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  • Sanità: una sentenza boccia l’accorpamento delle chirurgie

    Sanità: una sentenza boccia l’accorpamento delle chirurgie

    Ospedale Villa ScassiUna sentenza dei giudici del lavoro del Tribunale di Genova boccia l’accorpamento di 4 chirurgie stabilito dall’Azienda sanitaria locale genovese in ottemperanza alla delibera regionale che chiede di eliminare le strutture complesse “doppie”.
    L’Asl 3, infatti, in merito alla riorganizzazione delle chirurgie, prevede una sola struttura di chirurga generale in luogo delle 4 oggi esistenti.

    «L’intera area del Ponente rischia di essere ridotta a 34 posti letto – era stato l’allarme lanciato alcuni mesi fa dal sindacato autonomo FialsNulla o quasi per una popolazione di 300 mila abitanti che fa capo ormai solo al Villa Scassi. Ciò significa dire ai cittadini che abitano da Sampiardarena a Voltri, in Val Polcevera e Valle Scrivia, di rivolgersi tutti al Galliera o al San Martino».

    Antonino Longo è il primario che si è visto cancellare la sua struttura e non ha esitato a percorrere le vie legali. La magistratura ha accolto il suo ricorso. I giudici hanno stabilito che il professore Longo ha «diritto a permanere alla direzione della struttura complessa di chirurgia dell’ospedale Villa Scassi» e, contemporaneamente, ha condannato l’Asl 3 a «rifondere alle parti costituite le spese di questa fase cautelare».

    L’azienda sanitaria locale genovese ha affidato ad un bando interno, deliberato il 20 febbraio scorso, l’attribuzione del nuovo incarico dirigenziale. Ma, secondo il primario ricorrente, l’Asl 3 ha agito in assenza dell’autorizzazione regionale (ovvero una specifica delibera) per cui l’accorpamento andava letto come il preludio dell’anticipata risoluzione dell’incarico dirigenziale.

    Ora il reintegro apre una nuova pagina, dagli sviluppi imprevedibili, per quanto riguarda la riorganizzazione sanitaria.
    L’assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, non ha rilasciato nessuna dichiarazione e neppure l’Asl 3 ha voluto commentare la sentenza.

    Ad intervenire, invece, è stato il consigliere regionale Matteo Rosso (Pdl) che ha annunciato di aver presentato un’interrogazione urgente per chiedere spiegazioni in merito alla notizia della sentenza del Tribunale genovese che da ragione al direttore dell’unità di Chirurgia del Villa Scassi e che di fatto blocca l’accorpamento dei 4 reparti «Voglio sapere a questo punto cosa succederà – spiega il consigliere regionale del Pdl – la sentenza stoppa il processo di accorpamento dei reparti di Chirurgia tra gli ospedali Gallino e Villa Scassi, questo cosa comporterà?».

    «Oltre al fatto grave che il medico si sia dovuto fare giustizia da solo, l’aspetto sconvolgente di questa vicenda è che la stessa sentenza del Tribunale afferma, tra le altre cose, che la Asl sia andata oltre ai poteri decisionali che le erano stati attribuiti della Regione – continua Rosso – Ritengo che questo sia un fatto molto pesante, un errore che non solo ha creato problemi e disagi, oltreché disservizi, ad operatori sanitari e pazienti, ma ha penalizzato e colpito duramente il sistema sanitario genovese, comportando tutta una serie di conseguenze anche negative legate a questa riorganizzazione mancata, ma avrà comportato anche un dispendio di risorse economiche».

     

    Matteo Quadrone

  • Busalla e Pontedecimo, il destino degli ospedali Frugone e Gallino

    Busalla e Pontedecimo, il destino degli ospedali Frugone e Gallino

    Ieri in consiglio regionale si è discusso della situazione di due importanti presidi sanitari di Valle Scrivia e Val Polcevera, rispettivamente l’ormai ex ospedale Frugone di Busalla ed il nosocomio Gallino di Pontedecimo.

    Il consigliere Edoardo Rixi (Lega Nord ) ha illustrato un’interrogazione per conoscere quale futuro ipotizza la Giunta per l’edificio dove aveva sede l’ospedale di Busalla.

    «Dopo la chiusura dell’ospedale di Busalla non è rimasto un solo presidio sanitario in Valle Scrivia, lasciando così senza assistenza un’utenza di circa 22mila persone. Inoltre, a seguito della chiusura l’edificio dell’ex-ospedale è stato adibito a centro d’accoglienza per immigrati extracomunitari, un utilizzo che poco a che fare ha con scopi sanitari. Si tratta di una struttura che resta di proprietà dell’ASL 3 e, quindi, della Regione Liguria e quest’ultima deve decidere la sua definitiva destinazione».

    L’assessore alla salute, Claudio Montaldo, ha risposto così  «Nel 2013, con la fine dell’impiego straordinario al quale è stata adibita in questo periodo, la struttura tornerà ad avere la sua destinazione sanitaria, ospitando un mix di specialità. Ricordo, tra le altre, anche la diagnostica per immagini, oltre alla residenzialità».

    Per quanto riguarda la Val Polcevera, il consigliere Aldo Siri (Lista Biasotti) ha presentato  un’interrogazione per chiedere alla Giunta e all’assessore alla salute di conoscere quali siano le azioni predisposte per l’Ospedale Gallino di Genova Pontedecimo nel Piano sanitario regionale.

    Il consigliere ha chiesto se la Giunta non ritenga opportuno rivedere le scelte sanitarie che interessano il nosocomio, in modo da evitare tagli alle prestazioni, scongiurare possibili fughe verso la Regione Piemonte, impedire un peggioramento della gestione dell’ospedale “Villa Scassi” di Genova Sampierdarena e, soprattutto, garantire ai circa 120 mila abitanti della Valpolcevera il diritto alla salute.
    «Nella riorganizzazione del servizio sanitario regionale sono previsti tagli pesanti alle risorse destinate alle aziende sanitarie e, tra le strutture interessate da questa operazione di ridimensionamento, rientra anche l’Ospedale Gallino, dove si teme vengano ridotti e, forse, chiusi gran parte dei servizi che offre da anni alla comunità – ha ricordato Siri – Sebbene fino ad oggi l’ASL 3 non abbia ancora presentato nessun piano, né comunicato nessuna misura, si teme che venga chiusa l’UTIC (Unità di terapia intensiva coronarica), che il reparto di cardiologia sia trasformato in struttura ambulatoriale, che sia chiuso e trasferito il reparto di chirurgia al Villa Scassi, modificato l’utilizzo delle sale operatorie, smantellato il laboratorio di analisi e, infine, che siano trasformate le cure intermedie da struttura del Dipartimento anziani in struttura Ospedaliera o Distrettuale». Il consigliere della Lista Biasotti, in pratica, ha espresso il timore che si vada verso la chiusura del nosocomio.

    «Il fermento era nato mesi fa da un’ipotesi dell’Asl relativa al superamento della cardiologia, che sarebbe bene fosse presente dove c’è l’emodinamica per garantire un servizio completo – ha spiegato l’assessore alla salute, Claudio Montaldo – Tuttavia ne abbiamo discusso e abbiamo assicurato ai cittadini che questo superamento non sarebbe avvenuto. A distanza di mesi, dunque, i cittadini continuano a rivolgersi al Gallino per la diagnostica per immagini, le prestazioni ambulatoriali, la medicina e la cardiologia. Inoltre il primo intervento funziona per 14 ore al giorno».

    «A volte si grida al lupo per sparare al lupo, che in questo caso, forse, è la Regione o la Asl – ha aggiunto Montaldo – Al Gallino, invece, tutto funziona come prima: c’è stata una riorganizzazione che riguarda l’impiego di risorse umane e alcune riduzioni, perché c’erano a volte dei paradossi con un impiego spropositato di personale. L’Asl ha il dovere di mettere mano a queste situazioni, tenuto conto che rischiamo una pesante riduzione dei trasferimenti statali per la sanità. Ma, lo ripeto, non si parla dello smantellamento del Gallino».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: il punto sulla vendita del patrimonio immobiliare

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: il punto sulla vendita del patrimonio immobiliare

    Era l’ottobre scorso, quando ci siamo occupati dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, preannunciando la prossima “cartolarizzazione” degli ultimi immobili rimasti di proprietà dell’Asl 3. Ed in effetti non siamo stati smentiti visto che, con la delibera n. 1265 del 22 novembre 2011 – completando così l’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare iniziata nel 2008 – l’azienda sanitaria locale, su impulso della Regione Liguria ansiosa di fare cassa, ha approvato l’elenco dei beni da dismettere e valorizzare tramite la vendita ad Arte Genova (Azienda Regionale Territoriale per l’Ediliza), conferendo alla Regione il mandato a farsi carico degli adempimenti incombenti.
    A distanza di alcuni mesi proviamo a fare luce sul possibile destino di un’area con pochi eguali in città, per comprendere se davvero la Regione Liguria riuscirà a ricavare dalla vendita, le risorse economiche necessarie per ripianare i disavanzi del comparto sanitario.
    I tempi, comunque, sono abbastanza lunghi visto che i piani aziendali, per quanto riguarda l’ex ospedale psichiatrico di Quarto, prevedono come termine ultimo per il rilascio effettivo, fine 2014.

    Ma facciamo un passo indietro. Il primo stralcio della cartolarizzazione, quella del 2008, comprendeva lo storico corpo centrale e la parte più recente dell’ex ospedale psichiatrico, ovvero alcune palazzine tra cui quelle che un tempo erano le sedi rispettivamente del corso per infermiere, del direttore e dell’economo, immobili acquistati negli ultimi anni da Valcomp due, società partecipata da Fintecna Immobiliare, a sua volta un’emanazione del colosso parastatale Fintecna.
    La cosiddetta ex “Casa delle infermiere”, completamente ristrutturata con una spesa di circa 5 milioni di euro decisa dalla Giunta Biasotti – che aveva intenzione di trasformarla nella sede dell’Istituto Italiano di Tecnologia prima che quest’ultimo venisse trasferito a Morego – oggi giace desolatamente abbandonata a se stessa.
    Anche le strade di accesso all’area sono divenute proprietà di Valcomp due. Alcune, a partire da dicembre scorso, sono state chiuse con blocchi di cemento. La conseguenza immediata è stata lo spostamento dell’ingresso principale che ora si trova in una posizione alquanto scomoda, praticamente a ridosso di una curva, sempre in via Giovanni Maggio.

    La seconda cartolarizzazione, invece, fa piazza pulita degli immobili superstiti, visto che in mano ad Arte è finita la parte antica dell’ex ospedale psichiatrico. Quest’ultima attualmente ospita diversi servizi sanitari e amministrativi, tra i quali alcune comunità psichiatriche, una comunità per minori disabili, strutture residenziali per anziani, per pazienti psichiatrici e disabili, servizi di medicina legale, diversi uffici amministrativi. Inoltre al suo interno sono presenti la Biblioteca del Dipartimento di Salute Mentale, il Museo delle forme inconsapevoli, l’Archivio storico delle cartelle cliniche dell’ex ospedale, il centro per la somministrazione dei pasti alle strutture sanitarie dell’Asl 3, alcune aule dedicate alla formazione del personale Asl, in cui si tiene, tra l’altro, il corso di Scienze infermieristiche dell’Università di Genova.
    L’unica eccezione è rappresentata da una piccola ala che rimarrà di proprietà dell’Asl 3 e sarà destinata ad ospitare i servizi territoriali sanitari per il Levante.

    Inizialmente era prevista la completa dismissione del complesso (vedi delibera del 22 novembre) – per un valore stimato in circa 32 milioni di euro – ma successivamente l’Asl 3, con la delibera n. 1429 del 28 dicembre 2011, è intervenuta per stoppare la vendita di questa porzione.
    «Considerato che il reperimento di immobili nei quali trasferire quota parte delle attività attualmente ubicate all’interno della suddetta area di Quarto, con adeguate caratteristiche e o ubicazioni spaziali, comporterebbe sia in caso di acquisto in proprietà sia in caso di acquisizione in locazione, l’assunzione di oneri diretti ed indiretti di fatto non bilanciati, in un’ottica di efficienza dell’azione amministrativa di sistema, dalle risorse ricavabili dalla relativa alienazione – si legge nel documento firmato dal Direttore generale Asl 3, Corrado Bedogni – Ritenuto pertanto che, a seguito della suddetta rivalutazione in termini di costi/benefici delle previste riallocazioni del ricavato della vendita preventivato in detta prima programmazione di dismissione della citata area di Quarto, risulta opportuno rimodulare in parte qua il relativo piano di dismissione delle aree e trasferimento di attività istituzionali, escludendo dalla vendita di cui trattasi una quota parte di immobile (di circa 4779 mq lordi coperti) sita in Genova Quarto via Giovanni Maggio 6, occupata dai padiglioni 7, 8 e 10».
    In pratica l’azienda sanitaria locale ha stimato i costi necessari per trasferire i servizi presenti a Quarto in altre sedi: in caso di acquisto di nuovi immobili l’esborso sarebbe di circa 13 milioni; mentre l’ipotesi di affitto di nuovi locali comporterebbe una spesa di oltre 2 milioni per le ristrutturazioni ed oltre 550 mila euro annui per le locazioni.
    Con l’esclusione di questi tre padiglioni la stima della vendita scende da 32 a circa 28 milioni di euro ed il ricavo economico preventivato dalla Regione, considerando anche le cifre sopracitate, potrebbe diminuire in maniera considerevole.

    Bisogna inoltre fare i conti con un altro fattore, decisamente non secondario. Alcuni immobili dell’area di Quarto, infatti, sono stati oggetto di finanziamenti per mezzo di mutui a carico dello Stato, concessi dalla Cassa Depositi e Prestiti. Il patrimonio immobiliare dovrebbe rappresentare la garanzia per la Cassa Depositi e Prestiti ma l’operazione di vendita impone di estinguere tali mutui valutando attentamente gli oneri conseguenti.
    E ancora registriamo un ulteriore spreco di soldi pubblici che fa il paio con i 5 milioni di euro gettati al vento per l’inutile restyling dell’ex “Casa delle infermiere”. Parliamo dei lavori di ristrutturazione dell’ex residenza psichiatrica denominata Casa Michelini (ubicata all’interno della parte antica dell’ex ospedale) che hanno comportato una spesa da parte della Regione Liguria di oltre 2 milioni di euro. Nonostante ciò, l’immobile rimesso a nuovo e consegnato nel 2011 dopo anni di lavoro, è stato anch’esso venduto.

    Infine non vanno dimenticati i problemi logistici. Come detto precedentemente, l’Asl 3 conserverà solo una porzione dell’antico complesso dell’ex ospedale psichiatrico, isolata da tutto il resto e circondata da proprietà di Valcomp due e di Arte (in attesa di nuovi acquirenti, senza escludere l’ipotesi che ad acquisire i restanti immobili sia la stessa Valcomp due) e con un’unica stretta strada d’accesso ubicata sul lato nord, non adeguata per garantire un’agevole passaggio ad utenti e personale che dovranno recarsi presso la futura sede dei servizi sanitari del Levante.
    Per questo l’azienda sottolinea nella delibera del dicembre scorso «Considerato che l’accesso alla citata quota parte di area (padiglioni 7, 8 e 10 di proprietà asl 3, ndr) è possibile solo a seguito di acquisizione di diritto di passaggio sulla rimanente area di proprietà del futuro acquirente, per cui è indispensabile che nell’atto di vendita venga prevista la costituzione di servitù di passaggio a favore di questa azienda sanitaria per consentire il suddetto accesso». Inoltre l’Asl 3 chiede alla Regione di «Asservire un’adeguata quota parte dell’area di proprietà del futuro acquirente in zona limitrofa alle aree non trasferite ad uso posteggio per n. 20 auto scoperti, a favore di questa azienda sanitaria».

    A complicare una vicenda già di per sé intricata, va ricordato che la società proprietaria di buona parte dell’area, Valcomp due, è pure coinvolta nella realizzazione della nuova sede di via Degola che, nei piani della Regione, avrebbe dovuto accogliere gli uffici amministrativi dell’Asl 3 attualmente ospitati in via Bertani, via Maggio e all’ospedale Villa Scassi. Un progetto dal costo di circa 17 milioni di euro. Secondo il consigliere regionale della Lista Biasotti, Lorenzo Pellerano, impegnato da mesi sulla questione dell’ex ospedale psichiatrico, si tratta di una vera e propria ipotesi di scambio Regione-Fintecna immobiliare «La Regione doveva acquistare gli spazi di via Degola dalla società Quadrifoglio, riconducibile a Fintecna. Da un lato nel 2008 la Regione, tramite Arte, ha venduto gli immobili di Quarto ad una società Fintecna immobiliare (Valcomp due), dall’altro intendeva ricompensarla acquistando i locali di via Degola».

    «Fortunatamente l’operazione è stata bloccata – continua Pellerano – visto che, con colpevole ritardo, ci si è accorti che i locali non dispongono dello spazio sufficiente per ospitare tutti gli uffici amministrativi».

    Tornando al destino dell’ex ospedale psichiatrico il consigliere Pellerano sottolinea «Arte ha acquistato gli immobili a circa 1400 euro al metro quadro. Una cifra irrisoria se confrontata con i canoni di mercato della zona».
    Quindi il futuro dell’area è intrinsecamente legato alle opportunità offerte dal cambio di destinazione d’uso degli immobili ai fini di una loro una valorizzazione. Decisione che spetta al Comune di Genova ma se quest’ultimo non interverrà, la legge stabilisce che potrà farlo direttamente la Regione Liguria.
    In altri casi di dismissione del patrimonio immobiliare di aziende sanitarie liguri sono state previste alcune premialità a favore dell’acquirente, ad esempio l’aumento dei volumi «È ovvio che il prezzo al metro quadro scenderà ancora consentendo la possibilità di incrementare la residenzialità», precisa Pellerano.

    L’area dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, nel nuovo Puc (Piano Urbanistico Comunale) approvato dalla giunta Vincenzi, è il Distretto di trasformazione urbana 2.09. Secondo le Norme di congruenza (Distretti) l’obiettivo della trasformazione è la «Riconversione del complesso dell’ex Ospedale di Quarto per la parte non più in utilizzo al SSN, per la costituzione di un insediamento residenziale integrato con un polo per attività direzionali e ad alto contenuto tecnologico del levante cittadino, associate a funzioni urbane compatibili e in connessione con il sistema della mobilità urbana».
    Il distretto è diviso in 3 settori: 1 e 2 comprendono l’area già di proprietà di Valcomp due; 3 l’area verde a nord.
    Nei primi due settori le Funzioni principali ammesse sono: Residenza, Industria, artigianato, Uffici, Strutture ricettive alberghiere, Servizi privati. Ma anche parcheggi privati e pubblici di livello urbano; le Funzioni Complementari ammesse sono: Connettivo urbano, Esercizi di vicinato.

    Nel terzo settore è previsto un «Progetto di opera pubblica per il completamento del parco pubblico».
    Le Norme di congruenza precisano «La trasformazione deve assicurare la conservazione dell’immagine paesaggistica complessiva, caratterizzata dalla diffusa e consistente qualificazione delle aree verdi ed alberate e del valore storico-monumentale dell’edificio dell’ex Ospedale Psichiatrico».

    L’area dove è ubicata la parte antica dell’ex ospedale, quella venduta ad Arte con l’ultima cartolarizzazione, non rientra nel distretto. Risulta, invece, in larga misura, un’area destinata a Servizi territoriali e di quartiere di valore storico paesaggistico. Mentre una porzione rientra nell’Ambito di conservazione dell’impianto urbanistico AC-IU.

    In quest’ambito le Funzioni principali ammesse sono: Residenza, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, connettivo urbano escluso le sale da gioco polivalenti, le sale scommesse, bingo e simili, uffici, artigianato minuto, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita nei limiti previsti dalla disciplina di settore. Le Funzioni complementari ammesse sono: attività produttive e artigianali. Ma anche Parcheggi privati: Parcheggi pertinenziali, parcheggi liberi da asservimento e parcheggi “fai da te”.
    La ristrutturazione edilizia è «Consentita, purché prevista da un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale, con la seguente limitazione: l’ampliamento volumetrico nel limite del 20% della S.A. esistente è consentito anche tramite la sopraelevazione di un solo piano». La nuova costruzione è «Consentita limitatamente a: parcheggi privati esclusivamente interrati per le quantità eccedenti le quote minime pertinenziali; nuovi edifici, mediante demolizione e ricostruzione di edifici esistenti nell’ambito del lotto, salvo che per gli edifici significativi sotto il profilo monumentale, architettonico, paesaggistico o documentario anche in relazione al contesto, con incremento della S.A. esistente nel limite del 30% esclusivamente per effetto di recupero di S.A. derivante da anticipati interventi di demolizione, fatta eccezione per gli edifici da destinare a strutture ricettive alberghiere da assoggettare a specifico vincolo di destinazione d’uso che possono incrementare la S.A. senza recupero della relativa S.A.».

    In definitiva «Quello che manca è un preciso disegno progettuale della Regione – conclude Pellerano – Vendere a tranche non è stata la scelta giusta e non ha permesso di ricavare le adeguate risorse economiche. Siamo di fronte ad una scellerata gestione del patrimonio immobiliare che non ha neppure tenuto conto delle esigenze del quartiere».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Certosa: chiusura estiva del Cup, il Municipio chiede alternative

    Certosa: chiusura estiva del Cup, il Municipio chiede alternative

    SanitàIl comparto sanitario genovese, oltre ad affrontare le difficoltà conseguenti ai tagli di risorse, deve far fronte anche alle carenza di personale ed in un periodo come quello estivo, sono inevitabili i disservizi a carico della cittadinanza.

    È questo il caso di Certosa, dove il centro Cup (centro unico prenotazioni sanitarie) di via Canepari è chiuso da metà giugno fino a metà settembre. Tre mesi di stop che – considerando la paventata chiusura definitiva del servizio – suscitano le vibranti proteste dei residenti.

    Negli anni scorsi, per lo stesso periodo veniva chiuso il centro prenotazioni dell’ex ospedale Celesia ma il risultato finale era comunque il medesimo, ovvero un notevole disagio per i cittadini, in particolare anziani e persone con difficoltà di deambulazione, costretti a spostamenti obbligati per prenotare un semplice esame medico.

    Per quest’estate, invece, resterà attivo solo il centro prenotazioni del Celesia, a Rivarolo, mentre il popoloso quartiere di Certosa sarà privato di un importante presidio territoriale.

    Il Municipio Val Polcevera, guidato dal nuovo presidente, Iole Murruni, ad appena una settimana dal suo insediamento, si trova ad affrontare il primo problema «Capiamo che il momento non è dei migliori perchè ci sono tagli a ripetizione e la sanità è uno dei comparti più colpiti; inoltre il personale dell’Asl 3 ha il sacrosanto diritto alle ferie. Ma noi pensiamo si possa trovare una soluzione».

    O almeno un compromesso accettabile, ad esempio alternando il servizio con le altre strutture vicine «Se effettuare un’alternanza giornaliera con il Celesia non è possibile, allora si potrebbero fare turni di 15 giorni – spiega Murruni – In maniera tale da non lasciare zone scoperte per un periodo così lungo».

    Ma, secondo il municipio, esiste anche un’altra soluzione, cioè quella di dotare alcune farmacie della zona di questo servizio, come già accade in altre parti della città «Si tratterebbe di un sistema più ampio – continua Murruni – perchè le farmacie, grazie ai turni, garantiscono un orario più lungo e poi, in inverno, affiancherebbero il servizio Cup normalmente offerto. Finora le farmacie non sono state dotate del servizio per la vicinanza con lo sportello Cup di via Canepari ma adesso che sarà chiuso per tre mesi potrebbe essere l’occasione propizia per fare un passo avanti ed offrire un servizio migliore ai cittadini».

    «La Val Polcevera, in questi anni, è già stata ampiamente penalizzata, subendo il depauperamento dei servizi sanitari del territorio – conclude il presidente del Municipio – Noi intendiamo difendere il presidio di Certosa anche se siamo a conoscenza dell’elevato costo dei locali di via Canepari (dove la Asl 3 è in affitto, ndr). Per questo stiamo organizzando degli incontri con l’azienda, in particolare con il responsabile di distretto, per comprendere quali sono le prospettive per il prossimo futuro».

     

    Matteo Quadrone

     

  • Stop OPG: continua la mobilitazione per la chiusura definitiva

    Stop OPG: continua la mobilitazione per la chiusura definitiva

    «A nove mesi dal termine previsto dalla legge per la chiusura degli OPG (marzo 2013) il rischio è che tutto si riduca al trasferimento degli internati nelle nuove strutture previste, aprendo i cosiddetti “mini Opg” in tutte le regioni italiane – Il grido d’allarme arriva dal Comitato Stop Opg riunitosi in assemblea a Roma il 12 giugno – Lo conferma la bozza di Decreto proposta dal Governo ora in discussione con la Conferenza delle Regioni. E ciò mentre procede il dibattito alla Camera sul testo di controriforma della legge Basaglia (relatore on. Ciccioli) che il tentativo di ricostruire i manicomi riaprendo una stagione buia che consideravamo definitivamente archiviata».

    StopOPG rivendica l’immediato riparto alle Regioni delle risorse ad hoc stanziate dalla legge 9/2012 sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari «Per offrire un’assistenza alternativa alle persone internate: 38 milioni di euro nel 2012 e 55 milioni di euro dall’anno 2013, che possono contribuire, se assegnate subito ai Dipartimenti di Salute Mentale, alla costruzione dei budget di salute fuori dagli OPG. Riprodurre invece con le nuove strutture pratiche di istituzionalizzazione, con il binomio “cura e custodia” tipico del manicomio, sarebbe un fallimento».

    La mobilitazione lancia anche un nuovo allarme per i continui tagli al finanziamento del Servizio sanitario e al welfare. Per questo «Proseguiranno le iniziative a sostegno del welfare locale, nel territorio, dove si gioca, con Regioni, ASL e Dipartimenti di Salute Mentale, gran parte delle possibilità di costruire l’alternativa al modello manicomiale, e quindi anche all’OPG». La presenza dei comitati stopOPG ormai in 18 regioni, intervenuti all’assemblea è «Un segno positivo, che, a partire dal lavoro per la salute mentale, propone un “modello sociale” inclusivo e più giusto. E’ stata decisa anche una specifica attività per l’advocacy e il sostegno alla tutela legale delle persone internate».

    Infine «È stato confermato l’impegno, con l’avvio di uno specifico tavolo di lavoro, per la modifica degli articoli del codice penale e di procedura penale inerenti a imputabilità, pericolosità sociale e misure di sicurezza, all’origine del retrivo istituto giuridico dell’OPG».

    All’assemblea sono intervenuti, tra gli altri, Ignazio Marino (senatore presidente commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza e l’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale), Margherita Miotto (deputata e prima firmataria sugli OPG approvato alla Camera), Antonella Calcaterra (Osservatorio Carcere Unione Camere Penali Italiane) e Sergio Moccia (docente università Napoli Scienze Penalistiche, Criminologiche e Penitenziarie).

  • Cornigliano, ospedale a Villa Bombrini: i dubbi del Movimento Difesa del Cittadino

    Cornigliano, ospedale a Villa Bombrini: i dubbi del Movimento Difesa del Cittadino

    Il progetto del mega ospedale a Villa Bombrini, quartiere Cornigliano, un’opera finalizzata a migliorare l’offerta sanitaria in zone come quelle del Ponente e della Val Polcevera, private nel corso degli anni di numerosi presidi ospedalieri, fa discutere cittadini e associazioni, in particolare in merito alla collocazione prevista a Villa Bombrini.

    A sollevare alcuni dubbi è il Movimento Difesa del Cittadino che spiega «Certamente la zona strategica tra Ponente genovese, Val Polcevera e Sampierdarena sarebbe l’ideale considerando la chiusura di ospedali molto vicini alla popolazione, specie nel ponente genovese. Stesso discorso per la Val Polcevera, tenendo conto anche dei comuni extraurbani, oltre la valle».
    Ma il MDC si domanda se la sede di Villa Bombrini «È proprio così “ideale” da altri punti di vista?». Innanzitutto c’è «La questione dell’inquinamento: del terreno che non è stato disinquinato (o almeno non in modo adeguato); dell’aria a causa delle polveri da traffico (e non solo); da rumore del traffico e, soprattutto, dall’industria (laminatoio ILVA); e, forse, da un mega depuratore».

    «Ci risulta che il terreno (e la stessa villa) sia stato fortemente inquinato dall’acciaieria durante tanti anni di lavoro – sottolinea il Movimento Difesa del Cittadino – Si è affermato che sotto quel terreno sono state sotterrate tonnellate di scorie ed altro materiale dovuto alle lavorazioni. E’ vero? Se è vero, e si sostiene che il terreno contaminato non sia stato rimosso, se non superficialmente, come si può pensare di mettere lì un ospedale? Non è che spalmando cemento e asfalto si blocca il danno fatto negli anni precedenti. Del resto, il terreno ed il verde dovranno rimanere per buona parte».

    E poi c’è il problema legato al traffico veicolare, proprio a due passi dal parco e dalla villa «Possibile che non influisca sull’inquinamento dell’aria, sulla respirazione dei cittadini e sui polmoni dei malati? Ed ora sorgerà un’altra strada parallela a via Cornigliano. Bene per lo smaltimento del traffico di Cornigliano, ma è possibile considerarla zona acustica n. 5? Zona costruita, “inventata”, perché era stata dimenticata. Si trattava di inserire una zona “cuscinetto” tra la zona acustica 6 (caratteristica per la presenza di industrie fortemente inquinanti con decibel 65, al massimo anche di notte per il ciclo continuo delle lavorazioni) e la zona 4 di Cornigliano (zona mista, con presenza di abitazioni civili vicino ad industrie rumorose (e non solo). Per ben che vada Cornigliano potrebbe diventare zona acustica 3. E un ospedale deve essere in una zona acustica n.1.».
    Se a tutto questo si aggiunge il mega depuratore «Previsto in quella zona per prendere gli scarichi delle zone circostanti, guardando l’esperienza degli altri depuratori, si può pensare che non incida sull’ambiente e l’eventuale ospedale?».

    Il dubbio principale, dunque, riguarda la collocazione nei pressi di Villa Bombrini, villa di pregio inserita nel territorio produttivo dell’ILVA, oggi nella parte dismessa, pare in via di bonifica.
    «Qui sta per essere costruita una bretella stradale, atta a sgravare il carico viabilistico, spesso parossistico di Via Cornigliano – sottolinea l’architetto Paolo Gastaldo – Un’opera importante, ma foriera di maggiore quantità di CO2, benzene e polveri fini, in un luogo che dovrebbe essere rivalutato dal punto di vista urbanistico, inserendo, se mai, la riqualificazione della villa Bombrini come verde urbano per “ossigenare” una zona gravata da decenni di polveri di lavorazione siderurgica».

    Il secondo dubbio chiama in causa costi e tempi di realizzazione di un simile ospedale perché, in tempi di crisi «Sarebbe meglio, se mai, razionalizzare e strutturare l’offerta sanitaria, già in essere sul territorio – spiega Gastaldo – anche a fronte dell’invecchiamento della popolazione, come screening preventivo e supporto delle urgenze, nelle strutture già esistenti come Sampierdarena, Sestri Ponente, Voltri, Bolzaneto che verrebbero chiuse o vendute tramite cartolarizzazione».
    E l’architetto ricorda le polemiche e le opposizioni al nuovo Galliera «Un progetto che prevedeva il parziale sventramento del parco, box interrati e persino, pare, una galleria con negozi. Tendenze architettoniche qui importate direttamente dagli USA, ove esiste il concept del “COMMERCIAL HOSPITAL”, mega strutture private detenute da compagnie d’assicurazione ultra potenti, tanto da bloccare ed inceppare le volontà del presidente Obama circa una riforma sanitaria sul modello europeo. In queste strutture USA vengono costruiti modernissimi complessi avveniristici con parcheggi multipiano sotterranei e persino gallerie con negozi, ristoranti e servizi di ogni tipo».

    Ma siamo in Italia e, nonostante la carenza di liquidità pubblica, la sanità deve rimanere pubblica «Pertanto, anche se a qualcuno attrae l’onda americanizzante del “COMMERCIAL HOSPITAL”, è meglio preservare e razionalizzare i presidi territoriali esistenti – continua l’architetto Gastaldo – Del resto, l’ Italia è piena zeppa di mega super ospedali non finiti! Come quello di Agrigento, ad esempio, realizzato, inaugurato e poi chiuso perché costruito con cemento depotenziato! La politica è usata nel nostro paese a livello elettoralistico per vendere agli elettori il “nuovismo”. Che poi va ad alimentare super costi di progettazione, iter burocratici e, spessissimo, mancanza di trasparenza nel conferimento degli appalti, i quali causano l’ aumento dei costi. C’è la crisi, ed allora si propone la razionalizzazione, spendendo su nuove strutture che durano anni ed anni di cantierizzazione, costano centinaia di milioni e poi, come a Napoli, è successo che, ad opera conclusa, non ci sono più le risorse per far partire un ospedale. E questo è pagato dai contribuenti, crea danno ambientale come consumo del suolo, satura ambienti preziosi, da destinare ad altri scopi».
    Quando si parla di “super appalti” «La storia ci insegna a diffidare e a rifletterci sopra – conclude Gastaldo – preferendo strade meno costose ed impattanti, semplicemente suggerendo di razionalizzare l’esistente, operazione sicuramente meno onerosa che dare seguito ad un super appalto, come il nuovo ospedale del ponente».

     

    Matteo Quadrone

  • Obiezione di coscienza: le proposte dell’Aied e della Consulta di Bioetica

    Obiezione di coscienza: le proposte dell’Aied e della Consulta di Bioetica

    Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza; elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza; concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg); utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori; deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di Ivg sono scoperti.

    Queste le cinque proposte, elaborate dall’Aied (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica) e dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica. L’obiettivo, come spiegano le Associazioni è: «Garantire la piena applicazione della legge 194 senza ledere il diritto delle donne che decidono d’interrompere la gravidanza e quello dei medici che decidono di obiettare». E aggiungono «Non è difficile: basta volerlo fare».

    «Abbiamo inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge – precisano Mario Puiatti (presidente dell’AIED) e Filomena Gallo (segretaria dell’Associazione Luca Coscioni) – Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge».

    «In Italia, a fronte del frequente esercizio del diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici, sempre meno è garantito quello delle donne ad interrompere la gravidanza nei tempi e nelle modalità previste dalla legge 194 – si legge nella missiva – I dati ufficiali sulle percentuali di medici obiettori e sulla difficoltà degli enti ospedalieri a garantire il servizio di interruzione di gravidanza sono chiari e a questo disservizio va posto con urgenza rimedio».

    Questo il testo integrale della lettera: «Pertanto a seguito dei dati emersi dall’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 194/78, con la presente PREMESSO Che la legge 194/78 prevede: che il personale sanitario ed esercente le attività ausiliare può sollevare obiezione di coscienza ex art. 9 nei limiti da questo stabilito; che l’obiezione di coscienza non possa essere sollevata quando le circostanze del caso concreto siano urgenti e non consentano rinvii (art. 9 comma 5); che le Regioni devono garantire l’attuazione della legge (art. 9 comma 4).
    RILEVATO Altresì, che: pacifica giurisprudenza amministrativa (vd. da ultimo Tar Puglia n.289/10) ritiene ammissibile la possibilità di limitare l’accesso alle strutture consultoriali da parte di specialisti obiettori, quando tale previsione trovi fondamento nei principi di ragionevolezza e proporzionalità e sia finalizzata a garantire il necessario contemperamento tra le diverse istanze coinvolte nel procedimento abortivo.
    RITENUTO che: il D.lgs 216/2003 art. 3 comma 3 prevede che nel rispetto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza e purché la finalità sia legittima, non costituiscono atti di discriminazione le differenze di trattamento riconducibili a motivazioni inerenti religione, convinzioni personali, handicap, età e orientamento sessuale, ma giustificate dal fatto che tali caratteristiche personali influiscono sull’espletamento dell’attività lavorativa, in quanto costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento della stessa.
    INVITIAMO gli organi competenti, così come intestati, ad emanare atti che, in forza delle responsabilità riconosciute alle Regioni stesse, prevedano con effetto vincolante per tutte le strutture che applicano IVG: bandi finalizzati all’assegnazione delle ore previste per l’IVG a medici non obiettori; albi regionali pubblici di medici che abbiano sollevato obiezione di coscienza; possibilità per le strutture ospedaliere che forniscono il servizio di IVG di avvalersi di medici gettonati per sopperire alle carenze di medici non obiettori laddove non si riesca a garantire un equilibrato bilanciamento fra i medici strutturati obiettori e non obiettori.
    Confidando che nell’interesse alla corretta applicazione della L.194/78 e nel rispetto dei diritti di tutti i soggetti coinvolti, sia dato sollecito adempimento alla presente come da presupposti normativi citati e vincolanti per le regioni, restiamo in attesa di riscontro».

    Sempre in merito al tema dell’obiezione di coscienza in medicina in relazione all’interruzione volontaria di gravidanza, il 6 giugno la Consulta di Bioetica onlus ha dato il via alla campagna “il buon medico non obietta”. I dati a riguardo raccontano che sono molti i territori in cui le donne non vedono riconosciuto il diritto sancito dalla legge 194 perché le percentuali di ginecologi e anestesisti obiettori non lo consentono.

    «Nel dibattito sull’obiezione di coscienza non viene quasi mai messo in discussione il principio che gli operatori sanitari possano rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza – sottolineano i promotori – La premessa è che una società liberale dovrebbe consentire ai propri cittadini di vivere in maniera conforme ai propri valori e di veder rispettata la propria autonomia, di conseguenza un medico che non riconosce l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza dovrebbe avere sempre il diritto di non praticarla».
    «Lo scenario ideale sarebbe quello di trovare una soluzione che permetta di conciliare il diritto alla salute e l’autonomia del paziente con quella del medico – continua il Comitato di Bioetica onlus – la libertà della donna di decidere se continuare o no la gravidanza con la libertà del medico di decidere se partecipare o no all’interruzione di gravidanza».
    «Dobbiamo prendere atto, però, che la ricerca di questa soluzione ideale è fallita – sottolinea la Consulta – I ginecologi obiettori sono ormai più dell’80% e l’obiezione di coscienza cresce anche tra gli anestesisti e le ostetriche superando ormai abbandonamento il 50 % e per le donne diventa ogni giorno più difficile riuscire a interrompere la gravidanza. È arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti».

    La Campagna ha due obiettivi: da una parte, incoraggiare un dibattito pubblico sulla legittimità del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza e, dall’altra, rendere più chiaro che il buon medico non è quello che non pratica le interruzioni di gravidanze ma quello che sta vicino alla donna e non la lascia sola in un momento difficile.

    Aderisce anche la Rete 194 Genova, che da poco ha promosso un incontro pubblico su questo tema «Ogni anno diventa sempre più preoccupante, non solo perchè sempre meno medici non sono obiettori, ma anche perchè ormai nelle facoltà di medicina non si insegna neanche più a praticare interruzioni volontarie di gravidanze – spiega Giulietta Ruggeri, Laboratorio politico di donne – la Rete 194 Genova ha deciso di accompagnare l’iniziativa di cui sopra procedendo alla raccolta, pubblicazione e diffusione dell’informazione sui medici che non sono obiettori. E’ un diritto delle donne conoscere le scelte del proprio/della propria medico per poter decidere a chi affidarsi per avere una piena e corretta informazione e per poter essere seguite nei percorsi che ognuna vorrà seguire per la propria salute».

     

    Matteo Quadrone

  • Sporchi da morire: gli inceneritori ed i rischi per la salute dei cittadini

    Sporchi da morire: gli inceneritori ed i rischi per la salute dei cittadini

    Un film-progetto affronta uno dei temi più caldi con il quale la società civile deve oggi confrontarsi: la gestione dei rifiuti. Focalizzando l’attenzione sul fenomeno degli inceneritori, impianti che producono micro e nano-particelle altamente dannose – soprattutto a discapito delle generazioni future – come dimostrano le tante analisi internazionali, sottoscritte da numerosi scienziati, medici e ricercatori. Nonostante ciò, nel nostro Paese, tutti gli schieramenti politici si sono rivelati stranamente d’accordo nell’avallare la costruzione di queste strutture.

    Ma anche in Europa la situazione non è idilliaca: basti pensare all’inceneritore di Vienna, dall’aspetto colorato e quasi fiabesco, costruito proprio dentro la città. Comunque, nel vecchio continente, la tendenza principale è quella di non costruire più inceneritori, di produrre sempre meno rifiuti e di avviare una raccolta differenziata davvero capillare.

    Marco Carlucci, filmmaker indipendente, racconta il viaggio nel mondo delle nano-particelle e delle polveri sottili di Carlo Martigli, scrittore e giornalista, impegnato da sempre in inchieste scottanti. Il film, intitolato “Sporchi da morire”, nasce da alcune domande: è vero che gli inceneritori fanno male? Perché in Italia si continuano a costruire questi impianti mentre nel resto del mondo si stanno smantellando? Quali sono i rischi concreti per la salute? Quali sono i danni provocati dalle nano-particelle emesse dagli inceneritori? Quali sono le possibili alternative?
    Con questi interrogativi  in testa comincia la ricerca di Carlo A. Martigli, documentata dal film: interviste, filmati, esclusivi reportage in giro per il mondo, tra l’Italia, gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e l’Austria che faranno riflettere su un problema indicato da molti esperti come “invisibile inquinamento del nuovo millennio” e che riguarderà i nostri figli e le future generazioni.

    In Italia sono numerosi i politici – sindaci, assessori, consiglieri – che propongono all’amministrazione pubblica la soluzione miracolosa, rappresentata dalla costruzione di un inceneritore. Trovando sponda in altrettanti politici, ma anche illustri scienziati, i quali si prodigano nel tranquillizzare la popolazione che questi impianti non sono pericolosi per la salute. Oggi vengono addirittura nobilitati utilizzando il nome “termovalorizzatori”, termine bandito dalla Comunità Europea, perché ritenuto ingannevole.

    Gli inceneritori sono impianti che vengono utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti attraverso un processo di combustione che avviene ad alte temperature. Gli impianti di ultima generazione bruciano a temperature sempre più elevate. Proprio per quest’ultimo motivo i nuovi inceneritori sono ancor più pericolosi dei precedenti. Infatti più elevata è la temperatura di combustione, più sono piccole le dimensioni delle particelle emesse. Tutti i giorni le respiriamo e le ingeriamo: sono le polveri sottili (di dimensione micrometriche, ovvero del diametro medio compreso tra 10 e 1 micrometro) e le nano-particelle (ancora più piccole, con un diametro medio compreso tra 0,2 e 100 nanometri).

    In generale le particelle sono liberate naturalmente in atmosfera dai vulcani attivi, dagli incendi, dall’erosione delle rocce, dalla sabbia sollevata dal vento, ecc. Di solito le particelle di queste provenienze sono piuttosto grossolane. Spesso più sottili e normalmente assai più numerose, sono le particelle originate dalle attività umane, soprattutto quelle che prevedono l’impiego di processi ad alta temperatura. Tra questi processi, il funzionamento dei motori a scoppio, dei cementifici, delle fonderie e soprattutto degli inceneritori.

    Quindi l’attività di un inceneritore produce delle sostanze – polveri sottili e nano-particelle – di microscopiche dimensioni che s’insinuano nell’organismo umano attraverso l’apparato respiratorio ed anche attraverso l’apparato digerente, dato che le particelle si depositano anche sulle coltivazioni prossime agli impianti.

    Ma possibili alternative agli inceneritori – e quindi alla produzione di nano-paricelle e di polveri sottili – esistono per davvero. In altri Paesi ci sono dei modelli davvero significativi di gestione dei rifiuti come San Francisco, una delle città con la miglior raccolta differenziata al mondo o l’area della della Silicon Valey, simbolo dell’innovazione tecnologica e sempre più della green revolution. Anche in Italia esistono delle piccole “San Francisco” concreti esempi virtuosi di riciclaggio dei rifiuti basti pensare al paesino di Vedelago, in provincia di Treviso e il nuovo centro di riciclo di Colleferro, ironia del destino, sorto a pochi passi da un inceneritore. Queste strutture dimostrano che riciclare, non solo evita di inquinare l’ambiente con costi di gestione notevolmente più bassi, ma potrebbe creare migliaia di nuovi posti di lavoro.

    Sporchi da morire è un progetto italiano molto ambizioso e di ampio respiro internazionale grazie al coinvolgimento di esperti mondiali: il Professor Paul Connett, teorico della strategia “Zero Rifiuti”, il dott. Stefano Montanari e la dott.ssa Antonietta Gatti, esperti e scopritori delle patologie causate da nano-particelle; la Dott.ssa Patrizia Gentilini, oncologa e membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente, il biologo Prof.Gianni Tamino, Dott. Valerio Gennaro medico oncologo epidemiologo ISDE Italia, il dott. Federico Valerio Responsabile Chimica Ambientale IST di Genova, i sindaci delle città virtuose della Silicon Valley, Palo Alto e Barkeley, il sindaco di San Francisco Gavin Newson, il responsabile del Dipartimento Ambiente di San Francisco Jared Blumenfeld, i rappresentanti dell’IVS Francese – Dr. Calut e Dr. Laffont che sono i firmatari della più importante ricerca mondiale sul tema della pericolosità dell’incenerimento dei rifiuti, il prof. Dick Van Steenis che ha mappato la ricaduta dell’inquinamento sui bambini inglesi e bloccato 16 progetti in costruzione, il Dr.Luft, l’Associazione Rescue Workers Detoxification e la 911 Police Aid Foundation che si occupano delle persone ammalatesi per le inalazioni di nano-polveri dopo il crollo delle torri gemelle (circa 170.000 casi già accertati), i rappresentanti dei comitati nazionali ed internazionali, Padre Alex Zanotelli, Maurizio Pallante del Movimento Decrescita Felice, Greenpeace Italia, e tanti altri.

    Un film-progetto al quale hanno già aderito migliaia di persone in tutto il mondo, tanto da essere certificato come il film con i titoli di coda più lunghi del mondo, i quali saranno presenti, grazie ad un piccolo contatore grafico, fin dai primi minuti del film.

    FILM : Sporchi da Morire – FIlthy to the core

    DURATA: 93 min

    REGIA: Marco Carlucci

    con: Paul Connett – Stefano Montanari – Carlo A. Martigli

    musiche: Hinkel, David Sabiu, Daniele Mazzoli

    Produzione e Distribuzione: CDPrimafilm

    sito ufficiale: www.sporchidamorire.com

    facebook: http://www.facebook.com/SporchiDaMorire

    twitter: http://twitter.com/#!/SporchidaMorire

    SPORCHI DA MORIRE: PRIMO MESE DI PROGRAMMAZIONE, DIECIMILA GRAZIE!
    Si conclude il primo mese di proiezioni con risultati entusiasmanti. Sono infatti oltre 10.000 gli spettatori che hanno visto “Sporchi da morire” di Marco Carlucci, grazie ad una distribuzione indipendente affiancata da una fitta rete di proiezioni organizzate da Cittadini, Associazioni e Comuni in tutta Italia. E questo è solo l’inizio a dimostrazione che è possibile un “nuovo modo” di produrre e distribuire progetti indipendenti attraverso circuiti paralleli e partecipativi.

    A Genova non è ancora stata organizzata la proiezione di “Sporchi da morire”, eppure anche nella nostra città, da alcuni anni, si parla del progetto Inceneritore: la visione del film potrebbe indurre interessanti riflessioni anche in coloro i quali, finora, difendono a spada tratta questi impianti.

    Per informazioni: tel. 3396477847 – proiezioni@primafilm.it
    SITO FILM: WWW.SPORCHIDAMORIRE.COM
    Sul sito web www.sporchidamorire.com è possibile compilare il modulo di richiesta proiezione.

     

    Matteo Quadrone

  • Cannabis terapeutica: informazione e formazione per abbattere l’ignoranza

    Cannabis terapeutica: informazione e formazione per abbattere l’ignoranza

    Informazione, formazione, condivisione sono i tre elementi cruciali con cui provare a scardinare il muro di ignoranza che si trovano di fronte i pazienti che intendono curarsi con la cannabis terapeutica.

    Un’opportunità consentita dalla Legge italiana a partire dal 2007, quando il principio attivo (THC) della cannabis è stato inserito nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile. Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B «Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla». Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.

    Peccato però che questa norma non sia mai stata pubblicizzata adeguatamente e chi voglia accedere a questa modalità di cura deve combattere contro mille ostacoli burocratici, resistenze da parte di medici ed Asl, risposte diverse a seconda della regione di residenza (tutta la trafila a cui sono sottoposti i pazienti è dettagliatamente descritta nella precedente inchiesta di Era Superba).
    Ieri, al centro sociale Terra di Nessuno del Lagaccio, si è svolto un incontro informativo alla presenza di realtà antagoniste provenienti da Torino (csoa Gabrio), Pisa (Osservatorio AntiPro), Bologna (Laboratorio AntiPro del Livello 57), Milano, Roma e Genova (associazione Pazienti Impazienti Cannabis). L’obiettivo è parlarne, far circolare l’informazione, mettere il sistema davanti all’evidenza del paradosso italiano – una cura consentita dalla legge ma praticamente inaccessibile alla maggior parte dei malati – per provare ad aprire uno spiraglio nell’opinione pubblica.

    Innanzitutto è stata sottolineata la differenza tra i farmaci derivanti dai cannabinoidi sintetici (in particolare il Nabilone), prodotti dall’industria farmaceutica, rispetto alle cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Entrambe le tipologie sono importabili grazie al Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico.

    I derivati sintetici sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Nonostante ciò finora in Italia la maggioranza delle importazioni ha riguardato soprattutto un principio attivo sintetico, il Nabilone, in pratica thc puro ed il Sativex, uno spray sublinguale a base alcolica, prodotto dalla Bayern che negli ultimi tempi è stato approvato in molti paesi europei.
    La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC. Le ricerche portate avanti in questi anni hanno consentito di comprendere che l’azione degli altri cannabinoidi modulano l’effetto del THC e riducono gli effetti collaterali. Inoltre anche altri principi attivi, ad esempio il CDB, hanno interessanti proprietà terapeutiche. In paesi più tolleranti come l’Olanda, oggi si ragiona in direzione di una specializzazione delle coltivazioni dedicate all’uso medico: esistono, infatti, semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che possono risultare utili per differenti patologie.

    Ma qual è l’ostacolo principale in Italia?
    Il problema è trovare medici disponibili a prescrivere la cannabis terapeutica. In tutta Italia sono solo poche decine i professionisti che decidono di farlo. Uno dei motivi per cui non prescrivono i derivati naturali è perché nel momento in cui un medico prescrive una cura simile, di conseguenza svaluta la sperimentazione sui farmaci cannabinoidi sintetici sviluppata anche dai ricercatori italiani. Oltre ad una motivazione  strettamente legata a notevoli interessi economici, ne troviamo un’altra, probabilmente più grave, perché riguarda la carenza di informazione in merito alle infiorescenze femminili di cannabis. Purtroppo in Italia la formazione rivolta ai medici è appannaggio esclusivamente delle case farmaceutiche e di enti autorizzati che non hanno alcun interesse nel veicolare le conoscenze sui prodotti naturali. Dall’altro lato non va dimenticato che spesso a livello regionale, i medici delle singole aziende sanitarie locali, non informati adeguatamente dai direttori sanitari, ignorano questa opportunità di cura.
    Le associazioni che si battono per il libero accesso alla cannabis terapeutica  – in prima fila Pazienti Impazienti Cannabis – hanno contattato medici e ricercatori olandesi per chiedere supporto, trovando subito disponibilità. Le ipotesi allo studio sono sostanzialmente due: stampare in lingua italiana il materiale informativo sui derivati naturali; promuovere seminari in Italia, alla presenza di esperti olandesi, affinché anche nel nostro Paese si possa parlare consapevolmente di cannabis terapeutica. L’obiettivo è quello di creare un nucleo di medici disponibili a condividere le informazioni con altri colleghi, in maniera tale da stimolare un circolo virtuoso puntando ad allargare progressivamente il numero dei professionisti coinvolti.

    I pazienti intendono rivendicare il fondamentale legame tra la pianta e la cura, al contrario delle case farmaceutiche che mirano ad isolare il principio attivo per produrre farmaci sintetici.
    Nelle varie proposte di legge regionali presentate in Italia, uno dei punti principali è proprio la richiesta di avviare una produzione italiana di cannabis a fini medici, sul modello olandese. Oggi è già tutto pronto perché nel nostro Paese esiste una coltivazione autorizzata, con alta concentrazione di THC, ai fini della ricerca. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che grazie alle sue competenze potrebbe occuparsi della sterilizzazione e del controllo qualitativo del prodotto destinato alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Il percorso però deve essere necessariamente avviato da una regione che richieda un ordinativo di principio attivo per le esigenze dei suoi pazienti.

    E qui arriviamo ad un altro snodo centrale, ovvero l’attuale situazione delle leggi regionali. Oggi in due regioni, Puglia e Marche, una delibera sul tema cannabis terapeutica è già stata approvata ma anche qui si dovrà passare da una legge regionale. Purtroppo però, secondo Pazienti Impazienti Cannabis, le nuove norme invece di favorire, limitano l’accesso alla cura: la lista delle patologie interessate è assai scarna e comprende solo la sclerosi multipla e la terapia del dolore in ambito oncologico.
    Ma finalmente, pochi giorni fa, in Toscana, prima regione italiana, è stata approvata una vera e propria legge in merito. La legge regionale toscana è limitata – sottolinea Pazienti Impazienti Cannabis – ma comunque accettabile. Questo grazie all’intervento dell’associazione che ha convinto i consiglieri toscani a modificarne l’impostazione, precedentemente incentrata esclusivamente sulla terapia dolore. Il 2 Maggio è stata approvata però affinché non rimanga una legge vuota, puramente di indirizzo, sono previste delle delibere attuative. La Giunta ha garantito di impegnarsi con delibere che vadano in un senso di maggiore apertura, ma staremo a vedere quale sarà il risultato finale.

    In Liguria, dopo oltre un anno in naftalina, la proposta di legge regionale “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” – presentata per la prima volta il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà –  in questi giorni è stata nuovamente illustrata ed ora è pronta ad approdare in commissione sanità. Un passaggio fondamentale perché se davvero si riuscirà a trovare una formula ideale, questa legge potrebbe diventare il modello di riferimento per le altre regioni italiane.

    Quali sono le prospettive future ed i metodi di lotta possibili?
    In alcuni paesi europei (in particolare Spagna e Belgio) in questi ultimi anni, nonostante non siano mancate denunce ed arresti, è stato avviato il progetto dei Cannabis Social Club. Un modello che ha lo scopo di evitare che i consumatori di cannabis siano coinvolti in attività illegali e assicura che siano soddisfatti certi requisiti riguardanti la sicurezza e la salute pubblica. I Cannabis Social Club (CSC) sono delle associazioni registrate e senza fini di lucro, formate da persone adulte che consumano cannabis. I club possono essere istituiti legalmente in tutti i paesi dove la coltivazione per uso personale di quantitativi di cannabis è stata decriminalizzata. I Cannabis Social Club organizzano la coltivazione collettiva di un quantitativo di cannabis che è esclusivamente inteso per il consumo privato dei propri membri. I CSC si pongono un obiettivo politico, ovvero il cambiamento delle politiche sulle droghe, proponendo un alternativa al mercato nero. Ma non solo l’obiettivo è anche ragionare sul consumo consapevole e sull’abuso. Alla ricerca non di una liberalizzazione, bensì di una regolamentazione che consenta ai consumatori di usare la cannabis consapevolmente.

    In Italia, dal punto di vista legislativo, non esistono spiragli per avviare esperienze del genere. E però la presenza di numerosi pazienti che intendono curarsi con la cannabis – e già in passato lo hanno fatto assumendosi il rischio di auto prodursi la pianta medica – apre nuovi possibili scenari. Quindi nel nostro paese si profila la possibilità della nascita di associazioni simili rivolte però esclusivamente al livello medico. E la giurisprudenza potrebbe dare una mano, considerato che alcuni procedimenti giudiziari a carico di malati accusati di coltivazione illegale di cannabis, sono stati archiviati quando, prima del processo, sono riusciti a presentare le adeguate documentazioni mediche a sostegno dell’utilizzo terapeutico della pianta.
    La strada giudiziaria dunque appare una scorciatoia da percorrere per il riconoscimento dei propri diritti. E partendo da qui si potrà provare ad esercitare la necessaria pressione sulla politica affinché anche il Parlamento si occupi della questione. In Italia i pazienti sono gli unici pronti a rischiare. A seguire una linea di disobbedienza civile ove vi sia un principio certo: la coltivazione personale di un malato non è perseguibile dalla legge.

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, lavoratori Sanità: i contratti part-time devono essere difesi

    Liguria, lavoratori Sanità: i contratti part-time devono essere difesi

    Un problema spinoso che coinvolge migliaia di lavoratori liguri del comparto sanità – parliamo dei dipendenti di Asl ed aziende ospedaliere con contratti part-time – ieri è stato al centro di un intervento del gruppo dell’Italia dei Valori che ha presentato in consiglio regionale una mozione in merito.

    «Alcune Asl Liguri hanno revocato indiscriminatamente molti contratti part-time esistenti – spiega il presidente della commissione sanità e consigliere IDV, Stefano Quaini – noi riteniamo ragionevole che tale discussione riparta dalla terza commissione consiliare, tenendo presenti i diritti di quei lavoratori che grazie alla legge 662 del 1996 decidono di intraprendere questo percorso».
    La questione riguarda tutta la Liguria perché di fatto manca una regia complessiva che guidi le scelte delle singole aziende sanitarie locali e dei presidi ospedalieri che, di conseguenza, agiscono come corpi a sé stanti.

    Tutto scaturisce dal Decreto Brunetta sulla pubblica amministrazione, risalente al 2008 (Decreto Legge 112 del 25 giugno 2008 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria”), che in pratica ha trasformato l’inquadramento part-time dei dipendenti da diritto individuale a diritto negoziabile. In altri termini quello che prima era un diritto del lavoratore, oggi è diventata una concessione discrezionale dell’azienda. E nel comparto sanitario la conseguenza è stata la sospensione di molti contratti part-time. Gli unici a salvarsi sono stati i dipendenti che avevano ottenuto il contratto prima del 2008, mentre tutti gli altri sono dovuti passare attraverso la rinegoziazione con gli enti interessati.

    «Chi sceglie questo rapporto di lavoro guadagna consapevolmente la metà dello stipendio e accetta di rinunciare ad avanzamenti di carriera – sottolinea Quaini – ma spesso lavora con maggior entusiasmo perché questa tipologia contrattuale va a salvaguardare l’esigenza personale di conciliare l’attività lavorativa con le proprie necessità di tipo personale e familiare».
    Infatti ad accedere a questa tipologia di contratto sono in maggioranza donne, neo mamme o comunque con bambini piccoli, oppure persone con familiari che necessitano di assistenza.

    «Le singole aziende si sono comportate in maniera diversa – spiega Mario Iannuzzi, del sindacato autonomo Fials – secondo l’interpretazione prevalente della legge, le revoche dei contratti part-time devono essere degli atti mirati. Per quanto riguarda Genova, l’Asl 3 ha prorogato i contratti fino al 2015, quindi non esistono particolari criticità. Ma i nuovi contratti sono comunque rigidi e l’azienda ha ampia facoltà di decidere a quali figure professionali concedere il part-time e quale tipologia di part-time utilizzare. I problemi maggiori riguardano invece il Galliera ed il San Martino. Al Galliera non c’è stato nessun accordo sindacale e l’azienda ha revocato alcuni part-time. I lavoratori hanno fatto ricorso al giudice che però ha dato loro torto. Al San Martino, l’azienda con il maggior numero di lavoratori part-time, la proroga è in scadenza ed i contratti dovranno essere rinegoziati».

    Secondo il presidente della Commissione Sanità, nell’area genovese la situazione più critica è quella dell’ospedale San Martino, dove molti contratti sono stati revocati, mentre all’ospedale Gaslini occorre approfondire il quadro attuale ed in generale «È necessario fare chiarezza con l’obiettivo di ottenere un’uniformità di vedute su tutto il territorio».
    Certo la questione è delicata, come ricorda Iannuzzi, perché «Da una parte le aziende del comparto sanitario, grazie a questi contratti possono risparmiare risorse, però allo stesso tempo, in regime di blocco di assunzioni, hanno bisogno di diminuire il ricorso a queste tipologie contrattuali visto che non possono recuperare nuovo personale dall’esterno».

    «La normativa europea stimola a perseguire questo tipologia contrattuale – continua Quaini – ed esiste una sufficiente giurisprudenza che ha dato ragione ai lavoratori di altre regioni italiane che, nonostante la difficile fase economica, si sono adeguate alle direttive europee».
    «Almeno in una parte dei casi è necessario un attento riesame per mantenere valido questo strumento di tutela individuale – conclude Quaini – Grazie al nostro intervento la discussione è stata riaperta ed avverrà un passaggio significativo in commissione Sanità per approfondire una tematica di importanza vitale per molti lavoratori».

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedale di vallata: l’Asl 3 dovrà pagare un debito di oltre 4 milioni

    Ospedale di vallata: l’Asl 3 dovrà pagare un debito di oltre 4 milioni

    Un ospedale mai nato, anni di discussioni intorno ad un progetto rimasto solo sulla carta, una vallata, la Val Polcevera, privata lentamente quanto inesorabilmente dei suoi presidi sanitari, questa la storia del tanto atteso ospedale “di Vallata” (oggi detto “del Ponente”, considerato che nel frattempo l’offerta di servizi sanitari è diminuita anche nel Ponente genovese).

    Ebbene, in un periodo in cui il comparto sanitario locale e regionale è sottoposto a pesanti tagli finanziari, qual è il risultato di quest’operazione scellerata?

    Un debito di oltre 4 milioni, per la precisione 4 milioni e 386 mila euro che l’azienda sanitaria locale genovese (Asl 3) dovrà saldare alla società Progetto di Vallata, il soggetto incaricato di eseguire gli studi necessari per la nascita dell’ospedale di vallata – inizialmente previsto nella sede dell’ex Miralanza nel quartiere di Teglia –  e poi, dopo 12 anni di tira e molla, Comune e Regione ad inizio 2012 hanno trovato finalmente una convergenza, individuando nell’area di Villa Bombrini, a Cornigliano, la sede del futuro nosocomio del Ponente la cui realizzazione però, nonostante annunci e slogan elettorali, rimane ancora al palo.

    La notizia del considerevole debito dell’Asl 3 è ancor più paradossale se messa a confronto con il tentativo di fare cassa  tramite la cartolarizzazione di immobili delle Asl e della Regione.

    Infatti proprio nella giornata di ieri sono stati approvati dalla Giunta regionale ligure gli ultimi due stralci del programma di valorizzazione degli immobili ex ASL e del patrimonio della Regione Liguria con i relativi cambi di destinazione d’uso, senza dimenticarne la finalità destinata a coprire il disavanzo sanitario 2011. Sarà ARTE, l’agenzia regionale territoriale per l’edilizia che a dicembre aveva acquistato tali immobili, a farsi carico della loro massima valorizzazione.
    L’attività di analisi degli immobili da cartolarizzare e di selezione delle destinazioni d’uso è stata curata direttamente da ARTE Genova e dal vicepresidente e assessore all’urbanistica della Regione Liguria, Marylin Fusco, d’intesa con i Comuni interessati, per trovare soluzioni condivise e non imposte dalla Regione. Le proposte di cambio di destinazione d’uso approvate ieri dalla Giunta regionale per gli immobili verranno inviate ai Comuni per le conseguenti deliberazioni e in questo modo sarà concluso l’iter procedurale come previsto dalla legge regionale.

    I due stralci approvati nella seduta di ieri si aggiungono al primo approvato circa due mesi fa. «L’obiettivo è quello di arrivare al più presto ad un accordo considerando che, qualora i Comuni rimangano inerti, esiste il potere sostitutivo della Regione – ha spiegato il vicepresidente ed assessore all’urbanistica, Marylin Fusco – Per quanto riguarda il primo stralcio di cartolarizzazione degli immobili abbiamo già avuto dei ritorni perché il Comune di Costarainera e quello di Alassio hanno già deliberato il cambio di destinazione d’uso e ora ci auguriamo che anche gli altri Comuni, entro 45 giorni, provvedano al cambio di destinazione d’uso, in modo che si possa procedere alla valorizzazione degli immobili entro la fine dell’estate». L’intera operazione ha un valore complessivo di 76 milioni che potranno essere incrementati sulla base della valorizzazione effettuata.

     

    Matteo Quadrone

  • Regione, cannabis terapeutica: illustrata la legge presentata 14 mesi fa

    Regione, cannabis terapeutica: illustrata la legge presentata 14 mesi fa

    Questa mattina in Consiglio regionale, Matteo Rossi, capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà ha illustrato la proposta di legge, presentata con Alessandro Benzi e Giacomo Conti (Federazione della Sinistra), fondamentale integrazione della Legge nazionale, necessaria per dare finalmente il via libera all’utilizzo terapeutico della cannabis.

    Una proposta di legge depositata agli atti da ben 14 mesi (7 marzo 2011).

    Dopo anni di attese, forse, pazienti affetti da diverse patologie potranno usufruire di una legge sull’utilizzo terapeutico di alcuni principi cannabinoidi. «L’impiego di queste sostanze avverrebbe su diverse patologie – spiega Matteo Rossi – da palliativo del dolore a lenitivo degli effetti collaterali delle chemio e radio-terapie, di patologie come il glaucoma, l’epilessia, le patologie neurologiche e psichiatriche».

    La legge regionale regolamenterà l’utilizzo della terapia sia in ambito ospedaliero che in quello casalingo: il paziente in condizione di cronicità potrà proseguire il trattamento domiciliare senza spese, presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese una nuova ricetta, o ogni tre mesi se utilizza farmaci importati, redatta da uno dei medici ospedalieri che lo hanno in cura.

    «Quello che proponiamo continua Rossiè creare convenzioni con stabilimenti nazionali affinché sia possibile la fornitura al servizio sanitario pubblico in modo che la Giunta regionale attivi una convenzione con lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze per la produzione e lavorazione di Cannabis medicinale coltivata in Italia o con altro soggetto dotato delle medesime autorizzazioni alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici, ai fini della fornitura al servizio sanitario pubblico regionale».

    Inoltre la Giunta regionale annualmente effettuerà una relazione sulla legge per verificarne il rapporto costi – benefici, sia per il profilo sanitario, sia per il profilo socio assistenziale. In ogni modo questa verifica è necessaria in quanto, per provvedere alla relativa copertura della terapia, i finanziamenti arriveranno dalle risorse del Fondo Sanitario Regionale, sottolinea Sinistra Ecologia e Libertà.

  • Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    Guerre moderne, danni a lungo termine: neonati con malformazioni e tumori

    «Le nostre ricerche devono dar luogo ad un profondo discorso sulla responsabilità che coinvolga tutti gli stati moderni, ben consapevoli delle conseguenze a lungo termine delle guerre moderne giustificate come umanitarie», spiega Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, membro del gruppo di ricerca New Weapons, commissione indipendente di scienziati che studia l’impiego delle armi non convenzionali ed i loro effetti di medio–lungo periodo sui residenti delle zone di guerra.

    I loro recenti studi, condotti in particolare in Iraq nella zona di Falluja, hanno dimostrato inequivocabilmente che con il trascorrere del tempo si è manifestato un aumento del tasso di difetti alla nascita e di aborti spontanei a Falluhja, a partire dal 2003 e che la nascita di bambini con difetti congeniti è aumentata di circa 10 volte dal 2002 e non è in calo nel 2010.

    «A Falluja centinaia di bambini nascono con difetti al cuore, allo scheletro, al sistema nervoso – sostiene uno studio scientifico pubblicato nel 2011 dall’International Journal of Environmental Research and Public Health – Il tasso di malformazioni nei neonati è di undici volte superiore alla norma e negli ultimi 7 anni ha fatto registrare un incremento spaventoso. Un fenomeno che non è interpretabile se non come dovuto a cause ambientali e che pertanto si riconduce alla persistenza nell’ambiente di contaminanti associati con l’uso di armi durante la guerra».

    L’indagine ha preso in considerazione i parti avvenuti all’ospedale pubblico di Falluja fra il maggio ed il settembre del 2010 analizzando nel dettaglio 56 casi. Soltanto nel mese di maggio, di 547 bambini nati, il 15% erano deformi. Nello stesso periodo si è avuto l’11% di parti prematuri e il 14% di aborti spontanei. «Diversi contaminanti usati in guerra possono interferire con lo sviluppo dell’embrione e del feto – sottolineano i ricercatori – alcuni di questi non sono eliminati dall’ambiente e hanno capacità di produrre malformazioni, quindi sono candidati come agenti causativi del fenomeno riportato a Falluja, tra questi molti dei metalli in uso nelle moderne munizioni».

    «Ogni innovazione, in campo militare, deve essere testata sul campo – spiega Paola Manduca – Negli ultimi anni in tutti i conflitti sono state usate armi nuove, senza frammenti».

    Armi aumentate dai metalli che producono ferite anomale con cui, fino a qualche anno fa, non ci si doveva confrontare. «In Libano nel 2006 ed a Gaza, i primi a lanciare l’allarme sono stati i chirurghi impegnati nelle zone sotto attacco militare – continua Manduca – Gli amputati venivano trattati come di prassi chiudendo l’amputazione però, dopo alcuni giorni, molti decedevano all’improvviso. I medici hanno iniziato a domandarsi se dietro a quelle morti c’erano delle altre cause. Eseguendo le autopsie non hanno trovato frammenti d’arma ma gravi lesioni agli organi interni».

    Le armi moderne contengono al loro interno polvere di metallo «In particolare metalli cancerogeni e teratogeni che possono causare alterazioni durante lo sviluppo dell’embrione – racconta Manduca – Questi metalli hanno un’altra caratteristica: restano nell’ambiente e tutti gli esseri viventi che li assorbono, uomini ed animali, tendono ad accumularli nel loro organismo».

    L’elenco dei metalli è inquietante e comprende cadmio, piombo, alluminio, uranio, mercurio, cobalto, tungsteno, vanadio, ecc.

    Quindi parliamo di sostanze che tendono a rimanere nell’organismo, polveri fini che contaminano l’ambiente circostante e con il trascorrere del tempo si accumulano facilmente nell’organismo. Al momento dell’esplosione degli ordigni le polveri vengono assorbite tramite inalazione. Ma non solo, i metalli penetrano negli organismi viventi anche attraverso la pelle, in particolare il mercurio, e tramite ingestione.

    «Negli anni successivi agli eventi bellici questi contaminanti possono dare luogo a malformazioni nei neonati – racconta Manduca – Inoltre possono causare disfunzioni, oppure mutazioni, nei gameti.  Quando “l’ambiente materno” è saturo di metalli, alcuni di questi passano attraverso la placenta e giungono all’embrione durante le fasi in cui si formano organi, causando danni significativi».

    In Iraq, a Falluja, i maggiori eventi bellici sono stati gli attacchi militari susseguitesi nel 2004 e nel 2005.

    «A distanza rispettivamente di 6 e 5 anni, è stato riportato un aumento dei casi di tumori, soprattutto infantili, rispetto alla normale incidenza – continua Manduca – Ed un aumento di malformazioni alla nascita da noi documentato, con un’alta frequenza nel 2010».

    Il lavoro in Iraq è partito quando la situazione ormai era già allarmante ma nessuno, prima del 2010, aveva ancora eseguito la raccolta dei dati.

    «In Iraq abbiamo supportato il lavoro di alcuni medici iracheni dell’ospedale di Falluja – racconta Manduca – fornendogli moduli, protocolli, metodi di indagine, questionari per la registrazione. Perché risulta fondamentale raccogliere informazioni sulla storia delle famiglie e sui componenti che hanno riportato danni riproduttivi. Inoltre abbiamo analizzato per contaminazione da metalli i capelli di bambini con malformazioni e dei loro genitori, trovando un alta concentrazione di metalli capaci di interferire con lo sviluppo embrionale e fetale».

    I metalli sono sostanze poco mutageni, quindi a bassa frequenza – succede raramente – producono cambiamenti stabili nel DNA, ovvero un danno genetico. Però sono molto teratogeni e con frequenza molto più alta producono tumori e malformazioni.

    «Il meccanismo con cui li producono non è quello della mutazione del DNA, bensì alterando il funzionamento delle cellule – precisa Manduca – Spesso i metalli influiscono nella formazione degli organi durante lo sviluppo dell’embrione, per cui, ad esempio, alcuni bambini non sviluppano le ossa in maniera corretta e nascono con delle deformazioni allo scheletro. Ma i metalli possono essere alla base anche di malformazioni quali l’anencefalia, la spina bifida e difetti a carico del cuore. Un altro effetto che hanno i metalli, alterando la regolazione della espressione del DNA  nelle cellule del corpo, è quello di provocare tumori».

    In Iraq esiste evidentemente un correlazione tra contaminazione da metalli delle persone e aumento di danni riproduttivi «Abbiamo dimostrato che queste persone con determinati danni riproduttivi, mostrano un alto livello di contaminazione da metalli – sottolinea Manduca – Attraverso l’indagine sulla storia delle diverse famiglie abbiamo cercato di comprendere se i soggetti studiati erano stati effettivamente esposti ad eventi di guerra, sotto i bombardamenti, a contatto con le macerie, ecc. Informazioni che abbiamo ricavato dalle loro dichiarazioni spontanee. Il nostro lavoro ha dunque compreso una fase di registrazione dei dati, un approfondito lavoro chimico per l’individuazione dei metalli ed infine un’attenta analisi dei risultati».

     

     

     

     

     

     

     

    La professoressa Paola Manduca ha svolto la sua attività sul campo, per oltre un anno, anche in un altro scenario drammatico, quello di Gaza, in Palestina, da sempre sotto attacco e che nel 2009 ha subito pesanti interventi militari con la famosa operazione “Piombo fuso”, tra dicembre 2008 e gennaio 2009, in cui sono state utilizzate anche le famigerate bombe al fosforo bianco.

    «La collaborazione con i medici palestinesi è partita nel 2011, quindi ad una distanza più ravvicinata dagli eventi bellici (2 anni dopo invece che 6) – racconta Manduca – A Gaza, per fortuna, la frequenza di malformazioni non è molto alta. Proprio per questo volevamo avere un punto di riferimento, in maniera tale da comprendere quel che accadrà con lo scorrere del tempo. Per quanto capiamo ora, è necessario un arco di 3-4 anni prima che si manifestino i nefasti effetti sulla salute delle persone, ma una volta che questi si iniziano ad evidenziare, la frequenza dei danni sembra crescere esponenzialmente».

    A Gaza i ricercatori hanno svolto un prezioso lavoro di analisi chimica ma, come ricorda la professoressa Manduca, resta ancora molto da fare. «Oltre all’indagine sulla storia della famiglia, abbiamo analizzato i crateri provocati da alcune bombe di grosse dimensioni e le polveri contenute in munizioni al fosforo bianco (si tratta delle stesse munizioni usate anche a Falluja). Inoltre a Gaza l’analisi dei capelli di alcuni bambini ha permesso di rilevare, in molti casi, la presenza di differenti metalli tossici e teratogeni».

    Rispetto all’Iraq è stato compiuto un decisivo passo avanti «Mentre a Falluja i medici hanno raccolto i dati sulle malformazioni alla nascita senza poter eseguire una registrazione totale, a Gaza siamo riusciti a realizzare un registro delle nascite – sottolinea Manduca – Circa 4000 bambini sono venuti alla luce nel periodo di studio. E solo l’1,4% di questi aveva malformazioni strutturali».

    I ricercatori hanno domandato alle famiglie di Gaza se fossero state esposte o meno al fosforo bianco. I risultati sono chiarissimi «Meno del 2% delle persone con bambini normali risultano essere stati esposti – spiega Manduca – La percentuale sale al 27% per quanto riguarda i soggetti con bambini malformati. Un dato molto significativo che mostra una correlazione tra esposizione e malformazioni».

    Grazie alla collaborazione con l’unità delle Nazioni Unite che ha raccolto i dati sulle munizioni esplose ed inesplose recuperate su segnalazione, realizzando una precisa mappatura e consentendo l’accesso ai dati, è stato possibile verificare l’attendibilità delle dichiarazioni delle famiglie intervistate. «Abbiamo lavorato insieme alle Nazioni Unite per vedere se esisteva corrispondenza tra le zone di residenza delle famiglie e le aree sottoposte ai bombardamenti al fosforo bianco – spiega Manduca – E coordinando i dati delle storie familiari con la mappa dei ritrovamenti degli ordigni, le dichiarazioni delle persone sono risultate assolutamente veritiere».

    I dati che emergono dagli studi mettono le istituzioni mondiali ed i singoli stati di fronte a pesanti responsabilità. «Le armi usate in Iraq e Palestina sono molto probabilmente le medesime che hanno aperto il fuoco in Afghanistan, Libia e recentemente in Siria – spiega Manduca – Ma sono testate anche a casa nostra, basta pensare al poligono militare di Quirra, in Sardegna».

    Gli Stati sono consapevoli delle loro azioni. I danni provocati dalle armi moderne infatti, colpiscono anche i militari impegnati nelle zone di guerra. Probabilmente con probabilità più bassa, grazie alle protezioni di cui dispongono i soldati ed al fatto che operano sul campo in base ad una turnazione. Ma non è possibile dimenticare il caso dei militari italiani impegnati nei Balcani, molti dei quali colpiti da tumori e leucemie, mali intrinsecamente legati all’uso di armi all’uranio impoverito.

    Il fattore che richiede un sollecito studio è che, in merito ai metalli, ne è conosciuto parzialmente l’effetto quando nell’organismo si riscontra la presenza di un solo tipo. «Ma le conseguenze dovute alla compresenza di più metalli ancora non le conosciamo– precisa Manduca –  Come detto in precedenza, sia in Palestina che in Iraq, i gruppi di bambini analizzati presentano nei capelli tracce di numerosi metalli».

    Nei pochi casi in cui è stato studiata, la compresenza non risulta indifferente «I metalli possono lavorare insieme o competere uno con l’altro – spiega Manduca – sicuramente nell’organismo causano cambiamenti anche a bassa concentrazione». In altri termini quantità relativamente basse di differenti metalli  – che presi singolarmente rispettano i limiti previsti ad esempio nel sistema industriale – in caso di compresenza possono produrre un effetto assai diverso e diversamente dannoso.

    «Molti di questi metalli, per fare un esempio di uno dei possibili meccanismi della loro azione, sono cofattori per enzimi – spiega Manduca – Diversi enzimi hanno un atomo di metallo. Questi metalli possono sostituirsi tra di loro con una certa scala di affinità. Mentre con il metallo originale la molecola dell’enzima funziona, in caso di sostituzione, la molecola può smettere di funzionare oppure funzionare molto di più. Alcuni di questi enzimi regolano la espressione del DNA. Inoltre molti di questi metalli sono capaci di interferire a vari livelli con la espressione dei geni, avendo un funzione estrogeno-simile (metalloestrogeni o estrogen disruptors). Questi sono i meccanismi  per cui i metalli agiscono come cancerogeni e teratogeni, anche in assenza di danno genetico. Questo effetto lo chiamiamo epigenetico».

    Fortunatamente però, esiste ancora una speranza «Mentre in caso di azione mutagena è impossibile intervenire, se si tratta di alterazione epigenetica si può ipotizzare che ci siano modi di prevenire o ridurre il danno precisa Manduca – Diciamo che esiste un lasso di tempo, misurabile in alcuni anni, in cui forse possibile agire. È importante rendersene conto in tempo. Per Gaza questo termine si sta avvicinando».

    Quindi, in conclusione, a parte l’aspetto medico, fondamentale per la comprensione dei meccanismi che causano danni riproduttivi nelle zone di guerra «È necessario studiare per comprendere se è possibile un lavoro di prevenzione– sottolinea Manduca –  diretto idealmente almeno alle giovani coppie in età riproduttiva».

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Comprare farmaci su Internet, opportunità e rischi a Palazzo Ducale

    Comprare farmaci su Internet, opportunità e rischi a Palazzo Ducale

    Palazzo Ducale entrataNegli ultimi tempi si sentono spesso notizie riguardo veri o presunti farmaci acquistati su Internet senza prescrizione medica né contatto con un farmacista, e i cui effetti collaterali possono causare gravi danni: ultima in ordine di tempo risale allo scorso marzo, una ragazza di Barletta morta dopo aver assunto una preparazione a base di sorbitolo (dolcificante presente in natura in vari alimenti e usato in test per le intolleranze alimentari) acquistata su eBay.

    Esistono tuttavia anche esempi virtuosi, di cui vi abbiamo parlato anche qui su Era Superba, come l’e-commerce e la consulenza via Skype e social network da parte della Farmacia Serra di Voltri.

    Venerdì 1 giugno si terrà nel pomeriggio (a partire dalle 14.30) un convegno alla Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale sul tema Farmaci online: opportunità o rischi? che cercherà di fare luce su questo tema e permetterà anche a chi non è presente di seguire la diretta streaming sul sito di Federfarma Genova e interagire attraverso Twitter, con l’hashtag #ffge.

    In vista del convegno, proprio la Farmacia Serra – che vedrà fra i relatori il titolare Edoardo Schenardi, in quanto segretario di Federfarma Genova – propone un questionario sull’acquisto online dei farmaci, dove in modo anonimo e in pochi minuti chiunque può raccontare la propria esperienza e le opinioni su questo tema: il questionario si può compilare tramite il blog della Farmacia e permetterà di impostare il convegno su una reale base di contributi su un tema di cui si parla ancora poco, per capire quali sono le esigenze e idee delle persone che usano Internet per fare acquisti e/o informarsi sulla loro salute.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    Immigrazione e sessualità: tra percezione e realtà dei fenomeni

    All’interno del settimo Rapporto sull’immigrazione a Genova, promosso dalla Provincia e realizzato dal Centro Studi Medì, che sarà presentato venerdì 25 maggio (ore 10:15 nella sala del Consiglio Provinciale a Palazzo Doria Spinola, Largo Eros Lanfranco 1), trovano spazio diversi approfondimenti sul fenomeno dell’immigrazione straniera nella nostra città, tra i quali spicca una ricerca sull’interpretazione e le percezioni della sessualità tra i giovani latino americani.
    Le due ricercatrici che hanno condotto lo studio, Francesca Lagomarsino e Chiara Pagnotta, hanno focalizzato la loro attenzione sull’aumento delle giovani latinoamericane che si rivolgono ai consultori genovesi per analizzare, nella prospettiva più ampia della sessualità narrata e descritta da ragazzi e ragazze, i temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni volontarie di gravidanza.

    La ricerca sulla percezione della sessualità tra i giovani latino americani è stata finanziata dalla Regione Liguria ed ha visto la stretta collaborazione delle ricercatrici con gli operatori dei consultori pubblici della Asl 3 ma anche con quelli privati, ad esempio di Aida e Caritas.
    «Si tratta di uno studio esplorativo che ha provato a gettare uno sguardo su alcuni fenomeni legati alla sessualità – spiega Francesca Lagomarsino, sociologa, ricercatrice presso l’Università di Genova – Abbiamo parlato con medici ed assistenti sociali e poi attraverso specifici focus group che hanno coinvolto giovani latini americani ma anche italiani, maschi e femmine, i ragazzi si sono confrontati sulla sessualità ed i comportamenti correlati».

    Innanzitutto occorre sottolineare come, in merito ai temi delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza, soprattutto a livello locale, sia impossibile contare su dati precisi perché non esiste il necessario coordinamento e neppure un sistema uniforme di raccolta dati. «Ad esempio gli ospedali forniscono i dati delle interruzioni di gravidanza ma questi ultimi, per ricostruire un quadro preciso, dovrebbero essere incrociati con quelli dei consultori», sottolinea Lagomarsino.
    Queste lacune sono dovute all’insufficienza di risorse umane e finanziarie, visto il depauperamento dei servizi consultoriali che, in queste condizioni, svolgono comunque un gran lavoro, impegnandosi attivamente di fronte a nuove problematiche e confrontandosi con realtà culturali fino a qualche anno fa sconosciute.

    A livello nazionale, grazie ai dati forniti dal Ministero della Salute, è invece più semplice delineare la situazione.
    In Italia l’incidenza degli aborti legali dal 1982 – anno di entrata in vigore della 194 – al 2010 si è ridotta del 50,9%, ma il calo riguarda soprattutto le donne italiane, mentre è aumentato, anche in conseguenza del loro aumento demografico, fra le donne straniere residenti in Italia: nel 2009 sono state il 33,9% dei casi di interruzione volontaria di gravidanza. Mentre il numero di interruzioni, rispetto alle adolescenti italiane, è quadruplo in quelle straniere. In Liguria, secondo i dati della Regione, le interruzioni volontarie di gravidanza in trent’anni sono diminuite del 60%, tuttavia il tasso di aborti rispetto al totale degli abitanti nella fascia 15-17 anni è il più alto in Italia (7,7 per mille) e nella fascia 15-19 è il secondo (10,7 per mille) dopo la Sicilia. La percentuale di interruzioni di gravidanza che riguarda donne e ragazze straniere, molte ecuadoriane e peruviane, sul totale del 2009 è stata del 39,5%.

    «Gli operatori dei consultori hanno una percezione più accentuata di questi fenomeni trovandosi ad affrontarli quotidianamente – spiega Lagomarsino – Ovviamente il fenomeno migratorio ha portato nella nostra città numerose donne con un’età media molto bassa rispetto a quella locale e nel pieno della loro fertilità. Di conseguenza, in proporzione, i numeri delle gravidanze precoci e delle interruzioni di gravidanza di ragazze straniere sono più alti rispetto a quelle di giovani italiane, ma non parliamo di un fenomeno allarmante».

    «Un altro aspetto che è emerso è la grande distanza generazionale – racconta Lagomarsino – nonostante il lodevole tentativo di creare percorsi e luoghi dedicati, come lo spazio giovani dei consultori, i ragazzi, italiani e stranieri senza troppe differenze, sottolineano la difficoltà di approcciarsi a queste strutture perché la vergogna ed il timore di sentirsi giudicati, spesso hanno la meglio. Tra l’altro molti giovani latino americani attraversano una fase di transizione: diversi dai loro genitori ma neppure di seconda generazione, si trovano in mezzo al guado tra il modello dei paesi di provenienza e quello italiano».

    «Di fronte ad un’utenza che è cambiata e nonostante alcune lacune sopracitate, i servizi consultoriali stanno prendendo coscienza delle nuove esigenze – continua Lagomarsino – e attraverso l’attività di formazione degli operatori che deve essere necessariamente implementata e strumenti più pratici come la trasmissione delle informazioni in lingua straniera, stanno provando ad affrontare il cambiamento».

    Certo rimangono alcune difficoltà, che riguardano sia giovani italiani che stranieri «Un conto è avere la percezione razionale di alcuni comportamenti a rischio – spiega Lagomarsino – Altro discorso è la scelta consapevole di alcuni strumenti, come ad esempio i contraccettivi, nella pratica quotidiana. In questo senso è fondamentale un lavoro di persuasione sull’autostima dei giovani per convincerli ad avere maggiore cura di se stessi. E qui resta ancora molto lavoro da fare».

     

    Nel rapporto trova spazio anche un interessante approfondimento sul fenomeno dei “visibilmente invisibili” venditori ambulanti di fiori a Genova.
    Attualmente esistono due gruppi distinti di venditori di fiori: quelli per così dire “storici”, di area maghrebina ed il recente fenomeno degli ambulanti di area indo pakistana.

    «Noi ci siamo concentrati esclusivamente sul primo gruppo», spiega Lagomarsino.
    La ricerca è stata finanziata dalla Bottega Solidale, da alcuni anni impegnata per sviluppare la responsabilità sociale dei soggetti produttori, nell’ottica del rispetto dei lavoratori e della garanzia di un giusto salario. I fiori venduti dagli ambulanti nelle città italiane provengono soprattutto dai paesi del Sud America e dal Maghreb, via Amsterdam.
    «Parliamo di un mondo con cui è difficile approcciarsi considerando le situazioni di irregolarità che lo contraddistinguono – racconta Lagomarsino – Ci siamo riusciti anche grazie all’aiuto di un ricercatore marocchino che ha intervistato i venditori».

    Grazie a questo studio è possibile sfatare alcuni luoghi comuni «Spesso alle spalle di queste persone ci immaginiamo chissà quali traffici ambigui – sottolinea Lagomarsino – In realtà abbiamo constatato come esista anche una sorta di organizzazione ufficiale. Alcuni venditori hanno aperto la partita iva e sono diventati piccoli imprenditori che si recano abitualmente al mercato di Sanremo per acquistare i fiori».
    È un universo variegato in cui ci si imbatte in storie davvero particolari «Ad esempio quella di un giovane studente universitario che per pagarsi gli studi ha intrapreso questo lavoro – spiega Lagomarsino – oppure la vicenda di un atleta che ha partecipato alle olimpiadi di Pechino ma che, non riuscendo a vivere di atletica, ha deciso di vendere fiori, tra un allenamento e l’altro».

    C’è da sottolineare che, pur in una cornice di estrema precarietà «Le persone percepiscono l’attività di venditore di fiori alla stregua di un vero e proprio mestiere – conclude Lagomarsino – In altri termini non ci troviamo di fronte alla miseria di chi svolge questo ruolo per attrarre la pietà delle persone, come spesso erroneamente pensiamo. Piuttosto per loro questa è una concreta opportunità, forse la più accessibile, per provare a vivere del proprio lavoro».

     

    Matteo Quadrone