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  • Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    Quella “sacra scutela” di smeraldo: un Graal tutto genovese

    catino-genovaLa si attendeva da tempo. La mostra sul Medioevo genovese, recentemente inaugurata presso il Museo di Sant’Agostino, è quel che si suol dire “un lieto evento”, soprattutto per un città che di quel Medioevo conserva ancora molto, anzi, moltissimo. Certo, sarebbe stato meglio rendere il percorso espositivo più lineare perché chi entra nella chiesa di Sant’Agostino si trova un po’ in balìa di se stesso; qualche pannello, inoltre, riflette schemi storiografici piuttosto compassati, senza contare che, a dispetto del titolo – Genova nel Medioevo. Una capitale del Mediterraneo al tempo degli Embriaci – di Embriaci si parla, in fin dei conti, poco. Ma, in fondo, si tratta di sensazioni personali: nel complesso, si può dire che il lavoro effettuato sia, comunque, eccellente. Chiunque desideri conoscere i punti salienti della storia medievale genovese ha tutti gli strumenti a disposizione; soprattutto, ha di fronte a sé tutto ciò che serve per farsene, in certo qual modo, un’idea chiara: tessuti, oreficerie, marmi, monete, e poi quel Catino, solitamente conservato nel museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, che non manca d’attirare su di sé lo sguardo del visitatore, anche di quello più distratto. Nell’inaugurare questa mia piccola rubrica mensile, mi sono detto: perché non trattare brevemente di qualcosa che raccolga in se la “genovesità medievale” nel più ampio significato del termine? Ebbene: come si vedrà, il Catino fa esattamente al caso nostro.

    Memorie dannunziane

    Garneray-genova-800Sarebbe troppo lungo elencare tutti coloro che hanno tratto spunto dal Catino per trattare di un’epoca nella quale, per così dire, Genova iniziava a “insuperbirsi”. Mi riferisco a quel medioevo centrale, compreso grossomodo tra i secoli X e XIII, che vide i Genovesi dare abbrivio alla propria espansione sui mari. Tra tutti, ho scelto il mio preferito: quel D’Annunzio che tanta parte ha avuto nel raccogliere e rielaborare i caratteri di quel “medievalismo risorgimentalistico” (o, se si vuole, di quel “risorgimento medievalistico”), che aveva fatto del Comune medievale e della sua “sacra espansione” sui mari una delle proprie fonti d’ispirazione. Ebbene: nel corso della guerra italo-turca, egli unì la propria vena medievistica, d’ascendenza prettamente carducciana e, dunque, profondamente, civica, con i più ampi orizzonti mediterranei, producendo autentici capolavori quali la Canzone d’Oltremare, la Canzone del Sacramento o la Canzone del Sangue, contenute in Merope, ritenuto il quarto libro delle Laudi. Nella Canzone del Sangue, una copia della quale fu donata dal poeta stesso, nel 1911, al Consorzio autonomo del porto di Genova, D’Annunzio prende spunto dal Catino per cantare la potenza genovese nel Mediterraneo:

    In Cristo Re o Genova, t’invoco.
    Avvampi. Odo il tuo Cìntraco, nel caldo
    vento, gridarti che tu guardi il fuoco.

    Non Spinola né Fiesco né Grimaldo
    trae con la stipa. Il sangue del Signore
    bulica nella tazza di smeraldo.

    S’invermiglia a miracolo d’ardore
    il tuo bel San Lorenzo, come quando
    tornò di Cesarèa l’espugnatore.

    Tornò Guglielmo Embrìaco recando
    ai consoli giurati, in sul cuscino,
    tra la sesta e il bastone di comando,

    tra la coltella e il regolo, il catino
    ove Giuseppe e Nicodemo accolto
    aveano il sangue dell’Amor divino.

    Era desso, l’Embrìaco, figliuolto,
    quei che fece al Buglione il battifredo
    onde il vóto santissimo fu sciolto.

    Con le mani che diedero a Goffredo
    la scala invitta, sopra il popol misto
    levò la tazza. E il popol disse: “Credo”.

    E ribolliva il sangue ad ogni acquisto
    di Terrasanta; e n’eri tutta rossa,
    il popolo gridando: “Cristo, Cristo!

    Cristo ne preste grazia che si possa
    andar di bene in meglio”. E la Compagna
    incastellava cocca e galèa grossa.

    Quel Catino che merita una visita

    Come si vede, il Catino possiede un’intrinseca simbolicità. Ma di che si tratta? Che cosa sappiamo di questo piatto dalla forma esagonale e dal colore tanto particolare? In realtà, Caffaro, il primo cronista genovese, autore di un opuscolo espressamente dedicato alla partecipazione dei propri concittadini alla crociata, non ne parla affatto. È Guglielmo di Tiro, vissuto in pieno XII secolo, a citarlo per primo, riportando verosimilmente quanto circolava su di esso. A suo dire, i Genovesi erano soliti mostrarlo ai visitatori più illustri, sostenendone il carattere smeraldino, attestato, in realtà, soltanto dal colore. Verso la metà del Trecento, Francesco Petrarca lo dirà comunque meritevole di visita, e ciò a prescindere dal materiale di cui era fatto. E, certamente, il Catino merita d’essere visto, e studiato, anche solo per scoprire che è probabilmente di fattura islamica, databile al IX-X secolo. Ciò che colpisce il visitatore, a ogni modo (quantomeno quello più attento e preparato) è la connessione tra l’oggetto e le vicende graaliche. Intendiamoci: non è affatto certo che i Genovesi, o, quantomeno, che l’élite colta cittadina, credessero di possedere davvero il piatto utilizzato da Gesù nel corso dell’Ultima Cena (o da Nicodemo per raccogliere il sangue del Signore crocifisso); solo che era comodo farlo. Tali connessioni, sviluppatesi nel corso della seconda metà del Duecento, erano sfruttate per impressionare, per mostrare a prelati, diplomatici e ambasciatori in visita a Genova (sempre che questi si lasciassero impressionare) la gloria e la potenza della città. Nell’agosto del 1287, ad esempio, il Catino fu mostrato al vescovo nestoriano Rabban Bar Ṣaumā, proveniente dall’Oriente, che lo descrive come “un bacile di smeraldo a sei facce” nel quale “Nostro Signore aveva mangiato la Pasqua con i suoi discepoli e che era stato portato lì al tempo della presa di Gerusalemme”. Lo stesso Iacopo da Varagine, arcivescovo di Genova tra il 1292 e il 1298, lascia trasparire, tuttavia, nella sua Chronica civitatis Ianuensis, la sua incredulità al riguardo, preferendo discorrere della sua mirabile fattura: un oggetto tanto perfetto non poteva essere frutto dell’ingegno umano; ciò lo rendeva senz’altro degno di venerazione.

    Il Catino non è una reliquia

    Il Catino, del resto, non fu mai al centro di un culto specifico: mai fu utilizzato, ad esempio, nella liturgia del Giovedì Santo o nella solennità del Corpus Domini (anche se permangano tracce di un suo utilizzo al principio della Quaresima); mai assurse al ruolo di reliquia, tantomeno di reliquia cristica. Non fu mai, ad esempio, fomite di miracoli, né meta di pellegrinaggio; e ciò, nonostante, le possibilità offerte dalla cosiddetta “materia di Bretagna” (per intenderci: tutto ciò che concerne santi graal, belle dame e cavalieri seduti attorno a un tavolo. Rotondo, naturalmente). Nel 1319, anzi, il Comune giunse perfino a impegnarlo al cardinale Luca Fieschi, come garanzia per un prestito di 9.500 lire, necessario per difendere la città contro l’assedio della coalizione ghibellina. Si trattava, a detta dei più, di un oggetto di valore (che fosse di smeraldo o meno poco importava): di una sorta di tesoro, testimone d’un epoca gloriosa per il Comune genovese, che aveva visto la cittadinanza fuoriuscire da un periodo di lotte civili e riunirsi sotto l’egida della croce. Un raro momento di concordia cittadina da serbare nella memoria.

    Un oggetto di valore

    genova-nel-medioevoIl Catino, dunque, possedeva un altissimo valore simbolico; e ciò ne aumentava l’appetibilità. Non a caso, nel 1409, l’arcivescovo di Genova, Pileo De Marini, avrebbe accusato il governatore francese della città di volerlo rubare. E non sarebbe stato l’unico: nel 1518, Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, si diceva preoccupato che l’oggetto – “il Sangradalo o il Catino dove mangiò Christo con li discipuli” – fosse sottratto e sostituito da una copia. Secondo Agostino Giustiniani, attento compulsatore delle memorie cittadine, nel corso del sacco di Genova del 1522 da parte delle truppe di Carlo V,

    [quote]il preciosissimo Catino con tutta la sacristia di San Lorenzo furono in gran pericolo di essere saccheggiati, perché un capitano Georgio Fereexperte, alamanno, tentò romper le porte et il muro di essa sacristia, ma i preti i quali erano serrati in quella fecero gran resistenza et i Padri del Comune, con riscatto di mille ducati, ottennero che il capitano alamanno si levassi dall’impresa.[/quote]

    Da quel momento in poi, il Catino fu mostrato poche volte. Ciò avrebbe alimentato le leggende, oltre che le descrizioni contrastanti. Pare, anzi, che ne fosse fatta una copia, di diversa misura, da tenere in bella mostra, serbando in un luogo segreto l’originale. Tali misure, a ogni modo, non impedirono a Napoleone di portarlo a Parigi. Era il 24 aprile del 1806. L’imperatore lo fece esaminare da alcuni esperti, che lo dichiararono di vetro. Tuttavia, le sue misure differivano da quelle rilevate, nel 1726, da uno dei suoi più illustri studiosi, il religioso Gaetano di Santa Teresa, che lo aveva detto alto 16 cm contro i suoi 9 cm attuali. Il Catino, a ogni modo, sarebbe stato restituito, anche se soltanto dieci anni dopo; per giunta rotto in undici pezzi, di cui uno mancante. Ed è così che è possibile ammirarlo, assieme al suo carico di rappresentazioni e, perché no, al dubbio che si tratti effettivamente dell’originale, esposto in bella mostra, nella chiesa di Sant’Agostino.


    Antonio Musarra

  • Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta e le sue “forme dell’assenza”, incontro con l’artista genovese

    Giulia Vasta - Frame castelli di sabbia 45x70cmFino al 30 aprile è possibile visitare l’esposizione di Giulia Vasta, classe ’84, diplomata in Pittura all’Accademia Ligustica. La mostra si intitola “Le forme dell’assenza” ed è ospitata dalla Unimediamodern Gallery.

    Frammenti di vita di altri, colti per caso su una spiaggia dopo una mareggiata, luoghi abbandonati, scanditi da vecchie finestre rotte da cui filtra una luce opaca, vecchie porte di legno tarlato e consumato dal tempo, tenute chiuse da un fil di ferro arrugginito… Questi sono solo alcuni dei soggetti immortalati da Giulia durante la sua ricerca, utilizzando media diversi.

    Osservando le foto esposte, si finisce col cercare di immaginarsi la storia del vecchio stivale che giace sulla sabbia, o di come sia arrivato fin lì il piccolo rosario dai grani sbiaditi che pende da un vecchio tronco bianco lavato dall’acqua salata: «Il mio modo di lavorare – spiega Giulia –  nasce e si sviluppa a seguito dell’accumulo di materiale. Provo un grande fascino per tutto ciò che è trascurato, tralasciato, abbandonato. Raccolgo frammenti, fotografie, oggetti, qualsiasi cosa attiri la mia attenzione, in qualsiasi momento. Mettendo insieme le cose, in qualche modo il lavoro nasce. Tutto trova la giusta combinazione».

    È così che accanto alle immagini di questi oggetti prendono posto radici vere e proprie, prelevate e portate fino alla piccola sala dove sono adesso esposte insieme alle fotografie. Radici fotografate e radici fisicamente presenti: «Le radici e le ramaglie sia esposte che fotografate sono le stesse che hanno attraversato il corso del fiume e che ho raccolto, in questo caso sulla spiaggia dopo la mareggiata. Il loro significato risiede nella loro essenza, nel loro percorso, nel loro viaggio, nel loro passato e in tutto ciò che le ha portate fino a lì».

    Giulia Vasta - CanniccioVicino, un video manda l’immagine di un tratto del Bisagno, l’acqua che scorre rapida lambendo i grossi piloni di cemento grigio: al tema del ricordo, rappresentato dagli oggetti e dai luoghi, si unisce il tema del flusso: «La mia ricerca si muove nell’ambito dell’esistenza e la ricerca del “senso”. In particolare questa mostra nasce da un’immagine: rami piegati, accumulati e incastrati nei piloni dei ponti dei fiumi. Questa immagine mi ha dato un senso profondo di resistenza, qualcosa che, nonostante tutto, non si lascia trascinare dalla corrente. Ricordi, tracce, tutto ciò che resta. E poi il fiume, con la sua forza irrefrenabile, il suo continuo movimento, il suo perenne passare. Per “immortalare” questa immagine ho deciso di utilizzare una vecchia telecamera e fare diverse riprese, inquadrature dell’acqua che scorre sotto il ponte. Da questo video ho scelto alcuni fotogrammi: dal flusso, quindi, ho estrapolato alcune immagini».

    Giulia Vasta - Frame cambiamento 45x70cmSu una delle pareti, il concetto di flusso è ribadito chiaramente da lunghe sequenze di frame da video digitali: acqua che scivola via dalle mani a coppa, una costruzione di sabbia che si consuma sotto l’onda, una saponetta che si scioglie tra le mani. Panta rei: il tempo ci scorre tra le dita prima ancora che ce ne accorgiamo, gli istanti non tornano più: «Esattamente, è lo scorrere inesorabile del tempo e le tracce lasciate dal suo passare.“…Non ti bagnerai mai due volte nella stessa acqua di un fiume, perché tutto cambia continuamente, vi è una sola cosa che non cambia, il cambiamento (Eraclito)».

    Diversi mezzi artistici, diverse opportunità per trovare la via più adatta a ciascuna creazione: «La pittura per me è un modo di guardare il mondo. In accademia ho studiato pittura, e tra le altre, fotografia, arti performative e video. Dopo il primo approccio accademico alla pittura ho iniziato a sperimentare. Sono partita dall’informale e ho iniziato ad utilizzare diversi materiali per poi concentrarmi su quelli edili: stucco, cemento, gesso e da lì sono nati i miei “muri”. Le crepe, le sbeccature hanno dato inizio alla mia riflessione sul tempo. Il tempo è diventato il tema fondamentale del mio lavoro e ho iniziato ad esprimere questo concetto attraverso diversi linguaggi. Credo che l’importante sia sapere cosa si vuol dire e cercare il modo (mezzo) migliore per esprimerlo».

    Il video del Bisagno è girato in 4/3, con una vecchia telecamera analogica appunto, con cui l’artista ha potuto dare sfogo al suo amore per la tecnologia passata: «Ho una grande passione per la fotografia soprattutto analogica, ho anche una bella collezione di macchine fotografiche tra le quali una Rolleicord degli anni cinquanta. Le foto in mostra però sono digitali. La fotografia digitale, grazie alla sua immediatezza, è di grande aiuto nel mio lavoro perché mi permette di accumulare un gran numero di immagini, anche se cerco sempre di non “sprecarle”. Uso la fotografia non come fotografia fine a se stessa ma come raccolta di immagini».

    Il lavoro analogico però mette in contatto con ciò che si sta creando in maniera infinitamente più viscerale rispetto alle tecniche digitali: «Sono d’accordo con te, stampare in camera oscura è un’esperienza incredibile dove il tempo diventa rivelatore di immagini. Anche questa esperienza è stata fondamentale nel mio lavoro (Giulia ha seguito il corso di camera oscura di Alberto Terrile, ndr). Tuttavia la praticità della fotografia digitale è di grande aiuto per il mio lavoro di “accumulatrice”».

    Se è vero che il lavoro dell’artista nasce da una pulsione personale alla creazione, è vero anche che il suo approdo finale è davanti al pubblico: una congerie di sguardi, nell’insieme tutti indistinti eppure così diversi l’uno dall’altro. L’idea è quella di riuscire a comunicare qualcosa a tutti loro: «Spero che chi guarda il mio lavoro sia stimolato dal punto di vista emotivo. Spero che le persone si mettano in relazione con il lavoro che stanno osservando, spero che arrivi la sensazione di “ricordo”, “vissuto”, qualcosa che appartiene a tutti, qualcosa di condiviso e difficilmente comunicabile».

     

    Claudia Baghino

  • Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    Animanauta, vita da marinaio: la visita alla mostra fotografica al Galata Museo del Mare

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Genova città di mercanti, Genova città di marinai. Ma i genovesi davvero conoscono il mare, il porto, i mestieri ad esso legati e la realtà che vi gravita attorno? Probabilmente no. Attualmente quale genovese, ad esclusione degli addetti ai lavori, saprebbe davvero descrivere cosa succede in una giornata di lavoro in porto o su una nave? Il rapporto tra la città e il mare, anticamente così naturale, è stato interrotto dalle trasformazioni del progresso, e la maggior parte di noi verosimilmente non sa proprio nulla della vita di un marinaio dei nostri giorni.

    Ecco un’occasione per conoscerne e capirne qualcosa di più: il Mu.Ma Galata Museo del Mare ospita fino al 9 marzo la mostra fotografica “Animanauta”, una collezione di immagini scattate da Fabio Parisi, ufficiale di coperta della Marina Mercantile e fotografo. Il mare, insomma, visto attraverso gli occhi di chi quella realtà la conosce, la vive, la respira tutti i giorni e, trovandosi ad avere una propensione innata per l’espressione artistica, cerca di rendere le tante sfaccettature di quella realtà con una macchina fotografica in mano, nonostante «sia molto difficile descrivere e sintetizzare un mondo così complesso e articolato che oltretutto è distantissimo, sia in senso fisico che figurato, dalla vita di terra, e per quanto da anni ci si arrovelli nel cercare una riposta esaustiva, questa non si è ancora trovata».

    Dedicatosi per diverso tempo interamente alla musica, Fabio, classe ’79, ha iniziato ad avvicinarsi alla fotografia nel 2004: «nello scatto vedevo la possibilità di ampliare la mia espressività. Le navi sono arrivate qualche anno dopo. Il concept Animanauta ha iniziato a prendere forma nel 2011».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Le foto, scattate per lo più in navigazione tra Oceano Indiano, Mediterraneo, Atlantico e Caraibi, presentano un comune denominatore che conduce il visitatore attraverso l’esposizione: una dominante rossa molto accesa (tramonti, fianchi delle navi…) che si contrappone a fondi plumbei, metallici, con un effetto meravigliosamente stridente.
    «Come in un concept album (vedi The Wall dei Pink Floyd tanto per citarne uno a caso) c’è sempre un filo conduttore che lega tutte le canzoni, per Animanauta ho seguito la stessa logica: volevo che ci fosse un filo conduttore che legasse le foto tra di loro. Quando scatto non parto con un’idea precisa, ho un approccio assolutamente istintivo e non credo che potrebbe essere altrimenti. Nella postproduzione invece vengono fuori tutte quelle azioni necessarie ad esaltare le emozioni catturate negli scatti e quello è sicuramente un lavoro più razionale e tecnico».

    L’essenza del lavoro della Marina Mercantile è «il trasporto di merci e persone da un punto all’altro del globo. Questo trasporto avviene per mezzo di giganteschi vettori: le navi». Il ruolo che Fabio ricopre è carico di responsabilità tavolta, come ammette lui stesso, pesanti e scomode: «L’ufficiale è il responsabile della vita dei membri dell’equipaggio, della nave e del suo carico nonché dell’ecosistema marino. Nello specifico delle mie competenze, ad oggi sono stato delegato alle pianificazioni dei viaggi in tutti i suoi aspetti, quindi tracciare e calcolare le rotte di volta in volta più sicure e convenienti; la preparazione dei documenti necessari per arrivi e partenze dai vari porti e infine la tenuta della farmacia e dell’ospedale di bordo. Attualmente lavoro su navi reefer che portano ananas e banane; andiamo a prendere i carichi in centro america, nei caraibi e le portiamo in Europa. Il viaggio dura 28 giorni e normalmente faccio 3 viaggi a bordo e tre a casa».

    Nella vita quotidiana a bordo i ritmi sono scanditi «dalla tenuta di guardia sul ponte, dove convergono tutti i sistemi di monitoraggio della nave e della navigazione (dai radar ai pannelli d’allarme antincendio). In porto si seguono le operazioni commerciali». Ed è proprio nello spazio limitato della nave che «vive un microcosmo con ruoli e deleghe precise. Ogni componente dell’equipaggio, dal comandante al mozzo, lavora nel comune intento di portare a termine con successo quella che ancor oggi viene chiamata “spedizione”».

    da Animanauta, di Fabio Parisi

    Un termine scelto non a caso, che già da solo evoca difficoltà, distanze, intemperie, fatica, dedizione, coraggio. Tutte cose che emergono nei primissimi piani su mani e braccia di uomini al lavoro, con una preferenza per i dettagli che tralascia il volto e concentra tutta l’attenzione sul gesto, astraendolo in qualche modo dal contesto e rendendolo simbolo universale del fatto che il lavoro reca con sé fatica, una fatica nobile, carica di dignità e di una bellezza che si riflette direttamente nelle immagini. Chiunque può immedesimarsi in quelle mani al lavoro, eppure Fabio assicura «non pensavo a quello mentre scattavo. Ero semplicemente affascinato dall’arte marinaresca dei miei colleghi. Fondamentalmente le foto hanno immortalato ciò che in quei momenti attirava la mia attenzione e mi emozionava. È comunque molto gratificante quando una foto (così come una canzone o un quadro) attiva qualcosa nel cervello delle persone, al di là di ciò che passava per la testa dell’esecutore».

    Anche per questo le immagini sono mute per scelta dell’autore, che non ha voluto apporre alcuna didascalia: «per quanto aiutino l’autore a portare i terzi nella direzione della sua opera, vincolano o condizionano l’interpretazione che una persona può dare o non dare». Ciò detto, l’intenzione principale era quella di trasmettere «rispetto e ammirazione per i colleghi e per il loro lavoro».

    Posto che il fotografo deve avere la capacità di creare un filo di contatto con il soggetto ritratto, le foto suggeriscono un legame più forte del solito, questo perché gli uomini immortalati, intenti a svolgere «per lo più lavori di manutenzione ordinaria, atti a mantenere la nave entro determinati standard di sicurezza ed operatività» sono persone con cui l’autore lavora, con cui quindi esiste grande confidenza. Va ricordato infatti che il mestiere implica la convivenza sulla nave per mesi e la condivisione quindi di ogni momento della giornata: «Non avrei mai potuto fare un lavoro del genere se alla base del rapporto che ho instaurato con alcuni miei colleghi non ci fosse stato un forte rispetto per loro come individui e poi come naviganti. Va anche detto che non imbarco come fotografo, a bordo sono prima di tutto uno che lavora. Confesso che mi piacerebbe fare un imbarco in cui mi dedico fisicamente e mentalmente solo a raccontare con foto, video e musica quello che succede a bordo, ma d’altro canto credo che come “estraneo” potrei non entrare in sintonia con le persone».

    Come ultima cosa, Fabio ci racconta un aneddoto carico di poesia sull’origine del titolo della mostra: «Quando ho iniziato a capire che il “progetto” si stava concretizzando ho avuto la necessità di dargli un nome. Dopo parecchio tempo a pensare ad un degno titolo, e quasi deciso a rinunciare, un anziano bevitore mi disse che avrei dovuto usare qualcosa di molto semplice come “vita da marinai”. Ovviamente non mi piaceva affatto, ma mi ha dato lo spunto per andare a vedere che “suono” potesse avere in altre lingue… in latino anima vuol dire “vita” e nauta “marinaio”: Animanauta altro non è che vita da marinaio. Mi piace molto, lo trovo forte, intenso e ampio».

    Claudia Baghino

  • Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    sala-dogana-ducale-DIC’è molto da leggere, e molto da osservare, su un tema – il lavoro, con tutte le problematiche che oggi vi sono legate – che è ormai presente nella nostra quotidianità come un’estrema e dolorosa urgenza. Gli autori di “Storie”, allievi della scuola di storytelling StudioStorie di Sergio Badino (curatore della mostra), ci danno il loro personale punto di vista sulla situazione: racconti che partono da spunti evidentemente reali, talvolta librandosi in trame futuristiche o iperboliche, talaltra rimanendo saldamente ancorati al terreno con uno sguardo impietoso su ciò che è il nostro paese oggi. A dar loro man forte giunge il prezioso apporto dei disegnatori coinvolti da Badino in questo progetto per arricchirlo fornendo un supporto visivo ad alcune delle sceneggiature, con un risultato di grande effetto grazie all’unione di parole e immagini: «Sceneggiatori e disegnatori si sono conosciuti a cose fatte, direttamente in mostra. Scopo dei miei corsi – racconta Badino – è dare un’impostazione professionale alla scrittura, quindi gli sceneggiatori dovevano scrivere storie comprensibili da un disegnatore. La sceneggiatura doveva essere completamente accessibile. Interpretabile, naturalmente, come ogni sceneggiatura, ma prima di tutto chiara». Non è detto, infatti, che in una situazione tra professionisti le due figure entrino necessariamente in contatto.

    Colpisce, in questi racconti, la profonda consapevolezza della realtà, e la capacità degli autori di restituirla pienamente, cosa ancora più notevole se si considera che tra gli allievi del corso – così come tra i disegnatori – ci sono molti giovani sui vent’anni (e un giovanissimo sceneggiatore di sedici, Ezequiel Espinosa): a dimostrazione del fatto che i giovani sanno tutto di crisi, lavoro, futuro negato, e attraverso le immagini e le parole dei loro racconti ne parlano con un’efficacia inaspettata, che distoglie il fruitore da qualsiasi torpore e lo prende a schiaffi, tirandogli fuori rabbia e sentimenti altrimenti anestetizzati dall’abitudine ormai consolidata a questa realtà.

    Sergio Badino storie al lavoro fumettiBadino ha creato le coppie sceneggiatori-disegnatori, scegliendo questi ultimi «in certi casi in base all’affinità emotivo-artistica: avendo letto le storie e conoscendo i tratti, ho capito che insieme alcune persone avrebbero creato una miscela interessante, e così in alcuni casi è stato. In altri invece mi sono mosso in base alla curiosità di vedere cosa sarebbe uscito da una certa sceneggiatura interpretata da un dato segno». A quanto pare la logica seguita ha funzionato: i riscontri dei visitatori e i complimenti reciproci tra sceneggiatori e disegnatori lo attestano.

    Ma la scelta di un tema così dolorosamente attuale può rischiare di concentrare troppo l’attenzione dello spettatore sui contenuti, impedendogli di apprezzare appieno le qualità puramente estetiche delle opere? No per il curatore:

    [quote]Nel fumetto la storia è narrata dagli sforzi congiunti di parole e immagini: in questo mezzo di comunicazione, dall’unione di questi due elementi, la storia prende vita. Tutto il resto è esibizionismo, di parole come di immagini: tutto ciò che esula dal fine ultimo, cioè la narrazione, è da considerarsi un di più. Una tavola a fumetti deve prima di tutto raccontare una storia, attraverso testi incisivi e immagini efficaci.[/quote]

    Ed ecco allora che una congerie di figure umane che tutti conosciamo si affastellano nei racconti, cercando di districarsi in un mondo inospitale: migranti, camalli, giovani che fanno tre quattro lavori per sopravvivere, ricercatori con le mani sporche di sangue (degli animali che uccidono per lavoro), esodati, impiegati di call center, laureati all’estero, freelance squattrinati.

    A differenza degli sceneggiatori, tutti i disegnatori sono professionisti, ci ricorda Badino. Tra di loro, per fare qualche esempio «Matteo Anselmo ha di recente vinto un concorso nazionale per il miglior omaggio ad Andrea Pazienza, Francesco D’Ippolito è da oltre un decennio un disegnatore Disney, Federico Franzò disegna le Winx; Stefano Tirasso è stato segnalato da un importante sito di critica fumettistica come uno dei cinque giovani disegnatori italiani da tenere d’occhio; Giorgia Marras sta per uscire con un romanzo a fumetti dei cui testi è anche autrice».

    Un motivo in più quindi per apprezzare questo grande lavoro collettivo carico di aspetti molto diversi tra loro: «Primo fra tutti mostrare la pari dignità di fumetto e narrativa – dice Badino – come forme di comunicazione, entrambe in grado di far emergere tematiche forti, sociali, sentite. Si avverte spesso un po’ di snobismo tra l’uno e l’altra, quando invece si tratta semplicemente di modi di narrare sì differenti, ma con principi comuni. Ogni mezzo di comunicazione ha da imparare dagli altri, senza distinzione. Altra nota importante è l’aver proposto una mostra in cui racconti e fumetti sono mescolati come carte in tavola, si presentano vicini, gli uni accanto agli altri, nudi e crudi, sinceri: non è una cosa che si vede così spesso. Ultimo aspetto: l’aver offerto una carrellata priva di retorica su un problema più che mai oggi percepito come tangibile. “Storie al lavoro” ci dice, attraverso oltre trenta storie brevi, quale sia la percezione del tema per un gruppo di universitari, giovani studenti, professionisti, che col lavoro hanno a che fare ogni giorno. Una discreta fotografia panoramica».

    Si esce dalla mostra con una domanda: perché siamo tutti così consci della situazione ma così immobilizzati? Per Badino «scopo di chi scrive non è trovare soluzioni, ma far sì che l’opinione pubblica si concentri e sensibilizzi su un dato problema. Siamo stati tutt’altro che immobili: “Storie al lavoro” è la nostra risposta». Allo spettatore non resta che cercare, anch’egli, una propria risposta.

     

    Claudia Baghino

  • Palazzo Ducale: lettura corale, spettacolo e mostra per il giorno della memoria

    Palazzo Ducale: lettura corale, spettacolo e mostra per il giorno della memoria

    Giornata della memoriaIn occasione del giorno della memoria Palazzo Ducale e il Centro Culturale Primo Levi organizzano domenica 26 gennaio alle ore 16.58 la lettura corale e pubblica Dall’alba al tramonto.

    Il libro scelto per il reading sarà La notte di Elie Wiesel, il racconto della sua esperienza di prigioniero nei campi di concentramento di Auschwitz, Buna e Buchenwald.

    A seguire, alle ore 18, è in programma La farfalla risorta, un reading musicale per metà incentrato sulle musiche klezmer- jazz ebraiche e per metà dedicato al racconto dell’esperienza unica del ghetto di Terezin, intervallato dalle letture del libro di Matteo Corradini, La repubblica delle farfalle (Rizzoli) e le musiche eseguite da tre musicisti professionisti, riarrangiate appositamente per lo spettacolo. L’intreccio tra parole lette e musica fa da filo conduttore.

    Si va dal racconto della vita quotidiana nel ghetto ad alcuni episodi particolarmente duri nella storia della Shoah, alla scoperta del senso della verità, e su come la si possa cercare anche quando tutto intorno crolla. Anche quando la vita è in fortissimo pericolo. Parole e musica creano poco per volta un dialogo in crescendo, tra commozione e sorrisi

    Infine, dal 26 gennaio al 9 febbraio le Prigioni della Torre Grimaldina ospitano la sesta edizione di Segrete, Tracce di Memoria, rassegna d’arte contemporanea ideata e curata da Virginia Monteverde per il Giorno della Memoria, in collaborazione con Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Ilsrec, presentazione a cura di Stefano Bigazzi.

    Una serie di opere site specific per celebrare il sacrificio della Shoah e ricordare, soprattutto alle nuove generazioni, una pagina della storia contemporanea che ha segnato in modo indelebile le vicende politiche e umane del secolo scorso. L’arte affida alla suggestione delle opere il compito di tramandare la memoria non attraverso una funzione didascalica, ma parlando direttamente al cuore e alla mente dei visitatori.

    Nel corso dell’inaugurazione di sabato 25 gennaio, i visitatori avranno accesso al piano superiore della Torre Grimaldina dove potranno assistere alla performance Dentro la Violenza_Dietro la Notizia a cura dalla Compagnia Filò con la partecipazione di Danilo Spadoni.

    La mostra si avvale anche delle videotestimonianze di Luca Borzani – presidente di Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Piero Dello Strologo . presidente del Centro Culturale Primo Levi, Mino Ronzitti – presidente dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea.

    Anche quest’anno avrà una parte di rilievo la documentazione storica. I visitatori potranno per la prima volta “consultare” la mappa dei rifugi antiaerei utilizzati a Genova nel corso della Seconda Guerra Mondiale, grazie al progetto di ricerca di Carlo Cassan “Genova e i rifugi della Memoria: le gallerie dimenticate”

    Orario: 10/13.30 – 15/18, chiuso il lunedì; apertura straordinaria lunedì 27 gennaio per il Giorno della Memoria. Per i giorni del 26 e 27 gennaio l’ingresso è gratuito

  • Portrait Gallery: mostra di Jackie Saccoccio a Villa Croce

    Portrait Gallery: mostra di Jackie Saccoccio a Villa Croce

    Jackie Saccoccio Portrait Gallery

    Il museo di arte contemporanea di Villa Croce ospita dal 16 gennaio al 9 marzo Portrait Galler –  galleria di ritratti, mostra di Jackie Saccoccio.

    La prima mostra monografica in un museo europeo della pittrice americana classe 1963: i suoi grandi quadri astratti riflettono la luce mediterranea delle sale bianche della villa; le tele sono così in dialogo con lo spazio della villa, ricreando un allestimento da pinacoteca classica.

    «La pittura è un’attività strutturata attraverso l’improvvisazione, infatti uso per le mie tele pigmenti, olii e minerali liquidi e semi solidi da stendere strato dopo strato – dice la pittrice – Voglio che la tela racconti l’intera esperienza pittorica, portando traccia dei dubbi delle bravate che fanno parte del processo creativo, ciascuno strato racconta l’esperienza gestuale del momento. Così la tela diventa la traccia delle trasformazioni giornaliere, una forma di cubismo psicologico»

    Nella grande sala affrescata del museo di Villa Croce, l’artista ha ricreato una galleria di ritratti satura di opere e di colori, in cui ciascuna tela emana un’aurea, una presenza. Le opere raccontano attraverso pigmenti e forme l’essenza di una personalità, il suo spirito attraverso il peso e i toni del colore, dalle sovrapposizioni e dalla materia pittorica.

    La mostra prevede anche una sala apparentemente vuota, dal titolo Portrait (Absence), Ritratto (Assenza), un wall drawing (quasi un affresco) monocromo di linee non intersecanti segnate dal vuoto lasciato da una serie di tele rimosse. Questo spazio bianco vuole evocare un’assenza, in contrasto al pieno della sala adiacente mettendo in moto un gioco dinamico di vuoti e pieni.

    In altre sale l’interferenza tra pieno e vuoto viene esplorata attraverso grandi tele in cui spirali labirintiche scherzano con il vuoto rendendo il visitatore una figura lillipuziana confrontata dalla forza dell’arte.

    16 gennaio – 9 marzo 2014
    Anteprima stampa 16 gennaio, ore 11.30 – 13.00
    Opening 16 gennaio ore 18.30

  • Storie al lavoro: fumetti e racconti a cura di Sergio Badino alla sala Dogana

    Storie al lavoro: fumetti e racconti a cura di Sergio Badino alla sala Dogana

    Sergio Badino storie al lavoro fumettiVenerdì 17 gennaio inaugura presso la Sala Dogana di Palazzo Ducale Storie al lavoro, un’esposizione  collettiva di fumetti e racconti a cura di Sergio Badino, in mostra fino al 2 febbraio 2014.

    In mostra,  le opere degli studenti di sceneggiatura e narrativa della scuola di storytelling e scrittura di Sergio Badino, un’ unione di fumetti e racconti per una riflessione a 360 gradi sul mondo del lavoro.

    Accanto alla narrativa breve e alle tavole a fumetti, a colori e in bianco e nero, la mostra presenta le sceneggiature di queste ultime, in modo da comprendere il processo che, tramite lo storytelling e la scrittura per immagini, conduce alla pagina disegnata.

    La sceneggiature e i racconti sono stati scritti da Giorgia Bruzzone, Luca Caridà, Paola Cassano, Maria Grazia Corradi, Davide Costa, Alberto De Paulis, Valeria delle Cave, Giuliana Erli, Camilla Ferroni, Marcello Gastaldo, Filippo Ghiglione, Andrea Grenci, Silvia Ierardi, Marco Moretti, Nicola Pastrano, Gianmarco Perrone, Fabio Peytrignet, Giuseppina Picetti, Laura Magda Sparacello, Francesca Talloru, Laura Taverna.

    Le tavole a fumetti illustrate sono a cura di Matteo Anselmo, Stefano Bortolin, Giulia Bracesco, Vincenzo Cardona Albini, Francesco D’Ippolito, Rudy Dore, Federico Franzò, Luca Marcenaro, Giorgia Marras, Alex Raso, Gianluca Sturmann, Stefano Tirasso.

    Inagurazione ore 18, altri giorni apertura dalle 15 alle 20. Ingresso libero

     

    [Foto Diego Arbore]

  • Desertmed, le isole deserte del Mediterraneo in mostra a Villa Croce

    Desertmed, le isole deserte del Mediterraneo in mostra a Villa Croce

    gyaros-grecia-isola-mediterraneoDesertmed, le isole deserte del Mediterraneo è la nuova mostra ospitata presso il Museo d’arte Contemporanea di Villa Croce.

    Il museo genovese propone per la prima volta in Italia una mostra che raccoglie il frutto del lavoro di ricerca portato avanti in questi anni dal collettivo Desertmed, un’ indagine artistica multidisciplinare rivolta alla scoperta delle isole deserte del Mediterraneo che analizza le cause storiche, politiche e geografiche del loro abbandono.

    Un viaggio attraverso le isole naturali, private, turistiche, adibite a parchi naturali, divenute sedi di prigioni, di insediamenti militari o industriali, documentato con video, fotografie, disegni, sculture, materiali audio, rilievi, mappe, interviste, tecnologie tradizionali e tecnologie digitali innovative che tentano di fornire allo spettatore “una cartografia poetica e concettuale” degli unici spazi rimasti liberi nel mediterraneo.

    Il collettivo Desertmed, conosciuto a livello internazionale, ha esposto in rilevanti sedi quali Berlino, Istambul e Salonicco, inizialmente composto da Giulia di Lenarda, Armin Linke, Amedeo Martegani Giuseppe Ielasi, Renato Rinaldi e Giovanna Silva ad oggi annovera collaborazioni con artisti, fotografi, architetti, sound artist, scrittori e teorici. (Daniele Ansidei, Aristide Antonas, Elina Axioti , Angelo Boriolo, Giulia Bruno, Fabian Bechtle, Antonia Dika, Stefano Graziani, Wilfred Kühn e Simona Malvezzi, Franck Leibovici, Carlo Marchi, Carlo Ratti, Donato Ricci, Stella-Sophie Seroglou, Francesco Siddi, Andrea Tamburini)

    L’isola e a maggior ragione l’isola deserta sono nozioni estremamente povere e deboli da un punto di vista geografico; esse possiedono un debole statuto scientifico. Ma questo va a loro onore. Non c’è alcuna unità oggettiva nell’insiemedelle isole. Ancora meno nelle isole deserte. Magari l’isola deserta può avere un suolo estremamente povero. Deserta, essa può essere un deserto, ma questo non è affatto necessario. Se il vero deserto è inabitato, esso lo è in quanto non presenta le condizioni di diritto che renderebbero la vita possibile, vita vegetale, animale o umana. Al contrario,
    che l’isola deserta resti spopolata, resta un puro fatto che si collega alle circostanze, vale a dire a ciò che la circonda.
    L’isola è ciò che il mare circonda, ciò che è deserto è l’oceano tutto intorno. Ed è in virtù delle circostanze che le navi passano da lontano e non si fermano mai.
    (tratto da: Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti. Testi e interviste 1953-1974, Torino 2007)

     

    LA MOSTRA E’ STATA PROROGATA FINO AL 9 FEBBRAIO

    12 dicembre 2013 – 2 febbraio 2014
    inaugurazione: giovedì 12 dicembre 2013, ore 18

  • Zanne corazze e veleni: mostra dedicata a insetti, ragni, anfibi e rettili

    Zanne corazze e veleni: mostra dedicata a insetti, ragni, anfibi e rettili

    serpenteZanne corazze e veleni. Le strategie di sopravvivenza di insetti, ragni, anfibi e rettili è la nuova e interessante mostra in esposizione al Museo di Storia Naturale Doria dal 7 dicembre 2013 al 15 giugno 2014.

    Gli ambienti naturali impongono continue sfide agli animali che li abitano: procurarsi il cibo, evitare i predatori, trovare un partner e dare vita ad una discendenza; l’esposizione racconta con immagini suggestive le strategie di sopravvivenza più sorprendenti e inusuali che hanno sviluppato molti rettili e anfibi di piccole dimensioni e soprattutto di insetti, aracnidi ed altri minuscoli invertebrati difficilmente osservabili.

    ranaLa mostra ha come punto di forza una collezione di animali vivi presentati all’interno di 16 terrari che riproducono il loro habitat naturale.
    Tra le specie esposte si contano rane incredibilmente camuffate, mantidi che imitano foglie e fiori, scorpioni fluorescenti e ragni grandi quanto una mano. Non si tratta di animali pericolosi né appartenenti a specie per cui sono state depauperate le popolazioni naturali.

    Le sezioni fotografiche sono a cura di Emanuele Biggi e Francesco Tomasinelli.

    Durante la mostra, l’Associazione Didattica Museale proporrà una serie di percorsi didattici rivolti alle scuole e alle famiglie per scoprire le tecniche di caccia dei predatori e quelle di difesa delle prede. Attraverso esclusivi laboratori interattivi si possono vedere da vicino gli animali della mostra e approfondire tematiche come il mimetismo, la tossicità dei veleni e i super-poteri che coinvolgono queste interessanti specie nella continua lotta per la sopravvivenza.

    scorpione del desertoPer informazioni: numero di telefono 3348053212, email genova@assodidatticamuseale.it, sito www.assodidatticamuseale.it (sezione di Genova).

    Orario: dal martedì alla domenica: ore 10 – 18; lunedì chiuso
    Telefono: 010 564567
    Biglietti
    € 3,00: visita solo alla mostra
    € 8,00: visita alla mostra e al Museo (intero)
    € 6,00: visita alla mostra e al Museo (ridotto)

  • Viadelcampo29rosso: giornata in ricordo di De Andrè e Don Gallo

    Viadelcampo29rosso: giornata in ricordo di De Andrè e Don Gallo

    Via Del Campo De AndrèSabato 7 dicembre l’emporio museo viadelcampo29rosso ricorda due genovesi che hanno fatto la storia della città, don Andrea Gallo e Fabrizio De André.

    Prevista la presenza di Paolo Finzi, “l’amico anarchico” di Fabrizio De André, direttore della rivista anarchica A e Giorgio Bezzecchi, rom harvato (cioè “croato”), autore dei versi in romanes di Khorakhané”.

    In concomitanza all’evento sarà inaugurata la mostra fotografica “Io seguirò questa corrente di ali…” – scatti gitani di Adolfo Ranise, una trentina di foto scattate nel corso della festa di Santa Sara a Saint Marie de la Mer, dove ogni anno nel terzo weekend di maggio si radunano le popolazioni Rom provenienti da tutto il mondo. (fino al 6 gennaio 2014).

    «Un evento che mi ha permesso di raccogliere l’essenza e l’interiorità di un popolo a cui Fabrizio de André con il suo brano “KhoraKhanè” restituisce dignità alla loro cultura, legata essenzialmente alla libertà di viaggiare» dice della mostra Ranise.

    Programma:

    ore 16.30 “A forza di essere vento” – testimonianze video sullo sterminio dei Rom e dei Sinti nei lager nazisti

    ore 17.00 “Credibili, non credenti” : ricordo di Don Andrea e Fabrizio De André

    ore 17.30 inaugurazione mostra fotografica “Io seguirò questa corrente di ali…” – scatti gitani di Adolfo Ranise

    ore 18.00 “non ci sono poteri buoni” dialogo tra Paolo Finzi e Giorgio Bezzecchi su minoranze, stereotipi, razzismo, persecuzioni, assistenzialismo.

    Si ringraziano la Fondazione Fabrizio De André ONLUS e la Comunità di San Benedetto al Porto che hanno concesso il patrocinio morale all’iniziativa.

    Ingresso libero

  • Beyond Science: mostra fotografica al Ducale dedicata alla scienza

    Beyond Science: mostra fotografica al Ducale dedicata alla scienza

    Edelweiss di Diego Manfredi
    Edelweiss di Diego Manfredi

    Dal 6 dicembre al 19 gennaio Palazzo Ducale ospita Beyond Science. La scienza in uno scatto, mostra fotografica dedicata al mondo della scienza ideata dall’Istituto Italiano di Tecnologia all’interno delle attività di Outreach coordinate dal professore Alberto Diaspro.

    Oltre cinquanta scatti di oggetti tecnologici e di realtà invisibili a occhio nudo, come ad esempio sistemi biologici, strumenti di ricerca e robot, per raccontare l’incontro tra immagini e scienza e condividere con il pubblico ricerche d’avanguardia nei settori della biologia, nanotecnologia, neuroscienze, robotica, farmacologia, scienze dei materialistimolare.

    La mostra nasce come concorso fotografico che l’Istituto Italiano di Tecnologia ha rivolto ai propri ricercatori per coinvolgerli in una riflessione sull’importanza della comunicazione della scienza verso il pubblico, anche attraverso le immagini.

    Le foto, a colori o in bianco e nero, ottenute con microscopi ottici, elettronici e macchine fotografiche, mostrano la bellezza delle realtà studiate e contemporaneamente, documentano i risultati ottenuti. Le immagini diventano, quindi, parte della ricerca scientifica, poiché mostrano realtà biologiche o artificiali non visibili a occhio nudo e riproducono risultati complessi, a testimonianza di un’attività di esplorazione della natura che richiede di essere condivisa. Tra gli scatti esposti anche alcuni ritratti di ricercatori.

    Le figure in esposizione sono state selezionate all’interno di circa cento scatti inviati dai ricercatori di IIT, da una giuria di professionisti in base a originalità, abilità tecnica e impatto visivo. La foto prima classificata è La grande onda di Kanagawa. Vista dall’alto di Francesco Greco e Virgilio Mattoli; seconda classificata, Le onde del mare e la serendipità di Ermanno Miele e Mario Malerba, terzo posto  a pari merito per Neuroni elettroporati in utero di Gabriele Deidda e Dune di Sandro Meucci

    Il catalogo della mostra Beyond Science. La scienza in uno scatto sarà a disposizione nelle principali librerie di Genova.

    La mostra è aperta presso la Loggia degli Abati dal 6 dicembre 2013 al 19 gennaio 2014, da martedì a domenica, dalle ore 10 alle 19, con ingresso libero.

  • Giornate vietnamite, a Genova nella seconda metà di novembre

    Giornate vietnamite, a Genova nella seconda metà di novembre

    VietnamNella seconda metà del mese di novembre e fino all’1 dicembre, Genova ospita le giornate vietnamite, una serie di eventi nati per celebrare 40 anni di rapporti diplomatici fra i due paesi, iniziati con la spedizione umanitaria del 1973, quando in piena Guerra del Vietnam salpò da Genova una nave carica di aiuti per il popolo vietnamita guidata dai portuali genovesi che sull’onda di una contestazione pacifista di dimensioni globali, vollero compiere un gesto concreto di solidarietà e consegnarono ai vietnamiti tremila tonnellate di merce

    Proprio questa spedizione è oggetto della mostra di Palazzo S. Giorgio Haiphong-Genova due porti una storia curata da Riccardo Ribold: oltre alle numerose esposizioni, il programma prevede conferenze, convegni, workshop, testimonianze ed eventi culturali.

    Ecco il calendario degli eventi.

    Lunedì 18 novembre – (Palazzo San Giorgio)

    Ore 18 – inaugurazione della mostra Hai Phong-Genova due porti una storia. Mostra documentaria Hai Phong-Genova due porti una storia a cura di Riccardo Riboldi

    Mostra Spazio culturale del Vietnam  – Mostra della pittura moderna dei giovani pittori vietnamiti “I Colori del Vietnam”. – Mostra di Fotografia sul Vietnam. – Mostra di Libri e Riviste vietnamiti. – Mostra di Abiti Tradizionali “Ao Dai” delle donne vietnamite.

     

    Martedì 19 novembre – (Palazzo San Giorgio)

    Ore 10 – Workshop Opportunità di sviluppo economico commerciale Italia Vietnam a cura di Ottavio Cosma

    Saluti del Comune di Genova e con Presidente di Liguria International scpa – Franco Aprile, Sindaco di Hai Phong – Duong Anh Dien, Presidente dell’Autorità Portuale di Genova – Luigi Merlo, Presidente Coop Liguria – Francesco Berardini, Ambasciatore del Vietnam in Italia – Nguyen Hoang Long

    Ore 17 – (Palazzo San Giorgio) Mostra e premiazione Concorso di Idee Historical Hanoi 2013

    a cura di Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Genova in partnership con Associazione degli Architetti del Vietnam con la partecipazione dell’Ambasciatore del Vietnam in Italia – Nguyen Hoang Long

     

    Mercoledì 20 novembre – (Villa Durazzo Bombrini – Genova Cornigliano)

    Ore 10 – inaugurazione mostra Viet Nam-Italia / Italia-Viet Nam ‘60 ‘70 – CGIL Genova

    Interverranno: Segretario Generale CGIL Genova – Ivano Bosco, Console della Compagnia Unica – Antonio Benvenuti, Presidente Associazione Italia-Vietnam di Genova – Luciano Sossai, Ambasciatore del Vietnam in Italia – Nguyen Hoang Long

    Ore 16.30 – (Palazzo San Giorgio) – Medici e infermieri in Vietnam

    interventi e testimonianze Dott. Guglielmo Frojo, Dott. Riccardo Pellicci, Dott. Roberto Puglisi, Signora Roberta Parodi

     

    Giovedì 21 e venerdì 22 novembre – Sala Chiamata CULMV – Piazzale San Benigno

    Ore 10.30-12 / 16.30-18 Rassegna cinematografica Vietnam: il cinema di guerra e sulla guerra a cura di Andrea Panizzi

     

    Lunedì 25 novembre – (Palazzo San Giorgio)

    Ore 16.30 – Generale Giap: mito e realtà

    Massimo Loche (corrispondente di guerra per L’Unità in Vietnam)

     

    Martedì 26 novembre – (Palazzo San Giorgio – Sala dei Capitani)

    Ore 16.30 – Vietnam: Corrispondenti di guerra a cura di Massimo Loche (corrispondente di guerra per L’Unità in Vietnam)

     

    Venerdì 29 novembre – (Palazzo San Giorgio)

    Ore 16.30 – Convegno storico-economico “Vietnam ieri e oggi” a cura di Prof. Roberto Sinigaglia, professore Ordinario dell’Università degli Studi Genova e Direttore del Dipartimento di Antichità, filosofia e storia (DAFIST)

    Dal giorno 11 novembre – presso il centro commerciale COOP Antonio Negro Coop Liguria (Piazzale dei Traghetti Iqbal Masih 13 – 16126 Genova) – sarà esposta la mostra Le favole di ogni giorno – opere pittoriche dei piccoli ospiti del Centro per bambini disabili di Bac Giang in Vietnam.

    La mostra promuove il progetto La solidarietà con il Vietnam continua assieme al GVC – Sostegno ai centri per disabili del Vietnam”

    Nel corso della manifestazione saranno organizzati laboratori con la partecipazione degli studenti del Liceo Statale Piero Gobetti e il contributo del Centro di Documentazione Logos.

    Le giornate vietnamite genovesi sono state organizzate dall’associazione Italia-Vietnam di Genova con il Comune di Genova, la Regione Liguria, l’Autorità Portuale, la Compagnia Unica Lavoratori del Porto, la CGIL, CNA Liguria, Coop Liguria, Goldoni Tractors for Life, R2 Marinas, GVC – Un Mondo di Solidarietà.

  • L’effimero colto dal velo d’organza: mostra in Sala Dogana

    L’effimero colto dal velo d’organza: mostra in Sala Dogana

    A simmetrie naturali, opere di Federica GonnellaDopo l’esposizione Non è un paese per vecchi, la Sala Dogana di Palazzo Ducale ospita L’effimero colto dal velo d’organza, mostra personale di Federica Gonnelli a cura della narratrice d’arte Adriana M. Soldini.

    L’artista offre l’invito a compiere un viaggio iniziatico verso una maggiore consapevolezza di sé, per il riconoscimento dell’ identità personale e collettiva e si propone attraverso il suo alter ego: il velo d’organza, la pelle dell’opera.

    La sua interposizione non è di ostacolo, ma è il tramite che porta alla conoscenza e all’archiviazione del sapere.

    Grazie alle installazioni, lo spettatore vedrà mondi fantastici e dettagli intimi di ricordi che la memoria conserva.

    Non solo immagini, ma ci sono parole riferite a emozioni o a riflessioni intime in cerca di eternità. È tangibile come il rapporto tra corpo e natura costituisca uno dei fili conduttori della sua arte. Il linguaggio artistico di Federica Gonnelli si sviluppa in una molteplicità di significati e di varianti di significato. È al contempo raffinato e ironicamente pop. Sa essere maestoso senza essere urlato e sa essere convincente anche nell’infinitamente piccolo.

    Il progetto è presentato dal collettivo Arts Factory (di cui fa parte l’artista con la curatrice e la poetessa Francesca Del Moro) e dal gruppo neRo POP.

    Da venerdì 8 a domenica 24 novembre

    Orari: dal martedì alla domenica ore 15 – 20.

    Ingresso libero

  • Landscape la prima mostra italiana di Zhang Enli a Villa Croce

    Landscape la prima mostra italiana di Zhang Enli a Villa Croce

    Zhang Enli LandscapeIl museo di arte contemporanea di Villa Croce ospita dal 6 novembre 2013 all’8 gennaio 2014 Landscape, la prima mostra italiana di Zhang Enli, artista cinese riconosciuto a livello internazionale per i suoi quadri apparentemente astratti.

    La mostra, inaugurata in contemporanea con il progetto Space Painting del ICA (Institute of Contemporary Art) di Londra,  è stata concepita e realizzata ad hoc per gli spazi del museo genovese e si articola tra le sale interne e il parco esterno.

    Zhang Enli dipinge oggetti quotidiani insignificanti, come tubi, cavi d’acciaio, pompe da giardino, muri di piastrelle e fili annodati con la pittura acrilica l’acquerello, regalando all’osservatore una nuova prospettiva e una nuova idea di profondità e di disegno.

    Concentrandosi volutamente su soggetti ordinari e privi di interesse, Zhang Enli sembra evocare il suo senso di straniamento come cittadino della campagna rurale arrivato a studiare, prima e vivere, poi in una megalopoli moderne come Shanghai.

    Attraverso le sue tele e i suoi interventi site-specific Enli racconta un mondo fatto di oggetti familiari che sono talmente banali da passare inosservati, un mondo silente che prende vita grazie alle inquadrature inusuali delle sue tele, le immagini parlino silenziosamente al pubblico portandolo a sognare ad occhi aperti e l’ambiente diviene così intimo e sottilmente evocativo.

     

     

  • Musei di Genova: aperture straordinarie l’1 novembre

    Musei di Genova: aperture straordinarie l’1 novembre

    Via GaribaldiIn occasione del fine settimana della ricorrenza di Ognissanti, numerosi Musei genovesi effettuano delle aperture straordinarie.

    Nello specifico, restano aperti al pubblico il giorno 1 novembre i Musei di Strada Nuova (dalle ore 10 alle ore 19), il Museo di Storia Naturale Doria (dalle ore 10 alle ore 19), il Museo di Sant’Agostino (dalle ore 10 alle ore 19), il Museo d´Arte Contemporanea di Villa Croce (dalle ore 10 alle ore 19), Castello D’Albertis (dalle ore 10 alle ore 18), i Musei di Nervi – Galleria d´Arte Moderna (dalle ore 10 alle ore 18), i Musei di Nervi – Wolfsoniana (dalle ore 10 alle ore 18), Mu.MA – Galata Museo del Mare (dalle ore 10 alle ore 19.30 con ultimo ingresso ore 17), Mu.MA – Museoteatro della Commenda di Prè (dalle ore 10 alle ore 19), Palazzo Verde (dalle ore 9 alle ore 18), Loggia della Mercanzia (dalle ore 10 alle ore 20), Museo Diocesano e Museo del Tesoro (dalle ore 15 alle ore 18).

    Il Museo viadelcampo29rosso resta aperto venerdì 1 e sabato 2 novembre ore 10.30-19 con orario continuato,  domenica 3 novembre 10.30 -12.30 /15-19.

    Sabato 2 novembre inoltre, il museo dedicato a De Andrè e ai cantautori genovesi, organizza una visita guidata La Città Vecchia di Faber,  alla ricerca dei luoghi e delle suggestioni evocate da Faber nelle sue indimenticabili poesie in musica.
    Il tour parte dal cuore della Città Vecchia alle 10.30 (appuntamento un quarto d’ora prima dell’inizio) e si snoda attraverso il centro storico di Genova, tra i suggestivi caruggi, i maestosi palazzi e la cattedrale, narrando di storie, personaggi, luoghi.
    Per chi lo desidera, a fine tour è possibile degustare un aperitivo/brunch in piazza delle Erbe (info su richiesta).

    Info e prenotazioni 010 2474064 o info@viadelcampo29rosso.com. Costo 12 euro adulti, bimbi gratis fino ai 12 anni.

    Inoltre, venerdì 1, sabato 2 e domenica 3 novembre a partire dalle ore 10 e sino alle ore 18 – l’Associazione Palazzo Lomellino di Strada Nuova propone visite guidate a Palazzo Nicolosio Lomellino e Palazzo Angelo Giovanni Spinola, i due gioielli di proprietà privata di Via Garibaldi.

    Gli altri Musei resteranno chiusi.