essendoci però le strutture adeguate, abbiamo verificato che questa formalizzazione viene appositamente ritardata, lasciando nel limbo il richiedente, che in qualche modo si organizza per sopravvivere». Il sistema, infatti, è saturo: solo nel 2015 sono arrivate circa 80.000 richieste di asilo, a fronte di 30.000 posti disponibili nelle strutture d’emergenza.

    Il quadro generale dei flussi migratori che attraversano il nostro paese parla di circa 150.000 persone che in qualche modo sono arrivate in Italia solo nel 2015. Siamo di fronte, quindi, a un vero e proprio esodo, che però non possiamo più derubricare come emergenza: «È dal 2010 che i flussi sono iniziati a crescere, portando alla situazione attuale in modo del tutto prevedibile – sottolinea De Mola – e i picchi sono stati a seguito dei grandi e noti stravolgimenti politici verificatisi in nord Africa, in Medio Oriente, dalle primavere arabe, alla caduta di Gheddafi, per arrivare alla guerra in Siria. Tutto ampiamente calcolabile».

    Negli insediamenti informali, però non ci sono solo persone in attesa della formalizzazione della richiesta di asilo, ma anche moltissimi migranti che dall’Italia vorrebbero solamente transitare, per poi raggiungere altri paesi europei: il problema, già da mesi al centro del dibattito comunitario, sta nel fatto che secondo le normative attualmente vigenti, nel paese dove si viene identificati, si deve rimanere in attesa che la burocrazia faccia il suo lungo, interminabile giro. Questo ovviamente porta molte persone a evitare l’accoglienza “istituzionale”, cercando sistemazioni alternative.

    Negli scorsi anni, inoltre, sono state fatte scelte politiche che hanno in qualche modo contribuito a creare questa situazione: «La prima emergenza, iniziata nel 2012, è stata dichiarata finita dal governo nel 2013, portando quindi alla chiusura delle strutture: in questo modo circa 20.000 persone si sono ritrovate in mezzo alla strada e – continua l’incaricato di Msf – durante il nostro lavoro abbiamo incontrato moltissime persone che provengono da quei contesti».

    La procrastinazione dello stato emergenziale, inoltre, porta ulteriori problemi: le prefetture, in mancanza posti nelle strutture ordinarie, sono costrette ad attivare i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), allestendo appositamente edifici e immobili abbandonati o in disuso, dove vengono sistemati i migranti. In questi luoghi, ogni tipo di assistenza o servizio è in qualche modo delegato all’associazionismo, ai volontari e agli enti caritatevoli. Le istituzioni, per mancanza di risorse, quindi, letteralmente abbandonano al loro destino centinaia di migranti: questi, dopo un anno, sono tenuti a lasciare i centri, ritrovandosi sulla strada, senza aver fatto alcun tipo di percorso inclusivo o formativo.

    «Le previsioni per il prossimo futuro sono ancora peggiorative – conclude Giuseppe De Mola – la chiusura della “rotta balcanica” porterà nel nostro paese un flusso migratorio crescente, e, con la paventata chiusura delle frontiere del Brennero (e la probabile richiusura del confine con la Francia, come successo l’estate scorsa a Ventimiglia, ndr), avremo una situazione sicuramente ancora più difficile».

    Ventimiglia, verso una nuova crisi

    immigratiVentimiglia, appunto. In mattinata il ministro Angelino Alfano ha dichiarato che il centro di accoglienza verrà chiuso, chiudendo in questo modo l’emergenza profughi anche se la situazione nel comune frontaliero non si è mai risolta: moltissimi migranti sono ancora in attesa di poter passare la frontiera per proseguire il proprio viaggio, cercando di sopravvivere (perché di questo stiamo parlando) giorno per giorno, potendo contare solamente sull’aiuto e la solidarietà di volontari e attivisti. Medici Senza Frontiere, ad oggi, non ha fatto partire progetti specifici a Ventimiglia. Le previsioni, però, sono chiarissime: questa estate, il Comune rivierasco potrebbe diventare la “nostra Idomeni”. Per questo motivo è in essere un monitoraggio specifico da parte di Msf.

    Una situazione emergenziale, quindi, che attraversa il paese e la nostra regione, e che si innesta su quella che, però, non può più essere considerata un’emergenza: i flussi migratori sono e saranno una componente ordinaria del nostro presente, come la storia dell’umanità ci ha insegnato con ripetute e spesso tragiche lezioni.


    Nicola Giordanella

  • Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    Da Genova, la prima giornalista “non comunitaria” direttrice di una testata multiculturale

    radio19latinofotoredazione 1Da alcuni anni sono le nuove voci dell’informazione italiana. Voci che hanno contribuito a mettere in discussione gli stereotipi, gli automatismi linguistici, le generalizzazioni che caratterizzano il discorso pubblico sulle migrazioni, troppo spesso schiacciato su una logica di emergenza permanente che ci ha reso più difficile comprendere la recente trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Caratteristica ora di nuovo in crisi, con l’aumento dell’emigrazione degli italiani in altri paesi dell’UE alla ricerca di opportunità lavorative e la minore attrattività del nostro paese per i cosiddetti “migranti economici”. Voci preziose per indurci a riflettere su criticità e particolarità dell’informazione italiana, quali la forte rilevanza che assume la cronaca nera, e che hanno contribuito a ripensare norme e leggi scritte in un periodo storico nel quale non esisteva il web e la televisione trasmetteva con un unico canale analogico.
    Queste voci sono i giornalisti di origine straniera, iscritti all’Ordine dei giornalisti nelle diverse regioni di competenza e riuniti dal 2010 nell’ANSI (Associazione Nazionale Stampa Interculturale) gruppo di specializzazione della FNSI che, oltre al sostegno professionale agli iscritti, promuove la competenza interculturale nel giornalismo italiano e un’informazione responsabile sui temi inerenti le migrazioni. E’ composta da giornalisti che lavorano per le testate a larga diffusione e per i media multiculturali, le iniziative rivolte a un target di residenti di origine straniera e di madrelingua non italiana che si sono affermate negli ultimi anni anche nel nostro paese.
    E, nonostante la Liguria non sia fra le regioni più attive nella diffusione dei media multiculturali, nei quali molti dei soci ANSI hanno affinato la propria professionalità, è stata proprio una giornalista di origine peruviana di Genova, iscritta all’ordine dei giornalisti della Liguria, a contribuire ad abbattere uno degli ultimi simbolici “muri” che impedivano il pieno riconoscimento della professionalità dei giornalisti stranieri.
    Una lunga battaglia legale iniziata da ANSI (con il sostegno di ASGI- Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione e dell’organizzazione non governativa COSPE) nel 2011 per superare un comma dell’articolo 3 della legge 47 del 1948 sulla stampa che impediva ai giornalisti stranieri con passaporto straniero non comunitario – i comunitari sono stati ammessi nel 1996 – di assumere la qualifica di direttore responsabile di una testata.
    Una conquista fondamentale dal punto di vista pratico, perché permette di promuovere nuove iniziative senza essere costretti a ricorrere all’aiuto di colleghi italiani, e dal punto di vista simbolico, perché rendendoli “responsabili” nei confronti dei contenuti dei media ne riconosce la professionalità.

    Dall’estate 2015, Domenica Canchano è la nuova direttrice responsabile della testata online www.cartadiroma.org, espressione dell’associazione Carta di Roma di cui sono soci fondatori il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) con diverse associazioni della società civile e che ha la finalità di promuovere un’informazione corretta e responsabile sulle migrazioni in attuazione di un protocollo deontologico sottoscritto nel 2008.

    La storia professionale di Domenica, oltre ad essere un esempio di caparbietà e passione per la propria professione, è fortemente legata al territorio genovese e al processo di radicamento e integrazione della grande comunità latinoamericana che lo abita. È stata la protagonista di iniziative “rivoluzionarie” che hanno portato una ventata di novità nel panorama informativo cittadino e che sono diventati ben presto un punto di riferimento per i residenti latinoamericani di Genova e della Liguria.

    domenica-canchanoAllo stato attuale un altro giornalista con passaporto non comunitario potrebbe registrare automaticamente una nuova testata in qualsiasi tribunale italiano?
    «Ad agosto dell’anno scorso io e alcuni colleghi di ANSI abbiamo depositato la registrazione del sito online www.cartadiroma.org. Questa è da considerarsi la prima piccola apertura da parte di un tribunale italiano, il Tribunale di Roma. Negli anni passati avevamo già provato a registrare altre testate – in particolare nel 2014 il sito online Prospettive Altre promosso da ANSI E COSPE – nei tribunali di Genova e Torino, ma, in tutti e due i casi, la domanda non era stata accolta. Il comma dell’articolo di legge sulla stampa è ancora da modificare. Questa è un’altra battaglia che l’ANSI sta portando avanti».

    La stessa domanda, fatta dalla stessa persona e con gli stessi requisiti, potrebbe quindi accolta da un tribunale e respinta da un altro?
    «Sì, basta vedere il mio caso. Ogni tribunale ha la propria autonomia».

    radio19latinofotoQuali sono le tue esperienze lavorative nei media locali genovesi?
    «La prima esperienza, con cui ho iniziato più di dodici anni fa, è stata il Noticiero, il primo “notiziario” in lingua spagnola in onda dal 2002 al 2007 su TeleGenova. Lo spagnolo era stato scelto per fornire un migliore servizio a chi sapeva poco la lingua e aveva bisogno di conoscere meglio i propri diritti e i doveri….e più che un telegiornale vero e proprio era uno spazio di approfondimento, non ha mai fatto cronaca in senso stretto. In seguito, sono passata a collaborare con Metropoli, allora supplemento di Repubblica, e ho collaborato sempre con l’edizione genovese di Repubblica. Poi, ho iniziato a lavorare per Il Secolo XIX, curando la pagina bilingue, in spagnolo e italiano, Génova Semanal, una pagina di servizio per i latinoamericani. Ho lavorato contemporaneamente con la radio del Secolo, Radio 19, con la trasmissione Radio 19 latino, e per la cronaca locale del Decimonono».

    Su quale esigenza informativa non coperta dai media mainstream le iniziative in lingua rivolte ai residenti di origine straniera dovrebbero puntare di più?
    «La comunità latinoamericana ha sicuramente bisogno di informazione di servizio. Inoltre, pur essendo la maggior parte dei cittadini latinoamericani residenti a Genova e in Liguria presenti in Italia da molti anni, nei media in lingua spagnola ci dovrebbe essere sempre un occhio di riguardo per le notizie dei paesi di origine. I media mainstream non coprono sufficientemente l’area latinoamericana. E questa è una carenza che dovrebbe essere rivista».

    A Genova c’è uno spazio di mercato per prodotti mediatici interamente o prevalentemente in lingua spagnola? O in altre?
    «Génova Semanal è stato un apripista in questo mercato, ma c’è spazio e futuro per altri progetti, non solo in lingua spagnola. E questo perché cresce, e non solo a Genova ma in tutta la Liguria, la presenza di cittadini non comunitari per i quali integrazione non vuol dire rottura con il loro passato e le loro terre di origine. Il discorso, dunque, è duplice: da un lato queste nuove iniziative si propongono di portare a queste persone, nella loro lingua madre, notizie, servizi, informazioni, che possano aiutare la loro integrazione e al tempo stesso valorizzare il loro senso di appartenenza comunitaria. Ma c’è un altro aspetto importante: calare nella realtà locale notizie dei Paesi di origine che altrimenti andrebbero perdute. L’una come l’altra, sono esperienze giornalistiche di intelligente “servizio”».

    Secondo te, i contenuti dell’informazione in lingua rivolta a un pubblico di madrelingua spagnola possono interessare anche cittadini italiani o altri gruppi di cittadini immigrati? Sarebbe possibile proporli in forma bilingue come già in parte avviene per Génova Semanal?
    «Spero di sì. Anzi, proprio sulla base della mia esperienza, ritengo che sia una sfida che si può vincere. Questo interesse esiste e, se intelligentemente curato, può avere ricadute positive in termini di crescita di una cultura dell’integrazione che viva su una più completa conoscenza dell’altro da sé. Attraverso questi contenuti si può favorire non solo la comunicazione linguistica e la conoscenza reciproca, ma anche l’approfondimento delle usanze e delle problematiche più profonde, ad esempio sul piano sociale, che caratterizzano le diverse comunità».


    Andrea Macciò

  • Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    Profughi a Genova, numeri e sistema di accoglienza: facciamo chiarezza

    vicoli-immigrazione-d1L’eco, a dire il vero neanche troppo lontana, degli sgomberi “No Borders” al confine italofrancese ha fatto passare in secondo piano quella che per settimane è stata la questione più dibattuta sulle pagine dei giornali locali e non solo: la prima accoglienza dei migranti in Liguria e il successivo processo di smistamento e integrazione nella vita genovese. Come abbiamo già cercato di dimostrare in passato, chi parla incessantemente di “invasione”, lo fa per lo più con finalità di strumentalizzazione politica e viene seccamente smentito dai numeri come illustrato dall’assessore alle Politiche sociali Emanuela Fracassi, nel corso di un aggiornamento in Commissione consiliare lunedì mattina. Così, recependo una proposta De Pietro (M5S) e Gioia (Udc), l’amministrazione dedicherà alcune pagine del proprio sito istituzionale alla corretta informazione sul tema dei migranti richiedenti asilo per cercare di stoppare sul nascere i proliferanti falsi luoghi comuni.

    Certo, il tema della prima accoglienza e dell’integrazione dei migranti è delicato e necessita di soluzioni concrete e non troppo improvvisate. Ma il fenomeno, sicuramente in espansione negli ultimi anni, ha senza dubbio la necessità di assestarsi prima di poter essere analizzato con la giusta prospettiva.

    Le misure di prima accoglienza a Genova

    [quote]Il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata.[/quote]

    Con l’ultima circolare ministeriale che risale allo scorso 8 settembre, alla Liguria sono stati assegnati complessivamente 3980 posti per l’accoglienza di migranti richiedenti asilo. Di questi, 2914 sono già attivi su tutto il territorio regionale mentre circa 1300 si concentrano nella provincia genovese (e quasi esclusivamente nel Comune di Genova, per un’incidenza sulla popolazione residente pari circa al 2 per mille). Il Tavolo di coordinamento di questi flussi è gestito direttamente dalla Prefettura, emanazione territoriale del governo centrale, sia dal punto di vista del monitoraggio delle presenze sia da quello della messa in atto di soluzioni efficaci per rispondere alle necessità dell’accoglienza.

    Nella maggior parte dei casi, i profughi che arrivano a Genova sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, un procedimento gestito da una Commissione ad hoc che, finalmente, da 5 mesi è attiva con una sede anche nella nostra città. «Non dobbiamo più accompagnare i profughi a Torino – spiega l’assessore – ma i tempi di attesa tra l’identificazione e il riconoscimento dello status di rifugiato sono mediamente di 18 mesi, un’enormità rispetto ai 3 mesi previsti dalla legge». Per la cronaca, la commissione genovese ha accettato solo il 30% delle richieste: dopo un eventuale diniego è possibile fare ricorso e arrivare fino al terzo grado di giudizio ma naturalmente i tempi si allungano e quella che dovrebbe essere “solo” una prima accoglienza si trasforma in qualcosa di semi-permanente. «Benché un periodo di osservazione di 5 mesi non possa ancora avere rilevanza statistica – osserva l’assessore Fracassi – i flussi che riguardano Genova e la Liguria presentano già aspetti interessanti e caratterizzanti: ad esempio, il flusso di profughi siriani è percentualmente irrilevante mentre sono molte le richieste di asilo che arrivano da donne nigeriane, che non provengono da zone di guerra ma da gravissime situazioni di violenza e per cui la decisione della concessione di protezione internazionale è molto delicata».

    I migranti che arrivano in territorio ligure vengono accolti in strutture gestite da enti accreditati del terzo settore e hanno diritto a vitto, alloggio, beni di prima necessità, assistenza sanitaria, consulenza legale e mediazione culturale per l’apprendimento della lingua italiana. Secondo quanto previsto dalla normativa, per l’accoglienza di ciascun migrante lo Stato versa 35 euro al giorno, compresi 2,5 euro consegnati direttamente ai profughi per minime spese personali.

    Com’è noto dalle cronache cittadine, la prima attività di screening e assistenza sanitaria dei profughi giunti a Genova viene fornita attraverso due strutture: una a Campi, in corso Perrone, in sostituzione della originaria collocazione al Palasport,  l’altra nell’ex palazzina Q8 in viale Brigate Partigiane in via di ristrutturazione. Ma l’obiettivo dell’amministrazione è di riuscire a individuare a breve un grande “hub” cittadino o regionale, magari proveniente da qualche struttura acquisita gratuitamente da Tursi attraverso il federalismo demaniale e per la cui ristrutturazione sfruttare i finanziamenti messi a disposizione dal Ministero.

    Intanto, i profughi arrivati in città provano a darsi da fare lavorando gratuitamente per sentirsi utili e offrire un mutuo aiuto a chi li ha accolti. È il caso, ad esempio, di chi ha aderito all’azione di pulizia volontaria del parco dell’Acquasola e di villetta Di Negro. In attesa che arrivi la formalizzazione dello status di protezione internazionale, i migranti non possono stipulare regolari contratti di lavoro ma il Comune, attraverso la collaborazione dei Municipi, ha pensato a un apposito protocollo siglato con Prefettura e associazioni del Terzo settore per coinvolgere attivamente i profughi nella vita della città. Anche se c’è già chi mugugna che si tratti di una sorta di sfruttamento di mano d’opera.

    Dall’accoglienza all’integrazione

    Fin qui la cosiddetta “prima accoglienza”, su cui tuttavia il coinvolgimento di Tursi è soprattutto a livello logistico, consultivo e di coordinamento tra la Prefettura e le associazioni che si occupano del sociale. Più diretta, invece, è l’azione del Comune in un altro progetto di accoglienza che ricade nel sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno fin dal 2001, con costi che si aggirano sui 40 euro giornalieri per ciascun assistito (45 euro per i minori). Si tratta della cosiddetta accoglienza di secondo livello, ovvero la realizzazione di percorsi di integrazione e autonomia  per chi si è visto riconoscere formalmente lo status di rifugiato e vuole rimanere a vivere in città. Attualmente sono 187 i posti che il Comune può mettere a disposizione, 170 adulti e 17 minorenni.

    I minori stranieri non accompagnati e accolti in città sono in realtà molti di più. Dal novembre 2014 è attivo un apposito progetto finanziato dal Ministero dell’Interno per 50 bambini suddivisi tra due strutture in via Serra e a Cornigliano. Inoltre, il Comune ha una propria struttura per la prima accoglienza in emergenza in grado di dare risposta a 12 minori. Infine, lo scorso aprile Tursi ha partecipato a un bando ministeriale per strutture di seconda accoglienza dedicate ai minori presentando un progetto per 40 posti ma gli esiti non sono stati ancora comunicati.

    Il ruolo fondamentale del terzo settore e le potenzialità dell’accoglienza diffusa

    Il fulcro del sistema di accoglienza, sia esso di primo o secondo livello, sono indubbiamente le associazioni che operano nel campo del sociale e i tanti volontari che vi collaborano. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, al momento sono 22 le strutture nel Comune di Genova all’interno delle quale vengono ospitati i profughi. Si può fare di più? Secondo l’assessore Fracassi sì e i nuovi percorsi da intraprendere riguardano la cosiddetta accoglienza diffusa, che chiama in causa la partecipazione diretta delle famiglie genovesi, sempre sotto il coordinamento delle associazioni del Terzo settore. «Il modello da seguire è quello del Comune di Asti – ha tracciato la linea l’assessore – dove molte famiglie, per lo più di origine straniera, hanno scelto di ospitare alcuni profughi a casa propria, ricevendo 400 euro al mese dalle istituzioni come contributo al mantenimento». Certo, l’accoglienza in famiglia non può andare bene per tutte le situazioni ma è comunque un percorso che Genova non può lasciare intentato: «La scelta sul modello di accoglienza più adeguato per ciascun caso – conclude Fracassi – è molto difficile: l’inserimento di un profugo in una famiglia, ad esempio, non è indicato nella fase di prima accoglienza (ad Asti, ad esempio, avviene dopo un periodo di 3 mesi passati in un centro di accoglienza collettivo come quello di Campi, NdR) e può essere ugualmente problematico per i minori che potrebbero vedere acuiti i traumi del viaggio e della fuga».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    profughiCi deve essere qualcosa che non va in me. Forse sto diventando un bieco razzista, un fondamentalista di estrema destra. Eppure davvero non riesco a capire il modo in cui la sinistra, a partire da quella costola cosiddetta “critica”, pretenderebbe di affrontare la crisi dell’immigrazione.

    Dicono che ci sono guerre e terroristi, tra l’Africa e il Medio Oriente, che stanno distruggendo la vita di intere popolazioni: tanto che molti, persino donne e bambini, preferiscono dare tutti i loro soldi a trafficanti senza scrupoli, farsi picchiare e maltrattare, stivare in una zattera o inscatolare dentro ad un camion, rischiando così una morte atroce, pur di raggiungere l’Europa e finire nelle mani (almeno per quel che riguarda l’Italia) di qualche cricca che lucra sui centri per l’accoglienza oppure a raccogliere arance per un tozzo di pane e un tetto di lamiera sopra la testa.

    Se questo è vero, allora, siamo di fronte ad un dramma di proporzioni inaudite, una sequela di crimini contro l’umanità verso cui la prima reazione di ogni persona che osi definirsi tale – io credo – dovrebbe essere: “fermiamo tutto questo il prima possibile”. Invece, ad ogni disgrazia del mare o della strada, dal variopinto mondo della sinistra, cioè da quelli che pretendono di occuparsi del sociale e degli ultimi, si leva un’altra parola d’ordine: “accogliamoli”.

    Ora – ripeto – sarò io che sono strano (e forse una mattina mi risveglierò e, guardandomi allo specchio, scoprirò che mi sono spuntati i baffetti alla Hitler), ma a me pare proprio che limitarsi ad accogliere i profughi non elimini né le terribili sofferenze patite prima, né lo sfruttamento a cui andranno verosimilmente incontro dopo. Mi pare, anzi, che così facendo non si faccia nulla per salvare la vita a chi muore sotto le bombe, a chi viene costretto a vivere in un campo profughi in Medio Oriente, a chi è troppo povero per dare soldi a uno scafista, a chi annega in mare o a chi soffoca in un camion tra i Balcani.

    Con la politica dell’accoglienza possiamo – al limite – lenire le sofferenza di chi “ce l’ha fatta”: ma manteniamo in piedi, e forse incentiviamo, una dinamica molto più vasta fatta di guerre, trafficanti senza scrupoli, schiavisti e sfruttamento. Mi pare evidente che intervenire a valle di un processo che ha fatto 3419 morti l’anno scorso nel solo Mediterraneo, altrettanti nello stesso periodo per una guerra in Libia che teoricamente sarebbe finita, e più di 230.000 da quando è scoppiato il conflitto in Siria, equivalga sostanzialmente a ignorare queste carneficine.

    L’ipocrisia è talmente macroscopica che – mi auguro – chi tra i miei lettori si sente di sinistra, o semplicemente si batte per l’accoglienza dei profughi, vorrà rifiutarla. Egli probabilmente obbietterà che l’accoglienza è innanzitutto un dovere umano: e un primo soccorso non impedisce di agire in altro modo e in altre sedi per risolvere il problema alla radice. Mentre si pensa alla soluzione da adottare, si può fare comunque il possibile per salvare quelle vite alla nostra portata.

    In effetti il principio è sensato e mi troverebbe concorde, se non fosse per un piccolo dettaglio: che per la sinistra il problema migrazioni non è risolvibile. Ai più attenti non sarà sfuggito, infatti, che, nel tentativo di replicare alla destra cosiddetta “xenofoba”, molti si lascino andare ad un’interpretazione fatalista delle dinamiche migratorie.

    Ad esempio il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha recentemente dichiarato: «Non è possibile che l’unica risposta sia una banalità come quella di dire “noi gli immigrati non li vogliamo”. Anche perché arrivano comunque». Per il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Non si tratta di fenomeni episodici: […] andranno avanti per i prossimi 10-15 anni». Addirittura, secondo il Presidente della Fondazione Italiani Europei, Massimo D’Alema, gli immigrati devono venire in Europa per pagare le nostre pensioni. Nel corso di un convegno della CGIL a Ventotene, il “leader Maximo” ha ribadito quando espresso più volte in passato: «Se [entro il 2080] non dovessero arrivare cinquanta milioni di giovani, dall’Africa o dall’Asia, l’Europa chiuderebbe».

    Dichiarazioni come queste sono all’ordine del giorno. Esse dimostrano inequivocabilmente che la leadership di sinistra difetta del presupposto indispensabile per ogni azione politica efficace: ossia la necessità di guardare agli esodi delle masse come drammi da combattere ed estirpare, anziché come eventi positivi o gioiosi incontri tra popoli.

    Le stesse persone che da una parte fanno l’apologia del profugo e sbattono in piazza le sue sofferenze, dall’altra bollano come inevitabili e immodificabili le dinamiche che sono la causa diretta di quelle stesse sofferenze; come se ciò che spinge le persone ad abbandonare le loro case ed i loro affetti per andare a morire in qualche posto lontano debba essere accettato quasi fosse la cosa più normale del mondo. L’ipocrisia più grande sta proprio qui, nel considerare “fisiologico” un evento che non ha cause naturali, ma che è stato prodotto artificialmente dall’uomo – segnatamente l’uomo occidentale – e dal suo desiderio di potere.

    Certo nessuno nega che dal Medio Oriente all’Africa ci siano “guerre civili”, “dittatori” e “il terrorismo”: ma tutte queste cose vengono trattate come fossero questioni interne a quel mondo; quasi che, tutto sommato, questi neri e questi arabi non fossero capaci di vivere in pace e dovessero per forza trovare una scusa per ammazzarsi tra di loro. Ma la realtà è che in un mondo globale non esistono questioni esclusivamente interne: e spesso chi crea i problemi siamo noi.

    Ad esempio l’ISIS, ossia letteralmente lo “Stato Islamico dell’Iraq e Siria”, nasce proprio là dove regnava Saddam Hussein, il dittatore che gli Stati Uniti nel 2003 si presero la briga di abbattere per “esportare la democrazia”. Dopo aver “liberato” il paese e essersi lasciati alle spalle qualcosa come mezzo milione di morti, gli americani si sono dati alla destabilizzazione del confinante stato siriano retto da Bashar Al-Assad, un altro dittatore che, per un motivo o per l’altro, non tornava più tanto comodo avere di mezzo. Come spiega Marcello Foa (che cita fonti autorevoli come l’americana PBS e l’israeliana Haaretz) gli USA armarono ed addestrarono i ribelli islamici, inizialmente salutati come sinceri democratici; i quali invece, di lì a breve, decisero di costruirsi un loro stato volgendo i cannoni contro Baghdad e issando le terribili bandiere nere del califfato.

    In Libia i combattimenti tra varie tribù, mercenari e fondamentalisti proseguono dal 2011, da quando cioè Gheddafi veniva rovesciato da un intervento militare congiunto della NATO voluto da Francia e Stati Uniti. Da allora non esiste un governo sufficientemente forte con cui contrattare per bloccare le partenze dei barconi di disperati provenienti da tutta l’Africa, a sua volta spolpata dalle multinazionali occidentali e in mano a governi corrotti. Perciò, anche volendo aprire tutte le frontiere d’Europa, accogliendo indistintamente chiunque voglia venire, è evidente che questo non sarebbe in alcun modo un rimedio al vero problema: la fallimentare politica estera della prima potenza mondiale.

    Gli USA non sono riusciti ad essere fonte di stabilizzazione per queste regioni, finendo anzi per creare un problema dietro l’altro, senza preoccuparsi nemmeno di aver esposto gli stessi partner europei alle ripercussioni di queste strategie violente, ciniche ed avventate. Anziché denunciare questo scempio, rispedire al mittente l’ipocrita lezioncina di Obama e magari chiedere di mettere in discussione la permanenza del paese nella NATO, la sinistra italiana si schiera compatta dalla parte di questo atlantismo guerrafondaio, alzando le spalle e allargando le braccia ogni volta che se ne palesino gli esiti devastanti.

    E non sono solo i politici o gli alti esponenti di partito a rendersi colpevoli di questa ingiustificabile sudditanza. Un intero fronte di pensiero che pretenderebbe di definirsi pacifista, di stare dalla parte dei poveri, di incarnare l’alternativa al consumismo sfrenato di matrice americana non trova di meglio da fare che prendersela con Salvini: ma resta ad osservare gli esodi di disperati, come se dipendessero dall’improvvisa voglia di intere popolazioni di cambiare quartiere.

    Forse da qualche parte sono rimaste sparute oasi di pensiero critico: ma che fine hanno fatto le 100.000 persone che nel 2002 Rifondazione Comunista portò in piazza contro la guerra in Iraq? Non possono essere tutte morte o essere diventate tutte improvvisamente sensibili alle crude ragioni della realpolitik. Probabilmente, allora, hanno semplicemente perso rappresentanza politica o sono state anestetizzate dal pensiero unico, incapaci di reagire alle denunce di chi ha il coraggio di sporcarsi le mani con i problemi veri, come padre Giulio Albanese. E forse – chissà – oggi vanno in giro predicando la famosa accoglienza, di cui naturalmente si dovrebbero fare carico i lavoratori, in particolare quelli meno qualificati, più esposti alla concorrenza spietata e alla deflazione salariale di un’immigrazione di massa.

    Questo “umanitarismo degli ultimi” è insopportabile proprio perché esige che siano gli ultimi, cioè le stesse vittime di questa globalizzazione selvaggia, a farsi carico della carità umana, mentre dispensa con grande liberalità chi sta in alto: perché i grandi signori hanno le loro ragioni per fare le cose, e non è bello che la povera gente voglia chiederne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Immigrazione e politica italiana, un dibattito surreale fra convenienze e ideologie

    Palazzo ChigiLa piega presa dal dibattito sull’immigrazione è a tratti surreale. La discussione impazza sia su radio e TV, che sui social network; e pare aver fagocitato totalmente la politica, che invece continua a dare scarso peso tanto ai gravi segnali di disgregazione nell’UE (sempre più forti, indipendentemente da quello che sarà l’esito del negoziato di lunedì sui destini della Grecia) quanto ai venti da guerra fredda che soffiano lungo la frontiera ucraina. Eppure, se andiamo nel concreto, scopriamo che le differenze tra le diverse posizioni si assottigliano fino quasi a scomparire.

    Tutte le maggiori forze politiche, e – mi verrebbe da dire – quasi tutta l’opinione pubblica, pur divergendo su dettagli anche significativi, sembrano concordi su molti punti generali. Salvare i naufraghi, fermare gli sbarchi, cercare forme di cooperazione con le autorità locali nordafricane, garantire diritto di asilo ai rifugiati (qui l’approfondimento di Era Superba sui profughi a Genova), perseguire gli scafisti: questi e altri principi sono accettati in modo trasversale rispetto agli schieramenti politici. Ciononostante i partiti e le persone continuano a dividersi in modo aspro e persino verbalmente violento; tanto che viene da chiedersi da dove vengano le ragioni di una tale immotivata conflittualità.

    Il fatto è che a un nucleo di idee comuni si arriva a partire da orientamenti pregiudizialmente diversi cui non si vuole rinunciare. Oltre ad un “centro” pragmatico ed indeciso, di cui è difficile valutare il peso reale, nell’opinione pubblica si fronteggiano due ali estreme: una destra xenofoba e una sinistra xenofila.

    Questi orientamenti non si formano a posteriori, in seguito ad un’attenta analisi dei fatti, che – occorre dirlo senza qualunquismi – in fenomeni di così vasta portata non è obiettivamente alla portata di noi persone comuni (né è facilmente sintetizzabile a livello divulgativo). Tali orientamenti, piuttosto, dipendono da un pregiudizio istintivo, che, a livello più o meno conscio, sviluppiamo sin dalle prime riflessioni ed esperienze, e che poi è difficile scardinare.

    Il dibattito pubblico ha raggiunto alti livelli di conflittualità perché si è chiaramente spostato dalle questioni pratiche legate alla gestione, alle questioni morali legate ai pregiudizi. In altri termini, anziché concentrarci sulle misure da adottare per superare l’emergenza e regolare al meglio i flussi migratori, passiamo il tempo a dibattere su chi siano i buoni e i cattivi, attaccandoci ai toni, ai termini e ai principi, o chiamando in causa dinamiche storiche che richiederebbero un contesto di analisi meno estemporaneo.

    Questa involuzione non dipende solo dalla scarsa maturità della nostra opinione pubblica; ci sono anzi, a mio giudizio, almeno due motivi specifici che spiegano la tendenza: la convenienza politica di un dibattito divisivo e il diverso grado di accettabilità sociale dei due orientamenti contrapposti.

    Per quello che riguarda il primo punto, è piuttosto evidente che i partiti non hanno niente da guadagnare nell’articolare una posizione comune. Non ha alcun incentivo la Lega Nord, che dando l’impressione di propugnare in esclusiva la necessità di una maggiore durezza verso i clandestini ha aumentato i suoi consensi; ma non ha alcun incentivo neppure una parte del Partito Democratico, che, se ammettesse apertamente di non apprezzare Salvini solo per via di certe esternazioni, e non per la sostanza, finirebbe per lasciare in mano alla sinistra interna e a SEL la bandiera di una posizione ideologica che frutta troppi voti. Anche il Movimento 5 Stelle e Forza Italia devono dimostrare di essere della partita: e dunque anch’essi puntano a criticare i rivali e a distinguersi come meglio possono.

    In fondo se si toglie il tema immigrazione dal confronto politico, non rimangano molti altri argomenti su cui abbia senso dividersi. Ecco perché l’immigrazione è vitale: perché consente alla partitocrazia italiana di giustificare se stessa. E se pure è vero che il dibattito pubblico riesce ancora ad accendersi anche su altri temi più concreti, quali la scuola, le pensioni, le tasse o il lavoro; resta il fatto che questa dialettica ha un sapore del tutto diverso.

    La secolare crisi ideologica dei partiti, infatti, ha privato questi ultimi di un’idea della società che costituisca un riferimento forte, costringendoli a rincorrere le mode del momento e condannandoli ad assumere posizioni ondivaghe e talvolta contraddittorie: da qui gran parte del dilagare dell’astensione. Il risultato è che al giorno d’oggi poche battaglie possono essere associate immediatamente all’idea che abbiamo di un partito: il PD ha tradito sul lavoro, la Lega ha accantonato il federalismo e Forza Italia sta cercando di andare oltre persino allo stesso Berlusconi. L’immigrazione appare dunque l’ultima occasione rimasta a queste forze politiche per dare l’impressione di avere un’anima, un ideale e un’identità; di non essere solo meri contenitori di ambizioni personali e interessi particolari.

    Inoltre – e veniamo così al secondo punto – il confronto tra il pregiudizio xenofobo e quello xenofilo non è ad armi pari: perché la xenofobia, considerata come valore, non è socialmente tollerata. Ciò non significa che in una parte – purtroppo – sempre più ampia della società non facciano la loro indisturbata comparsa veri e propri rigurgiti razzisti. Tuttavia una posizione del genere può essere orgogliosamente rivendicata solo da qualche spavaldo intollerante in quanto privato cittadino: ma non è ammissibile per un personaggio pubblico, che potrebbe persino essere perseguitato penalmente.

    Per questo motivo addirittura Casapound ufficialmente rinnega l’etichetta di xenofobia; mentre la preoccupazione opposta è del tutto assente dall’altra parte. A sinistra è motivo di vanto dichiararsi pregiudizialmente favorevoli all’immigrazione proprio perché, per i valori che dominano nella nostra società, una simile posizione, anche se preconcetta, non attira il biasimo di nessuno.

    Abbiamo così un pregiudizio intollerabile (xenofobia), che per partecipare alla discussione pubblica è costretto a incanalarsi lungo il solco del pragmatismo, e un pregiudizio tollerabile (xenofilia), che invece è socialmente apprezzato e, dunque, non ha alcun incentivo a scendere a patti con la pratica. È così che chi esprimerebbe di principio la posizione moralmente più accettabile dà al dibattito, di fatto, una piega ideologica che lo rende politicamente irrisolvibile.

     

    Andrea Giannini

  • Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    Profughi a Genova, l’invasione che non c’è. Sistema di accoglienza e analisi dei dati

    porto-terminal-DINel giorno in cui a Ventimiglia – con un’azione di polizia in barba a qualsiasi spirito di solidarietà e accoglienza (mostrato, invece, dai cittadini e dal sindaco della località ponentina che, a suo dire, era del tutto all’oscuro del blitz delle forze dell’ordine) – vengono sgomberati i profughi che sostavano sul confine nella vana speranza di poter raggiungere la Francia, in Consiglio comunale a Genova l’assessore Emanuela Fracassi annuncia l’avvio di due percorsi che attiveranno anche nella nostra città la possibilità di ospitare rifugiati in famiglia, in primis per minori arrivati non accompagnati e successivamente anche per adulti.

    Una proposta di grande civiltà che arriva proprio a ridosso della giornata mondiale del rifugiato (sabato 20 giugno, ma a Genova sono state organizzate iniziative per tutta la settimana con lo scopo di coinvolgere le persone accolte e sensibilizzare la cittadinanza provando a contrastare la dilagante ignoranza sul tema) che prova a rispondere al grido di aiuto di chi è alla ricerca del riconoscimento dei propri diritti di essere umano. L’idea di questa nuova forma di accoglienza diffusa sta circolando già da qualche giorno a livello nazionale e, tra non molto, dovrebbe concretizzarsi anche all’ombra della lanterna.

    Vale la pena ricordare che quando si parla di rifugiati o profughi non si parla di stranieri o immigrati in senso generico ma di persone che non possono fare ritorno al proprio Paese – come dice la convenzione di Ginevra – per un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, idee politiche, appartenenza a gruppi sociali o, comunque, persone che se tornassero nella propria terra natale potrebbero essere vittime di violenze, sottoposte a pena di morte o ad altri trattamenti inumani.

    La proposta di accoglienza dei profughi nel Comune di Genova

    Rispondendo a un question time della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, l’assessore Fracassi ha ricordato in Consiglio comunale che a Genova l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo avviene secondo due strade: «La prima riguarda il sistema coordinato dalla Prefettura per le persone provenienti dagli sbarchi e mette a disposizione circa 500 posti in strutture temporanee ubicate nella provincia di Genova. La seconda, invece, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che chiama in causa direttamente il Comune e 12 associazioni del terzo settore che si fanno carico di un’altra fetta importante di accoglienza». Lo Sprar, in 15 anni di esistenza, ha accolto oltre 1000 persone provenienti da 53 Paesi diversi (Somalia, Eritrea e Turchia i più rappresentati) e accompagnate lungo un percorso di integrazione socio-economica: sono 183 i posti attualmente disponibili a Genova per un progetto che ha un valore economico complessivo di oltre 3 milioni di euro all’anno.

    Ed è proprio tramite lo Sprar che il Comune, a breve, dovrebbe aprire la possibilità per le famiglie private di accogliere minori profughi giunti a Genova non accompagnati. «Nel territorio ligure – ha ricordato Fracassi – sono già presenti due strutture rivolte a questa specifica emergenza e accolgono complessivamente 50 minori. Ma il Ministero dell’Interno ha aperto un bando per la disponibilità di nuovi 1000 posti sul suolo italiano: come Comune di Genova risponderemo a questo bando attraverso lo Sprar, con diverse modalità compresa l’accoglienza in famiglia. Nei prossimi giorni abbiamo già in previsione una riunione con un gruppo di famiglie che si è reso disponibile ad aderire a questo percorso».

    Ci vorrà, invece, un po’ più di tempo per gli adulti. «Ma stiamo lavorando anche su questo piano – assicura Fracassi – e abbiamo già raccolto qualche disponibilità familiare anche per questo tipo di accoglienza. In questo caso però non possiamo far altro che attendere un prossimo bando ministeriale e fare pressione affinché anche il sistema coordinato dalle Prefetture si apra all’accoglienza diffusa». Con il termine di accoglienza diffusa si intende il superamento dell’approccio esclusivamente emergenziale attraverso sistemazioni provvisorie in grandi strutture in favore di un utilizzo sostenibile di appartamenti disseminati sul territorio coinvolgendo, dunque, non solo le istituzioni ma anche i privati grazie al coordinamento delle associazioni del terzo settore. In questo modo si può puntare anche a un’accoglienza numericamente contenuta per ogni singola realtà, favorendo la nascita di contesti relazionali e integrativi molto più efficaci.

    Profughi accolti a Genova e in Italia, i dati aggiornati ai primi mesi del 2015

    Telecamera su GenovaIn Italia sono stati 170 mila i profughi sbarcati nel 2014 ma nei primi cinque mesi del 2015 il trend è aumentato di oltre il 10% tanto che, secondo le previsioni del governo, a fine anno gli arrivi sulle coste italiane potrebbero superare i 200 mila. Ad aggravare la situazione ci sono anche le lentezze delle Commissioni che si devono esprimere sul riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti lo status di rifugiati: la legge stabilisce tempi di attesa tra 21 e 90 giorni ma la realtà parla di periodi che variano dai sei a nove mesi. Nel frattempo, i migranti non possono né cercare un lavoro né spostarsi e devono attendere nei centri messi a disposizione o finanziati dal governo: al momento sul territorio italiano sono poco più di 37 mila i posti disponibili nei centri di prima accoglienza gestiti dalle Prefetture; a questi vanno aggiunti 9500 posti dei Cara, Cda e Cpsa e poco più di 20 mila posti finanziati dal ministero per il sistema Sprar.

    Secondo dati del Ministero dell’Interno risalenti alla fine del 2014, di questi complessivi poco più di 67 mila posti in Italia, 1266 sono situati in Liguria (nemmeno il 2% del totale; le quote maggiori spettano a Sicilia – 21% e Lazio 13%, le minori con percentuali decimali a Valle d’Aosta, Trentino, Basilicata e Abruzzo), 953 in strutture gestite dalla Prefettura e 313 dal sistema coordinato da enti locali e terzo settore. Si tratta dello 0,05% della popolazione residente nella nostra Regione: fanno decisamente di più altre Regioni come Sicilia con oltre 14 mila posti pari allo 0,26% della popolazione, Molise 1150 posti ma 0,23% della popolazione locale, Calabria 4800 mila posti e 0,21%; tra le realtà meno accoglienti ci sono invece Lombardia con 5800 posti pari allo 0,04% dei residenti, Valle d’Aosta 61 posti e 0,037% e Abruzzo con 960 posti e 0,03% della popolazione.

    Secondo i dati pubblicati da Anci Liguria e aggiornati ai primi mesi del 2015, attualmente a Genova sono 513 i profughi accolti in strutture temporanee (di cui 330 in spazi gestiti dalla prefettura e 183 dal sistema Sprar) che rappresentano lo 0,09% della popolazione (nel complesso, invece, a Genova risiedono oltre 56 mila cittadini stranieri che costituiscono il 9,5% della popolazione – dati dicembre 2014). Una quota che sale a 651 persone (446 in strutture temporanee, 205 gestite dallo Sprar) se consideriamo i confini della Città metropolitana, pari allo 0,08% della popolazione (terzo posto in Regione davanti solo a Imperia con lo 0,06% e dietro a La Spezia – 0,11% e Savona – 0,14%). Se, dunque, è probabilmente vero che le strutture attualmente disponibili per l’accoglienza sono al collasso è altrettanto indiscutibile che chi parla di invasione lo fa esclusivamente per meri interessi di propaganda politica o per totale distacco dalla realtà.

     

    Simone D’Ambrosio