Tag: sanità

  • Edilizia sanitaria e immobili pubblici: che cos’è la cartolarizzazione?

    Edilizia sanitaria e immobili pubblici: che cos’è la cartolarizzazione?

    PratozaninoLa Sanità in Liguria chiude il 2011 con un passivo di 146 milioni. E’ il dato ufficiale pubblicato dalla Regione dopo le voci dei giorni scorsi che volevano il debito molto più elevato. Questi cento milioni, sempre stando ai dati, sarebbero la perdita in termini di quota pesata degli anziani e “corrispondono a quanto pensiamo di realizzare con la cartolarizzazione”, ha dichirato il presidente Burlando.

    Ma che cos’è la cartolarizzazione? E’ un’operazione finanziaria che consiste nella cessione di immobili a società-veicolo in cambio di un corrispettivo economico ottenuto attraverso l’emissione ed il collocamento di titoli obbligazionari;  in pratica, la conversione di immobili di proprietà pubblica in strumenti finanziari più facilmente collocabili sui mercati.

    La società veicolo ha per unico oggetto sociale la gestione dell’operazione di cartolarizzazione. Una volta acquisito il patrimonio immobiliare, la società emette obbligazioni sui mercati internazionali garantite dal valore dell’immobile/i, ma soprattutto dal flusso di incassi previsti derivanti dalla destinazione d’uso e quindi dalla vendita finale dello stesso/i a un terzo soggetto (imprenditori, società ecc ecc) denominato “investitore finale”.

    Ecco che diventa di fondamentale importanza la destinazione d’uso, come nel caso dell’ex manicomio di Quarto: “Tra la cultura americana che ogni 20 anni demolisce e ricostruisce tutto e la nostra cultura europea che non demolisce niente – ha detto Claudio Burlando – dobbiamo trovare una via di mezzo. Se Basaglia ha chiuso i manicomi trent’anni fa in quelle strutture enormi bisognerà fare dell’altro. Vendendo possiamo avere soldi a beneficio di tutta la comunità. Credo sia sbagliato tenere tutto immobile. Giusto definire una presenza significativa con una casa della salute dove serve, ma il resto si può utilizzare diversamente”.

    Sono di queste settimane le dure proteste dei comitati di Santa Margherita che difendono la struttura dell’ex ospedale chiedendo il mantenimento della funzione sanitaria. Burlando sul tema non ha dubbi: “I comitati di Santa Margherita non hanno ragione, in quella struttura, dopo la creazione dell’ospedale di Rapallo bisogna farci dell’altro. Poi se un privato mettendoci fondi propri vuole fare un suo intervento, ben venga, ma noi no. La nostra offerta sanitaria è già ipertrofica, non possiamo tenere qualsiasi ambulatorio. Dobbiamo cartolarizzare bene e investire in sanità.”

    Ecco perchè l’edilizia sanitaria è un tema strategico di grande importanza per il nostro territorio. A Genova strutture sanitarie come Quarto o Pratozanino a Cogoleto, sono emblema di un cambiamento sociale che negli anni ha lasciato dietro sé enormi spazi inutilizzati; oggi, in odor di recessione, la macchina pubblica procede con vigore ad una nuova razionalizzazione di mezzi e strutture, proprio come avvenne in passato. A quelli del primo novecento, quindi, si aggiungeranno presto gli spazi lasciati in eredità dai primi anni 2000, un patrimonio da gestire con raziocinio.

    E’ la cartolarizzazione la strada giusta? Non siamo certo in grado di dare una risposta certa. L’unico dato di fatto è che cartolarizzare un bene significa in parole povere doverlo rendere il più appetibile possibile per un compratore, tradotto possibilità di realizzare residenze, alberghi o strutture commerciali che nella maggior parte dei casi è sinonimo di miopia e ricerca del ricavo immediato. In buona sostanza al termine “investimento” spesso e volentieri si sostituisce quello di “speculazione”.

     

  • Sangue infetto: migliaia di persone attendono ancora il risarcimento

    Sangue infetto: migliaia di persone attendono ancora il risarcimento

    Finora sono più di 4000 le persone decedute per essersi infettate con sangue o suoi derivati immessi in commercio senza gli opportuni e doverosi controlli.

    Altre decine di migliaia invece convivono con un pericolo incombente, sottoposti ad uno stato d’ansia ininterrotto perchè, loro malgrado, vittime di malattie che accorciano la vita, producono sofferenze e relegano ai margini della società.

    Per circa settemila persone è stato previsto un procedimento transattivo dal governo Prodi attraverso la Legge Finanziaria del 2007.

    Sono passati quasi tre anni e mezzo dallo stanziamento dei fondi in Finanziaria per effettuare le dovute transazioni (che furono formulate dallo stesso Ministero della Sanità nell’anno 2007 con un decreto legge fermo ad allora) ma ancora le vittime di questa strage silenziosa continuano ad ammalarsi e a morire senza che venga a loro riconosciuto un diritto già sancito.

    I Radicali italiani, in collaborazione con il Comitato Vittime Sangue Infetto, ieri hanno organizzato una conferenza stampa per fare il punto su una questione che, allo stato attuale, è ancora esclusa dall’agenda politica del Governo.

    “Vogliamo rivolgere un appello al governo Monti perché sia finalmente riconosciuto agli emodanneggiati il risarcimento che spetta loro – questa la dichiarazione di Donatella Poretti (senatrice Radicale), Michele De Lucia (tesoriere di Radicali italiani) e Andrea Spinetti (membro del Comitato nazionale di Radicali italiani e dell’Associazione Vittime Sangue Infetto) – Da troppi anni le Istituzioni giocano in modo cinico e capzioso con la sofferenza e il dolore di migliaia di persone innocenti e delle loro famiglie. In quella che sembra una gara a chi si stanca per ultimo, il messaggio che mandiamo è: nessuno di noi mollerà. E allora, si risparmi tempo, perché le vittime non hanno più tempo ,e perché non saremo certo noi a stancarci per primi”.

     

    Matteo Quadrone

  • Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Ospedale Villa Scassi“Occorre mantenere la funzionalità dell’ospedale ponendola come polo di riferimento per l’intero ponente nord della città di Genova”, sono le parole di Stefano Quaini, presidente della commissione regionale Sanità, che oggi a margine del Consiglio regionale ha affrontato il tema del futuro dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    Villa Scassi o nuovo ospedale di ponente? Questa è la domanda a cui è necessario rispondere in fretta, per non compiere passi poco lungimiranti in tema di sanità cittadina. Senza contare che Sampierdarena oggi ha i connotati di una vera e propria scommessa, il futuro della città passa anche attraverso la riqualificazione del suo quartiere più difficile e in questo senso avere un progetto preciso sull’ospedale di Villa Scassi sarebbe quanto meno di aiuto.

    Perché sia a Tursi che in Regione sembra ormai chiaro l’intento di ottenere denaro dalla vendita di immobili pubblici per investire su un nuovo ospedale capace di rispondere alla domanda di tutta l’area di ponente, e in questo senso il PUC, approvato la scorsa settimana in Consiglio Comunale, parla chiaro aprendo senza mezzi termini alla costruzione del nuovo nosocomio, cosa che inevitabilmente porterebbe Villa Scassi al definitivo ridimensionamento (in parte già iniziato…)

    Le garanzie che il progetto ospedale possa andare in porto, però, non sono così alte come potrebbe sembrare (forse siamo noi cittadini genovesi troppo diffidenti? Un primo indizio dovrebbe arrivare dal fatto che alle aste pubbliche per la vendita degli immobili del Comune non si presenta nessuno…) e una frettolosa riduzione dei servizi offerti da Villa Scassi potrebbe rivelarsi micidiale fra qualche anno se non si riuscisse a trovare fondi per il nuovo ospedale: “Per quanto riguarda il piano di riorganizzazione del pronto soccorso, sede di un DEA di primo livello, esso prevede lo scorporo dall’attività degenziale di medicina d’urgenza – ha detto Quaini – e questo è in contrasto con ciò che avviene regolarmente all’interno delle strutture d’emergenza nazionali e internazionali.”

    Altre attività critiche per la funzionalità globale dell’ospedale Villa Scassi sono la chirurgia vascolare e l’oncologia medica.  “L’oncologia risulta essenziale per l’elevata quantità di pazienti – continua Quaini – secondi come numero a quelli affetti da patologia cardiovascolare, e rappresenta un insostituibile complemento alle attività di chirurgia oncologica. Da questo punto di vista, anzi, potrebbe essere opportuno fornire all’oncologia medica una piccola dotazione di letti degenziali, come avviene in tutte le altre regioni italiane, eventualmente inserito in un contesto di ospedale per intensità di cura, una struttura in cui i pazienti vengono assegnati non a singoli reparti, ma a strutture graduate in base al loro fabbisogno di cure.”

    Nel frattempo, in un’altra zona della città, l’ospedale Galliera non se la passa affatto bene. Durante il consiglio di oggi il capogruppo della Lega Nord Edoardo Rixi ha chiesto spiegazioni all’assessore Montaldo sulle carenze di personale denunciate dall’ospedale.

    “Nonostante si tratti di uno dei principali ospedali della Regione – ha detto Rixi – il reparto di radiologia soffre carenza di personale: dal 1 giugno cinque medici radiologi, su un organico di diciassette, non sono più in servizio. Questo provocherà la cancellazione di moltissime analisi: almeno 260 tac, 2.400 risonanze, 400 ecografie e 100 mammografie, con conseguenti disagi per gli utenti. In vista dei tagli in altri ospedali, sarà anzi necessario potenziare questa struttura”.

    In vero la Regione ha autorizzato la copertura di due posti di dirigente medico in radiologia facendo seguito alla richiesta dello stesso Galliera, ma sicuramente questo non potrà risolvere definitivamente il problema.

    E anche qui fino a pochi mesi fa tenevano banco annunci a sei zeri, il famoso progetto del nuovo Galliera doveva essere a pochi passi dalla realizzazione e invece, allo stato attuale, sembra più probabile il gentile riponimento nell’enorme cassetto del “vorrei tanto, ma non posso”…

     

  • Opg: quaranta internati liguri, la Regione non interviene

    Opg: quaranta internati liguri, la Regione non interviene

    Quelle che sono vere e proprie discariche umane, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, portati alla ribalta grazie al tenace lavoro della Commissione del Senato sull’efficienza ed efficacia del Servizio sanitario nazionale, continuano a rappresentare un contenitore di miseria e abbandono e ancora oggi “accolgono” 1500 internati distribuiti nei sei istituti italiani.

    Il 27 settembre il Senato ha approvato la risoluzione n. 6, relativa agli Opg. Il documento, nato sulla base dei risultati raccolti dalla Commissione presieduta da Ignazio Marino, invita le istituzioni competenti “a stipulare convenzioni con le regioni sedi di Opg al fine di individuare strutture idonee ove realizzare una gestione interamente sanitaria dei ricoverati, secondo le esperienze rappresentate da Castiglione delle Stiviere e dalle strutture e dalle comunità assistenziali esterne agli Opg”.
    Un modello, quello di Castiglione, dove sono accolti i reclusi ancora soggetti alle misure di sicurezza detentive.

    Ma questo è solo un aspetto della questione perché attualmente negli Opg sono internate persone, pari al 10% circa, non destinatarie di Mds (Misure di sicurezza). E quindi potenzialmente libere da quello che è ormai definito un “ergastolo bianco”. Senza dimenticare inoltre che circa il 30% è rappresentato da ricoverati in Mds provvisoria.

    Il 13 ottobre, pochi giorni dopo l’approvazione della risoluzione del Senato, l’Accordo della Conferenza Unificata del Consiglio dei Ministri ha individuato gli interventi integrativi come supporto alla dimissione dagli Opg degli internati che hanno concluso la Mds, di quelli in osservazione, o trasferiti dagli istituti penitenziari.
    “A tal fine entro il 30 giugno 2012 in ogni Regione o Provincia autonoma, in almeno uno degli istituti penitenziari deve essere istituita, attraverso i Dipartimenti di salute mentale, una sezione specifica per la tutela della salute mentale delle persone detenute onde contrastare e rendere non necessario l’invio di detenuti che manifestano problemi psichici in Opg, nonché per permettere nella garanzia della cura il ritorno dall’Opg di quelli già inviati dal carcere. Si impegnano inoltre i Dipartimenti di salute mentale a promuovere azioni integrate con i servizi sanitari e sociali territoriali per la presa in carico sanitaria e l’inserimento delle persone dimesse nei territori di appartenenza”.

    Già un paio di anni fa, una decisione assunta dalla Conferenza Unificata del 26 novembre 2009, prevedeva la dimissione di circa 300 soggetti entro il 31 dicembre 2010.
    Nell’ottobre di quest’anno invece è stata stipulata un’intesa Ministero della Salute – Ministero della Giustizia, per la dimissione entro marzo 2012, di 221 internati ritenuti non più socialmente pericolosi. Parliamo di nomi e cognomi forniti dalle stesse direzioni sanitarie dei 6 Opg italiani.
    In questi anni le Regioni hanno iniziato a lavorare ma i risultati raggiunti non possono considerarsi soddisfacenti.
    La “Relazione sui dati forniti da Regioni e Province autonome, ministero Salute e ministero Giustizia, relativamente alle rispettive azioni, in attuazione dell’accordo in Conferenza Unificata del 26 novembre 2009”, del settembre 2011, ha monitorato l’intervento interistituzionale tra gennaio 2010 e maggio 2011 su 543 soggetti dimettibili.
    Il risultato che emerge è la dimissione di 217 soggetti pari al 39,9% del totale. Le regioni più virtuose sono state Lombardia ed Emiglia Romagna che hanno dimesso circa il 90% dei dimettibili. Bene ha fatto anche la Toscana raggiungendo il 68%.

    Per quanto riguarda la Liguria su 43 soggetti valutati ne sono stati dimessi solo 10 (pari al 23%).
    Abbiamo provato ripetutamente e per oltre un mese, a parlare con l’assessore competente, Claudio Montaldo, per conoscere quali sono gli interventi allo studio della Regione Liguria per liberare i cittadini liguri – secondo gli ultimi dati risalenti al 26 luglio 2011 sono 39 – rinchiusi in questi lager legalizzati. Ma purtroppo attendiamo ancora una risposta.

    Comunque i problemi sono comuni in tutta la penisola.
    Mancano i necessari investimenti economici e scientifici. E soprattutto risultano assenti le risorse statali e regionali da investire in percorsi territoriali esclusivamente dedicati alla cura e alla riabilitazione dei malati mentali che hanno commesso reati.
    Il nocciolo della questione è proprio questo. Il processo di dimissione dagli Opg è concretamente realizzabile se si creano strutture ad hoc capaci di soddisfare quelli che gli esperti definiscono come indicatori interni ed indicatori esterni di pericolosità sociale. In sostanza è necessario che il compenso clinico e comportamentale sia mantenuto in contesto di cura esterno sulla base di un percorso in prova sottoposto a costante monitoraggio per almeno 6-12 mesi. Insomma occorrono strutture in grado di gestire questi pazienti per impedire che ogni trasgressione degli obblighi imposti dal giudice in ambiente esterno, comporti automaticamente un reingresso in Opg.

    In gioco c’è il rispetto dei diritti umani, palesemente violati negli Opg, come mostrato dal drammatico video girato durante le visite della Commissione nel giugno-luglio 2010. Oggi tutti, nessuno escluso, sono a conoscenza delle condizioni detentive in cui vivono 1500 persone malate di mente, spesso arrestate per futili motivi e dimenticate in questi istituti da decine di anni. Un modello da superare al più presto attraverso valide alternative capaci di garantire il diritto alle cure ma anche la verifica dell’esito delle medesime, per restituire alla società cittadini che possano godere di libertà piena e incondizionata dal vincolo giudiziario.

     

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    “..sul ponte sventola bandiera bianca”. Non è la strofa di una nota poesia-canzone, è il bollettino di guerra che arriva dai principali ospedali della città, assediati da un numero crescente di malati, stante l’ ondata influenzale arrivata con un imprevisto anticipo.

    Già martedì scorso il Direttore Sanitario del Galliera, aveva disposto un blocco temporaneo dei ricoveri ordinari, ieri è toccato al S.Martino e Villa Scassi ha retto, in qualche modo, pur avendo esaurito i 170 letti a disposizione del Pronto Soccorso.

    Barelle ovunque, pazienti abbandonati nei corridoi in attese estenuanti, alcune con un record di 7 ore, personale in tilt, questo è il triste scenario in cui sono incappati coloro che, per necessità e non certo per piacere, hanno dovuto ricorrere alle cure mediche del caso.

    Si è cercato di dirottare i degenti meno gravi in strutture più decentrate come Voltri, Pontedecimo, Sestri Ponente ma tale provvedimento ha trovato una strenua resistenza sia dei malati che dei famigliari.

    Non ha giovato, alla situazione ormai critica, la rottura dell’apparecchiatura per le radiografie dell’ospedale Evangelico di Voltri con i conseguenti ulteriori ricoveri presso altre strutture già allo stremo della recettività.

    Certamente “l’Australiana”, arrivata con largo anticipo nella nostra regione, non è stata di aiuto ma la causa principale sono gli effetti della politica dei tagli, specie in una regione che annovera un alto tasso di anziani e scarse strutture sul territorio in grado di offrire un’adeguata accoglienza.

    So che è anacronistico, ma quello di cui più si avrebbe bisogno è quella figura, ormai desueta, del vecchio medico di famiglia che, all’occorrenza, terminato il suo lavoro nello studio, metteva i “ ferri del mestiere” nella tipica panciuta valigetta di pelle e veniva a suonare alla porta per visitare “o marotto”.

    Adesso, è passato di moda anche il numero 33: nessuna visita, uno sguardo fugace all’insieme e giudicando dal colorito più o mene cereo, vengono prescritti una quintalata di esami dal costo non propriamente simbolico, per non parlare dell’impatto che comportano sulla spesa sanitaria nazionale. E poi parlano di risparmi.

    Mai farsi cogliere da malore dopo le 7 di sera: le alternative sono l’ospedale o la guardia medica che, lungi da non voler riconoscere il meritorio lavoro di questo servizio, è spesso affidata a giovani laureati che, nell’indecisione tra una colica renale e una gravidanza extra-uterina, fanno, comunque, riferimento ad un presidio sanitario.

    E, allora, lasciatemelo dire: evviva quel medico condotto che ancora esiste in qualche paesino sperduto del nostro paese che rischia, ogni giorno, un aumento incontrollato del colesterolo per le uova fresche di pollaio ricevute, talora, come compenso ma che, col suo carico di umanità, non ti fa sentire un codice, dal bianco al rosso, sperduto su un’anonima barella di uno squallido Pronto Soccorso.

    Adriana Morando

  • Farmaci contraffatti: sul web dilagano i guadagni illeciti

    Farmaci contraffatti: sul web dilagano i guadagni illeciti

    L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) lancia l’allarme sui farmaci contraffatti acquistabili su internet.

    Un’abitudine, quella del ricorso al web magari per risparmiare pochi euro, che fa correre un rischio altissimo per la salute dei cittadini.

    Parliamo di una pratica illegale in Italia ma che, come dimostra una ricerca elaborata dall’Aifa in collaborazione con la Fimmg (Federazione italiana medici medicina generale), è poco conosciuta anche ai medici: su 613 medici di famiglia è infatti emerso che solo 1 camice bianco su 4 sa che in Italia è illegale acquistare medicinali tramite web. Mentre oltre il 40% dei medici ritiene che i propri pazienti potrebbero averlo fatto.

    Per combatterla, secondo l’Aifa è necessario far lavorare in stretta cooperazione istituzioni sanitarie, forze di polizia e dogane per mettere in campo azioni di contrasto efficaci e favorire lo sviluppo di norme comuni e di una comunicazione qualificata rivolta a cittadini e operatori.

    Oggi per quanto riguarda il commercio illegale di medicinali, come spiegano i Nas, il dato stimato in circa l’1% di consumo sul territorio italiano potrebbe essere gravemente sottostimato.

    Investire 1 euro nel business dei farmaci contraffatti può portare a guadagnare fino a 2.500 euro. Cifre da capogiro considerando che per le sostanze stupefacenti il rapporto è di 1 a 16.

    Nel prossimo futuro, come spiega l’Aifa, l’iniziativa di contrasto più rilevante sarà l’acquisizione di un dominio “.pharmacy” da concedere solo a quelle attività che abbiano tutte le carte in regola per poter commerciare legalmente medicinali.

  • Lotta all’Aids, cancellati i finanziamenti per nuovi progetti

    Lotta all’Aids, cancellati i finanziamenti per nuovi progetti

     

    Il Fondo Globale per la lotta all’Aids, alla Tubercolosi e alla Malaria annuncia lo stop ai nuovi progetti.

    I finanziamenti, a causa delle crisi economica, sono stati cancellati, fino a nuovo ordine. All’ultima conferenza dei donatori il Fondo, che e’ una societa’ mista pubblica-privata, ha raccolto circa meta’ dei 20 miliardi di dollari necessari per ampliare i progetti contro le tre malattie.

    Nel periodo da qui al 2014 verranno assicurate le terapie gia’ in atto negli oltre 600 progetti portati avanti, ma non sara’ possibile fornirne di nuove.

    “Gravi problemi finanziari hanno colpito le nazioni che di solito colmano il fondo. Questo, insieme ai tassi di interesse bassi, ha avuto effetti devastanti sulle risorse disponibili per i nuovi progetti”, spiega una nota diffusa dal Fondo Globale.

    “C’è un incongruenza incredibile tra le promesse della scienza e della politica per la lotta all’Hiv/Aids e la mancanza di fondi che sta portando la ricerca sul baratro – ha detto Tido von Schoen-Angerer, direttore esecutivo della campagna per l’accesso alle medicine essenziali di Medici Senza Frontiere – Le persone che convivono con queste terribili malattie ora si sentiranno mancare la terra sotto i piedi, i donatori devono rendersene conto. E ciò succede proprio in un momento in cui invece avremmo dovuto fare un balzo in avanti, fornire più farmaci, salvare la vita ad ancora più pazienti”.

    L’Italia era uno dei paesi fondatori dell’agenzia, ma recentemente e’ uscita dal consiglio di amministrazione a causa del mancato versamento dei fondi promessi, 160 milioni di euro nel 2009 e nel 2010.

     

     

  • Sanità e carcere: campagna d’informazione su HIV ed epatiti

    Sanità e carcere: campagna d’informazione su HIV ed epatiti

     

    Informare i detenuti nelle carceri italiane sui rischi dell’HIV e delle altre patologie virali croniche, incentivarli a sottoporsi ai test specifici e nel frattempo cercare di scoprire a quanto ammonti il “sommerso” delle malattie infettive fra i reclusi.

    Questo l’obiettivo  della campagna di sensibilizzazione “La salute non conosce confini“, partita alcuni giorni fa, coinvolgerà 19 istituti di pena (compreso la Casa Circondariale di Genova Marassi), sparsi in 11 regioni italiane e durerà fino al gennaio 2012.

    Un’iniziativa promossa dalla SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), dalla SIMSPE (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), NPS Italia Onlus (Network Persone Sieropositive) e l’associazione Donne in rete Onlus, patrocinata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Salute.

    In ciascun carcere per alcune settimane sarà distribuito del materiale informativo in diverse lingue così da sensibilizzare le persone detenute e invitarle a fare il test per l’HIV e le epatiti.

    Come detto in precedenza il progetto si propone di stimare il numero di soggetti affetti da patologie infettive senza averne la consapevolezza. Insomma malati che non sanno di esserlo.

    La presa di coscienza infatti è fondamentale. Vivere in un ambiente di comunità come quello carcerario espone a un maggior rischio di diffusione di malattie infettive e una corretta informazione è un’ottima misura di autoprotezione per i detenuti. E per aiutare le istituzioni, chiamate a gestire in maniera appropriata un problema di sanità pubblica importante, sarà introdotta la figura del peer educator (un rappresentante Nps), un tutore alla pari, credibile e competente, in grado di comprendere i problemi dei malati.

    “La diffusione delle malattie infettive in carcere evidenzia la necessità di un intervento programmato di prevenzione, diagnosi e terapia, relativi alle patologie infettive più frequenti – spiega Evangelista Sagnelli, Presidente SIMIT – E’ utile considerare che il periodo di detenzione  può essere un’occasione per ricevere informazioni in tema di prevenzione delle infezioni. L’obiettivo del progetto è aumentare la percentuale di esecuzione dei test di screening per virus Epatici ed Hiv negli Istituti Penitenziari italiani, oggi ridotta al 30%. Ciò avverrà attraverso la formazione del personale sanitario dei 19 istituti di pena distribuiti sul territorio e l’informazione della popolazione detenuta. I risultati dei test saranno la base su cui pianificare interventi successivi di prevenzione e cura”.

    “E’ un progetto che nasce da un’esigenza reale sul campo con il passaggio della Sanità all’interno delle carceri dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale non è stato più possibile raccogliere negli oltre 200 istituti penitenziari dati attendibili sulla diffusione delle malattie infettive in questo ambito – dichiara Sergio Babudieri, Presidente SIMSPE – Uno degli obiettivi principali del progetto è sicuramente quello di implementare l’accettazione dei test sierologici dell’HIV, delle Epatite virali e delle malattie sessualmente trasmesse. Ricordiamoci tutti che la situazione in carcere rispecchia, seppur amplificandola, quella della popolazione generale“.

    La questione in gioco è anche la lotta alla diseguaglianza sanitaria, come racconta Rosaria Iardino, Presidente onorario NPS Italia Onlus e Donne in rete Onlus “Non è più tollerabile che esista il doppio binario di un paziente di Serie A e uno di Serie B e che, l’aver commesso un reato, riguarda sì la competenza giudiziaria ma lo Stato ha il dovere, nei confronti di tutti i cittadini, di dare la stessa possibilità di accesso a cure e farmaci indipendentemente dal luogo di residenza”.

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedale Villa Scassi: chiuso il bar interno, 5 dipendenti senza lavoro

     

    Altre cinque  persone, in un periodo nero segnato da una terribile crisi economica, perdono il loro posto di lavoro. Nessuna protesta, nessun clamore, silenzio assordante sui media, la disoccupazione continua a mietere vittime nell’indifferenza generale.

    Accade all’ospedale Villa Scassi, dove da meno di un mese è stato chiuso definitivamente il bar-spaccio interno al nosocomio, un servizio  utile e frequentato quotidianamente dai dipendenti.

    Una società privata aveva in gestione il locale da quasi 10 anni, una forma di esternalizzazione del servizio che permetteva all’azienda ospedaliera, se non di produrre utili, almeno di risparmiare risorse finanziarie. Il contratto è però scaduto nell’agosto di quest’anno e l’Asl 3 ha ritenuto di non bandire un’altra gara per l’affidamento del bar. Oggi l’alternativa per i lavoratori del Villa Scassi è rappresentata dalla presenza capillare di una serie di distributori automatici di generi alimentari.

    Quindi le macchine, per l’ennesima volta, hanno sostituito gli uomini, in quella che è indubbiamente una piccola storia ma esemplificativa di una tendenza che va per la maggiore.

    La motivazione ufficiale dell’Asl 3 in merito a questa decisione è la necessità di recuperare gli spazi per un loro nuovo utilizzo. L’azienda assicura infatti che i locali liberati saranno destinati a fini sanitari, in particolare si ipotizza per il servizio di sterilizzazione.Vedremo nelle prossime settimane se davvero saranno rispettati gli impegni.

    Indubbiamente non rientra tra le prerogative dell’azienda sanitaria, quella di preoccuparsi della conservazione dei posti di lavoro di un soggetto privato, ma quando ci troviamo di fronte ad una gestione pubblico-privata come nel caso in questione, ci aspetteremmo magari maggiore attenzione e la giusta cautela, prima di assumersi la responsabilità di decisioni drastiche che, direttamente o meno, bruciano sulla pelle di cinque lavoratori.

     

     

    Matteo Quadrone

     

  • EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo arriva in Italia

    EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo arriva in Italia

    pillola dei 5 giorni dopoLa pillola dei 5 giorni dopo “ellaOne” arriva in Italia: oggi, lunedì 14 novembre,  il decreto che ne autorizza la vendita è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

    Dopo anni di scontri, discussioni e proteste, tra Ministero della Sanità, Agenzia del farmaco, associazioni di donne, organizzazione cattoliche, è finito il  lungo iter burocratico legato a questo farmaco,  giudicato dal Consiglio Superiore della Sanità come un contraccettivo d’emergenza e non un abortivo, allineandosi al parere espresso dai paesi europei ed extraeuropei in cui la pillola dei 5 giorni dopo è già in commercio da qualche tempo.

    Come la pillola del giorno dopo, anche questo farmaco necessita di prescrizione medica ed è a carico delle pazienti, e ha un costo che si aggira intorno a 35 euro, prezzo molto superiore alla media europea, visto che in Francia, per esempio, costa 24 euro e in Gran Bretagna 17 sterline.

    La pillola del giorno dopo, che continuerà ad essere in commercio, deve essere assunta entro 72 ore dal rapporto (3 giorni) e ha un effetto che copre un arco di sole 24 ore, mentre la nuova pillola ha un’efficacia prolungata a 5 giorni.  In entrambi i casi, tuttavia, l’azione dei farmaci non ha nulla a che vedere con la RU-486, che deve invece essere considerata una vera e propria pillola abortiva poiché il suo principio attivo, agisce a gravidanza già iniziata: inibisce lo sviluppo embrionale causandone il distacco dalla mucosa uterina.

    La pillola dei cinque giorni dopo è considerato un contraccettivo d’emergenza. Nonostante questo, il Consiglio superiore di sanità (Css) ha stabilito che prima di prendere la pillola si dovrà fare un test di gravidanza. Una decisione che ha destato non poche perplessità tra i medici,  che lo ritengono un gesto per scoraggiare le donne ad assumere il farmaco e totalmente in contraddizione con la natura del farmaco.

    L’85% dei ginecologi si è detto contrario al test. “ Anche se hanno principi attivi appartenenti alla stessa categoria molecolare, la pillola dei 5 giorni dopo non agisce come la Ru-486, ha spiegato Nicola Surico, presidente della Società Italiana di ginecologia e ostetricia. Non è un farmaco abortivo, e non si capisce allora il perché della richiesta di un test di gravidanza ematico, che oltre a essere un esame invasivo per la donna, può impedirle di assumere il farmaco. Questo tipo di test, infatti, deve essere prescritto da un medico ed eseguito in ospedale, che può dare i risultati anche due, tre giorni dopo le analisi. Ma in questo modo, è evidente, la donna non ha più il tempo utile per prendere il farmaco”.

    Per di più, in nessuno dei 21 paesi europei dove sono già state vendute 400mila confezioni di ellaOne esiste una regola del genere.

    Manuela Stella

  • Salute, Diritti al taglio: stati d’animo, bisogni e critiche dei cittadini

    Salute, Diritti al taglio: stati d’animo, bisogni e critiche dei cittadini

     

    “Nei prossimi anni il rispetto del principio di equità di accesso alle cure sarà messo a dura prova, aggravando le disuguaglianze già esistenti tra i diversi sistemi sanitari regionali”, si legge anche questo nel 14° Rapporto Pit Salute, intitolato “Diritti al taglio”, redatto da Cittadinanzattiva e presentato questa mattina presso l’auditorium del Ministero della Salute.

    Questo testo è il principale strumento attraverso il quale il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva fornisce ogni anno una fotografia del Servizio Sanitario Nazionale dal punto di vista del cittadino. Il Rapporto viene infatti realizzato attraverso la raccolta e l’elaborazione delle segnalazioni provenienti dai cittadini che contattano annualmente il Servizio PiT Salute, le sedi del Tribunale per i diritti del malato e i servizi PiT locali.

    Il Rapporto 2011 esamina 23.524 segnalazioni relative al periodo di tempo che va dal 1 gennaio al 31 dicembre 2010.

    I dati raccolti e presentati, come in ogni edizione dal 1996 ad oggi, costituiscono una sorta di termometro delle situazioni di malessere con le quali si misurano i cittadini nel loro contatto con i servizi sanitari e per questo possono essere considerati indicatori significativi dei temi sui quali puntare l’attenzione nel contesto della sanità italiana.

    “Questa edizione presenta un quadro molto allarmante dello stato dei servizi socio-sanitari nel nostro Paese, effetto della profonda crisi del nostro sistema di welfare – è scritto nell’introduzione al rapporto – le persone toccano con mano il progressivo impoverimento del sistema sanitario, notando che laddove c’era un presidio oggi non c’è più o viene ridotto; laddove vi era la possibilità di usufruire di prestazioni in modo gratuito, oggi c’è da metter mano al proprio portafogli“.

    Il Rapporto contiene informazioni su dieci aree di riferimento: malpractise e sicurezza delle strutture; liste d’attesa; informazione e documentazione; assistenza territoriale; invalidità e handicap; accesso ai servizi; assistenza ospedaliera; umanizzazione delle cure; assistenza farmaceutica; patologie rare.

    Sono almeno quattro i dati che emergono con evidenza dallo studio:
    innanzitutto il perdurare di problemi storici come i presunti errori sanitari (la cosiddetta malpractise è la prima voce con il 18,5% delle lamentale dei cittadini, +0,5% sul 2009) e i lunghi tempi di attesa (16%, nel 2010, 15% nel 2009); per quanto riguarda invalidità e handicap le segnalazioni subiscono un incremento notevole passando dal 9,1% del 2009 al 10,3% nel 201o; infine preoccupa l’ascesa di segnalazioni relative alle difficoltà di accesso ai servizi che passano dal 5,5% nel 2009 a quasi il 10% nel 2010.

     

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

     

  • Spesa sanitaria 2010, oltre 10 milioni di euro per la casta dei politici

    Spesa sanitaria 2010, oltre 10 milioni di euro per la casta dei politici

    L’insofferenza dei cittadini verso la “casta” cresce giorno dopo giorno. Presi tra la morsa della crisi economica e la difficoltà di arrivare alla fine del mese con stipendi da fame, fa impressione come la distanza tra il mondo reale e quello artificiale che risiede solo nella mente di alcuni uomini politici, continui ad aumentare inesorabilmente.

    Ancora pochi giorni fa il premier Silvio Berlusconi al vertice del G20 di Cannes ha sentenziato convinto :

    “La crisi in Italia non si sente. I ristoranti sono pieni e non si trova posto a bordo degli aerei”.

    Purtroppo la situazione non è così rosea e le tasche degli italiani sono sempre più vuote.
    Oggi ci chiedono sacrifici ma tutti si attendono che l’esempio venga dall’alto. L’eliminazione dei privilegi della casta è una misura necessaria affinché i cittadini possano ricominciare a guardare alla politica come a una pratica vitale per il nostro sistema democratico.

    Ma le informazioni che giungono dai palazzi del potere oggi viaggiano veloci grazie alla rete internet e permettono di scoprire come in questo senso gli sprechi non si arrestino, anzi.

    I DATI OCSE 2009 sui differenti livelli di spesa sanitaria pro-capite (pubblica più privata, che include anche la spesa di eventuali assicurazioni integrative) di USA, media dei paesi OCSE e Italia, se confrontati con la spesa sanitaria pro-capite dei deputati italiani (inclusi i familiari/conviventi) calcolata dalla somma della spesa per l’assistenza integrativa (pagata con i soldi dei cittadini) e la spesa sanitaria pubblica, sono emblematici.

    I 630 deputati e i loro 1.109 familiari/conviventi spendono 10.269 dollari pro-capite, una cifra di gran lunga superiore a quella di un cittadino USA (7.961 $), della media dei cittadini OCSE (3.223 $) e dei cittadini italiani comuni (3.137 $).

    I 630 deputati e 1109 familiari, compresi anche i conviventi di fatto (come hanno deciso su proposta dell’onorevole Casini, l’uomo da sempre contrario alle unioni di fatto!) nel 2010 hanno speso per assistenza integrativa oltre 10 milioni di euro: pagati dai cittadini!

    Tra questi la spesa più folle è quella per le cure odontoiatriche dei deputati italiani: 3 milioni e 92mila euro in un anno in un settore che, come scrive Salute internazionale.info, è da sempre sottodimensionato, in termini di offerta e servizi per il cittadino; ma non mancano 976 mila euro per la fisioterapia, 480 mila per la fornitura di occhiali, 257 mila per la psicoterapia

    Inoltre il Parlamento (con responsabilità diverse visto che la maggioranza ha approvato la manovra e ha posto la fiducia) ha imposto o aumentato i ticket per far fronte al crescente indebitamento del paese. Per fortuna ha mantenuto qualche esenzione per reddito e patologia e ovviamente ha esentato dal ticket gli onorevoli e i loro familiari/conviventi. E con l’assistenza integrativa sono i cittadini a rimborsare una spesa che nel 2010 ha raggiunto i 153 mila euro.

    I deputati italiani sono chiamati ad un moto d’orgoglio. Bisogna urgentemente cambiare direzione e rinunciare a un privilegio simile per riacquistare un minimo di credibilità.
    L’assistenza sanitaria integrativa è un pugno nello stomaco diretto ai cittadini che oggi non possono permettersi visite specialistiche necessarie in strutture che, in misura sempre maggiore, sono gestite da soggetti privati, con costi insostenibili per una larga fetta di popolazione.

     

    Matteo Quadrone

  • Pontedecimo, ospedale Gallino: ecco perchè non deve chiudere

    Pontedecimo, ospedale Gallino: ecco perchè non deve chiudere

    Stamattina un corteo con la presenza dei sindaci della vallata e per tutta la giornata un presidio di lavoratori e cittadini di fronte all’ingresso dell’ospedale hanno tenuto alta l’attenzione sulla questione del Gallino di Pontedecimo.

    Il nosocomio rischia infatti di essere depotenziato e lasciare un vuoto incolmabile per tutta la Valpolcevera. Un territorio che nel corso degli anni ha subito pesanti tagli ai servizi sanitari, ricordiamo infatti la scomparsa prima dell’ospedale Pastorino di Bolzaneto, poi del Celesia di Rivarolo e recentemente del Frugone di Busalla.

    La Asl 3 ha vietato ai dipendenti di rilasciare dichiarazioni ma noi siamo riusciti a scambiare due chiacchiere con una dott.ssa del reparto di cardiologia, uno di quelli, insieme a chirurgia generale e al laboratorio di analisi, che potrebbero essere smantellati.

    Occorre ricordare che il Gallino è stato ristrutturato non molto tempo fa e si è pensato anche alla realizzazione di una nuova ala con conseguente esborso di diversi milioni di euro. La struttura nelle intenzioni della Regione e della Asl 3 doveva trasformarsi nel famoso ospedale di vallata, ormai divenuto una chimera.

    Nel prossimo futuro a Pontedecimo potrebbero restare in funzione soltanto medicina generale e il punto di primo intervento.

    “È ovvio però che questo è solo il primo passo in direzione della chiusura totale”, spiega la dott.ssa, in altri termini la strategia è colpire tassello dopo tassello, come fra l’altro è accaduto a Busalla, per giungere a tagliare completamente un servizio.

    Il reparto di cardiologia è fondamentale per la vallata ma è anche un punto d’appoggio per tutti i pazienti che il Villa Scassi di Sampierdarena non riesce ad accogliere”, continua la dott.ssa.

    Il bacino di utenza è infatti stimabile in 120 mila cittadini residenti ma raggiunge quota 200 mila considerando l’intera area della Val Polcevera.

    L’Assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, un paio di giorni fa ha incontrato i lavoratori e di fronte a loro ha ribadito la necessità di tagliare i costi. Ma ancora nessuno conosce nel dettaglio il piano messo a punto dalla dirigenza dell’Asl3.

    Il boccone più amaro da digerire per i dottori del Gallino è stata però un’affermazione di Montaldo, il quale ha sostenuto che i pazienti colpiti da infarto dovranno andare tutti al Villa Scassi perché al Gallino non sono garantite le condizioni di sicurezza.

    Si tratta di un’accusa particolarmente grave, un’offesa gratuita alle professionalità che lavorano nell’ospedale. Una diffamazione vera e propria secondo i dipendenti. E soprattutto una bugia clamorosa.

    Sono oltre vent’anni che al Gallino accogliamo questa tipologia di pazienti – spiega la dott.ssa – Qui li possiamo trattare e lo facciamo con professionalità anche con minori risorse rispetto ad altre realtà. L’ospedale Villa Scassi riceve un tipo particolare di pazienti colpiti da infarto ad ST sopra e che necessitano della sala di emodinamica. Mentre la maggior parte dei degenti ricoverati in cardiologia al Gallino è colpita da infarto ad ST sotto, il quale non necessita della presenza dell’emodinamica. Non è infatti vero, secondo le linee guida del paziente cardiopatico, che tutti debbano fare l’angioplastica”.

    Bisogna aggiungere che spesso e volentieri i pazienti che già hanno eseguito l’angioplastica al Villa Scassi, per mancanza di spazi adeguati vengono successivamente trasferiti a Pontedecimo.

    Inoltre anche per quanto riguarda la questione economica, lo smantellamento del presidio sanitario non comporterebbe un significativo risparmio in termini di costi/benefici.

    Il maggior costo dell’ospedale è rappresentato infatti dagli stipendi dei lavoratori che in futuro graverebbero comunque sulle spalle dell’Asl 3, ovunque si decidesse di trasferirli.

    Adesso in calendario c’è un assemblea prevista per il 27 ottobre, ma le iniziative di lotta sicuramente non si arresteranno, considerando i numerosi attestati di solidarietà ricevuti da più parti.

    Matteo Quadrone

     

  • Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Ex Manicomio di Quarto: un vincolo frena la speculazione edilizia

    Manicomio di QuartoUn’area immensa e dalle innumerevoli potenzialità, forse senza eguali sul territorio genovese, per gran parte abbandonata al suo destino. Oggi l’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto rischia di perdere gli ultimi servizi sanitari attivi al suo interno.

    Voci sempre più insistenti preannunciano infatti la futura vendita, tramite una seconda “cartolarizzazione”, degli immobili ancora di proprietà della Asl3. Parliamo della parte più antica del complesso (1895), circa un 50% dell’intera area dove sono ubicate comunità psichiatriche e per minori disabili, strutture residenziali per anziani, servizi di medicina legale e diversi uffici amministrativi.

    Nel 2008 la sanità ligure fece cassa mettendo all’asta il patrimonio immobiliare delle Asl, compresi alcuni immobili dell’ex ospedale psichiatrico. La gara la vinse “Valcomp due” società partecipata da Fintecna Immobiliare, a sua volta un’emanazione del colosso parastatale Fintecna. “Valcomp due” si aggiudicò 3 palazzine e il monumentale corpo centrale del complesso, risalente agli anni ’30, dal valore storico riconosciuto, ma ormai dall’aspetto fatiscente.

    Una delle palazzine di Valcomp esternamente appare perfetta e sembra che anche all’interno sia già pronta per trasformarsi in residenza. Gli altri edifici necessitano invece di interventi di recupero. Anche gli accessi e le strade di collegamento sono stati ceduti a “Valcomp due”, ma gli accordi tra le parti prevedono che la Asl mantenga in comodato d’uso i varchi d’accesso e alcuni immobili fino a quando non saranno pronti per essere consegnati ai nuovi proprietari. Nel frattempo la responsabilità di manutenzione e pulizia compete alla Asl, ma sono del tutto evidenti enormi carenze: all’ingresso, su entrambi i lati, due distese d’erba raggiungono almeno il mezzo metro d’altezza.

    Questo è il biglietto da visita di una struttura che dovrebbe essere un fiore all’occhiello della città. Ovviamente “Valcomp due” spera si sblocchi al più presto la situazione, in particolare per quanto riguarda la destinazione d’uso degli spazi. Insomma i nuovi proprietari attendono il via libera per costruire. Da parte loro la soluzione migliore resta quella residenziale. Ma potrebbero accontentarsi di alberghi o centri commerciali. Snodo cruciale è l’approvazione definitiva del nuovo Puc.

    Tutto però potrebbe essere rimesso in discussione da una questione, che ai fini dell’esito della vicenda, appare decisiva. Sull’area infatti graverebbe un vincolo stringente.

    Come spiega il presidente dell’Alfapp, associazione ligure famigliari pazienti psichiatrici, Paolo Pescetto: “La legge 180, la famosa legge Basaglia, stabilisce che gli spazi (terreni e immobili) degli ex manicomi sparsi per la penisola, una volta dismessi dalla loro funzioni, siano destinati alla cura di pazienti psichiatrici ma anche anziani”. Attraverso la mediazione delle asl queste strutture dovrebbero continuare a svolgere funzioni terapeutiche. In altri termini è lecito metterle in vendita e immaginarne un nuovo utilizzo, ma sempre con queste finalità.

    “Nel 2005 all’epoca del governatore regionale Sandro Biasotti, quando si parlò della concessione in comodato gratuito della palazzina del corso per infermiere all’IIT, la nostra associazione agì per vie legali e vinse la causa contro la regione”, racconta Pescetto. Un precedente significativo perché oggi ci troviamo nuovamente di fronte a un tentativo di scavalcare il vincolo. E in caso di nuova cessione di immobili l’Alfapp è pronta a scendere in campo con i suoi legali.

    E’ evidente come una seconda gara vedrebbe in prima fila “Valcomp due” nel tentativo di aggiudicarsi gli immobili rimasti. Il sospetto trova conferma dal fatto che alcuni giorni fa senza alcun preavviso sono partiti i lavori di riqualificazione nell’area di proprietà della società.

    Fra il personale asl regna l’incertezza perché ancora non si sa quali servizi sanitari corrono il rischio di scomparire. I motivi che destano preoccupazione sono almeno due: in primis per la futura sistemazione dei pazienti (quelli psichiatrici sono una trentina) anche se l’augurio è che per loro si trovi una soluzione idonea. Ma l’ansia maggiore è per la sorte dei dipendenti, visto che ancora non si conosce nessun piano di ricollocazione delle strutture e dei dipendenti. Attendiamo novità dalla Regione, sperando faccia chiarezza una volte per tutte sulla travagliata questione Quarto.

    Ma purtroppo sembra che la sorte dell’ex ospedale psichiatrico dipenderà non tanto da Genova e dalla Liguria bensì da Roma. Qui infatti si trova la sede di Fintecna, di Valcomp due e di decine di altre società controllate dal Ministero del Tesoro.

    Matteo Quadrone

    foto di Daniele Orlandi

  • Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    Busalla, chiusura dell’ospedale: i retroscena

    L’opera di deospedalizzazione dell’ospedale Frugone a Busalla è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.
    Assume i contorni di una truffa perpetrata nei confronti della popolazione della Valle Scrivia privata di un presidio importante, con la promessa di una trasformazione, mai attuata nei termini previsti e che ha portato a una totale dismissione. E poi la scandalosa vicenda del Cica, il Centro Integrato di Cura e Assistenza, un progetto accolto, seppur parzialmente, firmato dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla Asl 3 e incredibilmente disatteso nel silenzio delle istituzioni che perdura da fine 2008.

    BusallaA livello regionale nell’assumere l’iniziativa di chiudere l’ospedale di Busalla c’è stata la convergenza in questi anni, di tutte le forze politiche.

    La deospedalizzazione viene infatti decisa dalla giunta Biasotti, centro-destra, all’atto dell’approvazione del Piano Socio Sanitario Regionale 2003-2005 ed è  attuata a partire dal 2006 dalla giunta Burlando, centro-sinistra.

    Ma in cosa consisteva la cosiddetta “trasformazione” del presidio ospedaliero Frugone, accettata passivamente, soprattutto per ragioni di affinità politiche con la giunta di centro-sinistra, da diversi sindaci della valle, ma avversata, fin dall’inizio dal sindaco di Busalla Mario Valerio Pastorino?

    Secondo la “Proposta di organizzazione specifica della rete di cura e assistenza in valle Scrivia”, controfirmata dall’Assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo e dall’allora Direttore di Asl 3, Alessio Parodi, l’organizzazione della struttura ospedaliera Frugone avrebbe dovuto prevedere: il mantenimento di una sede di primo intervento (l’unica ancora in piedi!); la realizzazione di un reparto di cure intermedie destinato a ricevere pazienti da altri nosocomi; l’accesso al reparto di Busalla, in casi selezionati, direttamente dai Pronto Soccorso cittadini o dalla stessa struttura di primo intervento.

    Ma questo a Busalla non è mai avvenuto. “A differenza ad esempio di Levanto – ricorda il sindaco Pastorino – dove i letti delle cure intermedie sono sempre occupati proprio perché accessibili dal primo intervento”. Nella struttura di Busalla un malato anziano residente in Valle Scrivia non poteva essere ricoverato direttamente dal primo intervento, ma il reparto ospitava invece la stessa tipologia di malati, provenienti però da altre realtà locali con i conseguenti disagi per i famigliari.

    Secondo Pastorino “Se l’impegno fosse stato mantenuto i 19 posti letto delle cure intermedie sarebbero stati occupati a pieno regime nel corso dei tre anni successivi”. E così, nel maggio 2010, non avrebbero offerto al nuovo Direttore Asl 3, Renata Canini, il pretesto per chiudere il servizio, causa sottoutilizzo.

    “La realizzazione delle cure intermedie non avrebbe rappresentato la salvezza dell’ospedale”, così pensava il sindaco. E i fatti gli hanno dato ragione. L’amministrazione di Busalla, già nel 2006, capisce che per difendere quel presidio minimo, a garanzia soprattutto di quella fascia di pazienti anziani che potevano essere curati in Valle Scrivia, l’unica soluzione fosse inserire questa unità di para ricovero minimale all’interno del progetto di un grande polo riabilitativo regionale. Il progetto Centro integrato Cura e Assistenza elaborato dal comune di Busalla prevedeva infatti di collocare in quest’area territorialmente strategica un servizio di riabilitazione neuromotoria, attualmente assente in Liguria, in grado di determinare una significativa limitazione del fenomeno della migrazione extra regionale per le terapie di riabilitazione.

    La parte relativa all’ospedale Frugone non venne recepita dall’Assessorato regionale alla Sanità che, ritenendo di avere dalla sua la maggior parte dei sindaci valligiani, proseguì sulla strada della “trasformazione”. Ma nelle sue linee essenziali il progetto Cica venne accolto con una lettera dell’Assessore Claudio Montaldo al sindaco di Busalla, datata 5 gennaio 2007 e successivamente oggetto di impegno congiunto controfirmato dallo stesso sindaco e dal Direttore Asl 3, Alessio Parodi, in data 25 gennaio 2007.
    L’attuazione del progetto però (si parlava di andare a gara per fine 2007) è stata fatta cadere nei tre anni successivi  senza che mai fosse fornita una spiegazione al comune di Busalla.

    Nel frattempo l’Asl 3 ha proceduto al restauro interno dell’ex padiglione chirurgico del Frugone allo scopo di ricavare 19 posti letto a disposizione delle cure intermedie e successivamente di un’ipotetica e mai realizzata, RSA di secondo livello. Lavori costosi e inutili ai fini dell’attuazione del previsto presidio riabilitativo.

    Nel novembre 2008 viene inaugurato il corpo nuovo della struttura sanitaria Frugone, altro non è che l’ex reparto chirurgico prima lasciato in totale abbandono. Qui vengono trasferite le cure intermedie ma il Comune si dissocia da un’operazione che ritiene esclusivamente di facciata.

    Ma il progetto Cica parzialmente accolto che fine ha fatto?

    Se lo domanda anche l’amministrazione di Busalla. Da oltre due anni, nonostante le lettere indirizzate al Presidente della Regione e al Direttore della Asl 3, le istituzioni competenti hanno opposto un silenzio assordante che echeggia in tutta la Valle Scrivia.

     

    Matteo Quadrone