Tag: immigrati

  • Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Genova perde i pezzi: le emigrazioni superano le immigrazioni, via in cerca di casa e lavoro

    Mare e degrado
    Foto di Roberto Manzoli

    Genova continua a perdere i pezzi. Non stiamo parlando di bilanci, infrastrutture, palazzi o più chiacchierate situazioni politiche ma di persone, cittadini, abitanti. Quelli, cioè, che se vengono a mancare in maniera consistente rischiano di far perdere senso a qualsiasi altro progetto di sviluppo della città. Negli ultimi 50 anni (nel 1965, momento di massima espansione, risiedevano a Genova 848.121 persone) si sono persi oltre 250 mila abitanti. Secondo i dati pubblicati dall’ultimo annuario statistico del Comune, che fa riferimento esclusivamente ai residenti in città registrati all’anagrafe a fine 2013, a Genova risiedono 596.958 persone. Ma il dato che più fa riflettere e che le emigrazioni hanno superato le immigrazioni e se questa emorragia di cittadini dovesse ripetersi regolarmente anche nei prossimi anni, inutile dire che la città dovrebbe rivedere e ricalibrare buona parte dei suoi piani per il futuro.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    «Prendendo come punto di riferimento il censimento generale del 1971 – spiega il direttore del Centro Studi Medì, Andrea Torre – è come se a Genova fosse stato tolto l’equivalente abitativo dell’intera città di Padova. Un dato ancor più clamoroso se si considera che all’inizio degli anni ’70 gli stranieri si potevano contare sulla punta della dita. Nel 2013, invece, gli stranieri residenti ammontano a 57.358: Significa che, al netto degli stranieri, in poco più di 40 anni la popolazione genovese è calata di 275 mila unità, ovvero l’insieme degli abitanti di Rimini e Sassari».

    Veduta della città dalla Madonna del Monte
    Foto di Daniele Orlandi

    
A testimoniare l’inesorabile diminuzione della popolazione locale è, come detto, l’emigrazione che nel 2013 ha segnato un saldo negativo di 1754 persone (nel 2012, invece, ci si era attestati su aumento di 1641 individui): 13.812 sono i cittadini che hanno lasciato la città mentre solo 12.058 i nuovi residenti (solo 4588 provengono dall’estero mentre i restanti 7470 arrivano da altre città italiane). Si tratta del dato più negativo degli ultimi dieci anni anche se non è la prima volta che compare il segno meno, già visto nel biennio 2006-2007. Numeri resi ancora più gravi dal movimento naturale della popolazione, il bilancio vivi/morti, che ha fatto registrare la perdita record di 4 mila unità.
    Se fino a qualche anno fa erano gli stranieri a tenere su la baracca, l’immigrazione dall’estero è radicalmente rallentata. Anche quest’anno, in cui si è fatto un gran parlare di sbarchi a livello nazionale, il numero di stranieri arrivati nel nostro Paese è comunque molto inferiore a quanto accadeva prima della crisi economica. «Checché se ne dica in tv – commenta il professor Giuliano Carlini, sociologo delle relazioni interculturali già docente all’ex facoltà di scienze politiche dell’università di Genova e membro della Consulta regionale per l’integrazione dei cittadini stranieri immigrati – i flussi sulla nostra Regione sono andati calando negli anni, alcuni addirittura si sono fermati da tempo».
    Rispetto al 2012, il saldo ingresso/uscita stranieri all’anagrafe genovese ha fatto registrare solo un +95 per un totale di 57.358 persone (erano 44.379 nel censimento del 2011, mentre solo 15.567 nel 2001), pari al 9,6% di tutta la popolazione residente. Di questi nuovi cittadini genovesi, circa un terzo proviene dall’Ecuador con 17271 rappresentati, seguito a lunga distanza da Albania (6321), Romania (4996) e Marocco (4505).

    Questa mobilità assai limitata e concentrata soprattutto nell’arco di età tra i 25 e i 34 anni (3335 gli immigrati calcolati nell’ultimo anno all’interno di questa fascia) è confermata anche dal flusso dell’emigrazioni: delle 13812 persone che si sono cancellate dall’anagrafe genovese nel corso del 2013, ben 9365 l’hanno fatto per spostarsi in un’altra città italiana e, in particolare, 7593 al Nord, di cui 5120 in Liguria compresi 4370 all’interno della Provincia di Genova. Sono 4447, invece, gli italiani prima residenti a Genova che hanno spostato la propria residenza all’estero. Anche in fatto di uscite, l’arco di età più coinvolto è quello dai 25 ai 34 anni (3305 persone), seguito da 35-44 anni (2808 persone) e 45-54 anni (2012 persone). Buona parte delle emigrazioni, dunque, non consiste in rimpatri ma solo in fisiologici movimenti dettati da dinamiche di ricerca del lavoro o di migliori opportunità abitative.

    Più difficile fare una riflessione stretta sul comportamento dei genovesi di nascita ma, d’altronde, come afferma lo stesso professor Carlini «le ricerche si orientano non tanto su ciò che sarebbe utile sapere ma su ciò che è più opportuno dal punto di vista politico».
    Tutti questi dati, infatti, non vanno certo presi per oro colato ma solo come testimonianza di una tendenza. In realtà, le persone che si sono spostate all’estero sono decisamente di più perché non è detto che chi ha lasciato Genova abbia già spostato altrove la propria residenza. Come sicuramente di più sono i nuovi abitanti arrivati in città nel corso del 2013. Va tenuto presente, infatti, che nel momento in cui gli stranieri “scompaiono” dalle statistiche non è detto che abbiano effettivamente abbandonato il Comune, la Regione o il Paese: molte persone al momento del rinnovo del permesso di soggiorno non possono documentare la propria posizione lavorativa, magari perché in nero, e vengono così cancellate dall’anagrafe anche se di fatto non si sono allontanate da Genova con il proprio nucleo familiare. A questi numeri vanno infine aggiunti i clandestini e gli immigrati irregolari.
    «Se uno si ferma a leggere i giornali – dice Carlini – continua a cogliere la sensazione errata di essere circondato da centinaia di migliaia di immigrati. Ma ci accorgeremo concretamente della tendenza alla diminuzione dei flussi. Ad esempio, sul mercato del lavoro: il cittadino medio se ne accorgerà solo quando i media glielo diranno, quando le forze politiche la smetteranno di speculare sulla cosiddetta “invasione degli stranieri”».

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale su Era Superba #58

  • Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    Via Pré e la contraffazione. Incontro con Estephan, la testimonianza di un lavoratore del “falso”

    vicoli-immigrazione-d1Nell’area di via Pré l’economia illegale del capoluogo, in tutte le sue sfaccettature, ha una delle sue basi storiche, lo sanno tutti. Nell’ultimo decennio, poi, ha acquisito dimensioni rilevanti il fenomeno dei laboratori casalinghi in cui si rifiniscono vestiti contraffatti, venduti poi su bancarelle improvvisate nei luoghi di maggior afflusso turistico.
    L’approccio dominante delle istituzioni spazia dall’indifferenza agli interventi di ordine pubblico, di carattere repressivo, dei quali, quasi sempre, fanno le spese i soggetti più deboli o più facilmente identificabili con il fenomeno della contraffazione nel suo complesso, almeno dal punto di vista mediatico.
    Si legge infatti spesso di operazioni contro i “falsi”, di tolleranza zero nei confronti della contraffazione, opportunamente ispirati da comunicati ufficiali, mentre di rado vengono colpiti gli interessi di chi lucra veramente, ovvero i grossisti di vestiti ancora da rifinire, gli imprenditori che finanziano la loro produzione, e gli speculatori che spesso approfittano della situazione di precarietà di cittadini extracomunitari per proporre loro alloggi a prezzi e a condizioni inaccettabili.
    Oggi poi la crisi economica ha reso la situazione di chi vive in questa realtà ancora peggiore, come racconta un uomo che chiameremo Estephan, un sarto senegalese che sette anni fa decise di partire per l’Europa per guadagnare quel denaro che avrebbe permesso a lui e ai suoi cinque figli di aprire un allevamento di polli in Senegal.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Estephan lavora oggi in casa sua nel circuito della contraffazione: la sua mansione è quella di andare a prendere dai grossisti i capi di vestiario da rifinire, su cui applicare i marchi contraffatti. I ruoli in questo sistema sono etnicamente distribuiti: cinesi e marocchini curano rispettivamente importazione all’ingrosso e distribuzione dei semilavorati, mentre agli africani spetta la vendita al dettaglio e il lavoro di rifinitura, per il quale vengono pagati pochi euro al pezzo. I loro orari sono in massacranti, dalle 10 alle 12 ore di lavoro.

    «Sono venuto in Europa perché ora in Africa la situazione è difficile: mancano soldi e lavoro; io avrei preferito decisamente rimanere nel mio paese, ma, non trovando una maniera di mantenere me e la mia famiglia, ho pensato di andare all’estero».

    «Dalla Francia sono venuto a Genova perché nessuno mi voleva come sarto ed avevo pochi appoggi, ma una volta arrivato mi sono chiesto se veramente fossimo in Italia o se dovessi prendere un altro treno, o un aereo per arrivare veramente. Quella sera l’ho passata a dirmi che questa non poteva essere l’Italia della quale mi avevano raccontato. Le strade così strette, i palazzi così vicini, alti e spesso malandati, e poi un sacco di topi… insomma, completamente diversa da Parigi. Poi per qualche giorno sono stato presso un hotel di Via Balbi e, uscendo sulla strada, ho visto quindici senegalesi con grandi sacchi blu selle spalle. Mi hanno spiegato poi che quii senegalesi andavano a vendere vestiti contraffatti, cosa di cui in Senegal non avevo mai sentito parlare. Io però non volevo fare quel lavoro, perché sono un sarto da quando ho 18 anni, dal 1986, e non conosco altri lavori. Mai mi sarei aspettato di fare quello che faccio ora, che ti assicuro non mi piace; per fare il sarto ci vuole tempo ed esperienza, mentre applicare le etichette false è talmente facile che in due ore anche tu saresti perfettamente in grado di farlo».

    [quote]È una vita difficile, e poi quando la polizia è venuta in casa mia mi ha portato in strada come un criminale, e questa cosa mi ha fatto vergognare moltissimo.[/quote]

    «Soldi ne guadagno veramente pochi, specialmente ora dopo che per diverse volte la polizia mi ha sequestrato la macchina da cucire, che avevo dovuto comprare io. Non riesco nemmeno più a mandare denaro alla mia famiglia e spesso è un problema anche solo riuscire a pagare affitto, cibo e bollette. Se trovassi domani un lavoro normale qualsiasi non farei mai più questo lavoro schifoso dei falsi, te lo giuro».

     

    Carlo Ramoino

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

    Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

    palazzo-tursi-D4
    Lo ius soli è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

    Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia risiedono stabilmente oltre 4 milioni di persone di origine straniera di cui circa un quinto minori, spesso nati o cresciuti nel nostro Paese di cui hanno acquisito cultura, lingua e costumi. Ben 650 mila persone, inoltre, pur essendo nate e cresciute in Italia, risultano ancora giuridicamente straniere.
    A Genova, secondo i dati forniti dai registi anagrafici del Comune, risiedono più di 56 mila abitanti privi di cittadinanza italiana: poco più di 10 mila hanno meno di 14 anni e, di questi, 8210 sono nati nella nostra città e cresciuti esattamente alla stessa maniera di qualsiasi altro coetaneo ritenuto a tutti gli effetti genovese. Da oggi, o meglio in un futuro piuttosto prossimo, anche questi giovani diventeranno a tutti gli effetti cittadini genovesi. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato a larga maggioranza (contrari solo Lauro e Balleari di Forza Italia e Rixi di Lega Nord) una mozione, promossa principalmente da Lista Doria, che impegna sindaco e giunta a conferire il riconoscimento di cittadinanza genovese ai minorenni residenti a Genova e nati in Italia da genitori stranieri o, comunque, residenti in città da almeno 5 anni. Questo almeno fino a quando lo Stato non riconoscerà la cittadinanza italiana secondo lo ius soli.

    «È il massimo atto di civiltà che come città possiamo fare – ha commentato a caldo l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – ed è uno sprone per il legislatore nazionale a prendere in mano le numerose proposte di legge per la riforma del diritto di cittadinanza allo scopo di portare l’Italia sullo stesso livello di molti altri grandi Paesi europei».

    Il provvedimento per il momento non sancisce particolari effetti dal punto di vista legale ma, come si legge in una nota stampa di Lista Doria, vuole “contribuire alla costituzione di una comunità genovese unica e plurale in cui le diversità culturali siano una ricchezza”. Insomma, un tassello politico importante per la difesa e il riconoscimento di imprescindibili diritti civici, sulla falsariga di quanto già successo con la creazione del registro delle unioni civili (qui l’approfondimento). «La mozione di oggi – dichiara la consigliera Maddalena Bartolini, presidente della commissione Pari opportunità – non è solo un atto simbolico ma può diventare volano per altri Comuni e stimolo per le politiche nazionali volte alla tutela dei diritti civili».

    Ora la palla passerà agli uffici che dovranno studiare le modalità tecniche per trasferire questo impegno dalla carta alla realtà. C’è da capire, ad esempio, se la cittadinanza genovese diventerà automatica per chi ne possiede i requisiti o se sarà necessario inoltrare un’apposita richiesta. Per il momento, comunque, sembrerebbe esclusa la creazione di un registro dedicato, inizialmente previsto dal testo della mozione ma successivamente stralciato su proposta del consigliere Enrico Musso (a cui si deve anche il cambiamento di denominazione da cittadinanza civica, eccessivamente ridondante, a cittadinanza genovese). Di sicuro, invece, si sa già che le prime cittadinanze verranno conferite in maniera simbolica nel corso di una cerimonia pubblica, come richiesto dalla stessa impegnativa della mozione.

    Il documento approvato ieri è frutto di un percorso iniziato in Commissione con l’audizione di diverse realtà della società civile che, oltre naturalmente a portare la propria testimonianza, hanno illustrato numerose campagne nazionali e locali di sensibilizzazione sul tema e a cui i consiglieri hanno chiesto adesione da parte del Comune di Genova. Tra queste, vengono esplicitamente richiamate le iniziative di Anci, “L’Italia sono anch’io”, per il diritto di cittadinanza e di voto alle persone di origine straniera, di Unicef per la riforma della legge sulla cittadinanza, di Nuovi Profili e altre realtà locali sul tema “Genovesi oggi. Italiani domani”.

    «Vorremmo anche – ha detto Bartolini – che l’amministrazione si impegnasse a modificare il linguaggio delle comunicazioni istituzionali non facendo distinzioni tra bambini di origine straniera e italiana nelle scuole e nei servizi comunali con l’obiettivo di costruire una comunità genovese plurima e inclusiva». Per estendere la questione anche alle fasce più adulte della popolazione, nella mozione si invitano sindaco e giunta a inviare lettere formali ad Asl, Regione, Università e Ufficio scolastico regionale, invitando a non includere la richiesta di cittadinanza italiana come requisito per accedere ai concorsi pubblici. Un tema, quest’ultimo, sicuramente delicato e che ha riscontrato qualche perplessità in Sala Rossa ma che, alla fine, è rimasto nel provvedimento votato non solo dalla maggioranza ma anche da buona parte dell’opposizione.

    Tra i contrari, e difficilmente poteva essere altrimenti, l’unico rappresentate in Consiglio comunale della Lega Nord, Edoardo Rixi, che ha comunque mostrato una parziale apertura sul tema: «Nessuno è in disaccordo sul fatto che i diritti debbano essere garantiti ai minori ma è fondamentale creare un discrimine tra chi agisce nella legalità e i deliquenti. Non è una questione di stranieri o non stranieri: se potessi toglierei la cittadinanza italiana anche agli italiani che delinquono».

    «Oggi – commenta la consigliera di Lista Doria Marianna Pederzolli – mandiamo un messaggio importante alla città mettendo al centro del dibattito politico l’estensione dei diritti. Si tratta di un atto di sostegno e valorizzazione della dignità delle persone per sottolineare come sentirsi cittadini significhi essere parte di una collettività attivamente partecipe e coinvolta, con stessi diritti e stessi doveri».

    Simone D’Ambrosio

  • Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    vicoli-immigrazione-d1A Genova quasi un residente su 10 è straniero. E per alcune nazionalità la città si conferma stanziale. Lo ha rivelato uno studio della Direzione Statistica del Comune che ha analizzato i flussi migratori degli ultimi venti anni. Complessivamente il numero di immigrati stranieri registrati dall’anagrafe di Genova è passato da 6.182 nel quinquennio 1993-1997 a 32.705 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Il numero di registrazioni è raddoppiato tra i quinquenni 1993-1997, 1998-2002 e 2003-2007, con un rallentamento negli ultimi cinque anni. Stesso andamento per quanto riguarda i nati stranieri nel Comune.

    Stranieri a Genova
    Clicca qui per accedere all’infografica completa

    Abbiamo analizzato questi dati insieme alla Direzione di statistica del Comune e al Centro Studi Medì.

    Gli stranieri residenti nel Comune, secondo il dato più aggiornato che ci ha fornito la direzione statistica (marzo 2014), sono 56.696, cioè il 9,5 % della popolazione complessiva (595 613, ndr).

    Perché una ricerca come questa e con quali fonti?

    Il comunicato del comune recita: “La  ricerca  su questa categoria di cittadini è finalizzata ad un approfondimento del fenomeno migratorio, per meglio comprendere quanto la città di Genova risulti stanziale o di transizione per gli stranieri  che arrivano  nel nostro territorio in funzione anche della nazionalità, del genere e delle fasce d’età. Si è cercato di comprendere quanto Genova è in grado di offrire (o è stata in grado di offrire)  alle persone straniere che l’hanno scelta per viverci”. Mariapia Verdona, direttrice della direzione statistica del Comune conferma che si è trattato di «una ricerca con lo scopo di capire quanto Genova fosse una città stanziale o solo di transito per gli stranieri che risultano residenti, come la presenza degli stessi sia diventato un valore o meno. Cercare di capire come funziona il flusso migratorio, capire chi si ferma nella nostra città e se esistono già le generazioni successive, ad esempio il dato relativo ai ricongiungimenti familiari può significare che chi è residente nel Comune si è stabilizzato ed è in grado di accogliere il resto della sua famiglia».

    Come in tutti gli studi della direzione statistica «Lo spirito delle pubblicazione – aggiunge Verdona – è fornire ai decisori degli elementi conoscitivi per meglio assumere delle decisioni. Sulla base di quelle che sono le problematiche a livello territoriale e ispirandosi al nazionale. Per meglio indirizzare tutti i servizi allo straniero, in questo caso».

    dati-permessi-soggiorno-stranieri-genova

    dati-stranieri-genova-attivita-lavorativeCome ci confermano sia la Direzione statistica che gli esperti del Centro Medì, il presupposto dal quale partire è che si tratta di dati che si prestano a più interpretazioni e che quindi è molto importante capire innanzitutto come leggerli. I dati analizzati provengono da fonti ufficiali, l’anagrafe comunale (dove ciascuno straniero e non, viene registrato, una volta residente sul territorio genovese), la Questura (per quanto riguarda i dati relativi ai premessi di soggiorno) e la Prefettura (riguardo ai ricongiungimenti familiari). A questi dati ne sono stati aggiunti alcuni forniti dalla Camera di commercio di Genova per meglio illustrare come gli stranieri si mantengono nel Comune quali sono le loro attività lavorative (vedi immagini).

    È stato fatto un lavoro manuale di ripulitura dei dati anagrafici, persona per persona, questo per arrivare ad un numero il più possibile corretto. Inoltre il censimento 2011 in maniera pressocché automatica ha ripulito ulteriormente il set di dati sui quali lavorare. Eliminando gli errori che un periodo così lungo di dati inevitabilmente porta con sé.

     Che cosa ci raccontano questi dati?

    Genova è una città nella quale la maggior parte degli stranieri trova una propria stabilizzazione. Lo testimoniano i numeri dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le nascite. Genova è una città stanziale, cioè dove rimangono e dove vengono raggiunti dal resto della famiglia. «Negli ultimi anni si è calmierata l’immigrazione da Africa e Sud America ed è andata crescendo quella dall’Asia, Cina ed Est Europeo», conferma Verdona.

    Nell’ultimo quinquennio preso in esame 2008-12, gli europei costituiscono la prevalenza degli arrivi a Genova, seguiti dai cittadini di nazionalità sudamericana. Tra il 2008 e il 2012 è significativo anche l’arrivo di asiatici. La nazionalità maggiormente rappresentata rimane quella ecuadoriana.

    stranieri-emigrazione-genovaVa sottolineato che il fatto che l’analisi copra un arco di tempo lungo nel quale l’assetto dell’Unione Europea è cambiato ne consegue che alcuni dati vadano letti con attenzione. Interessante il dato degli stranieri che lasciano la città, attorno al quale sembra girare l’intera ricerca. Il numero è senza dubbio aumentato durante il ventennio, passando da 5.018 a 11.968. Ma la vera domanda che dobbiamo porre a questi dati è quella che ci suggerisce Andrea Tomaso Torre, del Centro Medì, l’esperto sottolinea subito che i dati di abbandono della città vanno letti in modo non superficiale. «È indubbio che, nell’ultimo quinquennio, vi siano stati dei movimenti di uscita, ma il dato importante in questo caso è che la maggior parte rimane sul territorio italiano (1 571) e molti (1 201) nei comuni limitrofi a Genova, questo può voler dire che la famiglia straniera si è stabilizzata, spostarsi nella provincia può significare aver trovato una situazione abitativa più economica ma continuare a lavorare a Genova ad esempio, questo significherebbe radicamento e non uscita dal territorio».

    In buona sostanza i dati ci dicono che chi lascia Genova non rientra in patria, ma rimane sul territorio italiano. A tutto questo va aggiunto un dato significativo: l’82% dei bimbi stranieri  fra 0 e 5 anni frequenta le scuole materne ed è nato in Italia, che tradotto vuole dire, che le loro famiglie si sono stabilizzate nel comune genovese. Basti pensare che tra il 2008 e il 2012, 3.059 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana, in primis ecuadoriani seguiti da marocchini e peruviani. Nel 2012 sono stati rilasciati 10.066 permessi di soggiorno.

     Come e dove vivono gli stranieri a Genova?

    stranieri-percentuali-municipi-genova«I dati della Camera di Commercio – aggiunge Torre –  confermano una diminuzione del lavoro dipendente a favore di uno autonomo e soprattutto negli ambiti dell’edilizia e costruzioni e in quello commerciale, questo dato può voler dire per l’edilizia in particolare, che in alcuni casi si tratta di finte partite iva (che in realtà lavorano come dipendenti) e per quanto riguarda le attività commerciali  il dato è più “vero”, l’offerta commerciale si è spostata e non è solo limitata al centro storico, così come la gamma di prodotti proposta, pare risponda a esigenze più ampie di mercato».

    I municipi Centro Ovest, Medio Ponente, Val Polcevera e Centro Est sono quelli con le percentuali più alte, ma la presenza straniera è presente in tutto il territorio metropolitano genovese. Insomma quel “1 su 10” con cui abbiamo aperto l’articolo trova conferma nei dati. Genova è una città nella quale lo straniero tende a stabilizzarsi.

    Concludiamo l’analisi dei dati con una precisazione. È chiaro che fino ad ora abbiamo parlato di dati statistici, è inevitabile che da questo resti fuori tutto ciò che ufficiale non è o non lo è ancora. Rimane insomma fuori un dato di presenza che secondo Torre, del Centro Medì, potrebbe corrispondere ad una percentuale fra il 5 e il 10 di irregolarità. «Bisogna tenere conto dei limiti che questi dati hanno, a volte ci sono stranieri in regola che non risultano residenti perché hanno contratti di seconda casa, ad esempio, oppure i minori sono registrati sul permesso di soggiorno dei genitori, quindi sfuggono al calcolo, bisogna sempre lavorare consapevoli di questo».

    Per chi volesse approfondire qui la ricerca completa.

    Claudia Dani

  • Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    Permiso de Soñar, un documentario che lega la Liguria all’Ecuador. Progetto del collettivo Escuelita

    ChiavariPermiso de Soñar è un film del collettivo Escuelita, nato da un laboratorio video animato da Cristina Oddone, Zelmira Pinazzo, Claudia Sbarboro, Gianluca Seimandi, Simone Spensieri. È l’ultimo progetto video diretto dalla regista genovese Oddone che, dopo il successo del documentario “Loro Dentro” (qui l’approfondimento di Era Superba), si è avvalsa ancora della collaborazione degli operatori del Laboratorio di Sociologia Visuale, del Centro Frantz Fanon di Torino e ASL 4, allargando il cerchio anche all’Escuelita di Chiavari.

    Il film racconta la migrazione di un gruppo di giovani che dall’Ecuador sono arrivati in Italia per ricongiungersi con le loro madri, partite anni prima sperando di trovare un’occupazione nel nostro Paese. Permiso de Soñar affronta i problemi aperti legati all’accoglienza nel nostro Paese e soprattutto in Liguria, alle leggi, agli ambienti “devianti” in cui i migranti spesso si trovano a vivere.

    Il titolo, com’è facilmente intuibile, significa “Permesso di sognare”: una formula che richiama anche fonicamente il concetto di “permesso di soggiorno” ed evoca le difficoltà di ottenere un documento che legittimi la presenza di questi soggetti sul territorio e restituisca loro la speranza di un progetto di vita concreto.

    Nel dicembre 2012, una versione ancora embrionale era stata presentata a Genova in occasione dell’Ecuador Festival. Si trattava di un piccolo premontato di circa 18 minuti. In seguito, questo lavoro è stato integrato con altre immagini e contributi: un docu-film di circa 50 minuti, in formato HD (fotocamera Canon 70D e telecamera SONY HVR Z1), da distribuire in festival, circuiti televisivi, dvd, formazioni sul tema delle migrazioni e della sofferenza sociale. Per questo, dallo scorso 27 gennaio è stato aperto il crowdfunding: chi vuole, può fare una donazione entro il 15 maggio 2014 e aiutare la realizzazione del documentario.

    La Escuelita e i “figli sospesi”

    «Al momento gli incontri all’Escuelita si svolgono una volta a settimana – racconta la regista Cristina Oddone – ma siamo fermi con le riprese perché stiamo cercando finanziatori per poter ideare un progetto organico. Per ora abbiamo optato per il fundraising e ci siamo affidati a Produzioni dal Basso, ma abbiamo in programma anche un incontro con il consolato ecuadoriano per cercare di sbloccare la situazione: anche loro sono sensibili alle tematiche che trattiamo perché negli ultimi anni si sta riscontrando un ritorno dei migranti nel Paese di origine».

    Il progetto nasce grazie all’iniziativa di “La Escuelita”, collettivo di giovani immigrati per lo più ecuadoriani, che da ormai 6 anni opera nel territorio del Tigullio – tra Chiavari e Lavagna – e lavora sulle problematiche di esclusione e marginalizzazione. Si riunisce con la supervisione dello psichiatra Simone Spensieri del Centro Frantz Fanon di Torino e segue il percorso complicato di questi giovani stranieri – molti dei quali frequentano anche il SERT -, occupandosi di cittadinanza e processi di socializzazione. Nel 2013 Escuelita ha deciso di dare avvio alla realizzazione di un documentario sui sogni dei ragazzi che ospita e sulla loro difficoltà nel trovare nuovi orizzonti di vita nell’area del Tigullio, collegando a doppio filo Liguria e Sud America. Chiavari, nello specifico, è uno scenario particolare: è una “provincia ricca”, meno problematica e complessa di Genova. Anche se si tratta di una città di migranti (diretti proprio verso il Sud America), oggi qui la società è conservatrice, i giovani stranieri danno più nell’occhio, sono stigmatizzati e devono fare spesso i conti con una forte sorveglianza.

    Inoltre, il motivo della formazione di una comunità così importante proprio nella nostra regione è dovuta al fatto che, come si sa, l’età media degli abitanti è alta, la popolazione è anziana e bisognosa di cure: per questo molte donne sudamericane hanno scelto di vivere qui, lavorando come badanti. Poco dopo, il ricongiungimento dei coniugi e dei figli, per la ricostruzione del nucleo famigliare. Solo che, mentre le madri hanno trovato impiego presso le famiglie chiavaresi, i figli sono rimasti sospesi «tra un passato sfumato e un futuro che non riesce a configurarsi», come racconta la regista. Sono in Italia da ormai una decina di anni, sono arrivati quando erano adolescenti e frequentavano le scuole superiori; adesso hanno circa 27-28 anni, molti di loro hanno una famiglia, le loro storie sono sfaccettate e complicate. Da un lato non vogliono andarsene dal nostro Paese, ma le dinamiche di inclusione e il contesto sembrano ostili; dall’altro mitizzano la patria lasciata e vorrebbero tornarvi, soprattutto adesso che – complice la crisi dell’occidente – l’Ecuador è un Paese emergente, con più possibilità sotto il profilo professionale e dell’istruzione, e con maggiori incentivi sul piano edilizio.

    In bilico tra restare e tornare, tra inclusione ed esclusione in un contesto ostile, questi migranti hanno anche molti ostacoli legali davanti a sé: ottenere la cittadinanza italiana, avere i documenti in regola e un permesso di soggiorno permetterebbe loro di costruirsi una vita “regolare”, trovare un lavoro che non sia in nero e che non li renda ricattabili, fare progetti per la loro famiglia.

    Permiso de Soñar: il documentario

    Dallo scorso anno si è cominciato a introdurre nei tradizionali incontri dell’Escuelita una riflessione sull’immagine e la narrazione di sé, realizzando interviste e girando scene all’aperto, nei luoghi normalmente frequentati dai ragazzi, cercando di coglierne l’aspetto quotidiano. Si è pensato di trasformare i consueti colloqui individuali in incontri di gruppo tra individui con problemi simili, in cui i soggetti potessero tirare fuori le proprie emozioni, ascoltarsi e  imparare anche a usare la macchina da presa e la strumentazione.

    Il girato si snoda in periferie e spazi urbani in stato di abbandono, e – come succedeva in “Loro dentro”, documentario girato all’interno del carcere di Marassi – l’obiettivo è instaurare un narrato intimistico e creare un livello di confidenza con i personaggi, spingendoli a parlare delle proprie storie perché a loro agio con gli operatori.

    L’approccio è etnopsichiatrico e tratta le problematiche dei vari soggetti non come se fossero separate dallo scenario di riferimento, ma contestualizzandole e facendo riferimento al gruppo etnico di riferimento: cade il giudizio etnocentrico e vengono messe in luce le specificità di certi disturbi non appartenenti a categorie psichiatriche universalmente riconosciute.

     

    Elettra Antognetti

     

  • “Rivaluta”, valorizzare e certificare competenze e titoli di studio dei cittadini immigrati

    “Rivaluta”, valorizzare e certificare competenze e titoli di studio dei cittadini immigrati

    vicoli-immigrazione-d1Accompagnare i cittadini immigrati in un percorso individuale di riappropriazione, riconoscimento e valorizzazione delle proprie competenze formative e professionali, finalizzato a una certificazione formale cruciale per il potenziamento della propria collocazione all’interno del mercato del lavoro. È questo il cuore di “Rivaluta”, il progetto realizzato dai Comuni di Genova e Savona, con la partnership di Arci Liguria, la cooperativa La Comunità e il Job Centre, grazie a un finanziamento del Ministero deli Interni attraverso il Fondo Europeo Immigrazioni pari a 170 mila euro.

    «Rivaluta – spiega Walter Massa, presidente regionale di Arci Liguria – si rivolge a immigrati con una buona, se non ottima conoscenza della lingua italiana, con una situazione lavorativa discreta e quindi non direttamente in cerca di occupazione ma con la volontà di dedicare un po’ di tempo alla valorizzazione delle proprie competenze, continuando nel frattempo a portare avanti il proprio lavoro». Il progetto, che lo stesso Massa sottolinea ricalcare la falsa riga di quanto già pensato da Arci negli ’90, non va considerato alla stessa stregua di un job placement: il fine ultimo, infatti, non è quello di offrire un posto di lavoro agli immigrati coinvolti, quanto di valorizzare e certificare le competenze pregresse, secondo diversi percorsi personali. Gli interessati possono inviare una mail all’indirizzo istituzionale rivaluta@comune.genova.it e, prima di aderire formalmente al progetto, verranno contattati per partecipare a un incontro collettivo di presentazione dettagliata. A chi deciderà di iniziare il cammino, verrà proposto un percorso individuale volto a ricostruire il proprio passato per cercare di mettere a frutto professionalità acquisite nella propria terra.

    «Il vero obiettivo – prosegue Massa – è quelli di poter dare, ad esempio, a un cittadino indiano qualche possibilità in più invece di fargli pascolare le mucche perché nell’immaginario collettivo deve fare il pastore, quando invece non si tiene conto che l’India ogni anno produce un milione e mezzo di ingegneri elettronici».

    «Parliamo spesso di fuga di cervelli perché in Italia abbiamo percorsi bloccati da baronati vari o rigidità complessive del sistema – commenta l’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone – ma abbiamo risorse che arrivano nel nostro paese e sembra che non vogliamo utilizzare per una sorta di amnesia a livello politico. Nel momento in cui riuscissimo ad abbattere queste barriere, potremmo dare il via a progetti virtuosi che aumentino la produttività del sistema, dando ai cittadini immigrati una dimensione diversa. Molti cittadini italiani con competenze manuali – prosegue Oddone – hanno paura di una competenza impetuosa da parte degli immigrati, con questo progetto invece cerchiamo di dare ossigeno e creare spazi all’inserimento verso l’alto. Tra gli immigrati, infatti, ci sono dottorati in biologia che fanno i facchini e noi, invece, ci lamentiamo sempre che non abbiamo inserimenti di qualità. Non utilizzare queste competenze è un errore, peggio di un crimine».

    sicurezza-lavoro-edilizia-operai-DILa parole di Oddone sono confermate dai numeri. Nel terzo trimestre del 2013, nel nord ovest italiano, infatti, a parità di livello di istruzione (“laurea e post lauream”), la quota di lavoratori comunitari ed extracomunitari impiegati con mansioni di basso livello è pari al 25,5% del totale di lavoratori stranieri impiegati, mentre per gli italiani ci si ferma allo 0,5%. Per contro, gli italiani svolgono per l’83,8% mansioni dirigenziali, professioni intellettuali e tecniche, a fronte di appena il 32,6% tra i lavoratori stranieri.

    «Naturalmente – spiega l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini, prevenendo una delle più plausibili obiezioni – la questione della valorizzazione delle competenze riguarda anche i cittadini italiani. Ma, prima di tutto, i cittadini stranieri sono quelli che hanno maggiori problemi formali e culturali per il riconoscimento dei loro titoli e delle loro professionalità e, secondariamente, siamo di fronte a un finanziamento del Fondo europeo per l’immigrazione per cui era necessario impiegare queste risorse in questo senso».

    «Dobbiamo entrare nell’ottica – ribadisce Fiorini – che cervelli e braccia si spostano in Europa e sulla faccia della terra. Come abbiamo persone che hanno lasciato Genova, ne abbiamo altre che sono arrivate e che non vanno considerate solo come braccia ma anche come cervello. Questo vuol dire puntare sulle pari opportunità e valorizzare Genova in ottica internazionale, potendo contare su linfa fresca e giovane».

    Al progetto “Rivaluta” possono partecipare tutti i cittadini non comunitari, con regolare permesso di soggiorno, buona conoscenza della lingua italiana e residenza nei comuni di Genova e Savona. «Si tratta di fare un inventario delle competenze che ognuno ha nel proprio bagaglio – dice Claudio Oliva di Job Centre – cercando di capire che cosa si può mettere nuovamente a frutto. Si lavora anche sulla storia passata della persona per rivedere e rilegittimare il proprio progetto di vita». Insomma, si cerca di ricostruire un curriculum non tanto per etichette quanto per esperienze concrete. Dopodiché parte il lavoro per la validazione e la certificazione dei titoli ottenuti e della professionalità maturata. Per quanto riguarda gli studi, Rivaluta svolge il ruolo di facilitatore nel processo di validazione in capo all’Università e al ministero dell’Istruzione. Dal punto di vista professionale, invece, la strada più semplice è quella dell’attivazione di un tirocinio presso una delle oltre 500 aziende che già collaborano a vario titolo con il Comune nel settore delle politiche del lavoro, in ottica di inserimento lavorativo, per cui tra l’altro sono a disposizione altri fondi specificamente dedicati all’avvio di stage.

    Partito a fine dicembre, “Rivaluta” coinvolge attualmente 4 operatori nel Comune di Genova e 3 in quello di Savona, non a tempo pieno. Per ora, i contatti sono stati 35, (59% donne, 41% uomini), sfociati in 31 colloqui e 20 adesioni formali al progetto, che ha già prodotto la stipula di 7 nuovi contratti di lavoro. Le 20 persone attualmente coinvolte, 7 uomini e 13 donne di cui più della metà ha meno di 40 anni, provengono da 11 nazionalità diverse (6 Marocco, 2 Cuba, Perù, Tunisia e Ucraina, 1 Argentina, Bahamas, Benin, Cile, Congo, Iran): di queste il 70% è occupato ma solo il 20% a tempo indeterminato e il 10% a tempo determinato; il 35%, invece, svolge lavoro in modo discontinuo mentre il 5% ha un’occupazione in nero.

    «Tutto il progetto – sottolinea Oliva – non ha alcun senso se non c’è una collaborazione fattiva di chi decide di partecipare: il cittadino immigrato, insomma, deve diventare protagonista della propria valorizzazione professionale in prima persona». «A fine anni ’90 – ribadisce Massa – si parlava di ricerca attiva del lavoro, oggi potremmo dire che siamo di fronte a una ricerca attiva di un lavoro più confacente alle proprie competenze». Capita così che durante i colloqui personali venga fuori una particolare predisposizione alla sartoria e poco dopo si venga assunti dalla sartoria del Teatro Carlo Felice, oppure che si manifestino delle particolari abilità di segreteria e si diventi segretaria amministrativa dell’Arci.

    «Finalmente – chiosa l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi – abbiamo un progetto che parla di sviluppo e prospettiva anche nell’ambito delle politiche sociali. Ora anche i servizi sociali degli ambiti territoriali hanno uno strumento diverso per proporre un percorso di sviluppo e investimento per le competenze. Se vogliamo che le politiche sociali non siano interpretate solo come strumento di contrasto al disagio, questa integrazione tra sociale, lavoro e diritti deve essere un circolo virtuoso che ci permette di cambiare prospettiva».

    Rivaluta, per il momento, ha vita garantita fino al prossimo giugno: «Ma abbiamo già avviato il cammino per ottenere un sostegno economico dalla Regione Liguria – assicura Massa – al fine di proseguire anche in futuro questo progetto virtuoso che ha già dato risultati importati rispetto al reinserimento nel mondo del lavoro».

    Simone D’Ambrosio

  • Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    centro-storico-castello-vicoliMediazione Comunitaria, un termine quasi sconosciuto ai più, un’esperienza importante, attorno alla quale c’è ancora un po’ di confusione. A Genova, città di migranti e di tante etnie, l’approccio a questo tema è promosso dalla Fondazione San Marcellino e dalla ex Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (dipartimento DiSCLIC) dell’Università di Genova. Abbiamo parlato con Danilo De Luise, della Fondazione di San Marcellino.

    Il progetto di Mediazione Comunitaria a Genova: come nasce e di cosa si tratta?

    «Nasce dalla sinergia di più realtà: la Fondazione San Marcellino da un lato, che offre servizi per senzatetto; dall’altro, il Dipartimento di Scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale dell’Università di Genova, con la ricercatrice Mara Morelli, che coordina il progetto. I due soggetti promotori hanno diverse competenze: l’Università ha un approccio linguistico e culturale, noi uniamo all’impegno sociale la sensibilizzazione mediante partecipazione a progetti artistici (come nel caso del film “La Bocca del Lupo”). Io ho un background come mediatore famigliare, la Dott.ssa Morelli, invece, ha una formazione interlinguistica. Dagli anni ’90 abbiamo iniziato a riflettere sulle tecniche di mediazione comunitaria. Così abbiamo presentato il nostro lavoro in Messico, all’annuale Congresso internazionale di Mediazione (finora abbiamo partecipato a 6 su 9): da tempo seguivamo il lavoro dei paesi dell’ America Latina e ci siamo aperti sempre più al loro approccio. Per noi, in Europa e in Italia, la mediazione è una tecnica puntuale: famigliare, culturale, civile, ecc. In Sud America, invece, la dimensione culturale nella mediazione dei conflitti è preponderante: una pratica antica, organizzata nei secoli, che permette di lavorare in, per e con le comunità, per far acquisire gli strumenti di risoluzione autonoma dei conflitti e riattivare i legami. Siamo mediatori “biodegradabili”, dobbiamo insegnare alla comunità a fare da sé e distinguere la problematiche reali da quelle che non lo sono. Ad esempio, alcuni si lamentano del rumore dei vicini stranieri in condominio, ma questo non ha nulla a che vedere con la mediazione culturale».

    Pavimentazione nel Centro StoricoCosa avete fatto nel corso di questi anni?

    «Abbiamo deciso di portare l’approccio latino in Italia: dopo il successo del primo convegno a Cagliari nel 2007, abbiamo replicato nel 2009 a Genova con un programma per addetti ai lavori che coinvolgeva esperti mondiali. L’anno dopo, un nuovo convegno e un workshop cui hanno partecipato attivamente 85 persone. Da qui, l’idea nel 2011 di passare ai fatti, con attività nei quartieri. Abbiamo iniziato proponendo alla Casa di Quartiere GhettUp un primo workshop che ha attivato iniziative di pulizia e disinfestazione dai ratti. Successivamente abbiamo coinvolto polizia municipale, scuole e altri soggetti in corsi con formatori esperti: finora abbiamo formato più di 100 vigili (leggi l’approfondimento) e il personale -ma non solo- della scuola Caffaro di Certosa. Nel 2012, lo slancio vero e proprio con i corsi tenuti dall’argentino Alejandro Natò: era stato pensato per un numero di 50 persone, ma sono state tante le richieste che ci siamo ritrovati in 70, pur escludendo alcuni. Lo stesso Natò in quell’occasione ci ha definiti una “piattaforma per la mediazione comunitaria” genovese. Sempre nel 2012, la collaborazione con Palazzo Ducale, paradossalmente per “uscire dal palazzo” e ragionare di nuovo sui quartieri: abbiamo coinvolto Sampierdarena, San Bernardo, Certosa e Piazzale Adriatico e organizzato workshop partecipativi. Alla fine, abbiamo ragionato insieme sulle problematica del rapporto con le istituzioni, trasversali ai diversi quartieri. Un bel bilancio, siamo soddisfatti».

    E il futuro cosa riserva?

    «In futuro, speriamo di continuare a agire sul territorio: da questa collaborazione con Palazzo Ducale è nata l’idea di organizzare a Genova il X Congresso Internazionale di Mediazione Comunitaria. Sarebbe la prima volta che si svolge in Europa, e Genova sarebbe precursore assoluto. A marzo presenteremo il progetto a Roma, all’Ambasciata messicana, quindi è ancora prematuro parlarne. Ma non è l’unico progetto: vogliamo proseguire nel settore sanitario, di cui ci occupiamo dal 2007: di recente abbiamo dato vita a una collaborazione con i medici dell’Ospedale Galliera, che svolgono presidio sanitario sulle nostre unità di strada per il sostegno ai senzatetto. Tutto volontariato: da quando abbiamo intrapreso questo cammino di mediazione, avremmo speso in tutto non più di 30 mila euro. La cosa interessante è che noi abbiamo guardato all’America Latina cercando di adattare il loro modello alla nostra cultura, e adesso sono loro che guardano noi e si interessano degli esiti che ha raggiunto il nostro percorso. Genova sta diventando un punto di riferimento per questo tipo di approccio e si attendono sviluppi interessanti».

     

    Elettra Antognetti 

  • Punto Emergenza Prè: il presidio per l’aiuto di mamme e bambini migranti

    Punto Emergenza Prè: il presidio per l’aiuto di mamme e bambini migranti

    punto-emergenza-preVia Prè, Via Gramsci, Via del Campo, fino a Via Balbi: crocevia di strade, cuore pulsante del centro storico genovese. Tutte, chi più chi meno, sono accomunate da varie problematiche, ben note ai cittadini della Superba: dall’alto tasso di criminalità, alla mancanza di decoro urbano. O almeno questa è l’opinione sedimentata in gran parte dell’opinione comune. Per conoscere meglio questi luoghi, con #EraOnTheRoad siamo andati a visitarli di persona e abbiamo scoperto la piccola realtà del Punto Emergenza Prè, presidio della Caritas Diocesana al 62r di Via Prè. Si tratta di un centro di accoglienza “sulla strada” che da aiuto ai migranti, in particolare alle madri straniere che vivono a Genova e ai loro bambini, accompagnando il percorso post-parto fino ai 18 mesi. Abbiamo conosciuto i volontari del centro e Bruna Doglio, la responsabile, ci ha raccontato la storia del presidio e il loro lavoro nel quartiere, precisando che: «Il servizio che offriamo è gratuito e vengono da tutta la città chiedendo il nostro aiuto, da Molassana a Voltri. È dura sopravvivere ma ci siamo guadagnati credibilità: la nostra serietà fa sì che le persone siano felici di aiutarci. Genova è una città solidale e a Prè (ma non solo) c’è bisogno di iniziative come questa».

     

    La storia del “Punto Emergenza” nel sestiere di Prè e le sue attività per il quartiere

    Il Punto Emergenza Prè è stato fondato più di 30 anni fa e, a quei tempi, collaborava con la scuola elementare Istituto Suore Filippine San Giovanni di Prè, la più antica di Genova, aperta circa 300 anni fa da San Filippo Neri. All’epoca, a Genova i flussi migratori non erano così alti come adesso e l’associazione riusciva a dare sostegno ai bambini che frequentavano la scuola e alle loro mamme, appena arrivate in città. Non più di 100 in tutto, queste famiglie (tutte povere) venivano aiutate ad inserirsi nella nuova realtà ed erano dotate perlopiù di viveri. La svolta importante c’è stata qualche tempo dopo, con la prima donazione ingente (500 mila lire in latte e viveri) stanziata dalla Società San Vincenzo De Paoli, riunita nella Conferenza di Genova. Grazie ai primi benefattori, il presidio ha acquisito popolarità ed ha presto coinvolto anche medici pediatri (oggi 2) volontari, che hanno permesso di offrire alle mamme e ai bambini che si rivolgevano al centro anche cure mediche.

    Inizialmente la sede della struttura era ospitata dalle suore filippine, ma si è poi trasferita in strada, in via Prè, 12 anni fa, dando vita a un proprio presidio autonomo. Qui, i volontari hanno continuato ad accogliere, come un tempo, mamme e bambini migranti fino a 18 mesi («Gli uomini qui non possono entrare!», ironizza una delle volontarie), accompagnando le donne durante il percorso pre-natale, dotandole di un corredo, di alimenti appositi per i neonati, di medicine e cure mediche, grazie alla continua collaborazione con medici pediatri.

    punto-emergenza-pre-2Nell’attuale sede i volontari hanno messo in piedi da soli spazi attrezzati e ospitali: un locale soppalcato, dipinto sui toni pastello e dotato di armadi, giochi e tutto quel che serve a mettere a proprio agio chi entra. Ci sono anche due camere, una per i maschi l’altra per le femmine, dove i piccoli possono giocare e riposare, e inoltre stanze per il deposito dei viveri e dei vestiti. I volontari, che oggi sono in tutto una decina, tengono aperto il centro ogni pomeriggio, a partire dalle 14.30 fino alla sera. Poco distante da qui, sempre sulla strada, il presidio pediatrico e deposito di farmaci, dove i medici possono visitare i piccoli pazienti. Tutto, rigorosamente gratuito. Tutto senza che i volontari ricevano alcuna sovvenzione da Amministrazione o altri soggetti istituzionali. Ci tiene a sottolinearlo Bruna Doglio, che racconta: «Genova è una città solidale: sfatiamo il mito dei genovesi poco disposti ad occuparsi dei bisogni altrui. Dapprima diffidenti, sono pronti a dare molto per i servizi seri come il nostro. Siamo l’esempio tangibile del livello di partecipazione e altruismo di questa città: altrimenti come faremmo ad essere ancora qui, dopo 30 anni? All’inizio non avevamo nulla, siamo partiti da zero».

    Grazie alla risposta dei genovesi, dunque, il Punto Emergenza continua a fare il suo lavoro, sempre di più: sono tantissime le madri che si rivolgono all’associazione, indirizzate a Prè dai centri d’ascolto dei 27 vicariati della provincia di Genova.

    «Quando abbiamo iniziato questa attività, l’immigrazione a Genova era inferiore rispetto ad oggi. Adesso, non sappiamo come fare per rispondere alle esigenze di tutti quelli che ci chiedono aiuto»,raccontano i volontari, e ci accorgiamo di quanto ciò sia vero già dopo 10 minuti che li guardiamo lavorare. Arrivano mamme di continuo, con bambini neonati e i loro fratelli più grandi, con altre problematiche (mancanza di libri e attrezzatura per la scuola, ad esempio) da risolvere. I volontari corrono dallo stock degli alimenti, all’”armadio” con i vestitini, alla farmacia più vicina per comprare le medicine: «I conti li pagano i nostri benefattori, che credono nel nostro lavoro di aiuto alle famiglie e di recupero di Prè». Lo constatiamo con i nostri occhi, osservando il via vai di persone con pacchi di cibo e vestiti, ma attenzione: le iniziative private e spontanee sono sconsigliate. «Si finirebbe per avere una serie di merce che non riusciremmo a piazzare. Le richieste sono specifiche: dal tipo di latte, ai medicinali. Ad esempio, somministriamo una dieta lattea ai neonati fino a 21 mesi», dice Bruna.

    E naturalmente non si può non notare come il lavoro del Punto Emergenza Prè, oltre a fornire un concreto aiuto alle singole famiglie, dia anche un servizio al quartiere intero: fuori dalla retorica facile, il centro aiuta la riqualificazione di una zona problematica come Prè. Della sola Via Prè si può dire molto: criminalità, abusivismo abitativo e commerciale, spaccio sono solo alcune delle piaghe che la affliggono. Tuttavia, non va dimenticato che questo luogo è famoso anche per la sua vitalità, il folklore, la solidarietà: il Punto Emergenza lavora proprio in un’ottica di tolleranza e di integrazione, che parte da qui e coinvolge tutta la città.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Centro Scuole e Nuove Culture a Genova: scuola e integrazione

    Centro Scuole e Nuove Culture a Genova: scuola e integrazione

    Centro Scuole e Nuove Culture, GenovaNel centro storico di Genova, nella defilata Via della Fava Greca, 8, a pochi passi da Piazza Sarzano, i Giardini di Plastica sopra e sotto la vitale Via di Ravecca: incastonato qui, dal novembre 2001 si trova il Centro Scuole e Nuove Culture. Cos’è? Un centro che da ormai oltre 10 anni svolge un ruolo fondamentale nell’ambito della mediazione interculturale e nella promozione dell’integrazione dei migranti. Aperto grazie all’approvazione di un protocollo d’intesa inter-istituzionale tra Comune, Provincia di Genova, Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria del MIUR e Università di Genova, il Centro è nato con l’intento di rivolgersi in particolare ai bambini e ragazzi adolescenti figli di immigrati, aiutando il loro inserimento nell’ambiente scolastico con interventi didattici mirati all’educazione e alla formazione interculturale.

    Il tutto è  reso possibile grazie alla cooperazione di concerto con i vari plessi scolastici genovesi: il Centro non si rivolge strettamente a privati o a singoli bambini e famiglie, ma interagisce con i migranti grazie all’intermediazione delle scuole e degli insegnanti del ciclo primario e secondario. Il protocollo iniziale è stato poi ripetutamente rinnovato nel corso degli anni, includendo un numero crescente di soggetti firmatari: ad esempio, emblematico è il caso della partecipazione dell’ateneo genovese, che ora include tutte le Scuole (ex Facoltà), mentre inizialmente l’adesione era solo da parte della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

    Il Centro ospita il Laboratorio Migrazioni del Comune di Genova e il CRAS – Centro Risorse Alunni Stranieri. Inoltre, da circa un anno e mezzo il progetto ha preso una piega diversa e ha iniziato ad allargarsi, includendo non più solo gli aspetti legati all’inter-cultura e alle migrazioni, ma anche ospitando un centro documentale archivistico. Responsabile operativo del Centro è il dottor Riccardo Damasio: siamo andati a parlare con lui e ci siamo fatti raccontare la storia del centro, dagli inizi 12 anni fa come centro di sostegno e integrazione, al nuovo progetto di creazione di un archivio documentale legato al mondo dell’apprendimento e della scuola in senso lato.

     

    I PROGETTI

    I servizi offerti dal Centro toccano vari aspetti del delicato processo di inserimento dei bambini e di accettazione dell’immigrazione. Il Centro è nato anni fa sull’onda dei finanziamenti erogati dalla Legge Turco e ha scelto di trattare queste tematiche legate all’immigrazione e alla conoscenza tra culture diverse. I progetti “pilota” risalgono all’epoca delle Colombiadi, occasione in cui si era dato avvio a una serie di iniziative per diffondere la memoria delle migrazioni legate ai popoli nativi americani. Col tempo, poi, il lavoro si è incentrato sempre più sulle tematiche legate all’immigrazione e all’attualità, prendendo la forma odierna.

    Centro Scuole e Nuove Culture, GenovaIl Laboratorio Migrazioni è uno dei progetti portati avanti dal Centro, con l’appoggio del Comune di Genova. Si tratta di una struttura che è presente a Genova da ormai oltre vent’anni e fa parte della Direzione Scuola, Sport e Politiche Giovanili: da quando è attivo il Centro, il Laboratorio è stato trasferito qui, con il sostegno del Provveditorato agli Studi e la collaborazione di Claudia Nosenghi, prima responsabile del progetto. Lo scopo con cui nasce è quello di diffondere l’educazione interculturale nelle scuole, promuovendo progetti e laboratori espressivi per favorire l’inclusione degli alunni stranieri. Gli addetti seguono anche il percorso di inserimento, prevenendo atteggiamenti di chiusura e razzismo e valorizzando la multietnicità, piuttosto che discriminando la differenza culturale. Il Laboratorio organizza, nei vari plessi scolastici che ne fanno richiesta o direttamente nei locali del Centro adibiti a tale uso, attività per e con i bambini, immigrati e non. Inoltre, sono previste anche attività formative per gli stessi insegnanti, offrendo un servizio pedagogico a 360 gradi, diffuso capillarmente in tutta la città. All’inizio, infatti, il Laboratorio aveva più sedi dislocate su tutto il genovesato (da Cornigliano alla Valpolcevera), ma successivamente le strutture sono state chiuse e raggruppate nei locali del Centro di Via della Fava Greca. Nonostante i tagli e le difficoltà successive alla crisi economica che ha colpito anche le amministrazioni comunali e provinciali, il Laboratorio è riuscito a sopravvivere, anche grazie alla determinazione dei responsabili e degli referenti comunali: oggi, nonostante la carenza di risorse economiche, la struttura è gestita da insegnanti delle scuole ordinarie e da mediatori culturali.

    Proprio la mediazione culturale è un altro importante aspetto affrontato all’interno del Centro. Anch’essa attiva da ormai oltre un decennio, si rivolge alle scuole e propone attività con e per bambini all’interno delle classi delle scuole cittadine. Le attività si svolgono o direttamente nelle classi, su chiamata da parte degli insegnanti, oppure nella sede del Centro, in spazi accoglienti e appositamente allestiti. Qui, le scuole sono ospitate in location diverse da quelle cui i bambini sono solitamente abituati e in cui si cerca di ricreare uno spazio ludico e famigliare, in modo da mettere a proprio agio i partecipanti e di favorire il clima di distensione e di sereno confronto.

    Il CRAS – Centro Risorse Alunni Stranieri è  una struttura promossa dall’Ufficio Scolastico Regionale ligure del MIUR per favorire l’integrazione degli alunni stranieri. Si tratta di uno sportello specifico che, all’interno del Centro Scuole e Nuove Culture, segue il percorso scolastico degli alunni stranieri e supporta le scuole nell’accoglienza degli alunni migranti con progetti per garantirne la frequenza scolastica e il diritto allo studio. Inoltre, si offre anche come luogo d’incontro e riflessione per insegnanti e famiglie, svolgendo il compito di mediatore culturale e linguistico.

    Che altro? Ci spiega il dottor Damasio: «Oltre a quelli già elencati, sono previsti anche progetti di ricerca e formazione sul tema del plurilinguismo, sviluppati in collaborazione con la Facoltà di Lingue e di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, e con la Provincia. La collaborazione con questo soggetto è particolarmente importante: mentre il Comune segue i progetti che riguardano il primo ciclo di istruzione, ovvero fino alle scuole medie, la Provincia si dedica a quelli che riguardano il secondo ciclo, fino alle scuole superiori, permettendoci di non interrompere a metà il progetto incominciato magari con i bambini, una volta che diventano adolescenti. Tutto ciò favorisce un’integrazione dei due cicli di formazione e permette si non abbandonare i ragazzi. Purtroppo in questo momento i problemi di bilancio cui sono sottoposte le Province e le amministrazioni costringono anche noi del Centro ad affrontare una fase di ristrettezze, di tagli e di sacrifici. Tuttavia, i nostri progetti proseguono e riusciamo a trovare risorse grazie alla determinazione di Comune e altri enti, che collaborano con noi per portare avanti queste iniziative, vero fiore all’occhiello cittadino. Il nostro è un progetto “non obbligatorio”, ovvero è un “di più” pur nella sua intrinseca importanza, nessuno è obbligato a mantenerlo in vita. Tuttavia la forte carica innovativa che contraddistingue il Centro fa in modo che da parte di tutti ci sia la ferma volontà di preservarlo, anche in condizioni economiche non propriamente sfavillanti. Il Comune ha speso grandi risorse per promuovere i temi della migrazione e dell’inclusione culturale e sociale, sensibilizzando la cittadinanza».

    Infine, il Centro -coniugando l’aspetto laboratoriale e quello documentale– offre anche un servizio di consulenza per insegnanti, tirocinanti e studenti, i quali possono accedere ad un archivio di oltre 5 mila volumi. Da ormai un anno e mezzo, infatti, è nato il progetto di potenziare la struttura del Centro con la creazione di un centro documentale, già esistente e ospitato da altre strutture comunali, ma ora trasferito nei locali di Via della Fava Greca per l’insorgere di problemi organizzativi. Il centro documentale è dedicato alla memoria di Anna Maria Conterno Degli Abbati, senatrice PCI dal ’76 al ’79 e direttrice dell’Istituto Papa Giovanni XXIII che ha donato al Comune di Genova gli atti parlamentari e il proprio materiale librario e documentale sul tema infanzia e educazione montessoriana. Il centro era prima affidato al personale del Settore 0-6 del Comune di Genova che, con l’associazione Infanzia e Cultura e in collaborazione col Comitato Provinciale per l’UNICEF, metteva a disposizione collegamenti, informazioni e documentazione internazionale. Oggi nel Centro Scuole e Nuove Culture è possibile accedere al materiale archivistico, reperibile anche online, sul sito del Sistema Bibliotecario urbano unificato. La documentazione è consultabile in sede, anche se non è ancora attivo il sistema di prestito vero e proprio.

    Così Damasio: «Il nostro Centro è aperto dal lunedì al venerdì, mentre resta chiuso al sabato perché segue l’orario scolastico, dal momento che il soggetto di riferimento privilegiato sono proprio le scuole. Accogliamo spesso anche ragazzi e famiglie, ma sempre tramite le scuole. Anche gli eventi sono rivolti alle classi: non è escluso che si svolgano anche eventi pubblici e aperti a tutti, ma di norma non ci rivolgiamo alla cittadinanza, ma solo alle scuole, agli alunni e al personale didattico. Svolgiamo anche il servizio di accoglienza diretta di bambini, residenti soprattutto in zone più problematiche della città: mi riferisco in particolare a quartieri come Sampierdarena e alle zone limitrofe. Tra l’altro, c’è da sottolineare come la morfologia della migrazione sia in continuo cambiamento: se fino a poco tempo fa il luogo di insediamento privilegiato era il centro storico, oggi gli immigrati si sono spostati sempre più a Ponente, e chissà quale sarà lo scenario da qui a qualche tempo. Ora il nostro obiettivo è quello di proporre il centro come luogo di inserimento e mediazione, e anche come centro documentale. Il che permetterebbe di potenziare l’attività di mediazione e di ampliare lo scenario anche verso gli aspetti legati all’istruzione degli anni ’70-’80, ricostruendo il percorso genovese e ligure».

    Il Centro è fiore all’occhiello per la città di Genova perché costituisce un’esperienza unica non solo nel genovesato ma in tutta Italia: sono davvero rare le esperienze di Centri non privati ma amministrati a livello comunale, legati alla promozione dell’inter-cultura. A Genova, con questo sistema cooperativo, è possibile per il Comune mantenere un ruolo attivo nella promozione delle attività. Tutto ciò permette di toccarne con mano l’importanza sul territorio e di consolidare la volontà di preservarlo.

     

    Elettra Antognetti

  • Moschea e luoghi di culto islamici: dove pregano i musulmani genovesi?

    Moschea e luoghi di culto islamici: dove pregano i musulmani genovesi?

    moschea-vico-fregosoÈ da tanti anni che a Genova si discute animatamente in merito alla costruzione di una grande moschea. Eppure, la nostra città presenta già un buon numero di luoghi di preghiera dove tutti i giorni, e non solo il venerdì, giorno di festa secondo i dettami dell’Islam, si raccolgono in preghiera i fedeli musulmani.

    Questi luoghi, spesso associazioni o centri culturali sorti una decina di anni fa su iniziativa di singoli immigrati giunti a Genova dal proprio paese di origine, costituiscono un punto di riferimento fondamentale per coloro che vogliono pregare sotto lo stesso tetto insieme ad altri credenti.
    Sono sette i luoghi di preghiera islamici presenti a Genova: cinque di essi sono dislocati all’interno del centro storico, gli altri due si trovano nei quartieri di Sampierdarena e Prà.

    Noi siamo andati a visitare quello che è il luogo di culto più conosciuto e frequentato dagli islamici genovesi: a pochi metri da Porta dei Vacca, nascosto in una stretta salita che da via del Campo ci porta dritti nel cuore del Ghetto, più precisamente in vico dei Fregoso, sorge l’associazione culturale Khald Ibn Alwalid. Un nome impegnativo per noi italiani, un omaggio all’omonimo compagno del profeta Maometto e grande guerriero arabo, per i musulmani.

    Il centro è in costante rinnovamento, come ci spiega il Presidente dell’associazione, Mohammed Nouali. Residente a Genova da circa vent’anni, Nouali ha fondato il centro 10 anni fa e, da allora, il progetto si è allargato fino all’acquisto di una seconda sala, nel 2009, più grande di quella già in uso costituita da due piccole stanze distribuite su altrettanti livelli affacciate su vico dei Fregoso.

    moschea-islam
    Foto di Elena Ricci

    Qui si ritrovano per pregare musulmani di tante nazionalità diverse: senegalesi, tunisini, algerini, marocchini, egiziani. In settimana la sala piccola di vico dei Fregoso è frequentata esclusivamente da uomini; il venerdì, giorno festivo per i seguaci dell’Islam, la stessa saletta si trasforma invece in luogo di preghiera riservato a donne e bambini mentre gli uomini si radunano al piano di sotto, nel salone grande, che può accogliere fino a 300 persone.

    Entrando nel salone balzano subito all’occhio le tipiche piastrelle bianche e blu che rivestono i muri del locale in tutta la sua ampiezza e i numerosi tappeti colorati che, con i bordi sovrapposti l’uno sull’altro, nascondono per intero le mattonelle del pavimento. In fondo alla sala, al centro, si nota immediatamente quello è il corrispettivo islamico del pulpito presente all’interno delle chiese cristiane: il minbar, una specie di piccolo trono rialzato dal quale, il mezzogiorno del venerdì, l’imam esegue l’arringa dinanzi ai presenti. A fianco, sulla destra, una minuscola stanzetta ospita il microfono per la preghiera obbligatoria del venerdì.

    Il centro Khald Ibn Alwalid non funge solo da luogo di culto musulmano. L’associazione organizza periodicamente anche incontri aperti al pubblico che sono sia momenti di dialogo e confronto con esponenti o esperti di altre religioni, sia occasioni per discutere insieme sull’Islam ed evidenziare l’importanza di un confronto aperto tra i fedeli di religioni diverse. Grande importanza rivestono anche le attività per i bambini: aiuto con i compiti scolastici, escursioni all’aria aperta, letture e corsi di arabo. Spesso e volentieri il centro organizza incontri tra immigrati appena arrivati a Genova e avvocati per offrire ai primi un servizio informativo chiaro e dettagliato sulle leggi e la burocrazia italiane.

     

    Samanta Chittolina

  • Immigrazione, sanatoria 2012: un altro flop, boom di colf e badanti

    Immigrazione, sanatoria 2012: un altro flop, boom di colf e badanti

    La sanatoria 2012, come pronosticato da più parti, si è rivelata un flop.
    La procedura di emersione dal lavoro “nero” per gli immigrati irregolarmente presenti nel nostro Paese, destinata in realtà a condonare i datori di lavoro disonesti e – solo quale effetto collaterale – a regolarizzare con la concessione del permesso di soggiorno i lavoratori stranieri (come aveva spiegato alla perfezione ad Era Superba l’avvocato Alessandra Ballerini), si è conclusa il 15 ottobre scorso, dopo una finestra di apertura durata appena 30 giorni.

    I dati finali parlano chiaro: sono 116 mila le domande pervenute allo Sportello Unico per l’Immigrazione, a fronte di alcune stime dei sindacati che parlavano di circa mezzo milione di lavoratori stranieri irregolari potenzialmente interessati.
    Dunque le cifre sono state molto più basse, evidentemente perchè in Italia si continua a puntare sull’illegalità e le sanzioni non sembrano in grado di arginare il fenomeno del lavoro sommerso. A farne le spese, in misura maggiore, sono gli immigrati, sfruttati e sottoposti a rapporti lavorativi stagionali o comunque a termine, spesso e volentieri in “nero”.

    Inoltre, un altro dato salta all’occhio: l’assoluta predominanza dei moduli EM-DOM, ovvero le richieste d’emersione avanzate nei confronti di collaboratori domestici o famigliari. Su circa 116 mila richieste, infatti, oltre 101 mila riguardano il settore domestico.

    Quindi sarebbero solo circa 15 mila i lavoratori stranieri impiegati in tutti gli altri settori (industria, agricoltura, commercio, ecc.).

    Difficile immaginare che tali numeri possano fotografare la realtà, come spiega all’agenzia Dire, Giuseppe Casucci, responsabile nazionale del dipartimento immigrazione della Uil «La risposta è una sola: perchè il costo per una richiesta relativa a colf e badante non supera i 2 mila euro (tra una tantum e contributi previdenziali), mentre in settori come l’edilizia, il commercio e l’agricoltura il costo può essere tra 3 e 5 volte maggiore».

    Osservando con attenzione le domande presentate online, spuntano numerose sorprese «Il Marocco, tradizionalmente assente dal settore domestico, su un totale di 13.922 domande, ne ha inviate ben 11.368 per lavori di colf o badante  – continua Casucci – Lo stesso dicasi per il Bangladesh (12.629 su 13.752), l’Egitto (7.466 su 9.548), il Pakistan (8.667 su 9.604). Il trucco e’ piuttosto semplice: si fa domanda di regolarizzazione per lavoro domestico e una volta ottenuto il permesso di soggiorno si cambia datore di lavoro».

    La sanatoria dunque e’ stata un fallimento: considerando una stima attendibile di circa 500 mila stranieri irregolari, solo 1 su 5 ha potuto presentare domanda.

     

    Matteo Quadrone

  • Immigrazione: la Sanatoria 2012 rischia di essere un fallimento

    Immigrazione: la Sanatoria 2012 rischia di essere un fallimento

    A 10 giorni dalla partenza ufficiale già si profila un rischio flop e piovono critiche sul provvedimento di emersione previsto dal Decreto legislativo n. 109 del 16 luglio 2012 – la cosiddetta sanatoria volta, ufficialmente, a far emergere e “legalizzare” i rapporti di lavoro irregolari relativi a cittadini extracomunitari: i datori di lavoro che, alla data di entrata in vigore del decreto, occupano irregolarmente da almeno tre mesi lavoratori stranieri presenti nel territorio nazionale (in modo ininterrotto e documentato almeno dal 31 dicembre 2011 o precedentemente) potranno dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro allo Sportello unico per l’immigrazione ed avviare una procedura di regolarizzazione. La dichiarazione potrà essere presentata dal 15 settembre al 15 ottobre 2012.

    «In realtà più che di sanatoria per immigrati dovrebbe parlarsi di condono, anche penale, per i datori di lavoro che hanno assunto “in nero” lavoratori stranieri irregolari – denuncia l’avvocato Alessandra Ballerini, membro dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e consulente della Cgil, dalle pagine del sito web www.corriereimmigrazione.it – Infatti il datore di lavoro, e solo lui, potrà autodenunciarsi per gli illeciti commessi e, a fronte del versamento di un contributo di 1.000 Euro per ciascun lavoratore con l’aggiunta del pagamento delle somme dovute a titolo contributivo e retributivo degli ultimi sei mesi, potrà ottenere l’estinzione dei reati commessi. Il “condono” del datore di lavoro potrebbe (il condizionale è d’obbligo visti tutti gli ostacoli ed i trabocchetti previsti dalla norma) avere come effetto collaterale il rilascio di un permesso di soggiorno per il lavoratore straniero».
    Il limite più grave di questa norma è che il lavoratore non ha la possibilità di attivare autonomamente la procedura di emersione «Il lavoratore straniero in queste procedure di emersione non è un soggetto giuridico parte di un contratto, ma un oggetto», sottolinea Ballerini. Una scelta legislativa che appare «Incomprensibilmente discriminatoria, anche perché lascia il migrante in una condizione di sudditanza e di ricattabilità, oltre a non attribuirgli alcuna dignità di persona – continua Ballerini – Con queste norme per l’ennesima volta i lavoratori sono in balia dei datori di lavoro. Il fine, neppure troppo mascherato, è quello di fare soldi sulle spalle delle migliaia di immigrati che sognano di uscire dalla clandestinità».
    In sostanza, se il datore di lavoro non intenderà dar corso alla procedura di emersione, al lavoratore non resteranno che due opzioni: rimanere in condizioni di irregolarità o rivolgersi al mercato illegale delle false assunzioni. «Così si spalancano le porte ai truffatori di professione, come è già accaduto nelle precedenti sanatorie – ribadisce l’avvocato ad Era Superba – individui capaci di chiedere la regolarizzazione del rapporto con 6-7 persone a cui estorcono almeno 6-7 mila euro di bottino».

    Finora le domande di emersione sono state solo 16 mila in tutta Italia, pochissime a Genova. Mentre le previsioni della vigilia parlavano di 300 mila domande. «Nel caso siano assenti alcuni requisiti e la procedura di emersione venga comunque presentata, a rischiare penalmente è il datore di lavoro che quindi ci pensa due volte prima di autodenunciarsi», precisa Ballerini.

    L’ostacolo più importante, però, rimane quello dell’esborso economico «E’ evidente che tutti i costi, così come nelle sanatorie precedenti, saranno sobbarcati dal migrante, disposto a tutto pur di ottenere quel pezzo di carta che lo rende finalmente legale», afferma l’avvocato. In molti casi, infatti, il datore di lavoro pretenderà che sia il lavoratore stesso a pagare il contributo forfettario di 1.000 euro, dovuto alla presentazione della domanda di emersione, nonché i contributi e le ritenute fiscali dovuti per almeno sei mesi.
    Inoltre, il Decreto legislativo impone allo straniero di provare – con atti provenienti “da organismi pubblici” – di essere presente sul suolo italiano almeno dal 31 dicembre 2011. «È assurdo chiedere ad una persona che è stata sempre costretta a nascondersi di documentare con atti pubblici (e dunque forse non si era nascosta poi così bene) di aver commesso un reato (la clandestinità) da non meno di 9 mesi», sottolinea Ballerini. Il “clandestino”, per definizione, cerca di vivere in una condizione di invisibilità, quindi chi non abbia avuto la sfortuna di incappare in un provvedimento di espulsione o in un ricovero ospedaliero, difficilmente potrà assolvere a tale condizione. Per numerosi lavoratori l’unica soluzione per accedere alla sanatoria sarà quella di procurarsi una documentazione contraffatta.
    «La procedura di emersione va resa equa e fruibile o rischia di essere un’occasione mancata – denuncia il Tavolo Immigrazione (Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cisl, Cgil, Comunità di S. Egidio, Fcei, Sei-Ugl, Uil) – La richiesta della prova di presenza in Italia al 31 dicembre 2011 è incongrua e ingiustificata e si configura come una vessazione sia nei confronti dei lavoratori che dei datori di lavoro. Le pubbliche amministrazioni non possono produrre documentazione, salvo in casi molto particolari, per stranieri irregolarmente presenti nel territorio. La nostra richiesta, che non ha ottenuto risposta, è di chiarire al più presto almeno cosa si intenda per organismi pubblici, ampliando il più possibile il novero dei soggetti che possono rientrare in questa categoria, non escludendo anche il ricorso a certificazioni emesse da enti privati».
    «Che affidabilità può dare uno Stato che fa le regole e poi le disfa, le sovverte?  – è la domanda retorica che si pone Alessandra Ballerini  – Che prima urla la tolleranza zero per i “clandestini” e poi con un gioco di prestigio proclama che lo stesso presupposto che fino al giorno prima comportava come conseguenza il decreto di espulsione, il trattenimento per 18 mesi in un Cie e la contestazione del reato di clandestinità, il giorno dopo comporti il premio del rilascio del permesso di soggiorno. Come si fa a credere in uno Stato così?».

    Occorre sottolineare che oggi l’unico modo di diventare “legale” per uno straniero che ha perso, oppure non ha mai avuto, il diritto al soggiorno, è quello di usufruire delle sanatorie, strumenti periodici quanto necessari per rilasciare permessi di soggiorno a lavoratori che in Italia in realtà già ci sono.
    «La legge impone una presenza ininterrotta ma sono numerosi i casi di persone presenti sul suolo italiano anche da molto più tempo, però in maniera discontinua – spiega Ballerini – Per loro è impossibile emergere». Ad esempio gli stranieri esenti dall’obbligo di visto d’ingresso che entrano nel nostro Paese per motivi turistici e possono soggiornarvi massimo tre mesi. Terminato quest’arco temporale «Tornano al paese natio e successivamente rientrano nuovamente in Italia – continua Ballerini – rispettando la legge sono penalizzati perché non possono fare la richiesta di emersione».
    E non vanno dimenticati coloro i quali «Sono costretti a fare un breve ritorno in patria per la morte di un parente – racconta l’avvocato – E solo per questo motivo vengono esclusi dalla sanatoria».
    Inoltre alcuni migranti che già possiedono un permesso di soggiorno temporaneo, ad esempio genitori di bambini con problemi di salute «Potrebbero essere stati assunti ugualmente “in nero – afferma Ballerini – Ovviamente in casi simili è ancora più arduo ipotizzare che il datore di lavoro, di sua spontanea volontà, decida di autodenunciarsi. Se invece il datore di lavoro è una persona onesta e ha regolarizzato il lavoratore, quest’ultimo alla scadenza del permesso temporaneo torna ad essere un irregolare». Ciò accade anche per i richiedenti asilo «Per i primi 6 mesi la legge non gli consente di lavorare ma se la pratica dura di più, come accade solitamente, viene data loro quest’opportunità – continua l’avvocato – Pensiamo a tutti i profughi giunti in Italia l’anno scorso. Se stanno lavorando in regola non possono essere sanati. Quindi, se la loro pratica per l’asilo non andrà a buon fine, ricadranno in clandestinità».

    «Una sanatoria degna di questo di nome dovrebbe essere permanente e dunque non limitata in un mese di tempo né stabilita con “norma transitoria” o decreti ministeriali, ma invocabile in qualsiasi momento e sancita per legge – conclude Ballerini – dovrebbe essere azionabile anche e soprattutto dal lavoratore straniero indipendentemente dal consenso del datore di lavoro, e dovrebbe essere immune da gabelle, trucchetti, ostacoli e dunque dovrebbe prevedere: nessuna dimostrazione con atti pubblici di datata permanenza in Italia, la previsione di un permesso per attesa occupazione nel caso in cui sia il datore di lavoro a non possedere i requisiti per l’emersione, nessun limite alla tipologia di lavoro, eliminazione dell’automatica ostatività delle segnalazioni di inammissibilità nello spazio Schenghen e di condanne penali».

     

    Matteo Quadrone

  • Immigrazione, al via la Sanatoria 2012

    Immigrazione, al via la Sanatoria 2012

    A 10 anni dall’ultimo simile provvedimento (era il 2002, all’epoca dell’entrata in vigore della legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini), dal 15 settembre al 15 ottobre 2012 un datore di lavoro potrà far emergere dal lavoro nero il proprio impiegato immigrato.

    Se con il provvedimento del 2009 – limitato a colf e badanti – sono emerse 300mila figure lavorative domestiche, oggi, secondo alcune stime, le domande potrebbero superare quota 500mila.
    Si parte sabato 15 settembre: un mese di tempo per le decine di migliaia di migranti ed i loro datori di lavoro, per regolarizzare il proprio rapporto lavorativo.

    Per cercare di andare incontro alla necessità di informazioni degli interessati – datori di lavoro e lavoratori – e per aiutarli nella procedura di presentazione della domanda, diverse associazioni stanno organizzando incontri pubblici sul territorio nazionale:

    Genova:

    Venerdì 14 settembre , h 17-19.30, Sala del Consiglio Provinciale, ingresso da Largo E. Lanfranco, 1 (Prefettura). Interverranno: Giulia Stella e Patrizia Bellotto CGIL Liguria e CGIL CdLM Genova; Walter Massa e Rachid Kay ARCI Regionale e ARCI Provinciale; Alessandra Ballerini Avvocato

    – Martedi 18 settembre, h. 17.30, vico Croce Bianca 7 traversa via del Campo, organizza la casa di quartiere Ghettup

     

    INFORMAZIONI PRINCIPALI

    La domanda va presentata esclusivamente in via telematica al sito governativo nullaostalavoro.interno.it dalle ore 8.00 di sabato 15 settembre alle ore 24.00 di lunedì 15 ottobre 2012. Il datore di lavoro potrà registrarsi fornendo un indirizzo di posta elettronica valido e una password per l’accesso.

    -La quota da versare è di mille euro, il doppio rispetto alle 500 che sono servite nel 2009 per regolarizzare colf e badanti.

     

    I REQUISITI DEL LAVORATORE

    Il cittadino straniero per cui si chiede il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro (quindi l’emersione del rapporto lavorativo) deve essere presente sul suolo italiano in modo ininterrotto dal 31 dicembre 2011 compreso.

    Il rapporto di lavoro dovrà essere in corso al momento della presentazione della domanda e da almeno il 9 maggio 2012.

     

    I REQUISITI DEL DATORE DI LAVORO

    Hanno la possibilità di attivare la procedura i datori di lavoro italiani, comunitari e non comunitari. I datori di lavoro non comunitari dovranno essere in possesso di carta di soggiorno o del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (o aver presentato la domanda per ottenerlo).

    Il reddito del datore di lavoro
    I datori di lavoro dovranno dimostrare un livello di reddito sufficiente. La congruità del reddito in relazione al numero delle domande presentate e alla retriuzione prevista per i lavoratori è valutata dalla DPL competente.
    I livelli di reddito richiesti sono i seguenti:

    -30.000 euro in caso di persone fisiche, enti o società, risultanti dal reddito imponibile dell’ultima dichiarazione dei redditi, dal fatturato, o bilancio di esercizio precedente
    La valutazione sulla capacità economica, nel caso in cui l’impresa fosse di nuova costituzione, e quindi non avesse ancora completato il primo esercizio d’imposta, e non vi fosse una dichiarazione dei redditi di riferimento, dovrà tener conto del fatturato presunto;
    -20 mila euro per l’emersione di un lavoratore domestico in caso di nucleo familiare composto da un solo soggetto percettore di reddito;
    -27 mila euro quando il nucleo familiare che assume un lavoratore domestico sia composto da più persone.
    Il coniuge ed i parenti entro il 2° grado potranno concorrere alla determinazione del reddito anche se non conviventi;
    – Non dovranno dimostrare un reddito sufficiente i datori di lavoro che regolarizzeranno un lavoratore addetto all’assistenza di una persona affetta da patologie o handicap (badante). In tale situazione dovrà essere presentata una dichiarazione di non autosufficienza rilasciata da una struttra santiaria o da medico convenzionato con il SSN.
    Non sarà necessario produrre tale documentazione in caso di possesso di certificazione di invalidità.

    Lavoro domestico
    Il datore di lavoro potrà essere anche una persona congiunta, facente parte del nucleo familiare (anche se non convivente) dell’assistito affetto da patologie o handicap.
    In ogni caso, per il lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare l’assunzione sarà possibile anche se l’attività lavorativa si svolge presso una abitazione diversa da quella del datore di lavoro (in ufficio, a casa di un parente, in una seconda casa)

     

    IL RAPPORTO DI LAVORO

    Il rapporto di lavoro dovrà essere in corso al momento della presentazione della domanda e da almeno il 9 maggio 2012. Potranno essere regolarizzati i rapporti di lavoro subordinato a tempo determinato o indeterminato con orario di lavoro a tempo pieno. I rapporti di lavoro domestico a tempo determinato o indeterminato con orario di lavoro a tempo parziale non inferiore alle 20 ore settimanali La retribuzione dovrà essere corrispondente a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale della categoria di riferimento e comunque non inferiore all’importo minimo previsto per l’assegno sociale (5.577 euro annui, 429 euro mensili),

    Il contributo forfettario
    Per presentare la domanda, dal 7 settembre, deve essere versato un contributo forfettario di euro mille per ciascun lavoratore regolarizzato.
    Il pagamento del contributo forfettario deve essere effettuato esclusivamente tramite il modulo F24.
    L’Agenzia delle entrate ha stabilito che in sede di compilazione devono essere indicati:
    -nella sezione contribuente, i dati anagrafici ed il codice fiscale del datore di lavoro che effettua il pagamento;
    -nella sezione erario e altro, nel campo “tipo” la lettera R; nel campo “elementi identificativi” il numero del passaporto o di altro documento equipollente del lavoratore (se è composto da più di 17 caratteri si riportano solo i primi 17); nel campo “codice” è inserito il codice tributo REDO per datori di lavo ro domestico,RESU per datori di lavoro subordinato; nel campo “anno di riferimento” l’anno 2012 Il contributo forfetario non è deducibile ai fini fiscali e non verrà restituito in caso di archiviazione, rigetto o irricevibilità della domanda.

    La retribuzione
    Il datore di lavoro dovrà dimostrare di aver regolarizzato le somme dovute a titolo retributivo per un periodo di durata del rapporto di lavoro e comunque per un periodo non inferiore a 6 mesi.
    La dimostrazione avverrà attraverso un’ attestazione redatta congiuntamente da datore di lavoro e lavoratore. Le somme dovranno corrispondere a quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale e alle retribuzioni minime giornaliere fissate annualmente dall’INPS.

    I contributi
    All’atto della stipula del contratto di soggiorno il datore di lavoro dovrà dimostrare di aver provveduto a tutti gli obblighi in materia contributiva maturati dal momento dell’assunzione del lavoratore fino alla stipula del contratto di soggiorno e comunque per un periodo non inferiore a 6 mesi.

    Le somme dovute ai fini fiscali
    Il datore di lavoro dovrà regolarizzare le somme dovute in base alla retribuzione per un periodo commisurato alla durata del rapporto di lavoro e comunque non inferiore a 6 mesi mediante il versamento entro il 16 novembre 2012 delle ritenute operate. In ogni caso la regolarizzazione deve essere attestata all’atto della stipula del contratto di soggiorno mediante apposita autocertificazione.

     

     

  • Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    All’interno del settimo Rapporto sull’immigrazione a Genova, promosso dalla Provincia e realizzato dal Centro Studi Medì, che sarà presentato venerdì 25 maggio (ore 10:15 nella sala del Consiglio Provinciale a Palazzo Doria Spinola, Largo Eros Lanfranco 1), trovano spazio diversi approfondimenti sul fenomeno dell’immigrazione straniera nella nostra città, tra i quali spicca una ricerca sull’interpretazione e le percezioni della sessualità tra i giovani latino americani.
    Le due ricercatrici che hanno condotto lo studio, Francesca Lagomarsino e Chiara Pagnotta, hanno focalizzato la loro attenzione sull’aumento delle giovani latinoamericane che si rivolgono ai consultori genovesi per analizzare, nella prospettiva più ampia della sessualità narrata e descritta da ragazzi e ragazze, i temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni volontarie di gravidanza.

    La ricerca sulla percezione della sessualità tra i giovani latino americani è stata finanziata dalla Regione Liguria ed ha visto la stretta collaborazione delle ricercatrici con gli operatori dei consultori pubblici della Asl 3 ma anche con quelli privati, ad esempio di Aida e Caritas.
    «Si tratta di uno studio esplorativo che ha provato a gettare uno sguardo su alcuni fenomeni legati alla sessualità – spiega Francesca Lagomarsino, sociologa, ricercatrice presso l’Università di Genova – Abbiamo parlato con medici ed assistenti sociali e poi attraverso specifici focus group che hanno coinvolto giovani latini americani ma anche italiani, maschi e femmine, i ragazzi si sono confrontati sulla sessualità ed i comportamenti correlati».

    Innanzitutto occorre sottolineare come, in merito ai temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza, soprattutto a livello locale, sia impossibile contare su dati precisi perché non esiste il necessario coordinamento e neppure un sistema uniforme di raccolta dati. «Ad esempio gli ospedali forniscono i dati delle interruzioni di gravidanza ma questi ultimi, per ricostruire un quadro preciso, dovrebbero essere incrociati con quelli dei consultori», sottolinea Lagomarsino.
    Queste lacune sono dovute all’insufficienza di risorse umane e finanziarie, visto il depauperamento dei servizi consultoriali che, in queste condizioni, svolgono comunque un gran lavoro, impegnandosi attivamente di fronte a nuove problematiche e confrontandosi con realtà culturali fino a qualche anno fa sconosciute.

    A livello nazionale, grazie ai dati forniti dal Ministero della Salute, è invece più semplice delineare la situazione.
    In Italia l’incidenza degli aborti legali dal 1982 – anno di entrata in vigore della 194 – al 2010 si è ridotta del 50,9%, ma il calo riguarda soprattutto le donne italiane, mentre è aumentato, anche in conseguenza del loro aumento demografico, fra le donne straniere residenti in Italia: nel 2009 sono state il 33,9% dei casi di interruzione volontaria di gravidanza. Mentre il numero di interruzioni, rispetto alle adolescenti italiane, è quadruplo in quelle straniere. In Liguria, secondo i dati della Regione, le interruzioni volontarie di gravidanza in trent’anni sono diminuite del 60%, tuttavia il tasso di aborti rispetto al totale degli abitanti nella fascia 15-17 anni è il più alto in Italia (7,7 per mille) e nella fascia 15-19 è il secondo (10,7 per mille) dopo la Sicilia. La percentuale di interruzioni di gravidanza che riguarda donne e ragazze straniere, molte ecuadoriane e peruviane, sul totale del 2009 è stata del 39,5%.

    «Gli operatori dei consultori hanno una percezione più accentuata di questi fenomeni trovandosi ad affrontarli quotidianamente – spiega Lagomarsino – Ovviamente il fenomeno migratorio ha portato nella nostra città numerose donne con un’età media molto bassa rispetto a quella locale e nel pieno della loro fertilità. Di conseguenza, in proporzione, i numeri delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza di ragazze straniere sono più alti rispetto a quelle di giovani italiane, ma non parliamo di un fenomeno allarmante».

    «Un altro aspetto che è emerso è la grande distanza generazionale – racconta Lagomarsino – nonostante il lodevole tentativo di creare percorsi e luoghi dedicati, come lo spazio giovani dei consultori, i ragazzi, italiani e stranieri senza troppe differenze, sottolineano la difficoltà di approcciarsi a queste strutture perché la vergogna ed il timore di sentirsi giudicati, spesso hanno la meglio. Tra l’altro molti giovani latino americani attraversano una fase di transizione: diversi dai loro genitori ma neppure di seconda generazione, si trovano in mezzo al guado tra il modello dei paesi di provenienza e quello italiano».

    «Di fronte ad un’utenza che è cambiata e nonostante alcune lacune sopracitate, i servizi consultoriali stanno prendendo coscienza delle nuove esigenze – continua Lagomarsino – e attraverso l’attività di formazione degli operatori che deve essere necessariamente implementata e strumenti più pratici come la trasmissione delle informazioni in lingua straniera, stanno provando ad affrontare il cambiamento».

    Certo rimangono alcune difficoltà, che riguardano sia giovani italiani che stranieri «Un conto è avere la percezione razionale di alcuni comportamenti a rischio – spiega Lagomarsino – Altro discorso è la scelta consapevole di alcuni strumenti, come ad esempio i contraccettivi, nella pratica quotidiana. In questo senso è fondamentale un lavoro di persuasione sull’autostima dei giovani per convincerli ad avere maggiore cura di se stessi. E qui resta ancora molto lavoro da fare».

     

    Nel rapporto trova spazio anche un interessante approfondimento sul fenomeno dei “visibilmente invisibili” venditori ambulanti di fiori a Genova.
    Attualmente esistono due gruppi distinti di venditori di fiori: quelli per così dire “storici”, di area maghrebina ed il recente fenomeno degli ambulanti di area indo pakistana.

    «Noi ci siamo concentrati esclusivamente sul primo gruppo», spiega Lagomarsino.
    La ricerca è stata finanziata dalla Bottega Solidale, da alcuni anni impegnata per sviluppare la responsabilità sociale dei soggetti produttori, nell’ottica del rispetto dei lavoratori e della garanzia di un giusto salario. I fiori venduti dagli ambulanti nelle città italiane provengono soprattutto dai paesi del Sud America e dal Maghreb, via Amsterdam.
    «Parliamo di un mondo con cui è difficile approcciarsi considerando le situazioni di irregolarità che lo contraddistinguono – racconta Lagomarsino – Ci siamo riusciti anche grazie all’aiuto di un ricercatore marocchino che ha intervistato i venditori».

    Grazie a questo studio è possibile sfatare alcuni luoghi comuni «Spesso alle spalle di queste persone ci immaginiamo chissà quali traffici ambigui – sottolinea Lagomarsino – In realtà abbiamo constatato come esista anche una sorta di organizzazione ufficiale. Alcuni venditori hanno aperto la partita iva e sono diventati piccoli imprenditori che si recano abitualmente al mercato di Sanremo per acquistare i fiori».
    È un universo variegato in cui ci si imbatte in storie davvero particolari «Ad esempio quella di un giovane studente universitario che per pagarsi gli studi ha intrapreso questo lavoro – spiega Lagomarsino – oppure la vicenda di un atleta che ha partecipato alle olimpiadi di Pechino ma che, non riuscendo a vivere di atletica, ha deciso di vendere fiori, tra un allenamento e l’altro».

    C’è da sottolineare che, pur in una cornice di estrema precarietà «Le persone percepiscono l’attività di venditore di fiori alla stregua di un vero e proprio mestiere – conclude Lagomarsino – In altri termini non ci troviamo di fronte alla miseria di chi svolge questo ruolo per attrarre la pietà delle persone, come spesso erroneamente pensiamo. Piuttosto per loro questa è una concreta opportunità, forse la più accessibile, per provare a vivere del proprio lavoro».

     

    Matteo Quadrone

  • Assicurazioni auto a tariffe etniche: agli extracomunitari costano di più

    Assicurazioni auto a tariffe etniche: agli extracomunitari costano di più

    Nei giorni scorsi l’Europa ha ufficialmente chiesto all’Italia di eliminare definitivamente le cosiddette assicurazioni a “tariffe etniche”, ovvero un premio assicurativo più caro che viene applicato solo nei confronti dei cittadini extracomunitari.

    Si tratta di un caso già noto, sollevato due anni or sono da un’inchiesta di Repubblica, che, per effetto di un esposto dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), è giunto sui tavoli della Commissione Europea. Interessa buona parte delle compagnie di assicurazione italiane, ormai abituate da anni ad applicare tariffe più svantaggiose ai cittadini immigrati raggiungendo maggiorazioni che arrivano anche al 100% (soprattutto nel caso di cittadini marocchini) e che in media si aggirano dall’8% al 43%.

    Utilizzando i termini tecnici del mondo degli assicuratori viene definito “rischio nazionalità”, facendo invece riferimento ai termini che utilizziamo tutti i giorni in qualunque altro contesto si dice che “se sei albanese o marocchino la polizza auto costa di più”. Per quanto riguarda la Commissione Europea, invece, si parla di “restrizione discriminatoria della libertà di fruire di un servizio” e di “criteri di cittadinanza nella definizione dei premi assicurativi delle Rc auto”. Al momento la Commissione Ue ha deciso di non aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, limitandosi alla segnalazione; ora tocca alle compagnie italiane eliminare la voce dai contratti.

    All’inizio di quest’anno anche l’Ufficio Nazionale Anti-Discriminazioni Razziali (Unar) era intervenuto sulla delicata questione diffondendo una nota con la quale sottolineava i profili di illegittimità e di contrasto con il diritto europeo che caratterizzano le tariffe differenziate per nazionalità nelle polizze auto.

     

    [Foto di Diego Arbore]