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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Cinema Eden a Pegli: il Comune istituirà una commissione

    Cinema Eden a Pegli: il Comune istituirà una commissione

    «Ho già effettuato un sopralluogo insieme ai capigruppo e ai consiglieri interessati: gli uffici comunali stanno lavorando, a Pegli molti parcheggi realizzati sono ancora invenduti, è un fatto da approfondire».

    Con queste parole l’Assessore Francesco Oddone annuncia ufficialmente che verrà istituita una Commissione consiliare per accertare l’effettiva utilità e l’impatto ambientale del cantiere che porterà alla costruzione di 68 box auto al posto del cinema Eden di Pegli. Un progetto approvato un anno fa dalla precedente Amministrazione Comunale e che ha scatenato molte polemiche fra gli abitanti del quartiere, gli esercenti e lo stesso Municipio Ponente.

    Un gruppo di tecnici valuterà dunque tre punti critici del progetto: i rischi idrogeologici, il taglio degli alberi presenti nell’area (dodici platani sani) e i disagi connessi alla lunga durata del cantiere.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Da Mussolini a Beppe Grillo, ma non come ha scritto Severgnini…

    Beppe GrilloDopo l’exploit di Parma e i sondaggi che danno il suo movimento quasi al 20%, Beppe Grillo è diventato la vittima prediletta dall’ossessività compulsiva dei mass-media. Dopo essere stato bandito da tutte le televisioni per una battuta sui socialisti (battuta che si era poi rivelata profetica), è stato riscoperto magicamente a distanza di vent’anni; fino al punto che oggi giornali, telegiornali e cinegiornali lo seguono ovunque vada per coglierne ogni sospiro e possibilmente montarci una polemica sopra (aiutati certamente dalla vena provocatoria del comico).

    L’ultima in ordine di tempo è stata: “Grillo contro il Financial Times”; quasi un’epopea mistica da film degli anni ’60, del tipo: “Ercole contro Roma”. In realtà Grillo ha soltanto risposto, e anche piuttosto pacatamente, a un articolo apparso sul Financial Times a firma del giornalista del Corriere della Sera Beppe Severgnini. Severgnini, che è volto piuttosto noto perché partecipa spesso ai dibattiti televisivi, è un saggista simpatico, alla mano, di nota fede interista e con una vena esterofila che lo ha portato a pubblicare libri in inglese per spiegare l’Italia agli stranieri. L’articolo in questione recava l’eloquente titolo “Lo stridente fascino del Grillo Parlante d’Italia” e si proponeva – ovviamente – di svelare ai lettori del prestigioso quotidiano britannico i retroscena dell’exploit elettorale di Beppe Grillo. Nel suo pezzo Severgnini accosta il comico genovese prima a Berlusconi e poi addirittura a Mussolini. E Grillo ovviamente si arrabbia. Scrive al direttore del Financial Times definendo il paragone “offensivo” e concludendo: «In futuro spero di leggere sul suo prestigioso giornale articoli più qualificati ed obiettivi sulla politica italiana».

    Una vicenda che, tutto sommato,  ha poco da dire e che potremmo evitare tranquillamente di menzionare, se non fosse per un punto che esula dall’argomento Beppe Grillo e che riguarda il contenuto specifico dell’articolo. Quando Severgnini paragona il fondatore del Movimento 5 Stelle a Mussolini, in fin dei conti esprime una libera opinione: un’opinione semplicistica, a mio giudizio, ma un’opinione che comunque va rispettata e che non è certo stata inventata dal giornalista del Corriere (esistono da tempo diverse declinazioni del lato autoritaristico di Grillo, tra cui quella del “Berlusconi di sinistra”). Se Severgnini vuole spiegare in questi termini il fenomeno Grillo ai suoi lettori stranieri, è liberissimo di farlo.

    Stupisce però che un giornalista così bravo si avventuri in un’analisi della cultura populista nostrana passando per i più scontati luoghi comuni sugli Italiani e tradendo una forte sudditanza psicologica verso la cultura anglosassone. Severgnini conia addirittura la definizione di “Populismo 2.0” e butta nel calderone insieme con Grillo: Bossi, Berlusconi, Tsipras del partito greco Syriza e persino il movimento dei “pirati” tedeschi. Un’analisi non proprio raffinatissima, in cui gli Italiani, per di più, fanno una pessima figura. Severgnini infatti li tratteggia come una massa succube di leader carismatici e autoritari, e come un popolino credulone preda del pifferaio magico di turno (Grillo) e incapace di valorizzare il professionista serio e preparato (Monti): il quale invece, pare di capire, non sarebbe snobbato da quella borghesia anglosassone a cui Severgnini strizza l’occhio.

    Difficile sfuggire all’impressione che questo quadro risulti un po’ offensivo per l’intelligenza media del popolo italiano. Non lo dico per patriottismo, che con la questione non c’entra nulla: lo dico perché credo che il giornalista sia stato piuttosto superficiale. Un conto è non risparmiare critiche a nessuno, nemmeno ai compatrioti; un’altra cosa sono i preconcetti, che non aiutano né gli stranieri a entrare in sintonia con noi, né noi a capire noi stessi. Contesto a Severgnini, in particolar modo, di aver ceduto a una visione pseudo-storica che dipinge l’italiano medio come incline al richiamo dell’uomo forte. Penso invece che questa tendenza vada interpretata dal punto di vista di una democratizzazione mai realizzata fino in fondo, come l’emancipazione e l’autogoverno mancati delle masse popolari. La storia d’Italia, che è una nazione giovane, non è la storia del popolo italiano: è piuttosto la storia delle sue élites politico-economiche e delle ingerenze straniere subite. Per questo le masse popolari non hanno mai abbandonato l’atavica diffidenza verso il potere che è tipica di chi ha imparato a vivere sottomesso.

    Ad esempio, dopo secoli di dominio straniero e papale, l’indipendenza dell’Italia fu ottenuta solo nel 1861: e non fu certo il frutto di un movimento popolare. Fu piuttosto il capolavoro politico e militare di due grandi personalità, Cavour e Garibaldi, che beneficiarono anche della benevola attitudine dell’Inghilterra. Dopo di che l’Italia fu governata dalla classe dirigente sabauda e dai gattopardi dei vecchi possedimenti borbonici. Fu solo nel 1912 che Giolitti concesse il suffragio universale maschile, uno strumento potenzialmente in grado di aprire alle masse la vita politica del paese. Eppure già quattro anni dopo il popolo italiano venne scaraventato suo malgrado in un’orribile guerra europea essenzialmente per le pressioni di piccoli gruppi di nazionalisti romani e per la precisa volontà politica di tre persone: il re Vittorio Emanuele, il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sideny Sonnino.

    Anche il successo del fascismo dipese molto dal fatto che Mussolini fu in grado di accreditarsi presso le élites industriali come l’uomo dell’ordine e della stabilità contro la propaganda rossa; mentre non riuscì a prendere mai, fintanto che le elezioni restarono libere, nemmeno un terzo dei voti popolari. E quando nel ’22 andò al potere, lo fece grazie ad un pugno di militanti in camicia nera, dei quali il Duce temeva il fallimento al punto da starsene in attesa al confine con la Svizzera, pronto ad espatriare se le cose fossero andate storte. Sarebbero bastati due colpi di baionetta dei carabinieri per disperderli: ma il re non volle intervenire e gli Italiani si adattarono, come al solito, a diventare fascisti sotto il fascismo, anche se è pur vero che il consenso verso il regime conobbe momenti di spontaneo entusiasmo ai tempi della guerra in Etiopia. Ma ovviamente il parere del popolo non contava nulla.

    Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, grazie a una nuova e moderna costituzione, gli Italiani, e stavolta anche le Italiane, sperarono di poter cominciare davvero a occuparsi di ricostruire il paese in autonomia. Ma nei decenni a venire l’idealismo si affievolì, perché il paese si scoprì di fatto zona di confine tra due blocchi contrapposti e terra di conquista per agenti della CIA, uomini del KGB, mafiosi e rivoluzionari rossi. Bombe, omicidi, stragi e sequestri divennero così uno strumento di pressione sul paese, un modo per impedire a industriali e dirigenti pubblici di scardinare gli equilibri geopolitici internazionali, a magistrati e giudici di indagare troppo a fondo, a giornalisti di raccontare verità scomode e a movimenti popolari di affermarsi.

    Quando scoppiò Tangentopoli, il consenso bulgaro che l’operato del pool di Di Pietro riscosse tra la gente ben descrive il senso di soffocamento e asfissia con cui veniva vissuto il sistema di potere dei partiti, che ingessava la vita politica e drenava le risorse pubbliche. Ed è in questo contesto che si spiega anche l’exploit della Lega Nord come partito di protesta. Forse Tangentopoli durò troppo a lungo; forse la aspettative di rinnovamento che inevitabilmente le inchieste suscitarono non furono soddisfatte in tempo: fatto sta che la gente poco a poco si stancò e diede fiducia al bellissimo sogno di cartapesta fatto di ottimismo e prosperità economica prospettato dal nuovo venuto: Silvio Berlusconi. Eppure persino il Cavaliere durò solo pochi mesi e ci vollero tutti i vantaggi della sua posizione di potere e tutta l’inconsistenza dei suoi avversari politici per risuscitarlo e tenerlo in vita per un’altra decina d’anni.

    Oggi che non ci sono più dominazioni stranieri, non c’è più la guerra fredda, non c’è più Mussolini e non c’è più Berlusconi, le cose sono cambiate poco: siamo ostaggio di un parlamento di cooptati e di un governo che non abbiamo votato, che a sua volta deve rendere conto ad una governance europea in cui prevalgono gli interessi di altri Stati. Come si vede, dunque, nel corso della nostra storia sono state poche le occasioni in cui, come popolo, abbiamo avuto davvero voce in capitolo. Certo, quelle poche non siamo stati capaci di coglierle: ma d’altra parte non abbiamo mai maturato né l’esperienza né la cultura necessarie.

    Il problema non è certo quello (genetico) di subire il fascino carismatico del leader forte: è piuttosto quello (storico) di avere avuto pochissime occasioni per esercitare la libertà. Dei cosiddetti “leader populisti” di successo si dimentica spesso di ricordare che sanno proporsi come alternativa di rottura rispetto ad una situazione esistente percepita come negativa. Presentare Grillo come un anti-europeista che cambia spesso idea, che offre «risposte semplicistiche a problemi complessi» e che piace agli Italiani perché è simpatico e fa il buffone, è svilente per Grillo, certo: ma è svilente soprattutto per gli Italiani, che vengono trattati come bambini spaventati incapaci di arrangiarsi senza la tutela di questa classe dirigente.

    In realtà quello che per molti è davvero centrale nella proposta politica di Grillo riguarda, da una parte, la demolizione delle consorterie politiche, finanziarie e mafiose che condizionano lo sviluppo civile ed economico del paese, dall’altra la responsabilizzazione civica e democratica dei cittadini, che devono imparare ad accettare il prezzo della loro partecipazione attiva alla vita pubblica. In altri termini, è quell’ideale di democrazia che ci è sempre stato negato e che per l’ennesima volta, sembrerebbe, stiamo cercando di ottenere. E’ l’idea di Grillo che preferisco e quella che mi piacerebbe potesse sopravvivere alle sue contraddizioni.

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale: “Bilancio di guerra” per il Comune di Genova

    Consiglio Comunale: “Bilancio di guerra” per il Comune di Genova

    GenovaIl secondo Consiglio Comunale dell’“Era Doria” si è concentrato su un tema caldo, anzi scottante: il bilancio previsionale 2012. A questo tema è stata dedicata quasi tutta la riunione con una relazione decisamente ampia dell’assessore Francesco Miceli. Il principale obiettivo della relazione è stato chiarire la genesi di questo bilancio e le ragioni che hanno spinto a proporre un aumento delle aliquote dell’IMU.

    Miceli ha voluto innanzitutto chiarire che si tratta di un bilancio in continuità con quello del 2011, già caratterizzato dai forti limiti imposti dai pesantissimi tagli decisi dai governi nazionali (sia dall’ultimo governo Berlusconi, sia dell’attuale governo Monti). A ciò si aggiunge il Patto di stabilità che, imponendo la riduzione del debito pubblico, ha ulteriormente limitato la possibilità per lo Stato di sostenere la spesa degli enti locali. Lo ha voluto ribadire in più occasioni l’assessore dicendo che non si può parlare di cattiva gestione dell’amministrazione comunale e nemmeno di buco nel bilancio, ma di una mancanza di risorse derivanti dallo Stato. Questo ha imposto la necessità di trovare nuove risorse per garantire un livello di servizi adeguato alle richieste dei cittadini.

    Senza eseguire alcuna manovra correttiva rispetto al 2011 il Comune di Genova non avrebbe nemmeno avuto le risorse necessarie per coprire le spese che è obbligato ad affrontare (il pagamento del personale, dei contratti con le società partecipate e dell’Azienda Municipalizzata d’Igiene Urbana). In particolare avrebbe ottenuto 750 milioni di euro di entrate a fronte di 780 milioni di euro di spesa rigida. Poco di più avrebbe ottenuto con l’aumento dell’aliquota Irpef (+0,1%), con l’introduzione della tassa di soggiorno e con un’ulteriore riduzione del personale (all’inizio del 2011 erano 6362 i dipendenti a tempo indeterminato, alla fine dell’anno 6119 e si prevede un’ulteriore diminuzione nel 2012). Solo 4 milioni di euro sarebbe stato l’avanzo a disposizione dell’amministrazione, il che avrebbe reso impossibile espletare qualsiasi funzione.

    In questo contesto è maturata la scelta di agire sull’IMU per ottenere maggiori introiti. Miceli ha voluto precisare che il gettito derivante dalle aliquote base dell’imposta sono destinate interamente allo Stato, mentre agli enti locali restano solo le risorse derivanti da un loro aumento. Per essere chiari del 5×1000 che si pagherà sulle prime case, il 4×1000 andrà all’amministrazione centrale e l’1×1000 al Comune. In particolare si è deciso di incrementare del 3×1000, il massimo consentito, l’aliquota per gli immobili non adibiti ad abitazione principale e dell’1×1000 l’aliquota sulle prime case. Un raffronto con l’ICI permette di verificare che con l’IMU ci sarà comunque un risparmio per i possessori di case popolari, mentre vi è un aumento fino a 100 euro per gli alloggi economici (che costituiscono il 58,5%  degli immobili presenti sul territorio comunale) e un maggiore aumento per le abitazioni civili e signorili. Nulla di nuovo, in realtà, visto che questa linea era già stata proposta dall’amministrazione Vincenzi.

    Grazie a questo ulteriore sforzo contributivo da parte dei cittadini genovesi il Comune avrà a disposizione 106 milioni di euro di cui 68 verranno utilizzati per politiche sociali ed educative, i due settori che il sindaco Doria ha sempre dichiarato di ritenere centrali sia in campagna elettorale sia dopo il suo insediamento a Palazzo Tursi.

    Per tutto il resto dovranno bastare i 38 milioni rimanenti. Questo comporterà ovviamente una riduzione degli investimenti. Per esempio, per ciò che riguarda i lavori pubblici, Miceli parla di un programma caratterizzato dalla “concretezza” e dalla necessità di dare priorità ai lavori urgenti, come quelli di messa in sicurezza del territorio. Lo stesso sindaco durante il suo discorso di apertura dei lavori del nuovo Consiglio Comunale aveva affermato la volontà di risolvere alla radice i problemi derivanti dal dissesto idrogeologico, ma viene da chiedersi quanto sarà possibile farlo con le scarsissime risorse a disposizione.

    Insomma ancora una volta si tratta di un “bilancio di guerra”, come dice lo stesso Miceli, con il quale si richiede ai cittadini genovesi di fare un ulteriore sforzo solidaristico per mantenere in piedi la macchina comunale.

    Anche la politica deve fare la sua parte e Doria è stato molto chiaro fin dal principio su questo punto. Bisogna far percepire ai cittadini che anche le istituzioni si impegnano a ridurre i propri sprechi e a svolgere il proprio lavoro con assoluta serietà. Per questo, anche in seguito allo scandalo dei gettoni di presenza ottenuti da alcuni consiglieri assistendo solo per pochi minuti alle sedute nella Sala rossa di Palazzo Tursi, si è avanzata la proposta di introdurre dei contrappelli in conclusione delle varie riunioni.

    È quasi una gara tra i consiglieri di tutti gli schieramenti (sul tema hanno preso parola Farello, Rixi, Gioia, Musso e Grillo) a proporre per primi l’introduzione di nuovi sistemi che garantiscano maggiore controllo sul comportamento dei consiglieri e permettano all’opinione pubblica di sapere cosa accade all’interno delle “stanze fumose della politica”. Innanzitutto si propone una modifica del regolamento entro il 30 giugno, che introduca un controllo della presenza dei consiglieri alle sedute delle commissioni. La proposta viene estesa anche alle sedute della Giunta e al Consiglio Comunale (dove già avviene su richiesta di tre consiglieri). Una soluzione potrebbe consistere nell’introduzione di tesserini magnetici per la verifica delle presenze, fermo restando che lo stesso presidente della commissione può effettuare direttamente questo controllo.

    L’operazione trasparenza passa anche attraverso – o addirittura parte da – l’iniziativa dei consiglieri del Movimento 5 Stelle, che hanno deciso di trasmettere via streaming con una webcam le sedute del Consiglio. Anche su questo punto diversi consiglieri sono intervenuti chiedendo di ampliare questa prassi alle riunioni degli altri organi comunali.

    Tutti d’accordo quindi sull’utilità della modifica al regolamento, ma, vista anche una certa difficoltà ad accordarsi sulle modalità per procedere in questo senso, la speranza, espressa anche dal capogruppo del Pd Simone Farello, è che troppi tecnicismi non comportino il rischio di allungare a dismisura i tempi. Non sarebbe una novità per la politica, ma si tratta proprio di quei “vizi” da cui la nuova amministrazione comunale ha promesso di volersi liberare.

    Federico Viotti 
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale di Genova

    La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale di Genova

    Via GaribaldiSi è tenuta ieri alle 14 a Palazzo Tursi la prima riunione del Consiglio Comunale di Genova. Si è trattato di una seduta dai contenuti piuttosto formali, in cui destavano particolare interesse soprattutto l’elezione del Presidente del Consiglio e la presentazione delle linee programmatiche del Sindaco.

    La riunione si è aperta con un minuto di silenzio in ricordo delle vittime del terremoto in Emilia e di due importanti personalità genovesi recentemente scomparse, l’ex consigliere comunale Bruno Delpino e il comandante partigiano Gino Campanella.

    Prima di entrare nel vivo dei lavori si è proceduto alla sostituzione – tecnicamente surroga – di tre consiglieri nominati assessori (Bernini, Crivello e Garotta) a causa dell’incompatibilità delle due cariche. Al loro posto sono subentrati i candidati non eletti che avevano ottenuto il maggior numero di voti all’interno della stessa lista. Ha presentato, invece, le proprie dimissioni Pierluigi Vinai, tornato alla Fondazione Carige dopo l’esperienza delle elezioni. Al suo posto è entrato in Consiglio Luigi Grillo.

    Al terzo punto dell’ordine del giorno si trovava l’elezione del nuovo Presidente del Consiglio Comunale, una delle questioni che avevano animato il dibattito politico in questi ultimi giorni. Alla seconda votazione è stato eletto Giorgio Guerello, che aveva già ricoperto questa carica nel ciclo precedente. Sull’elezione di Guerello la maggioranza ha votato in modo compatto e ha capitalizzato anche due voti provenienti dall’opposizione (27 voti Guarello, 1 Putti e 13 bianche). Questo nonostante l’Idv avesse manifestato una forte irritazione per la mancata attribuzione di una carica ai propri eletti. La maggioranza per ora sembra essere solida, ma si muove su un terreno scivoloso, poiché, in mancanza di un supporto da parte dei tre consiglieri dipietristi, il suo vantaggio sull’opposizione si ridurrebbe a cinque voti (21 a 16).

    Già a partire dall’approvazione del bilancio potranno verificarsi i primi problemi, poiché il coordinatore regionale Giovanni Palladini ha già sottolineato la contrarietà del proprio partito all’ipotesi di un aumento dell’Imu sulla prima casa. Lo stesso Palladini aveva anche rifiutato l’offerta di una delle due vicepresidenze, che sono andate a Pier Claudio Brasesco (Lista Doria) e Stefano Baleari (Pdl). Il regolamento del Consiglio Comunale prevede espressamente che una vicepresidenza vada all’opposizione.

    La conclusione di questa prima fase di “composizione” del Consiglio è stata caratterizzata dal giuramento del nuovo sindaco Marco Doria e dalla presentazione della nuova Giunta comunale con la riconferma degli assessori già presentati una settimana fa. Doria aveva chiesto fin dal principio che gli assessori non accumulassero incarichi e si dedicassero in toto al lavoro in Giunta, generando immediatamente difficoltà e polemiche. Alcune di esse sono rientrate, per esempio quella sul caso Oddone, assessore allo sviluppo economico, che dopo le prime reticenze, ha scelto di dimettersi dalla presidenza di Datasiel, la società informatica della Regione Liguria. Resta invece sulle proprie posizioni Isabella Lanzone, che ha deciso di mantenere il proprio incarico presso l’Asl di Udine. La Lanzone sarà assessore part-time al personale, percependo la metà dell’indennità prevista.

    La seconda parte della riunione del Consiglio Comunale ha invece toccato aspetti più politici, con la presentazione da parte del sindaco delle “linee di indirizzo politico” della nuova amministrazione comunale. Come ha affermato lo stesso Doria, non si tratta ancora di un vero e proprio “Documento programmatico di legislatura”, che verrà presentato successivamente e sul quale vi dovrà essere una delibera del Consiglio, ma di un’analisi meno formale di tre aspetti: le questioni di fondo che il Comune di Genova deve affrontare; i valori che guideranno l’azione dell’amministrazione; le relazioni di quest’ultima con gli altri soggetti pubblici e privati.

    La prima questione di cui ha parlato il nuovo sindaco è stata ovviamente la crisi economica. Marco Doria è stato chiaro: «…per l’Italia, per Genova, per l’Europa e per gli Stati Uniti non si profilano dei tempi da sviluppo economico accelerato». Per questa ragione il Comune dovrà impegnarsi per promuovere lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali, ma al tempo stesso salvaguardare quelle già presenti. Genova è e resta una città industriale e portuale, ma dovrà crescere anche in nuovi settori nei quali presenta grandi potenzialità, come l’high tech, il turismo e la cultura. Altrettanto chiaro è stato il sindaco quando ha riconosciuto che il Comune, in realtà, non possiede competenze specifiche in ambito economico-produttivo, ma che, tuttavia, potrà cercare di esercitare pressioni politiche sulle decisioni che vengono prese a livello nazionale e regionale su questo tema.

    La crisi però non è solo economica. È evidente la presenza di un’altrettanto grave crisi sociale e politica. Sul primo versante il nuovo sindaco ha richiamato i principi di equità e giustizia sociale espressi dall’articolo 3 della costituzione e ha sostenuto la necessità di continuare a dare risposte immediate alle difficoltà dei singoli. In questo senso Doria ha affermato di non voler ridurre i servizi ai cittadini nonostante l’esigenza di contenere la spesa pubblica. Al tempo stesso il primo cittadino ha anche richiesto un impegno da parte degli organi comunali e dei suoi membri nel dare un esempio di trasparenza e integrità. Doria ha parlato di cultura della legalità come strumento per ridare dignità alle istituzioni e per contribuire a generare un riavvicinamento tra cittadini e politica.

    Altro tema fondamentale nel discorso di Marco Doria è stato l’ambiente. In questo ambito il sindaco prevede un forte impegno del Comune nella messa in sicurezza del territorio. Vi è la volontà di risolvere i problemi alla radice con investimenti ingenti che verranno programmati nel lungo periodo. Questo intervento strutturale comporterà anche la ridefinizione degli stili abitativi e costruttivi che hanno dominato fino ad oggi. In particolare il sindaco ha fatto riferimento al Piano Urbanistico Comunale (PUC) su cui già aveva iniziato a lavorare la giunta Vincenzi e che verrà ripreso dalla nuova giunta, cercando di mettere fine all’eccessivo consumo del suolo pubblico.

    Infine si è parlato di relazioni tra istituzioni comunali e altri soggetti pubblici e privati. L’amministrazione deve affrontare problemi complessi e spesso non ha i mezzi per farlo da sola. Per esempio nell’erogazione di servizi assistenziali alle persone hanno acquisito un ruolo sempre più importante le associazioni e le onlus che operano in questo settore affiancando il Comune. Il sindaco ha quindi sottolineato la necessità di coinvolgere maggiormente questi soggetti sia nella lettura dei bisogni esistenti, sia nella progettazione degli interventi. La stessa proposta è stata avanzata per ciò che riguarda i rapporti con gli altri enti pubblici, in particolare Regione e autorità portuale. Infine, Doria ha espresso il preciso intento di migliorare il dialogo con il mondo dell’economia. Di fronte alle richieste delle imprese l’amministrazione deve essere più efficiente. «Non e necessario che la risposta sia sempre positiva, ma deve arrivare con tempi certi e con il massimo della chiarezza» ha detto il sindaco. Su questo punto il Comune dovrà impegnarsi per favorire l’attività imprenditoriale genovese.

    Da questa prima seduta emerge senza dubbio la consapevolezza della complessità delle sfide che il Comune di Genova dovrà affrontare, ma al tempo stesso si percepisce la volontà di proporre soluzioni strutturali destinate a risolvere alla radice i problemi. Per ora si tratta ancora di “linee di indirizzo”, ma già nei prossimi giorni con la presentazione del bilancio e con i primi provvedimenti potremo verificare verso quale direzione si orienterà le nuova amministrazione Doria.

    Federico Viotti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Europa, la crisi è politica: chi è causa del suo mal pianga sé stesso

    Merkel e ObamaOra interviene anche Obama. E il problema del debito europeo diventa ufficialmente un problema globale. Con la Spagna sull’orlo del default e le indiscrezioni su un tardivo e improbabile piano di salvataggio europeo, gli Usa cominciano a preoccuparsi davvero.

    Tanto che si farebbe presto a scambiare per eccesso di arroganza le parole del portavoce della Casa Bianca, che ha dato la disponibilità dell’amministrazione americana «a consultarsi e a consigliare» le capitali europee in tema di crisi. Vale a dire “volete cominciare a fare qualcosa o vi dobbiamo fare un disegnino?”

    In realtà, come ha detto giustamente Edward Luttwak, non si tratta di arroganza: si tratta piuttosto di disperazione. Obama è già in campagna elettorale. Aveva appena finito di avviare il paese lungo il cammino di una crescita stentata, coordinandosi anche con gli interventi della FED per tenere il dollaro ad un livello competitivo, che è piombata la crisi europea a rischiare di rompergli le uova nel paniere. Se l’euro continua a svalutarsi, gli USA devono continuare a svalutare a loro volta per mantenere un rapporto euro/dollaro favorevole alle esportazioni. Inoltre se va in crisi il mercato europeo, va in crisi l’economia americana. Anzi, va in crisi l’economia mondiale.

    I dati economici sulla prima parte del 2012 danno Cina e India a livelli di crescita “ordinari”, lontani comunque dai livelli astronomici che avevano ancora nel 2011. Il Brasile, dopo il +7,5 % del 2010, è oggi in una fase di rallentamento che si avvicina alla recessione. E molti analisti attribuiscono la colpa di tutto alla crisi del debito europeo: il che significherebbe che persino i paesi cosiddetti “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) soffrirebbero per i problemi dei cosiddetti “PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). E quindi il mondo è a un livello di interconnessione che forse non immaginavamo.

    Per questo tutti sono preoccupati per il vecchio continente e stanno cominciando a fare pressioni, a vario titolo. Obama non sta solo suggerendo ricette economiche: sta cercando di sfruttare il suo peso politico per smuovere lo stallo. Il problema infatti non è che sui tavoli delle diplomazie europee manchino soluzioni: il problema è che si fa fatica a decidere chi debba pagarle.

    La Germania non si fida dei paesi dell’Europa meridionale, e per impegnarsi ancora a livello europeo (cioè per mettere denaro sul piatto), vuole che questi accettino di sottoporsi a regole comunitarie di politica di bilancio e di controllo dei conti: il che significherebbe abdicare a una parte di sovranità nazionale per delegarla a un’istituzione dove i Tedeschi la fanno da padroni. Intanto però questi paesi qualche sacrificio hanno cominciato pure a farlo: e finora la situazione è solamente peggiorata. Un cambio di rotta non si profila e la baracca minaccia di venire giù da un momento all’altro. Per questo cominciano a chiedersi se sia loro interesse rimanere a queste condizioni.

    In questo contesto, però, in cui tutti accampano sacrosante divergenze di vedute nazionali, viene meno proprio quella convergenza di interessi che era stata la fortunata condizione storica di partenza. Vale a dire che l’Unione Europa si era formata ed è rimasta in piedi fino ad oggi in parte grazie all’intuizione di una ristretta élite politica, ma in parte grazie al semplice fatto che a tutti è convenuto così. La Germania si è rifatta una verginità politica per la prima volta dal dopoguerra, e si è trovata con una moneta non troppo forte che ha favorito le sue esportazioni. I paesi del Sud si sono legati ad una regione economica più vasta e solida, che li ha messi al riparo dall’inflazione e ha garantito anche finanziamenti per le aree sottosviluppate. Fintanto che tutti sono stati bene, nessuno ha avuto niente da ridire. L’integrazione europea ne ha guadagnato. Grazie agli accordi di Schengen, per andare in Francia non era più necessario cambiare le lire con i franchi. E nessuno si preoccupava davvero che il coordinamento politico fosse insufficiente e rimanesse affidato a burocrati scelti dai partiti e mandati in istituzioni distanti dalle popolazioni che avrebbero dovuto rappresentare. Eppure è proprio per questo motivo che oggi l’Europa rischia di saltare.

    La crisi economica non è il responsabile, esattamente come non si può ritenere un compito in classe responsabile dell’impreparazione di uno studente. Se oggi l’Europa rischia di non superare nemmeno il suo primo test, ciò significa solo che era drammaticamente impreparata.

    Bisognava costruire un’unità politica, invece che accontentarsi della soluzione tanto comoda quanto fragile di mettere insieme moneta unica comunitaria e autonomie politiche nazionali. Certo, probabilmente serviva tempo: e nessuno si aspettava che il problema si sarebbe presentato così presto. Ma l’inerzia e la mancanza di iniziativa dell’attuale leadership europea stanno lì a dimostrare che lo slancio europeista e l’idealismo degli inizi si sono completamente liquefatti in pochi anni, sprofondati nel molle abbraccio di un benessere che si pensava infinito: e la costruzione di un progetto con grandi speranze si è atrofizzata e spenta.

    Insomma, se la crisi fosse scoppiata tra cinquant’anni, ci avrebbe colto alla sprovvista allo stesso modo di oggi. E come oggi ci avrebbe messo di fronte ad un bivio: o riprendere con decisione la marcia verso gli Stati Uniti d’Europa, ammesso che non sia troppo tardi, oppure ognuno per la sua strada. Gli Eurobond possono salvarci dalla sfiducia dei mercati, ma genereranno  problemi in futuro: e non possono salvarci dalle contraddizioni di una politica ripiegata negli egoismi nozionali.

    Purtroppo i leader europei si sono finora rivelati privi di respiro, mostrando di aver smarrito una vecchia verità: che per far politica non bastano voti, carisma, personalità, eloquenza, un pizzico di cinismo e onestà individuale, ma occorre anche una visione dialettica della realtà. Il politico non deve essere solo reattivo, saltando quando si presentano problemi, ma deve essere attivo, operando nella realtà per modificarla secondo una visione ben precisa e costruendo attorno a questa il consenso necessario. Il problema dell’Europa è quello di avere politici allenati a non perdere voti piuttosto che a ispirare una visione nelle masse. La Merkel difende gli interessi tedeschi. Ma Kohl immaginava un ruolo per la Germania in Europa. La differenza sta tutta qui.

     

    Andrea Giannini

  • Che cos’è il Consiglio Comunale: competenze, regole e funzioni

    Che cos’è il Consiglio Comunale: competenze, regole e funzioni

    Consiglio Comunale di GenovaQuesto articolo rappresenta per Era Superba – e per me – l’inizio di una nuova esperienza. Con l’occasione delle recenti elezioni comunali e l’insediarsi di un nuovo Consiglio Comunale, abbiamo pensato di creare “Liberi Tursi“, una nuova rubrica dedicata alle attività del Consiglio comunale. L’idea nasce dalla sensazione che ciò che avviene all’interno dell’organo istituzionale per definizione più vicino ai cittadini non sia, in realtà, così chiaro alle persone. Si sa che il linguaggio della politica e della burocrazia risulta spesso di difficile lettura per i non addetti ai lavori, ma talvolta neppure il mondo dell’informazione è sufficientemente attento a trattare questi temi con la dovuta chiarezza. Per questa ragione abbiamo concepito la nostra nuova rubrica come un servizio per i lettori; un nuovo strumento per cercare di raccontare con trasparenza i problemi di cui si discuterà nel Consiglio genovese e per spiegare le decisioni prese dai politici locali e i loro effetti sulla cittadinanza.

    Per iniziare ad occuparci di questo argomento abbiamo pensato che fosse utile creare innanzitutto uno schema di riferimento che fornisse a noi e ai soprattutto ai lettori “le lenti” giuste per comprendere e interpretare le scelte degli organi di governo comunali. Quali sono questi organi? Come si organizzano? Chi ne fa parte? Quali competenze hanno? Cosa possono decidere? Queste sono solo alcune delle domande a cui si cercherà di dare una risposta in questo primo articolo di “Liberi Tursi”…

     

    ORGANIZZAZIONE E COMPOSIZIONE DEGLI ORGANI COMUNALI 

    Leggi, statuti e regolamenti definiscono l’organizzazione e la composizione del governo comunale. In particolare la legge 142 del 1990 ha definito i suoi tre principali organi: consiglio, sindaco e giunta. Vediamoli nel dettaglio.

    Il Consiglio Comunale è un organo assembleare il cui numero di membri è stato recentemente modificato dalla legge finanziaria del 2010, con l’obiettivo di contenere la spesa pubblica. I consiglieri genovesi, che in precedenza erano 50, sono stati ridotti a 40. Quest’organo rimane in carica cinque anni, a meno di una variazione di almeno ¼ della popolazione (nel caso di fusioni, incorporazioni di più comuni o distacco di una frazione di essi) o di dimissioni contestuali della metà più uno dei consiglieri. Il consiglio può anche essere sciolto per violazioni della costituzione o delle leggi, per gravi motivi di ordine pubblico e infiltrazione mafiosa. Altre ragioni “più politiche” che ne possono comportare lo scioglimento sono: le dimissioni del sindaco, una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco stesso e la mancata approvazione del bilancio.

    All’interno dell’assemblea si possono formare dei gruppi consiliari formati da consiglieri dello stesso orientamento politico. I capigruppo costituiscono la Conferenza dei capigruppo, il cui ruolo è quello di coordinare e programmare i lavori all’interno del Consiglio.

    Come avviene nel Parlamento nazionale si possono anche formare delle commissioni che, ad esempio, compiono una prima ricognizione su un tema di cui l’assemblea deve occuparsi. Le commissioni possono anche effettuare delle indagini su determinati fatti o episodi e svolgere funzioni consultive e di controllo.

    Il Sindaco è il colui che dà impulso e dirige l’azione del governo comunale. Dal 1993 (legge 81 del 1993) viene eletto direttamente dai cittadini e nomina la propria giunta, potendo anche rimuovere gli assessori, senza la necessità di richiedere alcuna approvazione da parte del Consiglio. Ciò evidenzia che il sindaco riveste una posizione di chiara supremazia rispetto agli altri soggetti. Tuttavia egli può essere sfiduciato con una mozione motivata e sottoscritta da almeno 2/5 dell’assemblea e approvata dalla maggioranza assoluta dei consiglieri (votazione per appello nominale).

    Infine vi è la Giunta, ovvero l’organo esecutivo comunale di cui fanno parte gli assessori (che non possono essere contemporaneamente consiglieri) e lo stesso sindaco. I membri della giunta collaborano con il “primo cittadino” alla definizione delle politiche e a presentarle all’interno del consiglio.

    Un’ultima figura rilevante è quella del Presidente del Consiglio comunale, il quale dirige i lavori dell’assemblea e la convoca. Non è quindi il Sindaco a coordinare il Consiglio perché a partire dal 1993, si pensò di distinguere in modo più netto esecutivo da assemblea.

     

    MATERIE DI COMPETENZA

    Questo punto è di cruciale importanza, perché spesso i mezzi d’informazione attribuiscono in modo un po’ confuso la responsabilità di alcuni provvedimenti a soggetti in realtà poco o per nulla competenti in materia. Ciò crea una certa confusione sulle funzioni e i compiti propri dell’amministrazione comunale. Cerchiamo di fare chiarezza su questo punto.

    Innanzitutto il Consiglio approva il bilancio annuale e previsionale e il rendiconto di gestione del comune. Molto importanti sono anche le competenze sul piano urbanistico (piano regolatore, piani attuativi di regolamenti edilizi, concessioni edilizie) e sulla manutenzione di strade, piazze e giardini. A livello ambientale il comune si occupa dello smaltimento dei rifiuti e del controllo del livello d’inquinamento (acquifero, acustico, atmosferico). Inoltre gestisce i trasporti pubblici locali in collaborazione con la provincia, disciplina la circolazione stradale e garantisce il rispetto delle norme sul traffico (vigili urbani).

    Gli organi di governo del comune si occupano anche di sviluppo economico e di attività produttive, in particolare regolando il rilascio di licenze per negozi, vigilando sul rispetto delle norme che riguardano i prezzi al consumo, il funzionamento dei mercati comunali e gli orari delle attività commerciali.

    Un’altra area di competenza è quella dei servizi alla persona e alla comunità. In questo ambito non rientra tanto la sanità, che è soprattutto in mano alle regioni e allo stato, bensì i servizi sociali e assistenziali. All’amministrazione comunale è stata attribuita una sempre maggiore responsabilità anche nella soppressione o aggregazione di istituti scolastici di livello inferiore a quello secondario. Infine vi è una competenza che riguarda i beni e le attività culturali, basti pensare ai musei e alle biblioteche civiche.

    Nonostante questo elenco delle competenze comunali non sia del tutto completo, si nota immediatamente la loro specificità. Si deve quindi riconoscere che l’azione del governo locale definisce soprattutto alcuni aspetti di dettaglio, dovendo mantenersi all’interno di una disciplina più generale dettata soprattutto dagli organi dello Stato e dalle regioni. È quindi oltremodo importante verificare quando certi atti dipendano direttamente dalla volontà dei comuni e quando, invece, si tratti di un’applicazione di regole sovraordinate.

     

    TIPI DI ATTO NORMATIVO

    Cosa “produce” un Consiglio Comunale? Innanzitutto sgombriamo il capo da un primo possibile equivoco: il Consiglio non approva leggi, bensì regole. Queste possono essere di diverso tipo. Al loro interno rientrano innanzitutto gli statuti, nei quali sono contenuti i principi dell’ordinamento comunale (Statuto del Comune di Genova). Scendendo di grado troviamo i regolamenti che hanno come obiettivo quello di definire più nel dettaglio il funzionamento di certe attività come, ad esempio, l’edilizia, la polizia urbana, nonché l’organizzazione degli uffici amministrativi e lo stesso funzionamento del Consiglio (Regolamenti del Comune di Genova). Su altre situazioni complesse gli organi comunali producono degli atti di carattere generale che prendono appunto il nome di piani o programmi. I più noti sono senza dubbio i piani regolatori, ma ne esistono molti altri che riguardano le opere pubbliche e la gestione del territorio. Chiaramente negli ambiti di propria competenza il comune non si limita a definire degli orientamenti generali, ma si spinge anche nel dettaglio con una serie di atti amministrativi che riguardano la singola situazione, la singola persona o un singolo bene. Questi atti permettono di dare attuazione alle linee generali determinate dagli organi di governo ordinando, vietando o autorizzando ad esempio la costruzione di un edificio o impedendo la circolazione del traffico in un dato luogo per un certo periodo.

     

    POSSIBILI SVILUPPI

    La recente modifica dell’assetto delle Province, avvenuta per effetto dei tagli alla spesa pubblica voluti dal Governo Monti, coinvolge direttamente i consigli comunali. A questi ultimi viene assegnato il compito di eleggere i dieci membri del nuovo Consiglio Provinciale, ma, cosa più importante, al comune verranno trasferite entro il 31 dicembre la maggior parte delle funzioni provinciali. La Provincia di Genova, per esempio, è già stata commissariata con l’obiettivo di traghettarla al suo nuovo assetto. Lo sviluppo, ancora abbastanza incerto, di questa riforma comporterà un cambiamento di grande rilievo per i comuni italiani, e avrà sicuramente delle ripercussioni importanti sull’attività dei suoi organi, che vedranno aumentare i propri compiti e le proprie responsabilità.

     

    Nonostante la lunghezza di questo primo articolo sono molte le cose che si potrebbero ancora dire sull’organizzazione e il funzionamento di un’amministrazione comunale, ma vale la pena farlo mano a mano che procederemo con il resoconto delle sedute del Consiglio comunale. La sfida è proprio questa: avvicinare le istituzioni locali ai cittadini. Una sfida che lo stesso Comune di Genova – come molti altri – sta cercando di affrontare, creando all’interno del proprio sito web molti strumenti, per rendere più trasparente la propria attività. Crediamo che questa sia la via giusta e, nel nostro piccolo, vogliamo contribuire a rafforzarla.

    Buona lettura a tutti.

    Federico Viotti

  • Ecco la giunta di Marco Doria: alla scoperta dei nuovi assessori comunali

    Ecco la giunta di Marco Doria: alla scoperta dei nuovi assessori comunali

    Una giunta tecnica, in pieno stile romano. Oltre al sindaco, infatti, sono ben tre i professori che lavoreranno a Tursi. Ecco nome per nome qualche informazione utile sui membri della nuova squadra. Intanto il sindaco dichiara: «Nella scelta delle persone ho guardato al rigore e alla serietà. Ho guardato alle competenze e ho anche guardato, come avevo detto, ad un elemento che mi sembra importante. L’obiettivo era garantire una larga presenza femminile. Su 11 assessori 6 sono donne».

    Proprio nel giorno della presentazione ufficiale e dell’inizio dei lavori del Consiglio, Era Superba propone la prima uscita di Liberi Tursi” una nuova rubrica che avrà come obiettivo quello di portare ogni settimana il Consiglio comunale nelle vostre case per ridurre la distanza, oggi enorme, fra cittadinanza e politica. Non ci limiteremo a raccontare quello che accadrà fra i banchi di Tursi, ma ci impegneremo a spiegarlo, a renderlo il più chiaro e trasparente possibile.

    La composizione della giunta di Marco Doria:

    MOBILITA’ E TRAFFICO: Anna Maria Dagnino

    Assessore provinciale uscente con deleghe a: Programmazione della Mobilità – Trasporti Pubblici e Privati – Turismo – Commercio e Artigianato – Coordinamento Eventi Fieristici ed Espositivi. Laureata in Storia dell’Arte è docente di Storia dell’Arte presso il liceo classico A. D’Oria di Genova. Già consigliere comunale dal 2002 al 2007 nella giunta Pericu.

    SCUOLA, SPORT, POLITICHE GIOVANILI: Pino Boero

    Preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova dal 2002 al 2008, oggi pro rettore delegato alla formazione e professore di letteratura per l’infanzia e Pedagogia della lettura.

    POLITICHE DELLA CASA: Renata Paola Dameri

    Docente universitaria, ricercatrice di Economia Aziendale presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Genova e docente di Ragioneria Generale e Sistemi informativi aziendali.

    LEGALITA’ E DIRITTI: Elena Fiorini

    Avvocato dal 1997, candidata con la lista Marco Doria alle amministrative, si occupa di diritto penale, diritto di famiglia e dei minori e della condizione giuridica dei migranti. Un passato da educatrice con il “Ce.sto”, laureata in giurisprudenza.

    VICE SINDACO E URBANISTICA: Stefano Bernini

    Svolge attività politica a tempo pieno dal 1989 e dal 2002 ad oggi è Presiedente del Municipio Medio Ponente.

    LAVORI PUBBLICI: Gianni Crivello

    Presidente del Municipio Val Polcevera, iscritto SEL

    CULTURA E TURISMO: Carla Sibilla

    Dirigente dell’Acquario di Genova dal quale andrà in aspettativa e presidente del Convention Bureau Genova.

    SVILUPPO ECONOMICO: Francesco Oddone

    Ex consigliere di amministrazione di Spim, società immobiliare che gestisce il patrimonio del Comune e presidente del consiglio di amministrazione di Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, da cui si dimetterà.

    AMBIENTE: Valeria Garotta

    Genovese, 34 anni, iscritta PD, ingegnere idraulico. Ha dedicato 5 anni alla ricerca universitaria nel campo dell’idraulica fluviale,  lavora in una società di Ingegneria, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo per conto di Ansaldo Energia.

    FINANZE E BILANCIO: Franco Miceli

    Unico assessore della giunta Vincenzi confermato.

    PERSONALE: Isabella Lanzone

    Genovese, 38 anni, già dirigente amministrativo di Asl 3 poi responsabile gestione risorse umane dell’Asl 4 medio Friuli di Udine.

  • Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Elezioni politiche 2013: la fine della seconda Repubblica?

    Pier Luigi BersaniIl notista politico che cerca di interpretare il voto popolare è destinato immancabilmente a parlare di cose che non sa. Come si può sapere, infatti, quale ragionamento stia dietro al voto espresso da migliaia o milioni di teste pensanti differenti? Di solito ci si basa sulla sensibilità, sull’intuizione e sull’esperienza personale: tutte facoltà, per l’appunto, limitate ed ingannevoli. E che spesso inducono anche gli osservatori più attenti a considerare le cose non per quello che sono, ma per quello che vorrebbero che fossero.

    Per questo, nel tentativo di rappresentare il quadro che sembra emergere da quest’ultima tornata elettorale, bisogna procedere con i piedi di piombo e partire dai dati di fatto. E il dato di fatto più evidente è l’astensione; che era già a livelli record nel primo turno del 6/7 maggio, ma che è schizzata ancora più in alto nel secondo turno dei ballottaggi. Il nuovo sindaco Marco Doria, ad esempio, ha vinto ottenendo la preferenza del 60 % dei votanti effettivi, che però in termini assoluti, a causa dell’astensione, si traduce in un avente diritto su cinque. Insomma, il “marchese rosso” si troverà nella non facile condizione di dover amministrare una città in cui l’80% dei cittadini o non lo ha votato oppure non gli ha proprio prestato attenzione.

    Questo forte astensionismo inoltre certifica la disaffezione della gente dalla classe politica, anche se a questo non esiste una spiegazione semplice, come potrebbe sembrare. Ci sono ragioni storiche profonde, come il rallentato processo di democratizzazione in un paese dove il potere ruota ancora attorno a notabili e signorotti, o la fine delle ideologie del ‘900. E ci sono ragioni contingenti, come gli scandali, la corruzione e l’arricchimento privato dei rappresentanti del popolo o la crisi economica (rispetto alla quale i politici sono in parte colpevoli e in parte capro espiatorio – in entrambi i casi non la scampano…).

    In ogni caso è difficile attribuire un peso specifico a ciascuno di questi fattori: di solito in questi casi viene comodo dire che c’è un “mix” di spiegazioni diverse. Comunque sia, lo scollamento tra politico e cittadino è incontrovertibile ed è confermato anche dalle scelte degli elettori “sopravvissuti”, che tendono a premiare ovunque i candidati percepiti come “outsider”. Dopo Milano e Napoli la sagra continua. A Palermo vince Orlando (IDV), battendo rovinosamente il candidato ufficiale delle sinistre nel ventennale della morte di Falcone. A Genova Doria è sindaco dopo che alle primarie aveva già surclassato ben due primedonne del PD. A Parma Pizzarotti sconfigge clamorosamente il PD e certifica che il partito di Grillo ha ormai i numeri per ambire al Parlamento. Addirittura qualcuno accredita al Movimento 5 Stelle, che nella ultime settimane ha visto triplicare il proprio indice di gradimento nei sondaggi, un consenso superiore a quello accreditato al Popolo Delle Libertà.

    E in effetti un altro verdetto importantissimo è stato il crollo del blocco di potere di destra formato da PDL e Lega. D’altra parte, con la crisi che stiamo vivendo e per il modo in cui è uscito di scena, squalificato dalle cancellerie di mezza Europa, sarebbe stata davvero una sorpresa clamorosa, se gli elettori non avessero punito il precedente governo, bevendosi la storia che la colpa sarebbe tutta dell’euro e di Prodi e Ciampi che nell’euro ci avevano portato. La Lega in particolare, distrutta dagli scandali, ha perso 7 ballottaggi su 7: nel partito di Bossi rimane ormai soltanto il sindaco di Verona Flavio Tosi, uno che non si era comprato una laurea in Albania, ma che aveva addirittura osato partecipare ai festeggiamenti per il 150° dell’unità d’Italia e che pare amministri bene la sua città.

    Insomma: è chiaro a tutti che è in atto una rivoluzione enorme nell’assetto politico del nostro paese, che alle politiche nel 2013 ci sarà da divertirsi e che la seconda repubblica è probabilmente alla fine. Chiaro a tutti, meno che a uno: Pierluigi Bersani. Il cui partito, tutto sommato, aveva anche tenuto. Forse il fatto che le sinistre puntino molto su scuola e stato sociale è visto positivamente da un elettorato che teme Monti, la crisi e la ricette europee. Eppure sono bastati i commenti a caldo del segretario per far pensare che anche per il PD le ore siano ormai contate. Bersani infatti prima finge di non vedere il filo rosso che lega le elezioni comunali di Milano, Napoli, Genova, Parma e Palermo; poi sbandiera i numeri delle molte vittorie ottenute, tipo Budrio e Garbagnate, come se potessero controbilanciare la sconfitta di Palermo; e ancora, si fa sbeffeggiare da Grillo (e a dire il vero da tutta Italia) riuscendo a scolpire un capolavoro del rigiro e del contorsionismo semantico dicendo che a Parma il partito avrebbe non perso, bensì “non vinto”, trattandosi di un comune amministrato in precedenza dal centro-destra; e infine conclude serafico “senza se e senza ma” che il PD è  il “vincitore delle elezioni amministrative”. Come se ci fosse ancora un avversario. Come se ci fosse ancora Berlusconi. Come se ci fosse ancora il PDL o Forza Italia. Come se il mondo fosse ancora quello del 2006, con due poli aggregati, due programmi, i dibattiti televisivi tra i due candidati premier e poi magari l’immancabile “Porta a Porta”, con Vespa che assiste agli spogli in diretta mentre la grafica ripartisce rigorosamente i voti tra una casellina rossa e una casellina azzurra. Ecco: se Bersani e il PD non hanno capito che devono cambiare radicalmente assetto, generazione e logica e sanno rispondere solo “abbiamo vinto noi”, possiamo pure stare certi che dal prossimo anno avremo un grillino a Palazzo Chigi.

     

    Andrea Giannini

  • Francia: il presidente Hollande taglia del 30% gli stipendi dei politici

    Francia: il presidente Hollande taglia del 30% gli stipendi dei politici

    Parigi, EliseoTaglio del 30% per gli stipendi di ogni membro dell’esecutivo, dal Presidente fino ai sottosegretari. E’ questo il primo provvedimento del neo presidente francese Francois Hollande in occasione della prima riunione del nuovo governo composto da 34 ministri, di cui 17 donne.

    Lo stipendio dello stesso Hollande scenderà dai 21.000 ai 14.900 euro lordi al mese, lo stesso stipendio del primo ministro Jean Marc Ayrault (il primo ministro in Italia percepisce uno stipendio di circa 12.000 euro). Meno di 10 mila euro (9.940), invece, il compenso previsto per i ministri (che prima guadagnavano 14.200). Per le due cariche principali sarà ora necessario presentare un progetto di legge, mentre per gli altri basterà un decreto varato dal governo.

    La decisione di Hollande, più volte annunciata in campagna elettorale, fa felice tutta quella parte di elettorato sensibile all’argomento, lo stesso che si era indignato quando Sarkozy nel 2007 decise di aumentare i compensi del 170 per cento.

    Il socialista Hollande durante la riunione ha distribuito ai ministri un codice etico, una vera e propria “carta deontologica”: no ai conflitti di interesse, agli sprechi, ai doppi mandati e agli inviti per vacanze o soggiorni; divieto assoluto di favori ad amici e familiari e divieto di accettare regali oltre i 150 euro; e ancora utilizzo dell’aereo consentito solo per lunghi viaggi e obbligo di affidare azioni di borsa e portafoglio investimenti ad un gestore esterno.

  • Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    Elezioni, il giorno dopo: Grillo ride, Napolitano un po’ meno

    NapolitanoDetto, fatto: il Movimento 5 Stelle ha fatto l’exploit ed è la notizia del giorno. Il risultato di Putti a Genova (così come degli altri candidati “grillini” in giro per l’Italia) appare straordinario solo per chi non si era accorto che le cose stavano cambiando già da un pezzo, che le simpatie per il partito di Grillo aumentavano giorno dopo giorno.

    Immediatamente il Corriere della Sera ha lanciato in prima pagina un editoriale di Massimo Franco che definisce il risultato ottenuto dal Movimento 5 Stelle “il contenitore di un «no» che prescinde dagli schieramenti e rispecchia confusamente, a volte con parole d’ordine irresponsabili, la voglia di spazzare via un sistema incapace di riformarsi”. Siamo alle solite: Grillo è un facinoroso, magari un eversivo; e poi è uno che non ha nulla da proporre, se non un cieco rifiuto di tutto quello che offre oggi il pur magro panorama politico.

    Eppure ricordo che una volta Ferruccio De Bortoli, l’attuale direttore del Corriere, fece mea culpa invitando i colleghi a riflettere sul modo in cui la stampa italiana aveva sostanzialmente ignorato ed irriso la Lega Nord per lungo tempo, salvo poi dover ammettere, dopo gli ottimi esiti elettorali del partito di Bossi, che questi aveva dimostrato abilità nel ricavarsi un consenso. Bisogna concludere, quindi, che la lezione non è stata messa a frutto ancora una volta.

    Dopo questa tornata elettorale la Lega si conferma in disfacimento, mentre il M5S va inevitabilmente a rubarle la scena. Ma la società italiana, o almeno la sua parte conservatrice e borghese, sembra ancora troppo lenta nel cogliere i mutamenti sociali. Lo stesso Napolitano non ha risparmiato sul buon risultato del movimento di Grillo un’acida battuta: “Di boom ricordo quello degli anni ’60: altri non ne vedo”. Una dichiarazione sapida che tradisce un’antipatia personale magari giustificata (Grillo ha più volte attaccato Napolitano definendolo “Morfeo”), ma istituzionalmente fuori luogo.

    Ed è già la seconda volta: in precedenza aveva dato a Grillo del “demagogo”, anche se non lo aveva nominato direttamente. Ormai è palese che il Presidente della Repubblica osteggi non una dichiarazione, un’iniziativa legislativa o un aspetto in particolare della politica di un partito, ma proprio tutto un movimento in quanto tale. Si potrebbe forse dire, allora, che non dovrebbe avventurarsi in simili giudizi, per quanto velati, perché il suo è un ruolo istituzionale formalmente super partes. La scusa che Napolitano e altri possano ravvedere un rischio nel linguaggio e nei toni usati da Grillo fa davvero sorridere.

    Intendiamoci: nemmeno io mi auguro che i politici imparino a confrontarsi con “vaffa” e provocazioni. Ma ho già scritto che Grillo si prende questa libertà perché resta un comico e che i ragazzi del suo movimento, al contrario, non si permettono toni così “diretti”: pertanto il rischio che la moda si diffonda rimane circoscritto. Al contrario sono reali i mille e mille scandali che stanno seppellendo questa classe politica “moderata” e lanciando Grillo e che Napolitano è riuscito spesso ad ignorare. E’ assurdo, quindi, che si schieri nettamente contro il comico genovese per ragioni di bon ton: a maggior ragione se questo giudizio viene da uno che nel ’56, quando i Sovietici reprimevano la rivolta in Ungheria con i carri armati, riuscì a dire che i Russi stavano “portando la pace”. Direi che per la democrazia e le istituzioni è più pericoloso giustificare l’uso della violenza che dire le parolacce e fare battutacce.

    Comunque, a parte Grillo e “grillini” (che ora vedremo all’opera nei consigli e potremo così giudicare in concreto se sono davvero bravi o meno), rimane ben poco da commentare a proposito di queste amministrative. L’astensione è in costante aumento: ma su questo nessuno nutriva dubbi. Poi c’è il fenomeno delle schede nulle, un partito che ha totalizzato a Genova quasi il 5% dei voti. Insulti e disegni sconci fanno la gran parte di questa cifra, ma non bisogna dimenticare un meccanismo di voto cervellotico che tra comune, municipio, sindaco, preferenze e voti disgiunti ha mandato in crisi gli stessi scrutatori. Se esprimere un voto è più difficile che fare la dichiarazione dei redditi, non ci si può poi lamentare se la gente sta a casa persino nelle brutte giornate.

    Cos’altro? Ah, si! Il PDL e il PD, i due “partiti maggiori”. Ecco, se il primo ormai sta scomparendo dalla scena politica italiana, il secondo farebbe meglio a non cantare vittoria (come prontamente ha fatto D’Alema): un conto è contribuire alla vittoria di candidati esterni come Pisapia a Milano e Doria a Genova, un altro conto è convincere la gente a votare Bersani premier…

    Andrea Giannini

     

  • Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo, anti-politica o nuova politica?

    Beppe GrilloL’uomo del momento è Beppe Grillo. Il suo Movimento 5 Stelle (M5S) è salito alla ribalta grazie ai sondaggi, che gli accreditano, a seconda degli istituti che fanno i rilevamenti, dal 4,5 all’8 % dei voti: un risultato ragguardevole, che potrebbe trasformare una formazione semisconosciuta fino a poco tempo fa nella terza forza politica del paese.

    Di conseguenza i partiti maggiori, in particolar modo a sinistra, hanno dovuto cominciare a misurarsi anche con questa novità, che sembra coalizzare soprattutto il voto di protesta. Eppure, tra i comizi di un leader-comico e gli attacchi dei politici vecchi e nuovi che cercano di demonizzare il nuovo venuto, potrebbe sembrare difficile capire cosa rappresenti davvero il M5S: se sia quell’interessante novità che pretende di essere o non sia addirittura un pericolo per la democrazia, come vorrebbero i suoi detrattori.

    Eppure farsi un’idea, al di là della propaganda di parte, è piuttosto semplice. Qualunque osservatore esterno, che si interessi di politica e che sia minimamente informato sulla genesi e sul programma del partito di Grillo, può fare con onestà le sue valutazioni, dato che su internet non manca davvero nulla: video, programmi, dichiarazioni, contestazioni, critiche e quant’altro. E basterebbe solo una veloce occhiata per far piazza pulita di tutta una lunga serie di luoghi comuni: il M5S non fa “anti-politica”, ma si pone semplicemente al di là della vecchia bipartizione destra-sinistra, al di là di leader giudicati compromessi e idee date per sorpassate; il M5S non si propone di buttare giù tutto, ma ha invece un programma costruttivo scritto direttamente dai cittadini che hanno voluto partecipare e che si arricchisce giorno per giorno di nuove iniziative; infine il M5S non è affatto contro la rappresentanza parlamentare e le regole della democrazia, avendo al contrario un programma radicalmente democratico in cui spicca l’insegnamento della Costituzione come materia obbligatoria a scuola.

    La chiave per comprendere pregi e difetti del partito fondato da Grillo sta piuttosto nella particolarità di un movimento trainato da un leader carismatico che non vuole fare il politico. Il comico genovese infatti, in base alle regole che lui stesso si è dato, è ineleggibile. Nel 1981 nei pressi di Limone guidando su uno sterrato ghiacciato perse il controllo del suo fuoristrada e finì in un burrone, provocando la morte delle tre persone che viaggiavano con lui: ravvisando un’imprudenza del conducente, la suprema corte di cassazione lo ha condannato per omicidio colposo a un anno e tre mesi di carcere. Se la corte abbia avuto ragione o meno ad attribuire a Grillo una responsabilità così pesante, ormai non  importa più: il punto è che questo triste episodio fa di Grillo un pregiudicato a tutti gli effetti. Pertanto il comico, che è impegnato da molti anni in una campagna denominata “Parlamento pulito”, che ha l’obbiettivo di estromettere i condannati dal supremo organo di rappresentanza democratica, per non fare a pezzi la propria credibilità ha dovuto scegliere coerentemente di non candidarsi mai in prima persona. Questo non gli ha impedito di fare il comico con successo e contemporaneamente di promuovere un movimento politico che permetta a giovani incensurati e volenterosi di portare in politica idee nuove.

    Qui sta la particolarità del M5S, che in questo momento è anche la sua forza. Essendo solo un privato cittadino dotato della verve dell’intrattenitore, Grillo può permettersi boutades, sparate, scherzi, parolacce e provocazioni che ai politici tradizionali non sarebbero permesse e che attirano le simpatie di quella gente comune che non vede l’ora di poter mandare finalmente a quel paese questa classe dirigente. Grillo scatena polemiche ad ogni comizio: ciononostante, essendo un comico, può fregarsene allegramente di venire frainteso e può beffarsi della moderazione e dell’equilibrio che per un politico sarebbero virtù indispensabili. Tanto non si rovinerà la carriera politica: non l’ha mai intrapresa!

    Allo stesso modo può schivare tranquillamente i dibattiti e i talk-show che mal si adattano a quel one-man-show che è tipico dei suoi spettacoli. Piuttosto può sfruttare la sua popolarità per mandare avanti i ragazzi del movimento che lui stesso ha creato: così da una parte abbiamo un comico di professione che è ispiratore di un movimento e suo primo promotore, e dall’altra abbiamo un partito giovane e dinamico, che beneficia della  propaganda alternativa e “informale” di un professionista della risata.

    Il mix è semplice e geniale, ma ha un punto debole: è un trucco che non può durare a lungo. Un leader politico che si candidi a premier ha oneri e responsabilità, ma può anche imprimere svolte e guidare il partito. Grillo invece non potrà farlo per sempre. Ha dato vita al M5S, ma mano a mano che questo partito prende campo nei consigli regionali e provinciali, e un domani – verosimilmente – anche nel Parlamento della Repubblica, comincerà a muoversi in senso autonomo. E’ già successo che i ragazzi del movimento su qualche punto si siano ritrovati in disaccordo con il fondatore: a che titolo Grillo può richiamarli all’ordine? Il protagonismo del comico si dovrà adattare, prima o poi, a farsi da parte e a lasciare andare la sua creatura al proprio destino: altrimenti il M5S come partito non avrà futuro.

    Un partito ha bisogno di militanti, elettori e di leader politici: se questi leader emergono, si confrontano con i militanti e con gli elettori, non con la volontà di una sola persona che sta all’esterno (a meno che non sia un potente lobbista o un facoltosissimo finanziatore, ma questa è un’altra storia e non è certo il caso di Grillo). L’atipicità del M5S, quindi, non è nulla di cui preoccuparsi: si risolverà in un verso o nell’altro, decretando la maturazione del movimento o la sua fine. Il rischio eversivo e anti-democratico è solo una barzelletta raccontata dai detrattori di Grillo che vogliono spaventare l’elettorato moderato. In realtà, mentre la Lega Nord è un movimento dichiaratamente separatista – e quindi realmente eversivo – e appare per di più sempre a rischio di inquietanti cadute a sfondo razzista, il M5S si pone l’obiettivo di realizzare l’ideale democratico attraverso l’attuazione della Costituzione e la partecipazione effettiva del cittadino alla vita politica. Le 15 paginette che costituiscono il programma del movimento si possono anche non condividere (io stesso non le condivido tutte), ma non si può non riconoscere che portino un contributo finalmente diverso al dibattito politico.

    A mio giudizio manca ancora una proposta economica e industriale, che risponda direttamente alla domanda centrale, in un periodo di crisi dell’occupazione, di come si creano posti di lavoro. Ma di sicuro il programma non è fatto di proposte inapplicabili e utopistiche, come ha detto una volta su Radio 24 Giuseppe Cruciani: al contrario, sono state messe insieme esigenze di rinnovamento della classe politica, tematiche ambientali ed energetiche, la “definanziarizzazione” dell’economia, contributi di esperti e soluzioni moderne che sono già realtà nei paesi più avanzati.

    Ma soprattutto Grillo ci ha ricordato alcune piccole verità che ci stavamo dimenticando: che in Italia ci siamo ridotti male perché i primi a trasgredire le regole e i principi democratici, nel disinteresse generale, sono quegli stessi che le regole dovrebbero scriverle; che il nostro dibattito pubblico è povero e che passiamo il tempo a guardarci l’ombelico, invece che interrogare chi è esperto e vedere cosa fanno nei paesi più evoluti; che è possibile cambiare le cose, che dalle altre parti succede e che potrebbe succedere anche da noi; e infine che, se vogliamo questo cambiamento, non solo dobbiamo impegnarci in prima persona, ma dobbiamo anche rischiare e rimetterci del nostro. La democrazia non è un gioco a costo zero: «non si può solo mettere la croce su un simbolo e stare a guardare  […]. Sono 50 anni che votiamo e stiamo a guardare. Siamo i guardoni di tutto. Ci tappiamo il naso e votiamo il meno peggio. Non funziona più con questo movimento.  […] Alzate il culo, perchè non è possibile: “tengo famiglia, tengo il mutuo, non c’ho il lavoro…”. Qualcosa bisogna rischiare tutti».

    Andrea Giannini

     

  • La Provincia arriva al capolinea, oggi ultima seduta del Consiglio

    La Provincia arriva al capolinea, oggi ultima seduta del Consiglio

    Palazzo Doria SpinolaE’ giunta l’ora x. Da domani giovedì 19 aprile la Provincia di Genova, come organo politico, cessa di esistere. Si conclude il mandato di assessori, consiglieri e del presidente Alessandro Repetto.

    Rimagono invariate le competenze dell’Ente sul territorio e gli uffici restano attivi regolarmente, anche se il futuro dei dipendenti (circa 1200) al momento continua ad essere è incerto. Ovviamente nessuno perderà il posto di lavoro, si parla da tempo di un graduale passaggio sotto Regione e Comune, ma ad oggi nessuno di loro ha ricevuto notizie certe e la situazione è ancora poco chiara.

    Prima del definitivo scioglimento, oggi è prevista nel salone di Palazzo Doria Spinola l’ultima seduta del Consiglio provinciale eletto nel 2007. All’ordine del giorno le ultime tre pratiche da archiviare: Fondazione Muvita, Stazione Unica Appaltante e  Città Metropolitana.

    Per quanto riguarda l’istituzione del famoso Ente unico Comune e Provincia, l’assessore Agostino Barisione presenta al Consiglio un documento programmatico. Il cammino che potrebbe portare all’istituzione della Città Metropolitana di Genova, inutile dirlo, è lungo e ancora avvolto nella nebbia. I proclami di Marta Vincenzi e Alessandro Repetto dello scorso settembe sono serviti a poco, rimane la legge dello Stato per il riordino delle autonomie locali fresca di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (8 giugno 1990!) e tante tante parole al vento. Molto dipenderà dalla linea che deciderà di intraprendere il nuovo sindaco di Genova anche se, come disse il presidente della Regione Claudio Burlando qualche mese fa, “…se non si è fatto nulla in tutti questi anni ci sarà pure un motivo”.

    La Fondazione Muvita, invece, è il centro di animazione scientifica della Provincia con sede ad Arenzano. Si tratta del primo centro in Italia interamente dedicato al rapporto tra uomo, energia e clima, propone percorsi didattici e laboratori per giovani e adulti alla scoperta della “macchina climatica”, delle varie fonti di energia, dei temi del risparmio e dell’efficienza energetica. Il Presidente Repetto propone l’allargamento della compagine sociale con conseguenti modifiche statutarie.

    L’ultima votazione del Consiglio riguarda la convenzione con la Prefettura di Genova, i comuni e gli enti del territorio per la gestione associata della stazione unica appaltante provinciale, l’ufficio provinciale che si occupa per conto dei piccoli comuni di contratti di appalto per lavori, forniture e servizi con lo scopo di “rafforzare la prevenzione contro le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici”,  l’accordo è stato siglato il 6 febbraio scorso e il voto del Consiglio è una formalità.

     

     

  • Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Francesco BelsitoLega Nord dalle stalle alle stelle. Fino all’altro giorno sembrava che il movimento avesse subito un colpo durissimo, dopo che era venuto fuori ciò su cui stavano lavorando i magistrati: vale a dire, come ormai tutti sanno, che il tesoriere del partito, Francesco Belsito, concedesse a amici e colleghi di partito, per uso privato, il denaro ricevuto grazie al finanziamento pubblico (cioè i soldi delle nostre tasse che i partiti si intascano con il pretesto dei rimborsi elettorali).

    Bossi si sarebbe ritrovato parte della casa ristrutturata (ma a sua insaputa); al suo degno erede, il “Trota”, sarebbe stato pagato un diploma, varie multe e altre spese grandi e piccole; e la vicepresidente al senato Rosi Mauro avrebbe comprato una laurea e regalato una ricca consulenza (proprio presso la vicepresidenza del senato) al fantomatico Pier Moscagiuro, ex-poliziotto, body-guard e presunto amante della Mauro, con alle spalle una gloriosa carriera canora sigillata dal successo discografico “Kooly Noody”, incisa in coppia con Enzo Iacchetti.

    Poi, come per incanto, la Lega stupisce tutti: Bossi annuncia il ritiro, il Trota si dimette dal consiglio regionale e parte un processo di rinnovamento interno. Il 10 aprile scorso, a Bergamo, si tiene una grande manifestazione di militanti: tra cori e scope padane, Maroni è incoronato virtualmente nuovo leader e promette subito di “dimettere” la Mauro, fischiata dai partecipanti e additata da tutti come mela marcia assieme all’ormai ex-tesoriere Belsito.

    E’ a questo punto che i giornali cominciano a sperticarsi in elogi. Il Corriere della Sera non aveva lesinato panegirici all’Umbèrt dimissionario, spacciato da Pierluigi Battista come il grande statista che impose la “questione settentrionale”. Persino due giornalisti che non avrebbero alcun motivo per essere teneri con la Lega, Maurizio Belpietro e Marco Travaglio, riconoscono pubblicamente la capacità di mobilitazione del popolo leghista, la correttezza della scelta delle dimissioni dei coinvolti e il giusto istinto di pulizia e rinnovamento. Insomma, la Lega travolta dallo scandalo riesce a dare lezioni di moralità.

    Ora, con il precedente di un personaggio che non si è mai dimesso da presidente del consiglio pur con una ventina di processi alle spalle e con accuse a carico di rapporti mafiosi, riciclaggio, corruzione e abuso d’ufficio, è indubbio che colpisca favorevolmente il fatto che si dimetta spontaneamente un Trota qualsiasi, benché non indagato e accusato al più di aver speso soldi del partito per motivi personali. Detto questo, però, bisogna dare alle cose il loro giusto peso.

    Lo scandalo che ha travolto la Lega è in realtà ordinaria amministrazione. Infatti, era piuttosto ovvio che il combinato di bilanci poco trasparenti e massicci finanziamenti pubblici e privati fosse finalizzato al mantenimento occulto di un blocco di potere: per quale motivo la politica si sarebbe costruita un sistema così munifico e opaco, se non ci fossero affari da nascondere?

    Al contrario molta liquidità a disposizione e scarsissimi controlli sulla spesa vanno a costruire la classica occasione che fa l’uomo ladro, laddove per lo meno non ci sia una saldissima integrità morale (ma su questo punto credo davvero che nessuno si facesse molte illusioni). Quindi era già tutto scritto. Per questo l’improvvisa indignazione dei grandi giornali fa un po’ sorridere (io stesso avevo toccato l’argomento mesi fa; ma è da anni che i radicali battono inascoltati su questo tasto).

    E stupisce anche la sorpresa dei dirigenti del Carroccio, Maroni in primis, come se fino a ieri avessero vissuto sulla luna. Il fatto poi che Belsito, Mauro e Renzo Bossi abbiano dovuto fare i conti all’interno del partito non con fantomatici “probi viri” o improbabili “commissioni di garanzia”, ma con una base di militanti organizzati – merce rara di questi tempi – può anche fare notizia, ma non sposta il punto della faccenda: la Lega rimane quello che è e nonostante gli sforzi non si trasformerà in un partito migliore.

    Innanzitutto perché i princìpi che ispirano il movimento erano e restano patacche clamorose, come ho già avuto occasione di dire in precedenza; poi perché quella che abbiamo visto andare in scena a Bergamo non è stata tanto un’opera di pulizia interna, quanto piuttosto la resa dei conti tra Maroni e i suoi avversari politici; infine perché i militanti saranno anche ben organizzati e fedeli, ma sono tutto sommato pochi e continuano a dimostrarsi ubriachi di folklore leghista e succubi dei loro leader. E se gli elettori “moderati”, come sembrano confermare i recenti sondaggi, sono in fuga, il partito non si rialzerà mai solo grazie ai militanti, che nel corso degli anni si sono bevuti tutto e il contrario di tutto: prima la Lega moralizzatrice, poi la condanna di Bossi e le “toghe rosse”; prima la secessione, poi il federalismo; prima al governo con Berlusconi, poi mai più con Berlusconi; prima Berlusconi mafioso, poi non più mafioso; prima Roma ladrona, poi a Roma seduti in poltrona.

    E dopo aver digerito tutto questo, nel momento estremo della ricostruzione e del rinnovamento, quando persino a Bossi viene chiesto un passo indietro, il popolo leghista è riuscito ad assistere senza scoppiare a ridere alla favoletta del senatùr sull’arrivo di Belsito in Via Bellerio: un ex-autista ed ex-buttafuori, infatti, sarebbe finito a gestire i soldi della Lega per esplicita richiesta, fatta sul letto di morte, dell’allora tesoriere Maurizio Balocchi. Che è un po’ come credere alla storia di Berlusconi che da soldi a Ruby Rubacuori non perché è una procace e disinibita frequentatrice delle sue “feste”, ma perché è una piccola fiammiferaia spaurita. Ecco, magari domani stesso i leghisti mi smentiranno dando vita al movimento più coerente di questa terra. Ma se s’illudono che il vento del cambiamento possa passare attraverso le puerili scuse di leader che ormai hanno fatto il loro tempo, è più che probabile che la storia della Lega finirà presto.

     

    Andrea Giannini

  • La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    Mario MontiCome promesso la settimana scorsa, ritorno a discutere dell’operato del governo, cercando questa volta di rispondere alla domanda: che cosa avrebbe dovuto fare Monti? E’ implicita in questa questione l’idea, condivisa da molti, che il premier non avesse alternative rispetto alla strada che ha scelto di imboccare. Secondo questa interpretazione, se guardiamo con realismo alla difficilissima situazione finanziaria, economica, politica e culturale in cui si trova il paese e vogliamo porvi rimedio in modo responsabile, siamo costretti ad ammettere che Monti non aveva possibilità di operare in modo molto diverso. Io invece la penso in modo opposto.

    Monti doveva si fare una riforma delle pensioni e varie altre cose; ma tutto questo, pur gravando pesantemente sui lavoratori e sui contribuenti, non basta ad arginare la crisi, come ci mostrano i dati negativi sulla disoccupazione, il mercato dell’auto e l’andamento del PIL. Con il rigore che ci impone l’Europa, lo Stato non può investire: e senza investimenti non possiamo promuovere lo sviluppo e interrompere la spirale recessiva. Per parlare chiaro, se vogliamo tornare a crescere dobbiamo convincere la Merkel ad allentare i cordoni della spesa europea. Se tutto quello che Monti ha fatto finora (pensioni, liberalizzazioni, articolo 18, eccetera) sarà utile a questo scopo, allora i sacrifici che la gente ha dovuto fare non saranno del tutto vani.

    Il problema però è che Monti non ha ancora ottenuto un bel niente. E la realtà è che, se dobbiamo vedercela con la crisi da soli, armati unicamente delle riforme fatte, non faremo molta strada. E’ chiaro che adesso la situazione è un po’ bloccata per via delle imminenti elezioni in Francia e Germania: può darsi che, se verranno rieletti, Merkel e Sarkozy avranno le mani libere e potranno permettersi di cambiare atteggiamento verso i paesi in crisi. Ma se non lo faranno, Monti avrà vita dura a dimostrare che «la crisi è superata» e che «l’Italia adesso è solida». Come scrissi tempo addietro, incrociamo le dita.

    Certo che c’era anche un’altra strada percorribile. Quando a novembre Monti si insediò al governo e pronunciò per la prima volta la parola “equità“, mi ero illuso che avesse capito qual’è il primo problema dell’Italia. O meglio: qual’è il secondo, perché il primo problema dell’Italia è culturale e riguarda la nostra mentalità e il nostro atteggiamento generale. Ma è ovvio che su questo punto, su cui magari avrò occasione di tornare in futuro, non è possibile ottenere risultati profondi in poco tempo: ci vogliono i tempi della Storia e Monti aveva a disposizione poco più di un anno.

    Tuttavia, se non poteva né doveva mettersi ad educare gli Italiani, poteva però andare ad incidere sul cancro del paese, che non è le mafie (130 miliardi di fatturato illegale ogni anno), né la corruzione (che ci costa 60 miliardi) e neppure l’evasione fiscale (120 miliardi). Questi fenomeni prosperano grazie ad un altro fattore, su cui bisognava calare la mannaia: vale a dire la classe dirigente italiana. E’ infatti il blocco politico, industriale e finanziario che governa l’Italia ad essere la principale causa del mancato sviluppo con cui stiamo facendo i conti.

    Anche laddove la criminalità organizzata non c’entra direttamente, sono certi imprenditori che prosperano grazie ai soldi di certe banche e ai legami con una certa politica ad ingessare il paese in un sistema di relazioni tipicamente mafioso. Questa metastasi non è ovunque, ma è certo sufficientemente estesa per impedire che si prendano quelle decisioni che ci incanalerebbero lungo un cammino virtuoso, spezzando gli equilibri consolidati che fanno la fortuna di chi presiede posizioni di potere sfruttandole per il proprio interesse. Che le cose stiano in questi termini è facile da intuire. Basta accorgersi che coloro che siedono al vertice, che si tratti di centri di potere economici o politici, ormai da molti anni a questa parte sono quasi sempre le stesse persone.

    Nemmeno Tangentopoli, al contrario di quanto viene spesso propagandato, ha rinnovato la classe dirigente. Prima la caduta del muro di Berlino e poi la tempesta giudiziaria del ’92 avevano messo in discussione gli assetti economici e politici in essere, portando anche la mafia dei Corleonesi a muoversi piazzando bombe in giro per l’Italia. Ma il processo andò per le lunghe, perse slancio e così ritornarono i vecchi affari, con i reduci della prima Repubblica e i loro figliocci ancora ben saldi sul ponte di comando. Al contrario un paese civile e democratico si dovrebbe basare sul principio che il potere logora: quindi deve passare di mano. Chi governa deve passare il testimone per legge; chi è ricco, invece, può restare tale, purché questo avvenga per merito personale e non per rendite di posizione.

    Tant’è che negli Stati Uniti ci sono tasse di successione molto alte: i figli, anche se hanno il diritto di godere del lavoro dei padri, devono però essere incentivati a non sedersi sugli allori e a guadagnarsi per proprio conto una posizione sociale. L’Italia invece per mentalità, consuetudine e regole è più vicina ad un ordinamento feudale. Se oggi si hanno serie difficoltà a far pagare le tasse  e a condannare gli evasori e gli amici dei mafiosi, questo lo si deve al fatto che chi ha il potere non permette che si vadano a scardinare quegli equilibri su cui basa la propria sopravvivenza. Detto questo, è anche vero che il clientelismo ha dato lavoro a molti italiani: abbiamo circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e questo significa che 1 italiano su 20 vive grazie alle tasse che versano (quando li versano) i restanti 19, senza contare che in questo numero molti sono bambini, studenti, pensionati e disoccupati. Anche questa è una situazione non sostenibile sul lungo periodo.

    Eppure è stato proprio Monti a dimostrare che le riforme impopolari si possono fare. Quelle che non si possono fare, invece, sono le riforme sgradite al blocco di potere che tiene in mano le redini. Dal nostro premier, che è andato a condurre il gioco in un momento di estrema eccezionalità parlando di “equità”, mi sarei aspettato come prima cosa un pacchetto di norme contro la casta: regole stringenti per ridurre e rendere trasparenti i finanziamenti ai partiti, riduzione drastica di stipendi e privilegi, codice etico per la pubblica amministrazione, norme draconiane contro la corruzione, il traffico di influenze, il favoreggiamento alla criminalità e l’abuso d’ufficio, e infine il ripristino del falso in bilancio.

    In questo modo si spezzavano i legami della politica con la parte marcia dell’imprenditoria, che avrebbe così perso i suoi appoggi e si sarebbe ritrovata isolata. Certo, questa classe politica non avrebbe mai votato di sua volontà una cosa del genere. Ma la scommessa andava fatta con un voto di fiducia: o il Parlamento approvava, oppure si prendeva la responsabilità davanti all’opinione pubblica di far fallire in partenza l’estremo tentativo politico per salvare il paese dalla bancarotta, rischiando a quel punto di ritrovarsi davvero i forconi sotto casa. D’altra parte è la minaccia che si sente fare Bersani e il PD a proposito dell’articolo 18. Se avesse vinto, Monti avrebbe avuto carta libera. Altro che pensioni, liberalizzazioni e mercato del lavoro: l’opinione pubblica gli avrebbe concesso questo e altro, perché nessuno avrebbe potuto accusarlo di essere forte con i deboli e debole con i forti.

    Invece così non è stato. E visto che ora è troppo tardi, dato che tra lui e uno spread a 330 non c’è dubbio per cosa opterebbero i politici, Monti prosegua pure per la strada che ha scelto: che è poi quella di farsi garante del sistema esistente, non di scardinarlo. E speriamo che possa vincere l’indispensabile battaglia europea, rimettendo la battaglia per un paese a migliore nelle mani di chi verrà dopo di lui. Ma almeno ci risparmi una cosa: la smetta di citare la parola “equità”.

     

    Andrea Giannini

  • Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario MontiA più di quattro mesi di distanza dall’insediamento, possiamo tentare un primo bilancio dell’operato del governo Monti, cogliendo l’occasione anche per tirare le fila di una serie di  considerazioni fatte in precedenti articoli.

    La Genesi: perché Monti?

    Tra ottobre e novembre del 2011 la tensione dei mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano sale ai massimi e il governo Berlusconi, tra scandali di tutti i tipi, una risicata maggioranza parlamentare in cui si mercanteggiano voti e la manifesta incapacità di operare scelte risolutive, è in crisi irreversibile di credibilità. Quando l’8 novembre il governo approva il rendiconto senza raggiungere la maggioranza, la crisi politica è certificata. Il 16 novembre, a tempo di record, c’è già il passaggio di consegne e inizia il governo Monti, fortissimamente voluto dal Presidente della Repubblica. Non c’è dubbio, infatti, che la responsabilità di questa nomina sia stata assunta in pieno da Giorgio Napolitano, che ha spinto al limite tutte le prerogative che gli attribuisce la Costituzione per costruire l’accordo tra le forze politiche necessario a sostenere il nuovo governo tecnico. Se puntare sulla figura di Monti sia stata una scelta azzeccata o meno, ce lo dirà solo la Storia.

    Tuttavia resto del parere che un governo politico non fosse un’opzione praticabile. Le opposizioni in parlamento non avevano numeri sufficientemente ampi per governare, e pure l’ipotesi del voto anticipato non dava sufficienti garanzie che si potesse insediare una maggioranza forte e stabile: la destra era (e resta) in fortissima crisi di consensi e la sinistra, dal canto suo, nonostante la lunga agonia del governo Berlusconi, si era presentata all’appuntamento ancora in fase di costruzione, senza un’alleanza precisa e senza un programma, a causa del tafazzismo cronico del PD e dell’incapacità di IDV e SEL di guidare il processo di aggregazione di una coalizione di governo. Che si potessero ipotizzare scenari alternativi al governo tecnico mi sembra quindi poco credibile; e dunque, se questo governo prende decisioni che non piacciono, o peggio se davvero, come ipotizzano alcuni, Monti è un emissario di Goldman Sachs che fa gli interessi della finanza internazionale, resta comunque il fatto che i partiti non sono in cabina di regia solo per la loro inadeguatezza, certificata dai sondaggi che fissano il tasso di fiducia nei loro confronti al 4 %.  Insomma, condividono tutte le responsabilità del caso.

     

    Dal Vangelo secondo Mario: tecnica Vs politica.

    Anche se sui partiti possiamo dire tutto il male possibile, ciò non significa incensare Monti a prescindere. Occorre invece valutare il suo operato nel merito di quanto fatto, evitando di farsi fuorviare da classificazioni che non hanno alcun senso, ad esempio laddove si pretende di distinguere tra “tecnici” e “politici”. Secondo questa distinzione, infatti, il governo “politico”, in quanto eletto dal popolo, dovrebbe avere l’autorità e la forza per prendere grandi scelte; mentre un governo “tecnico”, in quanto chiamato a svolgere un compito ristretto e poi a dimettersi, dovrebbe preoccuparsi solo di quello, senza urtare la normale dialettica politica e mettendo a capo dei vari ministeri figure di riconosciuto valore professionale che si occupino semplicemente dell’ordinaria amministrazione.  Tuttavia un governo tecnico a cui si chiede nientepopodimeno che di salvare il paese dalla bancarotta in un anno e mezzo difficilmente potrà permettersi di adottare un basso profilo. A ciò si aggiunga che ormai, a causa del discredito di cui gode la classe politica e degli equivoci che si generano dalla terminologia, l’aggettivo “politico” ha acquisito per tanti una valenza negativa, mentre l’aggettivo “tecnico” ispira, al contrario, un senso di rassicurazione e competenza. Cioè il “tecnico” farà bene per forza, perché è competente. Ora, è ovvio che le cose non siano così semplici. Anzi, non esiste praticamente area dello scibile umano in cui gli esperti, per quanto esperti essi siano, non si dividano aspramente; e questa è la dimostrazione più tangibile del fatto che avere una preparazione tecnica non sempre permette di poter distinguere con sicurezza una verità univoca.

    Ma soprattutto la politica non è questione di verità, ma di accordi e consensi. Il politico media e cerca compromessi fra le parti, mentre il tecnico dovrebbe essere interpellato quando c’è bisogno di pareri tecnici. Un tecnico può dire quanto potrebbe costare realizzare un’opera e a cosa potrebbe servire: ma la decisione se costruirla o meno è politica, perché dipende dalle priorità che una società si da. Ecco perché il governo Monti non si può definire “tecnico”: perché si è segnalato per il decisionismo fortissimo con cui ha intrapreso le scelte più smaccatamente politiche degli ultimi vent’anni, scelte per nulla neutre e su cui si può tranquillamente dissentire. Piuttosto la differenza tra un governo politico e un governo tecnico dovrebbe essere aggiornata a partire da un’altra costatazione: vale a dire che il governo politico deve stare attento al fatto che renderà conto agli elettori, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la gente; ma dall’altra parte il governo tecnico deve rendere conto al parlamento, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la maggioranza che lo sostiene. Una ragione in più per non cadere nell’equivoco che la competenza e la serietà di Monti (che non è in discussione) sia di per sé garanzia sufficiente che quello che fa è buono e giusto.

     

    Opere: cosa è stato fatto e pubblicizzato…

    Il governo Monti, che formalmente è sempre impegnato a portarci fuori dalla crisi, si è segnalato soprattutto per nuove tasse, per la riforma delle pensioni e per quella, in dirittura di arrivo, sul mercato del lavoro. Le liberalizzazioni non si sa bene che fine abbiano fatto. Gli sgravi alle imprese sbandierati dal ministro Passera hanno impressionato poco. Ancora meno effetto ha avuto il minimo aumento dell’aliquota sui capitali rimpatriati con l’ultimo scudo fiscale, che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato quasi 3 miliardi di euro, ma che nella pratica, come ha spiegato Radio 24, probabilmente non si intascheranno mai. Verrà ricordata, invece, la storica riforma delle pensioni, un provvedimento ambizioso e salutare per i conti pubblici, che però deve essere inserito nel quadro economico complessivo per poterne valutare l’utilità e, soprattutto, l’equità. Ci si chiede, ad esempio, cosa si possa fare per quei tanti giovani che oggi, avendo un reddito troppo basso o essendo precari, si trovano in condizioni pensionistiche molto svantaggiose. Ci si chiede cosa ne sarà dei 350.000 “esodati” e “mobilitati” che, pur avendo raggiunto un accordo di pensionamento, da oggi, proprio a causa dell’aumento dell’età pensionabile, si trovano improvvisamente senza pensione e senza lavoro. Ci si chiede anche come verrà gestito il mercato del lavoro, visto che da adesso i normali lavoratori dovranno passarci 40 anni e più. I giornali della buona borghesia e dei circoli industriali non fanno che parlare dei pregiudizi ideologici della CGIL, ma la realtà è che i lavoratori cominciano a sentirsi presi di mira. E hanno anche paura, perché non è affatto chiaro cosa succederà, se davvero per i licenziamenti cosiddetti “economici”  rimarrà escluso il reintegro. Eppure il “modello tedesco“, caldeggiato dalla CISL e probabilmente anche dalla CGIL, prevede il reintegro in tutti i casi. E in Germania i sindacati partecipano direttamente alle decisioni, dato che siedono addirittura nei consigli di amministrazione delle aziende. In Italia, invece, se si continua ad escludere la possibilità di reintegrare il lavoratore ingiustamente licenziato, basta che l’azienda riesca a dimostrare di non aver licenziato per motivi discriminatori di razza o religione – cosa molto rara, vista la tendenza a delocalizzare nel terzo mondo… – oppure di natura disciplinare, e il gioco è fatto: l’azienda adduce motivazioni economiche ed ecco che, anche se non sono giustificate, il lavoratore resterà comunque a casa. Si tratterebbe pertanto di un’arma di ricatto potentissima per le grandi aziende, che si potranno così permettere di “comprare” il diritto di licenziare un lavoratore semplicemente pagando, mal che vada, due anni di mensilità. Non si capisce per quale motivo Monti e la Fornero non vogliano rivedere questa formulazione. A meno che, ovviamente, non sia tutto un pretesto (questo si, ideologico) per spaccare il PD e isolare la CGIL. In ogni caso, se persino il neo presidente di Confindustria Squinzi ammette che l’articolo 18 non è una priorità, è evidente che, qualunque sia la formulazione finale, i benefici per l’economia italiana non saranno decisivi.

    Molto più grave, invece, dal punto di vista dell’impatto sull’economia reale, è stato l’aumento dell’IVA e quello sulle accise, con i prezzi della benzina alle stelle. Detto questo bisogna anche ammettere che il governo qualcosa di indubitabilmente buono ha fatto. Se, ad esempio, davvero la Chiesa pagherà l’IMU sui beni immobili ad uso commerciale, Monti avrà concluso una grande impresa. Di sicuro è stato saggio rinunciare alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020, che sarebbe stata con ogni probabilità una voragine di spesa senza fondo. Con lo stesso principio, però, vale a dire evitare grosse spese in tempo di crisi, si sarebbe dovuto rinunciare anche alla Torino – Lione. Questa tratta, infatti, ci costerà ben di più dei 3 miliardi scarsi che ha preventivato il governo, a fronte di benefici incerti a dir poco. Basterebbe andarsi a rivedere su internet quei (rarissimi) dibattiti dove i “tecnici” a favore confrontano le loro ragioni con quelle dei “tecnici” che sono contro, per capire che i finanziamenti europei probabilmente saranno meno di quelli preventivati (e la differenza la mettiamo noi), che i preventivi non sono mai rispettati (nemmeno in Europa, figuriamoci in Italia) e che l’obiettivo dell’opera, cioè spostare le merci dalla gomma alla rotaia, in casi analoghi non è mai stato raggiunto, se non a prezzo di realizzare non una, ma una pluralità di infrastrutture (per cui i soldi mancano) e di tassare drasticamente il trasporto su camion (settore che già oggi è allo stremo e opera blocchi e scioperi un po’ in tutta Italia). Davvero ci conviene tutto questo? Eppure la fiducia di cui gode Monti sembra metterlo al riparo da qualsiasi obiezione. Il ricordo di quello che c’era prima gioca la sua buona parte; ma soprattutto sembra innegabile che Monti abbia già ottenuto il risultato dei risultati: abbassare lo spread.

     

    … e omissioni: cosa è stato fatto e taciuto

    In effetti non si può negare che a Monti vada il merito di una drastica riduzione dello spread, l’indice che esprime la differenza tra quanto costa indebitarci rispetto a quanto costa ai Tedeschi. Il 9 novembre 2011 lo spread correva fino a quota 575 punti base: nel momento in cui scrivo siamo a 310 tondi, meglio della Spagna che oggi è percepita più a rischio di noi. Quindi dobbiamo concludere che pensioni, liberalizzazioni, riforma delle regole sul lavoro e persino l’aumento della tassazione siano stati gli ingredienti decisivi della ricetta che ci ha salvato dalla bancarotta? Assolutamente no. O meglio: un contributo rilevante queste misure l’hanno pur dato. Non si può escludere, ad esempio, che se Monti incasserà una riforma sul lavoro contro il parere della CGIL, al di là del merito della riforma, ciò non sia letto dai mercati come un segnale simbolico indicativo del fatto che in Italia è possibile fare scelte coraggiose contro le resistenze sociali: e quindi che non ci sia una reazione positiva delle borse e una diminuzione ulteriore dello spread. Può darsi che il carisma di Monti e il valore che gli investitori attribuiscano alla sua opera abbia davvero contribuito a sciogliere le tensioni sull’Italia. Ma il punto è che, in termini sostanziali, tutto questo non ha alcun senso. Per anni si è pensato esattamente il contrario, ma oggi pochi economisti si azzarderebbero a sostenere che i mercati abbiano andamenti razionali e sensati. In realtà sono irrazionali, in preda alle ansie e alle paure, magari ingiustificate, che fanno parte della vita di tutti. Nei mercati non si sa tutto, molte informazioni sono nascoste, l’investitore della strada è suggestionabile, insomma: il rischio di valutazioni errate è sempre presente. A volte ci sono esplosioni di fiducia ingiustificate che determinano bolle speculative o timori inesistenti che paralizzano gli scambi. C’è addirittura un ramo, l’economia comportamentale, che si occupa proprio di questo. Ma non basta.

    Nel dibattito pubblico italiano c’è la tendenza, per dire così, a “tirare lo spread per la giacca”, a voler dimostrare che i mercati reagiscono in base a quello che facciamo in politica. Ma in realtà c’è un motivo ben più sostanziale che spiega come mai lo spread è sceso. Si tratta della “bolla della liquidità“. L’altro Mario, Draghi, quello che guida la BCE, ha prestato soldi alle banche europee al tasso dell’1 %. Le banche hanno reinvestito in titoli di Stato, facendo abbassare lo spread e assicurandosi a costo zero tassi di rendimento molto alti. Il nostro governo, poi, ha messo la garanzia dello Stato sui debiti delle banche italiane, alzando così la posta in gioco e scoraggiando la speculazione. Eppure le banche, preoccupate soprattutto di ricapitalizzarsi, non hanno allentato i cordoni del credito e di conseguenza i benefici per l’economia reale non si sono sentiti. Non c’è dubbio che l’effetto di guadagnare tempo, allentando la tensione e spostando le tensioni dei mercati altrove (leggi Spagna), sia stato ottenuto. Ma al di là di questo, al di là della psicologia dei mercati, rimane il fatto che il quadro complessivo dell’economia non è per niente roseo: il debito pubblico rimane elevatissimo, l’obiettivo di ridurre il deficit annuo (vale a dire le spese non coperte) non è ancora stato raggiunto e soprattutto siamo in piena recessione. Monti ha fatto qualche passettino avanti che, se vogliamo, è significativo in termini simbolici e ha anche il pregio di essere strutturale. Ma ha scaricato tutto il peso sui lavoratori e sulla pressione fiscale, che minaccia di uccidere sul nascere un’eventuale ripresa. E soprattutto, siccome i problemi ci sono sempre e il mercato è stato inondato solo temporaneamente da una liquidità limitata che non è il frutto della produzione di ricchezza, la bolla potrebbe scoppiare presto e le nuvole potrebbero tornare a raddensarsi.

    E poi c’è sempre la “bomba derivati” in agguato. Recentemente, per contratti stipulati nel lontano 1994 da Mario Draghi, quando era al ministero del Tesoro, abbiamo pagato a Morgan Stanley 2,5 miliardi di euro (attenzione: parliamo di miliardi! – E’ lo 0,15 % del PIL e metà di quanto lo Stato prevede d’incassare quest’anno grazie all’aumento IVA!). Quanti di questi strumenti finanziari a orologeria sono pronti a scoppiare nelle casse pubbliche? E’ un segreto. O meglio, si sa che il debito dello Stato in titoli derivati ammonta a 160 miliardi e il governo assicura che le condizioni capestro che hanno permesso a Morgan & Stanley di guadagnarci non sono state più sottoscritte. Ma se sia vero o no, è impossibile verificarlo, perché lo Stato non ci da le informazioni. Il New York Times è convinto che l’Italia si sia esposta moltissimo in questo senso quando negli anni ’90 riuscì miracolosamente ad entrare nei rigidi parametri di Maastricht. Bloomberg invece stima per i nostri derivati una perdita secca di 23,5 miliardi di euro. Non sarà che tutti i sacrifici che stiamo facendo servano anche a coprire questi buchi che sono pronti ad aprirsi in un prossimo futuro?

    Capisco che sarebbe molto più confortante pensare che la crisi sia finita e che noi ne siamo fuori. Capisco che un primo ministro come Monti fa tutto un altro effetto rispetto a Berlusconi e che ci farebbe piacere dormire sonni tranquilli confidando nella sua competenze e nel suo carisma. Ma è proprio così facendo che succedono i peggiori disastri. In democrazia non ci si può permettere di dormire, ma si è obbligati a vigilare costantemente, perché, come scrisse Goya, «il sonno della ragione genera mostri». E non ci possiamo fidare completamente, purtroppo, nemmeno dei moniti dell’OCSE e dell’Unione Europea. Non perché sia gente cattiva, ma perché hanno le loro idee e potrebbero essere impreparati sulle dinamiche profonde della società italiana. E forse non sempre ne condividono gli obiettivi. “OCSE” sta per “Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico“.

    Il Trattato di Lisbona, considerato la Costituzione dell’Europa, cioè un atto normativo che, da che mondo è mondo, dovrebbe servire a garantire diritti, all’art. 119 garantisce anche il “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Che di per sé è una buona cosa, ma inedita in una carta costituzionale. Questi organismi, insomma, sono mossi dall’esigenza di tutelare l’economia europea: che è un obiettivo anche condivisibile, ma che talvolta potrebbe non coincidere con quello della nostra Costituzione, che invece fonda la Repubblica Italiana sul lavoro come fattore positivo di aggregazione sociale (non per salvare i fannulloni, come vuole sottintendere qualche “spiritoso”). E che soprattutto tutela i nostri diritti, prima di e come requisito fondamentale per lo sviluppo economico.

    P.S. – A quelli a che hanno pronta la classica e noiosissima obiezione: «Sono tutti bravi a criticare, ma bisognerebbe proporre qualcosa», do appuntamento alla settimana prossima.

     

    Andrea Giannini