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  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    Questo non è un “luogo comune”. Incontro ai Giardini Luzzati con Maria Luisa Gutierrez Ruiz

    maluNell’incontro di oggi con Maria Luisa Gutierrez Ruiz abbiamo una nuova occasione di approfondire la profonda relazione che esiste tra la cultura latinoamericana e la città di Genova. Maria Luisa è stata una delle promotrici del progetto Luoghi Comuni, una sorta di guida sentimentale della città raccontata dal punto di vista dei suoi abitanti. La sua esperienza è anche legata ai Giardini Luzzati, un luogo che si trova in una magnifica posizione nel cuore del centro storico, nato a nuova vita alcuni anni fa e diventato, grazie a un progetto con capofila l’associazione Il Ce.Sto, un punto di riferimento della vita sociale e culturale della città.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata nel 2002 con un visto turistico, assieme al mio gruppo di danza. Per fortuna ho avuto la possibilità di fare tutti i documenti in breve tempo, anche se ho perso un anno all’Università per i ritardi delle traduzioni e legalizzazioni provenienti dal Perù. Avevo frequentato 3 anni di psicologia, che però non mi convinceva più tanto una volta arrivata in Italia. Il primo anno ho fatto anche io i lavori che fanno quasi tutti i migranti, pulizie, assistenza anziani e bambini, ma nello stesso, ho iniziato a lavorare nell’ambito interculturale, prima come volontaria e poi come mediatrice educativa. Ho collaborato anche col Laboratorio Migrazioni del Comune di Genova. Mi sono indirizzata ad approfondire questi argomenti iscrivendomi a Lingue, indirizzo Comunicazione interculturale, e dopo la tesi triennale alla specialistica in Antropologia culturale e etnologia».

    Dopo la laurea hai avuto occasione di collaborare con il mondo dell’Università?
    «In ambito universitario ho collaborato ad alcune ricerche e all’organizzazione di seminari. Con un gruppo di docenti e dottorandi nel settore socio-antropologico abbiamo fondato nel 2011 il laboratorio di studi urbani Incontri in Città. Il laboratorio ha curato il progetto che ha portato alla pubblicazione cartacea e online Luoghi Comuni per il quale abbiamo chiesto ai cittadini genovesi di raccontarci dal loro punto di vista i luoghi amati della città. Una guida in cui ognuno ha raccontato le sensazioni e i ricordi legati a un luogo particolare. Nel mio racconto ho parlato della nuova Genova, quella dell’immigrazione.
    Attualmente per l’Università svolgo qualche piccola collaborazione e negli ultimi anni sono stata docente a contratto di spagnolo. La didattica mi piace molto e ho cercato di occuparmene in questo secondo lavoro, in Perù per un periodo ho fatto anche l’insegnante di danza.
    Oggi lavoro presso l’associazione il Ce.Sto come addetta all’accoglienza dei rifugiati e in particolare delle famiglie».

    Grazie al tuo attuale lavoro hai avuto occasione di vivere da vicino il recupero e la valorizzazione dell’area del centro storico dove attualmente si trovano i Giardini Luzzati.
    «I Giardini Luzzati sono rinati grazie a un bel gruppo specializzato all’interno del Ce.Sto, fortemente caratterizzato dalla presenza straniera (ragazzi arrivati da piccoli o figli di genitori immigrati). È importante che questo luogo, nato anche per risanare un quartiere, sia quello che è anche grazie a loro. È stato un grande investimento di recupero di un’area a lungo abbandonata e vista solo come un luogo di disagio. Ora è aperta alla cittadinanza, è un posto dove i bambini possono giocare tranquilli. Non è stato semplice, ci sono forze contrarie e problemi che emergono costantemente. Ora la zona è diventata più sana, allegra, gioiosa, ma il lavoro da fare è continuo».

    Come nella guida Luoghi Comuni, ti chiedo di raccontarmi una tua esperienza personale significativa legata a questo luogo.
    «Per come li vivo io, i Giardini Luzzati sono un luogo di accoglienza, aperto. Un posto dove si accolgono le proposte della cittadinanza. Io lavoravo da poco qua, quando è mancato Eduardo Galeano, uno scrittore a cui tengo molto. Ho lavorato molto sui suoi racconti e politicamente mi sento vicina al suo pensiero. Quando è successo mi sono detta: dobbiamo fare qualcosa. Mi hanno dato subito carta bianca. Ho presentato la mia proposta e in pochi giorni abbiamo organizzato due eventi. Di giorno abbiamo organizzato dei laboratori per bambini, di sera letture e reading per adulti. Ti potevi fermare qua, magari davanti a un bicchiere di vino, e ascoltare. Non sai quante persone sono passate di qua, a prendersi un aperitivo ascoltando le sue storie e i suoi racconti.
    Il bello di questo posto è che è aperto a tutti, dal teatro ai concerti, dagli eventi culturali ai compleanni per bambini. A settembre, il Ce.Sto, in collaborazione con l’associazione Sarabanda e i Civ, organizza la grande festa di quartiere “Mura”, festival del Movimento Urbano Rete Artisti che anima questa parte di centro storico con musica, spettacoli, performance teatrali, mercatini».

    Dal tuo arrivo in Italia sei sempre stata a Genova? Come ti sei trovata nei luoghi in cui hai vissuto?
    «La prima città italiana in cui sono arrivata è stata Milano. Non mi è piaciuta, sentivo il senso di concorrenza fra la gente, la tensione. Poi un mio amico, che era già qua, mi ha proposto di venire a Genova, e mi sono sentita subito meglio, ho conosciuto più gente.
    Certo anche io ho sentito un po’ la proverbiale “chiusura” dei genovesi, soprattutto all’Università i compagni stavano molto fra di loro e tutte le mie amiche erano di altre città…per fortuna poi ho capito che i genovesi dopo un po’ si “aprono”.
    Ora mi sento soddisfatta di quello che ho fatto, del mio percorso universitario e di aver fatto lavori che mi piacciono. Questa città mi rimarrà nel cuore. Non appartengo più a un solo posto.
    All’inizio sei fragile, impaurita, la migrazione è un momento di grande vulnerabilità. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo stranita, diversa, come quando sul pullman vedevo la signora a fianco che si teneva la borsa vedendo che ero straniera.
    Queste cose mi facevano stare male. Ora le direi: ma come si permette? Che ne sa di come sono io, di chi sono? Ripensandoci ora, certi ricordi di quel periodo mi fanno anche ridere. Ma quando ti senti insicura e fragile, pensi che tutto sia contro di te, che tutti siano pronti a criticarti. L’ho provata anche io la sensazione di uscire e sentirmi osservata perché non conoscevo nessuno. E molte delle sensazioni che ho provato io, le rivedo oggi nelle famiglie di rifugiati con le quali lavoro».

    Sei in Italia ormai da molti anni, hai vissuto di persona l’esperienza migratoria e ora lavori nell’ambito dell’accoglienza ai rifugiati. Secondo la tua esperienza personale, è cambiato in questi anni l’atteggiamento della società locale verso gli immigrati e i nuovi cittadini?
    «C’è sempre di tutto. Oggi come allora sento discorsi anche molto razzisti e discorsi di grande apertura. Con la crisi economica, forse ha prevalso l’atteggiamento negativo verso gli immigrati e gli stranieri. Ma la percezione è davvero molto soggettiva e dipende molto da chi frequenti. Se sei circondato da persone o ambienti negativi, sentirai molto questa ostilità. Se sei circondato da persone positive o da ambienti positivi, la sentirai molto meno anche se magari è un periodo in cui è diffusa a livello più generale».


    Andrea Macciò

  • Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Dopo i racconti dal fronte di Ventimiglia di quest’estate e il quadro su come funziona l’accoglienza a Genova e in Liguria, siamo andati a toccare con mano come scorre la vita ogni giorno all’interno di un alloggio in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), il cui numero per volontà della prefettura è sceso ultimamente da 30 a 20 appartamenti in città. Aumentati, invece, gli operatori. «Almeno da questo punto di vista – ci spiega uno di loro – è sostenibile. I CAS non sono composti solo da appartamenti, anche ex palazzi o edifici che ospitavano uffici vengono attrezzati per l’accoglienza, con le brande negli stanzoni. A Campi ci sono due CAS e uno è adibito, per metà, alla prima accoglienza: chi arriva viene identificato e poi smistato negli altri centri».

    Veniamo accolti con stupore dalle persone che si trovano nell’appartamento (in maggioranza ragazzi nigeriani e bangladesi), visto che generalmente non ricevono visite. Oltre ai servizi “standard” che abbiamo descritto altrove, ricevono un pocket money di circa 150 euro al mese, suddiviso in rate settimanali, e un biglietto per l’autobus e il treno valido in tutta la provincia. Vanno a fare la spesa con gli operatori e hanno a disposizione, per il vitto, 30/40 euro settimanali.

    L’alloggio non è in cattivo stato, anche se le pareti avrebbero forse bisogno di una mano di bianco, essendo annerite dalla muffa. «Non esiste un criterio da seguire per la manutenzione di questi alloggi – ci spiega l’operatore – i CAS dipendono dalla prefettura, che però non effettua controlli. Sta a noi decidere che cosa c’è da fare, chiedere i soldi alla cooperativa ed eseguire i lavori necessari». Le stanze da letto non sono molto grosse e ospitano tre o quattro persone al massimo: avere una stanza singola è decisamente impossibile. «Il problema del sovraffollamento nei Centri di accoglienza straordinaria è causato dal fatto che gli alloggi dello SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono pieni. Prima, chi riceveva un permesso di soggiorno veniva spostato negli SPRAR, dopo 6 mesi di permanenza nel CAS, in attesa dell’arrivo dei documenti. Da quando è cambiato il prefetto, invece, negli SPRAR non entra più nessuno, a causa delle troppo presenze…».

    Anche un’altra operatrice, che lavora in un centro di accoglienza per minori, ossia un AB, ci conferma che la situazione è piuttosto confusa. I ragazzi dovrebbero in effetti lasciare i CAS dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno, ma dal momento che gli SPRAR sono troppo pieni, rimangono dove sono, perché di certo «non possono essere buttati in strada».

    La storia di M., in fuga dalla Nigeria

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Durante la nostra visita, tra gli altri, incontriamo M. che si ferma volentieri a raccontarci la sua storia. Viene dalla Nigeria, ha 26 anni ed è fuggito perché il padre, di religione musulmana, voleva venderlo per 20 coppie di mucche e 500.000 Nera (la moneta nigeriana) a un gruppo terroristico anti cristiano. Avvisato dalla madre, è partito per la Libia, dove ha lavorato come muratore. Purtroppo, la fuga è dovuta proseguire perché il suo datore di lavoro è stato ucciso dall’esercito dei ribelli. Come tanti, è partito su un barcone, pagando per quel viaggio della speranza 1.000 Dina. È stato fortunato a sopravvivere e ad arrivare, nell’aprile del 2015, in Italia. Ma qui le sue sventure non sono finite, perché la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, e quindi dello status di profugo, rifiuta la sua domanda di asilo, ritenendo la sua storia poco veritiera.

    La commissione è un organo di governo composto da un rappresentante della prefettura e uno della polizia di stato, oltre che da una persona nominata dall’ente territoriale e da un rappresentante dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Succede spesso che, per accorciare i tempi, l’audizione avvenga in presenza solo di uno dei quattro componenti, previa autorizzazione dello straniero ascoltato. La decisione viene presa da tutti i membri dell’organo, ma il peso del parere di chi era presente all’interrogazione è maggiore. Questo può essere uno svantaggio, nel caso in cui la persona in questione non sia ben preparata sul Paese di provenienza dell’immigrato. Sembra che sia proprio quello che è successo a M., secondo quanto ci racconta.

    Il giovane ci dice che gli è stato chiesto di descrivere l’aeroporto di Kamo, dov’è nato. «Ma io non abitavo a Kamo, di cui non ho mai visto l’aeroporto. Lì è dove sono nato, ma vivevo a Nassarawa. Purtroppo, non conoscevo neanche il nome della strada in cui vivevo, ma quando me l’hanno chiesto, ho detto che si trovava vicino a una chiesa, di cui invece ho saputo fornire il nome. Cercandola in internet, però, il giudice della Commissione non l’ha trovata e ha giudicato falsa la mia storia». Ora a M. resta solo una speranza: che il suo ricorso venga accolto. E che, magari, la sua storia venga verificata con un po’ più di attenzione.


    Ilaria Bucca

  • Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    immigratiLa Liguria ospita 4.400 immigrati, poco meno dei 4.500 previsti dalle quote di distribuzione nazionale. La metà di loro si trova a Genova. La situazione di quest’estate sembrava incontrollabile, con le strutture sovraffollate e un numero di arrivi giornalieri pari, ad agosto, a 70/80 persone. Ancora adesso, nonostante la bella stagione sia terminata, il numero degli arrivi non scende. Al capoluogo ligure è stato chiesto un grande sforzo per accogliere un alto numero di richiedenti asilo. Era Superba ha cercato di “unire i puntini” per capire come funziona il sistema dell’accoglienza nel suo complesso e se è preparato a ricevere un così grande numero di persone.

    Come funziona il sistema dell’accoglienza: in Liguria oltre 3000 posti

    I richiedenti asilo, ossia gli stranieri che vogliono chiedere la protezione internazionale, ricevono accoglienza fino a che le apposite commissioni territoriali stabiliscono se sono idonei a ottenere lo status di rifugiati, o meno. Solo a Genova, ci sono più di 1.000 posti di accoglienza negli Sprar e, se si considera tutta la Liguria, il numero sale a 3.000, come riportato dal sito web del Comune di Genova; in Italia, in totale, ce ne sono 90.000.
    Gli arrivi avvengono nella maggioranza dei casi via mare, nel Sud Italia. La prima accoglienza prevede l’identificazione e la registrazione, oltre a uno screening sanitario: la durata di questa procedura è di 60 giorni. Il sistema di seconda accoglienza, invece, prevede lo smistamento attraverso lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di tutta la penisola. A questi centri viene destinato chi fa domanda di asilo e di permesso di soggiorno per richiesta di asilo. I centri di accoglienza offrono diversi servizi tra cui l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, l’iscrizione all’anagrafe e la possibilità di seguire corsi di italiano per stranieri.

    A Genova ci sono un centro governativo di smistamento adulti, con 84 posti, e uno per minori, con 50 posti. A questi, si aggiungono 1.038 posti nei CAS, che occupano 20 centri e 60 case. Se si considera tutta l’area metropolitana, i numeri crescono ancora: sono 231 i posti nei 40 centri dello SPRAR, più 234 posti nei CAS, divisi in 5 centri e 15 case. I fondi per mantenere queste strutture arrivano dal ministero dell’Interno: per ogni straniero accolto, vengono stanziati 40 euro al giorno. La percentuale più alta di questa cifra, il 42%, pari a 16,20 euro, va a coprire le spese del personale. Il 32%, ossia, 12,80 euro, viene spesa per il vitto, per la scolarizzazione e per la sanità, mentre il 20% (che equivale a 7,80 euro) copre le spese di manutenzione e di pulizia delle strutture. Infine, 3,20 euro al giorno (il rimanente 6%) occupa una voce del bilancio che considera le spese di integrazione, che comprendono la tutela legale e psicologica. Ogni immigrato riceve poi un pocket money di 2,50 euro al giorno.
    Inoltre, la persona in accoglienza ha la possibilità di occupare il proprio tempo con il volontariato, oppure seguendo corsi di formazione professionale o stage, o ancora ricevendo una borsa di lavoro. Dopo 60 giorni dalla domanda di asilo, può trovare un lavoro e ricevere un regolare stipendio.

    Il problema del sovraffollamento e l’impotenza della prefettura

    Non tutti i Comuni accettano di ricevere i migranti. Di conseguenza le realtà più accoglienti come Genova spesso devono farsi carico di un peso eccessivo. Ma la colpa non è da attribuire alla cattiva gestione dell’emergenza parte della prefettura. «La prefettura ha provato a ovviare al problema indicendo un bando, l’8 novembre, destinato esclusivamente ai Comuni che non hanno ancora strutture di accoglienza», ci spiega la consigliera metropolitana delegata all’emergenza migranti, Cristina Lodi. «Si tenta di incentivare il passaggio dai CAS agli SPRAR, ma i Comuni poveri sono già in difficoltà per i loro motivi, non si può attribuire loro alcuna colpa». La consigliera ci spiega anche che nell’entroterra ci sono più Comuni disponibili a fornire locali per gli SPRAR, mentre la zona del Tigullio è più restia, dal momento che ha altre attività economiche, prevalentemente turistiche, che garantiscono delle entrate. «L’accoglienza segue un po’ il mercato – afferma Lodi – anche se non è giusto che alcuni Comuni non accolgano immigrati, il prefetto non può fare nulla di più di un bando come l’ultimo…».

    Lo stesso discorso vale per l’accoglienza nei confronti dei minori, che dovrebbero essere destinati a strutture apposite. «Per i minori si stanno cercando nuovi posti, ma non è facile. Innanzitutto si è deciso di non mandarli nei comuni metropolitani, dove sarebbero più isolati. C’era l’idea di una struttura in via Caffaro, a Genova, ma è saltata. Nuovamente la responsabilità non è del prefetto, ma della mancanza di strutture adeguate».
    Anche Milena Zappon, direttrice del centro di accoglienza della Comunità di San Benedetto al Porto, ci conferma che la situazione dei minori è piuttosto difficile. «Innanzitutto, non è facile capire la loro età reale. Molti ne dichiarano una falsa: recentemente ho avuto a che fare con un ragazzo che diceva di essere nato nel 1997, ma che chiaramente era più giovane». Secondo quanto ci raccontano altri due operatori con cui abbiamo parlato, i minori spesso vengono accolti nei CAS perché nei centri appositi, gli AB, non ci sono più posti. Pratica, comunque, consentita dalla legge.

    Tanto Zappon e gli altri operatori intervistati, quanto Cristina Lodi sono concordi nell’affermare che il problema del sovraffollamento nei centri di accoglienza può essere risolto solo da un cambiamento dell’atteggiamento dell’Europa. «L’arrivo di un così grande numero di stranieri – dice la consigliera comunale e metropolitana del Pd – non è più un’emergenza, ma un dato di fatto. Devono cambiare le politiche internazionali, altrimenti la situazione rimarrà questa e l’accoglienza, in Italia, continuerà a non poter soddisfare le necessità reali».

    migranti-ventimiglia-confineAumentano gli arrivi, ma in Italia ci sono sempre meno stranieri

    Il numero delle persone che arrivano in Italia da Paesi stranieri aumenta, eppure il numero degli immigrati diminuisce. Potrebbe sembrare un ossimoro eppure è la mera verità. Il fenomeno è determinato dall’aumento dell’acquisizione della cittadinanza italiana che si manifesta anche in Liguria. Nella nostra regione, gli stranieri quest’anno sono 136.216, mentre nel 2015 la cifra era di 138.697. Un calo circa di 2.400 unità dovuto in parte al rientro verso i paesi di origine, ma anche perché molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
    I numeri parlano da sé: è in atto un fenomeno di stabilizzazione. Una tendenza testimoniata anche dal dossier statistico “Immigrazione 2016” realizzato da IDOS, con la cooperativa Com Nuovi Tempi, la rivista Confronti, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.

    Per quanto riguarda la dinamica migratoria in uscita, invece, la congiuntura economica negativa appare la causa principale degli spostamenti all’estero. La migrazione di ritorno è un processo complesso, su cui intervengono diversi fattori. La perdita del lavoro è condizionata dalla situazione economica del paese d’immigrazione, ma la possibilità di tornare a casa dipende anche dalle opportunità che il Paese può offrire alla persona che un tempo è emigrata.

    In percentuale, la componente straniera rappresenta l’8,7% dell’intera popolazione ligure, un numero che non ha subìto una sostanziale variazione rispetto all’anno passato. In termini assoluti, la provincia di Genova resta la residenza scelta dalla maggioranza degli stranieri, circa il 52% del totale con 70.752 registrazioni in anagrafe. Come già nello scorso anno, l’Albania, l’Ecuador, la Romania e il Marocco restano, in ordine decrescente, le collettività più numerose, con valori assoluti attorno alle 20.000 unità per le prime tre e alle 13.000 per l’ultima. Seguono a distanza l’Ucraina, la Cina e il Perù, tutte nell’ordine delle 4.000 unità, la Repubblica Domenicana circa 3.800, il Bangladesh circa 2.800 e la Tunisia circa 2.600.

    Secondo quanto sostenuto da Cristina Lodi, l’aumento degli stranieri che ottengono la cittadinanza è attribuibile soprattutto all’acquisizione di quest’ultima da parte degli extracomunitari di seconda o terza generazione. Mentre la diminuzione del numero degli immigrati che rimangono in Italia è causata principalmente dal fatto che «molti stranieri se ne vanno dopo il rifiuto della Commissione a concedere lo status di profugo o, al massimo, rimangono in Italia clandestinamente».

     

    Ilaria Bucca
    Elisabetta Cantalini

  • Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Genova sarà meticcia, matrimoni misti in aumento e un nuovo nato su tre ha un genitore straniero

    Fiore della SperanzaI numeri, spesso, possono aiutare a leggere in maniera più chiara e onesta la realtà, disinnescando populismi e perbenismi d’accatto, nonché le profezie dei “ciarlatani” di turno. Il report statistico sui migranti residenti nel Comune di Genova, pubblicato nei giorni scorsi dalla civica amministrazione, infatti, presenta una lettura della nostra comunità molto interessante, che sarebbe difficile evincere stando solo alla “letteratura” politica sul tema e alla cronaca dei giornali.

    Il primo dato che emerge dal rapporto, facilmente consultabile on-line, è che in numero degli stranieri residenti è in calo rispetto agli anni scorsi: nel 2015, infatti, le presenze sono state 54.406 (29.225 femmine e 25.181 maschi), cioè il 3.4 % in meno rispetto al 2014; dal 2000 è il primo anno che questo dato registra una flessione negativa. Alla faccia dell’invasione: una cifra che non arriva al 10% sul totale della popolazione genovese. La comunità straniera più numerosa rimane quella sudamericana, ma per la prima volta in calo percentuale in relazione con le altre provenienze: rispetto al 2014, tra le venti principali comunità di stranieri residenti a Genova a fine 2015, gli incrementi maggiori in termini percentuali si registrano tra i pakistani (+18,0%), i nigeriani (+12,0%), i bengalesi (+11,8%), gli spagnoli (+7,6%), i cinesi (+5,6%), i senegalesi (+3,4%) e gli ucraini (+2,9%). Un dato scontato, invece, è l’età media della popolazione straniera residente: rispetto a quella dei genovesi (48 anni), i nuovi concittadini si assestano sui 33 anni, con la porzione femminile leggermente in media più “anziana” della porzione maschile.

    Genova meticcia

    Nel report troviamo alcuni dati che ci aiutano a tracciare un primo disegno della società che verrà: diminuiscono i matrimoni tra stranieri, mentre sono in aumento i matrimoni misti. Nel 2004 le unioni registrate dall’anagrafe cittadina tra due residenti stranieri era del 13,2%, mentre nel 2015 il dato scende al 7,5%; nello stesso periodo, invece, i matrimoni misti passano dall’8,5 al 17,1%; di questi il 75,8% vede il neosposo italiano e la neosposa “forèsta”. In leggera contrazione il dato dei nuovi nati con un genitore straniero: -1,2% rispetto al 2014, ma il dato di medio periodo ci ricorda che dal 2000 si è passati da un 12% ad un 31,3%. In altre parole un bimbo nato su tre ha un genitore straniero.

    Infine è interessante e derimente i dati che provengono dalle aule scolastiche: nella scuola dell’infanzia la percentuale di alunni stranieri iscritti sale dal 4,2 dell’anno scolastico 2000/2001 al 10,0 dell’anno scolastico 2014/2015, nella scuola primaria dal 3,9 all’11,8 e nella scuola secondaria di 1° grado dal 5,2 al 13,1.

    Il futuro di Genova, quindi è sempre più “meticcio”: un dato che dovrebbe far ben sperare per chi crede che l’integrazione e l’anti-razzismo siano dei valori imprescindibili; oggi la straniero-fobia è un problema culturale alimentato da una strisciante retorica, politica e non, per cui i “nostri” problemi (economici, lavorativi, sociali) sono colpa di altri; nelle aule delle nostre scuole, però il futuro sta già incominciando, e prima o poi, volenti o nolenti, capiremo che la responsabilità di quello che oggi non va è solamente nostra.

    Nicola Giordanella

  • Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    viviana-barres-01La storia della nuova genovese di oggi, Viviana Barres, ci racconta una storia di migrazione come naturale inclinazione dell’essere umano al cambiamento, alla ricerca di opportunità per migliorare la propria vita e realizzare le proprie inclinazioni, non determinata da necessità immediate di carattere politico o economico. Nella nostra città Viviana si è fermata quasi per caso, incerta fra l’inseguire il “sogno nel cassetto” di ragazza, a un passo dalla realizzazione – recitare come attrice in una telenovela in onda sull’emittente televisiva Ecuavisa- e le possibilità più incerte offerte dalla vita in Italia. Lei ha scelto, non senza qualche rimpianto, l’incerto e negli anni in cui ha abitato a Genova ha cambiato numerosi lavori, in parte per necessità, in parte per un’inclinazione personale alla ricerca della novità e del cambiamento. Anche nella storia di Viviana troviamo un tema ricorrente: la difficoltà, talora la totale impossibilità, di vedere riconosciuti in Italia titoli scolastici e accademici acquisiti nel paese di origine.

    Il mondo cinematografico e televisivo non è mai scomparso dal suo orizzonte e, oltre alla conduzione del Tg Latinos di TeleGenova alcuni anni fa, Viviana è stata la protagonista di due delle puntate di Radici, una dedicata al suo paese d’origine e una a Genova. Un programma in onda su Rai3 nazionale che racconta appunto l’altra migrazione, quella che non arriva con i barconi e che è inserita con successo nel tessuto sociale e economico italiano, mediaticamente meno notiziabile, ma maggioritaria dal punto di vista numerico. Radici ha offerto al pubblico italiano la possibilità di conoscere i paesi d’origine dei nuovi cittadini attraverso gli occhi dei protagonisti dei documentari.

    Come afferma Viviana, quando la migrazione è ben radicata nel territorio di arrivo, è all’origine di quella che potremmo definire una doppia appartenenza, sentimentale e culturale. Le persone sentono come propria la città in cui risiedono, senza per questo recidere i legami affettivi e linguistici con la terra d’origine. Un aspetto che emerge con decisione dall’antologia poetica “Dove le parole sono sogni. Un viaggio poetico tra Ecuador e Genova”, pubblicata nel 2013 da Liberodiscrivere edizioni e realizzato grazie alla collaborazione tra il Consolato dell’Ecuador, il Festival Internazionale della Poesia e il Comune di Genova.

    Il libro in una delle sue sezioni raccoglie le opere poetiche e narrative dei partecipanti a tre concorsi letterari e artistici, in prevalenza giovani under 30 di origine straniera, arrivati in età prescolare o scolare o nati in Italia da genitori immigrati. Nei testi c’è una forte presenza dei temi legati alla propria esperienza migratoria: il viaggio, la diaspora, la nostalgia per il paese d’origine, il senso di appartenenza, la percezione della nuova città e l’esperienza del dialogo sociale e interculturale. Alcune opere poetiche e testi musicali affrontano in maniera esplicita il sentimento della doppia appartenenza affettiva e culturale. Nelle opere pervenute al concorso c’è però anche una linea personale e intimista e un’altra che affronta i temi sociali in maniera più generale.

    Dove le parole sono sogni è il risultato di una bella iniziativa nata in ambito latinoamericano e che in itinere si è rivelata realmente “interculturale”, raccogliendo l’interesse e la partecipazione di molte altre persone, sia di origine straniera che italiane. Come abbiamo già evidenziato parlando di letteratura della migrazione, le opere artistiche e letterarie degli autori stranieri in Italia possono essere utilissime per comprendere e ricostruire la storia del complesso rapporto fra la società italiana e i suoi nuovi cittadini, per mettere in discussione punti di vista etnocentrici, certezze e stereotipi.

    Tuttavia, la poesia, la letteratura e le altre arti restano prima di tutto un’espressione creativa personale, in fondo irriducibile a qualsiasi categorizzazione legata all’origine degli autori: di fatto non esistono scrittori o poeti migranti, esistono scrittori e poeti la cui opera è influenzata, come avviene per tutti, dalla propria esperienza di vita.

    viviana-barres-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata più di venti anni fa. In Ecuador stavo frequentando la facoltà di economia e nel frattempo avevo cambiato già alcuni lavori temporanei. Credo che cambiare spesso sia nel mio spirito, perché lo sto facendo anche ora. Mia madre, che già abitava in Italia, a Genova, mi diceva: vieni qua, prova cambiare vita, magari guadagnerai di più. E quando mia sorella, che nel frattempo si era innamorata di un ragazzo italiano, ha deciso di sposarsi e mi ha invitata al suo matrimonio, sono venuta in Italia per partecipare alla cerimonia. All’inizio è stato uno shock, soprattutto per la lingua, io non parlavo l’italiano, ma sono stata aiutata dalla presenza di parenti, amici e conoscenti che già da alcuni anni erano in città. Mia madre mi ha detto: prova a fermarti ancora qualche settimana, vedi se ce la fai, c’è una signora che sta cercando una ragazza che le tenga i bambini al mare».

    «È stata un’esperienza utile perché i bambini non ti criticano per gli errori di grammatica e con loro mi sentivo a mio agio. Quando sono arrivata a Genova, era maggio. Vicino al tempo dell’estate, della spiaggia e del mare, delle feste e così mi sono decisa a restare qualche mese. E ora, sono sono qua da più di venti anni».

    Come ti sei trovata nel tuo nuovo ambiente di vita? Ci sono differenze tra i tuoi primi anni in Italia e oggi?
    «All’inizio, quando stai vivendo una situazione nuova, vedi tutto diversamente, vedi tutto più bello. A parte lo shock iniziale della lingua, mi sono trovata molto bene nei primi anni a Genova. Mi sembra che in Italia l’ambiente fosse in generale molto più rilassato, accogliente. Ora i nervi sono tesi ovunque, non solo a Genova. Per uno straniero che arriva oggi, credo che sia tutto più difficile. Oggi è molto più frequente sentire in giro, soprattutto sull’autobus, persone che attaccano gli stranieri e per quello che ha fatto uno, vorrebbero far pagare tutti. A me non è mai capitato personalmente, ma sono situazioni che ho visto spesso negli ultimi anni. La città comunque mi piace, metà della mia vita è qua, metà in Ecuador. A volte penso che, se tornassi in Ecuador, l’Italia mi mancherebbe, degli amici che avevo allora, non so quanti ne ritroverei, forse uno o due. C’è stato solo un periodo in cui stavo molto male e desideravo tornare. Quando ti senti giù di morale e di spirito, ti viene voglia di ritrovare le tue origini».

    Prima di partire, avevi un “sogno nel cassetto” o un’aspirazione particolare?
    «In Ecuador, prima di partire, avevo risposto a un annuncio in cui cercavano attrici per una telenovela. Ho mandato il curriculum, ho fatto il provino e sono stata presa per recitare una parte. Era già tutto pronto, stavo già studiando il copione. Venendo in Italia per partecipare al matrimonio, ho perso la mia possibilità di lavorare nello spettacolo in Ecuador. Praticamente è come se avessi chiuso i miei sogni nel cassetto. Ogni tanto mi faccio delle domande: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a recitare nella mia telenovela? E, invece, non sono neppure riuscita a sapere come è andata a finire la storia. Un’altra mia passione è la poesia, a me piace molto scrivere e negli ultimi anni ho partecipato ad alcuni concorsi, tutti a livello italiano. Per ora non ho nulla di pubblicato, anche le mie poesie sono tutte nel cassetto».

    In Italia hai cercato di inserirti nel mondo della televisione e dello spettacolo o ti sei concentrata su altre cose?
    «All’inizio non so neanche io perché, ma non ci ho provato, mi sono concentrata sugli studi e su altre attività. Ora invece sto pensando di riprovarci! Nel 2011 c’è stata la mia prima esperienza televisiva in Italia, il Tg Latinos di TeleGenova, un notiziario in lingua spagnola rivolto ai latinoamericani di Genova. Io mi occupavo degli eventi, di cosa succedeva nella città, e un’altra ragazza delle notizie di cronaca e politica dei paesi latinoamericani. Il Tg Latinos è durato due anni, poi ha chiuso per la crisi dell’emittente televisiva che lo aveva ideato. In seguito, sono stata contattata da Davide De Michelis, giornalista di Torino che stava lavorando a Radici, un programma che vuole far conoscere come uno straniero ha vissuto nel suo paese e come vive in Italia, le differenze che ci sono, come se l’è cavata nel nuovo ambiente. Nella prima parte, sono stata la protagonista di un documentario girato in Ecuador, nel quale racconto la storia della città in cui sono nata, Guayaquil, e la storia dei miei parenti, da Quito alle Isole Galapagos! Infatti, mentre io sono emigrata in Italia, loro si sono spesso spostati all’interno dell’Ecuador in migrazioni interne. Quando c’è stato il terremoto, che ha distrutto intere famiglie e danneggiato pesantemente varie zone dell’Ecuador, è stato molto duro pensare a come sarebbero stati ridotti molti luoghi del mio paese che ho avuto occasione di rivedere o vedere per la prima volta grazie a Radici. Questa primavera è stata girata la seconda puntata, ambientata a Genova, nella quale racconto la mia esperienza in città e in Italia. Lavorando per il Tg, ho conosciuto molte persone nell’ambito del cinema e dello spettacolo, e forse per questo mi hanno contattato per prendere parte a una produzione filmica cinese ambientata nel centro storico di Genova, che andrà in onda sulla televisione nazionale. Sul set ho conosciuto molte persone che mi hanno invitato a riprovare la carriera nell’ambito della televisione e dello spettacolo».

    viviana-barres-03Quali altre esperienze significative di studio e lavoro hai avuto a Genova?
    «Appena arrivata avrei voluto riprendere l’Università, quando ho scoperto che c’era da ricominciare tutto a capo. Per prima cosa ho fatto un corso di alfabetizzazione linguistica per imparare bene l’italiano a livello di grammatica e di sintassi, e in seguito mi sono iscritta alla scuola superiore. Inizialmente ragioneria, che avevo già frequentato in Ecuador. Era davvero pesante riprendere in mano cose già studiate anni prima, e per questo sono passata al corso dell’Istituto Bergese per tecnico di cucina, che era una delle mie passioni. Con il diploma mi sono potuta riscrivere all’Università e ho lavorato due anni come cuoca. Un’esperienza davvero faticosa, ma anche meravigliosa, come tutte le esperienze che ci arricchiscono. Negli anni successivi, grazie a un corso che prevedeva un tirocinio in un ente, sono entrata a lavorare come insegnante nel settore del doposcuola, dove mi occupavo di assistenza per i compiti in varie materie: matematica, spagnolo, italiano. Ho lavorato 5 anni, poi ne sono uscita per la crisi, ero una delle ultime assunte, il mio era il contratto più recente».

    «Un’altra esperienza interessante è stata il corso di Migrantour. Noi non siamo guide turistiche, siamo stranieri che fanno conoscere la parte della città (nel mio caso Genova anche se Migrantour ha sede a Torino ed è attivo in molte altre città) più simile ai nostri paesi!».

    Nel 2013 hai curato un’antologia poetica dedicata agli autori ecuadoriani e a poeti e artisti delle nuove generazioni. Ci puoi raccontare questa esperienza?
    «Nel 2009, tramite il consolato ecuadoriano, è stato organizzato il primo concorso di poesia dedicato agli artisti ecuadoriani, nell’ambito del Festival della Poesia di Genova, intitolato al poeta Jorge Enrique Adoum, aperto sia a opere in lingua italiana che in lingua spagnola.In questo primo concorso, molte delle poesie pervenute erano incentrate proprio sul tema della terra di origine, della mancanza, della nostalgia per il proprio paese. Io mi sono occupata dell’organizzazione della seconda edizione, che a differenza della prima è stata aperta anche a concorrenti non latinoamericani. A questo concorso hanno partecipato anche italiani e autori di altre nazionalità, fra le vincitrici c’è stata anche una ragazza albanese. Molte poesie erano sulle esperienze personali e in generale sul vissuto in Italia, a Genova, alcune sulle donne, sulla condizione femminile, alcune sull’amore o sui sentimenti. Nel 2012 è stato indetto il terzo concorso. A voce alta era un concorso di musica, poesia e danza riservato a giovani artisti under 30, sempre aperto anche ad autori non latinoamericani».

    «Dove le parole sono sogni, il libro che ho curato nel 2013 per le edizioni Liberodiscrivere, è un’antologia poetica che raccoglie i lavori dei vincitori dei tre concorsi letterari, le opere di poeti e artisti ecuadoriani che hanno partecipato alle varie edizioni del Festival della Poesia e alcuni testi di detenuti/e che hanno partecipato ad alcuni laboratori di scrittura tenuti nel periodo del Festival dai poeti ecuadoriani. Io non ho partecipato ai concorso perché ero coinvolta nella giuria…però è un periodo in cui ho scritto io stessa molte poesie! Ricordo che nei primi giorni non arrivava quasi nulla, iniziavo a essere ansiosa per questo, e ho iniziato a scrivere moltissimo. Per fortuna, poco prima della chiusura, sono arrivate moltissime poesie».

    I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al concorso si sono espressi in prevalenza in spagnolo o nella loro lingua madre o in italiano? Quali temi erano affrontati?
    «Alcuni dei ragazzi latinoamericani hanno scritto in spagnolo, altri in italiano. In generale penso che tutti scrivano del loro stato d’animo, di come si sentono nel momento e, come ti dicevo, molte poesie erano legate all’esperienza della migrazione e della nostalgia per il paese di origine. La necessità di scrivere si sente di più quando ti senti stressato, o giù di morale. Se tutto è lineare, è più difficile sentire la spinta alla scrittura. Però molte delle poesie arrivate, soprattutto delle ragazze più giovani, erano legate a questioni più private, al proprio stato d’animo in una storia d’amore, a esperienze e sentimenti personali».

    Andrea Macciò

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    Per non saper cucinare…un felice incontro inaspettato con la scrittura creativa

    maria-del-rosarioLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Del Rosario Morla Crespin, nata in Ecuador nel 1970 e arrivata in Italia dal 1999 con in tasca una laurea in economia e commercio e la qualifica di revisore contabile. Attualmente lavora in un centro di elaborazione dati e ricopre il ruolo di tesoriera del Coordinamento Ligure Donne Latinoamericane (Colidolat).
    Nella sua storia abbiamo trovato alcuni aspetti che la accomunano ad altre persone, la difficoltà per ottenere il riconoscimento dei titoli accademici e professionali acquisiti nel paese di origine, una lunga esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, e un incontro, inaspettato e felice, con la scrittura creativa.
    E’ una storia esemplare di come quella che viene definita “migrazione economica” abbia la possibilità non solo di andare a buon fine, ma anche, in qualche caso, liberare delle potenzialità inespresse delle persone.

    Maria Del Rosario Morla Crespin è l’autrice di un racconto vincitore di un concorso letterario del 2013, il “Premio Città di Cantù Suor Rita Borghi” riservato a persone di origine straniera che scrivono in lingua italiana. Il suo racconto “Per non saper cucinare….” in parte ispirato alla sua esperienza di lavoro nelle case come assistente familiare, è un delicato affresco dello spaesamento di Solidad, una donna immigrata che si trova quotidianamente di fronte a piccole incomprensioni linguistiche e culturali, dagli errori della lista della spesa alla “misteriosa” differenza fra basilico D.O.P. e basilico normale, alla relazione professionale con un uomo relativamente anziano in stato depressivo, una situazione per lei completamente nuova.
    Nel racconto emerge lo scambio reciproco di sensazioni ed esperienze tra Solidad e la persona che è incaricata di assistere, che proprio dall’incapacità di Solidad nella cucina trarrà la forza per intervenire in prima persona nella preparazione dei piatti e cercare in seguito di riprendere in mano la propria vita.

    Il racconto di Maria ci introduce quindi nell’interessante mondo della cosiddetta letteratura della migrazione.
    Per letteratura della migrazione si intende la produzione degli autori stranieri che scelgono la lingua del paese di arrivo come canale di espressione letteraria, caratterizzata in genere da numerosi spunti autobiografici legati all’esperienza migratoria. Le prime opere sono comparse in Italia nel 1990 con l’uscita di libri e racconti scritti a volte a quattro mani da immigrati e giornalisti o scrittori italiani: Immigrato di Mario Fortunato e Salah Methnani e Io venditore di elefanti di Pap Khouma. La letteratura della migrazione nel corso degli anni si è ritagliata un’interessante nicchia di mercato, con le sue case editrici e i suoi festival, e ha raccontato con grazia, fantasia e autoironia i temi del viaggio, della partenza e del distacco, lo spaesamento del migrante, le grandi e piccole forme di conflittualità “interculturale”, la dimensione quotidiana della vita delle persone di origine straniera che vivono nelle nostre città.
    Molti dei contenuti caratteristici di queste opere, in realtà sono temi e archetipi da sempre presenti nella produzione letteraria.
    Alcuni degli autori, infatti, criticano la definizione di letteratura della migrazione (e scrittore migrante) ritenendo che sia ghettizzante, che comporti un’attenzione prevalente sulla biografia dell’autore piuttosto che sui contenuti e lo stile del testo e che la sua diffusione sia attualmente determinata soprattutto da ragioni di marketing.
    L’obiezione non è infondata: è così scontato che uno scrittore di origine straniera debba produrre per forza “letteratura della migrazione”? La sua opera non può essere considerata letteratura tout court? In realtà si può individuare una differenza tra una produzione iniziale, dove prevalevano gli elementi autobiografici, di denuncia o testimonianza e una attuale dove prevalgono gli aspetti creativi e personali della scrittura. Il genere letterario di per sé è una costrizione, come ogni classificazione, ma in realtà molte opere considerate di genere pur rispettandone i canoni formali lo trascendono esprimendo estetiche, idee e contenuti più personali. Un caso da manuale è l’utilizzo che molti autori fanno del genere giallo o poliziesco, uno dei più fortunati sul mercato letterario, nel quale delitti e indagini possono facilmente diventare metafore per raccontare anche altro. Lo stesso fenomeno può accadere con la letteratura della migrazione, nella quale gli autori possono scompaginare le carte e raccontare la nostra società, quella del paese di arrivo, con uno sguardo nuovo, con uno salutare straniamento che ci può aiutare a metterne in luce le contraddizioni interne senza per questo fare necessariamente autobiografia. Gli scrittori di origine straniera che scrivono in lingua italiana non necessariamente quindi devono essere definiti “scrittori migranti” o parlare solo della propria esperienza. E’ però innegabile che quasi tutte queste opere, oltre ad avere in sé valenze squisitamente letterarie ed estetiche, risultino preziose per leggere le trasformazioni della società italiana negli ultimi 20-25 anni e il suo controverso rapporto con i nuovi cittadini. La produzione in una lingua diversa dalla lingua madre determina inoltre la scrittura in un italiano non standard, vitale e creativo, contaminato con altre esperienze linguistiche.
    Gli autori di origine straniera che scrivono in italiano hanno raggiunto oggi un numero apprezzabile, in particolare in alcune regioni come Lazio, Piemonte e Lombardia. In Liguria, invece, le esperienze di autori stranieri attivi nella letteratura sono molto rare.
    Dall’intervista con Maria, che è anche una forte lettrice e apprezza alcune autrici la cui opera è generalmente inscritta in questo genere, abbiamo avuto l’occasione di conoscere l’opinione di una persona che si è avvicinata alla letteratura della migrazione sia come lettrice che, per ora incidentalmente, come autrice. Il suo racconto, ricco di venature autobiografiche e incentrato sull’esperienza del lavoro nelle case, affronta diversi argomenti che si ritrovano in molti libri di scrittori italiani di madrelingua straniera.

    MMNG3In che anno sei arrivata in Italia? Hai iniziato subito a lavorare nel settore per il quale hai studiato in Ecuador?
    «Sono nata in Ecuador, a Guayaquil. In Italia ho deciso di venire nel 1999 per la particolare situazione economica in cui versava la mia famiglia: siamo otto sorelle più molti nipoti e allora io ero una delle sorelle non sposate, anche per per questo ho deciso di emigrare in Italia, non dovevo lasciare un marito o dei figli. La prima città in cui sono stata è Torino, ero assieme a un’amica. Là non ho trovato nessun lavoro né nessuna persona che conoscevo, e così, dopo un periodo a Milano, sono venuta a Genova, dove già abitavano alcune persone conosciute in Ecuador. Per diversi anni ho lavorato nelle case, come addetta alle pulizie. In Ecuador ero laureata in Economia e Commercio (con la qualifica di revisore contabile) ed avevo anche il titolo di insegnante per bambini. Dopo qualche anno ho iniziato a frequentare corsi finanziati dall’Ue e a interessarmi per il riconoscimento della laurea». 

    In Italia hai dovuto riprendere anche parzialmente gli studi universitari? Com’è stato il percorso per il riconoscimento degli studi?
    «Non ho dovuto rifare l’Università, ma è stata una cosa lunghissima, con fortissime difficoltà. Credo di essere stata la prima straniera – di sicuro la prima ecuadoriana – a farmi riconoscere la laurea in economia e commercio a Genova, allora non si sapeva a chi rivolgersi, quali fossero i requisiti. Mi è costato 5 anni e quasi 5000 euro! Per il riconoscimento era necessario tradurre tutti i programmi dei 5 anni del corso di studi, dovevano essere tradotti dall’ambasciata italiana in Ecuador, a Quito, che è molto lontana dalla mia città di origine. Se ne è dovuta occupare la mia famiglia, io ero qua, e ci sono stati diversi problemi per il reperimento e la spedizione dei documenti. Una volta avuto il riconoscimento, ho studiato per superare l’esame di abilitazione a Roma ed avere i requisiti per aprire uno studio da commercialista. A Genova, dove ho fatto domanda, non c’era nessun precedente di richiesta da parte di cittadini ecuadoriani».

    Hai avuto delle difficoltà o delle restrizioni legate al fatto di non avere ancora la cittadinanza italiana?
    «Non mi risulta che ci sia questo impedimento, almeno a me nessuno lo ha fatto presente. Io ho la cittadinanza italiana da circa un mese, quando ho fatto richiesta ero cittadina ecuadoriana. Per adesso ho rinunciato all’iscrizione, c’erano delle nuove spese e io, che già lavoravo in un centro di elaborazione dati, in quel momento non avevo idea di aprire uno studio mio».

    Ci racconti il tuo incontro con la letteratura e la scrittura creativa?
    «Quello con la letteratura è stato un incontro casuale. Una delle mie amiche, un’insegnante appassionata di letteratura e poesia, nel 2013 ha trovato un concorso letterario solo per stranieri che scrivevano in italiano, il premio letterario “Città di Cantù – Suor Rita Borghi”. A me piaceva molto leggere, sono associata a quasi tutte le biblioteche, ma questa era la mia prima esperienza di scrittura! Grazie anche al supporto della mia amica ho deciso di provare. In Ecuador avevo fatto alcune esperienze di scrittura di racconti brevi durante il mio percorso universitario. Il racconto che ho inviato a Cantù, in una busta chiusa e anonima, come richiedeva il concorso, si intitolava “Per non saper cucinare….” ed era liberamente ispirato al periodo in cui ho lavorato nelle case. Mi sembrava venuto bene, sapevo di essere brava a parlare e a raccontare, ma pensavo che mi mancasse un po’ di dimestichezza per scrivere in italiano. Qualche settimana dopo l’invio, la mia amica mi ha chiamato: erano usciti i nomi dei vincitori, e avevo vinto io. Per errore, la comunicazione dei risultati era stata inviata a un altro indirizzo…e così non ho potuto ritirare il premio il giorno della premiazione, l’ho ritirato in seguito».

    Dopo quell’esperienza hai mai provato a ritentare a scrivere altri racconti o a partecipare ad altri premi letterari?
    «Molte persone che hanno letto il racconto mi hanno detto che sono molto brava a scrivere, a costruire la situazione, anche la mia amica mi ha proposto di ritentare. Per ora non sono riuscita a riprovarci, anche perché in questo periodo sto lavorando molto e il tempo è limitato. So che sarei in grado di farlo. E’ che, quando scrivi, lasci sempre vedere una parte di te, qualcosa che è reale. Dopo aver letto questo racconto è capitato che molte persone mi fermassero per chiedermi se i personaggi descritti erano reali, o che fine aveva fatto il personaggio principale, quasi tutte lo interpretavano in senso autobiografico. Di natura io sono molto riservata e, forse, non ho ancora scritto altre cose del genere perché non volevo svelare altro di me stessa. La mia famiglia in Ecuador, tramite i molti mezzi di internet, è venuta a sapere del racconto e del premio…e così, ho tradotto per loro in spagnolo Per non saper cucinare…».

    Per la tua esperienza sia di lettrice che di autrice, una persona di origine straniera che scrive in italiano in qualche modo si ispira sempre ad elementi autobiografici? La prevalenza degli aspetti autobiografici secondo te è caratteristica dei cosiddetti “scrittori migranti”?
    «Credo che in ogni cosa che fa, uno scrittore metta qualcosa di suo, che sia straniero o italiano. Se scrive un’opera autobiografica, ci sarà qualcosa di più, ma credo che qualcosa ci sia anche nei personaggi di fantasia.
    Il primo libro italiano che ho letto è stato “L’odore della notte” di Andrea Camilleri. Io penso che nel suo personaggio, il commissario Montalbano, lui avrà messo qualcosa di suo, anche se di certo quei libri non sono testi autobiografici. La lingua letteraria, a metà tra italiano e siciliano, che ha inventato, mi piace molto.
    Fra gli autori di origine straniera che scrivono in italiano, mi hanno colpito in particolare i libri della scrittrice Silvia Campaña. Nella sua scrittura, sono riuscita a immedesimarmi, a trovare qualcosa di autobiografico. E’ come se avessi visto come sarebbe potuto diventare il mio racconto trasformato in libro. Si parla, ad esempio, dei problemi di comprensione della lingua che abbiamo noi sudamericani in Italia, con alcune parole, con le vocali doppie. Tutte queste cose, tutte le esperienze che molti di noi hanno vissuto arrivando in un paese nuovo, si ritrovano nei libri. E, in particolare, si ritrovano nei libri degli scrittori stranieri di origine che scrivono in italiano, proprio perché, scrivendo, ognuno non può fare a meno di mettere in quello che scrive qualcosa di suo, qualcosa di autobiografico».

    Andrea Macciò

  • Per non saper cucinare…il racconto

    Per non saper cucinare…il racconto

    Il martedì era il giorno della spesa “grossa”. Lui scriveva tutto a caratteri minuscoli in un foglietto con una scrittura fitta fitta e dettagliava ogni articolo da comprare con suoi commenti personali -Fai togliere il grasso- oppure –Taglia via i ciuffi del sedano prima di pesarli!-. Il problema per me, oltre a decifrare la sua scrittura, era capire cosa volesse!

    Ero arrivata da poco in Italia, qualche parola la conoscevo, capivo abbastanza quel che mi veniva detto, ma interpretare la lista della spesa del Sig. Egidio era veramente un… rebus! Un esempio? Continuava a scrivermi: -Basilico D.O.P. per il pesto- Ma cosa vuol dire?! La prima volta al supermercato mi aggiravo tra gli scaffali, nei vari reparti, ma niente, non trovavo niente con su scritto -Basilico D.O.P.-, allora feci vedere il foglietto ad una commessa e lei mi disse: “Ahhh il basilico! Se vuoi c’è in mazzetti… ma non è D.O.P!”. Io la guardai sorridendo perché non avevo capito nulla, nella speranza che mi mettesse in mano qualcosa con su scritto “Basilico D.O.P”. Lei invece si rimise a riordinare i biscotti che stava inserendo in uno scaffale, poi, vedendomi ancora lì impalata, mi indicò dei vasetti dietro di me dicendo: “Guarda, fai prima se prendi quello in vasetto, è già pronto!” . Seguendo il suo dito afferrai velocemente un vasetto verde. Sospirai sollevata, convinta di aver finalmente trovato il fatidico “Basilico D.O.P”. Arrivata a casa, dalle occhiate sornione e dal borbottio sommesso di Egidio, capii che quello basilico proprio non era: avevo preso un vasetto di crema alle olive!

    Ma fosse stato solo per il basilico! Metà della spesa era sempre errata, temevo sempre il rientro a casa perché lui, togliendo gli articoli dai sacchetti, quasi sempre esclamava frasi del tipo: “Ma nooooo…. E questo cos’è??” “E questo?? Ma Solidad, perché hai comprato i fagioli azuki? Che ci devi fare?”

    Io sgranavo gli occhi e ripetevo come un ebete: “Fagioli azuki? Mah… io veramente…”.
    Non sapevo proprio fare la spesa! Ma da quando ho iniziato a stare a servizio dal Signor Egidio, sono tante le cose che prima non sapevo e poi ho imparato a fare: stare dietro ad un anziano depresso in un paese straniero è una cosa che non avrei mai immaginato di fare, e invece… L’Italia mi ha accolta senza batter ciglio, senza entusiasmi e senza festeggiamenti. Arrivata qui dall’Ecuador senza conoscere nessuno, ho imparato pian piano come ci si comporta; in silenzio, senza disturbare, senza chiedere troppo ma anche senza smettere di cercare, senza togliermi mai dalla testa il mio obiettivo: trovare un lavoro dignitoso che mi permetta di mantenermi e di mandare i soldi alla mia famiglia che quieta e silenziosa come me, mi ha salutato da Guayaquil in una caldissima giornata di dicembre, del nostro clima tropicale.
    Egidio era la seconda persona anziana a cui badavo e, stando nella sua enorme e ricca casa sul mare, ho capito che più che lucidare e smerigliare, le immense stanze andavano riempite di calore umano. Egidio parlava poco, molto poco; a volte mi rivolgeva sguardi carichi di così tanta tristezza che mi veniva voglia di dirgli: “Guardi che sono io quella clandestina che è dovuta uscire dal suo paese, lasciando la famiglia e tutto quello che aveva di più importante al mondo, quindi su con la vita che tutto si può risolvere!”
    Altre volte, invece, quando bruciavo la cena o gli spaccavo l’ennesimo bicchiere, maldestra come ero e completamente incapace di cucinare anche un uovo, mi guardava con gli occhi buoni e mi diceva: “Poco male Solidad, sono solo bicchieri, vai su nella mansarda e porta giù quelli belli che sono nella scatola bianca, così possiamo usarli adesso, perché… se non ora quando? E già che ci sei porta anche un po’ di stracchino e prosciutto che oggi facciamo dieta!”. Molte volte se la rideva quando gli servivo una brodaglia insipida dicendo: “Escusame! Escusame!” ripetendo le scuse come una litania. Lui rideva, muoveva appena i suoi lunghi baffi grigi ma rideva, lo si vedeva dagli occhi. E io scoppiavo a ridere con lui.
    Poi, magari, per tre giorni non mi parlava, non apriva la porta della sua stanza quando bussavo e, sordo alle mie richieste: “Perché non mangia?” “Perché non si alza?”, lasciava che io entrassi nella sua stanza, che gli posassi qualcosa da mangiare sul comodino senza fiatare. La sera riaprivo la porta e niente, non aveva toccato cibo e se tentavo di parlargli mi diceva “Non ti preoccupare, mangerò domani…” e, in quei momenti, avevo imparato che l’unica cosa che potevo fare era lasciarlo tranquillo cercando di non farlo sentire tanto solo e triste.
    In queste giornate io mi rifugiavo a leggere i libri in italiano che mi aveva imprestato. Mi è sempre piaciuto leggere e piano piano attraverso la lettura si faceva sempre più chiara dentro di me la comprensione di questa nuova lingua. I mesi passavano, io leggevo, leggevo, lucidavo, compravo, stiravo, leggevo, telefonavo a casa, tentavo di cucinare seguendo una cuoca che in televisione mescolava allegramente ingredienti e canzoncine, leggevo, pulivo, lavavo finché un giorno… Me lo ricordo bene: ero lì in cucina (il mio incubo!) cercavo di mettere

    insieme qualcosa per la cena ed Egidio entra. Mi guarda, sorride, prende un coltello dal cassetto (“che vuol fare…” pensavo dentro di me) e mi dice: “Ora ti faccio vedere come si prepara un minestrone degno di questo nome!”
    Ed io, felice come una bambina, mi son messa a battere le mani saltando “Sì! Sì!”. Egidio maneggiava con cura e con abilità coltello e verdure: lavava, pelava, tagliava a cubetti, soffriggeva, aggiustava di sale, mescolava, insomma: lui sì che sapeva cucinare! Ed io lo seguivo passo passo lodandolo: “Egidio, finalmente in questa casa si mangerà come si deve!”

    E lui ridendo: “Eh sì cara Solidad, ci voleva la tua pessima cucina a farmi alzare dal letto!”.
    Da quel giorno Egidio era sempre più presente in cucina, io cercavo di imparare ma ero completamente negata! Fu così che fu lui, da quel momento in poi, a prendersi cura della cucina e per assicurarsi che anche gli ingredienti fossero quelli giusti, iniziò ad accompagnarmi a fare la spesa. Dopo anni si rimise al volante della sua auto e mi accompagnava al supermercato facendomi vedere come si sceglie frutta e verdura, come si leggono e interpretano etichette e ingredienti.
    Partendo dal cucinare e dal fare la spesa, giorno dopo giorno Egidio riprese in mano la sua vita: piano, senza fretta un passo alla volta lo vedevo uscire per andare nella sua ditta, dove da anni non metteva piede: andava a parlare con i suoi dipendenti, andava a sentire come andavano le cose, andava a controllare gli affari. Egidio era stato un abile imprenditore e nel giro di poco tempo non aveva faticato a rindossare quegli abiti cuciti addosso sulla sua persona, ma che l’oscuro “male di vivere” aveva ridotto a brandelli. La famiglia di Egidio non prese bene questa “rinascita” imprenditoriale: i figli, abituati da anni ad avere la delega su tutto il patrimonio e le aziende del padre, giudicato interdetto per la sua depressione e manie schizoidi, attendevano la revisione della commissione sanitaria che avrebbe prolungato o annullato l’interdizione.
    Arrivarono a minacciarmi che mi avrebbero tolto il lavoro se, all’incontro con la commissione sanitaria, non avessi dato testimonianza delle stranezze e della malattia del padre. Io, semplicemente, davanti a quei dottori che mi chiedevano come si comportava il signor Egidio dissi quanto vedevo e quanto corrispondeva a verità: Egidio usciva di casa, guidava l’auto, si recava in ufficio, usciva a passeggiare. In poche parole Egidio si era ripreso in mano la sua vita. I medici gli tolsero l’interdizione e lui poté nuovamente gestire la sua ditta e i suoi interessi. Io rimasi come colf presso la sua casa anche se part time perché, nel frattempo, aveva assunto una cuoca: “Cara Solidad” mi disse una sera “Io almeno una volta al giorno vorrei mangiare un pasto decente! La tua cucina non è migliorata di una virgola!” E così arrivò Irma che preparava i pasti della sera al signor Egidio e gli lasciava sempre qualcosa di pronto e “commestibile” nel frigo.
    Mi ritrovai ad avere i pomeriggi liberi e così iniziai a frequentare dei corsi gratuiti per disoccupati: soprattutto corsi di contabilità e amministrazione del personale, in modo da poter poi cercare un lavoro in campo impiegatizio. Mi resi conto che tutto sommato era stata una fortuna il non saper cucinare perché così era stata assunta un’altra persona e io potevo studiare meglio l’Italiano e impratichirmi con la contabilità.
    Passavano i mesi e gli anni. Egidio era contento che facessi i corsi, ma allo stesso tempo temeva il giorno in cui mi sarei licenziata per andare a lavorare come impiegata.
    Il giorno arrivò. Dopo tanti colloqui e periodi di praticantato senza retribuzione, una ditta mi offrì un lavoro full time come impiegata amministrativa. Pensai e ripensai a come dirlo a Egidio: dopo sei anni avrei lasciato quella casa.
    Una sera dopo cena gli sorrisi e gli dissi: “C’è una novità!”.
    Lui mi guardò dalla sua poltrona dove si rintanava a leggere i giornali: “Hai trovato un lavoro” “Sì, inizierò tra due mesi Signor Egidio!”
    “E’ giusto, sono contento per te.”
    Non disse altro e sprofondò dietro una pagina di cronaca.
    Due mesi dopo feci i bagagli, sgombrai la mia stanza e con un silenzioso abbraccio mi congedai da lui. Era Settembre.
    Un mese dopo la schizofrenia entrò nuovamente nella sua testa rinchiudendo lui in un ospedale e me in una profonda angoscia per i sensi di colpa che non mi davano pace.

  • Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    santa-maria-vittoria-mura-angeliIl quartiere di Mura Angeli, nella Sampierdarena arroccata sulle colline, poco prima del cimitero della Castagna, è una sorta di piccolo borgo a sé stante. Il nome stesso in realtà non è ufficiale ma è stato dato dagli abitanti, dato che la “via principale” di questa sorta di paese nella città è via Mura degli Angeli.

    In questa realtà circoscritta, uno dei punti di riferimento, assieme ai bar e ai giardinetti, è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un edificio dalle forme oggettivamente sgraziate ma molto caro ai residenti, che probabilmente già da questa sera, ospiterà 6 migranti.

    Don Gianni Grondona, parroco di Santa Maria della Vittoria, ex missionario e assistente spirituale della comunità “San Benedetto al Porto” di Don Gallo, ha accettato di rispondere all’appello lanciato dall’associazione diocesana Migrantes e di rendere questa casa di Dio, un rifugio per chi scappa da guerra e povertà. «I ragazzi avranno l’impegno di formare comunità tra loro e di inserirsi nell’ambiente del nostro quartiere» ci dice nella luminosa sagrestia in cui ci riceve, «ognuno di loro avrà poi un impegno specifico che stiamo ancora definendo, sotto forma di borsa lavoro e anche questo servirà a rendersi più autonomi, per imparare a gestirsi e anche per dare più dignità ai servizi che faranno». Non mero assistenzialismo dunque, ma un processo di integrazione ragionato e serio.

    Processo che riguarda tutte le parrocchie genovesi che siano disponibili ad aprire i cancelli del proprio sagrato, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrante, il cui responsabile è don Giacomo Martino. E’ lo stesso sacerdote che ci aiuta a capire come è organizzata l’accoglienza ecclesiale.

    bagnasco-migranti-profughiQuante parrocchie in Genova portano avanti progetti di accoglienza come quello che tra poco ospiterà Santa Maria della Vittoria?
    «Al momento questa è la terza parrocchia (le altre due sono Nostra Signora delle Vigne, in centro storico, e San Giacomo, a Cornigliano, ndr), però ci sono già altre cinque parrocchie che entro la fine dell’estate sono pronte a fare questo bel gesto concreto di accoglienza». 

    Quanto e perché nasce Migrantes?
    «Nasce oltre 28 anni fa a livello nazionale insieme con quello che è il vero inizio della migrazione come fenomeno. Parte come fondazione nazionale, poi si sviluppano le sue ramificazioni all’interno delle varie diocesi per dare un’accoglienza a quelle che sono le comunità religiose di migranti residenti nel nostro territorio, in particolare quelle comunità cattoliche per le quali si vuole dare un’accoglienza anche di Chiesa; persone che vengono da posti diversi, che pregano in modo diverso e che, giustamente, devono trovare un po’ del loro modo di essere Chiesa anche qui da noi».

    Si rivolge solo agli immigrati cattolici o è di portata più generica?
    «Beh in realtà il punto di partenza è quello, un’attenzione dedicata alle comunità religiose; poi naturalmente, di fronte a un Dio che non fa differenza tra le persone, cerchiamo di essere davvero aperti a tutti e, soprattutto, di aiutare per quanto possibile tutti coloro che in qualche modo si sentono ancora stranieri nelle nostre città».

    Qual è la tendenza verso questa accoglienza in Liguria, estendendo un po’ il campo di analisi? È crescente, in diminuzione, vorrebbe di più, temeva di meno…?
    «Diciamo che la Liguria, contrariamente a quello che è un po’ il pensiero comune anche di noi liguri verso noi stessi, è estremamente accogliente. È giusto quindi, credo, per la gente dare una progettazione e un significato a questa accoglienza, strutturandola per renderla efficace. Questo vivere in perenne emergenza fa male a tutti».

    Migrantes opera sotto direttive della curia o è una realtà a parte?
    «È una realtà ecclesiale. Questo progetto di accoglienza concreta, in particolare, nasce in un supporto al di fuori di quelle che sono le nostre originarie missioni che ci vengono affidate. Recentemente, a livello ligure ci siamo incontrati con i responsabili dell’ufficio missionario della Caritas e di Migrantes proprio per tentare di fare un lavoro insieme».

    Domanda provocatoria: se uno dei doveri di un sacerdote è l’obbedienza e il papa poco tempo fa ha proprio chiesto di accogliere, perché non lo fanno tutti i preti?
    «Beh indubbiamente l’accoglienza può essere espressa in tanti modi. Lo dico sinceramente: ci sono effettivamente a volte impossibilità ad accogliere date dalla mancanza di spazi o incapacità personali a essere direttamente coinvolti sul campo; ci sono persone che in un qualche modo possono per sensibilità essere diversamente accoglienti. Credo che, però, la parola del papa circa la necessità di accogliere non sia stato un ordine quanto un invito; ma un invito molto, molto, molto dettagliato».

    Ai rifugiati Migrantes dà delle mansioni, degli indirizzi, li coinvolge in attività…?
    «Noi cerchiamo di eliminare ogni assistenzialismo, di creare un popolo nuovo che abbia sempre maggiori opportunità di interazione col territorio, con le altre persone. Cerchiamo di non generare solo grandi “case” ma di scendere attraverso le parrocchie nella particolarità di una realtà piccola, in una relazione che è fondamentale. Dico un popolo nuovo perché, proprio come diceva il papa durante la giornata del rifugiato a gennaio, l’accogliere l’altro indubbiamente fa sì che noi accogliamo e l’altro si adegui un po’ al luogo dov’è accolto, ma è altrettanto vero che anche noi dobbiamo cambiare perché accogliere l’altro vuol dire cambiare, diventare un po’ come l’altro».

    Il Comune e gli enti pubblici in generale collaborano con voi nella gestione di questa delicata questione, oppure vi lasciano a “briglia sciolta” e, diciamolo, anche un po’ da soli?
    «L’iniziativa è a livello europeo, le opportunità sono date anche da una sorta di progettazione europea che purtroppo, secondo me, ancora oggi è troppo emergenziale e troppo poco strutturata, per cui davvero in ogni anno ci si trova, in questo periodo in modo particolare, con situazioni difficili da affrontare. L’altra sera ero a vedere la partita di pallone al palasport con oltre 150 ragazzi ospitati lì che attendono di trovare una collocazione e questo credo che debba essere completamente rovesciato. Recentemente in un incontro col Comune, che ci sta concedendo degli spazi dove vorremmo fare una sorta di campus formativo per i nostri ragazzi, si stava dicendo che si dovrebbe passare dai centri di accoglienza in emergenza, che si chiamano CAS, a quelli invece che hanno una progettazione di maggiore inserimento nel territorio, che si chiamano SPRAR. Oggi le parti sono invertite rispetto a quanto sarebbe ottimale, più del 90% è ai CAS e meno del 10% è agli SPRAR, dovrebbe essere il contrario».

    L’accoglienza delle parrocchie è unicamente legata a quelle che sono le scelte, i suggerimenti, le richieste di Migrantes o può anche essere un’iniziativa spontanea del parroco?
    «La Cei per queste iniziative ha prodotto un vademecum interessante. Si tratta comunque di progetti che prevedono un iter che ha un altissimo controllo da parte della prefettura. È necessario non solo avere un’importante esperienza ma anche darsi una struttura che, forse, una singola parrocchia non riuscirebbe a fare o rischierebbe di fare con un modo così particolare che non sarebbe poi effettivamente utile per chi viene accolto».

    A denti stretti: lei crede nella possibilità che l’integrazione davvero in Italia possa diventare effettiva e che non si finisca invece come in America, dove dopo 150 anni di coabitazione etnica ancora adesso hanno luogo violenti scontri razziali?
    «Ci sono mille numeri, mille statistiche. Sentivo un economista che diceva che le forti migrazioni poi bilanciano l’andamento economico del paese, oppure altri che evidenziano il problema demografico in Italia per cui ogni anno la differenza fra nati e morti è di 450.000 persone, ma francamente non mi aiutano molto i numeri. Forse sono un po’ idealista, ma credo che gli italiani abbiano delle belle risorse di accoglienza e culturali che, sicuramente a fatica, sicuramente con qualche incidente, potranno dare buoni frutti. Credo e spero che, in questo, davvero l’Italia possa essere ancora una volta un esempio di accoglienza, così come a nostra volta siamo stati, forse non sempre benevolmente ma, accolti».

    Sorge spontaneo il timore, in un periodo di rischio continuo di scontri etnici e di tristissimi fatti di razzismo che colpiscono anche il nostro paese (l’ultimo e il più vicino a noi è l’aggressione, pochi giorni fa, per motivi unicamente razzisti di sei italiani ai danni di un senegalese diciannovenne a Imperia mentre rincasava dal lavoro), che possa verificarsi un qualche incidente in grado di rendere un bel esempio di accoglienza (e coerenza ideologica) un pretesto per aumentare il tono di voce per chi vive di slogan xenofobi. Don Gianni, parroco di Santa Maria della Vittoria, ci risponde con un sorriso: «Con la paura non si va da nessuna parte» replica sereno. Non si scompone nemmeno quando lo provochiamo sottolineando che qualcuno potrebbe urlare indignato “prima gli italiani”. Il sacerdote ricorda, infatti, che le parrocchie già pongono in essere numerosi servizi di assistenza agli indigenti, di qualunque etnia, sul territorio, come la distribuzione di pacchi viveri e indumenti. «Poi, se vuoi la risposta da prete – conclude – il vangelo di domenica scorsa diceva che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…non diceva che era un uomo straniero, che era un uomo italiano, che era un uomo povero o che era un uomo ricco, che era bravo o che era cattivo; era un uomo, e quindi un uomo ha bisogno, un uomo si accoglie».

    Alessandro Magrassi

  • Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    Profughi, il sistema dell’accoglienza a Genova. Numeri, criticità e prospettive

    penso
    Foto di Alessandro Penso per MSF Italia

    Il capoluogo ligure è in prima fila per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, in fuga da guerre e miseria: la frontiera con la Francia è vicina e, prima di Ventimiglia, quella genovese è una “piazza” di passaggio e sosta tra le principali per chi attraversa il nostro paese nel tentativo di raggiungere altri lidi europei.

    Il flusso migratorio non può più essere considerato un’emergenza poiché da anni è strutturale al contesto geopolitico in cui l’Italia è immersa. Per questo, Genova e i Comuni dell’area metropolitana, stanno cercando di mettere a punto la macchina dell’accoglienza, per poter sostenere in maniera non più emergenziale la situazione e, soprattutto, per tamponare quelle che potrebbero essere le criticità di questi inserimenti, sia per chi accoglie, sia per chi viene accolto.

    Ad oggi nell’area metropolitana sono circa 2000 i migranti ospitati, di cui 1624 nel solo territorio del Comune di Genova. Una cifra che fa arrivare la percentuale di presenze su popolazione a sfiorare la soglia dello 0,3%. Un anno fa le persone ospitate erano complessivamente 651.

    Sistema di accoglienza

    Il Comune di Genova aderisce al progetto Sprar (Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati) con diverse strutture e appartamenti, distribuiti sul territorio comunale e attrezzati per accogliere i migranti. Ad oggi sono circa 280 le persone ospitate nell’ambito di questo progetto, che prevede, oltre all’ospitalità assistenziale e l’inserimento nel sistema sanitario nazionale, una serie di progetti educativi finalizzati a fornire conoscenze varie (linguistiche, culturali e legali), fondamentali per l’integrazione. In queste strutture sono ospitate le persone in attesa dell’esito della richiesta di asilo e dello status di rifugiato. Le risorse per questo progetto arrivano direttamente dal ministero dell’Interno, eliminando ogni onere finanziario a carico del Comune. Per ogni rifugiato sono corrisposti 40 euro al giorno, così suddivisi: 12,80 euro per il vitto, assistenza medica e scolarizzazione; 16,20 euro coprire i costi del personale coinvolto; 7,8 euro per la manutenzione e pulizia della struttura ospitante; 3,2 euro per le spese di integrazione, assistenza legale e psicologica. Al migrante vengono corrisposti 2,5 euro al giorno di pocket money, il contante a disposizione per le piccole spese.

    La prefettura si occupa di gestire i rimanenti profughi, quindi la maggioranza, allestendo i Centri di Accoglienza Straordinaria (C.a.s.): ad oggi 1720 persone sono ospitate in strutture scelte dal prefetto e finanziate sempre dal ministero dell’Interno. Da notare che, per legge, gli appartamenti di Edilizia Residenziale Pubblica sono esclusi da questo sistema: le strutture e le abitazioni utilizzate sono messe a disposizione da Comune o privati, ma non sono tolte da quelle in lista per le assegnazioni popolari.

    Criticità

    La mappatura della situazione, ovviamente, non può tenere conto di tutte quelle persone che sono fuori dal sistema di accoglienza. Ad oggi, però, non sono state registrate, da parte della Questura, particolari criticità a riguardo. In questi mesi, alcuni problemi sono emersi, legati soprattutto all’ubicazione scelta per alcune strutture: il centro di via Caffaro, per esempio, ha registrato qualche perplessità tra gli abitanti della zona, ma nei fatti non si è mai verificato nessun episodio da attenzione. Ad oggi ospita circa 80 ragazzi, è inserito nel progetto Sprar e, dopo gli adeguamenti strutturali richiesti dai residenti della zona, rimarrà attivo sicuramente fino al nuovo anno, quando scadrà il bando triennale del progetto. Il centro C.a.s attualmente attivo nei locali della Fiera del Mare, invece, chiuderà il 31  agosto, ma ancora non è stata individuata una possibile area per ricollocare i profughi.

    Secondo Alexandra Benvenuti, direttrice del Centro collettivo di via Caffaro, presente all’ultima seduta della Commissione Comunale convocata sull’argomento, il vero problema sta nel dopo: «In Italia si lavora in emergenza, quando il contesto legato ai flussi migratori è oramai strutturale da anni. Le persone sono ospitate nei centri in attesa di ottenere l’asilo o lo status di rifugiato ma se la risposta è negativa perdono il diritto di essere accolti in queste strutture, finendo per alimentare la nascita di insediamenti informali e la non integrazione». Un’altra criticità è che spesso all’interno dei Cas non sono previste attività formative dedicate ai migranti, che restano quindi abbandonati a loro stessi durante il giorno.

    Le richieste del Comune di Genova

    Durante l’ultima seduta della Commisione sulle Pari opportunità, l’assessore alle politiche sociosanitarie e della casa, Emanuela Fracassi, ha assicurato che a settembre verrà richiesta la presenza in Sala Rossa del prefetto per chiarire quelle che saranno le disposizioni per i mesi successivi e cercare di coordinare meglio gli enti interessati, soprattutto per la scelta dei luoghi dell’accoglienza. L’assessore, inoltre, ha riportato in aula la decisione dell’Anci di chiedere al governo di inserire nel prossimo bando Sprar, atteso per gennaio 2017, la distribuzione dei migranti su base comunale, con una soglia massima del 0,3%, alla quale Genova è già vicinissima. Tursi, inoltre, sta attivando con i Municipi una serie di attività di volontariato che possano coinvolgere anche i migranti, vista la valutazione positiva fatta delle prime esperienze del genere dei mesi scorsi.

    Genova, quindi, può dirsi una città accogliente: i numeri, tutto sommato abbastanza contenuti del fenomeno, non hanno creato criticità particolari, soprattutto nel tessuto sociale della comunità cittadina. La situazione, ovviamente, è in continua evoluzione: a livello nazionale la gestione migranti è tema di scontro politico e, spesso, ritardi e inefficienze del sistema sono legati più a equilibrismi partitici che a reali problemi logistici o organizzativi. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se il governo sosterrà i Comuni nello schema dell’ospitalità diffusa, fornendo le risorse necessarie a garantire dignità, salute e integrazione a migliaia di persone in fuga da guerre e miseria.


    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    Ventimiglia, da crisi umanitaria a crisi di civiltà. Il campo al Parco Roja sarà insufficiente

    carabinieri-ventimigliaI primi moduli abitativi hanno fatto il loro ingresso nell’ex parco ferroviario del Roja, a Ventimiglia. Nel giro di pochi giorni, forse, il nuovo campo potrà accogliere circa tra i duecento e i trecento migranti. Voluto dall’amministrazione comunale per arginare una situazione ogni giorno più delicata, l’allestimento del campo, di fatto costringe il governo a riconoscere l’emergenza umanitaria di Ventimiglia; dopo appena due mesi dalla visita del ministro Alfano, quindi, viene sancito il fallimento della linea portata avanti dalle istituzioni e dai partiti politici italiani. La crisi umanitaria è diventata anche crisi politica: il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, il mese scorso ha lasciato il Partito democratico mentre il governatore di Regione Liguria, Giovanni Toti, è entrato in rotta di collisione con Roma, per tenere salda l’alleanza con la Lega Nord di Rixi. Tutto questo mentre la Protezione civile, che avrebbe i mezzi per intervenire, rimane immobile, in balìa dell’impasse istituzionale.

    Prassi quotidiana

    Ogni mattina la Caritas serve tra le ottocento e le mille colazioni. Il numero è in crescita e non tiene conto delle molte altre persone sparpagliate sul territorio. Ogni giorno nuovi migranti arrivano, e nuovi migranti vanno: chi prova in qualche modo a passare il confine (c’è chi ci riesce e chi non ci riesce), e chi viene fermato dalla Polizia, che controlla e pattuglia le strade. Ogni giorno la polizia francese porta in Italia decine di irregolari intercettati appena oltre confine e, ogni giorno, le forze dell’ordine trasferiscono decine di migranti da Ventimiglia a Genova, dove saranno ridistribuiti nei vari centri di prima accoglienza sparsi nella penisola. Un sistema che come in molti avevano previsto, sta generando una vera e propria crisi umanitaria, che nei numeri sta replicando quanto già visto l’anno scorso. «Non è ancora chiaro come sarà gestito il nuovo campo – spiega Lia Trombetta, uno dei medici della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, che settimanalmente raggiungono il comune frontaliero per monitorare la situazione e mettere a disposizione le proprie competenze – probabilmente i migranti potranno stare alcuni giorni, anche senza essere identificati, per poi essere costretti ad abbandonare la struttura». Una struttura che, quindi, parte già inadeguata: «Con il caldo tutti i problemi si moltiplicano – ha sottolineato la dottoressa – anche se ad oggi non esistono criticità sanitarie endemiche, ma “solo” casi di malnutrizione e disidratazione». Diverse associazioni per i diritti umani si sono attivate per monitorare la situazione; nei prossimi giorni saranno decisi interventi in loco.

    Crisi Europea e del diritto

    Dopo migliaia di chilometri di viaggio, anni spesi tra deserti e prigioni africane, le persone in fuga da guerre, violenze e miseria rimangono intrappolate nelle maglie dei regolamenti europei, la cui messa in atto è lasciata di fatto all’arbitrarietà dei vari paesi. Come è noto l’identificazione dovrebbe essere fatta nel paese europeo in cui si è arrivati; ma, come è altrettanto noto, l’Italia non vuole reggere da sola l’impatto dei flussi migratori, più per motivi di politica interna che per altro. Tutto questo si gioca sulla pelle di centinaia di persone: gli appelli alla mobilitazione civica non si contano più, ma concretamente l’intervento solidale della cittadinanza è ostacolato e disincentivato dai governi. Questa stasi europea, politica e dei diritti, ha preso forma nella manifestazione del 18 giugno scorso quando un centinaio di attivisti hanno partecipato ad una biciclettata dimostrativa da Breil a Mentone, attraverso la Val Roja. La polizia francese ha seguito la manifestazione, mentre quella italiana ha bloccato la frontiera, impedendo a cittadini europei il passaggio. Schengen, questo sconosciuto. A termine della giornata alcuni attivisti hanno occupato simbolicamente un edificio della vecchia dogana francese, oramai abbandonato. Dopo cinque giorni, lo sgombero: alcuni manifestanti sono stati tenuti in arresto fino al 28 giugno in un Cra (Centro di detenzione amministrativa) a Nizza, dopo essere stati trattenuti per 16 ore in caserma, in attesa della sentenza sui dispositivi di interdizione dal suolo francese, disposti dalla polizia d’oltralpe in virtù dello stato di emergenza in vigore in Francia a seguito dei recenti attentati terroristici, che concede alla polizia di infliggere preventivamente la massima pena. La sentenza, successivamente, ha dichiarato illegittimo il provvedimento, smentendo e contraddicendo la linea politica del governo francese.

    Nervi tesi

    Domenica 3 luglio, centinaia di migranti hanno manifestato, sfilando in corteo verso la frontiera alta. Uno schieramento della polizia italiana li ha bloccati poco prima del confine: la situazione è rimasta in stallo per circa 36 ore, fino a quando sono partite le cariche delle forze dell’ordine che hanno disperso l’assembramento. Durante i tafferugli, diverse persone sono rimaste contuse, tra cui un’osservatrice francese di Amnesty International, Teresa Maffels, che ha riportato ferite a un braccio e alla schiena. Alcuni attivisti italiani presenti sono stati fermati, ricevendo il “foglio di via” da Ventimiglia e dai comuni limitrofi. Pratica ormai sempre più consueta, soprattutto nei confronti di attivisti più o meno organizzati, come gli appartenenti ai cosiddetti “No Borders”. Nelle ultime settimane sono oltre venti i provvedimenti del genere, per i quali sono già stati attivati i ricorsi da parte dei relativi legali.

    Crisi di civiltà

    Da un lato, quindi, la società civile che in qualche modo prova a organizzarsi, mentre dall’altro lato i governi europei che si rimpallano le responsabilità, provando a nascondere un problema, che oltre ad essere umanitario è politico; come è politica la volontà di non riconoscere il fatto che il flusso migratorio non sia un’emergenza ma un dato strutturale, da anni. Ed è altrettanto politica la decisione di non assistere in maniera adeguata queste persone: secondo i recenti dati del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia è l’ottavo paese del mondo per Pil, (la Francia è quinta, mentre la Germania è al quarto posto), e ogni anno arrivano nel paese 150 mila persone, lo 0,25% della popolazione italiana; davvero non siamo capaci di gestire ed assicurare la dignità di una quantità di persone pari al pubblico di tre concerti di Vasco Rossi?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    Migrazioni, se ne parla poco e male ed è anche colpa dei media. L’incontro con Maria Eugenia Esparragoza

    mariaeugeniaesparragozaLa nuova genovese che abbiamo incontrato questa volta è Maria Eugenia Esparragoza. Nata in Venezuela, è arrivata in Italia a metà degli anni Novanta, con una ricca ed eterogenea esperienza nella comunicazione sociale, nel giornalismo, nel settore audiovisivo, in particolare nell’antropologia filmica, e nella docenza universitaria. A Genova è riuscita ad affermarsi professionalmente a prescindere dal riconoscimento dei titoli di studio precedenti, anche in settori diversi da quelli in cui aveva operato.
    Il concetto chiave che emerge dall’incontro con Maria Eugenia Esparragoza è l’importanza di promuovere uno sguardo diverso sui luoghi attraversati quotidianamente, sul centro storico, sulla città e svegliare l’interesse per l’ambiente e le persone che ci stanno intorno.

    I nuovi cittadini genovesi, persone di origine straniera ma profondamente radicate dal punto di vista personale, professionale e culturale, in Italia e a Genova, possono apportare un contributo fondamentale. Sono portatori di un punto di vista complesso, nel quale si compendia l’esperienza dello sradicamento e della migrazione con quella dei nuovi legami sociali e culturali con il territorio nel quale risiedono.
    Genova ha una peculiarità: la grande presenza di residenti di origine latinoamericana iniziata a crescere negli anni novanta a causa della crisi politica ed economica di alcuni paesi dell’America Meridionale e, poi, consolidata con i ricongiungimenti familiari e l’implementazione di catene migratorie con al centro la nostra città. Un percorso simile è avvenuto nelle regioni adriatiche e in alcune zone del Nord con l’immigrazione albanese, esplosa con la crisi dei regimi filosovietici e oggi generalmente integrata con successo nel tessuto sociale del paese. Ora iniziamo ad assistere, complice la crisi economica in Italia e Europa, al fenomeno della contravuelta, del rimpatrio assistito sostenuto dai governi dei paesi d’origine.
    Queste storie, al di là delle particolarità individuali di ognuna, ci spingono a interrogarci anche sui processi migratori attuali, originati come allora da una catena di crisi politiche ed economiche esplose nella fase delle cosiddette “Primavere Arabe”, e vissuti dai media e dall’opinione pubblica come emergenza permanente. Nel medio periodo non si può escludere che questi fenomeni migratori potrebbero consolidarsi e assumere caratteristiche simili a quelle degli anni Novanta, compresi i ricongiungimenti familiari e la contravuelta, pur riconoscendo che alcune delle questioni geopolitiche che li hanno aumentati siano di difficile risoluzione.

    L’incontro con Maria Eugenia è anche uno stimolo a interrogarsi su quanto di vero e quanto di stereotipico ci sia nella diffusa immagine che ritrae quello di Genova (città che come altre in Italia, e forse più lentamente e riottosamente, sta vivendo il lento abbandono dell’identità urbana di polo industriale) come un ambiente un po’ chiuso, tendenzialmente diffidente e ostile verso l’innovazione, le nuove idee e i nuovi punti di vista.

    Qual è stato il tuo percorso di studi e di lavoro prima di arrivare a Genova nel 1993?
    «In Venezuela, ho iniziato a scrivere a 14 anni su giornali e riviste, prima su un giornale regionale e poi sui media più importanti. Per me scrivere era un divertimento, non c’erano tutti i mezzi di oggi per farsi pubblicare. Avrei voluto studiare antropologia ma, in quel periodo, l’Università centrale è stata chiusa per più di anno a causa di moti studenteschi. Come tanti della mia generazione, ho ripiegato su un’università privata e mi sono laureata in Comunicazione sociale con specializzazione in audiovisivi. Dopo aver lavorato due anni all’Ufficio centrale dell’informazione, ho trovato modo di andare a Parigi a studiare antropologia filmica, collegandola così a quanto avevo studiato fino ad allora. In Venezuela ho anche insegnato 10 anni nella stessa università in cui avevo studiato.
    Il mio progetto era quello di realizzare un film che mettesse in relazione il continente sudamericano e quello africano. Grazie ad alcuni premi di progetti vinti dopo la tesi e varie collaborazioni, ho svolto ricerche socioantropologiche sul campo, in Congo, scoprendo che era proprio da quell’area che provenivano molti degli schiavi portati in Venezuela dal continente africano, mentre tutte le ricerche sugli afrodiscendenti si concentravano sulla costa occidentale.
    Il risultato di queste ricerche è stato il documentario Salto al Atlántico, il primo film a connettere due continenti che non si parlavano, in un periodo in cui non c’erano tutti i mezzi di oggi per connettere le persone attraverso i media. Salto al Atlántico negli anni successivi è stato proiettato in numerose occasioni e festival in Europa e in America Latina, vincendo anche alcuni premi. Nel 1992 il film, che era disponibile all’ambasciata venezuelana, è stato richiesto dall’organizzazione delle Colombiane ed è stato proiettato per la prima volta a Genova. Io sono arrivata in Italia l’anno successivo, ho conosciuto il Laboratorio Migrazioni del Comune che si era occupato della proiezione del film e, grazie anche al film, ho iniziato con loro un percorso di collaborazioni e consulenze». 

    La tua laurea in Comunicazione sociale è stata riconosciuta in Italia?
    «Non ho fatto riconoscere in Italia la mia laurea. Stavo per iniziare il percorso di convalida, quando mi si sono presentate opportunità di lavoro per docenze a contratto in lingua spagnola, per le quali non era richiesta, e dal 2000 svolgo collaborazioni in questo settore. Avevo già un titolo di studio europeo, il dottorato a Parigi.
    In Italia avrei voluto riprendere a occuparmi di giornalismo. Molti me lo hanno sconsigliato e mi hanno detto che il percorso era lungo e difficile. In Venezuela l’albo dei giornalisti accetta direttamente i laureati dell’Università, e può ammettere chi dimostra di aver lavorato nel settore senza essere laureato. Ho rinunciato: è rimasto un sogno nel cassetto. Ogni tanto scrivo qualcosa e lo metto lì dicendomi che almeno online dovrei pubblicare qualcosa prima o poi».

    Hai avuto ostacoli o difficoltà di affermazione professionale legati all’assenza o ai lunghi tempi richiesti per l’acquisizione della cittadinanza italiana?
    «Io ero sposata con un italiano ma all’inizio non ho voluto prendere la cittadinanza italiana per non perdere la mia, in quanto il Venezuela prima della rivoluzione di Chavez non accettava la doppia cittadinanza. Non mi sono precipitata nemmeno quando avrei potuto, vedevo i miei diritti abbastanza riconosciuti e ho perso la possibilità di accedere a un concorso per coordinare il Centro Scuole e Nuove Culture perché non ero italiana. Allora mi sono attivata, fra la richiesta e l’ottenimento sono passati 5 anni».

    Un sistema di accesso al mondo del giornalismo incentrato sul vincolo del titolo universitario, come in Venezuela, potrebbe essere utile a migliorare il livello di approfondimento e qualità nel trattare il tema delle migrazioni?
    «Potrebbe essere. Però io vedo che anche nei miei corsi non c’è un grande interesse a parlare in modo approfondito di migrazioni. Diventa molto difficile, anche per questo, farlo attraverso i media. Una preparazione specifica dei giornalisti che si occupano di migrazioni potrebbe migliorare la qualità linguistica del messaggio…lo strumento linguistico spesso è usato in maniera superficiale».

    Quando sei arrivata a Genova hai tentato di inserirti professionalmente nel settore dell’audiovisivo e dell’industria creativa?
    «Ho provato un paio d’anni ma, non vedendo a Genova grosse prospettive nell’audiovisivo e nell’industria filmica, ho deciso di dedicarmi ad altro. Non credo che ci siano grossi investimenti. Nel 2007 ho deciso di riprovarci e ho presentato il documentario Rifare i Bagagli al Genova Film Festival. Trattava il tema dell’impatto delle migrazioni sugli adolescenti. Mi piacerebbe riprendere in mano il tema e rifarlo ora, 10 anni dopo, e vedere che cosa è cambiato. Negli anni successivi sono entrata a far parte della giuria del Genova Film Festival».

    Ci sono spazi a Genova per l’affermazione professionale di cittadini stranieri con competenze audiovisive e filmiche? Ci sono giovani e persone della cosiddetta “seconda generazione” attivi nel settore?
    «Credo che per loro sia molto difficile, qua c’è un ambiente in generale piuttosto bloccato. Sono con il Genova Film Festival da quando è nato e di prodotti fatti da migranti, o figli di, ne ho visti veramente pochissimi. Non è che non ci siano, solo non vedono molti canali per esprimersi. La situazione in tutto il Nord e nell’Italia in generale non la vedo in grandissima espansione. Il settore è difficile per tutti, anche per gli italiani.
    A Genova ci sono personalità eccellenti nel settore cinematografico con collaborazioni a livello nazionale o internazionale, ma si tratta di profili specializzati in settori e riprese particolari. In generale per fare grandi cose devi andare almeno a Milano, Torino o Roma».

    La città di Genova, anche se relativamente propensa a una buona accoglienza verso i nuovi cittadini, è molto spesso dipinta come tendenzialmente conservatrice e poco propensa all’innovazione. Pensi che sia uno stereotipo o ci sono elementi di verità in questo punto di vista?
    «Mi sembra che la “piazza” sia difficile in generale. Da 2 anni assieme ad altre persone collaboro con il progetto Migrantour attivo anche in altre città italiane. Migrantour organizza passeggiate culturali per promuovere uno sguardo diverso sulla città e sul centro storico genovese: la città vecchia con gli occhi dei nuovi cittadini.
    E’ questo che io penso debba essere fatto: parlare a tutti! E’ come nel giornalismo: l’obiettivo non deve essere solo fare la stampa per i migranti, bisogna parlare a tutti, proporre un punto di vista diverso sui luoghi delle città, sui temi che interessano la cittadinanza. Svegliare l’interesse delle persone per quello che ci sta accanto.
    Con Migrantour abbiamo organizzato diverse passeggiate tematiche per interessare la cittadinanza su diversi temi: una sul caffé, una in occasione della giornata mondiale dell’acqua, una in occasione della Pasqua Ortodossa, un’altra sulle piante medicinali. Per quest’ultima, la persona si era preparata moltissimo e abbiamo dovuto rinunciare per mancanza di quorum. Se faccio un confronto con i numeri di Migrantour in altre città, mi chiedo se sia la piazza stessa a essere poco ricettiva. Ho partecipato a una di queste passeggiate a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, e c’erano più di 150 persone. È vero che là i numeri sia degli stranieri residenti che della popolazione in generale sono superiori, ma credo che qua ci sia un problema di ricettività. Occupandomi da molti anni di migrazioni e intercultura, mi sono resa conto che in città le voci e le sensibilità che si muovono su certi temi sono sempre le stesse. Il punto è come fare per arrivare a parlare anche ad altri? Forse un impulso potrebbero darlo le istituzioni, ma la vedo difficile, viviamo un’epoca di restrizioni. Ho la sensazione che oggi molti degli spazi che si erano aperti 10/15 anni fa su questi temi si stiano chiudendo».

    Andrea Macciò

  • Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    Suq, tanta voglia di crescere ma dalle istituzioni poche sicurezze. Prossima edizione dedicata alle migrazioni

    suq-compleannoUn grande successo anche quest’anno per il Suq Festival che ha ospitato, intrattenuto e deliziato con cibi etnici 70 mila visitatori. Il fascino del gran bazar, che mischia sotto un unico tendone molti aspetti di diverse culture, anche in questa edizione non si è smentito e ha attirato in soli dieci giorni, migliaia di visitatori. Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, ha raccontato a Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, la crescita dell’evento sottolineando che il successo più grande di questo 2016 è stato la rassegna teatrale. «Il nostro pubblico ha colto e apprezzato l’eccellenza degli spettacoli che abbiamo messo in scena in questa edizione. Una partecipazione del genere non c’è mai stata prima». A confermarlo, il tutto esaurito (660 spettatori e tante altri rimasti a bocca asciutta a causa del sold out) per tre sere consecutive dello spettacolo “Hagar la schiava” di Adonis, in scena dal 24 al 26 giugno nella Chiesa di San Pietro in Banchi. «Lo spettacolo, che ha rappresentato sul palco un tema profondo – aggiunge Carla Peirolero – ha avuto un grandissimo successo».

    I dibattiti, gli incontri, i dialoghi e i confronti che hanno portato sotto i tendoni del Suq tematiche impegnative, di attualità e del passato, come confermano i numeri, sono state seguite e apprezzate dal pubblico. «In ogni giornata di questa edizione – aggiunge Peirolero – abbiamo visto e percepito la voglia di stare insieme, il desiderio di confronto e la volontà da parte del pubblico di dialogare per cercare di costruire un futuro migliore. Un traguardo per noi molto importante».

    Il Suq, mantenendo sempre fede al tema di quest’anno, “Generazioni memoria e futuro”, ha rappresentato un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi, un modo per riflettere su quello che sarà il futuro e, magari, per costruirne uno migliore.

    Suq di partecipazione e condivisione

    Quella del 2016 è stata definita l’edizione all’insegna della condivisione e della partecipazione. «La condivisione è stata una costante che ha caratterizzato moltissimi aspetti dell’evento, i dibattiti, gli incontri, gli spettacoli. Ma non solo. La condivisione è avvenuta anche fuori dal Suq, nei social e nel web» dice Peirolero. Anche in questo caso, la testimonianza è data dai numeri: 69 mila persone raggiunte tramite Facebook e 70 mila tweet visualizzati nei giorni dell’evento.

    Il Suq, che come dice la parola stessa è un mercato che unisce diverse realtà, anche quest’anno ha saputo coinvolgere: «È stato un grande palcoscenico che ha dato spazio a tutti, al pubblico incluso – aggiunge Peirolero – questa edizione del Suq è stata come uno spettacolo in cui tutti sono stati i protagonisti». Una partecipazione e un coinvolgimento spontaneo che si è manifestato anche in tante serate improvvisate. Come quella di sabato 25 in cui il bazar si è trasformato in un grande concerto in cui si esibivano musicisti e pubblico, insieme. «Le feste improvvisate, nate tra le viuzze della kermesse – conclude – hanno tirato fuori convivialità, partecipazione, confronto e dialogo tra tutti, la vera anima Suq».

    Il silenzio delle istituzioni e la prossima edizione

    Nonostante il grande successo, le istituzioni locali non hanno ancora dato risposta su quello che sarà il destino del Suq. «Vorremmo avere più certezze per le prossime edizioni – dice Peirolero – il nostro è un grande evento da 240.000 euro, per il 75% coperto con le nostre forze, che ha ancora tanta voglia crescere. Stiamo già pensando al prossimo anno ma ci piacerebbe farlo con qualche sicurezza in più».

    Nella prossima edizione, che avrà come tema “Il viaggio e la sosta”, si parlerà di migrazione, radici e di quello che riserverà il futuro. «Speriamo che per il Suq non sia ancora arrivato il momento della sosta e che il viaggio continui» conclude la direttrice artistica del Suq Festival. Il Suq ha confermato di avere i numeri di un grande evento e ha dimostrato di aver raggiunto la maturità tipica di chi compie la maggiore età. Come tutti i diciottenni, però, ha bisogno ancora di qualche certezza per crescere e migliorare.

    Elisabetta Cantalini

  • Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Medici Senza Frontiere, entro pochi giorni la decisione sull’intervento a Ventimiglia

    Bourbon Argos Rescue August 2015Il 20 giugno l’Onu ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato. E mentre le istituzioni si fermano e si interrogano, da inizio anno, quindici persone al giorno muoiono per raggiungere l’Italia. Da questo dato parte il nostro colloquio con Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, in città come ospite del Suq: «Da gennaio abbiamo contato 2.856 morti nel Mediterraneo ed è un dato incredibile, che dovrebbe far riflettere, parecchio». Di pochi giorni la decisione dell’ong di interrompere e rifiutare ogni finanziamento da parte dell’Unione Europea, per protestare contro le recenti scelte comunitarie sul “problema immigrazione”, e per marcare le differenze sostanziali nelle scelte e nelle modalità di approccio alla questione. «Una scelta quasi d’obbligo – spiega De Filippi – che è conseguenza diretta dell’aver criticato in maniera molto dura il trattato Ue-Turchia, un accordo sbagliato e cinico, e che non risolve la situazione relativa ai migranti, provando a esternalizzare il problema». Un documento che dovrebbe entrare effettivamente a regime nelle prossime settimane e che potrebbe addirittura essere usato come modello per altre aree di criticità «Questo assetto si riflette anche nel cosiddetto “Migration Compact”, in cui si fa riferimento all’accordo con Ankara come fosse un cosa che funziona e come se fosse cosa buona, da seguire e riproporre. Noi crediamo che sia profondamente sbagliato e per questo motivo non prenderemo più fondi dalla Ue e dai paesi membri». Una scelta di coerenza che farà scomparire dal bilancio dell’organizzazione circa 63 milioni di euro, fino a ieri arrivati per interventi di Msf in collaborazione con l’Unione Europea; il ramo italiano della ong, in realtà, non prende finanziamenti istituzionali già dagli anni novanta: «Ovviamente da oggi dovremo dare più energia alla campagna di raccolta fondi – sottolinea il presidente – ma lo facciamo con piacere, perché crediamo che la coerenza non abbia prezzo. Speriamo che altre organizzazioni riflettano sull’opportunità di criticare l’Europa, prendendone poi i soldi». Europa insignita del Nobel per la Pace nel 2012: «Come noi, nel 1999 e il presidente Obama nel 2009, lo stesso che, lo scorso dicembre, ha bombardato il nostro ospedale a Kunduz, in Afghanistan». Un bombardamento che provocò la morte di 50 persone, compresi 14 medici volontari di Msf.

    L’intervento a Ventimiglia

    Nelle prossime ore l’organizzazione internazionale potrebbe decidere di intervenire anche a Ventimiglia, dove la situazione dei migranti appare ogni giorni più critica, come Era Superba sta documentando da settimane: «Abbiamo monitorato la situazione fin dall’inizio, cioè da quando i No Borders hanno suonato il campanello d’allarme – racconta Loris De Filippi – abbiamo fatto valutazioni e siamo pronti a intervenire. Nei prossimi giorni verrà presa la decisione definitiva: potrebbe essere pensata inizialmente una missione di supporto psicologico, come già facciamo in altri siti critici del territorio nazionale, per poi eventualmente allargare con altre tipologie di supporto medico, a seconda delle reali necessità». L’analisi non può prescindere da una visione di contesto più larga e complicata: «In questo momento non ci sono forze politiche istituzionalizzate che stanno dalla parte dei più deboli e c’è forte confusione su che cosa dovrebbe fare l’associazionismo e quello che deve fare uno stato di diritto come il nostro. Ma finché continuerà questa situazione è giusto che la società civile si organizzi in qualche modo. È assurdo che le persone debbano stare in certe condizioni – continua l’attivista, presidente di Msf Italia – ma per quanto sia rifiutabile la sostituzione allo stato, che dovrebbe fare quello che fanno le associazioni, delegando per convenienza politica mascherata da impossibilità economica, noi dobbiamo agire; agire, perché è necessario e doveroso, ma anche protestare ogni giorno…».

    Secondo le stime di Msf la situazione potrebbe complicarsi ulteriormente nella seconda metà dell’anno, quando migliaia di migranti dovranno lasciare gli hotspot e che non potranno essere rimpatriati perché provenienti da paesi con cui il governo italiano non ha accordi in materia: il rischio è che vadano a cercare rifugio nei sempre più numerosi e disumazzanti accampamenti spontanei, come già raccontato dalla ricerca “Fuori Campo” presentata a Genova qualche settimana fa.

    Un vuoto collettivo di memoria

    L’occasione della Giornata Mondiale Onu del Rifugiato è anche spunto per una riflessione più larga sullo stato della consapevolezza collettiva a proposito dei flussi migratori: «Diciamo spesso cose inesatte – sottolinea De Filippi – come ad esempio il fatto che l’Europa abbia chiuso i muri negli ultimi due anni; nei fatti però siamo di fronte a un politica che dura da almeno 15 anni, tra respingimenti e varie politiche di deterrenza». Una serie di scelte che, non da oggi, sta creando una crisi umanitaria senza precedenti: «Per questo credo che oggi ci sia il bisogno di prendere decisioni molto coraggiose e coerenti, come noi abbiamo fatto sui fondi UE, perché qualcosa deve cambiare in maniera viscerale. Tutte le associazioni e tutti i singoli devono prendere una posizione, forte, inequivocabile, e “stare da una parte” in maniera anche radicale». Prima che sia troppo tardi.


    Nicola Giordanella