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  • Ex centrale elettrica, via Canevari: patrimonio storico da riqualificare

    Ex centrale elettrica, via Canevari: patrimonio storico da riqualificare

    moresco-canevari-marassi-ex-centrale-elettrica-linee-gialle-d1L’ex Centrale elettrica di Via Canevari, nella Bassa Valbisagno, è in attesa di essere riutilizzata per nuovi scopi: usciti di scena nel gennaio 2013 anche gli ultimi presidii della ditta Enel, adesso Municipio III e Comune di Genova hanno messo a punto un progetto per la riqualificazione. I locali saranno assegnati a una serie di associazioni volontarie, ditte private, e forze dell’ordine della Val Bisagno che dopo l’alluvione del 2011 hanno dovuto lasciare i propri spazi e si sono ritrovate senza una sede fissa. Già approvato in Giunta, per l’entrata in vigore effettiva del progetto si attende solo la firma delle associazioni in questione, che avrà luogo mercoledì prossimo, 27 marzo 2013.

    Oggi per l’edificio di Via Canevari si prospettano nuove soluzioni, che andranno a concretizzarsi in un ambizioso progetto: la creazione, all’interno dell’ex centrale, di un polo per la tutela del territorio della Bassa Valbisagno e dei cittadini. All’interno, il centro andrà a ospitare varie associazioni volontarie: Pronto Soccorso – Pubblica Assistenza Volontari del Soccorso”, l’Associvile – Associazione Volontari per la Protezione Civile, Radio Club CB Genova Emergenza di Via Struppa 150, la Protezione  Civile di Montoggio, Vigili Urbani – Distretto 3 della Polizia Municipale e una ditta privata impegnata nel settore edile.

    Lo stabilimento di Via Canevari ha alle spalle una storia secolare, che forse pochi ricordano. Fu la prima centrale elettrica di Genova: alla fine dell’Ottocento (1895), fu fondata e finanziata con capitale privato  dalla ditta berlinese AEG - Allgemeine Elektricitäts-Gesellschaft, che decise di investire nel capoluogo ligure, incorporando un anno prima anche la ditta di trasporti oggi nota come AMT e garantendosi così l'egemonia sia nel settore del servizio elettrico per l'illuminazione e che in quello della trazione. L’11 aprile 1895, con rogito del notaio Besio, la società tedesca dette vita a OEG- Officine Elettriche Genovesi, cui incorporò anche l'esistente Società Genovese di Elettricità, creando un complesso notevole: alimentata a carbone, la centrale si impose come punto di riferimento per la città e le zone limitrofe, continuando la sua attività fino al 1967. La costituzione avvenne dopo una dura lotta con la Siemens per il controllo della produzione e distribuzione di energia elettrica della città. Oggi l'edificio è ancora servito da una linea ad alta tensione e dotato all’interno di trasformatori, ma la ditta lo ha utilizzato principalmente come sede di uffici amministrativi e centro da cui far partire gli operai per svolgere sopralluoghi e perlustrazioni. Qualche mese fa, però, sono iniziate le manovre di sgombero definitivo, terminate nel gennaio 2013: tutte le attività sono ormai state trasferite nelle sedi di Sampierdarena e del Porto antico.
    Lo stabilimento di Via Canevari ha alle spalle una storia secolare, che forse pochi ricordano. Fu la prima centrale elettrica di Genova: alla fine dell’Ottocento (1895), fu fondata e finanziata con capitale privato dalla ditta berlinese AEG – Allgemeine Elektricitäts-Gesellschaft, che decise di investire nel capoluogo ligure, incorporando un anno prima anche la ditta di trasporti oggi nota come AMT e garantendosi così l’egemonia sia nel settore del servizio elettrico per l’illuminazione e che in quello della trazione. Alimentata a carbone, la centrale si impose come punto di riferimento per la città e le zone limitrofe, continuando la sua attività fino al 1967.  Oggi l’edificio è ancora servito da una linea ad alta tensione e dotato all’interno di trasformatori, ma la ditta lo ha utilizzato principalmente come sede di uffici amministrativi e centro da cui far partire gli operai per svolgere sopralluoghi e perlustrazioni. Qualche mese fa, però, sono iniziate le manovre di sgombero definitivo, terminate nel gennaio 2013: tutte le attività sono ormai state trasferite nelle sedi di Sampierdarena e del Porto Antico. All’ingresso, su via Canevari, un’iscrizione latina (“Non heic molitur vanos Salmoneus ignes ingredere o tandem prona vides MDCCCXCVI”) fa riferimento alla storia di Salmoneo che, volendo gareggiare con Zeus nella produzione di fulmini e tuoni, fu incenerito dal dio, offeso per la sfida che gli era stata lanciata. Lungo tutte le pareti dell’edificio, inoltre, si possono vedere riportati i nomi di scienziati, fisici, chimici: il trionfo dell’innovazione scientifica. Negli anni, man mano che veniva meno la sua funzione operativa, la centrale ha assunto un ruolo sempre più importante sotto il profilo storico. Oggi varia documentazione sulla storia dell’edificio, presa direttamente dall’archivio Officine Elettriche Genovesi, è stata donata dalle sorelle Elena e Maria Pero nel 1997 alla Wolfsoniana, polo museale del Levante con sede a Nervi, in Via Serra Gropallo, e dal ’99 l’archivio è stato dichiarato “di notevole interesse storico”.

    Ci racconta il presidente del Municipio III, Massimo Ferrante: «I locali sono stati abbandonati definitivamente da Enel qualche mese fa, a fine gennaio 2013 e la civica amministrazione ne è entrata in possesso. Assieme all’Arch. Roberto Tedeschi, a capo della Direzione Patrimonio, Demanio e Sport del Comune di Genova abbiamo svolto degli approfondimenti e effettuato una serie di valutazioni, giungendo alla conclusione che questi spazi ora liberi dovessero essere messi a disposizione della pubblica amministrazione: è nostra intenzione creare in Via Canevari  un presidio municipale di garanzia per la cittadinanza, costituito dalle forze di Pubblica Assistenza, Protezione Civile, ecc.».

    La struttura, come illustrato dal presidente Ferrante, dovrà ospitare molti dei soggetti che dopo l’alluvione del 2011 si sono ritrovati prive di una sede, a causa degli allagamenti che hanno colpito duramente soprattutto la zona di Marassi. I danni idrogeologici hanno costretto molte realtà volontarie attive sul territorio ad abbandonare i propri locali, giudicati non a norma in base alle nuove disposizioni post-alluvione. Secondo i nuovi parametri, infatti, sono stati definiti inutilizzabili tutti quei locali interrati o edificati al piano terra in zona a rischio esondazione. Pertanto l’amministrazione municipale si è trovata in una situazione di “empasse”: l’ inaspettata carenza di spazi ha costretto a ripiegare su strutture provvisorie, per fornire le associazioni di locali adeguati.

    Questo ad esempio il caso della Pubblica Assistenza “Volontari del Soccorso”, che nel 2011 erano stati costretti a lasciare la loro sede alluvionata di Via della Fenice: i locali, siti nei piani interrati di una struttura nei pressi del torrente Bisagno, erano risultati inagibili in seguito a un sopralluogo della Asl 3. I volontari sono stati trasferiti prima negli spazi del Municipio in Piazza Manzoni, in seguito in via Donati, a Quezzi, nei locali dell’ex Onpi – Opera Nazionale Pensionati d’ Italia. Anche quest’ultima soluzione si è rivelata però inadeguata, da Quezzi non era possibile rispettare i tempi per essere operativi e i volontari erano costretti a stazionare in piazza Manzoni, dentro le ambulanze, da cui attendevano le richieste di soccorso. Non si tratta di un caso singolo, ma ci sono molti altri esempi di associazioni ancora costrette a lavorare nel disagio e nell’inadeguatezza.

    Da progetto, la struttura sarà così articolata: un piano terra, di competenza comunale, ospitante la sede di strutture pubbliche e private di vario genere; un piano primo, supervisionato dal Municipio, ad accogliere una rete di associazioni convenzionate con il Comune e approvate dall’amministrazione municipale. Nello specifico, il piano terra ospiterà i Vigili, la Polizia Municipale – Distretto 3 Bassa Val Bisagno di Via Marassi 6 e la ditta edile privata B&C Serramenti che, attualmente sita in un capannone alla fine di Via Fereggiano, paga un canone di locazione al Comune. Al piano primo, invece, saranno accolte Protezione Civile, Pubblica Assistenza (in collaborazione con la Croce Rossa) e le altre associazioni sopra elencate. I rappresentanti del Municipio hanno avviato tempo fa un complesso iter burocratico, che si concluderà il 27 marzo 2013, con la firma da parte delle associazioni della convenzione per l’acquisizione ufficiale degli spazi dell’ex Centrale: varato in Giunta, il progetto è già stato votato e approvato, e aspetta solo di essere siglato. Dopo, solo i tempi tecnici per l’entrata in vigore del documento e l’assegnazione dei locali.

    «Lo scopo è quello di creare un presidio di forze di vigilanza e di soccorso –dice Ferrante- in grado di offrire un servizio gratuito di aiuto al Municipio nel  monitoraggio del livello di torrenti e rivi, e nella supervisione del territorio, in caso di emergenza. Inoltre, anche il servizio di supporto alla cittadinanza e primo soccorso. È importante avere una struttura del genere in una zona a forte rischio idrogeologico come la Bassa Val Bisagno: abbiamo ritenuto adatto collocarla qui, in una zona a due passi da Brignole e dal bacino del Fereggiano e del Bisagno, ma al contempo raggiungibile agevolmente senza attraversare questi “punti critici”».

     

    Elettra Antognetti

     

  • Giornate Fai di Primavera 2013: il programma a Genova e provincia

    Giornate Fai di Primavera 2013: il programma a Genova e provincia

    San fruttuoso di CamogliSabato 23 e domenica 24 marzo 2013 nuova edizione delle Giornate Fai di Primavera, con oltre 700 luoghi aperti gratuitamente.

    Questi gli spazi visitabili a Genova e provincia.

    Abbazia di San Fruttuoso di Camogli
    Orario: Sabato 23 e Domenica 24, ore 10.00 – 15.45 (orario di chiusura soggetto a variazioni in base all’orario dell’ultima corsa del battello in rientro per Camogli)

    In caso di condizioni meteomarine sfavorevoli e sospensione del servizio dei battelli di linea da e per Camogli, l’Abbazia rimane chiusa. Info 0185 772703.

    Bottega storica di Barbiere (vico Caprettari 14r, Genova)
    Orario: Sabato 23 e Domenica 24, ore 11.00 – 13.00 / 15.00 – 17.00

    Oratorio di San Martino (via Beato Martino 24, Genova)
    Orario: Sabato 23 e Domenica 24, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
    Gioiello quasi sconosciuto: si tratta di un’antica casaccia, già operante nel XIII secolo, che ebbe il massimo splendore e la sua ristrutturazione alla fine del ‘700. Al suo interno si trovano opere pittoriche di pregio nonchè altri oggetti di grande valore artistico come alcune statue lignee (attribuite al Maragliano), lanterne, cappe, tabarrini, pastorali, crocifissi ed altro ancora.

    Villa Durazzo Pallavicini
    Orario: Sabato 23 e Domenica 24, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 16.00 per la Villa, ore 17.00 per l’Oratorio)
    Il parco romantico, annesso alla villa, è uno tra i maggiori giardini storici a livello europeo e contiene oltre a numerose opere d’arte scultoree numerosissimi esemplari di vegetali assai rari. Villa Durazzo-Pallavicini, nonostante l’aggressione dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione (sotto al parco è stata scavata una galleria autostradale), resta uno dei migliori esempi delle residenze di villa nobiliare, che nei secoli passati furono tradizione delle potenti famiglie genovesi.

    Casa Carbone, Lavagna
    Orario: Sabato 23 e Domenica 24, ore 10.00 – 18.00
    Info 0185 393920

    Leivi
    Orario: Domenica 24, ore 14.30 – 17.30
    Descrizione: Un sentiero di costa tra mare e colline. Da San Tommaso del Curloa San Lorenzo : la lettura di un paesaggio nel territorio di Leivi.

    Sentiero Mulinetti – Sori
    Orario: Sabato 23, ore 10.00 – 17.00

  • Molassana, ex Cinema Nazionale: braccio di ferro tra Comune e privati

    Molassana, ex Cinema Nazionale: braccio di ferro tra Comune e privati

    cinema-nazionale-molassanaL’ex cinema Nazionale di Molassana è una questione annosa per gli abitanti della Valbisagno. L’edificio, situato in Via Molassana al civico 51 r, aspetta invano da decenni il recupero ad uso della comunità. Uno dei tre cinema della Valbisagno (assieme all’Esperia di Pontecarrega e al Perla a San Gottardo, che sono stati successivamente trasformati in supermercato e concessionario di auto), in passato è stato punto di aggregazione importante per il quartiere e funzionava prima da salotto della Genova “bene”, poi da punto di ritrovo per i giovani della zona. Dagli anni ’70 il cinema è stato chiuso e quella che era nata come una scelta momentanea è diventata una questione quarantennale: inserito all’interno di un lascito testamentario, il cinema è entrato a far parte dell’asse ereditario delle famiglie Finello e Dongo, che non sono disposte a vendere.
    Da decenni l’amministrazione si batte per riavere l’edificio, ma sembra tutto vano: Giuliana Finello, Dario, Anna e Paola Dongo, attuali proprietari, non vogliono scendere a compromessi, nonostante siano state avanzate offerte anche azzardate e molto superiori al valore reale dell’edificio.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza con l’aiuto del presidente del Municipio IV, Agostino Gianelli, dell’assessore comunale Gianpaolo Malatesta e dell’Avv. Carlo Dongo, legale che cura le faccende dell’immobile per conto dei proprietari.

     

    IL PUNTO DI VISTA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

    Il Municipio conferma la disponibilità a venire incontro alle esigenze dei proprietari, accogliendo anche un’eventuale proposta di cambio di destinazione d’uso dell’immobile, anche perché il progetto di riqualificazione dell’area Boero prevede anche la costruzione di una nuova multisala polivalente.

    Ci racconta il presidente Gianelli: «Da anni il Comune chiede la proprietà dell’immobile per farne una struttura pubblica che risponda alle esigenze della collettività: un edificio del genere, uno spazio così ampio in quella posizione strategica per il quartiere, è sprecato allo stato attuale. In alternativa, abbiamo anche provato a trattare con i proprietari e chiedere che –pur  non cedendo la proprietà- ne cambino la destinazione d’uso, ma anche qui non abbiamo avuto risposta positiva. Da parte loro i proprietari, oltre a non voler vendere nonostante le cifre “folli” offerte, nemmeno hanno mai presentato un progetto di ristrutturazione. È lo stallo totale. Io, in quanto rappresentante pubblico, non posso procedere diversamente e devo rispettare la legge: un esproprio non è possibile, dal momento che le condizioni dell’ex Cinema –seppur indecenti- non sono pericolose per la cittadinanza. Possiamo solo procedere con la messa in sicurezza dei locali e con periodici sopralluoghi, come già facciamo, per garantire l’incolumità di tutti. Tuttavia, frequenti sono i casi di occupazione impropria da parte di poveri e senzatetto».

    Infatti, già nel 2007,  l’occupazione abusiva da parte di poveri e senzatetto aveva scatenato le ire dei residenti, che avevano denunciato frequenti raid vandalici, scippi, casi di accattonaggio, costringendo l’amministrazione ad affrontare il tema della sicurezza e del ripristino dell’ordine pubblico. Tuttavia, nonostante i sopralluoghi e la chiusura della struttura con transenne e sigilli, l’edificio viene periodicamente violato e nuovamente occupato. Il malcontento tra gli abitanti resta e si indirizza verso gli occupanti, capro espiatorio di un malcontento covato da troppo tempo.

    Da anni, infatti, gli abitanti di Molassana si uniscono all’amministrazione nel chiedere che la struttura venga di nuovo destinata alla collettività. Tra gli interventi, il consigliere comunale Gianpaolo Malatesta ci ricorda quello del gennaio 2011: in quell’occasione, era stata richiesta un’ispezione dell’edificio e del marciapiede antistante per la rimozione di pezzi di intonaco in cemento e ardesia, distaccatisi dalla struttura a causa delle cattive condizioni in cui versa. Inoltre, anche il marciapiede era stato chiuso dagli addetti pubblici (ASTER, Vigili del Fuoco, Ufficio Incolumità del Comune di Genova) con transenne che impedivano il passaggio, costringendo i pedoni sul lato opposto della strada. Di questi disagi l’amministrazione aveva informato i proprietari, che venivano invitati a svolgere lavori di manutenzione adeguati all’interno della loro proprietà.

     

    IL PUNTO DI VISTA DELLA PROPRIETA’

    «Non più tardi di qualche mese fa -racconta l’Avv. Carlo Dongo, legale della famiglia – è stato fatto l’ultimo sopralluogo da parte dei Vigili del Fuoco e sono state apposte lastre d’acciaio. Da parte loro, i proprietari si occupano di mantenere in sicurezza il locale ed evitare che venga violato (non una persona sola, ma intere comunità periodicamente sfondano sigilli e transenne e accedono all’edificio!) e incendiato, com’è successo in passato. Ma il compito di vigilare sulla zona spetta alle forze dell’ordine: non ci si può chiedere di presidiare l’edificio 24 ore su 24».

    Oggi, la situazione non si è ancora sbloccata. Da parte dei proprietari c’è la volontà di ristrutturare l’immobile, presentando un progetto che risponda alle esigenze sia loro che dell’amministrazione e della comunità di Molassana: si vorrebbe mantenere la struttura attuale, ristrutturando e riportando all’antico splendore la facciata, per anni simbolo del quartiere, con le balconate e le ampie finestre. Tuttavia, i proprietari sono indirizzati verso un cambiamento della destinazione d’uso, perché non vedono la necessità di ripristinarne l’antica funzione, in un momento in cui quello cinematografico sembra essere un business poco proficuo.

    Tuttavia, fino ad ora queste restano solo intenzioni e non è stato presentato ancora alcun progetto: il precedente P.U.C. (Piano Urbanistico Comunale) prevedeva un vincolo di ristrutturazione, in base al quale la struttura doveva mantenere la stessa collocazione d’uso e, dopo eventuale ristrutturazione, essere adibita ancora a cinema. Il nuovo P.U.C. (ancora in fase di approvazione, mentre nel dicembre 2011 è stato adottato il Progetto Preliminare) ha invece eliminato questo vincolo, per cui al momento dell’entrata in vigore del nuovo Piano ci sarà libertà per gli eredi di adibire la struttura ad altri scopi. Al momento, sono in vigore le misure di salvaguardia, che predispongono l’osservanza delle norme restrittive del P.U.C. vigente: si attende l’adeguamento delle nuove norme a quelle precedenti, ma fino a quando non saranno risolte le questioni burocratiche e legali non si potrà procede in alcun modo.

    Racconta l’Avv. Dongo: «Da parte dei miei assisiti resta la volontà di ristrutturare l’edificio nel rispetto della sua storia, mantenendone la struttura così com’è e facendo particolare attenzione alla facciata. Per la ricollocazione d’uso, non ci sono ancora idee precise per la trasformazione dell’ex Cinema. Attendiamo il nuovo P.U.C. e eventuali richieste di compratori e investitori. Inoltre, a breve stipuleremo un atto notarile con il Demanio Pubblico per l’acquisto di un area di 157,44 mq, che risultava di proprietà demaniale: è una problematica aperta dal 2008 e adesso ci siamo accordati per acquisire la piccola superficie e concludere questo iter».

     

    Elettra Antognetti

  • Museo dei Cereali: un nuovo progetto per il quartiere del Molo

    Museo dei Cereali: un nuovo progetto per il quartiere del Molo

    porto-antico-sfera-giorno-magazzini-cotone-DIUn Museo dei Cereali –o meglio, della Birra, della Focaccia e della Città di Genova- all’interno dello storico magazzino di Vico Bottai 6r, nel quartiere del Molo. Un progetto ambizioso, con tanto di area ristoro e cortile esterno nell’adiacente piazzetta Paolo De Luca, che bene si integra sia al sistema museale del Porto Antico, sia al progetto di Renzo Piano per la creazione di un percorso litoraneo che unisca il Levante al Ponente genovese. È questa l’idea di Giuseppe Iose Varlese (proprietario del magazzino, nonché ex gestore del Teatro Hop Altrove e produttore della birra Bryton) che, con l’aiuto degli architetti dello studio OBR – Open Building Research – di Salita San Matteo, ha pensato a una proposta di ampio respiro per il rilancio dell’intero quartiere. Fino ad ora, il progetto è ancora “work in progress”: avviato nel settembre-ottobre 2012, il lavoro ha subito un primo arresto a causa della mancanza di investitori, anche se le trattative con diversi soggetti interessati (l’ultimo, di due settimane fa) non si sono mai fermate. Con l’aiuto del proprietario e dell’architetto Michele Renzini, Senior Associate di OBR, vediamo di cosa si tratta.

    magazzino-vico-bottai-iole-varleseIL PROGETTO

    Il progetto, come detto, consiste nella trasformazione del magazzino di Vico Bottai 6 r in museo interattivo e spazio ristoro. All’interno, un’articolazione su due piani, grazie all’inserimento di soppalchi: al piano inferiore, il museo vero e proprio; al piano superiore, uno spazio adibito a bookshop e vendita di gadget, e un bar. Il museo al piano terra strutturato in modo didattico e ludico insieme, e dotato di: uno spazio expo; macchinari per la lavorazione di grano, cereali e diverse farine; attrezzature per la cottura della focaccia e la produzione di birra artigianale, da fare assaggiare ai visitatori e da servire ai clienti dello spazio ristoro; tavoli e sedie che, oltre alla loro funzione d’uso, serviranno anche da elementi espositivi e come arredo museale. Al piano superiore, invece, l’area per lo shopping e il relax, con possibilità di ristoro in un bar-ristorante che si affaccia all’esterno su Piazza De Luca. A sua volta, nei giardini della piazza trovano spazio tavoli, panche e altri arredi, a riprendere il leitmotiv del progetto mediante l’inserimento di una vegetazione consona (grano, cereali) e panche in pietra a forma di parallelepipedo. La proposta gioca sull’alternanza di livelli e prevede due ingressi: uno da Vico Bottai, che consente l’accesso allo spazio expo del piano inferiore; uno dai giardini di Piazza De Luca, che affaccia direttamente sul piano superiore, nella zona bar e bookshop. Anche la ristrutturazione del magazzino –come quella dei giardini- vuole essere effettuata nel rispetto della struttura originaria, con l’utilizzo di mattoni, acciaio e legno. Ci spiega l’architetto: «Il museo si propone come uno spazio interattivo in cui, oltre alla consueta visita, si possano anche degustare i prodotti presentati: i visitatori potranno produrre e poi degustare birra e focaccia. Inoltre, accanto a questo museo ludico-didattico, un vero e proprio locale per la ristorazione, autonomo e svincolato dal resto della struttura».

    IL RILANCIO DEL QUARTIERE MOLO

    Di origine medievale (‘400-‘500), l’ampio magazzino di Vico Bottai è sito in una zona densa di costruzioni che risalgono alla stessa epoca (si pensi a quelli del limitrofo Vico Palla) e che nel corso degli anni sono stati utilizzati in funzione della vita portuale. Tutte le attività del quartiere giravano attorno al Molo Vecchio, rispondendo alle esigenze degli operai che vi lavoravano e risiedevano in quella zona: nel reticolato urbano tra Porta Siberia (o Cibaria, com’era chiamata in origine) e Corso Maurizio Quadrio, gli edifici, ampi e spaziosi, sono stati usati come depositi per le derrate alimentari (cereali, nel caso del magazzino di Vico Bottai, sale nel caso di Palazzo Verde, ecc.) che giungevano e dipartivano dal porto genovese. In un’ottica di ritorno alle antiche tradizioni e ripristino in chiave moderna delle funzioni originarie di questi magazzini, nasce il progetto del  Museo dei Cereali. Inizialmente pensato per essere inserito nel sistema museale del Porto Antico (che oggi già comprende: Galata – Museo del Mare, Museo Nazionale dell’Antartide,  ARMUS – Archivio Museo della Stampa, Porta Siberia – Museo Luzzati, Science Expo Center, Magazzini dell’Abbondanza), l’iniziativa ha assunto dimensioni sempre più importanti e si è ampliata oltre le iniziali previsioni. L’idea è quella di un recupero a 360 gradi del quartiere e, come ci spiega l’architetto Renzini, partendo dall’edificazione del Museo, ci sono i presupposti per creare un percorso insieme ad Acquario di Genova, Bigo e Biosfera, che richiami visitatori e permetta –con un unico biglietto cumulativo- di visitare i diversi poli museali della zona. Un progetto che, oltre la creazione del museo in sé, senza dubbio contribuirebbe notevolmente a rilanciare il turismo e l’economia del Porto Antico. Inoltre, anche un collegamento con il progetto di Renzo Piano, che prevede la creazione di tre grandi parchi –a Voltri, a Multedo e Sestri, al Molo- per la formazione di una cintura verde tra la città e il mare. In particolare, l’idea di Piano è quella di una riqualifica generale del litorale genovese che, seguendo il percorso delle antiche Mura di Malapaga, colleghi il Ponente al Levante e termini in pieno centro cittadino, nell’area  tra la Fiera del Mare e i Magazzini dell’Abbondanza. L’edificazione del Museo dei Cereali si inserirebbe perfettamente in questo contesto urbanistico, grazie alla sua collocazione a ridosso delle Mura. Proprio al di sotto delle storiche fortificazioni, infatti, si apre piazzetta De Luca che, nonostante sia stata da poco ristrutturata dall’amministrazione comunale e dotata di spazio verde, arredi urbani e area gioco, risulta degradata e inaccessibile. L’idea di inglobare al progetto del Museo anche i giardini della Piazza servirebbe a renderli di nuovo accessibili e fruibili dalla cittadinanza. «È mia intenzione -dice Varlese- creare una sinergia tra comitato di quartiere, Comune di Genova e altri enti coinvolti, in modo da rispettare le esigenze di tutte le parti interessate e offrire allo stesso tempo un servizio in grado di migliorare quest’area urbana».

     

    Elettra Antognetti

  • Prà, Fascia di Rispetto: futuro incerto, i cittadini si mobilitano

    Prà, Fascia di Rispetto: futuro incerto, i cittadini si mobilitano

    pra-fascia-rispetto«Oltre 150 persone si sono ritrovate venerdì sera a Prà per discutere della Fascia di Rispetto. In tempi di disaffezione dalla politica questo è un segnale in controtendenza che andava colto dalle istituzioni. Mentre, invece, non si è presentato nessuno». Così Nicola Montese, rappresentante del Comitato per Prà, racconta la sensazione di profondo abbandono che accomuna gran parte dei cittadini del quartiere. Nonostante il generale scoramento, però, la voglia di partecipazione è sempre alta. «L’assemblea presso la Sala Polivalente di San Rocco è stata l’occasione per confrontarsi con le realtà attive sul territorio, associazioni, comitati, singoli abitanti, allo scopo di studiare le prossime iniziative per far sentire la nostra voce».

    Al centro dell’incontro la gestione del progetto di riqualificazione della Fascia di Rispetto, il famoso “Progetto Integrato Prà Marina” (inserito nel P.O.R. Liguria 2007/2009) che ha seriamente rischiato di perdere il finanziamento di circa 15 milioni di euro, a causa di grossolani errori tecnici scoperti in extremis.
    «Non abbiamo più avuto notizie dai “non” rappresentanti istituzionali che ci governano – continua Montese – È da dicembre 2012 che attendiamo una comunicazione ufficiale».
    Per quanto riguarda il restyling dell’asse viario, sembra che l’amministrazione comunale intenda proseguire con la soluzione progettuale – rivista e corretta in fretta e furia, senza accogliere le istanze della popolazione – che prevede una nuova via Aurelia a 4 corsie (2+2). Il consiglio del Municipio Ponente, al termine dell’animata seduta pubblica del 12 dicembre scorso, ha approvato tale progetto.

    «I cittadini, invece, prediligono la vivibilità del quartiere, piuttosto che la viabilità – sottolinea Montese – il Comitato dei Genitori dell’Istituto Comprensivo di Prà, in una manciata di giorni, ha raccolto ben 1840 firme per supportare la proposta degli abitanti».
    In sintesi il progetto dei cittadini praesi contempla una viabilità simile a quella odierna (2 corsie) ma trasferita sull’ex sedime ferroviario – quindi allontanata dal centro abitato con la conseguente e positiva diminuzione del traffico veicolare vicino alle case – mentre al posto dell’attuale via Aurelia è prevista una “zona a 30 Km/h” per dare priorità al traffico ciclabile, nella quale le automobili possano circolare, ma con forti limitazioni di velocità.
    «Grazie all’aiuto dell’Arch. Daniele Siviero, i comitati hanno studiato una soluzione di maggior dettaglio, più aderente allo spirito con il quale furono richiesti i finanziamenti europei – spiega il Comitato per Prà – inoltre, nel progetto c’è anche l’ipotesi di un’area polisportiva che, unitamente a campo di calcio e piscina, possa completare l’offerta dedicata all’utenza».

    La Fascia di Rispetto, nel frattempo, si sta trasformando in un vero e proprio allarme sociale. Oggi, nell’area in cui fino a qualche mese fa si trovavano i famosi 800 mq di terra contenente amianto, fortunatamente rimossi, c’è un accampamento di persone senza dimora che vivono in condizioni disumane.
    «Ormai c’è uno scollamento totale tra il territorio e le istituzioni – conclude Nicola Montese del Comitato per Prà – Quest’ultime hanno completamente perso il controllo della situazione. Mi chiedo a cosa servano i Municipi se al loro interno siedono partiti che non hanno più contatti con gli abitanti dei quartieri. Sarebbe più utile poter contare sul contributo di cittadini attivi, comitati e associazioni, forse così i problemi potrebbero essere affrontati con maggiore cognizione di causa».

     

    Matteo Quadrone

  • Giardini e parchi di Genova: riqualificazione, i progetti Arci

    Giardini e parchi di Genova: riqualificazione, i progetti Arci

    Valletta Carbonara San NicolaSabato 9 marzo 2013 (ore 20) il Circolo Arci Belleville ospita una cena con i cittadini – giardinieri che da alcuni mesi si stanno occupando della riqualificazione di Valletta San Nicola, lo spazio verde di 20.000 metri quadrati sito alle spalle dell’ex Albergo dei Poveri, un tempo destinata alle serre del Comune e oggi in stato di abbandono. Un progetto creato da un gruppo di cittadini costituito in associazione.

    Questo il programma della serata: cena alle 20 con pizzoccheri e torta di nocciole (costo 8 €, per i bambini 6 €); alle 21 il racconto del progetto e dibattito.

    «Tra i valori fondanti del Circolo Belleville ci sono la promozione di consumo critico e sviluppo sostenibile: molti soci non conoscono tutte le iniziative attuate in città su questi temi, oppure le conoscono ma non sanno come mettersi in contatto o dare il proprio contributo. Eventi come quello di sabato permettono al Circolo di essere amplificatorie di storie e buone pratiche, che vengono presentate in contesti di convivialità», spiega Silvia Melloni, che ha organizzato la serata.

    L’incontro si inserisce nei progetti che Arci sta da tempo effettuando a Genova: molti circoli si adoperano per riqualificare le aree verdi circostanti, che all’occorrenza possono essere trasformate in orti urbani, giardini o spazi gioco per i bambini. Uno degli esempi più virtuosi è Erba Voglio, progetto curato a San Teodoro da Agostino Barletta. «La cittadinanza attiva si esprime anche nel valorizzare la bellezza del territorio»: a questo scopo Arci fa anche rete con realtà simili sul territorio, che operano anche in altri quartieri (per esempio Terra Onlus a Cornigliano e Vesima, Legambiente, Rete If e altre).

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Quartiere Molo, vico Palla: i progetti per gli antichi magazzini

    Quartiere Molo, vico Palla: i progetti per gli antichi magazzini

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    Foto di PRD Progetti e Costruzioni srl

    Non solo Magazzini del Cotone e Magazzini dell’Abbondanza: nascosti fra i tetti del quartiere del Molo, a pochi passi dal Porto Antico, si trova una concentrazione di edifici storici (per lo più risalenti al 1400-1500, alcuni ristrutturati nel 1800) dall’alto valore architettonico. Magazzini per le merci del vecchio porto di Genova, poi adibiti ad altri usi, alcuni di questi immobili sono stati trasformati in residenze condominiali o in locali pubblici, mentre ad altri è toccata sorte peggiore: dimenticati, abbandonati al degrado.
    È il caso dei magazzini di vico Palla, in particolare del grande edificio collocato al civico 9 rosso che rivela, impietoso, le ferite ancora aperte della Seconda Guerra Mondiale.

    vico-palla-9-magazzinoVICO PALLA, 9r
    Questo antico magazzino si trova oggi in condizioni pessime: costruito in pietra – la struttura è tipicamente medievale con le pareti inclinate a restringersi verso l’alto ad assumere la classica conformazione a trapezio – intorno al 1810 l’immobile venne trasformato e adibito presumibilmente a ricovero delle truppe francesi. Danneggiato dai bombardamenti durante l’ultimo conflitto mondiale, ha resistito al passare del tempo ma è inaccessibile da decenni, immerso nella sporcizia e nel degrado urbano. Gli stessi abitanti non si scandalizzano più ormai  per lo stato in cui versa l’antico edificio. Eppure, il 9 rosso di Vico Palla, è riconosciuto parte del patrimonio storico-artistico nazionale.

    Di proprietà statale, l’edificio rientra nel progetto Valore Paese promosso dall’Agenzia del Demanio, più precisamente nel sottobrand Valore Paese – Dimore, pensato per il recupero di immobili inseriti in ambiti di particolare pregio storico, artistico e paesaggistico, competitivi per i settori del turismo e della cultura rispetto al contesto territoriale di riferimento. Il progetto coinvolge immobili spesso non utilizzati o sottoutilizzati e ha l’obiettivo di incrementarne il valore economico attraverso progetti di riqualificazione ad uso collettivo.

    Con questo scopo, aderendo al Protocollo d’intesa tra comuni e Agenzia del Demanio per una collaborazione tecnico-operativa costante nella realizzazione di specifici progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare, il Comune di Genova ha avviato la richiesta per il trasferimento gratuito della proprietà del magazzino avvalendosi dell’articolo 5 comma 5 del decreto legislativo 28 maggio n. 85 sul federalismo demaniale. Si tratta di un articolo che non ha mai avuto piena attuazione, ma che è considerato applicabile nel suo quinto comma, sul trasferimento di beni demaniali di interesse storico-artistico agli enti locali, previa presentazione di un piano per la riqualifica del bene stesso.
    I soggetti che intendono avvalersi di questo articolo devono presentare un’istanza che, se accettata, dà avvio a una serie di “tavoli tecnici” per vagliare i piani di riqualificazione e le ipotesi di valorizzazione per l’immobile in questione che, una volta approvati, devono sottostare a vincoli precisi (per esempio, limite temporale di realizzazione del progetto). Solitamente gli immobili vengono trasferiti alle amministrazioni locali se queste ultime presentano un progetto considerato adatto e di alto valore per l’intera cittadinanza, anche con il coinvolgimento di soggetti privati, disposti a fornire sostegno economico. Ad oggi il Comune è in attesa di ottenere a tutti gli effetti il passaggio di proprietà, tuttavia rimane difficile, per il momento, immaginare un futuro per l’antico magazzino.

     

    render-vico-palla-4VICO PALLA, 4
    Un altro tipo di discorso quello che interessa, invece, il civico 4 di Vico Palla. Stessa datazione storica (sempre risalente al periodo tra fine ‘400 e inizio ‘500), stesse modalità di costruzione e impiego di materiali. Anche l’uso era lo stesso: stando alla documentazione storica, al 4 di Vico Palla si trovava un antichissimo magazzino, prima deposito di sale, poi di tè, poi in tempi più recenti adibito a officina meccanica, per poi restare in disuso per decenni.
    A differenza del 9rosso, questo antico deposito in passato è stato ristrutturato nella parte esterna: l’originaria costruzione in pietra è stata coperta e la facciata rifatta completamente, lasciando solo in alcune parti visibili resti della costruzione originale, con la pietra riportata “al vivo”. E poi, altra differenza importante rispetto al dirimpettaio, il civico 4 appartiene a privati (la società di costruzione P.R.D., Progetti e Costruzioni s.r.l.). In questo caso esiste già un progetto di recupero dello stabile che prevede la trasformazione in ristorante-sala espositiva.
    L’ipotesi è stata avanzata dagli ingegneri della P.R.D.: «Il locale all’interno –ci racconta l’ingegnere Alessandro Romelli dello Studio PRD- ha un’altezza di 12 metri, per questo nel nostro progetto abbiamo avanzato l’ipotesi di sfruttare al meglio le altezze, creando un’articolazione con soppalchi sfalsati, per non ostruire la visione in nessun punto e non perdere la prospettiva d’insieme. La nostra ipotesi prevede la creazione di un ristorante o sala espositiva: teniamo aperte entrambe le possibilità, in attesa di trovare acquirenti. Abbiamo già avuto l’ok della Soprintendenza ai Beni Architettonici e siamo in attesa di trovare soggetti interessati a finanziare il progetto». A breve partiranno i primi interventi di ripristino del varco d’accesso –una struttura di 2 metri di altezza per 6 di larghezza- su Vico Malatti.

     

    Elettra Antognetti

  • Borzoli, ex Eltin: un nuovo polo per il commercio e l’artigianato

    Borzoli, ex Eltin: un nuovo polo per il commercio e l’artigianato

    Borzoli.area ex Eltin.001Un progetto dall’impatto significativo sul territorio, in particolar modo per i piccoli negozianti che temono ripercussioni negative sulle loro attività; un’iniziativa in grado di dare una parziale risposta ai problemi di viabilità e sicurezza dei cittadini, controbattono i progettisti: sono le due facce della medaglia di un intervento edilizio destinato a trasformare un buco nero della zona, rimasto tale da almeno una trentina d’anni. Stiamo parlando dell’ex fabbrica Eltin in via Borzoli, ubicata sulla destra appena si imbocca la salita in direzione Sestri Ponente, nelle immediate vicinanze dei Giardini Montecucco, tra i quartieri di Fegino e Borzoli.
    Un edificio abbandonato a se stesso, progressivamente trasformatosi in un rudere che rappresenta un pericolo per l’adiacente circolazione stradale. L’ossatura metallica del fabbricato, infatti, rimasta scoperta in seguito allo smantellamento dei pannelli di rivestimento in amianto, rischia di staccarsi e cadere sul selciato – così come i vetri delle finestre ormai in frantumi e lo stesso muro portante – a causa dell’incuria e delle sollecitazioni dovute all’incessante transito di camion e mezzi pesanti.
    A suo tempo la fabbrica Eltin realizzava quadri elettrici per le Ferrovie dello Stato. Fino al principio degli anni ’80 nel sito di Borzoli hanno continuato a svolgersi piccole attività industriali. A partire da allora l’area è rimasta un contenitore vuoto: 2000 mq di superficie inutilizzati in una zona congestionata dal traffico e gravata da numerose servitù.
    Senza dimenticare il pericolo per i danni alla salute delle persone, considerata la presenza di un manufatto rivestito di amianto a pochi metri di distanza da decine di case. «Una parziale bonifica è stata eseguita alcuni anni fa – ricorda Maurizio Braga, residente e membro del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – Le piastre che rivestivano lateralmente la struttura sono state smantellate dalla Eco.Ge S.r.l. Ma la bonifica non è ultimata, l’amianto c’è ancora, soprattutto sulla copertura dell’edificio».

    IL PROGETTO

    Adesso la società proprietaria del lotto, la Eden Serra S.r.l., ha intenzione di presentare un progetto che prevede la totale demolizione del manufatto esistente e la contestuale ricostruzione di un nuovo edificio destinato a diventare un polo per attività commerciali-artigianali, con l’aggiunta di box interrati e parcheggi.
    Per quanto riguarda il pericolo ambientale «L’amianto verrà totalmente eliminato – assicura uno dei progettisti, il geometra Paolo Sasso – Abbiamo già eseguito le verifiche e nel sottosuolo non sono presenti altre sostanze inquinanti. Una volta approvato l’intervento i lavori dovrebbero durare circa 1 anno e mezzo».

    Borzoli.area ex Eltin.011Borzoli.area ex Eltin.007

    Un piano e mezzo nel sottosuolo ed una parte in superficie – per 3000 mq complessivi – saranno destinati a parcheggi pertinenziali e box in libera vendita. Al piano terra, invece, sono previsti 600 mq di spazi commerciali «Da suddividere secondo le richieste che ci arriveranno – sottolinea la proprietà – ad esempio potranno ospitare 15 negozi, oppure 30, con varie metrature. E valutiamo anche l’ipotesi di un supermercato. Ma la suddivisione non è stata stabilita a priori. Al contrario, vogliamo vestire questi spazi in base alle diverse esigenze dei richiedenti».
    Nei due piani superiori – per un totale di circa 1200 mq – troveranno sede laboratori artigianali e magazzini, pure in questo caso a seconda delle richieste. «Le realtà artigianali della zona ci hanno segnalato la carenza di spazi per il deposito di materiali», spiega la proprietà.
    Sulla copertura dell’edificio, infine, sono previsti alcuni posti auto scoperti ed una parte, come onere di urbanizzazione, verrà ceduta al Comune per farne dei parcheggi pubblici a favore dei residenti.
    I piani superiori saranno raggiungibili tramite una rampa elicoidale, inserita all’interno del lotto, che non creerà ulteriori complicazioni alla viabilità. Anzi, uno degli obiettivi dell’iniziativa, è proprio quello di migliorare la sicurezza dei pedoni «Sfrutteremo al meglio le volumetrie in altezza – spiega il geometra Sasso – il sedime della nuova costruzione, infatti, sarà più stretto rispetto a quello attuale. L’edificio sarà distanziato dalla carreggiata stradale di circa 2 metri e lungo tutto il suo perimetro realizzeremo un marciapiede protetto da una ringhiera. Inoltre, dinanzi alla porzione che si affaccia in curva, riusciremo a ricavare uno spazio verde con alcune alberature».

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    «Abbiamo visionato una prima ipotesi progettuale – racconta Iole Murruni, presidente del Municipio Valpolcevera – Il progetto è nella fase embrionale e non è ancora stato presentato all’amministrazione comunale».
    L’iter progettuale, insomma, deve ancora partire. Come conferma la stessa Eden Serra «Il progetto è stato illustrato alla Giunta di Municipio perché l’intenzione era quella di condividerlo con l’istituzione più vicina ai cittadini – racconta la proprietà – A breve lo presenteremo formalmente ai competenti uffici comunali».
    «Il Municipio ha sfruttato l’occasione per chiedere al proponente degli interventi integrativi – spiega Murruni – allo scopo di risolvere alcune evidenti criticità: la realizzazione di un marciapiede lungo il perimetro dell’area, oggi assente; la messa in sicurezza del tratto di strada interessato e della fermata dell’autobus adiacente all’area ex Eltin. Tutte richieste accolte favorevolmente dalla proprietà».
    Parliamo di un’area privata, di conseguenza «La proprietà ha il sacrosanto diritto di realizzare la sua iniziativa – continua Murruni – Noi, come istituzione, dobbiamo cercare di conciliare le diverse esigenze, quelle del privato e quelle degli abitanti. Quindi ben venga una trasformazione in senso positivo ma occorre anche mettere in sicurezza e bonificare il sito. Concordo sul fatto che questo non sia il momento ideale per proporre qualunque operazione – ammette il presidente – considerando le problematiche che affliggono la zona».

    Da mesi i residenti di Borzoli e Fegino sono in lotta per denunciare il pericolo per la pubblica incolumità provocato dal continuo passaggio di camion lungo via Borzoli. Una strada tortuosa dove, in alcune curve troppo strette, i tir addirittura toccano i muri dei palazzi come dimostra, in maniera inequivocabile, l’intonaco scrostato.
    Ad onor del vero i problemi di viabilità sono da lungo tempo nodo irrisolto: prima i camion dell’Amiu diretti alla discarica di Scarpino, oggi gli autoarticolati della Derrick (il deposito che entro la fine di maggio si trasferirà all’aeroporto), i mezzi pesanti impegnati nei lavori per la demolizione del palazzo di via Giotto, mentre, a partire da marzo, quelli che lavoreranno per la messa in sicurezza del rio Fegino. Inoltre, la zona è interessata dai cantieri per il Nodo Ferroviario e nel prossimo futuro da quelli del Terzo Valico. Visto che tali opere dovranno durare diversi anni, l’esasperazione dei residenti è comprensibile.

    IL PUNTO DI VISTA DEI CITTADINI

    «Il presidente del Municipio Valpolcevera, alcune settimane orsono, ha convocato i residenti per confrontarsi sulle criticità del quartiere – spiega Angelo Spanò, ex consigliere provinciale dei Verdi, membro del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – In tale occasione il presidente Murruni, in via del tutto informale, ha annunciato l’ipotesi di un progetto edilizio per trasformare l’ex area industriale Eltin».
    Ma un simile insediamento, secondo Spanò, non è compatibile con il contesto «Sono previsti box, parcheggi, un supermercato, ecc. Parliamo di un maxi cubo di cemento che in altezza supererà di circa 2 piani l’attuale edificio. Si tratta di un’opera troppo impattante, soprattutto dal punto di vista ambientale e sociale. La presenza del supermercato potrebbe configurare una fonte di concorrenza sleale nei confronti dei piccoli negozianti della zona. L’amministrazione comunale ha speso un fiume di parole contro l’eccessiva presenza di strutture commerciali – ribadisce Spanò – Nel caso acconsentisse il progetto di via Borzoli sarebbe un’evidente contraddizione rispetto alle posizioni espresse più volte».

    Borzoli.area ex Eltin.017«I cittadini di Borzoli e Fegino da molti anni lamentano la presenza del buco nero della ex Eltin – spiega il presidente del Municipio Valpolcevera, Iole Murruni – Da un lato questa potrebbe essere l’opportunità per risanare una porzione di territorio. Dall’altro lato, però, le paure dei commercianti sono perfettamente comprensibili».

    «Noi chiediamo di bonificare ed in seguito recuperare l’area ex Eltin – spiegano Maurizio Braga e Mauro Zelaschi del Comitato spontaneo per Borzoli e Fegino – magari realizzando dei parcheggi pubblici dei quali si sente forte necessità – E, invece, oggi ci propongono una nuova edificazione. Il presidente del Municipio ha affermato chiaramente che qui è previsto l’insediamento del supermercato “Di per Di”, attualmente ubicato in via Borzoli, dall’altra parte della collina in direzione Sestri Ponente».

    Comunque l’area, allo stato attuale, continua a rappresentare un pericolo per la popolazione. Dunque un intervento è auspicabile «Ma non è così che si risolvono i problemi – sottolinea Spanò – Basti pensare alla viabilità: l’afflusso di automobili dei clienti e dei mezzi utilizzati dalle attività commerciali-artigianali, inevitabilmente, complicherà ulteriormente la caotica situazione con la quale ogni giorno ci troviamo a convivere».

    La proprietà è intenzionata a confrontarsi con abitanti e commercianti «Finora, però, non si sono ancora visti – raccontano Braga e Zelaschi – Fruttivendolo, macelleria, panificio, ecc., sono spaventati dall’ipotesi di un supermercato a pochi metri dai loro negozi. Così il piccolo commercio rischia di morire».
    Secondo i residenti «Gli operatori commerciali dovrebbero essere maggiormente coinvolti, invitandoli a trasferirsi nell’area recuperata. Ad esempio, si potrebbe creare una sorta di galleria commerciale con le botteghe di quartiere».
    «L’incontro con il comitato non si è ancora svolto – risponde la proprietà – Noi non vogliamo esentarci da tale passaggio. Anzi, siamo ben contenti di poter illustrare il progetto perché siamo convinti possa migliorare in maniera significativa la situazione. Eliminare un rudere e costruire un nuovo polo per attività commerciali-artigianali, infatti, rivaluta l’intera zona e pure il valore immobiliare dei palazzi circostanti».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto dell’autore]

     

  • Lagaccio: cittadini in Comune per la gestione degli spazi inutilizzati

    Lagaccio: cittadini in Comune per la gestione degli spazi inutilizzati

    Panoramica di Lagaccio e OreginaOggi, martedì 19 febbraio 2013, presso la sala consiliare di palazzo Tursi due commissioni comunali – una addetta al bilancio, l’altra al territorio – incontrano una delegazione di quartiere, composta dai rappresentanti di “Voglio la Gavoglio”, per far fronte alla situazione del quartiere Lagaccio. I temi all’ordine del giorno toccano il problema delle sorti della caserma Gavoglio, della viabilità, dell’ex autorimessa Sati. Dopo il primo incontro di quest’oggi alle ore 14.30, se ne svolgerà un secondo in data 27 febbraio.

    L’incontro è di particolare rilevanza, dal momento che cittadini e amministrazioni hanno modo di incontrarsi direttamente per decidere delle sorti del quartiere e affrontare i “temi caldi” che infiammano il Lagaccio da decenni. Tra i cittadini presenti in consiglio persiste una sostanziale unanimità nel modo di affrontare le questioni citate: si chiede la varianza dell’attuale PUC (il piano urbanistico comunale) e la messa a disposizione degli spazi della Gavoglio, da adibire a area verde; la modifica della viabilità; la cessione degli spazi e del deposito ex AMT da parte dell’amministrazione comunale ai cittadini residenti del Lagaccio, già costituiti in cooperativa.

    Oltre all’annosa diatriba sulle sorti della Gavoglio, per la quale i cittadini chiedono la modifica dell’attuale PUC con una riduzione della volumetria del costruito e un’equa tripartizione della superficie della caserma tra spazi verdi, edilizia urbana e costruzioni per il sociale (ad oggi, l’attuale PUC prevedrebbe un aumento della cementificazione del 130 per cento), anche quello della viabilità è diventato ultimamente un problema non di poco conto. Dal 4 febbraio 2013 la strada principale che attraversa il quartiere, via del Lagaccio, è stata chiusa al traffico con un blocco compreso tra la caserma Gavoglio e il superstore Pam. La chiusura è prevista fino all’ottobre 2013. Il motivo è il crollo di una parte del muro di cinta della caserma Gavoglio nel settembre del 2010, che aveva provocato anche un parziale cedimento del muro di sostegno della sede stradale.

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    Le vicende dell’ex deposito Sati sono state negli anni travagliate: l’edificio -venduto da AMT al comune, per essere prima venduto a un società esterna e poi ripreso- è completamente sgombro. Fino al ’95 era ancora occupato dai mezzi AMT, poi rimossi, e fino al ’97 ancora restavano all’interno della palazzina alcuni uffici amministrativi. Da quell’anno, tuttavia, è totalmente vuoto. Varie sono state in questi anni le proposte avanzate: prima la richiesta dei cittadini di creare parcheggi con un costo “politico” per gli abitanti del Lagaccio; poi la proposta di acquisto da parte di Genova Parcheggi di realizzare box, venduti a prezzi poco “popolari” per il quartiere; e ancora la proposta da parte delle associazioni di quartiere e dei cittadini privati di occupare i piani inferiori della palazzina (ai piani superiori, invece, 4 appartamenti sono già stati venduti).

    Al centro dell’incontro anche il deposito AMT del quartiere: attualmente adibita a posteggi privati, la sua struttura, articolata su più livelli, è stata deposito della ditta Sati fino alla metà degli anni ’70, per poi diventare di proprietà Amt, dopo che rilevò l’azienda e continuò a erogare (con i mezzi ex SATI rimasti a disposizione) servizi già precedentemente forniti dalla ditta, soprattutto sulle linee Recco – Uscio – Monleone. Tuttavia, ben presto il deposito venne chiuso e lasciato in stato di abbandono. A tale proposito, ben presto si fecero sentire le prime avvisaglie di protesta da parte dei cittadini, anche se le espressioni più forti di disagio e malcontento sono relativamente recenti e risalgono a quattro, cinque anni fa. Ciò che la cittadinanza chiedeva all’epoca -e chiede tuttora- è che i due piani inferiori ancora inutilizzati della palazzina ex AMT vengano messi a disposizione degli abitanti del Lagaccio e che siano destinati a scopi sociali, ad esempio attraverso la realizzazione di strutture pensate per i giovani o per gli anziani. Si tratta in questo caso (a differenza della questione Gavoglio) di spazi di proprietà del comune, che non coinvolgono soggetti terzi, e proprio al comune gli abitanti chiedono di poter gestire gli spazi.

     

    LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

    Già nel 2009 le associazioni di quartiere (ben 25, per la precisione, tra cui: Quartiere in Piazza, GAL – Gruppo Amici Lagaccio, Amici di via Napoli, Centro Sociale Terra di Nessuno, Fratellanza Artigiana, Gruppo Giovani di Oregina, e altri) avevano riunito le loro forze e avevano costituito una vera e propria “rete”, denominata “Arcipelago Lagaccio”, andando poi a confluire nel gruppo “Voglio la Gavoglio”. Le associazioni, rappresentanti appunto i quartieri di Lagaccio, Oregina e San Teodoro, esasperate della situazione “difficile” in cui versano i quartieri in questione e demoralizzati dalla mancanza di attenzione ricevuta dalle varie amministrazioni, avevano deciso di redigere all’epoca un documento, stampato in proprio e datato 20 maggio 2009, per lamentare alcuni problemi da sottoporre all’attenzione generale. All’epoca, l’occasione per far sentire la propria voce era stata fornita dall’annoso problema della costruzione della moschea. La proposta di insediamento del luogo di culto nel quartiere del Lagaccio aveva acceso i riflettori –a detta dei cittadini stessi- sui limiti del quartiere e sul suo stato di abbandono, urbanistico e culturale. A distanza di quattro anni, poco è cambiato.

    Per quanto riguarda l’ “Arcipelago Lagaccio” e la funzione svolta dalle associazioni nel quartiere, la rete che si è costituita negli anni vuole dare una risposta “dal basso” ai bisogni del territorio, sia sul piano sociale che urbanistico. Attorno alle associazioni, tutte rigorosamente volontarie, orbitano un gran numero di persone motivate a cambiare le cose: le loro attività sono vaste e coprono diversi settori, da quello sportivo e ludico, a quello solidaristico e culturale. In particolare, nel caso di GAL – Gruppo Amici Lagaccio, si tratta di un circolo per anziani (legato al vicino centro sociale Antea) che nasce come risposta all’isolamento cui queste persone sono spesso costrette e che ad oggi vede la partecipazione di oltre 250 “nonni” del quartiere –e non solo-, cui offre possibilità di aggregazione e risoluzione delle problematiche legate all’assistenza primaria. A parlarci di queste realtà, Salvatore Fraccavento, attivo sostenitore di GAL e “Voglio la Gavoglio”, ex consigliere comunale e cittadino impegnato per il suo quartiere (che infatti presenzierà agli incontri comunali del 19 e 27 febbraio):

    «Vogliamo impegnarci per il riscatto del Lagaccio, il nostro quartiere, che amiamo moltissimo. Tutti noi ci stiamo dando molto da fare, creando aggregazione nel quartiere, offrendo servizi agli anziani e radunando anche molti giovani. Solo qualche giorno fa abbiamo organizzato una festa e abbiamo raggiunto 300 persone: c’erano 4 generazioni, dai nonni ai pronipoti. È una bella soddisfazione, e noi facciamo del nostro meglio, solo che ci mancano le strutture: siamo stati costretti a organizzare la festa all’aperto perché non abbiamo spazi adatti ad ospitare più di 30 persone alla volta. Organizziamo spesso eventi, alla presenza di personaggi anche di rilievo, come Luca Borzani (presidente Fondazione per la cultura Palazzo Ducale, ndr.), ma siamo molto limitati. Al Lagaccio non c’è niente, ci sono solo gli spazi della rimessa AMT e della Gavoglio, e noi li rivendichiamo e chiediamo al comune che ce li lasci gestire, che ci dia qualcosa! Svolgiamo da anni, 365 giorni all’anno, una funzione importante per il Lagaccio, ma non chiediamo niente, non vogliamo soldi, vogliamo solo rendere vivibile il nostro quartiere e darci una possibilità di riscatto. Oggi in consiglio comunale chiederemo questo: la concessione di questi spazi inutilizzati, per ridare dignità a un quartiere a cui mai è stato dato nulla».

     

    Elettra Antognetti

  • Foce, restyling piazza Palermo: pronto un nuovo piano di interventi

    Foce, restyling piazza Palermo: pronto un nuovo piano di interventi

    posteggi-linee-blu-area-piazza-palermoConclusi da qualche mese i lavori di riqualificazione di piazza Palermo, cuore pulsante del quartiere della Foce, già si parla di apportare altre migliorie. Dopo il restyling e l’inaugurazione dello scorso 20 novembre 2012, per piazza Palermo – luogo frequentato dai genovesi soprattutto per il mercato allestito il lunedì e il giovedì mattina-  è già pronto un altro piano di interventi. A raccontarcelo, Gianluca Manetta, assessore all’assetto del territorio, viabilità su base locale, interventi manutentivi e vice presidente del Municipio VIII.

    Dopo i primi interventi eseguiti da Aster (dalla manutenzione del verde, alla realizzazione di spazi gioco pensati soprattutto ad uso dei bambini delle scuole affacciate sulla piazza, come l’elementare Barrili) e deliberati nello scorso mandato, anche la nuova amministrazione prosegue sulla stessa linea. L’obiettivo, fare della piazza un luogo fondamentale di aggregazione per l’intero quartiere. Il vice presidente Manetta parla di «miglioramento della fruizione della piazza mediante manutenzione permanente e completamento dell’opera di razionalizzazione». Il progetto vuole coinvolgere negozi, mercato, plesso scolastico comprendente l’istituto nautico e l’elementare Barrili, e i locali dello Spazio Magico. La finalità di queste migliorie è, tra le altre cose, anche strettamente urbanistica: si cerca di aumentare la visibilità della piazza, ridefinendone la prospettiva, migliorandone la parte centrale di ritrovo e di svago, e avvicinandola alle esigenze del pedone.

    Le proposte di Manetta si articolano in quattro punti fondamentali, alcuni dei quali tra loro alternativi. Quali di questi verranno effettivamente realizzati è ancora da decidersi.

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    Ecco in dettaglio:

    Pedonalizzazione della corsia riservata alle automobili sul lato della piazza su cui si affaccia il plesso scolastico, in modo da creare un continuum tra scuola e parco, rendendo più immediata la fruizione da parte dei bambini e riducendo il rischio relativo all’attraversamento pedonale all’uscita da scuola;

    Modifica del senso di marcia dei due bracci stradali attorno ai giardini centrali, con l’inversione del senso della carreggiata sul lato delle scuole in modo da uniformare la direzione di marcia in entrambe le corsie. Inoltre, è prevista la realizzazione di parcheggi per favorire i residenti e alleggerire il traffico e la soste legate alle scuole;

    – Creazione di un attraversamento pedonale rialzato sul lato delle scuole, collegato all’area verde al centro della piazza (misura per la quale sono stati posti vincoli legislativi che fanno presagire l’impossibilità di continuare l’iter per la realizzazione);

    – Asfaltatura del marciapiede di piazza Palermo, sul lato opposto agli edifici scolastici, in cui sono presenti esercizi commerciali e negozi. Lo stesso è da realizzarsi anche nella vicina via Montesuello. Inoltre, sempre su questo lato, si è pensato a un allargamento del marciapiede, in modo da agevolare il passaggio e favorire il commercio dei vari esercizi;

    – Coinvolgimento dei bambini della scuola Barrili nel progetto Unicef di colorazione dei marciapiedi: mediante l’uso di appositi colori, i bambini sono chiamati a ridipingere con creatività i marciapiedi della loro città. La realizzazione del progetto, particolarmente caldeggiato da Manetta, si ispira a quanto già realizzato nella centralissima via Fiasella, traversa di via XX Settembre. Qui, nel novembre 2011 era stata promossa l’iniziativa “Il Labirinto del Colore”, compresa nel più generale programma promosso da Unicef “I colori dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”: si trattava di una realizzazione ludico-didattica in cui gli alunni delle scuole genovesi –tra cui quelli del liceo artistico Klee Barabino– si sono fatte promotrici della realizzazione della “Via Amica dei Bambini”. All’epoca, l’iniziativa era stata pensata anche per dare un segnale di incoraggiamento e ripresa, dopo l’evento tragico dell’alluvione. «Oggi -racconta l’assessore Manetta- si tratta soprattutto di sviluppare senso critico e civico nei bambini, coinvolgendoli nel modello di “città partecipata” già sperimentato in altre città italiane».

    Per quanto riguarda il mercato, invece, è ormai stata definitivamente accantonata l’idea dell’apertura domenicale, fortemente voluta dagli ambulanti. La sperimentazione, che era stata avviata nell’aprile 2011 e che prevedeva l’allestimento del mercato per tutta la giornata di domenica dalle 9 alle 18.30, era venuta poi meno a causa dei dissapori tra associazione ambulanti e residenti, che ponevano problematiche relative a parcheggi e mobilità nel quartiere. Dopo l’insediamento, la nuova amministrazione ha deciso di interpellare ancora una volta i cittadini, per sondarne gli umori e proporre sedi alternative per l’allestimento domenicale. L’indagine ha rivelato il persistere di un’incertezza di base tra i residenti e la mancanza di unanimità, fattori che impediscono ancora oggi di trovare un accordo.

     

    Elettra Antognetti

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Abbazia di San Giuliano, dal restauro all’edilizia privata: luci e ombre

    Abbazia di San Giuliano, dal restauro all’edilizia privata: luci e ombre

    È una storia infinita quella del risanamento e dell’auspicabile valorizzazione dell’Abbazia di San Giuliano – splendido edificio religioso risalente al X secolo, affacciato direttamente sul mare – tra contenziosi legali che hanno coinvolto le ditte impegnate nell’opera, conflitti di competenze e soldi che mancano. I primi restauri risalgono addirittura agli anni ’70. Nel 1992, in occasione delle “Colombiadi”, viene rifatta la facciata. Nel 1999 con i fondi del gioco del Lotto si finanzia un nuovo intervento. E nel 2000, pure un secondo. I lavori procedono a singhiozzo fino al 2006 quando, sotto la direzione dell’architetto Guido Rosato (Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Liguria), entrano nel vivo. Purtroppo le risorse economiche non sono sufficienti e tutto si blocca nuovamente, con il rischio che l’incuria ed il trascorrere del tempo, vanifichino i risultati raggiunti.

    A questo punto è necessaria una premessa «L’abbazia, la chiesa vera e propria per intenderci, e alcuni locali annessi, non sono di proprietà del Demanio dello Stato, bensì sono tuttora proprietà privata dei Monaci Benedettini di Montecassino – spiega il Direttore della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria, l’arch. Maurizio Galletti – Per questo motivo non dipende esclusivamente da noi il recupero integrale del bene, nonostante il valore che tale patrimonio culturale riveste per l’intera città».
    Il resto del complesso monumentale, invece, è di proprietà del Demanio il quale, tra il 2000 ed il 2002, l’ha consegnato in custodia al Ministero dei Beni Culturali. Subito dopo partono i lavori. «L’amministrazione ha trovato parecchie difficoltà – sottolinea Galletti – Ci siamo confrontati anche con alcune occupazioni abusive. Inoltre, gli interventi presentavano un notevole grado di difficoltà. Abbiamo dovuto realizzare un adeguamento impiantistico funzionale alle future esigenze».

    «Sappiamo che i Benedettini sono intenzionati ad alienare la parte di loro proprietà – continua Galletti – Il Ministero è stato contattato ma non dispone del denaro sufficiente per acquisire la parte privata».
    Il Direttore Regionale aggiunge «Ci stiamo muovendo alla ricerca di un accordo con la Regione Liguria affinché sia possibile utilizzare i fondi comunitari. Anche non acquisendo la chiesa, potremmo comunque trovare il modo per valorizzarla».
    In altri tempi, economicamente più floridi, si poteva sperare in un investimento privato «Oggi, invece, attraversiamo una fase negativa – continua Galletti – e nessuno è disposto ad investire».

    «L’abbazia di San Giuliano va difesa in quanto significativa testimonianza storica, sopravvissuta all’edificazione selvaggia di Corso Italia – spiega la professoressa Franca Guelfi, ex presidente della sezione genovese di Italia Nostra – L’acquisizione da parte del Ministero dei Beni Culturali, anche grazie all’impegno della nostra associazione, è indubbiamente un fatto positivo. Ma è grave che non si sia proceduto celermente nell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione».
    Adesso potrebbe essere giunta l’ora della svolta, almeno per quanto riguarda la parte che si affaccia su Corso Italia, quello che un tempo era il convento dei Benedettini «Siamo arrivati al dunque – racconta l’arch. Galletti – stiamo completando la riqualificazione della facciata, della pavimentazione, ecc. Alcuni locali diventeranno degli uffici. L’obiettivo è trasferire qui il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Genova, attualmente ospitato nel complesso monumentale di S. Ignazio, accanto all’Archivio di Stato. Hanno necessità di maggiore spazio, quindi abbiamo pensato al trasferimento a San Giuliano. Inoltre, qui sarà insediato anche l’Ufficio Esportazione, ovvero il reparto adibito a valutare una serie di oggetti di proprietà privata che possono o meno, a seconda dell’interesse culturale dei beni, essere liberamente esportati all’estero oppure devono sottostare a precise regole per un esportazione esclusivamente finalizzata al loro specifico interesse culturale (mostre, esposizioni, ecc.)».
    In questo modo la Direzione Regionale raggiunge anche un secondo obiettivo: il risparmio di risorse in ottica “spending review”, grazie allo spostamento di alcuni uffici della Soprintendenza Archivistica della Liguria, oggi in locazione passiva, presso la sede di S. Ignazio.

    Il consigliere del Municipio Medio-Levante, Bianca Vergati (Sel-Lista Doria), ha scritto una lettera alla direzione regionale per chiedere lumi sulla tempistica dei lavori «Ci auguriamo che a breve, almeno sulla passeggiata sia concluso il cantiere, in modo da restituire alla città la parte che dà su Corso Italia. Per il prossimo futuro – annuncia Vergati – vorremo chiedere l’assegnazione di uno spazio da destinare alla cittadinanza».
    «Oggi stiamo portando avanti gli interventi per rendere funzionali gli uffici – spiega ancora Galletti – E stiamo programmando dei fondi economici aggiuntivi. Inoltre, abbiamo ricevuto un’erogazione liberale da parte di un privato destinata specificatamente al restauro di San Giuliano». Se tutto va bene, considerando le risorse che dovrebbero arrivare nel 2013 «Auspichiamo di concludere l’opera nel 2014», aggiunge il Direttore Regionale.

    Nell’1983-’84 l’associazione Italia Nostra, insieme agli esponenti della Soprintendenza ed alla Facoltà di Architettura, inserisce l’abbazia di San Giuliano nella proposta dei lavori da eseguire in vista delle “Colombiadi” del ’92. «Ci siamo attivati già 8-9 anni prima dell’appuntamento – ricorda Guelfi – nella proposta rientravano: il complesso di S. Ignazio, il chiostro di S. Gerolamo (dietro all’ospedale Gaslini) e l’abbazia di San Giuliano».
    In seguito, la Soprintendenza avvia una serie di restauri: «I lavori, come sappiamo, sono proseguiti tra mille problemi ma, finalmente, si è arrivati alla rifinitura dell’edificio ed è stata individuata anche la sua futura destinazione – sottolinea Guelfi – Il “cantiere infinito” riguarda l’antico convento dei Benedettini».
    La chiesa sul lato sud fronte mare necessita soprattutto di adeguata manutenzione. «La chiesa è in buone condizioni – continua Guelfi – Non è sconsacrata ed è ancora utilizzata in determinate occasioni. Sono il disuso e l’abbandono che generano il degrado, non viceversa. In tutta l’area circostante, infatti, regna il disordine».

    LUNGOMARE LOMBARDO E LE OMBRE SULLE UNITA’ ABITATIVE DELLA ZONA

    Lungomare Lombardo è il percorso pedonale che circumnaviga l’abbazia di San Giuliano collegandola a ponente e levante con Corso Italia. Il complesso monumentale e la passeggiata rappresentano un insieme dall’alto valore paesaggistico.
    «Italia Nostra più volte si è occupata di San Giuliano sottolineando l’importanza di preservare tutta l’area circostante – spiega Guelfi – È un nucleo storico sopravvissuto dopo la costruzione di Corso Italia nel ‘900: un intervento per certi aspetti molto pesante che, ad esempio, ha comportato la demolizione della chiesetta di S. Nazario a Punta Vagno».
    La zona di Lungomare Lombardo, secondo l’ex presidente di Italia Nostra, deve recuperare il rapporto primario con il mare. «Questa è la prima cosa da salvaguardare. Ora c’è un accesso libero stretto tra due stabilimenti balneari, manufatti che chiudono l’ingresso al mare. La zona a mare, invece, dovrebbe essere liberata».
    Ma non è tutto. Nella parte a monte dell’abbazia un tempo c’erano degli orti, oggi trasformati in spazi delimitati da rudimentali cancelli e trasformati in una sorta di magazzini, forse utilizzati dagli adiacenti stabilimenti.
    «Non si capisce se sono di proprietà pubblica o privata – continua Guelfi – Durante la ristrutturazione ci avevano assicurato il massimo impegno per liberare tali spazi. Ma a distanza di anni la situazione non è cambiata».

    Il tratto di Lungomare Lombardo lato levante appare in buone condizioni dopo un’attenta riqualificazione. Il lato ponente, invece, è stato al centro di una mozione presentata dal consigliere Bianca Vergati presso il Municipio Medio-Levante.
    «Ho proposto il completamento della riqualificazione di Lungomare Lombardo – spiega Vergati – Un’iniziativa che potrebbe essere compresa nell’ambito della “riqualificazione di Corso Italia”, richiesta formulata dal Municipio riguardo il Piano Triennale Lavori Pubblici del Comune di Genova».
    Il problema, però, è nel conflitto di competenze «Non si comprende quale sia la responsabilità sul tratto di Lungomare Lombardo lato ponente: Demanio, Soprintendenza, ecc.», si domanda il consigliere.

     

     

     

     

     

     

     

    Vergati chiede chiarimenti anche per quanto riguarda la concessione del parcheggio ai residenti delle due unità abitative contrassegnate dai civici n. 16 e 18 di Lungomare Lombardo, due edifici privati ubicati proprio a ridosso dell’abbazia. «Si tratta di una vecchia concessione che andrebbe eliminata – spiega Vergati – La Polizia Municipale ha constatato il rilascio di tale permesso da parte della Soprintendenza, non riuscendo ad impedire il posteggio in “zona pedonale”, come si evidenzia nei cartelli posti da entrambi gli accessi».
    Infine, il consigliere del Medio Levante riporta una voce preoccupante «Pare che i residenti di Lungomare Lombardo (civici n. 16-18) abbiano chiesto la sopraelevazione della loro proprietà».

    «In Lungomare Lombardo ci sono dei contenziosi aperti che si trascinano da decenni – risponde l’arch. Maurizio Galletti – Si tratta di rivendicazioni d’uso da parte di terzi in zona demaniale».
    Le due unità abitative (i civici n. 16-18) sono il risultato di occupazioni avvenute anni addietro. E, secondo il Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria, la loro rivendicazione d’uso non sarebbe ancora stata accolta dal Demanio.
    Se davvero i proprietari di questi edifici intendono presentare un progetto di ampliamento tramite sopraelevazione «Non credo che un simile intervento otterrebbe il via libera – conclude Galletti – comunque sia, noi siamo pronti ad opporci con fermezza».

     

    Matteo Quadrone
    [Foto dell’autore]

  • Genova Cornigliano: orto sinergico a Valletta Rio San Pietro

    Genova Cornigliano: orto sinergico a Valletta Rio San Pietro

    Siviglia, orto collettivoIl metodo di agricoltura sinergica è stato ideato in Spagna da Emilia Hazelip e si basa sull’assunto che il suolo sia un organismo autonomo in grado di auto-rigenerarsi: mentre la terra fa crescere le piante, queste creano a loro volta suolo fertile attraverso il rilascio di residui organici dalle radici (microrganismi, batteri, funghi, etc).

    La coltivazione sinergica si basa dunque su un rispetto assoluto delle condizioni naturali del suolo: se nell’agricoltura “tradizionale” il terreno è arato e modificato a seconda delle stagioni, le colture sinergiche sono invece permanenti e avvengono in aiuole rialzate di circa 30-40 cm rispetto al terreno su cui gli agricoltori camminano e lavorano. Le piante inoltre non vengono estirpate, ma tagliate in modo che le radici si decompongano naturalmente nel terreno, rilasciando gli organismi che ne alimentano la fertilità.

    Questo il metodo portato avanti dall’associazione nazionale Terra! Onlus, che ha base a Genova ma ha contribuito a creare orti sinergici in numerose città italiane. Dal 2004 opera a Vesima, dove è stato creato il primo orto sinergico, mentre dal 2011 Terra! è attiva anche nel quartiere di Cornigliano.

    La referente genovese di Terra! Giorgia Bocca ci illustra il progetto: «Facciamo parte della rete Yepp!, con cui abbiamo ideato un progetto di orto collettivo per la riqualificazione di Valletta San Pietro: al nostro arrivo era un roveto degradato e abbandonato a sé stesso, abbiamo iniziato pian piano a riqualificarlo. Lo spazio è gestito da un gruppo informale, persone che singolarmente o in gruppo coltivano un pezzetto di orto, con un coordinatore che ne supervisiona le attività».

    Tra i progetti futuri un laboratorio didattico con le scuole di Cornigliano e Sestri Ponente, che partirà probabilmente ad aprile 2013, e corsi di autosostentamento per chi vuole vivere in maniera più sostenibile: «Il coinvolgimento delle persone parte da una corretta informazione sulle possibilità e alternative che ci sono nelle scelte quotidiane: chi vuole contribuire come volontario a Terra! deve anzitutto essere beneficiario delle attività che vengono svolte».

    Quanto è importante il legame con le istituzioni per proseguire in questo progetto? «A breve presenteremo al Municipio e alla Società per Cornigliano un progetto di maggiore intervento su Valletta San Pietro, curato dall’architetto Silvia Cama, in vista del Festival degli orti sinergici 2013 che si terrà a metà luglio. Il contributo delle istituzioni è fondamentale, ma la cittadinanza attiva parte anzitutto dal “parlare con il vicino di casa”, che è paradossalmente l’obiettivo più difficile da raggiungere: quando abbiamo iniziato la riqualificazione del parco, gli abitanti della zona ci guardavano dalla finestra, nessuno faceva domande; poi qualcuno ha iniziato a scendere, uscire di casa e parlare con noi; dopo qualche tempo, grazie a un lento e costante passaparola, tutto il quartiere sapeva di noi e molte persone volevano dare una mano. Anche per questa ragione, lo scorso anno, abbiamo deciso di spostare il Festival degli orti sinergici da Vesima e Cornigliano: la partecipazione del quartiere – sia i singoli abitanti sia scuole, Municipio, Arci e associazioni – è stata molto attiva e numerosa».

    Per contribuire alle attività di Terra! è possibile aderire inviando una mail a genova@terraonlus.it.

    Marta Traverso

  • Val Polcevera, Certosa: orti urbani in via Piombelli

    Val Polcevera, Certosa: orti urbani in via Piombelli

    Stop alla cementificazione in via Sergio Piombelli, un’angusta strada che si inerpica sulle alture di Certosa, in una zona popolosa e già ampiamente urbanizzata. Il Consiglio del Municipio Valpolcevera, nell’ultima seduta svoltasi il 19 dicembre scorso, ha espresso, all’unanimità, parere favorevole alla riqualificazione della zona – l’area Mantero, nella parte alta di via Piombelli – su cui da decenni incombe lo spettro di un’edificazione selvaggia.
    Diversi progetti si sono susseguiti nel tempo – a partire da fine anni ’80 – ma hanno dovuto fronteggiare la strenua opposizione dei residenti, riunitesi nel comitato spontaneo di via Piombelli, capaci di mettere in luce i problemi di viabilità e soprattutto quelli idrogeologici, da sempre presenti nell’intera collina.
    Nel 2009 la Giunta comunale ha rigettato definitivamente qualunque ipotesi di nuova costruzione. Infine, con la deliberazione del 21 marzo 2012, il Consiglio comunale ha approvato una variante al P.U.C. per l’approvazione del progetto di demolizione di un edificio produttivo incongruo e la ricostruzione di un edificio residenziale a Teglia, con l’esecuzione, in via Piombelli, delle opere di urbanizzazione connesse.

    «Oggi, anche grazie a quest’ultimo atto del Consiglio municipale, l’area Mantero sarà destinata a orti urbani e verranno realizzati altri interventi fondamentali per migliorare la viabilità di un’irta via di collina priva di sbocco veicolare e gravata da pesanti servitù pubbliche – spiega Patrizia Palermo, attualmente Assessore del Municipio Valpolcevera, ma per lungo tempo membro del comitato – Via Piombelli è stretta tra due viadotti dell’autostrada, delimitata dai ponti della ferrovia i cui binari l’attraversano anche in sotterranea (galleria Bersaglio), è stata negli anni fortemente cementificata e aggredita anche dall’inciviltà di una grande discarica abusiva di rifiuti tossici, ancora presente anche se messa parzialmente in sicurezza, che ha inquinato le nostre vite per decenni».

    «È una decisione importante per l’impulso che darà alla riqualificazione della zona – spiega Davide Ghiglione, consigliere del Municipio Valpolcevera (Federazione della Sinistra) – per quel che concerne la risistemazione della strada, la creazione di alcuni parcheggi e soprattutto degli orti urbani».

    Il parere favorevole espresso dal Consiglio municipale è stato sottoposto alle seguenti condizioni: il tratto di via Piombelli in cui è previsto l’ampliamento del sedime stradale sia interessato da un ulteriore potenziamento delle caditoie; nella parte sinistra dell’area, verso il circolo Arci “Pigna”, venga creata un’area permeabile destinata a parcheggio; l’area sia ceduta interamente al pubblico e destinata a orti urbani.

    «In virtù del ruolo di assessore che attualmente ricopro in Municipio non svolgo più l’attività di membro del Comitato di via Piombelli ma non posso che guardare con estremo favore a questa lunga vicenda che per anni mi ha visto direttamente coinvolta – conclude Patrizia Palermo – È stato un esempio di impegno civile dei cittadini del comitato e di serio svolgimento dei compiti istituzionali da parte del Municipio e del Comune che sono stati attenti alle richieste avanzate nel corso del tempo».

     

    Matteo Quadrone

  • Società per Cornigliano, dalle aree Ilva al futuro del quartiere

    Società per Cornigliano, dalle aree Ilva al futuro del quartiere

    Villa BombriniUna società per azioni (a prevalente capitale pubblico) costituita per realizzare – grazie ai finanziamenti stanziati da varie leggi nazionali – gli interventi di risanamento ambientale, riconversione e valorizzazione delle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico Ilva (ex Italsider) di Cornigliano, al fine di consentire nuovi insediamenti socio-produttivi strategici di rilevante interesse regionale, ambientalmente compatibili. Stiamo parlando della Società per Cornigliano Spa, nata ufficialmente il 22 febbraio 2003 in applicazione dell’art. 53, comma 2, della legge 28 dicembre 2001, n. 448 e della legge Regione Liguria 13.6.2002, n. 22. I soci sono: Regione Liguria (45%); Comune di Genova (22,5%); Provincia di Genova (22,5%); Invitalia Partecipazioni SpA, società interamente partecipata da Invitalia SpA, a sua volta interamente partecipata dal Ministero dell’Economia (10%). Il capitale è di euro 11.975.277,00. Attualmente nel Consiglio di Amministrazione siedono, tra gli altri: Stefano Bernini (nominato dal Comune di Genova), Presidente; Giovanni Calisi (nominato dalla Provincia di Genova), Vice Presidente; Claudio Burlando (di diritto, nominato dalla Regione Liguria), consigliere. Il direttore è Enrico Da Molo.

    Insieme alla Società Per Cornigliano operano, in virtù di contratti di mandato, due altre società a prevalente capitale pubblico:

    FILSE SpA (Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico) si occupa di tutte le attività finanziarie e amministrative; Sviluppo Genova SpA (società pubblico-privata costituita per realizzare iniziative dirette alla riqualificazione ambientale di Genova e della sua provincia, attraverso il riutilizzo di aree industriali dismesse o in via di dismissione) cura tutte le attività tecnico-ingegneristiche, in particolare è la stazione appaltante per la maggior parte dei lavori di demolizione, smantellamento, bonifica e costruzione.

    In questo particolare momento storico – segnato dalla gravissima vertenza dell’Ilva di Taranto in cui sono in gioco due diritti fondamentali, ossia lavoro e salute – potrebbe essere utile ragionare sulle scelte politiche compiute a Genova alcuni anni fa, valutare i risultati raggiunti ed esplorare le prospettive future.

    Accordo di programma

    Il superamento della produzione siderurgica “a caldo”, altamente inquinante, è stato, per più di due decenni, una delle maggiori problematiche del territorio genovese. La tematica, nata negli anni ’80 sotto la spinta dei Comitati locali – in particolare quello delle “Donne di Cornigliano” – ha visto numerosi tentativi di soluzione per tutti gli anni ’90, complicati dal fatto che, nel frattempo, da statale qual era (Italsider), la proprietà dello stabilimento era divenuta privata (ILVA, del Gruppo Riva).

    Nel novembre 1999 venne stipulato un primo Accordo di Programma che però non ha trovato pratica applicazione.
    Nel luglio del 2005 si è finalmente raggiunta un’intesa tra le parti – (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministeri dell’Economia, del Lavoro, dell’Ambiente, per le Attività Produttive, per le Infrastrutture, Ilva SpA, Regione Liguria, Provincia, Comune e Prefettura di Genova, organizzazioni sindacali, ecc. – consacrata nella firma, l’8 ottobre 2005, dell’Atto Modificativo.

    In seguito a tale l’intesa è stata interamente dismessa la produzione a caldo – l’ultima colata è del 29 luglio 2005 – e aree per circa 343.000 mq. sono state restituite alle istituzioni pubbliche (265.000 mq. alla Società Per Cornigliano e 78.000 mq. al demanio aeronautico, utilizzate dall’aeroporto).

    Più nel dettaglio, in conseguenza dell’art. 53 della legge 448/2001 e dell’Atto Modificativo del 2005, Società Per Cornigliano è divenuta proprietaria di tutta l’area del compendio siderurgico di Cornigliano, per 1.316.000 mq. (a cui va aggiunta l’area di Villa Bombrini, acquistata dalla Società nel 2008, per ulteriori 19.000 mq.).
    L’area di 265.000 mq. dismessa dalla siderurgia e nella disponibilità della Società Per Cornigliano è destinata, dopo la bonifica, al corridoio infrastrutturale costituito dalla nuova Strada di Scorrimento a Mare (77.000 mq.), a funzioni logistico-portuali a cura dell’Autorità Portuale (128.000 mq.) e a funzioni urbane (60.000 mq.). Peraltro, la riqualificazione urbana del quartiere interessa un ambito ben più vasto, di circa 230.000 mq.
    Sulla restante area (di 1.050.000 mq.), ILVA dispone di un diritto di superficie fino al 2065 (che si aggiunge a un’area di 44.000 mq. di sua proprietà e alla rinnovata concessione sulla banchina per 76.000 mq.).

    Progetto Strada a mare di Cornigliano

    «Tuttavia, l’occupazione è stata salvaguardata (circa 2000 addetti diretti, oltre l’indotto), attraverso un piano industriale che potenzia le attività “a freddo” (nell’area di circa 1.050.000 mq. concessa in diritto di superficie per 60 anni al Gruppo Riva) e che, in attesa dei nuovi impianti previsti dal piano industriale, ha impiegato, per un periodo di cinque anni, circa 500 lavoratori posti in cassa integrazione in progetti di pubblica utilità promossi dagli Enti locali (tutela del verde, manutenzioni e altro) – spiega il sito web della Società per Cornigliano – E’ un raro, se non unico, esempio di impresa redditizia (il gruppo Riva è uno dei principali gruppi industriali italiani e il sesto produttore mondiale di acciaio) che viene trasformata (e in parte dismessa) per una finalità di riqualificazione ambientale – conclude la Società per Cornigliano – così come è un raro esempio di raggiunto equilibrio tra le imprescindibili esigenze ambientali e le legittime preoccupazioni occupazionali».

    Sul delicato punto della difesa dei livelli occupazionali, però, i pareri sono discordanti.
    Il 26 ottobre scorso a Genova si è svolto un incontro, promosso da Legambiente, intitolato “Genova chiama Taranto. Il caso acciaio. Ambiente e lavoro sono la stessa cosa”, un’occasione propizia per ricordare le vicende che hanno reso possibile superare il ciclo a caldo a Cornigliano.
    Stefano Bernini, attuale Vice Sindaco e assessore all’urbanistica del Comune di Genova ma per lungo tempo alla guida del Municipio Medio Ponente, così si è espresso sulle aree «Il conto è stato fatto sul lavoro che poteva essere dato e la porzione liberata e già destinata dalla Società per Cornigliano ad attività portuale in parte occupa addetti, ma la quantità di occupati per metro quadrato non è soddisfacente».
    In merito all’Accordo, Bernini precisa ad Era Superba «Effettivamente non è stato rispettato, ma va detto che è sempre esistito un sistema di tutela economica a garanzia dei lavoratori. In seguito è sopraggiunta la crisi ed oggi la delicata situazione di Taranto ha complicato le cose. Bisogna sottolineare, però, che la riconversione di un’impresa siderurgica non si traduce nella contemporanea riconversione dei posti di lavoro. In altri termini non è facile riassorbire tutta l’occupazione in nuove attività portuali e logistiche che si vengono a creare».

    Federico Pezzoli, delegato Fiom all’ILVA di Genova Cornigliano, è uno dei 1750 dipendenti rimasti «Nel 2005 eravamo 3000, oggi siamo 1750, 1150 dei quali impiegati nei contratti di solidarietà. L’Accordo di Programma ha permesso la trasformazione dell’area a caldo di Cornigliano potenziando quella a freddo, nessuno è stato licenziato, però la forza lavoro è scesa da 2700 persone a 1700 attraverso 7 anni di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) e Contratti di Solidarietà (CdS)». Poi ha aggiunto «Se si fosse optato per un forno elettrico ecocompatibile forse oggi i problemi del sito genovese non esisterebbero».

    Per quanto riguarda la salute pubblica, invece, il miglioramento è stato evidente già a partire dal 2002, quando venne chiusa la cockeria per ordine della magistratura del capoluogo ligure.
    L’insediamento industriale, fin dagli anni ’50, generò un notevole degrado dell’ambiente urbano provocato, soprattutto, dalle forti emissioni in atmosfera di ossido di carbonio, benzene, benzopirene, biossido di zolfo, ossidi di azoto e polveri, prodotti dagli impianti ubicati a stretto contatto con le abitazioni.
    Oggi, a seguito della chiusura delle lavorazioni a caldo, la maggiore fonte di inquinamento dell’aria del quartiere è costituita dal traffico veicolare che percorre via Cornigliano, l’unica strada di collegamento (esclusa l’autostrada) tra il Ponente e il centro cittadino.
    «La chiusura della cokeria di Cornigliano ha permesso un abbattimento immediato di malattie e ricoveri, anche dei bambini del quartiere – spiega il dott. Federico Valerio, chimico ambientale che per anni ha lavorato presso l’Ist (Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova) – E ha reso gli abitanti di Cornigliano simili a quelli di altre parti della città che comunque hanno a che fare con l’inquinamento automobilistico, che è altra cosa da quello di una cokeria».
    Della preziosa esperienza Ist beneficerà l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente pugliese (ARPA Puglia) che ha adottato la procedura degli studi epidemiologici genovesi. Nonostante ciò, ha aggiunto Valerio «Il sottoscritto che ha diretto quel laboratorio ottenendo questi risultati è andato in pensione e nessuno sta pensando di sostituirlo, perché la prevenzione primaria non rende, quindi non interessa».

    Risorse finanziarie

    Le risorse complessive a disposizione – fondi di competenza del Ministero dell’Ambiente, del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e della Presidenza del Consiglio dei Ministri – ammontano (al lordo degli oneri finanziari) a euro 216 milioni circa.
    Sulla base delle valutazioni al momento disponibili si stima che gli interventi di bonifica avranno un costo di circa 65-70 milioni di euro e le infrastrutture (strada di scorrimento a mare e altre, incluse le opere di nuova delimitazione dello stabilimento) un costo di euro 90-100 milioni. Pertanto, per gli interventi di riqualificazione urbana sarebbero disponibili risorse per un importo variabile tra i 45 e i 60 milioni di euro.

    Bonifica

    La prima porzione delle aree dismesse dalla parte a caldo dello stabilimento siderurgico di Cornigliano è stata presa in consegna dalla Società a fine marzo 2006, e l’ultima porzione è stata consegnata nel gennaio 2009. L’estensione complessiva delle aree consegnate da ILVA alla Società è stata di 266.840 mq.
    Su tali aree erano presenti numerosi manufatti ed impianti. L’attività principale è quindi consistita nella demolizione e nello smantellamento di detti manufatti ed impianti.
    Dal punto di vista economico, gli interventi più significativi sono stati la demolizione in area SOT (Sottoprodotti), la demolizione della Cokeria e la demolizione dell’Altoforno, mentre dal punto di vista dell’impatto positivo sul quartiere e della “spettacolarità”, senza dubbio l’intervento più significativo è stata la demolizione dei due gasometri e della torre piezometrica.
    Il costo complessivo per l’insieme degli interventi di demolizione, smantellamento e bonifica ammonta a fine 2011 a circa 30,5 milioni di euro, comprensivo di spese tecniche.

    «Oggi la bonifica è in gran parte conclusa – spiega il direttore della Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – La porzione più critica è quella dell’area ex Sottoprodotti, a sud –est, dove è presente una notevole contaminazione della falda acquifera. Stiamo ragionando sull’intervento da eseguire. Mentre l’area ex gasometri sarà bonificata e ricoperta da un metro di terra conforme in modo da trasformarla in spazio destinato a verde pubblico. Infine, rimane da bonificare la parte a sud della ferrovia, nei pressi di Villa Bombrini, dove è stata ipotizzata l’ubicazione del futuro ospedale del Ponente».

    Infrastrutture viarie

    Ponte di Cornigliano

    L’opera più importante è la realizzazione della nuova strada di scorrimento a mare (SSM) – da Lungomare Canepa (Sampierdarena) a Piazza Savio (Cornigliano) – in grado di fornire un’adeguata risposta alle esigenze legate alla mobilità dell’intero Ponente genovese e, nel contempo, sgravare via Cornigliano dal traffico di attraversamento con il conseguente effetto di riqualificazione urbana.

    Ma sono previsti anche altri interventi infrastrutturali al fine di riorganizzare l’intero sistema viario della zona: Lungomare Canepa; strada di sponda sinistra del torrente Polcevera; strada di sponda destra del torrente Polcevera; collegamento tra la SSM e lo svincolo autostradale Genova-Aeroporto.
    Alcune di tali opere (segnatamente quelle situate nelle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico, vale a dire parte della SSM e il collegamento con lo svincolo) sono finanziate dalla Società Per Cornigliano in virtù dell’Accordo di Programma 8 ottobre 2005, mentre le restanti opere (o, nel caso della SSM, parte di esse) sono finanziate da ANAS.
    Tuttavia, considerata l’unitarietà del disegno infrastrutturale, si è ritenuto necessario che le attività di progettazione e di successiva esecuzione delle opere stradali fossero svolte da un unico soggetto, vale a dire da Società Per Cornigliano, che si avvale di Sviluppo Genova, in virtù di un rapporto di mandato, per tutte le attività tecnico-ingegneristiche. E’ quindi Sviluppo Genova che svolge le funzioni di stazione appaltante.

    «Con la strada a mare siamo a metà dell’opera – spiega il direttore della Società per Cornigliano, Enrico Da Molo – le altre infrastrutture viarie sono già state progettate, alcuni lavori sono partiti (ad esempio quello per la strada di sponda destra del Polcevera), a breve, tutti saranno avviati».
    «Nel 2015 la strada a mare sarà conclusa – conferma il Vice Sindaco, Stefano Bernini – e risulterà fondamentale per “liberare” via Cornigliano, migliorando la qualità dell’ambiente ma non solo. Purtroppo, per lungo tempo, la parte di quartiere compresa tra via Cornigliano e le acciaierie è rimasta disagiata anche dal punto di vista sociale. Grazie a questo intervento sarà possibile avviare una profonda riqualificazione».

    Riqualificazione urbana

    Mercato Comunale Cornigliano

    L’obiettivo è quello di rispondere all’istanza di ricucitura tra l’abitato e lo stabilimento siderurgico, attraverso un progetto urbanistico di elevata qualità e di risposta alle esigenze della delegazione.
    L’Atto Modificativo dell’Accordo di Programma prevede interventi di riqualificazione urbana estesi sul quartiere. Al riguardo, l’art. 6 stabilisce che Società Per Cornigliano «si impegna (…) a realizzare gli interventi pubblici di riqualificazione urbana su parte delle aree restituite da ILVA s.p.a. d’intesa con il Comune di Genova, in conformità al successivo art. 20». L’art. 20 a sua volta prevede «Così come previsto all’art. 2 “Scopi generali” del presente atto suppletivo, le parti pubbliche convengono di individuare, anche con il coinvolgimento della popolazione interessata, le condizioni necessarie per la riqualificazione del territorio di Cornigliano e per la valorizzazione del relativo contesto urbano».

    I fulcri di tali operazioni sono rappresentati da Villa Bombrini e dal previsto spostamento della stazione ferroviaria, la cui ricollocazione, in corrispondenza dell’attuale rimessa AMT, prelude alla definizione di una nuova piazza, baricentrica rispetto all’ambito di Cornigliano e posta a cerniera fra l’area residenziale ed insediamenti produttivi previsti nell’area siderurgica.

    Società Per Cornigliano e Comune di Genova, pertanto, hanno concordato un “Programma Integrato di Riqualificazione Urbana” approvato dal Consiglio Comunale con delibera n. 62 dell’8 settembre 2008 e successivamente modificato con delibera n. 64 del 15 settembre 2009. Nel redigere il programma, particolare attenzione è stata posta a quanto emerso nel dibattito svoltosi in seno al Gruppo di Lavoro istituito dal Municipio VI – Medio Ponente in data 11/1/2007, con delibera n. 1, nato in rappresentanza dei gruppi locali organizzati (CIV, associazioni corniglianesi, comitati di quartiere, ecc.).

    Tra gli interventi decisi ricordiamo i seguenti: facciate edifici privati; recupero di Villa Serra; rifunzionalizzazione di Villa Bombrini; restyling di Via Verona e Via Vetrano; Videoporto.

    «Il rifacimento delle facciate ha ottenuto un grande successo – spiega Da Molo – Adesso abbiamo aperto nuovo bando per includere altri edifici».
    «Quasi il 50% dei palazzi ha aderito al bando per ottenere i contributi – conferma Bernini – ciò significa che anche i cittadini corniglianesi hanno creduto nel progetto di riqualificazione, visto che hanno partecipato in prima persona anche con le proprie risorse economiche».
    «Abbiamo ultimato la ristrutturazione di Villa Serra (che è di proprietà comunale e l’amministrazione dovrà decidere quali funzioni inserire al suo interno, ndr) e stiamo sistemando i giardini Melis – continua Da Molo – A breve dovrebbe partire la gara di appalto per il restyling di via Verona e via Vetrano».

    Ilva CorniglianoMa, come detto in precedenza, i due fiori all’occhiello sono Villa Bombrini e Videoporto.
    La Società Per Cornigliano ha acquistato la villa da Fintecna Spa (società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia) nel luglio 2008, acquisendone il possesso nel settembre dello stesso anno. Il costo dell’immobile e delle relative pertinenze è stato di € 9.7 milioni.
    Parte integrante dell’intervento su Villa Bombrini è stata la manutenzione straordinaria del suo giardino con lo scopo di aprire questo spazio alla cittadinanza.
    Nell’immobile, che al momento dell’acquisto era utilizzato solo in minima parte, hanno trovato sede alcuni soggetti pubblici (quali Infrastrutture Liguria e SIIT) e, soprattutto, la Genova Liguria Film Commission (GLFC).
    La GLFC è una Fondazione partecipata dalla Regione Liguria e da alcuni Enti locali, che persegue il compito di attirare nella nostra regione investimenti nel settore della produzione audiovisiva, creando occupazione e dando opportunità di visibilità al territorio regionale.
    «L’insediamento della Fondazione Genova Liguria Film Commission, nell’ottica di rivitalizzare Villa Bombrini, si pone come elemento di attrazione, creatività e di vitalità, grazie all’afflusso di professionisti che può generare», sottolinea la Società per Cornigliano nel suo sito web.

    Ancor più significativa è la formazione di un “distretto” riservato alle piccole imprese del settore audio-video. Nato dalla collaborazione tra Società Per Cornigliano e Genova Liguria Film Commission, il cosiddetto “Videoporto” è il primo insediamento nelle aree dismesse dallo stabilimento siderurgico realizzato in attuazione del “Programma Integrato di Riqualificazione Urbana”.
    «Abbiamo riconvertito l’edificio che, fino al 2006, ospitava gli uffici amministrativi dell’Ilva – spiega Da Molo – Oggi al suo interno trovano posto 35 piccole imprese del settore dell’audiovisivo. Questo rappresenta sicuramente uno dei punti di forza dell’intera riqualificazione».

    «Dal punto di vista delle ricadute economiche si consideri che mediamente le diverse produzioni cinematografiche e televisive generano già ora una ricaduta economica sul territorio genovese di circa 5 milioni/anno, di cui 2,5 diretta (comparse, elettricisti, sartoria, costumisti, noleggi di attrezzature, catering, etc) e 2,5 indotta (hotels, ristoranti, taxi, etc) – spiega la Società per Cornigliano – Grazie alla disponibilità del Videoporto si prevede che tale ricaduta possa aumentare considerevolmente. Quanto all’occupazione, dipende dalle diverse produzioni: comunque, si può stimare in circa 70 unità le persone genovesi che forniscono servizi ad ognuna di tali produzioni. Questo assetto pone le basi affinché Villa Bombrini diventi il polo di riferimento in città e in Liguria per il settore dell’audiovisivo – conclude la Società per Cornigliano – Si sottolinea che l’intervento non necessita di opere edilizie e di finanziamenti, poiché si auto-sostiene».

    «Il restyling di Villa Bombrini è fondamentale per due aspetti – spiega Bernini – Innanzitutto quello produttivo: siamo partiti con la Genova-Liguria Film Commission, poi abbiamo realizzato il Videoporto e da 5 imprese presenti siamo già saliti a 35. Secondo me ci sono enormi possibilità di sviluppo perché stiamo parlando di alta tecnologia, ossia un comprato sul quale Genova deve puntare forte. Il secondo aspetto cruciale è la trasformazione della villa in punto di riferimento per il territorio: un vero e proprio centro culturale che organizza e ospita eventi, festival musicali e svariate iniziative».

    L’Accordo del 2005 costituisce l’ideale presupposto anche per un’ulteriore operazione destinata a cambiare il volto del quartiere, ovvero il recupero di via Cornigliano che si candida quale nuovo “centro” del tessuto urbano, attraverso la programmazione di adeguati interventi di riqualificazione (riduzione carreggiate, alberature, arredo urbano e riqualificazione marciapiedi, ecc.).
    «Un paio di giorni fa il Consiglio di amministrazione della Società per Cornigliano ha dato incarico a RI.geNova s.r.l. (Riqualificazione Urbana Genova s.r.l. partecipata dall’Agenzia Regionale per il Recupero Edilizio-A.R.R.ED. S.p.A., società mista pubblica) di avviare un concorso di progettazione della nuova via Cornigliano – racconta Bernini – Sarà un percorso partecipato con la popolazione del luogo. Gli architetti parleranno con persone, associazioni e comitati del territorio per studiare la migliore soluzione progettuale».

    Ma non è tutto, nel prossimo futuro «A mare della ferrovia verrà realizzato il nuovo depuratore – continua il Vice Sindaco – stiamo lavorando per dare la disponibilità del Comune. In questo modo risolveremo il disagio dovuto agli sgradevoli miasmi prodotti dall’attuale impianto nella zona vicino al Ponte Pieragostini».
    E ancora sono previsti «Il rifacimento della bocciofila di quartiere, la copertura del mercato comunale ed altre piccole riqualificazioni nel centro storico di Cornigliano», aggiunge Bernini. Senza dimenticare che le aree attualmente occupate dal Gruppo Spinelli «Diventeranno l’autoparco di Genova, in grado di accogliere tutti i mezzi pesanti che gravitano intorno al porto», conclude Bernini.

    Matteo Quadrone

  • Centro storico, ostruzionismo e degrado: si ferma la musica in Via Pré

    Centro storico, ostruzionismo e degrado: si ferma la musica in Via Pré

    Via BalbiQuesta volta vince il mugugno genovese… Il progetto P.U.M.A. chiude per problemi di convivenza con i condomini di Vico Pace nel cuore del sestiere di Pré. Dopo più di due anni di presidio sul territorio, una valida realtà associativa che opera a pochi passi da Via Pré, in Vico San Cristoforo, è costretta a cedere di fronte alle difficoltà incontrate nello svolgere la propria attività. L’ostruzionismo messo in atto da alcuni abitanti degli stabili adiacenti ha infatti reso impossibile, per l’associazione, portare avanti l’attività nei termini in cui era stata originariamente concepita.

    P.U.M.A. (Presidio Urbano Musiche Attuali) è un progetto nato nel gennaio 2010 ad opera di volontari provenienti da una precedente esperienza associativa in ambito musicale (il gruppo informale poi costituitosi in associazione culturale “VoLùmia”), e messo in pratica tramite la partecipazione ad un bando per l’assegnazione dei locali – di proprietà del Comune – siti in Vico San Cristoforo; dopo la vittoria del bando, gli associati hanno speso tempo ed energie nei lavori di allestimento dei locali per renderli adatti all’attività musicale: da allora ad oggi, P.U.M.A. ha messo a disposizione della collettività una sala prove con relativa strumentazione, ha organizzato eventi live, ha promosso la cultura musicale cittadina sia negli spazi assegnati dal bando sia presso diversi locali genovesi, fungendo da luogo di aggregazione e ponendosi come obiettivo primario quella riqualificazione del territorio che, partita da Piazza delle Erbe, ha lentamente coinvolto varie zone della Maddalena, non arrivando ancora, però, alla zona di Via Pré, dove P.U.M.A. si configura quindi come avamposto: «Attraverso P.U.M.A. offriamo le nostre capacità ed energie maturate sul campo in anni di eventi live, per poter venire incontro ad altri musicisti conoscendo già le loro esigenze, orientandoci al mondo della produzione e fruizione artistica e culturale» ci diceva il presidente Renato Campanini nella nostra intervista di giugno scorso all’associazione in piena attività.

    A distanza di qualche mese, le cose non sono andate come sperato: non è bastato il fatto che – grazie alla presenza di P.U.M.A. sul territorio – siano venute meno situazioni di profondo degrado a rendere sopportabili, per alcuni condomini, le due ore serali di prove musicali. E il climax di questa situazione di insofferenza è stato raggiunto il 15 novembre, quando tali vicini hanno sollecitato l’intervento della polizia municipale per eseguire i rilievi fonometrici. Abbiamo ricostruito l’accaduto con Renato Campanini, presidente dell’associazione.

    In breve, cosa è successo la sera del 15 novembre?

    «Giovedì 15 novembre è venuto a suonare un gruppo, mai visto e conosciuto, che diceva di aver trovato la nostra sala su internet. Strano: in una città dove tutti si conoscono, specialmente musicisti, non era ancora capitato che un gruppo non fosse venuto per passaparola. Comunque lunedì 12 mi prenotano la sala per giovedì 15 dalle 21 alle 23. Il giovedì è sempre stato libero, quindi concordo le prove nella speranza che vengano come gruppo fisso (visto che dobbiamo ancora rientrare dei costi). Giovedì mi chiamano 10-15 minuti prima delle prove per avere conferma, rimango lusingato dalla serietà con la quale si sono preoccupati, fino alle 21 ho il turno al lavoro, quindi faccio aprire la sala un mio socio che abita in via Balbi. Al momento siamo a conoscenza delle prove io, il gruppo, e il mio socio. Verso le 21:30-21:40 mi avverte il mio socio che il gruppo sta suonando a dei volumi imbarazzanti, al che mi reco al più presto per farli abbassare o smettere. Arrivo lì per le 22 e, mentre faccio per aprire la porta e dirgli di abbassarsi, giunge la polizia municipale dicendo che ha fatto i rilievi (prima alle 20:30 circa e poi durante le prove) e che ovviamente stiamo sforando i limiti di legge.
    La responsabilità in questi casi è del Presidente, quindi mi viene presentato un verbale con 1032 euro di ammenda. Mi viene fatto presente che altre volte i tecnici erano venuti ad effettuare i rilevamenti ma non avendo riscontrato alcuna attività rumorosa non avevano redatto alcun verbale. Mi viene inoltre comunicato che il lunedì è stata chiamata la municipale perché c’erano informazioni circa delle prove che si sarebbero svolte il giovedì stesso dalle 21 in poi. Il gruppo, senza che dovesse saper niente di quanto stava avvenendo nel frattempo, smette di suonare molto prima dell’orario concordato (non mi era mai successo), appena la municipale va via. Lascio al lettore le deduzioni che impone la logica».

    La municipale è stata chiamata dai condomini: come funziona l’attività di rilevazione dei volumi? È qualcosa che loro fanno normalmente e spesso? O solamente se vengono chiamati?

    «Il cittadino può richiedere un rilievo fonometrico per la verifica del rispetto dei limiti di rumore della Classificazione Acustica. Il procedimento si attiva inviando una segnalazione. Le misurazioni si effettuano all’interno delle abitazioni, quindi occorre potersi accordare con i vigili per il sopralluogo, il disturbo si rileva dove la gente vive o lavora. Il rilievo avviene in due momenti distinti, quello durante il quale viene misurato il livello di fondo, con il rumore “naturale” dello stabile in questione, e quello effettuato durante l’attività rumorosa; attraverso un calcolo si ottengono i valori differenziali che indicano “quanto” l’attività rumorosa influisca sul luogo preso in esame, questi valori devo rientrare all’interno di specifiche previste dalla legge».

    In linea di massima cosa richiedeva il bando?

    «Il bando richiedeva l’attuazione di attività ed iniziative finalizzate all’aggregazione sociale del territorio contribuendo al risanamento sociale, alla frequentazione ed alla rivitalizzazione della zona; le attività proposte dovevano coprire almeno 4 giornate nella settimana».

    Frame dal Live Studio con Volumi CriminaliFrame dal Live Studio con Volumi Criminali

     

     

     

     

     

     

     

    Il municipio ovviamente sapeva che ci avreste suonato. In quest’ottica, non ha mai preso contatti coi condomini per avvisare o fare presente che vi si sarebbero tenute delle prove?

    «Quando ci siamo inseriti noi (giunta Vincenzi, n.d.r.) i condomini semplicemente non c’erano ancora, se non all’ultimo piano: si tratta di un condominio dell’A.R.T.E. e l’assegnazione degli alloggi è stata effettuata gradualmente tramite dei bandi. Appena arrivati abbiamo fatto un giro per informare gli esercenti e gli abitanti di zona sulle attività che avremmo svolto».

    Quanti giorni e a quali ore suonavate? Com’era la zona quando vi siete insediati e com’è adesso?

    «A pieno regime la sala svolgeva attività musicale per 3-4 giorni a settimana per 2 ore al giorno, di norma le attività terminavano al massimo entro le 10-11 di sera. Appena arrivati la zona si presentava chiaramente degradata: venivano trovate regolarmente feci (soprattutto umane), siringhe, vomito, cocci di vetro, stagnole usate per assumere il crack e così via: lo spaccio e il consumo di eroina e altre droghe pesanti avveniva a qualunque ora del giorno, oltre che di notte capitava più frequentemente durante l’orario della pausa pranzo. Il “pattuglione” composto da forze dell’ordine e militari che gira periodicamente dovrebbe garantire una sicurezza molto più alta del risultato che ottiene: lo spaccio e il degrado in Via Pré non è cambiato di una virgola, in compenso il tipico gestore straniero di minimarket è terrorizzato da quello che potrebbe capitargli se venisse colto a vendere una birra in una bottiglia di vetro dopo le 8 di sera. La sicurezza è un’illusione: ho visto più volte coi miei occhi chiedere i documenti a turisti col trolley a distanza di 20 metri da chi, con una stretta di mano, scambiava banconote con una pallina di cellophane. Grazie all’azione di presidio ultimamente abbiamo trovato solo un po’ di sporcizia e lo spaccio (limitatamente a vico san Cristoforo) è notevolmente diminuito, la situazione è ancora mediocre ma rispetto all’inizio la differenza è notevole».

    Locandina VolumiaQualche residente ha mai manifestato interesse verso quello che facevate, venendo a vedere, a chiedere?

    «Praticamente all’inizio tutti erano curiosi, alcuni ci hanno aiutato materialmente più volte (capitava magari di pulire insieme con la candeggina il sangue per terra o di fare piccoli lavori di manutenzione), altri ragazzi hanno partecipato e partecipano alle attività. Per fare un esempio: quando qualcuno passa dal vicolo ci si saluta e quando siamo noi a passare sono gli esercenti a salutarci: sembra un dettaglio ma in una città di mugugnoni come Genova è un gran bel risultato».

    Un focus sulla difficoltà di convivenza con gli abitanti della zona e dello stabile cui è pertinente il locale: quali difficoltà si sono palesate e come sono state gestite, qual è stato l’atteggiamento dei vicini nei vostri confronti per tutto questo periodo?            

    «Siamo stati subito accolti molto ben volentieri da tutti (a parte un personaggio un po’ particolare che aveva partecipato al bando per l’assegnazione ed era stato scartato in quanto non aveva i requisiti, ma si tratta di un episodio ridicolo): il vicinato, gli esercenti e la comunità intorno tutt’ora ci sostengono. Il rapporto coi condomini di Vico Pace 10 si è progressivamente degradato; dapprima tollerando a mala pena la nostra presenza, poi impedendoci attivamente di svolgere le attività: dispetti, biglietti, messaggi, scenate, gavettoni, interruzione di corrente (che ci ha causato diversi danni alla strumentazione) e così via. Il nostro comportamento è sempre stato orientato verso la disponibilità, venendo incontro alle esigenze di tutti: abbiamo fornito a tutti i nostri contatti, modificato gli orari, implementato l’insonorizzazione etc. L’atteggiamento dall’altra parte è stato di totale chiusura, una frase che mi è stata detta al telefono con uno di questi condomini, e che mi ricorderò sempre, è “io con te non ci parlo”, come se non avessimo lo stesso loro diritto di stare lì. Per fortuna questo comportamento è tenuto solo dai condomini, gli altri abitanti e vicini ci sostengono anche e non solo perché hanno visto il miglioramento progressivo della situazione in strada».

     

    IL COMMENTO DEL MUNICIPIO CENTRO EST

    Riguardo all’insostenibile rapporto con i condomini abbiamo interrogato anche il presidente di Municipio Simone Leoncini, il quale si rammarica del ritardo con cui è stato contattato dall’associazione: «Loro hanno vinto il bando con l’amministrazione precedente. La giunta è insediata da giugno, ma purtroppo io sono stato contattato dai componenti dell’associazione soltanto dopo la multa, quando ormai la situazione coi vicini era, a detta loro, irreparabile. Forse il loro errore è stato questo. Se ci avessero chiamati prima, avremmo potuto organizzare, tempo fa, un incontro e cercare di mediare: non ci era stato detto che la situazione fosse così critica. D’altronde noi riceviamo lamentele continue da ogni parte sui rumori, perché molti abitanti del centro storico non ritengono la movida e la musica alternative accettabili allo spaccio e al degrado, e rivendicano il diritto di poter riposare in silenzio alla sera. Il centro storico ha, secondo me, un carattere ambivalente: da una parte è luogo d’elezione per le attività aggregative e culturali, dall’altra purtroppo la morfologia del territorio, la conformazione dei vicoli, fanno sì che anche il piccolo rumore rimbombi e si amplifichi».

    L’impegno del Municipio, giunti a questo punto, è quello di affiancare l’associazione nella conversione dell’attività, come confermato anche da Campanini.

    Frame dal Live Studio con Volumi CriminaliFrame dal Live Studio con Volumi Criminali

     

     

     

     

     

     

     

    Come si è posto il Municipio nei vostri confronti? Ci troviamo nella situazione in cui il Comune interrompe, attraverso un suo organo, un’attività che esso stesso ha approvato, attraverso tali provvedimenti purtroppo si finisce per mostrare più tolleranza per spaccio e prostituzione che per un po’ di musica, il che lascia a dir poco perplessi….      

    «Il Municipio nella persona del Presidente Leoncini si è reso conto che la situazione relazionale con i condomini non fosse più risanabile, ha giustamente reputato poco utile ora un colloquio con loro in prima persona, si è interessato a trovare nuove realtà/associazioni per poter mandare avanti il presidio e si è mostrato disponibile ad una rivalutazione dell’abbattimento del canone che altrimenti impedirebbe la sopravvivenza e l’autosostentamento di qualunque attività non lucrativa. La municipale non ci sta (per ora) imponendo di interrompere niente, più sottilmente ci ha posto delle condizioni per il proseguimento dell’attività musicale che di fatto non la consentono; mi ha presentato una multa salatissima che allo stato attuale mi dà come unica prospettiva la chiusura. Ciò nei fatti si traduce con una interruzione, d’accordo, ma sappiamo come il legalese e il burocratese siano lontani dai rapporti di causa ed effetto che governano la realtà. Probabilmente chi ha seguito questa pratica la notte dorme come un bambino: io no. I paradossi burocratici non spaventano più, ormai ognuno di noi potrebbe raccontarne uno, quasi come se fosse un aneddoto. Sono quelli reali e causati dal comportamento delle persone che mi preoccupano seriamente, alla fine la legge è fatta dagli uomini, in quanto imperfetta sta agli stessi applicarla. È paradossale quando un commerciante straniero in Via Pré viene multato perché si è dimenticato di esporre un’etichetta con un prezzo mentre a 20 metri c’è qualcuno che sta espletando i suoi bisogni fisiologici in strada; è paradossale  quando sento lamentarsi per le sigarette per terra mentre a 10 metri una ragazza vomita in un angolo con una stagnola in mano; è paradossale quando un’attività che ha stimolato e migliorato un pezzo di quartiere viene obbligata a chiudere per un disturbo personale; è paradossale quando il cittadino preferisce il silenzio dell’eroina al suono di uno strumento».

    Nonostante la disponibilità e l’atteggiamento positivo di Leoncini, «io non sono così pessimista, c’è stato un problema, certo, ma non è che chiudano, semplicemente cambieranno le attività svolte. Io ho anche suggerito soluzioni per proseguire l’attività corrente, sono stati loro a ritenerle impraticabili», resta l’amarezza per le energie profuse e l’investimento purtroppo andato perso: «Solo di materiale abbiamo speso circa 4 mila euro – dice Campanini – la spesa più importante che abbiamo sostenuto però è stata quella dell’affitto mentre eseguivamo i lavori, a cui si devono aggiungere i costi burocratici, la corrente, i trasporti etc… il totale si aggira sugli 11 mila euro, messi ovviamente di tasca nostra e che, allo stato delle cose, non riusciremo mai più a recuperare. Al termine della concessione il Comune acquisisce le opere eseguite (nel nostro caso l’insonorizzazione) senza alcun tipo di riconoscimento economico».

     

    Locandina VolumiaIL DESTINO DI P.U.M.A.

    Perché vi ritenete costretti a chiudere o cedere ad altri?              

    «Se potessimo ignorare il contesto insostenibile che si è sviluppato in questi mesi, potremmo affermare che nessuno ci sta tecnicamente costringendo a chiudere, ma che più precisamente le condizioni poste ci impediscono di continuare l’attività musicale, elemento sul quale si sviluppa la quasi totalità di attività previste dal progetto. L’integrazione con altre realtà associative a questo punto diventa obbligatorio e non più facoltativo: c’è la necessità di mantenere economicamente sostenibile lo spazio, cosa che è venuta a mancare senza il meccanismo micro economico dell’attività musicale».

    Si sono tenute due riunioni: quali soluzioni sono state individuate?       

    «Confrontandoci con soci, volontari, associati e cittadini interessati che hanno partecipato alle riunioni, sono venute fuori un po’ di idee di cui bisogna ancora valutare il grado di sostenibilità economica. Tra quelle più particolari posso anticiparvi:
    – gruppi di lettura per stranieri di libri in italiano “book-club” (l’attività verrà organizzata da docenti di italiano con formazione specifica verso l’insegnamento agli stranieri) + book-crossing.
    – laboratorio di riciclo creativo: inventare un riuso attraverso utensili di semplice utilizzo e l’impiego di oggetti anche di scarto».

    Avete organizzato una serata al Checkmate per la raccolta fondi: finalità della raccolta e modalità di partecipazione alla causa per chi volesse darvi una mano. 

    «Abbiamo organizzato un evento che prevede, nella prima parte, una jam session a cui parteciperanno diversi artisti nostri amici noti nel panorama underground genovese e, nella seconda, un dj set un po’ rock/alternativo, sicuramente differente da quanto ci si è ormai abituati ad ascoltare in giro.
    Abbiamo fatto un po’ di conti e tra la multa (1032 €) e altre spese dobbiamo raggranellare una cifra intorno ai 2400 euro circa, questo solo per poter andare in pari con i costi vivi e i danni ricevuti. Si può facilmente immaginare che per una realtà associativa non lucrativa delle nostre dimensioni una cifra del genere sia fantascienza. La finalità della raccolta è ben poco allettante, perché non si tratta di costruire o proporre qualcosa di nuovo o che non esista ancora, bensì di riparare a un danno ricevuto.
    Per partecipare alla causa per ora è sufficiente venire all’evento di sabato 22/12/2012 presso il Checkmate in Via Trebisonda (dietro Piazza Tommaseo), chi volesse potrà offrire un contributo anche di tipo economico (se vuole) o di visibilità della nostra situazione attraverso i media, i social network. Sicuramente ciò di cui avremo bisogno nell’immediato futuro (a parte i soldi per la multa) sarà la costituzione di una nuova e più ampia rete di associazioni e gruppi informali interessati all’utilizzo degli spazi».

     

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]