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  • Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    Ospedale di Ponente, Erzelli o Cornigliano? Il puzzle delle infrastrutture e il dibattito in Consiglio

    erzelli-strada-cantiere-gru-d3Erzelli o Villa Bombrini? Il Consiglio comunale torna a discutere della possibile collocazione dell’ospedale di Ponente, dopo che la Regione, spinta anche dall’incipiente campagna elettorale, ha iniziato a premere il piede sull’acceleratore. Lo spunto è stato offerto dal Consigliere del Gruppo Misto Francesco De Bendedictis che ha presentato un’interrogazione a risposta immediata.

    Sul tema è intervenuto direttamente il sindaco che non ha mancato di ribadire come la costruzione di una nuova struttura ospedaliera nel ponente cittadino rappresenti una priorità per l’attuale amministrazione. Doria è poi entrato nel dibattito che si è acceso circa la futura collocazione dell’ospedale che dovrà contare circa 500 posti letto. Due le ipotesi rimaste in campo secondo gli studi di fattibilità presentati in giunta regionale una decina di giorni or sono: Villa Bombrini e la collina degli Erzelli.

    «La scelta tra le varie opzioni di ospedale – aveva dichiarato qualche giorno fa l’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo  dipenderà anche dalle valutazioni urbanistiche del Comune e dalle valutazioni tecnico-economiche. In questa fase di studi preliminari, il costo complessivo dell’ospedale potrà variare da un minimo di 200 ad un massimo di 250 milioni di euro».

    Erzelli – Cornigliano: i pro e i contro

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    Le variabili in campo, ha ricordato ieri il primo cittadino in Sala Rossa, sono sostanzialmente tre: proprietà delle aree, bonifica dei terreni e accessibilità. «Per quanto riguarda la proprietà – ha detto il sindacosia nel caso di Villa Bombrini che in quello di Erzelli ci troviamo di fronte a una situazione mista pubblico/privato: ma se nell’area privata di Villa Bombrini esistono attività economiche che andrebbero ricollocate altrove, agli Erzelli questo problema non sussisterebbe». Anche per quanto riguarda la bonifica, la preferenza andrebbe in collina: «Il terreno delle due aree è profondamente diverso – ha proseguito Doria – perché a Villa Bombrini andremmo a toccare una vecchia sede di stabilimento industriale siderurgico, la cui trasformazione comporterebbe costi non presenti, invece, agli Erzelli».

    Fin qui, ai punti sembrerebbe vincere Erzelli. Anche perché la sensazione è che, Università più, Università meno, in collina prima o poi dovrà insediarsi qualcos’altro oltre al parco tecnologico (e, in futuro, forse anche scientifico).

    Ma l’ostacolo più grosso per quanto riguarda la collina tra Sestri e Cornigliano è rappresentato dall’ultimo punto in questione: l’accessibilità, che per entrambe le soluzioni chiama in causa una sistemazione dell’attuale status urbanistico. Il sito di Villa Bombrini sembra presentare, quantomeno sulla carta, una serie di garanzie maggiori di futuribilità da questo punto di vista. Oltre alla riqualificazione di via Cornigliano (qui l’approfondimento), il collegamento con la strada a mare (qui l’approfondimento) e la Valpolcevera grazie alla nuova viabilità di sponda, è previsto lo spostamento della stazione ferroviaria dall’attuale piazza Savio a via S. Giovanni d’Acri, una delle tappe importanti della futura metropolitana di superficie.

    L’innovazione del sistema di trasporto ferroviario coinvolgerà anche l’eventuale collocazione dell’ospedale di Ponente a Erzelli. Ai piedi della collina sorgerà, infatti, la nuova stazione ferroviaria dell’aeroporto su cui dovrebbe insistere la piattaforma di interscambio multimodale di trasporto (qui l’approfondimento), che oltre al parcheggio per i privati e al passaggio di nuove linee di autobus, dovrebbe prevedere la famosa funivia che dal cuore del Cristoforo Colombo, con una fermata intermedia proprio in questa zona, condurrà “in vetta”. Così conclude il sindaco:

    [quote]L’ipotesi di Erzelli potrà reggere solo ed esclusivamente nel momento in cui sarà prevista una percorribilità di collegamento garantita da mezzi pubblici ma che non potrà essere rappresentata da grossi autobus bensì da una funivia con capacità di carico identica a quella che attualmente ha la linea 18 che conduce all’ospedale di San Martino».[/quote]

    Da aggiungere anche che, secondo i tecnici, un aspetto positivo della scelta di Erzelli potrebbe essere rappresentato dalla vicinanza con il casello autostradale e la nuova galleria di Borzoli in fase di costruzione da parte del Cociv (ecco l’ennesimo grande tema cittadino che si va a inserire in questo fitto puzzle: il Terzo Valico) e che connetterà direttamente la collina con la Val Chiaravagna.

    Il vicesindaco Bernini ci aiuta a fare chiarezza in questo intricato dedalo trasportistico: «Il problema di Erzelli è che oggi abbiamo una situazione, domani ne avremo un’altra e dopo domani una terza. Oggi, infatti, se prendo il treno o il bus, scendo all’attuale stazione di Cornigliano e ho un altro autobus che mi porta in collina per una sola strada. Dal 20 giugno ci sarà un altro pezzo di strada che continuerà per raggiungere l’obiettivo di avere due direttrici per arrivare a Erzelli con un autobus grosso. Ma nel futuro la stazione di Cornigliano non sarà più nell’attuale posizione e si sdoppierà: per cui devo riuscire ad avere fin d’ora una viabilità di accesso che mi consenta di dialogare sia con la stazione attuale che con quelle future di Erzelli e via San Giovanni d’Acri».

    Funivia Erzelli – Stazione Cornigliano – Aeroporto

    erzelli-sestri-ponente-d9Insomma, in un mondo ideale, la Genova del 2020 avrà una metropolitana di superficie con treni che ogni 7/10 minuti collegheranno Brignole a Voltri, passando per Cornigliano/San Giovanni d’Acri, Erzelli/Aeroporto, Sestri, Multedo, Pegli, Pegli Lido, Prà e Palmaro. E, naturalmente, ci sarà anche il nuovo ospedale di Ponente, facilmente accessibile.

    Ecco perché all’interno di questo quadro la realizzazione della funivia diventa imprescindibile. «Intanto – riprende Bernini – si cambia il mezzo di traporto: la gomma non va più bene e ce lo stanno dimostrando tutte le grandi città europee che trovano soluzioni più efficaci, semplici, modulari, efficienti ed economiche». Tra poco ci sarà l’aggiudicazione del progetto della stazione di Erzelli – Aeroporto che è il cardine di tutto il sistema, mentre quella di via San Giovanni d’Acri è già stata aggiudicata. «È nella stazione (fatta con gara d’appalto dell’aeroporto) – spiega il vicesindaco – che risiederà il motore della funivia perché non dovrà solo portare in collina ma anche al Cristoforo Colombo. Ed è proprio per questo secondo collegamento che abbiamo ottenuto i finanziamenti europei. Poi, quando avremo il progetto definitivo, si potrà chiedere un finanziamento per la parte integrata “esecutivo-realizzazione”».

    Ospedale del ponente vs nuovo Galliera

    Intanto, nel mondo reale, il multi-sfaccettato panorama delle sinistre genovesi si è fatto promotore di un appello sulla questione Ospedale di Ponente che rappresenta la volontà di dare vita a un percorso partecipato verso la realizzazione della nuova struttura, ritenuta opera di edilizia sanitaria prioritaria per la comunità genovese, al contrario della discussa operazione del nuovo Galliera.

    “Abbiamo recentemente appreso che la Regione Liguria vuole dare il via libera al progetto bis della costruzione dell’ospedale denominato “Nuovo Galliera” – si legge nel documento promosso da Sel e sottoscritto anche da Fds, Lista Doria e diversi rappresentanti dell’associazionismo genovese tra cui don Paolo Farinella – un’operazione anche edilizia, di forte impatto ambientale con  un impegno economico di 135 milioni di euro. Giudichiamo inaccettabile che la Regione Liguria ritenga prioritario costruire un nuovo Ospedale Galliera, accanto all’ospedale oggi funzionante e pure di rilievo nazionale ad alta specializzazione,  invece di finanziare e costruire il nuovo Ospedale del Ponente e della Valpolcevera, come promesso ai cittadini da almeno 20 anni”.

    Secondo i firmatari, un investimento così ingente per un ospedale già esistente e la cui gestione non sarà pubblica non risponde alle esigenze della città. «Non può esserci allocazione di risorse senza programmazione ed è proprio questa che manca» ci spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella. «Gli stessi fondi potrebbero essere impiegati per l’aggiornamento del Piano Sanitario Regionale fermo al triennio 2009-2011,  considerando anche ad oggi la capienza ospedaliera del centro-levante, che usufruisce di quasi il doppio di posti letto rispetto al Ponente cittadino, è adeguata mentre assolutamente lacunosa su tutto l’ambito cittadino rimane l’assistenza sanitaria territoriale, prevista invece dalla normativa nazionale e non ancora recepita».

    E l’appello è anche e soprattutto rivolto al primo cittadino di Genova affinché non si faccia coinvolgere nella partita Villa Bombrini – Erzelli ma provi ad alzare la qualità della discussione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    Sanità digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico: Regione Liguria in ritardo?

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DIDopo la pubblicazione, il 31 marzo scorso, delle linee guida per la presentazione dei progetti regionali (redatte dal tavolo tecnico coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale e dal Ministero della Salute), si avvicina la data del 30 giugno 2014, termine ultimo entro il quale tutte le Regioni dovranno avere predisposto i rispettivi piani finalizzati alla realizzazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) – ovvero una piattaforma digitale comune, a livello territoriale, per l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini, strumento funzionale ai professionisti per l’assistenza e la cura, in grado di facilitare la trasmissione di informazioni e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini. Poi, una volta ottenuta l’approvazione dei piani, le amministrazioni regionali avranno tempo fino al 30 giugno 2015 per l’attivazione effettiva del FSE.

    Dunque, la tanto decantata rivoluzione digitale in campo sanitario sembra essere in procinto di trasformarsi da parole in realtà, anche se, a dire il vero, soltanto in poche regioni – come ad esempio Emilia-Romagna, Lombardia, Trentino, Toscana, Veneto, Sardegna – il Fascicolo sanitario elettronico è già in fase avanzata, mentre in altre – tra cui la Liguria – il percorso è ancora tutto da impostare. Così è veramente arduo ipotizzare il rispetto della tempistica stabilita, e destano preoccupazione le possibili sanzioni previste per gli inadempienti, vale a dire una perdita del 3% nel riparto del Fondo sanitario nazionale, come ha spiegato il Ministero della Salute.

    Medici di famiglia e farmacisti esprimono parecchie perplessità sull’odierno livello di informatizzazione della sanità ligure, così come il sindacato autonomo Fials. D’altra parte è difficile dar loro torto, dato che si registrano diverse problematiche relative all’utilizzo della ricetta elettronica (non ancora diffusa capillarmente sul territorio regionale), mentre quella “dematerializzata” – in pratica la ricetta elettronica online – sarà avviata, a breve, solo in forma sperimentale. La ricetta dematerializzata, se vogliamo, rappresenta il preludio al Fascicolo elettronico, tuttavia manca il tassello fondamentale della tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip che, oltre a contenere la storia medica di ogni singolo paziente, ci permetterà di acquistare i farmaci più rapidamente; peccato, però, che oggi, in Liguria, appena il 20% della popolazione possiede la tessera con microchip. Quindi, prima di parlare della realizzazione del FSE, occorre risolvere questi nodi critici, sennò rischiamo di partire con un progetto privo delle fondamenta necessarie.

    Cos’è il Fascicolo sanitario elettronico (FSE)?

    L’articolo 12 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221), ha istituito il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), inteso come “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e sociosanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito”.

    In altre parole il Fascicolo sanitario elettronico è una cartella virtuale che raccoglie e rende disponibili informazioni e documenti clinici relativi ad una singola persona, la quale può: consultare e stampare i referti delle prestazioni ricevute dal servizio sanitario; inserire documenti (referti di visite ed esami effettuati in strutture private, o di altre regioni, oppure prima dell’attivazione del FSE), ma anche oscurarne alcuni che ritiene non debbano essere visibili dai professionisti sanitari. La consultazione avviene in forma protetta, attraverso credenziali personali e, su consenso dell’interessato, il Fascicolo può esser consultato dal medico, o dal pediatra di famiglia, e dagli specialisti.
    La costruzione del FSE dell’assistito avviene tramite l’inserimento di diverse documentazioni (informazioni certificate), da parte di molteplici soggetti. Asl, ospedali e pronto soccorso: vaccinazioni, certificati, esenzioni, assistenza domiciliare, piani diagnostico-terapeutici, assistenza residenziale e semiresidenziale; prestazioni in ricovero e lettere di dimissioni, cartelle cliniche; verbali di assistenza in PS. Medici di famiglia (o pediatri) e medici specialisti: profilo sanitario sintetico del paziente (storia clinica e situazione corrente, dati clinici utili anche in caso di emergenza), prescrizioni di visite ed esami; prescrizioni; Laboratori e ambulatori (sia pubblici che privati) e farmacie: referti; farmaci e prenotazioni.

    In alcune regioni presso le quali il FSE è già funzionante, il cittadino può anche inserire informazioni facoltative in una sorta di “taccuino personale”. Come riporta il “Corriere della sera” (15/04/2014): “…. il Fascicolo riesce a diffondersi più velocemente e su grandi numeri se contiene strumenti che consentano al cittadino la gestione diretta della propria salute e gli permettano di svolgere un ruolo attivo nel processo di cura… il risultato più sbalorditivo lo ha ottenuto il Trentino dove, grazie al progetto del sito online “TreC – Cartella Clinica del Cittadino” (trec.trentinosalute.net) – in cento giorni (da dicembre scorso a marzo), l’adesione al FSE è schizzata al 93% quando è stata aggiunta una piattaforma di servizi “collaterale”. Si tratta del “Taccuino personale del cittadino”, una sezione del sito a lui riservata per offrire la possibilità di inserire dati ed informazioni personali, documenti sanitari, un diario degli eventi rilevanti e i promemoria per i controlli medici periodici”.

    Dalla ricetta elettronica alla ricetta dematerializzata

    La ricetta dematerializzata – o ricetta elettronica on line – dovrebbe essere il risultato finale di un progetto avviato con l’approvazione dell’art. 50 della L. 326/2003 “Monitoraggio della spesa farmaceutica e specialistica a carico del SSN”che ha introdotto la ricetta (cartacea) standardizzata, la tessera sanitaria e l’obbligo di invio dei dati di tutte le ricette da parte prima delle farmacie (2008) e poi dei medici (2011), allo scopo di realizzare misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. “Attualmente tutte le farmacie e tutti i medici sono tecnologicamente in grado di trasmettere al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno – si legge sul sito web di Federfarma (Federazione nazionale unitaria titolari di farmacia) – Il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei“.

    Il D.L. 18 ottobre 2012 n. 179 (convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012 n. 221 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”) ha definito un percorso per la graduale sostituzione delle prescrizioni mediche in formato cartaceo con le prescrizioni in formato elettronico, stabilendo che le Regioni e le Province Autonome “…provvedono alla graduale sostituzione delle prescrizioni in formato cartaceo con equivalenti in formato elettronico, in percentuali che, in ogni caso, non dovranno risultare inferiori al 60% nel 2013, all’80% nel 2014 e al 90% nel 2015”.

    La situazione in Liguria: la perplessità di medici, farmacisti e sindacati della Funzione pubblica

    «Il Fascicolo sanitario elettronico, in Liguria, semplicemente non esiste – afferma il dott. Angelo Canepa, che sta seguendo la questione per la Fimmg Liguria (Federazione italiana dei medici di medicina generale) – A livello regionale, noi medici di famiglia non abbiamo ancora ricevuto indicazioni unitarie, concrete e nette. A livello locale sono in corso alcune sperimentazioni, ad esempio a Savona (dove, però, abbiamo notizia di problemi legati alla scelta del software unico sia per medici del territorio che ospedalieri) e soprattutto a Chiavari, città in cui tutti i medici, poco più di un centinaio di professionisti, sono stati collegati allo scopo di utilizzare un comune meccanismo di verifica e scambio degli esami e dei referti sanitari che confluiscono in una sorta di fascicolo denominato Conto corrente salute, facoltativamente apribile dai pazienti».

    Le due realtà locali sopracitate «Sono quelle più avanti nella gestione delle reti informatiche chiamate a connettere i diversi attori del sistema sanitario – continua il dott. Canepa – A Genova, Imperia e La Spezia, invece, non c’è nulla di operativo. La stessa Datasiel, l’azienda informatica della Regione Liguria, seppure in maniera informale, ci ha fatto capire che, al momento, non esistono allo studio progetti con estensione regionale».
    Eppure, un domani tutti i dati dovranno confluire in una sola piattaforma, se davvero vogliamo parlare di Fascicolo sanitario elettronico. «La Regione Liguria, entro il prossimo 30 giugno, al massimo riuscirà a presentare un piano progettuale – sottolinea Canepa – I medici di famiglia non sono stati neppure chiamati per un confronto costruttivo sul da farsi».

    Sulla medesima lunghezza d’onda è il commento di Federfarma Genova, per voce del presidente, il dott. Giuseppe Castello: «In Regione Liguria il Fascicolo sanitario elettronico è un obiettivo lontanissimo. Per ora non ne sappiamo nulla, e con noi non ne hanno ancora parlato».

    Per quanto riguarda la parte pubblica, il discorso non cambia: «La Regione dovrà necessariamente fornire delle precise indicazioni alle strutture ambulatoriali e ospedaliere (nonché ai rispettivi medici e professionisti dipendenti) per poter procedere, ma finora non è arrivato alcunché – racconta Mario Iannuzzi, segretario del sindacato autonomo Fials – Sono anni che si parla di informatizzazione della Sanità. In Liguria, però, siamo decisamente indietro». Basta pensare che ad oggi, l’unica modalità per ottenere una copia della cartella clinica relativa al ricovero avvenuto presso un presidio sanitario dell’Asl 3, è pagare la stampa della stessa su carta (compreso il costo dei fogli bianchi). «Purtroppo non c’è da stupirsi, il livello nell’azienda genovese è questo», conferma Iannuzzi.

    La realizzazione del Fascicolo elettronico «Comporterà un significativo investimento in termini economici – continua il rappresentante Fials – E vorrei capire con quali soldi si ipotizza di progettare un piano adeguato a fronteggiare potenziali ostacoli di non poco conto, ad esempio la difficoltà di interfacciare le diverse piattaforme informatiche attualmente esistenti. Il 30 giugno 2014 penso che la Regione presenterà un piano molto vago, che in buona sostanza sarà soltanto un cronoprogramma, magari legato ad eventuali finanziamenti dedicati allo scopo».

    Senza dimenticare che «Per mettere in piedi un sistema del genere sarà inevitabile prevedere l’affidamento tramite gara ad una ditta privata – conclude Iannuzzi – E probabilmente il soggetto prescelto sarà l’azienda regionale Datasiel che continua ad agire in una sorta di regime di monopolio. Insomma, attuare il FSE è un’operazione terribilmente complicata, dal punto di vista tecnico e gestionale, dunque prevedo tempi assai lunghi prima di vedere un effettivo cambiamento».

    L’assessore regionale alla Salute e vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo, la pensa esattamente in maniera opposta: «La programmazione regionale prosegue e dovremmo essere quasi a tiro. Il piano esiste già, e le posso dire che è in fase di avanzamento. Rispetteremo i termini previsti dal Ministero».

    A ben guardare, però, la Liguria è rimasta indietro anche sul fronte delle prescrizioni mediche in formato digitale. Eppure, la ricetta dematerializzata è il passo successivo rispetto alla ricetta elettronica, in vista del futuro Fascicolo elettronico. «Siamo stati contattati per iniziare la sperimentazione della ricetta dematerializzata – spiega il dott. Angelo Canepa, Fimmg Liguria – Io sono uno dei medici di famiglia “sperimentatori” (appena 10 in tutta la regione, due per azienda sanitaria locale). La sperimentazione sarebbe dovuta partire a metà maggio, invece, partirà prossimamente. Oggi esiste la ricetta elettronica che i medici inviano al Sir (servizio informativo regionale) e da questo al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma le ultime rilevazioni sull’utilizzo della ricetta in formato elettronico non sono certo incoraggianti: a Genova e Imperia la utilizza l’80% dei medici di famiglia, all’Asl chiavarese l’85%, ma a Savona e a La Spezia siamo intorno al 20%. Forse, prima di fare nuovi passi, bisognerebbe risolvere tale situazione».

    «La ricetta elettronica – continua Canepa – dovrebbe dar luogo alla ricetta dematerializzata (ovvero una serie di codici alfanumerici che indicheranno i nomi di medico, paziente, farmaci prescritti, ecc.), che prossimamente potrà essere inserita nella tessera sanitaria magnetica individuale dotata di microchip. Sicuramente non in tempi brevi, visto che in Liguria soltanto il 20% della popolazione possiede questo tipo di tessera, destinata a contenere tutta la storia medica del paziente». Allo stato attuale, dunque «La ricetta dematerializzata è un semplice foglio bianco (promemoria cartaceo) con una serie di codici alfanumerici che saranno decodificati da appositi strumenti informatici di cui si dovranno dotare, in primis le farmacie, ma pure tutte le strutture pubbliche e private del territorio – sottolinea Canepa – Da quanto ne sappiamo, però, tali sistemi, nella maggior parte dei casi, non sono ancora disponibili».

    «La ricetta dematerializzata consentirà al paziente di venire in farmacia con un promemoria cartaceo rilasciato dal medico, grazie al quale noi farmacisti richiameremo, tramite un collegamento al portale centrale, la relativa ricetta elettronica e consegneremo i farmaci richiesti – spiega il dott. Giuseppe Castello di Federfarma Genova – La sperimentazione a livello regionale partirà ufficialmente il prossimo 1 luglio. Per decodificare i promemoria utilizzeremo i nostri computer. Ma per noi il passaggio non sarà indolore, visto che dovremo rivedere in parte sia il software che l’hardware, con il conseguente esborso economico. Inoltre, anche se i medici coinvolti sono soltanto dieci, tutte le farmacie del territorio dal 1 luglio dovranno essere già pronte».

     

    Matteo Quadrone

  • Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    Ex manicomio Quarto, riorganizzazione servizi sanitari e ristrutturazione

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 ed Arte, siglato nel novembre scorso (29/11/2013), oltre a sancire la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca dellex Ospedale Psichiatrico di Quarto (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), prevede in essere anche l’adeguamento strutturale degli stessi padiglioni – 1, 2, 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23, 24 – di cui l’azienda sanitaria genovese ha riacquistato la disponibilità, nell’ottica di accogliere funzioni sanitarie differenziate.
    A distanza di poco più di cinque mesi dalla firma dell’intesa, salutata positivamente sia dalle istituzioni sia dall’opinione pubblica – nonostante permangano comunque alcuni nodi critici come la viabilità di accesso al complesso e la carenza di parcheggi a supporto dei servizi pubblici (nuova piastra sanitaria o “Casa della Salute” del Levante, che dir si voglia, e centro servizi) – facciamo il punto della situazione analizzando nel dettaglio quali interventi, e relativi costi a carico della collettività, sono necessari affinché il complesso di Quarto possa trasformarsi in luogo idoneo per la fruizione delle future attività.

    Scorrendo gli atti ufficiali dell’azienda sanitaria scopriamo così che la spesa stimata per ristrutturare l’area supera i 9 milioni e 600 mila euro, dei quali 8 milioni saranno reperibili tramite l’accensione di un mutuo. In allegato alla Delibera n. 115 del 27 febbraio 2014 (Manovra patrimoniale di cui alla L.R. n. 22/2010, provvedimenti necessari all’attuazione dell’accordo di programma di cui alla deliberazione 673/2013), l’Asl 3 ha predisposto un aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione dell’ex OP di Quarto” che prevede “un costo complessivo per l’adeguamento delle sedi Asl 3 interessate dalla ricollocazione delle funzioni pari ad euro 9.610.000.00, di cui 7.550.000.00 per la sola sede di via Maggio 6 (ex OP Quarto)”.
    Parziale copertura potrebbe essere garantita dalla valorizzazione tramite vendita dell’immobile di via Bainsizza 42 (attuale polo sanitario del Levante), come previsto dal sopracitato accordo di programma. Tuttavia, il documento sottolinea “nelle more dell’avvio delle procedure di valorizzazione dell’immobile sito in via Bainsizza 42, ed al fine di poter dare corso immediato agli interventi necessari, si rende opportuno prevedere l’accensione di un mutuo per l’importo residuo pari ad almeno euro 8.000.000”.
    Scelta confermata nella Delibera n. 207 del 10 aprile 2014, con la quale si avanza la richiesta formale di autorizzazione a contrarre un mutuo decennale per complessivi 13 milioni e 950 mila euro (con rate annuali di 1.650.000) finalizzato a realizzare: opere di ristrutturazione nell’area ex OP Quarto (8 milioni); nuovo Laboratorio di Patologia Clinica dell’Asl 3 presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo (3 milioni e 850 mila euro); ristrutturazione e adeguamento funzionale del Centro Grandi Ustionati dell’Ospedale Villa Scassi (2 milioni).

    La riorganizzazione di Quarto e lo spostamento di alcune funzioni in altre sedi

    Manicomio di QuartoL’aggiornamento del “piano di rifunzionalizzazione” contempla l’utilizzo delle seguenti strutture di proprietà dell’Asl 3, ottimizzando l’occupazione degli spazi in base alle funzioni svolte all’interno di ciascuna di esse: ex OP di Quarto; ex Ospedale Celesia, padiglione a valle; palazzina via Maggio 3 c/o sede Provincia; viale Bracelli 237R – 243R; viale Frugoni; ex Ospedale di Recco. Inoltre è in fase di trattativa la possibilità di locazione da altri enti pubblici, o scambio di proprietà con altri enti pubblici, di spazi da destinarsi a SC Formazione e SC Psal Levante (per entrambe le strutture complesse l’azienda sta valutando l’ipotesi di spazi esistenti all’interno del Celesia).

    Come spiega il documento dell’Asl 3, presso l’ex OP di Quartosarà trasferita tutta l’attività sanitaria svolta presso la sede di via Bainsizza, realizzando la cosiddetta “Casa della Salute” e potenziandola, tra l’altro, con attività di distribuzione diretta dei farmaci”. Si prevede poi di “Mantenere il Centro Disturbi Alimentari; mantenere tutte le funzioni degenziali legate ai pazienti psichiatrici, accorpando le attuali due strutture in un unica sede e realizzando in essa livelli differenziati di assistenza; mantenere presso l’attuale sistemazione la parte residenziale e semiresidenziale dei disabili gravi; mantenere il Centro di Educazione Motoria; ampliare la sede del Sert; mantenere la Direzione del Distretto di Levante, la Direzione del Dipartimento delle Cure Primarie e delle Attività Distrettuali e l’attività delle SC Cure Primarie”. Inoltre verranno realizzati ex novo “tutti gli impianti di alimentazione elettrica e termica. Gli impianti attualmente in uso, infatti, sono collocati in spazi oggetto di cartolarizzazione”.
    Infine, si evidenzia che “dovrà essere affrontato all’interno del PUO (progetto unitario operativo che l’accordo di programma prevede a carico di Arte) il nodo dell’accessibilità e dei parcheggi per la struttura. L’accessibilità attuale è garantita attraverso proprietà private (aree Fintecna), così come le aree individuabili, in oggi, come parcheggio da destinarsi alla struttura sanitaria, insistono anch’esse su proprietà di Fintecna”. Un recente incontro, promosso dall’assessore all’Urbanistica e Vicesindaco di Genova, Stefano Bernini, ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico tra Asl 3, Fintecna e Arte per affrontare in maniera congiunta tale problematica.

    Nell’attigua sede di via Maggio 3, invece, saranno trasferite “la Direzione del Dipartimento di Salute Mentale, ristrutturando inoltre il Centro Salute Mentale lì già operante ma in locali fatiscenti, l’attività dell’Assistenza Domiciliare Integrata e della Guardia Medica”.

    Il programma triennale delle opere pubbliche 2014 – 2016, approvato dall’Asl 3 con Delibera n. 230 del 15 aprile, specifica nel dettaglio i costi. In particolare, per via Maggio 3: “ristrutturazione Centro Salute Mentale, nuova sede Dipartimento Salute Mentale e nuovi locali Guardia Medica e Assistenza Domiciliare Integrata (stima 535 mila euro, in progettazione)”; per l’ex OP Quarto: “nuova Casa della Salute (2 milioni e 400 mila euro, in progettazione), ampliamento Sert presso padiglione 24 (548 mila euro, in progettazione), nuova residenza psichiatrica il Camino presso padiglione 20 (1 milione e 40 mila euro, in progettazione), ristrutturazione padiglione di ingresso compreso restauro facciata (2 milioni e 100 mila, pianificato), nuova centrale termica e cabina MT e BT e sistemazione fondi, spogliatoi e camera mortuaria (1 milione e 600 mila, pianificato), nuova sede Centro Educazione Motoria (800 mila euro, pianificato), nuova sede Centro Disturbi Alimentari (300 mila, pianificato)”.

    Per quanto riguarda gli altri spostamenti: l’attività interdistrettuale di Medicina dello sport, attualmente svolta in via Bainsizza, sarà ubicata presso la sede di via Bracelli, la centrale di sterilizzazione destinata al territorio troverà posto all’interno dell’ex Ospedale di Recco, mentre gli uffici della SC Bilancio e Contabilità saranno ospitati in via Frugoni. Resta, infine, da trovare una nuova sede dove accentrare i magazzini economali aziendali. E si procederà ad esternalizzare i servizi di cucina (è in corso procedura di gara a tal fine, vedi la nostra inchiesta) e la gestione degli archivi (procedura di gara da avviare).

    Trasferimento malati Alzheimer

    manicomio-quarto-D3Il trasferimento che suscita maggiore preoccupazione è quello dei malati ancora oggi ospitati nel Centro Alzheimer dell’ex manicomio di Quarto, destinati a traslocare presso l’ex Ospedale Celesia di Rivarolo, in locali di nuova realizzazione recentemente ristrutturati. I famigliari dei pazienti, però, sono fortemente contrari ed hanno scritto una lettera aperta indirizzata al Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, al Sindaco di Genova, Marco Doria, al Direttore Generale dell’Asl 3, Corrado Bedogni.
    Nonostante le ripetute sollecitazioni e i colloqui rassicuranti avuti con il Direttore dell’Asl 3, Bedogni, resta la previsione dello spostamento al Celesia, unico trasferimento previsto di malati (gli altri restano al loro posto, comprese le Direzioni, il Centro Disturbi Alimentari, ecc.) – si legge nella missiva – Se così fosse, la situazione, già di per sè problematica, si aggraverebbe ulteriormente da molti punti di vista. Innanzitutto, i nostri malati sarebbero costretti ad instaurare nuovi rapporti con il personale di cura e di assistenza, perdendo il riferimento sicuro di relazioni consolidate e conquistate nel tempo, spesso con grande fatica. Ma vi sono anche altri fattori che sconsigliano vivamente di allontanare i pazienti da questo luogo ormai familiare, come il rapporto con gli altri malati Alzheimer, curato particolarmente dal personale, tenendo presente che, per qualcuno, il periodo di familiarità con l’ambiente, con gli operatori e con gli altri degenti, dura da diversi anni. Infine, e non certo per ultimo, la vicinanza con i familiari”.
    La lettera è stata scritta dopo l’incontro del 17 marzo scorso, quando l’Assessore Regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha prospettato la possibilità di inserire il settore dei malati di Alzheimer di Quarto sopra la collina di S. Martino, al Centro “Galliera” in via Minoretti, anziché al Celesia di Rivarolo. “Ma anche questa soluzione, per quanto preferibile rispetto al Celesia, non riduce la nostra preoccupazione per il necessario riadattamento da parte dei malati ad una nuova collocazione, a luoghi e persone sconosciute che causerebbero nuovo disorientamento – continuano i familiari – Il complesso di Quarto è sorto sulla spinta di una nuova cultura socio-sanitaria, di promozione della salute attraverso ambienti protetti e condizioni di vita che riproducono al massimo la quotidianità. Se Quarto è un modello di edilizia socio-sanitaria che giustamente viene conservato per le altre fasce deboli della popolazione, ancora di più dovrebbe essere messo al servizio delle persone con Alzheimer. E, quindi, perché dover spostare questi malati? Ma la città di Genova e la stessa Regione è possibile che non abbiano un riguardo per i pazienti, tra i più indifesi, come sono quelli afflitti dal morbo di Alzheimer? A chi si deve fare posto a Quarto? Si parla di costruire palazzi e box per gli inquilini, realizzare attrezzature sportive, trovare spazi per uffici, e quant’altro. E tutto questo passa davanti a malati così gravi!“.

    La risposta dell’assessore Montaldo non si è fatta attendere: «Nell’incontro del 17 marzo abbiamo spiegato ai famigliari che si tratta di un trasferimento di funzioni, non di persone. Le situazioni delle persone verranno esaminate caso per caso, individuando di volta in volta la soluzione migliore per i pazienti e per le famiglie. Finora non c’è nessuna decisione imminente. Sappiamo, però, che prima o poi il centro dovrà chiudere».

    Reazioni e commenti

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale d’opposizione (Lista Biasotti), da sempre attivo sul tema ex OP di Quarto, commenta così gli ultimi sviluppi della vicenda: «L’azione sinergica di diversi soggetti quali Municipio Levante, Comune di Genova, Coordinamento per Quarto, ha consentito di salvaguardare, almeno parzialmente, la funzione pubblica del complesso, ma allo stesso tempo rende inevitabile l’esecuzione di determinati interventi per adeguare gli spazi alle nuove funzioni».
    Secondo Pellerano «Nel corso del tempo la partita di Quarto è stata portata avanti senza una strategia precisa, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. Sulla parte ottocentesca dell’ex manicomio, probabilmente perché si ipotizzava la vendita totale, negli ultimi anni non è stata compiuta una manutenzione puntuale. Quindi, oggi è necessario spendere cifre significative per metterla a posto. Io personalmente assicuro il mio impegno nel vigilare affinchè le risorse vengano impiegate correttamente. In consiglio regionale chiederò l’esatta tempistica dei lavori, visto che i cittadini hanno il diritto di sapere quando sarà pronta la nuova Casa della Salute. Con il senno di poi, se da parte della Regione e dell’Azienda sanitaria ci fosse stata una progettazione più attenta, forse, il costo finale della riorganizzazione dei servizi sanitari a Quarto poteva essere più contenuto. Ma ormai dobbiamo pensare a limitare i danni, come per altro abbiamo fatto scongiurando la vendita totale dell’ex OP».

    Il sindacato autonomo Fials, fin da subito scettico in merito alla bontà dell’operazione Quarto, ha gioco facile nel domandarsi retoricamente: «Ma la vendita dell’ex OP non doveva servire a ripianare il disavanzo sanitario? Adesso, invece, sul bilancio regionale peserà un notevole esborso (mutuo di 8 milioni, più affitto di 1 milione all’anno che Asl 3 paga ad Arte per i locali già ceduti ma ancora utilizzati dall’azienda sanitaria). Dunque, come avevamo facilmente previsto, la vendita dell’area è stata funzionale esclusivamente a manovre di “bilancio”».

    «Sicuramente Quarto non è stata un’operazione lungimirante dal punto di vista economico – sottolinea Antonella Bombarda, segretaria della Cgil Funzione Pubblica LiguriaAllo stato attuale, però, non esistono alternative. Se davvero si vogliono mantenere in quell’area delle funzioni sanitarie, la ristrutturazione dei padiglioni storici di proprietà dell’Asl 3 è improcrastinabile».

    Matteo Quadrone

  • La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoSta circolando la notizia che la giunta regionale, in una parte di seduta non coperta dalla consueta diretta streaming, la scorsa settimana abbia dato il via libera al progetto per la realizzazione del nuovo ospedale Galliera seppure in maniera non ancora del tutto ufficiale. Il progetto, ridimensionato rispetto a una prima stesura che avrebbe richiesto 180 milioni di investimenti, prevede il mantenimento della funzione sanitaria per buona parte dell’attuale ospedale che verrà completato da una nuova struttura con un profondo radicamento nel sottosuolo. I posti letto saranno nell’ordine di grandezza di 400, anziché i 500 inizialmente previsti, ma dovrà essere liberata un’area di circa 20 mila metri quadrati da destinare a nuove funzioni abitative. Un passaggio imprescindibile per cofinanziare gli investimenti necessari.

    La situazione, naturalmente, è monitorata con grande attenzione anche dalle parti di Palazzo Tursi, ove iniziano a registrarsi le prime reazioni. Su tutte, quella di Lista Doria che, oltre alle questioni edilizie, vorrebbe porre l’attenzione su alcune urgenti problematiche di carattere sanitario. «In mancanza di un Piano Sanitario Regionale – sostiene la consigliera Clizia Nicolella, dirigente medico presso Villa Scassi – e stanti le attuali direttive nazionali che mirano al superamento dell’assistenza ospedaliera tramite l’articolazione di un sistema territoriale che preveda anche l’installazione di costruzioni dedicate alla salute (si veda ad esempio la piastra sanitaria in Valpolcevera, ndr), pensare a un intervento spot su un ospedale, senza un’analisi del bisogno del territorio, getta sull’opera quantomeno il dubbio che possa essere realizzata per interessi che esulano dalla salute pubblica».

    In parole più semplici, che servizi vorrebbe inserire il Galliera nel nuovo padiglione? «I soldi vanno investiti dove c’è bisogno – sostiene in maniera sensata ma anche un po’ lapalissiana Nicolella nel suo intervento sul sito di Lista Doria – e il Galliera deve specificare gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso un ingente investimento economico». Se le attività previste potessero essere svolte nella struttura esistente con adeguati interventi di ristrutturazione o se si trattasse di servizi già offerti ad esempio dall’IRCCS San Martino – è la sintesi di quanto sostenuto da Nicolella – il progetto di un nuovo ospedale non avrebbe senso e non dovrebbe essere finanziato.

    A proposito di finanziamenti, la cifra necessaria dovrebbe aggirarsi attorno ai 135 milioni di euro: 48 milioni dovranno provenire dalla già citata parziale vendita degli spazi attualmente occupati dall’ospedale; 53 milioni, invece, arriveranno da fondi nazionali e regionali, in funzione anche di un debito pregresso che via Fieschi ha contratto con l’ente ospedaliero; al Galliera, infine, toccherà accendere un mutuo trentennale per i restanti 34 milioni.

    Ma è sulla compartecipazione alle spese da parte delle Regione che a Tursi si storce il naso. Il timore, infatti, è che la cifra destinata a finanziare l’ente presieduto dall’arcivescovo Angelo Bagnasco venga sottratta dalle risorse per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ritenuto decisamente più urgente e strategico del Galliera bis.

    Le questioni aperte o, meglio, da aprire sembrano ancora molte e parecchio sostanziose. C’è, ad esempio, il capitolo che riguarda l’iter urbanistico di un progetto presentato nel 2009 e non sottoposto a procedura di valutazione ambientale, all’epoca non ancora introdotta dalla Regione Liguria. Ma siccome le pietre devono ancora essere posate, il nuovo Galliera è comunque soggetto a Vas? E ancora: verrà inserito nel nuovo Puc? Per questo motivo pare che gli stessi consiglieri di Lista Doria siano intenzionati a presentare un’interrogazione a risposta immediata al vicesindaco Bernini nella prossima seduta ordinaria di Consiglio comunale, prevista per martedì 29 aprile. Se ciò non bastasse è anche pronta la richiesta di un’interrogazione a risposta scritta sempre indirizzata al vicesindaco per mettere nero su bianco quali siano le competenze e le intenzioni dell’amministrazione genovese a riguardo. In ballo, infatti, c’è la necessità di una variante urbanistica che preveda il cambio di destinazione d’uso per i padiglioni del Galliera attualmente per servizi sanitari ma che diventerebbero a funzione abitativa. «Tale variante – dicono ancora i consiglieri di Lista Doria – è stata bocciata dal Tar e riabilitata dal Consiglio di stato: il Comune intende mantenerla o modificarla? La modifica a tale variante urbanistica deve passare in Consiglio comunale?».

    Insomma, come sempre accade con l’avvicinarsi delle elezioni (non solo europee ma anche quelle per il rinnovo di via Fieschi, previste il prossimo anno) le notizie sull’accelerazione di opere grandi, medie e piccole rimaste al palo per anni si moltiplicano tanto quanto i campi di confronto e scontro politico. Solo il tempo potrà dire quante delle molte parole che stanno iniziando a circolare si tramuteranno in fatti, cantieri e opere compiute.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    ponte-autostrada-valpolceveraPiastra, palazzo o casa della salute che sia, il Consiglio comunale ha espresso ieri la sua ferma volontà affinché il presidio sanitario della Valpolcevera possa diventare realtà il prima possibile. Ieri, infatti, è stata approvata una mozione che impegna sindaco e giunta a definire entro un mese un accordo con Asl 3 circa i servizi da allocare nei nuovi spazi che saranno finanziati dalla Regione. Dopo un lungo dibattito, il documento ha avuto il via libera con 32 voti favorevoli, nessun contrario e 7 astenuti (M5S e Udc) per questioni di metodo più che di merito e qualche rivendicazione politica.

    Come molti consiglieri di opposizione, e non solo, hanno avuto modo di sottolineare, sul progetto vige ancora molta incertezza. «Sarà un caso – ha detto Mauro Muscarà (M5S) – ma nel 2010 si era tagliato il nastro dell’ospedale di Pontedecimo, oggi con l’approssimarsi delle elezioni europee torniamo a parlare della piastra in Valpocevera e, magari, la posa della prima pietra avverrà in piena campagna elettorale per le regionali». A rincarare la dose il suo capogruppo, Paolo Putti: «Figuriamoci se posso essere contrario a un provvedimento che riguarda direttamente il miglioramento di un’area in cui vivo e in cui vivono le mie figlie, ma mi sembra che ci stiamo impegnando a fare cose che non sono di nostra competenza. Si parla già di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera a partire dal 2015 ma non sappiamo ancora che cosa vogliamo metterci, dove vogliamo farla, quanto ci costerà l’area, a fronte di quali oneri di urbanizzazione per realizzare che cosa e che tipo di bonifica sarà necessaria».

    Per lungo tempo si è parlato dell’area ex Mira Lanza come luogo destinato a ospitare il nuovo presidio sanitario ma gli eccessivi oneri di urbanizzazione che avrebbero previsto la concessione ai privati di circa 12/13 mila metri quadrati di terreno da sfruttare dal punto di vista commerciale sono stati ritenuti irricevibili per il territorio da parte del Municipio Valpolcevera. In mancanza di aree pubbliche da poter sfruttare, la scelta sembra allora essersi orientata su un’area di circa 3500 metri quadrati, sempre in zona Teglia, in via Fratelli Bronzetti, di proprietà Houghton ma attualmente dismessa e che comporterebbe oneri di urbanizzazione decisamente minori.

    «Si tratta di un’area ex industriale in cui veniva effettuato trattamento di olii esausti – ha spiegato il vicesindaco, Stefano Bernini – e che è proprietà attuale di una compagnia indiana che ha dismesso l’attività ed è interessata a nuove realizzazioni. Bisogna, dunque, capire se, fatti i lavori di bonifica a carico dei proprietari, sia possibile ritagliare una porzione da utilizzare, cambio oneri, per la realizzazione della nuova piastra sanitaria». Destinazione che sembrerebbe gradita anche ad Asl che, stando a quanto riportato dal vicesindaco, avrebbe espresso la propria preferenza per aree edificabili ex novo che consentano la realizzazione di economie di scala e maggiori libertà di movimento più difficilmente ottenibili rispetto a uno spazio già costruito e sottoposto a vincoli della Sovrintendenza com’è quello dell’ex Mira Lanza.

    La mozione approvata in Consiglio comunale

    La mozione di ieri, in ogni caso, ha soprattutto lo scopo di fissare alcuni paletti imprescindibili per un iter procedurale che non può più subire rallentamenti dal momento che la Regione deve fissare entro giugno gli investimenti in edilizia sanitaria da inserire nei fondi Fas 2014-2020. «Il documento – spiega la prima firmataria Cristina Lodi (Pd) – è frutto di un lavoro complesso portato avanti da Municipio, Comune e Regione e scandisce un tempo utile e necessario entro cui dovrà muoversi la Asl per non perdere i finanziamenti che la Regione stessa è disponibile a dare. Non si può più perdere tempo in Commissione, nel senso che i lavori preliminari rispetto alla piastra della salute in Valpolcevera erano già stati ampiamente affrontati in quella sede, anche dalla giunta precedente».

    Anche il sindaco Doria ha espresso il proprio sostegno alla mozione: «La giunta – ha detto il primo cittadino nel suo intervento in aula consiliare – è favorevole perché questo documento dà l’indicazione all’amministrazione di occuparsi attivamente, entro i propri limiti, alla soluzione dei problemi che riguardano la realizzazione della piastra sanitaria in Valpolcevera. Condivido l’indicazione politica che ne scaturisce di definire, in tempi utili, che cosa si debba fare».

    Ma chi è chiamato a decidere e a non perdere ulteriore tempo prezioso? «La programmazione deve essere congiunta tra le istituzioni e la Asl» spiega la consigliera Lodi, presidente della commissione Welfare. «La definizione dell’area spetta al Municipio e al Comune, tenendo presente quanto previsto dal Puc e senza dimenticare le necessità del contesto in cui la nuova realtà andrebbe inserita. La Asl, invece, deve entrare nel merito della progettazione della piastra decidendo cosa metterci e la Regione deve investire economicamente, dov’è possibile anche con un cofinanziamento comunale. Si tratta, dunque, di un sistema intricato ma la mozione di oggi ha proprio lo scopo di porre alcuni vincoli a un processo di programmazione che è alle porte».

    Una mozione appoggiata anche dall’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi: «Apprezzo la mozione perché tenta di far coincidere percorsi che per natura non hanno coincidenza. Lo sforzo è mettere insieme la riqualificazione di uno spazio cittadino come previsto dal Puc con l’utilizzo di fondi Fas della Regione ai fini del miglioramento delle strutture per l’assistenza socio-sanitaria dei cittadini».

    Accanto alla mozione sono anche stati votati all’unanimità due ordini il giorno. Il primo, presentato dal Movimento 5 Stelle, richiede un approfondimento in Commissione sulla scelta della nuova area e sulla tipologia degli oneri di urbanizzazione da concedere alla proprietà. Il secondo, proposto dalla Lista Doria, mira ad ampliare lo sguardo all’intero sistema socio-sanitario genovese per garantire il principio di equità di accesso alle cure. «Voglio sottolineare – ha detto il consigliere Pierclaudio Brasesco – che è necessario che il Comune consolidi l’interlocuzione con la Asl nell’ottica di una più efficace integrazione socio-sanitaria».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    Sanità pubblica, mancano 60.000 infermieri. Poche assunzioni, urge forza lavoro

    sanita.lavoratoriNelle strutture sanitarie italiane mancano sessantamila infermieri, un numero a dir poco eloquente che certifica la carenza di forza lavoro nel comparto, secondo l’allarme lanciato in questi giorni dalla Federazione dei collegi Ipasvi – l’organizzazione di rappresentanza – che per l’ennesima volta evidenzia un vuoto cronico del Paese, da colmare al più presto. D’altra parte anche i dati OCSE confermano la tendenza: “Nel 2011 l’Italia aveva 4.1 medici ogni 1000 abitanti mentre la media OCSE si attestava al 3.2. Tuttavia, il numero degli infermieri era in Italia molto inferiore alla media OCSE nel 2011 (6.3 per 1000 abitanti contro 8.7 negli altri paesi OCSE). Se ne evince un eccesso di medici e una mancanza di infermieri da cui risulta un’insufficiente allocazione delle risorse” (Fonte OECD Health Data 2013).
    «Siamo sotto la media europea ma il sistema sanitario pubblico da tempo non assume – afferma Annalisa Silvestro, presidente nazionale Ipasvi (infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) – Crescono i malati ma da anni c’è il blocco del turn over e dei contratti. Negli ospedali il lavoro aumenta, l’età media si alza e non c’è ricambio. Le alternative sono l’espatrio e la libera professione. Dobbiamo superare il blocco e dare una possibilità di ingresso ai più giovani».
    In questo senso è significativo il divario tra il potenziale fabbisogno (60 mila infermieri) e l’effettiva opportunità di formazione: in Italia, infatti, nell’anno accademico 2013-2014 sono attive 221 sedi di corso di laurea in infermieristica (che fanno capo a 42 Facoltà di Medicina) per un totale di 15.970 posti disponibili.

    Liguria e Genova: la situazione

    Ospedale San Martino, Genova

    Per quanto riguarda la Liguria «I dati dimostrano che a 12 mesi dal conseguimento della laurea l’80% dei laureati in infermieristica trova lavoro – spiega Carmelo Gagliano, presidente del Collegio Ipasvi della Provincia di Genova – Una prospettiva ancora consolidata nonostante il blocco delle assunzioni nelle strutture pubbliche in vigore ormai da 4 anni. Le opportunità di impiego, dunque, sono prevalentemente nel settore del privato convenzionato».
    In merito alla formazione, secondo il collegio, occorre non scendere al di sotto di una soglia pericolosa «Sennò un domani, nel momento auspicabile in cui anche nel pubblico si sbloccheranno le assunzioni, non avremo a disposizione sufficiente forza lavoro adeguatamente formata – sottolinea Gagliano – Insomma, noi sosteniamo che non si debbano ridurre i posti destinati alla formazione degli infermieri per non farsi trovare impreparati nel futuro».
    Purtroppo, però «In Liguria, dal 2008 ad oggi, in maniera graduale i posti nei corsi universitari sono diminuiti del 20% – continua Gagliano – Attualmente le università liguri formano circa 300 infermieri all’anno».

    Forza lavoro che viene assorbita sopratutto dal settore privato convenzionato, mente il pubblico agonizza a causa del blocco del turn over e dei contratti. Tuttavia, alcuni timidi segnali di ripresa delle assunzioni cominciano a manifestarsi, grazie alle deroghe concesse dalla Regione Liguria ad Asl 3 genovese e IRCCS San Martino che prossimamente potranno assumere qualche decina di infermieri professionali a tempo indeterminato, attingendo il personale dalla graduatoria della Asl 2 savonese stilata dopo il concorso del 12 settembre 2013.
    Il rovescio della medaglia è rappresentato da un’altra recente notizia, apparsa sull’edizione locale de “La Repubblica” (07-03-2014), ossia l’offerta di lavoro per 6 infermieri professionali con partita Iva da utilizzare per 2 mesi nell’Unità di crisi aperta presso l’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena (presidio dell’Asl 3) in risposta all’emergenza influenza.
    L’escamotage della partita Iva, novità assoluta nella sanità pubblica, è un modo per aggirare lo scoglio del blocco delle assunzioni. Ma come riferisce Repubblica (11-03-2014) “…Tre infermieri professionali hanno detto no all’offerta di svolgere il servizio con partita Iva all’ospedale di Sampierdarena…”.

    Il sindacato autonomo Fials dà un giudizio tranchant dell’ipotesi “infermieri a partita Iva” «Precariato che si aggiunge ad altro precariato senza dare risposte alle esigenze reali – spiega il segretario Mario Iannuzzi – Vorrei ricordare che le carenze di organico in tutte le strutture dell’Asl 3 (ospedali Villa Scassi di Sampierdarena, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Gallino di Pontedecimo, la Colletta di Arenzano, oltre ai servizi territoriali) superano le 100 unità. Dal 2012 ad oggi, tra pensionamenti, mobilità e licenziamenti, dai 35 ai 45 infermieri sono cessati dal servizio».
    La Liguria, così come le altre regioni, si confronta con il blocco del turn over vigente in tutti gli enti pubblici «Per cui ogni cinque dipendenti che escono se ne può assumere soltanto uno – spiega Francesco Rossello della segreteria Cgil Liguria – Nel campo degli infermieri ci lascia parecchio perplessi l’offerta di assunzioni con partita Iva. Non capiamo perché si debba utilizzare proprio questa formula (mentre al Gaslini, ad esempio, si utilizzano diversi infermieri interinali) che crea disparità contrattuali tra lavoratori con le stesse professionalità che operano nei medesimi reparti. È evidente che così facendo tutti i lavoratori diventano potenzialmente sfruttabili. L’Asl 3 prova ad aggirare il problema del blocco delle assunzioni ma avvia una tendenza pericolosa che non vorremmo conducesse a liberalizzare il mercato del lavoro in un settore delicato come la sanità pubblica».

    La carenza di personale si accusa in tutte le strutture, ospedaliere e territoriali «Mancano infermieri ma anche Oss (operatori socio sanitari), determinanti in molti reparti di medicina e nelle Rsa – aggiunge Antonella Bombarda, segretario Cgil Funzione Pubblica – Da tempo chiediamo che vengano sbloccate le assunzioni. L’età media degli infermieri è di circa 55 anni. Ricordo che parliamo di persone che svolgono un lavoro usurante. Oggi una parte di infermieri dovrebbe essere esonerata, per motivi di salute comprovati dal medico competente, dallo svolgimento di alcune mansioni, mentre altre attività potrebbero essere svolte soltanto con la presenza di un collega in appoggio. Questo in pura teoria perché nella pratica anche i lavoratori parzialmente esonerati eseguono tutti i compiti loro assegnati». Secondo Bombarda «Gli infermieri devono essere assunti a tempo indeterminato, la partita Iva è una semplice scorciatoia che non risolve il problema. Noi abbiamo fatto delle proposte per riorganizzare la sanità pubblica a 360 gradi. In particolare mi riferisco all’accordo raggiunto con la Regione nel dicembre scorso, poi trasformatosi in delibera regionale».

    Si tratta della delibera di Giunta regionale n. 1717 del 27/12/2013 “Riordino delle attività distrettuali e delle cure primarie. Direttive vincolanti per le Aziende Sanitarie Locali ai sensi dell’art. 8 della l.r. 41/2006”. «Per decongestionare gli ospedali bisogna innanzitutto trasferire il più possibile l’assistenza a livello territoriale – conclude Bombarda – La carenza di forza lavoro, ad esempio di infermieri, è una criticità che va affrontata all’interno di tale contesto. Occorre una risposta puntuale tramite l’organizzazione di una rete di servizi territoriali, sempre aperti ai cittadini, che svolgano il ruolo di filtro chiamando in causa e integrando le professionalità di medici e tecnici. In caso contrario continueremo a scontare la mancanza di operatori negli ospedali e negli altri servizi sanitari pubblici».

    Libera professione delle categorie sanitarie non mediche: in discussione la nuova legge regionale

    sanita-mediciIl 10 marzo scorso, mentre in Italia così come a Genova si discuteva della mancanza di infermieri, la Commissione Salute e Sicurezza sociale del Consiglio regionale ligure, presieduta dal consigliere Valter Ferrando (Pd), ha approvato a larghissima maggioranza (contrario Alessandro Benzi di Sel con Vendola) il testo unico – frutto dell’unificazione di due proposte di legge, una presentata da Ezio Chiesa (Gruppo misto-Liguria Viva), l’altra dallo stesso Ferrando e altri consiglieri di maggioranza – che riorganizza l’attività libero professionale delle categorie sanitarie non mediche.
    Il provvedimento, che riguarda circa 20 mila operatori del settore sanitario in Liguria (infermieri professionali, ostetriche, tecnici sanitari che operano in laboratori di analisi e servizi di radiologia, tecnici di riabilitazione e prevenzione) “...tende a garantire una maggiore continuità assistenziale e favorisce uno sviluppo integrato delle professionalità – si legge nel comunicato stampa della Regione Liguria – Il testo unificato, che verrà iscritto all’ordine del giorno di una delle prossime sedute del Consiglio regionale, autorizza il personale sanitario non medico a svolgere attività libero professionale singolarmente: attualmente tale attività può essere svolta solo in equipe a supporto del medico. Questa modifica consente, quindi, di assicurare continuità assistenziale fra ospedale, territorio e domicilio. L’attività libero professionale potrà essere esercitata nella stessa azienda sanitaria in cui il professionista presta la propria opera oppure in regime di intramoenia allargata e dovrà essere regolamentata e autorizzata dall’azienda stessa”.
    «Una volta approvata dal Consiglio regionale – dichiara il presidente della Commissione Valter Ferrando – questa legge consentirà al paziente, sia in ospedale che a domicilio, un’assistenza più snella, efficace e, contemporaneamente, fornita da personale altamente qualificato che già opera nella struttura pubblica».

    Il presidente del collegio Ipasvi di Ganova, Carmelo Calcagno, saluta positivamente la novità «La proposta normativa sulla libera professione intramoenia mette al centro il paziente per garantire continuità di cure, rafforzando così la vocazione pubblica del servizio sanitario. Ovviamente questa non è una risposta alla carenza di personale, anche infermieristico, nelle strutture pubbliche. Piuttosto si tratta di consentire ai singoli infermieri (e altri operatori del settore sanitario) la possibilità di mettersi al servizio dei cittadini. In pratica il dipendente della sanità pubblica sarà autorizzato ad eseguire, al di fuori dell’orario di servizio, una prestazione richiesta dal paziente che la pagherà di tasca sua. La Liguria in tal senso potrebbe diventare una regione all’avanguardia».

    Dal punto di vista sindacale, invece, la Cgil manifesta dei dubbi sulla proposta di legge: “La complessità della materia trattata richiederebbe un confronto ben più approfondito di una sola audizione consiliare – scrive la Cgil nella memoria per la Commissione – i vincoli legislativi e contrattuali non sono risolvibili unicamente a livello di ogni singola Regione ma, se si vuol condividere una proficua soluzione, la sede più idonea si configurerebbe nell’organismo della Conferenza Unificata Stato-Regioni”.
    Secondo il sindacato, infatti “…il rapporto di lavoro del personale laureato delle professioni sanitarie appartenenti all’area del comparto (infermieri, personale tecnico-sanitario e della riabilitazione), ad oggi, è vincolato dall’esclusività del rapporto di lavoro, ed in ragione di ciò non può svolgere altre attività professionali aggiuntive se non trasformando il proprio rapporto di lavoro da full-time ad un rapporto di lavoro part-time non superiore al 50%, con specifica autorizzazione dell’ente da cui dipende, che attesti l’assenza di incompatibilità con il lavoro istituzionale svolto”.
    La Cgil ritiene che la libera professione sia solo una scorciatoia “Si deve, invece, procedere al rinnovo dei contratti nelle loro parti economiche e normative, e si devono sbloccare le assunzioni, prioritariamente per il personale addetto all’assistenza”.

    Peraltro i lavoratori “Già oggi si sobbarcano quote significative di lavoro straordinario oltre al normale orario di lavoro – sottolinea infine la Cgil – se a questo si dovessero sommare ulteriori ore per adempiere alla libera professione, si giungerebbe ad un orario di lavoro ben superiore a quello consentito dalle normative europee”.

    Matteo Quadrone

  • Sanità e appalti: servizio ristorazione strutture ospedaliere, in ballo 114 mln

    Sanità e appalti: servizio ristorazione strutture ospedaliere, in ballo 114 mln

    Palazzo della RegioneQuattro lotti per un maxi appalto da 114 milioni di euro complessivi e un contratto da 9 anni destinato a cambiare definitivamente le modalità di gestione del servizio di ristorazione per pazienti ricoverati in strutture ospedaliere e territoriali (residenziali/semi-residenziali) di buona parte della Liguria e per le mense interne dei dipendenti, tramite l’affidamento a soggetti esterni privati. Il bando di gara, di cui si parla da almeno 2 anni, è stato predisposto – su impulso della Regione – dalla Centrale Regionale di Acquisto (organo costituito in seno all’Agenzia Regionale Sanitaria con la mission di gestire in maniera efficace gli approvvigionamenti del Servizio Sanitario regionale mediante lo sviluppo di processi centralizzati e standardizzati e il raggiungimento di sinergie ed economie di scala) ma la data di scadenza per la presentazione delle domande «È stata prorogata al 12 marzo – spiega il direttore di area della Centrale Regionale di Acquisto, Giorgio Sacco – anche perché alcune possibili aziende partecipanti, ancora in questi giorni, hanno chiesto informazioni per poter eseguire dei sopralluoghi. Si tratta di un appalto complesso e significativo dal punto di vista economico, per questo motivo ci stiamo muovendo nell’ottica di garantire massima trasparenza in un contesto di aperta concorrenzialità. Le posso dire che sono diverse le società che hanno manifestato interesse e visitato i siti. Il fatto che alcune di esse siano tuttora in fase di sopralluogo, però, deve esser tenuto in debita considerazione». Seppur implicitamente il direttore Sacco ammette che i tempi potrebbero allungarsi e non sarebbe dunque da escludersi un’ulteriore proroga «Comunque noi puntiamo a veder avviato il servizio in affidamento esterno entro gennaio 2015». Tempo ragionevole considerando gli assai probabili ritardi legati a ricorsi e controversie giudiziarie, spesso immancabili in gare di questo tipo.

    Claudio Montaldo, assessore regionale alla Sanità, senza sbilanciarsi più di tanto, aggiunge «Proprio di recente abbiamo incontrato i sindacati e le associazioni di categoria delle imprese. Stiamo valutando come procedere e per il momento non posso dirle molto di più. È sicuramente una gara importante che dunque richiede la massima attenzione. L’appalto unificato persegue l’indirizzo generale previsto per questi servizi che già oggi, in gran parte non sono più gestiti dal settore pubblico. Da un lato c’è legittima preoccupazione per la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali. Dall’altro occorre garantire che il servizio sia reso in condizioni ottimali, soprattutto in merito alla qualità. In questo senso, per quanto riguarda il Lotto 1 (che riguarda l’area metropolitana genovese, ovvero Asl 3, Ente Ospedaliero Galliera, Ospedale Evangelico Internazionale sede di Castelletto e di Voltri, ndr) riteniamo che il nuovo centro cottura esterno (la cui realizzazione sarà a carico della ditta vincitrice, ndr) non dovrà essere molto distante dai luoghi di consumo dei pasti onde evitare le problematiche legate alla distribuzione del cibo. Sono aspetti che stiamo verificando puntualmente per decidere se adottare eventuali accorgimenti».

    Il maxi appalto: i 4 Lotti

    sanita-ospedaleIl Lotto n. 1 area metropolitana genovese riguarda la fornitura dei pasti/giornate alimentari (parametro principale sul quale si forma la base d’asta, come vedremo in seguito) per l’E.O. Galliera, per l’O. Evangelico Internazionale e per l’Asl 3 Genovese (presidi ospedalieri, R.S.A. e strutture territoriali). L’impresa offerente dovrà: adeguare i locali mensa del Galliera, con annesso centro cottura, messi a disposizione dall’ente per la preparazione dei pasti per i dipendenti, mentre relativamente alla fornitura dei pasti per i degenti “…potrà optare per ristrutturare con la necessaria messa a norma dei locali cucina messi a disposizione, o veicolare i pasti da uno o più centro cottura esterno”, si legge nel Capitolato tecnico Sezione A (reperibile sul sito web della Centrale Regionale di Acquisto); veicolare i pasti da un centro cottura esterno per degenti e dipendenti dell’Ospedale Evangelico (sede di Voltri e sede di Castelletto), oltre ad effettuare la ristrutturazione\messa a norma dei locali mensa dei due presidi; preparare i pasti da veicolare da un centro cottura esterno (le ditte offerenti potranno prevedere anche più centri cottura in base alla loro organizzazione) alle strutture Asl 3, e ristrutturare i locali mensa dell’Ospedale Villa Scassi di Sampierdarena con annessa linea self service.
    Per quanto concerne la predisposizione del centro cottura “…la ditta aggiudicataria potrà utilizzare le apparecchiature presenti nei centri cottura dei due Presidi Ospedalieri e quelle presenti nei centri cottura del O. Evangelico Internazionale di Voltri e della struttura di via G. Maggio 6 Ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, ed attualmente di proprietà della Asl 3 – continua il capitolato – Tali apparecchiature saranno cedute alla ditta stessa. Nel caso in cui la ditta offerente ritenesse opportuno approntare i pasti per i degenti dell’ E.O. Galliera da un centro cottura esterno, questo potrà essere unico con quello previsto per l’Asl 3 e per l’O. Evangelico Internazionale. Ovviamente in questo caso la ditta potrà utilizzare tutte le apparecchiature presenti sia nei centri cottura del E.O. Galliera e della Asl 3 Genovese”.
    Le giornate alimentari/anno stimate per l’Asl 3 (ospedali Gallino di Pontedecimo, Padre Antero Micone di Sestri Ponente, Villa Scassi di Sampierdarena, La Colletta di Arenzano e strutture territoriali quali R.S.A., residenziali e semi-residenziali, ecc.) sono 339.049; ospedale Evangelico: 39.550; Galliera: 137.898. Il totale del Lotto 1 supera le 500 mila giornate alimentari annue, a cui si aggiungono circa 140 mila pasti/anno per le mense aziendali e 25 mila per i centri diurni Asl 3.

    Lotto n. 2 Asl 1 Imperiese: la ditta aggiudicataria, previa sistemazione e messa a norma dei tre locali cucina già esistenti presso la sede Asl di Bussana (frazione di Sanremo), ospedale di Imperia e ospedale di Bordighera, dovrà organizzare il servizio di ristorazione prevedendo il mantenimento del punto cottura per la mensa ospedale di Sanremo.
    Lotto n. 3 Asl 4 Chiavarese: la ditta vincitrice dovrà procedere alla predisposizione di un centro cottura esterno per preparazione/veicolazione pasti e si occuperà della consegna presso stabilimenti ospedalieri e strutture territoriali Chiavari Lavagna, Rapallo, Sestri Levante.

    Il Lotto n. 4 riguarda esclusivamente l’Irccs Gaslini: la ditta vincitrice dovrà procedere: alla predisposizione di un centro cottura interno mediante la ristrutturazione con conseguente messa a norma dei locali cucina attualmente in uso e messi a disposizione dall’IRCCS Gaslini; alla concessione degli spazi per la predisposizione\allestimento (comprensivi di arredi e attrezzature) e gestione di due punti bar ristoro (la società aggiudicataria dovrà farsi carico di tutte le autorizzazioni e licenze); alla predisposizione di un nuovo spazio mensa con organizzazione ad isole comprendente tutte le attrezzature\arredi. La stima totale dei costi – comprendente opere edili, opere impiantistiche, oneri per la progettazione e oneri di sicurezza – è pari a 1 milione e 500 mila euro.
    Le giornate alimentari/annue stimate sono 110 mila; per i dipendenti, invece, sono stimati circa 118 mila pasti e circa 40 mila sono i pasti per terzi (familiari degenti, ecc.).

    All’articolo 2 il capitolato precisa “La durata dell’appalto è fissata in nove anni, decorrenti dalla data di stipula del contratto”.
    L’importo complessivo a base dell’appalto è stimato in presunti: Lotto n° 1: € 57.182.805,18; Lotto n° 2 € 22.802.940,90; Lotto n° 3 € 13.965.768,00; Lotto n° 4 € 20.387.821,50 – sempre con I.V.A. Esclusa – a cui si deve aggiungere, solo per il Lotto n° 4, l’importo relativo alla concessione (€ 2.709.000,50). Per un totale di € 114.339.335,58.

    Asl 3: l’azienda propone di unificare gli attuali 2 centri cottura nell’unico polo di Quarto

    Manicomio di QuartoOggi l’Azienda sanitaria locale genovese (Asl 3) può contare sul centro cottura dell’Ospedale Evangelico di Voltri che serve il Ponente, quindi le sedi di Voltri e Castelletto, il Padre Antero Micone di Sestri Ponente, il Gallino di Pontedecimo, oltre a diverse R.S.A., e sul centro cottura di Quarto (nell’ex ospedale psichiatrico) che serve praticamente tutto il Levante.
    Ma come racconta Antonella Bombarda, segretario della Cgil-Funzione pubblica «Il 19 febbraio scorso, in sede di trattativa, l’amministrazione dell’Asl 3 ha proposto un progetto di unificazione degli attuali 2 centri cottura nell’unico polo di Quarto. Noi non siamo d’accordo. Anche perché occorre un investimento in termini di acquisto dei macchinari e di riorganizzazione delle strutture per poter produrre e fornire un maggior numero di pasti».
    In effetti – proprio nel momento in cui si appresta a partire il maxi appalto cucine – investire in un simile progetto appare un’operazione antieconomica. «È pur vero che il centro cottura di Voltri presenta delle difficoltà a livello di forza lavoro, infatti, già adesso è necessario fare ricorso a personale interinale (4-5 persone) per garantire il servizio – riconosce Bombarda, Cgil-Fp – Però, secondo noi, sarebbe più opportuno andare avanti con entrambi i centri cottura, in attesa di vedere gli sviluppi della gara. Tra l’altro, l’Asl 3 afferma che il trasferimento dei lavoratori da Voltri a Quarto avverrà su base volontaria. A breve ci confronteremo con i lavoratori. Ma nel caso dovesse emergere la loro contrarietà, che cosa potrà succedere? C’è il rischio concreto che l’azienda decida di affidare a soggetti esterni, magari in anticipo rispetto ai tempi dell’appalto, la singola gestione del centro cottura di Voltri»
    «L’unificazione, dal punto di vista del risparmio delle risorse, sarebbe una scelta condivisibile – sottolinea Mario Iannuzzi, segretario genovese del sindacato autonomo Fials – Ma non bisogna dimenticare che le cucine di Quarto sono ubicate all’interno dell’area già venduta dell’ex ospedale psichiatrico».
    «Il problema è esclusivamente la mancanza di personale – aggiunge Emilio De Luca, delegato rsu Asl 3 della Uil Funzione Pubblica – Il progetto di unificazione dei centri cottura nell’unica sede di Quarto prevede anche l’acquisto di nuovi macchinari. Nel capitolato di gara, però, è scritto a chiare lettere che l’impresa vincitrice diventerà proprietaria delle apparecchiature». Ogni nuova acquisizione, dunque, diventerà una sorta di regalo ai privati futuri gestori.

    Tutti i dubbi sul maxi appalto

    SanitàLa tendenza prevalente, in atto ormai da anni sul territorio genovese, è quella di appaltare all’esterno la gestione di centri cottura e mense di presidi ospedalieri e strutture sanitarie, come confermano i casi degli ospedali San Martino, Galliera e, per quanto riguarda l’Asl 3, Villa Scassi (il primo ad agire in questo senso, una decina d’anni fa). «Oggi gli unici ospedali che conservano le cucine a gestione diretta sono il Gaslini e l’Evangelico di Voltri – spiega Mario Iannuzzi del sindacato autonomo Fials – Adesso, con la gara voluta fortemente dalla Regione Liguria, si completerà il quadro dell’affidamento del servizio di ristorazione ad imprese private. Noi siamo fermamente contrari perché riteniamo che il costo finale sarà più alto rispetto a quello odierno». Secondo Iannuzzi «Non c’è stata alcuna trattativa. L’amministrazione regionale ha deciso per conto suo».
    Considerati i consueti tempi lunghi di gara «Sarà necessario perlomeno un anno prima di conoscere i nuovi soggetti gestori – continua il rappresentante Fials – Nel frattempo saranno smantellate tutte le cucine esistenti nei presidi sanitari. Così facendo, però, non avremo più un metro di paragone tramite il quale valutare i costi/benefici di tale scelta. La novità del maxi appalto è rappresentata dal fatto che il soggetto vincitore dovrà realizzare un nuovo centro cottura, con ogni probabilità esterno. Fino ad ora, invece, Galliera, San Martino e Villa Scassi, pur affidando il servizio a ditte esterne, hanno continuato ad utilizzare i centri cottura interni. Un domani, senza più impianti pubblici, saremo in balia dei privati che avranno totale campo libero. Il primo anno, magari, si potrà ottenere anche un prezzo favorevole, ma in seguito è evidente che il prezzo lo stabiliranno univocamente i soggetti gestori».
    Per quanto riguarda le ripercussioni sui lavoratori «Nell’Asl 3 saranno coinvolti circa 40 lavoratori, fortunatamente tutti ricollocabili con procedure interne a patto che siano approntati adeguati percorsi di formazione, oltre ad una trentina dell’Ospedale Gaslini», sottolinea il segretario Fials.
    «La Regione avrebbe dovuto investire per mantenere il servizio di ristorazione all’interno del perimetro pubblico, raggiungendo sul lungo periodo un risparmio di costi – racconta Iannuzzi – L’affidamento ai privati, invece, tra non molto tempo farà emergere un aumento di spesa».
    Tuttavia, oltre alla carenza di risorse per effettuare un ipotetico investimento iniziale, esiste pure il problema legato al blocco delle assunzioni «La Regione ovviamente afferma “preferiamo assumere infermieri piuttosto che cuochi” – chiosa Iannuzzi – ma a dire il vero, anche in questo campo, eventuali assunzioni avvengono con il contagocce».

    Francesco Rossello, membro della segreteria regionale Cgil Liguria, ha seguito da vicino la questione dell’appalto «La nostra richiesta, in sintonia con le associazioni di categoria delle aziende, è quella di rivedere i contenuti dei capitolati di gara e possibilmente prorogare il termine ultimo di presentazione delle domande (previsto per il prossimo 12 marzo). Ma la Regione ci ha fatto intendere di non essere d’accordo e pare voler andare avanti per la sua strada».
    Leggendo i capitolati, secondo Rossello, emergono alcuni punti critici. Innanzitutto «La base d’asta per giornata alimentare (10,50 euro) è molto simile in almeno 3 lotti (numeri 1-2-3, che riguardano rispettivamente Asl 3 Genovese, Asl 1 Imperiese e Asl 4 Chiavarese). Ci chiediamo come sia possibile, viste le diverse caratteristiche di ogni territorio, anche a livello di organizzazione delle singole aziende sanitarie locali».
    Inoltre – dato che la giornata alimentare in linea di massima oggi costa di più rispetto alle basi d’asta previste – la Cgil si domanda «Su quali leve agirà il privato per contenere i costi?» L’esempio dell’Istituto Gaslini, in tal senso, è illuminante. Attualmente, infatti, la giornata alimentare costa circa 16, 50 euro. La base d’asta per giornata alimentare del Lotto n. 4, invece, è stimata in circa 11,10 euro.
    «Il rischio, insomma, è che i privati agiscano sul costo del lavoro – sottolinea Rossello – Non tanto in termini di riduzione sostanziale della forza lavoro, ma piuttosto attraverso la definizione di condizioni contrattuali non consone al contesto».
    «Oggi al Gaslini lavorano circa 50 persone (tra i quali 17 con contratti interinali) – conclude il rappresentante sindacale – In tal senso abbiamo chiesto che l’azienda vincitrice garantisca la salvaguardia occupazionale sia per i dipendenti, che dovranno essere riqualificati, sia per gli interinali. E lo stesso vale per i lavoratori dell’Asl 3 coinvolti dal Lotto n. 1. Ma bisogna capire con quanto personale, a livello numerico, i privati futuri gestori, decideranno di effettuare il servizio di ristorazione».

    Matteo Quadrone

  • Sanità, residenze sanitarie assistenziali (RSA) in mano ai privati: denuncia del sindacato

    Sanità, residenze sanitarie assistenziali (RSA) in mano ai privati: denuncia del sindacato

    sanita-corsia-ospedaleL’imminente chiusura della RSA “psicogeriatrica” di Rossiglione, finora gestita direttamente dall’Azienda sanitaria locale genovese (Asl 3), scatena la reazione del sindacato autonomo Fials che già in passato aveva denunciato l’esistenza di un piano, concordato tra Regione Liguria e Direzione Asl 3, per chiudere e privatizzare tutte le RSA (residenze sanitarie assistenziali) sia geriatriche che psicogeriatriche (qui la nostra inchiesta).
    Secondo la Fials le argomentazioni dell’azienda sono inaccettabili «La chiusura con successivo appalto ai privati che riaprirebbero Rossiglione con le stesse funzioni attualmente gestite dalla Asl 3 sarebbe giustificata unicamente dal “blocco delle assunzioni”. Per non assumere una manciata di lavoratori si chiude, si esternalizza, si privatizza. E probabilmente, nel prossimo futuro, si andrà incontro anche ad un aumento complessivo dei costi di gestione, visto che le esternalizzazioni e le convenzioni non sono certo gratuite».

    «La Regione Liguria e la Direzione Asl 3 porgono il fianco ad una operazione che fa gola ai privati per ragioni di mercato e di profitto in un settore dove la presenza privata è già preponderante – spiega il segretario Fials Genova, Mario Iannuzzi – Una scelta chiaramente esplicitata non solo con la vicenda di Rossiglione, ma anche nelle delibere della Asl 3».
    Il sindacato Fials cita per tutte la delibera n. 794 del 23.12.2013 – bilancio di previsione 2014 – pag. 54/55 – Relazione del Direttore Generale, dove si legge chiaramente: “ … l’attivazione al 2° piano del padiglione anteriore dell’ex Ospedale Celesia (RSA Geriatrica) […], sarà orientata alla concessione della gestione ad un soggetto concessionario. Tale azione di esternalizzazione consentirà l’utilizzo della nuova struttura con costi più contenuti rispetto alla gestione diretta (costi di cui nella delibera non c’è traccia, sottolinea la Fials). La concessione potrebbe anche comprendere la gestione della RSA di mantenimento Celesia attualmente a gestione diretta ASL 3 dotata di 25 pl e situata al piano superiore. […] Anche l’attivazione di una RSA di mantenimento di 20 pl presso l’ospedale di Busalla deve essere vista in un’ottica di esternalizzazione della gestione affidata ad un Concessionario attraverso l’espletamento di una gara …”.

    Ma a rischio sarebbero tutte le RSA attualmente gestite dall’Asl 3 (le uniche a gestione pubblica) «RSA Quarto, dove i progetti di ristrutturazione dell’area prevedono il ridimensionamento dei posti letto attualmente destinati a RSA psicogeriatriche – continua Iannuzzi – RSA Pastorino di Bolzaneto, dove si rincorrono le voci di una cessione che fa gola a molti, e RSA Campo Ligure in forse un giorno si e l’altro anche».
    Per il sindacato autonomo si tratta di scelte inaccettabili «Scelte che cadono nel silenzio generale sia delle istituzioni locali che di altre sigle sindacali (vedi CGIL-CISL-UIL), le cui politiche si confermano come uno sfacciato fiancheggiamento alle scelte di privatizzazione della Regione Liguria – conclude il segretario Fials Iannuzzi – Lo stesso silenzio di chi finge di non sapere cosa sta accadendo con lo scandaloso appalto delle cucine e con la mancanza totale di investimenti in risorse nei distretti territoriali e nel necessario potenziamento dell’assistenza domiciliare, oggi in forte sofferenza».

    Matteo Quadrone

  • Elisoccorso, sarà ancora servizio pubblico: siglato accordo sino al 2018

    Elisoccorso, sarà ancora servizio pubblico: siglato accordo sino al 2018

    Elisoccorso Vigili de FuocoDopo un iter a dir poco travagliato (qui l’inchiesta di Era Superba), è arrivata oggi la firma sull’accordo fra Regione Liguria e Vigili del Fuoco per il servizio pubblico gratuito di elisoccorso che, secondo quanto previsto dalla convenzione che scadrà il 31 dicembre 2018, sarà garantito grazie alla collaborazione tra il coordinamento dei servizi 118 liguri e il nucleo di elisoccorso dei Vigili del Fuoco.

    La convenzione riguarda nello specifico il soccorso primario per interventi di estrema urgenza legati alle condizioni sanitarie e ambientali per cui si rende necessario portare il primo soccorso alla persona in modo rapido per tutelare le funzioni vitali e il soccorso secondario, ovvero il trasporto dei pazienti da un ospedale all’altro.
    Da metà anni ’90 per la Regione è normale prassi stipulare convenzioni pluriennali con il Ministero dell’Interno-Dipartimento dei vigili del fuoco, ma nel 2008 una società commerciale – la Freeair-Helicopters S.p.A. seguita a ruota da molti altri soggetti privati operanti nel settore del trasporto in elicottero – presenta il ricorso al Tar e al Consiglio di Stato che accoglie le istanze innescando l’immediato contro-ricorso dei Vigili del Fuoco. A decidere le sorti della diatriba arriva prima il provvedimento del Consiglio dei Ministri per l’affidamento del servizio di elisoccorso ai Vigili del Fuoco e infine la definitiva sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la legittimità dell’accordo regionale. In attesa dei giudici amministrativi, l’elicottero dei vigili del fuoco con i suoi piloti e l’equipe medica cotinuava a volare, ma solo grazie ad una proroga approvata dalla Regione scaduta il 31 dicembre 2013.

    “Attraverso una misura legislativa proposta dal sottosegretario Bocci – aggiunge l’assessore regionale Claudio Montaldo nella nota stampa – sono stati anche rimossi tutti gli aspetti formali sulla presentazione di certificazioni di cui i Vigili del Fuoco non hanno bisogno proprio per la loro attività qualificata. La convenzione –conclude Montaldo – ha anche il vantaggio di evitare duplicazioni di interventi pubblici sui luoghi dove occorre il soccorso tramite il coordinamento delle reciproche iniziative degli enti, a tutto vantaggio degli equilibri di bilancio.”

    La Regione quantifica in 2 milioni di euro all’anno il costo del servizio, con possibili incrementi sulla base del numero degli interventi che ammontano a circa 3.000 ogni anno in Liguria.

     

     

  • Sicurezza Ambienti di Lavoro: a rischio i controlli, riprese le trattative

    Sicurezza Ambienti di Lavoro: a rischio i controlli, riprese le trattative

    stazione-principe-lavori (5)È una questione che seguiamo ormai da quasi un anno (qui l’approfondimento di Era Superba) e ci sta particolarmente a cuore perché chiama direttamente in causa un diritto fondamentale dei lavoratori, quello alla sicurezza sul posto di lavoro. Parliamo della vertenza Psal (il servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro dell’Asl 3) tra Regione Liguria e azienda sanitaria genovese da una parte e sindacati dall’altra, in merito all’attivazione delle procedure di assunzione di nuovi operatori destinati a rinforzare l’organico di un reparto fondamentale – quello deputato a garantire la regolare applicazione delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro – che oggi si trova in sofferenza per un’evidente carenza di personale (31 dipendenti a fronte di circa 4000 cantieri).

    Ma sul finire della settimana scorsa la situazione si è finalmente sbloccata, almeno per quanto riguarda le relazioni sindacali aziendali, di fatto, congelate dall’ottobre 2013. L’Asl 3, infatti, ha comunicato la convocazione – il prossimo 22 gennaio – di RSU e OO.SS. per la ripresa delle trattative. Di conseguenza, l’auspicio è che a breve possa ripartire anche il tavolo di confronto Psal.

    Il sindacato autonomo Fials – particolarmente attivo nella vertenza sul servizio di Prevenzione e Sicurezza Ambiente di Lavoro – ricorda in una nota «La responsabilità dell’attuale stato di agitazione, ancorché sospeso, risulta esclusivamente rinvenibile nel comportamento dell’Asl 3. Da sempre la Direzione dell’azienda ha negato il confronto sulle incentivazioni e sulle assunzioni, omettendo perfino il rispetto dei diritti di “mera informazione” sindacale».
    Fials rivendica di aver portato per tempo all’attenzione dell’Asl 3 la necessità urgente di applicare le intese sottoscritte a luglio 2013 tra la stessa Asl 3, Regione e OO.SS. «Altrettanto ha fatto la RSU aziendale ma per ottenere un semplice incontro è stato necessario proclamare lo stato di agitazione, anche per mettere fine alla pratica dello scaricabarile per cui la Asl 3 attribuisce alla Regione la responsabilità di “inadempienze” che la Regione in più occasioni ha respinto».

    In sede di Prefettura si è concordato con la proposta del Prefetto di convocare le parti. Tuttavia, dall’11 dicembre 2013, non sono più giunte notizie in tal senso.«Per questo sollecitiamo i soggetti coinvolti, e la Regione in particolare, ad adoperarsi per attivare il tavolo in Prefettura sulla vertenza Psal», conclude Mario Iannuzzi, segretario Fials Genova.

     

    Matteo Quadrone

  • Infermieri a domicilio a Genova, al via il progetto: si prenota in farmacia

    Infermieri a domicilio a Genova, al via il progetto: si prenota in farmacia

    sanità-farmacie-D1Dalla semplice iniezione sino all’assistenza complessa o quella post parto. Il tutto a domicilio e con la possibilità di prenotazione direttamente in farmacia. Queste le caratteristiche principali del progetto lanciato oggi da Federfarma Genova e da Aba (studio infermieristico associato), che mette in rete farmacie e infermieri al servizio della cittadinanza: anziani, bambini, donne in stato interessante, malati cronici o semplicemente persone “bloccate” a letto.

    Il servizio, che è prenotabile 24 ore su 24 sette giorni su sette e può avere carattere di urgenza (di norma sarà erogato entro le 24 ore), comprende per esempio l’igiene completa del paziente allettato, l’assistenza al bagno completo, medicazioni di piaghe da decubito, prelievi venosi e flebo senza assistenza, catetere, clistere, gestione delle stomie, assistenza diurna e notturna, somministrazione di terapia farmacologica. Vi è poi, come detto, l’assistenza post post parto, con tanto di affiancamento per il primo bagnetto e la cura del cordone ombelicale.

    Le tariffe vanno dai 21 ai 27 euro per l’assistenza semplice e dai 21 ai 47 euro per la complessa (esclusa assistenza diurna e notturna la cui tariffa è ovviamente più elevata e supera i 100 euro). Per un’iniezione, invece, il costo è di 11,50 euro.  La spesa potrà essere regolarmente scaricata secondo quanto previsto dalla legge o addebitata ad eventuali assicurazioni sanitarie.

    “Il servizio infermieristico a domicilio – spiega Giuseppe Castello, presidente di Federfarma Genova, in una nota stampa – completa la prima fase del progetto di farmacia come presidio salutistico di prossimità. La capillare presenza delle farmacie sul territorio garantisce le immediate risoluzioni dei problemi dei pazienti. Chi ha bisogno di prenotare una visita specialistica in pochi minuti può fissare un appuntamento attraverso la rete Cup; da tempo in farmacia è possibile effettuare analisi di prima istanza. Oggi il bouquet delle offerte si completa con una qualificata e certificata offerta di servizi infermieristici semplici e/o complessi”.

  • Lagaccio, Consultorio: ristrutturazione ferma e rischio ridimensionamento

    Lagaccio, Consultorio: ristrutturazione ferma e rischio ridimensionamento

    centro-est-pre-lagaccio-oreginaEra il febbraio 2013 quando scrivevamo che il Consultorio del Lagaccio rischiava di chiudere. Le smentite ufficiali giunsero nel giro di brevissimo tempo, Regione e Asl 3, infatti, affermarono che lo storico presidio socio-sanitario di zona non avrebbe chiuso i battenti. Oggi, a distanza di poco meno di un anno dalla nostra denuncia, la struttura è effettivamente ancora aperta ma pressoché svuotata di servizi essenziali affinché possa svolgere appieno il suo ruolo a favore dell’utenza più fragile (bambini, madri, giovani, famiglie, italiani e stranieri) che risiede nel popoloso quartiere del Lagaccio.

    «Di fatto il Consultorio non è chiuso – spiega il consigliere (Idv) del Municipio Centro Est, Vincenzo Palomba – Tutti, dal Municipio alla Regione, hanno ribadito più volte che il presidio funziona e continuerà a funzionare, senza ridimensionamenti. Peccato, però, che già da un anno a questa parte, il Consultorio offra ben poche opportunità per i cittadini. Attualmente mancano dei servizi in tal senso imprescindibili: la pediatria è ufficialmente chiusa da giugno 2013, mentre la ginecologia addirittura da gennaio 2013». Nel dicembre scorso «Insieme al consigliere regionale (Idv), Marusca Piredda, abbiamo visitato il presidio – continua Palomba – E solo alcuni corsi per mamme con neonati erano operativi. Questo, purtroppo, non è abbastanza per le esigenze del quartiere».

    «La presunta ristrutturazione dell’edificio sarebbe già dovuta partire – sottolinea Palomba – Al contrario, da quel che sappiamo, si è svolto esclusivamente un semplice sopralluogo. Asl 3 e Regione hanno affermato che le risorse economiche per mantenere il Consultorio del Lagaccio ci sono. Bene, e allora bisogna adoperarsi per ripristinare i servizi essenziali che connotano la sua funzione a servizio degli abitanti».
    Se, invece, il problema fosse relativo all’eventuale carenza di personale Asl 3 «Occorre dirlo con chiarezza – aggiunge il consigliere del Municipio Centro Est – in modo tale da trovare una soluzione alternativa per rilanciare il Consultorio. Anzi, per farlo ritornare alla sua preziosa funzione originaria. Ad esempio si potrebbe contattare il mondo dell’associazionismo medico, penso ad associazioni quali Mater Domina, Camici e Pigiami, ecc. per vedere se sono interessate ad intraprendere dei servizi di pediatria e ginecologia anche al Lagaccio. Insomma, è necessario muoversi al più presto se vogliamo evitare che il Consultorio muoia lentamente».

    A proposito del possibile futuro «Si ipotizza di realizzare, all’interno del Consultorio, un polo di neuropsichiatria infantile – conclude Palomba – Un servizio senza dubbio importante, ma noi abitanti ci domandiamo: è quello che serve al quartiere? Probabilmente non è questo il luogo adatto. Noi chiediamo che vengano restituiti ai cittadini i servizi fondamentali che un tempo venivano normalmente erogati dallo storico presidio del Lagaccio».

     

    Matteo Quadrone

  • Ex manicomio Pratozanino, concluso restyling padiglioni 7 e 9

    Ex manicomio Pratozanino, concluso restyling padiglioni 7 e 9

    Lpratozanino-d19a spesa è stata di oltre 4 milioni e 300 mila euro, l’attesa lunga 6 anni (dal progetto preliminare di ristrutturazione alla sua concreta realizzazione) a causa di innumerevoli ritardi e continui slittamenti della data di conclusione dei lavori, senza dimenticare la sconcertante gestione dei pazienti psichiatrici – una ventina di persone costrette a vivere per altrettanto tempo all’interno di container (con conseguente spesa pubblica di ulteriori 900 mila euro per l’affitto degli stessi) – ma adesso finalmente la riqualificazione dei padiglioni 7 e 9 dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino (Cogoleto) è ufficialmente conclusa.

    L’intero complesso di Pratozanino rientra tra i beni immobiliari dismessi dalla Regione Liguria tramite la prima operazione di “cartolarizzazione” del 2007-08, lanciata al fine di ripianare il pesante disavanzo economico della Sanità ligure. La gara se l’aggiudicò Fintecna Immobiliare (società del Ministero del Tesoro) con un’offerta di 203 milioni. Successivamente, gli immobili dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino vennero trasferiti ad una società interamente controllata da Fintecna immobiliare – ovvero Valcomp due – attuale proprietaria. L’accordo raggiunto, però, prevede che la Asl 3 (azienda sanitaria locale genovese) mantenga in comodato d’uso gratuito – per 20 anni – i padiglioni 7 e 9, dei quali si è fatta carico della ristrutturazione costata 4 milioni 336.790 euro, derivanti in gran parte dai fondi Fas 2007-2013 (2,2 milioni) e dai finanziamenti nazionali per l’edilizia sanitaria (1.345.969 euro), in misura minore (790.820 euro) da fondi dell’Asl 3.

    Nel padiglione 7 è adesso ubicata la struttura intensiva “Insieme”, una moderna Comunità terapeutica dotata di quattro camere singole e otto doppie (per un totale di 20 posti letto) destinata ad accogliere pazienti provenienti dal territorio o post ricovero che necessitano di interventi clinici intensivi e hanno un basso livello di autonomia personale.
    L’ex padiglione 9, ora rinato come “Casa nuova”, già dal gennaio 2013 accoglie i pazienti precedentemente ospitati nei moduli prefabbricati e, a regime, consentirà di offrire assistenza a 28 soggetti. La nuova struttura di riabilitazione è costituita da 5 mini-appartamenti da quattro posti letto l’uno, cucina e servizi igienici, accessibili direttamente dall’esterno per utenti più autonomi e altri otto posti letto in camere sistemati in un unico reparto e destinati a pazienti con patologia stabilizzata ma livello di funzionamento minore.

    «Pratozanino è una struttura completamente nuova – sottolinea una nota dell’Asl 3 – le due strutture inaugurate, infatti, non sono nuove solo dal punto di vista architettonico, ma rispondono ad un concetto della riabilitazione psichiatrica che si ispira fortemente alle linee di indirizzo emanata dalla AGENAS sui nuovi scenari della residenzialità psichiatrica, incentrate sulla diverse fasi di intensità di cura e sulla presa in carico globale del paziente nei diversi stadi della malattia».

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale (Lista Biasotti) che più volte ha sollevato la questione dell’ex OP di Pratozanino in Regione, oggi si dice felice perché finalmente la ristrutturazione è stata portata a termine, ma sottolinea «L’operazione non può comunque dirsi un successo dell’amministrazione Burlando visto il costo totale superiore a 5 milioni di euro, a fronte, però, di una disponibilità degli immobili (padiglioni 7 e 9) in comodato d’uso solo per i prossimi 15 anni (5 infatti sono già trascorsi dal 2007 ad oggi). Prossimamente presenterò un’interrogazione per chiedere un aggiornamento dei costi sia dei lavori, sia dell’affitto dei container. E poi per avviare una riflessione sul fatto che a questo punto conviene sedersi ad un tavolo con Valcomp due, società proprietaria del complesso ex OP di Pratozanino, per cercare un accordo che consenta di aumentare il periodo di comodato d’uso degli immobili oppure per valutare se è il caso di riacquistarli, considerando l’ingente investimento pubblico effettuato per la loro ristrutturazione. Tra l’altro, in questa partita con Valcomp due, potrebbero rientrare anche alcune aree dell’ex OP di Genova Quarto che sarebbe necessario restituire a funzione pubblica».

    Infine, resta l’incognita sul futuro degli immensi spazi – oggi in possesso della società di Fintecna Immobiliare – che circondano le nuove strutture psichiatriche. «Nell’interrogazione – conclude Pellerano – chiederò se ci sono sviluppi anche per quanto riguarda le destinazioni urbanistiche future».

     

    Matteo Quadrone

  • Quarto, ex ospedale psichiatrico: firmato l’accordo restano le incognite

    Quarto, ex ospedale psichiatrico: firmato l’accordo restano le incognite

    Manicomio di QuartoLa firma dell’Accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 (azienda sanitaria locale genovese) e Arte Genova (azienda regionale territoriale per l’edilizia) sul futuro dell’ex OP di Quarto – che ospiterà la nuova piastra ambulatoriale per il Levante e un centro servizi integrato – è stata salutata dai media con un coro unanime di approvazione. Comprensibile, visto il susseguirsi di decisioni, polemiche e relative quarto-panoramicamarce indietro che hanno contraddistinto la vicenda, conclusasi con la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca del complesso (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), grazie ad un vorticoso scambio di beni immobiliari tra Arte Genova e Asl 3 che ha rimesso in discussione l’ultima cartolarizzazione dell’autunno 2011. Tuttavia, entrando nel merito dell’accordo, determinate scelte paiono perlomeno discutibili, mentre alcune criticità aspettano risposta nel prosieguo della riqualificazione dell’area.

    Innanzitutto, occorre ricordare che stiamo pur sempre parlando di un compromesso. E sì, perché l’originaria intenzione della Regione era la totale svendita dell’ex OP, scelta scellerata impedita da un vasto movimento d’opinione – promosso da singoli cittadini e realtà associative (riunitesi nel Coordinamento per Quarto) – capace di stimolare il Comune affinché si prodigasse a favore di una rivisitazione delle scelte regionali, ribadendo la necessità di garantire la permanenza all’interno del complesso di funzioni sanitarie e sociali. Nonostante oggi tale risultato positivo sia stato raggiunto, il rischio cementificazione ad opera dei futuri acquirenti privati resta dietro l’angolo. E nello stesso tempo rimane difficile ipotizzare una convivenza ottimale, fianco a fianco, tra residenze di lusso e spazi destinati alla cura delle persone.

    Con deliberazione del consiglio comunale (23 luglio 2013) l’amministrazione ha promosso l’Accordo di programma mediante approvazione di una variante urbanistica al vigente PUC e contestuale variante al progetto preliminare del PUC adottato con obbligo di recepimento nel progetto definitivo di PUC. In altri termini, il Comune ha deciso di inserire l’area occupata dai padiglioni storici dell’ex OP in un Ambito speciale di riqualificazione urbana dove è prevista l’attuazione di una nuova struttura ambulatoriale per il Levante, oltre alla realizzazione di un centro servizi integrato con funzioni diversificate.

    quarto ex osp psichiatrico. accordo di programma. planimetria.002L’Ambito, come si legge nell’accordo, è suddiviso in 4 settori. Il settore 1 – ovvero 2/3 della parte ottocentesca (quella che limitatamente si affaccia su via Giovanni Maggio) – è destinato principalmente al mantenimento delle funzioni sanitarie e alla realizzazione della nuova piastra ambulatoriale.
    Il settore 2 – vale a dire 1/3 della parte ottocentesca (quella che si affaccia sul parco) – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati). In questo settore sono consentiti interventi fino alla ristrutturazione edilizia. L’incremento della superficie agibile nel limite del 20% della s.a. (superficie agibile) esistente e comunque non oltre il 20% del volume geometrico esistente è consentito esclusivamente in presenza di un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale.
    Il settore 3 – comprendente una porzione di parco circostante l’ex OP (allo stato attuale fitta boscaglia) e la palazzina c ex amministrazione – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati) con possibilità di realizzare anche nuove costruzioni esclusivamente per effetto di recupero di s.a. derivante da contestuali o anticipati interventi di demolizione. La nuova edificazione potrà avere una s.a. massima di 5400 mq.
    Il settore 4 – cioè il restante parco – è destinato a servizi pubblici per il verde urbano attrezzato alla fruizione pubblica per il tempo libero e al mantenimento del carattere naturale del luogo e del paesaggio.

    Secondo Andrea Agostini di Legambiente la vicenda di Quarto rappresenta «La presunzione, la subalternità ai poteri forti e l’incapacità delle amministrazioni locali, tutte, di immaginare una diversa politica del territorio». Per l’associazione ambientalista «Autorizzare la costruzione di nuove residenze nel parco è inaccettabile. Invece di “costruire sul costruito” si continuano a riempire i vuoti urbani. A Quarto addirittura si pensa di costruire nel bosco. Quando noi abbiamo proposto un progetto alternativo, steso da un tecnico (l’architetto Giovanni Spalla, nda) che ha passato gli ultimi 40 anni a insegnare Urbanistica nell’Università di Genova, che avrebbe garantito di salvaguardare le cubature in vendita, i pazienti, il verde e la vivibilità quartiere, siamo stati accusati di essere massimalisti e ci hanno detto che la cosa non si poteva fare. Alla fine qual è il risultato dell’accordo? Si vende, con cambio di destinazione d’uso, il palazzo di via Bainsizza a Sturla, si trasferiscono gli ambulatori in una struttura fatiscente (certo non ci sono i soldi per rimettere a nuovo la parte di Quarto che resterà pubblica), si svendono 5000 mq di parco verde pubblico a beneficio dei pazienti e della città per farne residenze private (l’altra parte è già stata venduta per farne box) raddoppiando il fronte edilizio e si carica una zona già problematica di un peso urbanistico non sostenibile».

    manicomio-quarto-D4Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – a cui va riconosciuto l’importante impegno nel pungolare continuamente la Regione sul tema Quarto – non può che essere soddisfatto del raggiungimento di un’intesa. Ma non si esime dal sottolineare alcune criticità. «Restano dei punti da precisare – spiega – in particolare la viabilità di accesso al complesso, sia per la parte pubblica (inevitabilmente bisognerà sedersi ad un tavolo e discutere con Valcomp II le possibili soluzioni), sia per la parte privata (che dovrà avere una sua autonomia). E poi c’è l’incognita parcheggi che occorre garantire a supporto degli spazi pubblici (piastra sanitaria e centro servizi). Infine, sarà davvero una sfida impegnativa rendere fruibile il parco e garantirne la costante manutenzione».
    L’accordo conferma le preoccupazioni di Pellerano «La trasformazione dell’area implica la necessità di realizzare parcheggi da localizzare anche in via Redipuglia (tramite allargamento della stessa) ed in altre aree esterne ma contigue, oltre alla contestuale razionalizzazione delle modalità di accesso all’area (ad esempio da via E. Raimondo)».

    Per quanto riguarda la suddivisione degli spazi (settore 1) in cui permarranno le funzioni pubbliche, vediamo nel dettaglio la suddivisione. Così scopriamo che al Comune saranno affidati i padiglioni 15, 16, 17 e 21.
    L’Asl 3, invece, riacquista la disponibilità dei padiglioni 1, 2 , 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23 e 24. Si tratta della porzione sud est del vecchio istituto ottocentesco (sottoposto a vincolo monumentale e a vincolo paesaggistico di bellezza d’insieme).
    Gli interventi previsti saranno di «Ristrutturazione, rifunzionalizzazione, adeguamento impiantistico, strutturale, restauro e risanamento conservativo – si legge nel programma dell’Asl 3 – Dovranno essere disconnessi i servizi centrali impiantistici attualmente utilizzati perché non inclusi nell’area in oggetto e, di conseguenza, realizzate nuove centrali termica idrica ed elettrica».
    L’obiettivo è adeguare gli spazi per accogliere funzioni sanitarie differenziate. La distribuzione prevede: padiglioni 11, 12, 13 residenza per disabili a ciclo diurno e continuativo; padiglioni 14, 23, 24 piastra ambulatoriale e funzioni sanitarie territoriali ivi comprese quelle psichiatriche; padiglione 22 ambulatori territoriali e uffici distrettuali; padiglioni 18, 19, 20 residenza psichiatrica; padiglioni 1, 2, 3 funzioni sanitarie.
    La fattibilità dell’intervento sarà garantita da fonti di finanziamento quali la valorizzazione tramite vendita di patrimonio immobiliare dell’Asl 3 (in primis l’immobile di via Bainsizza 42 attualmente sede di attività ambulatoriali del Levante), fondi di investimento regionali, statali ed europei eventualmente disponibili.

    «Siamo contenti della firma dell’accordo, frutto di una mobilitazione sociale e culturale che ha trovato ascolto nelle istituzioni – commenta il Coordinamento per Quarto – la rinascita dell’ex OP sarà possibile se saremo capaci di realismo, partecipazione e innovazione: per evitare sprechi e contestazioni inutili. Al contrario, alcune dichiarazioni vanno nella direzione opposta». In particolare, riguardo ai servizi per Alzheimer e disturbi alimentari (non citati nell’accordo) «L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha affermato “Saranno decisi man mano che procederemo”. Dov’è l’idea unitaria di programmazione? –sottolinea il coordinamento – L’accordo afferma che le attuali strutture vanno mantenute, riorganizzate e innovate. Il centro sociale, ad esempio, importantissimo per le persone che vivono lo spazio dell’ex OP, ubicato nella parte di proprietà di Arte che andrà venduta, dovrà essere ricollocato attraverso una progettazione complessiva e unitaria affinché rimanga un nodo relazionale importante e fruibile. Coinvolgere i responsabili dei servizi, i cittadini, i lavoratori e gli utenti aiuta a mantenere la complessità di questa rinascita».

     

    Matteo Quadrone

  • San Teodoro: da oltre due anni senza presidio sanitario

    San Teodoro: da oltre due anni senza presidio sanitario

    san-teodoro-di-negroDuemila metri quadrati di locali desolatamente vuoti dal 2008, un quartiere – San Teodoro (Municipio Centro Ovest) – senza presidio sanitario da oltre due anni, altri limitrofi – come Lagaccio e Oregina (Municipio Centro Est) – che scontano la carenza di servizi sanitari sul territorio o la loro possibile scomparsa (vedi il recente caso Consultorio del Lagaccio). Questa, in sintesi, la situazione venutasi a creare a causa di scelte, perlomeno contestabili, compiute da Regione e Asl 3, spesso con l’avvallo del Comune. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti. Oggi gli abitanti delle zone collinari del centro città, pure per una semplice analisi, sono costretti a recarsi al Palazzetto della Salute a Fiumara, non proprio due passi per anziani e persone con difficoltà di deambulazione.
    Ma partiamo dal principio e vediamo i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.

    L’ex poliambulatorio di via Minetti

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    San Teodoro, fino al 2008, poteva contare sul poliambulatorio di via Don Minetti (in precedenza sede dell’INAM, istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie). La struttura ai civici 6 A (piano terra e primo piano) e 8 (secondo piano) – per complessivi oltre 50 vani – ospitava l’assistenza ambulatoriale con diversi ambulatori medici, centro prelievi, Cup, servizi domiciliari, ecc., fornendo prestazioni a circa 65 mila utenti residenti nei Municipi Centro Est e Centro Ovest.

    Nel 2007-2008, con la famosa “cartolarizzazione” di parte del patrimonio immobiliare di aziende sanitarie e ospedaliere (compresi i beni dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto) per coprire il deficit della Sanità del 2005, la Regione ha deciso di valorizzare – tramite ARTE (azienda regionale territoriale per l’edilizia) – e successivamente vendere all’acquirente Fintecna Immobiliare (società del Ministero del Tesoro), anche l’edificio di via Don Minetti.

    Il trasferimento del servizio, in convenzione con la CRI, nei locali di via Bari

    san teodoro. via minetti. poliambulatorio.004

    Dopo la dismissione dell’ex poliambulatorio, unico presidio sanitario di zona, le istituzioni hanno pensato di ricavare degli spazi per i servizi sanitari territoriali nei locali comunali di via Bari al civico 41. All’epoca, all’interno di essi operava, con degli ambulatori per stranieri, la Croce Rossa Italiana.
    Il 7 dicembre 2007 una delibera dell’Asl 3 sanciva la convenzione con il comitato locale della CRI «per la realizzazione del progetto di gestione del’unità di assistenza di base nella zona di San Teodoro». I costi derivanti dal provvedimento concordati tra le parti «ammontano a 10,21630 euro per l’anno 2007; 122,59560 euro/anno per gli anni 2008, 2009, 2010». Il conto è piuttosto salato. Per tutta la durata convenzionale, infatti, la spesa a carico dell’azienda sanitaria locale genovese è stata di complessivi 378,00310 euro.

    «L’Asl 3 ha siglato un accordo particolarmente oneroso con la CRI – racconta Aurora Mangano, portavoce di un comitato di residenti – ma questa scelta scellerata fu avvallata anche da Comune e Municipio Centro Ovest. Il presidio sanitario era di dimensioni ridottissime, in pratica consisteva in 2 stanze da 12 mq ciascuna». Eppure il contratto prevedeva di garantire «le prestazioni assistenziali di base fornite dalla precedente struttura».
    In realtà l’Asl 3 si è assunta un impegno assai costoso «Ricevendo ben poco in cambio – sottolinea Mangano – i circa 122 mila euro all’anno a carico dell’azienda sanitaria comprendevano affitto dei locali e prestazioni. Ad esempio, la CRI avrebbe dovuto fornire un infermiere per le visite a domicilio, ma tale servizio non è mai stato effettuato».
    Tuttavia, data la sua posizione strategica, il presidio sanitario ha continuato a svolgere un ruolo fondamentale per i cittadini di San Teodoro, Oregina e Lagaccio, erogando circa 650 prelievi mensili e 1400 prenotazioni CUP.

    Il 31 dicembre 2010, però, è scaduta la convenzione Asl 3-CRI. Nel gennaio 2011, alcuni organi di informazione riportano la notizia che l’ambulatorio di via Bari non chiuderà i battenti. A dire il vero è soltanto un fuoco di paglia che dura pochi mesi poi, tra giugno e luglio 2011, il presidio viene definitivamente dismesso.
    «Disapproviamo la chiusura improvvisa e immotivata senza alcuna comunicazione alle istituzioni del territorio e soprattutto agli utenti – scrive il presidente del Municipio Centro Ovest, Franco Marenco, in una nota del luglio 2011 – Gli impegni assunti all’inizio dell’anno erano il mantenimento del presidio stesso tramite adeguamento normativo dell’attuale sede o individuando un sito alternativo baricentrico ai Municipi Centro Ovest e Centro Est».

    Dall’estate 2011 ad oggi nulla si è mosso e così i cittadini di San Teodoro, ma anche di Lagaccio e Oregina, ancora aspettano una soluzione alternativa.

    L’ipotesi via Bologna e le proposte dei residenti; il silenzio totale delle istituzioni

    Il mercato di via Bologna, tra Sampierdarena e San Teodoro, versa da anni in stato di abbandono, come documentato da Era Superba. Una delle sue ventilate destinazioni future, poteva essere proprio quella di nuovi spazi ambulatoriali. Magari con l’aiuto di soggetti privati, visto che il recupero della struttura comporta una spesa ingente. «Abbiamo contattato il Baluardo – dichiarava al “Secolo XIX” il presidente Marenco all’inizio del 2012 – Hanno effettuato un sopralluogo e contano di poter recuperare il mercato come centro prelievi ed ambulatorio. Sono un’azienda privata ma ci sarebbe una convenzione con il sistema sanitario pubblico».

    La signora Mangano ricorda «Con un gruppo di comitati e associazioni di quartiere auspicavamo di poter supportare un intervento finalizzato alla realizzazione di un presidio, anche in convenzione con un privato come il Baluardo. Il costo della ristrutturazione del mercato si aggira sui 150-200 mila euro. Ma il Baluardo poteva essere disponibile ad investire tali risorse». Invece, l’operazione non è stata portata a termine e adesso, sui locali di via Bologna, pare abbia puntato gli occhi la Confraternita di Misericordia (la prima esistente in Liguria) che recentemente ha ottenuto una sede nella medesima via, al civico 21.

    «Quello che trovo profondamente sbagliato – sottolinea Mangano – è il fatto che, da oltre due anni a questa parte, nessuno si sia preoccupato di dare spiegazioni e risposte ai cittadini».
    L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, da noi contattato telefonicamente, afferma «Allo stato attuale, per quanto riguarda il presidio sanitario di San Teodoro, non ci sono sostanziali novità. Comunque, se ne sta occupando soprattutto l’Asl 3». Detto ciò, il responsabile delle politiche sanitarie della Regione, definisce la situazione «particolarmente complessa». La direzione dell’Asl 3, almeno per il momento, ha preferito non rilasciare dichiarazioni sull’argomento ma contiamo al più presto di sentire la voce del direttore generale, Corrado Bedogni.

    «Noi cittadini, all’epoca, avevamo proposto di utilizzare al meglio la struttura di via Minetti, anziché metterla in vendita – racconta Mangano – In quell’edificio sarebbe stato possibile potenziare i servizi sanitari territoriali e realizzare in spazi adeguati anche un nuovo consultorio, visto in quali vecchi locali è attualmente ubicato al Lagaccio».
    Soprattutto considerando che oggi l’ex poliambulatorio di via Minetti (2000 mq di superficie considerando solo il civico 6 A) acquistato da Fintecna Immobiliare – tramite la sua controllata Valcompè rimasto un contenitore vuoto.
    Sulla porta d’ingresso e sulle finestre del primo piano fa bella mostra di sé un cartello con su scritto “vendesi”. «È difficile trovare un acquirente – conferma Mangano – Anche perché, nell’ottica di una sua trasformazione in residenze, bisogna tenere presente che in tutta la zona sono carenti parcheggi e posti auto».
    Con il senno di poi, aggiunge Mangano «Invece di spendere oltre 378 mila euro per i locali di via Bari, Regione e Asl 3 avrebbero potuto intervenire sull’ex poliambulatorio di via Minetti. Ad esempio, scorporando dal lotto delle vendite il piano terreno del civico 6 A». Insomma, salvando degli spazi da dedicare a servizi per i cittadini.

    Purtroppo sappiamo che è andata diversamente e adesso diventa sempre più urgente trovare una valida alternativa. «In via Lugo esistono dei locali di proprietà comunale dove fino a poco tempo fa erano ospitati i volontari della Pubblica Assistenza – continua Mangano – Oggi la P.A. di via Lugo è stata chiusa. Quindi i locali sono disponibili. E si trovano in posizione favorevole anche per i cittadini di Lagaccio e Oregina. La nostra proposta è: realizziamo qui un ambulatorio. Oppure le istituzioni si impegnino seriamente nella ricerca di altri spazi vuoti di proprietà comunale, presenti in zona».

    «Abbiamo scritto al Municipio Centro Ovest – conclude Mangano – è l’ente più vicino ai cittadini e politicamente può fare delle pressioni affinché si sblocchi la situazione. Ma finora non abbiamo ricevuto risposta. C’è un silenzio totale in merito a questo problema. Siamo amareggiati perché ci sentiamo soli in questa battaglia».

    Matteo Quadrone