Tag: sanità

  • Consultori: il ridimensionamento rischia di snaturare il servizio

    Consultori: il ridimensionamento rischia di snaturare il servizio

    La riorganizzazione aziendale della Asl 3 – fortemente voluta dalla Giunta della Regione Liguria per esigenze di contenimento delle spese – rischia di compromettere un particolare servizio, dedicato all’utenza più fragile, che rappresenta ormai un presidio socio-sanitario consolidato.
    Parliamo dei consultori, luogo per eccellenza della salute sessuale e riproduttiva delle donne, ma non solo, istituiti nel 1975 con la Legge n. 405. Uno spazio deputato all’educazione sessuale e alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, all’assistenza durante tutta la gravidanza e in ogni fase della vita fertile fino alla menopausa e anche dopo, all’applicazione della legge 194 sull’aborto volontario, ma anche a dare sostegno, assistenza psicologica e legale nei momenti difficili della relazione di coppia.

    A Genova i consultori sono dislocati nei 6 distretti sociosanitari. In totale ben 27 sedi, 14 all’interno dell’area comunale, 13 extraurbane. Tra queste troviamo 2 Centri giovani in via Rivoli ed in via Operai (Fiumara), riservati a ragazzi tra 14 e 21 anni, il Centro sovrazonale per le adozioni nazionali ed internazionali presso l’ex ospedale Celesia a Rivarolo, dove, in stretta collaborazione con il Tribunale dei minorenni di Genova, si valuta l’idoneità delle coppie e si fornisce sostegno/consulenza lungo tutto il percorso adottivo. E ancora un Centro di mediazione famigliare, sempre in via Rivoli, rivolto a coppie in via di separazione e divorzi con elevata conflittualità; un Collegio multi professionale per la certificazione dell’alunno in situazione di handicap ai fini del riconoscimento al sostegno scolastico (via Rivoli); un Polo autismo in via Struppa ed altri centri specialistici dedicati a patologie specifiche (trattate da neuropsichiatri infantili o psicologi) quali disturbi di apprendimento, disturbi psicologici e psicopatologia dell’età evolutiva, disturbi del comportamento, ecc.

    Il ridimensionamento delle Strutture complesse, approvato dalla Asl 3 con la delibera n. 1430 del 28 dicembre 2011, prevede una riduzione dalle attuali 57 strutture cliniche a 33, mentre le strutture non cliniche scenderebbero da 63 a 45.
    All’interno di queste ultime è compresa la Struttura complessa relativa all’Assistenza Consultoriale, che la stessa Asl 3 ipotizza di preservare perché si tratta di un servizio che necessita di autonomia gestionale e richiede omogeneità d’intervento. L’assistenza alle donne, alle famiglie e all’infanzia, insomma, deve mantenere intatta la sua peculiare capacità organizzativa, pena lo snaturamento di attività finora eccellenti.

    Ma c’è un ostacolo. La Regione infatti non ritiene sufficiente lo sforzo di riordino aziendale compiuto dalla Asl 3. Con la delibera n. 27 del 13 gennaio 2012 – passata quasi sotto silenzio – la Giunta regionale approva la riorganizzazione aziendale proposta dalla Asl 3 ma prescrive di avviare una verifica sulle attività svolte dalle strutture complesse di Assistenza Consultoriale, Assistenza Geriatrica, Integrata Fragilità e Continuità terapeutica, da compiersi entro il 31/12/2012. In caso di esito positivo le funzioni delle strutture complesse dovranno essere trasferite ai Distretti, anch’essi sottoposti a riorganizzazione.

    In pratica se davvero si procederà in questo senso si rischia di parcellizzare un servizio che per sua natura risponde ad esigenze particolari, con tempi e qualità di intervento per forza di cose distanti dalle attività distrettuali.

    <<Perdere questa struttura organizzativa è una sconfitta per tutto il sistema sanitario genovese – afferma Gabriella Trotta, segretario regionale sanità Uil e membro della Rete 194, un gruppo di uomini e donne che per primo ha lanciato l’allarme – Non si possono distruggere i consultori perché sono presidi fondamentali, frequentati da moltissime donne, tra le quali molte straniere>>.
    Occorre ricordare che i consultori si confrontano con una materia complessa e nello stesso tempo delicata, fornendo un supporto psicologico qualificato a minori, madri, giovani, uomini e donne, coppie, famiglie. Non rispondono solo al bisogno sanitario ma anche a quello sociale, si occupano di assistenza legale e di tutta la parte giuridicamente rilevante, ad esempio i rapporti con la magistratura per quanto riguarda gli affidi familiari, le adozioni, ecc.

    <<Lo smantellamento della struttura complessa di Assistenza Consultoriale  comporterà la scomparsa della loro capacità organizzativa – spiega Trotta – Dipendere gerarchicamente dai distretti sanitari è tutta un’altra storia. I distretti infatti hanno esigenza di fare numeri e tutto ciò che non è prestazione sanitaria non conta>>.
    Secondo il disegno della Regione i consultori finirebbero dissolti nel sistema ambulatoriale, perdendo completamente la loro ragione d’esistere.

    <<Oggi una visita consultoriale sia per i minori che per le donne non è neppure lontanamente paragonabile ad una visita ambulatoriale – continua Trotta – Parliamo di un servizio completamente diverso. Nell’ambulatorio pubblico ci sono delle tabelle da rispettare. Tabelle di marcia e produttività relative a tempi e qualità delle visite>>.
    Presso i consultori si sono formate competenze e capacità per quanto riguarda il rapporto instaurato con il paziente, il carico di complessità sociale, la qualità dell’intervento, che non possono esprimersi al meglio in una logica puramente ambulatoriale.

    <<Una donna straniera con il proprio figlio che si rivolge al pediatra ambulatoriale senza una mediazione culturale potrebbe avere alcune difficoltà oggettive – continua Trotta – una risposta efficace la può trovare proprio nei consultori. Oppure pensiamo al minore figlio di genitori irregolari che magari è privo di un proprio medico di famiglia. In un consultorio riceve le adeguate attenzioni alle sue problematiche, cosa che un semplice ambulatorio non può garantire>>.

    Non vanno dimenticati gli eccellenti risultati ottenuti in questi anni dall’assistenza consultoriale <<Ha lavorato sempre bene  – sottolinea Trotta – Ad esempio la riduzione nel numero di ricorsi all’aborto è merito dell’attività dei consultori>>.
    Questi alcuni numeri: circa 60.000 visite ginecologiche; 10.000 interventi legati all’area neuropsichiatrica e psicologica; 150.000 interventi di pediatria di comunità e pediatria consultoriale, ovvero vaccinazioni e interventi negli asili nido e nelle scuole come medicina scolastica; sono state seguite in gravidanza 600 donne, eseguiti 12000 Pap test  tra accesso spontaneo e screening cervicale; 1200 donne hanno frequentato i corsi di preparazione al parto e le attività del dopo nascita; 3500 pazienti si sono rivolti agli psicologi; 4000 pazienti sono trattati dall’area Neuropsichiatria Infantile; 1400 ragazzi sono stati seguiti dai Centri Giovani per contraccezione o interventi psicologici.

    Infine a poca distanza da noi abbiamo un esempio di una simile esperienza che non fa ben sperare. Parliamo di Savona e della Asl 2 dove il ridimensionamento dei consultori è già un dato di fatto. Un accorpamento che secondo la Rete 194 ha provocato <<Disorientamento nell’utenza e negli operatori a causa del depauperamento del servizio>>.

     

    Matteo Quadrone

  • “Aprite quelle porte”: campagna Spi-Cgil per la dignità degli anziani

    “Aprite quelle porte”: campagna Spi-Cgil per la dignità degli anziani

    Aprire le strutture residenziali per anziani ai controlli, affinché sia possibile verificare le condizioni in cui vengono assistiti gli ospiti, accertare la qualità dei servizi e smascherare le eventuali “case di riposo lager” dove gli anziani subiscono maltrattamenti ed abusi. E’ questo il fine della campagna nazionale lanciata dallo Spi-Cgil ed intitolata “Aprite quelle porte. No alle case prigione per gli anziani”.
    Una campagna per il rispetto e la dignità delle persone anziane con cui il sindacato dei pensionati della Cgil chiede che le strutture siano aperte 24 ore su 24 ma anche per sollecitare tutti gli operatori del settore, i parenti e le istituzioni a segnalare i casi di violenze ai danni di chi vi risiede.

    <<C’è bisogno di una grande iniziativa sulle condizioni di vita nelle strutture residenziali per rimettere al centro i bisogni della persona e il diritto degli anziani ad essere assistiti e curati nel modo migliore – ha dichiarato il segretario generale Spi-Cgil, Carla Cantone – Queste strutture non possono essere considerate dei parcheggi per anziani in attesa del fine vita ma devono essere residenze in cui possano vivere un’esistenza dignitosa e il più possibile serena. Chiediamo a tutti di vigilare su eventuali casi di abusi e maltrattamenti e di segnalarli perché nel nostro paese non vi siano più case di riposo lager>>.
    Tutte le segnalazioni potranno essere inviate all’indirizzo mail apritequelleporte@spi.cgil.it oppure per posta presso la sede nazionale dello Spi-Cgil in Via dei Frentani 4/a 00185 Roma.

    La Liguria è particolarmente interessata dall’iniziativa considerato che notoriamente è la regione italiana con la maggiore presenza di persone anziane. Secondo i dati Istat riferibili al 1 gennaio 2011 la popolazione residente in territorio ligure con 65 anni di età raggiunge la considerevole quota del 26,7%. La media nazionale invece si attesta al 20,6%.
    Le strutture residenziali per anziani nel 2010 sono state utilizzate – come ospitalità temporanea o definitiva – da ben 13.959 utenti, 6.311 solo a Genova.
    Consultando la “Guida alle strutture residenziali e centri diurni in Liguria”, curata dalla Regione è possibile conoscere il numero delle strutture presenti sul territorio. In totale sono 273 così suddivise: Asl 1 Imperia 32; Asl 2 Savona 50; Asl 3 Genova 135 (di cui 87 solo nel capoluogo); Asl 4 Chiavari 33; Asl 5 La Spezia 23.

    <<La campagna “Aprite quelle porte. No alle case prigione per gli anziani” parte anche in seguito ad alcuni gravi episodi accaduti in Italia – spiega Anna Giacobbe, Segretaria generale Spi-Cgil Liguria – uno purtroppo ha interessato anche la Liguria, mi riferisco alla recente vicenda dei maltrattamenti presso la casa di cura Borea di Sanremo, comportamenti da codice penale che hanno fatto scalpore, rendendo evidente a tutti quanto sia necessaria un’azione di prevenzione per scongiurare il ripetersi di simili eventi>>.

    <<Il nostro intento è quello di affrontare a tutto tondo il tema delle condizioni di vita degli anziani all’interno delle strutture residenziali – continua Giacobbe – si tratta di una questione quotidiana che va al di là di particolari situazioni critiche. Con ciò voglio dire che determinati standard di qualità devono essere sempre garantiti. Soprattutto per quanto riguarda il livello di dignità personale ed i rapporti con il mondo esterno>>.

    <<Parliamo di strutture che non sono paragonabili alle case di riposo di un tempo – spiega Giacobbe – Oggi le residenze accolgono prevalentemente anziani in difficoltà con condizioni fisiche/mentali già compromesse>>. Persone a cui occorre assicurare il mantenimento di buoni livelli di socializzazione. Fondamentale in questo senso risulta il lavoro di associazioni come l’Auser, la stessa Spi-Cgil e molte altre, che svolgono attività di animazione all’interno delle strutture per anziani.

    <<Donano un po’ di sollievo agli ospiti, garantiscono il contatto con l’esterno e fanno opera di prevenzione rispetto allo svilupparsi di situazioni di criticità>>, afferma il segretario Spi-Cgil. Inoltre e non è un fattore secondario, alleggeriscono il carico di lavoro degli operatori. <<Secondo noi queste azioni devono trasformarsi in consuetudine>>, afferma Giacobbe.

    E non va dimenticata la difficile condizione di partenza in cui si trovano ad agire i lavoratori delle strutture residenziali.  <<Spesso il personale è insufficiente per affrontare la complessa gestione di ospiti così particolari, quali gli anziani – spiega Giacobbe – di conseguenza gli operatori sono sottoposti al fenomeno del burn out (un processo stressogeno che colpisce i lavoratori delle professioni d’aiuto,ndr). In un contesto simile è facile che possano svilupparsi comportamenti scorretti>>.
    Quindi diventa necessario sostenere attivamente tutti i soggetti che si occupano di curare gli anziani: i  lavoratori ma anche gli stessi famigliari dei pazienti.

    <<Le residenze sono sottoposte al controllo di Asl e Comuni, ma non basta – continua il segretario Spi-Cgil – Noi vogliamo introdurre una sorta di “controllo sociale” mediante la creazione di gruppi di famigliari e lavoratori>>.  Bisogna favorire queste aggregazioni perché <<Sono fondamentali anche per promuovere una cultura dei comportamenti corretti da adottare>>, sottolinea Giacobbe.

    Il numero degli anziani è destinato ad aumentare e <<Corriamo il rischio del ripetersi di un comportamento simile a quello verificatosi anni fa nel caso dei malati psichiatrici – denuncia Giacobbe – Ovvero che prevalga l’idea di nascondere alla vista gli anziani, rinchiudendoli in queste strutture>>.

    Il ricorso a farmaci, quali i sedativi, oppure a pratiche di contenzione, secondo la Cgil non deve diventare di uso comune. <<Sono necessari ben altri strumenti – afferma il segretario Spi-Cgil – innanzitutto ci vuole personale sufficiente in ogni struttura e poi bisogna aprire le residenze al maggior numero possibile di attività di animazione>>. L’azione delle associazioni infatti risulta cruciale soprattutto a favore di anziani soli, privi del supporto famigliare. <<La solitudine sia all’interno sia fuori da queste mura è sicuramente uno dei problemi più urgenti da affrontare>>, sottolinea Giacobbe.

    Nei mesi di aprile e maggio la Spi-Cgil ligure proporrà delle iniziative pubbliche per sensibilizzare i cittadini su questi temi e promuovere delle proposte concrete di intervento.

    Anche perché <<Nel prossimo futuro a causa dei tagli a livello nazionale potrebbe verificarsi una contrazione negativa a livello di posti disponibili nelle strutture residenziali – conclude il segretario Spi-Cgil – Tagli che ovviamente si ripercuoteranno sulla qualità dei servizi offerti>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

  • Ospedale Villa Scassi: l’Idv chiede di rivedere i tagli

    Ospedale Villa Scassi: l’Idv chiede di rivedere i tagli

    Un ordine del giorno, destinato a far discutere quando la prossima settimana approderà in aula. È quello presentato martedì in consiglio regionale dall’Italia dei valori – primo firmatario il  consigliere Stefano Quaini (presidente della Commissione Sanità) – e non siglato dal Partito Democratico.

    Considerato che a breve sarà pianificata la nuova organizzazione delle Strutture complesse e semplici da parte della Direzione Generale dell’ASL3, l’o.d.g. impegna la Giunta <<ad attivare a livello dell’ospedale Villa Scassi tutte le migliori sinergie cliniche e soluzioni organizzative sino a quando non sarà operativo un nuovo nosocomio>>. Tradotto si chiede di rivedere il progetto dei tagli previsti.

    E sì perché fin quando il famoso e sempre rinviato Ospedale del Ponente non sarà realizzato, secondo l’Italia dei valori, è necessario che l’ospedale di Sampierdarena non perda importanti strutture cliniche.
    Il “Villa Scassi” attualmente è sede di DEA di 1° Livello ed inoltre <<la divisione di Chirurgia vascolare e la Struttura semplice e Dipartimentale di Chirurgia toracica rappresentano realtà fondamentali per il trattamento di pazienti afferenti al DEA sia in regime di elezione che in regime di emergenza>>.

    <<ad oggi nessun atto formale individua il percorso che porterà alla costruzione dell’Ospedale del Ponente Genovese e pertanto di fatto l’Ospedale “Villa Scassi” rimane l’unico nosocomio di riferimento in questo raggio geografico per funzioni ed attività>>. In pratica il solo presidio rimasto sul territorio, in grado di dare risposte cliniche non solo a tutto il Ponente, ma anche a Valpolcevera e Valle Stura.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Occhiali solidali: iniziativa a favore di persone in difficoltà economiche

    Occhiali solidali: iniziativa a favore di persone in difficoltà economiche

    Occhiali da vista di qualità certificata ad un prezzo accessibile per persone a basso reddito. È l’offerta promossa da Assopto-Ascom (Associazione Ottici e Optometristi) in partnership con la Provincia di Genova, Auser e Federconsumatori.

    <<La Provincia nel 2010 aveva già lanciato una simile iniziativa nell’ambito della campagna “Contro la crisi” – spiega il vicepresidente della Provincia, Marina Dondero – oggi fa piacere essere di nuovo in prima fila e cercheremo di promuovere il più possibile questa opportunità>>.
    Sul sito web della Provincia sarà visibile l’elenco completo degli ottici aderenti, mentre nei vari Comuni saranno esposte locandine e distribuiti depliant informativi.

    Fondamentale il coinvolgimento di Auser che attraverso 5 sportelli sul territorio (4 Genova ed 1 a Chiavari)metterà a disposizione i voucher che daranno dirittoai soggetti che presenteranno la certificazione Isee, relativa al 2010, che attesta un reddito del nucleo famigliare inferiore o uguale a 15 mila euro – ad una visita gratuita presso gli studi di oltre una trentina di ottici a Genova e Provincia e se necessario all’acquisto ad un prezzo agevolato di 38 euro di occhiali da vista con lenti di ottima qualità. Inoltre i richiedenti potranno usufruire anche di uno sconto del 30% su altri articoli oculistici.
    La campagna “Occhiali solidali” parte il 1 marzo e durerà fino al 31 maggio. È disponibile un numero verde – 800995988 – che fornirà tutte le informazioni necessarie ai cittadini.

     

    Matteo Quadrone

  • Ticket sanitario: continua la mobilitazione di cittadini e associazioni

    Ticket sanitario: continua la mobilitazione di cittadini e associazioni

    Singoli cittadini ed associazioni (Arci Liguria, Adircons, Arci Genova, Associazione Ambulatorio Città Aperta, Associazione San Marcellino, Comunità San Benedetto al Porto, Legacoopsociali, Oltre il Giardino) impegnati a denunciare il mancato inserimento, tra i soggetti esenti dal pagamento del ticket sanitario, di una larga fetta di popolazione – in particolare tutte le persone disoccupate che in precedenza svolgevano un lavoro precario, prestazioni occasionali, contratti a progetto, collaborazioni di vario genere, ma anche i lavoratori autonomihanno deciso di scrivere una lettera al presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, all’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo e all’assessore comunale alle Politiche sociali, Roberta Papi.

    L’obiettivo è ottenere un incontro urgente per discutere di queste tematiche, considerando che la Regione Liguria, entro il prossimo 15 marzo, dovrà adempiere alla verifica della sussistenza del diritto all’esenzione per reddito dei propri cittadini.

    <<Dallo scorso novembre la Regione Liguria ha correttamente inserito tra le altre figure aventi diritto all’esenzione alla compartecipazione, sulla base dell’attuale normativa, quella del “disoccupato”, individuato come “soggetto che abbia cessato un’attività di lavoro dipendente e sia iscritto negli elenchi dei Centri per l’Impiego”. Ma al di là della definizione corretta di tale figura – che non prevede che la condizione di disoccupato sia limitata alla cessazione dal solo lavoro dipendente, ma si riferisce a “persone in cerca di occupazione con precedenti lavorativi” (cfr. ALL. D del Decreto 30 maggio 2001 del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale) e quindi anche a soggetti che abbiano precedentemente svolto altre tipologie di lavoro, anche “non dipendenti” – la scelta della Regione Liguria (a differenza di altre, quali Regione Lazio) esclude dal godimento dell’esenzione tutta quella fascia di cittadini senza precedenti lavorativi, i cosiddetti “inoccupati”, oltre a minori affidati ai servizi per svariate ragioni di disagio sociale e a tutti i cittadini sotto occupati, ma con redditi inferiori a quanto previsto dalla normativa>>, si legge nella lettera.

    <<Una soluzione per ovviare alla scelta che la Regione Liguria ha effettuato, e che si sostanzia in una vera e propria discriminazione nei confronti della fascia di popolazione socialmente più debole, può essere quella che la Regione utilizzi il termine “stato di disoccupazione”, previsto dall’art. 1, comma 2, lettera f) del DL n. 181/2000: f) “stato di disoccupazione”, la condizione del disoccupato o dell’inoccupato che sia immediatamente disponibile allo svolgimento di un’attività lavorativa; che comprende cittadini sia disoccupati che inoccupati>>, suggeriscono gli autori della missiva che si augurano, nel più breve tempo possibile, di essere ascoltati dai rappresentanti regionali.

     

    Matteo Quadrone

  • Posti letto: calano negli ospedali, aumentano nelle strutture private

    Posti letto: calano negli ospedali, aumentano nelle strutture private

    Ci sono numeri che fanno paura. In questo caso perché si riferiscono direttamente a problemi tangibili, che riguardano ognuno di noi e tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo avuto occasione di verificarlo di persona.
    Parliamo dei dati emersi da un’inchiesta del Quotidiano Sanità (www.quotidianosanita.it), elaborati sulla base degli Annuari statistici del Servizio sanitario nazionale del Ministero della Salute, relativi alla disponibilità di posti letto negli ospedali italiani.

    Quello che emerge dall’indagine è un netto calo dei posti letto, soprattutto nel pubblico. In totale dal 2000 al 2009 sono stati tagliati quasi 45 mila posti letto, pari al 15,1% del totale, con un rapporto posti letto-abitanti passato dal 5,1 ogni mille abitanti di 12 anni fa, al 4,2 attuale.

    Il calo più rilevante riguarda la Regione Sardegna  (-22,6%) che dai 5,7 posti letto per  1.000 abitanti del 2000 è scesa fino al 4,4 del 2009.
    Ma un drastico colpo di forbice, sopra la media nazionale, si è verificato anche in Friuli Venezia Giulia (-21,6%), in Puglia (-20,2%), Lazio (-18,8%), Liguria (-18,4%) e Veneto (-18,3%).

    A livello medio nazionale il ridimensionamento dei posti letto ha interessato soprattutto le strutture pubbliche. Tra il 2000 e il 2009 sono state eliminate 42.105 unità, pari al 17,2%. In pratica più del triplo rispetto a quanto verificatosi nel privato accreditato dove il calo medio è stato del 5,3%.

    In Liguria siamo passati dagli 8.742 posti letto del 2000 ai 7.134 del 2009. Il rapporto percentuale su mille abitanti è sceso dal 5,4 del 2000 al 4,4 del 2009.

    Ma i numeri più eclatanti sono quelli relativi alle strutture private accreditate. Ebbene in Liguria i posti letto nel privato, in particolare case di cura e residenze protette, sono cresciuti del 59,5%, passando dai 128 del 2000 ai 316 del 2009. Tradotto siamo la regione italiana che registra l’aumento più consistente.

    Ma in generale tutte le realtà locali hanno incrementato il ricorso al privato accreditato. <<Numeri che hanno fatto spostare di ben due punti la bilancia del rapporto tra posti letto pubblici (dall’82,8% del 2000 al 80,8% del 2009) e posti letto nel privato accreditato (dal 17,2% del 2000 al 19,2% del 2009)>>, sottolinea il Quotidiano Sanità.

    <<La politica del ridimensionamento dei posti letto doveva essere accompagnata da una parallela crescita dei servizi territoriali che però stenta tuttora a realizzarsi in molte Regioni italiane – continua QS – Senza contare l’ulteriore ridimensionamento dell’offerta sanitaria conseguente ai Piani di rientro dal disavanzo che riguardano ormai quasi la metà delle Regioni italiane>>.

    <<Il risultato di questa immensa operazione di ristrutturazione sanitaria, al momento appare quello di una rete ospedaliera vicina al collasso in molte zone del Paese>>, sentenzia QS.

    Ad essere interessate sono soprattutto alcune grandi realtà metropolitane come Roma, Napoli, Torino, Milano, Genova.

    Proprio la nostra città è un esempio concreto. Le cronache cittadine più volte hanno segnalato la gravissima situazione vissuta quotidianamente nei Pronto Soccorso di tutte gli ospedali genovesi. A causa della riduzione dei letti in corsia è sempre più evidente il sovraffollamento dei Pronto Soccorso ospedalieri ed il moltiplicarsi di situazioni limite dovute alla carenza di strumenti minimi, quali ad esempio le barelle.

    <<Sempre più spesso gli organi di informazione raccontano storie di pazienti che devono essere assistiti e curati in PS in condizioni di promiscuità, precarietà, oltre la soglia di “umanità” – spiega il sindacato dei medici, Anaao Assomed – Il senso di vergogna che molti operatori avvertono nel dover lavorare in queste condizioni ha spinto i medici di molti ospedali a manifestazioni ed azioni di forte protesta a difesa del Servizio Sanitario Pubblico>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

  • Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Cannabis terapeutica: consentita dalla legge, ostacolata dalla burocrazia

    Migliaia di persone sofferenti non godono di un libero accesso ai farmaci. Oppure sono costrette a lunghe trafile tra mille ostacoli burocratici per esercitare un loro diritto fondamentale: quello alla cura. Accade in Italia nell’anno 2012.
    Stiamo parlando di uomini e donne, giovani e meno giovani, affetti da patologie quali il glaucoma, epilessia, sclerosi multipla, sindrome di Tourette, spasticità nelle lesioni midollari (tetraplegia, paraplegia), patologie tumorali, malattie psichiatriche e molte patologie neurologiche, malattie autoimmuni (lupus eritematoso) e malattie neurodegenerative (morbo di Alzheimer, corea di Huntington, morbo di Parkinson), patologie cardiovascolari (arteriosclerosi, ipertensione arteriosa), artrite reumatoide, traumi celebrali/ictus, malattie infiammatorie croniche intestinali (morbo di Crohn, colite ulcerosa), asma, anoressia, Aids, sindromi da astinenza nelle dipendenze da sostanze, insonnia, incontinenza, allergie, sindromi ansioso-depressive ed altre ancora.

    Tutti – nessuno escluso – potrebbero ricavare notevoli benefici ed alleviare le proprie sofferenze grazie all’uso medico della cannabis. La canapa infatti contiene numerosi principi attivi, alcuni dei quali dotati di un riconosciuto valore terapeutico. È dalla notte dei tempi che la canapa viene considerata un valido medicinale e nel corso del XIX preparati a base di canapa si trovavano normalmente sugli scaffali di gran parte delle farmacie in Europa come in America. Nel XX secolo si generò un generale mutamento di clima –partito dagli Stati Uniti ed approdato nel Vecchio Continente – che condusse prima ad una campagna mediatica contro la cannabis e poi alla sua messa al bando. Nel frattempo le industrie farmaceutiche decisero di investire sui derivati dell’oppio come anticonvulsivi ed antidolorifici e sulle sostanze sintetiche quali aspirina e barbiturici. Per fortuna negli ultimi decenni si è registrato un rinnovato interesse del mondo scientifico nei confronti della cannabis e sono fioriti numerosi  studi.
    Attualmente in letteratura medica  si trova una vasta documentazione sull’uso terapeutico della cannabis a cui rimando per approfondimenti (in particolare i link accessibili dal sito di “Pazienti Impazienti Cannabis” http://wwwpazienticannabis.org; http://www.cannabis-med.org/italian/patients-use.htm).

    “Pazienti Impazienti” è un’associazione formata nel 2006, nata già nel 2001 come gruppo di auto-mutuo-aiuto, lotta da anni per affermare il diritto a curarsi con la cannabis. Capace di stabilire una forma di dialogo costruttivo con le Istituzioni (in particolare con il Ministero della Salute), “Pazienti Impazienti” ha ottenuto un importante successo – a cui purtroppo non sono seguiti i fatti – ormai ben 5 anni fa.

    <<Nel 2007 abbiamo compiuto un passo avanti importantissimo – racconta Alessandra Viazzi, genovese, Presidente nazionale dell’associazione – siamo riusciti a far inserire il principio attivo (THC) della cannabis nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile>>.

    Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B <<Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla>>. Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.

    Vengono così create le basi normative per immettere in commercio nel mercato italiano farmaci a base di cannabinoidi, visto che allo stato attuale simili prodotti non sono disponibili nelle farmacie del nostro Paese. <<I medici che ritengono di dover sottoporre propri pazienti a terapia farmacologica con derivati della cannabis devono richiederne l’importazione dall’estero all’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della salute>>, si legge nella pagina online del Ministero della salute dedicata ai medicinali cannabinoidi.
    La normativa nazionale di riferimento per tali farmaci è il Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico, per utilizzo in ambito ospedaliero ed extra-ospedaliero. <<l’Ufficio centrale stupefacenti rilascia, su richiesta del medico curante (medico di medicina generale o specialista) o del medico ospedaliero, effettuata per il tramite delle aziende sanitarie locali o delle farmacie ospedaliere, autorizzazioni per l’importazione di medicinali stupefacenti registrati nel paese di provenienza e privi di AIC nazionale (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) – si legge sempre sul sito del Ministero della salute – La richiesta di autorizzazione all’importazione del medicinale deve comunque essere motivata, da parte del medico richiedente, da mancanza di alternative terapeutiche disponibili in Italia>>.

    E qui iniziano i problemi per i pazienti, come racconta Alessandra <<Esistono due modi per accedere ai farmaci: a carico del paziente se prescritti dal medico di base; a carico del servizio sanitario se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata>>.
    Innanzitutto risulta assai difficile trovare medici disponibili a prescrivere medicinali derivati dalla cannabis. Tutto dipende dall’esclusiva valutazione discrezionale del professionista in questione ed inoltre  lo stesso Ordine dei medici pare non incentivare questa pratica.

    Una volta che il medico curante disponibile ha firmato l’apposito modulo, quest’ultimo va consegnato alla Farmacia Territoriale della Asl di riferimento che richiederà l’autorizzazione all’importazione del medicinale al Ministero della salute. Ottenuta l’autorizzazione del Ministero – dopo più o meno una settimana –  la Asl stessa importerà il medicinale e, quando il farmaco arriverà a destinazione, avviserà il medico o il paziente. <<Complessivamente occorre attendere dai 20 giorni ai 2 mesi circa ed anche più se per quella Farmacia è la prima volta e non sono pratici – spiega Alessandra – La maggior parte delle Farmacie Territoriali delle Asl, è il caso di quelle liguri, chiedono al paziente di pagare il costo di farmaco e procedure di importazione. Dai 600 ai 2000 euro anticipati per tre mesi di terapia>>.

    <<La prescrizione infatti vale solo per tre mesi ed ogni tre mesi deve essere rinnovata – continua Alessandra – Quindi il paziente deve ripetere l’intera snervante trafila: medico di base, farmacia territoriale Asl, richiesta al Ministero, attesa dei farmaci. Molti malati hanno problemi di deambulazione, alcuni si trovano in sedia a rotelle e se non possono contar su parenti ed amici come fanno ogni qual volta a rifare tutto il percorso burocratico? Senza considerare la beffa del pagamento anticipato. Il problema è che ogni Asl in Italia ha potere decisionale e non esistono regole che valgono per tutti>>.
    Se invece è il medico specialista ospedaliero a compilare la richiesta in teoria basterebbe che lo stesso la consegni alla Farmacia dell’ Ospedale e si dovrebbe ottenere il farmaco gratis tramite il day-hospital, come prevede la legge. Ma tant’è sono pochissimi i casi in cui i malati hanno accesso gratuitamente ai farmaci.
    <<In pratica molti dei “manager” che dirigono gli Ospedali boicottano illegittimamente l’applicazione della legge per motivi ideologici – spiega Alessandra – e le stesse farmacie ospedaliere spesso non accettano le pratiche complicando la situazione>>.

    Ma quali sono i farmaci cannabinoidi che siamo costretti ad importare dall’estero?
    L’industria farmaceutica ha prodotto diversi farmaci derivanti da cannabinoidi sintetici (in particolare dronabinol e nabilone) registrati per uso terapeutico e commercializzati in diversi paesi. I più importanti sono il Marinol ed il Cesamet, in pratica THC puro sintetico di solito in pastiglie, importati da Usa e Germania. Esiste poi un estratto, il sativex, sotto forma di spray, importato dal Canada.

    I derivati sintetici però sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Come conferma Alessandra <<Per noi i farmaci sintetici non vanno bene. E neppure gli estratti. Entrambi sono prodotti da multinazionali farmaceutiche ed hanno costi decisamente alti. I migliori sono i farmaci che arrivano dall’Olanda, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Sono le cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, ovvero fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza>>.
    La migliore modalità di assunzione delle infiorescenze rimane quella tramite vaporizzazione (grazie ad uno specifico vaporizzatore). La seconda modalità riconosciuta è attraverso l’assunzione di tisane (ma in questo caso non si sfrutta appieno l’apporto del THC che, essendo liposolubile, risulta difficile da sciogliere). <<Ma sono praticabili anche altre soluzioni – spiega Alessandra – c’è chi confeziona preparati alimentari e chi fuma le infiorescenze con o senza tabacco. Questa è la pratica più veloce, particolarmente consueta nei casi di asma ed epilessia>>.

    La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC.
    Il secondo principio attivo principale, con interessanti proprietà terapeutiche è il cannabidiolo (CBD), un cannabinoide non psicoattivo, cioè privo di effetti sul cervello. <<Il CDB è utilissimo per alleviare spasmi e dolori muscolari>>, spiega Alessandra.
    Inoltre il CDB è in grado di modulare l’azione del THC a livello celebrale prolungandone la durata d’azione e limitandone gli effetti collaterali. L’effetto di modulazione del CDB e di altri cannabinoidi – assenti nelle preparazioni sintetiche – potrebbe spiegare la minore efficacia dei farmaci di sintesi.
    Il Ministero della salute olandese già dal 2004 produce il Bedrocan, infiorescenze femminili contenenti il 19% di THC e meno dell’1% di CDB.
    <<Inizialmente questo prodotto era parecchio sbilanciato – spiega Alessandra – e così la ditta olandese “Bedrocan” ha iniziato a realizzarne altre versioni, studiate per venire incontro alle differenti esigenze dei pazienti>>. Nasce così il il Bedrobinol con il 12% di THC e sempre meno dell’1% di CBD. Ed ancora un terzo, il Bediol, in forma granulare, con percentuali variabili tra il 6 – 8% di entrambi i principi, THC e CDB. Parliamo di prodotti che, in alcuni casi, consentono ai malati di ridurre, se non addirittura eliminare completamente, il ricorso a farmaci terribili come i barbiturici.

    A partire dal 2007  esiste anche una seconda opportunità per i pazienti. I medicinali a base di cannabinoidi possono infatti essere commercializzati come preparazioni galeniche magistrali.
    Qualunque medico può prescrivere su semplice ricetta bianca non ripetibile tali preparazioni e qualsiasi farmacia – dotata di un laboratorio galenico – può richiederli ad una ditta di Milano, la Solmag-Artha, che nel 2009 ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione per importare le stesse infiorescenze femminili dall’Olanda (sfuse invece che in barattoli da 5 grammi). La ditta di Milano a sua volta le rivende alle farmacie italiane che nei loro laboratori preparano le singole dosi. <<Il problema è che questi passaggi fanno salire in maniera vertiginosa i costi>>, sottolinea Alessandra. La ditta di Milano acquista le infiorescenze a prezzo di costo, il medesimo pagato dalle Asl, ma poi ricarica i prezzi del 100%. <<Si passa così da circa 8 euro al grammo se il prodotto è importato tramite Asl, a cifre che si avvicinano ai 30-40 euro al grammo – continua Alessandra – Considerando che mediamente ogni paziente ha bisogno di almeno 1 grammo al giorno, si comprende alla perfezione come una spesa simile sia insostenibile per la maggioranza dei malati>>. In sostanza anche questa opportunità non può diventare una pratica consueta e per i malati curarsi rimane sempre un percorso ad ostacoli.

    <<Il problema è la mancanza di regole comuni in tutto il territorio italiano>>, precisa Alessandra.
    Con il riconoscimento e la regolamentazione dell’accesso ai derivati medicinali della pianta di cannabis e degli analoghi sintetici – sanciti dal DM dell’aprile 2007 – la fruizione della terapia è ormai formalmente un dato acquisito, ma occorrono delle singole leggi regionali in grado di applicare le norme quadro nazionali.
    <<Ogni regione deve mettere nero su bianco delle regole chiare – spiega Alessandra –  Noi come associazione di pazienti con l’appoggio trasversale di diverse forze politiche siamo riusciti a far presentare delle proposte di legge in 9 regioni italiane, tra cui la Liguria.  Purtroppo attualmente sono tutte in una fase di stallo. Inoltre presentano dei pesanti limiti che occorre eliminare. Il problema principale è che per un evidente volere politico e mediatico si sta trasmettendo all’opinione pubblica un messaggio errato. In pratica viene messa in evidenza l’utilità di questi farmaci esclusivamente per quanto concerne le cure palliative del dolore, ad esempio nei casi di malati terminali o persone sottoposte a cicli di chemioterapia. Ma questa è solo una delle indicazioni e non certamente la principale. In questa maniera vengono esclusi numerosi pazienti affetti da patologie che nulla hanno a che vedere con le cure palliative>>.
    Per quanto riguarda la Liguria la proposta di legge intitolata “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà (primi firmatari i consiglieri Alessandro Benzi, Giacomo Conti Matteo Rossi), giace in un cassetto di qualche ufficio regionale. Dimenticata ormai da quasi un anno.

    “Pazienti Impazienti” si è riunita con i capigruppo del consiglio regionale nell’aprile 2011. Da allora l’associazione non ha più avuto notizie. Neppure dal Presidente della Commissione Sanità, il consigliere Stefano Quaini, il quale aveva promesso di interessarsi alla questione.

    <<Bisogna assumere il punto di vista dei malati per comprendere la situazione – dice Alessandra – l’associazione si chiama “Pazienti Impazienti” perché non abbiamo più la pazienza di aspettare. Non c’è più tempo da perdere. Anzi non c’è MAI stato tempo da perdere. Purtroppo alcuni di noi in questi anni ci hanno lasciato nella vana attesa di un cambiamento delle stato delle cose. Noi la “nostra” medicina la vogliamo utilizzare e lo stiamo facendo comunque nonostante l’assurdità della legge. Non è giusto che in una società civile un malato possa curarsi gratis, un altro solo se ha un reddito sufficiente ed altri ancora rischino la galera>>.

    <<Io ho iniziato nel 1992 quando ancora, anche in ambito medico, ti guardavano come un “alieno” – racconta Alessandra – Poi per fortuna, intorno al 2000, ho iniziato a trovare qualcuno con cui condividere la mia esperienza. A Genova ad aver trovato medici che prescrivono questi farmaci siamo in 7-8 persone. In tutta Italia il bacino di utenza potenziale è di migliaia di persone. Purtroppo non si hanno informazioni certe e verificabili perché nessuno, neppure il Ministero della salute, si preoccupa di tenere aggiornati i dati. La nostra pratica ERA illegale e per la maggioranza dei pazienti CONTINUA ad essere illegale ancora oggi. Parliamo di malati che non trovano disponibilità nei medici, nelle farmacie territoriali delle Asl, pazienti che non possono sostenere costi elevatissimi e devono necessariamente trovare altre soluzioni. E così un numero elevato di pazienti ha due possibilità: o si rivolge al mercato nero della cannabis, con prezzi alti e soprattutto con un basso livello di qualità; oppure si auto produce la sua medicina. Diventa un coltivatore di cannabis con rischi ancor più alti perché da “consumatore di stupefacenti” si trasforma in “produttore di stupefacenti”, perseguibile dalla legge italiana. Anche le forze dell’ordine ritengono tutto ciò un’assurdità. Ma sono obbligati ad intervenire. È veramente paradossale perché siamo riusciti ad inserire un principio attivo stupefacente all’interno della lista dei medicinali, eppure nonostante ciò molti malati rischiano il carcere perché i medici non prescrivono questi prodotti>>.

    <<Se tutto fosse fatto a regola d’arte si potrebbero sfruttare le competenze sviluppate, soprattutto in altri Paesi, per metterle a disposizione dei malati – conclude Alessandra – già oggi esistono semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che, come detto in precedenza, possono risultare utili per differenti patologie. Senza contare che la qualità e la sicurezza del prodotto finale risulterebbero totalmente accertate. Per quanto riguarda le preparazioni galeniche, anche questa potrebbe rappresentare una soluzione valida. Peccato però che senza un controllo accurato di costi e qualità sia un’opportunità impraticabile. Noi abbiamo proposto e siamo riusciti a farlo inserire in alcune proposte di legge regionali, di realizzare una produzione nazionale di canapa a fini terapeutici sul modello portato avanti dal Ministero della salute olandese. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio abbiamo indicato lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze,  per la produzione e lavorazione di cannabis medicinale coltivata in Italia destinata alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Oggi si tratta di una possibilità completamente inesplorata che invece potrebbe risolvere parecchi problemi ed alleviare le sofferenze di migliaia di malati>>.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Ticket sanitario: l’esenzione non vale per chi ha perso un lavoro precario

    Ticket sanitario: l’esenzione non vale per chi ha perso un lavoro precario

    Una misura che colpisce i nuovi poveri, i meno abbienti, ma anche chi ha perso un lavoro precario. Parliamo del famoso ticket sanitario, dal quale non sono più esenti – a partire dal 1 novembre 2011 fino al 31 marzo 2012una larga fetta di cittadini liguri in difficoltà economica.

    Lo denunciano singoli cittadini indignati affiancati da figure quali Don Andrea Gallo e da associazioni come Adircons (federazione delle associazioni dei consumatori) e l’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta, solo per citarne alcune.

    Secondo la norma infatti, tra i 6 ed i 65 anni di età, sono esenti dalla partecipazione alla spesa sanitaria solo le persone che hanno perso una precedente attività di lavoro dipendente, iscritte negli elenchi dei Centri per l’impiego ed appartenenti ad un nucleo famigliare con un reddito complessivo lordo inferiore a 8.263 euro.

    Sono quindi chiamati a contribuire al costo delle prestazioni specialistiche e farmaceutiche  tutte le persone disoccupate che in precedenza non svolgevano un lavoro dipendente, bensì lavori precari quali prestazioni occasionali, contratti a progetto, collaborazioni di vario genere. Ma anche i lavoratori autonomi, ad esempio le numerose Partite Iva di chi ha tentato, senza successo, di avviare un’impresa.

    E non solo – secondo i cittadini che hanno denunciato la situazione – si registrano casi di minori ospiti di comunità o affidati ai servizi per svariate ragioni di disagio sociale che, non potendo usufruire dell’esenzione dal pagamento del ticket, sono stati costretti a rivolgersi presso strutture private, le quali hanno dimostrato maggiore disponibilità nel fornire le prestazioni sanitarie richieste.

    Il caso è stato portato alla luce in Consiglio comunale dal consigliere Antonio Bruno (Rc) che ha presentato un interrogazione a risposta immediata. <<Spero si tratti di un errore frutto di qualche copia incolla frettoloso – spiega Bruno – Qui assistiamo ad uno scollamento della realtà che ha dell’incredibile. Come si fa a dimenticarsi di tutti i lavoratori precari che, una volta perso il lavoro, oggi sono costretti a pagare il ticket sanitario? Per non parlare delle persone sotto occupate con redditi insufficienti alla sopravvivenza, dei senza dimora e di chi non è riuscito ad integrarsi nel mercato del lavoro>>.

    <<Senza un sostegno queste persone sono impossibilitate ad accedere ai servizi sanitari – sottolinea Bruno – chiedo a questa amministrazione di sostenere la mobilitazione avviata da alcuni cittadini ed associazioni e di farsi interprete di queste istanze presso la Regione Liguria. Il 31 marzo per fortuna scadrà questa norma e vogliamo che sia riscritta con la necessaria attenzione>>.

    L’assessore ai Servizi Sociali, Roberta Papi, si è detta d’accordo. <<Porterò presso la Regione Liguria questa riflessione, che condivido. Da una prima indagine sembra che la Liguria sia l’unica regione italiana che interpreta in tale maniera l’applicazione del ticket sanitario. In qualità di presidente ligure di Federsanità cercherò di porre l’argomento al centro del dibattito mentre come assessore chiederò chiarimenti alla Regione>>.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità: i lavori di pubblica utilità sono un’opportunità da sfruttare

    Sanità: i lavori di pubblica utilità sono un’opportunità da sfruttare

    Un istituto già previsto nel nostro ordinamento, un’opportunità concreta a favore dell’amministrazione sanitaria, Asl ed Aziende Ospedaliere in primis, ma purtroppo, almeno finora, non sfruttata a dovere.

    Parliamo dei Lavori di pubblica utilità disciplinati dal Decreto Ministeriale 26 marzo 2001, il quale prevede fra questi le <<prestazioni di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale o volontariato operanti, in particolare, nei confronti di tossicodipendenti, persone affette da infezione da HIV, portatori di handicap, malati, anziani, minori, ex-detenuti o extracomunitari, prestazioni di lavoro nella manutenzione e nel decoro di ospedali e case di cura o di beni del demanio e del patrimonio pubblico ivi compresi giardini, ville e parchi, con esclusione di immobili utilizzati dalle Forze armate o dalle Forze di polizia>>.

    Martedì 31 gennaio in Consiglio regionale è stato approvato all’unanimità un ordine del giorno, presentato dall’Idv, primo firmatario Stefano Quaini, presidente della Commissione Sanità, relativo all’opportunità per la sanità ligure di attivare ed incentivare l’utilizzo di lavori di pubblica utilità al fine di sostituire la pena comminata per la guida in stato di ebbrezza.
    Il comma 9 bis dell’art. 186 del Codice della strada (D.Lgs n. 285/1992), introdotto grazie ad una norma della Legge n. 126/2010, prevede infatti la possibilità per il tribunale competentesu richiesta volontaria dell’imputato per guida sotto l’effetto di alcoldi applicare una sanzione sostitutiva, vale a dire il lavoro di pubblica utilità, che in caso di svolgimento positivo permette di estinguere il reato.

    <<Abbiamo portato alla ribalta un’opportunità già prevista nel nostro ordinamento ma che oggi fatica a trasformarsi in uno strumento utilizzato – spiega Stefano Quaini – Gli imputati per guida in stato di ebbrezza invece che pagare una sanzione potrebbero essere impiegati in lavori socialmente utili quali, ad esempio, l’assistenza agli anziani oppure l’assistenza domiciliare. Pensiamo ai malati con patologie gravi, malati cronici spesso abbandonati alla cura esclusiva di famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per garantirgli un adeguato supporto. Ebbene questo strumento rappresenta una risorsa in più che, in un periodo segnato dai tagli al comparto sanitario, potrebbe risultare fondamentale>>.

    <<Ne abbiamo parlato con l’assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, ed abbiamo proposto che venga diramata una nota per sollecitare i direttori generali delle Asl e delle Aziende Ospedaliere liguri affinché si attivino verso i tribunali liguri per porre in essere ed incrementare le collaborazioni di lavoro di pubblica utilità – continua Quaini – In questo modo si concederebbe alle persone volenterose, in possesso dei requisiti lavorativi ma imputati del reato, parzialmente depenalizzato, di guida in stato di ebbrezza, di giungere all’estinzione del reato tramite la propria opera lavorativa. Allo stesso tempo ciò consentirebbe di aumentare le prestazioni d’opera professionali senza spese aggiuntive a favore delle Aziende Sanitarie ed Ospedaliere”.

    <<La sanzione sostitutiva può essere applicata in tutti i casi di guida in stato di ebbrezza, esclusi i casi in cui si è verificato un incidente – sottolinea l’avvocato Paolo Gianatti, presidente Comitato etico dell’Asl 2 di Savona – per poter sfruttare questa alternativa è necessaria la firma di una convenzione fra le parti, l’imputato e l’ente che vuole avvalersi del lavoro di pubblica utilità. Attualmente le convenzioni riguardano soprattutto Comuni e Pubbliche assistenze. Gli enti hanno la possibilità di realizzare delle convenzioni modello, approvate dai presidenti dei tribunali, dunque immediatamente disponibili per gli imputati che ne facciano richiesta. Purtroppo le Aziende Sanitarie Locali e le Aziende Ospedaliere Liguri stanno tardando nell’applicazione di questa norma dalle notevoli potenzialità. La Regione Liguria sembra aver intuito quale valore aggiunto potrebbe rappresentare il Lavoro di pubblica utilità, la speranza è che al più presto Asl ed Aziende Ospedaliere si muovano in questa direzione. Basti pensare che tra le persone imputate per guida sotto l’effetto di alcol, non è escluso che potrebbero esservi anche medici, infermieri, operatori sanitari. Ovviamente le prestazioni lavorative di tali professionisti risulterebbero utilissime proprio in ambito sanitario>>.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedali psichiatrici giudiziari: il Senato stabilisce la chiusura entro marzo 2013

    Ospedali psichiatrici giudiziari: il Senato stabilisce la chiusura entro marzo 2013

    Il Senato mercoledì 25 gennaio ha approvato un emendamento – all’interno del decreto-legge sul sovraffollamento delle carceri ddl 3074 – che stabilisce per marzo 2013 il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che ora passerà al vaglio della Camera.

    “È un fatto positivo, ma bisogna evitare che ora al posto degli OPG nascano “mini OPG“, magari uno in ogni regione – dichiara il comitato StopOpg, la galassia di associazioni che da anni si batte per la chiusura di queste strutture – Abbiamo già espresso la preoccupazione che le strutture residenziali previste in sostituzione dei vecchi OPG finiscano per riprodurre situazioni simili agli ospedali psichiatrici. E che le persone restino internate, in strutture certo meno fatiscenti ma pur sempre in luoghi di internamento“.

    “Mentre l’alternativa all’OPG, come per i manicomi, è offrire ad ogni persona un percorso di cura, di assistenza e di inclusione sociale nel territorio, e non solo il ricovero in strutture, che finisce per escludere e recludere – continua il comitato StopOpg – Per questo il voto del Senato ci spinge a insistere con il Governo, la Conferenza delle Regioni e nelle singole Regioni: con la campagna “un volto, un nome“, per restituire cittadinanza ad ogni persona. E quindi anche a proporre l’urgenza di una legge che abolisca definitivamente l’istituto giuridico dell’OPG“.

    Adesso il confronto si sposta  sui tavoli delle regioni che dovranno gestire il passaggio sui loro territori ma soprattutto garantire le strutture in grado di accogliere più di 1400 persone.
    Entro il mese di febbraio ci sarà l’incontro tra StopOpg e Vasco Errani per cominciare il lavorospiega Stefano Cecconi, responsabile Politiche della salute della Cgil Nazionale su www.quotidianosanita.it – I territori devono prendere in carico queste persone per offrire le risposte in base ai bisogni precisi e in base alle singole situazioni. L’emendamento di ieri dà due mesi di tempo alle regioni, entro il 31 marzo 2012, di definire requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi, con riguardo ai profili di sicurezza, relativi alle strutture destinate ad accogliere le persone. Quello che è certo è che vogliamo evitare che nelle regioni si creino dei mini Opg. Questa non può essere la soluzione”.

    La battaglia non è chiusa e anzi questo è solo un primo passo comunque importante – sottolinea Donatella Poretti, senatrice radicale eletta nelle file del Pd, membro della commissione d’inchiesta del Ssn, presieduta da Ignazio Marino – perchè finalmente abbiamo una data e dei fondi certi da destinare alla riqualificazione e riorganizzazione delle strutture e del personale. Da questo momento  è necessario cercare la collaborazione di tutti quelli che hanno a cuore la situazione. Chi deve uscire è giusto che esca, per gli altri le regioni entro un anno, che non è tanto, devono organizzare le strutture sul territorio”.

     

     

    Matteo Quadrone

     

  • Centro Trapianti San Martino: sarà diviso in due strutture semplici

    Centro Trapianti San Martino: sarà diviso in due strutture semplici

    Sei grandi aree di intervento, 16 strutture complesse declassate a semplici, lo smembramento del Centro Trapianti in due strutture più “leggere”, una per l’attività del rene e l’altra per quella del fegato.

    Sono questi i punti principali del piano di riorganizzazione che l’azienda San Martino–IST, di concerto con l’Università, ha presentato la settimana scorsa alla Regione Liguria. Una proposta che l’ente guidato dal Presidente Claudio Burlando dovrà approvare in 40 giorni.

    Uno dei nodi più “caldi” e che già fa discutere è quello del Centro Trapianti.
    Il Centro Trapianti ligure ha avviato la sua attività all’inizio degli anni ’80 maturando una consolidata esperienza nel trapianto degli organi solidi addominali (fegato, rene, pancreas) su pazienti adulti e pediatrici. Presso il Centro di Genova sono stati effettuati 683 trapianti di fegato e 1560 trapianti di rene.
    Alcuni mesi fa – quando presunte criticità organizzative imposero la sospensione del trapianto di fegato – contro la ventilata ipotesi di smantellamento del Centro Trapianti, comuni cittadini raccolsero in breve tempo oltre 20 mila firme.

    Ma torniamo ad oggi. La divisione del Centro prevista nel piano di riorganizzazione aziendale prende le mosse da un ordine del giorno approvato all’unanimità nella seduta del Consiglio regionale del 22 dicembre scorso.
    “Visto che i conti del Centro, nell’attuale strutturazione, non sono più sostenibili alla luce dell’attuale quadro economico e comunque sovradimensionati rispetto all’attività svolta – si legge nell’o.d.g n. 320 – valutato che Centri internazionali di eccellenza nell’attività trapiantologica da tempo seguono modelli organizzativi ed economici diversi; considerato infine che per problematicità correlate all’attuale organizzazione si è dovuto sospendere da tempo l’attività di trapianto epatico; (l’o.d.g.) impegna il presidente della giunta regionale ad attivarsi affinché si segua un modello organizzativo e gestionale basato sulla separazione dell’attività trapiantologica epatica e renale, mediante l’attivazione di due separate strutture semplici dipartimentali ospedaliere in quanto modello organizzativo caratterizzato da economicità ed efficienza”.

    La decisione di rimodellare il Centro Trapianti unico in due strutture semplici, trova il plauso del Presidente della Commissione Sanità della Regione Liguria, Stefano Quaini “L’assetto futuro del Centro così come previsto da un recente ordine del giorno regionale è ovviamente condiviso in quanto consentirebbe un’azione di risparmio molto importante, pur mantenendo un alto standard di qualità all’assistenza dei pazienti liguri e non che afferiscono al Centro”. Il consigliere regionale Idv sottolinea “Non si tratta di uno smantellamento e neppure di una penalizzazione dell’attività del Centro ma è invece la messa in campo di strategie che consentiranno alla Regione di recuperare quasi dieci milioni di euro”.

    Non è d’accordo il professore Umberto Valente, da oltre vent’anni alla guida del Centro del San MartinoSpetta ai soggetti istituzionalmente preposti (Assessore alla Salute, Rettore, Direttore generale IRCSS San Martino-IST) decidere l’organizzazione di un Centro Trapianti come quello ligure? – si domanda il professore in un circostanziato dossier inviato al Presidente della Regione, a tutti gli Assessori e Consiglieri regionali – Oppure è compito di una votazione a maggioranza, espressa da Consiglieri regionali certamente non adeguatamente informati in una materia così delicata e specialistica?”.

    La creazione di due UOS dipartimentali una per il trapianto di fegato, l’altra per il trapianto di reni non comporterà una riduzione dei costi – secondo Valente – bensì al contrario potrebbe generare l’impressione di perseguire l’obiettivo di creare strutture “ad personam”. Anche perché “Le UOS dipartimentali altro non sono che entità autonome, esattamente come le UOC. Nel caso in questione da una preesistente struttura verrebbero a costituirsene due (UOS Trapianto di fegato, UOS Trapianto di rene), peraltro private dei fondamentali supporti dedicati (in particolare dell’UOS Anestesia e Rianimazione dei Trapianti)”.

    Per quanto riguarda il primo punto dell’odg del 22 dicembre scorso, vale a dire la sostenibilità dei conti del Centro Trapianti, il prof. Valente osserva come “Il livello organizzativo di una struttura autorizzata allo svolgimento del trapianto di organi solidi deve necessariamente avvalersi di strutture e turnazione del personale tali da assicurare la pronta operatività 24/h”. Poi aggiunge “Al di là della considerazione essenziale che primariamente in sanità si deve valutare il costo rispetto al beneficio ottenuto in termini di qualità e risultati, si concorda che in tutti i settori della sanità pubblica, compreso quindi il comparto del prelievo e trapianto di organi solidi, è indispensabile attivare processi virtuosi finalizzati al contenimento della spesa”.

    Ed è proprio per questo che “A partire dal 20 ottobre 2010, a seguito di deliberazioni attuate dall’allora Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino, la UOC di Chirurgia Generale ad Indirizzo Epatobiliopancreatico è stata accorpata all’UOC Chirurgia Generale e Trapianti d’organo, consentendo la soppressione di 20 posti letto, il recupero del relativo personale infermieristico, mentre 3 unità del personale medico sono state trasferite presso il Centro Trapianti”. Un accorpamento che ha permesso all’azienda di risparmiare ben 4,5 milioni di Euro (questo il conto economico complessivo, per l’anno precedente, della singola UOC di Chirurgia Generale ad indirizzo Epatobiliopancreatico).

    Limitando la valutazione alle strutture principali coinvolte nell’attività di trapianto di organi solidi (UOC Chirurgia Generale e Trapianti d’Organo e Unità operativa semplice Anestesia e Rianimazione dei trapianti) il totale dei costi per il 2010 ammontava a 17.342.021,03 Euro comprensivo dei costi indiretti e generali dell’azienda (ammontanti a 3.555.274,38 euro), sui quali le singole strutture non possono esercitare alcuna forma di risparmio – scrive Umberto Valente nel dossier – A tal fine presso il Centro Trapianti è stato avviato un programma di razionalizzazione dell’impiego delle risorse umane, il quale una volta giunto a compimento porterà un ulteriore risparmio di circa 2 milioni all’anno”. Ma non solo “Si prevede inoltre di ottenere un risparmio di altri 2 milioni all’anno agendo sulle modalità di utilizzo delle strutture”, ad esempio attivando a tempo pieno le due sale operatorie a disposizione delle altre UO chirurgiche aziendali, accorpando alcune attività ambulatoriali con altri servizi aziendali, diminuendo ricoveri impropri, tempi di degenza, spesa farmaceutica e “valorizzando al più possibile la chirurgia ad alta complessità correlata all’attività del trapianto”.

    Per quanto concerne invece il secondo punto dell’odg, secondo il quale i centri internazionali dell’attività trapiantologica seguirebbero modelli organizzativi ed economici diversi, “L’affermazione appare in controtendenza rispetto agli indirizzi di contenimento della spesa in atto sia nella nostra regione e nello stesso IRCSS San Martino–IST, sia sul territorio nazionale, volti alle riduzione delle Unità Operative attraverso il loro accorpamento”, spiega il prof. Valente.

    Il Centro Trapianti di Genova dispone di un organizzazione consolidata sulla falsariga dei principali Centri Trapianti degli Stati Uniti d’America, finalizzata all’interscambiabilità degli operatori, alla condivisione delle strutture, delle attrezzature e del supporto multimediale, con la coesistenza di componenti universitarie ed ospedaliere – si legge nel dossier – Anche in Italia, dove possibile per motivi di razionalizzazione e di costi, viene attuato come modello organizzativo prevalente l’accorpamento delle attività trapiantologiche (Udine, Bologna, Milano Niguarda, Verona, Roma Policlinico, Roma Tor Vergata, Roma Cattolica, Bari, ISMETT-Palermo)”.

    Infine in merito all’ultimo punto dell’odg, relativo alla forzata sospensione dell’attività di trapianto epatico a causa di problematicità correlate all’attuale organizzazione, Valente precisa “Contrariamente a quanto affermato l’organizzazione propria del centro trapianti e dell’intero sistema operante all’interno dell’azienda ospedaliera, è perfettamente funzionante, peraltro come prima dell’interruzione, in grado di disporre nel caso di trapianto di fegato sia di più equipe di prelievo e trapianto sia di un pool di anestesisti, rivelandosi pienamente rispondente ai requisiti richiesti dalle norme di legge”.

    L’interruzione dell’attività di trapianto di fegato è stata conseguente ad una lettera inviata nell’aprile 2011 al Direttore generale del San Martino, sottoscritta da numerosi operatori del Centro Trapianti, in cui si chiedeva che venissero rimosse le ripetutamente segnalate difficoltà interne, conseguenti a comportamenti individuali inappropriati riconducibili ad un singolo dirigente medico – scrive Valente – A seguito di tale lettera la Direzione generale disponeva la sospensione temporanea dell’attività di trapianto di fegato mantenendo le sole procedure di emergenza”.

    Una scelta gravemente penalizzante per i pazienti in lista d’attesa o prossimi all’inserimento in lista, da allora costretti a rivolgersi presso centri situati al di fuori della regione Liguria”, sottolinea il professore.
    La sospensione dell’attività di trapianto di fegato infatti, contrariamente alle iniziali e formali deliberazioni che ne attestavano la natura transitoria, si è prolungata nel tempo.

    Oggi tale situazione, “nonostante il dirigente medico abbia mantenuto gli stessi comportamenti di reiterato rifiuto all’osservanza delle direttive proprie dell’azienda, si deve considerare superabile grazie alla rigorosa applicazione delle norme che regolano le attività assistenziali a livello aziendale ed all’impegno degli altri operatori della struttura – continua Valente – In ogni caso comportamenti inappropriati di un singolo operatore non possono rappresentare un giustificato motivo per una così prolungata sospensione di un pubblico servizio assistenziale e salvavita, non essendo tale sospensione motivata da ragioni tecniche ed organizzative”.

    L’ingiustificata interruzione del programma di trapianto di fegato, “oltre a causare un grave danno per i pazienti liguri in attesa di trapianto, comporta il concreto rischio di una penalizzazione degli operatori medici ed infermieristici che con il prolungarsi del periodo di sospensione rischiano di compromettere il know-how acquisito in anni di attività dedicata e certificata”, sottolinea Valente.
    E non dovrebbe essere trascurato neppure il danno di immagine per la stessa azienda ospedalieracon il rischio di perdita di fiducia da parte delle strutture sanitarie regionali e nazionali che da sempre hanno indirizzato i pazienti presso il nostro Centro”, conclude il professore.

     

     

    Matteo Quadrone

  • San Martino e Istituto Tumori: la fusione porterà benefici?

    San Martino e Istituto Tumori: la fusione porterà benefici?

    ist san martinoIL PRECEDENTE

    28 gennaio 2011: la Regione Liguria licenzia il disegno di legge che porta uno dei più cruciali e contestati riassetti del sistema sanitario nel capoluogo, la fusione tra Ist e San Martino. Ospedale, cliniche universitarie e istituto di ricerca verranno fusi nel Centro Oncologico Ligure, che si occuperà a livello regionale di emato-oncologia, con l’obiettivo di triplicare rispetto al passato i posti letto e l’attività di ricerca.

    Una fusione ritenuta preoccupante per i molti precari degli ospedali liguri, ai quali l’Assessore Regionale alla Sanità Claudio Montaldo ha promesso «passi avanti nel piano di stabilizzazione».

    IL PRESENTE
    Gennaio 2012: la fusione tra i due centri è diventata effettiva il 2 settembre 2011. Un mese dopo sono scattati i primi licenziamenti: dieci infermieri e cinque tecnici di radiologia – tutti assunti con contratto interinale – sono rimasti senza lavoro all’inizio di ottobre, uno spettro licenziamenti che coinvolge altri precari del settore, come sempre avviene in ogni “riorganizzazione dell’assetto aziendale”. Negli ultimi giorni si è parlato di un ulteriore taglio che potrebbe coinvolgere 20 ricercatori.

    La riorganizzazione del sistema sanitario genovese sta coinvolgendo altri istituti, dalla chiusura del poliambulatorio del Pammatone alle proteste dei precari del Gaslini, e coinvolge al tempo stesso anche alcune ditte che tramite appalto forniscono servizi esterni agli ospedali (mensa, pulizie…).

    Nel frattempo è stata annunciata una riorganizzazione dei padiglioni dell’ospedale, che secondo quanto comunicato dal Direttore Generale Mauro Barabino comporterà un finanziamento di almeno 25 milioni di Euro, se approvato dal Ministero per la Salute.

    Marta Traverso

  • Ospedali psichiatrici giudiziari: al via la campagna “Un volto, un nome”

    Ospedali psichiatrici giudiziari: al via la campagna “Un volto, un nome”

    In attesa che il Senato approvi l’emendamento, già passato all’unanimità in Commissione Giustizia il 12 gennaio, per la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), il Comitato Stop Opg si riunirà il 26 gennaio per presentare pubblicamente la Campagna “Un volto, un nome” per sostenere la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e la “presa in carico” per l’assistenza e la cura delle persone, alternativa all’internamento in OPG.

    Le condizioni inaccettabili in cui sono costretti oltre 1500 nostri concittadini reclamano interventi forti che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha sollecitato parlando di “estremo orrore dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibile in qualsiasi paese, appena appena civile”.

    Dobbiamo dare un volto, un nome, restituire identità, storia, cittadinanza, ad ogni persona internata in OPG”, si legge nel manifesto della campagna. Il comitato promotore chiede al Governo (Ministri della Giustizia e della Salute) di fermare l’invio di cittadini in Opg e far dimettere gli internati per farli assistere e curare nei territori di residenza. Mentre le Regioni tramite le proprie Asl devono organizzare la presa in carico di ogni internato e l’assistenza socio-sanitaria alternativa all’internamento.

    La galassia di associazioni, che si batte affinché finalmente venga superato un modello di detenzione “medioevale”, ha scritto al Presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, al Ministro della Salute Renato Balduzzi, al Ministro della Giustizia Paola Severino e al Presidente Ignazio Marino (Commissione inchiesta sull’efficacia e sull’efficienza del SSN), per annunciare la campagna “Un volto, un nome.
    Ma è stata anche l’occasione per chiedere un incontro, in particolare sugli impegni assunti per il superamento degli OPG in attuazione dell’ Accordo Stato Regioni Enti Locali, del 13 ottobre 2011, dichiarando da subito la piena disponibilità a collaborare, in piena autonomia e nel rispetto dei ruoli istituzionali.
    Ora StopOPG procederà con le iniziative della campagna “Un volto un nome” anche nelle singole regioni.

  • Vendita immobili dell’ex manicomio di Quarto: la Asl 3 è contraria

    Vendita immobili dell’ex manicomio di Quarto: la Asl 3 è contraria

    Manicomio di QuartoIl consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) interviene sulla cartolarizzazione approvata dal centrosinistra durante l’ultima seduta del consiglio regionale, il 22 dicembre scorso.

    “Come già avevo sottolineato durante il dibattito in consiglio regionale la messa in vendita degli immobili della Regione, per far quadrare il buco di 150 milioni di euro nel bilancio, è stata gestita male sia nella forma sia nella sostanza – commenta Pellerano – Non solo la giunta Burlando ha comunicato la lista degli immobili ai consiglieri solo in corso d’opera, nelle fasi cruciali della discussione, ma ha anche dimostrato di aver preso decisioni affrettate che non tarderanno a pesare sulle tasche dei contribuenti liguri».

    Pellerano fa riferimento allo stralcio dalla lista degli immobili in vendita di tre padiglioni del complesso dell’ex manicomio di Genova Quarto, sui quali gravano mutui per la ristrutturazione (realizzati con finanziamenti nazionali), stralcio che di fatto fa scendere da 80 a 76 milioni la previsione di entrate dalla vendita del patrimonio.

    “Il direttore generale della Asl genovese smentisce la giunta, sembra quasi non sia stato avvisato della vendita di questi immobili – puntualizza Pellerano – Peccato che abbia ragione, oggi non si può vendere: nei locali di Quarto sono attivi alcuni servizi di igiene mentale, comunità per persone anziane e disabili, ma anche le cucine di Asl 3 per il Levante. Lì si tengono alcuni corsi universitari e hanno sede ambulatori per visite mediche legali e per il rilascio o rinnovo della patente oltre agli uffici amministrativi coinvolti nell’affaire via Degola (costo della nuova sede 17 milioni di euro)”.

    Il direttore della Asl 3 Corrado Bedogni, sulla stampa, ha dichiarato che la vendita dei locali di Quarto non può essere fatta perché a oggi non esistono alternative per collocare i pazienti e i servizi sociosanitari.

    Anche il municipio Levante ha sollevato perplessità e preoccupazione sul futuro dell’assistenza dei cittadini della zona.

    “Questa è la dimostrazione di come la maggioranza abbia agito con superficialità, fretta e assenza di coordinamento con la Asl e i soggetti istituzionali coinvolti nell’operazione di messa in vendita degli immobili, con l’unico intento di fare cassa e di far quadrare i conti, ma solo sulla carta – continua Pellerano – Anche il presidente Burlando, durante le ultime fasi di discussione in consiglio, aveva espressamente ammesso la ragionevolezza delle osservazioni che avevo esposto in merito all’operazione. Ma si è andati comunque avanti. La maggioranza si è tappata il naso e ha approvato un enorme pasticcio che porterà alla svendita, sotto il valore reale, degli immobili di Quarto, la perdita per i cittadini di servizi essenziali e la ricollocazione chissà dove dei pazienti di psichiatria, magari in altri container come già è accaduto per i malati dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino. Tutto questo comporterà poi il pagamento di ulteriori affitti da parte della Regione, che fino a oggi prestava i servizi sanitari all’interno di immobili di proprietà; a pagare, ovviamente, saranno sempre i contribuenti liguri. Insomma: la Regione si è comportata come una famiglia sprovveduta che vende casa propria ancora prima di sapere dove andrà ad abitare”.

    Con la ripresa dei lavori del consiglio regionale Pellerano annuncia: “Con l’ennesima interrogazione chiederò all’assessore Montaldo se è ancora possibile porre rimedio a questa paradossale situazione in cui la sanità ligure, complice l’intera maggioranza, si ritrova. Alla luce delle dichiarazioni espresse dal direttore Bedogni chiederò anche se le Asl hanno avuto la lista degli immobili venduti all’ultimo momento e non hanno potuto controllare nulla, come è successo al consiglio regionale».

  • Opg, Marino: soddisfazione per l’incontro con Monti

    Opg, Marino: soddisfazione per l’incontro con Monti

    Il Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale, il senatore Ignazio Marino, è stato ricevuto ieri dal Presidente del Consiglio, Mario Monti, per illustrare il lavoro svolto dalla Commissione, in particolare sul fronte degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

    “L’incontro con il Presidente Monti è stato molto proficuo e sicuramente utile per superare l’attuale realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari – ha dichiarato il senatore Marino –  Anche oggi (ieri per chi legge) un internato è morto nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, era malato da molto tempo e in quel luogo non aveva mai trovato le risposte sanitarie adeguate ai suoi problemi. Con ogni probabilità quell’uomo non era più pericoloso socialmente eppure le sue misure di sicurezza erano state reiterate molte volte”.

    Nel corso del mese di gennaio la Commissione d’inchiesta inviterà in audizione i ministri della salute Balduzzi e della giustizia Severino, al fine di individuare assieme a loro il percorso più efficace e rapido arrivare a chiudere questi luoghi che rappresentano una vergogna per il nostro Paese – continua Marino – Il nostro interesse è di superare questi istituti, che non hanno nulla di diverso dai vecchi manicomi criminali, trovando soluzioni adeguate per i pazienti che vi sono rinchiusi, assicurando loro dignità e tutta l’assistenza sanitaria di cui necessitano”.