Tag: sanità

  • Liguria: presentato il nuovo centro alcologico regionale

    Liguria: presentato il nuovo centro alcologico regionale

    La Liguria è al quarto posto, tra le regioni italiane, per quanto riguarda i ricoveri dovuti all’alcol: si tratta di 203 persone ogni 100 mila abitanti, numeri che vedono la nosta regione piazzarsi dietro a Valle d’Aosta, Trentino e Friuli.
    I dati non lasciano spazio a dubbi: in Liguria il 26% della popolazione maschile ed il 10% di quella femminile sono a rischio di sviluppare malattie dovute all’assunzione di alcolici.

    «In una regione con 1 milione e 600 mila abitanti i numeri cominciano ad essere importanti», spiega il prof. Gianni Testino, Direttore del Reparto di Alcologia e Patologie Alcolcorrelate dell’ospedale San Martino e del Centro Alcologico Regionale, presentato ieri.

    Il Centro diventerà il punto di riferimento per tutte le strutture del territorio da Ponente a Levante, instaurando un rapporto privilegiato con i vari Sert.
    «L’alcol è il terzo fattore di rischio per mortalità e disabilità nella nostra regione – sottolinea Testino – ed in particolare tra i giovani l’abuso del bere è in costante crescita».

    La Liguria, in merito al numero di bevitori fuori pasto, supera la media nazionale. Se infatti in Italia, mediamente, beve fuori pasto il 25% degli uomini ed il 7,3% delle donne, tra i cittadini liguri queste percentuali salgono rispettivamente al 39,2% ed al 15,2%.

    La legge regionale che rende possibile l’istituzione del Centro, voluta fortemente da due consiglieri regionali che svolgono anche il mestiere di medico, Valter Ferrando e Stefano Quaini, permetterà di mettere a sistema tutti gli interventi e fare rete grazie alla presenza concreta delle associazioni di auto-mutuo-aiuto e dei familiari.

    «Fondamentale risulta l’attività di sensibilizzazione della popolazione e soprattutto dei più giovani sui rischi della salute provocati dall’uso di alcol – commentano Ferrando e Quaini – Occorre mettere in rete tutte quelle figure che ogni giorno combattono l’alcol. La vera novità sta nell’aver inserito le realtà associative come parte attiva ed importante del progetto. E altro elemento da sottolineare, le associazioni entrano a far parte anche del Comitato d’indirizzo, come stabilito dalla legge regionale. Questo perchè è necessario avere uno sportello in grado di attirare chi cerca aiuto per risolvere i suoi problemi legati all’uso di alcolici».

     

    Matteo Quadrone

     

  • Sanità, liste d’attesa: medici e cittadini a confronto

    Sanità, liste d’attesa: medici e cittadini a confronto

    Sanità«Quello delle liste d’attesa è un problema per i medici e per i cittadini, comune alla maggior parte dei servizi sanitari pubblici in Europa e nel Mondo, a dimostrazione di quanto complesse siano le cause che lo determinano – afferma Costantino Troise, segretario nazionale Anaao Assomed – In Italia sono stati fatti numerosi tentativi, piani e leggi per risolverlo, ma con scarsi risultati».

    Governare la domanda di prestazioni; aumentare il “tempo medico”; ridurre gli esami inutili in collaborazione con i medici di medicina generale; responsabilizzare medici e cittadini sull’appropriatezza informando anche sui rischi della diagnostica per la salute; rispettare i codici di priorità; attuare i piani nazionali, regionali e aziendali sulle liste di attesa.
    Questi i temi su cui l’Associazione Medici Dirigenti (Anaao Assomed) ed il Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva hanno avviato un confronto per cercare soluzioni comuni al problema delle liste d’attesa, partendo dalle esigenze e dalle esperienze dei medici e dei cittadini.

    Tra i motivi di questo fallimento, secondo i medici, ci sarebbe «La mancata identificazione delle ragioni strutturali che contribuiscono alla formazione di liste d’attesa, compreso un deficit di governo della domanda – spiega Troise – E’ significativo a questo proposito il dato reso noto dai radiologi secondo il quale più del 50% delle prestazioni di diagnostica per immagini risulti inappropriato. La richiesta di prestazioni sanitarie in Italia è fortemente in crescita, sia a causa della medicina difensiva che di un aumento delle esigenze di visite ed esami, non sempre giustificati da ragioni di ordine clinico, correlato anche ai mutamenti di ordine epidemiologico intervenuti. Una ansia che ha avuto una spinta enorme negli ultimi anni anche per la facilità di accesso alle informazioni medico-scientifiche permessa dalla diffusione di internet».

    «In Italia si continua ad intervenire solo sull’offerta – sottolinea Troise – senza peraltro tenere conto che a rendere l’offerta insufficiente è anche la mancanza di investimenti e risorse, a partire da quelle umane, frutto di un costante definanziamento del sistema senza considerare le reali determinanti che influiscono sulla domanda e le ragioni strutturali che non mettono gli ospedali pubblici nelle condizioni di soddisfarla nei tempi richiesti. Senza dimenticare che in Italia le prestazioni urgenti, cioè quelle per patologie in cui intervenire in tempi brevissimi è vitale, vengono comunque soddisfatte in tempi rapidi».

    Ma come si può affrontare il problema delle liste d’attesa?
    «È necessario mettere in campo azioni articolate – conclude Troise – da un lato intervenendo sull’appropriatezza della domanda e dall’altro migliorando l’offerta, modulandola sull’effettiva necessità di prestazioni diagnostiche e terapeutiche, utilizzando al meglio, per questi fini, le risorse che verranno messe a disposizione».

    «Le segnalazioni sulle liste d’attesa, pubblicate nell’ultimo Rapporto Pit Salute 2011, non fanno ben sperare per i cittadini italiani – spiega Francesca Moccia, Coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva – Sono cresciute dell’1% rispetto all’anno precedente si concentrano in alcune aree specialistiche (esami diagnostici in oncologia, ginecologia-ostetricia e cardiologia; visite specialistiche in oculistica, cardiologia e odontoiatria; interventi chirurgici in ortopedia, urologia, oncologia). Il panorama italiano, peraltro, è molto diversificato nella capacità di garantire prestazioni in tempi adeguati e determina, come in altri ambiti della sanità italiana, un “federalismo delle attese”, che discrimina i cittadini appartenenti a diverse Regioni e viola il principio di equità di accesso alle cure».

    «Per queste ragioni bisogna rafforzare la politica nazionale e regionale per il contenimento delle liste d’attesa, facendo i controlli e sanzionando le cattive pratiche, come quella di bloccare le prenotazioni nonostante sia vietato dalla legge conclude Moccia – Gestire le agende per i ricoveri ospedalieri in modo trasparente; assicurare la possibilità per i cittadini di ricorrere all’intramoenia senza oneri aggiuntivi oltre al ticket nel caso in cui non fosse possibile rispettare i tempi massimi fissati; istituire in tutte le Regioni, come prevede l’Accordo Stato Regioni del 18 novembre 2010 sull’attività intramuraria, organismi paritetici per i controlli dei volumi di intramoenia con organizzazioni sindacali e di tutela dei diritti; diffondere buone pratiche come ad esempio quella dei codici RAO (Raggruppamenti di Attesa Omogenei), un’esperienza molto ben riuscita di codici di priorità».

     

    Matteo Quadrone

  • Asl 3: in appalto i servizi di assistenza infermieristica nel carcere di Marassi

    Asl 3: in appalto i servizi di assistenza infermieristica nel carcere di Marassi

    SanitàA causa del blocco delle assunzioni di personale, conseguenza della stagione di tagli di risorse previsti dalla Regione Liguria, l’azienda sanitaria locale genovese (Asl 3) si trova costretta, se vuole garantire i servizi, ad assumere lavoratori esterni tramite gare d’appalto.
    «Aste al massimo ribasso», le chiama il sindacato autonomo Fials, che denuncia a gran voce l’ultimo esempio in ordine di tempo, ovvero le 4 gare per l’affidamento di altrettanti servizi clinici per un periodo di 48 mesi (4 anni), stabilite con la recente delibera n. 245 del 29 marzo 2012.
    Il documento aziendale dell’Asl 3 ribadisce che è «Ritenuto opportuno, nell’espletamento della procedura di gara per l’individuazione di un nuovo contraente, adottare come criterio di aggiudicazione quello stabilito dall’art. 82 del D.lgs. n. 163/2006 e cioè dell’offerta più bassa».

    Ma stiamo parlando dell’esternalizzazione di alcuni servizi particolarmente delicati. Si tratta, infatti, di 3 lotti, così suddivisi:
    Lotto 1: 36.500 ore annuali di assistenza infermieristica a favore della popolazione detenuta presso il carcere di Marassi (numero di personale richiesto: 20 infermieri e 3 OSS); 14.000 ore annuali per l’assistenza infermieristica a minori e studenti affetti da particolari patologie nel territorio di competenza della Asl 3, da prestarsi presso la scuola o a domicilio (9 infermieri); per un costo totale annuo di 1.212.000 euro (costo lavoro orario lordo: 24 euro).
    Lotto 2: 34.114 ore annuali per l’assistenza infermieristica a favore della popolazione detenuta presso il Centro Clinico all’interno del carcere di Marassi (11 infermieri e 9 OSS); per un costo totale annuo di 819.000 euro (costo lavoro orario lordo: 24 euro).
    Lotto 3: 17.520 ore annuali per il servizio di trasporto degli utenti (barellamento) all’interno del Dea dell’ospedale Villa Scassi (10 ausiliari); per un costo totale annuo di 315.000 euro (costo lavoro orario lordo: 18 euro).

    «Invece di bandire i concorsi e assumere il personale la Regione e l’Azienda appaltano – spiega Mario Iannuzzi, Fials – La linea dei tagli e delle chiusure, la linea della progressiva demolizione del servizio sanitario pubblico, deborda fino ad appaltare il lavoro vivo di Infermieri, OSS e Ausiliari».
    «Nella sua essenza il bando dell’Azienda non è altro che un appalto di manodopera giocato sul ribasso d’asta – sottolinea Iannuzzi – e quindi, in questo caso, unicamente sulla riduzione del “costo del lavoro” e sui salari dei lavoratori, molti dei quali, manco a dirlo, saranno giovani disoccupati e lavoratrici immigrate con l’aggiunta di qualche pensionato».

    Dunque il compenso dei lavoratori in appalto – il cui costo orario lordo va da 24 euro a 18 euro – considerando il ribasso d’asta, le spese generali e il profitto degli imprenditori, non supererà i 7/8 euro all’ora. Secondo i calcoli che il sindacato autonomo Fials si è prodigato a fare, le conseguenze di queste scelte, sono le seguenti.
    «Anche ipotizzando un costo del lavoro lordo di 40.000/42.000 euro annuali per ogni Infermiere dipendente della ASL 3 e un costo non superiore a 30.000 euro annuali medie per il personale socio sanitario di supporto (OSS e Ausiliari), è evidente che il costo dell’appalto, calcolato su base d’asta, è superiore – spiega Mario Iannuzzi – La “convenienza” per il padronato pubblico si gioca tutta sul ribasso d’asta e quindi sul taglio del “costo del lavoro” che l’appaltatore potrà conseguire unicamente con contratti meno onerosi (ad esempio a progetto), oppure con assunzioni con finte partita Iva o, meglio ancora, riducendo gli organici di fatto rispetto a quelli richiesti dalla ASL».
    «Comunque a contratto pubblico i 62 operatori richiesti hanno un “costo lordo a bilancio” che non raggiunge i 2 milioni di euro e risulta inferiore ai 2.400.000 euro del “costo” messo all’asta – continua Iannuzzi – Aggiungiamo che l’appalto prevede una durata di 4 anni (48 mesi) con un costo complessivo (senza ribasso), di circa 9,3 milioni di euro».

    In pratica ci troviamo di fronte a 4 anni senza assunzioni – sottolinea il sindacato – anche se, almeno per quanto riguarda il Centro Clinico del carcere di Marassi, l’Asl 3 mette nero su bianco che «si riserva di non procedere all’aggiudicazione del lotto qualora riuscisse a soddisfare e coprire l’assistenza infermieristica con risorse proprie».
    «Qualcuno davvero pensa che non esistano Infermieri, OSS e Ausiliari disposti ad affrontare un concorso pubblico (o chiamata diretta dall’ex collocamento), per un posto “in ruolo” in ASL 3? – è la domanda retorica di Iannuzzi – La verità e che non si vuole assumere. La corsa ai tagli imposta in questa Regione approda al “caporalato legale”. Nessuno si stupirà se alla fine i servizi offerti finiranno nelle mani di qualche consorzio “cooperativo” o di finte ONLUS».

    Non è così drastico, invece, il giudizio del sindacato Uil «La Asl 3 prima di predisporre le gare di appalto per i servizi clinici all’interno del carcere di Marassi, ha provato a fare un bando di selezione interna – spiega Emilio De Luca, delegato Uil – ma purtroppo il personale non ha risposto in numero adeguato e l’azienda è stata costretta a decidere l’esternalizzazione».
    Il nocciolo della questione, secondo De Luca, è il seguente «Se la regione non concede deroghe per quanto riguarda l’assunzione di personale, l’azienda sanitaria locale deve comunque garantire la continuità dei servizi. Le carenze sul territorio sono ormai evidenti, basta pensare che nel 2011 abbiamo perso per pensionamento almeno 150 lavoratori (tra dirigenti, medici, operatori sanitari,ecc.). L’unica soluzione è una negoziazione con la Regione. Nel frattempo speriamo di recuperare una parte di personale in precedenza impiegato presso le strutture dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, oggi in via di dismissione».

     

    Matteo Quadrone

  • Sanità pubblica, il costo delle prestazioni in base al reddito

    Sanità pubblica, il costo delle prestazioni in base al reddito

    Si tratta di un progetto attualmente allo studio del Ministero della Salute che potrebbe modificare radicalmente l’attuale sistema del ticket sanitario su farmaci, visite specialistiche, analisi di laboratorio e accertamenti, modulando il costo delle prestazioni in base al reddito del cittadino.

    L’idea del Ministero è quella di stabilire una tariffa massima che il cittadino, in base al reddito (calcolato sull’Irpef e sull’Isee), può spendere per le prestazioni sanitarie (compresi acqusiti di farmaci di fascia A)  nell’arco di un anno. Le prestazioni, così facendo, sarebbero dunque pagate a prezzo pieno sino al raggiungimento del limite, superata la soglia, però, risulterebbero gratuite. Facendo un esempio pratico, 10 mila euro di reddito lordo corrisponderebbero a una franchigia pari al 3 per mille (30 euro): qualunque sia il numero di acquisti o prestazioni, il cittadino in questione pagherebbe sino al raggiungimento del tetto massimo di 30 euro, tutto il resto gratuito.

    Tutto ciò comporterebbe la produzione di una tessera sanitaria dotata di chip e capace quindi di tenere la contabilità e di facilitare gli operatori di ospedali e farmacie che immediatamente saprebbero se far pagare oppure no la prestazione o il farmaco.

    Il progetto dovrà comunque passare al vaglio delle Regioni (già oggi in alcune Regioni il ticket è stato rimodulato in base al reddito) prima di un’eventuale entrata in vigore.

  • Certosa, via Canepari: punto Cup e ambulatori, il loro futuro è incerto

    Certosa, via Canepari: punto Cup e ambulatori, il loro futuro è incerto

    A Certosa, da qualche tempo, c’è una forte preoccupazione relativa al destino del punto CUP (Centro Unico di Prenotazioni sanitarie) e dei servizi ambulatoriali di via Canepari.
    Un quartiere con numerosi anziani residenti, in una vallata, la Val Polcevera, che in questi ultimi anni è stata progressivamente privata dei suoi presidi sanitari: gli unici superstiti, infatti, sono i poliambulatori di via Bonghi a Bolzaneto, gli ambulatori dell’ex ospedale Celesia a Rivarolo e quelli dell’ospedale Gallino di Pontedecimo.

    Un atto ufficiale dell’azienda sanitaria locale genovese (Asl 3), la delibera n. 1421 del 23 dicembre 2011 (Adozione Piano di rientro 2012 per il contenimento strutturale dei costi), prevede – nell’ambito delle azioni da implementare nel 2012 – il trasferimento delle attività ambulatoriali finora svolte presso i locali di via Canepari, una sede in affitto che dovrà essere dismessa per consentire all’azienda di perseguire la sua strategia di razionalizzazione, puntando sul migliore utilizzo possibile delle strutture di proprietà.
    Così sta scritto nero su bianco a pagina 24 della delibera, nella quale si parla anche del contestuale potenziamento della Palazzina della salute di via Bonghi, a Bolzaneto.
    Parliamo di una delibera programmatica che, in prospettiva, individua alcuni interventi, non ad esecuzione immediata, tra cui lo spostamento delle attività di via Canepari. L’affitto dei locali di Certosa costa all’azienda sanitaria locale una cifra significativa, circa 100 mila euro all’anno, un salasso non più sostenibile. Quindi, anche se non è da escludere a priori che in futuro possano profilarsi all’orizzonte soluzioni alternative, l’orientamento dell’Asl 3 viaggia in questa direzione.

    La preoccupazione dei cittadini del quartiere non riguarda solo la scomparsa del mero servizio di prenotazione e pagamento delle prestazioni sanitarie, bensì il trasferimento dei servizi ambulatoriali.
    Attualmente negli spazi di via Canepari 64r, come si legge nel sito dell’Asl3, sono presenti: punto prelievi, angiologia, cardiologia, dermatologia, gastroenterologia, neurologia, oculistica, otorinolaringoiatria, ambulatorio infermieristico, CUP , ambulatorio del medico funzionario.
    «L’allontanamento dalla zona di tali servizi – sottolinea Patrizia Palermo del comitato di via Piombelli – rappresenterebbe un grosso ostacolo soprattutto per le persone anziane o quelle prive di mezzi propri di trasporto visto che l’ex ospedale Celesia è collocato in collina e raggiungibile con mezzi pubblici la cui frequenza non sembra essere ad oggi particolarmente idonea. Il diritto alla salute sicuramente sarebbe ostacolato da questioni logistiche tutt’altro che secondarie».

    Mentre a Bolzaneto la situazione è tutt’altro che rosea e gli ambulatori di via Bonghi sono sottoposti ad un costante e quotidiano sovraffollamento, come sottolineano i sindacati. Concentrare presso questa sede anche i servizi finora svolti a Certosa, non pare essere la soluzione migliore.

    «Per quanto ne sappiamo la questione di via Canepari è in stand-bye– sottolinea Emilio De Luca, Uil – C’è stato anche un intervento informale del Municipio Val Polcevera ma non esiste nessuna nota ufficiale in merito ad un cambio di orientamento dell’Asl 3. Bisogna ricordare che il piano di riorganizzazione dell’azienda comporta, per la sua attuazione, un arco temporale di 2-3 anni. Quindi, di conseguenza, quello che adesso è sospeso, un domani potrebbe riprendere il suo corso».

    Gianni Crivello, presidente uscente del Municipo Val Polcevera, conferma «Abbiamo fatto le nostre pressioni, per quanto possibile e come sempre in questi casi. Spero sia servito non solo a rinviare, ma piuttosto a cancellare definitivamente il rischio chiusura del punto Cup e degli ambulatori di via Canepari».

    Ma una spiegazione plausibile a questo anomalo impasse, la trova Mario Iannuzzi, del sindacato autonomo Fials «Tutto è sospeso a causa delle elezioni amministrative, esclusivamente per motivi elettorali. La questione, vedrete, rispunterà fuori tra qualche giorno, anche perché l’intenzione dell’azienda, esplicitata espressamente nella delibera, è quella di chiudere».

     

    Matteo Quadrone

  • Valencia, ospedali in affitto a privati: ecco la riforma della Sanità

    Valencia, ospedali in affitto a privati: ecco la riforma della Sanità

    ValenciaCome si può garantire a un ente statale entrate e risparmi fissi ed evitare ai cittadini un ulteriore aumento delle tasse? A Valencia è partito un esperimento che ha tutta l’intenzione di porsi come apripista a livello nazionale. La Generalitat (il governo valenciano) ha infatti approvato una riforma del sistema sanitario che, nella pratica, privatizza la gestione di tutti gli ospedali e centri di salute.

    Alla regione autonoma spagnola rimangono la pianificazione del servizio, i dipendenti e la proprietà degli edifici e dei terreni su cui sorgono gli ospedali. Questi terreni nell’intenzione del governo dovranno essere affittati ai privati che potranno applicare un modello di gestione aziendale meno burocratizzato di quello pubblico.

    Ogni anno la Generalitat incasserà la quota d’affitto delle strutture che ammonta a 180 milioni di euro, ai quali si aggiungono le previsioni di risparmio che la pubblica amministrazione valenciana ha calcolato aggirarsi intorno ai 263 milioni.

    Non si tratta di una novità, questo modello è in vigore in Svezia da oltre ventanni. Ma per un paese come quello spagnolo che come il nostro è gravemente colpito dalla crisi economica, la decisione presa dalla regione valenciana assume particolare rilevanza. Soprattutto se, come ha garantito il governo, non dovessero esserci ripercussioni a livello occupazionale visto che chi vincerà l’appalto dovrà dare lavoro a tutti i dipendenti già in organico.

    L’esperimento dovrebbe partire il primo gennaio 2013 e culminerà con la creazione di una commissione mista di rappresentanti del pubblico e del privato per la pianificazione dei servizi (la cui responsabilità rimarrà si del governo, ma non a tal punto da privare completamente i nuovi gestori di una certa capacità decisionale).

    Le prestazioni sanitarie rimarranno invariate e, soprattutto, gratuite. «L’alternativa era un aumento delle tasse di 500 euro per ogni contribuente», ha dichiarato il vicepresidente della Generalitat José Ciscar. La riforma, infatti, rientra nel piano di riequilibrio regionale che raccoglie le direttive del decreto approvato dal governo centrale, che mira a un contenimento della spesa pari a 10 miliardi nei settori della sanità e dell’istruzione.

     

  • Ospedali: manifestazione contro il taglio dei servizi sanitari nel Ponente

    Ospedali: manifestazione contro il taglio dei servizi sanitari nel Ponente

    Pubblica Assistenza Croce Verde di Sestri Ponente, il Coordinamento dei Comitati per la salvezza degli ospedali del Ponente e il Movimento Cittadini per Carignano contro il nuovo Galliera, hanno deciso di manifestare insieme, sabato alle ore 16 in Piazza Baracca, per protestare contro il taglio sei servizi sanitari e per invocare la realizzazione dell’agognato ospedale del Ponente.

    «Nell’aprile 2007 una grande manifestazione bloccò lo smantellamento dell’ospedale di Sestri Ponente – scrivono i comitati – Il presidente della Regione, Claudio Burlando, dichiarò allora pubblicamente: “Non taglieremo i servizi fin quando non sarà realizzato il nuovo ospedale del Ponente”. Dopo cinque anni ci risiamo. I finanziamenti per il nuovo ospedale del Ponente sono stati dirottati sul Galliera e oggi si  ricomincia a programmare il taglio dei servizi negli ospedali della zona che ovviamente si effettueranno a maggio dopo le elezioni comunali. Noi non ci stiamo».

    «Ritengo doveroso che le amministrazioni regionali e comunali ripensino a delle politiche sanitarie basate sullo sviluppo e non solo sulla liquidazione delle strutture esistenti – scrive Leonardo Chessa, chirurgo, già Direttore dell’Unità Operativa Chirurgia Toracica dell’Azienda Ospedale Università San Martino, promotore della manifestazione – In tutta l’area metropolitana, ma soprattutto nel ponente cittadino, la gestione della sanità è stata caratterizzata da tagli e da spostamenti di strutture (Ospedale Evangelico a Voltri) che non hanno portato alcun beneficio di carattere assistenziale ed economico».

    «Le promesse di dotare questa parte di Genova di un nuovo ospedale sono state completamente disattese e i fondi necessari sono stati dirottati verso la realizzazione del nuovo Ospedale Galliera – continua il dott. Chessa – Nel frattempo l’accessibilità alle cure dei pazienti è divenuta sempre più ardua: ancora più persone debbono ricorrere al pagamento per visite ed indagini attraverso l’intramoenia (cioè la libera professione che gli stessi medici ospedalieri esercitano sia nelle strutture pubbliche che nei propri ambulatori)».

    «La politica del taglio delle strutture ospedaliere ha, infatti, creato dei “monopoli specialistici” che, in talune occasioni, sfruttano questa condizione per dilatare le liste d’attesa istituzionali, costringendo i cittadini a dover ottenere le stesse prestazioni all’interno della medesima struttura solo attraverso la libera professione intramoenia – sottolinea Chessa – Questa stessa politica ha inoltre portato ad un aumento considerevole delle  “fughe extra-regionali” dei pazienti che, sempre più spesso, si rivolgono a strutture presenti in Lombardia, Piemonte, Toscana ecc. Tale logica provoca quindi un duplice danno: un maggiore disagio per i pazienti e un aggravio dei costi economici sostenuti dalla Regione Liguria».

    «Respingiamo l’idea che gli amministratori regionali possano mentire ai cittadini –  spiegano i comitati – Chiediamo l’adesione alla manifestazione dei partiti, dei sindacati, delle associazioni e di tutte le persone democratiche che intendono far sentire la loro voce contro le ingiustizie».

    Hanno già aderito i consiglieri regionali Alessandro Benzi, Giacomo Conti (Federazione della Sinistra) e Matteo Rossi (Sinistra Ecologia e Libertà).

    «Da più di due anni noi affermiamo che il progetto ed il piano economico del nuovo Galliera sono insostenibili e che l’ospedale di Carignano deve essere semplicemente ristrutturato – spiegano i consiglieri – La recente sentenza del Tar ha rappresentato l’ennesima conferma della giustezza delle nostre posizioni e di quelle del Comitato dei cittadini di Carignano. Un’operazione finanziariamente insostenibile, quella del nuovo Galliera, il cui costo a posto letto è aumentato di quasi il 50% in due anni, mentre nel contempo sono diminuiti i posti letto».

    «In un periodo di crisi non si possono chiedere sacrifici a tutti e poi mettere in atto sprechi di questo genere – concludono i consiglieri – Riteniamo prioritario l’intervento sulla rete ospedaliera del Ponente dove attualmente ci sono la metà dei posti letto a parità di popolazione rispetto al Levante ed al centro».

    E anche l’Italia dei Valori ha annuciato la sua adesione alla manifestazione di Sabato 28 aprile.

    «Il nostro partito ha nel proprio dna la difesa della sanità pubblica ed a Genova come a Roma si oppone a tagli che ricadono sui cittadini e le fasce deboli della popolazione – scrive in una nota il presidente della commissione sanita’ Stefano Quaini – Il sottoscritto, il coordinatore regionale l’On.Giovanni Paladini, la vicepresidente della regione Marylin Fusco il segretario provinciale Francesco De Simone il capogruppo regionale Nicolò Scialfa, insieme agli amministratori comunali ed ai militanti del partito parteciperanno al corteo che partira’ da piazza Baracca. Condividiamo la piattaforma e le linee generali dell’iniziativa e riteniamo obiettivo comune il mantenimento sia di servizi efficienti sul territorio che a livello della rete ospedaliera, sino al momento in cui non verrà realizzato l’ospedale del Ponente».

    «Vogliamo ricordare la dura lotta a sostegno del mantenimento della cardiologia semi- intensiva al Gallino di Pontedecimo e la nostra convinzione che si debba mantenere inalterato il valido servizio di day hospital oncologico – continua la notaSiamo convinti che la Valpocevera debba avere una forte offerta sanitaria, che è evidente si sia indebolita nel corso degli ultimi anni».

    «Per quanto riguarda il Villa Scassi abbiamo assunto un forte impegno a favore del nosocomio che per noi rappresenta concretamente l’ospedale su cui puntare e su sui investire alla luce dell’assenza di un altro centro così strategico sul ponente – sottolinea il comunicato – Non condividiamo il ridimensionamento della chirurgia vascolare e non accettiamo che solo a Sampierdarena si tagli mentre altrove tutto rimanga inalterato. Sosteniamo l’importanza strategica, per le funzioni di Dea di primo livello, anche della permanenza del servizio di chirurgia toracica. Inoltre dovrà essere fatta chiarezza anche sulle funzioni dell’ospedale di Sestri».

    Infine l’Idv esprime viva preoccupazione «Per i pesanti tagli annunciati dal governo Monti al comparto sanitario (si parla in alcuni anni di 8 miliardi di euro in meno), che metterebbero definitivamente in ginocchio le regioni, costringendole a smantellare la sanità pubblica. Se l’obiettivo del governo tecnico è quello di proseguire la distruzione del diritto alla salute, già iniziata dal governo precedente, IDV sarà sempre al fianco dei cittadini a lottare per un diritto garantito dalla Costituzione. L’IDV non sosteneva Berlusconi e non sostiene Monti, ma sostiene i diritti della povera gente alla sopravvivenza durante la più grave crisi economica per il nostro paese».

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

  • Gaslini, progetto “Dopo”: un ambulatorio per monitorare i pazienti guariti da tumore

    Gaslini, progetto “Dopo”: un ambulatorio per monitorare i pazienti guariti da tumore

    Un importante finanziamento permetterà all’istituto Gaslini di sviluppare il progetto “Dopo”, ovvero un ambulatorio dedicato a monitorare i pazienti guariti da tumore pediatrico.
    John Dimalanta, funzionario della prestigiosa fondazione statunitense “Saturno Foundation” e Pier Giorgio Rama, della “Fondazione Chiara Rama”, hanno simbolicamente consegnato un maxi assegno dell’importo di 245 mila euro al Direttore Generale, Paolo Petralia, alla presenza del Direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia, Giorgio Dini, insieme ai dottori Riccardo Haupt, Maria Luisa Garrè e Alberto Garaventa, in prima linea nella cura del bambino oncologico presso l’ospedale pediatrico genovese.

    Questo prezioso contributo risulta fondamentale per portare avanti il progetto “Dopo” (Diagnosis Observation and Prevention after Oncologic Therapy): un ambulatorio che serve a monitorare nel tempo i possibili effetti collaterali delle cure o le conseguenze delle malattie su funzioni importanti della persona come la crescita, l’attività ormonale, le funzioni cognitive e i correlati aspetti psicologici.

    «A seconda del tipo di tumore pediatrico e della storia individuale del paziente, si considera guarito il paziente che ha la stessa probabilità di ammalarsi (nuovamente) della popolazione normale», spiega il dottor Riccardo Haupt, responsabile del progetto “Dopo”.
    Inoltre il Gaslini sarà il primo centro in Italia a sperimentare la creazione del “passaporto del guarito”, uno strumento che conterrà tutte le informazioni mediche utili al paziente, alla sua famiglia e al suo medico curante nel corso della vita.

    Solo pochi giorni fa, nell’ambito della presentazione dell’Annual Report 2011 Istituto Gaslini, il Direttore Generale Paolo Petralia, illustrando i dati gestionali e complessivi di attività dell’Istituto relativi al 2011, ha sottolineato come «Ancora una volta la comunità medica e scientifica ha affermato con forza il gradimento del Gaslini come struttura che fornisce le cure migliori in pediatria: come si legge nel “Test Salute” pubblicato da “Altroconsumo” nell’aprile 2012. Apprezzamento dimostrato anche dalla grande vicinanza e partecipazione della gente che si esprime ogni anno non solo attraverso il 5Xmille ma anche nel voler essere “Amici del Gaslini”: sostenendolo con infinite piccole e grandi donazioni affinché possa continuare a mantenere la sua struttura e la sua tecnologia sempre all’avanguardia».

    «Tutto questo ci incoraggia ad affrontare, come sempre, i percorsi di riorganizzazione con la convinzione che il riconoscimento dell’eccellenza dell’Istituto permetterà di costruire soluzioni efficienti nel mantenimento dell’identità e delle specificità del Gaslini», ha ribadito il Direttore Generale.
    Il Gaslini continua ad essere centro di eccellenza e di attrazione: il 61% circa dei ricoverati proviene da fuori città e di questi il 41% da fuori Regione (le Regioni con maggiori accessi sono in ordine decrescente: Piemonte, Sicilia e Lombardia) e il 2,5 % da 90 Paesi del mondo.

    Il Gaslini nel 2011 si è anche consolidato sul piano internazionale: sono state siglate e stanno partendo “collaborazioni tra pari” con i migliori Centri Ospedalieri degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e sono state attivate partnership per lo sviluppo clinico e scientifico con vari paesi del Mediterraneo (Palestina, Marocco e Kosovo).

  • Amianto, centro operativo regionale mesoteliomi: rischio chiusura

    Amianto, centro operativo regionale mesoteliomi: rischio chiusura

    Ieri in Consiglio regionale si è discusso del futuro del Centro operativo regionale (COR Liguria) del registro nazionale Mesoteliomi correlati all’esposizione ad amianto.

    Un tema particolarmente sensibile in Liguria dove le patologie amianto-correlate rappresentano un triste primato: per questo non è pensabile assistere ad un progressivo impoverimento delle strutture in grado di studiare un problema che ci riguarda da vicino, fondamentali per aiutare il paziente al riconoscimento dell’origine ambientale e/o lavorativa di questo tipo di malattia.

    Il principale fattore di rischio nel mesotelioma è l’esposizione all’amianto: la maggior parte di questi tumori riguarda infatti persone che sono entrate in contatto con tale sostanza sul posto di lavoro. L’amianto è pericoloso per la salute poiché le fibre che lo compongono, oltre mille volte più sottili di un capello umano, possono essere inalate e danneggiare le cellule mesoteliali provocando in alcuni casi il cancro.

    Considerando le molte realtà produttive presenti in Liguria che in passato hanno utilizzato tali cancerogeni, nei prossimi anni è stimato un forte picco del mesotelioma (il tempo di latenza è di alcune decine d’anni). Ora più che mai dunque è necessario essere attrezzati per poter fornire le risposte  adeguate.

    Il centro, istituito nel 1994 presso il Servizio di epidemiologia ambientale dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro (IST) di Genova, ha l’obiettivo di studiare il mesotelioma ed i suoi determinanti; produrre e divulgare tempestivamente i dati di incidenza, sopravvivenza ed eziologia del mesotelioma nei pazienti residenti nella Regione Liguria; collaborare con tutte le strutture scientifiche, amministrative, giudiziarie e previdenziali per lo studio, la cura ed il riconoscimento di questo tumore professionale.

    Da tempo però a guidare la struttura, un’eccellenza regionale, è rimasto solo un medico responsabile, il dott. Valerio Gennaro, ed il centro non è nelle condizioni ottimali per proseguire il lavoro intrapreso in questi anni. E le carenze a livello di organico si fanno sentire «Si è verificata una graduale diminuzione delle risorse ed ora è a rischio la soppravvivenza del centro – lancia l’allarme il dott. Gennaro – A giugno, quando scadrà il contratto dell’unica biologa “strutturata”, si chiude».

    A portare la questione al centro del dibattito è stata un’interrogazione a risposta immediata, primo firmatario il consigliere Idv Stefano Quaini, presidente della commissione regionale Sanità, in merito al mantenimento dell’attività di eccellenza del centro operativo regionale.

    «Lo scopo della nostra interrogazione è fare chiarezza sul futuro del COR Liguria, centro di fama internazionale come dichiarato dalla IARC, ed avere garanzie sul mantenimento degli standard di eccellenza del centro, da tempo in carenza di risorse umane ed economiche con conseguente impoverimento e riduzione della capacità scientifica e di intervento – spiega Stefano Quaini – Ritenendo fondamentale per la nostra regione l’attività epidemiologica e di ricerca, così come oltretutto prevede la normativa nazionale, intendiamo sostenere con la nostra azione politica il ruolo e le potenzialità sociali e sanitarie oltre che scientifiche di questa realtà, ridotta ai minimi termini ma fondamentale sia in termini di archivio e mappatura della patologia che di analisi e prevenzione per i malati di domani».

    «La lezione “amianto e mesotelioma” ci fornisce elementi cruciali in termini di un’efficace politica di prevenzione primaria – continua Quaini – per evitare l’insorgenze anche di moltissime altre malattie non direttamente collegate all’amianto ma correlate ad altri fattori di rischio, quali ad esempio inquinamento ambientale (atmosferico e idrico), esposizione a campi elettromagnetici, spesso sottovalutate nonostante l’elevata diffusione e il persistente aumento di incidenza.

    «Italia dei Valori si è sempre impegnata e ha posto al centro della propria agenda politica la tematica dell’inquinamento ambientale da amianto, come dimostra anche un ordine del giorno presentato dall’onorevole Paladini rivolto a tutela dei lavoratori di Ferrania – conclude Quaini – Su questo tema ci incontreremo con i vertici regionali INAIL all’inizio della prossima settimana per cercare di trovare una soluzione rapida all’intera vicenda, portando avanti l’istanza dell’inserimento di Ferrania tra le aziende beneficiarie degli atti di indirizzo secondo il decreto Damiano».

    L’assessore competente, Claudio Montaldo, ha manifestato l’intenzione di impegnarsi affinché venga mantenuto un servizio strategico per la Regione Liguria.

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedali Psichiatrici Giudiziari: qual è la situazione?

    Ospedali Psichiatrici Giudiziari: qual è la situazione?

    Il termine è scaduto ma dei progetti per superare gli OPG, non c’è traccia.
    Entro il 31 marzo scorso infatti regioni ed enti locali si sarebbero dovuti dotare di piani per l’accoglienza degli internati dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari sparsi sul territorio italiano, al cui interno – come accertato dalla commissione parlamentare guidata dal Senatore Ignazio Marino – non vengono rispettati gli elementari diritti della persona.
    La Legge n. 9 del 17 febbraio 2012 fissa entro il 1 febbraio 2013 la chiusura definitiva di tutti gli OPG ed il successivo ingresso in nuove strutture dei circa 1400 attuali ospiti.
    Ma, come detto, le regioni avrebbero dovuto fornire un piano dettagliato di accoglimento degli internati, cosa che non è stata fatta. Adesso il timore degli operatori è che, considerato il ritardo nella pianificazione di metodi e strategie di accoglienza, ci si ritrovi a febbraio 2013 con strutture forse più decorose ma che continuano a perpetrare la logica manicomiale criminale.

    «In linea di principio, la questione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, paradossalmente, non è mai stata tanto vicina ad una svolta – spiega il Senatore Roberto Di Giovan Paolo, Presidente del Forum per la Salute in Carcere – per la prima volta ci si prefigge di superare il concetto di cura subalterno alla pena e si chiama in causa, per attuare la riforma, il Ministero della Salute. Ci preoccupa, però, che le regioni tardino a presentare un piano; la situazione, se non si fa qualcosa, resterà esattamente come la si è vista nel famoso documentario di “Presa Diretta”. Secondo la nostra indagine almeno 200 detenuti negli OPG dovrebbero essere rilasciati immediatamente; altri hanno diritto a godere dei benefici di legge».

    E c’è un ulteriore aspetto che desta preoccupazione: l’ultima bozza di decreto per applicare la nuova legge (9/2012) sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari stabilisce che le strutture residenziali in cui ricoverare gli attuali internati negli OPG potranno essere realizzate e gestite dalle Aziende sanitarie, tramite i dipartimenti di salute mentale (DSM), o dal privato sociale e imprenditoriale.

    «Avevamo già criticato la nuova legge sugli OPG (uno specifico articolo del decreto “svuota carceri”), perché invece di privilegiare la presa in carico degli internati da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale con Progetti Terapeutico Riabilitativi Individuali, così da permettere l’effettiva costruzione di percorsi alternativi agli OPG, rischia di concentrare tutto sulla creazione di “mini OPG” in ciascuna regione, perpetuando la logica manicomiale, con il tragico binomio cura/custodia – scrive il Comitato Stop OPG – Ora rischiamo addirittura il business, alimentato obbligatoriamente dalla spesa pubblica (dato che il ricovero è disposto dalla magistratura) e a pagare saranno le Asl (e lo Stato qualora sia prevista la vigilanza esterna). Mentre è inquietante l’idea che potrebbero essere soggetti privati a realizzare e gestire strutture detentive».

    Un disastro, uno stravolgimento di quello che doveva essere il processo di superamento degli OPG, così lo definisce il Comitato Stop OPG che chiede al Ministro della Salute la convocazione urgente di un incontro, tra l’altro già convocato e poi rinviato.
    «Al Presidente della Conferenza delle Regioni, che abbiamo già incontrato, chiediamo un immediato intervento – spiegano Stefano Cecconi e Fabrizio Rossetti del Comitato Stop OPG – Come auspichiamo una decisa azione del Ministro della Giustizia contro l’idea di privatizzazione degli OPG che questa previsione contiene e che rischia di aprire un varco pericolosissimo per l’ intero sistema penitenziario e giudiziario».

    «Insistiamo, perché si proceda subito a finanziare, non ancora strutture manicomiali, ma i Progetti Terapeutico Riabilitativi Individuali, in modo da “svuotare” gli attuali OPG, destinando i finanziamenti previsti dalla legge 9/2012 (intanto i 93 milioni nel biennio per l’assistenza sanitaria) ai Dipartimenti di Salute Mentale – continuano Cecconi e Rossetti – L’ordine del giorno (9/4909/31) approvato alla Camera, in occasione del voto sulla legge per l’emergenza carceri, impegna il Governo proprio in questa direzione».

    «Finché finalmente non cambierà la legge sull’imputabilità del “folle reo” e sulla “pericolosità sociale”, senza una vera presa in carico dei Dipartimenti di Salute Mentale per offrire percorsi individuali di assistenza come prevedono sentenze della Corte Costituzionale, tutti gli internati saranno inevitabilmente trasferiti nelle nuove strutture manicomiali (ora perfino private!), dove la Magistratura continuerà a disporre l’esecuzione della misura di sicurezza – conclude il Comitato Stop OPG – L’urgenza è certo quella di dare sollievo agli uomini e alle donne oggi internati negli attuali OPG, realtà indegne di un paese civile, ma bisogna farlo restituendo dignità e diritti di cittadinanza, non alimentando business o nuovi manicomi, che per loro natura impediscono la cura e la riabilitazione di persone malate».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera e Valle Scrivia: quale futuro per i servizi sanitari?

    Val Polcevera e Valle Scrivia: quale futuro per i servizi sanitari?

    I servizi sanitari sul territorio vanno riducendosi di pari passo con l’esigenza, improcrastinabile, di razionalizzare la spesa e far quadrare i conti della Asl 3. Ma, soprattutto per le aree più decentrate, i cittadini si domandano quali siano gli orientamenti dell’azienda sanitaria locale, considerando che negli ultimi anni hanno assistito impotenti ad un inesorabile processo di erosione dell’offerta sanitaria, prima con la scomparsa progressiva degli ospedali e oggi attraverso la riduzione delle prestazioni e degli orari di apertura all’utenza di alcune strutture ambulatoriali, con gli inevitabili disagi che ciò comporta.
    La Val Polcevera e la Valle Scrivia – rispettivamente 63 mila e 23 mila residenti – sono due aree particolarmente colpite da questo fenomeno.

    Ne abbiamo parlato con il direttore amministrativo della Asl 3, l’avvocato Piero Giuseppe Reinaudo, per cercare di comprendere qual è l’orientamento dell’azienda sanitaria locale in merito all’assetto futuro dei servizi in aree periferiche.
    «L’Asl 3 persegue una linea precisa, quella di utilizzare il più possibile gli spazi disponibili di nostra proprietà – spiega Reinaudo – al contempo limitando al minimo il ricorso a locali in affitto».

     

    L’EX OSPEDALE CELESIA A RIVAROLO

    Partiamo da Rivarolo, dove fino a gennaio 2006 gli abitanti del popoloso quartiere potevano contare su un ospedale vero e proprio, il Celesia. Una struttura in buone condizioni, ristrutturata alcuni anni fa, con a disposizione un ampio parcheggio gratuito – un elemento non trascurabile – che garantiva una facile accessibilità all’utenza.
    Oggi all’interno del Celesia troviamo, nell’ala destra uffici ed ambulatori tra i quali oculistica, dermatologia, radiologia, centro prelievi, cup, medicina dello sport e del lavoro, il dentista e uno psicologo per le adozioni. Mentre nel padiglione a valle sono ospitati 25 pazienti della Rsa mantenimento.

    «Per l’ex ospedale Celesia è previsto un potenziamento della residenzialità – racconta Reinaudo – con la realizzazione di un secondo nucleo di Rsa per ulteriori 25 pazienti».
    Inoltre nella struttura di Rivarolo verranno trasferiti dei servizi non destinati al pubblico, ovvero alcuni uffici amministrativi.
    «Questi spazi verranno sfruttati maggiormente – spiega Reinaudo – l’intenzione è quella di valorizzare a dovere l’intera struttura».

    In effetti a partire da gennaio sono in corso alcuni lavori all’interno del padiglione a valle del Celesia, in particolare al terzo piano (dove un tempo c’era il reparto medicina con 50 posti letto), per trasformarlo completamente in struttura residenziale.
    Ma il cantiere si inserisce in un progetto più ampio, come indicato nel cartello di esecuzione lavori (per una spesa complessiva di 700 mila euro), che prevede la trasformazione dell’ex ospedale in struttura poliambulatoriale e residenzialità.
    Quindi per quanto riguarda gli ambulatori, la Asl 3 ha intenzione di aumentarli?
    «Per adesso rimangono quelli che sono – afferma il direttore amministrativo – la nostra intenzione è utilizzarli al meglio e se possibile aggiungere altre specialità».

    Nel frattempo il servizio di radiologia è stato eliminato per essere accorpato con quello dell’ospedale Gallino di Pontedecimo, un brutto colpo per i cittadini e non solo. Radiologia infatti svolgeva un servizio utile anche per gli ospiti della Rsa mantenimento. Con l’ampliamento della struttura residenziale questa operazione appare un controsenso, anche se Reinaudo afferma che «Non esiste connessione clinica tra Rsa e radiologia. I pazienti residenziali non acuti non hanno bisogno di alcune prestazioni specialistiche». E però a partire da aprile gli anziani, anche nel caso di una semplice ecografia, dovranno essere trasportati fino a Pontedecimo.

     

    L’OSPEDALE GALLINO A PONTEDECIMO

    Qui tutto ruota attorno alla questione dell’ospedale Gallino, alcuni mesi fa al centro delle polemiche e delle vigorose proteste dei residenti per una paventata chiusura della struttura, in pratica l’unico ospedale ancora presente nella vallata (il Pastorino di Bolzaneto infatti, chiuso negli anni ’90, oggi è stato anch’esso riconvertito in Rsa).

    «È un ospedale che mantiene le sue funzioni di base – sottolinea Reinaudo – ed in questo momento non esiste nessuna ipotesi di chiusura e neppure di ridimensionamento».
    Si tratta invece di una revisione delle attività «In ragione di alcune evidenze cliniche – precisa Reinaudo – alcune funzioni verranno riviste all’interno di uno schema complessivo».
    Le trasformazioni previste al Gallino hanno suscitato timori nei cittadini della vallata, «Questo è comprensibile – spiega Reinaudo – probabilmente l’azienda sanitaria non ha comunicato in maniera sufficiente sul territorio, le proprie intenzioni».

    Detto questo, allo stesso tempo, secondo il direttore amministrativo Asl 3 «Non possiamo partire dall’ipotesi che un ospedale sia una sorta di “monade” a prescindere dal contesto in cui è inserito. In altri termini non può rimanere sempre uguale a se stesso. Dal punto di vista sanitario questo è un presupposto inconcepibile».

    «Il senso delle nostre operazioni non va in direzione di un depotenziamento – continua Reinaudo – piuttosto possiamo parlare di una revisione secondo criteri di efficienza clinica».
    «Il Gallino comunque rimarrà aperto, questo occorre sottolinearlo – afferma Reinaudo – sia per quanto riguarda la chirurgia sia per quel che concerne la cardiologia».
    Ma il piano di riorganizzazione aziendale della Asl 3 – è scritto nero su bianco nella delibera del 20 febbraio scorso – prevede una sola struttura complessa di chirurgia generale in luogo delle 4 presenti oggi.
    In pratica un drastico ridimensionamento delle chirurgie che, secondo i sindacati, significherà per i cittadini della vallata ma anche di tutto il ponente, poter contare solo sull’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Questo non vuol dire che il Gallino perderà la chirurgia – ribatte Reinaudo – il reparto verrà invece riorganizzato in funzione di day surgery» In pratica, come dice la parola stessa, “chirurgia in un giorno”, sarà una divisione ospedaliera dedicata agli interventi di medio-bassa complessità con dimissione il giorno stesso dell’intervento.

    E anche cardiologia – almeno per ora – manterrà le sue funzioni. Su questo punto il problema è più complesso perché il Gallino sconta l’assenza della sala di emodinamica e Reinaudo è tranchant «Continuare ad insistere con cardiologia è inutile dove non c’è l’emodinamica. O si porta un ospedale a un tale livello per cui è in grado di rispondere a tutte le esigenze dei pazienti oppure è meglio rivedere le sue funzioni e potenziare quelle strutture che forniscono una risposta complessiva».
    Ovvero un ospedale che garantisce l’intero ciclo di cura, come il Villa Scassi di Sampierdarena.

    Sempre in attesa del famoso ospedale “di vallata”, oggi denominato “del Ponente”, perché se prima il previsto nuovo presidio avrebbe dovuto fornire risposte alle esigenze della Val Polcevera, allo stato attuale, con la riduzione dei presidi sanitari anche nel ponente genovese – da Cornigliano a Voltri – dovrà garantire un servizio efficiente ad un numero, assai superiore, di cittadini.

     

    LA VALLE SCRIVIA

    Anche in Valle Scrivia la situazione appare difficile e – nonostante a parole si parli di un potenziamento dei servizi sul territorio – oggi di fatto si assiste ad una diminuzione del numero di prestazioni sanitarie. L’ultimo disservizio, in ordine di tempo, è la chiusura, a partire dal 1° marzo, dei Consultori di Busalla, Montoggio, Casella e Campomorone.
    Inoltre, come denuncia la Uil, la riduzione degli specialisti dagli Ambulatori di Borgo Fornari (Comune di Ronco Scrivia) – in particolare Cardiologia, Ortopedia e Odontoiatria – produce come unico effetto il disagio per gli abitanti della valle che, a causa delle lunghe attese, sono costretti a peregrinare per ottenere i servizi di cui hanno bisogno.

    Ma quali sono attualmente i presidi sanitari attivi in Valle Scrivia? Sono 3, il già citato poliambulatorio di Borgo Fornari, l’ex Ospedale Frugone di Busalla che ospita alcuni ambulatori specialistici e, sempre a Busalla, i locali di Piazza Malerba «Spazi poco adeguati alle nostre funzioni – precisa Reinaudo – e non di proprietà della Asl 3» dove oggi si trova il Cup, un ambulatorio infermieristico e poco altro.

    Proprio l’ex ospedale Frugone, smantellato a poco a poco tra le vivaci proteste degli abitanti, rappresentava fino a qualche anno fa il presidio di riferimento per l’intera Valle Scrivia mentre oggi offre un servizio a dir poco scadente, una sorta di “ultima spiaggia” per chi proprio non ha la possibilità di recarsi in strutture più attrezzate a Genova o in Basso Piemonte, ad esempio presso l’ospedale di Novi Ligure.
    Il servizio di Radiologia, uno dei pochi ancora attivi al Frugone, come sottolinea la Uil, è stato ridotto sia in termini di personale che di apertura all’utenza. In questo modo, sostengono all’unanimità tutte le sigle sindacali, si favoriscono esclusivamente le strutture private convenzionate presenti in vallata e le fughe in Basso Piemonte, con le conseguenti spese per la Regione Liguria.

    «La presenza dei servizi sanitari sul territorio è determinata dalla relazione tra 3 fattori – afferma Reinaudo – la vastità della zona interessata, il numero dei residenti ed il costo complessivo dell’erogazione dei servizi. Il problema si aggrava in quelle aree, come ad esempio la Valle Scrivia, dove la popolazione residente non è poi così numerosa ma al contempo è distribuita su un territorio ampio».

    Comunque anche per questa zona periferica, come spiega il direttore amministrativo, sono in corso di studio ma per ora rimangono solo sulla carta, alcuni progetti di potenziamento «Ad esempio vorremmo realizzare un centro di cure primarie, in accordo con i medici di base, in maniera tale da fornire un servizio intensivo durante tutto l’orario diurno. E ancora immaginiamo la costruzione di una sorta di ospedale di comunità per un livello di bassa intensità di cura, non per pazienti acuti, in particolare cure di mantenimento per pazienti dimessi da altri ospedali».

     

    «Oggi, rispetto al passato, è cambiato il concetto di ospedale – continua Reinaudo – Prima la qualità di una struttura ospedaliera dipendeva quasi esclusivamente dalla professionalità di medici e operatori sanitari. Inoltre il livello di cura non era specialistico come quello odierno, senza considerare l’evoluzione tecnologica ed i costi sempre più alti per l’acquisto e la manutenzione di attrezzature indispensabili».

    Una volta la chiave di lettura era soprattutto geografica ed in base a questa valutazione si predisponevano i presidi sanitari sul territorio, allo stato attuale invece «L’ospedale è intrinsecamente legato al concetto di intensità di cura – conclude Reinaudo – e per questo motivo puntiamo a rafforzare le strutture che davvero possono fornire una risposta a tutte le esigenze».

    Insomma delle scelte sono inevitabili e l’eccellenza che consente cure adeguate ad un livello di intensità medio-alta – per i costi e per le professionalità specialistiche richieste – non può essere garantita dappertutto.

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: pazienti all’asta

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: pazienti all’asta

    Manicomio di QuartoHa suscitato un vespaio di polemiche, durante la seduta di Giunta regionale di ieri, la decisione della Asl 3 in merito al futuro di 80 pazienti ancora ospitati presso gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto. Un’area, quella dell’ex manicomio, inserita nell’operazione di cartolarizzazione per risanare il bilancio dell’azienda sanitaria locale e ceduta ad Arte (Aziende regionali territoriali per l’edilizia).

    L’Asl 3 ha predisposto e pubblicato un bando per trovare sistemazione ai malati psichiatrici: a gruppi di venti, attraverso una gara al massimo ribasso, verranno affidati “al miglior offerente”.

    Un’operazione indubbiamente lecita ma che suscita più di una perplessità. Il Presidente della Regione, Claudio Burlando, ha chiesto un approfondimento della pratica mentre l’assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, ha difeso la scelta considerando la necessità di contenere le spese a causa dei tagli del Governo.

    L’assessore ai Servizi sociali, Lorena Rambaudi, ha ribadito invece che «servono procedure più rispettose della salute dei pazienti». Poi ha aggiunto «Dovrebbe prevalere l’interesse della persona prima di quello dell’ente gestore. I pazienti, nel corso degli anni, hanno instaurato relazioni, non possono essere divisi in modo così schematico. Le gare al ribasso rischiano di avere effetti negativi sui malati ma anche sui lavoratori».

    «Il trasferimento di questi pazienti si è reso necessario per la vendita delle strutture in cui sono ospitati – spiega Corrado Bedogni, direttore Asl 3 – con l’obiettivo di mantenere una coabitazione fra il maggior numero di persone abbiamo fatto una gara come questa che, seppure al ribasso, richiede come condizione i requisiti per l’accreditamento».

    «La gestione del comparto psichiatrico in Liguria è un’indecenza – denuncia senza mezzi termini, Lorenzo Pellerano, consigliere regionale della Lista Biasotti – A Pratozanino ci sono pazienti che da cinque anni vivono nei container e ora gli ospiti di Quarto vengono messi all’asta come oggetti. Per loro non c’è più rispetto».

    «È da un anno che ho sollevato questo problema, l’approfondimento si poteva e si doveva fare molto tempo fa – continua Pellerano – La giunta Burlando si è ridotta, come al solito, all’ultimo minuto per fare ulteriori valutazioni. Ma su cosa si andrà a risparmiare nella gara al ribasso? Sul cibo, sui pannoloni, sul contratto dei lavoratori. Intanto l’assistenza psichiatrica in Liguria va sempre più alla deriva: se da una parte i pazienti sono spesso considerati alla stregua di numeri o di oggetti, dall’altra si continuano a sommare sprechi su sprechi».

    «Oggi si pensa alla gara al massimo ribasso, ma negli ultimi anni su questo tema la Regione ha sprecato quasi 7 milioni di euro – sottolinea Pellerano – 4,3 milioni di euro vengono spesi per ristrutturare due padiglioni all’interno del complesso di Pratozanino, l’ex manicomio di Cogoleto, immobili che non sono più di proprietà della Regione perché nel 2007 sono stati venduti a Valcomp Due. Nel frattempo i pazienti di Pratozanino sono stati trasferiti “provvisoriamente” (e dopo cinque anni sono ancora lì) in strutture prefabbricate per le quali fino a dicembre 2011 sono stati spesi 670 mila euro di affitto. A questi si aggiungono 2 milioni di euro spesi per la Casa Michelini: la residenza per pazienti psichiatrici di Quarto è stata consegnata alla Regione meno di un anno fa e venduta dopo pochi mesi per fare cassa».

    «Per questa gestione dissennata qualcuno dovrebbe pagare, non solo i pazienti e le loro famiglie – conclude Pellerano – Questi milioni di euro potevano essere utilizzati per migliorare l’assistenza, realizzando strutture pubbliche e migliorando l’integrazione con le realtà convenzionate, altro che gare al ribasso. E ora, dopo la gara decisa dalla Regione, dove verranno trasferiti i pazienti che vivono a Quarto, forse in strutture fuori Provincia, lontane dalle proprie famiglie e dai luoghi di residenza ? Sarebbe stato preferibile lasciare ai pazienti ed alle famiglie la possibilità di scegliere del proprio futuro. Inoltre la soluzione adottata dalla Asl di mettere a gara gruppi di 20 pazienti contraddice l’accordo sottoscritto, lo scorso 20 febbraio, dalla stessa Regione con le strutture convenzionate: secondo l’intesa firmata, dovevano essere coperti i posti liberi nelle strutture convenzionate della provincia di Genova».

     

  • La pillola dei 5 giorni dopo è in vendita nelle farmacie italiane

    La pillola dei 5 giorni dopo è in vendita nelle farmacie italiane

    La pillola dei 5 giorni dopo ha fatto ieri il suo esordio nelle farmacie italiane. “Ellaone“, questo il nome con cui viene commercializzata, è prodotta dalla HRA Pharma già produttore della “sorella minore” NorLevo, meglio conosciuta come pillola del giorno dopo.

    Si tratta di un medicinale già in commercio in oltre venti Paesi del mondo, acquistabile, in Italia, solo dopo aver effettuato un test di gravidanza preventivo anche con un semplice stick sulle urine reperibile nelle farmacie. Una condizione richiesta espressamente dalla commissione tecnico scientifica dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), anche se non in linea con quanto avviene negli altri Paesi dove non è richiesta la prescrizione medica nè tantomeno il test di gravidanza.

    Ellaone ha un costo di 34,89 euro a confezione (una pillola – 30 mg di Ulipristal acetato) e agisce entro le 120 ore (5 giorni) dal rapporto mediante rallentamento dell’ovulazione, rendendo quindi l’utero non accessibile.

     

  • Diritto alla salute: una guida alla medicina per i cittadini stranieri

    Diritto alla salute: una guida alla medicina per i cittadini stranieri

    Inglese, francese, arabo, sono le tre lingue usate in “Salute, guida alla medicina per cittadini stranieri”, una sorta di “Prontuario medico dedicato agli operatori sanitari che operano con i migranti” realizzato dalla Fondazione IntegrA/Azione – nata nel dicembre 2010 con lo scopo di promuovere diritti e dignità per i migranti, uomini e donne che arrivano in Italia in cerca di un futuro migliore ma che, nella maggior parte dei casi, sono penalizzati da una scarsa conoscenza della lingua italiana, da situazioni alloggiative ed economiche precarie o da condizioni di salute fragili – con il patrocinio del ministero per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, l’Anci e il complesso ospedaliero S. Giovanni Addolorata di Roma.
    Una lodevole iniziativa che parte dalla consapevolezza che la presenza di cittadini stranieri in Italia è in continuo aumento e la comunicazione è fondamentale per garantire loro il diritto alla cura.

    In otto anni il numero di stranieri residenti in Italia si è triplicato, superando i 4,5 milioni di presenze. A questi vanno aggiunti i circa 600.000 stranieri senza permesso di soggiorno stimati dalla Caritas. Una crescita che va di pari passo con l’aumentare dell’utenza straniera di ambulatori e pronto soccorso. Basti pensare che i ricoveri in regime ordinario degli stranieri da Pfpm (Paesi a forte pressione migratoria) sono raddoppiati nell’arco di un quinquennio: dal 2,6% del 2003 al 4,6% del 2008. Dal 2000 al 2008, l’Istat ha registrato una variazione percentuale di + 101,3 di dimissioni ospedaliere di stranieri in ricovero in regime ordinario. Se poi si considerano le prestazioni in day hospital i numeri salgono ancora (variazione % 2000 – 2008: + 192). Un aumento motivato anche dal disagio economico, sociale e di salute, che moltissimi stranieri si trovano a vivere nella nostra società.

    «Questa sorta di prontuario medico nasce dall’esigenza, verificata direttamente sul territorio, di avere un supporto pratico all’attività quotidiana nel fornire servizi e prestazioni sanitarie a tutti i cittadini – spiega Luca Odevaine, presidente di Fondazione IntegrA/Azione – In particolare, questa pubblicazione vuole contribuire a migliorare la capacità di risposte adeguate ed eque alle sfide imposte dalle diversità culturali. Inoltre non bisogna dimenticare che lo scivoloso terreno della paura, accostato alla mancanza di informazione, resta una discriminante per gli immigrati italiani sul fronte dell’accesso alla sanità».

    La guida raccoglie un frasario di domande a risposte multiple, di maggiore uso nelle strutture mediche.
    A partire dalla raccolta dei dati anagrafici e dalla storia medica di un paziente. Una sezione speciale è dedicata alla donna, con parole e termini più comuni in ambito medico per la gravidanza, la contraccezione, la pediatria e la violenza. È tradotta in inglese, francese e arabo, con note a margine e in un formato agile.
    Ai concetti chiari e semplici, corrisponde un linguaggio grafico di grande attenzione alla comprensione del contenuto della pubblicazione. La guida infatti risponde pienamente, dal punto di vista grafico, a quella che in gergo viene definita “comunicazione di pubblica utilità”. Una comunicazione chiara e trasparente pensata per informare l’utente e trasmettere saperi.

    «Il livello di accesso alle cure per i cittadini stranieri è da considerarsi come un termometro del grado di accoglienza e civiltà di un territorio – conclude il presidente di Fondazione IntegrA/Azione – Vale la pena ricordare sempre che la Corte costituzionale, in una sentenza di qualche tempo fa (n. 252/2001), ha affermato l’esistenza di “un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione (art. 32, ndr) come ambito inviolabile della dignità umana” che va “riconosciuto anche agli stranieri, qualunque sia la loro posizione rispetto alle norme che regolano l’ingresso e il soggiorno nello Stato”».

     

    Matteo Quadrone

  • Valle Scrivia: i cittadini chiedono una struttura sanitaria adeguata

    Valle Scrivia: i cittadini chiedono una struttura sanitaria adeguata

    Savignone, Valle ScriviaEcco il testo integrale della lettera inviata dall’associazione culturale “Giovani Liberi” indirizzata alle istituzioni provinciali e regionali e a tutti i sindaci della Valle Scrivia. “Giovani Liberi” chiede a gran voce una struttura sanitaria adeguata alle esigenze del territorio.

    «Una drammatica storia quella della sanità in Valle Scrivia. Lasciati al nostro destino, nessuno ci considera se non per tagliare, eliminare o diminuire servizi. Sicuramente siete già a conoscenza dei numeri che rappresentano il nostro territorio: circa
    22.000 abitanti, in un area particolarmente difficile, numero che nei mesi estivi quasi raddoppia; una grande valle che sotto alcuni punti di vista può assomigliare ad una città. I mezzi di trasporto non mancano, le aziende ci sono così come i negozi e quant’altro. Quello che manca, purtroppo e da troppo tempo, è una struttura sanitaria adeguata alle esigenze del territorio.

    Siamo stati abbandonati a noi stessi. In quest’ultimo periodo non abbiamo avuto niente. Non solo: ci è stato portato via qualsiasi cosa avessimo faticosamente ottenuto nel corso degli anni. Non abbiamo anche noi diritto ad una struttura sanitaria adeguata? Questa è la domanda che tutti ci poniamo da sempre; la scusa migliore è ogni volta la stessa: mancano i soldi.

    Ma qualcuno pensa ad una soluzione? A quanto pare no: i nostri sindaci fanno fatica a mettersi d’accordo; questo disastro
    costituisce per loro un’ottima opportunità di litigio. I vari colori politici, le diversità di carattere o vecchi attriti? Non sappiamo quali siano le cause di questi eterni dibattiti. Fatto sta che non si riesce a trovare un’unica linea di pensiero per contrastare un male che,
    invece, riguarda indistintamente tutta la valle. Ciò è molto grave perché ci impedisce di far fronte comune e di avanzare proposte efficaci e richieste univoche alla Regione.

    In questo caso non crediamo sia il caso di porci la domanda se abbiamo eletto le persone giuste ma piuttosto, sicuri di aver fatto la scelta corretta riponendo in voi la nostra fiducia, Vi chiediamo di non guardare alle simpatie di partito, in particolar modo in questo
    momento delicato. Passate sopra agli inopportuni campanilismi, fate qualcosa per il bene del nostro territorio, qualcosa per cui sarete ricordati e di cui andrete fieri perché la salute e il benessere degli individui sono diritti fondamentali che riguardano tutti e che vanno
    ottenuti con l’impegno e la solidarietà.

    La Regione Liguria è tenuta ad aiutarci, ha l’obbligo morale di intervenire, non può e non deve lasciarci in questa situazione preistorica. Bisogna che chiarisca la sua posizione in merito e che si mostri propositiva nei nostri confronti: offra argomenti ed alternative validi e fattibili atti alla risoluzione della nostra piaga. Basta proclami politici senza una chiara ed
    efficace conclusione: vorremmo avere la possibilità di vederla impegnata in un progetto comprovante il fatto che si sta davvero facendo qualcosa!

    Riteniamo che attualmente il problema della sanità sia di primaria importanza per la nostra valle e che i cittadini debbano essere correttamente informati e sensibilizzati. Non abbiamo la soluzione pronta e impacchettata, ma siamo sicuri che con l’impegno comune, il dialogo ed il buon senso si possano raggiungere ottimi risultati. Non vogliamo le prime pagine dei giornali, non vogliamo assolutamente fare politica (soprattutto quella che va di moda in questo periodo). Desideriamo uscire dagli schemi, da inutili atteggiamenti faziosi e spronare chi ci amministra: ecco lo spirito che ci spinge a scrivere questa lettera.

    Esigiamo che le nostre amministrazioni comunali, dopo aver scelto una strategia comune, si incontrino con la Regione Liguria per poter finalmente presentare alla cittadinanza un progetto concreto che ci elevi ad un quantomeno sufficiente livello sanitario. Questa è la prima lettera che scriviamo, ne seguiranno altre fino a quando non otterremo risposte positive e concrete. A Voi cittadini chiediamo solo l’appoggio e la volontà di difendere qualcosa che ci appartiene.»

    Firmato:
    Un gruppo di “Giovani Liberi: liberi di sognare”